sabato 21 ottobre 2017

Verba volant (447): inquinamento...

Inquinamento, sost. m.

Non era mai spiovuto; ma, a un certo tempo, da diluvio era diventata pioggia, e poi un’acquerugiola fine fine, cheta cheta, ugual uguale: i nuvoli alti e radi stendevano un velo non interrotto, ma leggiero e diafano; e il lume del crepuscolo fece vedere a Renzo il paese d’intorno.

E quella pioggia, quasi miracolosamente lavò via la peste. 
Anche noi oggi, nella grande pianura in cui vissero secoli fa Renzo e Lucia, aspettiamo la pioggia, sperando che spazzi via le polveri sottili e che renda un po' più respirabile l'aria. E così potremo tornare tranquillamente a prendere la nostra auto, per accompagnare nostro figlio nella scuola a pochi minuti da casa, per andare a comprare il pane nella strada parallela alla nostra, ma soprattutto per andare il sabato pomeriggio al centro commerciale. Potremo aumentare il riscaldamento in casa, perché non vogliamo indossare un maglione in più, e soprattutto nei negozi, perché vogliamo che le loro porte siano sempre aperte, d'estate e d'inverno. E quindi vai di condizionatore nei mesi della canicola e di termosifone in quelli del freddo: l'importante è che il cliente entri. 
La pioggia salvò la nostra pianura dalla peste nera, almeno a sentire don Lisander, che viveva in una Milano dove non c'era ancora il problema dell'inquinamento. E quando la pioggia finalmente finì, per lasciare il posto al sole, Renzo poté incontrare di nuovo Lucia, fra' Cristoforo poté sciogliere il voto che la giovane aveva fatto in preda alla paura e don Abbondio poté celebrare quelle nozze da lui tanto temute, tanto Rodrigo era morto e l'Innominato s'era convertito. 
Quando invece tornerà il sole, dopo le piogge che arriveranno nelle prossime ore, nei prossimi giorni, sulla pianura padana, don Ferrante e gli uomini di scienza come lui troveranno gli argomenti per spiegarci che l'inquinamento non dipende dalla nostra auto, dal nostro impianto di riscaldamento, ma che si tratta di un problema di altri, dei cinesi magari, che sono così lontani. Azzeccagarbugli troverà il modo di denunciare quegli amministratori coraggiosi che hanno cercato di fare qualcosa contro le aziende che inquinano. Ferrer si farà rieleggere per l'ennesima volta promettendoci che non limiterà la nostra libertà di andare in auto e di consumare energia. 
E noi saremo contenti, perché in sostanza siamo contenti che le cose vadano avanti così, siamo contenti di vivere nelle nostre case calde, di andare a lavorare in automobile, siamo contenti che l'aria sia irrespirabile, perché, come don Abbondio, abbiamo paura. Abbiamo paura di perdere quello che abbiamo raggiunto, se davvero provassimo a costruire un modello di sviluppo diverso, abbiamo paura di tornare indietro.
No, stavolta la pioggia non ci salverà.

venerdì 20 ottobre 2017

Verba volant (446): estradare...

Estradare, v. tr.

Se riconosciamo il principio che comminare una pena non deve e non può essere una forma di vendetta, dobbiamo trarne le conseguenze, anche quando non ci piacciono, ad esempio nel momento in cui affrontiamo la questione delle pene per i terroristi. Quando un movimento terrorista riconosce la propria sconfitta, finisce la necessità di punire i componenti di quel movimento, che evidentemente non sono più un pericolo per la società.
Pur riconoscendo che ci sono ancora diversi aspetti da chiarire nella vicenda del terrorismo di sinistra in Italia degli anni Settanta - ad esempio su come è stato infiltrato e su quanto questi infiltrati hanno influito sulla sua linea d'azione, fino al rischio di essere eterodiretto da forze dello stato che teoricamente doveva distruggere - è accettato ormai da tutti che quella stagione è politicamente chiusa e che quel terrorismo è stato sconfitto.
I terroristi possono quindi tornare nelle proprie case. Silenziosamente. Come effettivamente è avvenuto in questi anni e come sta avvenendo. Il silenzio è necessario per rispettare il dolore delle vittime che comprensibilmente soffrono per queste decisioni, per questa sorta di amnistia de facto, ma che non hanno alcun titolo per emettere sentenze e tanto meno per assegnare pene.
Detto questo mi pare che la colpa più grave di Cesare Battisti sia quella di non capire che sulla sua vicenda deve calare il silenzio. Come cala sempre sugli sconfitti. Battisti sembra voler sfidare questa regola, vuole apparire, fa di tutto affinché si parli di lui. La sua "fuga" - o viaggio non autorizzato per rifornirsi di vino, secondo la sua versione - i suoi brindisi a uso dei fotografi, le sue dichiarazioni a dir poco fantasiose secondo cui rischierebbe la vita a tornare in Italia, hanno reso la sua posizione indifendibile e soprattutto lo hanno reso ostaggio di piccoli maneggi politici, al limite della meschinità, che poco hanno a che fare con la giustizia: il presidente Temer vuole estradarlo solo per far vedere che è diverso da Lula e che in Brasile l'aria è cambiata, a uso dei suoi oppositori interni, il governo italiano vuole l'estradizione perché fa finta di essere rigoroso esecutore di una giustizia politica che normalmente non ha la forza di applicare. A nessuno ovviamente interessa nulla di Battisti - a parte il suo editore - e siccome lui sembra godere di questa situazione, francamente peggio per lui. Battisti ha perso l'occasione per chiedere solidarietà.

mercoledì 18 ottobre 2017

Verba volant (445): alternanza...

Alternanza, sost. f.

Molti di noi hanno praticato in gioventù una forma autogestita - e sostanzialmente illegale - di alternanza scuola-lavoro, ossia andavamo regolarmente a scuola e poi, a volte il pomeriggio, qualche volta il fine settimana, più spesso durante i mesi estivi, facevamo qualche lavoretto. Piccole cose, a volte per aiutare i nostri genitori nelle attività di famiglia, ma spesso anche fuori, e sempre senza tante formalità burocratiche. Guadagnavamo poco ovviamente, ma di quel poco eravamo contenti perché ci dava un senso di autonomia, più illusoria che reale. Non è che fossero momenti particolarmente formativi, non imparavamo certo un mestiere, ma scoprivamo il mondo del lavoro con le sue regole.
Imparavamo che dovevamo essere puntuali e che dovevamo fare il meglio possibile quello che ci veniva chiesto e che per quell'impegno dovevamo ottenere un compenso. Imparavamo anche che se chi lavorava con noi lo faceva poco o male, questo si ritorceva prima di tutto contro di noi: una cosa che avremmo imparato anche nel posto di lavoro "normale". In sostanza imparavamo il rispetto.
Eravamo sfruttati? Potevamo esserlo, ma i nostri "padroni" non erano McDonald's, erano in genere persone che i nostri genitori conoscevano - e magari i nostri genitori erano a loro volta i "padroni" dei loro figli - e le famiglie esercitavano - in questo come nel resto della nostra vita - un forte controllo sociale; e infatti se combinavamo qualcosa sul posto di lavoro la cosa che dovevamo temere di più erano le "reazioni" dei nostri genitori una volta tornati a casa.
Anche al netto della nostalgia che gioca sempre brutti scherzi, credo che quelle esperienze ci siano state, tutto sommato, utili. Curioso che tocchi a un comunista come me rimpiangere e lodare questa forma di sregolato proto-liberismo.
Proprio alla luce di queste mie lontane esperienze, sono solidale con le ragazze e i ragazzi che protestano contro l'alternanza scuola-lavoro prevista dalla cosiddetta "buona scuola". Perché i ragazzi non vengono pagati per quello che fanno e perché c'è pochissimo controllo su come vengono impiegati e su cosa effettivamente imparano. In sostanza la "buona scuola" ha offerto alle aziende una massa di ragazzi da impiegare, senza alcun costo, in lavori stupidi, ripetitivi, pesanti che comunque qualcuno avrebbe dovuto fare dietro retribuzione. Gli unici che ci guadagnano da questa operazione sono i padroni, dimostrando ancora una volta quanto l'azione di questo governo sia schiettamente di classe.
Questa alternanza insegna ai ragazzi che il loro ruolo all'interno del mondo del lavoro è quello degli sfruttati, che il loro lavoro non vale nulla perché non deve essere pagato e che loro non valgono nulla, perché possono essere rimpiazzati da altri. Esattamente quello che avviene per molti nel lavoro "vero". E così la "buona scuola" è il jobs act insegnato ai giovani.
Ragazzi, benvenuti nel mondo.