lunedì 16 ottobre 2017

Verba volant (444): produttore...

Produttore, sost. m.

Harvey Weinstein è malato e quindi deve essere curato in una qualche lussuosa clinica privata? No, Harvey Weinstein è un uomo che ha usato tutto il suo potere per commettere delle violenze su molte donne e quindi merita il carcere. Io non sono un tipo violento, ma volentieri a uno come lui lo taglierei; di netto. Detto questo credo che questa vicenda non riguardi solo lui e le sue vittime, ma in qualche modo tutti noi.
Da quanti anni Harvey Weinstein usava il suo potere in questo modo? Molti, probabilmente più di venti. Quante donne hanno subito le sue violenze? Molte, troppe. Quante persone sapevano o sospettavano? Molte di più di quelle che in questi giorni si sono scandalizzate. Infatti cosa è successo in questi anni? Niente. Perché quelle donne avevano troppa paura di denunciarlo, perché sapevano che non sarebbero state credute, che sarebbero state derise, oltraggiate, accusate di cercare pubblicità, perché loro sarebbero state considerate colpevoli e Weinstein la vittima. Perché gli uomini che sapevano erano pavidi o invidiosi - magari quelle bellissime donne si fossero concesse anche a loro - o peggio pensavano che Weinstein avesse un qualche diritto di chiedere quello che chiedeva, in cambio di una parte in un film di successo.
Mi piacerebbe pensare che la spettacolare caduta di Harvey Weinstein sia una vittoria delle donne, il segno che qualcosa sta finalmente cambiando. A leggere molti commenti - terribili quelli di tante donne - sulle attrici che hanno denunciato Weinstein sembra proprio di no. Temo che Weinstein sia caduto adesso solo perché non è più così forte come prima, quando pretendeva sesso dalle sue attrici, sapendo che sarebbe rimasto impunito. Per chi voleva togliere di mezzo il vecchio leone che mezzo migliore di uno scandalo sessuale, vero e documentato, in cui non c'era nulla da inventare? Anche questa è una forma di violenza sulle donne, un modo sporco di usare il loro corpo.
Viviamo in una società in cui è normale usare il corpo delle donne, per vendere un'automobile o per farci votare un partito politico. Viviamo in una società in cui le nostre mogli, le nostre sorelle, le nostre figlie, se solo avessimo il coraggio di ascoltarle, potrebbero raccontare cosa è successo a loro, quando hanno incontrato il "loro" Weinstein, cosa è costato loro rifiutare o accettare quelle proposte. Viviamo in una società in cui noi stessi abbiamo dato un voto più alto a quella studentessa così carina o abbiamo promosso quella nostra collega così bella; poi magari non abbiamo avuto il coraggio di provarci, ma anche noi siamo stati Weinstein. E' un film che non ci piace, ma che dobbiamo avere il coraggio di vedere.
Nessuno ci condanna per quel voto o per quella promozione, noi non ci condanniamo - non lo facciamo mai - e neppure le donne vittime di quel nostro abuso - sia quelle che ne hanno approfittato sia quelle che lo hanno subito, perché magari meritavano davvero quel posto - ma quel voto, quella promozione, sono una forma di violenza, o comunque sono un'ingiustizia e rappresentano la nostra debolezza e la nostra immaturità, perché, ancora una volta, abbiamo usato il corpo delle donne.
Noi non siamo Harvey Weinstein, non abbiamo il suo potere, non abbiamo le sue opportunità. Ma se avessimo quel potere? se avessimo quelle opportunità? Ovviamente possiamo mentire e dire che di fronte ad Angelina Jolie non ci avremmo neppure pensato. Oppure, come facciamo molto spesso, avremmo dato la colpa a lei. La bellezza delle donne non può continuare a essere il nostro alibi.
Il problema è che ci hanno insegnato a essere come Harvey Weinstein. E per questo non è malattia, come fosse il morbillo. E allora dobbiamo imparare un'altra lezione, completamente diversa: questa è la soluzione, l'unica soluzione possibile. Dobbiamo girare un altro film.
Ma ogni giorno ci allontaniamo da questa soluzione e soprattutto non facciamo assolutamente nulla affinché i nostri figli siano diversi da noi. E ogni giorno ci fanno vedere una spot pubblicitario in cui ci fanno desiderare Angelina Jolie, perché quel desiderio sessuale fa vendere più profumo. E così finiamo per considerare normale usare il corpo di una donna. Fino a che non siamo Harvey Weinstein e per spegnere quel desiderio possiamo prenderci direttamente quella donna.
Abbiamo bisogno di cambiare film. Dubito che da soli ce la faremo. Abbiamo bisogno di chiedere aiuto. Alle donne. Lo dobbiamo a noi stessi, ma soprattutto a loro.

mercoledì 11 ottobre 2017

Verba volant (443): sezione...

A Castrignano de' Greci, un piccolo comune della Grecìa salentina, ossia uno dei paesi in cui si parla ancora il griko, la sede del pd è passata, armi e bagagli, a Mdp. Mentre un'insegna veniva tolta e l'altra veniva messa, tra gli applausi dei militanti, sono risuonate le note dell'Internazionale: un tuffo nel passato, l'occasione per un piccolo articolo di colore, presto dimenticato.
Non sono mai andato a Castrignano, ma nella mia vita ho visitato parecchie sezioni, quando si chiamavano ancora così: spesso erano posti piuttosto tristi, a essere sincero. Non so se esista ancora la sezione di cui sono stato segretario molti anni fa. Sono abbastanza vecchio da ricordarmi com'era la politica quando non c'era internet e c'erano invece le sezioni. A dire la verità quando allora parlavo in una sezione mi ascoltavano molte meno persone di quante adesso leggano le cose che scrivo nel mio blog. Con Facebook faccio conoscere le mie idee a persone che mai avrei potuto incontrare nella mia piccola sezione del contado bolognese - o anche quando facevo il funzionario della federazione -eppure allora facevo politica, mentre adesso le mie parole rimangono qui, sostanzialmente sterili, non avendo neppure la possibilità dell'oblio, come forse meriterebbero.
Io sono uno dei tanti che la politica l'ha conosciuta e imparata in sezione, perché, pur durante riunioni spesso noiose e talvolta inconcludenti, imparavi a parlare e soprattutto ad ascoltare prima di parlare; una buona abitudine che qui in rete abbiamo perso, visto che spesso commentiamo senza neppur aver letto quello che gli altri hanno scritto, solo in base a quello che pensiamo che abbiano scritto. La politica in sezione procedeva lentamente - e molte volte questa lentezza ti esasperava - qui in rete va decisamente più in fretta, ma quante volte ci siamo resi conto di aver scritto una cosa stupida solo perché non ci siamo presi neppure un minuto per pensare e abbiamo scritto di getto, magari commentando una notizia non vera. In sezione imparavi a capire cosa era importante e cosa no, imparavi che le opinioni di tutti erano importanti, ma che c'erano compagni il cui parere dovevi ascoltare con maggiore attenzione, perché non rappresentavano solo se stessi, ma altre persone che facevano lo stesso lavoro, o vivevano nella stessa zona o avevano lo stesso problema. Qui in rete invece siamo tutti allo stesso livello, sembra una conquista democratica, perché tutti contiamo uno: è vero, ma così nessuno rappresenta davvero gli interessi e i bisogni degli altri e quindi rischi di prendere per buona la cosa detta da una persona solo perché la dice prima o più forte degli altri, e magari è qualcosa che interessa solo a lui. La sezione serviva anche a radicare una rappresentanza, ma abbiamo voluto annullare perfino l'idea che ci servano strumenti per gestire la rappresentanza, pensiamo di poter dialogare direttamente con le persone che prendono le decisioni, ma siamo più deboli perché siamo soli e quella che ci sembra più democrazia - perché siamo "amici" su Facebook del sindaco, del senatore, del ministro e possiamo loro dire quello che pensiamo - è meno democrazia. La sezione poi rappresentava una comunità, un luogo, non solo fisico, in cui eri meno solo, in cui sapevi che c'erano altre persone che vivevano il tuo impegno.
So che queste riflessioni mi fanno sembrare uno che guarda solo indietro, perso nella nostalgia di un tempo che non verrà più. E' vero, e devo ammettere che già ai miei tempi le sezioni facevano fatica a vivere, se non erano animate da gruppi di compagne e compagni davvero molto volonterosi, che dedicavano a quello gran parte del loro tempo. E penso che una nostra responsabilità sia stata quella di non fare abbastanza per aiutare quelle compagne e quei compagni, perché pensavamo che le sezioni non fossero "moderne".
Non so bene cosa siano diventate le sezioni oggi, visto che non le frequento da diversi anni. Quello che leggo però mi preoccupa. Ho letto che a Bologna hanno praticamente chiuso tutte le sezioni che c'erano nei luoghi di lavoro - compresa quella "mitica" dei tramvieri - leggo che in vista del congresso della federazione ci sono sezioni in cui si sono visti raddoppiare gli iscritti in una notte. Non sono le sezioni che io conoscevo, anche se per lo più gli indirizzi sono gli stessi. Qualche anno fa conoscevo bene tutti i segretari di sezione di Bologna e della sua provincia, so che qualcuno di loro c'è ancora, ma è cambiato tutto, non solo l'insegna attaccata fuori della porta. E' cambiata l'idea che una sezione serva, perché si è immaginata che la politica debba vivere solo fuori. Anche allora dicevamo che la sezione non ci bastava, ma distruggere - come è stato fatto - quel tessuto ha significato distruggere un modo di fare politica, un modo che aveva sicuramente dei limiti, ma che ha contribuito a costruire la democrazia.
Sinceramente non so se può tornare il tempo delle sezioni, se basta cambiare per l'ennesima volta le insegne. Credo di no. Perché abbiamo distrutto ormai i ponti alle nostre spalle. E perché sarebbe anacronistico far finta che la rete non esista. Magari una generazione diversa dalla nostra capirà come sfruttarne le enormi possibilità per creare una nuova forma di comunità.   

martedì 10 ottobre 2017

Verba volant (442): italiano...

Italiano, agg. m.

E noi quando siamo diventati italiani? Non mi riferisco al paese, quello lo sappiamo - o almeno dovremmo saperlo, perché lo abbiamo studiato a scuola - nel 1861, anche se, come diceva il povero d'Azeglio, fatta l'Italia, non erano ancora stati fatti gli italiani. Voglio sapere invece quando ciascuno di noi è diventato italiano. E potrei fare la stessa domanda a un francese, a un cinese, a un neozelandese.
Burocraticamente sono italiano perché sono nato da due genitori italiani e quindi lo sono diventato così, all'improvviso, quando ne ero assolutamente inconsapevole. Poi lo sono progressivamente diventato perché ho imparato a parlare in italiano, perché sono andato a scuola, perché ho conosciuto la storia e la cultura di questo paese, di cui ero diventato cittadino a mia insaputa. Poi ho acquistato consapevolezza di essere un cittadino italiano quando, poco dopo aver compiuto diciott'anni, sono andato per la prima volta a votare. Immagino che per parecchi maschi la naja sia stato un altro elemento che ha contribuito a renderli italiani. E proprio perché essere italiano - ma anche essere francese, cinese, neozelandese - è qualcosa che riguarda la cultura e la consapevolezza di ciascuno di noi - molto più della burocrazia - adesso non mi definisco mai così. Mi sento emiliano più che italiano, europeo più che italiano, e più di tutto mi sento comunista più che italiano.
Per questa ragione credo che debba essere approvata prima possibile - perfino da questo parlamento così incredibilmente delegittimato - una legge che introduca lo ius soli al posto dello ius sanguinis: è un elemento di civiltà, al di là di ogni altra considerazione politica. Ma proprio per quello che ho detto prima questo dibattito, che pure impegna tante persone, tante coscienze - anche in buona fede - che anima la vita politica italiana in queste settimane, mi sembra inadeguato, proprio perché ho l'impressione che lo ius soli sia una specie di etichetta - certamente una bella etichetta - messa sopra un barattolo che però è vuoto.
Quali sono i diritti di cui devono godere una bambina e un bambino nati in Italia da genitori non italiani, ma che sono comunque italiani? Quali sono - o quali dovrebbero essere - i diritti di un cittadino, indipendentemente dal suo "suolo" e dal suo "sangue"? Su questo mi sembra che abbiamo idee piuttosto diverse. Perché molti sono convinti che basti un'uguaglianza formale: cari bambini, siete tutti italiani allo stesso modo e adesso gambe in spalla. Per me invece dietro quell'etichetta dovremmo cominciare a ragionare davvero di diritti, perché non è uguale se sei maschio o femmina, come non è uguale se sei ricco o povero. I maschi si prendono più diritti delle femmine e i ricchi se ne prendono ancora di più. E quindi, anche se Fatima e Maria sono entrambe burocraticamente italiane perché tutte e due sono nate in Italia, continuano a essere pagate meno di Mohamed e di Giuseppe, solo perché sono donne: essere o non essere italiane conta assai poco. Se Mohamed e Giuseppe lavorano entrambi in nero senza diritti, cambia poco che siano o non siano italiani.
Fatima e Mohamed sono nati in Italia e quindi sono italiani, ma che diritti ha un italiano? Per me è questa la domanda vera. Ed è anche per questo che la questione dello ius soli è così combattuta.  Perché Maria e Giuseppe, italiani perché nati in Italia, hanno pochissimi diritti, ne sono consapevoli e pensano - non del tutto a torto, a dire il vero - che quando anche Fatima e Mohamed diventeranno italiani, quel poco lo dovranno dividere e allora sarà pochissimo. E quindi difendono il loro poco: è naturale che lo facciano e non possiamo scandalizzarci. Dovremmo invece indignarci del fatto che sono sfruttati, indipendentemente da quello che dice il loro certificato di nascita.
La questione non è essere o non essere italiani - o francesi, o cinesi, o neozelandesi - ma essere o non essere sfruttati, perché siamo poveri, perché siamo donne, perché non abbiamo studiato. Allora cosa vuol dire essere italiano? Che significato può avere quel pezzo di carta per Fatima e Mohamed? Poco, perché anche loro sono consapevoli della società in cui hanno avuto la ventura di nascere e sanno che dovranno dividersi quel poco che qualcuno ha già e che quindi, una volta diviso, diventerà pochissimo, ma che a loro sembra già desiderabile, non avendo nulla. E qui rischia di nascere un conflitto, un conflitto che è già sotto gli occhi di tutti noi, anche se non lo vogliamo vedere; perché non vogliamo vedere che il dramma per tutti, per Fatima e per Giuseppe, per Maria e per Mohamed, è che non ci sono diritti, che quel vaso, con quella bella etichetta, è drammaticamente vuoto.