mercoledì 13 dicembre 2017

Verba volant (467): alibi...

Alibi, sost. m.

Come recita un antico adagio: la mamma dei creativi è sempre incinta. A me piace guardare le pubblicità: mi pare raccontino quello che siamo meglio di molti altri generi letterari.
Da qualche giorno vedo la réclame di una onlus che cerca sostegno economico per finanziare le proprie campagne a favore dei poveri in Italia, perché "nel nostro paese nessuno deve conoscere la fame". Non conosco quell'associazione e non ho motivo per dubitare che il loro lavoro sia utile e prezioso e quindi che i soldi che doneremo saranno impiegati nella maniera giusta. Ma credo sia significativo quell'insistere durante tutto lo spot sul fatto che gli aiuti sono destinati ai poveri in Italia.
Quante volte abbiamo sentito dire: con tutti i problemi che ci sono qui, perché dovremmo aiutare quelli là? E "quelli là" sono di volta in volta le donne e gli uomini dell'Africa o dell'Asia o dell'America latina. Questo spot offre finalmente una risposta: i poveri in Italia ci sono, dacci i soldi che noi li aiutiamo. Una sorta di leghismo della solidarietà che, secondo quell'associazione e quei creativi, dovrebbe smontare l'alibi di chi non vuol donare agli "altri", di chi dice che che ci sono altre priorità. Non so quanto questa campagna sia efficace - mi auguro per quell'associazione che lo sia - ma francamente credo che quelli che non donano per le campagne di solidarietà internazionale non lo faranno neppure questa volta. Perché ci sarà sempre un nuovo alibi.
Lo spot racconta la vicenda di Mauro, un clochard come dicono quelli che parlano bene, uno dei tanti che per qualche motivo si è ritrovato in mezzo a una strada. Quelli che cercano una ragione per non tirare fuori neppure un centesimo troveranno subito una giustificazione per la loro grettezza: ma questo Mauro poi come mai si è ridotto così? e non potrebbe cercarsi un lavoro? E poi arriva la madre di tutte le scuse: gli italiani sono così, preferiscono chiedere l'elemosina che lavorare. E questo lo dicono gli stessi che due minuti prima, quando è passato lo spot di Emergency o di Amref, in cui i poveri sono stranieri, hanno detto che bisogna aiutare prima gli italiani.
Alibi in italiano è un sostantivo, ma è una parola presa di peso dal latino: in quella lingua l'avverbio alibi significa in un altro posto. Spesso quando c'è da aiutare gli altri, quelli che per colpa loro o per mera sfortuna o per nostra responsabilità - la maggioranza dei casi - sono in difficoltà, noi siamo da un'altra parte. O forse sono i poveri - italiani o stranieri poco importa - che noi vogliamo sempre che stiano da un'altra parte.

lunedì 11 dicembre 2017

Verba volant (466): gelato...

Gelato, sost. m.

Ci sono storie industriali capaci di raccontare un'epoca. Probabilmente il nome di Giovanni Tanara non vi dice nulla e neppure quello di Italgel, però se vi dico Coppa del nonno e Mottarello scommetto che riesco a strapparvi un sorriso: perché tutti noi abbiamo un ricordo legato ai gelati prodotti nella fabbrica di Parma fondata nel 1960 dall'erede della fiaschetteria Tanara, a cui l'attività di famiglia negli anni del boom cominciò a stare stretta e che riuscì in poco tempo a fare della città emiliana la capitale del gelato.
La storia di questa azienda è un pezzo importante della storia della crescita economica del nostro paese nella seconda metà del Novecento, racconta la capacità di alcuni imprenditori e di moltissimi lavoratori di valorizzare le proprie capacità per realizzare prodotti di qualità. Quando parliamo delle eccellenze del made in Italy in campo alimentare non possiamo farci convincere che il primo sia stato quel paraculo renziano che vediamo negli spot dei telefonini e che vuole convincerci di aver inventato il "mangiar bene", ma dobbiamo pensare a uomini come Tanara e alle centinaia di lavoratrici e di lavoratori che hanno prodotto i gelati nello stabilimento di Parma. Sta lì la vera eccellenza: la capacità di applicare alla produzione industriale e di massa le capacità di una bottega artigiana, la capacità di trasformare il proprio saper fare in una ricchezza condivisa.     
Ma non è solo una storia del passato, perché ancora oggi le vicende industriali sono capaci di raccontare un'epoca, anche se in un modo del tutto diverso e purtroppo drammatico. Ovviamente il nome Froneri non vi dice nulla, ma è una storia che merita di essere raccontata. Così si chiama la joint venture che le multinazionali Nestlé e R&R hanno creato nel 2016 per produrre gelati, compresi tutti quelli dei marchi Italgel e Motta. Tra le prime decisioni di questa nuova azienda c'è stata quella di chiudere lo storico stabilimento di Parma. Perché? A dire il vero nessuno lo ha spiegato, ma verosimilmente perché i padroni della Froneri preferiscono produrre gelati in altri paesi, dove evidentemente spendono meno e quindi contano di guadagnare di più.
La decisione di chiudere lo stabilimento di Parma significa prima di tutto licenziare centoventi persone; insieme a loro perderanno il lavoro anche ottanta stagionali e cinquanta lavoratori dell'indotto: in tutto si tratta di duecentocinquanta persone, duecentocinquanta famiglie che di punto in bianco si ritroveranno a brevissimo senza un lavoro. E non perché lo stabilimento di Parma non produca utili o perché l'azienda sia in perdita, ma semplicemente perché la Froneri, al di là della retorica di quello che è scritto nei loro comunicati stampa e sul loro sito, è nata con il preciso obiettivo di licenziare in Europa - ci sono altri ottocentocinquanta lavoratori a rischio, oltre a quelli di Parma - per portare la produzione in altri paesi.
Il dramma è prima di tutto per la vicenda di queste persone, che stanno lottando con coraggio e con caparbietà - mostrando nella lotta la stessa passione con cui fanno il proprio lavoro - ma anche per un modo di concepire il lavoro in cui il saper fare, la competenza, la passione per quello che si fa e si sa fare non contano nulla. I padroni della Froneri non sono più imprenditori, ma burocrati, che applicano schemi in cui il lavoro ha perso ogni valore.
Per questa ragione - e per la storia che c'è dietro ogni Mottarello - Il tema non è uno scontro tra lavoratori del vecchio mondo e quelli dei paesi cosiddetti emergenti - e per fortuna i lavoratori lo hanno capito, dal momento che ci sono agitazioni e proteste negli stabilimenti Froneri in giro per il mondo contro la decisione di licenziare i loro colleghi di Parma - ma lo scontro tra un potere che non vuole riconoscere valore al lavoro e le persone che non solo vivono di quel lavoro, ma che quel lavoro hanno contribuito a far nascere, crescere e sviluppare. Le lavoratrici e i lavoratori della Froneri sono la ricchezza di quell'azienda, non un costo, perché loro sanno fare il gelato, possono continuare a farlo e possono insegnare ad altri a farlo. E sono una risorsa per il nostro paese, perché difendono - oltre ai nostri ricordi di bambini, per cui quel gelato era il premio per una cosa fatta bene - la forza economica di un settore vitale della produzione industriale italiana. Parma non può perdere la fabbrica di gelati fondata da Giovanni Tanara, duecentocinquanta famiglie non possono perdere quell'impiego, noi, tutti noi, dobbiamo lottare con i lavoratori della Froneri perché cambi l'idea di lavoro nel nostro paese, perché il lavoro torni a essere un valore.

martedì 5 dicembre 2017

Verba volant (465): brugola...

Brugola, sost. f.

Gli antichi greci credevano che nell'estremo nord del continente europeo ci fosse un paese perfetto - che chiamavano Iperborea - abitato da un popolo bello e felice, che aveva caratteristiche quasi divine: succede quando si immaginano cose che non si conoscono.
Molti secoli sono passati da allora, anche se spesso continuiamo a vivere in un mondo che ci siamo costruiti da soli, abitato soltanto dai nostri sogni e dalle nostre illusioni. Certo da quelle fredde regioni del nord sono arrivate donne come Greta Garbo, Ingrid Bergam, Anita Ekberg, donne che sono state protagoniste dell'immaginario di intere generazioni. E poi è arrivata la prassi di una socialdemocrazia di governo, che era oggetto di invidia per noi "sinistri" dell'Europa del sud, che dovevamo limitarci alla teoria e all'opposizione. E poi è arrivata Ikea. E così ci siamo svegliati.
Anche Ikea, a suo modo, è stata rivoluzionaria. Proprio in quei grandi magazzini, per la prima volta, noi maschi abbiamo visto nei "nostri" bagni i fasciatoi; e questo avrebbe dovuto interrogarci sulle "virtù" dei nostri omologhi svedesi, che evidentemente non si vergognano di cambiare i loro pupi in un luogo pubblico. Non so quanto quei fasciatoi nei bagni degli uomini in Italia siano stati effettivamente utilizzati, ma sono lì, come una sorta di memento: ricordati che gli svedesi lo fanno. Abbiamo visto nei loro cataloghi famiglie che non definivamo ancora tali; facciamo fatica anche adesso a riconoscere che sono famiglie proprio come la nostra, ma in questo un po' siamo migliorati, anche grazie a Ikea. Ma soprattutto abbiamo visto i prezzi bassi e così abbiamo pian piano riempito le nostre case di mobili svedesi dai nomi impronunciabili, che, armati delle nostre brugole, abbiamo montato, spesso proferendo improperi che anche uno svedese avrebbe capito benissimo. 
C'è qualcosa però che ancora fatichiamo a vedere. Quei prezzi abbordabili sono certo frutto delle lungimiranti scelte imprenditoriali dei padroni di Ikea, che con le loro scatole sempre più piccole hanno ottimizzato i costi di trasporto e di stoccaggio, ma anche delle politiche aziendali tese a ridurre al massimo i diritti dei lavoratori. Ce l'hanno ricordato un paio di anni fa i facchini - rigorosamente immigrati, e non dalla Scandinavia - che lavoravano - e lavorano ancora - nel grande centro di smistamento Ikea di Piacenza; ce l'ha ricordato pochi giorni fa Marica Ricutti, licenziata dopo diciassette anni di lavoro, perché - viste le sue condizioni familiari, madre separata con due figli, di cui uno disabile: una famiglia non da catalogo, ma assolutamente vera - non poteva accettare i nuovi orari imposti dall'azienda; ce l'ha ricordato il dipendente Ikea di Bari, licenziato dopo undici anni di lavoro, perché la sua pausa era durata cinque minuti in più del tempo consentito. Per fortuna ce l'hanno ricordato i loro colleghi che hanno deciso, nonostante tutto, nonostante non sia mai facile, di fare sciopero, hanno deciso di mobilitarsi, anche se adesso rischiano, perché i padroni di Ikea vanno per le spicce, non vogliono piantagrane, e magari vogliono solo lavoratori più giovani e ancora più facilmente licenziabili grazie al jobs act.
E ora quei lavoratori ci chiedono giustamente un aiuto, perché la loro lotta è anche la nostra. E' una nostra lotta non solo perché anche noi siamo lavoratori, ma perché siamo consumatori e, in quanto tali, abbiamo diritto di avere un mobile funzionale a un prezzo ragionevole, ma questo diritto non può tradursi nello sfruttamento di un'altra persona, di quella che lo costruisce, di quella che lo trasporta, di quella che lo vende.
Le grandi dive svedesi ormai le possiamo vedere solo in film in bianco e nero, la socialdemocrazia scandinava non c'è più, perché non è riuscita a capire che quel mondo di cui era stata protagonista è finito e che il capitalismo l'ha spazzata via, senza che fosse capace di organizzare una qualche reazione. Non c'è più un mondo che avevamo idealizzato; e gli Iperborei non sono mai esisti. C'è rimasta Ikea, ci sono rimasti i padroni di Ikea, che possono permettersi di fare quello che vogliono. E noi siamo qui, che brandiamo le nostre brugole.

lunedì 4 dicembre 2017

Verba volant (464): uccidere...


Uccidere, v. tr.

E' passato un anno da quel 4 dicembre. Ed è passato invano.
Non sono pentito del mio NO. Anzi. Sono sempre più convinto che quel voto sia stato importante: non oso pensare cosa sarebbe successo se in quel momento avessero avuto l'opportunità di stravolgere la Costituzione. Meglio che non lo abbiamo sperimentato.
Capita a volte che Davide sconfigga Golia, ma perché la storia finisca con vera vittoria - come avviene nella leggenda biblica - occorre che Golia venga ucciso. Altrimenti alla lunga il più debole è destinato a soccombere. Sempre. Golia non è affatto morto, anzi in qualche modo è stato rafforzato da quella sconfitta, e noi non abbiamo saputo sfruttare le possibilità che quella vittoria ci avrebbe potuto concedere. E quindi, nonostante tutto, siamo noi gli sconfitti del 4 dicembre.
Dobbiamo in qualche modo ringraziare renzi, perché probabilmente se non fosse stato per la sua arrogante presunzione avremmo rischiato di perdere. Immagino abbiano imparato la lezione e la prossima volta il loro attacco alla Costituzione sarà meno volgare, ma non meno violento. Hanno visto che in fondo alle persone importa poco della Costituzione, alla maggioranza bastava dare un calcio in culo a renzi e, ottenuto il risultato, sono stati tutti contenti e se ne sono tornati tranquilli a casa.
Sapevamo che il NO era un fronte eterogeneo, che non avremmo mai potuto sommare pere e mele, ma perché servisse a noi, alla sinistra di questo paese, avremmo dovuto dire che da lì cominciava una pagina nuova, radicalmente diversa. Non lo abbiamo fatto. Di fronte al più violento attacco che il capitalismo abbia sferrato contro le istituzioni democratiche del paese, dopo le stragi di stato degli anni Settanta, noi avremmo dovuto impostare la battaglia su basi nuove: riconoscere il nemico, accettare lo scontro e agire di conseguenza. Avremmo dovuto accettare che il mandante di renzi - e quindi il nostro vero nemico - era il capitalismo che, con lo stravolgimento dei principi fondamentali della Costituzione del '48, voleva anche simbolicamente segnare un cambiamento d'epoca, la fine delle democrazie nate al termine del secondo conflitto mondiale e del primato della politica, a favore della possibilità del capitalismo di rompere gli argini in cui era stato costretto e di scatenare tutta la propria smodata violenza. Quelle costituzioni rappresentano il nostro baluardo, forse l'unico, e quindi la loro abrogazione segnerà la fine della guerra di classe con la vittoria del capitalismo. Invece siamo stati un anno a discutere di nulla e alla fine abbiamo deciso che il problema non è il dominio del capitale, ma il modo in cui in questi vent'anni abbiamo tentato di rapportarci a esso, il modo in cui siamo venuti a patti con esso. E infatti siamo ancora qui che pensiamo come il capitalismo possa essere mitigato.
Paradossalmente - e lo vediamo purtroppo in questi giorni con la nascita dell'ennesimo "nuovo" centrosinistra - abbiamo deciso di riportare indietro le lancette dell'orologio di una ventina d'anni. E' come se di fronte al bandito a cui abbiamo messo in mano la pistola e che con quella ci ha ucciso chiedessimo di rivivere quel momento, ma solo per scegliere un'altra arma e un altro punto in cui indirizzare quello sparo, che per noi sarà sempre e comunque mortale. Non esiste un capitalismo buono, non esiste un modo per temperarne gli esiti, non possiamo continuare a offrire al nemico che ci vuole uccidere l'occasione di farlo, dobbiamo pensare come noi possiamo uccidere lui.
Naturalmente spero che capiate che io uso una metafora quando dico che noi dobbiamo uccidere il capitale: la soluzione non è sparare a un banchiere o a un presidente di una corporation. E' il tragico errore che fecero gli anarchici tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento, perché per ogni re ucciso ce n'era un altro pronto a prenderne il posto. E così, ucciso un banchiere, altri ne prenderanno il posto. Ma non è affatto una metafora dire che il capitale ci uccide, lo fa letteralmente, perché ad esempio continuando su questa strada, continuando a privatizzare selvaggiamente la sanità, le cure mediche saranno una possibilità solo per quelli che se le possono permettere, mentre i poveri saranno lasciati morire. Continuare ad aumentare l'età in cui le persone possono andare in pensione significa accettare che ci saranno più morti sul lavoro. Far crescere la povertà - e non è un caso che uccidere etimologicamente significhi tagliare - vuol dire uccidere le persone. Nel Mediterraneo già oggi sono sepolte migliaia di persone uccise dal capitalismo. Gli altri ci uccidono e noi non facciamo nulla. O al massimo cerchiamo di curare le ferite dei superstiti. Non ci può bastare. A me non basta più.
Io per queste ragioni ho votato NO il 4 dicembre dell'anno scorso. E lo rifarei. Forse è l'ultima cosa che noi che portiamo la responsabilità storica di aver ucciso la sinistra, abbiamo potuto fare. Altri dovranno fare quello che noi non abbiamo saputo fare. 

venerdì 1 dicembre 2017

Verba volant (463): albero...

Albero, sost. m.

C'è stato un tempo - meno lontano di quello che potremmo pensare - in cui conoscevamo i nomi degli alberi. In quel tempo non ci bastava dire albero, perché sapevamo che si trattava di una quercia o di un olmo o di una qualche altra specie di pianta perenne legnosa con il fusto. Anzi allora la parola albero - derivando dal latino albus, che significa bianco - indicava il pioppo, la specie più diffusa nella nostra pianura, che era molto più boscosa di quanto adesso possiamo immaginare. E Boccaccio infatti - che conosceva i diversi nomi delle piante - poteva ancora scrivere 
fra gli strabocchevoli balzi, surgeva d’alberi, di querce, di cerri e d’abeti un folto bosco.
Raccontano gli antichi che Ade, il dio degli inferi, si innamorò della ninfa Leuce, la bianca, la più bella delle figlie di Oceano. Leuce divenne la regina degli inferi, ma era mortale e quando il suo tempo arrivò, Ade la fece rinascere nei Campi Elisi, sotto le spoglie di un pioppo bianco, accanto alla fontana di Mnemosine, la dea della memoria. Si tratta di una storia antichissima, probabilmente anteriore a quella di Persefone, anch'essa amata da Ade e divenuta sua sposa. E infatti la foglia del pioppo è scura da una parte e chiara dall'altra, per indicare i due regni a cui Leuce ha avuto accesso, quello della vita e quello della morte. Così come si racconta che Persefone trascorra metà dell'anno negli inferi e metà sulla terra e il suo ritorno porti la primavera e le messi. Gli uomini hanno sempre avuto paura del dio degli inferi, comunque lo abbiano chiamato, ne temevano il giudizio, ma sapevano anche che la morte è indispensabile alla vita, che la natura ha i suoi cicli e che accettarne l'ineluttabilità - e anche l'imponderabilità - è l'unico modo per ritagliarsi un momento di speranza. Sapere che in un qualche luogo a cui non giungeremo mai c'è quel pioppo bianco, simbolo dell'amore, accanto a quella fonte, simbolo della memoria, ci rende un po' meno gravoso vivere su questa terra.  
Anche per questo mi ha preoccupato sapere che in Italia nel 2017 sono andati a fuoco già 141mila ettari di bosco. Il dato va letto insieme a un altro: negli ultimi centocinquant'anni, ossia dall'unità d'Italia, nel nostro paese gli alberi sono aumentati. Nonostante gli incendi, ci sono più alberi, più boschi, ma si tratta troppo spesso di aree che, a differenza di quello che avveniva nel passato, sono senza alcun controllo, sono di fatto impenetrabili ai necessari interventi di manutenzione e di difesa, e quindi da possibile risorsa rischiano di diventare pericoli o comunque soggetti a degrado e incendi. Anche perché sono morti quelli della generazione che conosceva i nomi degli alberi e noi non ci siamo dati la briga di impararli. Per noi sono alberi e basta; non più pioppi, querce, cerri, abeti e così via, in una miriade di varianti, tante quante sono le lingue degli uomini; e le storie che hanno raccontato. E tanti quanti sono gli alberi.  

giovedì 30 novembre 2017

da "Fontamara" di Ignazio Silone

Nessuno poteva immaginare che sciagura stesse per succedere. Teofilo era arrivato allo scongiuro contro il colera, la fame e la guerra, quando la colonia degli uomini armati sbucò sulla piazza, urlando e agitando le armi in aria. Il loro numero ci sbigottì. Istintivamente Elvira ed io ci ritraemmo indietro, in un angolo del campanile in modo da continuare a vedere senza essere viste. Gli uomini armati potevano essere circa duecento. In più del moschetto ognuno traeva un coltellaccio alla cintola. Tutti erano mascherati da morti. Personalmente non riuscimmo a riconoscere che la guardia campestre e il cantoniere Filippo il Bello; ma anche gli altri non avevano facce nuove e non venivano da lontano. In parte avevano anch'essi l'aspetto dei cafoni, ma di quelli senza terra, che vanno a servizio dei padroni, guadagnano poco e vivono per lo più di furto e di galera. In parte, come si riseppe con più precisione, erano tra essi anche sensali, di quelli che si vedono sui mercati e anche lavapiatti delle taverne, e anche barbieri, cocchieri di case private, suonatori ambulanti. Gente fiacca e, di giorno, vile. Gente servizievole verso i proprietari, ma a patto di avere l'immunità nelle cattiverie contro i poveri. Gente senza scrupoli. Gente che una volta veniva da noi a portarci gli ordini di don Circostanza per le elezioni e ora veniva con i fucili per farci la guerra. Gente senza famiglia, senza onore, senza fede, gente infida, poveri ma nemici dei poveri. Alla loro testa marciava un piccolo uomo ventruto, con una fascia tricolore sul ventre e al fianco di lui si pavoneggiava Filippo il Bello. «Cosa racconti?» domandò l'ometto con la fascia tricolore a Teofilo il sacrestano, «Invoco la pace» rispose impaurito l'uomo di chiesa. «Adesso te la do io la pace» aggiunse ridendo il panciuto e fece segno a Filippo il Bello. Il cantoniere si avvicinò a Teofilo e dopo una certa esitazione gli diede uno schiaffo. Teofilo si mise una mano sulla guancia colpita, si guardò attorno e domandò timidamente: «Ma perché?». «Vile, vile» cominciò a inveire l'ometto dal ventre tricolore. «Perché non reagisci? Sei un vile.» Ma Teofilo rimase immobile, silenzioso e più che altro sorpreso. Nella folla di donne, di bambini, di vecchi e d'invalidi lì presente, il panciuto non trovò il tipo che potesse essere provocato con miglior risultato. Si consultò un po' con Filippo e disse con disprezzo: «Mi sembra che non ci sia proprio nulla da fare». Poi rivolto alla folla, comandò con voce stridula: «Andate a casa tutti». Quando sulla piazzetta non rimase più nessun Fontamarese, l'ometto si rivolse agli uomini neri e ordinò: «Cinque per cinque, andate in ogni casa, frugate dappertutto e sequestrate ogni sorta di armi. Presto, prima che tornino gli uomini». In un attimo la piazzetta si svuotò. Si era fatto buio. Ma dal nostro rifugio, potemmo vedere le pattuglie di cinque suddividersi nei vicoletti, sparire nelle case oscure. «Senza luce sarà difficile perquisire tutte le case» io dissi. «Mio padre è a letto e si spaventerà. È meglio che io vada a casa ad accendere il lume» disse Elvira preparandosi a scendere dal campanile. «No, resta qui» io le dissi. «A tuo padre non possono fare nulla di male.» «Ma che armi cercano?» domandò Elvira. «Noi non abbiamo fucili. È una fortuna che Berardo sia in campagna.» «Porteranno via le roncole e le falci» dissi così per supposizione. «Altre armi non abbiamo.» Nessuno capiva nulla di quello che succedeva. Nessuno parlava. Ognuno guardava l'altro. [...] Ognuno pensava a se stesso. E ogni tanto arrivava qualcun altro. Che cosa avesse nella testa di fare l'omino panciuto era difficile immaginare. Portarci tutti in carcere? Era inverosimile e praticamente impossibile. Finché si trattava di stare un po' fermi nel mezzo della piazzetta del nostro paese, ognuno di noi poteva accettarlo, ma per trascinarci tutti nel capoluogo e metterci in carcere gli uomini armati li presenti non sarebbero bastati. Questi uomini in camicia nera, d'altronde, noi li conoscevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire di notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestiere, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Erano i cosiddetti fascisti.

mercoledì 29 novembre 2017

Verba volant (462): caso...

Caso, sost. m.

Leggo che dalle assemblee provinciali che si stanno svolgendo in questi giorni in tutta Italia per far nascere la lista unitaria tra Mdp, Sinistra italiana e Possibile, cresce e diventa maggioritaria la richiesta a Pietro Grasso di essere il leader di questa nuova formazione politica. Bene, finalmente habemus papam. O meglio habetis papam, perché Grasso non è il mio candidato e la "cosa" che sta nascendo non è la mia "cosa".
Però il tema mi interessa, perché credo racconti bene un pezzo del problema della politica in Italia - e non solo - in questa lunga fase storica di cui non vediamo, purtroppo, la fine. La candidatura di Grasso è la classica profezia che si autoavvera: per mesi si dice che c'è bisogno di un leader, poi all'improvviso spunta un nome in televisione e su questo nome, complice anche il fatto che tra pochi mesi si vota e quindi non c'è più tempo per discutere, si forma una larga maggioranza, e quindi si salvano capra e cavoli, si può raccontare la storia che questa candidatura nasce dal basso, dalla volontà dei militanti, in sostanza si salva la forma, mentre la sostanza è che qualcuno ha deciso quella candidatura. Ma chi?
Intendiamoci, personalmente non ho nessun motivo per essere ostile a Pietro Grasso, che è una persona perbene - e sa il cielo quanto ci sia bisogno di persone così - e credo, per le poche cose che ha detto in questi anni, visto anche il suo ruolo istituzionale, che sia un rappresentante di una certa idea di centrosinistra, la stessa idea che io ho avuto fino a qualche anno fa. Devo dire che non ho alcuna simpatia per la casta dei magistrati, anzi credo che abbiano grandi responsabilità nel declino di questo paese e soprattutto nella crisi della democrazia, ma riesco a capire che anche in quella casta ci sono persone diverse, con responsabilità diverse. Comunque sia Grasso sarà senz'altro il migliore dei leader in campo alle prossime elezioni. Capisco che questo per molti sia sufficiente e avete sicuramente ragione voi. Ma non credo che questo mi basterà per aggiungere il mio voto.
Io sono cresciuto in un partito, non conosco altro modo di fare politica, e non mi scandalizza affatto che un candidato sia scelto nelle sedi di partito, anche secondo criteri che non conosco e seguendo procedure che mi sono nascoste, benché sia un militante di quel partito. Ma appunto perché sono un militante, mi fido del partito, delle persone che lo gestiscono e lo rappresentano. Per questo ho sempre considerato le primarie uno strumento profondamente sbagliato per scegliere i candidati e anzi un pericolo per la democrazia, perché l'ideologia delle primarie ha dato un grande contributo alla distruzione dei partiti.
Ma Grasso non è stato scelto da un partito, secondo le forme che io ho conosciuto. Ma temo non sia stato scelto neppure nelle "segrete stanze": è stato scelto in maniera assolutamente casuale, senza alcun criterio. Peraltro anche Luigi Di Maio è stato scelto quasi allo stesso modo, più da chi si occupa di selezionare gli ospiti dei talk show che dai militanti di quel partito. E - mi dispiace dirlo a voi compagni orfani del Brancaccio - anche Montanari e Falcone erano due leader casuali. Alla fine rischiamo che l'unico vero leader alle prossime elezioni sia il vecchio Berlusconi; lui almeno un metodo l'ha seguito: la leadership se l'è presa, con un'azione di forza.
Si tratta di un percorso che è cominciato molti anni fa. L'altra sera mi è capitato di vedere le prime due puntate di 1992: non mi è piaciuto molto, l'ho trovato inutilmente pornografico, però ci sono alcuni spunti interessanti. C'è questo giovane sbandato milanese che una notte salva da una rapina un uomo aggredito da due albanesi e per questo diventa una sorta di eroe metropolitano; così la Lega decide di candidarlo. C'è un comizio con Bossi e finalmente anche lui sale sul palco, non ha nulla da dire, ma alla fine inveisce contro la politica, con un linguaggio altrettanto rozzo di quello dei suoi ascoltatori. E' un trionfo e quello sbandato si ritrova all'improvviso deputato. Questa, al netto delle parolacce, è diventata la regola.
Chi appare diventa un leader, e quindi chi decide chi appare, decide chi diventa leader. Questo è molto più preoccupante delle fake news, che adesso sembrano diventato il problema del momento. 
Io ho paura di questa casualità del leader e credo che dovreste averne anche voi, indipendentemente dal fatto che - come in questo caso - il leader sia una persona per bene. Potremmo non avere sempre questa fortuna.

martedì 28 novembre 2017

Verba volant (461): azzurro...

Azzurro, agg. m.

Solo in italiano e in spagnolo diamo un colore al principe delle fiabe - quello che arriva alla fine della storia, dà un bacio e se ne va - che in inglese è charming e in francese charmant. Non è chiaro perché sia invalso questo uso. Per molto tempo in Italia si è creduto che si trattasse di un riferimento alla casa dei Savoia, il cui colore è proprio l'azzurro, ma evidentemente il fatto che si usi lo stesso aggettivo anche in Spagna rende molto debole questa ipotesi. Si tratta probabilmente di un uso francese, attestato in alcuni testi della seconda metà dell'Ottocento, che poi si è perso in quel paese, ma è rimasto nelle lingue dei due paesi confinanti.
Cambiano i tempi e oggi il punto non è più il colore del principe, ma quello della principessa. Tra qualche mese il Regno Unito avrà la sua prima principessa che si definisce "né bianca né nera". Anche noi vecchi e ostinati repubblicani credo dobbiamo fare gli auguri a questa nuova coppia reale. Perché i simboli, nonostante tutto, contano.
Il razzismo nella nostra società esiste, lo incontriamo ogni giorno, basta che abbiamo la volontà di vederlo. Lo vediamo nelle occhiate cattive che tante persone rivolgono alle donne e agli uomini che hanno un diverso colore della pelle quando sono in fila alla posta o nella sala d'attesa del medico. Lo sentiamo nella parole sprezzanti che usano quando parlano di loro. Si tratta di un razzismo che non è solo etnico, ma è anche e soprattutto sociale, perché le stesse occhiate, le stesse parole sono spesso rivolte anche ai bianchi poveri. E quindi applaudiamo Ahmed quando fa gol e fa vincere la nostra squadra, ma pensiamo che sia un'ingiustizia che Ahmed e la sua famiglia abbiano avuto più punti di noi nella graduatoria per le case popolari, e diciamo che ha avuto quei punti solo perché è nero, senza ricordare che invece è più povero di noi. Ma quando Ahmed gioca per la squadra avversaria allora ci dimentichiamo di tutto e torna fuori, in maniera violenta, il razzismo che è in noi: lo vediamo troppo spesso nei nostri stadi, in tutte le categorie. Il pericolo è quando questi due razzismi, quello etnico e quello sociale, si fondono, e in tempo di crisi è facile che avvenga. E quindi è colpa sua, perché è nero; come, in altri tempi e in altri luoghi, era colpa sua perché era italiano.
Naturalmente il prossimo royal wedding non sconfiggerà il razzismo in Gran Bretagna, così come l'elezione di un presidente nero non l'ha sconfitto negli Stati Uniti, perché Megan Markle e Barack Obama sono rappresentanti della parte "giusta", dei ricchi, di quelli che ce l'hanno fatta, di quelli che vanno in copertina. Ma sono anche neri e c'è un pezzo di società che considererà quel matrimonio come un affronto alla storia inglese, così come una parte della società americana ha considerato un oltraggio la presidenza Obama. E Trump ha vinto anche perché è bianco, perché la sua elezione significava riportare un bianco, un bianco qualsiasi, alla Casa Bianca.
C'è molta strada da fare e non possiamo illuderci troppo, anche perché di fronte a una principessa orgogliosamente né bianca né nera, ma certamente ricca e famosa, ci sono migliaia di persone che muoiono proprio perché sono nere e povere. Né possiamo dimenticare che in questa storia - come in Biancaneve - il principe è sempre un maschio.

lunedì 27 novembre 2017

Verba volant (460): tasto...


Tasto, sost. m.

Zaira e io non facciamo molti acquisti su Amazon, ma ovviamente ci capita di girare su quel sito. Ho scoperto che vendono, a circa due euro, una cosa che si chiama dash button. In pratica è una scatolina, grande come il telecomando di un'automobile, in cui c'è un tasto e l'indicazione di una marca commerciale. Se il tasto viene premuto, parte l’acquisto di un oggetto di quella determinata marca su Amazon. Ci sono anche delle foto che ne illustrano i possibili utilizzi: in bagno, accanto alla lavatrice, puoi attaccare un dash button del tuo detersivo, quando ti accorgi che l'hai finito o lo stai per finire, schiacci il tasto, parte l'ordine, ti tolgono i soldi dalla carta di credito e in pochissimo tempo arriva un operatore da Piacenza con quel flacone di detersivo. Immagino che vicino al water tu possa attaccare il dash button per la carta igienica, anche se in caso di emergenza credo tu non possa aspettarti che Jeff Bezos risolva così velocemente il tuo problema.
Ricordo che quando andavo alle elementari uno dei "lavoretti" che la maestra ci fece fare per la festa della mamma fu un piccolo tagliere di colore verde con attaccato un notes e la matita, e sopra la scritta cosa manca oggi... Perfino io sono diventato moderno: adesso quando mi accorgo che in casa qualcosa sta per finire scrivo un messaggio sul telefono. Poi quando vado a fare la spesa, mi dimentico che ho scritto quel messaggio e non compro quello che dovevo comprare, ma questa è un'altra storia. Fatte salve pochissime cose davvero indispensabili, di cui è necessario avere sempre in casa una piccola scorta - vedi la carta igienica di cui sopra - per il resto puoi fare senza. Tra l'altro internet ti risolve parecchi i problemi: un giorno che volevo fare un dolce e mi sono accorto di non avere in casa né lievito né latte, mi è bastato digitare "dolce senza lievito e senza latte" per trovare la ricetta di un'ottima torta, che da allora è diventata uno dei miei cavalli di battaglia.
Scusate se ho un po' scherzato fino ad ora, ma devo ammettere che scoprire che esiste un oggetto del genere mi ha molto preoccupato. Come mi preoccupa l'enfasi che da ogni parte c'è stata sul black friday. Noi esistiamo solo quando consumiamo. E un oggetto come il dash button, di cui dovremmo disseminare casa nostra, vuole che siamo consumatori sempre meno attenti: l'importante è che compriamo; senza metterci troppo a pensare.
Andare al negozio ci impegna, ci costringe a pensare se quella cosa ci serve davvero, se non ne possiamo fare a meno. Poi sappiamo bene che i negozi - e specialmente i supermercati - sono costruiti in modo da farci comprare cose che non volevamo comprato: i grandi cesti messi in mezzo alle corsie in cui immancabilmente urtiamo e da cui molto spesso prendiamo il prodotto che c'è dentro, la disposizione sempre diversa dei prodotti che ci costringe a guardare ogni volta tutte le scansie in modo da vedere altri prodotti oltre a quelli che cercavamo, l'escamotage di mettere le cose ingombranti alla fine in modo da non farci riempire subito il carrello. Siamo vittime di questi trucchi, lo sappiamo bene, ma riusciamo a volte anche a confrontare i prezzi, a leggere un'etichetta, a scegliere un prodotto invece di un altro.
Il dash button è un passaggio in più: per comprare ci basta stare a casa e spingere un tasto. E il dash button ci fidelizza su una marca, perché compreremo sempre e solo quella marca di detersivo, sempre e solo quella marca di carta igienica. Andare in un negozio ci permette, se riusciamo a schivare le trappole, di provare prodotti diversi, perché, anche se andiamo con l'intenzione di comprare quel detersivo, ci accorgiamo che ci basta acquistare un detersivo, magari uno che costa meno o anche uno che costa di più, perché di maggiore qualità. Il dash button in qualche modo annienta la concorrenza: uno strano paradosso nella società che celebra a ogni piè sospinto le bellezze del libero mercato.
Poi andare in un negozio ci costringe anche a fare i conti con il nostro portafoglio, perché alla fine del percorso a ostacoli delle offerte c'è la cassa. A volte siamo riusciti a calcolare quanto abbiamo speso - perché magari potevamo spendere solo quelli - a volte la cassiera ci annuncia un totale che ci lascia increduli e torniamo a casa arrabbiati, ovviamente imputando a nostra moglie di aver comprato cose care e inutili. Il dash button ci illude che quel detersivo non costi nulla, spingiamo il bottone e il prodotto ci arriva casa, il fattorino di Amazon ci porta la nostra bella scatola marrone e non ci chiede soldi.  Ma la banca a fine mese fa bene i conti e se magari noi i soldi per comprare quel detersivo non li avevamo, ce li presta, con un tasso da strozzino. L'importante è che compriamo.   
E sembra che questo ci dia più libertà, mentre ci rende sempre più schiavi. Ricorderete certamente una delle scene più divertenti di Tempi moderni. Charlot, operaio alla catena di montaggio incaricato di stringere due bottoni viene scelto per un esperimento: viene legato a un macchinario che gli metterà in bocca il cibo, lasciandogli le mani libere di lavorare. Anche quella macchina concedeva all'uomo un'apparente libertà, svolgendo al suo posto il compito di mangiare, ma era una libertà che qualcuno, in quel caso il padrone della fabbrica, gli aveva imposto. E così adesso sta succedendo a noi. Apparentemente il dash button ci regala più tempo libero. Ma per fare cosa? Per comprare altre cose. Già adesso per molte persone andare in un centro commerciale è un modo normale di trascorrere la domenica, gli outlet sono diventati una comune meta di vacanza, guardare un canale televisivo di shopping è un modo come un altro di passare una serata. Esistiamo quando compriamo.
Per favore non spingete quel tasto.

venerdì 24 novembre 2017

Verba volant (459): emergenza...

Emergenza, sost. f.

Provare a capire quello che sta succedendo in questi giorni in Germania, credo ci aiuti a capire anche cosa è successo - e cosa potrebbe succedere - nel nostro paese. A leggere le cronache di queste ultime ore pare che la responsabilità del fatto che a due mesi dalle elezioni non sia ancora stato formato il governo sia da imputare alla Spd, perché quella forza politica, nettamente sconfitta alle urne, ha deciso di non continuare a sostenere la Große Koalition. Il problema invece è delle forze di destra che, pur avendo ancora una maggioranza relativa al parlamento, non riescono a esprimere un governo. La cosiddetta coalizione Giamaica non è nata perché ci sono cose che non si riescono a mescolare. Sarebbe curioso capire cosa ha spinto i Verdi tedeschi a sedersi allo stesso tavolo con i Liberali, una delle forze politiche più coerentemente ultracapitaliste d'Europa, e con la Csu bavarese, una forza politica violentemente e fanaticamente conservatrice, non troppo diversa da partiti come il Front national e la Lega, ma che, a differenza di questi, gode di una buona stampa.
Comunque sia, al netto della bizzarra scelta dei Verdi e soprattutto dell'incapacità delle destre tedesche di riunirsi sotto la guida di Angela Merkel, questa crisi racconta la morte della sinistra riformista in Europa. In questi venti anni è stato chiesto alle forze della sinistra riformista di assumersi la responsabilità di fare quelle politiche di destra che le destre politiche, nelle loro varie declinazioni, non riuscivano - o non volevano - fare. E' stato chiesto alla sinistra di fare la destra; e, citando Manzoni, la sventurata rispose. Perché di fatto noi socialisti europei, dal Labour di Blair alla Spd di Schröder, dai compagni francesi a noi del Pds e dei Ds, abbiamo accettato questo schema, che ci ha sì permesso di andare al governo, ma solo tradendo, uno dopo l'altro, tutti i valori che pure proclamavamo. E questa terribile distonia tra quello che dicevamo e quello che invece facevamo ci ha, giustamente, uccisi.
Del fatto che siamo morti alcuni di noi non sono ancora del tutto consapevoli. Steinmeier, assuntosi il compito di essere il Napolitano tedesco, spinge affinché i socialdemocratici partecipino al governo, in nome della governabilità, del fatto che un qualsiasi governo è meglio di nessun governo. Non so se i socialdemocratici tedeschi resisteranno a queste sirene. Spero di sì, anche se continuo a essere pessimista. E' lo stesso motivo per cui non mi fido di Bersani e di D'Alema, non mi fido dei figliocci di Vendola o dei leopoldini pentiti. E per cui quasi sicuramente non voterò per loro alle prossime elezioni. Perché non mi fido, perché penso che di fronte a una "chiamata", in nome della responsabilità, in nome della governabilità, molti di loro, se non tutti, sceglieranno ancora una volta di fare le cose che la destra non vuole fare. Il motivo sarà fermare il redivivo Berlusconi o il rimontante Grillo, oppure garantire che il paese non vada in default: un motivo per accettare l'emergenza si trova sempre.
E' vero, siamo già all'emergenza, democratica e sociale. E ci siamo anche per nostra responsabilità, per quello che noi abbiamo e non abbiamo fatto in questi vent'anni. Non è colpa di quelli che sono venuti dopo di noi, che sono quello che sono, ma sono la farsa rispetto a noi, che siamo la tragedia.
Per questo non mi fido e penso che la risposta che il nuovo centrosinistra sta elaborando sia sostanzialmente inadeguata. Voi dite che è il massimo che si può fare, invece - e dovreste ammetterlo una buona volta - è solo il massimo che voi potete fare; che noi possiamo fare, non voglio sottrarmi alla responsabilità. Forse a voi può sembrare sufficiente, può anche essere che lo sia oggettivamente, ma io non ci riesco, né politicamente né umanamente, a ripercorrere la stessa strada che insieme abbiamo già fatto. 
Questa volta dovremmo rispondere all'emergenza in un altro modo, un modo a cui noi probabilmente non siamo neppure in grado di pensare. 

lunedì 20 novembre 2017

Verba volant (458): infanzia...

Infanzia, sost. f.

L'infanzia è il tempo in cui il cucciolo di uomo ancora non parla; non è proprio vero, siamo noi che non lo ascoltiamo.
I cuccioli di uomo sono esposti ogni giorno a molti pericoli. Alcuni pensano che la rete - e i social in particolare - li abbiano fatti aumentare. In parte è vero, ma questo non può diventare un alibi per nascondere l'incapacità educativa di noi adulti.
I bambini sono sempre stati in pericolo. Collodi metteva in guardia i bambini - e i loro genitori - dai pericoli del mondo quando descriveva Pinocchio irretito da Lucignolo e portato nel Paese dei balocchi; e non c'era certamente la rete. Nel paese in cui sono nato e cresciuto, alle porte di Bologna, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, tanti ragazzi un po' più grandi di me si sono fatti trascinare nel dramma della droga, eppure non c'era la rete, anzi quell'ambiente sembrava piuttosto protetto, nella sua chiusura provinciale; a noi ragazzi sembrava addirittura troppo protetto e chiuso.
Con questo non voglio dire che i social siano sicuri, tutt'altro, ci sono molte persone che, forti dell'anonimato, vi entrano con le peggiori intenzioni, voglio solo dire che serve attenzione da parte dei genitori e degli adulti, che bisogna essere educatori senza delegare ad altri questo compito. Nella nostra società invece sembra che la formazione sia una questione ininfluente, non ci sono investimenti nelle agenzie educative, i genitori sono spesso lasciati soli con compiti a cui non sono stati preparati, i mezzi di comunicazione lanciano messaggi e valori - o meglio disvalori - contro cui ci sono sempre meno anticorpi.
Non è la rete che banalizza il corpo della donna e il sesso, la rete è solo uno degli strumenti attraverso cui la nostra società mercifica il corpo femminile. Non possiamo poi meravigliarci se vediamo nei profili di Facebook foto di ragazzine poco più che adolescenti vestite - o svestite - e truccate come le protagoniste dei video musicali - pare che non esistano ormai cantanti che non siano bellissime, con corpi statuari e intercambiabili nelle loro proporzioni sempre uguali. E non possiamo meravigliarci se per tanti ragazzini il rapporto con il sesso è mediato attraverso immagini per cui tutto è facile e a disposizione. Ovviamente in questo contesto è più facile per chi si vuole approfittare dell'ingenuità dei nostri figli trovare le forme in cui insinuarsi nelle loro vite. Ma ripeto non è la rete la causa, è solo uno degli strumenti in mano al Gatto e alla Volpe, per quanto sia potente e pervasivo.
Tocca a noi ascoltare i nostri figli, e i figli degli altri, tocca a noi ascoltare i cuccioli di uomo, che non parlano, ma non per questo ci pongono meno domande. E hanno meno diritti.

venerdì 17 novembre 2017

Verba volant (457): fattorino...

Fattorino, sost. m.

Ammetto la mia lacuna (peraltro piuttosto grave visto che scrivo un dizionario): solo da pochi giorni ho scoperto che adesso i fattorini che fanno le consegne - come Ninetto Davoli in una celebre réclame degli anni Settanta - si chiamano riders. Quindi il ragazzo che ci porta a casa la pizza è un rider.
Lunedì 13 novembre in diverse zone dell'Emilia orientale e della Romagna è nevicato molto forte. Non è consueto, ma può succedere. E' nevicato anche a Bologna e la città si è fermata. Anche questo può succedere: quando nevica molto forte occorre salvaguardare alcuni servizi essenziali e per il resto bisogna avere la pazienza di aspettare che smetta.
E i fattorini? I fattorini bolognesi quel giorno hanno deciso di fermarsi, con lo slogan: "Una pizza non vale il rischio: mai più consegne senza diritti". E' nata anche un'associazione, la Riders Union Bologna. I fattorini hanno sospeso le consegne a pranzo e, nonostante le richieste delle piattaforme on line che gestiscono questo servizio, anche a cena. I fattorini però non sono stati pagati per quel giorno, anche quando una parte del loro salario è fissa, ma molti di loro sono pagati solo a cottimo. Una piattaforma ha sospeso le consegne, ma lasciando liberi gli esercizi associati di servirsi dei fattorini. Si tratta in sostanza di un settore senza regole, dove i più deboli, i fattorini appunto, sono i più colpiti. Perché non è loro riconosciuto alcun diritto.
Devo dire che a me stupisce che qualcuno in una giornata del genere abbia potuto telefonare per ordinare una pizza o degli involtini primavera. E immagino si sia arrabbiato quando ha saputo che il suo ordine non sarebbe stato consegnato e magari ha chiamato svariati altri locali fino a quando ha trovato qualcuno tanto disperato da mandare fuori un fattorino a fare quella consegna.
Avevo sette anni nel novembre del '77 quando ci fu una grande nevicata, che a Bologna è ricordata ancora come la "malaneve". Mi rendo conto che fu un episodio che ebbe gravi conseguenze, per alcuni fu un dramma, ma per i bambini come me fu una specie di festa. Le scuole rimasero chiuse per alcuni giorni e anche i miei genitori rimasero a casa: mio padre non andò in officina e mia madre non andò in edicola, che rimase chiusa come mai prima, visto che a Quarto, essendo l'unica, chiudeva solo la domenica pomeriggio, e santo Stefano, lunedì dell'angelo e il giorno dopo ferragosto, perché non c'erano i giornali: che allora erano un servizio essenziale, pensate che strano. Comunque sia per noi bambini vivere alcuni giorni senza la luce elettrica, usando solo le candele e le bombole del gas per scaldare l'acqua, fu una specie di festa. I nostri genitori, che sapevano bene cosa voleva dire vivere senza elettricità e senza acqua corrente, si divertirono un po' meno, ma ci spiegarono che bisognava aspettare. E noi aspettammo. E infatti dopo qualche giorno smise di nevicare, la luce tornò, riaprirono l'edicola, la scuola e l'officina e ricominciammo tutto come prima, ma sapendo che sarebbe potuto succedere di nuovo e che in qualche modo lo avremmo superato.
Lunedì a Bologna non è venuta la "malaneve", è semplicemente nevicato. Ci sono stati problemi, ad esempio ad alcuni ospedali dell'Appennino, e questo non doveva assolutamente succedere. Ma non può essere considerato un problema se per un giorno è stato sospeso il servizio di consegna delle pizze o se per un giorno non siamo potuti andare in palestra o al centro commerciale. Se nevica si può anche stare a casa. E si può stare anche senza luce. Questo mi sembra che lo abbiamo dimenticato e che consideriamo una sorta di diritto anche quello che non lo può essere: non è un diritto pubblicare su Facebook la foto della neve. Se manca la luce possiamo anche fare senza social e senza selfie.
Invece non possiamo fare senza diritti. Hanno ragione i fattorini bolognesi - come quelli di Milano e di Torino, che per primi hanno promosso associazioni analoghe - perché chi lavora, anche chi fa un lavoro che non è esattamente indispensabile - perché la pizza possiamo anche andare a prenderla noi o addirittura farla a casa - deve avere dei diritti. Deve essere pagato in maniera equa e deve essere assicurato. A noi questo non interessa: a noi importa solo che la pizza ci arrivi a casa in poco tempo e che quel servizio costi il meno possibile. Salvo poi arrabbiarci, quando da automobilisti o da pedoni un rider ci sfreccia accanto - a volte con manovre molto azzardate - perché deve fare una consegna, magari pagata a cottimo. Noi vogliamo che qualcuno faccia quello che noi non vogliamo fare, perché magari ci costa tempo e fatica, e vogliamo pagarlo il meno possibile. Come dobbiamo accettare che d'inverno può nevicare, così dobbiamo capire che chi lavora deve essere pagato. Contro la neve non possiamo fare nulla, solo aspettare, ma contro chi sfrutta il lavoro non possiamo aspettare, dobbiamo lottare. Ringraziamo i fattorini bolognesi che ce lo hanno ricordato.

mercoledì 15 novembre 2017

Verba volant (456): numero...

Numero, sost. m.

Domenica sera. La protagonista di uno sceneggiato televisivo - anche se adesso fa più moderno chiamarla fiction - scrive il proprio numero di telefono su un pezzo di carta, accanto alla firma - Rosy - a una faccina sorridente - che adesso voi chiamate smile - e alla frase "non avrai un'altra occasione...". Non ho visto quello sceneggiato e quindi non so se la persona a cui era indirizzato quel biglietto abbia poi raccolto l'invito e abbia telefonare a Rosy. Non so neppure se quel biglietto fosse una promessa o nascondesse una minaccia: si tratta di una storia e quindi dovremo aspettare la prossima puntata per sapere come va a finire.
Quella stessa domenica sera. Una coppia di Domodossola che ha deciso di non guardare la televisione e di cenare fuori comincia a ricevere delle telefonate incomprensibili, una dopo l'altra, insistenti, continue; telefonate che durano per tutta la notte. Il numero apparso per un attimo sugli schermi di migliaia di italiani è purtroppo il loro numero di telefono. Molte di quelle telefonate sono mute: quando l'ignara coppia risponde, all'altro capo riattaccano. Qualcuno chiede notizie di Rosy, pensando che il sorriso di quella bella ragazza sia rivolto proprio a loro, qualcuno invece la minaccia, perché Rosy è una donna di mafia, che ha abbandonato quella vita. Rosy Abate è un personaggio molto noto, che ha una lunga storia, che nella sua vita ha sofferto e ucciso, è a suo modo un'eroina, una giovane donna amata e odiata, ma Rosy Abate non esiste, come non esistono né Amleto né Paperino. Qualcuno di quelli che telefona è consapevole che a quel numero non possa rispondere Rosy, perché Rosy non esiste, ma chiama lo stesso, sperando che sia un'occasione per parlare con qualcuno della televisione, qualcuno che possa garantire i 15 minuti di notorietà, secondo la celebre definizione di Andy Warhol.
Evidentemente il problema esiste. Nei film e nel telefilm americani quando qualcuno cita un numero di telefono comincia sempre con 555, perché quel prefisso non esiste e quindi non c'è il pericolo che quel numero possa corrispondere a quello di un vero abbonato. Gli autori di Rosy Abate - La serie avrebbero dovuto pensarci e quindi fa bene la coppia di Domodossola a rivalersi sulla produzione per i danni subiti. Ma quella notte di telefonate ci racconta una società che evidentemente non riesce più a distinguere tra realtà e finzione e che risponde in maniera condizionata a tutto quello che appare sullo schermo della propria televisione. Basta che un numero appaia in televisione e subito in tanti si precipitano a telefonare, che sia per fare una donazione o per ricevere i numeri vincenti del lotto.
Arthur Conan Doyle quando dovette scegliere un indirizzo per Sherlock Holmes decise di usare, come noto, il 221B di Baker street, perché allora i civici di quella via si fermavano all'85. Quando nel 1930 fu cambiata la toponomastica della città di Londra e Baker street venne "allungata" fino al Regent's park, il 221B divenne l'indirizzo di una palazzina in stile art decò, sede della Abbey Road Building Society e cominciarono ad arrivare da tutto il mondo lettere indirizzate al celebre investigatore, tanto che la società aprì una vera e propria "segreteria di Sherlock Holmes" per la gestione di quella copiosa corrispondenza.
Chi scriveva al 221B di Baker street pensava davvero che Sherlock Holmes - o magari il fido dottor Watson - leggesse la sua lettera? Probabilmente qualcuno ne era convinto, ma la maggioranza sapeva che quella lettera sarebbe stata cestinata. E perché la scriveva? Perché si sottoponeva allo sforzo di scrivere? Forse perché quella lettera a un personaggio immaginario era il pretesto per mettere in fila le proprie idee, per svelare un segreto che pesava da tempo, per raccontare una nostra storia a qualcuno che non ci avrebbe giudicati, quella lettera serviva a chi la scriveva, indipendentemente dal fatto che qualcuno l'avrebbe letta. Anche noi da bambini scrivevamo a Babbo Natale, anche se non eravamo proprio del tutto convinti che avrebbe letto la nostra lettera: comunque eravamo felici quando ricevevamo il regalo richiesto. Evidentemente chi la doveva leggere l'aveva letta.
Non so se Rosy Abate riceva anche delle lettere. Probabilmente sì. Ma quelle telefonate notturne raccontano tutta un'altra storia, un mondo in cui abbiamo rinunciato a capire e ci siamo assuefatti a essere guidati, in cui abbiamo perso l'innocenza e l'abbiamo sostituita con la stupidità.

lunedì 13 novembre 2017

Verba volant (455): fisco...

Fisco, agg. m.

Questa è una di quelle parole che ha una precisa data di nascita: il 23 a.C. In quell'anno infatti Augusto decise di affiancare all'aerarium, ossia alla cassa statale, fino allora gestita dai due questori, il fiscus, la cassa - etimologicamente la cesta - delle entrate dell'imperatore. Si trattava di una distinzione formale dal momento che l'imperatore, attraverso i pretori, controllava anche l'aerarium e di fatto attingeva alla cassa in cui c'erano maggiori risorse.
In Italia - ma suppongo che qualcosa del genere avvenga anche in altri paesi - si capisce che è cominciata la campagna elettorale quando iniziano le promesse di riduzione delle tasse. A questo giro curiosamente ha cominciato il direttore delle Agenzie delle entrate, il renzianissimo Ernesto Ruffini. Il buon Ruffini a dire il vero non ha promesso di ridurre le tasse, ma ha promesso che il fisco sarà più semplice, che tra cinque anni non sarà più necessario compilare il modello 730 e alcune altre amenità del genere. Un po' di fuffa di regime ospitata ovviamente sul quotidiano che si è assunto l'ingrato compito di essere l'house organ del pd.
Come mi succede mi è capitato di fare su Facebook una battuta su questa garrula e inutile intervista e una persona mi ha risposto che questo Ruffini sarebbe una persona competente e che bisogna prendere sul serio il suo sforzo di cambiare il fisco italiano, che lei ha definito "vessatorio". Immagino che moltissime altre persone definirebbero così il proprio rapporto con le tasse e in fondo questo era anche il messaggio che Ruffini voleva mandare con questa intervista: il fisco vi opprime e noi vi libereremo.
Vi confesso che questo aggettivo mi è frullato in testa per un paio di giorni. E non sono riuscito a smettere di ridere. Il fisco italiano può essere definito in molti modi, ma francamente non mi pare affatto vessatorio. Un sistema fiscale che sostanzialmente accetta un'evasione stimata tra i 250 e i 270 miliardi di euro - ossia il 18% del pil italiano - dovrebbe essere definito ingiusto o inefficiente o in molti altri modi, ma non vessatorio. Magari lo fosse. In Italia esiste una casta di professionisti - una delle tante - che vengono pagati per trovare il modo per pagare meno tasse, o per non pagarne affatto. E questa casta elegge i propri rappresentanti in parlamento per fare in modo che le leggi siano così complesse e farraginose da rendere più semplice il loro lavoro. In Italia l'evasione fiscale è un fenomeno sociale accettato, in qualche modo stimato, perché chi evade è considerato furbo e quindi invidiato. Il fisco italiano è vessatorio? No, è un colabrodo e noi siamo felici che sia così e continuiamo a votare chi ci assicura che continuerà a essere così.
A Ruffini va riconosciuto il merito di essere onesto e di non riuscire a mentire troppo spudoratamente. E infatti ci spiega che non tutti siamo proprio evasori; ad esempio ci racconta che a Bologna ha conosciuto "un signore con una cartella di sei mila euro di mense scolastiche non pagate, multe dell'autobus e dell'autostrada: aveva perso il lavoro." Ma lo aveva perso prima o dopo la cartella? E comunque l'aver perso il lavoro può essere una giustificazione per non pagare le rette della mensa scolastica - poi bisogna mettersi d'accordo con i sindaci del pd che tolgono il pasto ai bambini delle famiglie che non pagano la retta - ma non mi pare che sia un buon motivo per andare veloce in autostrada. E poi dove cavolo doveva andare visto che era disoccupato? Al di là del caso specifico, Ruffini con questo esempio lancia - immagino consapevolmente - un segnale agli elettori di questo paese: non vi preoccupate, votate per noi che continuerà tutto così, troveremo il modo di giustificarvi.
L'intervista di Ruffini è interessante non per quello che dice, ma per quello che non dice. Non dice che lo stato lotterà seriamente contro l'evasione fiscale, non dice che verranno fatte pagare le tasse a quelli che finora non le hanno pagate, non dice che pagheremo meno tasse noi, che invece le tasse le paghiamo tutte, non perché siamo virtuosi, ma perché ce le trattengono alla fonte. Non ci dice che le tasse servono per pagare la scuola e la sanità pubblica, per finanziare le opere di salvaguardia del nostro territorio, perché effettivamente pochissime risorse sono destinate a questi capitoli di spesa.
Preferiamo costruire grandi opere dalla dubbia utilità e finanziare la sanità e la scuola privata. In Italia assistiamo a un curioso casa di redistribuzione al contrario: diamo i soldi delle tasse a quelli che le tasse non le pagano.
Quando morì Tiberio nelle casse del fiscus c'erano 2.700.000.000 sesterzi. Il suo successore Caligola riuscì a spenderli in un anno. Come noto quell'imperatore non gode di una buona stampa, anche perché quei soldi li distribuì al popolo e ai soldati. Ma siccome la storia la scrivevano quelli che non ne ricevettero - o comunque meno di quelli che speravano e a cui si erano abituati (anche allora gli intellettuali si compravano con poco, come oggi) - ci hanno raccontato che Caligola era un tiranno. Forse era solo uno che prendeva ai ricchi per dare ai poveri.   

venerdì 10 novembre 2017

da "Lezioni sul fascismo" di Palmiro Togliatti

Come, in Italia, a un determinato momento si pose il problema della organizzazione della dittatura fascista e come si riuscì ad organizzare il movimento reazionario? Questo è il tema.
Andiamo alle origini. Da un lato vi è la crisi rivoluzionaria, la borghesia è impossibilitata a governare con i vecchi sistemi, c’è un malcontento generale, offensiva della classe operaia, scioperi politici, generali, ecc. Siamo, in una parola, nel dopoguerra: la crisi rivoluzionaria profonda.
In essa si rimarca specialmente un elemento: la impossibilità per la classe dirigente italiana di applicare la vecchia politica, la politica applicata fino al 1912, la politica giolittiana, “riformista”. Non già riformista perché fossero andati al potere i riformisti, ma perché essa era una politica di concessioni a determinati gruppi, intesa a mantenere in piedi la forma della dittatura borghese nella sua veste parlamentare.
Nel dopoguerra questa politica non regge più perché la massa operaia e contadina vi si ribella.
Due grandi avvenimenti si notano nel dopoguerra: il grande sviluppo del Partito socialista italiano che conta centinaia di migliaia di aderenti e milioni di elettori. Dall’altra parte il risveglio delle classi contadine, con molti partiti poiché i contadini sono spezzati. Il partito popolare è un partito contadino. Contemporaneamente vediamo dei movimenti di contadini, delle occupazioni di terre nel mezzogiorno, ecc.
Gli operai e contadini muovono all’attacco e ha inizio il loro blocco. Questa confluenza dell’attacco operaio e contadino si trova nel dopoguerra italiano nelle forme più sviluppate. Essa segna la fine delle forme parlamentari.
La borghesia deve liquidare il parlamentarismo. Il malcontento non si estende solo agli operai ma abbraccia anche la piccola borghesia. Sorgono movimenti piccolo-borghesi, ex combattenti, ecc. la borghesia, la piccola borghesia non sopporta più il regime esistente, vuol cambiare.
Questo è il terreno su cui sorge il fascismo.
Quando questo movimento nella piccola borghesia si trasforma in movimento unico? Non al principio, ma alla fine del 1920. Esso si trasforma quando interviene un elemento nuovo, quando come elemento organizzatore intervengono le forze più reazionarie della borghesia, prima il fascismo si sviluppava ma non era ancora l’elemento fondamentale.
Il movimento fascista sorge durante la guerra. Dopo, continua nei fasci di combattimento. Ma vi sono degli elementi che non lo seguiranno fino in fondo. Per esempio, polemizzando con Nenni lo chiamiamo fascista. Ma a un certo momento egli si è staccato. All’origine il fascismo era composto da vari gruppi, non omogenei, che non avrebbero marciato assieme fino in fondo. Vedi le sezioni fasciste della città nel 1919-1920, vi trovate degli elementi della piccola borghesia appartenenti a vari partiti, che discutevano i problemi politici generali, ponevano una serie di questioni, avanzavano delle rivendicazioni, su questo terreno si ha il primo programma del fascismo (piazza San Sepolcro), prevalentemente piccolo-borghese, che rispecchia l’orientamento dei fasci urbani. Prendete invece il fascismo di campagna: Emilia, ecc. Non è così. Sorge più tardi: 1920. esso si presenta sotto l’aspetto di squadre armate per la lotta contro il proletariato. Sorge come squadrismo. Vi aderiscono spostati, piccoli borghesi, strati sociali intermedi. Ma è immediatamente organo di combattimento contro la classe operaia. Nelle sue sedi non si discute. Perché questa differenza? Perché qui è intervenuto immediatamente, come elemento di organizzazione, l’agrario.
A partire dalla metà del 1921 anche in città si creano delle squadre. Prima a Trieste dove il problema nazionale è più acuto, poi nelle altre città dove più tese sono le forza. Le squadre si forgiano sul tipo della campagna. A Torino dopo l’occupazione delle fabbriche; in Emilia invece il fascismo aveva già a quest’epoca delle forti organizzazioni.
Verso la fine del 1920, interviene anche nelle città la borghesia come elemento d’organizzazione e si hanno le squadre fasciste. Si apre in questo momento una serie di crisi, la crisi dei primi due anni.
Che cosa si discute: siamo noi un partito? Questo il problema del congresso di Roma, del congresso all’Augusteo: dobbiamo diventare un partito. Mussolini: rimaniamo ancora un movimento. Mussolini si sforzava di tener legate più masse possibili ed è per questo che egli ha sempre goduto maggior favore. La lotta era fra elementi che volevano abbattere apertamente le organizzazioni della classe operaia e coloro nei quali ancora forti erano i residui delle vecchie ideologie.
Mussolini tradisce il movimento dannunziano che poteva essere pericoloso. Nel 1920, prende un atteggiamento di simpatia verso l’occupazione delle fabbriche, ma poi cambia completamente. Ci sono allora i primi contatti aperti fra movimento fascista e l’organizzazione degli industriali. Si inizia l’offensiva che durerà due anni, fino alla marcia su Roma.
Era intervenuto l’elemento d’organizzazione gli agrari avevano dato la forma d’organizzazione squadrista a gli industriali l’avevano poi applicata nella città.
Da questa analisi si può dedurre la giustezza di quanto sostenevamo sui due elementi, sulle forze della piccola borghesia e sull’elemento di organizzazione costituito dalla grande borghesia.

giovedì 9 novembre 2017

Considerazioni libere (420): a proposito di un anno in cui non è successo niente...

Dodici mesi fa ci siamo svegliati con la notizia che Donald Trump sarebbe stato per i quattro anni successivi il presidente degli Stati Uniti d'America. A leggere i commenti di quelle ore e di quei giorni sembrava che tutto sarebbe cambiato e ovviamente non è cambiato nulla. Perché nulla poteva davvero cambiare.
E' cambiato il fotografo ufficiale della Casa Bianca, l'orto presidenziale è stato ridimensionato, ma al di là di questi aspetti di folklore politico, che tanto appassionano i giornalisti, quest'anno non è successo assolutamente nulla. Perché nulla doveva davvero succedere.
Capisco che in una cosa così complicata come il potere, anche la sua rappresentazione conta e quindi il cambio di stile presidenziale è un messaggio preciso, ma temo che questa ossessiva concentrazione per come il potere viene rappresentato ci nasconda quello che il potere effettivamente è. E probabilmente questo è proprio l'obiettivo. Mentre analizziamo ogni minima differenza di stile tra le due coppie presidenziali, perdiamo di vista la sostanziale continuità che c'è dagli anni Ottanta, ossia dalla presidenza di Ronald Reagan, il vero elemento di rottura e lo spartiacque tra un prima e un dopo. Non solo per gli Stati Uniti.
Di fatto la presidenza Reagan segna il momento in cui è finito un lungo ciclo che era iniziato alla fine della seconda guerra mondiale. Le forze del capitale, colpite al cuore dalla crisi finanziaria del '29, avevano dovuto cedere parte di quel potere che avevano assunto tra la fine dell'Ottocento e soprattutto nei primi decenni del Novecento, grazie anche al primo conflitto mondiale. Quella guerra, di cui erano state le assolute protagoniste e le vere vincitrici, finì per essere esiziale alle forze del capitale, proprio perché erano cresciute troppo, senza alcun controllo - il capitale non è mai capace di autoregolarsi, è smodato per natura - e quindi la crisi del '29 fu l'inevitabile tracollo di una costruzione che, come la torre di Babele nella tradizione biblica, era destinata a crollare a causa dell'arroganza di chi la voleva erigere sempre più alta.
Il dramma dei fascismi e soprattutto la seconda guerra mondiale offrirono alle forze del capitale la possibilità di riprendersi, a patto che accettassero delle regole, che ovviamente furono imposte loro dall'esterno. Il secondo dopoguerra è stato il tempo in cui le idee del socialismo, attraverso la mediazione della politica, hanno definito i limiti entro cui il capitalismo poteva svolgere il proprio corso.
A livello internazionale questo equilibro era rappresentato dal bipolarismo tra Stati Uniti e Unione sovietica, ma in ogni paese - Stati Uniti compresi - esisteva questo equilibrio, perché - al di là delle etichette diverse che questo movimento assumeva di paese in paese - i lavoratori avevano compreso il proprio ruolo, avevano capito che erano stati loro a portare il peso del conflitto e a sconfiggere il fascismo, per cui ora ne chiedevano conto. Non erano più disposti, dopo tutto quello che avevano patito, a tornare sudditi delle forze del capitale, come era all'inizio del Novecento.
Era cambiato il mondo ed erano cambiati i soggetti che agivano sul piano politico. Per questo almeno fino a tutti gli anni Settanta la politica era un potere, un potere autonomo, che certo poteva subire condizionamenti da quello economico e ne subì - l'omicidio Kennedy è l'episodio più emblematico di questo scontro tra la politica e le forze del capitale - ma chi sedeva alla Casa Bianca e al Congresso - così come i leader europei - erano espressione di quel potere che aveva la forza di tenere il capitalismo entro dei limiti, che da solo non sarebbe riuscito a darsi e che non avrebbe saputo e voluto rispettare.
Peraltro - ed è uno degli aspetti più interessanti di questa storia - proprio il fatto che il capitalismo fosse soggetto a dei limiti ha permesso l'enorme sviluppo economico degli anni Cinquanta e Sessanta, quello che in Italia siamo soliti chiamare boom. Il capitalismo è uscito davvero dalla crisi mortale del '29 - quando qualcuno disse che era definitivamente morto - proprio grazie a questi limiti, a quanto di socialismo la politica seppe imporre.
La presidenza Reagan - seguendo quella di Nixon - tolse quei limiti e lasciò che il capitalismo sfogasse tutta la sua forza. Nixon, come sappiamo, fu fermato. Reagan no: ormai il capitalismo era diventato troppo forte, troppo capace di condizionare le persone a livello etico e culturale e quindi si spezzò l'equilibrio che aveva regolato il mondo dalla fine della seconda guerra mondiale. Ora noi viviamo in quel mondo lì, in cui il capitalismo domina senza freni, dispiegando tutta la propria violenza, non riconoscendo alcun limite e alcuna regola, perché incapace di darsene e troppo forte per essere costretto ad accettarle dall'esterno. Di fronte a questo potere davvero cambia poco chi sia il presidente degli Stati Uniti, se un intellettuale afroamericano di idee progressiste o un miliardario reazionario wasp. Certo per le forze del capitale è più facile avere a che fare con un miliardario, ma è sostanzialmente ininfluente, perché le decisioni che contano vengono prese in altre sedi o meglio ormai non serve neppure più che ci sia un luogo in cui si prendono le decisioni, basta lasciare libera la bestia del capitale: meno regole ha, più si muove con violenza, più persone uccide, più ricche diventano le pochissime persone che alla fine dell'anno incassano i dividendi.
Forse l'unica speranza è che il sistema, come successe nel '29, collassi su se stesso. Sappiamo però che cosa significò allora, che conseguenze terribili ebbe quel disastro, cosa significò la guerra che ne seguì per intere generazioni. Alle condizioni dei nostri tempi, con la tecnologia distruttiva di cui disponiamo, si tratta di una prospettiva che ci lascia semplicemente annichiliti.

martedì 7 novembre 2017

Verba volant (454): mortadella...

Mortadella, sost. f.

Sta per chiudere il salumificio artigiano Pasquini & Brusiani. Per chi non è di Bologna questa notizia non è particolarmente significativa - e probabilmente anche per molti bolognesi questa cosa non vuol dire nulla - ma si trattava dell'ultimo salumificio artigiano rimasto nel territorio comunale di Bologna.
E quindi da oggi a Bologna non si produrrà più la mortadella. O meglio la mortadella Bologna, visto che questo insaccato cotto, dall'inconfondibile colore rosa, è diventato nei secoli uno dei simboli della città, tanto da assumerne il nome. Al museo archeologico è conservata una stele funeraria romana di epoca imperiale in cui sono raffigurati sette maialini portati al pascolo, un pestello e un mortaio: la prima testimonianza di un produttore di mortadella, visto che questa parola deriva proprio da mortarium. Poi della mortadella si parla in alcuni testi del Trecento, anche se la sua ricetta viene codificata solo nel 1644 nel trattato dell'agronomo bolognese Vincenzo Tanara intitolato L'economia del cittadino in villa. Qualche anno dopo, nel 1661, il cardinal legato Girolamo Farnese pubblicò un bando in cui si vietava di utilizzare per la mortadella carni che non fossero di maiale: si tratta probabilmente del primo provvedimento legislativo a tutela di una specialità gastronomica.
Quel salumificio era in attività dal 1958, quando Ennio Pasquini lo aprì, insieme al suocero Roberto Brusiani. Quest'ultimo è morto nel '72, mentre Pasquini nell'aprile scorso, a 83 anni. In qualche modo la storia di quel salumificio artigiano era segnata: era destinato a chiudere, nonostante l'impegno dei familiari di Pasquini, che hanno cercato di tenere in piedi l'attività. Ormai la mortadella si produce in altri stabilimenti e con altri ritmi di lavoro. Non c'è praticamente più spazio per un'attività come il salumificio Pasquini & Brusiani, nonostante la molta retorica sulle eccellenze alimentari. Chi detta legge sono i buyers della grande distribuzione.
Quel salumificio era da sempre in via delle Tofane, in quello che un tempo era il cuore industriale della città. A pochi metri c'era la Weber, la fabbrica dei carburatori fondata all'inizio degli anni venti e che è stata per anni uno dei simboli della meccanica bolognese. Due attività molto diverse, per storia e dimensione - e ovviamente per prodotto - ma in fondo anche simili, perché accomunate dalla capacità di saper fare e da una certa etica del lavoro.
La ricchezza di Bologna stava appunto in questo rapporto fecondo tra grandi realtà industriali - a pochi chilometri da lì c'è ancora la Ducati, per dirne una tra le tante - e piccole realtà artigiane. E nella capacità di una classe sociale, vasta e popolare, di affermarsi attraverso il proprio lavoro, le proprie capacità, il proprio ingegno, la propria dedizione. La mortadella di Pasquini era così buona perché lui sapeva scegliere le carni e sapeva come lavorarle, ma anche perché qualcuno aveva saputo costruire, con altrettanta perizia, quella macchina tritacarne - che si chiama significativamente sterminio - che si usa per fare la mortadella. E allo stesso modo i carburatori Weber erano così efficienti perché c'erano tanti operai che li sapevano fare così bene.
Si tratta di generazioni di lavoratori che hanno appreso il lavoro in fabbrica. Ennio aveva cominciato da ragazzo a lavorare nel salumificio Raimondi, dove conobbe il futuro suocero; e quel salumificio artigiano sarebbe diventato negli anni successivi la Felsineo s.p.a., una delle aziende che produce ancora a livello industriale le mortadelle che troviamo nei supermercati. C'è anche un'altra storia curiosa: Brusiani aveva due figlie, una sposò Raimondi e l'altra Pasquini, una il padrone e una il garzone, che poi sarebbe diventato a sua volta padrone del suo salumificio, perché quella era allora la mobilità sociale e tutti lavoravano insieme. Comunque Ennio ha imparato così il mestiere, vedendo quello che faceva il vecchio Raimondi. Come generazioni di operai della Weber hanno imparato la meccanica guardando quello che facevano i loro colleghi più vecchi e gli uni e gli altri, i giovani che stavano imparando e i vecchi che insegnavano, proprio per questo erano considerati risorse preziose e insostituibili per quell'azienda, in un'epoca in cui il jobs act era molto lontano e lavorare alla Weber significava avere il posto fisso, per tutta la vita.
Ed era una città in cui, grazie proprio a questa rete di grandi aziende e di realtà artigiane, si creò una forte coscienza di classe, che si manifestava naturalmente nell'adesione di massa al Pci, ma anche in una rete solidale e mutualistica, che toccava praticamente tutti gli aspetti della vita delle persone. Quegli operai e quegli artigiani vivevano spesso nelle case costruite dalle cooperative a proprietà indivisa, erano soci delle cooperative di consumo, erano iscritti all'Arci. Da via delle Tofane arrivavi in dieci minuti a piedi alla Casetta rossa, una storica casa del popolo, dove, tra le molte altre attività politiche, ricreative, sportive, ebbe vita, a partire dagli anni Cinquanta, l'esperienza del Teatro di massa. Quella era la città che per alcuni decenni è stata un fecondo laboratorio politico, in cui i valori del comunismo hanno permesso una crescita economica spettacolare, grazie proprio all'etica del lavoro, a una forte idea di solidarietà e a una cultura diffusa.
Dobbiamo essere tristi per la chiusura del salumificio Pasquini & Brusiani non perché non mangeremo più la mortadella o il salame rosa - un insaccato che sta andando perduto - o le altre loro specialità, ma perché è il segno che quella città non c'è più. E non ci sarà più. La Weber è di proprietà di una multinazionale che ha sede a Londra e che in Italia applica selvaggiamente il jobs act. Nella Casetta rossa c'è la sede del pd e rimane il punto di aggregazione solo per qualche anziano. La Coop vende solo mortadelle prodotte in grandi stabilimenti, perché è l'unico modo in cui riesce a tenere i prezzi più bassi. Molte di quelle fabbriche sono diventate condomini o, peggio, strutture commerciali, tutte con gli stessi negozi, con gli stessi marchi. E ovviamente non c'è più posto per la mortadella di Pasquini; e per molte altre cose.

domenica 5 novembre 2017

da "La giornata d'uno scrutatore" di Italo Calvino

Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite - nomi forse di dimenticati benefattori - inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia. 
C'era l'abitudine tra i sostenitori dell'opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che con il cattivo tempo, molti elettori dei democristiani non avrebbero messo il naso fuori di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni; era ormai il 1953 e, con tante elezioni che c'erano state, s'era visto che, pioggia o sole, l'organizzazione per far votare tutti funzionava sempre. Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la «legge truffa» l'avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50% +1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi...
Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c'è da aspettarseli da un giorno all'altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un'esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.
D'altro canto, c'era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire.

sabato 4 novembre 2017

Verba volant (453): bicicletta...

Bicicletta, sost. f. 

Devo fare una confessione e spero che i miei colleghi della polizia municipale non leggano questa definizione; comunque credo che anche i miei "reati" stradali siano ormai andati in prescrizione. Quando vivevo a Bologna sono stato un ciclista indisciplinato: sono passato con il rosso, ho preso strade contromano, ho fatto qualche pezzo di portico. Sono stato anche uno scooterista indisciplinato, ma con il motorino non sono mai andato sotto i portici. Nonostante tutto questo, sono stato fortunato e non ho mai fatto incidenti. E non ho mai preso una multa. Adesso sono soltanto un pedone e cerco di essere abbastanza disciplinato, sarà l'età.
Scrivo questo - che a voi giustamente non interessa - perché il sedicente sindaco di Bologna ha chiesto ai vigili di prestare maggiore attenzione alle infrazioni commesse da chi va in bicicletta, anche cominciando a dare loro delle multe. Come ci si poteva attendere questa decisione è stata accolta o con ironia o con rabbia da chi utilizza le due ruote: il vero problema, secondo loro, sono gli automobilisti, sono loro che provocano gli incidenti e sono loro che dovrebbero essere multati. Alcuni l'hanno messa anche in politica: una città, specialmente una città "fragile" come Bologna, dovrebbe incentivare i suoi cittadini a usare la bicicletta per i propri normali spostamenti, dovrebbe ringraziarli e non multarli, quindi questa campagna sarebbe sbagliata. Stavolta, purtroppo, mi tocca essere d'accordo con Merola.
E' curioso come, qualunque cosa accada, ci sentiamo sempre membri di una categoria e come, in quanto tali, tendiamo a difenderci, anche quando siamo indifendibili. E siamo anche capaci di essere ottusamente corporativi a corrente alternata: quindi, se un giorno andiamo in bici, pensiamo che i ciclisti abbiano più diritti di tutti, mentre se il giorno dopo prendiamo l'auto, allora diventiamo strenui paladini dei diritti degli automobilisti. Perché in sostanza noi abbiamo sempre ragione e gli altri hanno sempre torto, ma soprattutto noi possiamo anche infrangere le regole, quando ci fa comodo, mentre gli altri non possono mai farlo. E troviamo sempre una giustificazione per assolverci.
Ma la questione ancora più grave è che preferiamo divagare - e quindi ci accapigliamo sulle multe ai ciclisti - piuttosto che affrontare una questione così importante come la mobilità nelle nostre città, un problema che ci riguarda tutti, indipendente dal mezzo che usiamo per spostarci, anzi che ci riguarda anche se non ci spostiamo affatto, perché incide direttamente sulla qualità dell'aria, sull'inquinamento acustico, sul modo in cui vivono tutti i cittadini.
Le città in cui viviamo stanno letteralmente collassando sotto il peso dei nostri mezzi di trasporto e noi guardiamo da un'altra parte, perché non vogliamo rinunciare a quello che consideriamo ormai un nostro diritto, ossia spostarci da una parte all'altra il più velocemente possibile, e, se proprio vediamo che tutti non possiamo farlo contemporaneamente, pensiamo che gli altri dovrebbero fermarsi per fare posto a noi. Se ci chiedono se pensiamo che sia giusto limitare il traffico, tutti siamo favorevoli, beninteso basti che non vengano posti limiti a noi, perché noi abbiamo proprio bisogno di andare di qua e di là. E' giusto vietare il traffico, ma per noi deve essere fatta un'eccezione. E questo vale per tutti: automobilisti, ciclisti, pedoni.
Dovremmo cominciare a capire che è il venuto il momento di fermarsi, di non continuare a pretendere di potersi muovere sempre, perché le nostre città non possono resistere e anche noi, alla lunga, non possiamo resistere a questo stile di vita, che ci sta distruggendo.
Invece: fermatevi tutti, che passiamo noi.