lunedì 24 luglio 2017

Verba volant (417): sete...

Sete, sost. f.

E Tantalo vidi, che pene atroci soffriva,
ritto nell'acqua: e questa s'avvicinava al suo mento;
era là ritto, assetato: ma non poteva prenderne e bere.
Ogni volta che il vecchio voleva piegarsi avido a bere,
tutte le volte l'acqua spariva, inghiottita: intorno ai suoi piedi
nereggiava la terra: la prosciugava un dio.

Con queste parole Odisseo descrive una delle ombre - una delle più celebri - che egli ebbe la ventura di incontrare nel suo viaggio negli Inferi.
In fondo la condizione degli uomini non è così lontana da quella del figlio di Zeus e di Pluto che ebbe la sfrontatezza di far cucinare le carni del proprio figlio Pelope per offrirle agli dei, che erano suoi ospiti in un banchetto. Tantalo peccò di superbia, pensò che gli dei non se ne sarebbero accorti e che, mangiando quella carne, sarebbero diventati complici di quel suo delitto. Ma questa colpa fu punita: Tantalo fu condannato a soffrire per sempre la fame e la sete, ad avere a disposizione acqua fresca e frutti succosi, senza poterli mai raggiungere.
In questi giorni anche noi vediamo che l'acqua si ritira, si allontana, la crediamo vicina, tendiamo le mani, ma è un'illusione, quando serriamo le dita ci rimane solo un pugno di terra arida. E anche noi, come Tantalo, subiamo questa condanna perché abbiamo peccato di superbia, abbiamo creduto che l'acqua fosse sempre a disposizione, anzi crediamo ancora, nonostante la vediamo ogni giorno diminuire, che sia un bene che avremo sempre a disposizione e per questo la sprechiamo. Quando regaliamo un mazzo di fiori abbiamo consumato litri e litri di acqua, perché quei fiori arrivano per lo più dal Kenya e per produrre quei fiori, che dovremo gettare dopo pochi giorni, vengono prosciugati degli interi laghi. E non siamo meno crudeli di Tantalo, perché ogni giorno togliamo l'acqua ai nostri figli, ai nostri fratelli, e in questo modo li uccidiamo. Ogni giorno costruiamo dighe sempre più grandi che interrompono il flusso dell'acqua, perché vogliamo quell'acqua, vogliamo guadagnare da quell'acqua, e quindi siamo disposti a uccidere per averla.
Per Tantalo possiamo perfino provare pietà. Primo Levi, in Se questo è un uomo, racconta: "Sì sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare. È un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo".
Noi non meritiamo neppure questa umana forma di compassione.

giovedì 20 luglio 2017

Verba volant (416): panino...

Panino, sost. m.

Sono di una generazione a cui hanno insegnato che quando ti dicono di sederti per il pranzo ti devi sedere, che non ti devi alzare da tavola senza motivo, che devi stare composto, che devi mangiare tutto quello che hanno preparato per te. Sono cresciuto sapendo che a tavola, come nel resto della vita, ci sono delle regole che devi rispettare. Poi magari quelle regole non ti piacciono e allora fai di tutto per cambiarle, ma questa è un'altra questione. Ho imparato queste regole che riguardano come si sta a tavola, sia in famiglia che a scuola.
Questa breve premessa per dire che io sono assolutamente convinto che la mensa a scuola sia un momento formativo importante, come l'insegnamento della matematica, e quindi che sono fieramente contrario al fatto che possa diventare un'attività senza regole, dove ogni alunno può portarsi da casa un panino o la gamella con le pietanze preparate da mamma e papà. E quindi non riesco proprio a considerare una battaglia per la libertà quella condotta da molte famiglie affinché i propri figli possano portare a scuola il pranzo, senza servirsi di quello preparato per tutti dalla mensa scolastica.
Però quelle famiglie pongono un problema, a cui credo occorra dare una risposta. Occorre fare un passo indietro. Alla fine del secolo scorso, quando facevo l'amministratore nel mio Comune, mi sono occupato per qualche anno di ristorazione scolastica, che è uno dei servizi gestito da questo livello di governo locale. E considero una mia sconfitta politica il fatto che in quegli anni abbiamo cominciato a considerare questi servizi meno importanti e abbiamo messo le basi allo sfacelo in cui si trovano oggi. Ovviamente non è successo solo a Granarolo, è una sconfitta collettiva, di cui tanti di noi portano un pezzo di responsabilità, più o meno grande. In quegli anni abbiamo cominciato a pensare e a dire che un servizio come la ristorazione scolastica non dovesse essere più a carico della fiscalità generale, ma dovesse essere pagato interamente dalle famiglie che ne usufruivano. E così di conseguenza abbiamo da un lato cominciato ad aumentare le rette e dall'altro, per non pesare troppo sui bilanci familiari, abbiamo cercato, spesso in maniera affannosa e confusa, di contenere i costi.
Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata quella di ridurre il numero delle cucine: a Granarolo ne avevamo una in ogni plesso scolastico. Si trattava di cucine piccole, a volte non del tutto a norma, più simili a cucine di casa che a moderni centri di produzione pasti, e quindi questa scelta ci sembrava ancora più razionale. Poi abbiamo cominciato ad affidare pezzi del servizio ai privati, prima le sostituzioni del personale in caso di assenze temporanee e alla fine, man mano che il personale comunale andava in pensione, la gestione tout court del servizio, compresa l'attività di riscossione delle rette.
In quegli anni ci spiegavano da ogni parte che quello era l'unico modo per risparmiare, che dovevamo impostare i servizi tenendo conto delle economie di scala e soprattutto che il privato sarebbe costato meno del pubblico. Per inciso quando dico che il problema della sinistra in Italia non è renzi o il pd, ma quello che noi abbiamo fatto allora, mi riferisco esattamente a queste pratiche di governo, che erano condivise da tutti. Era come un mantra, ce lo ripetevano di continuo e anche noi cominciammo a ripeterlo, fino a quando ci convincemmo che era vero. E poi ci raccontavano la balla che avremmo mantenuto il controllo del servizio, solo cambiando funzione, passando da quella di gestori a quella di controllori. Non è vero, abbiamo lasciato che i privati, spesso - ulteriore mea culpa - i nostri "cugini" della cooperazione, di cui pensavamo di poterci fidare di più, facessero quello che volevano, riducessero la qualità dei pasti forniti e comprimessero, fino ad annullarli, i diritti dei lavoratori. E progressivamente, ma molto rapidamente, gli amministratori pubblici sono passati da gestori non a controllori, ma a punching ball dei privati, che potevano preparare pasti sempre meno buoni e sempre più cari, sapendo che le lamentele sarebbero ricadute sui sindaci e sugli assessori, il cui unico compito rimane quello di prendersi la colpa.
La proposta di legge del pd che vieta alle famiglie di dare il pasto ai propri figli completa questo percorso, cominciato ormai quasi trent'anni fa. E' la resa definitiva del pubblico al privato: se vuoi mangiare a scuola devi pagare e far guadagnare i privati che gestiscono il business. Da un certo punto di vista fanno bene i genitori a opporsi a questa legge, ma temo che le conseguenze saranno peggiori. Per molti bambini il pasto a scuola è fondamentale, è spesso l'unico pasto equilibrato da un punto di vista nutrizionale. I panini sono buoni, piacciono ai bambini, ma una dieta di panini non è l'ideale per una piccola persona che deve crescere. Poi la mensa è a suo modo democratica, perché tutti mangiano le stesse cose, quando non ci sarà più, il panino del figlio dei ricchi sarà più grande e più farcito di quello del figlio dei poveri, magari questo sarà più sano, ma vallo a spiegare a tuo figlio che lui non può mangiare tutti i giorni il prosciutto.
E allora facciamo una battaglia per la mensa scolastica, pubblica e a carico della fiscalità generale: questa sì che è una cosa di sinistra. Riparate ai danni che noi abbiamo fatto e lottate affinché tutte le bambine e tutti i bambini possano mangiare a scuola, cibi di qualità e nutrizionalmente equilibrati, cucinati da personale professionale, regolarmente assunto e pagato di conseguenza, e con un costo sostenibile per tutte le famiglie, anche quelle più difficoltà. I vostri figli impareranno a stare a tavola e che valore ha stare a tavola con gli altri.

mercoledì 19 luglio 2017

Verba volant (415): cadavere...

Cadavere, sost. m.

Se possibile, c'è qualcosa di ancora più drammatico nella morte di Paolo Borsellino rispetto a quella di Giovanni Falcone: l'attesa consapevole di un predestinato.
In fondo tutti sappiamo che dobbiamo morire, anche se per lo più preferiamo dimenticarlo. Falcone e Borsellino sapevano di essere dei bersagli, sapevano che il loro lavoro poteva avere - forse doveva avere - quelle conseguenze, e anche noi sapevamo che loro due erano in pericolo. La notizia della strage di Capaci ci ha prostrato, ci ha provocato dolore e rabbia, ma non sorpresa. E certamente, per la loro intelligenza, loro due erano anche più consapevoli di noi che qualcosa stava succedendo, che il nostro paese stava vivendo un momento di passaggio e che le loro morti erano necessarie proprio in quel momento per segnare quella fase di passaggio.
Erano gli anni in cui si esaurì la Democrazia cristiana, il partito che aveva garantito, nel bene e nel male, la storia italiana dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto il controllo del paese da parte delle forze del capitale, mantenendo comunque intatte le istituzioni democratiche. Questo compito comportò molti compromessi, spesso poco onorevoli, e uno di questi fu l'accordo con la criminalità organizzata. E quando a un accordo manca uno dei due contraenti, l'altro per sopravvivere deve darsi rapidamente da fare, scegliersi un nuovo interlocutore, capire i rapporti di forza e quindi come quell'accordo possa essere di nuovo articolato. Stava cambiando il mondo, ma la mafia non voleva certo perdere il proprio potere. Oggettivamente Falcone e Borsellino erano un ostacolo, un ostacolo come non lo erano mai stati prima, e quindi dovevano essere eliminati. E anche grazie al fatto di averli uccisi, la mafia contrasse un nuovo accordo, con clausole ancora più vantaggiose.
Per questo dal 23 maggio Paolo Borsellino sapeva con certezza che sarebbe stato ucciso: è una consapevolezza che tocca e mette alla prova soltanto pochissimi eroi. Achille, nel momento in cui uccide Ettore, sa che quel gesto provocherà una catena di eventi che porterà alla sua uccisione, ma non vuole e non può fermarsi. E lo sappiamo anche noi, tanto che Omero non arriva neppure a descrivere l'uccisione di Achille, si ferma prima: non c'è bisogno di raccontare quello che tutti sanno che avverrà. Borsellino ce lo disse, anche se non volevamo sentirlo. Quando il 24 giugno dice "siamo cadaveri che camminano", si rivolge a noi e in qualche modo quelle parole si rivolgono ancora a noi. Perché Borsellino in quella intervista non usa il singolare, come avrebbe fatto Achille per descrivere la propria condizione di predestinato, ma usa il plurale e quindi ci coinvolge, ci dice che anche noi che viviamo in questo paese siamo vittime. E quell'assunzione di consapevolezza è in qualche modo un invito alla lotta.
E' vero, la storia di questi venticinque anni che sono seguiti alle uccisioni dei due giudici siciliani racconta proprio la nostra vicenda di vittime, perché la mafia in questi venticinque anni è diventata più forte, ha assunto sempre maggiore potere, ha stretto nuove alleanze, ma essere vittime non significa essere complici né per forza di cose essere sconfitti. Credo che Borsellino, facendo come Achille, non fermandosi, anche se continuare il proprio lavoro significava avviare la catena che avrebbe portato alla sua morte, volesse dirci questo. Quelle poche settimane estive che egli ha vissuto in attesa di essere ucciso non le ha vissute da sconfitto e soprattutto non ha voluto essere complice, arrendendosi. Adesso tocca a noi, se non è troppo tardi.

lunedì 17 luglio 2017

Verba volant (414): carità...

Carità, sost. f.

In queste settimane in televisione viene trasmesso con una certa regolarità lo spot di una notissima fondazione che fa ricerca nel campo delle malattie genetiche rare; dal momento che questa fondazione opera grazie alle donazioni dei privati, organizza campagne molto note ed efficaci di raccolta fondi, tra cui appunto questi spot. Immagino li abbiate visti anche voi: si riconoscono alcuni bambini affetti da quelle malattie e i loro genitori. I bambini sono in primissimo piano, si vedono gli effetti delle malattie che li hanno colpiti, la madre di uno di loro è ripresa un momento prima di scoppiare in lacrime. Si tratta di un messaggio indubbiamente capace di ottenere l'effetto voluto, che raggiunge il proprio scopo: far donare gli spettatori. Anche le campagne di alcune importanti ong internazionali che gestiscono gli aiuti alle popolazioni più povere dell'Africa utilizzano lo stesso schema di comunicazione: immagini di bambini sofferenti, a volte agonizzanti, in primissimo piano. Anche in questo caso immagino che questi spot raggiungano il loro obiettivo.
C'è una celebre frase di Deng Xioaping: "Non importa di che colore sia il gatto, purché mangi il topo". E mi rendo conto di quanto sia difficile riuscire a catturare l'attenzione di chi guarda la televisione, tra una sparatoria e una scena di sesso, tra una pubblicità di un telefono e quella di un'acqua minerale, capisco soprattutto quanto sia difficile spingere noi utenti distratti a fare una donazione: occorre in qualche modo scioccarci, turbarci, farci sentire colpevoli. E vedere un bambino che sta per morire è senz'altro un mezzo che ottiene questo risultato. In fondo la cosa importante è avere i soldi per continuare la ricerca o per organizzare gli aiuti e ancora più importante è che questi fondi siano spesi bene. Ma di tutto questo ovviamente non si riesce a parlare in uno spot di trenta secondi. Deve passare un'emozione, non un ragionamento. E in mezzo a emozioni forti occorre un'emozione ancora più forte. Quando tutti parlano ad alta voce, bisogna urlare.
I genitori dei bambini del primo spot che ho citato sono stati certamente informati di quello che stavano facendo, erano consapevoli della decisione di esporre in questo modo il dramma della propria famiglia e quindi questi spot sono assolutamente legali. Non so se i genitori, quando ci sono, di quei bambini africani, abbiano mai firmato un consenso per permettere l'utilizzo delle immagini dei loro figli, ma qui non mi interessa il problema legale, che pure esiste ed è rilevante, specialmente nella nostra società in cui le immagini sono riproducibili all'infinito e possono essere diffuse in un tempo velocissimo in ogni parte del mondo.
Per ora non occupiamoci dell'aspetto legale: diciamo che tutte le famiglie hanno consapevolmente accettato e hanno anche riflettuto sugli aspetti etici di questa loro scelta. Non voglio affatto giudicare quei genitori, rispetto le loro scelte e provo per loro una forte solidarietà. Quelle immagini mi interrogano comunque e credo ci dovrebbero interrogare: è lecito usare in questo modo la malattia - o addirittura la morte - per salvare delle vite? Io credo di no. Capisco le intenzioni di chi ha commissionato quegli spot, di chi li ha realizzati e anche le riflessioni che avranno fatto quelle famiglie prima di accettare di comparire in video, di mettere in mostra il proprio dolore. Però ho l'impressione che quegli spot mettano in moto la nostra parte peggiore, anche se ci illudiamo, con la nostra donazione, più o meno generosa, di esserci messi a posto la coscienza. Aristotele sostiene che assistere a un dramma, anche il più cruento, in teatro, ha per gli spettatori una funzione catartica: osserviamo Medea che uccide i suoi figli, in qualche modo riconosciamo che anche noi possiamo essere Medea, che i nostri istinti sono quelli stessi descritti dal poeta, e proprio in forza di questa rappresentazione ci liberiamo - forse - di quell'istinto. Ma anche nel momento in cui siamo più rapiti dal dramma, anche quando ci sentiamo totalmente identificati nelle donne e negli uomini che stanno sulla scena, e proviamo gli stessi sentimenti abietti che loro rappresentano, sappiamo che quella è una rappresentazione, sappiamo che quella donna non è Medea e che non ha ucciso i propri figli. Invece quei bambini degli spot stanno davvero morendo e noi li osserviamo mentre muoiono. E noi sappiamo che quelli non sono attori.
Poi certo noi li salviamo, la nostra donazione, i nostri pochi euro li salveranno, anche se probabilmente non salveranno proprio quel bambino: per lui il nostro aiuto non giungerà in tempo. Se va bene ne salveremo un altro, ma intanto noi abbiamo osservato un bambino che muore. Poi so bene che è meglio donare piuttosto che essere egoisti, so che facciamo bene ad alzare il telefono e a fare quella benedetta donazione, proprio mentre gli occhi di quel bambino sono indirizzati verso di noi e ci ricordano che siamo ricchi, che mangiamo ogni giorno, che ci laviamo con l'acqua corrente, anzi ci accusano di gettare il pane, di sprecare l'acqua. Ho l'impressione però che quel gesto non ci salverà. Magari per quelli di voi che credono quell'atto di generosità servirà, se non a farvi andare in paradiso, almeno ad accorciare il vostro soggiorno in purgatorio. Ma per noi che non crediamo quel gesto, che pure dovremmo fare - e dovremmo farlo più spesso - non cambia i rapporti di forza, non cambia il mondo. E' scritto nel Talmud che chi salva una vita salva il mondo intero: è una bella frase, ma è falsa e serve solo a consolarci. Chi salva una vita, salva una vita, ma intanto vede il mondo morire. Ripeto so che neppure il più bravo dei pubblicitari potrebbe dire tutto questo, anche se volesse dirlo, in uno spot e che comunque non porterebbe soldi a chi ne ha bisogno, ma credo che prima o poi dovremo riflettere anche sulla carità, sul nostro modo di fare del bene.
La morte merita rispetto. O almeno silenzio, quando proprio non riusciamo a rispettare chi è morto, anche quando odiamo chi è morto. Non ci riusciamo. Per me quelle immagini non hanno rispetto per la morte e questo è tanto più grave perché dovrebbero educarci. Essere cattivi è piuttosto facile, ci viene naturale; essere buoni è un po' più complicato. Credo dovremmo cominciare a pensare come è possibile diventarlo. E comunque quando tutti parlano ad alta voce, un modo per essere ascoltati è anche quello di tacere.

sabato 15 luglio 2017

Verba volant (413): taglia...

Taglia, sost. f.

La sera del 1 aprile un bandito è entrato nel bar della Riccardina, una piccola frazione di Budrio, a una trentina di chilometri da Bologna, e ha ucciso a sangue freddo il barista Davide Fabbri. E' cominciata così la storia di Igor il russo, che per la verità si chiama Norbert ed è serbo, ma che ormai tutti conoscono così. Qualche giorno dopo, l'8 aprile, il bandito in fuga ha ucciso la guardia ecologica Valerio Verri, una delle tante persone impegnate nella ricerca di Igor in quel tratto di terra tra le province di Bologna e di Ferrara, intorno alle sponde limacciose del fiume Reno, zona in cui da sempre è facile nascondersi. Da allora quei paesi sono presidiati dalle forze dell'ordine, senza alcun risultato. Igor il russo è quasi certamente lontano, anche se nessuna autorità ha il coraggio di dire apertamente quello che tutti pensano e soprattutto vuole prendersi la responsabilità di interrompere del tutto le ricerche.
Naturalmente in queste settimane è cresciuta tra le persone che vivono in quella zona la paura e accanto a essa lo sconforto. Anzi più diminuisce la paura più cresce la rabbia contro chi si sarebbe lasciato sfuggire Igor. Altrettanto naturalmente sono entrati in azione i mestatori professionali, sia tra i giornalisti che tra i politici, per mantenere viva la paura, perché la paura fa audience e porta voti. Tra l'altro Budrio era l'unico comune della provincia di Bologna dove si votava per le amministrative e, al di là delle attese della vigilia, la storia di Igor ha influito poco: il pd, che governava quel comune, ha perso perché aveva amministrato male e perché questa era l'aria che tirava in tutto il paese e poi c'era un'alternativa credibile e radicata sul territorio. Non hanno vinto i mestatori professionali e questo va a merito dei cittadini di Budrio.
E' notizia di questi giorni che la famiglia del barista della Riccardina ha deciso di costituire un'associazione il cui scopo è quello di raccogliere fondi per offrire una ricompensa a chi darà informazioni utili per catturare Igor: i giornali hanno immediatamente annunciato che su Igor pende una taglia. Al di là delle reali intenzioni della famiglia e di chi in questi giorni ha già dato il proprio contributo a questa causa, è passata l'idea che, di fronte all'inefficienza delle istituzioni, l'unica soluzione possibile è quella di affidarsi a una sorta di giustizia self service. Certo le istituzioni sono state inefficienti, ma nessuno sembra pensare che la soluzione più semplice sia quella di cambiarle.
Igor il russo poteva essere catturato? Forse no, forse sarebbe riuscito a scappare comunque, ma probabilmente sarebbe stato più efficace utilizzare i carabinieri del posto, quelli che una volta conoscevano molto bene il loro territorio, piuttosto che squadre iperspecializzate delle forze dell'ordine che però non conoscono la zona dove sono chiamati a intervenire. Per fare questo però bisognerebbe investire sulle caserme, sui presidi sul territorio, su una presenza capillare, cose che costano di più di uno spettrometro di massa o di quei macchinari che abbiamo imparato a conoscere grazie a C.S.I.. Forze dell'ordine che sul territorio devono fare i conti su quanta benzina utilizzare sono meno efficienti, riescono con sempre più difficoltà a capire il territorio in cui si trovano, specialmente quando è così particolare come la zona di cui stiamo parlando.
Io un po' conosco quella zona, sono nato e cresciuto lì vicino. Sono terre difficili - non è un caso che uno dei paesi in cui hanno cercato Igor si chiami Marmorta - ma non sono luoghi selvaggi, sono terre difficili, ma da sempre plasmate dall'uomo, perché ad esempio i contadini hanno cercato di governare le acque: l'aspetto apparentemente naturale è spesso dato da un secolare intervento degli uomini. Però servono tecnici che conoscano la storia di quei territori, ne abbiano studiato le caratteristiche, ora per lo più i comuni sono stati svuotati di competenze e molte di queste conoscenze sono state disperse. Sapere esattamente quanti edifici vuoti ci sono avrebbe reso meno impervia la ricerca. Forse non sarebbe bastato, ma Igor è scappato anche perché in quella zona è stata fatta naufragare la rete dei zuccherifici, che creavano lavoro e facevano sì che quelle terre fossero vissute, perché c'era una fonte di reddito importante. E, al di là di quello che è successo per colpa di Igor, questa smobilitazione di risorse e di competenze è anche la causa del fatto che quel territorio è diventato così fragile, che le alluvioni fanno sempre maggiori danni, che è diminuita la manutenzione degli argini, che una terra che offriva opportunità, seppur in cambio di un lavoro durissimo da parte dell'uomo, è per lo più una fonte di pericolo.
Ma forse è più semplice istituire una taglia, mettere dei cartelli agli incroci con la scritta wanted e sperare che qualche complice di Igor lo tradisca. Oppure augurarsi che, a causa della crisi, qualcuno decida di inventarsi il mestiere di cacciatore di taglie e faccia il lavoro che lo stato avrebbe dovuto fare. Non è il paese in cui spero vivranno i vostri figli.  

giovedì 13 luglio 2017

Verba volant (412): vulcano...

Vulcano, sost. m.

Si elevava una nube, ma chi guardava da lontano non riusciva a precisare da quale montagna (si seppe poi in seguito che era il Vesuvio): nessun'altra pianta meglio del pino ne potrebbe riprodurre la figura e la forma. Infatti slanciatasi in su come se si sorreggesse su di un altissimo tronco, si allargava poi in quelli che si potrebbero chiamare dei rami; credo che il motivo risiedesse nel fatto che, innalzata dal turbine subito dopo l'esplosione e poi privata del suo appoggio quando quello andò esaurendosi, o anche vinta dal suo stesso peso, si dissolveva allargandosi: talora era bianchissima, talora sporca e macchiata, a seconda che aveva trascinato con sé terra o cenere.
E' il racconto, in una celebre lettera a Tacito, che Plinio il giovane fa dell'eruzione del Vesuvio che nel 79 d.C. distrusse Pompei, Ercolano, Oplonti, Stabia e in cui perse la vita, tra i moltissimi altri, suo zio, anch'egli Plinio, comandante della flotta di Miseno e raffinato intellettuale. L'autore della Naturalis historia morì proprio per la sua curiosità di vedere da più vicino possibile quel fenomeno così straordinario, che non riuscì a raccontare. Da allora quel vulcano non ha mai interrotto la propria attività.
Il "formidabil monte sterminator Vesevo" è anche il protagonista della penultima lirica di Giacomo Leopardi, La ginestra; in questa poesia il vulcano diventa il simbolo della natura contro la cui forza distruttrice l'uomo non può fare nulla, ma, come fa appunto quel fiore, dovrebbe accettare il proprio destino mortale, senza superbia e senza viltà.
L'ultima grande eruzione del Vesuvio è stata nel marzo del '44, mentre il mondo era sconvolto da una minaccia ben più terribile e pericolosa, mentre viveva il dramma dell'Olocausto: qualcosa stava evidentemente già cambiando nel profondo del rapporto tra gli uomini e la natura. 
Anche in questi giorni il Vesuvio, presenza minacciosa e inquietante, ma in qualche modo amata e rispettata da chi è vissuto e vive nella più grande città del Mezzogiorno, torna a fumare. Ma non è il vulcano che minaccia di risvegliarsi, questa volta sono gli uomini che bruciano le terre intorno al cratere: quasi un tragico contrappasso, l'uomo che uccide la natura con lo stesso strumento con cui essa ha ucciso Plinio e tutti quelli che nei secoli sono morti intorno al Vesuvio.
Chissà come racconterebbe oggi questa storia il povero Leopardi? Il "villanello" non lavora più i campi e i vigneti, ma è al soldo della camorra e brucia dove i boss gli dicono di bruciare. E attorno a quelle terre bruciate gira un'economia, girano i soldi di chi vuole trasformarle in discariche o in aree edificabili, di chi deve progettare, di chi deve bonificare, di chi deve costruire, dei politici e dei tecnici che prenderanno delle tangenti su quei lavori, delle banche che faranno a tutti loro dei prestiti e che comunque custodiranno i loro illeciti guadagni. Chissà da quale banca, da quale consiglio di amministrazione, da quale lussuoso ufficio è partito l'ordine di bruciare quelle terre. Chissà quanti diventeranno ancora più ricchi vedendo quella nube innaturale che si leva dal Vesuvio.
Non possiamo più permetterci di avere paura del vulcano, perché il vero pericolo viene dagli uomini, dalla loro avidità, dalla loro rapacità, dalla loro ferocia. E anche quando il Vesuvio si risveglierà - non se, ma quando, perché prima o poi si risveglierà - le donne e gli uomini moriranno non per la furia della natura compressa sottoterra, ma per colpa degli uomini che hanno costruito dove non avrebbero dovuto costruire, che vivono dove non dovrebbero vivere. Lo "sterminator Vesevo" è diventato una vittima e anche quando deciderà di vendicarsi la sua ira colpirà altre vittime, perché i responsabili sono ben lontani da lì; non possiamo neppure evocare l'ira della natura, perché i veri stupratori della natura sono al sicuro, mentre noi soffriamo insieme ad essa.    

"Una lettera mi basta" di Liu Xiaobo

per Xia

una lettera mi basta
per andare oltre e
trovarmi a parlare con te

proprio come il vento che attraversa
la notte
e usa il suo sangue
per scrivere un verso segreto
che mi ricorda che ogni parola
è l’ultima

il ghiaccio che hai nel corpo
si scioglie in una leggenda di fuoco
negli occhi del carnefice
l’ira diventa pietra


due file di sbarre di ferro
inaspettatamente si sovrappongono
falene sbattono forte le ali verso
la luce della lampada, segno incessante
che disegna la tua ombra

Oggi è morto un poeta, un uomo che ha passato in carcere molti anni della sua vita, anche perché era un poeta. Credo sia giusto ricordarlo con una questa sua poesia, dedicata alla moglie...

mercoledì 12 luglio 2017

Verba volant (411): stupido...

Stupido, agg. m.

Come voi ho visto la foto: un ministro, un paio di presidenti di regione, un rettore, qualche altro notabile, in tutto sette maschi seduti a parlare su un palco, e dietro di loro sette donne che reggono gli ombrelli per riparare le loro teste, prima da un improvviso scroscio d'acqua e poi dal sole. Come voi ho letto le reazioni indignate e le giustificazioni, a volte imbarazzate, a volte insolenti dei protagonisti - parlatene male, purché ne parliate, ha detto uno di loro, anzi proprio il "padrone di casa" di quel convegno.
Di quella scena molti hanno denunciato, in maniera sacrosanta, il maschilismo della nostra società, perché è "normale" che tra i notabili non ci sia una donna e perché è altrettanto "normale" che le persone impegnate nell'ingrato compito di tenere gli ombrelli siano donne. A me ha fatto veramente arrabbiare che sette persone, al di là del loro sesso, siano state usate in questo modo: mancava solo qualcuno che facesse loro aria, come gli schiavi in Totò e Cleopatra.
Però la cosa che mi spaventa davvero più di tutto è la stupidità, contro cui mi pare stiamo sempre più velocemente soccombendo. Stupidi sono quelli che hanno organizzato quella manifestazione all'aperto senza tener conto che poteva piovere - succede, a volte, a fine giugno - o che poteva esserci il sole - anche questo succede a fine giugno. E comunque o piove o c'è il sole, tertium non datur. Sarebbe bastato noleggiare un paio di ombrelloni e di quel convegno non avremmo mai parlato, come succede di migliaia di convegni inutili che si svolgono ogni mese nel nostro paese. Stupidi sono quelli che hanno pensato di risolvere il problema chiedendo a sette donne lì presenti di tenere gli ombrelli, senza rendersi conto di quello che quel gesto avrebbe potuto significare. E stupide sono anche quelle sette donne - mi dispiace dirvelo, care signore, so che voi siete parte lesa, ma siete anche complici - che hanno accettato, pare volontariamente, di esporsi al ridicolo per salvare quel convegno o per far fare bella figura a qualcuno degli organizzatori o per mettersi in buona luce, visto l'alto "lignaggio" dei partecipanti. Stupidi sono i relatori che sono rimasti lì a parlare, sotto quegli ombrelli infingardi e stupido è l'attento e numeroso pubblico - il pubblico è sempre tale - che, in attesa dell'immancabile buffet che chiude un appuntamento del genere, è rimasto lì, guardando quella scena insultante, probabilmente senza rendersene conto.
Questo è uno dei casi in cui l'etimologia serve molto: nell'aggettivo stupidus c'è la radice stu - la stessa che troviamo anche in statua - che significa stare fermo. Lo stupido è uno che sta fermo, l'immagine esatta di quel convegno dove ognuno stava fermo - e stupido - al proprio posto. Se quelle donne avessero gettato quegli ombrelli o uno dei relatori avesse rifiutato quell'imbarazzante situazione si sarebbe rotto l'equilibrio ipocrita che domina troppe situazioni, in politica e non solo. Ci sono cose che non è bene dire, che non è corretto dire. Salvo poi che arriva qualcuno che sembra non rispettare queste convenzioni e tutti gli dicono bravo, magari lo votano, come è successo a Trump, votato anche perché così platealmente scorretto. Solo che poi non si guarda alla sostanza e infatti Trump è uno che si fa reggere l'ombrello per non bagnarsi quella cosa pelosa che ha in testa.
Immagino che adesso ci saranno quelli che diranno: ma perché arrabbiarsi tanto per quegli stupidi ombrelli, con tutti i problemi che ci sono in Italia. Oppure che diranno: ma perché ne dobbiamo parlare ancora? Ne dobbiamo parlare perché il problema non è un altro, ma è proprio questo: una società in cui abbiamo smesso di pensare, in cui preferiamo imitare, fare come fanno gli altri. Vediamo che gli altri hanno messo la bandiera arcobaleno e anche noi mettiamo la bandiera arcobaleno. Vediamo che gli altri si indignano per la notizia di giornata e anche noi ci indigniamo per quella notizia, senza neppure verificare se sia vera, e spesso non lo è, ma tanto ormai non ce ne importa nulla. C'è un'altra cosa per cui indignarsi o piangere o esprimere solidarietà. E stiamo fermi. E non è perché ci siamo imborghesiti, perché abbiamo messo da parte un po' di roba e abbiamo paura di perderla. Succede anche a chi non ha nulla, anzi anche di più a chi non ha nulla. Siamo fermi perché ci hanno insegnato a essere stupidi, ci vogliono stupidi. Perché quando ci dicono di comprare il nuovo modello di telefono lo compriamo subito e diciamo che ne avevamo proprio bisogno, quando ci dicono di guardare un film, lo guadiamo e diciamo che ci piace, quando ci dicono per chi votare, lo votiamo, senza chiederci cosa quel voto comporti.
Naturalmente il fatto che qualcuno si sia arrabbiato per quella scena è il segno che facciamo un po' di resistenza a farci uccidere, tutti gli animali dimostrano questo istinto, ma noi noi rimaniamo lì, impietriti dallo sguardo di Medusa, statue stupide. Reggendo il nostro bravo ombrello.

lunedì 10 luglio 2017

Verba volant (410): antifascista...

Antifascista, agg. m. e f.

Se un imbecille è convinto di non avere conseguenze se espone nel suo locale pubblico cimeli, più o meno autentici, del regime fascista, è anche colpa di noi antifascisti. Se un altro imbecille in parlamento scrive un parere su una proposta di legge, dicendo che vietare di esporre tali cimeli è un provvedimento liberticida o se un altro della stessa risma dice che "le idee non si processano", è anche colpa di noi antifascisti.
Adesso non è più il tempo di scrivere tweet indignati come fa il segretario del pd, di far finta che ve ne importi qualcosa, ex-amici di quel partito. Come chi difende l'imbecille di Chioggia e dice che è suo diritto tenere quella paccottiglia per prendere qualche voto, così molti oggi si scoprono antifascisti con lo stesso scopo.
Se un parlamentare italiano ha potuto dire che una legge che vieta la propaganda fascista è liberticida è stato possibile perché per anni i soloni, soprattutto della mia parte politica purtroppo, ci hanno spiegato che dovevamo consegnare al passato la distinzione tra fascismo e antifascismo. E' stato possibile perché Violante ha detto che i morti erano tutti uguali, perché Napolitano ha predicato la pacificazione, perché abbiamo concesso ai fascisti la "festa" del 10 febbraio, in modo che anche loro avessero qualcosa da festeggiare, perché a un certo punto ci siamo vergognati di dichiararci antifascisti. Mentre i fascisti non si sono mai vergognati delle loro bandiere nere imbevute del sangue di Matteotti, dei fratelli Rosselli, delle donne e degli uomini che hanno ucciso e che hanno fatto morire, come Gramsci. Mentre loro si pavoneggiavano al governo del loro passato in orbace, noi abbiamo cominciato a fare dei distinguo, a tentennare, a mettere in fila i nostri "ma anche". Ma anche un cazzo: un fascista non ha gli stessi diritti degli altri, è meno uguale degli altri, perché ha perso il diritto di parlare e di esporre le proprie bandiere.
So bene che è una storia che non comincia adesso, perché in questo paese non abbiamo fatto davvero tutti i conti con quel passato e, per pavidità in alcuni e per calcolo in altri, abbiamo permesso che si costituisse un partito come il Msi che, a norma della Costituzione, avremmo dovuto vietare. Abbiamo usato i fascisti per fare quello che lo stato da solo non avrebbe potuto fare, per mettere le bombe da Milano a Bologna, per uccidere Pasolini, per fare affari con la criminalità organizzata. Perché la storia di cui si fanno alfieri i raccoglitori di ciarpame fascista, difesi da questi novelli volteriani e troppe volte ignorati da noi, che ci siamo girati dall'altra parte quando vedevamo quelle cose esposte, non è finita il 25 aprile 1945. I fascisti hanno continuato a insozzare con la loro presenza questo paese: per questo è nostro dovere non smettere mai di essere antifascisti.

Verba volant (409): speranza...

Speranza, sost. f.

Esiodo racconta che Zeus, volendo punire gli uomini per il fatto che Prometeo aveva rubato per loro il fuoco, mandò sulla terra Pandora, dandola in sposa a Epimeteo, il fratello meno intelligente di Prometeo. Pandora portava con sé un vaso che le aveva donato Zeus, ordinandole di non aprirlo. Naturalmente Pandora lo aprì e dal vaso uscirono la vecchiaia, la gelosia, la malattia, la pazzia e il vizio; quando la giovane donna si rese conto di quello che era successo cercò di chiudere il vaso, impedendo alla speranza di uscire. Solo più tardi, quando ormai i mali usciti dal vaso si erano diffusi nel mondo, Pandora lo riaprì e lasciò che anche la speranza uscisse.
Il mito è notissimo, l'espressione vaso di Pandora è diventata proverbiale. Questa storia è uno dei modi in cui gli antichi tentavano di giustificare il male nel mondo, dando la colpa a una donna, qui la curiosa Pandora che apre il vaso che non avrebbe dovuto aprire, in un'altra tradizione l'ambiziosa Eva che mangia la mela che non avrebbe dovuto mangiare. C'è una parte del mito che mi è sempre suonata un po' strana: perché nel vaso in cui Zeus aveva stipato tutti i mali del mondo c'era anche la speranza? E allora come la dobbiamo considerare? Forse come un male?
Ho ripensato a questa storia e a questa contraddizione leggendo la storia di Charlie Gard, il bambino inglese affetto da una malattia molto rara, la sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che i medici considerano incurabile e che è destinato a morire. In questi giorni i genitori di Charlie si aggrappano a una speranza e si battono affinché Charlie non venga staccato dalle macchine che lo tengono in vita. Questa speranza, assolutamente comprensibile - ciascuno di noi che si trovasse nelle condizioni dei genitori di Charlie immagino avrebbe gli stessi pensieri - viene alimentata da chi si batte contro la decisione dei medici inglesi. Immagino che in alcuni casi chi alimenta questa speranza lo faccia in buona fede, che sia intimamente convinto di avere la possibilità di cambiare il corso delle cose. Temo che molti altri lo facciano per altri scopi, per averne un beneficio politico ed elettorale, per combattere la propria guerra santa contro l'eutanasia, per fare pubblicità alle proprie ricerche scientifiche. La speranza dei genitori di Charlie vale moltissimo, ma ha valore ovviamente solo fino a quando il bambino è vivo.
Non riesco a mettermi nei panni di quel padre né in quelli dei medici che devono prendere una decisione così terribile. Credo che questa storia avrebbe meritato il silenzio, che quel dolore avrebbe meritato il silenzio, ma ormai abbiamo visto che il vaso di Pandora è stato scoperchiato. E ho la terribile impressione che anche la speranza ne sia uscita e che sia un male tra gli altri mali.

sabato 8 luglio 2017

Verba volant (408): ideologia...

Ideologia, sost. f.

Sono nato e cresciuto in un tempo in cui i vertici tra il presidente degli Stati Uniti e il segretario generale del Pcus raccontavano il mondo in cui vivevamo.
Non era un bel mondo: era un tempo dominato dalla paura del conflitto nucleare - una guerra che abbiamo tante volte raccontato, visto al cinema, letto nei romanzi - e da guerre di cui forse non abbiamo parlato abbastanza. La storia della seconda metà del Novecento - un secolo drammatico anche se pieno di speranze - è stata la storia di questo equilibrio tra una guerra minacciata e mai combattuta e tantissime guerre che hanno lasciato sul campo milioni di morti e distrutto molte di quelle speranze. E tu potevi - o meglio dovevi - scegliere da che parte stare, perché in quel mondo c'era la politica. Ovviamente potevi stare da una parte o dall'altra senza riconoscerti del tutto in quella ideologia, potevi pensare che la tua parte sbagliasse su una determinata questione, potevi essere critico, ma non potevi esimerti da fare una scelta di campo.
Magari sceglievi una parte piuttosto che un'altra per una qualche ragione specifica, perché stavi dalla parte dei vietcong e di Allende o contro lo sfruttamento dell'Africa, ma sapevi che quella era la tua parte. Il bello del Novecento, quello che ha dato senso a quel secolo, è proprio il fatto che noi avevamo un'ideologia, ossia un insieme di valori condivisi che ci permettevano di interpretare il mondo e di lottare per cambiarlo.
Ovviamente sapevamo - e tanto più sappiamo ora - che quelle guerre nascondevano interessi molto meno nobili di quelli che ci raccontavano e che noi raccontavamo. E' sempre successo. La guerra di Troia non è stata combattuta per gli occhi di Elena, ma per il controllo dello stretto dei Dardanelli e quindi del commercio con le fertili e ricche regioni che si affacciavano sul mar Nero; ma su questo tema Omero non sarebbe mai riuscito a scrivere l'Iliade. E proprio in nome di questi "affari" poteva capitare che Usa e Urss trovassero degli accordi, come accadde nel '56 a Suez. Però la politica era comunque più forte.
I due presidenti che si sono incontrati ad Amburgo, anche se fingono di avere lo stesso potere dei loro predecessori, non raccontano affatto cose è diventato il mondo, o meglio ne descrivono il suo tratto peggiore. Neppure questo in cui viviamo è un bel mondo, anzi è peggiore di quello in cui siamo cresciuti perché ha escluso la politica, l'ha sconfitta, proprio partendo dal rifiuto delle ideologie. Perfino questa parola ora è diventata una sorta di insulto. Se non ci fosse stato il Russiagate - e il gossip che questo supposto scandalo ha alimentato - l'incontro tra Trump e Putin sarebbe stato ignorato, perché effettivamente è sostanzialmente inutile. Non sono quelle due persone che decidono di fare la guerra e la pace, non sono quei due paesi a determinare le scelte del mondo. Stiamo combattendo un'altra guerra e chi la decide non si riunisce in questi inutili vertici internazionali, contro cui è altrettanto inutile dimostrare.
Stiamo combattendo la guerra di classe. Stiamo perdendo la guerra di classe. E abbiamo quindi bisogno, ancora una volta, di un'ideologia per interpretare il mondo e per cambiarlo.
    

lunedì 3 luglio 2017

Verba volant (407): ricominciare...

Ricominciare, v. tr.

Lo scorso 30 giugno nell'aula del parlamento europeo di Strasburgo si è svolta una cerimonia funebre in onore di Helmut Kohl: gli enfatici resoconti dei gazzettieri di regime hanno descritto questa commemorazione come il primo funerale di stato dell'Unione europea. Ovviamente ai morti, sia quelli illustri sia quelli "normali" come noi, non interessa affatto come si svolge il proprio funerale; è un rito che si fa esclusivamente per i vivi. E infatti dei vivi voglio parlare.
La foto di gruppo di quel rito funebre è una sorta di amarcord della politica degli anni Ottanta e Novanta. Ovviamente da allora sono cambiate parecchie cose, anche se non la costante che domina la storia politica dalla seconda metà degli anni Ottanta del secolo scorso, ossia dai tempi di Margaret Thatcher e di Ronald Reagan: la programmata distruzione dei vincoli imposti alla bestia capitalista quando finì la seconda guerra mondiale. Si è trattato a dire il vero di un processo cominciato molti anni prima, con la presidenza di Richard Nixon e con la fine del sistema di Bretton Woods, ma che ha avuto culmine in quegli anni e di cui vediamo ora dispiegarsi tutte le conseguenze. La bestia, lasciata libera, si è scatenata e, assetata di sangue, ha imposto la propria forza su di noi incurante dei drammi che avrebbe provocato. In questo quarantennio si è lasciato che nella guerra di classe i padroni dispiegassero tutta la loro forza contro i lavoratori e naturalmente hanno vinto, anche a seguito della nostra resa; e le generazioni future ci condanneranno per la nostra viltà.
La storia di questi quarant'anni anni è sostanzialmente il modo in cui la bestia del capitale si è imposta sulla politica, prendendone il posto. La presidenza di Trump negli Stati Uniti e di Macron in Francia, pur con le differenze e i caratteri tipici di quei due paesi, rappresentano esattamente l'esito di questo processo, la fine della politica come mediazione tra classi e la sua resa alle forze del capitale, che non devono neppure più far finta di dover trattare con i politici, ma che ne hanno preso direttamente il posto. Chissà se uomini come Kohl, come Andreotti, come Mitterand, si stavano rendendo conto di quello che stava succedendo, di quello che sarebbe successo: ovviamente è qualcosa che non potremo mai sapere.
Di quel funerale mi ha colpito un'altra cosa. Mentre nel resto del mondo la politica è radicalmente cambiata nel modo in cui prima ho descritto, in Italia è rimasta sostanzialmente ferma a quegli anni lì. Il nostro paese infatti era rappresentato da due leader piuttosto anziani, Romano Prodi e Silvio Berlusconi, il cui ruolo, nonostante tutto, continua a essere determinante. Nessuno degli altri presenti al funerale, da Felipe Gonzales a John Major, ha un tale peso nel proprio paese.
Nonostante tutto quello che sembra successo in questi anni - "rottamazioni" comprese - le prossime elezioni politiche pare diventeranno l'ennesimo scontro tra Prodi e Berlusconi, anche se per interposta persona. Ma, come ci insegna Sean Connery, never say never again: non mi sento di escludere che possano entrambi essere direttamente in campo. Sono passati ventun'anni dal 1996, Vasco Rossi ha fatto il suo concerto il sabato sera su RaiUno, eppure noi siamo ancora qui a confrontarci tra un centrodestra che in nome del potere raccoglie il peggio della storia di quel parte politica e un centrosinistra che ha sostituito il socialismo con un compassionevole pietismo cattolico. Una parte rilevante della sinistra italiana parla di "nuovo Ulivo" come fosse una cosa normale, come fosse una prospettiva reale. E vedrete che un maggiore coinvolgimento di Berlusconi in vista delle prossime elezioni porterà alla riproposizione di quella union sacrée antiberlusconiana, che è stata la sciagura della storia della sinistra in Italia.
Credo che ricorderete il film Ricomincio da capo, che peraltro è di quegli anni là, il 1993 per la precisione. Il protagonista, un divertente Bill Murray, è un meteorologo costretto a rivivere sempre lo stesso giorno: a noi sta succedendo più o meno la stessa cosa. Bisogna che spezziamo l'incantesimo e che ci lasciamo alle spalle quella storia lì e proviamo a cominciarne una radicalmente diversa.

Verba volant (406): ragioniere...

Ragioniere, sost. m. 

Probabilmente è più facile essere Sofocle piuttosto che Aristofane. Certo il primo fu un grandissimo poeta, uno dei più grandi di ogni epoca, ma con delle storie così non puoi sbagliare. Quando osservi Edipo fare di tutto per sapere quello che non avrebbe mai dovuto sapere o Antigone che sfida le leggi della sua città in nome di valori più alti, anche se sai di essere un uomo pavido e meschino, puoi fingere per un momento di essere come quegli eroi, vedi in quei personaggi quello che vorresti essere. Ma quando Aristofane mette in scena la tua meschinità, la tua grettezza, la tua stupidità, allora ti monta la collera e lo vorresti picchiare, perché egli mostra quello che sei. Però Aristofane ti fa ridere, con le sue battute volgari, con i suoi giochi di parole banali, con le sue offese gratuite. E tu vai a casa che ancora ridi, ma continui a essere quell'uomo meschino messo alla berlina nella commedia.
Oggi è morto Aristofane. E noi in maniera ipocrita lo piangiamo, lodiamo la sua ironia, lo ricordiamo nelle sue interpretazioni più serie, drammatiche, ma in fondo siamo felici che sia morto, perché ha mostrato, anche con una dose di consapevole malvagità, il peggio di noi, ma senza fare delle forzature o delle caricature, semplicemente ci ha descritti per quello che siamo. Non si salva nessuno nelle sue opere, non c'è un lieto fine, e d'altra parte come potrebbe esserci visto che noi continuiamo a stare sulla scena, continuiamo a prostrarci umili di fronte a chi sta sopra di noi e a vessare chi sta sotto, continuiamo a tradire, ma infuriandoci quando siamo traditi, continuiamo a essere onesti solo per paura di essere scoperti, continuiamo a preferire una partita di calcio piuttosto che La corazzata Potëmkin.

sabato 1 luglio 2017

Verba volant (405): regione...

Regione, sost. f.

Il prossimo 22 ottobre i cittadini della Lombardia e del Veneto verranno chiamati alle urne per rispondere, in un referendum consultivo, al quesito se è giusto che quelle due regioni, "in considerazione della loro specialità", godano di una particolare autonomia amministrativa.
E' ovviamente naturale che il partito che guida entrambe quelle regioni voglia sfruttare ogni occasione per ribadire quella che è in fondo la propria "ragione sociale", anche se in questi trent'anni è stata declinata in vari modi, passando disinvoltamente dall'indipendentismo alla Bravehearth alla partecipazione a governi rigidamente centralisti. E' un po' meno legittimo che Maroni e Zaia per condurre la loro comprensibile, anche se non condivisibile, battaglia politica - anche all'interno della Lega contro l'"italiano" Salvini - usino dei soldi pubblici, ma evidentemente ormai questo pare non interessi a nessuno.
Proviamo a stare nel merito del quesito. Esattamente in cosa consiste la supposta specialità della Lombardia e del Veneto? Immagino che i due capi leghisti si richiamino alle esperienze della Catalogna e della Scozia, dimenticando che quei due paesi esistono davvero, perché hanno una storia, una lingua, una cultura proprie, ben distinte da quelle dello stato entro cui si trovano. Il Lombardo-Veneto non esiste, è stato soltanto una forma di suddivisione amministrativa decisa da von Metternich nella riorganizzazione del vastissimo Impero asburgico. La Lombardia non esiste, esistono dei territori - il milanese, il mantovano, il pavese, il varesotto e così via - che hanno forti elementi culturali al loro interno, peraltro differenti gli uni dagli altri, a volte in maniera anche molto rilevante - che per varie ragioni storiche sono stati riuniti in questa unica forma amministrativa che è la regione Lombardia. E un discorso analogo possiamo fare per il Veneto e per tutte le regioni italiane.
Come sapete io da tempo sostengo che l'unica riforma del Titolo V auspicabile in Italia sarebbe quella di abolire le regioni - che appunto già non esistono - e di dare forti poteri amministrativi alle province, che invece esistono e che i cittadini riconoscono immediatamente come il proprio territorio. Quindi, dal momento che questa "specialità" viene meno, dovrebbe venir meno anche il referendum: questo è il primo motivo per votare NO.
Ma continuiamo a stare nel merito. Esattamente in quali ambiti si dovrebbe svolgere questa autonomia amministrativa? Ovviamente nessuno lo dice, perché nessuno lo sa, neppure questi autonomisti da operetta. La cosa curiosa è che i leghisti diventano autonomisti quando governano gli enti locali e centralisti quando siedono al governo nazionale. Succede lo stesso più o meno anche agli altri partiti, che sono spesso autonomisti o centralisti a seconda di chi parla, se un sindaco o un ministro. L'unica cosa che a tutti interessa è il potere e quindi le possibilità sono due: o si va dove c'è il potere o si porta il potere dove uno sta.
Emblematico è il caso del pd. Quando Maroni e Zaia hanno convocato il referendum, quel partito, in un sussulto di inaspettato buon senso, ha criticato questa scelta, dicendo che si trattava di un appuntamento inutile e costoso. Ma allora quel partito era al governo nazionale e pensava di starci in eterno. Ora che il governo nazionale si allontana sempre più, i sindaci renzianissimi - anche se ora dicono di esserlo un po' meno - della Lombardia hanno deciso di schierarsi per il sì, ufficialmente per non lasciare la vittoria alla Lega. Come è evidente si tratta di una motivazione politica del c...o, perché o sei d'accordo o non lo sei; se lo sei solo per inseguire il tuo avversario, allora ammetti implicitamente che ha ragione e non si capisce perché dovresti avere la pretesa di sostituirlo alle prossime elezioni. Il cognato di Benedetta Parodi perderà le regionali tra un anno, fortunatamente per i cittadini lombardi: potrà sempre aiutare l'illustre parente a rigovernare la cucina. Anche perché questi novelli alfieri del sì erano gli stessi che avevano detto sì anche il 4 dicembre, ossia si erano espressi a favore di una riforma che praticamente azzerava le autonomie locali. So che la gente spesso non sembra intelligente, ma non è neppure così stupida come evidentemente credono Sala e i suoi amici.
Allora su cosa dovrebbero essere autonome le autonomie? Non su la sanità, che è invece l'unico ambito a loro effettivamente delegato. Sulla sanità in Italia è stato contratto un perverso patto a tre contraenti - la politica, l'industria farmaceutica e la casta dei medici e dei professori universitari - in cui è stato deciso che il governo della sanità sarebbe rimasto a livello regionale, perché in questo modo sarebbe stato più facile rubare e infatti rubano - pro quota - politici, medici e industriali. Figurarsi se la sanità verrà tolta dal pacchetto delle autonomie. Invece la sanità dovrebbe essere nazionale, perché uno stato si misura proprio sulla capacità di curare - e di educare - i propri cittadini da nord a sud, da est a ovest, dalle città alla campagna. Invece agli enti locali dovrebbe essere affidata una larga autonomia nel campo del governo del territorio, ovviamente con le risorse per farlo, perché questa è la dimensione giusta per interventi di questo genere. Naturalmente a quelli del sì - leghisti, piddini, grillini, tutti uniti nel nome della libera cassoeûla in libero stato - non hanno alcuna voglia di prendersi la briga di fare argini e di sistemare montagne - meglio discutere, rubando se avanza qualcosa, sulla sanità.
Compagne e compagni del Lombardo-Veneto provate a votare NO. Ve ne saremo grati, da Aosta a Canicattì.