lunedì 16 ottobre 2017

Verba volant (444): produttore...

Produttore, sost. m.

Harvey Weinstein è malato e quindi deve essere curato in una qualche lussuosa clinica privata? No, Harvey Weinstein è un uomo che ha usato tutto il suo potere per commettere delle violenze su molte donne e quindi merita il carcere. Io non sono un tipo violento, ma volentieri a uno come lui lo taglierei; di netto. Detto questo credo che questa vicenda non riguardi solo lui e le sue vittime, ma in qualche modo tutti noi.
Da quanti anni Harvey Weinstein usava il suo potere in questo modo? Molti, probabilmente più di venti. Quante donne hanno subito le sue violenze? Molte, troppe. Quante persone sapevano o sospettavano? Molte di più di quelle che in questi giorni si sono scandalizzate. Infatti cosa è successo in questi anni? Niente. Perché quelle donne avevano troppa paura di denunciarlo, perché sapevano che non sarebbero state credute, che sarebbero state derise, oltraggiate, accusate di cercare pubblicità, perché loro sarebbero state considerate colpevoli e Weinstein la vittima. Perché gli uomini che sapevano erano pavidi o invidiosi - magari quelle bellissime donne si fossero concesse anche a loro - o peggio pensavano che Weinstein avesse un qualche diritto di chiedere quello che chiedeva, in cambio di una parte in un film di successo.
Mi piacerebbe pensare che la spettacolare caduta di Harvey Weinstein sia una vittoria delle donne, il segno che qualcosa sta finalmente cambiando. A leggere molti commenti - terribili quelli di tante donne - sulle attrici che hanno denunciato Weinstein sembra proprio di no. Temo che Weinstein sia caduto adesso solo perché non è più così forte come prima, quando pretendeva sesso dalle sue attrici, sapendo che sarebbe rimasto impunito. Per chi voleva togliere di mezzo il vecchio leone che mezzo migliore di uno scandalo sessuale, vero e documentato, in cui non c'era nulla da inventare? Anche questa è una forma di violenza sulle donne, un modo sporco di usare il loro corpo.
Viviamo in una società in cui è normale usare il corpo delle donne, per vendere un'automobile o per farci votare un partito politico. Viviamo in una società in cui le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, se solo avessimo il coraggio di ascoltarle, potrebbero raccontare cosa è successo a loro, quando hanno incontrato il "loro" Weinstein, cosa è costato loro rifiutare o accettare quelle proposte. Viviamo in una società in cui noi stessi abbiamo dato un voto più alto a quella studentessa così carina o abbiamo promosso quella nostra collega così bella; poi magari non abbiamo avuto il coraggio di provarci, ma anche noi siamo stati Weinstein. E' un film che non ci piace, ma che dobbiamo avere il coraggio di vedere.
Nessuno ci condanna per quel voto o per quella promozione, noi non ci condanniamo - non lo facciamo mai - e neppure le donne vittime di quel nostro abuso - sia quelle che ne hanno approfittato sia quelle che lo hanno subito, perché magari meritavano davvero quel posto - ma quel voto, quella promozione, sono una forma di violenza, o comunque sono un'ingiustizia e rappresentano la nostra debolezza e la nostra immaturità, perché, ancora una volta, abbiamo usato il corpo delle donne.
Noi non siamo Harvey Weinstein, non abbiamo il suo potere, non abbiamo le sue opportunità. Ma se avessimo quel potere? se avessimo quelle opportunità? Ovviamente possiamo mentire e dire che di fronte ad Angelina Jolie non ci avremmo neppure pensato. Oppure, come facciamo molto spesso, avremmo dato la colpa a lei. La bellezza delle donne non può continuare a essere il nostro alibi.
Il problema è che ci hanno insegnato a essere come Harvey Weinstein. E per questo non è malattia, come fosse il morbillo. E allora dobbiamo imparare un'altra lezione, completamente diversa: questa è la soluzione, l'unica soluzione possibile. Dobbiamo girare un altro film.
Ma ogni giorno ci allontaniamo da questa soluzione e soprattutto non facciamo assolutamente nulla affinché i nostri figli siano diversi da noi. E ogni giorno ci fanno vedere una spot pubblicitario in cui ci fanno desiderare Angelina Jolie, perché quel desiderio sessuale fa vendere più profumo. E così finiamo per considerare normale usare il corpo di una donna. Fino a che non siamo Harvey Weinstein e per spegnere quel desiderio possiamo prenderci direttamente quella donna.
Abbiamo bisogno di cambiare film. Dubito che da soli ce la faremo. Abbiamo bisogno di chiedere aiuto. Alle donne. Lo dobbiamo a noi stessi, ma soprattutto a loro.

mercoledì 11 ottobre 2017

Verba volant (443): sezione...

A Castrignano de' Greci, un piccolo comune della Grecìa salentina, ossia uno dei paesi in cui si parla ancora il griko, la sede del pd è passata, armi e bagagli, a Mdp. Mentre un'insegna veniva tolta e l'altra veniva messa, tra gli applausi dei militanti, sono risuonate le note dell'Internazionale: un tuffo nel passato, l'occasione per un piccolo articolo di colore, presto dimenticato.
Non sono mai andato a Castrignano, ma nella mia vita ho visitato parecchie sezioni, quando si chiamavano ancora così: spesso erano posti piuttosto tristi, a essere sincero. Non so se esista ancora la sezione di cui sono stato segretario molti anni fa. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi com'era la politica quando non c'era internet e c'erano invece le sezioni. A dire la verità quando allora parlavo in una sezione mi ascoltavano molte meno persone di quante adesso leggano le cose che scrivo nel mio blog. Con Facebook faccio conoscere le mie idee a persone che mai avrei potuto incontrare nella mia piccola sezione del contado bolognese - o anche quando facevo il funzionario della federazione -eppure allora facevo politica, mentre adesso le mie parole rimangono qui, sostanzialmente sterili, non avendo neppure la possibilità dell'oblio, come forse meriterebbero.
Io sono uno dei tanti che la politica l'ha conosciuta e imparata in sezione, perché, pur durante riunioni spesso noiose e talvolta inconcludenti, imparavi a parlare e soprattutto ad ascoltare prima di parlare; una buona abitudine che qui in rete abbiamo perso, visto che spesso commentiamo senza neppur aver letto quello che gli altri hanno scritto, solo in base a quello che pensiamo che abbiano scritto. La politica in sezione procedeva lentamente - e molte volte questa lentezza ti esasperava - qui in rete va decisamente più in fretta, ma quante volte ci siamo resi conto di aver scritto una cosa stupida solo perché non ci siamo presi neppure un minuto per pensare e abbiamo scritto di getto, magari commentando una notizia non vera. In sezione imparavi a capire cosa era importante e cosa no, imparavi che le opinioni di tutti erano importanti, ma che c'erano compagni il cui parere dovevi ascoltare con maggiore attenzione, perché non rappresentavano solo se stessi, ma altre persone che facevano lo stesso lavoro, o vivevano nella stessa zona o avevano lo stesso problema. Qui in rete invece siamo tutti allo stesso livello, sembra una conquista democratica, perché tutti contiamo uno: è vero, ma così nessuno rappresenta davvero gli interessi e i bisogni degli altri e quindi rischi di prendere per buona la cosa detta da una persona solo perché la dice prima o più forte degli altri, e magari è qualcosa che interessa solo a lui. La sezione serviva anche a radicare una rappresentanza, ma abbiamo voluto annullare perfino l'idea che ci servano strumenti per gestire la rappresentanza, pensiamo di poter dialogare direttamente con le persone che prendono le decisioni, ma siamo più deboli perché siamo soli e quella che ci sembra più democrazia - perché siamo "amici" su Facebook del sindaco, del senatore, del ministro e possiamo loro dire quello che pensiamo - è meno democrazia. La sezione poi rappresentava una comunità, un luogo, non solo fisico, in cui eri meno solo, in cui sapevi che c'erano altre persone che vivevano il tuo impegno.
So che queste riflessioni mi fanno sembrare uno che guarda solo indietro, perso nella nostalgia di un tempo che non verrà più. E' vero, e devo ammettere che già ai miei tempi le sezioni facevano fatica a vivere, se non erano animate da gruppi di compagne e compagni davvero molto volonterosi, che dedicavano a quello gran parte del loro tempo. E penso che una nostra responsabilità sia stata quella di non fare abbastanza per aiutare quelle compagne e quei compagni, perché pensavamo che le sezioni non fossero "moderne".
Non so bene cosa siano diventate le sezioni oggi, visto che non le frequento da diversi anni. Quello che leggo però mi preoccupa. Ho letto che a Bologna hanno praticamente chiuso tutte le sezioni che c'erano nei luoghi di lavoro - compresa quella "mitica" dei tramvieri - leggo che in vista del congresso della federazione ci sono sezioni in cui si sono visti raddoppiare gli iscritti in una notte. Non sono le sezioni che io conoscevo, anche se per lo più gli indirizzi sono gli stessi. Qualche anno fa conoscevo bene tutti i segretari di sezione di Bologna e della sua provincia, so che qualcuno di loro c'è ancora, ma è cambiato tutto, non solo l'insegna attaccata fuori della porta. E' cambiata l'idea che una sezione serva, perché si è immaginata che la politica debba vivere solo fuori. Anche allora dicevamo che la sezione non ci bastava, ma distruggere - come è stato fatto - quel tessuto ha significato distruggere un modo di fare politica, un modo che aveva sicuramente dei limiti, ma che ha contribuito a costruire la democrazia.
Sinceramente non so se può tornare il tempo delle sezioni, se basta cambiare per l'ennesima volta le insegne. Credo di no. Perché abbiamo distrutto ormai i ponti alle nostre spalle. E perché sarebbe anacronistico far finta che la rete non esista. Magari una generazione diversa dalla nostra capirà come sfruttarne le enormi possibilità per creare una nuova forma di comunità.   

martedì 10 ottobre 2017

Verba volant (442): italiano...

Italiano, agg. m.

E noi quando siamo diventati italiani? Non mi riferisco al paese, quello lo sappiamo - o almeno dovremmo saperlo, perché lo abbiamo studiato a scuola - nel 1861, anche se, come diceva il povero d'Azeglio, fatta l'Italia, non erano ancora stati fatti gli italiani. Voglio sapere invece quando ciascuno di noi è diventato italiano. E potrei fare la stessa domanda a un francese, a un cinese, a un neozelandese.
Burocraticamente sono italiano perché sono nato da due genitori italiani e quindi lo sono diventato così, all'improvviso, quando ne ero assolutamente inconsapevole. Poi lo sono progressivamente diventato perché ho imparato a parlare in italiano, perché sono andato a scuola, perché ho conosciuto la storia e la cultura di questo paese, di cui ero diventato cittadino a mia insaputa. Poi ho acquistato consapevolezza di essere un cittadino italiano quando, poco dopo aver compiuto diciott'anni, sono andato per la prima volta a votare. Immagino che per parecchi maschi la naja sia stato un altro elemento che ha contribuito a renderli italiani. E proprio perché essere italiano - ma anche essere francese, cinese, neozelandese - è qualcosa che riguarda la cultura e la consapevolezza di ciascuno di noi - molto più della burocrazia - adesso non mi definisco mai così. Mi sento emiliano più che italiano, europeo più che italiano, e più di tutto mi sento comunista più che italiano.
Per questa ragione credo che debba essere approvata prima possibile - perfino da questo parlamento così incredibilmente delegittimato - una legge che introduca lo ius soli al posto dello ius sanguinis: è un elemento di civiltà, al di là di ogni altra considerazione politica. Ma proprio per quello che ho detto prima questo dibattito, che pure impegna tante persone, tante coscienze - anche in buona fede - che anima la vita politica italiana in queste settimane, mi sembra inadeguato, proprio perché ho l'impressione che lo ius soli sia una specie di etichetta - certamente una bella etichetta - messa sopra un barattolo che però è vuoto.
Quali sono i diritti di cui devono godere una bambina e un bambino nati in Italia da genitori non italiani, ma che sono comunque italiani? Quali sono - o quali dovrebbero essere - i diritti di un cittadino, indipendentemente dal suo "suolo" e dal suo "sangue"? Su questo mi sembra che abbiamo idee piuttosto diverse. Perché molti sono convinti che basti un'uguaglianza formale: cari bambini, siete tutti italiani allo stesso modo e adesso gambe in spalla. Per me invece dietro quell'etichetta dovremmo cominciare a ragionare davvero di diritti, perché non è uguale se sei maschio o femmina, come non è uguale se sei ricco o povero. I maschi si prendono più diritti delle femmine e i ricchi se ne prendono ancora di più. E quindi, anche se Fatima e Maria sono entrambe burocraticamente italiane perché tutte e due sono nate in Italia, continuano a essere pagate meno di Mohamed e di Giuseppe, solo perché sono donne: essere o non essere italiane conta assai poco. Se Mohamed e Giuseppe lavorano entrambi in nero senza diritti, cambia poco che siano o non siano italiani.
Fatima e Mohamed sono nati in Italia e quindi sono italiani, ma che diritti ha un italiano? Per me è questa la domanda vera. Ed è anche per questo che la questione dello ius soli è così combattuta.  Perché Maria e Giuseppe, italiani perché nati in Italia, hanno pochissimi diritti, ne sono consapevoli e pensano - non del tutto a torto, a dire il vero - che quando anche Fatima e Mohamed diventeranno italiani, quel poco lo dovranno dividere e allora sarà pochissimo. E quindi difendono il loro poco: è naturale che lo facciano e non possiamo scandalizzarci. Dovremmo invece indignarci del fatto che sono sfruttati, indipendentemente da quello che dice il loro certificato di nascita.
La questione non è essere o non essere italiani - o francesi, o cinesi, o neozelandesi - ma essere o non essere sfruttati, perché siamo poveri, perché siamo donne, perché non abbiamo studiato. Allora cosa vuol dire essere italiano? Che significato può avere quel pezzo di carta per Fatima e Mohamed? Poco, perché anche loro sono consapevoli della società in cui hanno avuto la ventura di nascere e sanno che dovranno dividersi quel poco che qualcuno ha già e che quindi, una volta diviso, diventerà pochissimo, ma che a loro sembra già desiderabile, non avendo nulla. E qui rischia di nascere un conflitto, un conflitto che è già sotto gli occhi di tutti noi, anche se non lo vogliamo vedere; perché non vogliamo vedere che il dramma per tutti, per Fatima e per Giuseppe, per Maria e per Mohamed, è che non ci sono diritti, che quel vaso, con quella bella etichetta, è drammaticamente vuoto.

lunedì 9 ottobre 2017

Storie (X). "Senza mai perdere la tenerezza..."

Il dottor Ernesto osservava i bambini che giocavano a pallone nel cortile sotto le finestre del suo piccolo ambulatorio, alla periferia meridionale di Rosario. Non riusciva a ricordare i loro nomi, anche se li aveva visitati tutti, parecchie volte; ricordava un po' i nomi dei loro genitori, ma ancora meglio quelli dei loro nonni. Erano davvero molti anni che faceva il medico laggiù ed era il momento di smettere; a dire il vero era ormai da qualche anno che non usciva di notte per le emergenze, ci pensava il dottor Morales, che aveva meno della metà dei suoi anni e che sapeva usare il telefonino e il computer. E poi alla sua età non era prudente continuare ad andare in giro in motocicletta per le strade dissestate della città.
Il mondo là fuori era molto cambiato da quando si era laureato e aveva viaggiato per tutta l'America latina prima di ritornare a Rosario per fare il medico. Era sparita l'Unione sovietica e un nero era diventato presidente degli Stati Uniti. Lui continuava a definirsi un comunista - ormai erano pochissimi a farlo - non ricordava neppure più quando aveva cominciato a esserlo: era passato tanto tempo. Le periferie del mondo non erano affatto cambiate; anzi secondo lui la periferia di Rosario era cambiata in peggio negli ultimi cinquant'anni. Certo adesso c'erano più auto - e a causa dei loro scarichi si respirava molto peggio ed erano aumentate le malattie ai polmoni - c'erano i telefonini - e chissà che effetto avranno le onde che emettono tra qualche anno - c'era più cibo - ma quell'apparente abbondanza era a scapito della salute degli uomini e della terra. Rispetto a quando era più giovane quella sua periferia era più caotica e rumorosa e lui odiava la rozza immagine di persone che si muovevano come impazzite al ritmo di quel tremendo rumore della città. Non gli piaceva quello che vedeva dalla sua finestra e non gli piaceva diventare vecchio.
La vita di quei bambini che lui visitava tutti i giorni non era molto diversa da quella dei loro genitori e dei loro nonni. Riusciva a guarirne di più, non perché fosse diventato più bravo, ma perché c'erano medicine più efficaci, anche se troppe volte non c'erano abbastanza soldi per comprarle e quindi i bambini poveri di Rosario continuavano a morire, più che i bambini ricchi. Questa era un'ingiustizia che non riusciva a sopportare, non ci riusciva quando era giovane e non ci riusciva neppure adesso, anche se ormai era stanco e aveva capito che indignarsi non sarebbe servito a niente.
C'era stato un tempo in cui aveva pensato che non gli sarebbe bastato fare il medico, un tempo in cui avrebbe voluto impugnare le armi e andare a combattere. Strano che gli venisse in mente proprio adesso. In fondo era soddisfatto del suo lavoro, pensava alle persone che aveva salvato; diceva sempre che aveva più valore, un milione di volte, la vita di un solo essere umano che tutte le proprietà dell'uomo più ricco della terra. E lui era riuscito a salvare molte vite dei poveri di Rosario.
Avrebbe voluto fare di più, avrebbe voluto cambiare il mondo, avrebbe voluto che le bambine e i bambini della sua città che lui aveva curato avessero avuto la possibilità anche loro di studiare e diventare magari medici, per salvare altre vite e insegnare ad altri bambini. Pensava alle bambine e ai bambini che morivano ogni giorno da qualche parte del mondo, in qualche periferia; lo diceva sempre al dottor Morales che sarebbe stato un bravo medico se avesse continuato a sentire nel più profondo qualsiasi ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo.
Amava quei bambini, pensava che il vero medico - come il vero rivoluzionario - dovrebbe essere sempre guidato da grandi sentimenti d'amore.
Mentre questi pensieri si affollavano nella sua testa, sentì un rumore e un bambino che cominciò a piangere. Era José - o Juan, non ricordava affatto i loro nomi - il figlio più piccolo di Estrela: era caduto, sanguinava. Prese la borsa e uscì in strada, come aveva fatto migliaia di volte. José - o Juan, non se lo ricordava proprio - non si era fatto nulla, si era solo spaventato e piangeva. Il dottor Ernesto lo prese in braccio, lo portò in ambulatorio e fasciò la ferita, come aveva fatto certamente anche con sua madre vent'anni prima. José - o Juan, neppure noi ci ricordiamo il suo nome - come tutti i bambini del quartiere sapeva che il dottor Ernesto lo avrebbe aiutato, ma ne aveva anche un po' paura: era quello che gli faceva le punture, che gli dava dei colpi sulla schiena, che gli dava le medicine cattive. Quando vide che il dottore frugava nella borsa pensò che cercasse una puntura. Invece ne tirò fuori una caramella, con la sua bella carta colorata e luccicante e gliela diede. Il bambino la prese, la scartò delicatamente, mise in tasca la carta e in bocca la caramella. "Ecco la tua medicina per oggi", brontolò il dottor Ernesto, "e adesso torna fuori".
Nonostante tutto il dottor Ernesto non aveva perso la tenerezza.

giovedì 5 ottobre 2017

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Zaira
Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che s'infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo.
Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.

mercoledì 4 ottobre 2017

Verba volant (441): legge...

Legge, sost. f.

Esattamente da quando noi di sinistra abbiamo cominciato a credere che rispettare le leggi sia un valore in sé? Posta così la domanda è volutamente provocatoria, eppure la questione mi ronza in mente da qualche giorno, perché in tanti, discutendo della vicenda catalana, hanno detto che i leader di quella regione hanno sbagliato perché le leggi spagnole non prevedono che si celebri un referendum avente come oggetto la secessione e sono sinceramente convinti che questo da solo basti ad argomentare la loro posizione. In sostanza se le leggi non ti consentono di farlo, non puoi farlo, al massimo puoi cercare di cambiare quelle leggi, sempre nel quadro di una legge superiore, come ad esempio una costituzione. Personalmente credo che i leader catalani abbiano commesso un gravissimo errore perché la secessione è la risposta politica sbagliata, ma non perché viola le leggi della Spagna.
Non mi interessa tornare sulla vicenda catalana, che ho usato solo come esempio, il tema che voglio affrontare è più complesso ed è proprio questo: il rapporto tra la politica e la legge. Riflettete: quando noi di sinistra pensiamo a persone che ci hanno ispirato, pensiamo a "criminali", a persone che hanno sistematicamente violato le leggi. Antonio Gramsci e Carlo Rosselli hanno deliberatamente disobbedito alle leggi del loro paese, Nelson Mandela e José Mujica erano considerati terroristi, i partigiani erano "banditi", il Che era un "bandito". E l'elenco potrebbe continuare molto a lungo, perché in fondo la storia della sinistra è proprio questo: scardinare l'ordine costituito - e le leggi che ne garantiscono la sopravvivenza - in nome di un ideale più alto, in nome del progresso politico e sociale. E' la storia di Antigone che viola le norme imposte dal re Creonte per rispettare leggi che per lei sono più importanti, che per lei hanno un valore superiore a quelle di volta in volta definite dall'autorità pubblica.
So che il tema è controverso. Io ovviamente non auspico che le persone scendano in piazza e inizino a commettere reati in nome di un ideale politico, di un qualsiasi ideale politico, soprattutto del mio, e so anche che le leggi nel corso del Novecento sono state spesso una conquista del movimento dei lavoratori. E infatti i padroni fanno di tutto per abolirle: pensate a cosa è stato fatto nel nostro paese contro lo Statuto dei lavoratori, una legge che noi dobbiamo difendere a ogni costo, o cosa hanno provato a fare - e proveranno ancora a fare - contro la nostra Costituzione. Io non sono contro le leggi, ma contro l'idea - che ho l'impressione stia prevalendo - che la lotta politica possa avvenire solo all'interno di un sistema di leggi definite.
In una partita di calcio è essenziale rispettare le regole: se una squadra scende in campo con ventidue giocatori vincerà certamente contro quella che ne schiererà solo undici, ma nella vita politica non dobbiamo per forza accettare di "giocare" con le regole che l'avversario ha scritto, magari per impedirci non solo di vincere, ma perfino di toccare palla. Invece ci stanno convincendo del contrario, tra l'altro creando una sorta di analogia tra la violenza e il non rispettare la legge. La nostra società rifiuta la violenza, anzi il rifiuto della violenza è una conquista della nostra società. I terroristi usano la violenza per cercare di cambiare leggi che loro considerano sbagliate e noi giustamente condanniamo il terrorismo, ma non dobbiamo condannare anche la disobbedienza e il conflitto che nasce da essa. Al potere costituito il terrorismo serve molto e lo vediamo proprio da questo: in questi anni ci hanno convinto che disobbedire al potere sia una forma di violenza e siccome la violenza è un male, ergo anche disobbedire è un male. No, i sillogismi non funzionano in politica. La violenza dei terroristi è una cosa, il rifiuto di obbedire a una legge che consideriamo ingiusta e la lotta per cambiarla, anche al di fuori delle norme, è un'altra cosa.
Perché la legge è importante non in sé, ma per quello che dice. L'etimologia della parola lex è complessa, ma probabilmente risale al verbo greco lèghein, che significa dire, parlare, è la stessa radice che troviamo in logos. La legge in sostanza è ciò che dice il potere, ne consegue quindi che ciò che interessa non è la legge, ma chi esercita il potere e quindi chi ha fatto quella legge. Se chi esercita il potere lo fa in maniera arbitraria, le sue leggi sono arbitrarie. E contro quelle leggi - e quel potere - abbiamo il dovere morale di opporci. La politica in fondo è questa cosa qui: la lotta per far prevalere un'idea di progresso, di crescita, di giustizia sociale. Almeno per la sinistra dovrebbe essere questo. E se per farlo è necessario violare le leggi, dovremo violarle, se per farlo è necessario il conflitto, non potremo sottrarci a combattere.

lunedì 2 ottobre 2017

Verba volant (440): messinscena...

Messinscena, sost. m.

Nei giorni scorsi, io - nel mio piccolissimo - ho difeso il diritto dei cittadini catalani di poter votare, specialmente dopo che il governo di Madrid ha tentato stupidamente di impedire questo voto. E proprio perché non considero il referendum una "messinscena", come ha detto domenica sera - ancor più stupidamente - il primo ministro spagnolo, credo occorra leggere i numeri di quel voto. E i numeri ci dicono con chiarezza che gli indipendentisti hanno perso; perché, nonostante la chiamata alle armi del governo catalano, oggettivamente favorita dalla reazione rabbiosa e antidemocratica di Madrid, solo il 42,6% dei catalani si è recata alle urne e nel complesso quelli che hanno votato sì rappresentano il 38% di tutti gli aventi diritto, una minoranza, per quanto significativa e agguerrita. Gli indipendentisti catalani sono andati peggio dei loro "cugini" scozzesi nel 2014. Esiste quindi in Catalogna una maggioranza dell'opinione pubblica che, evidentemente per ragioni anche molto diverse, ritiene che quella regione sia parte della Spagna.
Poi, nonostante questo chiarissimo risultato, dal momento che in democrazia non bastano i numeri, ma serve anche la politica, il vero sconfitto del giorno del referendum è stato Mariano Rajoy, perché ha dimostrato di non capire davvero nulla di politica e di non conoscere il paese che dovrebbe guidare. Rajoy si è dimostrato assolutamente incapace di gestire una situazione tutto sommato non troppo difficile da tenere sotto controllo. Poteva far finta di tollerare il referendum e domenica sera avrebbe potuto presentarsi in televisione, rivendicando la vittoria, ringraziando la maggioranza dei cittadini catalani, blandendo la parte meno estremista di quelli che avevano votato sì, gettando la sconfitta sui leader catalani. Invece ha voluto usare la forza e naturalmente questo gli si è ritorto contro e quindi adesso si ritrova un mucchio di macerie.
Rajoy si è dimostrato incapace perché non ha avuto la capacità di pensare a quello che sarebbe successo il giorno dopo. Non si è chiesto come potranno continuare a lavorare insieme gli uomini della polizia nazionale con i loro colleghi della polizia locale, dopo che li ha trattati da "disertori", li ha in qualche modo costretti a essere tali. E come lavoreranno i funzionari catalani che dovranno necessariamente continuare ad avere rapporti con quelli di Madrid? Nessuno - e questa è la vera disfatta del referendum - né da parte catalana né da parte spagnola aveva un disegno su cosa sarebbe dovuto succedere il giorno successivo al referendum.  Si è andati allo scontro, ma ovviamente lo scontro non poteva essere risolutivo, non è una corrida in cui il toro - o più raramente l'uomo - muore e quindi alla fine festeggi il vincitore. I due governi hanno cominciato una battaglia in cui ci sarebbero stati solo feriti, ma le ferite sono spesso molto difficili da dimenticare e queste ferite peseranno sulla storia dei prossimi anni della Spagna e della Catalogna. Quindi chi ha responsabilità di aver voluto infliggere questi colpi porterà su di sé questa colpa.
Spero che Rajoy si dimetta o che qualcuno lo costringa a dimettersi perché è veramente un incapace. Anzi un incapace stupido: la categoria peggiore.
E' difficile, ma credo potremmo sperare che da questa crisi nasca qualcosa. Sarebbe importante che i socialisti - che mi pare si stiano scrollando di dosso l'eredità centrista che è stata così esiziale per la sinistra europea - e quelli di Podemos avanzassero insieme una proposta per garantire alla Catalogna - e alle altre regioni spagnole - una forma di autonomia in un quadro federale, ragionando anche su quello che non può più essere un feticcio, ossia la monarchia borbonica voluta da Franco. Sarebbe bello pensare che questa crisi - così mal gestita da due destre - possa essere l'occasione per la rinascita, grazie alla sinistra, della República. Per tutta la Spagna.

domenica 1 ottobre 2017

da " Le Troiane" di Euripide


Tacere? No, non tacere. Piangere.
Su che cosa?
Le mie povere ossa!
In che stato sono ridotta,
stesa su un letto di pietra.
Testa, tempie, fianchi: è tutto un dolore.
Voglio contorcermi sul dorso,
oscillando sui fianchi
e accompagnare a questo moto
lacrime e lamenti senza fine.
Anche questa è musica per chi soffre,
gridare sciagure senza danze.
Voi, spose infelici dei Troiani armati di bronzo,
voi vergini destinate a tristi nozze
Ilio è ormai cenere,
piangiamo.
Inizierò il mio canto, come la rondine
lancia ai suoi piccoli lo strido acuto.

sabato 30 settembre 2017

"Vai ragazza" di Taslima Nasreen


Hanno detto - non prendertela…
Hanno detto - stai calma…
Hanno detto - smettila di parlare…
Hanno detto - stai zitta…
Hanno detto - stai seduta…
Hanno detto - abbassa la testa…
Hanno detto - continua a piangere, lascia scorrere le lacrime…

Come dovresti reagire?

Dovresti alzarti ora
dovresti stare in piedi
tenere le spalle dritte
tenere alta la testa…
dovresti parlare
dire cosa pensi
dirlo forte
urlare!

Dovresti urlare così forte da farli correre a nascondersi.

Diranno - “Sei una svergognata!”
Quando lo senti, ridi…

Diranno - “Hai un carattere dissoluto!”
Quando lo senti, ridi più forte…

Diranno - “Sei corrotta!”
E tu ridi, ridi ancora più forte…

Sentendoti ridere, grideranno,
“Sei una puttana!”

Quando dicono così,
tu mettiti le mani sui fianchi,
stai ferma e dì,
“Sì, sì, sono una puttana!”

Resteranno scioccati.
Ti fisseranno increduli.
Aspetteranno che tu dica di più, molto di più…

Gli uomini fra loro arrossiranno e suderanno.
Le donne tra loro sogneranno di essere una puttana come te.

giovedì 28 settembre 2017

Verba volant (439): patente...

Patente, sost. f.

Nel medioevo quando l'imperatore e i re volevano comunicare ai loro sudditi una propria decisione potevano inviare una lettera patente, ossia uno scritto in cui rendevano appunto evidente, manifesta, la propria volontà. Da qui negli stati moderni la patente - che nel frattempo, persa la parola lettera, è diventata un sostantivo da aggettivo che era - è diventata il documento con cui l'autorità amministrativa autorizza qualcuno a esercitare una qualche attività. Poi, come noto, almeno in italiano, la patente è diventata, per un'ulteriore elisione, stavolta del complemento di specificazione, il documento che permette agli uomini - e alle donne - di guidare. Per il diciottenne italiano la patente è l'agognato simbolo della propria maturità, il segno che si è diventati grandi, ben più del certificato elettorale, il cui arrivo viene vissuto, per lo più, con indifferenza.
Da giugno dell'anno prossimo il re dell'Arabia saudita ha concesso alla donne di quel paese la possibilità di avere la patente: un decreto arrivato dritto dritto dal medioevo, dal momento che l'Arabia saudita è una delle sette monarchie assolute che ci sono ancora nel nostro pianeta, insieme a Brunei, Oman, Qatar, Emirati Arabi Uniti - per la precisione una federazione di piccole monarchie assolute - Swaziland e Città del Vaticano. E in una monarchia assoluta decide il re, quello che gli va bene è permesso e quello che non gli va bene non è permesso. E quindi se il prossimo re saudita - visto che non deve tener conto dell'opinione pubblica del suo paese - deciderà di revocare la concessione alle donne di guidare, lo potrà fare, con buona pace delle persone che scrivono su Facebook e Twitter
E per i giovani - e da adesso anche le giovani - dell'Arabia saudita la patente è davvero l'unico segno pubblico dell'arrivo della maturità, perché in quel paese non ci sono elezioni parlamentari, non essendoci neppure un parlamento. Non c'è neppure una costituzione, basta il Corano e appunto la volontà del re.
Poi sarebbe da chiedersi come sia possibile che una monarchia assoluta, senza una costituzione e senza un parlamento, abbia un seggio alle Nazioni Unite, abbia regolari rapporti diplomatici con tutti gli altri stati del mondo, anzi ci sarebbe da chiedersi come mai questi monarchi assoluti siano così rispettati e ascoltati da parte degli altri paesi. 
Sarà che quella monarchia non arriva dal medioevo - come quella del papa, a cui quindi possiamo perdonare qualche retaggio dell'antico assolutismo - ma è molto più recente. L'Arabia saudita è uno stato giovanissimo, nato nel 1932, per volere delle potenze vincitrici della prima guerra mondiale, e in particolare del Regno Unito e della Francia, che volevano in quella regione cruciale un paese loro alleato, capace di garantire la pace e soprattutto gli interessi delle aziende e delle banche, che avevano generosamente sostenuto le spese della guerra e che ora dovevano pur rientrare dei propri cospicui investimenti. I paesi europei e poi gli Stati Uniti diedero alla dinastia Saud il controllo del petrolio, a patto che continuassero a fare affari con loro e i Saud, senza gli impicci delle democrazie, hanno svolto - e svolgono - il loro compito. Certo, con gli anni sono diventati baldanzosi, si sono levati di dosso il timore verso le cancellerie occidentali, hanno capito che avevano un grande potere e hanno cominciato a fare di testa propria, e quando gli Stati Uniti protestavano potevano sempre chiudere i rubinetti del greggio, oppure, in maniera decisamente più spettacolare, decidere di abbattere le Torri gemelle. 
La festa nazionale degli Stati Uniti celebra l'indipendenza delle tredici colonie dal regno di Gran Bretagna, eppure i presidenti di quel paese - tutti i presidenti - intrattengono fraterni rapporti con il re saudita, che non è affatto migliore del povero Giorgio III. La Francia festeggia ogni anno una rivoluzione, in cui fu abbattuta una monarchia assoluta, eppure i suoi presidenti non disdegnano di stringere la mano a un re che non è affatto migliore di Luigi XVI. Sarà che questi "nuovi" re assoluti sono molto ricchi, sarà che le multinazionali fanno ottimi affari in quei paesi, perché in una monarchia assoluta mancano, tra le molte altre cose, anche i sindacati liberi, e quindi è più facile sfruttare i lavoratori di quei paesi.
Comunque fino ad oggi i presidenti e i primi ministri erano in imbarazzo a dover andare a rendere omaggio a un monarca che non permetteva alle donne di guidare. 
Ma adesso è tutto a posto. Viva il paese in cui le donne e gli uomini guidano. E non votano.

martedì 26 settembre 2017

Verba volant (438): lesbica...

Lesbica, sost. f.

Guido Westerwelle è stato per diversi anni il leader del Freie Demokratische Partei, ossia dei liberali tedeschi, un partito fieramente di destra, sostenitore di una forma non temperata di ultracapitalismo, nemico di ogni forma di welfare, anche quello compassionevole della cancelliera Merkel. Grazie al successo del suo partito nelle elezioni politiche del 2009, è stato vicecancelliere e ministro degli esteri. Westerwelle era omosessuale dichiarato e si era sposato con il suo compagno nel 2010. Immagino che tra i cattolicissimi conservatori bavaresi, pur suoi alleati di governo, questo aspetto della sua vita - non esibito, ma neppure celato - non fosse particolarmente popolare, ma Westerwelle tirò dritto, godendo per questo anche di una certa popolarità. Per i giornali l'omosessualità di Westerwelle non era una notizia e comunque, se era necessario parlarne - ad esempio quando la coppia partecipò alla festa per i cinquant'anni di Angela Merkel - si usava per lui e il suo compagno l'aggettivo omosessuale, neutro.
Alice Weidel è la leader di Alternative für Deutschland, il partito di destra, dai tratti ideologi inquietanti, che è stato la sorpresa delle elezioni tedesche di quest'anno. Alice Weidel è sposata con una donna e la coppia ha due figli. Per i giornali Weidel è lesbica, senza tanti giri di parole.
So bene che le donne dagli anni Settanta si sono riappropriate di questa parola dalla storia antichissima, le cui origini si perdono nell'Egeo, e rivendicano con orgoglio di essere lesbiche. Ma, nonostante questo, rimane una parola quantomeno complicata, perché per molti è ancora un insulto. E molte volte viene usata come tale. E con questo significato viene usata per un personaggio controverso come Alice Weidel. E per questo credo dovremmo usare questa parola in modo saggio.
Lungi da me difendere Weidel. Ho sempre considerato una solenne stupidata la frase "non sono d'accordo con quello che dici, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto a dirlo" e Voltaire era davvero troppo intelligente per aver detto un'assurdità del genere. Proprio perché non sono democratico, secondo me i fascisti non hanno diritto di parlare e quindi anche Weidel ha perso tale diritto, ma non vedo perché tra i molti insulti che posso usare per rivolgermi a lei devo per forza usarne uno che la colpisce in quanto donna, per le sue scelte sessuali. E non capisco perché non valga per lei quello che valeva per Westerwelle.
Siamo una società con un linguaggio così maschilista che discriminiamo anche tra i discriminati. Ovviamente a scapito delle donne.

lunedì 25 settembre 2017

Considerazioni libere (419): a proposito di un voto che fa paura, e che offre una speranza...

Naturalmente per chi ha interesse ad alimentare la paura il dato più significativo del voto tedesco sono quei 94 seggi assegnati ad Alternative für Deutschland, un partito i cui esponenti si richiamano esplicitamente alla storia della peggiore destra di quel grande paese.
Io - lo sapete - non sono ottimista di natura, non tendo a vedere il bicchiere mezzo pieno, ma credo che i 69 seggi di Die Linke non siano un dato da trascurare. Intanto perché in Germania, ossia il più importante paese dell'Unione, c'è in parlamento un grande partito della sinistra, anzi il partito della sinistra cosiddetta radicale più forte d'Europa. Certo nel Regno Unito c'è il Labour di Corbyn, che è sicuramente più vicino alle istanze dei compagni tedeschi di Die Linke che alla socialdemocrazia della Spd, ma oggettivamente non possiamo ancora dire che il leader laburista sia riuscito a trasformare il suo partito: c'è all'interno di quella grande formazione una componente pronta a tradire, pronta a tornare al rassicurante socialismo che piace così tanto ai padroni. Comunque sia, se guardiamo alla Francia, la forza della sinistra in quel paese non è paragonabile a quella tedesca. Per tacere dell'Italia.
E in Germania è probabilmente più difficile che in un altro paese essere socialista, essere davvero socialista - non quella roba lì della Spd, che sono contento abbia perso - perché quel paese è rinato dopo il dramma del nazismo e della seconda guerra mondiale, per essere antisocialista, perché socialisti si definivano quelli di là, quelli oltre il Muro, quelli che hanno perso nella riunificazione. In una Germania in cui "loro" hanno stravinto, non è facile riprendere in mano le bandiere lacere della sconfitta. 
Eppure, nonostante tutto, in Germania la sinistra è un'opzione possibile, più di quattro milioni di persone hanno votato a sinistra. E, grazie al sistema proporzionale - credo dovrebbero ricordarlo gli apprendisti stregoni della sinistra italiana - quei voti hanno una adeguata rappresentanza parlamentare. Non era un risultato scontato, come invece era un risultato scontato il successo di Afd. Il successo della formazione razzista è una profezia che si è autoavverata, come la vittoria di Trump negli Stati Uniti. A forza di dire che quelli di Afd avrebbero potuto avere un buon risultato, hanno convinto le persone che quella era un'opzione possibile, praticabile.
E' uno schema che si ripete e che ormai dovremmo conoscere assai bene. Come in Francia per far vincere l'ultracapitalista Macron è stato necessario continuare a far crescere il Front national, così in Germania affinché Merkel possa continuare a governare è stato necessario far crescere una destra "impresentabile", anche riesumando i vecchi spettri del peggior passato tedesco. Visto che in entrambi i paesi la cosiddetta sinistra di governo ha perso - finalmente - ogni appeal tra gli elettori e non può continuare a fare il lavoro "sporco" per le forze del capitale, come abbiamo fatto noi in Italia, approvando negli ultimi vent'anni tutte le leggi che servivano al capitalismo per dispiegarsi in tutta la sua violenza.
Come all'inizio del secolo scorso i capitalisti usarono i fascisti di Mussolini, di Franco e di Hitler, sperando che, una volta disinnescato il pericolo comunista, li avrebbero ricondotti alla ragione, così ora usano la destra populista. Allora andò male, perché ben presto la bestia fascista morse anche la mano del proprio padrone, che l'aveva fino ad allora nutrita. Anche se comunque i padroni avrebbero sempre preferito avere a che fare con un dittatore fascista piuttosto che con una democrazia, dove c'era il rischio per loro che si rafforzasse la sinistra. C'è il rischio evidentemente che la bestia fascista spezzi la catena con cui la stanno tenendo legata i padroni, mollando quel tanto che basta affinché noi ci spaventiamo e continuiamo a preferire il rassicurante "meno peggio", che a loro fa così comodo. Non credo però che questo sia il pericolo maggiore che dobbiamo temere. Il pericolo vero sono quelli che tengono la catena, i loro denti sono più aguzzi di quelli della belva, hanno una sete di sangue che non può essere placata. Il vero nemico non sono i fascisti, ma, ancora una volta, i padroni.
E contro i padroni l'unica arma è ancora una volta la politica. Per questo i giornali dei padroni preferiscono parlare dei 94 seggi di Afd e non dicono nulla di quelli di Die Linke, perché sono questi a far loro paura. Non vogliono che noi pensiamo che abbiamo un'altra opzione, eppure c'è, c'è sempre stata e in qualche modo ci sarà sempre, se non saremo così sciocchi da rinunciarvi ancora una volta.   

domenica 24 settembre 2017

Verba volant (437): misura...

Misura, sost. f.

Aristotele nella Poetica spiega che "la favola deve essere compiuta e perfetta". I pedanti dopo di lui trassero da queste riflessioni la regola che la tragedia dovesse rispettare le unità di tempo, luogo, e azione, ossia che dovesse raccontare un'unica azione, svolta in un unico luogo e in un solo giorno, dall'alba al tramonto. Si tratta evidentemente di una sciocchezza, e infatti neppure molte tragedie greche rispettano questa fantomatica regola aristotelica. E i grandi autori moderni, da Shakespeare a De Filippo, non l'hanno rispettata. Il cinema poi ha permesso di dilatare ulteriormente i tempi e i luoghi, scardinando questa pretesa regola.
Il fatto che quello che hanno detto i suoi stupidi commentatori sia sbagliato non significa che Aristotele sbagliasse. Tutt'altro. E questa riflessione aristotelica trova ogni giorno conferma, anche nel mezzo che noi guardiamo con più frequenza, ossia la televisione.
Prendiamo una "cosa" assolutamente televisiva come il talk show, di cui fortunatamente Aristotele ignorava l'esistenza. E prendiamo uno dei più riusciti esempi di questo tipo di trasmissione: il Late show with David Letterman, di cui ci sono state ben 4.263 puntate. E che probabilmente Aristotele avrebbe apprezzato. Non so quanto Letterman e gli autori di quel programma conoscano la Poetica - ma immagino di sì - ma quel programma aveva una durata molto limitata - un'ora (62 minuti per la precisione) - e una scansione rigidamente definita, che è cambiata molto poco nel corso degli anni.
Anche in Italia c'è chi crede di essere David Letterman; capisco, anch'io sono convinto di essere una sorta di Ambrose Bierce e di Karl Kraus messi insieme, ma non mi pagano per questa mia mania e continuo a lavorare in Comune per pagare mutuo e bollette. Invece uno di questi che si crede Letterman fa uno show che comincia, stando alle guide, alle 20.35 e finisce alle 23.18: salvo sforamenti - che di solito ci sono in queste trasmissioni - sono 163 minuti, quasi tre ore. Aristotele disapproverebbe, con una qualche ragione.   
Peraltro per rispettare quello che scriveva il filosofo di Stagira basterebbe riguardare i "vecchi" varietà della Rai. Quando duravano tanto superavano di poco l'ora e c'erano comunque i migliori artisti del momento. E in mezzo non c'era la pubblicità.
In fondo Aristotele ci insegna proprio questo: che in arte sarebbe buona regola avere una misura. E che nella vita occorre avere misura del proprio ego.  

venerdì 22 settembre 2017

Verba volant (436): bello...

Bello, agg.

Lo confesso: seguo Chiara Ferragni. Ovviamente non i suoi consigli su come vestirsi, ma una giovane donna che è seguita in tutto il mondo da più di dieci milioni di persone merita un po' di attenzione. Quello che scrive Chiara Ferragni conta nel mondo molto più di quello che dice Cacciari - per dirne uno dei tanti - a cui gli studi sugli angeli hanno dato alla testa. E siccome noi di sinistra dovremmo anche avere l'ambizione di capire quello che le persone pensano e siccome le persone conoscono Ferragni - e non Cacciari - non è ozioso affrontare l'argomento.
Grazie a questa mia "passione", ho letto in questi giorni una sua frase che credo meriti una qualche riflessione, visto che affronta il tema del bello. Dice Ferragni:
Oggi tutti possono raccontare una loro storia di bellezza o di moda. Instagram ha cambiato i canoni di bellezza, è finito il pensiero unico sul bello.
Chiara mente; non so se consapevolmente, anche se penso proprio di sì. Ferragni non propone affatto un modello diverso di bellezza da quello imposto dal mercato. Basta che osserviate lo spot in cui reclamizza un noto prodotto per i capelli: non c'è alcuna differenza con qualsiasi altra réclame di un prodotto analogo e la stessa Ferragni è assolutamente omologata, come qualunque altra modella. Anzi sarebbe interessante capire quanto conta nella sua popolarità globalizzata - e globalizzante - il fatto che sia così legata a questo modello dominante. Personalmente credo che sia così seguita proprio perché è esattamente come ci aspettiamo che sia: giovane, magra, bella, ricca, di successo. Esattamente il modello di bellezza imposto ogni giorno dal mercato a tutti noi e alle nostre figlie. E se usasse davvero il suo potere - perché ormai ha un potere quella giovane ragazza - per proporre un altro modello di bellezza, cosa succederebbe? Sarebbe in fretta dimenticata o riuscirebbe a imporre una visione alternativa? Immagino la prima ipotesi.
Non sono un esperto in materia, ma so che è stato all'inizio del Novecento il momento in cui gli artisti hanno rinunciato a raccontare il bello. Le donne di Modigliani non erano belle, le donne di Picasso - che pure le amava in maniera appassionata - non erano belle, le donne di Schiele non erano belle. O almeno non erano belle come le madonne di Raffaello. E in quegli stessi anni, gli anni dell'art nouveau, sono stati i disegnatori dei manifesti pubblicitari che hanno creato un'immagine di bellezza, utile a vendere qualsiasi genere di prodotto. E questo modello globale, in qualche modo - con una notevole aggiunta di volgarità, a dire il vero - è arrivato fino a noi, perché, rinunciando l'arte a creare il bello, questo compito è stato assunto dal mercato - e dai mercanti - che hanno cominciato a decidere per noi cosa è bello e cosa non lo è, cosa è di moda e cosa non lo è, e soprattutto cosa dobbiamo comprare per conquistare quella bellezza. I lunghi capelli biondi di Chiara Ferragni sono usati per vendere uno shampoo allo stesso modo in cui i lunghi capelli biondi disegnati da Alfons Mucha servivano a vendere delle cartine per le sigarette.
Quanto avremmo invece bisogno di un modo diverso di raccontare quello che è bello, soprattutto un modo che sottragga una volta per tutte al mercato - e ai mercanti - il monopolio della creazione del bello, in modo che la bellezza non sia più un bene da vendere e da comprare, ma qualcosa che vive indipendentemente dal suo valore economico. Credo sarebbe un gran passo per le donne che sono vittime di questo mercato, perché non riusciamo a toglierci dalla mente che la loro bellezza è qualcosa che è in vendita, e che quando non possiamo comprare, crediamo di essere in diritto di poterla sottrarre con la forza. Personalmente credo che la rete - nella sua diffusione democratica - possa fare qualcosa, grazie soprattutto al protagonismo delle donne; anche se non sarà la Ferragni che ci salverà.

giovedì 21 settembre 2017

da "Emilio o dell'educazione" di Jean-Jacques Rousseau

Scrivendo mi è venuta cento volte alla mente la stessa riflessione: è impossibile attribuire sempre lo stesso significato alle stesse parole. Non esiste una lingua così ricca da fornire tanti termini, giri di parole e frasi quante sono le sfumature che le idee possono assumere. Il metodo che consiste nel definire tutti i termini e nel sostituire sempre il definito con la definizione è suggestivo, ma inattuabile. Nonostante tutto, credo che si possa essere chiari a dispetto della povertà della nostra lingua, non attribuendo sempre la stessa accezione alla stessa parola, ma facendo in modo che, ogni qual volta si usi quella parola, il suo significato sia contestualmente determinato dalle idee che le si riferiscono e che ogni periodo in cui la parola si trova le serva, per così dire, da definizione. Non credo per questo che il mio pensiero sia contraddittorio, ma non posso non convenire che mi contraddico spesso nelle espressioni che uso.

lunedì 18 settembre 2017

Verba volant (435): scegliere...

Scegliere, v. tr.

Esattamente in che modo Luigi Di Maio è stato scelto come candidato premier del Movimento Cinque stelle? La domanda non è oziosa e credo dovrebbe interessare anche chi non simpatizza per quel partito, anche chi non lo voterà mai, perché c'è la possibilità, non solo teorica, che Di Maio diventi il prossimo presidente del consiglio e quindi il modo in cui è stato scelto coinvolge tutti noi.
Ovviamente non sarà scelto dal popolo dei militanti attraverso il voto in rete: queste baggianate lasciamole alla propaganda di partito. Il popolo pentastellato è chiamato a ratificare una decisione politica presa in un'altra sede, così come non furono le primarie del centrosinistra dell'ottobre 2005 a scegliere Romano Prodi come candidato premier del nostro schieramento: la decisione era stata presa dai partiti e i militanti furono chiamati a ratificarla.
Ed è giusto che sia così: se la politica rinuncia a uno dei propri compiti più importanti, ossia quello di selezionare la classe dirigente, non si capisce cosa ci stia a fare. Nei partiti che conoscevamo noi c'erano degli strumenti e delle sedi per definire una scelta del genere, a volte questi criteri erano più democratici e trasparenti, molto spesso le scelte erano opache e demandate a poche persone, ma comunque riuscivi, con un po' di pazienza, a capire come una candidatura era nata, chi l'aveva sostenuta e soprattutto cosa rappresentava. Nella post-democrazia in cui viviamo questa analisi è praticamente impossibile. Hanno deciso Grillo e Casaleggio? Hanno deciso altri al posto loro? Non è voglia di cercare per forza un retroscena, è che proprio non si capisce; e il fatto di non riuscire a capire è un elemento di preoccupazione per la democrazia.
Ma il caso del giovane deputato campano è a suo modo emblematico, perché non valgono le regole che fino ad ora avevamo seguito. Di Maio non si è certamente imposto per il suo carisma o per le sue doti superiori alla media. Di Maio è diventato il candidato del Movimento perché per mesi gli organi di informazione hanno alimentato questa immagine, credo anche al di là della stessa volontà dei vertici di quel partito.
All'indomani delle elezioni politiche del 2013, che hanno sancito la nascita del tripolarismo italiano, gli organi di informazione, e in particolare quelli televisivi, avevano bisogno di un personaggio che in qualche modo rappresentasse quel nuovo partito. Abbiamo smesso - e anzi non vogliamo più farlo - di raccontare la politica come uno scontro di idee, ci basta lo scontro tra le persone e quindi non può più esistere un partito senza leader, mentre esistono leader senza partito, come renzi. Il centrodestra aveva il suo leader indiscusso e i suoi personaggi televisivi di contorno che garantivano la copertura mediatica di quello schieramento, il centrosinistra aveva la consueta folla dei suoi capetti, più o meno nuovi, e il meccanismo delle primarie che garantiva uno spettacolo continuo, di una certa audience, i Cinque stelle avevano sì Beppe Grillo, ma siccome lui non partecipava ai talk show, c'era bisogno di qualcuno che lo sostituisse. E così è cominciato il casting per scegliere il "leader televisivo" dei Cinque stelle. E ha vinto Di Maio. Però capite che così siamo più o meno al Grande fratello della politica. Di Maio è la profezia che si autoavvera, è la bugia che, a forza di essere ripetuta, diventa una specie di verità. Per mesi ci hanno detto che Di Maio sarebbe stato il candidato e alla fine si è convinto anche lui, soprattutto si sono convinti i militanti di quel partito.
Chi ha deciso? In quale sede? E se fosse stato un caso? Francamente io credo sia andata così, che non ci sia un misterioso burattinaio, ma semplicemente che la politica sia così debole che una serie di accidenti può determinare una scelta di questa importanza. A me questa debolezza preoccupa molto, anche più di una trama oscura. Questo sistema di scegliere le candidature è diventato un criterio: ma ci basta? Nella post-democrazia evidentemente sì, visto che ormai siamo tutti qui a prendere per buona questa candidatura, ad analizzarla, ma qualcosa non funziona nel sistema.
Non ho una particolare antipatia per la persona, e non voglio neppure giudicarlo - mi limito a non votarlo - ma mi preoccupa molto una candidatura nata dalle decisioni di chi redige le scalette dei talk show. Ma prima di tutto dovrebbe preoccupare il candidato così casualmente baciato dalla fortuna.

sabato 16 settembre 2017

Verba volant (434): lapide...

Lapide, sost. f.

Giuseppina Ghersi era fascista? Aveva tredici anni, era nata e cresciuta durante il regime, non ha avuto nemmeno il tempo di decidere cosa essere, era fascista perché le avevano insegnato che si non poteva essere altro che fascista. Probabilmente la sua famiglia era fascista e questo pesò sulla sua educazione e, temo, anche sulle ragioni della sua uccisione. Giuseppina si è macchiata della colpa di aver tradito un qualche segreto, di aver rivelato qualcosa che sapeva e che poteva mettere in pericolo la vita di alcuni partigiani? Forse, ma a tredici anni è difficile rendersi conto del valore che hanno le cose che sappiamo. Se fu una spia, se le sue parole provocarono la morte di altri uomini, fu molto probabilmente una spia inconsapevole e incolpevole. Giuseppina meritava di essere violentata e uccisa? Certamente no. La sua uccisione fu un crimine? Certamente sì.
Bisogna ricordare la vicenda tragica di questa ragazzina, uccisa il 30 aprile 1945? Certamente sì.
Si può mettere una lapide per ricordare la sua morte? Credo sia giusto, anche se in una lapide è difficile sintetizzare una storia. E la storia di Giuseppina non può essere raccontata nelle poche righe di una lapide. Perché la storia di Giuseppina è una storia di violenza che viene da lontano, da molto prima che lei nascesse.
Per noi ora è facile dire che l'uccisione di Giuseppina è stato un brutale omicidio, nella primavera del '45 immagino abbia fatto un'impressione affatto diversa. Noi abbiamo guardato con orrore all'esecuzione sommaria di Gheddafi, abbiamo considerato quell'uccisione un episodio di barbarie, perché la cultura dei diritti ha fatto - nonostante tutto - molti passi in avanti. Non è possibile giudicare secondo lo stesso metro di giudizio la folla che sputava sul cadavere di Mussolini esposto a piazzale Loreto. Perché quelle donne e quegli uomini vivevano in un mondo in cui la violenza, pubblica e privata, era comune. I bambini che disobbedivano venivano picchiati, spesso molto duramente, le donne in casa venivano picchiate - anche ora, purtroppo, succede troppo spesso - le discussioni in osteria finivano facilmente in risse, anche cruente, i delinquenti comuni venivano picchiati. i lavoratori che scioperavano venivano picchiati, gli oppositori venivano picchiati. Le persone erano in qualche modo abituate alla violenza, perché si moriva continuamente a causa delle violenze, pubbliche e private. La violenza fisica era qualcosa che le persone conoscevano molto bene, molto meglio di noi, e specialmente in un tempo duro come quello. Questo giustifica le violenze contro Giuseppina? Assolutamente no, ma ci fa capire che è impossibile giudicare quel mondo con gli occhi di oggi.
Non so cosa sarebbe giusto scrivere sulla lapide in memoria dell'omicidio di Giuseppina Ghersi, ma credo che certamente bisognerebbe raccontare una storia che non si esaurisce in quel solo atto di violenza gratuita e criminale. Bisognerebbe raccontare quanto è stato violento il regime fascista, quanto è stata crudele la guerra voluta da Mussolini, quanto è stata drammatica la lotta di liberazione, perché è stata anche una guerra che ha diviso le famiglie e le comunità. Credo che tutto questo non ci stia in una lapide.
Per questo condivido la scelta di chi si è schierato contro la proposta di un consigliere comunale di Noli di realizzarla. Perché nelle intenzioni di chi ha fatto quella proposta - e di chi l'ha ispirata - quella lapide non è destinata a ricordare un episodio certamente da condannare e la storia che l'ha preceduto, ma a gettare fango sulla Resistenza, su tutta la Resistenza.
Leggo che uno degli scopi di quella lapide sarebbe quello di raggiungere la riappacificazione. Questo mi pare l'errore di fondo. L'Italia non ha affatto bisogno di riappacificazione, ma - tanto più in questi anni in cui il movimento fascista torna a crescere, a diventare un'opzione politica come le altre, grazie anche ai tanti di sinistra che si sono fatti alfieri della pacificazione - abbiamo bisogno di rendere più profondo e invalicabile il discrimine tra noi e loro, tra chi combatté dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata, tra chi combatté per la democrazia e la libertà e chi lottò per un sistema totalitario. Non abbiamo bisogno di riappacificarci, ma abbiamo bisogno di capire, prima di tutto perché allora - e anche oggi a quanto pare - per tante persone il fascismo è una risposta alle legittime richieste di giustizia sociale, abbiamo bisogno di capire perché le persone credettero - e credono - che il fascismo sia la soluzione ai loro problemi.
Giuseppina non avrebbe dovuto morire, come non avrebbe dovuto morire la piccola Anna Pardini a Sant'Anna di Stazzema, come non avrebbero dovuto morire i cinquantadue bambini uccisi a Marzabotto, come non dovrebbero morire i bambini in guerra. Ecco io questo scriverei in quella lapide, come impegno per tutti.

venerdì 15 settembre 2017

"Ulisse, Enea e il Mediterraneo" di Roberto Roversi

Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?

Verba volant (433): distrarre...

Distrarre, v. tr.

Sono passati davvero molti anni, ma ricordo che a me e ai miei compagni di scuola - dalle elementari al liceo - non mancavano le occasioni per distrarci durante le lezioni: chissà cosa avremmo combinato se avessimo avuto gli smartphone. Io e i miei colleghi di ufficio, pur lavorando tutto il giorno seduti davanti a un pc, non possiamo accedere ai social network e a molti altri siti considerati non attinenti al nostro lavoro; è assolutamente giusto e troviamo comunque il modo per distrarci. Quando sono a casa e provo a scrivere qualcosa da pubblicare sul mio blog, tengo spente radio e televisione e cerco di non andare su Facebook, eppure mi cade l'occhio sulla notifica di una mail in arrivo o di un messaggio; e mi distraggo. Sarà l'età, ma non sono affatto multitasking: va già bene quando riesco a fare decentemente una cosa alla volta.
Non ho figli, non so bene come si comportino al giorno d'oggi i nativi digitali, ma sono convinto che non siano tanto diversi da noi quando avevamo la loro età. Per questo mi lascia molto perplesso la proposta della ministra Fedeli di permettere agli studenti di tenere il telefonino in aula, durante le lezioni. Temo che sia una fonte di distrazione difficile da sopportare e destinata in qualche modo a peggiorare il loro rendimento.
Ho l'impressione che la proposta della ministra, all'apertura dell'anno scolastico, serva a distrarci, a farci parlare di questo piuttosto che dei problemi che continuano ad affliggere la scuola italiana. Meglio se continuiamo ad accapigliarci sulle vaccinazioni o sugli smartphone: l'importante è che non parliamo della scuola.
Al di là della boutade della ministra e degli esiti della commissione di studio sul tema prontamente insediata a viale Trastevere, mi pare che la questione sia interessante, perché la rete fatalmente ha già cambiato - e continuerà a farlo - il nostro modo di lavorare e quindi anche quello di studiare e di insegnare.
Se penso ai pomeriggi passati a tradurre le versioni di greco e di latino e alle telefonate - rigorosamente con il telefono fisso, quello grigio, usato da tutta la famiglia, che troneggiava nell'ingresso di casa - con i miei compagni di classe per scambiarci suggerimenti e consigli, e guardo a come potrei fare oggi, mi rendo conto che è cambiato il mondo. Adesso avrei a disposizione la rete per cercare chiarimenti, esempi, brani già interamente tradotti.
Farei meno fatica? Certamente sì. Saprei meno cose? Non lo so. Perché - devo confessarvi - nonostante quei pomeriggi di studio, adesso non saprei più tradurre un brano di Cicerone. E allora quelle versioni non sono servite a nulla? No, sono servite moltissimo, mi hanno insegnato un metodo di lavoro, mi hanno insegnato a scrivere, a leggere, a capire un testo, mi hanno insegnato ad amare il mondo antico, la storia, la filosofia. Anche quello che con pazienza leggete in questo blog è figlio di quelle versioni pomeridiane, di quello che allora ho studiato e che adesso non ricordo. Perché sono davvero tante le cose che non mi ricordo di allora: perché c'è stata la guerra dei cent'anni? a cosa serve un coseno? quali sono le opere minori di Boccaccio? La scuola non è importante per le nozioni che impari - e che sei destinato a dimenticare - ma per le idee che ti insegna, per quello che ti fa diventare, e queste sono cose che non riuscirai più a scordare. E credo che tutto questo si possa anche imparare in una scuola smart, usando libri elettronici al posto del sussidiario e il mouse al posto del gesso, perché sono gli insegnanti che fanno la scuola. E più sono bravi gli insegnanti più la scuola è buona.
Se vogliamo davvero parlare - finalmente - di scuola, dovremmo cercare di capire che idee, che valori, che modelli trasmettiamo ai nostri figli. Credo sia fondamentale che ogni studente possa avere un pc a scuola, che questo sia in qualche modo indispensabile nella nostra società. Far usare i propri smartphone, come proposto dalla ministra, significa che di fatto lo stato rinuncia al proprio obbligo di fornire questo strumento e che questo compito è demandato, ancora una volta, alle famiglie. E quelle che non possono comprare lo smartphone ai propri figli? Per navigare occorre essere collegati - lo abbiamo imparato perfino noi "vecchi". Le scuole hanno il wi-fi? E se sì, hanno una rete sufficiente per supportare tanti utenti che navigano contemporaneamente? Ho qualche dubbio, visto che in molte scuole manca la carta igienica. E ci sono ancora troppe differenze tra città e città sulla diffusione della banda larga. Ancora una volta sarà compito delle famiglie sobbarcarsi questa spesa e garantire che lo smartphone del proprio figlio possa andare in rete. E verosimilmente ci saranno gli studenti con collegamenti più veloci e quelli che faranno fatica a caricare anche una sola pagina, quelli che avranno contratti con traffico illimitato e quelli che a un certo punto avranno finito i giga. Sarà ancora la scuola di tutti quella in cui sarà così determinante la differenza di strumenti? E gli insegnanti sono pronti a fare il lavoro nell'era digitale, dal momento che, come me e come voi, sono andati a scuola quando c'erano i libri e le lavagne di ardesia? Sono stati formati per affrontare una sfida di tale portata?
Il problema non è quindi se permettere ai nostri figli di usare lo smartphone a scuola, ma ancora una volta, decidere che scuola vogliamo. Per me la scuola deve essere pubblica e gratuita, democratica e inclusiva, capace di offrire gli strumenti - seguendo il dettato dell'art. 3 della nostra Costituzione - per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Questo è il tema; per favore, non facciamoci distrarre.

mercoledì 13 settembre 2017

Verba volant (432): episodio...

Episodio, sost. m.

Hanno deciso gli episodi. Parlando di calcio è una frase che ripetiamo spesso, facendo intendere che se non fosse stato per quel pallone che al 90° è finito casualmente alle spalle del nostro portiere, lasciando incredulo prima di tutto il fortunato autore del gol, la nostra squadra avrebbe vinto quella partita, e magari il campionato, e poi la Champions, e così via, ad libitum. A essere onesti, nel calcio - come nella vita - gli episodi contano, ma non è sempre colpa del destino, proverbialmente cinico e baro. Alla lunga le differenze emergono e se una squadra è più forte, alla fine riuscirà a vincere il campionato; anche se ha perso quella partita, per quell'episodio.
Lo stesso ragionamento vale per la politica. In questi giorni i giornali hanno pubblicato la notizia dell'assoluzione in primo grado di Clemente Mastella nel processo seguito all'inchiesta cominciata nove anni fa, in cui si contestava al politico campano e a sua moglie di aver fatto pressione per favorire le nomine di alcuni loro sodali nel sistema sanitario di quella regione. Tutti gli organi di informazione ricordano che quell'episodio determinò la caduta del secondo governo Prodi, dal momento che allora Mastella era ministro della giustizia. Come ricorderete, nel giro di alcune settimane quelle dimissioni portarono al passaggio all'opposizione dell'Udeur e di conseguenza al voto di sfiducia al senato e infine alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi.
Credo che gioverebbe ripensare con un po' più di distacco a quegli anni e riconoscere serenamente che quel governo non è caduto per colpa delle dimissioni di Mastella o del voto contrario di una pattuglia piuttosto eterogenea, dall'ultraliberista Dini al comunista Turigliatto, passando per l'ineffabile De Gregorio, tutti eletti nelle fila del centrosinistra, eppure determinanti per la sfiducia all'esecutivo. In particolare Sergio De Gregorio venne accusato di aver venduto il proprio voto a Berlusconi, grazie all'intermediazione di Lavitola. Non so se la storia sia vera - è comunque verosimile - ma anche questo episodio è poco importante: in fondo avevamo "comprato" prima noi il rotondetto giornalista napoletano, insieme ai suoi voti e alle sue clientele, candidandolo al senato. Pur di vincere non guardavamo troppo per il sottile. 
Come dobbiamo ammettere quando la nostra squadra del cuore gioca male - senza dare la colpa agli episodi - così noi che abbiamo votato e sostenuto strenuamente quel governo dobbiamo dire che non è caduto per questi accidenti, ma per la propria debolezza politica.
In quel governo c'era di tutto - e non a caso, con i suoi 103 membri, è stato il più "corposo" della storia repubblicana - c'erano i comunisti di Rifondazione e c'erano esponenti della destra, da Mastella a Dini, che erano già stati al governo con Berlusconi. E già questo avrebbe dovuto farci temere sulla sua tenuta. Ma soprattutto fu un governo che fece sostanzialmente politiche di destra, perché i provvedimenti chiave di quell'esecutivo furono le privatizzazioni volute da Padoa Schioppa e le liberalizzazioni di Bersani. 
Quel governo rappresenta in maniera emblematica quello che eravamo diventati nel corso di un lungo processo, cominciato ovviamente molti anni prima e di cui non eravamo consapevoli, mentre lo vivevamo. Non vedevamo, o forse non volevamo vedere. Ci eravamo trasformati, eravamo diventati una cosa altra rispetto ai valori che pure dicevamo ancora di sostenere. Credevamo che la sinistra potesse governare questo paese solo facendo politiche di destra, che ci sembravano più moderne, anzi le uniche in grado di governare la complessità del mondo globalizzato. Dicevamo che il privato funzionava meglio del pubblico e quindi facevamo gestire i servizi ai privati, permettendo a questi di guadagnare molto, senza diminuire la spesa pubblica, dicevamo che le norme sul lavoro penalizzavano troppo le imprese e quindi inventammo nuovi strumenti per rendere il lavoro meno costoso, e più precario, dicevamo che solo il capitalismo globalizzato avrebbe portato lo sviluppo, insomma dicevamo e facevamo cose di destra.
Certo eravamo uniti - e Unione si chiamava il nostro schieramento - e così quello fu l'unico governo con la partecipazione e sostenuto dall'intera sinistra parlamentare: non succedeva dal 1947, dal terzo governo De Gasperi. Ma scoprimmo che mettere la pur legittima esigenza di stare uniti - quello che la "nostra gente" ci chiedeva in ogni occasione - davanti a ogni altra cosa fu esiziale.
Comunque sarebbe onesto riconoscere da parte dei protagonisti di quegli anni che non fu un caso che dall'agonia di quella maggioranza in quegli stessi mesi nacque il pd. Al di là delle ambizioni personali e dell'ostilità che Romano Prodi raccoglieva - peraltro ricambiandole con la sua consueta vendicativa acrimonia - nel suo partito, fu questo il vero motivo politico della caduta del governo, perché al partito a vocazione maggioritaria stava sempre più stretta quella maggioranza e i demiurghi del partito "nuovo" pensavano che da soli avrebbero facilmente vinto le elezioni, non dovendosi più sobbarcare l'onere della competition tra ex-Ds ed ex-Margherita.  
Ricordare quegli anni non è un esercizio ozioso, visto che adesso una parte delle persone protagoniste di quella stagione ha deciso di ricominciare a giocare, con l'ambizioso programma di ricostruire la sinistra in Italia. Ovviamente è legittimo che tentino l'impresa, ma è curioso come vogliano riproporre la stessa squadra e soprattutto le stesse tattiche di gioco: si fanno chiamare Insieme e non Unione, ma siamo ancora lì. Evidentemente pensano che allora la partita sia stata determinata dagli episodi, da quel tiro rocambolesco da fuori area. No, allora abbiamo perso perché potevamo solo perdere. E chi si ostina a giocare allo stesso modo è destinato a perdere, anche se continuerà a dare la colpa agli episodi. 

martedì 12 settembre 2017

Verba volant (431): consenziente...

Consenziente, agg. m. e f. 

Consenziente è una parola che ha un significato profondo, che dovremmo usare con cura e con molta maggiore consapevolezza di quanto facciamo adesso.
Diamo per scontato - ma purtroppo non lo è - che quando una donna dice NO deve essere sempre NO e che deve essere sempre NO anche quando una donna non è in grado, per qualsiasi motivo, di rispondere. Ma anche quando una donna dice sì, dovremmo capire che non tutti i sì sono uguali e soprattutto che non tutti i sì ci dicono che la donna è davvero consenziente. Una donna può dirci sì perché la paghiamo, perché sa che offrendo il suo corpo otterrà una promozione o un voto alto, perché ha paura di perderci o di deluderci, perché ha un distorto senso del dovere, perché le hanno insegnato così; certo in questi casi una donna può essere consenziente per la legge, ma non può e non deve essere sufficiente. Né per le donne, né per noi maschi che pure godiamo di quel rapporto.
Consenziente è una parola importante che significa in senso etimologico pensare insieme. Pensare insieme è difficile, molto più difficile che compiere l'atto meccanico di cui troppo spesso ci accontentiamo. Per pensare insieme occorre imparare a parlare e soprattutto ad ascoltare, e richiede tempo, molto tempo. Eppure è proprio quel pensare insieme che ci regala un piacere profondo, coinvolgente, che ci fa desiderare la persona con cui riusciamo a creare quella particolare alchimia che chiamiamo amore.
Noi maschi abbiamo bisogno di capire quando è sfogo di una pulsione - e allora non serve una donna, anche consenziente secondo la definizione insufficiente della legge - e quando invece vogliamo che sia pensare insieme. Qualcuno di noi ha avuto la fortuna di capirlo grazie all'amore per la propria compagna e con lei, ma credo che adesso sia il momento di provare a insegnarlo ai nostri figli, se non vogliamo continuare a leggere i tragici dati di questo bollettino di guerra, con il numero sempre crescente delle donne uccise, violentate, sfruttate e stuprate, se non vogliamo continuare a parlare di altro, senza mai affrontare il vero problema: l'incapacità di noi maschi di avere rapporti con le donne, la mancanza di una vera educazione ai sentimenti.
Abbiamo bisogno di una rivoluzione che coinvolga tutti noi, donne e uomini, abbiamo bisogno di insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie di essere davvero consenzienti.

giovedì 7 settembre 2017

Verba volant (430): malaria...

Malaria, sost. f.

Malaria è la parola di origine latina con cui in tutte le principali lingue indoeuropee è conosciuta la seconda malattia infettiva al mondo per mortalità, dopo la tubercolosi, con oltre 200 milioni di nuovi casi e quasi 440mila decessi all'anno; il 40% della popolazione mondiale vive in zone in cui la malaria è endemica.
Di malaria quindi dovremmo cominciare a parlare, e non solo quando qualcuno si ammala nel nostro paese. Peraltro l'Italia è stata per secoli una terra della mala aria. Ne morì Dante, che la contrasse in un viaggio tra Venezia e Ravenna. Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, racconta come questa malattia fosse endemica tra i contadini di Gagliano, il paese della Lucania dove era stato mandato in confino dal regime fascista.
Non esiste un vaccino per debellare la malaria, ma è una malattia che ormai può essere curata, se riconosciuta e affrontata in maniera adeguata. Certo è ancora possibile che qualcuno muoia di malaria anche in Italia, magari per aver contratto questa malattia in un moderno ospedale, e per questo possiamo indignarci e dobbiamo pretendere delle spiegazioni e, se ci sono state responsabilità, bisogna che qualcuno paghi davvero per i propri errori. Dobbiamo metterci nei panni dei genitori di Sofia e chiedere giustizia. Ma dobbiamo anche indignarci perché nel mondo ogni giorno si muore di malaria a causa della povertà, della malnutrizione e dell'ignoranza. Anche quelli sono figli nostri. E spesso basterebbe davvero poco: un sistema efficiente della distribuzione dell'acqua potabile che permetta una maggiore igiene delle persone e delle case, la creazione di una rete di presidi medici diffusi territorialmente con personale adeguatamente formato, la disponibilità gratuita di medicine, la realizzazione di piani di bonifiche che rendano coltivabili le terre paludose.
Nel mondo per combattere davvero contro la malaria basterebbe lottare contro la povertà, contro i cambiamenti climatici, contro l'analfabetismo: sono obiettivi raggiungibili, ma che non vogliamo raggiungere, perché non c'è alcun guadagno a rendere ampie zone del nostra pianeta luoghi dove si possa vivere senza il rischio di morire di malaria. Le grandi industrie, le multinazionali, le banche, preferiscono continuare a depredare quei territori, a lasciare in povertà estrema interi popoli, magari per vendere loro, a carissimo prezzo, le medicine per curare i malati e i prodotti chimici per uccidere le zanzare che trasmettono la malattia. E più questi animali diventano resistenti agli insetticidi, più letali - anche per gli uomini e per l'ambiente - diventano i prodotti per debellarli, in una spirale che porterà sempre più malati, sempre più morti. E più guadagni per chi vive nella parte della terra dove non si muore più di malaria.
Poi in questi giorni nel nostro paese si respira davvero una mala aria, che rischia di essere più pericolosa di qualsiasi altra malattia. Alla notizia che nell'ospedale di Trento dove Sofia può aver contratto la malaria erano ricoverate anche due bambine del Burkina Faso, affette dalla stessa malattia, perché tornate da un viaggio in quel paese con la loro famiglia, si è scatenata una canea razzista, al cui confronto impallidisce l'ignorante ingiustizia descritta da Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame contro gli uomini accusati di aver portato la peste a Milano.  
L'ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità.
Lo scriveva Manzoni nell'introduzione del suo breve saggio su questo triste episodio della storia milanese del Seicento. Noi non abbiamo neppure più la giustificazione dell'ignoranza: ci rimane solo l'iniquità.

martedì 5 settembre 2017

"Paradossi e ossimori" di John Ashbery

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

Verba volant (429): merendina...

Merendina, sost. f.

Se l'obiettivo di ogni pubblicitario è quello di far conoscere il più possibile il prodotto che è stato incaricato di reclamizzare, quello che si è inventato la storia dell'asteroide certamente ha colpito nel segno. Anche se non come il genio che ha inventato: fai merenda con Girella. Comunque tanto di cappello: tutti noi che parliamo di quello spot partecipiamo, anche se involontariamente, alla campagna pubblicitaria di quella nota merendina.
In una società come la nostra governata dal mercato - e dai mercanti - spesso studiare le pubblicità è più istruttivo che occuparsi di politica. La pubblicità, proprio perché dipende direttamente da chi davvero decide cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, cosa dobbiamo o non dobbiamo pensare, è molto più forte delle sempre più esauste ideologie a cui pure tanti di noi sono ostinatamente legati. Le famiglie formate da coppie omosessuali sono apparse nelle pubblicità del nostro paese ben prima che la politica si decidesse a offrir loro una legge, per quanto imperfetta, perché i mercati - e i mercanti - sanno che gli omosessuali esistono e soprattutto che possono consumare e spendere, esattamente come gli eterosessuali, e ai mercanti - e ai loro servi che lavorano in pubblicità - poco importa degli strepiti dei preti e dei politici baciapile: l'importante è vendere. Allo stesso modo abbiamo già visto le pubblicità con i musulmani, perché anche loro consumano e spendono. Prima o poi toccherà anche ai comunisti, perché anche noi consumiamo e spendiamo; e i mercanti sono perfino a disposti a tollerare le nostre astruse teorie, pur che continuiamo a scriverle sui loro computer e a diffonderle con i loro telefoni. Poi gli omosessuali saranno sempre una minoranza mal tollerata, come i musulmani - figurarsi i comunisti - ma quando spendiamo siamo sempre tutti ben accetti dalla grande famiglia felice della pubblicità.
Non capisco bene perché tante persone si siano indignate per quello spot. Sarei curioso di vedere quali videogiochi quei genitori così arrabbiati per l'asteroide abbiano comprato per i loro figli. Forse quelli dove bisogna sparare e uccidere i personaggi dello schermo e più ne uccidi più vinci? Di questo ovviamente non vi indignate. Magari siete anche fan dei film di Quentin Tarantino, perché fa così fico. Guardate che quelli dei film non muoiono davvero, e anche quella mamma non è morta davvero: domani la vedrete mentre reclamizza un dentifricio o si rallegra di riuscire a fare sport estremi anche in quei giorni.
Anche a me c'è della pubblicità che non piace, spot che mi fanno davvero arrabbiare. Quelle in cui per venderci un telefonino o un'auto o qualsiasi altra cosa stimolano i nostri istinti sessuali, la nostra eccitazione davanti a un bella donna, quelle in cui usano i corpi delle donne per vendere. E queste sono pubblicità pericolose, perché non solo convincono noi e i nostri figli a comprare cose di cui non abbiamo bisogno - come non abbiamo bisogno di mangiare quella merendina insapore - ma soprattutto ci spingono a credere che i corpi delle donne siano cose, che possano essere usate quando ne abbiamo bisogno, e poi - come ci insegna la pubblicità - gettate via quando il bisogno è finito, magari per sostituirle con altre, più nuove e più belle.
Se non vi piace quello spot basta che non acquistiate quella merendina. Mangiate piuttosto pane e marmellata; ne guadagnerete in gusto e salute. Ma il problema non è non quella merendina e neppure quell'asteroide, ma la forza con cui ci costringono a pensare che valiamo per quello che consumiamo. E da questo temo non riusciremo più a salvarci.  

sabato 2 settembre 2017

Verba volant (428): pioggia...

Pioggia, sost. f.

Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni. Non so se esistano delle statistiche in proposito, ma immagino che le condizioni del tempo siano uno degli argomenti di cui parliamo più frequentemente. E ne parliamo inutilmente. Sono passati molti anni da quando il colonnello Bernacca era il solo che poteva dirci se il giorno successivo ci sarebbe stato il sole o la pioggia e in un angolo delle nostre cucine stava appeso, sostanzialmente ignorato, il barometro. E siamo vissuti in famiglie che, seppure inurbate e impiegate per lo più nell'industria e nei servizi, ricordavano bene cos'era la vita delle campagne e quanto questa dipendesse dalle condizioni climatiche, e proprio per questo avevano rispetto per i suoi cambiamenti. Adesso ci sono canali televisivi dedicati esclusivamente alla meteorologia, dal telefono consultiamo di continuo i siti specializzati, e ci sentiamo tutti un po' esperti. E i nostri discorsi sono spesso dedicati alle condizioni del tempo. Inutilmente. Perché poi quando piove - non piove più come una volta, adesso fa solo disastri - continuiamo a inanellare le solite desolanti banalità.
E anche quando la pioggia provoca alluvioni e inondazioni, ne parliamo moltissimo, i siti di informazione dedicano gran parte delle loro homepage al disastro, i giornali e le televisioni mandano i loro inviati nelle zone colpite, viviamo minuto per minuto quei tragici avvenimenti, magari appassionandoci a qualche storia particolarmente commovente, tipo il cane che salva il padrone o il bambino estratto vivo dalle macerie dall'eroico pompiere. A dire la verità non ne parliamo sempre con tanta dovizia di particolari. Se un uragano devasta il Texas provocando la morte di trentotto persone sappiamo praticamente tutto, quell'uragano ha un nome e ogni ora c'è un aggiornamento delle notizie, ma delle piogge monsoniche, assolutamente anonime, che da settimane devastano ampie zone dell'India, dallo stato del Bihar a est alla regione di Mumbai a ovest, non sappiamo praticamente nulla. I morti in quel paese sono stati più di milleduecento - e il bilancio, mentre io scrivo e voi leggete, è destinato a crescere - e i danni sono al momento difficili da quantificare, anche se probabilmente molto ingenti, visto che sono coinvolte più di quaranta milioni di persone: tra gli altri edifici, sono state distrutte moltissime scuole, e quindi per centinaia di migliaia di bambine e bambini indiani c'è il rischio concreto di perdere il diritto all'istruzione. Anche nello Yemen in questi giorni ci sono state delle violente alluvioni, ma non sappiamo nemmeno dove sia lo Yemen, figurarsi se ci importa qualcosa delle vittime.
Comunque anche quando ne parliamo, i nostri discorsi sono assolutamente inutili, come quelli che facciamo la mattina al bar per lamentarci del troppo caldo o della troppa pioggia. Perché parliamo tanto di pioggia, ma il nostro unico problema è sapere se domenica prossima pioverà, perché abbiamo in programma di rinchiuderci in un centro commerciale - e quindi è assolutamente ininfluente conoscere che tempo farà - o decidere se prendere l'ombrello per andare, ovviamente in auto, a prendere nostro figlio all'uscita di scuola. Invece queste piogge così devastanti, così violente, indipendentemente da dove cadono, sono un nostro problema, perché sono il sintomo che il nostro pianeta è malato, che la natura non funziona come dovrebbe, essenzialmente per colpa nostra, perché abbiamo dimenticato che la nostra vita, in quanto animali tra gli animali, è regolata dal ritmo delle stagioni.
Il problema è che noi rifiutiamo di considerarci animali e quindi dipendenti dai ritmi del giorno e della notte, dell'estate e dell'inverno, pensiamo che sia nostro diritto fare ogni cosa sempre, in qualunque ora e in qualunque stagione. E questo richiede una quantità incredibile di energia, che la natura non è in grado di sostenere, richiede una quantità inimmaginabile di risorse, che la natura non è in grado di ricreare seguendo i ritmi con cui la consumiamo. E di questo non parliamo mai, perché riflettere davvero sui cambiamenti climatici vorrebbe dire mettere in crisi il nostro modo di vivere, che però non è evidentemente più sostenibile. Non ne parliamo perché rinunciare a tutto quello che abbiamo raggiunto grazie alla scienza e alla tecnologia significa minare la ricchezza di chi sfrutta le risorse ambientale, di chi inquina, di chi stupra ogni giorno la natura per i propri guadagni.
So bene che nessuno di noi potrebbe rinunciare a vivere in case in cui c'è l'energia elettrica, l'acqua corrente, il gas, anche se dovremmo interrogarci su come usiamo queste risorse e quante ne sprechiamo, e anzi che dovremmo lottare affinché tutte le famiglie che adesso non godono di tutto questo lo possano fare, nel più breve tempo possibile. Pensate al paradosso: adesso pochissimi godiamo di questi benefici, eppure questi nostri consumi sono già in grado di distruggere il pianeta; cosa potrebbe succedere quando tutti, ma proprio tutti - come noi auspichiamo - ne godranno? Il momento culminante del nostro sviluppo sociale, il momento in cui potremmo dire che noi progressisti abbiamo vinto, segnerebbe la distruzione immediata del pianeta. E noi non ne parliamo, al massimo controlliamo sui nostri smartphone quando smetterà di piovere. Ma forse non smetterà più.