lunedì 22 maggio 2017

Verba volant (385): rispetto...

Rispetto, sost. m.

Francamente abbiamo parlato troppo di questa storia dei vaccini - l'ho fatto anch'io in un'altra definizione - e soprattutto ne abbiamo parlato male, senza mai davvero ascoltarci. Lo facciamo sempre di più, anche su argomenti meno importanti di questo. Ora io non voglio tornarci, però credo che questa vicenda possa raccontare qualcosa di noi, di quello che siamo diventati, meglio di tanti saggi e studi sociologici.
Al netto di tutte le speculazioni politiche, delle polemiche più o meno capziose, anche dei ragionamenti in buona fede, cosa ci dice questa storia? Semplicemente che non siamo più disposti a fidarci, che non abbiamo più rispetto per gli altri, o che ne abbiamo sempre meno.
Sarà che io sono nato e cresciuto in campagna nei Settanta del secolo scorso, ma ricordo un mondo un po' diverso da questo. Mio nonno, il padre di mia madre, faceva il mio stesso lavoro: l'impiegato comunale. Era maestro elementare, scoppiata la guerra era diventato ufficiale, poi non aveva aderito alla repubblica di Salò e non appena finì la guerra, siccome era socialista e aveva un po' studiato, entrò in comune; nulla di particolarmente eroico, una storia come tante, ma mio nonno, proprio perché era un dipendente comunale, era una persona stimata nel suo paese. Il suo giudizio valeva qualcosa, anche al di là dei suoi meriti e dei suoi demeriti; e come lui gli altri che facevano quello stesso lavoro. Per me e per quelli della mia generazione non è così; anzi se godo di un qualche credito è nonostante il fatto che sia un dipendente pubblico.
Ora non credo che quel mondo là fosse migliore di questo solo perché si credeva a quello che dicevano gli impiegati comunali, i dottori - a cui si faceva il regalo per natale - i maestri - anche quando tiravano una sberla ai loro alunni - si credeva perfino a quello che era scritto sui giornali e a quello che dicevano i politici. Anche allora i dottori mentivano, per incapacità o per dolo, figurarsi i politici e i giornali, però in quel mondo là c'era un rispetto diverso dei ruoli. E delle persone. Un rispetto di cui non godevano le donne e questo era un problema molto grave di quella società, su cui per fortuna c'è stata una reazione, c'è stata una battaglia, il cui esito però non è così scontato come ci illudiamo che sia.
Mi piacerebbe capire quando abbiamo smesso di avere questo rispetto, quando il mondo è così cambiato. Immagino che molti di voi mi considereranno un conservatore perché faccio un discorso del genere, che avrebbe potuto fare mio nonno, che infatti lo era, nonostante fosse socialista, perché ad esempio pensava che sua moglie avesse meno diritti di lui di decidere sulle questioni importanti della famiglia; e sua figlia ancora meno. Provo a non essere come mio nonno e credo che lui su molte cose sbagliasse, però non riesco neppure a farmi andare bene una società come la nostra, in cui non ci fidiamo più di nessuno. E in cui, quando leggiamo una notizia sul giornale, pensiamo sia manipolata, in cui siamo convinti che i medici siano tutti al servizio delle industrie farmaceutiche, e potrei andare avanti così facendo molti altri esempi, ma lo sapete anche voi, lo sentite tutti i giorni.
Poi il rispetto bisogna meritarselo e so bene che non ce lo meritiamo, tutti noi. Se non ci fidiamo è perché sono più le volte che ci hanno mentito di quelle che ci hanno detto la verità, ma anche perché noi abbiamo spesso mentito, e siamo pronti a farlo per averne un vantaggio. Siccome non abbiamo rispetto di noi stessi e sappiamo che saremmo pronti a fregare gli altri, se fossimo sicuri di farla franca, non abbiamo neppure rispetto per gli altri e pensiamo siano sempre lì pronti a ingannarci per il loro tornaconto. Per questo non è un bel mondo quello che stiamo per lasciare ai nostri figli.
La parola rispetto ha un significato etimologico interessante: deriva dal verbo latino respicere che propriamente significa guardare di nuovo, guardare due volte. E noi spesso non guardiamo neppure una volta, tanto siamo convinti di sapere già tutto. Avere rispetto non è solo fidarsi in maniera cieca di quello che ci dicono, solo perché quelli che ce lo dicono sono più importanti, più ricchi, più famosi di noi, ma capire quello che ci dicono, anche non accontentandosi, capire quello che ci vogliono dire. Usare la critica, pensare con la propria testa, non è sinonimo di non fidarsi, come avviene adesso, ma di riconoscere di chi fidarsi, sapendo che gli altri si possono fidare di noi. Perché il rispetto si concede, ma si ottiene, nello stesso tempo e nello stesso rapporto; questa regola vale in famiglia, come nella società. E una società in cui ci si fida funziona un po' meglio, e forse non è un caso che vogliono che non ci fidiamo, vogliono che siamo sempre così violentemente diffidenti, vogliono che non ci parliamo e non ci ascoltiamo.    

venerdì 19 maggio 2017

Verba volant (384): segreto...

Segreto, sost. m.

Erano gli anni del confronto nucleare tra Stati Uniti e Unione sovietica, gli anni della paura della bomba. La situazione rimane in equilibrio, anzi la pace è garantita proprio da questo equilibrio muscolare, ma un giorno a una flotta di bombardieri americani viene emanato l'ordine esecutivo di dirigersi verso le basi russe e di attaccarle. Quando ci si rende conto che non è più possibile annullare l'ordine di attacco fatto scattare dal generale Ripper, il presidente Muffley convoca nella war room i generali e i suoi consiglieri più fidati e, a sorpresa, l'ambasciatore De Sadeski. Molti militari sono contrari al fatto che il rappresentante del paese nemico sia lì, ma Muffley si impone e chiama al telefono il premier Kisov, con cui concorda di abbattere gli aerei americani prima che raggiungano i propri obiettivi in Unione sovietica. Sembra che questo scambio di informazioni, assolutamente irrituale, riesca a bloccare l'attacco e quindi a salvare il pianeta, ma un aereo riesce comunque a sganciare il proprio ordigno sulla base di Laputa. Naturalmente nulla di tutto questo è mai accaduto veramente; fosse successo, non saremmo qui a raccontarlo. Sapete che si tratta di un film, del capolavoro di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
Ho raccontato questa storia come fosse vera - e forse è più vera di molte notizie che leggiamo quotidianamente sui giornali - perché in questi giorni un altro presidente degli Stati Uniti, a dire il vero molto diverso da quello interpretato da Peter Sellers, è accusato di aver fornito informazioni riservate, se non addirittura segrete, alla Russia, che non è più l'Unione sovietica, ma è pur sempre una potenza concorrente, anche se forse non la più temuta da Washington: è cambiato parecchio il mondo in questi cinquant'anni. 
Devo dire che è piuttosto ipocrita l'atteggiamento degli avversari di Trump. I governi da sempre si scambiano informazioni riservate, vere e false, segreti veri, facendo finta che siano falsi, e segreti falsi, facendo finta che siano veri. E si scambiano tutte queste informazioni anche se sono nemici, perché magari servono per combattere contro un nemico di entrambi o contro qualcuno che potrebbe diventare un nemico. Teoricamente Stati Uniti e Russia adesso dovrebbero combattere come alleati contro i terroristi islamici e quindi dovrebbe essere normale questo scambio di informazioni segrete. Ma forse nessuno di loro ha troppa voglia di far sapere all'altro quali sono i terroristi "amici". Anzi meno si combatte con le armi, anche se donne e uomini continuano a morire in tutto il mondo a causa delle guerre, più si combatte per e con le informazioni, perché da sempre sapere è potere.
Non ho alcuna stima né di Trump né di Putin, anzi credo che entrambi abbiano molto meno potere di quanto vogliano farci credere o di quanto forse loro stessi credano di avere. Sono altri, in altri luoghi, che decidono che guerre fare, contro chi e con quali obiettivi, e che decidono che informazioni possono essere scambiate e soprattutto quali possono arrivare fino a noi. Ci sono segreti ben custoditi, a cui non accedono né il presidente degli Stati Uniti né l'autocrate che siede al Cremlino, ma che sono gelosamente custoditi in qualche grattacielo di Wall street o in qualche luogo ancora più anonimo.
Era un mondo che faceva paura quello raccontato da Stanley Kubrick, era un mondo sempre sull'orlo del precipizio, un mondo che poteva essere distrutto da un generale impazzito perché diventato impotente o da un ragazzino entrato con il suo computer nel "cervellone" del Pentagono. Ma era anche un mondo più semplice, in cui si sapeva da che parte stare e in cui la politica aveva un peso: se i leader degli Stati Uniti e dell'Unione sovietica si parlavano e si mettevano d'accordo, magari scambiandosi qualche reciproco segreto, qualcosa poteva cambiare. Quando Trump e Putin si incontreranno, chi decide davvero, chi decide per loro, saprà già contro chi sarà la prossima guerra, a quanto si venderanno le armi e le materie prime necessarie per l'industria bellica, quanto guadagneranno da quel conflitto. E noi, che siamo le vere vittime di questa guerra, la guerra di classe contro i poveri, contro i lavoratori, possiamo far finta che ci siano segreti da svelare, mentre è tutto così chiaro, tutto sotto i nostri occhi.

giovedì 18 maggio 2017

Considerazioni libere (418): a proposito di un passato da lasciarci alle spalle...

Ho letto con amarezza e sconforto le ultime dichiarazioni di Pier Luigi Bersani, a cui, nonostante tutto, va riconosciuto il merito di esprimere quello che pensa in maniera chiara. In sostanza Bersani dice che occorre fare rinascere il centrosinistra - e fin qui non è una novità - attraverso una federazione di forze politiche, tra cui deve esserci necessariamente il pd renziano. Qui sta il primo dato problematico: Bersani prende atto del risultato delle primarie, che evidentemente pensava - illudendosi - sarebbero andate in modo diverso e riconosce il pd, da cui è uscito in maniera clamorosa, come elemento fondante dello schieramento di centrosinistra. Qui sta la parte più scivolosa del suo ragionamento: ne è egli stesso consapevole e infatti tenta di distinguere tra il gruppo dirigente renziano e i militanti renziani, questi ultimi secondo lui certamente legati al centrosinistra, dato non scontato per i primi. E proprio per questo Bersani spiega che renzi non può essere il federatore di questo nuovo centrosinistra. L'ex segretario del pd dice di avere in mente diverse figure che potrebbero svolgere questo ruolo, ma di questi possibili e immaginifici federatori cita soltanto Giuliano Pisapia.
Se il contributo di Bersani e dei suoi amici alla ricostruzione della sinistra in Italia si ferma qui, allora ringrazio, rifiuto e vado avanti. Conoscendo un po' Bersani e i suoi amici temevo che la montagna avrebbe partorito questo asfittico topolino. Certamente non voterò per Mdp se la prospettiva è quella di sostenere un centrosinistra con dentro il pd, perché il partito di renzi ormai non fa più parte di questo schieramento, non ne fanno più parte i suoi dirigenti né molti dei suoi iscritti: quelli del pd sono un'altra cosa, sono quello che in Francia è rappresentato da Macron, un movimento che si definisce di sinistra solo perché ha un'idea alta dei diritti civili. Ma pensare che le persone omosessuali si possano sposare non significa essere di sinistra; e infatti in Europa molti partiti dichiaratamente di destra sostengono questa tesi. Ho l'impressione che anche Bersani, che pure dice - giustamente - che "la sinistra esiste in natura" ha dimenticato cosa significhi essere di sinistra, probabilmente perché da tempo, da molto tempo prima che nascesse il pd, ha smesso di esserlo o almeno ha smesso di fare politiche di sinistra.
Naturalmente sono consapevole che nel pd è rimasta anche una quota non irrilevante di persone che davvero sono di sinistra, le conosco, so quanto valgono, ho lavorato insieme a loro troppi anni per non sapere cosa possono ancora dare, ma la scelta di rimanere in quel partito, per quanto umanamente comprensibile, è politicamente miope.
Sento che Pisapia, uno dei possibili federatori, parla di "nuovo Ulivo". No, basta. E dobbiamo dirlo prima di tutto noi, che abbiamo fatto quello vecchio, perché siamo stati noi a mettere le basi per il jobs act, per le privatizzazioni selvagge dei servizi pubblici, per la vendita ai privati dei beni comuni, per tutto quello che adesso imputiamo a renzi. E' colpa nostra se è nato renzi: o lo riconosciamo - e Bersani non mi pare disposto a farlo - o moriamo. Probabilmente a questo punto la seconda opzione è quella preferibile, perché finché noi continueremo a fare politica, ci sarà qualcuno che crederà che la sinistra è lo schifo che siamo stati noi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. La sinistra deve liberarsi di noi, del nostro buon senso, della nostra moderazione, della nostra capacità di essere corretti, deve gettarci via in maniera definitiva. E quindi dovete essere politicamente scorretti, smoderati, radicali, rivoluzionari perfino, tutto quello che noi non siamo stati, non abbiamo voluto essere. Prima lo farete meglio sarà.

mercoledì 17 maggio 2017

Verba volant (383): comune...

Comune, sost. m.

Leggendo i giornali pare che esista soltanto il comune di Roma; non è proprio così. In Italia ci sono 7.461 comuni con meno di 20.000 abitanti: sono il 93,4% di tutti i comuni italiani. E di questi, quelli molto piccoli, ossia con meno di 2.000 abitanti, sono 3.477, praticamente la metà. Un po' più del 40% di noi italiani vive in uno di questi piccoli comuni. Dovrebbe essere qualcosa di cui occuparsi, al di là delle notizie di cronaca.
A Cencenighe Agordino, nel bellunese, quest'anno avrebbero dovuto esserci le elezioni per il rinnovo del consiglio comunale e del sindaco, ma i cittadini non voteranno, perché nessuno si è candidato. E lo stesso succede a Penna San Giovanni, paese delle colline maceratesi colpito dal terremoto. Il sindaco uscente del paese dolomitico, assurto per la prima volta agli onori delle cronache nazionali, ha spiegato con rammarico che nessun suo concittadino ha voluto candidarsi, perché fare il sindaco non è facile, a Cencenighe come a Roma, richiede un impegno costante e giornaliero, a Cencenighe come a Roma, e non è adeguatamente retribuito, a Cencenighe come in tutti i piccoli e piccolissimi comuni italiani. Il sindaco di Cencenighe prende 900 euro lordi al mese, quindi o lavora, non riuscendo a dedicare tutto il tempo necessario all'amministrazione del suo paese, o è ricco di suo. Oppure arrotonda in qualche altro modo non proprio commendevole, ma a Cencenighe è praticamente impossibile anche rubare.
In questi anni ci siamo giustamente indignati per i politici che si sono arricchiti grazie alla politica; anzi ci sono stati giornalisti che hanno fatto fortuna, anche economica, denunciando i politici che diventavano sempre più ricchi, e ci sono politici che hanno fatto carriera - e quindi sono diventati anche loro ricchi - tuonando contro questo malcostume. Ripensandoci, la "casta" in questi anni ha dato da mangiare a tante famiglie. E non è stato scritto un articolo - figurarsi un libro - per raccontare la quotidianità dei tanti sindaci e amministratori, migliaia visti i numeri che citavo prima, che hanno dovuto lavorare in queste difficili condizioni, che hanno comunque tirato avanti la baracca.
E comunque non è soltanto un problema di soldi, anche se i soldi sono un problema, perché un lavoro deve essere adeguatamente retribuito, sempre. Nonostante la tanta retorica spesa a favore delle autonomie - in questo paese c'è stato perfino un ministro dell'interno espresso da un partito che sosteneva il federalismo - nonostante che per tre volte sia stata proposta una riforma radicale del Titolo V della Costituzione, ossia l'insieme delle norme che regolano gli enti locali, dei comuni e di chi li amministra ci siamo sostanzialmente disinteressati.
Anzi negli ultimi dieci anni, con il pretesto della crisi, sono stati ridotti i poteri dei sindaci, le cui scelte devono districarsi in un ginepraio sempre più fitto di norme, circolari, bizantinismi burocratici. I sindaci sono diventati più deboli, li hanno fatti diventare, in maniera programmatica, più deboli, per non parlare dei consigli comunali che sono ormai simulacri di organi legislativi. Un sindaco, a Roma come a Cencenighe, ha sempre minore autonomia, può incidere sempre meno sulla vita della sua comunità, poi il sindaco di Roma viene invitato nei talk show, fa parte del circo della politica televisiva, ma quello di Cencenighe no, quando va bene prende le critiche dei suoi concittadini che non capiscono perché le tasse comunali diventano sempre più alte, perché i servizi comunali peggiorano e costano sempre di più, perché ci sono sempre meno soldi per sistemare le strade. Spesso non lo capisce neppure il sindaco perché è costretto a fare così, figurarsi gli altri.
Da quasi trent'anni ci dicono che la politica fa schifo, che i politici sono bugiardi, ladri e imbroglioni, e poi ci stupiamo che nessuno voglia fare il sindaco a Cencenighe. E infatti il sindaco di quella piccola realtà, con i suoi 900 euro lordi al mese, viene considerato "casta", perché comunque è un politico, che per lo più ratifica scelte fatte da altri e con il rischio di prendersi una denuncia. Perché uno sano di mente dovrebbe fare il sindaco di Cencenighe?

mercoledì 10 maggio 2017

Verba volant (382): cravatta

Cravatta, sost. f.

Curiosamente la cravatta è una di quelle tante cose che è arrivata in Europa con la guerra: la Guerra dei Trent'anni per la precisione, che in Italia è conosciuta soprattutto per essere stata raccontata da Alessandro Manzoni nei Promessi sposi. Tranquilli, non mi metterò a raccontarvi le complicate dinamiche di quel conflitto, che sconvolse l'intera Europa del Seicento, mi basta ricordare che nell'esercito francese combattevano anche dei mercenari croati, che erano abituati a indossare dei piccoli foulard annodati al collo, il cui lembo scendeva lungo il petto. I parigini, che forse avrebbero fatto meglio a pensare alle sorti della guerra - ma si sa che ancora oggi preferiamo occuparci di cose più futili - si invaghirono di quella moda portata dai soldati croates e quindi cominciarono a chiamare quel pezzo di stoffa cravate.
Credo di aver indossato una cravatta per l'ultima volta al mio matrimonio, eppure una vita fa la portavo regolarmente, tutti i giorni: era una parte sostanziale della mia divisa da lavoro da funzionario di partito. A dire il vero già allora alternavo quell'outfit classico - come direbbe la collega blogger Chiara Ferragni - a camicie dalle fantasie improbabili; fortunatamente di quelle non ci sono foto nella rete e quindi quei miei reati al buon gusto sono caduti in prescrizione. La cravatta era un piccolo segno di distinzione per noi comunisti, forse soprattutto per noi comunisti, perché era un accessorio dell'abbigliamento borghese. Ricordo un compagno di Granarolo, Pietro Gardenghi, che nella sua vita aveva sempre fatto l'imbianchino e continuava a farlo nelle Feste dell'Unità, con perizia artigianale e passione politica. Eppure Pietro, che tutti i giorni indossava una tuta perennemente sporca di vernice, quando c'era una qualche manifestazione, specialmente se si andava a Roma, tirava fuori il tre pezzi; e ovviamente la cravatta. Forse memore che nel 1975 il compagno Ingrao, diventato presidente della Camera, impose l'obbligo di questo indumento per i parlamentari. Potevamo anche aver conquistato i parlamenti borghesi, potevamo anche voler fare la rivoluzione, ma con stile.
Leggo che invece alla cena con Obama a Milano era obbligo non indossare la cravatta. Era proprio specificato nell'invito. Pare che solo Monti non abbia resistito e si sia presentato incravattato, sperando che non lo avrebbero notato, ma renzi l'ha amichevolmente costretto a togliersela. E quindi siamo tornati a essere tutti uguali, tutti senza cravatta, come si usa adesso: come sono diventati democratici i padroni.
Io comunque a Monti senza cravatta continuo a preferire Gardenghi, pugno chiuso e tre pezzi.  

lunedì 8 maggio 2017

Verba volant (381): inseguire...

Inseguire, v. tr.

Voglio riprendere la questione della legge sulla legittima difesa, ma non torno sul merito - perché l'ho fatto in un'altra definizione - ma voglio provare, a partire da quello che abbiamo detto e scritto in questi giorni, a ricavarne una riflessione sul metodo: in particolare sulla debolezza della politica.
Quello della legittima difesa è evidentemente un argomento rilevante, anche se non così fondamentale come vorrebbero farci credere, che potenzialmente riguarda poche persone, ma che tocca comunque un aspetto importante del rapporto tra i cittadini - tutti noi cittadini - e la giustizia. In fondo lo stato nasce essenzialmente per sottrarre l'uso della forza agli uomini in favore di una struttura che, sola, abbia i titoli per usarla. La condizione di natura è che ciascuno di noi dovrebbe proteggere se stesso, la propria famiglia e le proprie cose, difendendosi, con ogni mezzo, compresa la forza, quando qualcuno ci attacca. Costruendo uno stato, dandoci un sistema di leggi, abbiamo più o meno consapevolmente deciso di rinunciare a questo diritto - un diritto che a dire il vero implicava molti rischi - a favore di un sistema in cui sono maggiori i doveri, ma in cui c'è evidentemente maggior sicurezza. E' naturale che nel corso del tempo, e per il mutare delle condizioni culturali, economiche e sociali questo rapporto complesso muti, e quindi che le leggi cambino, andando in una direzione piuttosto che in un'altra.
Quello che mi interessa è chi decide questa direzione. E curiosamente non è più la politica. E' qualcosa a cui dobbiamo abituarci, anche noi che siamo cresciuti in un mondo diverso, in cui la politica aveva un ruolo ben più definito rispetto a quello che ha adesso, e proprio perché non ci abituiamo - alcuni, come me, non vogliono abituarsi - facciamo fatica a capire quello che sta succedendo. Eppure dobbiamo provarci. Prendo l'esempio della legittima difesa perché è quello più recente, quello che potete ricordare meglio, ma, se vi fermate a pensare, ve ne possono venire in mente molti altri.
Guardate quello che è capitato in questi giorni: la politica è sempre stata un passo indietro, è sempre stata nella condizione dell'inseguitore e quindi è andata dove vedeva andare i cittadini. Le persone hanno espresso una richiesta di sicurezza ed è stata cambiata la legge, poi sono state fatte emergere le contraddizioni di quella legge e quindi sono state promesse delle modifiche. E quindi abbiamo assistito al paradosso che il partito di maggioranza che ha approvato la legge, l'ha sconfessata dopo qualche ora; e ora propone delle modifiche, ma non sa quali, perché non ha ancora capito quale sarà la direzione che prenderà l'opinione pubblica. E così assistiamo a questo stallo, in cui peraltro si dibattono anche altre forze politiche, a partire dal più grande partito di opposizione. Non basta a spiegare questo fenomeno la pochezza dei cosiddetti leader politici. Non è solo la ricerca di un facile consenso elettorale, è proprio l'incapacità di costruire un sistema in cui la politica stia al passo e guidi i cittadini.
Io non ho nostalgia di partiti-chiese che dettano la linea; e sinceramente questa credo sia una caricatura di un fenomeno che non è mai esistito nella nostra storia recente. Però i partiti di massa erano un'altra cosa, perché il loro obiettivo non era quello di inseguire, ma quello di guidare. Non sempre ci riuscivano, non sempre il percorso era lineare, non sempre le persone erano disposte a farsi condurre e quindi il partito doveva fermarsi o modificare il percorso, fino ad arretrare, per far sì che il cammino fosse di tutti. Pensate ad esempio al tema dei diritti in un grande partito di massa come il Pci. Al di là di quello che ne potevano pensare gli intellettuali che lo guidavano, le posizioni del partito erano meno progressiste di quello che ci sarebbe potuto aspettare, perché le persone - diciamo la base, per spiegarsi - non sarebbe stata disposta ad accettare certe idee. Penso al tema dei diritti delle persone omosessuali, in cui ci si scontrò evidentemente con un sentimento di diffuso bigottismo. Però anche in casi come questi non era mai la politica a inseguire, la politica cercava di evitare strappi, certo segnava il passo, spesso non dava il meglio di sé, ma non cedeva mai la guida, anche perché la direzione era una costruzione collettiva. Partito di massa non è una formula: i grandi partiti europei erano strutture vive nella società, che rappresentavano milioni di persone e che sentivano la responsabilità di questa rappresentanza.
Quel mondo lì è finito. Però non possiamo fare finta che siamo noi cittadini, che ci siamo resi autonomi dalla politica, che adesso conduciamo le danze. Sono altri che tirano le fila e noi inseguiamo, senza avere alcun ruolo, come invece avevamo, pur nel nostro piccolo, nel mondo dei partiti di massa. Il bisogno di sicurezza è reale o è indotto? Spesso è costruito, non è difficile farlo, così come non è difficile costruire altri bisogni o altre spinte emotive. Quando qualcuno decide che le foto dei nostri profili social devono diventare tutte arcobaleno, non fa poi così fatica a ottenere quel risultato e, allo stesso tempo, avrà creato le condizioni per cambiare le leggi a favore di una determinata fascia di persone. L'esito è stato ovviamente positivo - me ne rallegro oggi, come ne ero soddisfatto allora - ma quello è un caso in cui la politica ha certamente inseguito. E anche se la direzione è quella giusta, io sono preoccupato quando non so chi l'ha decisa. Ma spesso la direzione non è neppure quella giusta, come ad esempio nel caso della legittima difesa.
Se non è la politica che si assume il compito di guidare certi processi, altri lo faranno. E altri lo stanno facendo. Da una parte gruppi piccoli, ma coesi e motivati, finiscono per rappresentare il tutto, pensate alla chiesa cattolica in Italia, una minoranza che ha un peso decisamente maggiore rispetto a quello che effettivamente rappresenta; ma soprattutto il mercato, la cui capacità di condizionare è ben più forte: lo abbiamo visto nel corso di queste ultime elezioni, negli Stati Uniti e in Francia, lo vediamo ogni giorno nella nostra vita.
Per questo credo sia necessario che ciascuno di noi - e anche collettivamente, per quello che possiamo e per quello che ci lasceranno fare - provi a evitare di inseguire quello che tutti inseguono, quello che ci dicono che è giusto inseguire. Anche a rischio di stare fermi qualche volta.

venerdì 5 maggio 2017

Verba volant (380): bottiglia...

Bottiglia, sost. f.

L'assessore alla cultura del Comune di Bologna ha annunciato nei giorni scorsi che la collezione del Museo Giorgio Morandi rimarrà definitivamente nella sede del Museo d'Arte moderna, dove era stata trasferita, in via provvisoria, nell'ottobre del 2012, a seguito della decisione presa in quelle settimane di effettuare una serie di lavori nella sede storica di Palazzo d'Accursio in piazza Maggiore, resi urgenti anche dalle scosse di terremoto di qualche mese prima. 
Il trasferimento di un museo - seppur rilevante come questo - non dovrebbe essere una notizia, se non di servizio per informare cittadini e turisti, se non fosse che questa decisione viola un preciso impegno stipulato negli anni Novanta tra l'amministrazione comunale e la sorella dell'artista, che decise di donare questa preziosa collezione al Comune di Bologna a patto che fosse ospitata nella sede del palazzo civico e che, accanto alle opere, fosse ricostruito lo studio in cui l'artista viveva e lavorava in via Fondazza. Invece lo studio è stato riallestito nella casa dell'artista e quindi lontano dalle opere che lì sono nate - e lì rimarrà - e soprattutto la collezione di dipinti di Giorgio Morandi, la più grande del mondo, sarà ospitata in maniera permanente in una sede diversa, per quanto prestigiosa. E quindi quel patto è stato violato.
Suppongo che ci siano le condizioni legali per dire che questo trasferimento è legittimo, alcuni giuristi si sono già espressi sul tema per sostenere la tesi del Comune e io non ho certo le competenze per dire che questo trasferimento è illegale - e francamente mi interessa anche poco cosa dicono le carte - la cosa grave è che è stato violato un accordo e questo è una violenza esercitata contro chi lo ha contratto, anche se fosse stato solo informale, e quindi Maria Teresa Morandi e Renzo Imbeni, ossia tra chi possedeva in maniera legittima tutte quelle opere e quindi in qualche modo rappresentava l'artista e la sua memoria e chi rappresentava la città. 
E' una violenza che si fa a un tempo contro l'artista e contro la città. Vedendo quello che succede ogni giorno nel nostro paese questa potrà sembrare una cosa di poco conto. In fondo il museo c'è ancora, in un paese in cui i musei chiudono o vivono in maniera sempre più stentata, dopo tutto lo studio è ancora lì ed è possibile visitarlo, in un paese in cui si esercita così poco la memoria. Eppure quel patto violato credo debba essere considerato in maniera grave.
Il museo Morandi, ovunque venga aperto, merita una vostra visita, le opere sono bellissime e proprio il fatto che i quadri siano così tanti ci permette di godere in maniera piena del genio dell'artista delle bottiglie e dei vasetti. E non era un effetto per stupire, come troppo spesso si vede nelle collezioni d'arte e nei musei, né una forma di voyeurismo artistico osservare lo studio di Morandi proprio accanto alle sue opere, perché fa impressione vedere i pochi oggetti, qualche bottiglia, un paio di brocche, i vasi, le scatolette di latta, che l'artista componeva e ricomponeva, sempre gli stessi, e poi dipingeva in quadri che miracolosamente ci appaiono tutti diversi, anche se i soggetti sono sempre quelli. E vedere quello studio, i pochi oggetti dell'artista, ci serve a ricordare gli anni terribili in cui Giorgio Morandi fece quei dipinti: gli anni del regime fascista e dei totalitarismi, della guerra mondiale, della paura della catastrofe nucleare, e mentre fuori il mondo sembrava ogni momento sull'orlo del precipizio, pronto ad autodistruggersi, Giorgio Morandi creava le sue bottiglie, i suoi vasi, le sue poetiche composizioni. 
Alcuni giorni fa è stato l'ottantesimo anniversario della strage di Guernica, che noi ricordiamo per il grande quadro che Pablo Picasso dedicò a quell'episodio terribile. Mentre Picasso dipingeva Guernica, Morandi componeva le sue bottiglie, i suoi vasi. E quelle bottiglie ci raccontano comunque quel secolo, i suoi drammi, le sue speranze. Per questo Giorgio Morandi è uno dei più importanti artisti europei del Novecento, un grandissimo, il cui museo merita di essere al centro della città in cui l'artista visse, insegnò, lavorò. E soprattutto merita di essere un centro culturale, un luogo di studio, di ricerca, di formazione permanente. Ricordo l'entusiasmo con cui allora la città visse questa donazione e la possibilità di creare questo polo culturale, e anche per questo sento così forte la violazione di quel patto. Ma so anche che per molto tempo il museo Morandi è stata un'occasione persa - o non sfruttata in maniera adeguata - per la città. Non so se questo trasferimento diventerà l'occasione per ricucire un filo che si è presto interrotto, ma - al di là delle parole con cui viene annunciata - temo che non se ne farà nulla, anche per il modo in cui questa decisione è stata presa, e soprattutto perché è calata quasi nell'indifferenza della città. Non sono bottiglie, non sono vasetti, sono un pezzo rilevante della storia dell'arte europea, sono qualcosa di cui dovremmo prenderci cura. Anche rispettando i patti.

giovedì 4 maggio 2017

Verba volant (379): turbamento...

Turbamento, sost. m. 

Vorrei sinceramente sbagliarmi, ma ho l'impressione che la legge approvata alla Camera sulla legittima difesa non sia una buona legge, perché, al di là di quello che c'è effettivamente scritto e su cui dovremo ancora confrontarci, lancia un segnale molto preciso. Guardate i titoli dei due quotidiani on line più letti e vedrete che sono praticamente identici: entrambi enfatizzano sulla licenza di sparare di notte. La legge naturalmente non è così esplicita, ma questo è il messaggio che si sta facendo strada, messaggio che peraltro arriva non solo a chi dovrebbe difendersi, ma anche ai delinquenti, che probabilmente da oggi saranno più risoluti, magari più pronti a sparare loro per primi, sapendo che potrebbero subire loro stessi un attacco con armi da fuoco. E rischiamo quindi che una legge che è nata - anche con le migliori intenzioni - per garantire maggiore sicurezza, finisca per farla diminuire.
Ci sono due aspetti della legge che mi lasciano molto perplesso.
Il primo è quello di avere introdotto una sorta di criterio oggettivo, ossia quello dell'ora: in pratica se si sorprendono i ladri di notte è quasi automatico far scattare la legittima difesa. A tutta prima sembra un criterio di buonsenso, ma riflettendoci credo sarà un elemento su cui i giudici si troveranno spesso a dibattere. Cosa ci fa davvero paura? La notte o il buio? Le due cose non sono esattamente uguali: ci sono notti in cui le luci ci permettono di vedere molto bene e di capire se qualcuno è armato o meno, e ci sono giorni in cui è impossibile distinguere cosa una persona abbia in mano. Penso a certe giornate di nebbia della nostra pianura: sfido a capire perfino chi avete davanti, figurarsi se ha in mano una pistola.
Poi curiosamente questo criterio si applica anche quando vengono derubati uffici e negozi, che di notte dovrebbero essere chiusi e dove non dovrebbero esserci, specialmente a quelle ore, le persone a cui teniamo di più. Forse allora la questione non è difendere le persone, ma la roba. E quindi la legge diventa molto più debole.
L'altro elemento che non mi convince è il criterio soggettivo, ossia quello del "turbamento psicologico". Non deve essere facile per un giudice capire quanto ciascuno di noi può rimanere turbato. Personalmente non ho mai posseduto un'arma né vorrò mai possederla: avrei paura di come la potrei usare se mia moglie fosse in pericolo, anche se solo mi sembrasse in pericolo. Perché il turbamento è qualcosa che ciascuno di noi sente in maniera diversa e che cambia, nel tempo e a seconda delle circostanze esterne. Pensate alle persone che vivono nella campagna tra Bologna e Ferrara, che da un mese vivono con la costante presenza di un latitante, che ha già ucciso, che non si fa scrupoli a uccidere; lì il turbamento è qualcosa di palpabile, di molto concreto. Ma il turbamento si può anche costruire, creare dal nulla. Non è poi così difficile, bastano alcuni titoli a effetto sui giornali, ripetuti giorno dopo giorno, bastano un po' di servizi in televisione e qualche bel dibattito nei talk show pomeridiani e il gioco è fatto: si crea isteria, si diffonde paura. E quanto questa paura creata, indotta ad arte, può condizionare un giudice, oltre che creare turbamento tra i cittadini?
In sostanza questa legge non mi piace perché è essa stessa che alimenta la paura e la paura fa commettere errori, anche gravi, anche irreparabili. Personalmente ho sul tema un'idea molto radicale: io credo che le persone "normali", quelle come noi, non potrebbero per nessuna ragione possedere armi, e che le armi dovrebbero essere usate soltanto dalle persone che hanno titolo per farlo, dai rappresentanti delle forze dell'ordine o comunque, anche quando usate da "civili", in contesti molto definiti, ad esempio in un poligono per attività sportiva. Mi rendo conto che è una proposta che a molti di voi non piacerà, che va nella direzione opposta a quella verso cui tende anche questa nuova legge, ossia al riconoscere ai cittadini un sempre maggiore diritto a difendersi, in ogni modo, quando vengono attaccati. Magari è un pensiero banale, ma io credo sia meno sicura una società in cui molte persone possano sparare, di giorno e di notte.

lunedì 1 maggio 2017

Verba volant (378): sbarramento...

Sbarramento, sost. m.

Fossi un cittadino francese, al ballottaggio per le presidenziali non voterei Emmanuel Macron, pur consapevole che questo mio non voto potrebbe in qualche modo favorire Marine Le Pen. So che questa mia posizione è sinceramente incomprensibile per molti di voi - parlo degli antifascisti sinceri, non di quelli indottrinati sul tema da Repubblica - e per qualcuno è perfino scandalosa, ma ne sono convinto, così come alle presidenziali degli Stati Uniti non avrei votato per Hilary Clinton, nonostante Trump, e così come non voterò in Italia uno del pd solo per fermare Berlusconi o Salvini o chiunque vogliate immaginare. Naturalmente sarebbe per me un dolore indicibile vedere all'Eliseo una rappresentate della Francia vandeana, reazionaria, ultracattolica, razzista, una persona che incarna tutto il contrario di quei valori che la Francia ha insegnato al mondo e per cui io amo quel paese. Marine Le Pen presidente della repubblica sarebbe una ferita quasi impossibile da rimarginare. Eppure sento di non poter fare altro.
Anch'io, se mi guardassi con gli occhi di un po' di anni fa, forse non mi riconoscerei: nel 2002 avrei certamente votato Chirac per contrastare il padre di Marine. Adesso però credo che quel barrage, quello sbarramento repubblicano che unì partiti di destra e di sinistra contro la possibilità che un fascista diventasse presidente, sia stato un errore, che alla fine è servito soltanto a rendere più forte quel movimento, contro cui non abbiamo opposto la forza della politica, ma solo una serie di parole d'ordine che, per quanto per me fondamentali, rischiano di suonare vuote a tante persone. Per anni ci hanno spiegato che destra e sinistra sono valori superati, che la stessa dicotomia fascismo-antifascismo è un retaggio del passato, e perché mai adesso, proprio in nome di questa contrapposizione, dovremmo unire la Francia contro Le Pen?
Marine Le Pen è pericolosa non solo perché è la rappresentante di una forza fascista, ma perché è riuscita a nascondere questi valori negativi dietro la maschera di una generica critica al sistema. Le Pen tuona contro la "casta", contro un potere che è sempre uguale a se stesso, e cosa c'è di meglio per aiutarla a rafforzare questa immagine del barrage di tutti contro di lei? A questo punto lo sbarramento repubblicano non viene più sentito come lo schieramento di tutte le forze antifasciste contro il fascismo, ma come il potere che cerca in ogni modo di difendere se stesso, i propri privilegi, le proprie ricchezze.
Dopo una campagna elettorale molto dura, in cui i candidati si sono contrapposti su molti temi, dopo cinque anni in cui tutte le forze politiche - compreso la sua - si sono schierate contro Hollande, che effetto può fare al cittadino francese, per cui la parola antifascismo non significa più nulla, vederli tutti insieme, Hollande compreso, sostenere un unico candidato? Quello di rafforzare Marine Le Pen. Che forse non vincerà neppure questa volta, come non vinse suo padre quindici anni fa, ma che è ancora lì e sarà ancora lì nei prossimi anni. E alla fine, continuando su questa strada, qualcuno di loro riuscirà a superare quello sbarramento e ci ritroveremo, anche per colpa nostra, un presidente fascista.
Io credo che il fascismo si sconfigga con la politica e anche con la forza della verità. E la verità ci impone di dire che Macron è il rappresentante di quelle forze del capitale contro cui non possiamo più abbassare la guardia, perché si stanno facendo sempre più violente, sempre più arroganti, sempre più decise a eliminare ogni forma di difesa dei diritti sociali e a rendere più deboli le istituzioni democratiche. Per questo Macron, con quella faccia da bravo ragazzo, con le credenziali delle sue competenze tecniche, con la retorica ottimista del "stiamo tutti uniti", è pericoloso perfino più della Le Pen e per questo io non sono disposto a votarlo.
Noi sappiamo che chiunque domenica sarà eletto presidente sarà un nostro nemico, un nemico della democrazia e dei diritti sociali, e per questo dovremo combatterlo, con coraggio e con tenacia. Il risultato del primo turno è stato, nonostante tutto, incoraggiante per la sinistra francese. Il rappresentante della sinistra che ha tradito, della sinistra delle larghe intese, della sinistra che si è piegata alle logiche del capitale. è stato tramortito. Nel 2002 Jospin era arrivato terzo e non imparammo la lezione, quest'anno Hamon è quinto e speriamo di non ripetere gli errori del passato. La fine dei partiti che hanno aderito al Pse è un passaggio necessario affinché possa nascere una sinistra nuova. Mélenchon ha ottenuto un risultato buono, nettamente migliore a quello di cinque anni fa, segno che nella società francese qualcosa si è mosso, che una reazione c'è stata. E va coltivata. Credo che non votare Macron sia il primo modo per farlo. Ma non ci basterà: da lunedì la nostra opposizione alle forze del capitale - chiunque le rappresenti all'Eliseo - dovrà essere frontale, punto su punto. Con una determinazione rivoluzionaria.

giovedì 27 aprile 2017

Verba volant (377): anfiteatro...

Anfiteatro, sost. m.

Voglio farvi qualche domanda. Cominciamo con una facile facile, una a cui saprebbero rispondere anche i concorrenti dei quiz televisivi: in che città si trova il Colosseo? Roma. Bravi. Ora una domanda più difficile: chi è il proprietario del Colosseo? Qui vi vedo più incerti.
L'Anfiteatro Flavio è un patrimonio dell'umanità, tutti ne siamo in qualche modo proprietari, tutti vantiamo un qualche diritto su quel monumento, su quella testimonianza della storia di Roma antica, tutti abbiamo il diritto di ammirarlo e di visitarlo, e anche se non siamo mai stati a Roma, anche se non ci andremo mai, abbiamo semplicemente il diritto di sapere che è lì e che ci sarà per sempre. Beda il venerabile nella lontana Inghilterra dell'VIII secolo diceva:
Finché esisterà il Colosseo, esisterà anche Roma;
quando cadrà il Colosseo, cadrà anche Roma;
quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo.
A parte questa antica profezia, è importante sapere che il Colosseo sarà sempre disponibile come sfondo per i nostri selfie con i centurioni. Essere proprietari del Colosseo ci impone anche dei doveri, anzi questi sono certamente più numerosi dei diritti, perché dobbiamo prenderci cura di questo monumento, dobbiamo conservarlo e renderlo fruibile, dobbiamo fare in modo che non sia soltanto lo sfondo di milioni di fotografie, per quanto anche questo aspetto sia assai rilevante per l'economia del nostro paese.
Però siamo pur sempre in Italia e quando diciamo che qualcosa è tutti finisce sempre che è di nessuno. Torniamo allora al nostro quesito: per il catasto chi è il padrone del Colosseo? Chi deve pagare per le spese condominiali? L'argomento non è poi così ozioso - non penso a Totò che vende all'incauto turista la fontana di Trevi - visto che proprio in questi giorni si è aperto uno scontro tra il Comune di Roma e il ministero per i beni culturali proprio sul Colosseo e sulla proposta di istituire il parco archeologico di questa area. Questo ha ovviamente molte ricadute, a partire da chi deve decidere il nome delle persone che gestiranno questo ente per finire, più prosaicamente, a come verranno divisi gli incassi dei biglietti.
Mi pare che in questi giorni ci si divida su questo tema, che pure è molto importante, più in base alle simpatie e alle antipatie politiche che sul merito della questione: quelli a cui piace il governo dicono che deve occuparsene il ministero e che il Campidoglio pentastellato sarebbe inadeguato, mentre quelli che sostengono Raggi pensano che il governo dovrebbe starne fuori. Visto che a me stanno quasi ugualmente antipatici - anche se ammetto che Franceschini proprio non lo sopporto - credo sarebbe importante uscire da questa contrapposizione, sterile e piuttosto stupida, e che bisognerebbe decidere non secondo gli umori del momento, o secondo le convenienze politiche, o perché abbiamo qualcuno da piazzare a capo di questo o quell'ente.
Personalmente, da vecchio amministratore comunale, credo che una città - sempre indipendentemente da chi è amministrata - debba occuparsi anche dei propri monumenti: vorrei farmi propugnatore del federalismo archeologico. Il Colosseo deve appartenere alla città di Roma, è Roma che deve gestire quell'area archeologica, una delle più importanti del mondo, e soprattutto questo deve essere un impegno della comunità civica, non solo del Comune. Naturalmente questo discorso vale per Roma, come per ogni altra città, piccola e grande, del nostro paese nei cui confini c'è un qualche monumento, e sono ben poche in Italia quelle in cui non ce n'è, anche se non così famosi, anche se non così fotografati come il Colosseo. E i comuni devono essere messi nella condizione per gestire questi patrimoni, devono averne le risorse, ma soprattutto le competenze. E da cittadino mi piacerebbe poter scegliere un sindaco anche in base al suo programma per le aree archeologiche, per i monumenti, per le emergenze artistiche. Ad esempio non voterei un candidato che proponesse di trasformare il Colosseo in un set per matrimoni principeschi, anche se questo porterebbe molti quattrini nelle casse comunali, mentre voterei per uno che proponesse di aumentare le ore di apertura o di usarlo per spettacoli, anche con il rischio di danneggiarlo un po', visto che le cose si difendono usandole.
E voglio decidere perché il Colosseo è anche un po' mio.

martedì 25 aprile 2017

"The Partisan" di Leonard Cohen

When they poured across the border
I was cautioned to surrender,
this I could not do;
I took my gun and vanished.
I have changed my name so often,
I've lost my wife and children
but I have many friends,
and some of them are with me.

An old woman gave us shelter,
kept us hidden in the garret,
then the soldiers came;
she died without a whisper.

There were three of us this morning
I'm the only one this evening
but I must go on;
the frontiers are my prison.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

Les Allemands e'taient chez moi,
ils me dirent, "Resigne toi,"
mais je n'ai pas peur;
j'ai repris mon arme.

J'ai change' cent fois de nom,
j'ai perdu femme et enfants
mais j'ai tant d'amis;
j'ai la France entie`re.

Un vieil homme dans un grenier
pour la nuit nous a cache',
les Allemands l'ont pris;
il est mort sans surprise.

Oh, the wind, the wind is blowing,
through the graves the wind is blowing,
freedom soon will come;
then we'll come from the shadows.

cliccando qui potete ascoltare la canzone

Quando hanno attraversato la frontiera / fui spinto a cedere, / questo non lo potevo fare; / ho preso il mio fucile e sono scomparso. / Ho cambiato nome così spesso, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici, / e alcuni di loro sono con me.
Una vecchia ci diede un riparo / ci tenne nascosti in soffitta, / poi arrivarono i soldati; / morì senza un lamento.
Eravamo in tre questa mattina / alla sera sono l'unico rimasto / ma devo andare avanti; / le frontiere sono la mia prigione.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra
I tedeschi sono stati da me, / mi hanno detto "arrenditi", / ma non ho paura; / ho ripreso il mio fucile.
Ho cambiato nome cento volte, / ho perduto moglie e bambini / ma ho tanti amici; / ho la Francia intera.
Un vecchio ci ha nascosti / in un granaio per la notte, / i tedeschi l'hanno preso; / è morto senza stupirsi.
Oh, soffia, soffia il vento / fra le tombe soffia il vento, / la libertà arriverà presto; / e allora usciremo dall'ombra.

sabato 22 aprile 2017

Verba volant (376): terra...

Terra, sost. f.

Da qualche anno abbiamo cominciato a chiamare land grabbing, - più o meno la rapina della terra - l'acquisto o l'affitto per decine di anni di migliaia e migliaia di ettari di terreno in Africa, Asia e America latina da parte di grandi compagnie multinazionali. Naturalmente questa vera e propria "corsa alla terra" è cominciata da tempo, ma la crisi finanziaria le ha dato un notevole impulso: quando la finanza ha cominciato a vacillare sotto i colpi della speculazione, gli stessi speculatori hanno capito che era meglio rifugiarsi su beni più solidi e la terra è certamente uno di questi. E quindi i lupi di Wall street sono diventati tanti famelici mastro don Gesualdo, attaccati alla loro roba. Sono infatti proprio quelli che hanno fatto i soldi con le transazioni finanziarie a essere i protagonisti di questo ritorno alla old economy: in fondo di cibo ci sarà sempre più bisogno, visto che la popolazione mondiale tende a crescere, i prezzi rimarranno alti e quindi il profitto sarà garantito.
Anche perché la terra nei paesi poveri del mondo costa poco, a volte pochissimo e rende parecchio. Gli stati petroliferi arabi fanno incetta di terreni per garantire le scorte alimentari necessarie per le loro popolazioni, la Cina - molto attiva in Africa - lo fa anche con l'obiettivo di espandere la propria influenza politica in quel continente strategico, le grandi compagnie multinazionali per impiantare monocolture di biocarburanti, facendo anche finta di farlo per il bene del pianeta e per non sfruttare le risorse energetiche tradizionali che stanno finendo: tutti questi ne ricavano guadagni immensi. Ci guadagnano qualcosa, un'inezia rispetto ai guadagni globali, quei governanti corrotti - spesso sostenuti dai governi occidentali - che vendono e svendono le terre dei loro paesi. 
Se sono pochissimi quelli che ci guadagnano, naturalmente sono moltissimi quelli che ci rimettono, prima di tutto i contadini che in quelle terre vivevano e lavoravano. Ma anche noi ci rimettiamo, perché crescono i prezzi degli alimenti e perché il mondo è sempre più inquinato. Il land grabbing è il nuovo colonialismo e peserà sempre di più sulle fragilissime economie dei paesi più poveri del pianeta. Perché da qui parte un'innaturale e smisurato consumo della terra. E' innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera troppo diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre.
Gli economisti che hanno l'onesta intellettuale di riconoscere le leggi fondamentali della loro materia spiegano che la fame non è una calamità naturale, come un terremoto o uno tsunami, ma un fenomeno che può essere eliminato, se solo ci fosse la volontà di farlo: bisognerebbe da un lato introdurre delle regole efficaci e cogenti nei mercati che operano sui titoli che si basano sulle commodities alimentari, e dall'altro lato sostenere modelli di produzione agroecologici, su piccola scala e basati sul lavoro di chi vive in quei territori. Certo servirebbero risorse, ma servirebbe soprattutto la capacità della politica di imporre le proprie scelte alle istituzioni finanziarie globali. Invece, come è noto, sono queste che impongono le proprie scelte alla politica. Dal momento che per i loro esperti la causa principale dell'attuale crisi alimentare è il cambiamento climatico, la soluzione è quella di favorire chi sta acquistando grandi quantità di terreni. Infatti queste istituzioni, in primis la Banca mondiale, da un lato prestano denaro ai grandi investitori affinché possano acquistare nuovi terreni e vi impiantino le monocolture e garantiscono le assicurazioni contro le perdite legate alle siccità e agli eventi naturali; dall'altro lato agiscono sui governi dei paesi poveri affinché modifichino le leggi sulla proprietà della terra, favorendo la creazione dei grandi latifondi.
Quando si parla del controllo che l'1% dei ricchi ha sul governo dell'economia del nostro pianeta si parla concretamente anche di questo. Questi sedicenti esperti dimenticano - o fanno finta di dimenticare - che è il mercato che non garantisce cibo per tutti e non l'agricoltura. Questa cosa dobbiamo sempre averla in mente, perché è fondamentale. La terra produce e può produrre le risorse per dare da mangiare a tutti noi, è la distribuzione che lo impedisce. Il paradosso è che la Banca mondiale da tempo propone di aiutare i paesi più poveri a uscire dalla fame, utilizzando prodotti finanziari derivati sul cibo, in sostanza ha proposto di affidare ai mercati la soluzione del problema che essi stessi hanno creato. Loro si stanno comprando tutta la terra, la terra migliore, quella più fertile e la stanno impoverendo con il sistema delle monocolture, ai contadini rimane poca terra, quella più difficile da coltivare e meno redditizia, con il cibo che diminuisce e i prezzi che fatalmente aumentano. Difendere la terra significa modificare in maniera radicale questo sistema di sviluppo, difendere la terra significa abbattere il sistema capitalista, difendere la terra significa toglierla alle multinazionali per darla ai contadini, difendere la terra significa lavorare per un futuro diverso.

lunedì 17 aprile 2017

Verba volant (375): suicidio...

Suicidio, sost. m.

Quello che è successo in Turchia causerà gravi problemi in un contesto già molto delicato dal punto di vista geopolitico e soprattutto segnerà in maniera drammatica la vita di milioni di donne e di uomini che vivono in quel grande paese, ma pone anche tutti noi di fronte a un interrogativo: cosa succede quando una democrazia decide consapevolmente di suicidarsi?
Chi è andato a votare - e anche chi non è andato, lasciando che gli altri decidessero per lui - sapeva benissimo che quello di domenica non sarebbe stato un voto come gli altri. Non credo ci fossero dubbi e neppure troppi infingimenti. Ovviamente Erdogan non ammetterà mai che con la sua vittoria al referendum costituzionale quel regime è diventato una dittatura, ma certamente ha condotto tutta la campagna elettorale chiedendo per sé poteri che nessuno ha avuto prima di lui. Non ha finto che con questo voto non sarebbe cambiato nulla, ma ha promesso a chi avrebbe votato per la riforma - e minacciato chi avrebbe votato contro - che l'assetto istituzionale della Turchia sarebbe profondamente cambiato. Ora, al netto dei brogli - che probabilmente ci sono stati - il sì, seppur di misura, ha vinto e in una democrazia vince chi prende anche un solo voto in più. Non siamo ipocriti: se i no avessero vinto, anche con un margine così ridotto, nessuno di noi avrebbe avuto da dire sulla legittimità del voto popolare e su quella risicata maggioranza. Le regole sono queste e dobbiamo accettarle, sia quando vinciamo che quando perdiamo.
In qualche modo la forza della democrazia sta anche in questo: ossia nel fatto che i cittadini possono decidere, a maggioranza, di rinunciarci, come è avvenuto appunto in Turchia. E come potrebbe succedere anche in Italia o in qualche altro paese europeo, se le cose continueranno ad andare così. E per questo dobbiamo capire cosa è successo, per impedire che accada di nuovo. Il voto dei cittadini turchi, di tutti quei cittadini che hanno votato per rendere più debole la loro democrazia, deve farci riflettere, perché evidentemente per quelle persone la democrazia come noi la conosciamo e che noi celebriamo nei nostri discorsi, sempre più inutilmente retorici, ha sempre meno significato, tanto da essere qualcosa di cui poter fare a meno. Immagino che di fronte alle difficoltà della propri vita quotidiana, alla confusione di quello che succede in Turchia e nel mondo, alle minacce che ogni persona sente gravare anche su di sé in questa strana condizione, in cui c'è una guerra mondiale che pure nessuno ha dichiarato e in cui le uniche vittime sono i civili, molti cittadini abbiano pensato che quelle istituzioni - le nostre istituzioni - non siano più in grado di risolvere questi problemi così complessi, hanno pensato che serva un sistema più semplice, meno complicato, con meno mediazioni, un sistema in cui qualcuno, qualcun altro, si prenda la responsabilità di decidere, per tutti.
Noi sappiamo che questa è la soluzione sbagliata, ma se tante persone, se milioni di persone - e non solo in Turchia - pensano che questa sia la soluzione, non possiamo fare finta di niente, non possiamo dire che sbagliano loro e che noi abbiano ragione. Dobbiamo capire perché, con il paradosso di usare gli stessi strumenti della democrazia, tante persone sono disposte a rinunciare a essa. E per spiegare questi fenomeni non bastano le aspirazioni di chi vuole comandare senza essere costretto da regole o il periodico riaffermarsi della richiesta di un "uomo forte", la responsabilità è anche nostra che non abbiamo saputo coltivare la democrazia, non abbiamo saputo farla crescere, farla diventare qualcosa di più.
Siamo rimasti fermi mentre il capitalismo, diventato sempre più globale e globalizzato, ha minato nel profondo la legittimità della democrazia. Il tema allora è cercare di capire come è possibile espandere la democrazia oltre le sue forme attuali, basate su un sistema di stati nazionali in cui ci sono sistemi multipartitici e una serie di regole che comprendono anche la possibilità di essere cancellate.
Forse è venuto il momento di pensare a qualcosa di molto diverso, perché il limite delle soluzioni proposte dalle più importanti forze politiche della sinistra europea - delle nostre proposte anche negli anni in cui ancora qualcosa dicevamo - è quello di stare completamente all'interno del "recinto" del pensiero liberaldemocratico. Anche se ci ponessimo l'obiettivo di estendere il controllo democratico sull'economia globale - e ormai i nostri governanti, anche quando si definiscono di sinistra, non lo vogliono fare davvero - come potrebbero i governi fermare gli speculatori che si muovono su un mercato internazionale, ormai fuori da ogni controllo legislativo nazionale?
Ancora dopo la fine della seconda guerra mondiale nel programma del Partito Socialista francese c'era la nazionalizzazione delle banche, delle compagnie assicurative e delle industrie strategiche, come quella dell'energia elettrica; il Labour party solo pochi anni fa ha tolto dal proprio statuto la clausola IV che prevedeva "la proprietà comune dei mezzi di produzione". Ora un governo socialista, anche volendolo, cosa potrebbe nazionalizzare? La finanza ha un'altra dimensione. Anche per questo, in sostanza nessuno mette più in discussione il quadro istituzionale dello stato democratico borghese.
Bisogna per questo tornare a Marx:
L'emancipazione politica è certamente un grande passo in avanti, non è, bensì, la forma ultima dell'emancipazione umana in generale, ma è l'ultima forma dell'emancipazione umana entro l'ordine mondiale attuale.
In sostanza il tema della libertà non può essere riferito esclusivamente alla sfera politica, ossia a principi fondamentali, come il rispetto dei diritti umani, le libere elezioni, l'indipendenza della magistratura, la libertà di stampa; questioni comunque fondamentali per gran parte delle donne e degli uomini del pianeta, che non hanno raggiunto neppure questi obiettivi, ma non sufficienti, perché il rischio che si torni consapevolmente indietro, come è avvenuto in Turchia, è sempre più evidente.
Per queste ragioni Marx dice che la vera libertà sta nel cambiamento radicale dei rapporti sociali di produzione. Proviamo allora a pensare a una democrazia diversa, in cui le trasformazioni necessarie per promuovere i miglioramenti della condizione delle donne e degli uomini non passino soltanto attraverso le riforme politiche, ma coinvolgano anche gli stessi rapporti economici. Le persone che si rendono conto che solo un 1% prende le decisioni che interessano direttamente anche il restante 99%, ormai non si fidano più. E non li convinceremo dicendo che aumentando quella ridicola percentuale si possano risolvere i loro problemi. Anzi rischiamo che preferiscano rinunciare anche a quel po' di potere che hanno e decidano di cederlo a chi promette loro una soluzione più semplice.
Per questo c'è bisogno di rivoluzione, c'è bisogno di stravolgere i rapporti di forza economici, c'è bisogno di dire che la democrazia sarà effettiva solo in un sistema socialista.

lunedì 10 aprile 2017

Verba volant (374): sentenza...

Sentenza, sost. f.

Il fatto che la mia esperienza politica risalga al Pleistocene mi rende assolutamente incapace di comprendere quello che sta succedendo in questi giorni a Genova. Eppure ne ho viste. Ho visto vertici nazionali imporre candidati sindaci, sconosciuti o, se conosciuti, invisi alle realtà locali del partito, ho visto - anche se più raramente - candidati locali imporsi su scelte già maturate nei vertici di partito, ho visto - in qualche caso ho anche contribuito a fomentare e per lo più a sedare - conflitti, anche aspri; talvolta questi scontri, pur svolgendosi con il pretesto di ragioni ideali, erano unicamente legati ad ambizioni personali, a rancori covati per anni, a ragioni tutt'altro che commendevoli. Insomma ho conosciuto anche una politica che non mi piaceva, che non vorrei che tornasse, ma che capivo, mentre quello che succede adesso proprio non lo capisco.
A che titolo un giudice può decidere che il candidato sindaco di un partito sia Tizio piuttosto che Caio? E per quale ragione uno che vuole essere legittimamente candidato, che ha i titoli per diventarlo, una volta che il suo partito sceglie un'altra persona, decide di ricorrere al giudice? Sono pazzi, l'uno e l'altro, perché non può essere un tribunale la sede per scegliere un candidato, altrimenti non si capisce cosa serva e perfino cosa sia la politica. E immagino che domani qualcuno farà ricorso, e poi qualcun altro farà il ricorso del ricorso e così via, in una spirale potenzialmente infinita perché si tenta di aggiustare una cosa rotta con l'attrezzo sbagliato: non riuscirete a svitare un bullone con un cacciavite.
Si tratta ovviamente di un problema che riguarda prima di tutto quella specifica forza politica, che ha delle caratteristiche molto peculiari - un partito che rifiuta perfino di definirsi tale - e le cui regole sono allo stesso tempo molto rigide e molto aleatorie, visto che convivono da un lato sistemi di selezione delle candidature molto normati e dall'altro la facoltà del leader di fare il bello e il cattivo tempo. Ma è qualcosa che dovrebbe interessare tutti, perché evidentemente quello che succede a Genova riguarda la debolezza della politica - di tutta la politica - su uno dei punti fondamentali della sua azione, ossia proprio quello di come selezionare chi deve rappresentarci.
Nelle democrazie moderne tutti noi dovremmo fare politica, dovremmo occuparci della res pubblica, ne abbiamo il tempo e le capacità - per lo più ci manca la voglia - ma questo non confligge con il fatto che ci siano persone a cui chiediamo un impegno maggiore e diverso, persone a cui chiediamo di fare sintesi, che scegliamo ci rappresentino, a cui infine deleghiamo le scelte amministrative delle nostre città e del nostro paese. Ovviamente non si tratta di una delega in bianco, perché dobbiamo vigilare su come queste persone esercitano il mandato che abbiamo loro affidato. Tutto questo una volta avveniva attraverso i partiti politici, che erano gli strumenti di queste funzioni complesse e che io ho forse banalizzato per bisogno di sintesi. Abbiamo rinunciato ai partiti, anzi ci hanno convinto che i partiti sono "cattivi" perché limitano la nostra libertà di fare politica e adesso siamo a questo punto, al fatto che un giudice viene chiamato a risolvere una questione di cui non dovrebbe mai occuparsi.
Peraltro è curioso che in questo tempo di liberismo sfrenato, di dominio incontrastato della libertà individuale, tocchi a uno come me - che sono comunista - difendere una libertà "privata" dall'ingerenza dello stato, perché quella sentenza in sostanza è questo: l'intromissione di un potere estraneo, e tendenzialmente non democratico perché non scelto dai cittadini, in una questione che, pur avendo un interesse pubblico, è essenzialmente privata, perché devono essere i militanti, gli iscritti, gli aderenti - o come volte chiamarli - di quel partito a risolvere una questione del genere. Se non c'erano le condizioni all'interno del partito - come mi pare non ci siano - allora quella persona poteva candidarsi fuori del partito e quindi confrontarsi con il candidato "ufficiale" e i militanti avrebbero scelto l'uno o l'altro. E se avesse vinto il candidato "eretico" allora il vertice del partito avrebbe dovuto trarne le conseguenze. Questa è la politica come si faceva una volta, quella che io capisco. Qui invece si sostituisce la carta bollata alla politica, la sentenza di un giudice alle scelte delle donne e degli uomini che stanno in un partito. O in un non-partito.
Ovviamente a me non interessa chi sarà il candidato di quel partito a Genova, ma voglio difendere l'idea di politica. E dovrebbero difenderla prima di tutto quelli che la politica la fanno, quelli che dicono che la vogliono cambiare. E che facendo così rischiano solo di affossarla sempre di più, di distruggerla, facendo il gioco di chi in questi vent'anni ha distrutto i partiti, ha delegittimato la politica, ha minato le basi della democrazia. La politica merita di più di questo schifo.

venerdì 7 aprile 2017

Verba volant (373): follia...

Follia, sost. f.

In queste ore leggo molti commenti in cui Trump viene definito di volta in volta pazzo, imbecille, stupido; tra tante persone, anche intelligenti e consapevoli, sembra prevalere l'idea che gli Stati Uniti abbiano consegnato la valigetta che può innescare la fine del mondo a un folle incompetente o, nel migliore dei casi, a un guitto volgare e ignorante. Francamente se fosse così sarebbe perfino rassicurante: tolto di mezzo Trump avremmo eliminato il problema e il mondo potrebbe continuare ad andare avanti nella sua tranquilla rotazione intorno al sole. Non è così semplice e temo che questa sia una spiegazione semplicistica e autoassolutoria.
Magari Trump sarà un cattivo presidente, non è questo il punto, farà male quello che dovrebbe fare - decideranno tra quattro anni gli americani - ma fa quello che chi lo ha eletto, e soprattutto chi lo ha fatto eleggere, voleva che facesse. Serviva un presidente che tornasse a fare la guerra in Medio oriente, perché Obama non l'aveva fatta - o l'aveva fatta con poco impegno - perché chi lo aveva fatto eleggere aveva evidentemente altri interessi, in altre parti del mondo. Serviva un presidente che sostenesse l'industria dei combustibili fossili, serviva un presidente che imponesse dazi, serviva uno che facesse le cose che sta facendo Trump, che di suo ci mette un po' di colore, un buona dose di sguaiatezza, ma non la sostanza.
Questo tentativo di spiegare la storia attraverso le categorie della fisiologia e della psichiatria ci fa perdere il senso delle cose; e commettere gravi errori. Adolf Hitler non era un pazzo che per oltre un decennio ha tenuto in ostaggio il più grande, ricco e colto paese europeo del secolo scorso, ma un leader che seppe sfruttare sentimenti profondi dei suoi connazionali, della maggioranza dei suoi connazionali, idee radicate nel suo paese, a partire dall'antisemitismo. Sarebbe comodo pensare che la "soluzione finale" sia stata l'idea di quel dittatore, la pazzia di Hitler, ma se fosse stato così non si spiegherebbe come avrebbe potuto esserci Auschwitz, come avrebbe potuto esserci un sistema diffuso di campi di prigionia, che dovevano essere costruiti, sorvegliati, gestiti, organizzati e che effettivamente lo furono, con efficacia teutonica, da migliaia di persone. Il secondo conflitto mondiale non fu l'effetto della mania di grandezza di un solo uomo, ma l'esito di una serie di scelte collettive, perché gli industriali avevano bisogno della guerra per far crescere le loro aziende, perché i banchieri avevano bisogno del conflitto per aumentare i loro profitti, perché per milioni di tedeschi la guerra rappresentava un'opportunità che non vollero farsi scappare. Fu la Germania a volere la guerra e per questo i tedeschi scelsero Hitler.
La folla che applaudiva e faceva festa il 10 giugno 1940, in piazza Venezia e in migliaia di piazze italiane collegate via radio, all'annuncio di Benito Mussolini che l'Italia entrava in guerra non era stata costretta: nessun regime avrebbe potuto organizzare quel sostegno popolare, quelle manifestazioni. Molti italiani si erano convinti, si erano fatti convincere, che la guerra avrebbe risolto i loro problemi. E infatti il regime cadde quando quegli stessi italiani si resero finalmente conto che non era vero, che la guerra aveva peggiorato le loro vite. Ma ci vollero anni, e appunto una guerra terribile.
Ovviamente possiamo continuare a ridere di Trump oppure possiamo continuare a considerarlo un folle pericoloso, ma se non riconosciamo che non è Trump a decidere se fare la guerra, ma siamo anche noi, allora tra quattro anni ci troveremo qui a discutere allo stesso modo di uno che verrà dopo Trump, che non sarà Trump, ma farà le stesse cose di Trump. E noi qui a guardare, senza capire, senza voler capire che il vero scontro non è quello tra gli Stati Uniti e la Russia - come non era quello tra Francia e Germania nel secolo scorso - ma tra ricchi e poveri, tra sfruttatori e sfruttati, tra padroni e lavoratori. Forse allora i veri folli siamo noi.

giovedì 6 aprile 2017

Verba volant (372): guerrafondaio...

Guerrafondaio, sost. m. 

Secondo la vulgata, pedissequamente riportata da tutti i mezzi di informazione italiani, il fatto che Trump abbia rimosso Stephen Bannon dal Consiglio per la sicurezza nazionale sarebbe una buona notizia. Non so: mi permetto di avere qualche dubbio.
Ovviamente non ho alcuna simpatia per Bannon; come i fratelli Blues, odio i nazisti dell'Illinois, e anche quelli della Virginia. Però leggendo i commenti alla notizia pare che la scelta sia motivata non tanto dalle idee di Bannon, ma dal fatto che sarebbe stato l'unico consigliere "politico" in quel consiglio. Questa rimozione in sostanza avrebbe sanato un'anomalia, perché la politica "pura" non può stare in un organo in cui si discute delle scelte strategiche su sicurezza e relazioni internazionali. Mi pare una posizione bizzarra, anche se naturalmente è in linea con i tempi in cui viviamo. Ripeto, a scanso di equivoci, non condivido le scelte politiche di uno come Bannon, anzi ho paura delle scelte politiche di uno come Bannon, ma so anche che Bannon rappresenta milioni di cittadini americani, probabilmente una parte consistente, se non maggioritaria, di quel paese e non capisco per quale motivo non dovrebbe avere i titoli per sedere in quell'organo. Se la politica non decide di sicurezza e di relazioni internazionali cosa ci sta a fare. E chi dovrebbe occuparsi di questi temi? Un generale? E in base a quale mandato? Per rispondere a chi?
Già negli anni Cinquanta un uomo come Dwight Eisenhower - che immagino nessuno possa accusare di appartenere alla Terza Internazionale - puntò il dito contro quello che egli chiamava il complesso militare-industriale, ossia quella somma di interessi che ha da guadagnare più dalla guerra che dalla pace e che quindi lavora costantemente affinché da qualche parte nel mondo si combatta, perché la guerra genera ricchezza. Eisenhower ne parlava con cognizione di causa: era stato un militare, anzi il comandante delle forze alleate in Europa durante la seconda guerra mondiale, e fu successivamente un politico, anzi il presidente degli Stati Uniti. Immagino conoscesse nome per nome le persone che preferivano la guerra alla pace, a partire dal suo giovane vicepresidente Richard Nixon e da un suo brillante consigliere come Henry Kissinger.
Evidentemente non è cambiato molto, anzi le cose sono molto peggiorate da quando Ike, lasciando la presidenza, metteva in guardia il suo paese da queste forze. Anche perché ora ci sono altri soggetti che ci guadagnano con la guerra, oltre agli industriali e ai generali; quanti giornalisti hanno costruito le loro fortune grazie alla guerra e ora ripagano il proprio debito costruendo notizie false in modo da influenzare l'opinione pubblica contro questo o quel nemico, magari tirando fuori opportunamente le foto di bambini morti in un qualche scontro. I bambini morti riescono a smuovere le coscienze quasi quanto i cani maltrattati. E poi ci sono gli analisti, gli esperti di geopolitica, la compagnia cantante dei "tecnici", sempre pronti a spiegarci la "verità" e l'ineluttabilità dei conflitti che dovremo combattere. Con tutta evidenza in questi giorni stanno preparando un conflitto: c'è già stato "l'incidente del golfo del Tonchino", ci sono già gli "esperti" al lavoro per spiegarci che Assad è un pericolo per la pace del mondo, ci sono già i generali in armi e soprattutto ci sono già gli industriali che vedono crescere i loro fatturati.
E non vorrete che la politica interferisca: la guerra è una cosa troppo redditizia per lasciarla in mano ai politici.

mercoledì 5 aprile 2017

Verba volant (371): metropolitana...

Metropolitana, sost. f.

Qualche settimana fa uno studente di New York, mentre andava in metropolitana, ha scattato questa foto e, come fanno tutti i suoi coetanei - e non solo - l'ha immediatamente condivisa sui social. Il suo obiettivo non era quello di ottenere molti like per un'immagine curiosa, ma quello di protestare, attraverso questa foto, contro Trump e contro l'America di Trump, l'America dei muri, l'America razzista e bigotta che ha votato per quel presidente. Naturalmente in tanti hanno condiviso la foto e lo spirito ottimista e democratico di chi l'ha scattata, ma molti altri hanno visto in questa immagine il segno della decadenza di quel paese e della nostra società. Inevitabilmente questa foto dà fastidio a tante persone, per i motivi più diversi, molti si sentono offesi a vedere una donna che indossa un niqab e altrettanti - spesso gli stessi - detestano quel ragazzo che indossa abiti femminili. Poi ci sono quelli che trovano normale che una donna indossi quel pesante velo, anzi pensano che sia l'unico abbigliamento adeguato a lei e considerano sacrilega l'altra persona, mentre ci sono altri che trovano normale che un uomo indossi gonna e parrucca e un'offesa ai diritti delle donne il velo imposto da una religione. Questa foto divide, anche se vorrebbe unire.
Sappiamo che la "rossa" ritratta nella foto l'ha apprezzata, l'ha condivisa e ha contribuito a diffonderla: chissà se in qual momento si era accorta della donna accanto a lei, probabilmente no, visto che era tutta impegnata a digitare sul suo smartphone. Invece è più che probabile che la donna che indossa il niqab si sia accorta della sua vistosa compagna di viaggio; e chissà chi si è seduta per prima. Non sappiamo neppure cosa ne pensi di questa foto, non sappiamo se ha un profilo, chissà se ha saputo di essere l'involontaria causa di un dibattito che è arrivato fin qui.
Come immaginate, non ho mai avuto la fiducia del dottor Pangloss che questo sia il migliore dei mondi possibili e anzi, più passa il tempo, più mi sembra che questo sia il peggiore. Poi so bene che dobbiamo fare i conti con i nostri mondi reali, così imperfetti, e francamente quello in cui questa foto può essere scattata, quello in cui quelle due persone così diverse possono viaggiare insieme, una accanto all'altra, in metropolitana, vestite così, mi sembra il migliore dei mondi probabili. E, nonostante tutto, credo sia da difendere la libertà delle persone di vestirsi come vogliono, anche quando pensiamo sia sbagliato. Quindi, finché possiamo, difendiamo questo mondo qui, prima che ce lo tolgano.
Poi posso immaginare un mondo possibile, anzi lo devo fare perché me lo impone la mia passione per la politica, che non è altro che questa ricerca, incessante e spesso infruttuosa, del miglior mondo possibile. E in questo mondo possibile vorrei che quelle due persone non fossero costrette a vestirsi così. Ovviamente avrebbero tutto il diritto di farlo, se questa fosse davvero la loro convinzione, se questa fosse una loro decisione, se questo le facesse stare bene, se non fosse un'imposizione o una divisa. Sappiamo bene che il niqab è non solo il segno esteriore dell'adesione a un'antica e radicata fede religiosa, ma una forma di violenza contro le donne, il simbolo di un'idea ben radicata, anche nella nostra società, ossia che le donne hanno meno diritti e qualche dovere in più rispetto ai maschi.
Quelle due persone hanno in comune più di quello che la foto sembra suggerire. Perché in fondo anche quel trucco eccessivo, quella parrucca e quel vestito dai colori chiassosi sono un modo per nascondersi, per non farsi vedere, perché quello che sei non è ancora del tutto accettato, nonostante i tanti proclami, nonostante le tante conquiste fatte. Ho l'impressione che quel vestito sia una forma di difesa da un mondo che ancora respinge le persone omosessuali, perché il potere è sempre in mano ai maschi e la cultura dominante è, nonostante quello che proviamo tutti i giorni a fare, troppo maschilista e troppo omofoba. E' la stessa cultura che impone il niqab e la paillettes, salvo poi essere pronta a bruciare l'una e l'altra cosa, in nome di una purezza vagheggiata e ipocrita.
Questa foto è certo un segno di libertà, ma anche quello di una sconfitta, o almeno di una lotta non ancora vinta e che in qualche modo sentiamo che diventa sempre più dura da combattere, aspettando il migliore dei mondi possibili.

martedì 4 aprile 2017

Verba volant (370): olivo...

Olivo, sost. m.

Pianta inviolabile, spontanea,
terrore delle armi nemiche,
più rigogliosa qui che altrove,
fronda d'olivo che luccica e nutre;
né giovane né vecchio col cenno della mano
la può annientare, dopo averla incendiata.
Così Sofocle nell'Edipo a Colono parla di questa pianta così sacra per gli antichi greci. In pochi versi il poeta racconta tante storie, che il suo pubblico conosce assai bene: Atena che dona alla città il primo olivo, che ancora dà frutti sull'Acropoli; la decisione degli ateniesi di far nascere da quel primo albero le tante piante sacre che si trovano in Attica, inviolabili a norma di legge; Serse che ordina di dare alle fiamme l'olivo dell'Acropoli, rinato poi miracolosamente dalle proprie ceneri; il re di Sparta Archidamo che impone al proprio esercito vittorioso il rispetto del divieto di tagliare gli olivi della sconfitta Attica.
Anche per questo fanno bene in Salento a difendere i loro olivi e tutti noi dobbiamo essere grati a quelle donne e a quegli uomini per la battaglia difficile che stanno combattendo; lottano per la loro terra, per il futuro dei loro figli; e anche per noi. E' una lotta giusta, al netto dei demagoghi, di quelli che la cavalcano, di quelli che si scoprono oggi capipopolo mentre hanno incarichi istituzionali e non hanno mai levato una voce contro il sistema che vuole questo scempio.
Non sono questi personaggi da commedia che indeboliscono questa battaglia. Temo invece che proprio gli elementi che danno forza a quella lotta ne segnino anche la sua intrinseca debolezza. Infatti è riduttivo pensare che battersi contro la costruzione di quel gasdotto abbia il solo scopo di difendere il Salento, così come è sbagliato credere che la lotta contro il Tav debba essere fatta soltanto per tutelare la Val di Susa. Non credo sia un caso che queste due battaglie, probabilmente tra le più significative per le implicazioni politiche e sociali della nostra storia recente, avvengano in due aree così "lontane" dal resto del paese, due regioni in qualche modo poco italiane e la cui identità culturale è così forte e radicata. Questo naturalmente rafforza la lotta, perché segna un forte elemento di coesione, che è indispensabile per sostenere questo scontro così duro, di fronte a nemici così forti, ma ne è appunto il limite. Perché i nemici - i nostri comuni nemici, ossia quelli che vogliono il treno ad alta velocità, quelli che vogliono il gasdotto che dall'Azerbaigian arriva al Salento, quelli che vogliono le grandi opere, quelli che consumano i beni comuni e sfruttano il territorio - possono riuscire più facilmente a dire che si tratta di una rivendicazione locale, possono smontarne la portata politica; e più facilmente possono tentare di spezzare la nostra coesione, perché a fronte di un territorio che non vuole l'alta velocità o non vuole il gasdotto se ne può trovare un'altro che quelle opere le vuole, ingannato dalla falsa idea di progresso che queste sembrano portarsi dietro, dalle promesse che tali opere porteranno lavoro e ricchezza.
Il problema del gasdotto Tap non è quello che la sua costruzione distruggerà gli olivi del Salento, o meglio non è solo quello, anche se questo è il motivo che serve a mobilitare tante energie, dentro e fuori quella terra. Secondo la propaganda di chi vuole costruire il gasdotto questa sarebbe la migliore soluzione possibile per sottrarci alla dipendenza del gas russo. Questa è una prima menzogna. Le riserve di gas dell'Azerbaigian sono state sovrastimate e adesso sappiamo che ce n'è molto meno di quello che sarebbe giustificato dalla costruzione di questa infrastruttura, mentre il Turkmenistan ha deciso di vendere il proprio gas a est e infatti stanno costruendo un gasdotto che va in quella direzione. Alla fine il gasdotto transadriatico sarebbe utilizzato prevalentemente da Gazprom, che ha già firmato delle intese con Turchia e Grecia per costruire dei gasdotti in quei paesi, che si potrebbero facilmente collegare con il Tap. Ma in fondo non è neppure questo il vero problema, anche se ovviamente dovrebbe essere un tema di riflessione il fatto che i nostri principali fornitori di gas siano paesi - come la Russia, l'Azerbaigian o la Turchia - governati da regimi autocratici, che finiremmo per sostenere, acquistando il loro gas.
Costruire questo - o qualsiasi altro - gasdotto non serve a tutelare una fantomatica "sicurezza energetica", che nessuno sa spiegare cosa esattamente sia. Eppure sicurezza è una sorta di parola passepartout, che serve a giustificare ogni violazione del diritto da parte dei governi. Ecco un'altra menzogna: questo gasdotto non serve a tutelare la sicurezza energetica dell'Europa, perché già più del 60% del gas e dell'80% del petrolio venduti in Europa vengono dai paesi del sud del mondo o dalla regione del Caspio. Giustificare nuovi investimenti in questi paesi e nuove infrastrutture in Europa per garantire che petrolio e gas possano alimentare il mercato europeo è solo una scusa per continuare a ledere i diritti delle comunità che vivono dove questi combustibili vengono estratti. La vera questione è che costruire adesso un nuovo gasdotto vuol dire non rendersi conto - non voler rendersi conto - che tutti i combustibili fossili, gas compreso, stanno per finire e che quindi occorre investire in forme diverse di energia.
Concentrare la nostra attenzione sul Salento, sui suoi olivi secolari, su quel territorio unico, che sarebbe stuprato dalla costruzione del Tap, non può farci dimenticare che il Tap è un male in sé. Parliamo pure degli olivi, parliamo pure del Salento, visto che questo ci serve a fermare quell'opera, ci serve a conquistare attenzione, ma ricordiamo che il Tap non diventerebbe bello se invece di essere costruito in Salento arrivasse in qualche altro pezzo della costa adriatica, dove non ci sono quei bei olivi e dove ci sono già impianti industriali, magari dismessi, dove l'ambiente è già stato compromesso dai troppi sì che abbiamo detto in questi decenni.
La battaglia che dobbiamo condurre, anche a partire da un'emergenza assolutamente locale, come quella della difesa di una parte preziosa e fragile del nostro paese, è quella contro un capitalismo rapace che non sa immaginare altro che lo sfruttamento dei combustibili fossili. Vorrà dire qualcosa se il governo statunitense più ultracapitalista dai tempi di Reagan ha deciso di sostenere l'industria del carbone o se le grandi aziende russe guidano la politica estera del loro paese affinché siano garantite le rotte di comunicazione per il loro gas. Il Tap fa tanto male al Salento quanto è un pericolo per le persone che abitano a Baku, per gli agricoltori turchi e gli allevatori greci che vivono lungo il suo tracciato, per la regione di Seman in Albania, dove il Tap si getta in mare, e noi - anche noi che viviamo lontano da quelle terre - dobbiamo riuscire a fermarne la costruzione per proteggere il futuro nostro e loro.
La distruzione degli olivi del Salento è un danno collaterale. La vicenda del Tap è gravissima perché su una questione centrale come l'energia le decisioni fondamentali non vengono prese neppure dai governi - figurarsi poi dalle istanze democratiche più vicine al territorio - ma da poteri che rispondono unicamente a una logica di profitto, che sono capaci di controllare una risorsa, di cui prima ci hanno fatto diventare dipendenti e che poi hanno fatto diventare scarsa. Il Tap è un pericolo perché è un elemento di questo disegno, in cui i rischi vengono messi in conto alla collettività, i guadagni sono tutti dei grandi capitalisti e noi cittadini ci ritroviamo a pagare per un bene che, oltre tutto, danneggia il territorio in cui viviamo e pregiudica per sempre il futuro dei nostri figli.
Però è una battaglia molto difficile, sempre più difficile; e non so se ci sarà un poeta che canterà un giorno questa resistenza, non so se avremo la forza di raccontare ancora le storie dei nostri olivi.

sabato 1 aprile 2017

Verba volant (369): capello...

Capello, sost. m.

Bambole vestite da monaca furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que' regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto.
Alessandro Manzoni racconta con spietata precisione la violenza psicologica subita dalla piccola Gertrude, a cui nessuno disse mai che sarebbe dovuta diventare una monaca, anche se avevano già deciso per lei, prima ancora che nascesse, che quello sarebbe stato il suo destino. La giovane Gertrude non ebbe il coraggio e la forza di ribellarsi a questo stato di cose, perché la sua famiglia non la considerava una persona, ma una cosa, di cui poter disporre, con la scusa - e la convinzione - che lo stavano facendo per il suo bene. E forse alla fine lei stessa si era convinta che fosse così.
Certamente anche i genitori della ragazza di 14 anni che vive a Borgo Panigale, alle porte di Bologna, sono convinti di agire per il suo bene, ma esprimono la stessa violenza, la stessa brama di possesso. Stavolta però qualcosa è cambiato. La nuova Gertrude ha sentito questa costrizione come inaccettabile e si è ribellata; e allora è stata punita più duramente, ma ha avuto comunque il coraggio di parlare e ha trovato - per fortuna, ma non sempre succede purtroppo - nella scuola e nei servizi sociali persone capaci di ascoltarla. Gertrude è stata tolta alla famiglia e comincerà ora un cammino difficile, in cui speriamo non sia lasciata sola.
Non siamo ipocriti: parliamo di questa vicenda soltanto perché la famiglia di Gertrude è di origine bengalese e di religione musulmana e perché il motivo del contendere è l'imposizione di portare il velo, obbligo a cui la ragazzina si sottraeva non appena usciva di casa. Ci interessa questa storia solo per esercitare il nostro senso di superiorità verso gli stranieri e per dire quanto sia negativa l'influenza della religione - e di quella religione in particolare - sulla nostra società. Se la famiglia fosse stata ebrea o cattolica non ci sarebbero stati i titoli in prima pagina, ma solo in cronaca; se fosse stata italiana non ne avremmo parlato per niente. Invece è giusto parlarne, perché la questione non riguarda la religione o l'accoglienza degli stranieri - come pure scioccamente si è fatto in queste ore - ma l'educazione dei nostri figli, e in particolare delle giovani donne. Forse qualcuna di voi che leggete queste riflessioni è stata rimproverata - o magari ha preso uno schiaffo, una volta non era così infrequente - per essersi truccata di nascosto appena uscita di casa, anche se sapevate che i vostri genitori non volevano. E forse, diventate madri, guardate ai profili social delle vostre figlie con lo stesso timore con cui i vostri genitori vi guardavano uscire.
La famiglia di Gertrude non ha gli strumenti per educare quella giovane donna, ha paura del mondo - una paura spesso giustificata - ma non capisce che non è attraverso questa forma di violenza che può difendere quella ragazza, che dovrà comunque affrontare questo mondo, e lo affronterà tanto meglio quanto più i suoi genitori saranno riusciti a darle gli strumenti per farlo. In questa vicenda la vera sconfitta - vorrei dire la vera vittima - non è tanto Gertrude, che è una ragazza tenace, che a scuola ha buoni voti, che sa relazionarsi con i suoi coetanei, che ha coraggio - più coraggio di quanto ne abbiano avuto le due sorelle più grandi - ma la madre di Gertrude, che per paura del mondo, per paura di perdere il controllo sulla propria figlia, per incapacità di capire che il mondo è diverso da quello in cui lei è cresciuta, non ha trovato altro modo che quello di tagliarle i capelli. Non so se sia troppo tardi per cercare di aiutare la madre, per cercare di educarla; forse sì, forse il modo in cui si è sviluppata questa storia renderà più difficile tornare indietro, forse il fatto stesso che in tanti ne parliamo - spesso a sproposito, mettendo in mezzo cose che non c'entrano, come la sua religione - non ci permetterà di aiutare come dovremmo la madre di Gertrude, però io credo sarebbe adesso la cosa più urgente.
La speranza è che Gertrude sia una madre migliore di quella che ha avuto lei: questo dipende molto da lei, dalla sua intelligenza e dalla sua forza. Ma un po' dipende anche da noi, perché non possiamo tirarci del tutto fuori da questa storia. Se la madre di Gertrude è così, si comporta così, è anche perché il mondo là fuori fa decisamente schifo, è sessista, misogino, pieno di violenza verso le donne, e di questo ciascuno di noi porta una parte di responsabilità. Rendere il mondo un posto un po' più sicuro dove Gertrude possa crescere è anche compito nostro.