giovedì 27 luglio 2023

Verba volant (842): gentilezza...

Gentilezza
, sost. f.

È il 5 novembre 1959. Il pubblico americano che quel giovedì decide di vedere uno dei film prodotti e distribuiti dalla Columbia - che sia la divertente commedia The Mouse That Roared con Peter Sellers o Battle of the Coral Sea su un eroico equipaggio di sommergibilisti durante la seconda guerra mondiale o ancora The Warrior and the Slave Girl, un peplum a basso costo girato in Italia - al prezzo del biglietto può assistere anche al primo episodio di una nuova serie di cartoni animati. Ancora per qualche anno nella sale i film saranno preceduti da un cortometraggio di animazione, anche se ormai i cartoni stanno diventando prodotti esclusivamente televisivi.
Quelli che sono soliti leggere i titoli di testa si sono accorti che quel cartone è realizzato da William Hanna e Joseph Barbera, gli autori della fortunata serie Tom and Jerry prodotta dalla Metro-Goldwyn-Mayer dal 1940 al 1958. William e Joseph non lavorano più per la MGM, perché quello studio li ha licenziati, dopo aver deciso di chiudere il reparto di animazione, proprio perché ormai i cartoni al cinema sono un prodotto superato. I due hanno aperto una loro, per ora piccola, casa di produzione. Alla fine degli anni Cinquanta realizzano alcune serie per la televisione, che ottengono un discreto successo - anche se non paragonabile a quello di Tom e Jerry - come quelle che hanno come protagonisti Yoghi, Braccobaldo, Ernesto Sparalesto. Sollecitati dai produttori della Columbia, decidono di tornare al cinema: sarà la prima e l’ultima serie che realizzeranno per il grande schermo. Anche perché stanno per lanciare in televisione una nuova serie dedicata a una famiglia che vive nell’età della pietra. E sarà un successo al di là di ogni aspettativa.

Ma torniamo al novembre del 1959. Il protagonista di quel cartone animato è un lupo antropomorfo, che si chiama Loopy De Loop - come vediamo sulla buchetta per la posta davanti a casa sua. Il nome richiama sia la parola latina per questo feroce animale sia il loop, il salto all’indietro dei voli acrobatici. Il nostro lupo indossa una cuffia e una sciarpa entrambe gialle ed evidentemente deve superare i postumi di un brutto incidente, visto che si è rotto - non sappiamo come - un braccio e una gamba. Parla con un curioso accento francese - come quelli del Québec quando si sforzano di usare l’inglese - ha un tono gentile, forse un po’ cerimonioso, ci mostra il libro che sta leggendo e ci annuncia che racconterà la vera storia di Cappuccetto Rosso. E siamo “trascinati” con lui, nel libro e nella storia.
La bambina, mentre attraversa il bosco per raggiungere la casa della nonna, viene avvicinata dai tre porcellini, una banda di teppistelli che le ruba il cestino delle provviste. Loopy, che assiste alla scena, si avvicina alla bambina in lacrime che però, resasi conto che si tratta di un lupo, lo afferra per la coda e lo sbatte diverse volte a terra, dimostrando un’incredibile forza. Loopy non reagisce - anzi sembra comprendere i timori della piccina - e incassa quelle botte. Ma, essendo gentile, non rinuncia alla missione di recuperare il cestino. Arrivato alla solida casa in mattoni della banda, i tre porcellini lo sfidano ad abbatterla con un soffio, ma Loopy escogita uno stratagemma che gli permette di recuperare comunque il “bottino”. Va quindi a casa della nonna e la dolce vecchina, accortasi che si tratta di un lupo, dimostra un’inattesa energia, lo afferra per la coda e, ancora una volta, Loopy le prende di santa ragione. Il lupo neppure in questo caso reagisce, ma si dimostra davvero charmant e i suoi complimenti - e quell’accento francese - affascinano la nonna, che si tranquillizza. Arriva però Cappuccetto Rosso che imbraccia un fucile. Loopy, a questo punto, non può che fuggire. Siamo di nuovo nel giardino della casetta di Loopy, che chiude il libro: la storia sembra finita. Ma la nonna ha altre idee e, travestita da Cappuccetto Rosso, lo insegue per riprendere il corteggiamento. La fuga del lupo continua.

Loopy De Loop ha un successo immediato e la Hanna-Barbera produce, dalla fine del 1959 al giugno del 1965, quarantotto episodi, di circa sette minuti l’uno, destinati ai cinema con protagonista questo lupo gentile e sfortunato, che si sforza di essere accettato dagli altri. Ken Muse che, dopo aver lavorato per Disney in Pinocchio e Fantasia, è stato uno dei “padri” alla MGM di Tom e Jerry, è l’animatore dei primi episodi. Dopo saranno altri grandi nomi dello studio, come Carlo Vinci, Dick Lundy e George Nichols a curare l’animazione. È Daws Butler a dare la voce a Loopy De Loop. Forse il suo nome non vi dice nulla, eppure è un grande dell’animazione americana, visto che è il doppiatore originale di Yoghi, Braccobaldo, Ernesto Sparalesto e Babalui, Svicolone, Wally Gator, Peter Potamos, Barney Rubbles, Napo Orso Capo e molti altri personaggi della Hanna-Barbera. La casa di produzione mette i suoi migliori “artigiani” al lavoro sulla serie dedicata a questo lupo sfortunato.
In diverse delle sue avventure gli sceneggiatori giocano con le fiabe più classiche, come avviene appunto nel primo episodio. Ad esempio Loopy incontra Hansel e Gretel, che però rifiutano l’aiuto del lupo che li vorrebbe far fuggire dalla casa di marzapane. Biancaneve invita il lupo a casa, ma i sette nani non sono d’’accordo. In un altro episodio Loopy tenta anche di convincere il Lupo cattivo di Cappuccetto a cambiare vita e a diventare vegetariano come lui, senza successo. Loopy è anche il fondatore della S.S.A., la Sheeps Stealers Anonymous, in cui organizza gli incontri con altri lupi che cercano di uscire dalla “dipendenza” verso le pecore: un’altra impresa destinata al fallimento.
In un giorno in cui Riccioli d’oro è fuori di casa, deve fare da baby-sitter al piccolo orso: un compito che si rivela troppo difficoltoso anche per un tipo gentile e paziente come lui. Mentre ha più fortuna quando riesce ad aiutare il Principe Azzurro a trovare Cenerentola, che però si spaventa quando si rende conto che è un lupo. Quando va bene le avventure di Loopy finiscono con una fuga precipitosa, ma più spesso viene picchiato. Adesso capiamo il motivo di quelle ingessature del primo episodio.
In genere Loopy si caccia nei guai proprio a causa della sua gentilezza: cerca di aiutare tutti, ma scopre, suo malgrado, che molti non vogliono essere aiutati. E specialmente da un lupo. Un altro dei motivi ricorrenti degli episodi è che tutto sembra andare bene, fino a quando Loopy non si presenta, perché lui è orgoglioso di essere un lupo “diverso”, “a good wolf”, come dice sempre. Ad esempio in Life with Loopy lo vediamo in terapia, mentre racconta di quando ha cercato di diventare un cane da pastore. Il suo padrone era così contento di lui e del suo lavoro, da spingere Loopy a dirgli che era un lupo. Ovviamente costringendolo a una rapida fuga. Ma a questo punto anche il terapista si rende conto che si tratta di un lupo e lo caccia fuori dal suo studio.

In Italia Loopy De Loop arriva già nel 1962. Viene ribattezzato Palmiro De Lupis ed è il protagonista di Le eroiche battaglie di Palmiro lupo crumiro, un film prodotto dalla Titania Film, che viene distribuito al cinema montando insieme dodici episodi. Quelli della Titania inseriscono questi episodi autoconclusivi e con nessun legame l’uno con l’altro in una sorta di “cornice”, ossia le pagine di un libro con il titolo dell’episodio, nella tradizione aperta dalla Disney nei suoi classici animati. E si inventano anche un finale: infatti nell’ultimo cartello si dice che Palmiro, stanco di prenderle sempre, ha deciso di cambiare vita e di diventare un lupo cattivo, adeguandosi a quello che gli altri pensano da sempre di lui.
La voce del lupo è quella, inconfondibile, di Paolo Panelli, uno dei grandi caratteristi del cinema e della televisione, mentre la voce della sua coscienza - che manca nell’originale americano - e di quasi tutti gli altri personaggi sono affidate ad Alighiero Noschese. Il celebre imitatore si può scatenare nell’episodio I balli mascherati e gli amici del giaguaro. Il lupo, in una delle sue continue fughe, capita davanti a una casa dove c’è una festa in maschera. Il padrone di casa crede che sia un suo amico travestito da lupo, lo invita dentro e gli chiede di esibirsi nelle sue imitazioni. Nell’originale Loopy imita Maurice Chevalier, Peter Lorre, Ed Sullivan e Jimmy Durante. Naturalmente quando si scopre che non è Charlie, ma un vero lupo, Loopy, fino a quel momento applaudito e l’anima della festa, viene cacciato. nella versione italiana Palmiro imita Totò ed Enza Sampò, cavalli di battaglia di Noschese. E in questo curioso film non mancano neppure citazioni di celebri canzoni, da Il blu dipinto di blu a Romantica.
Nel 1969 gli episodi vengono nuovamente doppiati e trasmessi, dal 30 settembre di quell’anno, sul Programma Nazionale. Questa volta la voce del protagonista, con un lieve accento inglese, è quella di Antonio Guidi, uno dei grandi del doppiaggio italiano e anche un volto familiare della televisione, visto che per alcuni anni ha condotto Il teatro di Arlecchino, un programma dedicato alle maschere e alla commedia dell’arte. Loopy diventa allora Lupo de’ Lupi. Solo qualche anno dopo, in un successivo doppiaggio - con la voce di Roberto Del Giudice - diventa Lupo de’ Lupis. Come noi lo conosciamo.

Ma torniamo nell’America di quel freddo giovedì di inizio novembre. In molte sale cinematografiche degli Stati del Sud bianchi e neri devono sedere in posti separati e ovviamente i primi hanno quelli migliori. Tutti ridono di fronte alle disavventure di quel personaggio, ma qualcuno comincia a pensare. Loopy viene giudicato non per quello che fa, ma per quello è: a nessuno importa che sia un lupo rispettoso delle regole, un altruista, perché quando lo guardano vedono solo un lupo. Ma quello che fa davvero infuriare quelli che hanno questi pregiudizi contro di lui è il fatto che Loopy non alza mai la voce, non protesta, lui continua imperterrito a fare le sue buone azioni. Alla violenza Loopy De Loop risponde con la gentilezza: non c’è nulla di più rivoluzionario. E anche altri lupi “buoni” faticano a capire questa ostinazione di Loopy, la giudicano una forma di arrendevolezza. Ma a lui sembra davvero non importare. Lui sa la verità e la dice: “I’m Loopy De Loop. I’m a good wolf”. E questo vi deve bastare.
I cinque anni in cui Loopy De Loop appare sugli schermi, l’America cambia in maniera profonda.
Il 6 maggio 1960 il presidente Eisenhower firma il Civil Rights Act, la legge federale che istituisce ispezioni e detta le sanzioni per chi impedisce ai neri di votare.
Dal 1 novembre 1961 sui mezzi di trasporto pubblico interstatale nessun posto può essere riservato in base al colore della pelle, al credo religioso o all’origine nazionale.
Il 28 agosto 1963 duecentocinquantamila persone arrivano a Washington per la Marcia per il lavoro e la libertà. La maggioranza della folla assiepata di fronte al Lincoln Memorial è composta da afroamericani, ma sono tanti i bianchi che hanno aderito. Quel giorno Martin Luther King pronuncia il celeberrimo discorso che comincia con le parole “I have a dream”.
Il 2 luglio 1964 il presidente Johnson, dopo un lungo e sofferto iter legislativo, promulga il Civil Rights Act: vengono dichiarate illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sui posti di lavoro e in tutte le strutture pubbliche
Loopy De Loop è consapevole che non basta una firma sotto una legge per cambiare le teste delle persone, sa che il futuro sarà difficile - come dirà nel 1967 Spencer Tracy nello splendido monologo che chiude Guess Who’s Coming to Dinner - ma è altrettanto sicuro che senza quella legge la sua battaglia sarebbe vana. È contento di aver fatto la sua parte, di aver dato il suo contributo alla lotta. Con gentilezza.

venerdì 21 luglio 2023

Verba volat (841): giudizio...

Giudizio
, sost. m.

Il 28 novembre 1989 - due mesi dopo l’uscita al cinema di Palombella rossa e solo qualche giorno dopo la “svolta” della Bolognina – la Epic Records pubblica Di terra e di vento, un 33 giri di inediti di Fiorella Mannoia. Confesso che in quei giorni di autunno non sono molto attento alle novità discografiche. Penso ad altro: sono le mie prime settimane all’università, ma soprattutto guardo con grande interesse a quello che succede a Berlino, a Mosca, in un’Europa in cui sembrano schiudersi grande speranze. E mi appassiono - molto - a quello che sta succedendo nel mio partito, che si chiama ancora PCI. Allora ci credevo ancora: ero davvero convinto di poter cambiare il mondo.
La seconda traccia di quello splendido disco è Oh che sarà. Ivano Fossati ha tradotto, abbastanza fedelmente, il testo scritto da Chico Buarque de Hollanda e la canta insieme a Fiorella. Per quel 33 giri l’autore genovese scrive per lei anche Baia senza vento e la bellissima Lunaspina.

ah, che sarà, che sarà
che vanno sospirando nelle alcove
che vanno sussurrando in versi e strofe
che vanno combinando in fondo al buio
che gira nelle teste, nelle parole


Bologna, 2002. È un caldissimo pomeriggio di fine agosto. La Festa provinciale dell’Unità è cominciata solo da qualche giorno e io convoco una riunione urgente delle compagne e dei compagni responsabili delle varie attività. So già che non sarà un’assemblea facile: devo chiedere di allungare la festa di due giorni. Forse a voi sembra poco, ma sono già venticinque - senza contare quelli necessari per il montaggio e lo smontaggio - e altri due oggettivamente pesano. Però secondo me ne vale la pena. Gli organizzatori del tour di Pino Daniele, Francesco De Gregori, Ron e Fiorella Mannoia ci hanno proposto di organizzare un concerto dei quattro artisti mercoledì 18 settembre, proprio nella grande arena del Parco Nord.
Quel tour è stato l’evento dell’estate: venticinque date, ma nessuna in Emilia-Romagna. E poi sarà l’occasione per registrare dal vivo il doppio cd e il dvd di quel concerto, sfruttando il grande palco e molte delle attrezzature già montate per le riprese dell’MTV Day del 14 settembre.
Com’è prevedibile c’è più di un malumore, anche perché immaginano già le reazioni di quelli a cui loro dovranno a loro volta riferire quella decisione. Sono compagni saggi, sanno che abbiamo già detto di sì e che quella è una comunicazione e non una decisione da prendere. Prevale comunque un giudizio favorevole: il “centralismo democratico” funziona, almeno nelle Feste dell’Unità.
Così il 30 agosto comincia la vendita dei biglietti nelle prevendite abituali, come si diceva una volta, prima di Vivaticket e delle altre piattaforme specializzate. I biglietti costano da 35 euro per i posti a sedere nel primo settore a 24 per stare in piedi o accomodarsi sul “bananone”, come chiamiamo l’anfiteatro di terra che delimita l’arena. Qualcuno - soprattutto qualche compagno intellettuale snob - fa polemica per il costo troppo alto dei biglietti, che peraltro loro possono acquistare senza problemi. I posti a sedere si venderanno comunque in pochi giorni: i bolognesi arrivano senza fretta, sanno che l’arena è enorme e i posti praticamente illimitati.

che accende candele nelle processioni
che va parlando forte nei portoni
e grida nei mercati che con certezza
sta nella natura, nella bellezza


Il 22 novembre 1976 esce nei cinema brasiliani Dona Flor e Seus Dois Maridos, un film diretto da Bruno Barreto, adattamento del romanzo scritto dieci anni prima da Jorge Amado. Realizzare quel film è possibile grazie al nuovo clima di aperture portato avanti dal presidente Ernesto Geisel, che attenua la repressione del suo predecessore Emílio Garrastazu Médici. Si tratta sempre di un regime sostenuto dai militari e finanziato dalla Cia, ma in quegli anni la censura comincia ad allargare le maglie. Geisel, nonostante il regime di Salazar sia sempre stato un alleato, dopo la rivoluzione dei garofani, riconosce il governo del socialista Mario Soares, dimostrando un notevole pragmatismo.
Il film è un grande successo in Brasile, anche grazie all’interpretazione di una splendida Sônia Braga, che nel suo paese diventerà famosa, oltre che per questo ruolo, per quello della protagonista di Gabriela, un film, diretto sempre da Barreto, in cui recita accanto a Marcello Mastroianni. Anche questo è un personaggio di Amado, del suo romanzo Gabriella, garofano e cannella. Poi negli anni Ottanta per la diva brasiliana arriverà anche la fama internazionale, grazie a Il bacio della donna ragno e Milagro. E anche grazie alla sua storia d’amore con Robert Redford.
Nel febbraio 1978 il film arriva nell’Italia della “solidarietà nazionale”, sconvolta dal terrorismo, alcuni mesi dopo l’uscita dell’edizione italiana del romanzo. Nel nostro paese il film va abbastanza bene, anche se il pubblico probabilmente si aspetta una commedia più scollacciata, vista la locandina. Certo in quell’anno escono sia Ecce Bombo che L’albero degli zoccoli, ma nei manifesti di tante sale campeggia la prorompente bellezza di Edvige Fenech, protagonista in quella stagione di ben tre film, diventati pietre miliari della commedia sexy degli anni Settanta: L’insegnante va in collegio, La soldatessa alle grandi manovre e L’insegnante viene a casa.

quel che non ha ragione né mai ce l’avrà
quel che non ha rimedio né mai ce l’avrà
quel che non ha misura


È una bella festa quella del 2002. È la quarta da quando Giorgio Guazzaloca è sindaco di Bologna, il primo di destra nella città “rossa” per eccellenza, la città della più grande Federazione comunista dell’Europa occidentale, come si diceva una volta. La Federazione è sempre grande, la più grande d’Italia, ma ovviamente non siamo più comunisti. Adesso ci chiamiamo Democratici di Sinistra e Fassino è il nostro segretario nazionale, dopo il combattuto congresso dell’anno precedente, in cui la sua mozione - che anch’io ho sostenuto in tante sezioni della provincia - ha prevalso su quella di Giovanni Berlinguer, appoggiata dalla Cgil di Sergio Cofferati. È anche la quarta da quando sono un funzionario di partito, proprio con l’incarico di organizzare le Feste dell’Unità. E noi continuano a fare una delle feste più grandi d’Italia. Me lo dirà anche l’ex presidente Scalfaro l’anno dopo, ammettendo che noi siamo sempre stati i più bravi a fare le feste.
A Palazzo Chigi c’è il Berlusconi II, che sarà il più longevo della storia della Repubblica.
Almeno l’Unità è tornata in edicola, diretta da Furio Colombo: a me è toccato fare nel 2000 la prima Festa nazionale dell’Unità senza l’Unità, una cosa che ha accesso la curiosità degli annoiati cronisti agostani. E mi ha fatto anche andare su Radio Uno.
Stiamo già morendo, ma molti di noi non se ne rendono conto. Io, per esempio, sono uno di quelli che ancora è convinto di poter cambiare il mondo, almeno un po’.

ah, che sarà, che sarà
che vive nell’idea di questi amanti
che cantano i poeti più deliranti
che giurano i profeti ubriacati
che sta sul cammino dei mutilati


Per la colonna sonora di Dona Flor e Seus Dois Maridos Chico Buarque compone O que serà. Nel film ci sono tre versioni, che punteggiano i tre momenti della storia: Apertura, A fior de piel, A fior de tierra.
Chico racconterà qualche anno dopo di essersi ispirato a una serie di fotografie scattate a Cuba, che descrivono la vita di quel paese, al di fuori della retorica castrista.
I funzionari della censura passano al setaccio i versi della canzone. Chico Buarque è un autore di sinistra. Durante gli anni di Médici è stato arrestato e poi ha lasciato il paese per venire in Italia, in una sorta di auto-esilio. Ora è tornato in patria, ma continua a essere una spina nel fianco del regime.
Gli uomini della censura vogliono evitare quello che è successo qualche hanno prima con la canzone Apesar de você, che in un primo momento hanno approvato e poi è diventata un inno del movimento democratico, costringendoli in tutta fretta a bandirla. Ogni parola viene soppesata, ma alla fine decidono che non si tratta di una canzone politica.
Forse è vero, forse è solo una bossa nova. C’è una malinconia profonda che avvolge quelle parole, che raccontano la sofferenza del mondo e insieme il bisogno di gridare che occorre fare qualcosa per combatterla. O que serà è la canzone di uno che il mondo lo vuole cambiare, che ci crede ancora, per quanto si renda conto che è sempre più difficile.

e nella fantasia degli infelici
che sta nel dai e dai delle meretrici
nel piano derelitto dei banditi


Ma torniamo al 2002. Lunedì 16 c’è il tradizionale spettacolo di fuochi d’artificio con cui chiudiamo sempre la festa, mentre viene posticipata al mercoledì l’estrazione dell’automobile alla pesca gigante. Il maestro di cerimonia di questo evento è, come sempre, Maurizio Cevenini, il cui suicidio, dieci anni dopo, segnerà per molti di noi un traumatico passaggio, personale e politico.
Martedì 17 è una giornata di attesa e di preparazione del concerto.
Arriva mercoledì 18: finalmente l’ultimo giorno di quella lunghissima festa. E noi stiamo già lavorando per programmare le attività di smontaggio, che dureranno per un’altra ventina di giorni.
Nel primissimo pomeriggio, nella distesa vuota del Parco Nord, cominciano a risuonare le note di Napule è. Pino Daniele è quello che prova in maniera più meticolosa i propri pezzi. Io ascolto così quel concerto, la sera ci sono troppe cose da fare e non riesco a fermarmi come vorrei. Ma quel pomeriggio mi siedo sulla sgangherata sedia del mio ufficio nella palazzina rossa e ascolto. Dopo alcune canzoni, parte la chitarra di Pino e Fiorella comincia a cantare Oh che sarà. E quei versi mi rimangono in testa. Per sempre.
Prima del concerto gli organizzatori mi accompagnano, insieme al segretario della Federazione, nel backstage. Quando mi presentano Fiorella Mannoia, farfuglio un saluto. È così bella che ammutolisco.

ah, che sarà, che sarà
quel che non ha decenza né mai ce l’avrà
quel che non ha censura né mai ce l’avrà
quel che non ha ragione


A interpretare il brano nel film è Simone Bittencourt de Oliveira - o meglio solo Simone, come è conosciuta - che nel 1973 ha lasciato la carriera sportiva - è nella nazionale femminile di pallacanestro del Brasile - per dedicarsi soltanto alla musica. O que serà è uno dei primi successi di questa artista, destinata a diventare una delle cantanti più popolari del suo paese.
Qualche mese dopo Chico Buarque la registra in un duetto con Milton Nascimento; e questa diventa la versione più popolare del brano. Milton ha una voce splendida, fa un grande uso del falsetto, e anche lui è uno di quelli che combatte il governo fascista dei militari. Coração de Estudante commemora il funerale dello studente Edson Luís, ucciso giovanissimo dalla polizia del regime il 28 marzo 1968.
Nel 1978 Gigliola Cinquetti incide la canzone nel suo album Pensieri di donna. Gigliola canta un po’ in portoghese e un po’ in italiano, in una versione, non molto fedele, scritta da Sergio Bardotti. Non è una “pasionaria”, ma anche Gigliola sta dalla parte giusta.

ah che sarà, che sarà
che tutti i loro avvisi non potranno evitare
che tutte le risate andranno a sfidare
che tutte le campane andranno a cantare
e tutti gli inni insieme a consacrare


A metà del concerto, non so come, arriva in palazzina la notizia che Nanni Moretti è tra il pubblico. Certo Moretti è il regista che ha raccontato con Palombella rossa e La cosa la fine del PCI, è il vincitore, con La stanza del figlio, della Palma d’oro al Festival di Cannes del 2001, il secondo italiano dopo Ermanno Olmi con L’albero degli zoccoli, ma nel settembre 2002 è, almeno per noi, soprattutto un uomo politico, il leader “de facto” dei girotondi.
Immagino che molti di voi non se lo ricordino, ma per alcuni mesi in quell’Italia tenacemente berlusconiana nasce questo movimento fatto di professori, artisti, intellettuali, altrettanto tenacemente antiberlusconiani. La forza di Berlusconi, sia detto per inciso, è stata proprio questa capacità di animare entusiasmi, a favore o contro poco importa, riuscendo a stare lui comunque al centro della scena. Quelli dei girotondi non sono solo contro Berlusconi, sono anche contro di noi, perché, a loro dire, non siamo abbastanza antiberlusconiani. È stato proprio Nanni, il 2 febbraio di quell’anno a piazza Navona, a dare voce a questo malcontento contro i partiti dell’Ulivo: salito inaspettatamente sul palco, dove ci sono anche i leader del centrosinistra, li attacca e quell’attacco viene calorosamente applaudito.
Il 14 settembre, mentre noi alla Festa dell’Unità di Bologna ospitiamo l’MTV Day - nel cast di quell’edizione ci sono Afterhours, Articolo 31, Daniele Silvestri, Meganoidi, Negrita, Piero Pelù, Timoria e dall’Irlanda arrivano The Cranberries - i girotondi organizzano una grande manifestazione a Roma. Piazza del Popolo non basta e viene spostata a piazza San Giovanni. Quella scelta ha anche un valore simbolico, perché quella è la piazza delle storiche manifestazioni della sinistra italiana. Don Luigi Ciotti, Rita Borsellino, Gino Strada, Paolo Flores d’Arcais, Furio Colombo, Francesco Pardi, Daria Colombo, Vittorio Foa sono tra quelli che parlano dal palco. Ci sono anche molti artisti: De Gregori, Mannoia e Roberto Vecchioni. È proprio Nanni Moretti ad aprire quella grande manifestazione.
Quindi quel mercoledì sera c’è alla Festa, seppur non invitato, un importante ospite politico, per rango qualcosa di simile a un segretario di partito. Qualcosa bisogna pur fare. Il segretario della Federazione mi ordina di raggiungere Moretti e di invitarlo a cena dopo il concerto. Inaspettatamente Nanni accetta.
Adesso devo chiedere a Vanes e ai compagni di Pianoro - che gestiscono uno dei ventuno ristoranti della Festa - di tenere aperto il ristorante fino alla fine dello spettacolo, sicuramente parecchio dopo la mezzanotte. Stavolta si arrabbiano davvero, tanto più quando spiego che dobbiamo portare a cena Moretti, che quei compagni considerano un avversario, perché è uno che invece di unire, divide. Per fortuna c’è la moglie di Vanes che intercede e organizza un gruppo minimo di compagni per tenere in piedi il ristorante così tardi.

e tutti i figli insieme a purificare
e i nostri destini ad incontrare
perfino il padreterno da così lontano
guardando quell’inferno dovrà benedire


Durante la cena Nanni mangia e parla poco, c’è un palpabile imbarazzo. Per fortuna tra le compagne scelte per rimanere c’è la figlia di Gino Agostini, un passato da partigiano, fondatore del Cidif, il Consorzio italiano distributori indipendenti, uno dei pochissimi che ha creduto nel regista ai tempi di Io sono un autarchico. Il ricordo di Gino serve ad allentare la tensione. E non si parla di politica. La cena è comunque piuttosto veloce, per la soddisfazione dei compagni di Pianoro, che finalmente possono pulire e mettere via tegami e stoviglie, che dovranno essere pronti per una prossima Festa.
Per i giovani e per quelli che hanno perso memoria, occorre ricordare che il movimento dei girotondi è destinato a svanire, rapidamente come è nato. All’inizio dell’anno successivo sembra che Sergio Cofferati - che il 23 marzo 2002 ha portato al Circo Massimo tre milioni di persone con la Cgil - possa diventare il leader di questa eterogenea compagnia. Ma, come sappiamo, dopo essere tornato per qualche giorno a lavorare alla Pirelli, si candida a sindaco di Bologna e quel sogno movimentista sfuma. Nel 2003 sarà proprio Sergio la “star” della Festa al Parco Nord - ancora una volta nazionale, la mia seconda - e proprio da lì inizierà la lunga campagna elettorale della “reconquista”.
Io forse non sono il più adatto a parlarne, visto che ero dall’altra parte, facevo il funzionario di partito, ero considerato da quelli del movimento la quintessenza di quello che non volevano essere, di quello che era da buttare. Eppure senza i vituperati partiti, senza le compagne e i compagni delle Feste, non avrebbero potuto fare nulla. Ed effettivamente non hanno fatto nulla. Erano un movimento fatto di generali che pensavano inutile la fureria. E io ero un furiere, e lo facevo anche abbastanza bene. Sembrava non si rendessero conto che per fare politica servono anche risorse, il “vil denaro” (e le feste servivano anche a questo). Proprio non riuscivo a farmeli stare simpatici. E oggi, anche se sono convinto che noi allora abbiamo completamente sbagliato, lo sono altrettanto che non avevano ragione nemmeno loro. Se avessero vinto, saremmo morti comunque.
L’unica soluzione possibile sarebbe stata affidarsi alla saggezza e alla determinazione della moglie di Vanes, ma ovviamente non lo abbiamo fatto.

quel che non ha governo né mai ce l’avrà
quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà
quel che non ha giudizio

Adesso che sono certo che io non cambierò il mondo e che sono abbastanza sicuro che non possa affatto cambiare, credo di aver capito che O que serà è, con il suo ritmo di bossa nova, una canzone d’amore. Dell’amore per i nostri ideali perduti.

quel che non ha governo né mai ce l’avrà
quel che non ha vergogna né mai ce l’avrà
quel che non ha giudizio

martedì 4 luglio 2023

Verba volant (840): sbuffo...

Sbuffo
, sost. m.

È l’una di notte del 15 settembre 1954. All’angolo tra Lexington Avenue e la 52esima Strada c’è molta confusione, insolita anche per la città che non dorme mai.
Adesso in quell’isolato, che arriva fino a Park Avenue, c’è un grattacielo di quarantaquattro piani - per lo più uffici di prestigiose società finanziarie e ricchi studi legali - costruito alla fine degli anni Sessanta, dopo che è stato demolito lo storico Hotel Ambassador. In particolare su quell’angolo - dove adesso c’è la steak-house Le Relais de Venice, la sede di New York di un famoso ristorante di Parigi - c’erano il Trans-Lux Theater, un negozio di liquori e una gioielleria.
Quella sera in quel cinema è in programma Il mostro della laguna nera, uno dei grandi successi cinematografici dell’anno, con la splendida Julie Adams - di questo però vi parlerò in un’altra delle mie noterelle. Ma non è per questo motivo che si è accalcata tutta quella folla. Stanno girando la scena del nuovo film di Billy Wilder con Marilyn Monroe. L’idea è venuta al fotografo Sam Shaw.

Sam è nato a New York nel 1912, ma si è trasferito presto a Hollywood. È un fotografo di grande talento, l’autore di celebri ritratti delle star del cinema della Golden Age, capace di cogliere la spontaneità anche in quelle pose così studiate. Ha conosciuto Marilyn sul set di Viva Zapata! che lei frequenta perché il regista è Elia Kazan e sono diventati subito amici. Lei, nei giorni in cui non lavora su qualche set, accetta di portare Sam in giro in auto, visto che il fotografo non guida. Quel lavoretto le serve per pagare l’affitto e in più diventa uno dei soggetti preferiti del geniale fotografo, capace di renderla ancora più bella di quanto già sia. Sam segue Marilyn in tutta la sua carriera, anche quando diventa una star e non ha certo il problema di trovare i soldi per l’affitto. È lui a convincere Arthur Miller a trasformare in una sceneggiatura il suo racconto Gli spostati.
Per Quando la moglie è in vacanza Sam suggerisce a Billy Wilder di girare una scena in cui, per trovare sollievo dal caldo di quell’estate in città, la Ragazza - come si chiama il personaggio interpretato da Marilyn - si ferma sulla grata di aereazione della metropolitana e quello sbuffo d’aria fresca le alza la gonna. Probabilmente si è ricordato di quando lavorava a Coney Island: in una delle grandi giostre c’erano dei buchi da cui i clown, quando salivano delle belle ragazze, azionavano un congegno che buttava fuori un getto di aria compressa, per fare alzare le gonne e mostrare le gambe di quelle giovani bellezze newyorchesi, che Sam prontamente fotografava.
A Billy Wilder l’idea piace molto. Da appassionato di cinema si è probabilmente ricordato di un curioso cortometraggio del 1901 intitolato What Happened on Twenty-third Street, New York City, in cui lo sbuffo d’aria della metropolitana solleva la pesante gonna di una donna che passeggia per la città, facendola molto divertire. Nella commedia di George Axelrod ovviamente quella scena non c’è, ma Billy capisce che funziona e così viene inserita nella sceneggiatura. Siamo nella seconda parte del film: Richard ha trovato il coraggio di invitare la Ragazza al cinema, anche perché lì c’è l’aria condizionata. Usciti dalla sala, la Ragazza cerca di rinfrescarsi su quella grata, aspettando che passi la metropolitana - naturalmente là sotto c’è un tecnico che, agli ordini di Wilder, aziona un grande ventilatore, uno dei tecnici più invidiati nella storia del cinema. Ogni sbuffo d’aria suscita l’ammirazione del povero Richard, lasciato dalla moglie in città, in balia di tante tentazioni. Ci scappano anche due baci: per testare la bontà del dentifricio Brillident che la Ragazza pubblicizza. Passeranno la notte insieme - nell’appartamento dell’uomo c’è l’aria condizionata - ma tra loro non succederà nulla. Solo il Codice Hays poteva costringere un americano medio a resistere a Marilyn Monroe. Nella commedia sappiamo che invece non resiste e quel tradimento estivo viene effettivamente consumato.

A dire la verità potrebbero girare quella scena anche negli studi della 20th Century Fox su Pico Boulevard, ma i press-agent decidono di farne un veicolo pubblicitario del film. E così si organizza quella notte di riprese a Manhattan, comunicandolo alle agenzie di stampa. E naturalmente sono tanti i curiosi che vogliono vedere da vicino Marilyn, l’attrice che ha fatto impazzire il pubblico in Gli uomini preferiscono le bionde e Come sposare un milionario. Wilder chiede di girare la scena ben quattordici volte, un po’ per la confusione che fanno tutti quelli che stanno lì intorno - ogni volta che la gonna si alza un urlo sale dalla folla - ma soprattutto a beneficio dei tanti fotografi che non vogliono perdere il fugace momento in cui la gonna dell’abito bianco creato da William Travilla si alza, lasciando scoperte le bellissime gambe di Marilyn. Qualcuno maligna che il costumista si sia limitato a comprare quel vestito, trovandolo perfetto per la sua attrice. Ovviamente Travilla ha sempre negato, pur considerandolo un “vestitino”, una cosuccia disegnata in pochi minuti.
Solo Marilyn riesce a essere così sfacciatamente candida in quella scena di seduzione. È davvero irresistibile. Da questo momento la sua stella brillerà come nessun’altra nel cielo di Hollywood - grazie anche al grande Billy Wilder che la dirige quattro anni dopo in A qualcuno piace caldo - una stella però destinata a spegnersi così rapidamente come si è accesa.
La scena sarà girata nuovamente negli studi di Hollywood. Ovviamente la conoscete tutti, anche se nel film non si vede, o meglio non si vede quello che voi ricordate. C’è l’immagine delle gambe di Marilyn scoperte dall’aria e poi lo stacco sullo sguardo di Tom Ewell. E anche lui è perfetto: sembra davvero che siano le prime gambe che abbia mai visto. Questo è il materiale girato in studio. Invece voi ricordate la splendida Marilyn a figura intera con la gonna svolazzante, inutilmente trattenuta dalle mani della ragazza che ci sorride, innocente e maliziosa, consapevole di essere l’oggetto del desiderio di tutti quegli uomini, conscia che stanno mettendo in mostra la sua bellezza e il suo corpo per vendere un film, ci sembra a un tempo felice e spaventata. Quella che ricordate è la foto di Sam Shaw. Poi ce ne sono altre, tante altre, perché quella notte a fotografare Marilyn ci sono George Zimbel, Garry Winograd, Elliot Erwitt, Geoge Barris, artisti che hanno fatto la storia della fotografia e che hanno fatto o faranno splendidi ritratti di Marilyn. Ma solo al suo amico Sam lei regala quel sorriso che è entrato nella storia, perché quella foto è diventata una delle immagini simbolo del Novecento.
Non c’è Ed Feingersh, che però nel 1955 scatta alcune splendide foto di Marilyn all’interno della Grand Central Station e a bordo di un vagone della metropolitana durante un celebre servizio fotografico per Redbook, in cui deve raccontare una giornata dell’attrice.
Tra le persone che quella notte sono a quell’angolo di Lexington Avenue c’è anche Joe DiMaggio, da pochi mesi marito di Marilyn. Joe si infuria di fronte a quegli uomini che guardano Marilyn, che urlano quando vedono le sue gambe, trova quello spettacolo indecoroso o forse realizza per la prima volta che Marilyn non sarà mai “sua”. E certo soffre di non essere più la star. Furibondo lascia il set e quella notte i clienti del St. Regis sentono le urla del loro litigio. La mattina successiva i truccatori faranno fatica a nascondere i segni lasciati da Joe. Il matrimonio finirà pochi mesi dopo. Tanti altri vorranno possedere Marilyn, che però, anche grazie a quelle foto che fanno il giro del mondo, è ormai diventata una leggenda. E nessuno può imprigionare una leggenda.

Prima di quel fugace, seppur peccaminoso, sbuffo d’aria, la Ragazza commenta con Richard il film che hanno appena visto e, stupendo il suo accompagnatore, lei difende il mostro.
Faceva paura a guardarlo, però in fondo non era cattivo. Forse cercava solo un po’ d’affetto, di sentirsi amato, desiderato, coccolato.
Forse in una calda notte d’estate di dieci dopo, Norma Jean si è ricordata di questa battuta. Anche Marilyn era un monstrum, un prodigio, che chiedeva solo di essere amato.

venerdì 30 giugno 2023

Verba volant (839): quoziente...

Quoziente
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I Brind sono una famiglia della colta borghesia ebraica di Vienna: Nah è un insegnante di lingue e Anna una psicologa. Il 24 marzo 1928 nasce Smylla. Nel 1937 partono per Parigi: hanno provato a resistere al regime di Dollfuss, ma è chiaro che tra poco l’Austria sarà annessa al Reich e per loro sarà impossibile continuare a vivere lì. Ma anche la capitale francese diventa troppo pericolosa per loro e, pochi giorni dopo lo scoppio della guerra, scappano negli Stati Uniti. Smylla frequenta le scuole a Manhattan e si dimostra, anche grazie alla perfetta padronanza della nuova lingua, una studentessa brillante. Oltre al tedesco e all’inglese, parla correntemente il francese e l’italiano. Ama recitare e a dodici anni, quando viene a sapere che a Broadway stanno cercando una bambina della sua età con l’accento tedesco, decide, senza dire nulla ai suoi genitori, di presentarsi all’audizione. È il nuovo dramma di Lillian Hellman, intitolato Watch on the Rhine.
Lillian ha già avuto successo a teatro con La calunnia e Le piccole volpi: sono testi che hanno dato scandalo, perché l’autrice non ha paura né di affrontare temi scabrosi come l’omosessualità femminile né di denunciare l’ipocrita perbenismo della società americana. Compagna di Dashiell Hammett, comunista, attiva sostenitrice delle campagne per aiutare la Repubblica in Spagna, entra in contrasto con le posizioni pacifiste della sinistra radicale degli Stati Uniti che, in nome dell’internazionalismo, non vuole partecipare a una “guerra borghese”: infatti Lillian si schiera decisamente per l’intervento militare del suo paese contro i regimi fascisti europei. Scrive sia per Broadway che per Hollywood, anche se il Codice Hays le impone di attenuare molto la portata polemica dei propri testi quando li adatta per il grande schermo.
L’autrice trova che Smylla sia perfetta e la bambina viene ingaggiata per il ruolo di Babette, ma i Brind, che adesso devono essere informati della decisione della figlia, preferiscono che la ragazzina non perda troppi giorni di scuola. Così la parte va alla sua coetanea Ann Blyth - che, grazie anche alla sua bravura come cantante, andrà a Hollywood, anche se non avrà il successo che avrebbe meritato. Smylla viene comunque scritturata come sostituta di Ann e nelle ultime repliche dello spettacolo riesce a debuttare a Broadway e a partecipare a una tournée estiva.
Dopo che la sua famiglia si trasferisce a Chicago, grazie al suo altissimo quoziente di intelligenza - Smylla ottiene un incredibile punteggio di 165 - viene chiamata come ospite del popolare programma radiofonico Quiz Kids, dove in ogni puntata un gruppo di cinque bambini risponde alle domande degli ascoltatori e del pubblico dello studio. Smylla, oltre che essere bravissima sulle domande di letteratura, è simpatica e molto spigliata davanti al microfono, tanto da diventare un’ospite fissa del programma.
I produttori della RKO, sempre a caccia di talenti, si accorgono di quella giovane e a sedici anni la mettono sotto contratto. Lo studio la fa debuttare, con il nome Tessa Brind, nel 1944 in Youth Runs Wild, un film scritto da John Fante, sul problema della delinquenza giovanile cresciuta durante la guerra. Poi lo studio le cambia nome e Vanessa Brown, tra il 1946 e il 1949 appare in sette film: con quel viso e quei grandi occhi scuri è perfetta per i ruoli da “ingenua”. Mentre lavora per la RKO, Smylla si iscrive all’Università della California e si laurea in letteratura inglese nel 1949. È anche la critica cinematografica del giornale del campus, il Daily Bruin.
I film in cui appare non sono memorabili, ma offrono a Vanessa l’occasione di lavorare con registi importanti come Joseph. L. Mankiewicz, Walter Lang, William Wyler. In Il fantasma e la signora Muir - forse il migliore tra i film di Vanessa - recita con Rex Harrison e la bellissima Gene Tierney: è Anna da adulta, mentre Natalie Wood è Anna bambina. La protagonista di Come nacque il nostro amore è Betty Grable, Maureen O’Hara è La superba creola, ancora con Rex Harrison, mentre Olivia de Havilland e Montgomery Clift sono le giovani star di L’ereditiera. Quella brillante studentessa si trova fianco a fianco ogni giorno nella mensa degli studi del 780 di Gower Avenue con chi realizza i film di cui scrive le recensioni. È una posizione privilegiata per capire come funziona davvero Hollywood.
Vanessa sembra una promessa dello studio, non ha il fisico di una pin up, ma ha un viso dolce e un bellissimo sorriso. Nel 1950 viene scelta per il ruolo di Jane in Tarzan e le schiave, il secondo in cui l’eroe di Edgar Rice Borroughs viene interpretato da Lex Barker, che qualche anno dopo girerà alcuni film anche in Italia: ne La dolce vita è Robert, il marito di Anita Ekberg. Vanessa è l’ottava attrice a interpretare Jane, dopo Maureen O’Sullivan e Brenda Joyce, che hanno portato questo personaggio sul grande schermo rispettivamente sei e cinque volte. La splendida attrice irlandese è la sola che ha avuto l’opportunità di essere Jane nella Pre-Code Hollywood e per questo è rimasta nell’immaginario di una generazione di giovani spettatori, anche grazie al fatto che quella Jane può nuotare nuda insieme a Tarzan. Vanessa ovviamente non può indossare il succinto perizoma di Maureen, le sue forme aggraziate devono solo intuirsi sotto il costume. Sa che si tratta dell’ennesimo b-movie su Tarzan, di un prodotto di consumo, in cui lei deve soltanto sorridere e far vedere le gambe. Vanessa, qualche anno dopo, dirà che la cosa difficile non è stata arrampicarsi sugli alberi, ma capire come doveva interpretare quel personaggio. E in generale che si sentiva “contorta” nel dover gestire insieme la sua bellezza con quell’ingombrante QI. Comunque Vanessa spera ancora - è lecito a quell’età - che Hollywood le possa riservare qualcosa di più. Non sarà così. Il ruolo di Jane passa ad altre giovani promesse, Virginia Huston, Dorothy Hart, Joyce Mackenzie; e per nessuna di loro sarà il trampolino per una felice carriera.
Agli inizi degli anni Cinquanta Vanessa recita in alcuni altri film non memorabili. Nel 1952 ottiene una piccola parte in Il bruto e la bestia, un film diretto da Vincente Minnelli con Lana Turner e Kirk Douglas, che viene presentato al Festival di Venezia. A ventiquattro anni la sua carriera cinematografica è praticamente terminata.

Smylla sa che nella vita c’è altro oltre al cinema. Si sposa. La prima volta, dal 1950 al ’57, con Robert Alan Franklyn, un chirurgo plastico, e poi, dal 1959 all’89, con il regista televisivo Mark Sandrich Jr. - suo padre è stato uno specialista dei film musicali: negli anni Trenta ha diretto tutti i grandi successi della coppia Fred Astaire e Ginger Rogers. Smylla e Mark hanno due figli: David Michael e Cathy Lisa.
Decide di impegnarsi in politica. È iscritta al Partito Democratico e sostiene con passione la candidatura di Adlai Stevenson alla presidenza sia nel 1952 che nel 1956 - quell’anno è anche delegata alla convention di Chicago - ma in entrambe le occasioni l’ex governatore dell’Illinois viene sconfitto da Eisenhower. Stevenson è un grande oratore, un uomo capace di infiammare il pubblico durante i comizi, ma, per dirla con Nenni, “piazze piene, urne vuote”. Stevenson è un intellettuale e l’America negli anni Cinquanta, nel pieno della Guerra fredda, preferisce affidarsi a un generale. Il mondo del cinema è schierato con quell’avvocato dalle idee progressiste e per questo nel 1962 un gruppo di attivisti del partito - tra cui troviamo anche Smylla - crea un comitato per presentare la candidatura di Stevenson come governatore della California.
Non se ne fa nulla, e poi sta nascendo la stella di Ronald Reagan. Smylla sostiene anche Kennedy. L’interesse per la politica non la abbandona. È una corrispondente di The Voice of America, il servizio ufficiale radiotelevisivo del Governo federale degli Stati Uniti, occupandosi prevalentemente di analisi politica, ma anche di scienza e di medicina. Agli inizi degli anni Settanta scrive un ponderoso saggio sulle politiche di Willard Wirtz, il Segretario al Lavoro delle amministrazioni Kennedy e Johnson. Per il suo ruolo Wirtz è stato uno dei membri del gabinetto Johnson che ha promosso e attuato le riforme della cosiddetta “Great Society”, il programma sociale più ambizioso dai tempi del New Deal, smantellato da Nixon prima e poi da Reagan, e mai più superato dalle blande politiche di riforma dei successivi presidenti del Partito Democratico. Sappiamo che i rapporti tra Wirtz e il Presidente si incrinarono a seguito di un memorandum, reso pubblico solo alcuni annui dopo, in cui il primo criticava l’impegno statunitense in Vietnam, che è stata la ragione del sostanziale fallimento di quella auspicata stagione di riforme. Smylla vive intensamente questo fermento politico e sociale e se ne sente parte. È in qualche modo un testo che si occupa di politica il dramma che in questi anni scrive con la speranza di poterlo portare a Broadway. Si intitola Europa e il toro. Troppo intellettuale e non se ne fa nulla.
Ha anche un buon successo come pittrice: si firma con il suo nome alla nascita Smylla.Vanessa torna ogni tanto anche a lavorare in televisione o come ospite fissa in quiz - I’ll Buy That e Pantomine Quiz, celebri programmi degli anni Cinquanta - o come guest star in telefilm, da Perry Mason a Dallas, fino a La signora in giallo - Vanessa è nell’undicesima puntata della quinta stagione. Al cinema è una delle avide figlie di una madre fin troppo generosa in Rosie! del 1967, con Rosalind Russell nella parte della protagonista, e nel 1976 la sorella dell’inquietante protagonista - Millie Perkins, Anna Frank nel classico degli anni Cinquanta - nell’horror The Witch Who Came from the Sea. Un personaggio secondario in un b-movie di scarsa qualità: questo è l’ultimo ruolo che Hollywood propone a Vanessa.

Ma c’è un’altra storia che dobbiamo assolutamente raccontare a proposito di Smylla Brind. Nel 1952, a ventiquattro anni, torna a recitare a Broadway e questa volta finalmente con un ruolo da protagonista.
George Axelrod è uno scrittore di trent’anni che fino a quel momento si è guadagnato da vivere scrivendo sceneggiature per commedie radiofoniche e televisive. Vive con la moglie e i due figli al 71 di Irving Place, nel quartiere di Gramercy a Manhattan. L’appartamento degli Axelrod è a piano terra, ma, come in tutti quei palazzi, c’è una scala esterna che lo collega ai piani superiori. Quell’estate la moglie e i due figli di George sono in vacanza. Sopra di loro vive un simpatico vecchietto, ma - pensa lo scrittore - cosa potrebbe succedere se in quell’appartamento vivesse una bella e disinibita ragazza, ad esempio come la sua amica Barbara Nichols, una bionda pin up che lavora da modella e sogna di sfondare a Broadway. Barbara negli anni Cinquanta farà una carriera da Marilyn minore. E da quello spunto e forse da una storia successa davvero - ma questo è un affare del signore e della signora Axelrod - George in poche settimane scrive una commedia. I produttori Elliott Nugent e Courtney Burr credono in quel testo - probabilmente più di quanto ci creda lo stesso autore - e il 20 novembre 1952 va in scena al Fulton, il grande teatro sulla 46esima Strada, che tre anni dopo sarebbe stato dedicato a Helen Hayes, la commedia intitolata The Seven Year Itch. Dimenticate Quando la moglie è in vacanza, come si intitola in Italia il film che nel 1955 la 20th Century Fox costruisce intorno all’erotica innocenza di Marilyn Monroe e che consacrerà Norma Jean tra le leggende di Hollywood. E su quel celeberrimo sbuffo d’aria da una grata della metropolitana di Lexington Avenue scriverò una delle mie prossime noterelle.
George Axelrod e Billy Wilder che scrivono la sceneggiatura sanno bene cosa permette il Codice Hays. E soprattutto cosa non permette. Mentre il film è una divertente commedia romantica, in cui il tradimento di Richard con la Ragazza è solo immaginato - e i due protagonisti si scambiano soltanto tre baci - l’opera che va in scena a Broadway è una commedia esplicitamente sul sesso, in cui il tradimento è consumato, praticamente in scena.
Il mattino dopo il debutto George è preoccupato. Le prove non sono andate bene, sono state necessarie diverse riscritture e il terzo atto non lo convince. Anche i produttori cominciano a preoccuparsi per le reazioni dei gruppi religiosi. Il pubblico della prima ha applaudito con calore, ma quanto potrà reggere? Quella mattina nevica, George non ha voluto comprare i giornali, ma ha bisogno di soldi e decide di andare a teatro per chiedere un anticipo di dieci dollari. Quando svolta sulla 46esima George vede una fila di persone che dal botteghino del Fulton arriva fino alla Settima Avenue. Adesso compra i giornali e tutti i critici, anche quelli più severi, lodano quella commedia. The Seven Year Itch chiuderà il 13 agosto 1955, dopo millecentoquarantuno repliche: il più grande successo di Broadway degli anni Cinquanta per un’opera non musicale. Il Tony andrà a Il crogiolo di Arthur Miller - che nel 1956 diventerà il marito di Marilyn - che però rimane in scena solo centonovantasette repliche.
The Seven Year Itch è quello che il pubblico degli anni Cinquanta vuole finalmente vedere a teatro: il sesso. Sono gli anni in cui escono i due cosiddetti Rapporti Kinsey. Hugh Hefner nel dicembre 1953 pubblica il primo numero di Playboy. Il perbenismo imposto dal Codice Hays non riesce più a trattenere quello che il pubblico vuole davvero vedere.
Per il ruolo di Richard Sherman, l’americano medio che non riesce a resistere alle tentazioni, viene scelto Tom Ewell. nato nel 1909 nel Kentucky, Tom scopre presto la passione per la recitazione. Debutta nel 1934 a Broadway e nel 1940 a Hollywood. Presta servizio in Marina durante la guerra. Congedato torna a recitare e inizia una carriera da brillante caratterista, sia al cinema che in teatro. Anche se lui preferisce di gran lunga il secondo. The Seven Year Itch è il suo primo - e più fortunato - ruolo da protagonista. Vince il Tony e vincerà anche il Golden Globe nel 1956 per lo stesso ruolo nell’adattamento cinematografico, che viene completamente ignorato dall’Academy. Tom continua a lavorare con successo a Hollywood, ma non rinuncia al teatro: nel 1956 è Vladimiro nella prima edizione negli Stati Uniti di Aspettando Godot. E poi arriva la televisione. Partecipa a decine di serie e vince un Emmy per il ruolo del vecchio poliziotto in pensione Billy Truman in Baretta. Il suo ultimo ruolo è nella tredicesima puntata della seconda serie di La signora in giallo.
Vanessa Brown è la Ragazza. È giovane, è bella, è perfetta per essere l’oggetto del desiderio di Richard. Ma anche in questo caso dimenticatevi Marilyn, perché la Ragazza della commedia non è la “magnifica preda” del film di Billy Wilder. La Ragazza è una donna indipendente che, a poco più di vent’anni, ha già fatto i conti con la sua sessualità. E appare molto più sveglia di Richard. A lei non interessa innamorarsi e per questo rifiuta gli appuntamenti con quei ragazzi che pensa si innamoreranno di lei. Richard gli sembra perfetto, perché è sposato e soprattutto perché sa che, dopo quell’avventura estiva di una notte o due, lui tornerà da sua moglie. La Ragazza cerca sesso senza vincoli e Richard lo può offrire: è un buon affare per entrambi. I moralisti, la stampa conservatrice, i gruppi religiosi ovviamente si scagliano contro la commedia, ma il pubblico che corre a teatro intuisce che quella storia racconta un mondo nuovo, in cui i rapporti tra i sessi dovrebbero essere molto più liberi. C’è a suo modo una speranza di cambiamento in quel messaggio di liberazione, un messaggio che la società americana – come la nostra – non sembra più in grado di ascoltare. E forse non è un caso che dopo quella fortunata stagione The Seven Year Itch non sia mai più stato ripreso a Broadway.
Non siamo pronti a un mondo in cui ci siano donne come la Ragazza. E non siamo pronti a donne come Vanessa.

mercoledì 14 giugno 2023

Verba volant (838): piede...

Piede
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Immagino che tutti i fedeli lettori delle mie noterelle abbiamo visto - e rivisto - A piedi nudi nel parco, perché questo film del 1967 è un classico, che le televisioni replicano spesso.
Probabilmente solo i maniaci conoscono il nome del regista, che pure è stato uno dei grandi artigiani di Broadway e Hollywood e per quasi trent’anni il marito di Bea Arthur. E forse non ricordate neppure il nome dell’autore della sceneggiatura, eppure è il più prolifico e famoso commediografo della seconda metà del Novecento, il drammaturgo che nella carriera ha collezionato più nomination agli Oscar e ai Tony di qualunque altro autore. Vi viene in mente cosa succede durante i centosei minuti del film? Forse no, ma non preoccupatevi: come scrive Variety “non ha praticamente una trama” o per dirla con l’Herald Tribune “non parla di niente”. Eppure, come dice Life, è “una delle commedie più divertenti di sempre”.
Ecco vi ricordate di esservi divertiti e sicuramente avete in mente i due protagonisti, perché in questo film Robert Redford e Jane Fonda sono bellissimi. E perfetti per quei ruoli. Robert ha trentun’anni, è elegante e ben pettinato, il perfetto bravo ragazzo americano. Solo due anni dopo sarà Sundance Kid e presto diventerà il volto, sdrucito e spettinato - ma sempre bellissimo - del cinema politico degli anni Settanta, soprattutto grazie ai film diretti da Sidney Pollack: in quel giovane impettito e conservatore è difficile riconoscere Condor. Jane ha un anno in meno del suo coprotagonista, ma è più nota di lui, è una starlette in ascesa. Anche se alla fine del film lei sembra accettare di rientrare nella “normalità”, di diventare la mogliettina che Paul desidera, sappiamo che Barbarella continuerà a lottare, nelle piazze, insieme ai giovani che vogliano che gli Stati Uniti si ritirino dal Vietnam, e al cinema in una stagione di impegno civile davvero memorabile di Hollywood: Pollack, ancora lui, la dirige nello splendido Non si uccidono così anche i cavalli?
Ma ovviamente non voglio parlarvi di Robert e Jane né di Neil Simon, voglio raccontarvi qualcosa che spero non sappiate. Ad esempio chi è stata la prima Corie.

Infatti la commedia Barefoot in the Park debutta a Broadway, al Biltmore Theatre, il 23 ottobre 1963. Nonostante le critiche non proprio favorevoli, per questa commedia di Neil Simon, fino ad allora conosciuto soprattutto come autore televisivo, grazie al passaparola, il pubblico si accalca, tanto che la direzione del teatro deve raddoppiare il personale al botteghino per smaltire le file. Chiuderà il 25 giugno 1967, dopo millecinquecentotrenta repliche – il decimo spettacolo non musicale più longevo nella storia di Broadway – un mese dopo il lancio del film diretto da Gene Saks e sceneggiato dallo stesso Simon.
Il regista dello spettacolo è Mike Nichols, a cui molti riconoscono il merito di aver creato il successo della commedia. Negli anni successivi Mike, un ebreo tedesco che ha cominciato a lavorare nei cabaret - in coppia con Elaine May - e negli spettacoli off-Broadway, diventerà uno dei più importanti registi teatrali del paese - dirige tutti i grandi successi di Simon - e andrà a Hollywood: tra il 1966 e il 1970 è il regista di Chi ha paura di Virginia Woolf? con Richard Burton e Elizabeth Taylor, Il laureato, per cui vincerà l’Oscar, e Comma 22. Anche Nichols è uno di quelli che negli anni Settanta prende posizione dalla parte giusta.
Per i ruoli dei due giovani protagonisti Nichols sceglie questo giovane attore arrivato dalla California, Robert Redford, che l’anno prima ha debuttato al cinema nel film Caccia di guerra - pellicola in cui ha esordito come attore anche Pollack - ambientato durante la guerra di Corea. Per Robert, che ha già lavorato in qualche produzione a Broadway, si tratta del primo ruolo da protagonista. È un successo, anche personale, ma il suo ultimo ruolo a teatro. Con quella faccia la sua carriera sarà a Hollywood.
Per il ruolo di Corie viene scritturata Elizabeth Ashley. Ha solo ventiquattro anni, ma ha già vinto un Tony come attrice non protagonista per Take Her, She’s Mine, per la parte di Mollie, la figlia di un apprensivo avvocato di Los Angeles - interpretato da Art Carney - che va a studiare a Parigi. Il padre, leggendo le lettere in cui la figlia gli racconta del suo impegno e dei suoi amici beat, la raggiunge, temendo il peggio. È una divertente commedia scritta da Henry e Phoebe Ephron, che raccontano la loro esperienza di genitori di una ragazza al college. Sì, quella ragazza è Nora. E nel 1963 la commedia diventa un film con James Stewart e Sandra Dee.
La giovane “ribelle” che mette la testa a posto sembra proprio il ruolo per Elizabeth, che ottiene una meritata nomination ai Tony per A piedi nudi nel parco. Nonostante il successo, Elizabeth decide di lasciare la sua carriera, decide, come Corie, di essere moglie e madre. Sul set di L’uomo che non sapeva amare conosce George Peppard, si sposano, hanno un figlio e lei lascia tutto. Per questo non è lei a interpretare Corie nel film, accanto a Robert. Torna a recitare dopo cinque anni, ma ormai per lei il treno è passato. A Hollywood compare in alcuni film, ma in parti secondarie. Per fortuna c’è la televisione dove lavora moltissimo, partecipa a decine di serie e Johnny Carson l’ha ospite nel suo show per ventiquattro volte.
Nel 1999 è un’importante guest star in Law & Order - SVU: interpreta la professoressa Serena Benson, la madre di Olivia. E naturalmente c’è Broadway. Nel 1974 è Maggie in una fortunata ripresa di La gatta sul tetto che scotta, ruolo per cui ottiene un’altra nomination ai Tony, è Cleopatra nella commedia di Shaw, accanto a Rex Harrison nel 1977. Nel 1982 ottiene un grande successo in Agnese di Dio, nel ruolo della dottoressa Livingstone, accanto a Geraldine Page che interpreta la sua antagonista, madre Miriam. Tre anni dopo verrà girato il film e il ruolo della dottoressa andrà, ancora una volta, a Jane Fonda, con Ann Bancroft in quello della suora. L’ultimo ruolo a Broadway è nel 2014, è la vecchia Olga, granduchessa nella Russia degli che vive facendo la cameriera in un ristorante Childs, nella ripresa di You Can’t Take It With You.

In A piedi nudi nel parco, oltre a quella dei due giovani sposi, c’è un’altra coppia di personaggi, decisamente più maturi, la posata Mrs Banks, la madre vedova di Corie, la tipica signora americana, e l’inquilino dell’attico, l’eccentrico e misterioso - o almeno così ama presentarsi - Victor Velasco. Anche loro, come Corie e Paul, sembrano una coppia mal assortita, ma questa volta è la compassata Mrs Banks che cede e si lascia andare alle stravaganze di quel nuovo compagno.
Per questi ruoli Nichols sceglie Mildred Natwick e Kurt Kasznar. E questi sono due grandi attori di cui dobbiamo raccontare qualcosa.
Kurt Servischer nasce da una famiglia ebrea a Vienna nel 1913. Il padre abbandona la moglie, che si risposa con un ristoratore ungherese. Kurt, che adesso si chiama Kasznar, lo considera suo padre. Fa il cameriere, ma quando incontra il regista Max Reinhardt capisce che vuole diventare un attore. Dopo le prime esperienze in patria, Reinhardt lo scrittura per la compagnia con cui va in tournée negli Stati Uniti. Nel 1936 Kurt lascia un paese che sta diventando sempre più ostile per quelli come lui. Debutta a Broadway, ma poi scoppia la guerra e Kurt si arruola nell’esercito americano. Viene assegnato al fronte del Pacifico. Ha esperienza come operatore e il comando gli assegna il compito di documentare le operazioni militari. Filma gli sbarchi americani in Nuova Guinea e nelle Filippine e la resa dell’Impero giapponese a bordo della USS Missouri. È anche uno dei primi a fotografare quello che il suo esercito ha fatto a Hiroshima e Nagasaki. Congedato, torna al teatro. È lo zio Louie in The Happy Time di Samuel A. Taylor, il regista di un’acclamata edizione di Sei personaggi in cerca d’autore e Pozzo nella prima versione americana di Aspettando Godot. Recita anche in alcuni film e lavora per la televisione - purtroppo il suo Nero Wolfe con William Shatner come Archie Goodwin viene cancellato - ma la sua passione è il teatro. In The Sound of Music è Max Detweiler, il produttore teatrale e migliore amico del capitano von Trapp: quando lo spettacolo festeggia le mille repliche, lui è l’unico componente del cast che può dire di non averne mai mancata una. Però il ruolo nel film tocca a Richard Haydn. Dopo A piedi nudi nel parco, è Tevye in alcune edizioni di Fiddler on the Roof e John Houseman lo vuole tra gli interpreti della sua edizione di Don Juan in Hell con Myrna Loy, Edward Mulhare e Ricardo Montalban: in sei mesi quello spettacolo tocca centocinquantotto città. Nel 1978, un anno prima di morire, interpreta con grande autorevolezza Mansky in The Play’s the King di Ferenc Molnàr: il suo ruolo è ormai quello del gentiluomo europeo. Non interpreta Victor nel film. La Paramount vuole un nome di maggior richiamo e Charles Boyer, con quella aria da vecchio playboy, il passato misterioso da bandito come Pépé le Moko, è perfetto: ha già sedotto almeno due generazioni di spettatrici americane. Adesso, nonostante ammiri la bellezza di Corie, può cercare la tranquillità con la signora Banks.
Invece Mildred Natwick interpreta lo stesso ruolo sia a teatro che al cinema. Lei è nata a Baltimora nel 1905 da una famiglia della ricca borghesia del Maryland. Il padre non è stato particolarmente contento quando la ragazza, all’età di ventun’anni, si è unita a The Vagabonds, un gruppo teatrale amatoriale della città. Debutta a Broadway nel 1932 e da quel momento tra teatro, cinema e televisione, la sua carriera dura fino al 1988, quando Stephen Frears vuole proprio lei per la parte di Madame de Rosemonde, la zia del visconte di Valmont, in Le relazioni pericolose. E in questi cinquantasei anni Mildred è una grandissima caratterista. A Broadway ottiene due nomination ai Tony: nel 1957 per la commedia The Waltz of the Toreador e nel 1970 per il musical 70 Girls 70. Tra i ruoli che la rendono celebre, oltre a quello di Mrs Banks, ci sono quelli di Madame Arcati in Spirito allegro e di Miss Proserpine Garrett in Candida. A Hollywood John Ford la vuole in diversi film tra cui Un uomo tranquillo, mentre Alfred Hitchcock le affida la parte di Miss Gravely in La congiura degli innocenti. E per la versione cinematografica di A piedi nudi del parco Mildred ottiene una meritata nomination all’Oscar. Tra i tanti lavori in televisione merita di ricordare che lei e un’altra delle regine di Broadway, la sua amica Helen Hayes - insieme sono anche nel consiglio della Riverside Shakespeare Company - hanno interpretato due anziane sorelle con l’hobby di risolvere i misteri in una fortunata serie della NBC, un ruolo per cui Mildred ha ottenuto l’Emmy.

C’è un altro attore che compare sia nel cast teatrale che in quello del film. Anche se non ricordate la trama, c’è un particolare che non potete proprio dimenticare: quel delizioso appartamentino del Village si trova al quinto piano, in un caseggiato senza ascensore, e arrivare fin lassù è sempre un’impresa. Soprattutto per chi deve andarci per lavoro, come l’operaio della ditta dei telefoni. E le due volte che Herb Edelman entra in scena è sempre uno spasso.
Anche la storia di Herb deve essere raccontata. Nasce nel 1933 a Brooklyn. Pensa di fare il veterinario, ma lascia la Cornell University dopo il primo anno. Si arruola e l’esercito gli fa fare l’annunciatore per la Armed Forces Radio. Congedato, si iscrive al corso di teatro del Brooklyn College, ma non lo finisce. Fa il tassista e un giorno carica uno che ha più o meno la sua età e che sta cercando un attore per la commedia che deve dirigere al Biltmore. Da allora la sua carriera non si ferma più. Lo ricordate per forza, perché ha interpretato decine di telefilm. Non è mai il protagonista ovviamente, ma quella faccia davvero è impossibile dimenticarla. Tra i ruoli per cui è più celebre ci sono quelli di Stanley Zbornak, l’ex marito di Dorothy, ossia Bea Arthur in The Golden Girls, e il tenente Artie Gelber della polizia di New York, che in nove episodi riesce a risolvere i delitti misteriosi in cui viene chiamato a investigare grazie alle capacità di Jessica Fletcher nelle sue rare visite in città.

Credo di avervi raccontato parecchie storie su A piedi nudi nel parco, che spero ricorderete la prossima volta che vedrete il film in televisione.
E il parco? Ovviamente a Broadway non si vede, ma nel film sì. È il parco di Washington Square, quello più vicino al Greenwich Village. Anche se si chiama parco, per lo più si tratta di una grande area pavimentata. Ci sono il Washington Square Arch e una grande fontana; e poi aree giochi per bambini e una zona dedicata ai giocatori di scacchi, due piste per i cani e anche una grande statua di Giuseppe Garibaldi. Ci sono anche delle aiuole: quando andate a New York dovete assolutamente camminarci a piedi nudi.

mercoledì 7 giugno 2023

Verba volant (837): pietra...

Pietra
, sost. f.

Venerdì 30 settembre 1960; venti e trenta, ora di New York. I telespettatori che accendono il loro apparecchio televisivo sulle frequenze della ABC rimangono stupiti: non c’è né una sitcom né un programma musicale, ma un cartone animato su due famiglie che vivono in una curiosa parodia dell’età della pietra.
Coloro che sono rimasti sintonizzati per tutti i trenta minuti di quella puntata probabilmente non si sono resi conto di aver vissuto un avvenimento importante della storia della televisione americana. E della cultura di massa non solo degli Stati Uniti.
Molti di loro il lunedì precedente hanno assistito a un altro programma destinato a entrare nella storia: il primo dibattito televisivo tra i due candidati alla presidenza, il Vicepresidente Richard Nixon e il senatore del Massachusetts John Fitzgerald Kennedy. Al termine di quel dibattito sono pochi quelli pronti a scommettere sulla vittoria di Nixon, tutti sono convinti che con l’arrivo alla Casa Bianca di JFK stia per cominciare una nuova fase della politica americana, un’era di pace e di felicità. Sappiamo che non è andata così, ma è facile dirlo dopo l’omicidio di Dallas, il massacro di Mỹ Lai e il Watergate.

Sabato 1 ottobre Variety definisce The Flintstones “a pen-and-link disaster”, insomma un disastro su tutta la linea. Anche altri critici televisivi, pur con giudizi meno trancianti, bocciano il programma. Per fortuna non sono loro a decidere i palinsesti. Dopo poche settimane gli americani si affezionano a Fred e Wilma, a Barney e Betty, si riconoscono in loro, nei loro pregi e specialmente nei loro difetti, decretandone un successo che dura ancora oggi.
William Hanna e Joseph Barbera sono quasi coetanei - il primo è nato nel New Mexico nel 1910 e il secondo a New York nel 1911 - si sono conosciuti nel 1938 quando entrambi lavorano al reparto animazione della Metro-Goldwyn-Mayer, diretto da Fred Quimby. William fa il regista e Joseph lo sceneggiatore e l’animatore. Nonostante abbiano caratteri e interessi assolutamente diversi, capiscono che insieme lavorano molto bene e creano una serie di cartoni i cui protagonisti sono un gatto e un topo in perenne conflitto. È un successo incredibile: sono oltre duecento i cortometraggi della serie Tom & Jerry e ricevono, dal 1940 al 1953, ben otto Oscar, che però ritira sempre Quimby, pur non partecipando al processo creativo. Alla fine degli anni Cinquanta la MGM decide di chiudere il reparto animazione, visto che ormai al cinema i cartoni non si proiettano più, ci pensa la televisione, e così William e Joseph fondano la propria casa di produzione. Tirano a sorte per decidere l’ordine dei nomi e nasce la Hanna-Barbera Productions, con lo studio al 3400 di Cahuenge Boulevard a Hollywood.
Stanno cercando un’idea per ottenere un successo altrettanto clamoroso di quello dei loro primi cartoni animati. Braccobaldo, Yoghi, Ernesto Sparalesto sono sì personaggi di successo, ma solo tra i bambini. I due autori cercano qualcosa che possa tenere insieme, come facevano i cartoni della serie Tom & Jerry, il pubblico di tutte le età.
Nella stagione televisiva 1955-56 va in onda sulla CBS una serie intitolata The Honeymooners, che racconta le vicende quotidiane di Ralph Kramden, un autista di autobus irascibile, ma dal cuore tenero, un bambinone con la testa sulle nuvole, che sogna sempre di diventare ricco. Per fortuna a riportarlo con i piedi per terra c’è sua moglie Alice. Sopra di loro vivono i loro migliori amici, il bonario Ed Norton, un operaio che lavora per il sistema fognario della città, e sua moglie Trixie. I personaggi che Hanna e Barbera cercano sono già lì, basta trasportare le loro storie da Brooklyn a Bedrock, aggiungere un dinosauro domestico, delle auto con le ruote di pietra azionate con i piedi, un piccolo mammut che diventa un aspirapolvere, e in questo modo nasce The Flagstone, come si intitola l’episodio pilota, scritto da uno specialista di sitcom come Harry Winkler, con l’animazione di Kenneth Muse che, dopo aver lavorato per Disney in Pinocchio e Fantasia, è stato uno dei “padri” alla MGM di Tom & Jerry. E Fred viene disegnato sulle fattezze di Jackie Gleason, che nella serie della CBS interpreta Ralph. Jackie - un ottimo caratterista che ricordiamo come Minnesota Fats ne Lo spaccone - anni dopo dirà di aver pensato di citare Hanna e Barbera, ma che i suoi avvocati lo hanno dissuaso: “Vuoi davvero essere ricordato come quello che ha tolto Fred Flintstone ai bambini americani?”
William e Joseph ci mettono due mesi a convincere la ABC e le agenzie pubblicitarie che quella può essere una serie di successo. Nessuno dei loro interlocutori dubita che sia divertente, ma in pochi credono che sia un prodotto adatto alla prima serata. Alla fine però arriva il tanto sospirato via libera. Durante la lavorazione dei ventotto episodi della prima serie, in cui Hanna e Barbera coinvolgono soprattutto sceneggiatori che vengono dalle sitcom, il cognome Flagstones viene cambiato prima in Gladstones e infine in Flintstones e sparisce il piccolo Fred Jr.. Sia i Flintstones che i Rubbles, come avviene in The Honeymooners, saranno due coppie senza figli.
La Japan Tobacco accetta di essere lo sponsor principale della serie e alla fine di ogni episodio viene aggiunto un breve spot in cui i protagonisti fumano le sigarette Winston. Proprio perché la serie non nasce per essere trasmessa nella fascia dedicata ai bambini, Fred e Wilma sono la prima coppia di un cartone animato che viene mostrata dormire in un letto matrimoniale, anche se nella sigla marito e moglie dormono convenientemente in due letti separati.
Il successo sorprende i dirigenti della ABC. Viene subito approvata la seconda stagione, questa volta di trentadue episodi. Il pubblico televisivo del venerdì sera continua a scegliere le avventure dei Flintstones e quindi viene programmata anche la terza serie, e questa volta la ABC decide di puntare sul colore: è uno dei primi programmi della rete a venire trasmesso con questa nuova tecnologia.
Viene anche sostituita la sigla. Nelle prime due stagioni il pezzo che accompagna i titoli di testa e di coda è un brano strumentale intitolato Rise and Shine, un pezzo molto orecchiabile, che ricorda la sigla di The Bugs Bunny Show, in onda sempre sulla ABC. Dal terzo episodio della terza stagione viene sostituito da un brano - Meet The Flintstones - con un testo di Hanna e Barbera e la musica composta dal loro storico collaboratore Hoyt Curtin, che si ispira a una parte della sezione B del secondo movimento della Sonata n. 17 di Beethoven. Quel brano diventa immediatamente popolarissimo e sono sicuro che non vi serve un link da YouTube per cominciare a canticchiarlo. E, per la sua particolare struttura, che permette continui cambi di ritmo, diventa da subito uno standard jazz.
Nelle terza stagione Hanna e Barbera decidono che Fred e Wilma devono avere un bambino. Questa decisione permette di aggiungere un arco narrativo agli episodi, che solitamente presentano una trama autoconclusiva. I due autori pensano di recuperare l’idea di Fred Jr., ma quelli del dipartimento marketing chiedono che sia una bambina, perché le bambole femminili si vendono più facilmente. La nascita di Pebbles cambia un po’ lo spirito della serie, che adesso viene vista anche da un pubblico di bambini. La Japan Tobacco ritira la sponsorizzazione, ma viene prontamente sostituita dalla Welch, che produce succo d’uva e gelatine, un prodotto apprezzato anche dai più piccoli. che chiederanno alla mamma di mangiare quello che in televisione mangia la piccola Flintstone. E così dalla quarta alla sesta stagione il programma viene anticipato di un’ora e spostato al giovedì.
Nella quarta stagione Hanna e Barbera decidono che anche Barney e Betty devono avere un bambino, introducendo un nuovo arco narrativo. Ma in questo caso gli autori scelgono di affrontare, seppur in maniera molto sfumata, il tema dell’infertilità e infatti Bamm-Bamm viene adottato.
Il successo della serie è dimostrato anche dalla partecipazione di alcune star, che interpretano se stesse, seppur in versione “preistorica”, come Tony Curtis e Ann-Margret, che diventano rispettivamente Stony Curtis e Ann-Margrock. E nella sesta stagione Fred e Wilma incontrano l’altra coppia d’oro della televisione americana dei primi anni Sessanta, Samantha e Darrin Stephens di Vita da strega, interpretati da Elizabeth Montgomery e Dick York.
All’inizio del decennio la serie comincia a diffondersi anche fuori dagli Stati Uniti, non solo nei paesi di lingua inglese. Nell’aprile 1963 sul canale RTF viene trasmessa la prima puntata di Les Pierrafeu, mente il 30 agosto dello stesso anno sul Secondo Programma della Rai debuttano Gli antenati. Sono i mesi del primo governo Leone, il governo “balneare” che deve traghettare l’Italia del boom verso il centrosinistra di Aldo Moro e Pietro Nenni. In quella stagione vengono doppiati solo alcuni episodi della prima serie, da alcune delle voci storiche della televisione italiana, Michele Riccardini, Mirella Pace, Carlo Reali, Zoe Incrocci - la Lumachina del Pinocchio di Comencini - Tina Lattanzi, Renato Cominetti, Lauro Gazzolo.
Il cartone animato ha un grande successo anche in Italia, tanto che i personaggi creati da Hanna e Barbera diventano protagonisti di una serie di pubblicità in onda su Carosello dal 1965 al 1971. I brevi filmati, realizzati prima da Toni e Nino Pagot - i creatori tra gli altri di Calimero e Grisù - e poi dai fratelli Gavioli, servono a reclamizzare l’insetticida Neocid Florale. È in questi caroselli che nasce la frase “Wilma, dammi la clava”, un’espressione che noi italiani associamo immediatamente a Fred, ma che il personaggio non ha mai pronunciato in nessuno dei centosessantasei episodi della serie classica.

So che questi cartoni animati continuano a essere replicati, poi ci sono stati i film e i parchi a tema - e naturalmente il merchandising si è molto sviluppato da quelle prime bamboline della metà degli anni Sessanta - ma non credo che questa serie abbia lo stesso travolgente successo di allora. Perché i tempi sono cambiati.
Io e quelli della mia generazione abbiamo amato Gli antenati perché abbiamo subito riconosciuto quella famiglia della working class, in cui il padre andava a lavorare in fabbrica, portandosi dietro il pranzo nella gamella di alluminio - la schiscetta come la chiamano i milanesi - e in cui, anche se ci si poteva permettere qualche “lusso”, come una serata al cinema o una pizza fuori, bisognava fare i conti per arrivare alla fine del mese. E abbiamo riconosciuto nelle nostre madri, nelle madri dei nostri amici, tante Wilma e Betty, donne capaci e forti, spesso più intelligenti e sveglie dei loro mariti, donne che magari preferivano apparire un passo indietro, ma che sapevano tenere la rotta, quando la nave doveva affrontare una navigazione più pericolosa del consueto. Pensavamo che Fred e Wilma probabilmente non erano andati alle superiori, avevano conosciuto da bambini la miseria, ma erano vissuti in un mondo in cui, grazie al loro lavoro, si erano potuti comprare una casa, poi un automobile e addirittura degli elettrodomestici e potevano mandare Peebles all’università. Fred e Wilma credevano nella politica – immagino che siano stati sostenitori di Kennedy – e volevano che le riforme portate avanti dal centrosinistra fossero più radicali e soprattutto più stabili. Proprio perché erano stati poveri, Fred e Wilma sapevano che valore forte sia la solidarietà. Io li ho conosciuti Fred e Wilma, immagino che sia per questo che voglio loro ancora bene.

sabato 20 maggio 2023

Verba volant (836): pianoforte...

Pianoforte
, sost. m.

Come succede spesso alle grandi storie americane, anche quella che vi sto per raccontare comincia nella vecchia Europa, esattamente in un’imprecisata città del Regno di Sassonia, al tempo di Federico Augusto II, il re costretto alla fuga nell’effimera “rivoluzione di maggio”, sulle cui barricate hanno combattuto fianco a fianco Wagner e Bakunin. Ma non divaghiamo.
Non sappiamo di preciso né dove né quando sia nato Julius Weiss. Né perché, intorno ai trent’anni, abbia deciso di andare negli Stati Uniti. Certo non era facile la condizione degli ebrei nell’Europa centrale alla metà dell’Ottocento, a meno che non fossero molto ricchi, ma immaginiamo che nel caso di Julius ci siano state anche altre ragioni per abbandonare il più in fretta possibile il suo paese, lasciandosi alle spalle un oceano.
Julius ha trent’anni quando arriva ad Ellis Island, ma preferisce non rimanere in quella grande città. Si trasferisce nella piccola Port Jarvis, nello Stato di New York, diventata un fiorente centro commerciale grazie all’apertura, nel 1828, del canale Delaware e Hudson, che serviva a trasportare il carbone estratto nella Pennsylvania nord-orientale fino al porto di New York. Julius a Dresda è andato all’università e quindi in America fa l’insegnante, poi conosce la musica e quindi dirige il coro della piccola comunità tedesca della città. Nel 1877 deve lasciare velocemente anche Port Jarvis a causa di diversi debiti che non riesce a pagare. Si trasferisce allora in una cittadina di cinquemila abitanti nel Texas, Texarkana. Si tratta di una città fondata nel 1874 dai proprietari della ferrovia che collega il Texas e l’Arkansas, esattamente dove c'è il lungo e diritto confine che separa i due stati: a ovest c’è la Texarkana del Texas e a est la Texarkana dell’Arkansas.
Julius si stabilisce nella prima, confidando che i suoi creditori non arrivino fino a lì. Un ricco proprietario terriero, attivo nell’industria del legname, Robert W. Rodgers, assume Weiss per insegnare ai propri figli il tedesco, la matematica, le materie scientifiche e a suonare il violino. Il precettore arrivato dalla Germania si fa presto un nome e altre ricche famiglie della cittadina mandano i figli a studiare musica da lui, tanto che all’archivio comunale si fa registrare come “professore di musica”.
Ma c’è un’altra cosa che divide gli abitanti di Texarkana, ben più drammatica del confine, lungo e diritto, tra Texas e Arkansas. Bianchi e neri devono vivere in due mondi rigorosamente separati. Naturalmente i neri possono andare a servizio nelle case dei bianchi, ma devono rimanere al loro posto. Julius è un bianco che ama frequentare i locali dove i neri passano il loro tempo libero. Certo è guardato male, ma è il professore di musica, un’artista, e quindi viene in qualche modo tollerato. Gli uomini di colore che osservano quel bianco con sospetto non immaginano che Julius ha già dovuto sopportare quegli sguardi pieni di odio, nella sua patria.
In una di queste serate Julius ascolta un ragazzino che suona il piano dimostrando un incredibile talento. Finita l’esibizione, gli chiede quanti anni abbia e dove abbia imparato a suonare così. Gli risponde che ha dodici anni, che suo padre suona il violino e sua madre il banjo e che loro gli hanno insegnato quello che sanno. Poi sua madre lo porta nelle case dei signori dove fa le pulizie e, se non c’è nessuno, gli permette di suonare il piano. Julius scopre che quel ragazzo ha imparato da solo, praticamente da autodidatta. Si offre di dargli lezioni private, ma Florence deve rifiutare: il marito se n’è andato con un’altra donna, lasciandola sola con sei figli. Non può certo spendere soldi per lezioni private di pianoforte. Julius però le dice che quelle lezioni saranno gratuite. Per cinque anni Julius insegna musica a quel ragazzo nero, lo fa esercitare al pianoforte, gli fa ascoltare la musica dei grandi compositori europei, gli spiega cos’è l’opera. Dà anche a Florence i soldi per acquistare un vecchio pianoforte, in modo che il suo allievo possa esercitarsi anche a casa. Il ragazzo vuole bene a quello strano professore che sa tutte quelle storie sulla musica, che gli insegna a suonarla e ad amarla.
È grazie alle lezioni di Julius Weiss che quel ragazzino diventa Scott Joplin.

Sono passati venticinque anni. Scott Joplin vive da qualche mese a New York, insieme alla sua terza moglie, Lotti Stokes. Maple Leaf Rag e i molti altri brani che ha composto tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento gli hanno procurato fama a livello nazionale e una certa sicurezza economica. Sono lontani gli anni in cui Scott suonava il piano nei bordelli tra Sedalia e Saint Louis, sviluppando quel suo stile così caratteristico. Ormai ha fatto conoscere il ragtime, la nuova musica dei neri, a tutta l’America, grazie soprattutto all’Esposizione Universale di Chicago del 1893. Gli organizzatori di quello storico evento non hanno coinvolto gli artisti afroamericani, ma i ventisette milioni di visitatori che hanno accalcato la fiera nella “città del vento” non si limitano a frequentare le manifestazioni ufficiali. Riempiono i saloon, i caffè e le case di appuntamento della città e in tutti questi posti si suona questa musica, nuova, sincopata, la musica che annuncia il nuovo secolo e così Scott Joplin diventa l’indiscusso “Re del Ragtime”.
Però a Scott non basta. Ricorda bene cosa gli ha insegnato il professor Weiss, ossia che con la musica si possono raccontare delle storie. Anche lui vuole scrivere un’opera, come hanno fatto Mozart, Rossini, Verdi e Wagner.
Scott ci ha già provato. Nel 1903 ha scritto musica e libretto di A Guest of Honor, un’opera in due atti, in cui ha raccontato gli eventi che hanno preceduto la cena che il presidente Theodore Roosevelt ha organizzato per l’educatore e leader dei diritti civili Booker T. Washington, la prima volta che un leader afroamericano viene invitato alla Casa Bianca. Scott, grazie ai proventi dei suoi pezzi di ragtime, ha anche messo in piedi la compagnia per rappresentarla e organizzato una tournée nella principali città americane. In una di queste, a Springfield o a Pittsburg, qualcuno ruba a Scott gli incassi dei biglietti e lui non riesce più a pagare né i salari degli artisti né i conti degli alberghi dove alloggiano. È un fallimento: gli viene perfino confiscato lo spartito dell’opera, che oggi è ormai perduto.
Nonostante questa drammatica battuta d’arresto il musicista non si dà per vinto: il suo obiettivo è scrivere la prima opera della musica nera americana. Per questo si trasferisce a New York, perché pensa che in quella città troverà un ambiente più favorevole per produrre il suo nuovo lavoro, intitolato Treemonisha. Ma rimane, ancora una volta, deluso: nessun produttore vuole metterla in scena, nonostante l’ottima recensione apparsa nel numero di giugno del 1911 dell’American Musician and Art Journal, a cui Scott ha inviato la partitura per canto e pianoforte.
Treemonisha rappresenta una novità sia per la musica che per il libretto. Anche se viene talvolta definita come la prima “opera ragtime”, Joplin usa questo stile musicale solo in alcune scene di ballo. La struttura è piuttosto classica, ci sono un’ouverture e un preludio, si alternano arie e recitativi, con brani d’insieme e cori. Ma la musica è quella della tradizione nera che Scott ha conosciuto così bene nel corso della sua giovinezza. Ci sono echi degli spirituals e dei canti eseguiti nelle congregazioni. C’è quello che sarà il blues e il jazz. Treemonisha racconta con la sua vitalità e la sua forza la musica che sta per nascere in quel paese.
La protagonista dell’opera è Treemonisha, una giovane ex-schiava che ha avuto l’opportunità di imparare a leggere e scrivere grazie a una donna bianca che l’ha accolta nella sua casa e le ha insegnato il valore della cultura. E per questo è facile immaginare che Scott abbia pensato a Julius Weiss e a quanto quell’uomo abbia rappresentato per lui. Per questo la ragazza si batte contro gli evocatori di spiriti, che, sfruttando l’ignoranza e la superstizione, riescono a tenere soggiogata la sua comunità. I “cattivi” nell’opera di Joplin sono anch’essi neri che, rendendosi conto del pericolo rappresentato da Treemonisha, la rapiscono e cercano di ucciderla. Alla fine lei si salva e la sua comunità, che prima l’ha trattata con sufficienza, si rende conto del valore dell’educazione e sceglie Treemonisha come insegnante e propria leader. Con questa opera Scott Joplin vuole dire ai neri americani che solo attraverso lo studio saranno davvero liberi.
L’impossibilità di mettere in scena Treemonisha getta nello sconforto Scott. Nel 1915 lui stesso organizza un’esibizione in forma di concerto dell’opera al Lincoln Theatre di Harlem, la prima sala che accoglie spettacoli dei neri in un quartiere in cui la popolazione è ancora prevalentemente bianca, anche se la composizione sociale sta rapidamente cambiando. Paga di tasca sua la compagnia di canto, che lui accompagna al pianoforte al posto dell’orchestra. Le reazioni a questa esibizione non sono particolarmente lusinghiere. La delusione aggrava le sue condizioni di salute. Il suo fisico è minato da una grave forma di neurosifilide. All’inizio di febbraio del 1917 viene ricoverato in un istituto psichiatrico, il Manhattan State Hospital, dove muore il 1 aprile per demenza sifilitica, all’età di 48 anni. Il “Re del ragtime” viene sepolto in una tomba anonima destinata ai poveri nel cimitero di St. Micheal a East Elmhurst nel Queens. Solo nel 1974 la tomba viene ritrovata e vi viene posta una lapide. È l’anno in cui la sua musica ottiene un Oscar per la colonna sonora del film La stangata, che fa conoscere a una nuova generazione quel ritmo incredibile.
Sono gli anni in cui finalmente viene ritrovata la partitura di Treemonisha che si credeva perduta e che nessuno, dopo quella sfortunata esibizione del 1915 ha potuto ascoltare. Il 22 ottobre 1971 estratti dell’opera vengono eseguiti in forma di concerto alla New York Public Library for the Performing Arts da William Bolcon, Joshua Rifkin e Mary Lou Williams. Finalmente il 27 gennaio 1972 va in scena ad Atlanta con la regia della ballerina e coreografa afroamericana Katherine Dunham e la direzione di Robert Shaw, uno dei primi grandi direttori d’orchestra a volere sia bianchi che neri nelle proprie compagini. È finalmente un successo e per quest’opera a Scott Joplin nel 1976 viene assegnato il Premio Pulitzer.

E che ne è stato di Julius Weiss? Le notizie sull’ultima parte della sua vita sono frammentarie. Sappiamo che a Texarkana, dopo aver finito la sua attività di precettore, Weiss gestisce una gioielleria e un banco di pegni. Un’attività redditizia, tanto che diventa presidente della Texarkana Savings Bank e azionista di rilievo di un’importante azienda di legname. Il lupo perde il pelo, ma non il vizio. Nel 1889 fugge dalla città con trentamila dollari. Lo ritroviamo a Houston dove apre un banco di pegni e riprende la sua attività di insegnante di musica. Senza troppo fortuna. Vive quegli ultimi anni della vita malato e in miseria. Nessuno sa quanto sia stato importante per la musica americana. Scott non si dimentica di lui e, pur tra le sue difficoltà, gli invia ogni tanto del denaro. Non sappiamo nulla della sua morte.

sabato 13 maggio 2023

Verba volant (835): attrice...

Attrice
, sost. f.

Domenica 21 dicembre 1879 a Copenaghen, nel Teatro Reale Danese - nella splendida sede sulla Kongens Nytorv, inaugurata solo cinque anni prima - debutta il nuovo dramma di Henrik Ibsen. Il drammaturgo norvegese lo ha scritto nei mesi precedenti, tra Amalfi e Roma, durante il suo lungo soggiorno italiano. C’è una grande attesa tra il pubblico. Casa di bambola è stato pubblicato nella capitale danese il 4 dicembre, in un’edizione di ottomila copie, andata esaurita in poche settimane. Gli spettatori di quelle fredde serate che precedono il Natale sanno già che si tratta di un testo scandaloso.
L’Europa in cui irrompe il dramma di Ibsen è apparentemente stabile, i grandi imperi sembrano aver trovato un loro equilibrio, almeno sul continente, anche perché le tensioni tra le cancellerie vengono scaricate sulle colonie. Ma ci vorrà poco perché si arrivi alla prima guerra mondiale. E anche la società sembra solida, retta intorno alla sana famiglia borghese. Ma sotto la cenere covano forze che il perbenismo vittoriano e il rigore guglielmino non riescono più a trattenere. Nuove forze politiche stanno crescendo, pronte a deflagrare tutta la loro carica rivoluzionaria all’inizio del secolo. Nuove correnti artistiche sentono che il classicismo non è più in grado di raccontare il mondo. A Vienna c’è un medico che sta per cambiare tutto quello che si sa su come funziona la mente degli uomini. E poi si profila all’orizzonte un soggetto “nuovo”, che non è più disposto ad accettare le regole imposte da una morale maschile sempre più asfissiante e sclerotizzata: sta per cominciare il secolo delle donne.
Casa di bambola è il testo che annuncia tutto questo con la forza eversiva del teatro. Nora, diventata finalmente consapevole di se stessa, quando dice al marito che non sarà più la sua bambola e lascia la casa per un avvenire tanto incerto quanto libero, è la donna del secolo nuovo, che vuole per sé un futuro diverso da quello che gli altri hanno costruito per lei.

Betty Hennings è la prima attrice a portare questo personaggio sul palco.
Nasce a Copenaghen nel 1850. Entra giovanissima nella scuola di danza del Teatro Reale Danese: è molto brava e il suo futuro sembra quello di una stella della danza. Nel 1869 diventa ballerina solista, ma il direttore della scuola di recitazione del teatro la esorta a provare anche un’altra strada. L’anno dopo è Agnès ne La scuola delle mogli di Molière e Betty capisce che recitare è quello che vuole fare davvero, anche se corre il rischio di deludere le aspettative dei suoi genitori. Diventa la più importante interprete dei drammi di Ibsen: dopo Casa di bambola, è la protagonista di L’anitra selvatica, La donna del mare, Hedda Gabler. Ed eccelle nel repertorio shakespeariano: da giovane è una celebre Ofelia, ma è altrettanto famosa nella maturità per il ruolo di Gertrude. Nel 1922, quando si ritira, la regina del teatro danese ha interpretato centosettanta parti in più di tremila spettacoli.

La fama di Ibsen e la curiosità per quel dramma dalla trama così nuova fa sì che in pochi giorni vengano allestite altre produzioni. A gennaio del 1880 Casa di bambola viene rappresentato al Teatro Reale di Stoccolma. E poi a Christiana, come si chiama allora la capitale norvegese.
La grande attrice tedesca Hedwig Niemann-Rabee viene scritturata per il debutto in Germania.
Nata a Magdeburgo nel 1844, è da diversi anni la stella del teatro tedesco. Dopo i primi anni ad Amburgo, ha lavorato al Teatro Tedesco di San Pietroburgo, per poi tornare definitivamente in patria. Il pubblico la adora. Il giovane Nietzsche le scrive nel 1866 una lettera appassionata, confessandole tutto il suo amore. A questa lettera, come alle altre dei suoi ammiratori, l’attrice non risponde. Hedwig ha già recitato nelle opere di Ibsen ed è naturale che sia lei a interpretare Nora, ma si rifiuta: non vuole portare in scena una donna che abbandona i propri figli.
Ibsen, sollecitato dai suoi editori che temono la censura e la reazione del pubblico, accetta di riscrivere il finale: non ci sono leggi a tutelare il diritto d’autore e non vuole che sia qualcun altro a mettere mano alla sua opera. Il drammaturgo considera un “barbaro oltraggio” quel secondo finale, in cui Nora non lascia il marito, ma accetta di rimanere al suo posto, sperando che l’uomo abbia capito quello che lei sente davvero. Così nel febbraio 1880 Casa di bambola può debuttare a Flensburg e cominciare una tournée nelle principali città della Germania: Amburgo, Dresda, Hannover e Berlino. Mercoledì 3 marzo un’altra compagnia mette in scena il dramma al Teatro della Residenza di Monaco, ma nella versione originale, e Ibsen partecipa ad alcune delle prove per dare le sue indicazioni di regia agli interpreti. Si tratta di una compagnia senza nomi di richiamo, rimane in cartellone pochi giorni e non si riescono a programmare repliche in altre città. Ma nemmeno la produzione “ufficiale”, con il secondo finale, nonostante la fama della protagonista, ottiene il successo sperato. Hedwig, da consumata donna di teatro, capisce che le sue convinzioni non possono prevalere sulla forza drammatica del personaggio e nelle repliche della capitale introduce il finale originale. Così finalmente il dramma ha successo. Il secondo finale viene dimenticato: verrà ripreso, significativamente, durante il regime nazista, quando Casa di bambola potrà essere messo in scena solo in questa versione.

Nel 1883 Casa di bambola viene rappresentato per la prima volta negli Stati Uniti, a Louisville, nel Kentucky. È l’attrice di origini polacche Helena Modjeska che vuole fortemente produrre quello spettacolo, la prima volta di un dramma di Ibsen al di là dell’Atlantico.
Helena nasce a Cracovia nel 1840. Non sappiamo molto della sua infanzia e della sua giovinezza, su cui lei stessa, nella sua autobiografia, è reticente. A ventun’anni debutta a teatro e in breve tempo diventa la più acclamata attrice polacca della sua epoca e, forse involontariamente, un simbolo del nazionalismo del suo paese. Quando un gruppo di studenti, nel 1868, al termine di uno spettacolo le regala un mazzo di fiori legato con un nastro bianco e rosso, le autorità imperiali russe ordinano la chiusura del teatro e l’espulsione dei ragazzi da ogni scuola del paese. Dieci anni dopo Helena, suo marito - editore di un giornale nazionalista liberale - e un gruppo di letterati e intellettuali polacchi decidono di fondare una comunità rurale in California e acquistano un ranch vicino ad Anaheim. Nessuno di loro ha una qualche vera esperienza e non parlano neppure l’inglese: in pochi mesi la fattoria fallisce e il gruppo si sfalda. Lei decide di tornare al teatro e debutta nel 1877 nel ruolo della protagonista in Adriana Lecouvrer. Studia con impegno l’inglese, ma non perderà mai il suo marcato accento polacco. Eppure ottiene un grande successo: è un’attrice di grande carisma e in poco tempo diventa la più famosa interprete dei drammi di Shakespeare. Nel 1883 diventa finalmente cittadina americana e quell’anno vuole produrre per il teatro di Louisville il dramma di Ibsen, che debutta venerdì 7 dicembre, senza incontrare l’entusiasmo del pubblico del Sud, che fatica a immedesimarsi in quella storia sulla buona borghesia europea. Helena continua a recitare fino al 1905, pochi anni prima della morte. La polizia zarista, a causa delle sue idee politiche e delle sue ascoltate denunce sulla condizione delle donne nella Polonia occupata, le vieta l’ingresso in Russia.

In Gran Bretagna la censura che il Lord Ciambellano impone sugli spettacoli teatrali impedisce che il dramma di Ibsen venga rappresentato. Nel 1884 debutta al Princess Theatre Breaking a Butterfly, un adattamento scritto da Henry Arthur Jones e Henry Herman. Non solo ai due commediografi viene data una brutta traduzione della versione con il secondo finale, ma viene chiesto di ricavarne una commedia. In questa versione un vecchio impiegato sottrae la cambiale dalla scrivania di Krogstad e la vicenda si chiude con un improbabile lieto fine. L’opera di Ibsen però comincia a circolare a stampa. In alcune ricche case aristocratiche il dramma viene messo in scena per un pubblico selezionato. In una di queste è impegnato anche George Bernard Shaw, nel ruolo di Krogstad. Finalmente venerdì 7 giugno 1889, al Novelty Theatre, viene messa in scena una fedele traduzione del dramma, con il primo finale. Nora è l’attrice Janet Achurch.
Nata vicino a Manchester nel 1863, Janet è una figura singolare del teatro inglese tra la fine dell’Ottocento e i primi anni del Novecento, perché è l’unica donna che produce spettacoli e che, proprio dal 1889, dirige un teatro, il Novelty, la grande sala aperta su Great Queen Street solo cinque anni prima. E non smette di recitare: eccelle in molti ruoli shakespeariani, ma è soprattutto celebre per portare in scena opere contemporanee, come appunto Casa di bambola. Pensando a lei George Bernard Shaw scrive Candida e non ne autorizza la messa in scena se non sarà Janet la protagonista. Candida è un’altra delle donne del secolo nuovo, che dimostra la sua forza e la sua intelligenza di fronte ai due deboli uomini che la amano, e che hanno così bisogno di lei. L’attrice porta il dramma di Ibsen in Australia, in una lunga tournée che la vede impegnata, insieme al marito Charles Charrington, in molte colonie. Durante la permanenza al Cairo, dà alla luce un bambino nato morto, rischiando lei stessa di morire. Per superare il dolore diventa dipendente della morfina, cosa che la porterà alla morte pochi anni dopo.

Sabato 21 dicembre 1889 Casa di bambola debutta finalmente a Broadway, al Palmer’s Theatre sulla 30esima Strada: in questa nuova produzione Nora è Beatrice Cameron. Neppure il pubblico di New York riserva una grande attenzione al dramma di Ibsen.
Beatrice, nata nello Stato di New York nel 1868, nonostante sia una delle più apprezzate attrici della fine dell’Ottocento, smette presto di recitare. E dedica la sua vita all’impegno sociale e politico. In patria è attiva nella League of Women Voters e si batte per il suffragio femminile. Poi, una volta ottenuto questo risultato, alla fine del 1920 è con la Croce Rossa sul fronte della guerra turco-armena. Poi presta soccorso in Siria e in Cecoslovacchia. In patria è attiva nella League of Women Voters e si batte per il suffragio femminile.

La prima italiana di Casa di bambola è lunedì 9 febbraio 1891, nella storica sala del Teatro dei Filodrammatici a Milano. Lo scrittore verista Luigi Capuana, che nei suoi lavori ha sempre indagato con sensibilità la psicologia delle donne, traduce per Eleonora Duse il testo di Ibsen.
Non può che essere la “Divina” la prima interprete di Nora nel nostro paese. Nata nel 1858 a Vigevano da una famiglia di attori originari di Chioggia, figlia d’arte che calca il palcoscenico fin dall’infanzia - a quattro anni è la piccola Cosetta ne I miserabili - Eleonora è la più grande attrice italiana e rivaleggia con Sarah Bernhardt per essere la più famosa attrice del mondo. Ha una propria compagnia e ha ormai la forza di imporre le proprie scelte artistiche. Nessuna donna ha il suo potere nel mondo dello spettacolo. E poi rivoluziona il modo di recitare. Getta le parrucche, i trucchi pesanti e rifiuta i toni enfatici dello stile ottocentesco. Crea uno stile nuovo di recitazione, più fisico, più istintivo, più naturale, in cui tutto il corpo partecipa all’azione: anche nelle sue fortunate tournée all’estero vuole recitare solo in italiano e questo non è sentito dal pubblico come un limite, perché è tale la sua forza in scena da superare le barriere linguistiche. Come dice Cechov: “Non conosco l’italiano, ma ella ha recitato così bene che mi sembrava di comprendere ogni parola”.
Nora è il personaggio che Eleonora aspetta. Nella sua carriera riscrive i grandi drammi ottocenteschi, perché con il suo lavoro teatrale cerca di trasmettere al pubblico un messaggio preciso. La società borghese è ipocrita, si fonda su valori falsi, è tutta incentrata sul denaro, e per questo si perdono emozioni e sentimenti. E le donne sono le prime vittime di questa falsa esteriorità, perché la società non ne vuole far esprimere il talento, l’intelligenza, la forza.
Il fatto è che mentre tutti diffidano delle donne, io me la intendo benissimo con loro! Io non guardo se hanno mentito, se hanno tradito, se hanno peccato - o se nacquero perverse - perché io sento che hanno pianto - hanno sofferto per sentire o per tradire o per amare… Io mi metto con loro e per loro e le frugo, frugo non per mania di sofferenza, ma perché il mio compianto femminile è più grande e più dettagliato, è più dolce e più completo che non il compianto che mi accordano gli uomini.
Quando scopre questo personaggio Eleonora si rende conto di aver trovato una sorella, una compagna, una donna che combatte la sua stessa lotta. E, come fa con gli altri personaggi che ama, indossa i costumi di scena anche fuori del palcoscenico. Eleonora vuole essere Nora.
Le donne delle mie commedie mi sono talmente entrate nel cuore e nella testa che mentre m’ingegno di farle capire a quelli che m’ascoltano, sono esse che hanno finito per confortare me.

Devono passare tre anni prima che anche la Francia della Terza Repubblica, agitata dall’affare Dreyfus, abbia la propria Nora. Il direttore dell’Odéon ottiene i diritti per mettere in scena il dramma di Ibsen già nel 1889, ma la prima c’è solo venerdì 20 aprile 1894 al Théâtre de Vaudeville, sul boulevard des Capucines. È Réjane a interpretare Nora. Il pubblico parigino fa la fila per assistere allo spettacolo. Ibsen tiene molto a questo debutto e all’indomani della prima invia all’attrice un telegramma entusiasta: “Il mio sogno si è avverato, Réjane ha creato Nora in Paris”. E serve appunto questa edizione di Casa di bambola affinché il suo teatro sia finalmente apprezzato anche nella capitale francese.
Gabrielle-Charlotte Reju, conosciuta con il nome d’arte Réjane, nata nel 1856 nella capitale francese, durante la sua carriera deve accettare di essere la seconda dopo la grande Sarah Bernhardt. Anche se Marcel Proust non è affatto d’accordo: infatti secondo lui Sarah può interpretare solo alcune parti, “Réjane, invece, può interpretare qualunque ruolo, dalla tragedia al boulevard. Lei supera l’attrice; lei ha la qualità dell’artista”. Ed effettivamente la grande capacità di Réjane è quella di passare dalla tragedia alla commedia, dai drammi di Ibsen al varietà. Il ruolo che l’ha resa celebre è quello di Catherine, la schietta lavandaia che diventa una duchessa nella commedia Madame Sans-Gêne di Victorien Sardou ed Èmile Moreau, un personaggio che ha interpretato al debutto nel 1893 e replicato in anni successivi, anche al cinema. È amatissima. Quando muore, nel 1920, Le Figaro scrive: “Silenzio. Noi perdiamo l’anima di Parigi”.

Negli ultimi anni dell’Ottocento e nei primi del nuovo secolo Casa di bambola diventa finalmente un titolo apprezzato non solo dagli estimatori di Ibsen. Venerdì 30 maggio 1902 al Manhattan Theatre - che oggi non esiste più - va in scena una nuova edizione del dramma. E questa volta il pubblico di Broadway è entusiasta, grazia anche all’interpretazione di Minnie Maddern Fiske.
Anche lei, nata nel 1865 a New Orleans, è figlia di una famiglia di artisti e comincia a calcare le scene da bambina: a tre anni è il Duca di York nel Riccardo III. In pochi anni diventa una delle attrici più importanti della scena americana. È un’ottima interprete shakespeariana, anche se predilige le opere moderne: ottiene un grande successo alla fine del secolo come protagonista nella produzione originale di Becky Sharp, una commedia tratta da La fiera delle vanità. Minnie, conosciuta anche solo come Mrs. Fiske non si limita a recitare, ha una propria compagnia, scrive opere teatrali e le dirige. Porta negli Stati Uniti uno stile nuovo nella recitazione, che ha visto in Europa, e riesce a far amare al pubblico i drammi di Ibsen, che diventa in breve il suo autore preferito. In un intervista al New York Times dice: “Ibsen interessa l’attore perché per capire bene un ruolo bisogna studiare il personaggio fin dalla prima infanzia. La maggior parte degli uomini e delle donne d Ibsen ha vissuto la propria vita prima che si alzi il sipario”. Negli anni Dieci si dedica con grande energia a combattere contro il Theatrical Syndacate, che, controllando i maggiori teatri del paese e le agenzie di vendita dei biglietti, impone la scelta sia delle opere da rappresentare sia di chi le deve interpretare. Minnie si batte per la libertà artistica e per questo il trust fa in modo che non possa più recitare nei grandi teatri di Broadway. Ma lei non si perde d’animo, allestisce i suoi spettacoli in chiese, piste da pattinaggio, locali da ballo, porta il teatro in luoghi insoliti. Nonostante sia la più famosa attrice americana del suo tempo, muore in miseria, proprio per avere sostenuto questa battaglia.

Ormai la fama dell’opera di Ibsen non conosce confini. Venerdì 22 settembre 1911 Casa di bambola viene rappresentato per la prima volta in Giappone. Nora è Sumako Matsui.
È nata a Nagano nel 1886, la sua famiglia le impone un matrimonio combinato, ma lei, dopo un anno, divorzia e si dedica al teatro. Fonda una propria compagnia insieme al regista Hōgetsu Shimamura, con cui vive un’intensa storia d’amore. Diventa una celebrità in pochi anni, grazie anche alla sua interpretazione dei dramma di Ibsen e alla sua splendida voce - la sua incisione di La canzone di Katyusha vende più di ventimila copie nella prima metà degli anni Dieci. Il compagno muore a causa della spagnola nel 1918 e lei, disperata, si uccide, chiedendo nel suo testamento di essere sepolta insieme a lui. Non sono sposati e quindi le regole della società giapponese vietano che sia rispettato questo suo ultimo desiderio.

Purtroppo è andato perduto Casa di bambola, il film muto uscito nella sale domenica 12 febbraio 1922, diretto da Charles Bryant, prodotto, sceneggiato e interpretato da Alla Nazimova.
Per la giovane Alla, nata a Yalta nel 1879, il teatro è una fuga da un’infanzia infelice in cui passa da un collegio all’altro, dopo il divorzio dei suoi genitori. All’inizio del secolo è già una stella nei teatri di Mosca e San Pietroburgo, fa tournée nelle grandi capitali europee e nel 1905 si trasferisce a New York, dove fonda un teatro in lingua russa nel Lower East Side. In cinque mesi impara l’inglese e l’anno successivo debutta a Broadway in Hedda Gabler. Per Dorothy Parker nessuna come lei ha saputo interpretare questo personaggio. In pochi anni diventa una star, tanto che le viene intitolato un teatro. Nel 1916 debutta al cinema, ma non le basta essere una delle attrici più pagate di Hollywood. Crea la Nazimova Productions, dirige, si occupa del montaggio, disegna costumi e scenografie. I suoi film segnano una svolta per l’industria cinematografica americana. Casa di bambola - in cui vuole per il ruolo del marito il giovane Alan Hale, di cui abbiamo raccontato qui la storia - è un successo, ma Salomé dell’anno successivo si rivela un disastro dal punto di vista finanziario. Il pubblico non riesce ad apprezzare la spregiudicatezza delle sue scelte artistiche e naturalmente pesano su di lei i pregiudizi a causa della sua omosessualità. I racconti su quello che avviene nella sua villa sul Sunset Boulevard, “The Garden of Alla”, accendono la morbosità delle cronache mondane degli anni Venti. L’attrice ospita e fa recitare colleghe la cui fama di essere omossessuali le rende difficile lavorare e Hollywood non le perdona di essere una donna, forte e indipendente, di essere una donna che vuole fare cinema in un mondo di maschi.

Naturalmente ci sarebbero stati tanti modi per raccontarvi Casa di bambola. Però mi è sembrato giusto farlo attraverso le storie di queste dieci grandi attrici, di queste donne che, anche grazie al personaggio di Nora, hanno fatto la storia del teatro e della cultura tra le fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento.
Naturalmente tante altre hanno interpretato negli anni successivi questo splendido personaggio, perché Casa di bambola è un classico e, come succede ai veri classici, riesce a raccontare sempre qualcosa del tempo in cui viene rappresentato. Emma Gramatica - qui un suo ritratto - Julie Harris, Claire Bloom, Jane Fonda, Ottavia Piccolo, Niki Karimi, Gillian Anderson sono state grandi interpreti di Nora. E non credo che sia un caso che siano donne che si sono affermate non solo per la loro bravura a recitare, ma anche per il loro impegno, per la loro passione civile.
Come Jessica Chastain, attiva nel movimento che chiede sostegno per le donne vittime di abusi e molestie sessuali sui luoghi di lavoro. Proprio in questi giorni è Nora all’Hudson Theatre, sulla 44esima Strada. E naturalmente non sarà l’ultima, perché Nora accompagnerà sempre il cammino delle donne e, se vogliamo, anche di noi uomini, che possiamo cambiare grazie a lei.

Perché Nora ci accompagnerà sempre.
Credo di essere prima di tutto una creatura umana, come te… o meglio, voglio diventarlo. So che il mondo darà ragione a te, Torvald, e che anche sui libri sta scritto qualcosa di simile. Ma quel che dice il mondo e qual che c’è scritto sui libri non può essermi di norma. Debbo riflettere col mio cervello per rendermi chiaramente conto di tutte le cose.