domenica 24 settembre 2017

Verba volant (437): misura...

Misura, sost. f.

Aristotele nella Poetica spiega che "la favola deve essere compiuta e perfetta". I pedanti dopo di lui trassero da queste riflessioni la regola che la tragedia dovesse rispettare le unità di tempo, luogo, e azione, ossia che dovesse raccontare un'unica azione, svolta in un unico luogo e in un solo giorno, dall'alba al tramonto. Si tratta evidentemente di una sciocchezza, e infatti neppure molte tragedie greche rispettano questa fantomatica regola aristotelica. E i grandi autori moderni, da Shakespeare a De Filippo, non l'hanno rispettata. Il cinema poi ha permesso di dilatare ulteriormente i tempi e i luoghi, scardinando questa pretesa regola.
Il fatto che quello che hanno detto i suoi stupidi commentatori sia sbagliato non significa che Aristotele sbagliasse. Tutt'altro. E questa riflessione aristotelica trova ogni giorno conferma, anche nel mezzo che noi guardiamo con più frequenza, ossia la televisione.
Prendiamo una "cosa" assolutamente televisiva come il talk show, di cui fortunatamente Aristotele ignorava l'esistenza. E prendiamo uno dei più riusciti esempi di questo tipo di trasmissione: il Late show with David Letterman, di cui ci sono state ben 4.263 puntate. E che probabilmente Aristotele avrebbe apprezzato. Non so quanto Letterman e gli autori di quel programma conoscano la Poetica - ma immagino di sì - ma quel programma aveva una durata molto limitata - un'ora (62 minuti per la precisione) - e una scansione rigidamente definita, che è cambiata molto poco nel corso degli anni.
Anche in Italia c'è chi crede di essere David Letterman; capisco, anch'io sono convinto di essere una sorta di Ambrose Bierce e di Karl Kraus messi insieme, ma non mi pagano per questa mia mania e continuo a lavorare in Comune per pagare mutuo e bollette. Invece uno di questi che si crede Letterman fa uno show che comincia, stando alle guide, alle 20.35 e finisce alle 23.18: salvo sforamenti - che di solito ci sono in queste trasmissioni - sono 163 minuti, quasi tre ore. Aristotele disapproverebbe, con una qualche ragione.   
Peraltro per rispettare quello che scriveva il filosofo di Stagira basterebbe riguardare i "vecchi" varietà della Rai. Quando duravano tanto superavano di poco l'ora e c'erano comunque i migliori artisti del momento. E in mezzo non c'era la pubblicità.
In fondo Aristotele ci insegna proprio questo: che in arte sarebbe buona regola avere una misura. E che nella vita occorre avere misura del proprio ego.  

venerdì 22 settembre 2017

Verba volant (436): bello...

Bello, agg.

Lo confesso: seguo Chiara Ferragni. Ovviamente non i suoi consigli su come vestirsi, ma una giovane donna che è seguita in tutto il mondo da più di dieci milioni di persone merita un po' di attenzione. Quello che scrive Chiara Ferragni conta nel mondo molto più di quello che dice Cacciari - per dirne uno dei tanti - a cui gli studi sugli angeli hanno dato alla testa. E siccome noi di sinistra dovremmo anche avere l'ambizione di capire quello che le persone pensano e siccome le persone conoscono Ferragni - e non Cacciari - non è ozioso affrontare l'argomento.
Grazie a questa mia "passione", ho letto in questi giorni una sua frase che credo meriti una qualche riflessione, visto che affronta il tema del bello. Dice Ferragni:
Oggi tutti possono raccontare una loro storia di bellezza o di moda. Instagram ha cambiato i canoni di bellezza, è finito il pensiero unico sul bello.
Chiara mente; non so se consapevolmente, anche se penso proprio di sì. Ferragni non propone affatto un modello diverso di bellezza da quello imposto dal mercato. Basta che osserviate lo spot in cui reclamizza un noto prodotto per i capelli: non c'è alcuna differenza con qualsiasi altra réclame di un prodotto analogo e la stessa Ferragni è assolutamente omologata, come qualunque altra modella. Anzi sarebbe interessante capire quanto conta nella sua popolarità globalizzata - e globalizzante - il fatto che sia così legata a questo modello dominante. Personalmente credo che sia così seguita proprio perché è esattamente come ci aspettiamo che sia: giovane, magra, bella, ricca, di successo. Esattamente il modello di bellezza imposto ogni giorno dal mercato a tutti noi e alle nostre figlie. E se usasse davvero il suo potere - perché ormai ha un potere quella giovane ragazza - per proporre un altro modello di bellezza, cosa succederebbe? Sarebbe in fretta dimenticata o riuscirebbe a imporre una visione alternativa? Immagino la prima ipotesi.
Non sono un esperto in materia, ma so che è stato all'inizio del Novecento il momento in cui gli artisti hanno rinunciato a raccontare il bello. Le donne di Modigliani non erano belle, le donne di Picasso - che pure le amava in maniera appassionata - non erano belle, le donne di Schiele non erano belle. O almeno non erano belle come le madonne di Raffaello. E in quegli stessi anni, gli anni dell'art nouveau, sono stati i disegnatori dei manifesti pubblicitari che hanno creato un'immagine di bellezza, utile a vendere qualsiasi genere di prodotto. E questo modello globale, in qualche modo - con una notevole aggiunta di volgarità, a dire il vero - è arrivato fino a noi, perché, rinunciando l'arte a creare il bello, questo compito è stato assunto dal mercato - e dai mercanti - che hanno cominciato a decidere per noi cosa è bello e cosa non lo è, cosa è di moda e cosa non lo è, e soprattutto cosa dobbiamo comprare per conquistare quella bellezza. I lunghi capelli biondi di Chiara Ferragni sono usati per vendere uno shampoo allo stesso modo in cui i lunghi capelli biondi disegnati da Alfons Mucha servivano a vendere delle cartine per le sigarette.
Quanto avremmo invece bisogno di un modo diverso di raccontare quello che è bello, soprattutto un modo che sottragga una volta per tutte al mercato - e ai mercanti - il monopolio della creazione del bello, in modo che la bellezza non sia più un bene da vendere e da comprare, ma qualcosa che vive indipendentemente dal suo valore economico. Credo sarebbe un gran passo per le donne che sono vittime di questo mercato, perché non riusciamo a toglierci dalla mente che la loro bellezza è qualcosa che è in vendita, e che quando non possiamo comprare, crediamo di essere in diritto di poterla sottrarre con la forza. Personalmente credo che la rete - nella sua diffusione democratica - possa fare qualcosa, grazie soprattutto al protagonismo delle donne; anche se non sarà la Ferragni che ci salverà.

giovedì 21 settembre 2017

da "Emilio o dell'educazione" di Jean-Jacques Rousseau

Scrivendo mi è venuta cento volte alla mente la stessa riflessione: è impossibile attribuire sempre lo stesso significato alle stesse parole. Non esiste una lingua così ricca da fornire tanti termini, giri di parole e frasi quante sono le sfumature che le idee possono assumere. Il metodo che consiste nel definire tutti i termini e nel sostituire sempre il definito con la definizione è suggestivo, ma inattuabile. Nonostante tutto, credo che si possa essere chiari a dispetto della povertà della nostra lingua, non attribuendo sempre la stessa accezione alla stessa parola, ma facendo in modo che, ogni qual volta si usi quella parola, il suo significato sia contestualmente determinato dalle idee che le si riferiscono e che ogni periodo in cui la parola si trova le serva, per così dire, da definizione. Non credo per questo che il mio pensiero sia contraddittorio, ma non posso non convenire che mi contraddico spesso nelle espressioni che uso.

lunedì 18 settembre 2017

Verba volant (435): scegliere...

Scegliere, v. tr.

Esattamente in che modo Luigi Di Maio è stato scelto come candidato premier del Movimento Cinque stelle? La domanda non è oziosa e credo dovrebbe interessare anche chi non simpatizza per quel partito, anche chi non lo voterà mai, perché c'è la possibilità, non solo teorica, che Di Maio diventi il prossimo presidente del consiglio e quindi il modo in cui è stato scelto coinvolge tutti noi.
Ovviamente non sarà scelto dal popolo dei militanti attraverso il voto in rete: queste baggianate lasciamole alla propaganda di partito. Il popolo pentastellato è chiamato a ratificare una decisione politica presa in un'altra sede, così come non furono le primarie del centrosinistra dell'ottobre 2005 a scegliere Romano Prodi come candidato premier del nostro schieramento: la decisione era stata presa dai partiti e i militanti furono chiamati a ratificarla.
Ed è giusto che sia così: se la politica rinuncia a uno dei propri compiti più importanti, ossia quello di selezionare la classe dirigente, non si capisce cosa ci stia a fare. Nei partiti che conoscevamo noi c'erano degli strumenti e delle sedi per definire una scelta del genere, a volte questi criteri erano più democratici e trasparenti, molto spesso le scelte erano opache e demandate a poche persone, ma comunque riuscivi, con un po' di pazienza, a capire come una candidatura era nata, chi l'aveva sostenuta e soprattutto cosa rappresentava. Nella post-democrazia in cui viviamo questa analisi è praticamente impossibile. Hanno deciso Grillo e Casaleggio? Hanno deciso altri al posto loro? Non è voglia di cercare per forza un retroscena, è che proprio non si capisce; e il fatto di non riuscire a capire è un elemento di preoccupazione per la democrazia.
Ma il caso del giovane deputato campano è a suo modo emblematico, perché non valgono le regole che fino ad ora avevamo seguito. Di Maio non si è certamente imposto per il suo carisma o per le sue doti superiori alla media. Di Maio è diventato il candidato del Movimento perché per mesi gli organi di informazione hanno alimentato questa immagine, credo anche al di là della stessa volontà dei vertici di quel partito.
All'indomani delle elezioni politiche del 2013, che hanno sancito la nascita del tripolarismo italiano, gli organi di informazione, e in particolare quelli televisivi, avevano bisogno di un personaggio che in qualche modo rappresentasse quel nuovo partito. Abbiamo smesso - e anzi non vogliamo più farlo - di raccontare la politica come uno scontro di idee, ci basta lo scontro tra le persone e quindi non può più esistere un partito senza leader, mentre esistono leader senza partito, come renzi. Il centrodestra aveva il suo leader indiscusso e i suoi personaggi televisivi di contorno che garantivano la copertura mediatica di quello schieramento, il centrosinistra aveva la consueta folla dei suoi capetti, più o meno nuovi, e il meccanismo delle primarie che garantiva uno spettacolo continuo, di una certa audience, i Cinque stelle avevano sì Beppe Grillo, ma siccome lui non partecipava ai talk show, c'era bisogno di qualcuno che lo sostituisse. E così è cominciato il casting per scegliere il "leader televisivo" dei Cinque stelle. E ha vinto Di Maio. Però capite che così siamo più o meno al Grande fratello della politica. Di Maio è la profezia che si autoavvera, è la bugia che, a forza di essere ripetuta, diventa una specie di verità. Per mesi ci hanno detto che Di Maio sarebbe stato il candidato e alla fine si è convinto anche lui, soprattutto si sono convinti i militanti di quel partito.
Chi ha deciso? In quale sede? E se fosse stato un caso? Francamente io credo sia andata così, che non ci sia un misterioso burattinaio, ma semplicemente che la politica sia così debole che una serie di accidenti può determinare una scelta di questa importanza. A me questa debolezza preoccupa molto, anche più di una trama oscura. Questo sistema di scegliere le candidature è diventato un criterio: ma ci basta? Nella post-democrazia evidentemente sì, visto che ormai siamo tutti qui a prendere per buona questa candidatura, ad analizzarla, ma qualcosa non funziona nel sistema.
Non ho una particolare antipatia per la persona, e non voglio neppure giudicarlo - mi limito a non votarlo - ma mi preoccupa molto una candidatura nata dalle decisioni di chi redige le scalette dei talk show. Ma prima di tutto dovrebbe preoccupare il candidato così casualmente baciato dalla fortuna.

sabato 16 settembre 2017

Verba volant (434): lapide...

Lapide, sost. f.

Giuseppina Ghersi era fascista? Aveva tredici anni, era nata e cresciuta durante il regime, non ha avuto nemmeno il tempo di decidere cosa essere, era fascista perché le avevano insegnato che si non poteva essere altro che fascista. Probabilmente la sua famiglia era fascista e questo pesò sulla sua educazione e, temo, anche sulle ragioni della sua uccisione. Giuseppina si è macchiata della colpa di aver tradito un qualche segreto, di aver rivelato qualcosa che sapeva e che poteva mettere in pericolo la vita di alcuni partigiani? Forse, ma a tredici anni è difficile rendersi conto del valore che hanno le cose che sappiamo. Se fu una spia, se le sue parole provocarono la morte di altri uomini, fu molto probabilmente una spia inconsapevole e incolpevole. Giuseppina meritava di essere violentata e uccisa? Certamente no. La sua uccisione fu un crimine? Certamente sì.
Bisogna ricordare la vicenda tragica di questa ragazzina, uccisa il 30 aprile 1945? Certamente sì.
Si può mettere una lapide per ricordare la sua morte? Credo sia giusto, anche se in una lapide è difficile sintetizzare una storia. E la storia di Giuseppina non può essere raccontata nelle poche righe di una lapide. Perché la storia di Giuseppina è una storia di violenza che viene da lontano, da molto prima che lei nascesse.
Per noi ora è facile dire che l'uccisione di Giuseppina è stato un brutale omicidio, nella primavera del '45 immagino abbia fatto un'impressione affatto diversa. Noi abbiamo guardato con orrore all'esecuzione sommaria di Gheddafi, abbiamo considerato quell'uccisione un episodio di barbarie, perché la cultura dei diritti ha fatto - nonostante tutto - molti passi in avanti. Non è possibile giudicare secondo lo stesso metro di giudizio la folla che sputava sul cadavere di Mussolini esposto a piazzale Loreto. Perché quelle donne e quegli uomini vivevano in un mondo in cui la violenza, pubblica e privata, era comune. I bambini che disobbedivano venivano picchiati, spesso molto duramente, le donne in casa venivano picchiate - anche ora, purtroppo, succede troppo spesso - le discussioni in osteria finivano facilmente in risse, anche cruente, i delinquenti comuni venivano picchiati. i lavoratori che scioperavano venivano picchiati, gli oppositori venivano picchiati. Le persone erano in qualche modo abituate alla violenza, perché si moriva continuamente a causa delle violenze, pubbliche e private. La violenza fisica era qualcosa che le persone conoscevano molto bene, molto meglio di noi, e specialmente in un tempo duro come quello. Questo giustifica le violenze contro Giuseppina? Assolutamente no, ma ci fa capire che è impossibile giudicare quel mondo con gli occhi di oggi.
Non so cosa sarebbe giusto scrivere sulla lapide in memoria dell'omicidio di Giuseppina Ghersi, ma credo che certamente bisognerebbe raccontare una storia che non si esaurisce in quel solo atto di violenza gratuita e criminale. Bisognerebbe raccontare quanto è stato violento il regime fascista, quanto è stata crudele la guerra voluta da Mussolini, quanto è stata drammatica la lotta di liberazione, perché è stata anche una guerra che ha diviso le famiglie e le comunità. Credo che tutto questo non ci stia in una lapide.
Per questo condivido la scelta di chi si è schierato contro la proposta di un consigliere comunale di Noli di realizzarla. Perché nelle intenzioni di chi ha fatto quella proposta - e di chi l'ha ispirata - quella lapide non è destinata a ricordare un episodio certamente da condannare e la storia che l'ha preceduto, ma a gettare fango sulla Resistenza, su tutta la Resistenza.
Leggo che uno degli scopi di quella lapide sarebbe quello di raggiungere la riappacificazione. Questo mi pare l'errore di fondo. L'Italia non ha affatto bisogno di riappacificazione, ma - tanto più in questi anni in cui il movimento fascista torna a crescere, a diventare un'opzione politica come le altre, grazie anche ai tanti di sinistra che si sono fatti alfieri della pacificazione - abbiamo bisogno di rendere più profondo e invalicabile il discrimine tra noi e loro, tra chi combatté dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata, tra chi combatté per la democrazia e la libertà e chi lottò per un sistema totalitario. Non abbiamo bisogno di riappacificarci, ma abbiamo bisogno di capire, prima di tutto perché allora - e anche oggi a quanto pare - per tante persone il fascismo è una risposta alle legittime richieste di giustizia sociale, abbiamo bisogno di capire perché le persone credettero - e credono - che il fascismo sia la soluzione ai loro problemi.
Giuseppina non avrebbe dovuto morire, come non avrebbe dovuto morire la piccola Anna Pardini a Sant'Anna di Stazzema, come non avrebbero dovuto morire i cinquantadue bambini uccisi a Marzabotto, come non dovrebbero morire i bambini in guerra. Ecco io questo scriverei in quella lapide, come impegno per tutti.

venerdì 15 settembre 2017

"Ulisse, Enea e il Mediterraneo" di Roberto Roversi

Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?

Verba volant (433): distrarre...

Distrarre, v. tr.

Sono passati davvero molti anni, ma ricordo che a me e ai miei compagni di scuola - dalle elementari al liceo - non mancavano le occasioni per distrarci durante le lezioni: chissà cosa avremmo combinato se avessimo avuto gli smartphone. Io e i miei colleghi di ufficio, pur lavorando tutto il giorno seduti davanti a un pc, non possiamo accedere ai social network e a molti altri siti considerati non attinenti al nostro lavoro; è assolutamente giusto e troviamo comunque il modo per distrarci. Quando sono a casa e provo a scrivere qualcosa da pubblicare sul mio blog, tengo spente radio e televisione e cerco di non andare su Facebook, eppure mi cade l'occhio sulla notifica di una mail in arrivo o di un messaggio; e mi distraggo. Sarà l'età, ma non sono affatto multitasking: va già bene quando riesco a fare decentemente una cosa alla volta.
Non ho figli, non so bene come si comportino al giorno d'oggi i nativi digitali, ma sono convinto che non siano tanto diversi da noi quando avevamo la loro età. Per questo mi lascia molto perplesso la proposta della ministra Fedeli di permettere agli studenti di tenere il telefonino in aula, durante le lezioni. Temo che sia una fonte di distrazione difficile da sopportare e destinata in qualche modo a peggiorare il loro rendimento.
Ho l'impressione che la proposta della ministra, all'apertura dell'anno scolastico, serva a distrarci, a farci parlare di questo piuttosto che dei problemi che continuano ad affliggere la scuola italiana. Meglio se continuiamo ad accapigliarci sulle vaccinazioni o sugli smartphone: l'importante è che non parliamo della scuola.
Al di là della boutade della ministra e degli esiti della commissione di studio sul tema prontamente insediata a viale Trastevere, mi pare che la questione sia interessante, perché la rete fatalmente ha già cambiato - e continuerà a farlo - il nostro modo di lavorare e quindi anche quello di studiare e di insegnare.
Se penso ai pomeriggi passati a tradurre le versioni di greco e di latino e alle telefonate - rigorosamente con il telefono fisso, quello grigio, usato da tutta la famiglia, che troneggiava nell'ingresso di casa - con i miei compagni di classe per scambiarci suggerimenti e consigli, e guardo a come potrei fare oggi, mi rendo conto che è cambiato il mondo. Adesso avrei a disposizione la rete per cercare chiarimenti, esempi, brani già interamente tradotti.
Farei meno fatica? Certamente sì. Saprei meno cose? Non lo so. Perché - devo confessarvi - nonostante quei pomeriggi di studio, adesso non saprei più tradurre un brano di Cicerone. E allora quelle versioni non sono servite a nulla? No, sono servite moltissimo, mi hanno insegnato un metodo di lavoro, mi hanno insegnato a scrivere, a leggere, a capire un testo, mi hanno insegnato ad amare il mondo antico, la storia, la filosofia. Anche quello che con pazienza leggete in questo blog è figlio di quelle versioni pomeridiane, di quello che allora ho studiato e che adesso non ricordo. Perché sono davvero tante le cose che non mi ricordo di allora: perché c'è stata la guerra dei cent'anni? a cosa serve un coseno? quali sono le opere minori di Boccaccio? La scuola non è importante per le nozioni che impari - e che sei destinato a dimenticare - ma per le idee che ti insegna, per quello che ti fa diventare, e queste sono cose che non riuscirai più a scordare. E credo che tutto questo si possa anche imparare in una scuola smart, usando libri elettronici al posto del sussidiario e il mouse al posto del gesso, perché sono gli insegnanti che fanno la scuola. E più sono bravi gli insegnanti più la scuola è buona.
Se vogliamo davvero parlare - finalmente - di scuola, dovremmo cercare di capire che idee, che valori, che modelli trasmettiamo ai nostri figli. Credo sia fondamentale che ogni studente possa avere un pc a scuola, che questo sia in qualche modo indispensabile nella nostra società. Far usare i propri smartphone, come proposto dalla ministra, significa che di fatto lo stato rinuncia al proprio obbligo di fornire questo strumento e che questo compito è demandato, ancora una volta, alle famiglie. E quelle che non possono comprare lo smartphone ai propri figli? Per navigare occorre essere collegati - lo abbiamo imparato perfino noi "vecchi". Le scuole hanno il wi-fi? E se sì, hanno una rete sufficiente per supportare tanti utenti che navigano contemporaneamente? Ho qualche dubbio, visto che in molte scuole manca la carta igienica. E ci sono ancora troppe differenze tra città e città sulla diffusione della banda larga. Ancora una volta sarà compito delle famiglie sobbarcarsi questa spesa e garantire che lo smartphone del proprio figlio possa andare in rete. E verosimilmente ci saranno gli studenti con collegamenti più veloci e quelli che faranno fatica a caricare anche una sola pagina, quelli che avranno contratti con traffico illimitato e quelli che a un certo punto avranno finito i giga. Sarà ancora la scuola di tutti quella in cui sarà così determinante la differenza di strumenti? E gli insegnanti sono pronti a fare il lavoro nell'era digitale, dal momento che, come me e come voi, sono andati a scuola quando c'erano i libri e le lavagne di ardesia? Sono stati formati per affrontare una sfida di tale portata?
Il problema non è quindi se permettere ai nostri figli di usare lo smartphone a scuola, ma ancora una volta, decidere che scuola vogliamo. Per me la scuola deve essere pubblica e gratuita, democratica e inclusiva, capace di offrire gli strumenti - seguendo il dettato dell'art. 3 della nostra Costituzione - per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Questo è il tema; per favore, non facciamoci distrarre.

mercoledì 13 settembre 2017

Verba volant (432): episodio...

Episodio, sost. m.

Hanno deciso gli episodi. Parlando di calcio è una frase che ripetiamo spesso, facendo intendere che se non fosse stato per quel pallone che al 90° è finito casualmente alle spalle del nostro portiere, lasciando incredulo prima di tutto il fortunato autore del gol, la nostra squadra avrebbe vinto quella partita, e magari il campionato, e poi la Champions, e così via, ad libitum. A essere onesti, nel calcio - come nella vita - gli episodi contano, ma non è sempre colpa del destino, proverbialmente cinico e baro. Alla lunga le differenze emergono e se una squadra è più forte, alla fine riuscirà a vincere il campionato; anche se ha perso quella partita, per quell'episodio.
Lo stesso ragionamento vale per la politica. In questi giorni i giornali hanno pubblicato la notizia dell'assoluzione in primo grado di Clemente Mastella nel processo seguito all'inchiesta cominciata nove anni fa, in cui si contestava al politico campano e a sua moglie di aver fatto pressione per favorire le nomine di alcuni loro sodali nel sistema sanitario di quella regione. Tutti gli organi di informazione ricordano che quell'episodio determinò la caduta del secondo governo Prodi, dal momento che allora Mastella era ministro della giustizia. Come ricorderete, nel giro di alcune settimane quelle dimissioni portarono al passaggio all'opposizione dell'Udeur e di conseguenza al voto di sfiducia al senato e infine alle elezioni anticipate, vinte da Berlusconi.
Credo che gioverebbe ripensare con un po' più di distacco a quegli anni e riconoscere serenamente che quel governo non è caduto per colpa delle dimissioni di Mastella o del voto contrario di una pattuglia piuttosto eterogenea, dall'ultraliberista Dini al comunista Turigliatto, passando per l'ineffabile De Gregorio, tutti eletti nelle fila del centrosinistra, eppure determinanti per la sfiducia all'esecutivo. In particolare Sergio De Gregorio venne accusato di aver venduto il proprio voto a Berlusconi, grazie all'intermediazione di Lavitola. Non so se la storia sia vera - è comunque verosimile - ma anche questo episodio è poco importante: in fondo avevamo "comprato" prima noi il rotondetto giornalista napoletano, insieme ai suoi voti e alle sue clientele, candidandolo al senato. Pur di vincere non guardavamo troppo per il sottile. 
Come dobbiamo ammettere quando la nostra squadra del cuore gioca male - senza dare la colpa agli episodi - così noi che abbiamo votato e sostenuto strenuamente quel governo dobbiamo dire che non è caduto per questi accidenti, ma per la propria debolezza politica.
In quel governo c'era di tutto - e non a caso, con i suoi 103 membri, è stato il più "corposo" della storia repubblicana - c'erano i comunisti di Rifondazione e c'erano esponenti della destra, da Mastella a Dini, che erano già stati al governo con Berlusconi. E già questo avrebbe dovuto farci temere sulla sua tenuta. Ma soprattutto fu un governo che fece sostanzialmente politiche di destra, perché i provvedimenti chiave di quell'esecutivo furono le privatizzazioni volute da Padoa Schioppa e le liberalizzazioni di Bersani. 
Quel governo rappresenta in maniera emblematica quello che eravamo diventati nel corso di un lungo processo, cominciato ovviamente molti anni prima e di cui non eravamo consapevoli, mentre lo vivevamo. Non vedevamo, o forse non volevamo vedere. Ci eravamo trasformati, eravamo diventati una cosa altra rispetto ai valori che pure dicevamo ancora di sostenere. Credevamo che la sinistra potesse governare questo paese solo facendo politiche di destra, che ci sembravano più moderne, anzi le uniche in grado di governare la complessità del mondo globalizzato. Dicevamo che il privato funzionava meglio del pubblico e quindi facevamo gestire i servizi ai privati, permettendo a questi di guadagnare molto, senza diminuire la spesa pubblica, dicevamo che le norme sul lavoro penalizzavano troppo le imprese e quindi inventammo nuovi strumenti per rendere il lavoro meno costoso, e più precario, dicevamo che solo il capitalismo globalizzato avrebbe portato lo sviluppo, insomma dicevamo e facevamo cose di destra.
Certo eravamo uniti - e Unione si chiamava il nostro schieramento - e così quello fu l'unico governo con la partecipazione e sostenuto dall'intera sinistra parlamentare: non succedeva dal 1947, dal terzo governo De Gasperi. Ma scoprimmo che mettere la pur legittima esigenza di stare uniti - quello che la "nostra gente" ci chiedeva in ogni occasione - davanti a ogni altra cosa fu esiziale.
Comunque sarebbe onesto riconoscere da parte dei protagonisti di quegli anni che non fu un caso che dall'agonia di quella maggioranza in quegli stessi mesi nacque il pd. Al di là delle ambizioni personali e dell'ostilità che Romano Prodi raccoglieva - peraltro ricambiandole con la sua consueta vendicativa acrimonia - nel suo partito, fu questo il vero motivo politico della caduta del governo, perché al partito a vocazione maggioritaria stava sempre più stretta quella maggioranza e i demiurghi del partito "nuovo" pensavano che da soli avrebbero facilmente vinto le elezioni, non dovendosi più sobbarcare l'onere della competition tra ex-Ds ed ex-Margherita.  
Ricordare quegli anni non è un esercizio ozioso, visto che adesso una parte delle persone protagoniste di quella stagione ha deciso di ricominciare a giocare, con l'ambizioso programma di ricostruire la sinistra in Italia. Ovviamente è legittimo che tentino l'impresa, ma è curioso come vogliano riproporre la stessa squadra e soprattutto le stesse tattiche di gioco: si fanno chiamare Insieme e non Unione, ma siamo ancora lì. Evidentemente pensano che allora la partita sia stata determinata dagli episodi, da quel tiro rocambolesco da fuori area. No, allora abbiamo perso perché potevamo solo perdere. E chi si ostina a giocare allo stesso modo è destinato a perdere, anche se continuerà a dare la colpa agli episodi. 

martedì 12 settembre 2017

Verba volant (431): consenziente...

Consenziente, agg. m. e f. 

Consenziente è una parola che ha un significato profondo, che dovremmo usare con cura e con molta maggiore consapevolezza di quanto facciamo adesso.
Diamo per scontato - ma purtroppo non lo è - che quando una donna dice NO deve essere sempre NO e che deve essere sempre NO anche quando una donna non è in grado, per qualsiasi motivo, di rispondere. Ma anche quando una donna dice sì, dovremmo capire che non tutti i sì sono uguali e soprattutto che non tutti i sì ci dicono che la donna è davvero consenziente. Una donna può dirci sì perché la paghiamo, perché sa che offrendo il suo corpo otterrà una promozione o un voto alto, perché ha paura di perderci o di deluderci, perché ha un distorto senso del dovere, perché le hanno insegnato così; certo in questi casi una donna può essere consenziente per la legge, ma non può e non deve essere sufficiente. Né per le donne, né per noi maschi che pure godiamo di quel rapporto.
Consenziente è una parola importante che significa in senso etimologico pensare insieme. Pensare insieme è difficile, molto più difficile che compiere l'atto meccanico di cui troppo spesso ci accontentiamo. Per pensare insieme occorre imparare a parlare e soprattutto ad ascoltare, e richiede tempo, molto tempo. Eppure è proprio quel pensare insieme che ci regala un piacere profondo, coinvolgente, che ci fa desiderare la persona con cui riusciamo a creare quella particolare alchimia che chiamiamo amore.
Noi maschi abbiamo bisogno di capire quando è sfogo di una pulsione - e allora non serve una donna, anche consenziente secondo la definizione insufficiente della legge - e quando invece vogliamo che sia pensare insieme. Qualcuno di noi ha avuto la fortuna di capirlo grazie all'amore per la propria compagna e con lei, ma credo che adesso sia il momento di provare a insegnarlo ai nostri figli, se non vogliamo continuare a leggere i tragici dati di questo bollettino di guerra, con il numero sempre crescente delle donne uccise, violentate, sfruttate e stuprate, se non vogliamo continuare a parlare di altro, senza mai affrontare il vero problema: l'incapacità di noi maschi di avere rapporti con le donne, la mancanza di una vera educazione ai sentimenti.
Abbiamo bisogno di una rivoluzione che coinvolga tutti noi, donne e uomini, abbiamo bisogno di insegnare ai nostri figli e alle nostre figlie di essere davvero consenzienti.

giovedì 7 settembre 2017

Verba volant (430): malaria...

Malaria, sost. f.

Malaria è la parola di origine latina con cui in tutte le principali lingue indoeuropee è conosciuta la seconda malattia infettiva al mondo per mortalità, dopo la tubercolosi, con oltre 200 milioni di nuovi casi e quasi 440mila decessi all'anno; il 40% della popolazione mondiale vive in zone in cui la malaria è endemica.
Di malaria quindi dovremmo cominciare a parlare, e non solo quando qualcuno si ammala nel nostro paese. Peraltro l'Italia è stata per secoli una terra della mala aria. Ne morì Dante, che la contrasse in un viaggio tra Venezia e Ravenna. Carlo Levi, in Cristo si è fermato a Eboli, racconta come questa malattia fosse endemica tra i contadini di Gagliano, il paese della Lucania dove era stato mandato in confino dal regime fascista.
Non esiste un vaccino per debellare la malaria, ma è una malattia che ormai può essere curata, se riconosciuta e affrontata in maniera adeguata. Certo è ancora possibile che qualcuno muoia di malaria anche in Italia, magari per aver contratto questa malattia in un moderno ospedale, e per questo possiamo indignarci e dobbiamo pretendere delle spiegazioni e, se ci sono state responsabilità, bisogna che qualcuno paghi davvero per i propri errori. Dobbiamo metterci nei panni dei genitori di Sofia e chiedere giustizia. Ma dobbiamo anche indignarci perché nel mondo ogni giorno si muore di malaria a causa della povertà, della malnutrizione e dell'ignoranza. Anche quelli sono figli nostri. E spesso basterebbe davvero poco: un sistema efficiente della distribuzione dell'acqua potabile che permetta una maggiore igiene delle persone e delle case, la creazione di una rete di presidi medici diffusi territorialmente con personale adeguatamente formato, la disponibilità gratuita di medicine, la realizzazione di piani di bonifiche che rendano coltivabili le terre paludose.
Nel mondo per combattere davvero contro la malaria basterebbe lottare contro la povertà, contro i cambiamenti climatici, contro l'analfabetismo: sono obiettivi raggiungibili, ma che non vogliamo raggiungere, perché non c'è alcun guadagno a rendere ampie zone del nostra pianeta luoghi dove si possa vivere senza il rischio di morire di malaria. Le grandi industrie, le multinazionali, le banche, preferiscono continuare a depredare quei territori, a lasciare in povertà estrema interi popoli, magari per vendere loro, a carissimo prezzo, le medicine per curare i malati e i prodotti chimici per uccidere le zanzare che trasmettono la malattia. E più questi animali diventano resistenti agli insetticidi, più letali - anche per gli uomini e per l'ambiente - diventano i prodotti per debellarli, in una spirale che porterà sempre più malati, sempre più morti. E più guadagni per chi vive nella parte della terra dove non si muore più di malaria.
Poi in questi giorni nel nostro paese si respira davvero una mala aria, che rischia di essere più pericolosa di qualsiasi altra malattia. Alla notizia che nell'ospedale di Trento dove Sofia può aver contratto la malaria erano ricoverate anche due bambine del Burkina Faso, affette dalla stessa malattia, perché tornate da un viaggio in quel paese con la loro famiglia, si è scatenata una canea razzista, al cui confronto impallidisce l'ignorante ingiustizia descritta da Alessandro Manzoni nella Storia della colonna infame contro gli uomini accusati di aver portato la peste a Milano.  
L'ignoranza in fisica può produrre degl'inconvenienti, ma non delle iniquità.
Lo scriveva Manzoni nell'introduzione del suo breve saggio su questo triste episodio della storia milanese del Seicento. Noi non abbiamo neppure più la giustificazione dell'ignoranza: ci rimane solo l'iniquità.

martedì 5 settembre 2017

"Paradossi e ossimori" di John Ashbery

Questa poesia si occupa del linguaggio a un livello alquanto piano.
Guardala che ti parla. Guardi da una finestra
o affetti irrequietezza. La sai ma non la sai.
Ti manca, la manchi, le manchi, ti manca. Vi mancate a vicenda.
La poesia è triste perché vuole essere tua, e non può.
Cos’è un livello piano? È quella cosa e altre,
e ne mette in gioco un sistema. Gioco?
Beh, di fatto, sí, ma io ritengo che il gioco sia
una piú profonda cosa esterna, un modello di ruolo sognato,
come nella ripartizione della grazia queste lunghe giornate agostane
senza dimostrazione. A finale aperto. E prima che te ne accorga
si perde nel vapore e nel cicaleccio della macchina da scrivere.
È stata giocata un’altra volta. Penso tu esista solo
per tormentarmi a farlo, al tuo livello, e poi tu non ci sei
o hai adottato un atteggiamento diverso. E la poesia
mi ha deposto dolcemente accanto a te. La poesia è te.

Verba volant (429): merendina...

Merendina, sost. f.

Se l'obiettivo di ogni pubblicitario è quello di far conoscere il più possibile il prodotto che è stato incaricato di reclamizzare, quello che si è inventato la storia dell'asteroide certamente ha colpito nel segno. Anche se non come il genio che ha inventato: fai merenda con Girella. Comunque tanto di cappello: tutti noi che parliamo di quello spot partecipiamo, anche se involontariamente, alla campagna pubblicitaria di quella nota merendina.
In una società come la nostra governata dal mercato - e dai mercanti - spesso studiare le pubblicità è più istruttivo che occuparsi di politica. La pubblicità, proprio perché dipende direttamente da chi davvero decide cosa dobbiamo o non dobbiamo fare, cosa dobbiamo o non dobbiamo pensare, è molto più forte delle sempre più esauste ideologie a cui pure tanti di noi sono ostinatamente legati. Le famiglie formate da coppie omosessuali sono apparse nelle pubblicità del nostro paese ben prima che la politica si decidesse a offrir loro una legge, per quanto imperfetta, perché i mercati - e i mercanti - sanno che gli omosessuali esistono e soprattutto che possono consumare e spendere, esattamente come gli eterosessuali, e ai mercanti - e ai loro servi che lavorano in pubblicità - poco importa degli strepiti dei preti e dei politici baciapile: l'importante è vendere. Allo stesso modo abbiamo già visto le pubblicità con i musulmani, perché anche loro consumano e spendono. Prima o poi toccherà anche ai comunisti, perché anche noi consumiamo e spendiamo; e i mercanti sono perfino a disposti a tollerare le nostre astruse teorie, pur che continuiamo a scriverle sui loro computer e a diffonderle con i loro telefoni. Poi gli omosessuali saranno sempre una minoranza mal tollerata, come i musulmani - figurarsi i comunisti - ma quando spendiamo siamo sempre tutti ben accetti dalla grande famiglia felice della pubblicità.
Non capisco bene perché tante persone si siano indignate per quello spot. Sarei curioso di vedere quali videogiochi quei genitori così arrabbiati per l'asteroide abbiano comprato per i loro figli. Forse quelli dove bisogna sparare e uccidere i personaggi dello schermo e più ne uccidi più vinci? Di questo ovviamente non vi indignate. Magari siete anche fan dei film di Quentin Tarantino, perché fa così fico. Guardate che quelli dei film non muoiono davvero, e anche quella mamma non è morta davvero: domani la vedrete mentre reclamizza un dentifricio o si rallegra di riuscire a fare sport estremi anche in quei giorni.
Anche a me c'è della pubblicità che non piace, spot che mi fanno davvero arrabbiare. Quelle in cui per venderci un telefonino o un'auto o qualsiasi altra cosa stimolano i nostri istinti sessuali, la nostra eccitazione davanti a un bella donna, quelle in cui usano i corpi delle donne per vendere. E queste sono pubblicità pericolose, perché non solo convincono noi e i nostri figli a comprare cose di cui non abbiamo bisogno - come non abbiamo bisogno di mangiare quella merendina insapore - ma soprattutto ci spingono a credere che i corpi delle donne siano cose, che possano essere usate quando ne abbiamo bisogno, e poi - come ci insegna la pubblicità - gettate via quando il bisogno è finito, magari per sostituirle con altre, più nuove e più belle.
Se non vi piace quello spot basta che non acquistiate quella merendina. Mangiate piuttosto pane e marmellata; ne guadagnerete in gusto e salute. Ma il problema non è non quella merendina e neppure quell'asteroide, ma la forza con cui ci costringono a pensare che valiamo per quello che consumiamo. E da questo temo non riusciremo più a salvarci.  

sabato 2 settembre 2017

Verba volant (428): pioggia...

Pioggia, sost. f.

Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni. Non so se esistano delle statistiche in proposito, ma immagino che le condizioni del tempo siano uno degli argomenti di cui parliamo più frequentemente. E ne parliamo inutilmente. Sono passati molti anni da quando il colonnello Bernacca era il solo che poteva dirci se il giorno successivo ci sarebbe stato il sole o la pioggia e in un angolo delle nostre cucine stava appeso, sostanzialmente ignorato, il barometro. E siamo vissuti in famiglie che, seppure inurbate e impiegate per lo più nell'industria e nei servizi, ricordavano bene cos'era la vita delle campagne e quanto questa dipendesse dalle condizioni climatiche, e proprio per questo avevano rispetto per i suoi cambiamenti. Adesso ci sono canali televisivi dedicati esclusivamente alla meteorologia, dal telefono consultiamo di continuo i siti specializzati, e ci sentiamo tutti un po' esperti. E i nostri discorsi sono spesso dedicati alle condizioni del tempo. Inutilmente. Perché poi quando piove - non piove più come una volta, adesso fa solo disastri - continuiamo a inanellare le solite desolanti banalità.
E anche quando la pioggia provoca alluvioni e inondazioni, ne parliamo moltissimo, i siti di informazione dedicano gran parte delle loro homepage al disastro, i giornali e le televisioni mandano i loro inviati nelle zone colpite, viviamo minuto per minuto quei tragici avvenimenti, magari appassionandoci a qualche storia particolarmente commovente, tipo il cane che salva il padrone o il bambino estratto vivo dalle macerie dall'eroico pompiere. A dire la verità non ne parliamo sempre con tanta dovizia di particolari. Se un uragano devasta il Texas provocando la morte di trentotto persone sappiamo praticamente tutto, quell'uragano ha un nome e ogni ora c'è un aggiornamento delle notizie, ma delle piogge monsoniche, assolutamente anonime, che da settimane devastano ampie zone dell'India, dallo stato del Bihar a est alla regione di Mumbai a ovest, non sappiamo praticamente nulla. I morti in quel paese sono stati più di milleduecento - e il bilancio, mentre io scrivo e voi leggete, è destinato a crescere - e i danni sono al momento difficili da quantificare, anche se probabilmente molto ingenti, visto che sono coinvolte più di quaranta milioni di persone: tra gli altri edifici, sono state distrutte moltissime scuole, e quindi per centinaia di migliaia di bambine e bambini indiani c'è il rischio concreto di perdere il diritto all'istruzione. Anche nello Yemen in questi giorni ci sono state delle violente alluvioni, ma non sappiamo nemmeno dove sia lo Yemen, figurarsi se ci importa qualcosa delle vittime.
Comunque anche quando ne parliamo, i nostri discorsi sono assolutamente inutili, come quelli che facciamo la mattina al bar per lamentarci del troppo caldo o della troppa pioggia. Perché parliamo tanto di pioggia, ma il nostro unico problema è sapere se domenica prossima pioverà, perché abbiamo in programma di rinchiuderci in un centro commerciale - e quindi è assolutamente ininfluente conoscere che tempo farà - o decidere se prendere l'ombrello per andare, ovviamente in auto, a prendere nostro figlio all'uscita di scuola. Invece queste piogge così devastanti, così violente, indipendentemente da dove cadono, sono un nostro problema, perché sono il sintomo che il nostro pianeta è malato, che la natura non funziona come dovrebbe, essenzialmente per colpa nostra, perché abbiamo dimenticato che la nostra vita, in quanto animali tra gli animali, è regolata dal ritmo delle stagioni.
Il problema è che noi rifiutiamo di considerarci animali e quindi dipendenti dai ritmi del giorno e della notte, dell'estate e dell'inverno, pensiamo che sia nostro diritto fare ogni cosa sempre, in qualunque ora e in qualunque stagione. E questo richiede una quantità incredibile di energia, che la natura non è in grado di sostenere, richiede una quantità inimmaginabile di risorse, che la natura non è in grado di ricreare seguendo i ritmi con cui la consumiamo. E di questo non parliamo mai, perché riflettere davvero sui cambiamenti climatici vorrebbe dire mettere in crisi il nostro modo di vivere, che però non è evidentemente più sostenibile. Non ne parliamo perché rinunciare a tutto quello che abbiamo raggiunto grazie alla scienza e alla tecnologia significa minare la ricchezza di chi sfrutta le risorse ambientale, di chi inquina, di chi stupra ogni giorno la natura per i propri guadagni.
So bene che nessuno di noi potrebbe rinunciare a vivere in case in cui c'è l'energia elettrica, l'acqua corrente, il gas, anche se dovremmo interrogarci su come usiamo queste risorse e quante ne sprechiamo, e anzi che dovremmo lottare affinché tutte le famiglie che adesso non godono di tutto questo lo possano fare, nel più breve tempo possibile. Pensate al paradosso: adesso pochissimi godiamo di questi benefici, eppure questi nostri consumi sono già in grado di distruggere il pianeta; cosa potrebbe succedere quando tutti, ma proprio tutti - come noi auspichiamo - ne godranno? Il momento culminante del nostro sviluppo sociale, il momento in cui potremmo dire che noi progressisti abbiamo vinto, segnerebbe la distruzione immediata del pianeta. E noi non ne parliamo, al massimo controlliamo sui nostri smartphone quando smetterà di piovere. Ma forse non smetterà più.

martedì 29 agosto 2017

Verba volant (427): sirena...

Sirena, sost. f.

Quando Odisseo, durante il lungo viaggio che lo avrebbe riportato a Itaca, passò accanto all'isola delle sirene, sapendo che il canto di quelle donne era capace di ammaliare e rapire gli uomini che avessero la ventura di ascoltarlo, per sfuggire a quel pericolo decise di tappare con la cera le orecchie dei suoi compagni. Ma siccome egli voleva ascoltare quel canto, che nessun mortale aveva potuto udire rimanendo vivo, ordinò ai suoi uomini di legarlo con le funi più robuste all'albero della nave e disse loro che non lo avrebbero dovuto slegare per alcun motivo, qualunque ordine egli impartisse. E in questo modo Odisseo e i suoi uomini si salvarono. I miti greci - lo sapete - sono stati raccontati e tramandati da maschi. Non sappiamo nulla di Omero, non sappiamo quando è nato e dove ha vissuto, non sappiamo cosa esattamente abbia scritto o se si sia limitato a raccogliere quello che altri avevano cantato prima di lui, però sappiamo certamente che era un maschio. E infatti in questa storia celebra l'astuzia di un maschio che ha voluto a tutti i costi ascoltare il canto delle sirene.
Credo che questa storia sia stata sopravvalutata: Odisseo sarebbe stato davvero un eroe se fosse riuscito ad ascoltare le sirene senza essere legato. Perché quelle donne non ingannavano gli uomini, anzi dicevano loro la verità, soltanto la verità: le sirene erano onniscienti e gli uomini si perdevano non per colpa di quelle donne, ma perché volevano diventare come loro. Odisseo, quando supplicava i suoi compagni di slegarlo e di lasciarlo andare dalle sirene, aveva l'ambizione smodata di sapere tutto quello che le sirene sapevano. Un'ambizione che lo avrebbe perduto, se appunto non fosse stato legato.
Ho ripensato a questa storia antica perché racconta bene il rapporto complesso - e spesso malato - che noi maschi abbiamo con le donne. Quante volte abbiamo ascoltato condannare episodi di stupro, e poi aggiungere, quasi incidentalmente, consigli alle donne affinché non corrano il rischio di essere stuprate. Quante volte abbiamo ascoltato, dopo la doverosa condanna dello stupro, una frase che comincia con "certo se lei non avesse...". Quante volte abbiamo ascoltato queste parole e abbiamo taciuto, forse perché ci sembravano sensate. Eppure queste sono le parole più pericolose, quelle che fanno più male alle donne, perché in qualche modo le colpevolizzano, limitano la loro libertà, perché le donne non potrebbero indossare certi vestiti, non potrebbero frequentare certi luoghi. Ad ascoltare queste queste parole le donne non avrebbero neppure la libertà di rimanere sole, magari per pensare, perché una donna sola scatena una pulsione che i maschi non sono in grado di controllare.
Lo abbiamo ripetuto molte volte, eppure pare ancora che non sia sufficiente, quando un maschio stupra una donna il colpevole è l'uomo, non la donna. E non ci sono eccezioni che tengano, non ci possono essere "ma".
Non è la donna che si deve giustificare: non può esserci il buon senso che ci fa dire che è meglio che una donna non si vesta in un certo modo, non vada in un certo posto, non frequenti certe persone. E cosa possiamo farci noi maschi? A sentire il buon senso l'unica soluzione possibile sarebbe quella di farci tappare le orecchie o di farci legare stretti affinché non possiamo sfogare il nostro bisogno "naturale" di possedere quelle donne, che conoscono ogni cosa, che sono così migliori di noi. Ma non si è eroi quando si è legati. Al limite smettiamo di essere un pericolo, ma continuando a pensare in questo modo non si cambia il mondo. E il mondo ha bisogno di uomini che imparino ad ascoltare con libertà e responsabilità le sirene e di madri che insegnino questo ai loro figli maschi. Questo è l'unico modo per salvare le sirene.

lunedì 28 agosto 2017

Verba volant (426): statua...

Statua, sost. f.

Alla fine di febbraio del 1508 la statua di Giulio II benedicente venne issata in una nicchia al di sopra del portale centrale della basilica di san Petronio a Bologna. Due anni prima il papa della Rovere aveva conquistato la città, cacciandone i Bentivoglio, e quella statua, significativamente posta al centro della facciata della basilica costruita dal Comune come simbolo di libertà e di autonomia e per questo proprietà della città, voleva dire che Bologna era sotto il controllo di Roma. Nonostante il papa avesse voluto apparire come benedicente, il suo aspetto severo doveva ricordare ai riottosi cittadini di Bologna chi era che comandava. E siccome Giulio II voleva che la sua statua fosse anche un capolavoro, commissionò l'opera a Michelangelo, che la realizzò in meno di due anni; questo periodo bolognese dell'artista fiorentino fu particolarmente proficuo, visto che le storie della Genesi scolpite da Jacopo della Quercia per quello stesso portale gli furono da ispirazione quando dipinse la volta della Sistina. Meno di tre anni dopo, nel dicembre del 1511, i Bentivoglio tornarono in città, la statua di Giulio II fu tolta dalla facciata di san Petronio e il bronzo venne rifuso e venduto ad Alfonso I d'Este che ne ricavò una grande colubrina che chiamò Giulia: se andate a Ferrara ne potete vedere una copia proprio sotto il Castello. Bologna ha perso un capolavoro, uno dei due soli bronzi michelangioleschi, un'opera che probabilmente sarebbe diventata uno dei simboli della città, che sarebbe stato l'oggetto di foto di migliaia di turisti giapponesi. A chi mise quella statua - e a chi la tolse - questo però non importava affatto.
Questo è spesso il destino delle statue: dovremmo ricordarlo sempre, perché prima di essere - quando lo sono - opere d'arte, sono dichiarazioni politiche. E la politica è soggetta a cambiamenti, a ripensamenti, a volte perfino a miglioramenti. 
Fanno bene i cittadini degli Stati Uniti a promuovere la rimozione delle statue dei politici e dei generali degli Stati Confederati che sostennero la schiavitù o la stele che a Chicago celebra Italo Balbo, perché quei monumenti sono figli di idee che non solo state sconfitte - e la storia, si sa, la scrivono i vincitori - ma soprattutto che ora sono considerate eticamente sbagliate, se non criminali. Poi possiamo discutere se gli industriali bianchi degli Stati del nord fossero davvero più democratici dei latifondisti bianchi di quelli del sud o se volessero soltanto sostituire una forma di schiavismo con un'altra, ma comunque l'abolizione della schiavitù è stata una conquista e, come tale, deve essere celebrata, anche attraverso la rimozione delle statue di chi si è opposto.
Poi ora abbiamo una sensibilità diversa rispetto ai nostri avi del Cinquecento e credo non dovremmo distruggere le statue che non ci piacciono e non ci rappresentano e anzi che abbiamo il dovere di trovare il modo di conservare quelle che togliamo dai luoghi pubblici, soprattutto se si tratta di opere d'arte, anche se per lo più non lo sono: è finito il tempo in cui si affidava ad artisti come Michelangelo una tale incombenza. 
Credo comunque che queste statue rimosse dovrebbero trovare posto in un qualche museo, perché è fondamentale per una società la memoria di cosa siamo stati e penso che in quei luoghi pubblici in cui abbiamo tolto una statua dovremmo lasciare un segno di cosa c'era prima, del perché qualcuno un tempo aveva deciso di mettere quella statua e del perché adesso abbiamo voluto spostarla.
Confesso che invidio un po' una comunità che assume come un proprio problema quali statue ci sono nei luoghi pubblici e che decide di sostituire quelle che rappresentano qualcosa che non vogliamo più che racconti quello che siamo diventati. Credo che una riflessione del genere sarebbe interessante anche nel nostro paese. Questo presuppone riflettere su cosa eravamo, su cosa siamo e su cosa vorremmo diventare: un compito a cui, evidentemente, non siamo preparati.

sabato 26 agosto 2017

Verba volant (425): posto...

Posto, sost. m.

Per chi vuole costruire una nuova sinistra in Italia - e in Europa - credo che la questione dei migranti sia un tema molto difficile, eppure imprescindibile, perché le persone "normali", quelle che la sinistra politica dovrebbe rappresentare e difendere - quelle che formano il popolo, come avremmo detto una volta con un lessico novecentesco - hanno paura. E non è razzismo, anche se ovviamente questo ha un peso, non è solo la grettezza di difendere il proprio poco, senza volerlo condividere con chi non ha niente, anche se questo atteggiamento è comprensibile in un periodo di crisi. Gli italiani - e lo stesso vale per gli europei - che vedono arrivare tante persone, giorno dopo giorno, si pongono una domanda: e dove li mettiamo? qui non c'è più posto. 
Non serve essere esperti di geopolitica, basta avere in casa un mappamondo, per capire che questa domanda, nella sua disarmante semplicità, non è affatto stupida, come troppe volte qualcuno a sinistra, con molta supponenza, ha detto e pensato. L'Africa è enorme, in quel paese vive più di un miliardo di persone: e dove li mettiamo? qui non c'è più posto. Quando l'Italia - e l'Europa - hanno affrontato i propri flussi migratori interni, questa domanda non aveva la stessa drammatica evidenza: il nostro Mezzogiorno era grande, ma le regioni del nord lo erano altrettanto. Quando il mondo ha affrontato, nel secolo scorso e alla fine di quello ancora precedente, un'imponente ondata migratoria, c'erano le Americhe, in cui c'era posto per tutti, erano terre da riempire.
Ma adesso è cambiato tutto. Qui non c'è più posto: è drammaticamente vero e da qui dobbiamo partire. Perché altrimenti hanno facile gioco quelli che sventolano le bandiere delle loro piccole patrie e dicono che bisogna sparare a tutti quelli che sono diversi da noi, fossero anche quelli del condominio di fronte. Oppure finiscono per prevalere quelli che, pur facendosi scudo dei loro buoni propositi e di tanta ipocrita compassione, dicono che sono in grado di fermare le migrazioni. E noi ci sentiamo rassicurati da queste promesse. Se non sappiamo rispondere alla domanda e dove li mettiamo?, alla fine vinceranno quelli che dicono che bisogna aiutarli a casa loro, quelli che pagano i dittatori di turno affinché lascino affondare i barconi, tengano gli "indesiderati" nelle loro prigioni, ammazzino il maggior numero possibile di disperati, lontano dalle telecamere per non impressionare le persone che guardano la televisione.
Però non basta denunciare l'ipocrisia di chi in pubblico dice che i migranti sono troppi e, indossando un'altra giacca, li sfrutta, li usa per raccogliere i pomodori e le arance, li stipa nelle canoniche vuote per prendersi 35 euro al giorno, li fa diventare numeri per creare cooperative che gestiscono l'accoglienza. E poi le puttane nere sono anche più belle e costano meno delle italiane. Le persone magari possono darci ragione su questo, ma poi chiedono: e dove li mettiamo? Questa domanda non è più eludibile.
Il problema è che affrontiamo sempre la questione dal lato sbagliato, partendo dal dato che non c'è più posto. Invece dobbiamo cominciare a dire che il posto c'è, c'è posto in Africa, c'è posto in Asia, c'è ancora posto nelle Americhe. In quei paesi ci sarebbe posto anche per noi, siamo noi e i nostri figli che dovremmo migrare in quei paesi, perché qui davvero non c'è più posto. Però, e qui sta il nodo, noi abbiamo sistematicamente distrutto quei luoghi - e li distruggiamo ogni giorno - li abbiamo resi inospitali, li abbiamo desertificati, li abbiamo privati di ogni risorsa naturale, li abbiamo sistematicamente distrutti.
Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant; hanno fatto un deserto e lo chiamano pace. E' la frase che Tacito fa dire al generale calèdone Calgaco per incitare i suoi soldati a combattere contro i romani. Il capitalismo ha creato il deserto in Africa e, pur avendo il pudore di non chiamarlo pace, lo definisce sviluppo. Perché anche noi del popolo in qualche modo godiamo di questo sviluppo e del fatto che miliardi di persone nel mondo sono sfruttate e che le loro terre vengono distrutte. Se tutti noi possiamo andare in giro con le nostre auto, telefonarci di continuo con i nostri smartphone, indossare le nostre magliette all'ultima moda, lo dobbiamo anche al fatto che da qualche parte del mondo un'enorme diga produce a basso costo l'energia elettrica che serve alle nostre industrie, dopo aver distrutto migliaia e migliaia di chilometri di terreno coltivabile, che da una miniera in qualche altra parte del mondo vengono estratti metalli, inquinando le falde e rendendo inutilizzabili i campi intorno, che in un'altra parte ancora c'è una grande fabbrica che getta nei fiumi inquinanti chimici, rende irrespirabile l'aria per gli uomini e gli animali, che i nostri rifiuti vengono scaricati in terre molto lontane da dove vengono prodotti. Pensate se qualcuno venisse in Italia e facesse quello che noi facciamo in Africa: noi saremmo costretti a scappare, perché nessuno vuole vivere dove non c'è acqua, dove la terra è piena di veleni, nessuno vuole vivere in una discarica. Noi in quelle terre abbiamo creato il deserto, abbiamo fatto in modo che non ci fosse più posto.
Di fronte a un fenomeno drammatico come queste migrazioni, anche quando siamo consapevoli del dramma che vivono quei popoli, non possiamo dire loro: venite qui che c'è posto. E' una menzogna e se ne accorgono loro per primi quando arrivano qui e rimangono confinati nelle brutte e sporche periferie delle nostre città, ai margini di una società che già espelle i propri elementi più poveri. Possiamo stringerci un po', occupare un po' meno posto, stare un po' più scomodi, ma c'è un limite fisico a questa accoglienza caritatevole, anche quando è animata dalle migliori intenzioni. E comunque questa forma di accoglienza è destinata a creare conflitto, ad acuire differenze che innegabilmente ci sono. Occorre invece spiegargli che qui non c'è più posto e che anzi siamo noi che dovremmo andare ad abitare in quelle terre, farle di nuovo vivere, coltivarle, renderle abitabili come erano un tempo.
Ma bisogna che prima di tutto noi diventiamo consapevoli che siamo arrivati al limite, che questo modello di sviluppo, che ci sembra così desiderabile, che ci sembra perfetto, sta distruggendo la nostra terra e alla lunga ucciderà noi e i nostri figli. Bisogna che capiamo noi per primi - in modo da spiegarlo anche a loro - che un sistema in cui pochissimi hanno la stragrande maggioranza delle ricchezze - in gran parte rubate a loro - e moltissimi hanno sempre meno non è giusto e che insieme, noi e loro, dobbiamo abbatterlo.
C'è abbastanza posto per tutti: è venuto il momento che ce lo prendiamo. In qualunque modo.

giovedì 24 agosto 2017

Verba volant (424): breve...

Breve, agg. m. e f.

Leggo che dall'anno scolastico 2018/19 verrà estesa a cento istituti italiani la sperimentazione, già avviata in questi anni in poche scuole, che prevede di ridurre da cinque a quattro gli anni delle superiori, in vista di quello che viene chiamato il liceo breve.
Francamente non ne vedo alcuna utilità pedagogica ed educativa, e mi pare non la vedano neppure quelli che hanno fatto questa proposta, dal momento che l'unico concreto vantaggio di questa ennesima riforma sarebbe quello di far risparmiare al paese circa 1,38 miliardi di euro, una volta che tutte le scuole superiori siano a regime, riducendo il numero degli insegnanti. Ovviamente in una società in cui tutto si misura sul denaro, questo rischia di essere un argomento determinante.
L'altro vantaggio è che i ragazzi sarebbero "maturi" già a diciotto anni, avendo quindi un anno in più in cui essere disoccupati rispetto a quello che avviene adesso. Secondo gli estensori della riforma, che risale al governo Letta, non dovrebbero esserci differenze tra gli istituti e quindi il programma che adesso viene svolto solitamente in cinque anni viene ristretto in quattro e anche l'esame finale rimane lo stesso. Anzi gli studenti "brevi" dovrebbero studiare di più, visto che la sperimentazione prevede che le singole scuole introducano attività innovative, ad esempio l'insegnamento di alcune materie in una lingua straniera.
Non avendo figli non so cosa esattamente succeda adesso, e le mie esperienze scolastiche risalgono alla fine del secolo scorso. Ricordo però già allora una certa qual difficoltà ad affrontare in maniera adeguata il Novecento, sia per quel che riguarda la storia che la letteratura e la filosofia. E da allora un po' di cose sono successe in questi campi, le pagine sono aumentate. Credo sarebbe ora che i nostri figli, a differenza di quel che abbiamo fatto noi, studiassero a scuola quel secolo, perché la conoscenza di quello che è avvenuto in quegli anni è fondamentale per capire il mondo in cui vivono e vivranno. Poi c'è questo fatto che il mondo si è allargato, dovrebbero saperlo anche al ministero. Certo è un limite della nostra impostazione eurocentrica non sapere cosa avveniva in Cina mentre in Italia c'era il Rinascimento o in India quando in Francia scoppiava la Rivoluzione, ma in qualche modo si può anche vivere senza sapere nulla di quelle storie così lontane da noi. Ma è impossibile applicare lo stesso criterio alla storia della seconda metà del Novecento: essere eurocentrici nel Novecento vuol dire semplicemente rinunciare a studiare la storia contemporanea.  
Sapete che mi piace studiare l'etimologia delle parole e quella di questo aggettivo è proprio significativa. Nella parola latina brevis, come in quella greca brachys, c'è una radice che nell'antico indoeuropeo significa strappare. Breve quindi non significa solo piccolo, ma anche rotto, lacerato, strappato appunto. Ecco questo liceo breve a me pare proprio che nasca come qualcosa di già rotto, qualcosa a cui è stato strappato a forza qualcosa.
I nostri figli non hanno bisogno di un liceo breve, ma di una scuola che funzioni, di una scuola in cui gli insegnanti siano considerati risorse e non costi, di una scuola che prepari al mondo. Non so quanti anni siano necessari per fare questo, quattro, cinque, sei, o forse è impossibile essere mai davvero pronti per il mondo, però bisognerebbe almeno provarci e anche accettare che avere una scuola che funziona, universale e gratuita, comporta dei costi, a cui tutti noi dobbiamo contribuire. Perché non possiamo continuare a lamentarci che il nostro paese non funziona e non investire nel solo campo che lo può far ripartire.

martedì 22 agosto 2017

Verba volant (423): merito...

Merito, sost. m.

Nei giorni scorsi non ho commentato le dichiarazioni della sindaca pd di Codigoro contro i migranti, che sono seguite a quelle del senatore pd contro le ong, che a sua volta sono seguite a quelle di un'altra esponente del pd sulla razza; e l'elenco potrebbe continuare. E certamente continuerà anche a settembre. Chi ha la pazienza di leggere con una qualche regolarità le cose che scrivo sa che io considero da tempo quel partito culturalmente di destra e quindi queste affermazioni mi stupiscono assai poco. Sapete anche che io considero tutto il pd un partito di destra, perché non ho mai accettato l'alibi di renzi: il pd non è quello che è perché a un certo punto è arrivato renzi. Fosse così, di conseguenza, cacciando renzi, diventerebbe un partito di sinistra; invece il pd è nato per essere un partito di destra e tutti quelli che l'hanno guidato in questi anni hanno dato, a vario modo, il loro contributo a questa involuzione. Di questo gli amici che sono transitati nella "cosa" bersaniana non vogliono parlare, eppure è il punto dirimente. Ma proviamo ad andare avanti.
A questo punto mi interessa capire come siamo arrivati fino a qui. Credo che ragionare su questo non sia ozioso, visto che tanti amici e compagni in queste settimane sono impegnati nella costruzione di una "nuova" sinistra in Italia. Quantomeno noi della "vecchia" sinistra, noi che in questi vent'anni abbiamo provocato tutto questo, dovremmo offrire loro alcuni strumenti affinché non commettano i nostri stessi, esiziali, errori.
Una delle cause di questo suicidio è stato il nostro poco coraggio. Partendo dall'assunto che l'Italia sia un paese culturalmente di destra - quante volte lo abbiamo sentito ripetere in questi anni da autorevolissimi nostri esponenti - abbiamo avuto paura di dire, e soprattutto di fare, cose di sinistra. Certo ci sono caratteri originari distintivi di ogni paese, ma questa visione così schiettamente determinista, e in fondo razzista, è sbagliata. Certamente ognuno di noi tende naturalmente a pensare prima a se stesso e alla propria famiglia che agli altri, ciascuno di noi è naturalmente di destra: homo homini lupus dicevano gli antichi. Poi ci hanno insegnato negli anni che essere di sinistra, essere solidali, smettere di credere che la sfortuna degli altri sia la nostra fortuna, è non solo eticamente giusto, ma anche utile, perché certe conquiste si fanno quando si combatte insieme, quando si cominciano battaglie che sembrano solo a favore degli altri, che parrebbero non riguardarci nell'immediato, ma che tra qualche anno potrebbero essere vitali per noi e per i nostri figli.
In questi vent'anni abbiamo smesso di proporre questo ragionamento apparentemente banale, eppure a suo modo rivoluzionario, e ne abbiamo assunti altri, sempre dando maggior peso all'individuo che alla collettività. Ci sono parole che in questi vent'anni si sono insinuate nel nostro vocabolario e che in qualche modo sono diventate infestanti: una di queste è merito, non a caso una delle parole chiavi della prima Leopolda, quella in cui c'era anche Civati. Apparentemente sembra un ragionamento di buon senso che uno debba essere valutato in base alle sue capacità: nel paese in cui i notai sono figli di notai, i giornalisti figli di giornalisti, gli attori figli di attori, e così via di casta in casta, parrebbe perfino rivoluzionario proporre un sistema per cui il figlio dell'operaio può diventare avvocato.
Però l'idea che stava dietro a questa proposta era che tu che eri nato in una famiglia di operai dovevi fare di tutto per diventare avvocato e l'accento cadeva solo sul tu, che dipendesse solo da te; e quindi che fosse solo una tua battaglia. Non veniva mai messo l'accento su cosa dovevamo fare tutti noi, indipendentemente dal fatto che avessimo o meno dei figli, affinché anche tu potessi studiare.
Perché tu possa avere un'educazione occorre che tutti noi - anche noi che non abbiamo figli - paghiamo più tasse per garantire a te, con cui non abbiamo alcun legame, una istruzione di qualità, universale e gratuita. Invece in questi anni, mentre dicevamo che bisognava valorizzare il merito, abbiamo anche detto che bisognava diminuire le tasse, e il modo più veloce per farlo è quello di tagliare i servizi. Quindi noi che non abbiamo figli non dobbiamo più curarci dell'istruzione di quelli degli altri, mentre quelli che ne hanno debbono fare più sforzi. E ovviamente solo una famiglia che ha molte risorse può garantire ai propri figli un'istruzione di qualità. Quando si parla di merito senza inquadrare questa idea in uno sforzo collettivo, si scivola fatalmente a destra, perché ciascuno di noi farà di tutto per garantire un futuro migliore ai propri figli, anche a scapito del futuro dei figli degli altri, anzi soprattutto a scapito loro, perché in una società in cui le risorse si riducono tutti vogliamo correre per prendere qualcosa prima degli altri, dimenticando che l'unica battaglia che vale la pena combattere è quella di aumentare le risorse disponibili, prendendole ai pochi che ne hanno molte, affinché tutti ne possano godere, anche quelli che fanno più fatica a correre.

lunedì 21 agosto 2017

Verba volant (422): matto...

Matto, sost. m. e agg.

E' triste, e in qualche modo sconfortante, il destino dei grandi artisti comici che, alla fine della loro carriera - e specialmente dopo che sono morti - vengono ricordati soprattutto per la bravura che hanno dimostrato nei ruoli drammatici. Anche Jerry Lewis non è stato sottratto a questa sorta di damnatio memoriae. Certo è stato grandissimo in Re per una notte di Martin Scorsese - come Totò è stato incredibilmente intenso nei ruoli drammatici e grotteschi che Pier Paolo Pasolini ha creato per la sua maschera - ma io credo che quell'interpretazione non valga di più delle gag del "picchiatello" in cui sapeva usare e sfruttare il suo corpo come nessun altro; e come per l'artista napoletano la scena del wagon-lits vale più di tutto Uccellacci e uccellini.
Questa forma di supponenza per cui solo il teatro e il cinema "seri" sono arte vera, mentre i comici devono stare un passo indietro è francamente insopportabile, perché far ridere è difficilissimo; in fondo anche una cipolla sa farci piangere. E infatti sono molto pochi gli artisti comici che ricordiamo.
E in fondo pensiamo che i comici siano un po' meno artisti degli altri perché sono anarchici, perché non rispettano le regole, perché sono cinici e cattivi, perché mettono alla berlina la parte peggiore di noi. Perché ne abbiamo paura.
E come dice il Matto in Re Lear 
Adesso non sei altro che uno zero senza cifre davanti.
Io posso dire d’essere più di te:
io sono matto, almeno, tu non sei nulla di nulla.

venerdì 4 agosto 2017

Verba volant (421): morboso...

Morboso, agg. m.

Un portavoce di Channel 4, per giustificare la controversa scelta di quella rete televisiva di mandare in onda alcune registrazioni audio in cui Diana Spencer parla a ruota libera della propria sfortunata vita coniugale, ha detto che sono una "importante fonte storica" e che, in quanto tale, meritano di essere conosciute. Si tratta ovviamente di una forma di ipocrisia, celata in maniera davvero troppo grossolana.
La questione non è giudicare se la vicenda umana di Lady D sia storia o no, come molti fanno in questi giorni, magari con sufficienza verso una vicenda che considerano inutile gossip
Personalmente credo che sia storia a tutti gli effetti, perché raccontare la vita e la morte di quella giovane donna è necessario per capire la trasformazione della nostra società alla fine del secolo scorso, compresa l'invadenza che ha assunto un certo modo di fare informazione. Il film The Queen di Stephen Frears è illuminante su quello che è avvenuto in quei giorni, su come si è creato quel mito popolare. Credo sarebbe difficile raccontare la storia del Regno Unito degli ultimi trent'anni senza dedicare una particolare attenzione a questa icona pop. Almeno quanto i Beatles sono indispensabili per comprendere la storia inglese tra i Sessanta e i Settanta. O come la vita di Marilyn racconta la storia degli Stati Uniti degli anni Cinquanta. In questo contesto le parole di Diana - peraltro già conosciute dagli storici e dal pubblico - non sono particolarmente significative: servono a descrivere e a conoscere un po' meglio la donna, ma non aggiungono nulla al personaggio. E per la storia Lady D è molto più importante della signora Diana Frances Spencer coniugata Windsor; Diana era una donna intelligente e immagino ne fosse perfettamente consapevole, o almeno ha dato l'impressione di esserlo.
E anche questa ultima squallida storia della messa in onda delle registrazioni dovrebbe servire agli storici delle prossime generazioni per raccontare quello che purtroppo siamo diventati, quello che vogliono diventiamo. Quelle registrazioni sono pura pornografia e dato che la pornografia fa vendere i giornali e fa crescere gli ascolti, i dirigenti di Channel 4 hanno deciso che in questo modo potranno garantire un sostanzioso vantaggio ai propri azionisti, perché tante aziende vorranno acquistare gli spazi pubblicitari all'interno del programma e perché questa polemica - anche io che ne scrivo in questo piccolo blog di provincia - contribuisce a dare notorietà alla rete. 
Domenica 6 agosto milioni di persone si sintonizzeranno su quel canale per sentire quello che hanno già letto, per ascoltare quello che già sanno che ascolteranno. Non c'è nessuno scoop, solo curiosità morbosa e il bisogno, ancora una volta, di essere uno in mezzo a una folla. In fondo anche i funerali di Diana furono questo rito spersonalizzante, eppure capace di creare identificazione, l'ultima volta - forse - che milioni di persone in quel paese si sentirono popolo. Crea sconforto pensare che l'unica cosa che sembra capace di ricreare questa unione sia questa attesa di guardare nel buco della serratura, spiare Diana nuda, fragile. Siamo una società ben misera, quando godiamo di questa sua debolezza. 
In un mondo in cui tutto si misura con i soldi, queste registrazioni rubate e sostanzialmente inutili diventano preziose e, in nome di quei soldi, ci si dimentica come state ottenute, quanti passaggi sono stati fatti, ci si dimentica che sono state comprate e vendute. E in fondo ci si dimentica anche della persona che è la vittima di questo sordido commercio. E il corpo di Lady D è solo un'altra cosa da vendere, nella speranza che da qualche parte esca una nuova fotografia o magari un nuovo filmato per riaprire bottega.

giovedì 3 agosto 2017

"3.30 a.m." di Sam Shepard

è un gallo
o una donna che strilla in lontananza
-
è cielo nero
o sul punto di farsi blu cupo
-
è una stanza di motel
o la casa di qualcuno
-
è il corpo di me vivo
o morto
-
è il Texas
o Berlino Ovest
-
che ore sono comunque
-
quali pensieri
posso chiamare alleati
-
imploro una tregua
da tutti i pensieri
-
una pausa pulita
in spazio bianco
-
lasciatemi battere la strada
a testa vuota
-
almeno una volta
-
non sto elemosinando
non mi butterò in ginocchio
-
non sono in condizioni di combattere

martedì 1 agosto 2017

Verba volant (420): omicidio...

Omicidio, sost. m.

Quando avviene un omicidio sappiamo sempre chi è la vittima - magari non ne conosciamo il nome, ma il suo corpo è lì, di fronte a noi, e ci racconta una storia, per quanto frammentata e incompleta - ma non sempre conosciamo l'uccisore; tanta letteratura nasce proprio da questa contraddizione, dalla volontà di superare questa differenza, scoprendo alla fine il responsabile di un omicidio, la cui vittima avevamo conosciuto nelle prime pagine del libro.
La vita - come sapete - è spesso più complicata della letteratura. Lo scorso 14 giugno sono state uccise a Londra ottantasette persone. E' stato molto difficile recuperare quelle salme, è stato ancora più difficile identificarle, ma alla fine le vittime ci sono, con i loro nomi e le loro storie. Non sappiamo chi sono gli uccisori, forse non lo sapremo mai, appunto perché nella vita le storie faticano a chiudersi. Probabilmente molti di voi non sono neppure d'accordo sul fatto che l'incendio della Grenfell tower sia stato un omicidio, molti preferiscono parlare di disgrazia, di uno sfortunato accidente, e quindi credono sia inutile cercare i colpevoli. Io invece sono tra quelli che considera la strage in quel grattacielo di North Kensington un "omicidio di classe", ossia un delitto compiuto dalla classe dei ricchi contro quella dei poveri. E, come ogni omicidio, richiede giustizia.
Si è trattato di un omicidio perché l'amministrazione di Kensington e Chelsea, che ha fatto costruire quell'immobile all'inizio degli anni Settanta e ne è ancora proprietaria, non ha voluto spendere le cinquemila sterline necessarie per i rivestimenti antincendio né ha voluto installare elementari dispositivi di sicurezza. Non ha voluto farlo perché si tratta da sempre di un'amministrazione governata dai conservatori, che non si curano di quelli che vivono in quel grande palazzo, che non votano certo per loro. Mentre quella stessa amministrazione ha deciso di ridurre di cento sterline l'imposta sugli immobili per i cittadini più ricchi, che invece votano per i conservatori. In sostanza gli amministratori di Kensington hanno tolto soldi ai poveri per darli ai ricchi. E questa scelta ha causato la morte di ottantasette poveri: si tratta evidentemente di un omicidio, appunto di un omicidio di classe.
Nessuno ha brandito un coltello, non si è sentito uno sparo, non ci sono segni di strangolamento, ma l'omicidio è avvenuto. Il responsabile è il funzionario che, dopo aver fatto i conti con la sua calcolatrice, ha risposto no alle richieste del comitato degli affittuari della Grenfell tower? Forse sì. Sono i consiglieri che hanno votato quel bilancio, in cui non era stata stanziata quella somma ridicola? Forse sì. Nessuno di loro ovviamente ammetterà di essere colpevole, forse sono perfino in buona fede quando giurano e spergiurano che non è stata colpa loro, che non pensavano che quel loro calcolo, fatto forse troppo velocemente, perché c'erano tante altre cose da fare, perché stava per finire l'orario di lavoro, o quel loro voto su un testo complicato - quanti di noi che siamo stati amministratori comunali abbiamo mai letto tutte le voci dei bilanci che abbiamo approvato? - provocasse tante vittime. Sono sinceri quando se ne dolgono. Ma questo non attenua le loro colpe.
Come noto, Hannah Arendt intitolò La banalità del male il libro in cui raccontò il processo contro Adolf Eichmann, un travet dell'Olocausto; la filosofa tedesca, parlando di quegli uomini che organizzavano lo sterminio, scrive "le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso". Qui abbiamo assistito allo stesso dramma: persone normali che compiono atti mostruosi.
I ricercatori della Royal Society of Medicine hanno dichiarato, a seguito dei loro studi, che i tagli al servizio sanitario hanno causato nel solo 2015 in Inghilterra quasi trentamila "morti supplementari". Quante buone ragioni ci sono state dietro quei tagli, quante giustificazioni, a volte anche fondate, hanno spinto a quelle scelte, magari per lottare contro gli sprechi? Però non cambia la situazione: quelle trentamila persone oggi sono morte a causa di quelle scelte "innocenti". Come i morti della Grenfell tower.
E come migliaia di persone che muoiono ogni giorno a causa di questo conflitto brutale che le forze del capitale hanno dichiarato contro di noi. Poi spesso di quelle vittime non abbiamo neppure notizia e crediamo che gli omicidi che non conosciamo siano un po' meno gravi. In fondo quelle trentamila persone sarebbero morte comunque: erano vecchi, erano ammalati, erano poveri di cui nessuno si curava. Tante vittime muoiono in altre parti del mondo: perfino ci commuoviamo quando sappiamo che sono annegati a pochi metri dalle nostre spiagge, ma ne muoiono molti di più cercando di attraversare il deserto, molto lontano da qui, e questi non sappiamo proprio chi siano, non sappiano neppure che ci sono e quindi per noi non sono vittime. Oppure muoiono nelle fabbriche e nelle miniere in Cina e in India: quando va bene si tratta di dati statistici, ma non di vittime. Invece ogni povero che muore, ogni povero che viene ucciso, perché qualcuno lo ha sfruttato, perché qualcuno gli ha tolto la terra o l'acqua, perché qualcuno ha lucrato, risparmiando sulle sue cure o sulla sua sicurezza, è una vittima come noi.
E noi non possiamo più fare finta di nulla. Non possiamo più girarci dall'altra parte e non possiamo più adottare mezze misure. Per trent'anni abbiamo finto di non accorgerci di quello che stava succedendo, abbiamo detto che si trattava di disgrazie, che alla fine tutto sarebbe andato per il meglio, e abbiamo accettato queste vittime come danni collaterali. C'è la crisi, è stata la nostra giustificazione per ogni cosa; possiamo davvero mettere in sicurezza tutti gli edifici pubblici? E ci siamo risposti di no, nel migliore dei casi ci siamo dati delle priorità, i più bravi qualcosa hanno fatto: ma evidentemente non è bastato. Spesso negli omicidi ci sono anche i complici, la cui colpa non è meno grave di quella di chi materialmente preme il grilletto. Questa nostra inerzia, questa nostra paura ci ha reso complici. E per questo dovremo pagare, prima o poi.
Se non vogliamo continuare a esserlo - anche se questo non ci assolverà davanti alla storia - dobbiamo dire che c'è una guerra, che c'è qualcuno che sistematicamente vuole uccidere i poveri.  E contro questo sistema dobbiamo combattere.
Vediamo i denti del pescecane, vediamo il sangue della sua vittima, sappiamo che la mano che ha ucciso è coperta da un guanto, ma non possiamo più avere paura. E dobbiamo cominciare a difenderci. E dobbiamo pretendere giustizia.

giovedì 27 luglio 2017

Verba volant (419): vitalizio...

Vitalizio, sost. m.

Hanno abolito i vitalizi! Evviva, evviva. Il popolo applaude alla distribuzione delle brioches; peraltro avariate.
Noi che abbiamo votato NO al referendum del 4 dicembre per difendere i valori fondanti della nostra Costituzione e in particolare il principio della centralità del parlamento, oggi non possiamo essere soddisfatti, perché questa legge è figlia della stessa ideologia perversa su cui era impostata la modifica costituzionale su cui fortunatamente i cittadini hanno espresso, a larga maggioranza, il loro giudizio negativo.
Questa legge, approvata con una così larga maggioranza parlamentare e su cui c'è un consenso così ampio nell'opinione pubblica, dimostra quanto quella vittoria fosse fragile, perché tanti di quei NO, probabilmente la maggioranza, furono semplicemente voti contro renzi e il pd, contro il governo, contro la politica, contro la "casta", furono voti che non entravano nel merito della questione. Non erano voti per difendere la Costituzione e i suoi principi, e purtroppo in questi mesi non siamo riusciti a far crescere un movimento che continuasse e facesse crescere quella fondamentale battaglia politica ed etica. Ci siamo illusi che quel NO fosse sufficiente, che avessimo vinto, tanto che i protagonisti di quella battaglia hanno cominciato a fare altro - peraltro una cosa importante come provare a ricostruire una forza di sinistra in Italia - invece gli attacchi contro la Costituzione sono ricominciati, con la stessa violenza, con la stessa determinazione, con lo stesso obiettivo di stravolgere dalle radici l'impianto della nostra legge fondamentale.
Ma stavolta sono stati più furbi e hanno individuato un punto debole. Perché davvero quei vitalizi sono diventati una forma di privilegio inaccettabile, un elemento che mina la fiducia verso le istituzioni, un modo con cui pochi si arricchiscono alle spalle della collettività, perché quei vitalizi rappresentano quello che la politica è ormai diventata per tanti - sia per chi la fa sia per chi vede farla - ossia un modo, tutto sommato facile, per fare soldi e carriera. Per andare regolarmente in televisione o ammazzi qualcuno o fai il politico. Il sistema dei vitalizi andava certamente cambiato, andava cambiato da tempo - e il fatto che non sia stato fatto è già sospetto e indica che qualcuno voleva creare questo clima avvelenato - ma bisognava farlo rispettando le regole. Siete davvero tutti d'accordo sulla necessità di cambiare questo sistema, come proclamate ai quattro venti? Bastava una delibera dell'ufficio di presidenza della Camera e del Senato e non questa legge pasticciata. Invece avete voluto fare una legge che sarà dichiarata anticostituzionale, e quella probabilissima sentenza della Corte costituzionale darà nuovi argomenti ai nemici della "casta".
Da almeno venticinque anni, da Mani pulite in poi, assistiamo a un attacco sistematico alla politica e quindi alle prerogative democratiche garantite dalla Costituzione. I mandanti di questi attacchi sono quelle forze che considerano i principi costituzionali un ostacolo alla propria smodata e violenta sete di potere, che vedono come un intralcio il parlamento, gli enti locali, le forme della democrazia; che preferiscono i governi tecnici, che predicano la governabilità a scapito della rappresentanza, che dicono che le decisioni devono essere rapide e non modificabili. Gli esecutori sono i politici che si sono messi al servizio di queste forze, tradendo la Costituzione su cui pure giurano, i giornalisti che assecondano questo disegno, gli intellettuali che offrono argomenti per giustificare questa involuzione democratica. Noi siamo le vittime, ma siamo anche i complici perché in questi anni non solo non abbiamo vigilato, ma ci siamo fatti convincere, e abbiamo chiesto il maggioritario, l'elezione diretta dell'esecutivo, abbiamo sistematicamente sputato sulla politica. E abbiamo applaudito ogni volta che ci toglievano un po' di democrazia. Abbiamo continuato a votare per quelli che hanno mantenuto i vitalizi, se li sono goduti, e che adesso li useranno contro di noi. Perché questa legge o passerà e sarà un precedente molto grave o non passerà e servirà comunque a fomentare ancora di più l'odio verso la politica.
E gli attacchi continueranno, la prossima volta toccherà alle indennità dei parlamentari, e noi urleremo i nostri evviva, perché ci hanno ormai convinto che stare in parlamento non è un lavoro, e come tale deve essere retribuito, ma una specie di passatempo, magari per ricchi facoltosi o per sfaccendati senza arte né parte. E già adesso in parlamento ci sono personaggi per lo più appartenenti a queste due categorie. E poi diranno che non serve neppure che li eleggiamo: le elezioni sono un costo, ce lo ripetono ogni volta. Evviva. E quindi potremo abolire direttamente il parlamento. Evviva. E finalmente saranno loro a decidere per noi. Evviva?