sabato 9 aprile 2011
Considerazioni libere (220): a proposito di pane...
Per capire quello che sta succedendo in queste settimane in Egitto bisogna capire cosa è successo in questi cinquant'anni in cui si è passati dall'autosufficienza alimentare a una pericolosa e costosa dipendenza dall'estero. Il regime egiziano, così come quelli degli altri paesi mediorientali, ha garantito il pane alla propria popolazione, attraverso un largo utilizzo di sussidi alimentari, assicurandosi il tal modo il favore popolare e quindi la stabilità del regime. Sadat, alla fine degli Settanta, tentò di ridurre i sussidi, ma questo provocò la cosiddetta "intifada del pane" del '77. Dopo il suo assassinio nell'81, il suo successore Mubarak riprese senza esitazioni la politica dei sussidi, sia utilizzando le risorse legate alle esportazioni di petrolio sia gli aiuti statunitensi. Attravreso il programma Food for peace, gestito dall'Agenzia per lo sviluppo internazionale, l'Egitto ha ricevuto dagli Stati Uniti 4,6 miliardi di dollari tra prestiti e sovvenzioni varie. Questa politica di sussidi ha garantito a Mubarak di rimanere al potere per quasi trent'anni, ma si è alla fine rivelata fatale non solo per lui - del che può interessare poco - e per l'intero Egitto. Infatti gli aiuti stranieri e il basso prezzo dei cereali sui mercati internazionali negli anni Ottanta e Novanta hanno spinto il governo egiziano a non investire nell'agricoltura e quindi si è innescato quel meccanismo che ha portato alle rivolte di queste settimane.
L'equilibrio è saltato quando è cominciato ad aumentare il prezzo del grano. Da un lato il governo egiziano ha continuato la sua politica di sussidi, vendendo la farina ai fornai a un prezzo bloccato; ma, dal momento che il prezzo della farina stava crescendo sul mercato internazionale, i fornai hanno trovato più conveniente vendere la farina al mercato nero, ricavandone anche cinque volte di più rispetto ai normali prezzi di vendita calmierati; questa crescita del mercato nero è stata possibile grazie alla connivenza delle autorità locali, in una spirale perversa di corruzione, in cui i soli a rimetterci gli egiziani poveri, ossia la grande massa dei consumatori. In Egitto, come anche in Tunisia, è aumentato il Pil, ma c'è stato un netto calo degli standard di vita in tutte le fasce della popolazione, escluso il 20% più ricco: è aumentato il divario tra i ricchi e i poveri e il 40% della popolazione egiziana è arrivata a vivere con meno di due dollari al giorno.
C'è un altro aspetto interessante di questa vicenda, in cui la politica si intreccia strettamente con le scelte economiche. La maggior causa dell'aumento del prezzo del grano a livello internazionale è l'aumento del prezzo del petrolio. In un'agricoltura sempre più meccanizzate e sempre più dipendente dall'uso di fertilizzanti e pesticidi realizzati sinteticamente, è sempre più necessario il petrolio. Il carburante è necessario per far funzionare i macchinari, per garantire il funzionamento dei sistemi di irrigazione, per trasportare i raccolti, per realizzare i prodotti chimici, in cui il petrolio viene usato sia come materia prima sia per alimentare un ciclo produttivo che ha bisogno di moltissima energia. Tra la metà del 2007 e la metà del 2008 il prezzo del greggio è aumentato dell'87%, passando da 75 a 140 dollari al barile; nello stesso periodo sono aumentati i prezzi dei generi alimentari, da 160 a 225 dollari, secondo gli indici predisposti dalla Fao. Inoltre si è scoperto che i cereali possono essere utilizzati per la produzione di carburante e questo ha rivoluzionato il campo agricolo: negli ultimi sei anni l'aumento della produzione mondiale di mais è stato assorbito per due terzi dall'industria per la produzione di biocarburanti, lasciando una quantità inferiore alla disponibilità per soddisfare la domanda mondiale di cibo, che nel frattempo è aumentata con l'aumentare della popolazione. La Banca mondiale ha calcolato che ogni volta che il petrolio supera i 50 dollari al barile, un aumento dell'1% si traduce in un aumento dello 0,9% del prezzo del mais, perché aumenta il margine di profitto dell'etanolo e quindi la richiesta di mais. Naturalmente i proventi del petrolio hanno contribuito non alla crescita economica dei paesi produttori, ma all'arricchimento delle élites legate ai vari dittatori e alle loro famiglie. C'è una spirale perversa che in qualche modo bisogna trovare il modo di spezzare: le rivolte di queste settimane, legate in gran parte alle proteste per i rincari dei generi alimentari, stanno provocando un aumento del prezzo del petrolio, che conseguentemente provocherà un aumento dei prezzi dei generi alimentari di prima necessità, a partire dal pane.
Questa analisi - che ho ricavato da due interessanti articoli tradotti nel nr. 891 di Internazionale, uno di Annia Ciezadio e uno di Michael T. Klare, pubblicati rispettivamente su Foreign Affairs e su The Nation - può sembrare a prima vista troppo tecnica. Eppure se ne possono ricavare alcune indicazioni immediate, su cui i governi occidentali - e naturalmente le forze di sinistra, che siano al governo o all'opposizione - dovrebbero riflettere.
E' chiaro che la politica dei sussidi e degli aiuti deve essere immediatamente fermata, tanto più la dove serve a mantenere al potere dittatori corrotti. Occorre lavorare per far riprendere l'agricoltura nei paesi in via di sviluppo. I paesi del G8 si erano impegnati a devolvere 20 miliardi di dollari in tre anni a favore di questo settore; le somme effettivamente spese sono meno di un ventesimo e si è fatto poco per aumentare davvero la produzione agricola mondiale. Poi occorre ridurre drasticamente il prezzo del petrolio e questo è possibile soltanto riducendone il consumo. Sono cose certamente più semplici a dirsi che a farsi, ma bisogna pur cominciare, se si vuole offrire una qualche prospettiva a quei giovani che altrimenti non potranno far altro che cercare di arrivare in qualche modo da noi.
giovedì 7 aprile 2011
"Desaparecidos" di Mario Benedetti

Stanno da qualche parte / concordi
non concordi / sordi
cercandosi / cercandoci
assediati dai segni e dai dubbi
contemplando i cancelli delle piazze
i campanelli delle porte / le vecchie terrazze
mettendo in ordine i loro sogni / le loro dimenticanze
forse convalescenti della loro morte privata
nessuno gli ha spiegato con certezza
se sono passati o no
se sono striscioni o tremiti
sopravvissuti o rimproveri
vedono passare alberi ed uccelli
e ignorano a quale ombra appartengono
quando cominciarono a scomparire
tre/cinque/sette cerimonie fa
a scomparire come senza sangue
come senza volto e senza causa
videro dalla finestra della loro assenza
quello che restava indietro / questa impalcatura
di abbracci cielo e fumo
quando cominciarono a scomparire
come oasi nei miraggi
a scomparire senza un’ultima parola
tenevano fra le mani i frammenti
delle cose che amavano
stanno da qualche parte / nuvola o tomba
stanno da qualche parte / sono sicuro
là nel sud dell’anima
è possibile che abbiano smarrito la bussola
e ora vagano chiedendo chiedendo
dove diavolo è rimasto il buon amore
perché vengono dall’odio
mercoledì 6 aprile 2011
Considerazioni libere (219): a proposito delle opportunità della "primavera araba"...
In questa strana afasia ci sono pro e contro. Non è bene tacere sulla questione: i problemi non si risolvono eludendoli, mai. I cittadini israeliani continuano a vivere in un permanente stato d'assedio, in un "ghetto" che loro stessi hanno contribuito a costruire, minacciati da nemici che negano il loro diritto di abitare quelle terre; i cittadini palestinesi continuano a vivere in una sostanziale condizione di minorità politica, aggravata da una crisi economica sempre più dura. I morti non sono meno morti quando non se ne parla e in quella terra così ricca di storia e di memorie si continua a morire, per la guerra e per la miseria.
C'è però anche un aspetto positivo, che voglio provare a sottolineare. Finora si è detto, durante ogni crisi mediorientale, che la soluzione di ogni determinato e specifico problema doveva passare attraverso la soluzione del conflitto tra israeliani e palestinesi. E' un fenomeno che in Italia conosciamo fin troppo bene: il "benaltrismo", una delle grandi scuse per fare mai nulla, per non cominciare nemmeno, visto che son ben altri i problemi. In questo modo la questione palestinese è stata il grande alibi, la giustificazione perfetta, per tutti quelli che hanno voluto mantenere lo status quo. Per gli Stati Uniti Mubarak era un alleato prezioso, perché garantiva la pace o almeno pareva garantire la radicalizzazione del conflitto; e allo stesso modo Assad era un un alleato prezioso dei sovietici. Dall'altro lato riconoscere una tale importanza alla questione israelo-palestinese - lo abbiamo fatto anche noi della sinistra, molte volte - ha dato un potere enorme ai radicali e agli estremisti di entrambi i fronti: ciascuno di questi poteva legittimamente sentirsi ancora più importante, visto che il resto del mondo credeva che dalle sue decisioni passasse il destino dell'intero scacchiere mediorientale.
Oggettivamente in queste settimane questo circolo vizioso si è spezzato. I giovani protagonisti della "primavera araba" hanno manifestato contro i loro regimi, senza lanciare slogan contro Israele; nelle piazze di Tunisi, del Cairo e di Bengasi non sono state bruciate le bandiere con la stella a sei punte, come troppe volte è accaduto nel passato. Naturalmente questo non basta. I nuovi governi che nasceranno nei paesi arabi dovranno avere tra i loro obiettivi il riconoscimento dello stato di Israele e la nascita del nuovo stato della Palestina. Per troppo tempo i governi arabi hanno sfruttato a fini propagandistici la sorte del popolo palestinese, senza fare nulla di concreto per risolvere i loro problemi.
E c'è una sfida ancora più ardua, ma a questo punto è lecito sperare: questa sfida riguarda direttamente i giovani israeliani e palestinesi. C'è un problema di democrazia in Israele, perché il governo è da troppo tempo in mano a una classe politica incapace di pensare in modo veramente nuovo alla pace e al destino dell'intera regione, perché gli arabi israeliani non godono dei più elementari diritti politici, perché le forme di dissenso sono bandite, perché l'esercito si comporta come una forza di occupazione in territori occupati, trattati come colonie; c'è un problema di democrazia in Cisgiordania, perché la classe dirigente che ha preso l'eredità di Arafat non ha il carisma per imporre la fine della guerra, perché è più impegnata a mantenere il proprio potere, in cui ci sono grandi sacche di corruzione piuttosto che pensare a una soluzione stabile per la regione; non c'è democrazia a Gaza dove Hamas ha imposto, con la complicità di fatto di Israele, un regime in cui non è permesso di disubbidire. Per cambiare il governo in Israele bastano le elezioni, ma serve anche un movimento popolare profondo, che isoli le frange più radicali del paese; per cambiare in Palestina servono le piazze e una grande rivoluzione, che cominci a pensare al popolo palestinese come un soggetto capace di essere protagonista del proprio destino.
Anche in Israele e in Palestina può soffiare il vento della primavera.
lunedì 4 aprile 2011
Giacomo Matteotti interviene alla Camera il 30 maggio 1924
Roma, Camera dei deputati, 30 maggio 1924. E' l'ultimo intervento che Giacomo Matteotti farà alla Camera; sarà ucciso da sicari fascisti il 10 giugno di quello stesso anno.Presidente. Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà.
Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)
Dario Lupi. È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (Interruzioni).
Voci al centro: "Ed anche più!"
Giacomo Matteotti. ... cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al centro)
Maurizio Maraviglia. In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!
Giacomo Matteotti. Noi contestiamo....
Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi!
Giacomo Matteotti. Certo sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)
Voci a destra: "Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!" (Applausi alla destra e al centro).
Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito...
Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani!
Giacomo Matteotti. ... se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)
Una voce a destra: "E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?"
Roberto Farinacci. Potevate fare la rivoluzione!
Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi!
Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la milizia")
Voci a destra: "Vi scotta la milizia!"
Giacomo Matteotti. ... esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati)
Voci: "Basta! Basta!"
Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)
Voci: a destra: "E le guardie rosse?"
Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare... (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni, rumori)
Roberto Farinacci. Erano i balilla!
Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)
Voce al centro: "Hanno votato i disertori per voi!"
Enrico Gonzales. Spirito denaturato e rettificato!
Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)
Voci: a destra: "Perché avete paura! Perché scappate!"
Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori)
Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento.
Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori)
Maurizio Maraviglia. Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Giacomo Matteotti. Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)
Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: "Non è vero, non è vero."
Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata... (Rumori)
Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere!
Emilio Lussu. È la verità, è la verità!...
Giacomo Matteotti. A Melfi... (Rumori vivissimi - Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)
Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti.
Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati
Voci: "Perché erano falsi."
Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!
Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
Giacomo Matteotti. Ci sono.
Una voce dal banco delle commissioni: "No, non ci sono, li inventa lei."
Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Attilio Teruzzi. Che non esistono!
Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)
Voci: a destra: "Lo provi."
Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce al banco della giunta: "Dove furono impedite?"
Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia... devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce:"Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni!" (Rumori)
Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: "Non è vero! non è vero!"
Aldo Finzi. Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)
Aldo Finzi. Non è così!
Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)
Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità.
Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)
Una voce:" Non è vero, non fu impedito niente." (Rumori)
Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)
Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.
Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito...
Voci: "Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!"
Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori)
Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola, e che fu impedita... (Oh, oh! - Rumori)
Voci: a destra: "Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!"
Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità!
Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città...
Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati!
Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci: a destra: "Per paura! Per paura!" (Rumori - Commenti)
Roberto Farinacci. Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)
Voci: a destra: "L’avete studiato bene!"
Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi!
Presidente. Onorevole Pedrazzi!
Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voci: a destra: "Avevano paura!"
Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)
Una voce: "Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato"
Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)
Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti!
Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati)
Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...
Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)
Antonio Casertano. Chiedo di parlare.
Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!...
Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!
Presidente. Parli, parli.
Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni)
Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare!
Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti)
Una voce: "Erano disoccupati!"
Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.
Voci a destra: "E quando li boicottate voi?"
Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)
Voci: "E Berta? Berta!"
Giacomo Matteotti. ... conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni... (Vivissimi rumori al centro e a destra)
Una voce, a destra: "Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!"
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!
Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Aldo Finzi. Lo provi.
Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori...
Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?
Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)
Voci: "No! No!"
Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)
Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori - Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)
Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti - Rumori)
Voci: "Vada in Russia!"
Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno... (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voci a destra: "Accettiamo" (Vivi applausi a destra e al centro)
Giacomo Matteotti. [...] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra - Vivi rumori)
domenica 3 aprile 2011
da "Centuria" di Giorgio Manganelli
CinquantadueIl drago, ovviamente, è stato ucciso dal cavaliere. Solo un cavaliere può uccidere un drago - ad esempio, non un militare di carriera, né un campione sportivo. Ci sono cavalieri che si vantano di aver ucciso più draghi: mentono. Non è nel disegno del mondo consentire l'uccisione di più di un drago ad un cavaliere; e a molti anche questo è negato; taluno, anzi, viene dal drago abbattuto, prima che questi cada sotto i colpi di altro, predestinato cavaliere. Il drago giace trafitto, dissanguato e tuttavia esangue, in mezzo a bisce, rane, conchiglie; codesti animali non mostrano la parentela del drago, ma al contrario la sua estraneità. Infatti, il punto che non deve sfuggire è che il drago è eterogeneo rispetto al luogo della propria morte, rispetto agli animali, al cielo, e soprattutto rispetto al cavaliere. Dei draghi non si molto, ma in genere i cavalieri ignorano anche il poco che se ne conosce. Che esistano regioni in cui i draghi dimorano, regioni lontane e forse tecnicamente inaccessibili, molti credono, e pare verosimile. Da quelle regioni si allontanano; viaggiano sempre soli: nessuno ha mai saputo di una coppia di draghi, una famiglia, due draghi amici. Il drago si dirige verso il luogo della propria uccisione. Che si sappia, questo è il modo di morire consentito ai draghi. Il drago si dirige verso le mura della città, in cui tuttavia non penetra mai; non ha interesse per i villani, ma cerca cavalieri, giacché solo da uno di questi otterrà morte. Talora il drago si apparta in una grotta, se ne fa ricetto, accumula sassi sulla soglia. Il drago emette dalla bocca fuoco: che tiene luogo di favella. Egli ha verosimilmente molte cose da dire, ma la lunga solitudine l'ha reso disavvezzo, e l'intima fatica esce in lingue di fiamma. Colpisce, in tutta la vicenda del cavaliere e del drago, la assoluta inintelligenza del cavaliere nei confronti del drago. Non ne avverte le distanze, la solitudine, la grandezza immane e deforme, né decifra i segni del fuoco. Ignora le fatiche che il drago ha voluto affrontare per giungere puntuale ad un terribile appuntamento. Il cavaliere ignora di essere egli stesso giunto ad un appuntamento. Se, fermo sul suo bel cavallo, poggiasse la lancia al suolo, reggendola pianamente, senza ira e paura, il drago, vedendo delusa la sua brama di morte, forse inizierebbe il colloquio.
sabato 2 aprile 2011
"Uomo che guarda al cielo" di Mario Benedetti

Mentre passa la stella cadente
raccolgo in questo desiderio istantaneo
cumuli di desideri profondi e prioritari
per esempio che il dolore non mi spenga la rabbia,
che l’allegria non smonti l’amore mio,
che gli assassini del popolo trangugino
i loro molari canini e incisivi
e si mordano giudiziosamente il fegato
che le sbarre delle celle
diventino di zucchero o si pieghino di pietà,
e i miei fratelli possano fare di nuovo
l’amore e la rivoluzione
che quando affronteremo l’implacabile specchio
non malediciamo né ci malediciamo
che i giusti vadano avanti,
anche se sono imperfetti e feriti
che vadano avanti caparbi come castori,
solidali come api, agguerriti come giaguari
e impugnino tutti i loro no
per insediare la grande affermazione
che la morte perda la sua schifosa puntualità
che quando il cuore uscirà dal petto
possa trovare la via del ritorno
che la morte perda la sua schifosa
e brutale puntualità,
ma se arriva puntuale, che non ci colga
morti di vergogna
che l’aria torni ad essere respirabile e di tutti
e che tu ragazzina
resti allegra e addolorata,
mettendo nei tuoi occhi l’anima
e inoltre la tua mano nella mia mano,
e nient’altro
perché ormai il cielo è di nuovo torvo
e senza stelle
con elicottero e senza dio.
venerdì 1 aprile 2011
Considerazioni libere (218): a proposito di profughi e dei loro diritti...
Avere rispetto per queste persone e per le sofferenze che stanno incontrando significa anche affrontare il tema con parole chiare, senza infingimenti e tatticismi. Prima di tutto chi fugge la miseria, la fame, le malattie, ha gli stessi diritti di chi fugge da un paese in guerra o da una dittatura: non si può chiamare il secondo rifugiato e il primo clandestino. Tutti hanno gli stessi diritti. Nessuno può essere lasciato in mare o può essere respinto senza averne stabilito nome e nazionalità. Nessuno deve morire in mare e a nessuno possono essere rifiutati il primo soccorso e le cure mediche. Tutti devono essere nutriti e dissetati. Francamente sotto questa soglia credo non sia eticamente possibile scendere.
Poi c'è un passo in più: tutte queste persone devono godere dello stesso rispetto. Rispetto significa prima di tutto non usare più quei disperati a propri fini, in politica estera o interna. La decisione del governo francese di chiudere le proprie frontiere e la ritorsione italiana di allestire un campo a Ventimiglia rispondono evidentemente a piccole velleità di potenza di sapore ottocentesco, che risultano ridicole di fronte all'enormità del movimento storico a cui stiamo assistendo. Allo stesso modo temo che il ritardo con cui il governo italiano ha affrontato l'emergenza di Lampedusa non sia frutto soltanto della cronica inefficienza italica, ma sia stato il tentativo, peraltro maldestro, di drammatizzare la situazione a fini elettorali. Il rispetto infine si misura anche nelle parole. Un clandestino è qualcuno che arriva di nascosto, con l'inganno, mentre i disperati della Tunisia, della Libia, dell'intera Africa arrivano alla luce del sole, affinché tutto il mondo li possa vedere. Chiamare i campi profughi "campi concentrazionali" è un eufemismo che offende l'intelligenza dei profughi, che sanno benissimo di essere tali, e dei cittadini, ma soprattutto offende la memoria dei popoli che hanno conosciuto i campi di concentramento. Infine spero che la violenza delle parole di Bossi abbia fatto capire agli apprendisti stregoni del Pd che il leader leghista non può essere un interlocutore della sinistra: troppo distanti sono i valori.
Naturalmente, anche mentre si gestisce - bene o male - l'emergenza, bisogna saper guardare oltre. E anche in questo bisogna essere chiari. L'Italia è un paese che invecchia sempre più rapidamente e che quindi ha bisogno di energie giovani, ma è anche un paese con una struttura economica e sociale molto fragile: i cittadini stranieri sono una risorsa, ma è possibile accogliere stabilmente solo una parte di quelli che arrivano. Riporto alcune parole di grande saggezza di Enzo Bianchi, il priore della comunità monastica di Bose.
Siamo consapevoli che quasi mai il pane va verso i poveri e quasi sempre i poveri vanno verso il pane, così come siamo sempre più coscienti della radicale uguaglianza di tutti gli esseri umani di fronte a Dio e dell'universalità dei loro diritti, ma questo non significa praticare un'accoglienza passiva, acritica e illimitata degli immigrati. [...] Occorre riconoscere che esistono dei limiti nell'accoglienza: non i limiti dettati dall'egoismo di chi si asserraglia nel proprio benessere e chiude gli occhi e il cuore davanti al proprio simile che soffre, ma i limiti imposti da una reale capacità di fare spazio agli altri, limiti oggettivi, magari dilatabili con un serio impegno e una precisa volontà, ma pur sempre limiti.
Nei prossimi anni ci toccherà fare delle scelte, ma queste scelte saranno giustificate e giustificabili agli occhi di chi le subirà e all'esame della nostra coscienza, soltanto se avremo fatto in modo, come ho scritto concludendo la "considerazione" di ieri, che la situazione in Africa tra vent'anni sia diversa da quella di oggi. Tra l'altro, tra vent'anni non sarà più un problema etico, di quello che ci dice la nostra coscienza, ma quell'onda di disperazione ci travolgerà.
p.s.
per non perderne la memoria, metto il link al bellissimo articolo che Adriano Sofri ha scritto per la Repubblica del 2 aprile...
giovedì 31 marzo 2011
Considerazioni libere (217): a proposito del mondo che cambia...
Non è insolito che un poeta riesca a capire meglio di altri - anche meglio dei filosofi, che dovrebbero capire, per definizione - quello che succede nel mondo. Guardando le immagini dei telegiornali, a cui - per nostra igiene mentale - dovremmo cominciare a togliere l'audio, mi sono venuti in mente due versi della canzone La storia di Francesco De Gregori
Quelli che hanno letto milioni di libri
e quelli che non sanno nemmeno parlare,
ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.
Ci sono momenti in cui davvero la storia mette i brividi. L'ho già scritto in altre "considerazioni", ma voglio ribadirlo ancora una volta: io ho sentito questi brividi della storia nell'89. Forse non è inutile ricordare che anche allora, pur se tutti i governi occidentali nelle dichiarazioni ufficiali enfatizzavano l'eccezionalità di quegli eventi, non pochi, nelle segrete stanze, erano preoccupati per un rivolgimento i cui esiti non erano prevedibili. Né Margaret Thatcher né François Mitterand, che pure incarnavano politicamente ed ideologicamente modelli ben diversi, erano ugualmente preoccupati della riunificazione tedesca. Gran Bretagna e Francia fecero allora la parte in commedia svolta nell'attuale frangente dalla Germania di Angela Merkel. La riunificazione tedesca, ossia l'evento più importante e significativo della storia europea della fine del secolo scorso, è figlia prima di tutto dello slancio, dell'entusiasmo, - direi perfino dell'incoscienza - dei tedeschi, un popolo che siamo più abituati a pensare come pragmatico e attento ai propri interessi (non è un caso che Realpolitik sia una delle poche parole tedesche entrate nel lessico delle altre lingue europee). Ora la Germania è una sola appunto per la passione dei tedeschi guidati da Helmut Kohl e per l'appoggio convinto e senza tentennamenti di George Bush padre (se è vero che le colpe dei padri non devono ricadere sui figli, deve valere anche il contrario, per riabilitare quel saggio presidente, padre di un presidente molto meno saggio), non certo per il sostegno europeo.
Ai pessimisti, che dicono che dobbiamo fare attenzione agli esiti della cosiddetta "primavera araba", a quelli che pontificano sui rischi delle strade nuove, timorosi di abbandonare le vecchie e conosciute, voglio dire che certamente nell'89 avevamo in tanti molte speranze che sono andate deluse. Gli esiti sono stati molto diversi, da paese a paese: sono nate democrazie mature, come quelle polacca, quella ungherese, quella ceca, ma sono anche sorte dittature molto dure, come quella di Lukasenko in Bielorussia - personaggio molto stimato da Gheddafi e da Berlusconi, per dire - e regimi autoritari, come in Russia. Nell'89 ci aspettavamo che in ogni paese ci fosse un Havel, ma ci siamo ritrovati anche i Putin. Alcuni paesi si sono divisi in maniera consensuale, come la Repubblica ceca e la Slovacchia, mentre nei Balcani abbiamo assistito a conflitti sanguinosi, tra il cinismo e l'indifferenza dell'Europa. Srebrenica è una pagina buia della nostra storia, quanto la caduta del muro di Berlino è luminosa. Nonostante tutto, dopo vent'anni, osservando un cartina dell'Europa o guardando alla composizione del Parlamento europeo, credo che nessuno potrebbe rimpiangere l'ordine precedente all'89.
Allo stesso modo, anche in questo caso nonostante gli enormi problemi che ancora ci sono in America latina - e che io cerco di raccontare in questo blog - nessuno può rimpiangere l'ordine delle dittature militari sostenute dagli Stati Uniti. Ci sono regimi corrotti, ci sono i regimi autoritari di Chavez e dei Castro, ma in Brasile, in Argentina e in Cile ci sono democrazie ormai solide, che tra l'altro hanno portato alla presidenza in ciascuno di questi paesi delle donne, un traguardo che in diversi paesi europei siamo lontani dal raggiungere.
Anche i più entusiasti e i più utopisti di noi sanno che gli esiti delle rivolte di queste settimane non saranno uguali in tutti i paesi, sono troppo diverse le condizioni di partenza da stato a stato; in alcuni paesi è perfino azzardato parlare di stato in senso moderno. Ci saranno conflitti, nasceranno nuovi regimi autoritari, forse ci saranno anche dittature peggiori di quelle che sono state abbattute e di quelle che speriamo lo siano il prima possibile. Qualcosa però è successo e qualcosa succederà: nel 2011 ci saranno le elezioni politiche in 19 stati africani e il vento di libertà e di democrazia che soffia dal nord non potrà non avere conseguenze. Bisogna lavorare affinché tra 20 o 30 anni l'Africa non sia la stessa di oggi: è difficile, ma non impossibile.
E poi, se la politica smette di nutrirsi di sogni, ha perso parte del suo valore.
domenica 27 marzo 2011
da "Centuria" di Giorgio Manganelli
VentottoEccitato da un inconsueto e assurdo disegno di nuvole all'alba, l'Imperatore giunse in Cornovaglia; ma il viaggio era stato così laborioso, così tortuoso ed erroneo, che egli aveva un ricordo assai impreciso del luogo da cui era partito. Era partito con tre scudieri e un uomo di fatica; il primo scudiero era fuggito con una zingara, dopo una disperata discussione con l'Imperatore durante una notte fitta di fulmini; il secondo scudiero s'era innamorato della peste, e per nessun motivo volle abbandonare un villaggio devastato dalla moria; il terzo scudiero s'era arruolato nelle truppe dell'imperatore successivo, e aveva cercato di assassinarlo; l'Imperatore era stato costretto a considerarlo condannato a morte, e finse di eseguire la sentenza tagliandogli il collo con il dito mignolo; poi entrambi risero, e si salutarono. L'uomo di fatica rimase con l'Imperatore. Erano tutt'e due silenziosi, malinconici, consapevoli di perseguire un obiettivo non tanto improbabile quanto irrilevante, avevano idee metafisiche assai imprecise, e quando incontravano un tempio, una chiesa, un santuario, non entravano, giacché, per motivi diversi, erano certi di incontrarvi solo menzogna, equivoci, disinformazione. Quando furono arrivati in Cornovaglia, l'Imperatore non negò il suo disagio: non capiva la lingua, non sapeva che fare, le sue monete venivano esaminate con cura sospetta da villani diffidenti. Voleva scrivere a Palazzo, ma non ricordava l'indirizzo; un Imperatore è l'unico che può, o deve ignorare il proprio indirizzo. L'uomo di fatica non aveva problemi, stare con l'Imperatore disorientato era l'unico modo per conoscere l'orientamento. Col passare del tempo, la Cornovaglia si aperse al traffico dei mercanti e dei turisti: e un professore di storia di Samarcanda (Ohio) riconobbe il profilo dell'Imperatore, che ormai passava le sue giornate al pub, servito dal suo taciturno uomo di fatica. La voce che l'Imperatore era in Cornovaglia si diffuse rapidamente, e sebbene nessuno sapesse né che mai fosse un Imperatore né di quale parte del mondo, la cosa lusingò gli indigeni. La birra gli venne passata gratis. Il villaggio che lo ospitava inserì una sua moneta nello stemma. L'uomo di fatica ebbe un generico titolo nobiliare, e l'Imperatore, che ormai parla un poco la lingua del luogo, sposerà tra qualche giorno la bella figlia di un guerriero depresso, ora ha l'orologio e mangia pasticcio di mele; dicono che alle prossime elezioni sarà candidato liberale, e perderà con onore.
venerdì 25 marzo 2011
"Dio mio" di Juan Vicente Piqueras

E' un dio che non dorme
e si affaccia agli occhi
del prigioniero e della sua sentinella.
E' un dio che ci vede a occhi chiusi,
una palpebra d'aria, l'altra di acqua,
e non crede in noi.
E' un dio letterario
scritto giorno dopo giorno dalla sete,
la sconfitta e la voglia
di fuggire, inutilmente sempre,
dall'io e dalla sua spietata tirannia.
L'orizzonte, madre degli orfani,
dio dei miscredenti.
Considerazioni libere (216): a proposito di latte e di mercato...
La questione non è oziosa, visto che, nonostante la guerra in Libia, il tema rimane di attualità da qualche giorno. I più autorevoli commentatori economici hanno deprecato la debolezza degli imprenditori italiani, che non sono stati abbastanza energici e reattivi da impedire lo shopping francese. I politici, come sempre, sono andati a ruota, hanno cavalcato la notizia e hanno alzato i toni, un po' ancora infervorati dalle parole patriottarde del 17 marzo e soprattutto risentiti per il protagonismo di Sarkozy in Libia. Addirittura il ministro Tremonti ha presentato una legge che, chiuse ormai le stalle dopo l'emigrazione delle mucche - forzo un po' il proverbio, visto il merito della questione - dovrebbe impedire in futuro una cosa del genere, individuando alcuni settori, tra cui l'industria alimentare, in cui è più difficile intervenire per i capitali stranieri.
Mi pare che il mondo giri alla rovescia. Chi scrive gli articoli contro i francesi sono gli stessi autorevoli commentatori che negli ultimi vent'anni ci hanno spiegato, fino allo sfinimento, che il mercato è la soluzione di ogni problema, tanto più in Italia, dal momento che il nostro paese ha sofferto quasi cinquant'anni di regime comunista. Lo hanno ripetuto con una tale ossessione e una tale enfasi che hanno finito per convincere tutti, perfino gli eredi di quei presunti governanti comunisti; e infatti questi eredi, per emendare le colpe dei padri, sono diventati ultraliberisti, disdegnano di essere definisti perfino socialdemocratici e accettano le incontrastate virtù del mercato. Chi ha preparato la legge a difesa delle industrie italiane è lo stesso governo che propone di introdurre gli "spiriti animali" del capitalismo nella Costituzione, anche perché il presidente del consiglio è diventato l'uomo più ricco d'Italia godendo di un monopolio nelle comunicazioni televisive garantitegli dalla politica; è lo stesso governo che è stato per mesi senza un ministro per lo sviluppo economico e probabilmente è ancora senza, visto che il sedicente ministro deve fare dell'altro. Delle due l'una: o il mercato funziona e bisogna che non abbia intralci, quindi chi ha più risorse e più capacità le usa o servono dei meccanismi di regolazione. Finora abbiamo deciso che è vera la prima ipotesi.
Peraltro il caso Parmalat è una prova eclatante del fatto che il mercato non tutela né i lavoratori né i risparmiatori. Calisto Tanzi ha organizzato una grande truffa, con la complicità di banche, grandi investitori, politici, uomini di chiesa, quegli stessi autorevoli commentatori di cui sopra che si sperticavano di lodi per l'umanesimo cristiano del patron di Parmalat. Il caso Parmalat ha dimostrato - come la vicenda Eutelia-Phonemedia, come il recentissimo caso Aiazzone, come tantissimi altri, in cui gli unici a pagare sono stati dei poveri cristi - che il mercato non è la soluzione, spesso è il problema.
Francamente a questo punto, con queste regole, o meglio "non-regole", non so dire se sia meglio che Parmalat sia diventata francese o diventasse proprietà dei Ferrero. Non mi pare ci sia una grande differenza.
mercoledì 23 marzo 2011
da "Centuria" di Giorgio Manganelli
TrediciQuel signore che attraversa piazza Indipendenza e che regge tra le mani il capo che gli hanno appena mozzato, è un Martire della Fede. Il signore è vestito in modo dimesso, non ha giacca, e la camicia è sporca di sangue. Quella testa che tiene tra le mani lo imbarazza, non avrebbe mai pensato che fosse così ingombrante e pesante. Se ci riuscisse, e molti ci si provano, a dare un'occhiata all'espressione di quella testa tagliata, si scoprirebbero i segni di una viva perplessità. In realtà il signore, che verosimilmente sta dirigendosi alla fermata del Trentasei barrato, è estremamente confuso, non tanto per il trauma della decapitazione, quanto perché non gli sembra che gli spetti il titolo di Martire della Fede.
Nella sua infanzia prevaleva una religione, nella quale era stato allevato, che credeva in un Dio, in altri dèi specializzati, e in esseri invisibili, buoni e cattivi. C'erano dei peccati: niente uccidere, non insultare i gatti, non frodare gli orfani, non attaccare i francobolli capovolti, non fare oscillare la mano destra, niente cannibalismo. Era una religione vecchia, che aveva conosciuto giorni migliori, ma che col tempo era diventata tollerante. Tutto era perdonabile. Il Martire era cresciuto in quella religione distrattamente, pensando ad altro, e quando erano emersi dai cunicoli gli altri, ne aveva provato un limitato disagio. Ma per gli Altri era fondamentale precisare che Dio era giallo, che gli dèi minori erano ermafroditi, che le creature erano invisibili solo ai malvagi, ai predestinati alla condanna. Poi, peccati, diciamo, stravaganti: non accarezzare i cani, non batter moneta falsa, non mentire su nulla eccetto il sesso, sul quale mentire era obbligatorio. Si era forse occupato di sesso? No, davvero. Aveva accarezzato cani? In quel momento, il signore che era giunto alla fermata dell'autobus si accorse che sapeva di essere un Martire della Fede, ma non era certo di quale fede; infatti, da che erano stati cacciati nei cunicoli, anche i vecchi fedeli avevano peggiorato carattere. Per un istante restò in dubbio: poi capì che la sua incertezza era il suo prestigio, la sua tiepidezza la sua forza; e stava iniziando una nuova carriera quando, nel momento in cui saliva sull'autobus , la sua testa tagliata gli sfuggì di mano.
martedì 22 marzo 2011
"E se Dio fosse una donna?" di Mario Benedetti
E se Dio fosse una donna?si chiede Juan senza immutarsi,
guarda, guarda, se Dio fosse donna
è possibile che gnostici ed atei
ci diremmo no con la testa
e diremmo si con le viscere.
Forse ci avvicineremmo alla sua divina nudità
per baciare i suoi piedi non di bronzo,
il suo pube non di pietra,
le sue tette non di marmo,
le sue labbra non di gesso.
Se Dio fosse donna l’abbracceremmo
per strapparla dalla sua lontananza
e non ci sarebbe da giurare
fino a che la morte ci separi
giacché sarebbe immortale per antonomasia
e invece di trasmetterci Aids o panico
ci contagerebbe la sua immortalità.
Se Dio fosse donna non si installerebbe
lontana nel regno dei cieli,
ma ci aspetterebbe nel vestibolo dell’inferno,
con le sue braccia non chiuse,
la sua rosa non di plastica
e il suo amore non di angeli.
Ah, mio Dio, mio Dio
se per sempre e da sempre
fossi una donna
che bello scandalo sarebbe,
che felice, splendida, impossibile,
prodigiosa bestemmia.
lunedì 21 marzo 2011
Considerazioni libere (215): a proposito di una scelta non facile...
Ho letto con attenzione chi si è espresso contro la guerra. Prima di tutto ho letto, con partecipazione e con emozione, gli appelli di è contro la guerra "senza se e senza ma", ossia di quelle persone che con tenacia e perseveranza ci spiegano che la guerra è un male in sé e che quindi deve essere bandita dal discorso politico, evitata in qualunque circostanza. Queste parole fanno parte della mia storia, del mio bagaglio etico di uomo di sinistra, colpiscono il mio cuore e la mia anima - per usare espressioni che non mi sono usuali - ma nello stesso tempo non mi sembrano - o meglio non mi sembrano più - sufficienti a spiegare la complessità del mondo. Capisco che uomini come Gino Strada, che hanno visto e vedono ogni giorno gli orrori della guerra, spendano ogni loro energia per chiedere la pace: e per fortuna ci sono tante persone così. Il loro insegnamento deve essere ascoltato, eppure le loro parole non bastano per risolvere i conflitti, che ci sono e che continueranno a esserci.
Personalmente mi sono battuto, nel piccolo delle mie possibilità, contro la guerra in Iraq e provo a spiegare perché non ritengo quella posizione in contraddizione con quella che ho oggi. Ritenevo allora quel conflitto uno strumento inadeguato per risolvere la questione internazionale a cui avrebbe dovuto porre rimedio, almeno secondo Bush jr, Blair e i tanti loro epigoni, anche italiani; e pensavo che avrebbe causato più danni che benefici. E infatti il bilancio di quel conflitto, che peraltro non è ancora finito, è assolutamente fallimentare. L'unico dato positivo è la fine del regime di Saddam Hussein. Dall'altra parte sono tutti segni negativi: in Iraq è cresciuta l'instabilità, anche perché la società di quel paese non era ancora pronta a un regime di tipo diverso, come dimostra anche l'attuale incapacità di formare un governo; il terrorismo ha trovato nuove basi, nuove armi e soprattutto nuove reclute tra le fila degli uomini che avevano un qualche ruolo nel passato regime; sono cresciuti i motivi di contrasto, veri e ideologici - ma soprattutto i secondi - tra mondo occidentale e mondo musulmano. In sostanza la situazione in Medio Oriente è peggiorata dopo la guerra in Iraq. Ho fatto questo discorso per provare a dire che in politica, pur tenendo ben saldi i propri valori, occorra sempre valutare opportunità e conseguenze delle proprie azioni.
Ho poi letto le opinioni di coloro che, da destra, hanno riserve su questa guerra; si tratta di un bel campionario della destra internazionale, dalla cancelliera Merkel a Putin, dagli esponenti del Tea Party alla Lega; in Italia ci sono anche Ferrara e Formigoni, per dire due tra quelli considerati più brillanti nel campo del centrodestra. E ci sono diversi imprenditori. Capisco questi ultimi: erano abituati a fare ottimi affari con il governo libico e quindi hanno scommesso sul fatto che il regime proseguisse il suo cammino, magari con la sostituzione dell'imbarazzante e impresentabile colonnello da parte del più rassicurante figlio. Negli altri, quando non c'è la malafede o l'interesse - non mi stupirei se gli articoli delle gazzette della "destra pacifista", da Il Giornale a Il Foglio, fossero finanziati dall'Eni - prevale un istinto conservatore, per cui tutto quello che è nuovo fa paura: meglio Ben Ali, Mubarak e Gheddafi dei nuovi governanti che con conosciamo. Con in più la paura degli sbarchi di nuovi migranti. Era ingenuo pensare che la soluzione per evitare gli sbarchi fosse continuare a finanziare i regimi del nord Africa: questa soluzione era destinata prima o poi a saltare.
Per tornare alla vicenda libica, tutti vediamo che nel Maghreb sta succedendo qualcosa di inedito: migliaia di giovani hanno deciso di mettere la parola fine a regimi che sono al potere da prima che loro nascessero, hanno deciso di dire basta alla corruzione, si sono resi conto che la loro condizione era insostenibile, tanto più se paragonata con quella dei loro coetanei occidentali, che in qualche modo hanno imparato a conoscere. Francamente non serviva un esperto di questioni internazionali per capire che l'atteggiamento di Gheddafi sarebbe stato ben diverso da quello che hanno tenuto Ben Ali e Mubarak. Questi hanno accettato di arrendersi, trattando per la propria incolumità e per quella dei propri familiari - Mubarak vive ancora con la sua famiiglia in Egitto - e immagino abbiano trattato anche su una consistente buonuscita; il colonnello libico evidentemente non ritiene che questo sia un esito possibile e probabilmente sogna la morte in battaglia, novello Riccardo III. Dall'inizio della rivolta dei giovani di Bengasi era chiaro che in quel paese la rivolta avrebbe avuto successo solo con la morte del dittatore. Mi rendo conto che nessun governo avrebbe mai potuto fare pubblicamente un discorso del genere, ma credo esistano i servizi segreti anche per fare quello che non si può dire in pubblico. Se Gheddafi fosse stato ucciso due o tre settimane fa il regime si sarebbe sgretolato e ora ci sarebbe un governo provvisorio per guidare la transizione.
Anche senza prevedere uno scenario come questo, la comunità internazionale avrebbe dovuto da subito appoggiare la rivolta dei giovani libici, riconoscere il governo di transizione di Bengasi, inviare aiuti alimentari e armi in Cirenaica. La rivolta avrebbe avuto un altro esito e probabilmente oggi non saremmo qui a commentare questo scenario di guerra. I tentannamenti, il prevalere di importanti interessi economici hanno ridato fiato al regime e così siamo al punto in cui siamo. La comunità internazionale doveva fare tutto il possibile per dare gambe alla cosiddetta "primavera araba", ha avuto paura ed è stata sfidata da Gheddafi. Quella sfida doveva essere raccolta, far vincere Gheddafi, come stava avvenendo prima della risoluzione delle Nazioni Unite e dellinizio degli attacchi, avrebbe significato dare un colpo mortale alle possibilità di rivolta non solo in Libia, ma in tutto il mondo arabo. Per questo motivo io sono favorevole al conflitto, perché spero che sia un segnale per tutto il Medio Oriente: ai dittatori ci si può ribellare, c'è una possibilità, lo hanno insegnato i giovani tunisini ed egiziani e lo insegneranno anche i giovani libici, sostenuti e difesi dai paesi occidentali.
C'è un'altra serie di critiche alla guerra, questa volta da sinistra, che non si limitano a dire che la guerra non deve essere fatta, ma che spiegano gli interessi politici ed economici che stanno dietro all'intervento occidentale. Cito per tutti, per la lucidità e la perentorietà delle argomentazioni, Mauro Zani. Non credo di essere ingenuo; mi rendo conto che Sarkozy ha agito con questa tempestività più per fini interni che per reale spirito umanitario; so che dietro Francia e Gran Bretagna ci sono multinazionali desiderose di scalzare Eni dal ruolo privilegiato che da molti anni si è ritagliata in Libia; capisco che si sta giocando, al di qua e al di là dell'Atlantico, una partita ben più complessa che quella dell'assetto dello "scatolone di sabbia" libico. Eppure, nonostante questo, io penso che un Mediterraneo senza Gheddafi, senza Ben Ali, senza Mubarak, domani senza Bouteflika e senza il figlio di Asad in Algeria e in Siria sarà migliore di quello che abbiamo conosciuto.
Naturalmente per migliorare il Mediterraneo non bastano le armi, serve soprattutto la politica, serve decidere da subito come utilizzare le ingentissime risorse che i governi occidentali hanno sequestrato ai dittaori deposti e ai loro familiari: sono soldi che devono essere investiti velocemente per la crescita dell'intera regione, nella consapevolezza che il petrolio rimarrà ancora per qualche anno una risorsa preziosa, ma che è destinato a finire. Con questa investimenti daremo una risposta alle rivolte dei giovani arabi e forse risolveremo anche il problema dell'emigrazione, almeno al renderemo meno drammatica.
Di questo dovremo continuare a parlare.
sabato 19 marzo 2011
"Libri contro sigarette" di George Orwell
Un paio d'anni fa un mio amico, direttore di un giornale, era di turno alla protezione antincendio con alcuni operai di una fabbrica. Il discorso cadde sul suo giornale, che molti di loro leggevano e apprezzavano. Quando però chiese che cosa pensassero della sezione letteraria, la risposta che ricevette fu: "Non penserà che leggiamo quella roba, vero? Metà dei libri di cui parlate costano 12 scellini e mezzo! Gente come noi non può spendere questa cifra per un libro". Eppure, mi diceva il mio amico, erano uomini che spendevano senza pensarci parecchie sterline per trascorrere una giornata sulle spiagge di Blackpool.L' idea che comprare libri, o anche solo leggerli, sia un hobby costoso e fuori della portata della gente comune è così diffusa che merita di essere esaminata più da vicino. Quanto costi esattamente leggere, in termini di pence all'ora è difficile da calcolare, ma ho cercato di farlo cominciando a stendere un elenco dei miei libri e sommandone i prezzi. Ho poi preso in considerazione varie altre spese accessorie e sono giunto a una stima abbastanza precisa del mio esborso negli ultimi quindici anni. I libri che ho conteggiato sono quelli che ho qui nel mio appartamento. Ne ho più o meno altrettanti immagazzinati altrove, perciò per arrivare al totale dovrò raddoppiare la cifra. Non ho contato le pubblicazioni di vario genere, come le bozze, i volumi rovinati, le edizioni economiche non rilegate, gli opuscoli o le riviste, a meno che non fossero legate in volume, e nemmeno i vecchi libri scolastici e simili, accumulati in fondo agli armadi. Ho preso in considerazione solo i libri acquistati volontariamente, o che avrei comunque acquistato volontariamente, e che intendo tenere. Vedo che ne ho 442 rientranti in questa categoria, acquisiti come segue:
Comprati (quasi sempre di seconda mano): 451
Regalati o comprati con dei buoni: 33
Copie da recensire e copie omaggio: 143
Presi in prestito e non restituiti: 10
In prestito temporaneo: 5
Totale: 442
Ora passo al metodo con cui li ho valutati. I libri comprati li ho elencati a prezzo pieno, che ho cercato di determinare con la maggior precisione possibile. Ho considerato il prezzo pieno anche per i libri che mi sono stati regalati e per quelli che ho preso in prestito temporaneamente o preso in prestito e tenuto. Questo perché i libri dati ad altri più o meno compensano quelli presi in prestito e trattenuti. Possiedo libri che, a rigore, non mi appartengono, ma molte altre persone hanno libri miei: perciò i libri che non ho pagato vanno a compensare quelli che ho pagato ma che non possiedo più. I libri recensiti e quelli ricevuti in omaggio li ho registrati a metà prezzo. È quel che avrei speso comprandoli usati e sono per lo più libri che, se mai li avessi comprati, avrei preso usati. A volte ho dovuto attribuire dei prezzi ipotetici, ma le cifre non dovrebbero essere molto lontane dal vero. Ecco i costi:
Comprati: sterline 36, scellini 9, pence 0
Regalati: sterline 10, scellini 10, pence 0
Copie recensite, ecc.: sterline 25, scellini 11, pence 9
Presi in prestito e non restituiti: sterline 4, scellini 16, pence 9
In prestito: sterline 3, scellini 10, pence 0
Scaffali: sterline 2, scellini 0, pence 0
Totale: 82 sterline 17 scellini 6 pence
Aggiungendo gli altri libri che ho altrove, dovrei possedere in tutto circa 900 volumi, per un costo totale di 165 sterline e 15 scellini. Questa è la somma che ho speso in libri in circa quindici anni (in realtà sarebbe un periodo più lungo, visto che alcuni libri risalgono alla mia infanzia: ma diciamo quindici anni). Si tratta di 11 sterline e uno scellino all' anno, ma alla spesa complessiva per la lettura bisogna aggiungere altri costi. I maggiori sono rappresentati da giornali e periodici, per i quali penso che una cifra di 8 sterline all'anno sia attendibile. Otto sterline all'anno coprono i costi di due quotidiani al giorno, un giornale della sera, due della domenica, un settimanale e un paio di riviste mensili. Questo fa salire il totale a 19 sterline e uno scellino, ma per arrivare al totale complessivo bisogna aggiungere altre spese probabili. Spesso infatti spendiamo denaro per i libri senza che ne resti una traccia. Ci sono gli abbonamenti alle biblioteche e ci sono libri, soprattutto i Penguin e le altre edizioni economiche, che si comprano e si perdono o si buttano via. Sulla base delle stime precedenti, mi sembra ragionevole aggiungere 6 sterline all'anno per spese di questo tipo. Negli ultimi quindici anni ho quindi speso per la lettura circa 25 sterline all'anno. Venticinque sterline all' anno può sembrare una somma notevole finché non la si confronta con altri tipi di spese. Sono circa 9 scellini e 9 pence alla settimana, attualmente l' equivalente di circa 83 sigarette (Players): anche prima della guerra con questa cifra si sarebbero comprate meno di 200 sigarette. Con i prezzi di ora, spendo assai più per il tabacco che per i libri. Fumo sei once di tabacco alla settimana, a mezza corona l'oncia fanno circa 40 sterline l'anno. Prima della guerra, quando lo stesso tabacco costava 8 pence all'oncia, spendevo circa 10 sterline l'anno: e se conto anche una pinta di birra al giorno, a 6 pence, queste due voci insieme mi costano circa 20 sterline l'anno, una cifra probabilmente non molto superiore alla media nazionale. Nel 1938 la gente di questo Paese spendeva circa 10 sterline all'anno a testa in alcol e tabacco: considerando però che il 20 per cento della popolazione era costituito da bambini sotto i quindici anni e un altro 40 per cento da donne, il fumatore e bevitore medio doveva spendere molto più di 10 sterline. Nel 1944 la spesa annua pro capite per queste voci non era inferiore alle 23 sterline. Togliendo ancora donne e bambini, si arriva a 40 sterline. Quaranta sterline all' anno basterebbero a comprare circa un pacchetto di sigarette Woodbines al giorno e mezza pinta di birra per sei giorni alla settimana - nulla di sontuoso. Naturalmente i prezzi sono ora aumentati per l'inflazione, anche quelli dei libri: sembra però che il costo della lettura, anche quando i libri li compriamo, anziché prenderli in prestito, e quando mettiamo in conto un buon numero di periodici, non superi il costo complessivo di fumo e alcol. È difficile mettere in relazione il prezzo di un libro con il suo valore. Tra i "libri" vi sono romanzi, opere poetiche, testi scolastici, volumi di consultazione, trattati di sociologia e molto altro, e la lunghezza del testo non è in rapporto diretto con il costo, soprattutto se i libri sono comprati usati. Per un poema di 500 versi si potrebbero spendere 10 scellini, per un dizionario, che in un periodo di vent'anni si consulta qualche volta, 6 pence. Ci sono libri che si leggono e si rileggono, libri che contribuiscono a formare il nostro abito mentale e cambiano completamente il nostro atteggiamento verso la vita, altri in cui ci si immerge ma che non si leggono mai fino in fondo, altri ancora che si leggono di un fiato e si dimenticano dopo una settimana; e il costo, in termini monetari, potrebbe essere sempre lo stesso. Se però si considera la lettura semplicemente come un divertimento, come andare al cinema, allora è possibile fare una stima approssimativa di quanto costi. Se leggiamo solo romanzi e letteratura "leggera" e compriamo ogni libro che leggiamo, spenderemo - supponendo che il prezzo di un libro sia di 8 scellini e il tempo passato a leggerlo di quattro ore - 2 scellini l' ora. È il costo di un biglietto del cinema per uno dei posti migliori. Se scegliamo libri più seri e compriamo tutto quel che leggiamo, spenderemo all' incirca lo stesso. I libri costeranno di più, ma occorrerà più tempo per leggerli. In entrambi i casi, inoltre, continueremmo a possedere i libri anche dopo averli letti e potremmo rivenderli a circa un terzo del prezzo di acquisto. Se compriamo solo libri usati, la spesa della lettura sarà, naturalmente, molto inferiore: una stima ragionevole potrebbe essere di 6 pence. Se poi, invece di comprarli, ci limitiamo a prendere i libri in prestito da una biblioteca privata, leggere ci costerà circa mezzo penny all'ora: prendendoli in prestito dalla biblioteca pubblica, quasi nulla. Ho detto abbastanza per dimostrare che leggere è uno dei diversivi più economici: è probabilmente il più economico dopo l'ascolto della radio.
Quanto spendono però i cittadini britannici in libri? Non riesco a trovare delle statistiche, anche se certamente ve ne sono. So però che prima della guerra si pubblicavano in questo Paese circa 15.000 libri all' anno, comprese le ristampe e i libri scolastici. Se si fossero vendute almeno 10.000 copie di ciascuno (una stima probabilmente elevata, anche considerando i libri scolastici) ogni persona avrebbe comprato in media, direttamente o indirettamente, circa tre libri all' anno, per una spesa complessiva di una sterlina o forse meno. Sono cifre ipotetiche e sarei contento che qualcuno si prendesse la briga di correggermi. Se però fossero abbastanza realistiche, non indicherebbero una situazione di cui un Paese possa andare fiero; un Paese in cui quasi il 100 per cento della popolazione è alfabetizzata e in cui l'uomo medio spende in sigarette più di quanto un contadino indiano disponga per vivere. Se il nostro consumo di libri continuerà a essere così basso, ammettiamo almeno che questo avviene perché la lettura è un passatempo meno allettante dell' andare alle corse dei cani, al cinema o al pub e non perché i libri, comprati o presi in prestito, sono troppo cari.
giovedì 17 marzo 2011
"Poema sul terremoto di Lisbona" di Voltaire

Poveri umani! e povera terra nostra!
Terribile coacervo di disastri!
Consolatori ognor d'inutili dolori!
Filosofi che osate gridare tutto è bene,
venite a contemplar queste rovine orrende:
muri a pezzi, carni a brandelli e ceneri.
Donne e infanti ammucchiati uno sull'altro
sotto pezzi di pietre, membra sparse;
centomila feriti che la terra divora,
straziati e insanguinati ma ancor palpitanti,
sepolti dai lor tetti, perdono senza soccorsi,
tra atroci tormenti, le lor misere vite.
Ai lamenti smorzati di voci moribonde,
alla vista pietosa di ceneri fumanti,
direte: è questo l’effetto delle leggi eterne
che a un Dio libero e buono non lasciano la scelta?
Direte, vedendo questi mucchi di vittime:
fu questo il prezzo che Dio fece pagar pei lor peccati?
Quali peccati? Qual colpa han commesso questi infanti
schiacciati e insanguinati sul materno seno?
La Lisbona che fu conobbe maggior vizi
di Parigi e di Londra, immerse nei piaceri?
Lisbona è distrutta e a Parigi si balla.
Tranquilli spettatori, spiriti intrepidi,
dei fratelli morenti assistendo al naufragio
voi ricercate in pace le cause dei disastri;
ma se avvertite i colpi avversi del destino,
divenite più umani e come noi piangete.
Credetemi, allorquando la terra c’inghiotte negli abissi
innocente è il lamento e legittimo il grido:
ovunque avvolti in una crudele sorte,
in furori malvagi e imboscate mortali,
subendo l'attacco di tutti gli Elementi:
compagni dei miei mali, possiamo pur lamentarci.
E' l'orgoglio, direte, il ripugnante orgoglio
che ci fa dir che il mal poteva esser minore.
Interrogate, orsù, le sponde del mio Tago,
frugate, orsù, fra le macerie insanguinate,
chiedete ai moribondi, in preda a gran terrore,
se è l'orgoglio che grida: “aiutami o cielo!
O ciel, pietà per le miserie umane!”
“Tutto è bene, voi dite, e tutto è necessario”.
Senza questo massacro, senza inghiottir Lisbona,
l'universo peggior sarebbe dunque stato?
Siete davvero certi che la causa eterna
che tutto può, che tutto sa, creando per se stessa
non poteva gettarci in questi tristi climi
senza accenderci sotto dei vulcani?
Così limitereste la potenza suprema?
D’esser clemente allor le impedireste?
Non ha forse l’eterno artigian nelle sue mani
mezzi infiniti adatti ai suoi disegni?
Umilmente vorrei, senza offendere il Signore,
che questo abisso infiammato di zolfo e salnitro,
avesse acceso il fuoco in un deserto;
rispetto Dio, ma amo l'universo.
Se l'uomo osa dolersi di un sì terribile flagello
non è perché è orgoglioso, ahimè, ma sofferente.
I poveri abitanti di queste desolate rive,
tra gli orrendi tormenti sarebber consolati
se qualcun gli dicesse: “Sprofondate e morite tranquilli,
le vostre case per il bene del mondo son distrutte;
altre mani costruiranno altri palazzi;
altra gente avrà i muri che qui oggi vedete cader;
il nord si arricchirà delle vostre odierne perdite,
i vostri mali d’oggi sono un ben sul piano generale;
agli occhi di Dio uguali siete ai vili vermicelli
di cui sarete preda nel fondo della fossa”?
Orribile linguaggio per degli infortunati!
Crudeli! Non aggiungete oltraggio al mio dolore!
Non opponete più alla mia angoscia
le immutabili Leggi di Necessità:
questa catena di corpi, di spiriti e di mondi.
O sogni dei sapienti! O abissali chimere!
Dio tiene in man la catena e non è incatenato;
Dalla sua saggia scelta tutto è stabilito:
Egli è libero, giusto e affatto implacabile.
Perché dunque soffriam sotto un Signore equanime?
Ecco il nodo fatal che scioglier si doveva.
Osando negarli guarirete i mali nostri?
Le genti tremebonde sotto una man divina
Del mal che voi negate han cercato il perché.
Se la legge che da sempre governa gli elementi
può far cader le rocce con lo spirar dei venti,
se le querce frondute s'incendian con la folgore,
pur non avvertono i colpi che le atterrano;
ma io vivo, io sento ed il mio cuore oppresso
chiede soccorso al creatore Iddio;
suoi figli, sì, ma nati nel dolore,
tendiam le mani al nostro unico padre.
Il vaso, si sa, non domanda al vasaio:
perchè mi facesti così vil, caduco e grossolano?
Esso non può parlare né pensare:
quest'urna che si forma, che a terra cade in pezzi
dall'artigian non ricevette un cuore
per anelare il bene ed avvertire il male.
Il suo mal, dite voi, è il ben di un altro...
Il mio corpo insanguinato darà vita a mille insetti.
Quando la morte pon fine ai mali che ho sofferto,
un bel conforto è quello di andare in pasto ai vermi!
Squallidi disquisitori delle miserie umane,
anziché consolarmi, le mie pene rendete ancor più amare;
e in voi non vedo che lo sforzo impotente
di indomito ferito che vuol dirsi contento.
Del tutto io non son che un picciol pezzo:
è ver; ma gli animali condannati a vivere,
tutti soggetti ad una stessa legge,
vivono nel dolore e muoion come me.
L'avvoltoio avvinghiata la timida preda
lieto si pasce delle sue carni insanguinate:
tutto sembra andar bene per lui; ma ben presto, a sua volta,
un'aquila dal becco tagliente divora l'avvoltoio.
L'uomo colpisce col piombo micidial l'aquila altera,
finché lui stesso, in battaglia, disteso sulla polvere,
sanguinante e trafitto dai colpi, con altri moribondi,
serve da cibo orrendo agli uccelli rapaci.
Così del Mondo intero tutti i viventi gemono,
nati per il dolor, si dan l'un l'altro morte.
E voi ricomponete, da questo caos fatale,
dal male di ogni essere, la gioia generale?
Quale felicità! O debole e misero mortale!
“Tutto è bene” gridate con stridula voce:
l'universo vi smentisce, e il vostro stesso cuore
cento volte ha smentito il vostro errore.
Elementi, animali, umani tutto è in guerra.
Confessiamolo pure, il male è sulla terra:
la ragione profonda è sconosciuta.
Dall’autor d’ogni ben provenne il male?
È forse il nero Tifone, il barbaro Arimanno
che con legge tirannica al male ci condanna?
La mente non ammette questi mostri odiosi,
che il mondo tremebondo degli antichi aveva fatto Dei.
Ma come concepire un Dio, la bontà stessa,
che prodigò i suoi beni alle creature amate,
che poi versò su loro i mali a piene mani?
Qual occhio penetrar può i suoi profondi fini?
Dall’ Essere Perfetto il mal non poté nascere;
non può venir da altri, ché solo Dio è Padrone.
Eppure esiste. O tristi verità!
O strano intreccio di contraddizioni!
Un Dio venne a consolar la nostra razza afflitta,
la terra visitò senza cambiarla.
Un sofista arrogante sostien che nol poté;
lo poteva, afferma un altro, ma non l'ha voluto.
Lo vorrà, senza dubbio; ma mentre ragioniamo,
folgori sotterranee inghiottono Lisbona,
e di trenta città disperdon le rovine,
dal greto insanguinato del Tago a Gibilterra.
O l'uom nacque colpevole e la sua razza Iddio punisce;
o il Padrone assoluto del mondo e dello spazio,
senza collera e senza pietà, tranquillo e indifferente,
contempla del suo primo voler gli eterni effetti;
o la materia informe, ribelle al suo padrone,
porta con sé i difetti, com'essa necessari;
o Dio vuol metterci alla prova, ed il mortal soggiorno
altro non è che un misero passaggio al mondo eterno.
Patiamo qui dolori passeggeri;
la morte è un bene che alle nostre miserie pone fine;
ma quando usciremo da quest’orrendo passaggio
chi di noi potrà dir di meritare la felicità?
Quale che sia la nostra decisione, c'è da tremare infatti:
nulla conosciamo e nulla è senza tema.
Muta è Natura e invan la interroghiamo:
ci occorre un Dio che parli all'uomo;
spetta a lui di spiegar l'opera sua,
di consolare il debole e illuminare il saggio.
Al dubbio abbandonato e all'error, senza il suo aiuto,
l'uomo invan cercherà il sostegno di un bastone.
Leibnitz non spiega con quali oscuri fili
nel più ordinato dei possibili universi,
un disordine eterno, un caos di sventure,
al nostro vano piacer dolor reale intrecci;
né mi spiega perchè, come il colpevole, pur l'innocente
debba subire il male senza scampo;
né capisco perché tutto sia bene:
ahimè! come un dottor io son che non sa niente.
Sostien Platone che l'uomo un dì fu alato
col corpo invulnerabile ai colpi mortali;
il dolore, la morte mai si avvicinavano
al suo stato di grazia, così diverso dall'odierno stato!
Si aggrappa, soffre, muore; ciò che nasce è destinato a perire;
della distruzione la natura è l'impero.
Un debole composto di nervi e di ossa
non può non risentir del turbinìo del mondo;
questo misto di polvere, liquidi e di sangue
fu impastato perché si dissolvesse;
e i pronti sensi di nervi tanto vivi
fur soggetti al dolor che poi gli dà la morte.
È questo che m'insegna la legge di Natura.
Abbandono Platone, respingo Epicuro .
Bayle ne sa più di tutti: lo vado a consultare:
bilancia alla mano, Bayle insegna a dubitare;
saggio e grande abbastanza per non aver sistemi,
li ha tutti distrutti, mettendo in discussione anche se stesso:
in ciò simile al cieco esposto ai Filistei
che cadde sotto i muri abbattuti con sue mani.
Che può dunque lo spirito vedere all’orizzonte?
Nulla: ché il libro del Destin si chiude alla sua vista.
L'uomo, estraneo a se stesso, all’uomo è sconosciuto.
Che sono? dove sono? dove vado? e donde vengo?
Atomi tormentati in questo ammasso di fango,
che la morte inghiotte e la cui sorte è in gioco;
ma atomi pensanti, atomi i cui occhi
guidati dal pensiero han misurato i cieli:
con tutto il nostro essere tendiamo all'infinito,
eppure non riusciamo a conoscere noi stessi.
Questo mondo, teatro dell’orgoglio e dell’errore,
di disgraziati è pieno che credon tutto bene.
Ognun si duole e geme mentre il bene cerca;
nessuno vuol morir, rinascere nemmeno.
Eppur nei giorni destinati al dolore,
le lacrime asciughiamo col piacere;
ma il piacere svanisce e passa come un'ombra,
mentre le pene, le perdite e i rimpianti sono tanti.
Il passato non è che spiacevole ricordo,
oscuro è il presente se non c'è avvenire,
se il nulla sepolcrale distrugge l'io pensante.
Tutto ben sarà un giorno: è questa la speranza;
tutto oggi è bene: è questa l'illusione.
I saggi mi ingannavan, solo Dio ha ragione.
Umile nei miei sospiri, prono nei miei dolori,
non me la prendo con la Provvidenza.
Di men lugubre umor fui visto un tempo
dei dolci piaceri cantar le leggi seducenti.
È cambiato col tempo il mio costume ed in vecchiaia,
partecipe di umana e malintesa debolezza,
cercando un po’ di luce nella notte oscura,
non posso che soffrire senza dir parola.
Una volta un Califfo, alla fin di sua vita,
al Dio che adorava rivolse una preghiera:
“Ti porto, unico Dio, che limiti non hai,
quel che non hai nel tuo potere immenso:
i difetti, i rimpianti, il male e l’ignoranza.”
Ma aggiungere poteva: la speranza.