domenica 11 ottobre 2026

Verba volant (852): resistenza...

Madeleine Lebeau

 

Resistenza, sost. f.

Madeleine ha solo sedici anni quando incontra Marcel Dalio, che ne ha ventiquattro più di lei ed è sposato. Madeleine vuole diventare un’attrice, vuole comparire sulle copertine delle riviste che legge avidamente fin da bambina, sognando la vita delle stelle del cinema. Quando si incontrano lei è apparsa, non accreditata, in un film di scarso successo, anche se diretto da Georg Wilhelm Pabst, mentre lui è un attore famoso, che ha lavorato con Jean Gabin ne Il bandito della Casbah e ha avuto ruoli importanti in due film di Jean Renoir, La grande illusione e La regola del gioco.

Poche settimane dopo avere conosciuto Madeleine, Dalio divorzia da Jany Holt, anche lei un’attrice. E così i due si sposano. Ma i genitori di Marcel sono ebrei rumeni e lui, come molti altri francesi di origine ebraica, decide di fuggire, prima che le truppe tedesche invadano la Francia. Peraltro nei mesi successivi la propaganda nazista userà proprio il volto di Marcel Dalio per mostrare nei loro manifesti i tratti somatici del “tipico” ebreo.

Tanti francesi, alcuni convinti, molti per viltà e per convenienza, accettano di collaborare con il nuovo regime. Alcuni fuggono, ma altri decidono di resistere. Farà così Jany Holt, che decide di rimanere in Francia. Continua a recitare, anche se in ruoli sempre più piccoli, perché, nonostante sia molto brava, è di origini rumene e non si schiera con abbastanza entusiasmo a fianco del governo di Vichy, entra nella Resistenza, viene arruolata dal traduttore e poeta Denyse Clairouin nel gruppo Mitridate e fa attività di spionaggio. Alla fine della guerra Jany ottiene, meritatamente, la Croce di guerra.

Madeleine, anche se non è ebrea di nascita, decide di seguire il marito. E qui comincia una storia che sembra un film. I Dalio ottengono i visti di transito per il Portogallo da Aristides de Sousa Mendes, il diplomatico portoghese che, console a Bordeaux, disobbendo alle direttive che arrivano dal governo fascista di Salazar, fornisce a migliaia di ebrei francesi i visti necessari per raggiungere il suo Paese.

Arrivati a Lisbona, Marcel trova per lui e la moglie due visti per il Cile e così il 9 agosto 1940 partono per l’America, imbarcati sulla SS Quanza. Superato un uragano nel mezzo dell’Atlantico, la nave arriva a New York il 19 agosto e 196 passaggeri riescono a sbarcare: i loro visti sono in regola, a differenza di quelli di Marcel e di Madeleine che sono falsi, come quelli di molti altri fuggiaschi. La SS Quanza il 30 agosto arriva a Veracruz in Messico e qui altri 35 passeggeri vengono sbarcati. Ne rimangono a bordo 86, praticamente tutti ebrei, che rimangono sbigottiti di fronte alla decisione del capitano di tornare a Lisbona.

La nave fa scalo a Norfolk per rifornirsi di carbone e qui viene fermata dalle autorità federali, perché nel frattempo un gruppo di ebrei statunitensi ha preso a cuore la loro vicenda e un avvocato si è rivolto a un giudice, che prende tempo per decidere sul loro status. Un passeggero si getta a nuoto tentando di raggiungere le coste della Virginia, ma viene recuperato e il capitano ordina che il ponte della SS Quanza sia presidiato da guardie armate. Il sottosegretario di Stato che si occupa della questione dei rifugiati vorrebbe negare lo sbarco, ma Eleanor Roosvelt interviene presso il marito e tutti i passeggeri della nave vengono considerati rifugiati politici. Sei decideranno comunque di tornare in Europa. Il 14 settembre Madeleine e Marcel sbarcano finalmente negli Stati Uniti e ovviamente decidono di andare a Hollywood.

Nel ’41 Marcel ottiene una piccola parte in Una notte a Lisbona di Edward H. Griffith: è un azzimato concierge. Riesce a lavorare regolarmente durante gli anni della guerra, ma ottiene sempre ruoli molto secondari, interpreta per lo più il personaggio stereotipato del francese. Nulla a che vedere con quello che aveva fatto in patria prima della guerra. Anche Madeleine, che ha studiato inglese sulla SS Quanza, ottiene una piccola parte in La porta d’oro, un bel film con due star del calibro di Charles Boyer e Olivia de Havilland, e l’anno successivo interpreta la stella delle Ziegfeld Follies Anna Held in Il sentiero della gloria, accanto a Errol Flynn. A Hollywood la carriera della giovane attrice sembra finalmente sbocciare.

Il 1942 è un anno importante per Madeleine. La Warner le offre un contratto da cento dollari a settimana per ventisei settimane per recitare in diversi film e il primo è Casablanca. È felice. Ovviamente non può immaginare che sta per recitare in uno dei film più amati e citati della storia del cinema, ma il suo ruolo, quello di Yvonne, l’amante abbandonata da Rick, è il secondo ruolo femminile della storia. Madeleine è sicura che quel film segnerà la sua carriera. E non si sbaglia.

Mentre la produzione procede Madeleine vede che, nelle frequenti revisioni della sceneggiatura, il suo personaggio viene progressivamente ridimensionato, pensa per non mettere in ombra quello di Ilsa. Alla fine saranno solo tre le scene in cui compare Yvonne, anche se tutte sono importanti e la terza è una di quelle che tutti noi cinefili romantici amiamo di più di quel film.

La prima scena è poco dopo l’inizio del film e serve a raccontare il passato del personaggio. Capiamo che, tempo prima, Rick e Yvonne hanno passato una notte insieme: per lui lo sfogo di un momento, per lei invece la speranza di una storia d’amore. Nella scena Yvonne tenta di riavvicinarsi all’uomo che ama, che però la respinge. Nella seconda scena, ambientata più tardi nella stessa giornata, vediamo che Yvonne cerca di superare il rifiuto ubriacandosi, come per altro ha fatto anche Rick quando è stato lasciato da Ilsa. Fa un ultimo, disperato, tentativo di convincere Rick che la affida a Sascha, il barista russo infatuato di lei, affinché la riaccompagni a casa, ammonendolo di tornare subito. A questo punto la ragazza scompare per un lungo periodo. Nella terza scena la vediamo ritornare al locale al braccio di un soldato tedesco. Si avvicina al bar e ordina gli alcolici più costosi. Anche lei, come il capitano Renault, non si preoccupa di quello che i nazisti stanno facendo in Europa, se “collaborare” con loro significa avere denaro, potere e prestigio. In fondo anche Rick agisce così, muovendosi in una sorta di “zona grigia”.

Ma poi un gruppo di soldati comincia a cantare Die Wacht am Rhien. Victor Laszlo decide di reagire. Si alza, chiede all’orchestra del Rick’s Café di suonare La Marsigliese e comincia a cantare, seguito da tutti gli avventori, finché l’inno francese sovrasta il canto tedesco. E anche noi, ogni singola volta che vediamo Casablanca, ci emozioniamo per quella scena e cominciamo a cantare.

Ci sono solo tre primissimi piani in questa scena, uno per Ilsa che guarda con amore il coraggio di Victor e due proprio per Yvonne che, in piedi, canta, piangendo, La Marsigliese. La sua ultima battuta del film è “Viva la France!”. Certo è Yvonne che, prima di Rick e del capitano Renault, decide che la loro neutralità è una forma di complicità e che è arrivato il momento di schierarsi, ma è anche Madeleine che canta e piange, pensando alla sua vicenda di esule, a quello che ha visto in quei drammatici mesi.

Quelle settimane in cui gira Casablanca sono importanti per Madeleine anche per la sua vita personale. C’è anche Marcel Dalio nel film diretto da Michael Curtiz: è Emil, il croupier del Rick’s. Una parte certo meno importante di quella della moglie, anche se partecipa a un’altra scena celeberrima. Il capitano Renault cerca un prestesto per chiudere il locale e dichiara serio: “I am shocked, shocked to find that gambling is going on in here!”. Al che Emil si avvicina cerimonioso, gli porge del denaro, dicendo: “Your winnings, sir”.

La passione tra i due attori è finita, le differenze tra i due sono troppo evidenti, Dalio soffre il successo della moglie e Madeleine ormai non vuole più vivere con lui. Proprio mentre girano il film, Marcel ottiene il divorzio, accusando Madeleine di aver abbondonato il tetto coniugale e questo provoca anche l’ipocrita decisione della Warner di rescindere il contratto dell’attrice.

Dopo Casablanca ormai è un’attrice indipendente. Per la 20th Century Fox recita in un ruolo importante nel dramma di guerra Paris After Dark, ambientato nella Parigi occupata, e anche in questo film Dalio ha una piccola parte. Poi passa alla MGM, per cui recita nel film Music for Millions e negli spettacoli organizzati per i soldati nella base di Camp Roberts. Debutta anche a Broadway nella commedia The French Touch, diretta da René Clair.

Finita la guerra, la ventiquattrenne Madeleine vuole ritornare in Francia e continua a lavorare al cinema. Il suo primo lavoro è il film in costume I realisti, tratto dal romanzo di Balzac, in cui interpreta la bellissima Marie-Nathalie de Verneuil. Lavora regolarmente, in alcuni film è anche la protagonista, il suo nome è conosciuto dagli spettatori, ma la grande fama non arriva, non è destinata a diventare una star. Ma la storia del grande cinema incrocia ancora una volta la vita di Madeleine.

Nel 1963, sempre splendida, è Madeleine, l’affascinante attrice francese che un tempo è stata una delle amanti di Guido Anselmi in 8½, il capolavoro di Federico Fellini che ottiene l’Oscar come miglior film straniero.  Nel 1967 intepreta il suo ultimo film, La fioriaia degli innocenti, ancora un lavoro in costume in cui ha il ruolo di Maria de Medici. Vive spesso a Roma e nel 1988 sposa Tullio Pinelli, che ha conosciuto proprio grazie al film di Fellini. Vivono insieme fino alla morte del grande sceneggiatore nel 2009. Si trasferisce allora in Spagna, ad Estepona, dove muore il 1° maggio 2016.

Come ha fatto con Yvonne, anche nel personaggio dell’attrice francese Madeleine Lebeau mette qualcosa delle sue speranze infrante: “Mi sento come se avessi rovinato tutto nella mia vita e nel mio lavoro”.

lunedì 14 settembre 2026

Verba volant (851): promessa...

Promessa, sost. f.

Molti di voi, a parte quelli che sono appassionati di storia della fotografia, probabilmente non conoscono il nome di Philippe Halsman, ma sono sicuro che avete visto uno dei suoi celeberrimi scatti. Avete presente una di quelle belle foto in bianco e nero dove il soggetto, in genere un personaggio famoso, è immortalato mentre salta? Ecco quella è una fotografia di questo artista, nato a Riga nel 1906, quando c’era ancora lo zar.
Nel 1928 Philippe, che studia ingegneria, e suo padre sono in vacanza in Tirolo. Durante una delle loro escursioni lungo i sentieri alpini il padre muore, a seguito di gravi ferite alla testa. Gli Halsman sono ebrei e la propaganda antisemita condiziona pensantemente le indagini e anche il lavoro della magistratura: la polizia non accetta la versione di Philippe, che dice che il padre è caduto, e il ragazzo, accusato di omicidio, viene condannato a quattro anni di carcere, nonostante non ci siano prove contro di lui. C’è una mobilitazione di intellettuali, guidata da Thomas Mann, per ottenere una revisione del processo. Nel 1930 Philippe ottiene comunque la grazia e va a vivere in Francia. Lavora per Vogue e in pochi anni diventa uno dei ritrattisti più ricercati della capitale francese. Ma le truppe tedesche arrivano anche lì e Philippe, aiutato dall’amico di famiglia Albert Einstein, fugge negli Stati Uniti.
Il suo primo successo in America è la pubblicità del rossetto Victory Red realizzato dalla Elizabeth Arden, un‘immagine entrata nella storia della pubblicità, grazie anche alla bellezza della sua giovane modella, Constance Ford, che nel 1959 è la madre di Sandra Dee in A Summer Place. Nel 1942 Philippe comincia a lavorare per Life: la sua prima copertina per la rivista è il ritratto di una modella che indossa un cappello Lilly Daché. Saranno centuno le copertine firmate da Halsman e molte sono destinate a entrare nella storia della fotografia.
In questi anni Philippe si specializza nei ritratti. Nel 1947 ritrae Albert Einstein, che durante la lunga sessione di prove confida al suo giovane amico tutto il suo turbamento perché i suoi studi sono stati decisivi per la creazione di un’arma letale come la bomba atomica: esce un celebre ritratto dello scienziato, pensoso e triste, che nel 1966 le poste federali utilizzerranno per il francobollo in suo onore e che andrà nel 1999 sulla copertina di Time, quando Einstein viene indicato come “l’uomo del secolo”. Ma ovviamente sono tanti anche i personaggi del mondo dello spettacolo che si trovano davanti all’obiettivo di Halsman.
Nel 1949 Life pubblica una sua foto in cui ritrae otto giovani “starlets”, otto promesse del cinema. Forse non è una delle sue foto migliori, ma anche questa è destinata a diventare storica. Nessuna di loro guarda in camera, guardano un punto lontano, ciascuna di loro uno diverso, forse per significare che si attendono, laggiù da qualche parte, un radioso destino.
In alto a sinistra, la ventiduenne canadese Lois Maxwell mostra una sguardo fiero. Ha un carattere forte, che ha dimostrato fin da giovanissima: a quindici anni fugge di casa per unirsi, mentendo sull’età, al Canadian Women’s Army Corps, con cui arriva nel Regno Unito, dove partecipa agli spettacoli per le truppe. Quando Philippe scatta questa foto, Lois ha già vinto un Golden Globe come “attrice emergente più promettente” per il suo ruolo in That Hagen Girl, un film peraltro non memorabile con Ronald Reagan e una ventenne Shirley Temple. Ma non si aprono per lei le porte di Hollywood, tanto che Lois decide di venire in Italia. Nei cinque anni in cui vive a Roma, oltre a dedicarsi alla guida sportiva, interpreta alcuni film, di cui il più famoso è Aida. Una giovane Sophia Loren (è il primo film in cui compare l’acca nel nome) interpreta il ruolo della protagonista, mentre Lois è Amneris. Entrambe muovono le labbra mentre rispettivamente Renata Tebaldi ed Ebe Stigliani cantano al loro posto. Dopo una partecipazione in Lolita, Lois ottiene la parte di Miss Moneypenny in Dr. No del 1962 e terrà questo ruolo fino a A View to a Kill del 1985: in vent’anni cambiano tre James Bond, viene sostituita una “Bond girl” a ogni film, ma Moneypenny ha sempre i bei tratti decisi di questa attrice. Conosce Rger Moore alla fine della seconda guerra mondiale, quando sono nella stessa classe alla Royal Academy of Dramatic Art. Ed è proprio il suo amico e collega a dire che Lois “sarebbe stata una M meravigliosa”.
Accanto a lei, seduta c’é, elegantissima nel suo vestito scuro, Suzanne Dalbert, anche lei ha ventidue anni all’epoca della foto. È nata a Parigi, ha recitato a teatro nella compagnia di Louis Jouvet, poi arriva, come tante che aspirano al successo, a Hollywood. Ottiene un ruolo secondario in The Accused, un noir con protagonista Loretta Young, ma non riesce a fare fortuna. Ancora qualche piccola parte, un po’ di televisione e poi torna in Francia. A soli quarantre anni muore suicida.
Come le sue compagne, neppure la ventenne Ricky Soma guarda Philippe. Nonostante sia in questa fotografia e abbia la possibilità di firmare un contratto con David O. Selznick, il vero “Wizard of Hollywood”, non esordisce mai al cinema, anche se la settima arte si intreccerà con la sua vita. Si chiama Enrica e i suoi genitori vengono da Ispra, sul Lago Maggiore. Il padre, Antonio, apre a Manhattan il ristorante Tony’s Wife, che in pochi anni diventa uno dei locali più famosi di Broadway, anche perché Tony accoglie i clienti più importanti cantando a testa in giù, stando in equlibrio sulle mani. E quindi diventa famoso come “Broadway Tony” e “Yoga Tony”.Antonio vuole che la sua bella figlia entri nel mondo dello spettacolo e, visto che è portata per la danza, la fa studiare con George Balanchine. E Ricky non lo delude: riesce a entrare nel New York City Ballet e a diventare prima ballerina. Proprio grazie a questa foto John Huston si innamora di lei, ma il regista di The Maltese Falcon è sposato e ha ventiquattro anni più di lei. Per John Ricky rinuncia al cinema, anche perché nasce subito il loro primo figlio, Tony, a cui seguirà, un anno dopo, Anjelica. Il matrimonio non va bene, John la tradisce dopo pochi anni, e Ricky lascia gli Stati Uniti. Muore a Digione, a trentanove anni, in un incidente d’auto.
Sotto Lois vediamo, in una posa da vera vamp, la splendida Laurette Luez, che ha ventun’anni. È nata a Honolulu: la madre è australiana e il padre hawaiano di origini portoghesi. Sono entrambi cantanti e ballerini e Loretta cresce ballando sul palcoscenico. A sei anni si esibisce davanti al Sultano Ibrahim di Johor in visita a Los Angeles. Nel 1950 viene scritturata per una piccola parte in D.O.A., un noir di Rudolph Maté. Poi la sua bellezza esotica le assicura qualche partecipazione in film ambientati in lontani paesi: nel 1953 è una schiava che danza in Siren of Baghdad, in televisione è la seducente Karamaneh, uno degli agenti del supercriminale Fu Manchu.
Ha uno sguardo triste Jane Nigh, che è l’unica delle sette ragazze che è nata a Hollywood e ha ventiquattro anni. La madre lavora per gli studios, anche sua sorella Nancy fa l’attrice. Un talent scout della Fox la mette sotto contratto nel 1944 mentre sta lavorando in una fabbrica di armamenti. Il suo esordio è in Laura, un noir con la splendida Gene Tierney come protagonista. Jane rimane per cinque anni con questa casa di produzione, poi, dopo questa foto, si sgancia e continua a lavorare come indipendente, e infine firma un cotratto con la Momogram Pictures, una piccola casa di produzione che realizza film con un budget ridotto. Jane ottiene finalmente parti da protagonista, in particolare quando serve una bella ragazza che vive in campagna: County Fair, Blue Grass of Kentucky, Rodeo, sono alcuni dei film che la vedono in cartellone. E poi anche per lei c’è la televisione. Ha un ruolo regolare nella serie Big Town ambientata nella redazione di un giornale: è la segretaria innamorata dell’intraprendete giornalista. Forse non è la carriera che sognava quando Philippe le ha scattato questa foto, ma Jane appare in più di quaranta tra film e programmi televisivi.
Invece non sappiamo nulla della ragazza bionda che, seduta accanto a Jane, chiude la fila centrale. Si chiama Dolores Gardner e la sua carriera finisce con questa foto in bianco e nero su Life.
In basso, sedute a terra, ci sono due ragazze. Quella a destra, un bel viso e i lunghi capelli scuri, è la ventitrenne di Port Jefferson, New York, Cathy Downs. Al 6646 di Hollywood Boulevard c’è una stella con il su0 nome. Al tempo di questa fotografia la sua carriera cinematografica, cominciata molto bene, è praticamente finita. A differenza delle altre sette sue colleghe, ha recitato in otto film della 20th Century Fox, anche in ruoli da protagonista. È Clementine Carter, l’ex fidanzata di Doc Holliday, in My Darling Clementine, un classico del genere western, è la moglie infedele nel noir For You I Die, è la seducente Carol in The Noose Hangs High, uno dei divertenti film della coppia comica Abbott e Costello. Sembra una carriera promettente: Cathy è bella e sa recitare, ma nel 1947 viene inspiegabilmente licenziata dalla Fox e da quel momento nessuna grande casa di produzione si interessa a lei. Cathy ha commesso un “errore” che Hollywood non sembra disposto a perdonarle. Lei però non demorde, partecipa a film prodotti da piccole case indipendenti, recita in radiodrammi, ma soprattutto lavora in televisione, fino al 1965 quando appare in un episodio di Perry Mason.
La ventitrenne seduta accanto a lei non ha bisogno di presentazioni ed è proprio lei a far diventare storica questa fotografia. Philippe si rende immediatamente conto che quella ragazza ha una marcia in più rispetto alle altre: “She plays the camera the way a virtuoso playcs an instrument”.
Il suo nome è già Marilyn Monroe, ma la sua carriera sembra ferma a un punto morto. La Fox la licenzia per la sua “insufficiente recitazione drammatica”, la Columbia le fa un contratto di sei mesi, la fa recitare in un ruolo secondario, Ladies of the Chorus, ma non lo rinnova. Nel 1949 accetta di posare nuda per una foto che finisce in un calendario: con quei cinquanta dollari può continuare a pagarsi l’affitto.
Noi sappiamo che Philippe non si è sbagliato: quella ragazza ha davvero la stoffa per stare davanti a un obiettivo. E insieme faranno foto bellissime, tra le migliori della diva. Halsman dice: “Quando chiedi a una persona di saltare, la sua attenzione è per lo più diretta all’atto del saltare e la maschera cade, così che appare la persona reale”. E Marilyn regala all’amico Philippe dei salti magnifici, in cui vedi tutta la sua innocente gioia fanciullesca.
Cosa provava Dolores quando vedeva le fotografie di Marilyn sulle riviste? Forse un po’ di invidia. Non l’ha mai raccontato a sua figlia, non le ha mai mostrato quella foto, ma c’era anche lei, accanto a Marilyn. Forse per rammarico per quella parola detta o non detta. Magari anche sollievo. Per alcune di loro quella fotografia aveva segnato un destino tragico. No, meglio non dire nulla a sua figlia.


lunedì 7 settembre 2026

Verba volant (850): locomotiva...

Locomotiva, sost. f.

Sono passati alcuni giorni e forse adesso posso scrivere di Francesco Guccini, senza che l’emozione mi costringa a posare la penna, per evitare quelle espressioni retoriche, che a lui non sarebbero affatto piaciute e per cui, senza esitazione, mi avrebbe mandato a cagare. Mi ha colpito la morte di Guccini perché le sue poesie in forma di canzoni hanno accompagnato tanta parte della mia vita, mi hanno raccontato qualcosa del mondo e di me, come fanno sempre i classici. E suppongo che qualcosa del genere sia successo anche voi.

Passata l’inevitabile commozione - più che per la perdita dell’uomo, per la constatazione del tempo che passa, inesorabile, per tutti e quindi anche per me - posso anche fare una qualche distinzione tra il poeta e le sue poesie, perché - vale per Guccini, come per tutti gli altri - possiamo amare visceralmente le canzoni senza dover per forza dare un giudizio acriticamente positivo su chi le ha scritte. L’ho incontrato un paio di volte, cosa praticamente inevitabile per uno che faceva il mio lavoro - e poi Bologna era al tempo davvero una piccola città, in cui ci conoscevamo un po’ tutti - ma non sono mai andato in pellegrinaggio né da Vito né a Pavana.

Non so se fosse davvero come il personaggio che si era costruito addosso, forse per difesa, ossia quello del burbero montanaro, a cui piaceva bere e sempre pronto alla battuta greve, certo mi parve in quelle due lontane occasioni scostante. Ma immagino, anche grazie a quello che hanno scritto di lui persone di cui mi fido e che l’hanno conosciuto, che fosse migliore di come aveva deciso di rappresentarsi. Poi, come spesso accade, il personaggio diventa una gabbia, ma anche qualcosa a cui ci si abitua. Come potete immaginare non ho amato la santificazione, di cui pure lui stesso è stato complice, che in vecchiaia gli ha fatto il progressismo snob e fazioso dei “serra” e dei “fazio”. E che ha animato molta parte del cordoglio social di questi giorni.

Delle molte, forse troppe, cose dette, quando sarebbe bastato ascoltare i suoi versi, credo che occorra mettere un macigno sopra al dibattito sulle sue idee politiche, perché credo sia profondamente sbagliato considerare Guccini un autore “politico”. Certo ha vissuto nel tempo in cui si diceva che “il personale è politico” e alcune sue canzoni hanno questa ispirazione e soprattutto sono diventate bandiere, ma non sono le migliori e non credo che saranno quelle per cui tra cent’anni questi i suoi versi parleranno ancora ai nostri nipoti. Certo alcune, penso a Piccola storia ignobile, raccontano quella Italia, che non dobbiamo dimenticare, anche perché qualcuno ci vorrebbe riportare lì, ma valgono più come documento storico che come poesie.

Poi noi bolognesi siamo grati a questo “modenese volgare” perché nessuno come lui ha saputo raccontare la nostra città, anche nei suoi difetti, il suo essere insieme bambina perbene e “busona”. E chissà cosa era peggio per il Maestrone. Ma ha detto anche delle bugie su questa città, o meglio ha inventato il mito di Bologna, di quella sua bohème di provincia, creando un mondo che forse non è mai esistito davvero. Sono un po’ incazzato per come Guccini ci ha illuso. Penso che alla fine la vera canzone su Bologna sia Il pensionato, quello sì che lo abbiamo conosciuto, perché è uno di quelli che con la sua tenacia e la sua gentilezza ha reso forte questa città, più dei suoi musicisti e dei suoi “biasanòt”.

Eppure la sua grandezza non è nel legame con questa nosta terra emiliana, perché, forse l’unico tra gli altri poeti di quella generazione che pure ne allinea di grandissimi, ha saputo raccontare con la stessa capacità la Pampa, con immagini degne di Borges, e l’America profonda con la forza di Steinbeck. Guccini ha raccontato la nostalgia, il tempo che passa e non ritorna, gli amori finiti e quelli mai cominciati, la vita che poteva essere e non è stata, i sogni infranti. È per questo che abbiamo cantato con lui, perché sono sentimenti che abbiamo sentito anche nostri in un qualche momento della nostra vita. Io certamente. Poi la vita è una cosa complessa e per fortuna che ci sono le poesie che provano a raccontarcela.

La mia canzone preferita di Guccini è Bisanzio, peraltro la più bella anche per Paolo Conte, uno che certamente se ne intende più di me. E questa poesia parla della morte, come tutte le sue canzoni più belle. E del nostro essere inadeguati in un mondo che non riconosciamo più. Più invecchio più mi sento come Filemazio, anche se non ho certo la sua saggezza, e neppure la speranza che il mondo che forse nascerà dalle ceneri del nostro sarà migliore.

Anche solo per questa canzone, grazie Francesco.

venerdì 4 settembre 2026

Verba volant (849): lira...

Lira, sost. f.

Nessuno sapeva suonare la lira come Orfeo: Apollo gli aveva donato quello strumento e le Muse gli avevano insegnato a usarlo. La sua musica era in grado di ammansire le belve più feroci e perfino gli oggetti inanimati si potevano muovere per seguire quelle note.
Orfeo amava, riamato, Euridice e quando la sua sposa morì, per il morso di un serpente, il poeta ebbe la forza – o l’incoscienza, direbbe qualcuno – di scendere negli inferi per chiedere che lei potesse tornare con lui, sulla terra. Ovidio racconta questa storia, facendoci assistere a una scena di stupita meraviglia. Mentre Orfeo canta la sua supplica di fronte ad Ade e a Persefone, tutto si ferma: Tantalo smette di cercare di raccogliere l’acqua per placare la sua sete eterna, si ferma la ruota di Issione, perfino gli avvoltoi cessano di rodere il fegato di Tizio, e mentre le Furie si commuovono, Sisifo si siede sul suo macigno per ascoltare quell’inatteso concerto.
Euridice può tornare sulla terra – Ade cede a quella supplica – ma Orfeo non può volgersi indietro durante il cammino, dovrà condurre fuori dagli inferi la sua sposa senza guardarla. Tutt’intorno è buio, il cammino è malcerto, ma Orfeo precede Euridice accompagnandola con il suo canto: non sappiamo neppure in questo caso che cosa cantasse, immagino un canto di gioia. Ma Orfeo, quando sta quasi per raggiungere l’uscita degli inferi fa quello che non avrebbe dovuto fare: si volge indietro e Euridice sparisce sotto i suoi occhi, per tornare definitivamente nel regno dei morti. Perché Orfeo si è voltato? Questa domanda ci tormenta ogni volta che sentiamo questa storia. Il poeta che era stato capace di fermare gli inferi, di ottenere la vita dal dio della morte, fa una cosa talmente stupida. Non può essere curiosità, come racconta qualcuno. E neppure timore di vedere come fosse diventata la sua amata dopo essere stata nel regno dei morti: il suo amore doveva essere più forte di così. Gluck e Ranieri de’ Calzabigi raccontano il dramma della donna che si sente rifiutata e decide di tornare nell’Ade, costringendo il marito a quello sgaurdo dall’esito così tragico. Gesualdo Bufalino pensa che abbia fatto apposta, e nel suo racconto Euridice capisce che è così: a Orfeo importava solo dimostrare di essere il più grande dei poeti.
Io credo invece che Orfeo volesse davvero avere ancora un po’ di tempo per poter stare con Euridice, che volesse portarla davvero sulla terra, ma in quel momento si è trovato di fronte ai suoi limiti: l’uomo capace di far tutto con il proprio canto, ha pensato che forse non era riuscito a guidare la propria sposa, che non era stato capace di condurla fin lì. Orfeo, forse per la prima volta nella sua vita, si è trovato di fronte ai propri limiti umani e li ha riconosciuti.
Orfeo era un mortale, ma anche figlio di una divinità, la musa Calliope, e quindi nipote di Zeus, Orfeo, come Achille, come tanti altri eroi del mito, sta in mezzo tra cielo e terra; ma c’è un momento in cui devi scegliere, o la vita sceglie per te. La storia di Orfeo ci racconta questo, che c’è sempre un momento in cui abbiamo paura di non farcela, di essere inadeguati, ma che questa è la condizione umana, e che dobbiamo accettarla, accentando i nostri limiti.
E se fosse stata Euridice stessa a chiedergli di girarsi? Amava a tal punto Orfeo da volergli mostrare i suoi limiti, da farlo diventare un uomo. Non sapremo mai cosa i due sposi si siano detti in quel breve tratto di cammino che hanno fatto insieme quel giorno, forse per una volta Orfeo ha smesso di cantare, e ha avuto la capacità di ascoltare Euridice che aveva capito che quel viaggio negli inferi era inutile, perché la morte è un destino a cui non possiamo sfuggire e che lei avrebbe continuato a vivere nei versi di Orfeo. In quel breve cammino Orfeo ed Euridice si sono amati come non si erano mai amati prima, si sono riconosciuti come due esseri umani in cammino. Nessuno sapeva cantare come Orfeo, anche se non sappiamo che cosa cantasse e non lo sapremo mai: noi semplici esseri umani dobbiamo accettare che ci sono tante cose che non siamo destinati a conoscere.




mercoledì 2 settembre 2026

Recensioni. "Le Siège de Corinthe".

Amo il teatro e, come sapete, amo in particolare il teatro in cui i protagonisti sulla scena cantano e ballano (molte delle cose che scrivo sono dedicate a questo originale tipo di spettacolo) e quindi mi piace tornare al Rossini Opera Festival, che quest’anno si è svolto, ovviamente a Pesaro, dall’11 al 23 agosto. Per fortuna condivido questa insana passione con mia moglie e quindi questi giorni al ROF sono anche le nostre, meritate, vacanze estive.

E saranno questi giorni a cavallo del Ferragosto, sarà che Pesaro è una piccola città – e quindi è ancora più un merito organizzare un tale appuntamento internazionale – sarà appunto la dimensione vacanziera, ma durante il giorno si annullano i ruoli tra chi invece alla sera sta di sopra o davanti al palco. Quando ti trovi, alla fine dello spettacolo, a mangiare una pizza con la protagonista, la bravissima Vasilisa Berzhanskaya, ed è lei che riconosce te perché vi siete già visti la mattina su una panchina del centro e ha letto un tuo post su Instagram, allora capisci che il ROF è differente. Per tacere che se poi dopo due giorni vi ritrovate nello stesso locale a mangiare una piadina, allora siete diventati praticamente parenti.

Al di là della vacanza, amo il ROF perché in questo festival, a differenza di quello che mi pare succeda in altri analoghi appuntamenti, la dimensione teatrale è sempre molto presente. Naturalmente è importante la parte musicale, e non potrebbe essere altrimenti, nel festival che ha segnato una fase fondamentale della cosiddetta Rossini Renaissance, e che, a fianco del programma principale, valorizza i giovani artisti formati dall’Accademia Rossiniana (che bello il loro Viaggio a Reims). Certamente ci sono nel pubblico che arriva da tutto il mondo gli appassionati che sanno riconoscere con innegabile competenza i preziosismi, e a volte i limiti, vocali degli interpreti, ma tanti come me vengono per godersi gli spettacoli di quel genio drammaturgico di Gioachino Rossini, che – peraltro come Verdi e Puccini – si considerava un uomo di teatro e scriveva ben consapevole che la sua musica doveva raccontare una storia.

Quest’anno in particolare abbiamo avuto la felice opportunità di vedere due delle farse che il genio pesarere ha scritto per il Teatro San Moisè di Venezia, L’occasione fa il ladro e La scala di seta in due produzioni diventate, seppur in tempi differenti, ormai storiche, rispettivamente firmate da Jean-Pierre Ponnelle e Damiano Michieletto.

Al di là delle differenze, entrambe le regie ci hanno portato in qualche modo “dietro le quinte”, svelando i meccanismi e i trucchi teatrali e, cosa non solita nei teatri italiani, alla fine degli spettacoli i tecnici sono meritatament
e saliti alla ribalta per prendersi gli applausi di noi spettatori, come i musicisti e i cantanti. Ed è giusto che sia così, perché la magia del teatro è anche merito del loro lavoro.

E da qualche anno, tra le attività collaterali c’è la possibilità di visitare una mostra delle più belle e significative maquette della storia del ROF e vedere un documentario in cui è particolarmente valorizzato il lavoro degli artigiani che, a partire da quei modelli, hanno creato le scene e i costumi che hanno dato vita ad alcuni spettacoli diventati pietre miliari del genere. Ecco il ROF ti ricorda in ogni momento che non stai ascoltando un disco, ma stai assistendo a uno spettacolo che ti può far divertire o ti può anche “dare fastidio”, e certamente ti fa pensare, come è successo con la terza opera in programma, Le Siège de Corinthe.

Allora noi pubblico, nella interessante lettura che ne ha dato Davide Livermore – un regista che io non sempre amo e che anche in questa occasione non mi ha del tutto convinto – abbiamo svolto una nostra parte nel dramma. Perché se i greci assediati vestono in costumi antichi, anche un po’ stereotipati, ossia come noi adesso pensiamo che si vestirebbe un greco antico, i turchi assedianti vestono come noi, con giacca e pantaloni, fumano, fotografano ogni cosa con i loro telefonini da cui non si staccano mai, proprio come facciamo noi. E spesso gli assediati guardano proprio noi, seduti nelle nostre poltrone, e vedono quelli che li stanno assediando. Siamo noi i “cattivi” che alla fine distruggeremo Corinto, nonostante, come Maometto II, in maniera ipocrita diciamo di voler difendere la cultura e la bellezza, ma, alla fine dei conti non facciamo nulla per difenderla, anzi se ci scappa, possiamo anche urinare su una colonna.

E anche il ROF è sotto assedio in questi tempi difficili, e probabilmente non per caso si è visto diminuire in maniera significativa l’indispensabile contributo del Ministero della Cultura. Per fortuna però il ROF resiste e noi che amiamo il teatro e la sua funzione civile e politica dobbiamo fare di tutto per difenderlo.

“Que le soleil, témoin de ma victoire, demain cherche Corinthe et ne la trouve pas!”, canta Maometto II. Domani invece troveremo ancora il ROF.

martedì 1 settembre 2026

Recensioni. "The Odyssey".

Non credevo che avrei dovuto scriverlo, ma se leggerete questo articolo prima di aver visto il film, fate attenzione agli spoiler, perché Christopher Nolan non racconta affatto l’Odissea che abbiamo letto noi negli anni del liceo (anche se molti di quelli che hanno commentato il film non l’hanno mai letta, se va bene hanno soltanto visto il peraltro bellissimo sceneggiato Rai degli anni Settanta, che vi consiglio di rivedere per apprezzare ancora di più i “tradimenti” di Nolan).

Io amo più l’Iliade che l’Odissea. Ho da sempre trovato più interessante la storia di Achille e di Ettore, i due guerrieri che non amano la guerra, che pure sono costretti a combattere, anzi di cui sono i due indiscussi campioni, e i cui destini sono fatalmente intrecciati, perché necessariamente morto uno dovrà morire anche l’altro, rispetto a quella dell’uomo “dal multiforme ingegno”, con cui non ho mai sentito nessuna affinità, neppure nella lettura dantesca. Fno a ora per me Odisseo era il guerriero che vince soltanto con l’inganno e che, finita la guerra, decide di non tornare a casa, ma preferisce fare razzie per il Mediterraneo, ingannando le donne che usa a suo piacimento, finché, solo perché stanco, senza mezzi e senza uomini, torna a casa, indossa di nuovo la corona e si comporta come se tutto fosse come ancora prima, come se quei vent’anni non fossero mai passati. E poi, risolte le beghe interne, sconfitti i nobili che vogliono un cambio di regime, lascia ancora una volta la sua sposa, che pure gli è stata immeritatamente fedele, e riparte per continuare a fare il pirata, in lidi sempre più lontani.

Poi vorrei ricordare ai grecisti della domenica che in queste settimane si sono baloccati sul colore della pelle di Elena, magari non parlando dello sfregio che le fa Menelao per segnarne il possesso (peraltro non vi ha dato fastidio che Euriloco sia indiano? che problema avete con le donne? o siete anche voi come Menelao?) che questo è un film, che è cosa diversa da un libro. E che deve farti sobbalzare dalla paura sulla poltrona del cinema, così come i racconti degli aedi facevano paura ai loro ascoltatori. Che deve farti sognare, innamorare, tenerti in ansia, tutte cose che Nolan, da esperto aedo del cinema, sa fare benissimo. Immagino che Omero si sarebbe molto divertito e forse avrebbe invidiato Nolan per le possibilità tecniche che lui ha. Nessun poeta potrebbe raccontare l’attacco di Scilla ai sei compagni di Odisseo come riesce a fare il regista grazie alla potenza del cinematografo. Ovidio sarebbe impazzito a vedere come Circe trasforma gli uomini in porci.

Ammetto che io sono andato al cinema prevenuto: ho così poca stima per i detrattori del film da spingermi a farmelo piacere, a prescindere. Invece mi ha stupito, ne sono uscito entusiasta, come non mi succedeva da tempo. E con la voglia di tornare a vederlo. Perché non ci sono le cose più note, non c’è la storiella del nome Nessuno, non c’è l’inganno del letto d’ulivo (ma d’altra parte Odisseo e Penelope hanno già deciso che quello non sarà più il loro letto), Odisseo non è il furbastro che la fa franca in tutte le occasioni con un colpo d’ingegno.

Christopher Nolan ci racconta un Odisseo completamente diverso. E stavolta sì, questo è finalmente anche il “mio” Odisseo. Il regista inglese cambia completamente la prospettiva. Odisseo è consapevole che la guerra è scoppiata perché Agamennone vuole permettere alle città greche di commerciare liberamente lungo le rotte che portano al Ponto Eusino, senza sottostare alla città che controlla lo stretto, e che quindi la storia di Elena è solo un pretesto. Ma non si finge pazzo, parte per una guerra che sa che sarà lunga e da cui potrebbe non tornare. Dopo dieci anni di quel terribile conflitto, quando ormai i Greci non ne possono più tremati e stanno per essere sconfitti – perché per loro tornare vuol dire perdere – propone uno stratagemma e fa vincere la guerra ad Agammennone e ai Greci. Perché non basta una scintillante e paurosa armatura per vincere una guerra, serve anche l’intelligenza.

Ma per lui quella notte cambia tutto. Ha visto cosa è successo ad Hiroshima e sa che è colpa sua, solo sua. Gli ci vorranno dieci anni per capire quello che ha commesso, ma non per guarire. Anzi Odisseo ci mette dieci anni, che in quest’ottica è anche un tempo relativamente breve – altri ce ne mettono anche di più – per capire che non guarirà mai, che quella ferita lacerante se la porterà sempre dietro, che i sogni continueranno, che la testa del Palladio continuerà a rotolare così come quella della giovane sacerdotessa, ogni volta che chiuderà gli occhi.

Certo lui ha avuto fortuna, ha trovato un’eccellente psicoanalista, che ha saputo alternare farmaci e analisi, che gli ha permesso di affontare, ma mai sconfiggere, i suoi demoni. L’unica colpa di Calipso è stata quella di innamorarsi di un suo paziente, una cosa che a una terapeuta non dovrebbe mai succedere. Soprattutto Odisseo ha ritrovato una compagna che ha deciso, nonostante tutto, di farsi carico di questo fardello. Penelope, che potrebbe continuare a fare la regina, come ha fatto egregiamente per vent’anni, non ha colpe da espiare, ma ama talmente Odisseo da dividere con lui questo peso. Pochi di noi hanno questa fortuna.

L’Odisseo di Nolan è uno sconfitto e per questo per lui non c’è che l’esilio e sinceramente quella scena finale con la barca in rotta verso il tramonto rende perfino il “folle volo” una cosetta di poco conto, una chiusa che non sta all’altezza di questo colpo di genio.

Perché questo Odisseo è l’eroe di tutti noi sconfitti dalla vita, che abbiamo scelto l’esilio in un mondo che non ci piace, ma che abbiamo contribuito a creare così. È un poltico fallito, uno che ha creduto alla rivoluzione, uno che ha accettato troppi compromessi, tradendo alla fine gli ideali della propria giovinezza e l’eredità dei propri padri.

Quando Penelope arriva a capire che i tanto temuti “popoli del mare”, quelli che porteranno la distruzione, siamo noi, la regina Anne Hathaway, rompendo la quarta parete, si rivolge davvero a ciascuno di noi, a me, all’amico Luca Martini, a tanti che sentiamo questo peso. Non guariremo più, ci aspetta solo l’esilio.

Questo è quello che pensava Omero – anche ammettendo che sia esistito – rispetto a questo personaggio? Immagino di no, anzi sono sicuro di no, perché un po’ di greco antico l’ho masticato in gioventù. Ma Omero, come ciascuno di noi che ha l’ambizione di scrivere storie, sa bene che, una volta alzata la penna dal foglio – o dal papiro o dal pc, scegliete voi il supporto – il personaggio cessa di essere tuo e diventa del lettore e di chi vuole continuare a scriverne. E peraltro tutti noi siamo debitori a questo oscuro aedo che ha plasmato la letteratura occidentale, perché nell’Iliade e nell’Odissea ci sono già tutte le storie, che noi, senza vergogna, spacciamo come originali.

Nolan è stato bravo a creare il suo Odisseo e, da persona colta che ha letto tanto prima di fare questo film, lo ha fatto con classe, mantenendo una coerenza in tutto il racconto, togliendo quello che non serviva e aggiungendo quello che invece era utile alla sua storia, che – lo ripeterò fino alla nausea – non è quella di Omero, come non è quella di Dante o di Joyce o di tutti quelli che l’hanno raccontata e che la racconteranno in futuro, perché per fortuna ci saranno altri che avranno l’ambizione  di raccontare il “loro” Odisseo.

Sono talmente tanti i particolari convincenti che qui non posso dirli tutti, ma da vecchio grecista senza orecchio musicale, che con fatica ha imparato a scandire gli accenti degli esametri omerici, fatemi citare il colpo di genio dell’aedo rap che canta le gesta di Odisseo: anch’io ho cominciato a battere il piede con Eumeo e tutta la corte di Itaca.

Nolan ha tolto gli dei, una cosa che noi vecchi atei abbiamo particolarmente gradito, non c’è nulla di soprannaturale nel suo racconto, Atena non è la dea glaucopide di cui parla Omero, ma la coscienza di Odisseo, per quello ha il viso della sacerdotessa sacrificata (ma anche la piccola Ifigenia ha i tratti inconfodibili di Zendaya, non so se ottenuti con gli effetti speciali o ricercando una bambina con quegli splendidi lineamenti), le anime dei morti sono i suoi demoni, per quello non compaiono né Anticlea né Achille, e lui non scende nell’Ade, ma sono loro che salgono. Non so se Nolan ha mai letto le Città invisibili di Italo Calvino – secondo me sì – ma a me quei morti hanno ricordato il finale di quello splendido romanzo.

“L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme”.

Odisseo non ha neppure bisogno di Tiresia: sa già cosa il cieco indovino gli sta per rivelare. E soprattutto non è Poseidone che lo punisce, è sua, solo sua, la colpa di aver sganciato la bomba, è sua, solo sua, la colpa di aver tradito la rivoluzione. E questo ce lo porteremo dietro tutta la vita, qui nell’esilio.

lunedì 31 agosto 2026

Verba volant (848): etnia...

Etnia, sost. f.

Nell’Europa dei primi anni Trenta, quando è ancora viva la memoria della Grande Guerra e covano sotto la cenere le braci che ne faranno scoppiare di là a poco una ancora più drammatica, su un treno di lusso bloccato in una remota zona dei Balcani viene ucciso a colpi di coltello un misterioso uomo d’affari di orgine statunitensi. Le circostanze di quell’efferato delitto sono così singolari da mettere in difficoltà un ex ufficiale della polizia belga, divenuto dopo la guerra un celebre investigatore, che casulamente viaggia su quel treno. All’uomo appare evidente che il colpevole di quel delitto può essere solo uno degli altri passaggeri. Tra loro c’è un italiano, divenuto cittadino statunitense, che lavora come rappresentante della Ford.
Apparentemente non ha un motivo per aver compiuto il delitto, anche perché non ha mai visto la vittima prima di quel viaggio, ma per il direttore della compagnia deve essere lui il colpevole: “He is an Italian, and Italians use the knife!”, afferma perentoriamente dopo che l’hanno interrogato. Né il celebre investigatore né il medico di origine greche che partecipa alle indagini obiettano su questo punto.
L’investigatore non crede sia stato lui, ma il suo giudizio non è poi molto diverso da quello dell’amico francese. Anche se l’arma del delitto è evidentemente un coltello, non gli sembra un “delitto latino”, ma un assassinio figlio di una mente “fredda, decisa e piena di risorse”, decisamente “anglosassone”.
Credo che ormai anche voi sappiate che l’assassino non è il ciarliero Antonio Foscarelli. Anche se non è del tutto innocente, non è comunque lui che ha architettato quel complesso delitto. Ha ragione Hercule Poirot: non può essere un focoso italiano a orchestrare quella vendetta, ma una donna non solo assolutamente wasp, ma anche “la più famosa attrice tragica americana del suo tempo”.
Peraltro nel 1935 i primi lettori italiani del celebre romanzo di Agatha Christie non si rendono conto di tutto questo. Perché il traduttore Alfredo Pitta, ben sapendo cosa poteva e non poteva scrivere per evitare la censura fascista, cambia i nomi e le nazionalità di alcuni personaggi, in particolare quelli di orgine italiana: il “cattivo” Cassetti diventa l’irlandese O’Hara e il povero Foscarelli il brasiliano Pereira e taglia pesantemente il dialogo di stampo lombrosiano che ho sopra citato tra Poirot e Bouc sulle caratteristiche criminali dei diversi popoli.
Solo nel ’70 Mondadori ripubblica il romanzo, sempre nella traduzone di Pitta, ma con i nomi “veri”, anche se rimane un errore. A un certo punto si fa riferimento come occupante dell’ultimo scompartimento a un fantomatico brasiliano, che non si capisce davvero da dove spunti. Poi nel 1974 esce il celebre film diretto da Sidney Lumet e il grande caratterista inglese Denis Quilley è un credibile Gino (cambia solo il nome) Foscarelli e su di lui “pesano” i pregiudizi di Bouc. Nel film di Kenneth Branagh il personaggio diventa il latino-americano Biniamino Marquez, perché evidentemente per il pubblico del 2010 sono loro che risolvono le cose con il coltello.
Solo nel 1987 Mondadori affida a Lidia Zazo di ritradurre il romanzo e non solo i personaggi prendono i loro nomi originali, ma finalmente i lettori italiani possono entrare nei pregiudizi europei degli anni Trenta, quando “l’uso di coltelli è solo di certe etnie”, come dice il sindaco di La Spezia, pardon il direttore della compagnia dell’Orient Express.

domenica 18 gennaio 2026

Storie (XXXIV). "La casa di Miss Lina"

Jean si è stancata di vivere in quel motel e consulta le pagine degli annunci in cerca di qualcuno che affitti una stanza a un prezzo decente. "Troppo caro, troppo caro, troppo lontano dagli studi". Jean vuole fare l’attrice: alla mattina fa la cameriera in una tavola calda sul Sunset e il pomeriggio è in giro per audizioni. "Troppo caro. Troppo caro". Un’ennesima ricerca a vuoto. Poi l’occhio si ferma su un annuncio che sembra perfetto: il prezzo è ottimo e quella casa è davvero poco distante dal diner dove lavora. C’è una sola condizione richiesta dalla proprietaria, che si firma Miss Lina: "niente gente del cinema".

Jean, con in mano il giornale, arriva davanti a quella piccola palazzina di Kings Road. È una delle più vecchie di quella strada, un residuo della Hollywood degli anni ruggenti, in mezzo alle nuove villette costruite negli anni Cinquanta. Da fuori appare curata. Una vecchia cameriera le apre la porta, le fa segno di accomodarsi. Jean capisce che è muta e indica l’annuncio. La donna scuote la testa e fa segno di sedersi. Poi sale rapidamente le scale. Jean siede nell’elegante salotto, i mobili sono antiquati, un po’ troppo ornati per i suoi gusti.
Finalmente, dopo un buon quarto d’ora, appare Miss Lina, fasciata in una lunga vestaglia di seta e in testa uno di quei turbanti che Jean ha visto solo nei vecchi film. La voce è flebile.
“Buongiorno signorina. So che è qui per l’annuncio”.
“Sì, sto cercando una camera”.
“Da dove viene?”.
“Chicago”.
“E come mai è qui a Hollywood? Ha un bel visino. Vuole fare l’attrice?”.
“No. Lavoro in un diner qui sul Sunset. Sono venuta con il mio fidanzato, che però mi ha lasciato per un’attricetta. Ho deciso di rimanere, perché comunque non ho più nessuno a Chicago”.
Jean si è preparata per bene quella storia, che peraltro non è del tutto falsa. Effettivamente i suoi genitori a Chicago sono entrambi morti e il ragazzo con cui è venuta ad Hollywood l’ha lasciata per una che lavora nel reparto sartoria della Metro. Semplicemente ha omesso e aggiunto quello che pensa possa far colpo su Miss Lina. E ha visto giusto.
“Mi dispiace, ma d’altra parte da quelli del cinema vengono solo guai. Per quello io non li voglio come affittuari”.

La camera è bella e l’affitto richiesto da Miss Lina è davvero onesto. Le due donne si accordano rapidamente, anche perché la vecchia signora non richiede neppure una garanzia: dal lunedì successivo la ragazza può andare a vivere lì.
Jean è rimasta molto colpita da Miss Lina. Certo è una donna anziana, ma la ragazza non riesce a darle un’età precisa. I lineamenti sono molto belli e gli occhi vivissimi. Jean ha notato che alcune rughe sono disegnate. Miss Lina si è truccata per apparire più vecchia e più brutta di quanto effettivamente sia: una cosa davvero insolita per Hollywood, dove tutti fingono di essere più giovani di quello che sono. Anche i suoi movimenti sono volutamente lenti, quando pensa di non essere vista, Jean ha notato che la donna si muove più velocemente.
Jean è contenta di quella sistemazione. Certo non avrebbe messo nella sua camera quelle tende di pizzo o quel ricercato tappeto, e non avrebbe riempito la mensola del camino con tutti quei ninnoli, ma non può proprio lamentarsi. Per ora lei è la sola pensionante di Miss Lina. L’altra camera è ancora libera, l’affittuario precedente è stato cacciato quando la signora ha scoperto che non era un commesso viaggiatore, ma un press agent della Paramount.
Jean nota che che Miss Lina non sembra mai uscire di casa. Mentre le camere che affitta sono al piano terra, lei vive al primo piano e Jean nel primo mese non l’ha più vista. La sente camminare e a volte chiacchierare con il suo gatto, un siamese che invece spesso scende a controllare le stanze di sotto. Alla fine del primo mese le lascia la cifra pattuita sul tavolino dell’ingresso e poco dopo trova al suo posto una ricevuta firmata solo Miss Lina. Non ha mai visto posta indirizzata a Miss Lina e ovviamente è impossibile chiedere informazioni alla cameriera. In un mese non sa ancora come si chiama la proprietaria di casa.

Jean non ha tempo per pensare a quel mistero. Finalmente ottiene una piccola parte, davvero molto piccola, ma almeno ha una battuta, in "Man of La Mancha". Le sembra di sognare: quel giorno è a pranzo a fianco di Sophia Loren e Peter O’Toole le ha versato il caffé.
Gino Conforti è quello che la mette più a suo agio: è di Chicago anche lui e considera suo dovere far ridere quella ragazza al debutto: “Sai Jean, io ero il Barbiere anche a Broadway, evidentemente è una parte che solo un italiano di Chicago può fare. E non temere la vecchia Rosalie, non è cattiva, è solo inglese”.
Finite le riprese, Gino offre un passaggio a Rosalie Crutchley e a Jean: “Dai ragazze, vi porto a casa”. Jean chiede di essere portata fino al diner. Rosalie le chiede: “Abiti qui?”. Jean non ha il coraggio di dire ai suoi colleghi che la sua padrona di casa non apprezza molto quelli del cinema. Gino insiste: “Non ti preoccupare. Ti portiamo fino a casa”.
L’auto volta per Kings Road e Jean indica la casa. “Tu abiti in quella villetta?”. Gino interroga stupito la ragazza. “Sì, la proprietaria mi ha affitato una stanza”.
“E sai chi è?”.
“A dire la verità, io la conosco solo come Miss Lina”.
“Ragazza mia, tu vivi sotto lo stesso tetto di Lina Lamont”.
Rosalie interviere: “Quella Lina Lamont?”.
“La sola e l’unica - continua Gino - nessuno l’ha più vista dopo quella sera. Qualcuno ci dovrebbe fare un film sulla sua storia”.