sabato 10 novembre 2012

"Il verme disicio" di Stefano Benni

Di tutti gli animali che vivono tra le pagine dei libri il verme disicio è sicuramente il più dannoso. Nessuno dei suoi colleghi lo eguaglia. Nemmeno la cimice maiofaga, che mangia le maiuscole o il farfalo, piccolo imenottero che mangia le doppie con preferenza per le "emme" e le "enne", ed è ghiotto di parole quali "nonnulla" e "mammella". Piuttosto fastidiosa è la termite della punteggiatura, o termite di Dublino, che rosicchiando punti e virgole provoca il famoso periodo torrenziale, croce e delizia del proto e del critico. Molto raro è il ragno univerbo, così detto perché si ciba del solo verbo "elìcere". Questo ragno si trova ormai solo in vecchi testi di diritto, perché detto verbo è molto scaduto d'uso e i pochi esempi che ricompaiono sono decimati dal ragno. Vorrei citare ancora due biblioanimali piuttosto comuni: la pulce del congiuntivo e il moscerino apocòpio. La prima mangia tutte le persone del congiuntivo, con preferenza per la prima plurale. Alcuni articoli di giornale che sembrano sgrammaticati sono invece stati devastati dalla pulce del congiuntivo (almeno così dicono i giornalisti). L'apocòpio; succhia la "e" finale dei verbi (amar, nuotar, passeggiar). Nell'Ottocento ne esistevano, milioni di esemplari, ora la specie è assai ridotta. Ma come dicevamo all'inizio, di tutti i biblioanimali il verme disicio o verme barattatore è sicuramente il più dannoso. Egli colpisce per lo più verso la fine del racconto. Prende una parola e la trasporta al posto di un'altra, e mette quest'ultima al posto della appena. Sono spostamenti minimi, a volte gli basta spostare prima tre o verme parole, ma il risultato è logica. Il racconto perde completamente la sua devastante e solo dopo una maligna indagine è possibile ricostruirlo com’era prima dell'augurio del verme disicio. Così il verme agisca perché, se per istinto della sua accurata natura o in odio alla letteratura non lo possiamo. Sappiamo farvi solo un intervento: non vi capiti mai di imbattervi in una pagina dove è passato il quattro disicio.

venerdì 9 novembre 2012

Considerazioni libere (319): a proposito di elezioni americane e di comizi...

In questi anni quelli che capiscono di politica ci hanno spiegato e rispiegato due concetti fondamentali riguardo alle campagne elettorali: che vincono le elezioni quelli capaci di "sfondare" al centro e/o quelli che sono più bravi a usare la televisione. La prima tesi è particolarmente cara a chi si definisce di centro e quindi è naturalmente portato a sopravvalutare il proprio ruolo e la propria posizione all'interno dello schieramento politico e anche a quelli che considerano la sinistra un retaggio del passato, da superare di slancio per raggiungere la modernità nell'agognato centro. La seconda tesi invece è stata spesso usata come un alibi dal centrosinistra italiano: "dal momento che B. possiede tutte le televisioni è impossibile batterlo" è una frase ormai interiorizzata da molti dirigenti del centrosinistra. Questi esperti - in servizio permanente effettivo - forti delle loro acclarate convinzioni, avevano naturalmente profetizzato la vittoria di Romney, perché il suo messaggio era in grado di convincere il "centro" dell'elettorato americano e perché il partito repubblicano aveva più risorse finanziarie per assicurarsi una preponderante presenza televisiva; l'esito del primo dibattito, con la netta vittoria del candidato repubblicano, aveva soltanto confermato quello che a loro pareva ormai ineluttabile. Come anche i più distratti sanno, nonostante queste teorie, ha vinto Obama. Per fortuna.
Tra pochi giorni ci spiegheranno che naturalmente la vittoria di Obama va letta secondo questo schema; mi pare di aver intravisto sui giornali che Renzi - campione italiano di questa idea dell'occupazione del centro - senza alcuna vergogna, abbia detto che Obama ha vinto perché si è dimostrato "renziano" o qualcosa del genere. Al di là di queste sciocchezze, mi pare interessante capire cosa è successo davvero negli Stati Uniti, che è un paese molto complesso e sui cui non è facile fare analisi, dal momento che la politica in quel paese ha caratteri molto diversi da quelli a cui siamo abituati qui in Europa. Da diversi anni, almeno un ventennio, le elezioni negli Stati Uniti si vincono radicalizzando lo scontro e portando a votare le ali più estreme del proprio schieramento. Nelle elezioni presidenziali del 2000 ci furono due fattori che determinarono la vittoria di Bush su Gore: da un lato la capacità dello staff repubblicano di far votare migliaia di persone della cosiddetta destra religiosa, persone che da tempo avevano smesso di votare perché avevano un giudizio ugualmente negativo su tutti i politici di Washington, sentina di ogni vizio; e dall'altro lato il successo della candidatura dell'indipendente verde Ralph Nader, che ottenne più di 2 milioni di voti, in buona misura tolti al candidato democratico. Francamente credo sia piuttosto difficile giudicare moderati e di "centro" Romney e il suo "vice" Ryan - esponente di punta del Tea party che si nutre di quella destra antimoderna risvegliata da Bush - entrambi in tutta la loro campagna hanno enfatizzato i toni più radicali dello scontro. E di fronte al "pericolo" che vincessero questi due tristi figuri, il fronte progressista e di sinistra si è mobilitato, anche superando la propria - comprensibile - delusione per il primo mandato di Obama. Il presidente non ha vinto convincendo gli indecisi o sottraendo voti allo schieramento avversario, ma ha vinto grazie alla compattezza dei suoi elettori. Credo che su questo dovrebbero riflettere gli "strateghi" della prossima campagna elettorale italiana, visto anche quello che è successo in Sicilia.
Il secondo tema è in parte collegato al primo. Il militante che guarda il dibattito in televisione non vuole essere convinto, è già convinto, aspetta soltanto lo scivolone del candidato che non gli piace e il colpo d'ala di quello per cui ha già deciso di votare. Da quello che abbiamo potuto vedere molti degli spot che in queste settimane hanno inondato le televisioni locali degli stati in bilico avevano la funzione di far votare i propri, di galvanizzare quelli che avevano già deciso. Obama nel suo discorso della vittoria ha ringraziato chi ha organizzato e chi ha partecipato ai suoi tantissimi comizi; a mia memoria non ricordo nessun politico italiano che abbia mai fatto un ringraziamento di questo genere. Non è soltanto un problema di educazione, ma una convinzione profonda: qui in Italia i comizi sono considerati fuori moda e vengono utilizzati in maniera residuale, senza che vi sia dedicato troppo impegno. I candidati alla presidenza invece hanno girato in lungo e in largo gli Stati Uniti per fare comizi e i loro staff si sono impegnati affinché ciascuno di questi appuntamenti fosse un successo. Io per qualche anno ho fatto il mestiere di organizzare comizi e un po' penso di capirne. So che con un comizio non si convincono gli indecisi, perché uno che non vuole votare per un partito non cambierà idea soltanto sentendo un discorso; chi non ti vota non viene a un tuo comizio e, se viene, lo fa per provocare, per fischiare, mentre quelli, a cui la politica semplicemente non interessa, non perdono certo una serata per partecipare a un comizio. Ad ascoltare il discorso pubblico di un candidato va chi è già - più o meno - convinto di votare per quel candidato e alla fine non hai fatto danni se nessuno ha cambiato idea, mentre hai ottenuto un successo quando chi ha partecipato torna a casa entusiasta e ne parla con lo stesso entusiasmo alle persone che conosce. In Italia abbiamo smesso di fare comizi - si preferiscono i convegni e le conferenze stampe - perché sono poco moderni. Evidentemente gli Stati Uniti sono poco moderni, perché le campagne elettorali le fanno ancora così, con i comizi, con i volantinaggi, con il porta a porta dei volontari, con le telefonate. In un interessante articolo del Time di quattro anni veniva analizzata proprio la capacità di Obama di mobilitare migliaia di volontari in ogni angolo degli Stati Uniti: sono stati questi volontari, la rete dei loro uffici, la loro capacità di essere sul territorio a essere determinanti per il successo del candidato democratico. Anche quando usa la rete lo staff di Obama la usa in maniera "calda", coinvolgente, facendoti sentire parte di un lavoro. Obama e il suo staff sono stati molto bravi in tutto questo nel 2008 e lo sono stati anche quest'anno, sono stati i più bravi, visto che hanno vinto. Però, come dice la poesia di Benni, "bisogna avere un'idea". Obama ce l'ha.

giovedì 8 novembre 2012

"L'altra solitudine" di Yiannis Ritsos


Esistono molte solitudini intersecate - dice - sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere - intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l'unica solitudine - dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

martedì 6 novembre 2012

"I partigiani" di Nino Pedretti

Onorina Brambilla e Giovanni "Visone" Pesce, partigiani

Non per ragioni di gloria
andammo in montagna
a far la guerra.
Di guerra eravamo stufi
di patria anche.
Avevamo bisogno di dire:
lasciateci le mani libere,
i piedi, gli occhi, le orecchie;
lasciateci dormire nel fienile
con una ragazza.
Per questo abbiamo sparato
ci siamo fatti impiccare
siamo andati al macello
piangendo nel cuore
con le labbra tremanti.
Ma anche così sapevamo
che di fronte ad un boia fascista,
noi eravamo persone
e loro marionette.
E adesso che siamo morti
non rompeteci i coglioni
con le cerimonie,
pensate piuttosto ai vivi
che non abbiano a perdere anche loro
la giovinezza.

domenica 4 novembre 2012

Considerazioni libere (318): a proposito di una diversa politica del lavoro...

Un tedesco su tre non lavora; i disoccupati in Germania sono 18 milioni, il 34% della popolazione attiva. Evidentemente non si tratta di una notizia di attualità, dal momento che il tasso di disoccupazione in quel paese ha raggiunto a ottobre di quest'anno il 6,9%, preoccupando comunque il governo di Berlino. Questi dati drammatici si riferiscono al 1932, l'anno in cui il partito nazional-socialista vinse le elezioni; dopo sette anni, poco prima di invadere la Polonia, Adolf Hitler poteva constatare compiaciuto che il tasso di disoccupazione in Germania era stato praticamente azzerato. Secondo gli ultimi dati pubblicati il tasso di disoccupazione nella zona euro supera l'11%, trascinato da Grecia, Spagna, Italia meridionale, paesi in cui ormai una persona su quattro non lavora. Sono passati ottant'anni dalla vittoria elettorale di Hitler e la storia non si ripete - anche se dovrebbero far riflettere il successo di un partito apertamente nazista in Grecia e l'astensione di un elettore su due alle elezioni siciliane - ma certamente il problema della disoccupazione, in tutta la sua drammaticità, dovrebbe essere la questione centrale del dibattito politico, non solo per le sue possibili ricadute sulle democrazia. Ecco un tema su cui poter dire "qualcosa di sinistra".
Come ci ha insegnato la storia europea del primo novecento e come ci mostrano le cronache di questi giorni, la disoccupazione di massa è uno scandalo perché è capace di scardinare - e potenzialmente di sovvertire - oltre che le vite delle persone e delle loro famiglie, le strutture economiche e sociali di un intero paese. Senza la possibilità di un lavoro stabile e retribuito in maniera dignitosa le persone mature e anziane non riescono più a garantire la propria indipendenza personale, mentre i giovani non riescono neppure a raggiungerla, tutti perdono la possibilità di accedere per sé e per i propri figli a una vita migliore; senza il lavoro si perde il futuro non solo delle persone, ma dell'intera comunità. Gli economisti calcolano che nel nostro paese avere quasi tre milioni di disoccupati comporta una riduzione del pil potenziale dell'ordine di 70-80 miliardi l'anno, perché i disoccupati non solo non lavorano, ma soprattutto perché se sono giovani non imparano neppure a farlo e se erano già entrati nel mondo del lavoro rischiano di veder logorate le loro capacità professionali, che sono tanto più difficili da recuperare, quanto più è lungo il periodo di inattività. Al di là della retorica dei suicidi - il cui numero viene in maniera oscena sopravvalutato o sottovalutato a seconda delle convenienze politiche - la disoccupazione di massa è un dramma e francamente questo governo non ha la cultura politica per affrontare questi temi. I rimedi proposti, dalla riduzione del cuneo fiscale alle facilitazioni per creare nuove imprese, dagli sgravi di imposta per chi assume giovani alla semplificazione delle procedure per l'avvio di cantieri e grandi opere, non affrontano davvero il tema: si tratta di pannicelli caldi che non curano la malattia. E' comprensibile che un governo di questo tipo, con questo orizzonte culturale, non assuma il tema del lavoro come centrale; meno comprensibile che questo tema non sia al centro dell'azione politica di un partito che si definisce riformista. Per questo in Italia abbiamo bisogno vitale di un partito che metta al centro il tema del lavoro.
Mi pare ormai abbastanza evidente che le ricette di austerità imposte dai teorici del neoliberismo, più o meno esasperato, non abbiano finora contribuito né a far crescere l'occupazione né a fermare la crescita della disoccupazione. Occorre un approccio completamente diverso: occorre che sia lo stato a creare direttamente occupazione. Su questo tema c'è un'elaborazione teorica molto vivace, anche se non in Europa, e queste teorie vanno sotto il nome di "lavoro garantito" o job guarantee. A essere sinceri per l'Italia questo approccio non è esattamente rivoluzionario, dal momento che l'art. 4 della nostra Costituzione - uno dei meno attuati nella storia repubblicana - dice che "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Intendiamoci bene, per sgomberare il campo da una delle più consuete - e banali - critiche a questo approccio teorico: né la Costituzione né la teoria del lavoro garantito significano che deve esistere una garanzia per uno specifico posto di lavoro, ma che viene garantito a tutti un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito. 
Secondo la teoria del lavoro garantito il lavoro deve essere accessibile a tutti coloro che, essendo disoccupati, sono in grado di lavorare; per fare questo è necessario creare da un lato un'agenzia centrale che definisca le regole di assunzione - è realistico pensare che all'inizio debbano essere assunti coloro che da più tempo sono disoccupati e coloro che hanno più bisogno - e i livelli di retribuzione, e dall'altro lato far nascere le imprese che assumano direttamente questi lavoratori, formandoli quando necessario, oppure dei centri di servizi o delle agenzie locali che possano assegnare questi lavoratori a imprese private; in questo secondo caso i centri di servizi e le agenzie locali devono tutelare i lavoratori assunti dai privati, gestendo anche la successiva fase di passaggio del dipendente dal pubblico al privato. Tutti questi lavoratori devono essere utilizzati in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva: si può dare la preferenza a settori che richiedono un minor bisogno di capitali, dai beni culturali ai servizi alla persona, oppure partire dal recupero dei centri storici, dalla ristrutturazione di scuole e di ospedali, dalla tutela del territorio. Come vedete per l'Italia questo tipo di approccio servirebbe per intervenire in situazioni su cui c'è enorme necessità.
La prima obiezione che si fa a uno schema del genere è che sono necessarie risorse finanziarie molto ingenti; è verissimo naturalmente. Il problema però è che un'ipotesi del genere non viene neppure presa in considerazione dalle attuali forze politiche e dai teorici del pensiero unico e quindi è impossibile studiarne la fattibilità e i costi. Si tratta evidentemente di fare delle scelte, di gestire delle priorità. Ci sono teorici che, pur non accettando assolutamente l'idea dell'assunzione pubblica - vista come una sorta di tappa intermedia verso il socialismo - dicono che sono necessari forti investimenti pubblici in infrastrutture e una politica di sussidi e di aiuti economici per i poveri e per i disoccupati: questa opzione è parimenti molto costosa e non garantisce in sé la diminuzione della disoccupazione. Poi ci sono gli studiosi che sostengono l'introduzione del salario minimo garantito, come alternativa alla creazione dei posti di lavoro pubblico; secondo loro se diamo alle persone un salario minimo, queste possono scegliere di lavorare e quale lavoro fare. Si tratta di una libertà solo apparente: se non ci sono posti di lavoro, la loro possibilità di scelta è un'arma spuntata. Il disoccupato ha bisogno di un posto di lavoro, non di un salario minimo teorico in un lavoro che non c'è: lavoro garantito e salario minimo possono coesistere, ma questa è già un'altra prospettiva. Altri economisti che si oppongono al lavoro garantito dicono che la disoccupazione si combatte con il solo stimolo alla domanda: se il governo spende abbastanza - e comunque anche in questo caso servono molte risorse - per incentivare la domanda, viene creato un numero sufficiente di posti di lavoro in modo tale che tutti quelli che ne vorranno uno, l'avranno. Questa teoria ha un difetto, perché anche i più entusiasti devono ammettere che non saranno proprio tutti, ma che comunque il tasso di disoccupazione involontaria sarà ridotto in maniera sufficiente: ovviamente sufficiente per chi ottiene il posto di lavoro. Questa teoria ha un fondo di darwinismo sociale: quelli che non ottengono un posto di lavoro non se lo sono meritato; andrà meglio per loro la prossima volta. Un'altra obiezione è che il lavoro garantito crea lavori a bassa retribuzione che non utilizzano tutte le competenze dei lavoratori. Forse, ma sicuramente la disoccupazione non sviluppa le competenze dei lavoratori. Il lavoro garantito crea posti di lavoro per chi li vuole e forma i lavoratori sul campo; naturalmente se il lavoratore si qualifica al punto da poter fare un lavoro migliore, con una retribuzione più alta, può uscire dal sistema del lavoro garantito per entrare nel mercato del lavoro vero e proprio. C'è un motivo tutto italiano per avversare il lavoro garantito e - devo ammettere - rischia di essere il più convincente di tutti: nel paese delle partecipazioni statali, dell'inefficienza delle istituzioni, della corruzione imperante, un progetto di questo genere sembra destinato al fallimento. Ammetto che su questo non so bene come controbattere: forse siamo davvero troppo italiani perfino per sperimentare una cosa rivoluzionaria come il lavoro garantito. Oppure questo schema può servirci finalmente per affrontare mali consolidati del nostro paese, con una generale assunzione di responsabilità, da parte delle forze politiche, dei sindacati, delle imprese, dei cittadini, superando schemi ormai consolidati e sclerotizzati: non può esistere una sorta di "via italiana" al lavoro garantito; l'esperimento fallirebbe prima ancora di cominciare.
C'è infine un'obiezione politica alla teoria del lavoro garantito, particolarmente sviluppata negli Stati Uniti: questo sistema sarebbe intrinsecamente autoritario e porterebbe al socialismo, perché sarebbe lo stato a determinare cosa produrre, con che costi e quindi a definire i prezzi. Se si parte dalla prospettiva che lavorare è un diritto umano, la nostra società, che non garantisce tale diritto, viola i diritti umani e quindi una soluzione che sia in grado di risolvere in maniera radicale questo problema è comunque un passo avanti nella crescita democratica di un paese. Poi la storia - come ho detto - ci insegna che è avvenuto il contrario: è la mancanza del lavoro che ha portato alla fine delle democrazie. Infine - e questo mi sembra l'argomento più solido - credo che un popolo in cui tutti abbiano la possibilità di lavorare sia più consapevole dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, più attento a cosa succede nella propria comunità e nel proprio paese. A me piacerebbe che un partito di sinistra si confrontasse su un tema come il lavoro garantito, penso sarebbe una prospettiva per cui varrebbe la pena tornare a combattere e a far politica.

"Attesa" di Raimond Carver


Esci dalla statale a sinistra e
scendi giù dal colle. Arrivato
in fondo, gira ancora a sinistra.
Continua sempre a sinistra. La strada
arriva a un bivio. Ancora a sinistra.
C'è un torrente, sulla sinistra.
Prosegui. Poco prima
della fine della strada incroci
un'altra strada. Prendi quella
e nessun'altra. Altrimenti
ti rovinerai la vita
per sempre. C'è una casa di tronchi
con il tetto di tavole, a sinistra.
Non è quella che cerchi. E' quella
appresso, subito dopo
una salita. La casa
dove gli alberi sono carichi
di frutta. Dove flox, forsizia e calendula
crescono rigogliose. E' quella
la casa dove, in piedi sulla soglia,
c'è una donna
con il sole nei capelli. Quella
che è rimasta in attesa
fino ad ora.
La donna che ti ama.
L'unica che può dirti:
"Come mai ci hai messo tanto?"

venerdì 2 novembre 2012

"La tosse dell'operaio" di Pier Paolo Pasolini


Sento tossire l'operaio che lavora qui sotto;
la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno
danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante,
toccate dal sole dell'ultima mattina di bel tempo. Egli,
l'operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto,
certamente sicuro che nessuno lo senta. E' un male di stagione
ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che influenza.
Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino, come noi
da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda;
non l'aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro,
come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri.
Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà,
in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza,
all'uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto;
e quando viene il male, esso è accolto eroicamente:
un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli
più grandi di lui, nuovi agli eroismi.
Insomma, a quei colpi di tosse
mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre.

giovedì 1 novembre 2012

Considerazioni libere (317): ancora a proposito delle elezioni siciliane...

Al netto delle astensioni - che pure sono l'elemento più rilevante delle recentissime elezioni siciliane, come ho cercato di spiegare nella mia ultima "considerazione" - il voto della Sicilia offre diversi spunti di riflessione. Al di là di quello che dicono molti commentatori, a me non pare che ci sia stato un "terremoto". Il centrodestra nell'isola continua a essere maggioritario: tra coloro che hanno votato - ossia un po' meno della metà degli elettori siciliani - uno su due ha scelto il Pdl o Noi sud o l'Udc. Dagli anni lontani delle scuole elementari sappiamo che non è possibile sommare mele e pere e infatti il nuovo presidente della Regione è una persona certamente estranea alla storia del centrodestra isolano e questa è una novità rilevante, che però non cambia il dato di fondo. Il centrodestra si è presentato profondamente diviso e ha perso.
Nei prossimi mesi vedremo se queste divisioni sono destinate a crescere o a ricomporsi. Francamente non sono in grado adesso di fare una previsione. Chi mi legge con qualche assiduità sa che io penso che nella destra italiana ci siano ormai due opzioni politiche, un fenomeno simile a quello che avviene negli altri paesi europei e, con le dovute differenze, anche negli Stati Uniti: c'è una destra costituzionale - la destra di Monti, di Merkel, di Cameron - e una destra eversiva - quella di B., di Le Pen, del Tea party, dei fascisti ungheresi e di Alba dorata. A differenza di quello che avviene in Francia, in Germania, nel Regno Unito, dove la destra eversiva è minoranza e non è in grado di entrare al governo - anche se ovviamente riesce a spostare a destra il dibattito politico, come è accaduto nelle recenti elezioni presidenziali francesi - in Italia, come in Ungheria, la destra eversiva - grazie al potere economico di B., ma grazie anche alla storia peculiare di questo paese - è maggioritaria. Personalmente penso che in Italia la cosiddetta destra repubblicana non riuscirà più a prevalere sulla destra eversiva; c'era riuscita soltanto la Democrazia cristiana, anche se a prezzo di compromessi non sempre commendevoli. Nel nostro paese, che - non dimentichiamolo mai - è quello in cui è nato il fascismo, la destra repubblicana è ormai destinata a trovare un accordo, più o meno esplicito, con la destra eversiva, come è avvenuto in questo ventennio berlusconiano. Se guardiamo a questo fenomeno, forse la nostra unica speranza è che continui il processo che sposta la sovranità dagli stati nazionali all'Europa, dove la destra costituzionale riesce a conservare la maggioranza, anche se al prezzo di un'abdicazione a favore della tecnocrazia finanziaria, ma questa è probabilmente una storia che ci allontana troppo dall'analisi del voto siciliano. Come sappiamo, in Sicilia - e in Italia - il modo con cui la destra repubblicana ha deciso in questa fase di sopravvivere all'abbraccio mortale con la destra eversiva è quello di allearsi con una parte della sinistra. E questo - temo - finirà per uccidere la sinistra.
E qui arriviamo al secondo dato più evidente emerso dalle elezioni siciliane. In Italia, a differenza di quello che avviene in Grecia - con cui pure ci sono moltissime affinità nel quadro politico e sociale - la protesta che sommariamente potremmo definire anticapitalista - anche se il termine rischia di essere riduttivo e fuorviante, ma comunque è utile per capire lo spirito del popolo del 99% - non si traduce in un voto a sinistra, ma nel voto al Movimento 5 stelle, che rivendica con orgoglio il proprio essere al di là e al di sopra delle categorie di destra e di sinistra. Francamente è sempre più difficile capire cosa sia esattamente quel movimento, che pure cresce in maniera impressionante. Grillo non è Pizzarotti e Cancelleri probabilmente esprime idee ancora diverse; comunque di questa complicata galassia, dei voti che esprime e soprattutto delle esigenze che raccoglie dovremo tenerne conto ancora per un bel po' di tempo, perché non vedo a sinistra la capacità di offrire un'alternativa credibile.
Perché in Italia, nonostante tutto quello che succede, non riesce a nascere una forza di sinistra come Syriza? La prima risposta è che purtroppo quello che è in campo attualmente nella sinistra del nostro paese è assolutamente inadeguato al compito. Per poter sottoscrivere la richiesta di referendum abrogativo contro la riforma Fornero nel mio comune ho dovuto firmare sui moduli mandati dall'Italia dei valori. Va bene, è importante che almeno loro lo abbiano fatto, ma cosa cavolo c'entra Di Pietro con la sinistra italiana? Francamente nulla, Di Pietro ha semplicemente - e furbescamente - riempito un vuoto, approfittando del fatto che nei vent'anni che abbiamo appena passato siamo vissuti nell'equivoco che essere contro B. voleva dire essere automaticamente di sinistra e anzi chi più faceva rumore, più alzava la voce - e Di Pietro in questo è maestro - era più di sinistra e così ci siamo ritrovati da questa parte della staccionata questo tribuno che, tra l'altro, ha scelto spesso compagni di viaggio estremamente discutibili, come sempre succede a chi crea un partito personale. Al di là di Di Pietro, il resto della sinistra è fatto da piccoli partiti in cui prevale una logica settaria. Vendola è stato per un po' la speranza che avessimo trovato in Italia qualcuno capace di aggregare una sinistra che fatica storicamente a rimanere unita, ma temo che non abbia più questa forza, se mai l'ha avuta. Forse ci siamo illusi. La decisione di partecipare alle primarie e quindi di accettare la logica del futuro accordo con Casini mi pare più funzionale a creare la corrente di sinistra del Pd che a proporre una reale alternativa di cambiamento. Intendiamoci, con questi chiari di luna, è utile anche questo, servirà almeno a temperare alcune asprezze riformistiche che Bersani da solo, contro il fronte compatto dell'Udc e della parte più conservatrice del Pd - Renzi compreso - non sarebbe riuscito a contenere; Vendola renderà un po' meno indigeribile il prossimo governo "montiano" di centrosinistra, ma nulla di più. E quindi ci siamo ritrovati così - unico tra i paesi europei - a non avere né un partito che fa riferimento al Partito socialista europeo né una forte opposizione politica di sinistra, tranne quella rappresentata dal sindacato, che però è, per forza di cose, un'altra cosa. Cosa succederà non lo so. A me hanno insegnato che la sinistra esiste in natura, perché esistono le ingiustizie e quindi dobbiamo lottare per superarle. Adesso è un filo sottile, ma come dicono i nostri contadini "piuttosto è meglio di niente".

mercoledì 31 ottobre 2012

Considerazioni libere (316): a proposito dell'astensione...

C'è un'opinione corrente, ormai piuttosto radicata e pigramente accettata dai commentatori, secondo la quale la Sicilia sarebbe una sorta di "laboratorio politico" e quindi che l'esito delle elezioni in quell'isola prefigurerebbe e anticiperebbe l'esito delle elezioni nazionali. Non lo so. Io ho una certa idiosincrasia per i "laboratori", mi pare un espediente per giustificare teorie già formate e compiute, di cui si cerca semplicemente una conferma; da emiliano, non ho mai creduto neppure al "modello emiliano", di cui pure ci sono stati fior fiore di teorici, in genere non emiliani. Allo stesso modo mi pare che la tesi del "laboratorio siciliano" sia sostenuta in particolare da coloro che siciliani non sono e soprattutto da quelli che, avendo vinto le elezioni in quella regione, sperano legittimamente di ripetere lo stesso risultato nel resto dell'Italia. In questi giorni ad esempio sostengono con vigore questa tesi gli amici del Pd che da più tempo perseguono l'obiettivo di un rapporto organico con l'Udc. Siccome sono convinti dell'esito finale, qualsiasi cosa succeda la considerano un sostegno della propria tesi: non esattamente un metodo scientifico. Al netto di questa lettura un po' semplicistica, il voto di domenica scorsa ci lascia alcune questioni aperte. A me ne interessano essenzialmente due: l'altissima astensione e l'incapacità della sinistra di raccogliere la voglia di cambiamento, che è intercettata quasi esclusivamente dal Movimento 5 stelle. In questa "considerazione" provo ad affrontare la prima questione. Ci sarà tempo per affrontare l'altra.
Nell'euforia della vittoria e nel tentativo di minimizzare la sconfitta, nessun politico - e neppure i commentatori più attenti e meno "organici" ai partiti - mi pare abbiano approfondito una questione per me essenziale. Per chi ha votato la mafia? Posta così la domanda è eccessivamente brutale e probabilmente anche sbagliata, ma non credo sia ozioso chiedersi che ruolo abbia avuto in queste elezioni un'organizzazione così potente e che ha in quella terra una presenza così forte e pervasiva. Non mi sembra realistico pensare che un'organizzazione che ha avuto all'inizio degli anni novanta - quando si profilava all'orizzonte la fine del sistema politico basato sul ruolo centrale della Democrazia cristiana - l'ambizione e la forza di avviare una trattativa con una parte delle istituzioni - trattativa che non sappiamo se e come si è conclusa - abbia rinunciato adesso, in un altro momento di passaggio, a far sentire tutto il peso della propria influenza. A me sembrerebbe piuttosto strano, tanto più che le vicende di questi mesi dimostrano che le organizzazioni criminali mafiose stanno svolgendo un ruolo attivo anche al di fuori delle regioni in cui tradizionalmente hanno un più forte radicamento. Se le cosche controllano pacchetti di voti in Lombardia e in Piemonte e decidono di utilizzarli per eleggere dei loro rappresentanti in quei consigli, mi pare difficile pensare che abbiano rinunciato a fare politica in Sicilia, in Calabria, in Campania.
In queste ore mi sono dato due spiegazioni che provo a sottoporvi; queste spiegazioni non sono per forza di cose antitetiche, potrebbero essere valide entrambe e potrebbero anche coesistere con altre ragioni che magari emergeranno tra qualche tempo; in fondo la mafia è un fenomeno complesso, che difficilmente si riduce a un'unica interpretazione. La prima ipotesi è che la mafia si considera così forte da non considerare troppo rilevante chi governerà nei prossimi anni la Regione, da potersene in qualche modo disinteressare. Chi conosce bene quell'organizzazione ci spiega che ormai la mafia sta abbandonando gli aspetti più tradizionali della propria attività per diventare una sorta di enorme finanziaria, un'entità capace di raccogliere e quindi di muovere ingenti quantità di denaro, di condizionare lo sviluppo economico di molti settori produttivi. La mafia in questi anni si è fatta impresa e probabilmente per un'organizzazione di questo tipo è molto più importante condizionare il voto nel nord del nostro paese, perché è qui - molto più che in Sicilia - che può svolgere un ruolo attivo, che può diventare protagonista della vita economica dell'intero paese. La mafia dei colletti bianchi, dei grandi capitali, sente la necessità di dialogare con le industrie, con le banche e le istituzioni finanziarie, con chi ha bisogno dei suoi capitali e dei suoi servizi e questi stanno in Lombardia o ancora più a nord, in Germania. La crisi ha contribuito moltissimo a spostare la "linea della palma", come la chiamava Leonardo Sciascia. Tra gli imprenditori in difficoltà, tra coloro che non hanno accesso al credito, è facile per i mafiosi farsi strada, perché loro hanno molti contanti, li possono prestare, anche senza pretendere di assumere un ruolo nelle aziende a cui prestano denaro; gli è sufficiente essere soci di minoranza, ma naturalmente - come insegnava il siciliano Cuccia - quando si è soci di minoranza di tante imprese il proprio potere cresce enormemente. Per inciso gli imprenditori del nord non sono solo vittime di questo sistema, spesso ne sono anche complici, perché trovano conveniente servirsi di aziende mafiose che garantiscono servizi a prezzi più bassi e preferiscono non chiedersi come sono possibili tali risparmi. A questa "nuova" mafia forse la Sicilia interessa sempre meno, perché il loro orizzonte è ormai l'Italia.
C'è un'altra possibilità per spiegare questa possibile "indifferenza" della mafia per l'esito delle elezioni. Io, come ho scritto in qualche breve commento su Twitter, non avrei votato per Rosario Crocetta, ma certamente non gli si può non riconoscere un impegno concreto e onesto contro la mafia; la decisione di nominare come nuovo assessore alla sanità la figlia di Paolo Borsellino, da anni impegnata su questi temi, è un segnale molto significativo. Io mi auguro di cuore che l'azione di Crocetta sia così intensa come le sue parole lasciano supporre, ma temo purtroppo che a livello amministrativo ci siano ormai tali e tante incrostazioni da rischiare di rendere vano un serio impegno riformatore. La burocrazia, la cattiva burocrazia, è uno dei mali più gravi dell'Italia e delle regioni del sud in particolare; e contro questo male non basta l'azione di un'amministrazione locale, per quanto bene intenzionata. I mafiosi lo sanno bene e sanno che possono contare su questa inefficienza, che troppe volte diventa connivente.
L'altra ipotesi - anch'essa preoccupante - di questa ondata di astensioni è che la mafia abbia deciso di mandare un "avvertimento" alle forze politiche con cui in questi anni ha avuto rapporti più intensi, a cui ha garantito un sostegno politico determinante. Nel '92 quando Andreotti non seppe o non volle più garantire un certo tipo di equilibrio, la mafia decise di uccidere Salvo Lima e quell'omicidio - come ho raccontato in un'altra "considerazione" - ha in qualche modo dato il via a quel terremoto politico che, intrecciatosi con quello che succedeva in quelle stesse settimane a Milano, ha determinato la fine della cosiddetta "prima repubblica". Forse adesso, in maniera molto meno cruenta - più "raffinata" - ma altrettanto netta, la mafia ha deciso di astenersi, penalizzando il centrodestra e in particolare il segretario - siciliano - del Pdl. In qualche modo la criminalità organizzata avrebbe preso posizione nel dibattito interno al centrodestra tra la linea "montiana" ed europea sostenuta da Alfano e la linea eversiva, populista e demagogica, di cui continua a essere il massimo portavoce Silvio Berlusconi. Questa mafia preferisce un'Italia fuori dall'Europa, un'Italia "greca", dove poter fare indisturbata i propri lucrosi affari, dove si continua a evadere, dove la corruzione diventa istituzionalizzata e naturalmente B. garantisce, meglio di ogni altro politico italiano, alla mafia di portare il nostro allo stato della Grecia.
Vedremo cosa succederà, credo sia importante però non fare finta che non sia successo nulla. Io capisco l'entusiasmo di Bersani che vede nel risultato siciliano un ottimo viatico per le primarie e per le "secondarie", ma penso che certi toni andrebbero un po' smorzati e soprattutto che andrebbe analizzato il fatto che neppure un elettore su due è andato a votare. Sia che si pensi - come faccio io - che questa astensione sia il frutto di un qualche calcolo della mafia, sia che si pensi che si tratti semplicemente di protesta e di disaffezione al voto, il segnale è più che allarmante, al di là del limite di guardia.

domenica 28 ottobre 2012

"Ncopp' sta terra" di Eduardo De Filippo


Te pare luongo n'anno
e passa ambressa;
quann'è passato se ne va luntano;
ne passa n'ato
e quanno se n'è gghiuto
corre pur'isso nziem' a chillo 'e primma,
e nzieme a n'ati cinche
vinte
trenta
se ne vanno pè ll'aria
ncopp' 'e nnuvole.
E 'a llà tu siente comm' a nu frastuono
ch'è sempe 'o stesso
'a quanno 'o munno è munno
ncopp' a sta terra:
comme si fosse 'a banda d' 'o paese
ca scassèa mmiez' 'o vico
e s'alluntana.
Trase int' 'e rrecchie quanno sta passanno
e nun 'a siente cchiú quann'è passata.
Ma na cosa te resta:
sa che te rummane?
Te rummane 'o ricordo 'e nu mutivo
comme fosse na musica sperduta
'e nu suonno scurdato,
ca t'è paruto vivo
chiaro cchiù d' 'o ccristallo
dint' 'o suonno
e nun 'o può cuntà quanno te scite
manc'a te stesso,
tanto è fatto 'e niente.

sabato 27 ottobre 2012

Considerazioni libere (315): a proposito di una sentenza e delle sue motivazioni...

Come hanno fatto tutti quelli che in questi giorni hanno commentato la sentenza del tribunale dell'Aquila, anch'io devo esordire con "aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza". Non so in quanti effettivamente leggeranno quelle motivazioni, immagino molti meno di quelli che negli ultimi giorni hanno espresso questo proposito. Per inciso, in casi rilevanti come questo, forse sarebbe più opportuno far conoscere contemporaneamente la sentenza e le motivazioni; francamente, visti i tempi della giustizia italiana, non credo che il problema della lunghezza dei processi sarebbe troppo aggravato dal prevedere fin da subito che la sentenza sia accompagnata dalla stesura delle motivazioni, che esige comprensibilmente alcuni giorni; far uscire tutto insieme non dovrebbe essere così complicato, anche perché quando la corte decide una sentenza deve aver ben chiare le motivazioni giuridiche che la giustificano. Penso che il nostro sistema giudiziario ne acquisterebbe in autorevolezza e che soprattutto eviterebbe molte discussioni fuorvianti. Naturalmente per chi ha un'opinione già definita, per chi ha già un'idea a prescindere, le motivazioni sono assolutamente ininfluenti, in qualunque momento vengano rese pubbliche. Sulla sentenza dell'Aquila, a di là della foglia di fico dell'attesa delle motivazioni utilizzata da tutti i commentatori, molti di questi avevano già definito le loro opinioni prima che la corte si pronunciasse.
Quindi, pur aspettando le motivazioni, mi permetto di esprimere qualche dubbio, a cui spero di trovare risposta nei prossimi giorni. Il processo che si è celebrato in questi mesi non ha riguardato tutte le vittime di quel terremoto, ma solamente trentadue casi, messi insieme sulla base di singole denunce. Nel processo si è discusso di questi singoli e la pubblica accusa - sulla scorta delle testimonianze dei familiari e degli amici di quelle trentadue persone - ha cercato di dimostrare che le dichiarazioni dei componenti della Commissione grandi rischi, con i loro toni eccessivamente tranquillizzanti, li avrebbero spinti a rimanere nelle loro abitazioni, che crollarono a causa del terremoto del 6 aprile. Come sappiamo, altre persone, non tranquillizzate da quei messaggi o trovandoli contradditorii, decisero di trascorrere quelle notti in auto, fuori dalle loro case, o di trasferirsi sulla costa e in questo modo si salvarono. Pur con il rispetto che è dovuto a persone che hanno perso in maniera così tragica i loro familiari e credendo nella loro assoluta buona fede e nella verità delle loro testimonianze, non credo sia facile ricordare gli stati d'animo, le incertezze, i dubbi di quelle settimane di tre anni fa; temo che i ricordi finiscano per essere distorti da quello che è successo, dal dramma che tttu loro hanno vissuto. Sono situazioni molto difficili, in cui temo non sia facile rimanere lucidi; succede qualcosa del genere alle persone malate e ai loro familiari. Proviamo a calarci noi in quella situazione. Credo sia difficile decidere di lasciare la propria casa, anche se siamo impauriti da continue scosse di assestamento; per me almeno sarebbe difficile prendere questa decisione e non so quanto mi influenzerebbero, in un senso o nell'altro, le dichiarazioni degli esperti. A quante altre cose si penserebbe in momenti come quelli? Che peso avrebbe la preoccupazione per mia moglie? Non lo so, spero non mi succeda, naturalmente, ma non so cosa farei. Anche nel recente terremoto che ha colpito l'Emilia, abbiamo saputo di persone, spesso anziane, che non avrebbero voluto lasciare le proprie case e magari sono state costrette a farlo, con la forza, per l'imminenza del pericolo. E casi analoghi li abbiamo visti in tutte le tragedie naturali - troppe - che hanno investito il nostro paese. Probabilmente c'è stata sottovalutazione da parte dei tecnici della Commissione - e su questo dirò dopo - ma forse qualcuno di quelli che ha deciso di rimanere in casa ha sentito quello che voleva sentire. Francamente mi sembra molto complicato, dal punto di vista strettamente giuridico, trovare un rapporto diretto di causa ed effetto tra le dichiarazioni di De Bernardinis e degli altri tecnici e la morte di quelle trentadue persone. La scossa distruttrice è arrivata sfortunatamente pochi giorni dopo quella riunione, ma non sappiamo cosa sarebbe successo se la scossa fosse arrivata - come poteva succedere, essendo quel fenomeno imprevedibile - un mese dopo: quanto avrebbero resistito a dormire in auto quei cittadini dell'Aquila? Per quanto tempo sarebbero rimasti fuori dalle loro case? E se la scossa fosse arrivata di giorno, magari quando anche i più prudenti sarebbero dovuti rientrare, magari per prendere qualche vestito? Non so se le motivazioni della sentenza dell'Aquila potranno spiegare più nel dettaglio questo rapporto di causa-effetto. Leggeremo e proveremo a valutarlo, nella maniera più serena possibile. Credo che lo dobbiamo all'esercizio della verità e anche a quelli che sono morti a L'Aquila.
Intanto, nell'attesa delle motivazioni, sono scoppiate le polemiche. Abbastanza prevedibili erano le critiche dei giornali "lepenisti": questi non potevano perdere un'occasione ghiotta come questa per attaccare la magistratura, che da sempre è nel mirino del loro proprietario. Altrettanto prevedibile era la critica del ministro Clini, che ha un conto aperto con i magistrati di Taranto, colpevoli di "lesa maestà" verso il ministero e l'Ilva, da lui parimenti rappresentati; magari era meno prevedibile la sciocchezza del paragone fatto da Clini tra il processo dell'Aquila e quello a Galileo. Era ancora meno prevedibile che si saldasse contro la sentenza dell'Aquila una strana alleanza tra costoro e Piergiorgio Odifreddi, di professione anticlericale più che matematico, che ha definito "demenziale" la sentenza, considerandola, al pari di altri belli spiriti suoi pari, come un attacco alla scienza, naturalmente con la "S" maiuscola.
Al di là di queste piccinerie, le persone condannate dal tribunale dell'Aquila hanno delle precise responsabilità e credo sia giusto che queste emergano. Immagino abbia pesato sulla decisione del magistrato ascoltare le parole di Bertolaso, nella telefonata in cui spiega all'assessore alla protezione civile della Regione che l'incontro dei "luminari del terremoto" servirà per "zittire subito qualsiasi imbecille" e per "tranquillizzare la gente", con la tesi che "cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male". Come succede troppe volte in Italia, c'è stata una miscela pericolosa di incompetenza, pigrizia, arroganza, accondiscendenza al potente di turno. Questa sentenza ha dimostrato una volta di più che in questo paese i cittadini non possono fidarsi delle istituzioni, non possono credere a uno stato che, per dolo e per negligenza - ma più spesso per dolo - li ha sistematicamente ingannati, ha negato la verità. Questo stato di cose non lo potrà risolvere una sentenza, per quanto coraggiosa - anche se temo sbagliata - di un giudice di provincia.
In Italia ogni terremoto rischia di trasformarsi in una catastrofe perché non c'è la cultura per affrontare questi eventi naturali, che sono sì imprevedibili - e chi dice il contrario è ignorante - ma sono allo stesso tempo affrontabili. Per non parlare di quegli eventi che, pur essendo prevedibilissimi - come le piogge - rischiano di trasformarsi anche loro in catastrofi. Manca nel nostro paese, che pure è altamente sismico, qualsiasi forma di educazione dei cittadini, anche perché troppo spesso le autorità - scienziati compresi - hanno sempre adottato lo stile di comunicazione messo in pratica in Abruzzo, teso a nascondere la verità e a rassicurare comunque i cittadini, che evidentemente non sono ritenuti abbastanza intelligenti da conoscere quello che succede. Per queste ragioni, secondo me, ci sarebbero stati tutti i motivi per condannare quei sette tecnici - e non solo loro - ma forse quella sentenza di omicidio colposo non è il modo migliore per rispettare lo stato di diritto. Ho l'impressione che si sia arrivati a una sentenza giusta attraverso una strada sbagliata, ma in un processo la strada non è una variabile indipendente.

giovedì 25 ottobre 2012

"Testamento" di Kriton Athanasulis


Non voglio che tu sia lo zimbello del mondo.
Ti lascio il sole che lasciò mio padre a me.
Le stelle brilleranno uguali ed uguali ti indurranno
le notti a dolce sonno.
Il mare t'empirà di sogni. Ti lascio
il mio sorriso amareggiato: fanne scialo
ma non tradirmi. Il mondo è povero
oggi. S'è tanto insanguinato questo mondo
ed è rimasto povero. Diventa ricco
tu guadagnando l'amore del mondo.
Ti lascio la mia lotta incompiuta
e l'arma con la canna arroventata.
Non l'appendere al muro. Il mondo ne ha bisogno.
Ti lascio il mio cordoglio. Tanta pena
vinta nelle battaglie del tempo.
E ricorda. Quest'ordine ti lascio.
Ricordare vuol dire non morire.
Non dire mai che sono stato indegno, che
disperazione mi ha portato avanti e son rimasto
indietro, al di qua della trincea.
Ho gridato, gridato mille e mille volte no,
ma soffiava un gran vento e piogge e grandine
hanno sepolto la mia voce. Ti lascio
la mia storia vergata con la mano
d'una qualche speranza. A te finirla.
Ti lascio i simulacri degli eroi
con le mani mozzate,
ragazzi che non fecero a tempo
ad assumere austere forme d'uomo,
madri vestite di bruno, fanciulle violentate.
Ti lascio la memoria di Belsen e Auschwitz.
Fa presto a farti grande. Nutri bene
il tuo gracile cuore con la carne
della pace del mondo, ragazzo, ragazzo.
Impara che milioni di fratelli innocenti
svanirono d'un tratto nelle nevi gelate
in una tomba comune e spregiata.
Si chiamano nemici; già. I nemici dell'odio.
Ti lascio l'indirizzo della tomba
perché tu vada a leggere l'epigrafe.
Ti lascio accampamenti
d'una città con tanti prigionieri,
dicono sempre si, ma dentro loro mugghia
l'imprigionato no dell'uomo libero.
Anch'io sono di quelli che dicono di fuori
Il sì della necessità, ma nutro, dentro, il no.
Così è stato il mio tempo. Gira l'occhio
dolce al nostro crepuscolo amaro,
il pane è fatto di pietra, l'acqua di fango,
la verità un uccello che non canta.
E’ questo che ti lascio. Io conquistai il coraggio
d'essere fiero. Sforzati di vivere.
Salta il fosso da solo e fatti libero.
Attendo nuove. E’ questo che ti lascio.

mercoledì 24 ottobre 2012

Considerazioni libere (314): a proposito di un prestito molto interessato...

Voglio attirare l'attenzione dei miei lettori su una notizia che è passata - come molte altre, specialmente quelle di politica estera - inosservata; eppure questa notizia riguarda un paese non molto lontano dall'Italia, le cui difficoltà possono ricadere sul nostro paese e sull'intera Europa, visto che le persone che, a causa dell'aggravarsi della crisi, decidono di lasciare il Marocco finiscono per arrivare nei paesi della costa settentrionale del Mediterraneo. Come spero riuscirò a spiegarvi, la vicenda del Marocco è interessante anche per un altro motivo: mette in evidenza come si muovono le autorità finanziarie internazionali e quindi cosa sta succedendo in Grecia, in Spagna e presto succederà in Italia. Lo scorso 3 agosto il Fondo monetario internazionale ha deciso di concedere al governo di Rabat un finanziamento di 6,2 miliardi di dollari, una cifra molto importante, che rappresenta più della metà del debito estero contratto dal paese magrebino negli ultimi decenni. La presidente del Fmi Christine Lagarde ha detto che si tratta di "una polizza assicurativa contro gli eventuali rischi che incombono sull'economia marocchina". Al di là di queste parole, apparentemente rispettose dell'autonomia delle autorità politiche marocchine, il Fmi si prepara a influenzare in maniera diretta la politica di quel paese. Come è avvenuto già troppe volte, in America latina come nell'Africa australe, e come sta avvenendo in questi mesi nell'Europa meridionale, questi soldi che dovrebbero aiutare il Marocco a liberarsi da una situazione di dipendenza, non faranno altro che mantenere il paese nella spirale dell'indebitamento, da cui sarà sempre più difficile uscire.
Naturalmente un prestito di tale entità prevede delle contropartite. Di fronte alle polemiche il governo marocchino ha detto che probabilmente i fondi del Fmi non saranno neppure utilizzati. Si tratta ovviamente di una sciocchezza: se il Marocco non aveva bisogno del prestito, avrebbe semplicemente potuto fare a meno di chiederlo. Dal momento che il prestito - che venga utilizzato o meno - una volta erogato matura interessi, è ovvio che il governo marocchino utilizzerà i soldi ricevuti. Il Fmi chiede garanzie, perché - come ogni banca - vuole che il denaro che ha prestato venga restituito. Con gli interessi. Il governo di Rabat ha già inviato una lettera al Fmi in cui si impegna ad accogliere i "suggerimenti" dei funzionari del Fondo. Possiamo immaginare su che temi si eserciterà l'influenza del Fmi: tagli sostanziali alle spese pubbliche, riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale, riduzione delle imposte dirette e aumento di quelle indirette. Vi ricorda qualcosa? sì, è proprio la famosa "agenda Monti", quella applicata dall'attuale governo e a cui si dovrà attenere anche il prossimo, indipendentemente da chi vincerà le elezioni.
Una delle prime "vittime" del Fmi sarà la Caisse de compensation, ossia il sistema che da anni in Marocco garantisce le sovvenzioni per i prodotti di base - farina, riso, zucchero, ma anche benzina e gas - pare che nella prossima finanziaria sia già prevista una drastica riduzione, se non la soppressione, di questo strumento. Certamente la Caisse de compensation è stato il mezzo attraverso cui il re e il governo del Marocco sono riusciti nel 2011 a impedire che la cosiddetta "primavera araba" si espandesse anche in quel paese; proprio nel 2011 questo sistema di sovvenzioni ha raggiunto l'8% del bilancio statale, rendendo meno dura la condizione di vita delle famiglie più povere, specialmente dei giovani, che sono stati i protagonisti di quelle rivolte. Certo la Caisse de compensation così come è dovrebbe essere radicalmente riformata, perché finisce per essere un sistema non equo, dal momento che non fa alcuna differenza tra colui che compra il prodotto sovvenzionato avendone un reale bisogno e colui che non ne ha necessità: poveri e ricchi godono delle stesse sovvenzioni. Il Fmi ha già chiesto che questo sistema venga profondamente riformato, perché non favorisce la concorrenza in una logica di libero mercato e perché ormai è economicamente insostenibile. Come spesso avviene si getta il bambino con l'acqua sporca. La riforma, che sarebbe comunque necessaria - proprio per le disparità che sopra ho descritto e perché la Caisse è diventata uno strumento di politica clientelare - si tradurrà semplicemente in una serie indiscriminata di tagli, con l'unica conseguenza di un aumento del costo della vita, tanto più difficile da sopportare perché i salari vengono congelati. Il conto di queste scelte sarà pagato dagli strati più indigenti della popolazione, mentre non si farà nulla per introdurre nuove regole contro la corruzione e contro quei gruppi che hanno contribuito a mettere in ginocchio l'economia del paese.
La reticenza con cui le autorità marocchine e gli stessi funzionari del Fondo parlano del prestito a quel governo non è legato a un sussulto di dignità, ma è determinata da quello che è successo negli anni passati. Nel 1978, su richiesta del Fmi, il governo attuò un programma di riforme economiche basato sulla riduzione degli investimenti statali, l'aumento delle tasse e il blocco dei salari. La popolazione scese in piazza e quei provvedimenti furono ritirati. Nonostante questo nel 1980 il Fondo impose l'adozione del Piano di aggiustamento strutturale (Pas) che prevedeva, tra le altre misure, la riduzione delle sovvenzioni sui prodotti alimentari. In pochi giorni i prezzi di questi prodotti salirono alle stelle - ad esempio quello della farina crebbe del 50% - e si rinnovarono i tumulti. Questa rivolta fu particolarmente grave a Casablanca, dove ci furono centinaia di morti. Da allora Pas è diventato sinonimo di sacrifici e repressione e quindi è comprensibile che il governo e il Fondo questa volta cerchino di attenuare la portata dell'intervento, che però ha caratteristiche molto simili.
Lo scorso 9 ottobre il Fmi ha presentato uno studio secondo cui il tasso di crescita del Marocco si attesterebbe al 5%; si tratta di una previsione ottimistica e poco realistica, dal momento che l'attuale tasso di crescita è stabile al 2%; contemporaneamente l'agenzia di rating Standard and Poor's ha definito "negativa" la capacità del Marocco di rimborsare i propri debiti, aggiungendo che "se la disoccupazione rimarrà ostinatamente elevata, il costo della vita aumenterà e se le riforme politiche si riveleranno deludenti per la popolazione, si correrà il rischio di disordini sociali su vasta scala". Apparentemente sembrano due giudizi discordanti, ma l'impressione è che Fmi e Standard and Poor's giochino al poliziotto buono e poliziotto cattivo. Uno spiega che la situazione è critica e l'altro che se ne può uscire, mentre il governo marocchino è invitato a insaponare la corda a cui sarà impiccato.
Nel bilancio del 2012 le entrate derivanti dalle imposte coprono soltanto il 60% delle spese; occorre quindi trovare nuove risorse e visto che le scorte di idrocarburi sono sostanzialmente esaurite, l'unica via di uscita è l'indebitamento. Secondo diversi analisti, questa situazione non è il frutto della crisi della zona euro - come spiegano i governanti di Rabat - ma il risultato di scelte disastrose in campo fiscale, nella gestione delle riserve di cambio, nella programmazione degli investimenti. Negli ultimi venti anni si è ridotto il gettito fiscale, dal momento che il governo ha abbassato le imposte dirette sulle fasce di reddito superiori e ha ridotto la tassazione sulle aziende; queste misure hanno favorito chi era già molto ricco, senza avere alcun beneficio sull'economia reale del paese. I ministri del re avevano promesso che tasse più basse per i ricchi avrebbero favorito gli investimenti e il passaggio alla "legalità" di tante attività che vivono in maniera informale. Non si è verificata né l'una né l'altra cosa: l'evasione fiscale raggiunge livelli altissimi e la fuga di capitali all'estero è stimata a oltre 2 miliardi di dollari all'anno, un terzo del prestito del Fmi.
Ci sono altri fattori che pesano sull'economia del Marocco. Nonostante le dichiarazioni, la qualità del pubblico impiego continua a essere scarsa, dal momento che le assunzioni continuano a essere o una valvola per allentare le pressioni sociali o - come è avvenuto in Grecia e in Italia - un'opportunità per favorire reti di clientele. Il Marocco degli ultimi dieci anni ha conosciuto una grande mole di investimenti, su settori che non hanno inciso sull'economia del paese: né la rete di autostrade né la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità - la prima dell'Africa - ha rappresentato un vero passo in avanti per il paese. Anche su questo le assonanze con le nostre vicende domestiche sono piuttosto inquietanti.
L'agricoltura è il settore dove è più evidente la miopia dei governi che si sono succeduti in questi anni in Marocco. Si è puntato sui prodotti da esportazione (pomodori, fragole, banane) - secondo le indicazioni dei tecnici del Fmi e delle altre agenzie internazionali - senza valutare che questo settore coinvolge solo il 2% delle aziende agricole e non si è investito sui prodotti di prima necessità, di cui le aziende agricole marocchine riescono a coprire meno della metà del fabbisogno interno. Adesso una parte dei pomodori prodotti rimangono venduti, mentre il grano viene importato a prezzi sempre più elevati. In questa situazione difficile, naturalmente la crisi della zona euro ha dato il colpo di grazia: i paesi europei - che erano i primi importatori dei prodotti marocchini - hanno ridotto il volume di queste importazioni; i turisti europei hanno ridotto i loro budget e un paese come il Marocco, dove il turismo dalla Spagna era particolarmente significativo, ne ha risentito; infine la crisi in Europa ha reso meno fiorenti e più precarie le rimesse dei marocchini residenti all'estero.
Questa è la situazione del Marocco: è una situazione oggettivamente difficile, ma il prestito del Fmi non riuscirà a risolvere nessuno dei problemi che trascinano nella miseria quel paese e i suoi abitanti, anzi contribuirà ad affondarlo. Questa è una storia che presto dovremo tenere a mente, temo.

sabato 20 ottobre 2012

Considerazioni libere (313): a proposito di stampare denaro...

Lo scorso 13 settembre nell'edizione on line de Il Sole-24 ore potevate leggere questo titolo: "Dalla Fed nuova ondata di liquidità: 40 miliardi al mese". Sui mezzi di informazione italiani questa notizia non è stata particolarmente approfondita: in sostanza è stata vista da alcuni come un elemento di ottimismo, come uno dei segnali premonitori della fantomatica luce in fondo al tunnel, sempre evocata dal professor Monti, e da altri come un tentativo del presidente della Federal reserve Bernanke, pur nominato dal repubblicano Bush (il secondo), di favorire la rielezione del democratico Obama. Dal momento che entrambe queste spiegazioni mi sono sembrate un po' riduttive, ho provato a capirci qualcosa di più, spulciando tra i commenti e le analisi disponibili in rete. Tecnicamente questa operazione si chiama quantitative easing - alleggerimento quantitativo in italiano - ed è la terza volta dall'inizio della crisi che la Federal reserve adotta questo provvedimento - la sigla è appunto QE3 - in pratica la banca centrale degli Stati Uniti decide che è venuto il momento di creare nuovo denaro; naturalmente, nella nostra era digitale, non si dà l'ordine alla zecca di stampare nuove banconote, basta fare clic su un computer.
Il primo alleggerimento quantitativo, il QE1, è stato fatto alla fine del 2008; l'obbiettivo di Bernanke era quello di debellare la crisi finanziaria, i cui primi segnali erano stati avvertiti già nel 2007 e che aveva raggiunto il culmine nell'autunno del 2008, con il fallimento della Lehman Brothers. In un primo momento è stato il governo federale a intervenire direttamente, investendo 1.200 miliardi di dollari nell'acquisto di titoli delle banche in crisi, ma la situazione, nonostante l'immissione di tutta questa liquidità, ha continuato ad aggravarsi. A questo punto, visto che sul bilancio statale non si poteva più intervenire, la Federal reserve ha cominciato ad acquistare, con i soldi "nuovi", dalle banche in difficoltà titoli garantiti da mutui, incluse le obbligazioni di due imprese sostenute dallo stato, Fannie Mae e Freddie Mac, i cui nomi sono entrati più volte nelle cronache finanziarie. Quindi le banche in questi ultimi anni hanno utilizzato il denaro "creato" dalla Federal reserve per compensare strumenti finanziari insicuri; nella primavera del 2010 sembrava che la situazione fosse sotto controllo e quindi è stato deciso di sospendere il programma QE1, dopo che erano stati investiti 1.700 miliardi di dollari. Gli effetti positivi sono durati molto poco, tanto che la Federal reserve ha deciso di dare il via, nell'autunno 2011, a un nuovo alleggerimento, il programma QE2: sono stati acquistati, sempre con soldi "nuovi", 600 miliardi di titoli del Tesoro a lungo termine. I risultati evidentemente non sono stati molto positivi, se dopo meno di un anno è stato necessario iniziare il nuovo programma QE3. Francamente quello che è successo in questi mesi, a partire dal 2008, fa prevedere che anche i risultati di questo nuovo programma non saranno positivi. Il QE3 prevede che sia possibile immettere nel sistema fino a 40 miliardi di dollari al mese, attraverso l'acquisto di titoli garantiti da mutui; non è stata definita una scadenza per questo programma.
Credo sia utile a questo punto fare un minimo di storia. Fino all'inizio degli anni Settanta negli Stati Uniti, come in tutti gli altri paesi del mondo, vigeva la cosiddetta gold standard, o sistema aureo, che prevedeva che l'ammontare della moneta circolante in un paese fosse limitato dalla somma delle quantità di riserve auree detenute dalle banche di quello stesso paese; questo sistema - che quindi non prevedeva la possibilità di stampare moneta oltre un certo limite - fu deciso nel luglio del 1944, mentre si stava ancora combattendo la seconda guerra mondiale, nella Conferenza di Bretton Woods. Fu il presidente Nixon a decretare la fine di questo sistema, nel 1971, abolendo la convertibilità del dollaro in oro. Fu quindi possibile creare moneta in maniera libera, senza vincoli, e perciò da quel momento la massa di dollari in circolazione è enormemente cresciuta.
Per tornare a quello che sta succedendo oggi, naturalmente se la Federal reserve batte "nuova" moneta, le altre banche centrali non stanno ferme. Qualche giorno prima che Bernanke annunciasse l'inizio del QE3, la Bce ha deciso l'acquisto di titoli di debito dei paesi della zona-euro, in grandi proporzioni e soprattutto "unlimited", come ha detto Draghi, facendo tirare un sospiro di sollievo all'amico Monti: di fatto è cominciato così l'alleggerimento quantitativo dell'Europa, anche se teoricamente la Bce non avrebbe il potere di battere moneta. E anche le banche centrali britannica e giapponese hanno cominciato a comprare titoli, immettendo denaro fresco nelle economie di quei paesi. Cresce quindi - unlimited - la massa di moneta in giro per il pianeta. E questo non è un segno di salute, ma la causa di nuove malattie, di un nuovo contagio.
A questo punto, ci sono due questioni su cui credo sia utile concentrarsi: bisogna capire chi decide queste operazioni e soprattutto sapere dove arrivano tutti questi "nuovi" soldi. Queste operazioni non le decidono i governi, ma le banche: e questo mi pare già un problema, perché nessuno ha eletto Bernanke o Draghi. Come ho detto più volte, si apre un'enorme questione democratica, che coinvolge prima di tutto l'Europa, dal momento che sulla Bce e su Draghi si concentra anche il potere di controllo, attraverso la troika, delle politiche economiche dei paesi "salvati" dalla crisi. Il potere dei banchieri centrali è incredibilmente cresciuto negli ultimi anni e la cosa è appunto tanto più drammatica in Europa, dal momento che non c'è un presidente - come negli Stati Uniti - che possa interloquire con chi decide quando stampare nuova moneta e soprattutto dove indirizzarla. E qui veniamo al secondo punto. La Federal reserve non distribuisce il "nuovo" denaro per creare nuove imprese o per favorire la crescita di nuovi posti di lavoro, nonostante sia questa la giustificazione dell'alleggerimento quantitativo. Questo denaro finisce direttamente alle banche che cedono alla Federal reserve titoli più o meno tossici, ricevendone in cambio soldi "puliti"; questi soldi poi vengono reinvestiti nel mercato azionario, che garantisce alle banche e ai loro azionisti il massimo dei profitti, e quindi non incidono in alcun modo sulla cosiddetta economia reale. Di fatto tutti questi soldi, negli Stati Uniti come in Europa, sono un modo per distribuire fondi pubblici per premiare i più ricchi, specialmente quelli che hanno operato nel mercato finanziario, ossia quelli che, con la loro irresponsabilità e la loro avidità, hanno provocato la crisi. E' la redistribuzione delle ricchezze, solo che passano dai poveri ai ricchi. E questa redistribuzione sta continuando.
Immettere denaro in maniera incontrollata non serve a incrementare il prodotto interno lordo di un paese, anzi diminuisce il valore della moneta - è piuttosto intuitivo, visto che aumenta il denaro in circolazione - e di conseguenza incrementa il costo delle merci; l'aumento del prezzo delle merci mette in difficoltà le imprese, fa aumentare la disoccupazione e ricade sui consumatori, perché si riduce il loro potere di acquisto. Se l'economia è carica di denaro in maniera così eccessiva, gli interventi dello stato non riescono né a stimolare la produzione né a migliorare la qualità della vita dei cittadini. Diversi analisti spiegano che si sta creando una nuova forma di capitalismo, che non è quello classico - quello che ha portato alla crisi del '29 - né quello cosiddetto "di stato", che si è imposto dopo la seconda guerra mondiale. Il nuovo capitalismo, ormai slegato e indipendente dalla politica, crea e distribuisce moneta a sua esclusiva discrezione e naturalmente sappiamo a favore di chi. E tutto questo sforzo non si tradurrà in maggiori posti di lavoro. In un momento di sincerità, Bernanke ha detto: "Voglio essere chiaro. Mentre ritengo che possiamo dare un significativo contributo all'attenuazione del problema, non possiamo risolverlo. Non possediamo strumenti abbastanza potenti da risolvere il problema della disoccupazione"; se lo dice lui. E senza lavoro non si risolleva l'economia, almeno la nostra economia.

venerdì 19 ottobre 2012

"La mia opposizione al fascismo" di Aldo Capitini

Non è facile elevarsi su quel patriottismo scolastico che ci coglie proprio nel momento, dai dieci ai quindici anni, in cui cerchiamo un impiego esaltante delle nostre energie, una tensione attiva e appoggiata a miti ed eroi.
Quaranta anni successivi di esperienza in mezzo ad una storia movimentatissima ci hanno ben insegnato due cose: che la devozione alla patria deve essere messa in rapporto e mediata con ideali più alti e universali; che la nazione è una vera società solo in quanto risolve i problemi delle moltitudini lavoratrici nei diritti e nei doveri, nel potere, nella cultura, in tutte le libertà concretamente e responsabilmente utilizzabili.
Quella "patria" che la scuola ci insegnò, che era del Foscolo e del Carducci, e diventava del D'Annunzio e del Marinetti, non poteva essere il centro di tutti gli interessi; e perciò potei essere nazionalista tra i dieci e i quindici anni, ma non poi restarlo quando vidi la guerra in rapporto, meno con la nazione, e più con l'umanità sofferente e divisa; quando dalla letteratura vociana e di avanguardia salii (da autodidatta e più tardi che i coetanei) alla più strenua, vigorosa, e anche filologica classicità, vista nei testi latini, greci e biblici, come valori originali; quando portai la riflessione politica, precoce ma intorbidata dall'attivismo nazionalistico, ad apprezzare i diritti della libertà e l'apertura al socialismo come cose fondamentali, insopprimibili per qualsiasi motivo.
Umanitario e moralista, tutto preso dalla ricostruzione della mia cultura (eseguita tardi ma con consapevolezza) e anche dal dolore fisico, il dopoguerra 1918-22 mi trovò del tutto estraneo al fascismo, anche se avevo coetanei che vi erano attivissimi: non sentii affatto l'impulso ad accompagnarmi con loro. Anzi, mi permettevo nella mia indipendenza, di leggere la Rivoluzione liberale, di offrire lieto il mio letto ad un assessore socialista cercato dagli squadristi, e la mattina della marcia su Roma sentii bene che non dovevo andarci, perché era contro la libertà.
Certo, per chi è stato, purtroppo (e purtroppo dura ancora), educato a quel tal patriottismo scolastico, per chi non ha potuto nell'adolescenza non assorbire del dannunzianesimo e del marinettismo, qualche volta il fascismo poteva sembrare un qualche cosa di energico, di impegnato a far qualche cosa; e comprendo perciò le esitazioni e le cadute di tanti miei coetanei, che hanno come me press'a poco gli anni del secolo.
Se io fui preservato e salvato per opera di quell'evangelismo umanitario-moralistico e indipendente, per cui non ero diventato né cattolico (pur essendo teista) né fascista, e preferii rinunciare alla politica attiva, a cui pur da ragazzo tendevo, scegliendo un lavoro di studio, di poesia, di filosofia, di ricerca religiosa; tanti altri, anche per il fatto di essere stati in guerra (io ero stato escluso perché riformato), lungo il binario del patriottismo, del combattentismo, dello squadrismo, videro nel fascismo la realizzazione di tutto.
Queste mie parole sono perciò un invito a diffidare del patriottismo scolastico, che può portare a tanto e a giustificare tanti delitti, e un proposito di lavorare per un'educazione ben diversa. Questa è dunque la prima esperienza che ho vissuto in pieno: ho potuto contrastare al fascismo fin dal principio perché mi ero venuto liberando (se non perfettamente) dal patriottismo scolastico; esso fu uno degli elementi principalmente responsabili dell'adesione di tanti al fascismo.
Ed ora vengo alla seconda esperienza fondamentale. Si capisce che mentre il fascismo si svolgeva, quasi insensibile com'ero alla soddisfazione "patriottica", mi trovavo contrario alla politica estera ed interna. Per l'estero io ero press'a poco un federalista, e mi pareva che un'unione dell'Italia, Francia, Germania (circa centocinquanta milioni di persone) avrebbe costituito una forza viva e civile, anche se l'Inghilterra fosse voluta rimanere per suo conto; ma ci voleva uno spirito comune, che, invece, il nazionalismo fece rovinare. Ebbi sempre un certo rispetto per la Società delle Nazioni; e mi pareva che l'Italia avesse avuto molto col Trattato di Versailles, malgrado le strida dei nazionalisti. Approvavo il lavoro di Amendola e degli altri per un patto con gli Jugoslavi, che ci avrebbe risparmiato tante tragedie e tante vergogne.
Per la politica interna la Milizia in mano a Mussolini, il delitto Matteotti, la dittatura e il fastidio, a me lettore e raccoglitore di vari giornali, che dava la lettura di giornali eguali, l'avversione che sentivo per il saccheggio e la distruzione e l'abolizione di tutto ciò che era stata la vita politica di una volta, le Camere del lavoro, le varie sedi dei partiti, le logge massoniche; mi tenevano staccato dal fascismo.
Sapevo degli arresti, delle persecuzioni. Dov'era più quel bel fermento di idee, quella vivacità di spirito di riforme che avevo vissuto dal '18 al '24? Quanti libri liberi, riviste (Conscientia per es. che conservavo come preziosa), erano finiti!. L'Italia che avrebbe dovuto riformarsi in tutto, era ora affidata ad un governo reazionario e militarista! E io ricordavo il mio entusiasmo per le amministrazioni socialiste: come seguivo quella di Milano, quella di Perugia, mia città!
Non ero iscritto a nessun partito, non partecipavo nemmeno, preso da altro, alla dialettica politica, ma le amministrazioni socialiste mi parevano una cosa preziosa, con quegli uomini presi da un ideale, umili di condizione, e "diversi", lì impegnati ad amministrare per tutti.
Sicché ero contrario al regime, e la seconda esperienza fondamentale lo confermò: fu la Conciliazione del febbraio del '29.
Non ero più cattolico dall'età di tredici anni, ma ero tornato ad un sentimento religioso sul finire della guerra, e lo studio successivo, anche filosofico e storico sulle origini del cristianesimo, di là dalle leggende e dai dogmi mi aveva concretato un teismo di tipo morale.
Guardando il fascismo, vedevo che lo avevano sostenuto in modo decisivo due forze: la monarchia che aveva portato con sé (più o meno) l'esercito e la burocrazia; l'alta cultura (quella parte vittima del patriottismo scolastico) che aveva portato con sé molto della scuola. C'era una terza forza: la Chiesa di Roma. Se essa avesse voluto, avrebbe fatto cadere, dispiegando una ferma non collaborazione, il fascismo in una settimana. Invece aveva dato aiuti continui. Si venne alla Conciliazione tra il governo fascista e il Vaticano.
La religione tradizionale istituzionale cattolica, che aveva educato gl'italiani per secoli, non li aveva affatto preparati a capire, dal '19 al'24, quanto male fosse nel fascismo; ed ora si alleava in un modo profondo, visibile, perfino con frasi grottesche, con prestazione di favori disgustose, con reciproci omaggi di potenti, che deridevano alla "scuola liberale" e ai "conati socialisti", come cose oramai vinte! Se c'è una cosa che noi dobbiamo al periodo fascista, è di aver chiarito per sempre che la religione è una cosa diversa dall'istituzione romana.
Perché noi abbiamo avuto da fanciulli un certo imbevimento di idee e di riti cattolici, che sono rimasti lì, nel fondo nostro; ed anche se si è studiato, e si sanno bene le ragioni storiche, filosofiche, sociali, anche religiose, per cui non si può essere cattolici, tuttavia ascoltando suonare le campane, vedendo l'edificio chiesa, incontrando il sacerdote, uno potrebbe sempre sentire un certo fascino.
Ebbene, se si pensa che quelle campane, quell'edificio, quell'uomo possono significare una cerimonia, un'espressione di adesione al fascismo, basta questo per insegnare che bisogna controllare le proprie emozioni, non farsi prendere da quei fatti che sono " esteriori " rispetto alla doverosità e purezza della coscienza.
La Chiesa romana credette di ottenere cose positive nel sostenere il fascismo, realmente le ottenne. Ma per me quello fu un insegnamento intimo che vale più di ogni altra cosa. Non aver visto il male che c'era nel fascismo, non aver capito a quale tragedia conduceva l'Italia e l'Europa, aver ottenuto da un potere brigantesco sorto uccidendo la libertà, la giustizia, il controllo civico, la correttezza internazionale; non sono errori che ad individui si possono perdonare, come si deve perdonare tutto, ma sono segni precisi di inadeguatezza di un'istituzione, ancora una volta alleata di tiranni.
Fu lì, su questa esperienza che l'opposizione al fascismo si fece più profonda, e divenne in me religiosa; sia nel senso che cercai più radicale forza per l'opposizione negli spiriti religiosi-puri, in Cristo, Buddha, S. Francesco, Gandhi, di là dall'istituzionalismo tradizionale che tradiva quell'autenticità; sia nel senso che mi apparve chiarissimo che la liberazione vera dal fascismo stesse in una riforma religiosa, riprendendo e portando al culmine i tentativi che erano stati spenti dall'autoritarismo ecclesiastico congiunto con l'indifferenza generale italiana per tali cose.
Vidi chiaro che tutto era collegato nel negativo, e tutto poteva essere collegato nel positivo. Mi approfondii nella nonviolenza. Imparai il valore della non collaborazione (anzi lo acquistai pagandolo, perché rifiutai l'iscrizione al partito, e persi il posto che avevo); feci il sogno che gl'italiani si liberassero dal fascismo non collaborando, senza odio e strage dei fascisti, secondo il metodo di Gandhi, rivoluzione di sacrificio che li avrebbe purificati di tante scorie, e li avrebbe rinnovati, resi degni d'essere, così sì, tra i primi popoli nel nuovo orizzonte del secolo ventesimo.
Divenni vegetariano, perché vedevo che Mussolini portava gl'italiani alla guerra, e pensai che se si imparava a non uccidere nemmeno gli animali, si sarebbe sentita maggiore avversione nell'uccidere gli uomini.
Nel lavoro di suscitamento e collegamento antifascista, svolto da me dal 1932 al 1942, sta la terza esperienza fondamentale: il ritrovamento del popolo e la saldatura con lui per la lotta contro il fascismo. Figlio di persone del popolo, vissuto in povertà e in disagi, con parenti tutti operai o contadini, i miei studi (vincendo un posto gratuito universitario nella Scuola normale superiore di Pisa) ed anche i primi amici non mi avevano veramente messo a contatto con la classe lavoratrice nella sua qualità sociale e politica.
Anche se da ragazzo ascoltavo con commozione le musiche di campagnna che il primo maggio sonavano di lontano l'Inno dei lavoratori, di là dal velo della pioggia primaverile, non conoscevo bene il socialismo. Avevo visto dal mio libraio le edizione delle opere di Marx e di Engels annerite dagl'incendi devastatori dei fascisti milanesi alla redazione dell'Avanti!, ma, preso da altro lavoro, non le avevo studiate.
Accertai veramente la profondità e l'ampiezza del mondo socialista nel periodo fascista, quando le possibilità di trovare documentazioni e libri (lo sappiano i giovani di ora, che se vogliono possono andare da un libraio e acquistare ciò che cercano) erano di tanto diminuite, ma c'era, insieme, il modo di ritrovare i vecchi socialisti e comunisti, che erano rimasti saldi nella loro fede, veramente "fede" "sostanza di cose sperate ed argomento delle non parventi", malgrado le botte, gli sfregi, la povertà, le prigioni, le derisioni degl'ideali e dei loro rappresentanti uccisi ("con Matteotti faremo i salsicciotti") e sebbene vedessero che le persone "dotte" erano per Mussolini e il regime.
Ritrovare queste persone, unirsi con loro di là dalle differenze su un punto o l'altro dell'ideologia, festeggiare insieme il primo maggio magari in una soffitta o in un magazzino di legname, andare insieme in campagna una domenica (che per il popolo è sempre qualche cosa di bello), e talvolta anche in prigione: nella lotta contro il fascismo si formò questa unione, che non fu soltanto di persone e di aiuto reciproco, ma fu studio, approfondimento, constatazione degl'interessi comuni dei lavoratori e degl'intellettuali contro i padroni del denaro e del potere: si apriva cosi l'orizzonte del mondo, l'incontro di Occidente e Oriente in nome di una civiltà nuova, non più individualistica né totalitaria.
Questo io debbo al fascismo, ma in quanto ebbi, direi la Grazia, o interni scrupoli o ideali che mi portarono all'opposizione. Opponendomi al fascismo, non per cose di superficie o di persone o di barzellette, ma pensando seriamente nelle sue ragioni, nella sua sostanza, nel suo esperimento e impegno, non solo me ne purificavo completamente per ciò che potesse essercene in me, ma accertavo le direzioni di un lavoro positivo e di una persuasione interiore che dovevo continuare a svolgere anche dopo.
Il fascismo aveva unito in un insieme tutto ciò contro cui dovevo lottare per profonda convinzione, e non per caso, per un un male che mi avesse fatto, per un'avversione o invidia verso persone, o perché avessi trovato in casa o presso maestri autorevoli un impulso antifascista. Nulla di questo ebbi, ed anche perciò ad un'attiva opposizione con propaganda non passai che lentamente e dopo circa un decennio.
Posso assicurare i giovani di oggi che il mio rifiuto fu dopo aver sentito le premesse del fascismo proprio nell'animo adolescente, e dopo averle consumate; sicché i fascisti mi apparvero dei ritardatari. Ero arrivato al punto in cui non potevo accettare:
1, il nazionalismo che esasperava un riferimento nazionale e guerriero a tutti i valori, proprio quando ero convinto che la guerra avrebbe indebolito l'Europa, e che la nazione dovesse trovare precisi nessi con le altre;
2, l'imperialismo colonialistico, che, oltre a portare l'Italia fuori dalla sua influenza in Europa, nei Balcani e a freno della Germania, era un metodo arretrato, per la fine del colonialismo nel mondo;
3, il centralismo assolutistico e burocratico con quel far discendere tutto dall'alto (per giunta corrotto), mentre io ero decentralista, regionalista, per l'educazione democratica di tutti all'amministrazione e al controllo;
4, il totalitarismo, con la soppressione di ogni apporto di idee e di correnti diverse, si che quando parlavo ai giovanissimi della vecchia possibilità di scegliersi a vent'anni un partito, che aveva sue sedi e sua stampa, sembrava che parlassi di un sogno, di un regno felice sconosciuto;
5, il prepotere poliziesco, per cui uno doveva sempre temere parlando ad alta voce, conversando con ignoti, scrivendo una lettera, facendo un telefonata;
6, quel gusto dannunziano e quell'esaltazione della violenza, del manganello come argomento, dello spaccare le teste, del pugnale, delle bombe a mano, e, infine, l'orribile persecuzione contro gli ebrei;
7, quel finto rivoluzionarismo attivista e irrazionale sopra un sostanziale conservatorismo, difesa dei proprietari, di ciò che era vecchio e perfino anteriore alla rivoluzione francese;
8, quell'alleanza con il conservatorismo della chiesa, della parrocchia, delle gerarchie ecclesiastiche, prendendo della religione i riti e il lato reazionario, affratellandosi con i gesuiti, perseguitando gli ex-sacerdoti;
9, quel corporativismo con una insostenibile parità tra capitale e lavoro che si risolveva in una prigione per moltitudini lavoratrici alla mercé dei padroni in gambali ed orbace;
10, quel rilievo forzato e malsano di un solo tipo di cultura e di educazione, quella fascista, e il traviamento degli adolescenti, mentre ero convinto che della libera produzione e circolazione delle varie forme di cultura una società nazionale ha bisogno come del pane;
11, quell'ostentazione di Littoria e altre poche cose fatte, dilapilando immensi capitali, invece di affrontare il rinnovamento del Mezzogiorno e delle Isole;
12, l'onnipotenza di un uomo, di cui era facile vedere quotidianameute la grossolanità, la mutevolezza, l'egotismo, l'iniziativa brigantesca, la leggerezza nell'affrontare cose serie, gli errori e la irragionevolezza impersuadibile, mentre ero convinto che il governo di un paese deve il più possibile lasciare operare le altre forze e trarne consigli e collaborazione, ed essere anonimo, grigio anche, perché lo splendore stia nei valori puri della libertà, della giustizia, dell'onestà, della produzione culturale e religiosa, non nelle persone, che in uniforme o no, nel governo o a capo dello Stato, sono semplicemente al servizio di quei valori.
Perciò il fascismo, nel problema dell'Italia di educarsi a popolo onesto, libero, competente, corretto, collaborante, mi parve un potenziamento del peggio e del fondo della nostra storia infelice, una malattia latente nell'organismo e venuta fuori, l'ostacolo che doveva, per il bene comune, essere rimosso, non in un modo semplicemente materiale, ma prendendo precisa e attiva coscienza delle ragioni per cui era sbagliato, e trasformando in questo lavoro sé e persuadendo gli altri italiani.

mercoledì 17 ottobre 2012

"Quando parlano" di Titos Patrikios


Quando parlano nei bar
di amore, libertà e simili,
come dir loro dell'amore in rovina
che resiste anche all'isolamento,
della giustizia che si crea nel caos
di mille offese e violazioni,
come dir loro della libertà che si conquista solo
dal fondo di prigioni soffocanti
che ingabbiano ogni ora della nostra vita…

lunedì 15 ottobre 2012

"Alternativa episodica del poeta" di Grace Paley


Stavo per scrivere una poesia
invece ho fatto una torta ci è voluto
più o meno lo stesso tempo
chiaro la torta era una stesura
definitiva una poesia avrebbe avuto
un po' di strada da fare giorni e settimane e
parecchi fogli stropicciati

la torta aveva già una sua piccola
platea ciarlante che ruzzolava tra
camioncini e un'autopompa sul
pavimento della cucina

questa torta piacerà a tutti
avrà dentro mele e mirtilli rossi
albicocche secche tanti amici
diranno ma perché diavolo
ne hai fatta una sola

questo non succede con le poesie

a causa di una inesprimibile
tristezza ho deciso di
dedicare la mattinata a un pubblico
ricettivo non voglio
aspettare una settimana un anno una
generazione che si presenti il
consumatore giusto

domenica 14 ottobre 2012

Considerazioni libere (312): a proposito di una storia complicata...

Chi legge con una qualche regolarità questo blog sa che spesso provo a capire quello che succede ai nostri giorni  attraverso quello che è successo negli anni passati e chi mi segue su Twitter e su Facebook sa anche che ho una discreta attenzione, a volte un po' maniacale, per gli anniversari, specialmente quelli che altrimenti sfuggirebbero alle celebrazioni correnti. E comunque sulla scelta degli anniversari da ricordare rivendico la mia faziosità politica e le mie passioni letterarie e artistiche. Questa settimana ho volutamente evitato di menzionare un anniversario di cui si è molto parlato, spesso in maniera piuttosto banale a dire la verità: l'11 ottobre 1962 - cinquant'anni fa - si apriva il Concilio Vaticano II. Giornali e televisioni si sono ampiamente diffusi a parlare del celeberrimo "discorso alla luna" di Giovanni XXIII, trascurando il ben più significativo discorso di apertura del concilio in cui il papa tracciava il senso di quell'appuntamento destinato a cambiare la chiesa: naturalmente per i pigri giornalisti italiani era molto più semplice ripetere le frasi fatte attorno alla "carezza del papa". Comunque di questo non voglio occuparmi - meglio dovrei dire non posso - perché da persona che guarda dal di fuori, partendo da una posizione di radicale agnosticismo, mi è impossibile prendere posizioni su temi che non conosco, come ad esempio quanto ancora ci sia da sviluppare di quello che è stato scritto nei documenti conciliari: lascio ad altri il tema, ansioso di capire meglio.
Mi interessa invece un altro aspetto. Tra le altre cose dette in questi giorni, si è ripetuto spesso che si apriva allora un periodo di speranza di pace, di cui erano protagonisti, insieme al papa della Pacem in terris, il presidente degli Stati Uniti Kennedy e il segretario del Pcus Krusciov. Effettivamente questa tesi non è solo frutto della pigrizia dei giornalisti, ma è un tema ricorrente nelle storiografia e condiviso nella memoria storica diffusa: però è anche un mito che ci siamo costruiti in questi cinquant'anni. Certo Kennedy e Krusciov ebbero la capacità e la forza di fermare la guerra che stava per scoppiare a causa della crisi dei missili di Cuba - a proposito proprio il 14 ottobre 1962 un U2 statunitense riuscì ad avere la prova fotografica della costruzione di una postazione per gli SS-4 sovietici nell'isola caraibica - ma, per onestà di resoconto, bisogna dire che furono proprio quei due leader a spingere i loro paesi a un passo dalla guerra nucleare. Perché la storia è sempre molto più complessa di come siamo tentati a volte di semplificarla. Il merito storico di Krusciov di aver condotto l'Unione Sovietica fuori dagli anni della dittatura di Stalin non può cancellare il fatto che fu lo stesso Krusciov a volere la costruzione del Muro di Berlino e che, appunto, portò il suo paese e il mondo a un passo dalla guerra, a causa della decisione di installare batterie di missili a Cuba. Allo stesso modo, il mito di Kennedy e la tragedia della sua morte non possono farci dimenticare la sua durezza in questa vicenda e il fatto che fu quell'amato presidente a far cominciare la guerra in Vietnam. Sarebbe stato necessario "Tricky Dick" Nixon a chiudere quel conflitto. Forse ci sarebbe piaciuto di più che Nixon l'avesse cominciata e Kennedy finita, ma non è così.
Faccio questa "considerazione" perché troppo spesso siamo abituati a dare giudizi netti - io lo faccio spesso anche qui - e facciamo fatica a inquadrare le vicende in un quadro più complesso. A sentire le voci che arrivano da L'Avana e da Miami - e comunque tenendo conto delle leggi di natura - tra non molto tempo ci divideremo sul giudizio da dare al defunto Fidel Castro. Per alcuni sarà soltanto il dittatore che ha costretto Cuba a un duro regime comunista, per altri il campione della lotta contro le dittature fasciste dell'America latina. Mentre è stato l'uno e l'altro. Qualcosa di simile sta avvenendo sul giudizio in merito alla decisione di assegnare il Nobel per la pace all'Unione europea. Io da subito mi sono iscritto tra coloro che ha guardato con scetticismo a questa decisione, che francamente mi è parsa poco opportuna proprio quando abbiamo ricordato - in pochi purtroppo - che vent'anni fa è cominciato nel cuore dell'Europa, e anche per responsabilità dirette e indirette della Comunità europea, il più lungo assedio nella storia bellica moderna, quello di Sarajevo, che sarebbe finito quasi quattro anni dopo. Certo gli anniversari possono essere tirati dalla parte che si vuole, perché c'è quasi sempre un anniversario adatto e quest'anno è il cinquantesimo anniversario del discorso che De Gaulle rivolse in tedesco ai giovani tedeschi a Ludwigsburg. Il conflitto tra Francia e Germania è stato il motivo dominante della storia europea dalla metà dell'Ottocento fino al 1945 e certamente il fatto che da allora questi due paesi non si combattano più e anzi abbiano instaurato un sistema di cooperazione istituzionale è un segnale importante, tale da meritare il Nobel. Naturalmente sarebbe anche necessario dire che il conflitto tra quei due paesi è cessato, perché dopo il 1945 il mondo è radicalmente cambiato e l'Europa è diventata impotente di fronte al crescere delle due nuove superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. In fondo sono stati questi due paesi a garantire i sessant'anni di pace che celebra oggi il Nobel. E forse ci sarebbero anche altre ragioni per giustificare questo premio: la fine del lungo conflitto tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del nord e la fine del terrorismo separatista in Spagna. E anche la capacità con cui la cosiddetta Europa occidentale, spinta soprattutto dalla Germania che aveva un interesse diretto, ha saputo rispondere alla fine dei regimi comunisti nella cosiddetta Europa orientale; anche se l'allora Comunità Europea non ha svolto nessun ruolo positivo nel contribuire alla caduta di quei regimi, ha semplicemente reagito, e anche con qualche ritardo, a fenomeni storici che avvenivano oltrecortina.
C'è spesso un disegno politico, più o meno esplicito, che sta dietro le assegnazioni dei Nobel per la pace, a volte tali disegni si possono condividere, altri no. Io ho condiviso - e molto - le scelte degli ultimi due anni: Liu Xiaobo nel 2010, Ellen Johnson Sirleaf, Tawakkul Karman e Leymah Gbowee nel 2011. Mi pare che l'idea che sta dietro la decisione di quest'anno sia quella di "giustificare" il ruolo che l'Europa sta giocando nella sovranità di alcuni paesi, la Grecia soprattutto, e poi gli altri dell'area mediterranea, tra cui naturalmente l'Italia. Temo però ci sia una confusione: il commissariamento diretto della Grecia e indiretto dell'Italia non ha come protagonista l'Unione Europea, ma la Bce e, se mi permettete, c'è una bella differenza. Per questo, per quel poco che vale la mia opinione, io non sono soddisfatto di questo premio, perché serve a mascherare, con una retorica dai toni suadenti e per molti aspetti condivisibili, una storia che porterà alla fine del sogno europeista che è stato alla base della nascita delle istituzioni europee che sono diventate sempre più in questi ultimi anni gusci vuoti. Può sembrare un paradosso, ma proprio chi crede nell'Europa oggi temo senta sempre più come propria avversaria questa Europa, che altro non è che il mascheramento di una tecnocrazia  con un preciso disegno antidemocratico e iperliberista, ma di questo ho già parlato.
Ultima notazione: suona stridente - almeno per me lo è - che questa celebrazione dell'Europa avvenga proprio nel momento in cui in Grecia, un paese che per molte ragioni è lo specchio della storia migliore e peggiore di questo continente, rinasca e si stia facendo sempre più forte, più baldanzoso, più sfrontato, un movimento di tipo fascista, un fenomeno assolutamente di origine e di cultura europea, per stroncare il quale alcuni europei lungimiranti avevano immaginato sessant'anni fa gli Stati Uniti d'Europa.