venerdì 17 novembre 2017

Verba volant (457): fattorino...

Fattorino, sost. m.

Ammetto la mia lacuna (peraltro piuttosto grave visto che scrivo un dizionario): solo da pochi giorni ho scoperto che adesso i fattorini che fanno le consegne - come Ninetto Davoli in una celebre réclame degli anni Settanta - si chiamano riders. Quindi il ragazzo che ci porta a casa la pizza è un rider.
Lunedì 13 novembre in diverse zone dell'Emilia orientale e della Romagna è nevicato molto forte. Non è consueto, ma può succedere. E' nevicato anche a Bologna e la città si è fermata. Anche questo può succedere: quando nevica molto forte occorre salvaguardare alcuni servizi essenziali e per il resto bisogna avere la pazienza di aspettare che smetta.
E i fattorini? I fattorini bolognesi quel giorno hanno deciso di fermarsi, con lo slogan: "Una pizza non vale il rischio: mai più consegne senza diritti". E' nata anche un'associazione, la Riders Union Bologna. I fattorini hanno sospeso le consegne a pranzo e, nonostante le richieste delle piattaforme on line che gestiscono questo servizio, anche a cena. I fattorini però non sono stati pagati per quel giorno, anche quando una parte del loro salario è fissa, ma molti di loro sono pagati solo a cottimo. Una piattaforma ha sospeso le consegne, ma lasciando liberi gli esercizi associati di servirsi dei fattorini. Si tratta in sostanza di un settore senza regole, dove i più deboli, i fattorini appunto, sono i più colpiti. Perché non è loro riconosciuto alcun diritto.
Devo dire che a me stupisce che qualcuno in una giornata del genere abbia potuto telefonare per ordinare una pizza o degli involtini primavera. E immagino si sia arrabbiato quando ha saputo che il suo ordine non sarebbe stato consegnato e magari ha chiamato svariati altri locali fino a quando ha trovato qualcuno tanto disperato da mandare fuori un fattorino a fare quella consegna.
Avevo sette anni nel novembre del '77 quando ci fu una grande nevicata, che a Bologna è ricordata ancora come la "malaneve". Mi rendo conto che fu un episodio che ebbe gravi conseguenze, per alcuni fu un dramma, ma per i bambini come me fu una specie di festa. Le scuole rimasero chiuse per alcuni giorni e anche i miei genitori rimasero a casa: mio padre non andò in officina e mia madre non andò in edicola, che rimase chiusa come mai prima, visto che a Quarto, essendo l'unica, chiudeva solo la domenica pomeriggio, e santo Stefano, lunedì dell'angelo e il giorno dopo ferragosto, perché non c'erano i giornali: che allora erano un servizio essenziale, pensate che strano. Comunque sia per noi bambini vivere alcuni giorni senza la luce elettrica, usando solo le candele e le bombole del gas per scaldare l'acqua, fu una specie di festa. I nostri genitori, che sapevano bene cosa voleva dire vivere senza elettricità e senza acqua corrente, si divertirono un po' meno, ma ci spiegarono che bisognava aspettare. E noi aspettammo. E infatti dopo qualche giorno smise di nevicare, la luce tornò, riaprirono l'edicola, la scuola e l'officina e ricominciammo tutto come prima, ma sapendo che sarebbe potuto succedere di nuovo e che in qualche modo lo avremmo superato.
Lunedì a Bologna non è venuta la "malaneve", è semplicemente nevicato. Ci sono stati problemi, ad esempio ad alcuni ospedali dell'Appennino, e questo non doveva assolutamente succedere. Ma non può essere considerato un problema se per un giorno è stato sospeso il servizio di consegna delle pizze o se per un giorno non siamo potuti andare in palestra o al centro commerciale. Se nevica si può anche stare a casa. E si può stare anche senza luce. Questo mi sembra che lo abbiamo dimenticato e che consideriamo una sorta di diritto anche quello che non lo può essere: non è un diritto pubblicare su Facebook la foto della neve. Se manca la luce possiamo anche fare senza social e senza selfie.
Invece non possiamo fare senza diritti. Hanno ragione i fattorini bolognesi - come quelli di Milano e di Torino, che per primi hanno promosso associazioni analoghe - perché chi lavora, anche chi fa un lavoro che non è esattamente indispensabile - perché la pizza possiamo anche andare a prenderla noi o addirittura farla a casa - deve avere dei diritti. Deve essere pagato in maniera equa e deve essere assicurato. A noi questo non interessa: a noi importa solo che la pizza ci arrivi a casa in poco tempo e che quel servizio costi il meno possibile. Salvo poi arrabbiarci, quando da automobilisti o da pedoni un rider ci sfreccia accanto - a volte con manovre molto azzardate - perché deve fare una consegna, magari pagata a cottimo. Noi vogliamo che qualcuno faccia quello che noi non vogliamo fare, perché magari ci costa tempo e fatica, e vogliamo pagarlo il meno possibile. Come dobbiamo accettare che d'inverno può nevicare, così dobbiamo capire che chi lavora deve essere pagato. Contro la neve non possiamo fare nulla, solo aspettare, ma contro chi sfrutta il lavoro non possiamo aspettare, dobbiamo lottare. Ringraziamo i fattorini bolognesi che ce lo hanno ricordato.

mercoledì 15 novembre 2017

Verba volant (456): numero...

Numero, sost. m.

Domenica sera. La protagonista di uno sceneggiato televisivo - anche se adesso fa più moderno chiamarla fiction - scrive il proprio numero di telefono su un pezzo di carta, accanto alla firma - Rosy - a una faccina sorridente - che adesso voi chiamate smile - e alla frase "non avrai un'altra occasione...". Non ho visto quello sceneggiato e quindi non so se la persona a cui era indirizzato quel biglietto abbia poi raccolto l'invito e abbia telefonare a Rosy. Non so neppure se quel biglietto fosse una promessa o nascondesse una minaccia: si tratta di una storia e quindi dovremo aspettare la prossima puntata per sapere come va a finire.
Quella stessa domenica sera. Una coppia di Domodossola che ha deciso di non guardare la televisione e di cenare fuori comincia a ricevere delle telefonate incomprensibili, una dopo l'altra, insistenti, continue; telefonate che durano per tutta la notte. Il numero apparso per un attimo sugli schermi di migliaia di italiani è purtroppo il loro numero di telefono. Molte di quelle telefonate sono mute: quando l'ignara coppia risponde, all'altro capo riattaccano. Qualcuno chiede notizie di Rosy, pensando che il sorriso di quella bella ragazza sia rivolto proprio a loro, qualcuno invece la minaccia, perché Rosy è una donna di mafia, che ha abbandonato quella vita. Rosy Abate è un personaggio molto noto, che ha una lunga storia, che nella sua vita ha sofferto e ucciso, è a suo modo un'eroina, una giovane donna amata e odiata, ma Rosy Abate non esiste, come non esistono né Amleto né Paperino. Qualcuno di quelli che telefona è consapevole che a quel numero non possa rispondere Rosy, perché Rosy non esiste, ma chiama lo stesso, sperando che sia un'occasione per parlare con qualcuno della televisione, qualcuno che possa garantire i 15 minuti di notorietà, secondo la celebre definizione di Andy Warhol.
Evidentemente il problema esiste. Nei film e nel telefilm americani quando qualcuno cita un numero di telefono comincia sempre con 555, perché quel prefisso non esiste e quindi non c'è il pericolo che quel numero possa corrispondere a quello di un vero abbonato. Gli autori di Rosy Abate - La serie avrebbero dovuto pensarci e quindi fa bene la coppia di Domodossola a rivalersi sulla produzione per i danni subiti. Ma quella notte di telefonate ci racconta una società che evidentemente non riesce più a distinguere tra realtà e finzione e che risponde in maniera condizionata a tutto quello che appare sullo schermo della propria televisione. Basta che un numero appaia in televisione e subito in tanti si precipitano a telefonare, che sia per fare una donazione o per ricevere i numeri vincenti del lotto.
Arthur Conan Doyle quando dovette scegliere un indirizzo per Sherlock Holmes decise di usare, come noto, il 221B di Baker street, perché allora i civici di quella via si fermavano all'85. Quando nel 1930 fu cambiata la toponomastica della città di Londra e Baker street venne "allungata" fino al Regent's park, il 221B divenne l'indirizzo di una palazzina in stile art decò, sede della Abbey Road Building Society e cominciarono ad arrivare da tutto il mondo lettere indirizzate al celebre investigatore, tanto che la società aprì una vera e propria "segreteria di Sherlock Holmes" per la gestione di quella copiosa corrispondenza.
Chi scriveva al 221B di Baker street pensava davvero che Sherlock Holmes - o magari il fido dottor Watson - leggesse la sua lettera? Probabilmente qualcuno ne era convinto, ma la maggioranza sapeva che quella lettera sarebbe stata cestinata. E perché la scriveva? Perché si sottoponeva allo sforzo di scrivere? Forse perché quella lettera a un personaggio immaginario era il pretesto per mettere in fila le proprie idee, per svelare un segreto che pesava da tempo, per raccontare una nostra storia a qualcuno che non ci avrebbe giudicati, quella lettera serviva a chi la scriveva, indipendentemente dal fatto che qualcuno l'avrebbe letta. Anche noi da bambini scrivevamo a Babbo Natale, anche se non eravamo proprio del tutto convinti che avrebbe letto la nostra lettera: comunque eravamo felici quando ricevevamo il regalo richiesto. Evidentemente chi la doveva leggere l'aveva letta.
Non so se Rosy Abate riceva anche delle lettere. Probabilmente sì. Ma quelle telefonate notturne raccontano tutta un'altra storia, un mondo in cui abbiamo rinunciato a capire e ci siamo assuefatti a essere guidati, in cui abbiamo perso l'innocenza e l'abbiamo sostituita con la stupidità.