lunedì 18 settembre 2017

Verba volant (435): scegliere...

Scegliere, v. tr.

Esattamente in che modo Luigi Di Maio è stato scelto come candidato premier del Movimento Cinque stelle? La domanda non è oziosa e credo dovrebbe interessare anche chi non simpatizza per quel partito, anche chi non lo voterà mai, perché c'è la possibilità, non solo teorica, che Di Maio diventi il prossimo presidente del consiglio e quindi il modo in cui è stato scelto coinvolge tutti noi.
Ovviamente non sarà scelto dal popolo dei militanti attraverso il voto in rete: queste baggianate lasciamole alla propaganda di partito. Il popolo pentastellato è chiamato a ratificare una decisione politica presa in un'altra sede, così come non furono le primarie del centrosinistra dell'ottobre 2005 a scegliere Romano Prodi come candidato premier del nostro schieramento: la decisione era stata presa dai partiti e i militanti furono chiamati a ratificarla.
Ed è giusto che sia così: se la politica rinuncia a uno dei propri compiti più importanti, ossia quello di selezionare la classe dirigente, non si capisce cosa ci stia a fare. Nei partiti che conoscevamo noi c'erano degli strumenti e delle sedi per definire una scelta del genere, a volte questi criteri erano più democratici e trasparenti, molto spesso le scelte erano opache e demandate a poche persone, ma comunque riuscivi, con un po' di pazienza, a capire come una candidatura era nata, chi l'aveva sostenuta e soprattutto cosa rappresentava. Nella post-democrazia in cui viviamo questa analisi è praticamente impossibile. Hanno deciso Grillo e Casaleggio? Hanno deciso altri al posto loro? Non è voglia di cercare per forza un retroscena, è che proprio non si capisce; e il fatto di non riuscire a capire è un elemento di preoccupazione per la democrazia.
Ma il caso del giovane deputato campano è a suo modo emblematico, perché non valgono le regole che fino ad ora avevamo seguito. Di Maio non si è certamente imposto per il suo carisma o per le sue doti superiori alla media. Di Maio è diventato il candidato del Movimento perché per mesi gli organi di informazione hanno alimentato questa immagine, credo anche al di là della stessa volontà dei vertici di quel partito.
All'indomani delle elezioni politiche del 2013, che hanno sancito la nascita del tripolarismo italiano, gli organi di informazione, e in particolare quelli televisivi, avevano bisogno di un personaggio che in qualche modo rappresentasse quel nuovo partito. Abbiamo smesso - e anzi non vogliamo più farlo - di raccontare la politica come uno scontro di idee, ci basta lo scontro tra le persone e quindi non può più esistere un partito senza leader, mentre esistono leader senza partito, come renzi. Il centrodestra aveva il suo leader indiscusso e i suoi personaggi televisivi di contorno che garantivano la copertura mediatica di quello schieramento, il centrosinistra aveva la consueta folla dei suoi capetti, più o meno nuovi, e il meccanismo delle primarie che garantiva uno spettacolo continuo, di una certa audience, i Cinque stelle avevano sì Beppe Grillo, ma siccome lui non partecipava ai talk show, c'era bisogno di qualcuno che lo sostituisse. E così è cominciato il casting per scegliere il "leader televisivo" dei Cinque stelle. E ha vinto Di Maio. Però capite che così siamo più o meno al Grande fratello della politica. Di Maio è la profezia che si autoavvera, è la bugia che, a forza di essere ripetuta, diventa una specie di verità. Per mesi ci hanno detto che Di Maio sarebbe stato il candidato e alla fine si è convinto anche lui, soprattutto si sono convinti i militanti di quel partito.
Chi ha deciso? In quale sede? E se fosse stato un caso? Francamente io credo sia andata così, che non ci sia un misterioso burattinaio, ma semplicemente che la politica sia così debole che una serie di accidenti può determinare una scelta di questa importanza. A me questa debolezza preoccupa molto, anche più di una trama oscura. Questo sistema di scegliere le candidature è diventato un criterio: ma ci basta? Nella post-democrazia evidentemente sì, visto che ormai siamo tutti qui a prendere per buona questa candidatura, ad analizzarla, ma qualcosa non funziona nel sistema.
Non ho una particolare antipatia per la persona, e non voglio neppure giudicarlo - mi limito a non votarlo - ma mi preoccupa molto una candidatura nata dalle decisioni di chi redige le scalette dei talk show. Ma prima di tutto dovrebbe preoccupare il candidato così casualmente baciato dalla fortuna.

sabato 16 settembre 2017

Verba volant (434): lapide...

Lapide, sost. f.

Giuseppina Ghersi era fascista? Aveva tredici anni, era nata e cresciuta durante il regime, non ha avuto nemmeno il tempo di decidere cosa essere, era fascista perché le avevano insegnato che si non poteva essere altro che fascista. Probabilmente la sua famiglia era fascista e questo pesò sulla sua educazione e, temo, anche sulle ragioni della sua uccisione. Giuseppina si è macchiata della colpa di aver tradito un qualche segreto, di aver rivelato qualcosa che sapeva e che poteva mettere in pericolo la vita di alcuni partigiani? Forse, ma a tredici anni è difficile rendersi conto del valore che hanno le cose che sappiamo. Se fu una spia, se le sue parole provocarono la morte di altri uomini, fu molto probabilmente una spia inconsapevole e incolpevole. Giuseppina meritava di essere violentata e uccisa? Certamente no. La sua uccisione fu un crimine? Certamente sì.
Bisogna ricordare la vicenda tragica di questa ragazzina, uccisa il 30 aprile 1945? Certamente sì.
Si può mettere una lapide per ricordare la sua morte? Credo sia giusto, anche se in una lapide è difficile sintetizzare una storia. E la storia di Giuseppina non può essere raccontata nelle poche righe di una lapide. Perché la storia di Giuseppina è una storia di violenza che viene da lontano, da molto prima che lei nascesse.
Per noi ora è facile dire che l'uccisione di Giuseppina è stato un brutale omicidio, nella primavera del '45 immagino abbia fatto un'impressione affatto diversa. Noi abbiamo guardato con orrore all'esecuzione sommaria di Gheddafi, abbiamo considerato quell'uccisione un episodio di barbarie, perché la cultura dei diritti ha fatto - nonostante tutto - molti passi in avanti. Non è possibile giudicare secondo lo stesso metro di giudizio la folla che sputava sul cadavere di Mussolini esposto a piazzale Loreto. Perché quelle donne e quegli uomini vivevano in un mondo in cui la violenza, pubblica e privata, era comune. I bambini che disobbedivano venivano picchiati, spesso molto duramente, le donne in casa venivano picchiate - anche ora, purtroppo, succede troppo spesso - le discussioni in osteria finivano facilmente in risse, anche cruente, i delinquenti comuni venivano picchiati. i lavoratori che scioperavano venivano picchiati, gli oppositori venivano picchiati. Le persone erano in qualche modo abituate alla violenza, perché si moriva continuamente a causa delle violenze, pubbliche e private. La violenza fisica era qualcosa che le persone conoscevano molto bene, molto meglio di noi, e specialmente in un tempo duro come quello. Questo giustifica le violenze contro Giuseppina? Assolutamente no, ma ci fa capire che è impossibile giudicare quel mondo con gli occhi di oggi.
Non so cosa sarebbe giusto scrivere sulla lapide in memoria dell'omicidio di Giuseppina Ghersi, ma credo che certamente bisognerebbe raccontare una storia che non si esaurisce in quel solo atto di violenza gratuita e criminale. Bisognerebbe raccontare quanto è stato violento il regime fascista, quanto è stata crudele la guerra voluta da Mussolini, quanto è stata drammatica la lotta di liberazione, perché è stata anche una guerra che ha diviso le famiglie e le comunità. Credo che tutto questo non ci stia in una lapide.
Per questo condivido la scelta di chi si è schierato contro la proposta di un consigliere comunale di Noli di realizzarla. Perché nelle intenzioni di chi ha fatto quella proposta - e di chi l'ha ispirata - quella lapide non è destinata a ricordare un episodio certamente da condannare e la storia che l'ha preceduto, ma a gettare fango sulla Resistenza, su tutta la Resistenza.
Leggo che uno degli scopi di quella lapide sarebbe quello di raggiungere la riappacificazione. Questo mi pare l'errore di fondo. L'Italia non ha affatto bisogno di riappacificazione, ma - tanto più in questi anni in cui il movimento fascista torna a crescere, a diventare un'opzione politica come le altre, grazie anche ai tanti di sinistra che si sono fatti alfieri della pacificazione - abbiamo bisogno di rendere più profondo e invalicabile il discrimine tra noi e loro, tra chi combatté dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata, tra chi combatté per la democrazia e la libertà e chi lottò per un sistema totalitario. Non abbiamo bisogno di riappacificarci, ma abbiamo bisogno di capire, prima di tutto perché allora - e anche oggi a quanto pare - per tante persone il fascismo è una risposta alle legittime richieste di giustizia sociale, abbiamo bisogno di capire perché le persone credettero - e credono - che il fascismo sia la soluzione ai loro problemi.
Giuseppina non avrebbe dovuto morire, come non avrebbe dovuto morire la piccola Anna Pardini a Sant'Anna di Stazzema, come non avrebbero dovuto morire i cinquantadue bambini uccisi a Marzabotto, come non dovrebbero morire i bambini in guerra. Ecco io questo scriverei in quella lapide, come impegno per tutti.

venerdì 15 settembre 2017

"Ulisse, Enea e il Mediterraneo" di Roberto Roversi

Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?

Verba volant (433): distrarre...

Distrarre, v. tr.

Sono passati davvero molti anni, ma ricordo che a me e ai miei compagni di scuola - dalle elementari al liceo - non mancavano le occasioni per distrarci durante le lezioni: chissà cosa avremmo combinato se avessimo avuto gli smartphone. Io e i miei colleghi di ufficio, pur lavorando tutto il giorno seduti davanti a un pc, non possiamo accedere ai social network e a molti altri siti considerati non attinenti al nostro lavoro; è assolutamente giusto e troviamo comunque il modo per distrarci. Quando sono a casa e provo a scrivere qualcosa da pubblicare sul mio blog, tengo spente radio e televisione e cerco di non andare su Facebook, eppure mi cade l'occhio sulla notifica di una mail in arrivo o di un messaggio; e mi distraggo. Sarà l'età, ma non sono affatto multitasking: va già bene quando riesco a fare decentemente una cosa alla volta.
Non ho figli, non so bene come si comportino al giorno d'oggi i nativi digitali, ma sono convinto che non siano tanto diversi da noi quando avevamo la loro età. Per questo mi lascia molto perplesso la proposta della ministra Fedeli di permettere agli studenti di tenere il telefonino in aula, durante le lezioni. Temo che sia una fonte di distrazione difficile da sopportare e destinata in qualche modo a peggiorare il loro rendimento.
Ho l'impressione che la proposta della ministra, all'apertura dell'anno scolastico, serva a distrarci, a farci parlare di questo piuttosto che dei problemi che continuano ad affliggere la scuola italiana. Meglio se continuiamo ad accapigliarci sulle vaccinazioni o sugli smartphone: l'importante è che non parliamo della scuola.
Al di là della boutade della ministra e degli esiti della commissione di studio sul tema prontamente insediata a viale Trastevere, mi pare che la questione sia interessante, perché la rete fatalmente ha già cambiato - e continuerà a farlo - il nostro modo di lavorare e quindi anche quello di studiare e di insegnare.
Se penso ai pomeriggi passati a tradurre le versioni di greco e di latino e alle telefonate - rigorosamente con il telefono fisso, quello grigio, usato da tutta la famiglia, che troneggiava nell'ingresso di casa - con i miei compagni di classe per scambiarci suggerimenti e consigli, e guardo a come potrei fare oggi, mi rendo conto che è cambiato il mondo. Adesso avrei a disposizione la rete per cercare chiarimenti, esempi, brani già interamente tradotti.
Farei meno fatica? Certamente sì. Saprei meno cose? Non lo so. Perché - devo confessarvi - nonostante quei pomeriggi di studio, adesso non saprei più tradurre un brano di Cicerone. E allora quelle versioni non sono servite a nulla? No, sono servite moltissimo, mi hanno insegnato un metodo di lavoro, mi hanno insegnato a scrivere, a leggere, a capire un testo, mi hanno insegnato ad amare il mondo antico, la storia, la filosofia. Anche quello che con pazienza leggete in questo blog è figlio di quelle versioni pomeridiane, di quello che allora ho studiato e che adesso non ricordo. Perché sono davvero tante le cose che non mi ricordo di allora: perché c'è stata la guerra dei cent'anni? a cosa serve un coseno? quali sono le opere minori di Boccaccio? La scuola non è importante per le nozioni che impari - e che sei destinato a dimenticare - ma per le idee che ti insegna, per quello che ti fa diventare, e queste sono cose che non riuscirai più a scordare. E credo che tutto questo si possa anche imparare in una scuola smart, usando libri elettronici al posto del sussidiario e il mouse al posto del gesso, perché sono gli insegnanti che fanno la scuola. E più sono bravi gli insegnanti più la scuola è buona.
Se vogliamo davvero parlare - finalmente - di scuola, dovremmo cercare di capire che idee, che valori, che modelli trasmettiamo ai nostri figli. Credo sia fondamentale che ogni studente possa avere un pc a scuola, che questo sia in qualche modo indispensabile nella nostra società. Far usare i propri smartphone, come proposto dalla ministra, significa che di fatto lo stato rinuncia al proprio obbligo di fornire questo strumento e che questo compito è demandato, ancora una volta, alle famiglie. E quelle che non possono comprare lo smartphone ai propri figli? Per navigare occorre essere collegati - lo abbiamo imparato perfino noi "vecchi". Le scuole hanno il wi-fi? E se sì, hanno una rete sufficiente per supportare tanti utenti che navigano contemporaneamente? Ho qualche dubbio, visto che in molte scuole manca la carta igienica. E ci sono ancora troppe differenze tra città e città sulla diffusione della banda larga. Ancora una volta sarà compito delle famiglie sobbarcarsi questa spesa e garantire che lo smartphone del proprio figlio possa andare in rete. E verosimilmente ci saranno gli studenti con collegamenti più veloci e quelli che faranno fatica a caricare anche una sola pagina, quelli che avranno contratti con traffico illimitato e quelli che a un certo punto avranno finito i giga. Sarà ancora la scuola di tutti quella in cui sarà così determinante la differenza di strumenti? E gli insegnanti sono pronti a fare il lavoro nell'era digitale, dal momento che, come me e come voi, sono andati a scuola quando c'erano i libri e le lavagne di ardesia? Sono stati formati per affrontare una sfida di tale portata?
Il problema non è quindi se permettere ai nostri figli di usare lo smartphone a scuola, ma ancora una volta, decidere che scuola vogliamo. Per me la scuola deve essere pubblica e gratuita, democratica e inclusiva, capace di offrire gli strumenti - seguendo il dettato dell'art. 3 della nostra Costituzione - per rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale limitano la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. Questo è il tema; per favore, non facciamoci distrarre.