domenica 7 settembre 2014

Verba volant (119): fare...

Fare, v. tr.

Fare è un verbo transitivo e quindi, come tale, richiede il complemento oggetto ed è un verbo dal significato assolutamente generico - forse il più generico della lingua italiana - e può esprimere qualsiasi azione, materiale o no, specificata appunto meglio dal complemento. Anche leggere è un verbo transitivo, anche mangiare lo è, ed entrambi richiedono il complemento oggetto, ma puoi comunque dire o scrivere “io leggo” o “io mangio” senza commettere un errore. Perché per qualcuno può essere importante sapere che tu stai leggendo o che stai mangiando, indipendentemente da cosa effettivamente leggi - l’Etica della ragion pura o Topolino - o da cosa effettivamente mangi. Ma non puoi dire soltanto “io faccio“. In questo caso è un errore, perché a nessuno interessa sapere che tu stai facendo, ma devi dire cosa stai facendo. Mi rendo conto che può sembrare una banalità, eppure da qualche anno - non so neppure dirvi esattamente da quando - il fare è diventato importante in sé, al di là di cosa poi si faccia. Almeno in politica, che - come noto - rispetta raramente le regole grammaticali. E spesso i politici neppure le conoscono.
Oggi pomeriggio mi sono fatto violenza e ho ascoltato la conferenza stampa del nostro purtroppo presidente del consiglio. Ha parlato per un po’ di tempo, per illustrare cosa farà nei prossimi mille giorni il suo esecutivo - a me già la notizia che rimarrà lì per mille giorni è parsa ferale -  ma non ha detto esattamente cosa farà, ha detto che lo farà e che noi potremo controllare l’andamento di questo suo fare in un sito creato ad hoc. Ecco uno ha fatto un sito, questo lo capisco, ma il resto mi è oscuro.
So di essere antico e anche troppo legato alle regole grammaticali, ma io ho bisogno del complemento oggetto e se mi dici che farai qualcosa, mi devi anche dire cosa. A onor del vero devo dire che non è il solo Renzi ad abusare di questo verbo. Berlusconi aveva definito il suo esecutivo il Governo del fare e Letta il giovane ha emanato, nel dicembre 2013, il Decreto del fare, ma nessuno di loro ci aveva detto cosa avrebbe fatto.
Lo so che adesso spunterà un renziano - compulsano freneticamente la rete per trovare chi critica il loro profeta del fare, cercando prima di redimerlo, poi condannandolo alle fiamme eterne - e dirà che finalmente ora si fa, dopo anni in cui non si è fatto, anzi ti dicono - con una spocchia insopportabile - dopo anni in cui non avete fatto. Io, a dire il vero, qualcosina l’ho fatta, perfino qualcosa di buono, ma il punto non mi pare questo: so che a questi fa difetto la memoria e che non si prendono la briga di leggere. Si tratta di un ragionamento paradossale che può essere confutato con un argomento altrettanto sciocco: anche Hitler ha fatto tante cose, rispettando il cronoprogramma e passo dopo passo - peccato che fosse quello dell’oca.
Mettiamo per ipotesi che Renzi sia sincero, che creda davvero in quello che dice: sarebbe come il Bianconiglio che va da una parte all’altra guardando l’orologio e dicendo preoccupato è tardi, è tardi, ma senza sapere per cosa è tardi. Non so voi, ma sinceramente non vorrei essere governato dal Bianconiglio, anche se forse sarebbe più affidabile del genio di Rignano.
Ovviamente Renzi non è sincero e sa benissimo cosa vuole fare - come lo sapevano Berlusconi, Monti e Letta prima di lui - o meglio cosa gli dicono di fare, ma non ce lo vuole dire o ce lo vuole dire solo a grandi linee. Perché se ce lo dicesse davvero, in maniera onesta e franca, dovrebbe dirci che sta attuando una serie di misure per ridurre la democrazia in questo paese e per favorire gli interessi delle classi più ricche della società; come è evidente tutte scelte squisitamente di sinistra.
Ma in questo contesto mi interessa poco ribadire il mio pessimo giudizio su questo governo, che è noto a voi miei fedeli lettori. Mi affascina invece capire come siano riusciti a stravolgere la grammatica, riuscendo a convincerci che l’importante è fare. E che in fondo poco importa cosa si fa o cosa non si fa. E tutti siamo contenti perché lui fa, lo ringraziamo perché fa, vogliamo farci fare un selfie con lui, magari mentre fa. Questa ideologia del fare per il fare è diventata a suo modo totalizzante e temo anche totalitaria, perché non accetta obiezioni. E toglie tutta l’attenzione dai contenuti; è per questo che io credo che Renzi, al di là dei gelati, sia un pericolo per la democrazia, perché ci disabitua a entrare nel merito delle scelte e ci obbliga a giudicare solo in base al fatto che una cosa sia stata fatta o meno. La prossima campagna elettorale, dopo questi interminabili mille giorni, per lui sarà semplice. Verrà a dirci: ho fatto questo, questo e quest’altro, quindi votatemi e la maggioranza lo voterà.
Dire, fare baciare, lettera, testamento. Forse qualcuno di voi si ricorderà questo gioco da bambini, quando chi perde deve scegliere la penitenza tra queste cinque opzioni.
Guardate come si adattano tutte bene all’attuale situazione politica. Dire è facile, basta andare in televisione e qualunque stupidata uno dica viene ripetuta, amplificata, commentata, analizzata, e chi la dice diventa uno importante; anzi tanto più la stupidata è grande, tanto più chi la dice viene considerato. Fare è altrettanto facile, basta appunto non dire cosa. Baciare è il modo per festeggiare un voto parlamentare ed è l’occasione migliore per cementare un’alleanza politica: certo è più facile baciare la Boschi che Poletti, ma vedrete che anche lui avrà i suoi baci quando porterà a casa la riforma del lavoro voluta da Confindustria e l’abolizione dell’art. 18. Lettera è quella che ha scritto Draghi con il programma a cui si stanno attenendo, con pedissequa obbedienza, tutti i governi italiani. Testamento è quello che dovremmo cominciare a scrivere noi, anche se non avremo nulla da lasciare in eredità.

3 commenti:

  1. perchè me l'avete cancellato??

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    1. non ho cancellato nulla, non ho visto un tuo commento; mi spiace...

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  2. anche Hitler ha fatto tante cose, rispettando il cronoprogramma e passo dopo passo – peccato che fosse quello dell’oca

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