sabato 20 gennaio 2018

Verba volant (478): maestro...

Maestro, sost. m.

Magari possiamo crederlo quando siamo ragazzi, ma invecchiando scopriamo che non è vero che gli eroi son tutti giovani e belli. E crescendo scopriamo anche che i nostri maestri non sono le persone che pensavamo che fossero. Scopriamo che gli scrittori, gli artisti, i filosofi che ci hanno insegnato a vivere, che hanno formato la nostra personalità e la nostra cultura, non sono le persone che ci eravamo immaginati dalle loro opere. Scopriamo che erano bugiardi, adulteri, giocatori, invidiosi, ladri e anche peggio, ma, nonostante tutto, mostriamo verso di loro indulgenza, perché siamo grati di quello che ci hanno lasciato - e spesso le loro opere sono figlie di questi vizi - e anche perché quelle colpe sono anche le nostre. Siamo indulgenti verso di loro perché lo siamo verso di noi e perché riusciamo sempre a trovare una giustificazione per noi, e quindi anche per loro.
Ma cosa succede quando la colpa è qualcosa di terribile, qualcosa per cui non riusciamo a provare indulgenza? Cosa succede quando un artista che amiamo fa qualcosa per cui proviamo orrore, è colpevole di qualcosa di così grave da far vacillare persino la nostra idea, così saldamente radicata, che nessun reo meriti la morte? La violenza verso i bambini è per me - come credo per moltissimi di voi - uno di questi crimini che non possono avere né giustificazione né perdono. E se di questo crimine viene giudicato colpevole un mio maestro? Continuerò a considerarlo tale? Continuerò a leggere, a guardare, a studiare le sue opere?
Non si tratta di un caso di scuola, di una sorta di esercitazione filosofica, ma di qualcosa di cui devo occuparmi perché uno dei registi che amo di più, l'autore di Io e Annie Zelig e di molti altri film, è accusato di aver molestato la propria figlia adottiva, quando aveva solo sette anni. Vorrei non fosse così, lo vorrei soprattutto per la vita di quella giovane ragazza che comunque è la vittima di questa storia, perché, anche nel caso che le accuse fossero inventate, si troverebbe al centro di un drammatico e implacabile conflitto familiare, di cui lei certamente non ha colpa.
Accettiamo che le accuse siano vere - sono comunque verosimili - e credo che abbiano fatto bene alcuni attori - da ultimo è stato Colin Firth - ad annunciare che non sono più disponibili a lavorare con Woody Allen, anche se questo atteggiamento, se diventasse condiviso da molti, potrebbe portare al fatto che il regista newyorkese non potrà più fare film. Ma cosa dovremmo fare con i film che ha già fatto? Dovremmo smetterli di guardarli, di consigliarli, di considerarli bellissimi, come effettivamente sono? Dovremmo smettere di cercare di capire il rapporto tra donne e uomini attraverso quei film? E nessuno sa raccontare le donne come lui. Dovremmo rinunciare a interrogarci sulla colpa e sull'identità, altri temi sempre presenti nell'opera di Allen? O dovremmo smettere di ridere o di essere cullati dalla nostalgia, perché il loro autore è un molestatore di bambini?
Maestro deriva da una forma contratta del latino magister, che ha la stessa radice di magnus, grande, e ne è un comparativo: il maestro è etimologicamente colui che è più grande di noi e quindi ha il diritto di insegnarci. Un maestro che commette una colpa così grave non è più grande di noi e quindi dovrebbe perdere tale diritto. Però ci sono le sue opere e quelle continuano a fare quello che devono. Capisco che può apparire gesuitica e ipocrita questa distinzione tra l'autore e le sue opere, eppure mi pare l'unico modo per affrontare questo tema così delicato.
In Crimini e misfatti, un altro dei grandissimi film di Allen, l'unico personaggio positivo pare il professor Louis Levy, l'intellettuale capace di capire il dramma degli uomini e di trovarne una possibile soluzione. Nel documentario che girano su di lui il professore dice tra le altre cose:
La felicità umana non sembra fosse inclusa nel disegno della creazione, siamo solo noi, con la nostra capacità di amare, che diamo significato all'universo indifferente. Eppure la maggior parte degli esseri umani sembra avere la forza di insistere e perfino di trovare gioia nelle cose semplici: nel loro lavoro, nella loro famiglia e nella speranza che le generazioni future possano capire di più.
Il professore sembra aver trovato il senso della vita, ma la registrazione del documentario deve essere interrotta, perché il professor Levy si suicida, contraddicendo con questo gesto estremo tutte le sue parole.
Spesso i maestri non sono i più grandi, forse non è neppure necessario che lo siano. E se i maestri fossero sopravvalutati, se fossimo più importanti noi che impariamo dai nostri e dai loro errori? Perché alla fine non possiamo dare la colpa ad altri di quello che siamo e neppure pensare che sia merito di altri: siamo noi responsabili di quello che siamo, nel bene e nel male. E soprattutto per le cose buone che avremo fatto e per quelle cattive, perché tutti commettiamo le une e le altre: non c'è bianco e nero, ma solo una vastissima gamma di grigi. E per questo saremo giudicati e ricordati: discepoli e maestri.

mercoledì 17 gennaio 2018

Considerazioni libere (421): a proposito di una donna vittima degli uomini...

Ci sono artisti capaci di superare le barriere del tempo: Giuseppe Verdi è senz'altro uno di questi. Mia moglie ed io abbiamo avuto la fortuna di assistere al Regio di Parma a un bellissimo allestimento del Rigoletto. Si è trattato di un'occasione speciale e unica: celebrare i cinquant'anni in cui il grande baritono Leo Nucci ha interpretato questo ruolo, in oltre cinquecento rappresentazioni in ogni parte del mondo.
È stato ripreso uno storico allestimento della fine degli anni Ottanta, senza alcun tentativo di attualizzare l'opera - come troppe volte si tenta di fare, con risultati non sempre felici - eppure, guardato e ascoltato oggi, con la sensibilità di oggi, pensando a quello che succede ogni giorno intorno a noi, Rigoletto ci racconta una storia i cui tratti essenziali sono assolutamente attuali.
Il duca di Mantova è un predatore sessuale, un maschio che gode unicamente della conquista, incapace di provare una qualsivoglia forma di amore, perché questa o quella per me pari sono. Non è consapevole del dolore che lascia dietro di sé, il suo unico obiettivo è appagare il proprio piacere. Un tipo del genere dovrebbe essere fermato, ma è un uomo di potere e quindi questa sua voracità sessuale non può essere sanzionata, anzi viene non solo tollerata, ma in qualche modo assecondata da chi sta intorno a lui, cortigiani vil razza dannata. Basta aprire un qualsiasi giornale per vedere le vicende di tanti uomini come il duca, uomini che usano il loro potere per soddisfare i propri appetiti ai danni delle donne e che, come il duca, sanno sempre trovare una giustificazione del loro comportamento. L'ultima aria cantata dal duca è la celeberrima La donna è mobile, una canzonaccia da osteria, per quanto resa sublime dalle note di Verdi. Il duca ci dice che non è colpa sua, ma è colpa delle donne che sono volubili e che si offrono: è il se l'è cercata, che diventa l'alibi di qualunque predatore.
Rigoletto è un padre egoista, un uomo che, pur dicendo che fa tutto quello che fa per amore della figlia, è concentrato solo su se stesso. Il mondo di Rigoletto comincia e finisce in lui e la figlia deve vivere in questo mondo asfittico in cui c'è un solo dominus. Rigoletto ama la figlia in maniera smisurata, ma come estensione di sé e per proteggerla la tiene esclusa dal mondo, le nasconde perfino il proprio nome, le impedisce di vivere. E anche Rigoletto, come il duca, non arriva mai a essere consapevole della propria colpa. Di fronte al corpo senza vita della figlia, uccisa per la sua cieca brama di vendetta, il buffone non riconosce la propria responsabilità, ma incolpa la maledizione lanciata su di lui. Questo urlo, che chiude il dramma, suggella l'ennesima fuga dalle proprie colpe. E quante volte abbiamo sentito le parole di un padre come Rigoletto: l'ho fatto per il suo bene, perché lei non poteva capire, ho dovuto decidere io per lei. No, tua figlia capiva benissimo, ma tu non eri capace di accettare le sue decisioni, non volevi accettarle, perché l'hai sempre considerata una tua proprietà.
Gilda è la vittima di questi due uomini ed è la sola che muore. Eppure Gilda li ama, anzi è l'unica capace di amare davvero. Ama suo padre, nonostante la tenga reclusa, nonostante non le abbia mai insegnato a vivere, si sforza di capire il dramma di quell'uomo e si convince che accettare quella forzata prigionia lo faccia star meglio. E la accetta, anche se ne soffre. Ama il duca di Mantova, lo ama nonostante lo veda mentre la tradisce, mentre dice a un'altra le stesse parole che ha detto a lei, e lo ama al punto da sacrificarsi per lui, anche se sa che non lo merita e che lui non conoscerà mai questo sacrificio. Quante donne sono state vittime di questo amore sbagliato, di questo amore che le ha rese cieche, anche all'evidenza. Quante donne non hanno denunciato l'uomo che le picchiava perché convinte - come Gilda - che ma pur m'adora. E aspettano, e troppe volte aspettano fino a quando lui le uccide.
Gilda è certamente migliore dei due uomini che hanno voluto possederla. L'unica decisione che ha potuto prendere da sola nella sua vita è quella di consegnarsi al sicario che la ucciderà, il dramma che vive quella giovane donna è che la sua libertà si compie nell'accettare la morte, in una scelta sbagliata, in quella di annullarsi. Ancora una volta.