giovedì 20 luglio 2017

Verba volant (416): panino...

Panino, sost. m.

Sono di una generazione a cui hanno insegnato che quando ti dicono di sederti per il pranzo ti devi sedere, che non ti devi alzare da tavola senza motivo, che devi stare composto, che devi mangiare tutto quello che hanno preparato per te. Sono cresciuto sapendo che a tavola, come nel resto della vita, ci sono delle regole che devi rispettare. Poi magari quelle regole non ti piacciono e allora fai di tutto per cambiarle, ma questa è un'altra questione. Ho imparato queste regole che riguardano come si sta a tavola, sia in famiglia che a scuola.
Questa breve premessa per dire che io sono assolutamente convinto che la mensa a scuola sia un momento formativo importante, come l'insegnamento della matematica, e quindi che sono fieramente contrario al fatto che possa diventare un'attività senza regole, dove ogni alunno può portarsi da casa un panino o la gamella con le pietanze preparate da mamma e papà. E quindi non riesco proprio a considerare una battaglia per la libertà quella condotta da molte famiglie affinché i propri figli possano portare a scuola il pranzo, senza servirsi di quello preparato per tutti dalla mensa scolastica.
Però quelle famiglie pongono un problema, a cui credo occorra dare una risposta. Occorre fare un passo indietro. Alla fine del secolo scorso, quando facevo l'amministratore nel mio Comune, mi sono occupato per qualche anno di ristorazione scolastica, che è uno dei servizi gestito da questo livello di governo locale. E considero una mia sconfitta politica il fatto che in quegli anni abbiamo cominciato a considerare questi servizi meno importanti e abbiamo messo le basi allo sfacelo in cui si trovano oggi. Ovviamente non è successo solo a Granarolo, è una sconfitta collettiva, di cui tanti di noi portano un pezzo di responsabilità, più o meno grande. In quegli anni abbiamo cominciato a pensare e a dire che un servizio come la ristorazione scolastica non dovesse essere più a carico della fiscalità generale, ma dovesse essere pagato interamente dalle famiglie che ne usufruivano. E così di conseguenza abbiamo da un lato cominciato ad aumentare le rette e dall'altro, per non pesare troppo sui bilanci familiari, abbiamo cercato, spesso in maniera affannosa e confusa, di contenere i costi.
Una delle prime cose che abbiamo fatto è stata quella di ridurre il numero delle cucine: a Granarolo ne avevamo una in ogni plesso scolastico. Si trattava di cucine piccole, a volte non del tutto a norma, più simili a cucine di casa che a moderni centri di produzione pasti, e quindi questa scelta ci sembrava ancora più razionale. Poi abbiamo cominciato ad affidare pezzi del servizio ai privati, prima le sostituzioni del personale in caso di assenze temporanee e alla fine, man mano che il personale comunale andava in pensione, la gestione tout court del servizio, compresa l'attività di riscossione delle rette.
In quegli anni ci spiegavano da ogni parte che quello era l'unico modo per risparmiare, che dovevamo impostare i servizi tenendo conto delle economie di scala e soprattutto che il privato sarebbe costato meno del pubblico. Per inciso quando dico che il problema della sinistra in Italia non è renzi o il pd, ma quello che noi abbiamo fatto allora, mi riferisco esattamente a queste pratiche di governo, che erano condivise da tutti. Era come un mantra, ce lo ripetevano di continuo e anche noi cominciammo a ripeterlo, fino a quando ci convincemmo che era vero. E poi ci raccontavano la balla che avremmo mantenuto il controllo del servizio, solo cambiando funzione, passando da quella di gestori a quella di controllori. Non è vero, abbiamo lasciato che i privati, spesso - ulteriore mea culpa - i nostri "cugini" della cooperazione, di cui pensavamo di poterci fidare di più, facessero quello che volevano, riducessero la qualità dei pasti forniti e comprimessero, fino ad annullarli, i diritti dei lavoratori. E progressivamente, ma molto rapidamente, gli amministratori pubblici sono passati da gestori non a controllori, ma a punching ball dei privati, che potevano preparare pasti sempre meno buoni e sempre più cari, sapendo che le lamentele sarebbero ricadute sui sindaci e sugli assessori, il cui unico compito rimane quello di prendersi la colpa.
La proposta di legge del pd che vieta alle famiglie di dare il pasto ai propri figli completa questo percorso, cominciato ormai quasi trent'anni fa. E' la resa definitiva del pubblico al privato: se vuoi mangiare a scuola devi pagare e far guadagnare i privati che gestiscono il business. Da un certo punto di vista fanno bene i genitori a opporsi a questa legge, ma temo che le conseguenze saranno peggiori. Per molti bambini il pasto a scuola è fondamentale, è spesso l'unico pasto equilibrato da un punto di vista nutrizionale. I panini sono buoni, piacciono ai bambini, ma una dieta di panini non è l'ideale per una piccola persona che deve crescere. Poi la mensa è a suo modo democratica, perché tutti mangiano le stesse cose, quando non ci sarà più, il panino del figlio dei ricchi sarà più grande e più farcito di quello del figlio dei poveri, magari questo sarà più sano, ma vallo a spiegare a tuo figlio che lui non può mangiare tutti i giorni il prosciutto.
E allora facciamo una battaglia per la mensa scolastica, pubblica e a carico della fiscalità generale: questa sì che è una cosa di sinistra. Riparate ai danni che noi abbiamo fatto e lottate affinché tutte le bambine e tutti i bambini possano mangiare a scuola, cibi di qualità e nutrizionalmente equilibrati, cucinati da personale professionale, regolarmente assunto e pagato di conseguenza, e con un costo sostenibile per tutte le famiglie, anche quelle più difficoltà. I vostri figli impareranno a stare a tavola e che valore ha stare a tavola con gli altri.

mercoledì 19 luglio 2017

Verba volant (415): cadavere...

Cadavere, sost. m.

Se possibile, c'è qualcosa di ancora più drammatico nella morte di Paolo Borsellino rispetto a quella di Giovanni Falcone: l'attesa consapevole di un predestinato.
In fondo tutti sappiamo che dobbiamo morire, anche se per lo più preferiamo dimenticarlo. Falcone e Borsellino sapevano di essere dei bersagli, sapevano che il loro lavoro poteva avere - forse doveva avere - quelle conseguenze, e anche noi sapevamo che loro due erano in pericolo. La notizia della strage di Capaci ci ha prostrato, ci ha provocato dolore e rabbia, ma non sorpresa. E certamente, per la loro intelligenza, loro due erano anche più consapevoli di noi che qualcosa stava succedendo, che il nostro paese stava vivendo un momento di passaggio e che le loro morti erano necessarie proprio in quel momento per segnare quella fase di passaggio.
Erano gli anni in cui si esaurì la Democrazia cristiana, il partito che aveva garantito, nel bene e nel male, la storia italiana dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto il controllo del paese da parte delle forze del capitale, mantenendo comunque intatte le istituzioni democratiche. Questo compito comportò molti compromessi, spesso poco onorevoli, e uno di questi fu l'accordo con la criminalità organizzata. E quando a un accordo manca uno dei due contraenti, l'altro per sopravvivere deve darsi rapidamente da fare, scegliersi un nuovo interlocutore, capire i rapporti di forza e quindi come quell'accordo possa essere di nuovo articolato. Stava cambiando il mondo, ma la mafia non voleva certo perdere il proprio potere. Oggettivamente Falcone e Borsellino erano un ostacolo, un ostacolo come non lo erano mai stati prima, e quindi dovevano essere eliminati. E anche grazie al fatto di averli uccisi, la mafia contrasse un nuovo accordo, con clausole ancora più vantaggiose.
Per questo dal 23 maggio Paolo Borsellino sapeva con certezza che sarebbe stato ucciso: è una consapevolezza che tocca e mette alla prova soltanto pochissimi eroi. Achille, nel momento in cui uccide Ettore, sa che quel gesto provocherà una catena di eventi che porterà alla sua uccisione, ma non vuole e non può fermarsi. E lo sappiamo anche noi, tanto che Omero non arriva neppure a descrivere l'uccisione di Achille, si ferma prima: non c'è bisogno di raccontare quello che tutti sanno che avverrà. Borsellino ce lo disse, anche se non volevamo sentirlo. Quando il 24 giugno dice "siamo cadaveri che camminano", si rivolge a noi e in qualche modo quelle parole si rivolgono ancora a noi. Perché Borsellino in quella intervista non usa il singolare, come avrebbe fatto Achille per descrivere la propria condizione di predestinato, ma usa il plurale e quindi ci coinvolge, ci dice che anche noi che viviamo in questo paese siamo vittime. E quell'assunzione di consapevolezza è in qualche modo un invito alla lotta.
E' vero, la storia di questi venticinque anni che sono seguiti alle uccisioni dei due giudici siciliani racconta proprio la nostra vicenda di vittime, perché la mafia in questi venticinque anni è diventata più forte, ha assunto sempre maggiore potere, ha stretto nuove alleanze, ma essere vittime non significa essere complici né per forza di cose essere sconfitti. Credo che Borsellino, facendo come Achille, non fermandosi, anche se continuare il proprio lavoro significava avviare la catena che avrebbe portato alla sua morte, volesse dirci questo. Quelle poche settimane estive che egli ha vissuto in attesa di essere ucciso non le ha vissute da sconfitto e soprattutto non ha voluto essere complice, arrendendosi. Adesso tocca a noi, se non è troppo tardi.

lunedì 17 luglio 2017

Verba volant (414): carità...

Carità, sost. f.

In queste settimane in televisione viene trasmesso con una certa regolarità lo spot di una notissima fondazione che fa ricerca nel campo delle malattie genetiche rare; dal momento che questa fondazione opera grazie alle donazioni dei privati, organizza campagne molto note ed efficaci di raccolta fondi, tra cui appunto questi spot. Immagino li abbiate visti anche voi: si riconoscono alcuni bambini affetti da quelle malattie e i loro genitori. I bambini sono in primissimo piano, si vedono gli effetti delle malattie che li hanno colpiti, la madre di uno di loro è ripresa un momento prima di scoppiare in lacrime. Si tratta di un messaggio indubbiamente capace di ottenere l'effetto voluto, che raggiunge il proprio scopo: far donare gli spettatori. Anche le campagne di alcune importanti ong internazionali che gestiscono gli aiuti alle popolazioni più povere dell'Africa utilizzano lo stesso schema di comunicazione: immagini di bambini sofferenti, a volte agonizzanti, in primissimo piano. Anche in questo caso immagino che questi spot raggiungano il loro obiettivo.
C'è una celebre frase di Deng Xioaping: "Non importa di che colore sia il gatto, purché mangi il topo". E mi rendo conto di quanto sia difficile riuscire a catturare l'attenzione di chi guarda la televisione, tra una sparatoria e una scena di sesso, tra una pubblicità di un telefono e quella di un'acqua minerale, capisco soprattutto quanto sia difficile spingere noi utenti distratti a fare una donazione: occorre in qualche modo scioccarci, turbarci, farci sentire colpevoli. E vedere un bambino che sta per morire è senz'altro un mezzo che ottiene questo risultato. In fondo la cosa importante è avere i soldi per continuare la ricerca o per organizzare gli aiuti e ancora più importante è che questi fondi siano spesi bene. Ma di tutto questo ovviamente non si riesce a parlare in uno spot di trenta secondi. Deve passare un'emozione, non un ragionamento. E in mezzo a emozioni forti occorre un'emozione ancora più forte. Quando tutti parlano ad alta voce, bisogna urlare.
I genitori dei bambini del primo spot che ho citato sono stati certamente informati di quello che stavano facendo, erano consapevoli della decisione di esporre in questo modo il dramma della propria famiglia e quindi questi spot sono assolutamente legali. Non so se i genitori, quando ci sono, di quei bambini africani, abbiano mai firmato un consenso per permettere l'utilizzo delle immagini dei loro figli, ma qui non mi interessa il problema legale, che pure esiste ed è rilevante, specialmente nella nostra società in cui le immagini sono riproducibili all'infinito e possono essere diffuse in un tempo velocissimo in ogni parte del mondo.
Per ora non occupiamoci dell'aspetto legale: diciamo che tutte le famiglie hanno consapevolmente accettato e hanno anche riflettuto sugli aspetti etici di questa loro scelta. Non voglio affatto giudicare quei genitori, rispetto le loro scelte e provo per loro una forte solidarietà. Quelle immagini mi interrogano comunque e credo ci dovrebbero interrogare: è lecito usare in questo modo la malattia - o addirittura la morte - per salvare delle vite? Io credo di no. Capisco le intenzioni di chi ha commissionato quegli spot, di chi li ha realizzati e anche le riflessioni che avranno fatto quelle famiglie prima di accettare di comparire in video, di mettere in mostra il proprio dolore. Però ho l'impressione che quegli spot mettano in moto la nostra parte peggiore, anche se ci illudiamo, con la nostra donazione, più o meno generosa, di esserci messi a posto la coscienza. Aristotele sostiene che assistere a un dramma, anche il più cruento, in teatro, ha per gli spettatori una funzione catartica: osserviamo Medea che uccide i suoi figli, in qualche modo riconosciamo che anche noi possiamo essere Medea, che i nostri istinti sono quelli stessi descritti dal poeta, e proprio in forza di questa rappresentazione ci liberiamo - forse - di quell'istinto. Ma anche nel momento in cui siamo più rapiti dal dramma, anche quando ci sentiamo totalmente identificati nelle donne e negli uomini che stanno sulla scena, e proviamo gli stessi sentimenti abietti che loro rappresentano, sappiamo che quella è una rappresentazione, sappiamo che quella donna non è Medea e che non ha ucciso i propri figli. Invece quei bambini degli spot stanno davvero morendo e noi li osserviamo mentre muoiono. E noi sappiamo che quelli non sono attori.
Poi certo noi li salviamo, la nostra donazione, i nostri pochi euro li salveranno, anche se probabilmente non salveranno proprio quel bambino: per lui il nostro aiuto non giungerà in tempo. Se va bene ne salveremo un altro, ma intanto noi abbiamo osservato un bambino che muore. Poi so bene che è meglio donare piuttosto che essere egoisti, so che facciamo bene ad alzare il telefono e a fare quella benedetta donazione, proprio mentre gli occhi di quel bambino sono indirizzati verso di noi e ci ricordano che siamo ricchi, che mangiamo ogni giorno, che ci laviamo con l'acqua corrente, anzi ci accusano di gettare il pane, di sprecare l'acqua. Ho l'impressione però che quel gesto non ci salverà. Magari per quelli di voi che credono quell'atto di generosità servirà, se non a farvi andare in paradiso, almeno ad accorciare il vostro soggiorno in purgatorio. Ma per noi che non crediamo quel gesto, che pure dovremmo fare - e dovremmo farlo più spesso - non cambia i rapporti di forza, non cambia il mondo. E' scritto nel Talmud che chi salva una vita salva il mondo intero: è una bella frase, ma è falsa e serve solo a consolarci. Chi salva una vita, salva una vita, ma intanto vede il mondo morire. Ripeto so che neppure il più bravo dei pubblicitari potrebbe dire tutto questo, anche se volesse dirlo, in uno spot e che comunque non porterebbe soldi a chi ne ha bisogno, ma credo che prima o poi dovremo riflettere anche sulla carità, sul nostro modo di fare del bene.
La morte merita rispetto. O almeno silenzio, quando proprio non riusciamo a rispettare chi è morto, anche quando odiamo chi è morto. Non ci riusciamo. Per me quelle immagini non hanno rispetto per la morte e questo è tanto più grave perché dovrebbero educarci. Essere cattivi è piuttosto facile, ci viene naturale; essere buoni è un po' più complicato. Credo dovremmo cominciare a pensare come è possibile diventarlo. E comunque quando tutti parlano ad alta voce, un modo per essere ascoltati è anche quello di tacere.