mercoledì 24 maggio 2017

Verba volant (386): valore...

Valore, sost. m.

Valore è una parola difficile da definire, ma forse è meglio così, perché dovremmo parlarne meno: i valori bisognerebbe soprattutto metterli in pratica.
Prima di tutto credo occorra dire che non esistono i valori tradizionali, che pure per tante persone paiono fondamentali e grazie ai quali sono state create carriere e fortune. La tradizione è qualcosa che creiamo noi, giorno dopo giorno, e spesso non dura da sera a mattina. E' rassicurante pensare che i nostri sbagli derivino da quelli dei nostri genitori, dei nostri nonni, e ancora più in là, ma prima o poi dobbiamo prenderci una qualche responsabilità e accettare che la tradizione siamo noi, con tutti i nostri limiti.
Personalmente credo che non esistano neppure i valori della civiltà occidentale, anche questi molto celebrati. Ho perfino qualche remora a definire cosa esattamente sia questa civiltà occidentale, anche se in suo nome stiamo combattendo guerre in diverse parti del mondo. Provo a fare qualche esempio banale, preso dalla cronaca di questi giorni. Vietare a una persona di girare per strada armato di un lungo coltello è un modo per difendere questi valori occidentali? No, è semplicemente - anche se nulla è mai semplice - il criterio per applicare una legge - peraltro di buon senso - che impedisce alle persone di andare in giro armate. Non è un valore, anche perché immagino che in altri paesi - ad esempio gli Stati Uniti, che penso possiamo definire un paese occidentale o che comunque si considera tale - quell'uomo potrebbe andare tranquillamente in strada con il suo lungo coltello rituale, così come chiunque altro può tenere armi da fuoco; e usarle perfino. Dobbiamo forse invadere gli Stati Uniti per portare in quel paese il divieto di portare armi? Sembra che per alcuni popoli la forza sia l'unico criterio pedagogico e infatti siamo andati in giro a insegnare la democrazia, ma non credo sia il caso.
E i valori universali? Tendono a cambiare anche questi e quindi faccio un po' fatica a considerarli tali. Sapete quanto io ami la Grecia antica, credo che quel mondo ci insegni tantissimo. Vedo spesso citato, con tutte le migliori intenzioni, il celeberrimo discorso che Tucidide fa pronunciare a Pericle nell'occasione solenne del ricordo dei caduti ateniesi durante il primo anno della guerra del Peloponneso. Tanti considerano quel discorso un manifesto politico della democrazia. Verissimo, lo è ed è un manifesto della civiltà occidentale da voi tanto decantata, ma vorrei sommessamente ricordare che per Pericle - e anche per Protagora, a cui questo blog è indegnamente dedicato - la schiavitù era una cosa normale. Atene era una democrazia con gli schiavi: una cosa adesso inconcepibile. Non che la schiavitù oggi sia sparita, ma si esercita sotto altre forme.
So che adesso molti di voi penseranno che questo è il solito discorso "buonista", perché finendo per non riconoscere i "nostri" valori finisco per accettare i "loro", e soprattutto quelli di quegli "altri" là, quelli con cui ci dicono che siamo in guerra. Io non mi considero "buonista". Anzi spero di essere sempre più "cattivo", ma soprattutto verso di noi, perché a essere cattivi verso gli altri, verso quelli che non conosciamo, sono capaci tutti, è piuttosto facile, mentre tendiamo a essere indulgenti verso chi conosciamo. Invece proprio perché vi conosco bene, non vi sopporto.
Faccio un altro esempio, per essere pedagogico. Condanno le società in cui le donne non sono libere di studiare, di lavorare, di esprimere i propri talenti, ma non posso pensare che la nostra società, con i suoi supposti valori, sia un modello. Ovviamente se avessi una figlia preferirei che crescesse in Europa piuttosto che in Arabia saudita - lo preferirei anche per un ipotetico figlio maschio - ma penso con dolore a una società come la nostra in cui una è donna è considerata quasi esclusivamente per il suo aspetto, in cui una ragazza ha meno opportunità di un suo coetaneo maschio, anche quando è più intelligente, in cui il corpo delle donne è uno strumento per vendere e creare ricchezza. Non capisco perché dovrei combattere per far togliere il velo alle donne musulmane per poi costringerle a una nuova forma di schiavitù, non meno odiosa di quella da cui le potremmo aver liberate.
Certamente un giovane che cresce nella "loro" cultura perde enormi opportunità, conosce un sistema di valori malato, asfittico, per molti versi crudele e ingiusto, ma quando quel giovane arriva qui che valori gli facciamo conoscere? Con che valori cresciamo i nostri figli? Gli insegniamo che l'unico vero valore a cui teniamo davvero è quello di possedere, le cose e le persone, gli insegniamo che una persona vale per quello che consuma e che quando smette di consumare può essere gettato, gli insegniamo che il potere ci vuole sfruttati e consumatori e che anche lui, per essere "occidentale" come noi, dovrà diventare sfruttato e consumatore.
Questo è il vero karma di noi occidentali e comunque vada panta rei and singing in the rain.

lunedì 22 maggio 2017

Verba volant (385): rispetto...

Rispetto, sost. m.

Francamente abbiamo parlato troppo di questa storia dei vaccini - l'ho fatto anch'io in un'altra definizione - e soprattutto ne abbiamo parlato male, senza mai davvero ascoltarci. Lo facciamo sempre di più, anche su argomenti meno importanti di questo. Ora io non voglio tornarci, però credo che questa vicenda possa raccontare qualcosa di noi, di quello che siamo diventati, meglio di tanti saggi e studi sociologici.
Al netto di tutte le speculazioni politiche, delle polemiche più o meno capziose, anche dei ragionamenti in buona fede, cosa ci dice questa storia? Semplicemente che non siamo più disposti a fidarci, che non abbiamo più rispetto per gli altri, o che ne abbiamo sempre meno.
Sarà che io sono nato e cresciuto in campagna nei Settanta del secolo scorso, ma ricordo un mondo un po' diverso da questo. Mio nonno, il padre di mia madre, faceva il mio stesso lavoro: l'impiegato comunale. Era maestro elementare, scoppiata la guerra era diventato ufficiale, poi non aveva aderito alla repubblica di Salò e non appena finì la guerra, siccome era socialista e aveva un po' studiato, entrò in comune; nulla di particolarmente eroico, una storia come tante, ma mio nonno, proprio perché era un dipendente comunale, era una persona stimata nel suo paese. Il suo giudizio valeva qualcosa, anche al di là dei suoi meriti e dei suoi demeriti; e come lui gli altri che facevano quello stesso lavoro. Per me e per quelli della mia generazione non è così; anzi se godo di un qualche credito è nonostante il fatto che sia un dipendente pubblico.
Ora non credo che quel mondo là fosse migliore di questo solo perché si credeva a quello che dicevano gli impiegati comunali, i dottori - a cui si faceva il regalo per natale - i maestri - anche quando tiravano una sberla ai loro alunni - si credeva perfino a quello che era scritto sui giornali e a quello che dicevano i politici. Anche allora i dottori mentivano, per incapacità o per dolo, figurarsi i politici e i giornali, però in quel mondo là c'era un rispetto diverso dei ruoli. E delle persone. Un rispetto di cui non godevano le donne e questo era un problema molto grave di quella società, su cui per fortuna c'è stata una reazione, c'è stata una battaglia, il cui esito però non è così scontato come ci illudiamo che sia.
Mi piacerebbe capire quando abbiamo smesso di avere questo rispetto, quando il mondo è così cambiato. Immagino che molti di voi mi considereranno un conservatore perché faccio un discorso del genere, che avrebbe potuto fare mio nonno, che infatti lo era, nonostante fosse socialista, perché ad esempio pensava che sua moglie avesse meno diritti di lui di decidere sulle questioni importanti della famiglia; e sua figlia ancora meno. Provo a non essere come mio nonno e credo che lui su molte cose sbagliasse, però non riesco neppure a farmi andare bene una società come la nostra, in cui non ci fidiamo più di nessuno. E in cui, quando leggiamo una notizia sul giornale, pensiamo sia manipolata, in cui siamo convinti che i medici siano tutti al servizio delle industrie farmaceutiche, e potrei andare avanti così facendo molti altri esempi, ma lo sapete anche voi, lo sentite tutti i giorni.
Poi il rispetto bisogna meritarselo e so bene che non ce lo meritiamo, tutti noi. Se non ci fidiamo è perché sono più le volte che ci hanno mentito di quelle che ci hanno detto la verità, ma anche perché noi abbiamo spesso mentito, e siamo pronti a farlo per averne un vantaggio. Siccome non abbiamo rispetto di noi stessi e sappiamo che saremmo pronti a fregare gli altri, se fossimo sicuri di farla franca, non abbiamo neppure rispetto per gli altri e pensiamo siano sempre lì pronti a ingannarci per il loro tornaconto. Per questo non è un bel mondo quello che stiamo per lasciare ai nostri figli.
La parola rispetto ha un significato etimologico interessante: deriva dal verbo latino respicere che propriamente significa guardare di nuovo, guardare due volte. E noi spesso non guardiamo neppure una volta, tanto siamo convinti di sapere già tutto. Avere rispetto non è solo fidarsi in maniera cieca di quello che ci dicono, solo perché quelli che ce lo dicono sono più importanti, più ricchi, più famosi di noi, ma capire quello che ci dicono, anche non accontentandosi, capire quello che ci vogliono dire. Usare la critica, pensare con la propria testa, non è sinonimo di non fidarsi, come avviene adesso, ma di riconoscere di chi fidarsi, sapendo che gli altri si possono fidare di noi. Perché il rispetto si concede, ma si ottiene, nello stesso tempo e nello stesso rapporto; questa regola vale in famiglia, come nella società. E una società in cui ci si fida funziona un po' meglio, e forse non è un caso che vogliono che non ci fidiamo, vogliono che siamo sempre così violentemente diffidenti, vogliono che non ci parliamo e non ci ascoltiamo.    

venerdì 19 maggio 2017

Verba volant (384): segreto...

Segreto, sost. m.

Erano gli anni del confronto nucleare tra Stati Uniti e Unione sovietica, gli anni della paura della bomba. La situazione rimane in equilibrio, anzi la pace è garantita proprio da questo equilibrio muscolare, ma un giorno a una flotta di bombardieri americani viene emanato l'ordine esecutivo di dirigersi verso le basi russe e di attaccarle. Quando ci si rende conto che non è più possibile annullare l'ordine di attacco fatto scattare dal generale Ripper, il presidente Muffley convoca nella war room i generali e i suoi consiglieri più fidati e, a sorpresa, l'ambasciatore De Sadeski. Molti militari sono contrari al fatto che il rappresentante del paese nemico sia lì, ma Muffley si impone e chiama al telefono il premier Kisov, con cui concorda di abbattere gli aerei americani prima che raggiungano i propri obiettivi in Unione sovietica. Sembra che questo scambio di informazioni, assolutamente irrituale, riesca a bloccare l'attacco e quindi a salvare il pianeta, ma un aereo riesce comunque a sganciare il proprio ordigno sulla base di Laputa. Naturalmente nulla di tutto questo è mai accaduto veramente; fosse successo, non saremmo qui a raccontarlo. Sapete che si tratta di un film, del capolavoro di Stanley Kubrick Il dottor Stranamore - Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba.
Ho raccontato questa storia come fosse vera - e forse è più vera di molte notizie che leggiamo quotidianamente sui giornali - perché in questi giorni un altro presidente degli Stati Uniti, a dire il vero molto diverso da quello interpretato da Peter Sellers, è accusato di aver fornito informazioni riservate, se non addirittura segrete, alla Russia, che non è più l'Unione sovietica, ma è pur sempre una potenza concorrente, anche se forse non la più temuta da Washington: è cambiato parecchio il mondo in questi cinquant'anni. 
Devo dire che è piuttosto ipocrita l'atteggiamento degli avversari di Trump. I governi da sempre si scambiano informazioni riservate, vere e false, segreti veri, facendo finta che siano falsi, e segreti falsi, facendo finta che siano veri. E si scambiano tutte queste informazioni anche se sono nemici, perché magari servono per combattere contro un nemico di entrambi o contro qualcuno che potrebbe diventare un nemico. Teoricamente Stati Uniti e Russia adesso dovrebbero combattere come alleati contro i terroristi islamici e quindi dovrebbe essere normale questo scambio di informazioni segrete. Ma forse nessuno di loro ha troppa voglia di far sapere all'altro quali sono i terroristi "amici". Anzi meno si combatte con le armi, anche se donne e uomini continuano a morire in tutto il mondo a causa delle guerre, più si combatte per e con le informazioni, perché da sempre sapere è potere.
Non ho alcuna stima né di Trump né di Putin, anzi credo che entrambi abbiano molto meno potere di quanto vogliano farci credere o di quanto forse loro stessi credano di avere. Sono altri, in altri luoghi, che decidono che guerre fare, contro chi e con quali obiettivi, e che decidono che informazioni possono essere scambiate e soprattutto quali possono arrivare fino a noi. Ci sono segreti ben custoditi, a cui non accedono né il presidente degli Stati Uniti né l'autocrate che siede al Cremlino, ma che sono gelosamente custoditi in qualche grattacielo di Wall street o in qualche luogo ancora più anonimo.
Era un mondo che faceva paura quello raccontato da Stanley Kubrick, era un mondo sempre sull'orlo del precipizio, un mondo che poteva essere distrutto da un generale impazzito perché diventato impotente o da un ragazzino entrato con il suo computer nel "cervellone" del Pentagono. Ma era anche un mondo più semplice, in cui si sapeva da che parte stare e in cui la politica aveva un peso: se i leader degli Stati Uniti e dell'Unione sovietica si parlavano e si mettevano d'accordo, magari scambiandosi qualche reciproco segreto, qualcosa poteva cambiare. Quando Trump e Putin si incontreranno, chi decide davvero, chi decide per loro, saprà già contro chi sarà la prossima guerra, a quanto si venderanno le armi e le materie prime necessarie per l'industria bellica, quanto guadagneranno da quel conflitto. E noi, che siamo le vere vittime di questa guerra, la guerra di classe contro i poveri, contro i lavoratori, possiamo far finta che ci siano segreti da svelare, mentre è tutto così chiaro, tutto sotto i nostri occhi.