martedì 22 agosto 2017

Verba volant (423): merito...

Merito, sost. m.

Nei giorni scorsi non ho commentato le dichiarazioni della sindaca pd di Codigoro contro i migranti, che sono seguite a quelle del senatore pd contro le ong, che a sua volta sono seguite a quelle di un'altra esponente del pd sulla razza; e l'elenco potrebbe continuare. E certamente continuerà anche a settembre. Chi ha la pazienza di leggere con una qualche regolarità le cose che scrivo sa che io considero da tempo quel partito culturalmente di destra e quindi queste affermazioni mi stupiscono assai poco. Sapete anche che io considero tutto il pd un partito di destra, perché non ho mai accettato l'alibi di renzi: il pd non è quello che è perché a un certo punto è arrivato renzi. Fosse così, di conseguenza, cacciando renzi, diventerebbe un partito di sinistra; invece il pd è nato per essere un partito di destra e tutti quelli che l'hanno guidato in questi anni hanno dato, a vario modo, il loro contributo a questa involuzione. Di questo gli amici che sono transitati nella "cosa" bersaniana non vogliono parlare, eppure è il punto dirimente. Ma proviamo ad andare avanti.
A questo punto mi interessa capire come siamo arrivati fino a qui. Credo che ragionare su questo non sia ozioso, visto che tanti amici e compagni in queste settimane sono impegnati nella costruzione di una "nuova" sinistra in Italia. Quantomeno noi della "vecchia" sinistra, noi che in questi vent'anni abbiamo provocato tutto questo, dovremmo offrire loro alcuni strumenti affinché non commettano i nostri stessi, esiziali, errori.
Una delle cause di questo suicidio è stato il nostro poco coraggio. Partendo dall'assunto che l'Italia sia un paese culturalmente di destra - quante volte lo abbiamo sentito ripetere in questi anni da autorevolissimi nostri esponenti - abbiamo avuto paura di dire, e soprattutto di fare, cose di sinistra. Certo ci sono caratteri originari distintivi di ogni paese, ma questa visione così schiettamente determinista, e in fondo razzista, è sbagliata. Certamente ognuno di noi tende naturalmente a pensare prima a se stesso e alla propria famiglia che agli altri, ciascuno di noi è naturalmente di destra: homo homini lupus dicevano gli antichi. Poi ci hanno insegnato negli anni che essere di sinistra, essere solidali, smettere di credere che la sfortuna degli altri sia la nostra fortuna, è non solo eticamente giusto, ma anche utile, perché certe conquiste si fanno quando si combatte insieme, quando si cominciano battaglie che sembrano solo a favore degli altri, che parrebbero non riguardarci nell'immediato, ma che tra qualche anno potrebbero essere vitali per noi e per i nostri figli.
In questi vent'anni abbiamo smesso di proporre questo ragionamento apparentemente banale, eppure a suo modo rivoluzionario, e ne abbiamo assunti altri, sempre dando maggior peso all'individuo che alla collettività. Ci sono parole che in questi vent'anni si sono insinuate nel nostro vocabolario e che in qualche modo sono diventate infestanti: una di queste è merito, non a caso una delle parole chiavi della prima Leopolda, quella in cui c'era anche Civati. Apparentemente sembra un ragionamento di buon senso che uno debba essere valutato in base alle sue capacità: nel paese in cui i notai sono figli di notai, i giornalisti figli di giornalisti, gli attori figli di attori, e così via di casta in casta, parrebbe perfino rivoluzionario proporre un sistema per cui il figlio dell'operaio può diventare avvocato.
Però l'idea che stava dietro a questa proposta era che tu che eri nato in una famiglia di operai dovevi fare di tutto per diventare avvocato e l'accento cadeva solo sul tu, che dipendesse solo da te; e quindi che fosse solo una tua battaglia. Non veniva mai messo l'accento su cosa dovevamo fare tutti noi, indipendentemente dal fatto che avessimo o meno dei figli, affinché anche tu potessi studiare.
Perché tu possa avere un'educazione occorre che tutti noi - anche noi che non abbiamo figli - paghiamo più tasse per garantire a te, con cui non abbiamo alcun legame, una istruzione di qualità, universale e gratuita. Invece in questi anni, mentre dicevamo che bisognava valorizzare il merito, abbiamo anche detto che bisognava diminuire le tasse, e il modo più veloce per farlo è quello di tagliare i servizi. Quindi noi che non abbiamo figli non dobbiamo più curarci dell'istruzione di quelli degli altri, mentre quelli che ne hanno debbono fare più sforzi. E ovviamente solo una famiglia che ha molte risorse può garantire ai propri figli un'istruzione di qualità. Quando si parla di merito senza inquadrare questa idea in uno sforzo collettivo, si scivola fatalmente a destra, perché ciascuno di noi farà di tutto per garantire un futuro migliore ai propri figli, anche a scapito del futuro dei figli degli altri, anzi soprattutto a scapito loro, perché in una società in cui le risorse si riducono tutti vogliamo correre per prendere qualcosa prima degli altri, dimenticando che l'unica battaglia che vale la pena combattere è quella di aumentare le risorse disponibili, prendendole ai pochi che ne hanno molte, affinché tutti ne possano godere, anche quelli che fanno più fatica a correre.

lunedì 21 agosto 2017

Verba volant (422): matto...

Matto, sost. m. e agg.

E' triste, e in qualche modo sconfortante, il destino dei grandi artisti comici che, alla fine della loro carriera - e specialmente dopo che sono morti - vengono ricordati soprattutto per la bravura che hanno dimostrato nei ruoli drammatici. Anche Jerry Lewis non è stato sottratto a questa sorta di damnatio memoriae. Certo è stato grandissimo in Re per una notte di Martin Scorsese - come Totò è stato incredibilmente intenso nei ruoli drammatici e grotteschi che Pier Paolo Pasolini ha creato per la sua maschera - ma io credo che quell'interpretazione non valga di più delle gag del "picchiatello" in cui sapeva usare e sfruttare il suo corpo come nessun altro; e come per l'artista napoletano la scena del wagon-lits vale più di tutto Uccellacci e uccellini.
Questa forma di supponenza per cui solo il teatro e il cinema "seri" sono arte vera, mentre i comici devono stare un passo indietro è francamente insopportabile, perché far ridere è difficilissimo; in fondo anche una cipolla sa farci piangere. E infatti sono molto pochi gli artisti comici che ricordiamo.
E in fondo pensiamo che i comici siano un po' meno artisti degli altri perché sono anarchici, perché non rispettano le regole, perché sono cinici e cattivi, perché mettono alla berlina la parte peggiore di noi. Perché ne abbiamo paura.
E come dice il Matto in Re Lear 
Adesso non sei altro che uno zero senza cifre davanti.
Io posso dire d’essere più di te:
io sono matto, almeno, tu non sei nulla di nulla.

venerdì 4 agosto 2017

Verba volant (421): morboso...

Morboso, agg. m.

Un portavoce di Channel 4, per giustificare la controversa scelta di quella rete televisiva di mandare in onda alcune registrazioni audio in cui Diana Spencer parla a ruota libera della propria sfortunata vita coniugale, ha detto che sono una "importante fonte storica" e che, in quanto tale, meritano di essere conosciute. Si tratta ovviamente di una forma di ipocrisia, celata in maniera davvero troppo grossolana.
La questione non è giudicare se la vicenda umana di Lady D sia storia o no, come molti fanno in questi giorni, magari con sufficienza verso una vicenda che considerano inutile gossip
Personalmente credo che sia storia a tutti gli effetti, perché raccontare la vita e la morte di quella giovane donna è necessario per capire la trasformazione della nostra società alla fine del secolo scorso, compresa l'invadenza che ha assunto un certo modo di fare informazione. Il film The Queen di Stephen Frears è illuminante su quello che è avvenuto in quei giorni, su come si è creato quel mito popolare. Credo sarebbe difficile raccontare la storia del Regno Unito degli ultimi trent'anni senza dedicare una particolare attenzione a questa icona pop. Almeno quanto i Beatles sono indispensabili per comprendere la storia inglese tra i Sessanta e i Settanta. O come la vita di Marilyn racconta la storia degli Stati Uniti degli anni Cinquanta. In questo contesto le parole di Diana - peraltro già conosciute dagli storici e dal pubblico - non sono particolarmente significative: servono a descrivere e a conoscere un po' meglio la donna, ma non aggiungono nulla al personaggio. E per la storia Lady D è molto più importante della signora Diana Frances Spencer coniugata Windsor; Diana era una donna intelligente e immagino ne fosse perfettamente consapevole, o almeno ha dato l'impressione di esserlo.
E anche questa ultima squallida storia della messa in onda delle registrazioni dovrebbe servire agli storici delle prossime generazioni per raccontare quello che purtroppo siamo diventati, quello che vogliono diventiamo. Quelle registrazioni sono pura pornografia e dato che la pornografia fa vendere i giornali e fa crescere gli ascolti, i dirigenti di Channel 4 hanno deciso che in questo modo potranno garantire un sostanzioso vantaggio ai propri azionisti, perché tante aziende vorranno acquistare gli spazi pubblicitari all'interno del programma e perché questa polemica - anche io che ne scrivo in questo piccolo blog di provincia - contribuisce a dare notorietà alla rete. 
Domenica 6 agosto milioni di persone si sintonizzeranno su quel canale per sentire quello che hanno già letto, per ascoltare quello che già sanno che ascolteranno. Non c'è nessuno scoop, solo curiosità morbosa e il bisogno, ancora una volta, di essere uno in mezzo a una folla. In fondo anche i funerali di Diana furono questo rito spersonalizzante, eppure capace di creare identificazione, l'ultima volta - forse - che milioni di persone in quel paese si sentirono popolo. Crea sconforto pensare che l'unica cosa che sembra capace di ricreare questa unione sia questa attesa di guardare nel buco della serratura, spiare Diana nuda, fragile. Siamo una società ben misera, quando godiamo di questa sua debolezza. 
In un mondo in cui tutto si misura con i soldi, queste registrazioni rubate e sostanzialmente inutili diventano preziose e, in nome di quei soldi, ci si dimentica come state ottenute, quanti passaggi sono stati fatti, ci si dimentica che sono state comprate e vendute. E in fondo ci si dimentica anche della persona che è la vittima di questo sordido commercio. E il corpo di Lady D è solo un'altra cosa da vendere, nella speranza che da qualche parte esca una nuova fotografia o magari un nuovo filmato per riaprire bottega.