sabato 24 giugno 2017

Verba volant (401): ardente...

Ardente, agg. m. e f.

Ardente è la traduzione della parola araba ramadam e infatti il ramadam è il mese caldo per eccellenza - e il giugno di quest'anno è stato decisamente ardente - il mese in cui le persone che professano la religione musulmana devono astenersi durante il giorno dal bere, dal mangiare, dal fumare, dal fare l'amore. Abbiamo anche noi imparato a sapere cos'è il ramadam, perché molte persone che vivono qui, insieme a noi, praticano questa lunga e difficile forma di devozione religiosa, che a noi sembra estrema, al limite del fanatismo, eppure che loro accettano con tenacia e passione.
Il vantaggio di essere atei - oltre al fatto che possiamo mangiare quello che vogliamo, quando vogliamo, anche la carne il venerdì - è soprattutto quello di provare a capire cosa le religioni, tutte le religioni, possano insegnarci. Come la morte di un innocente in croce, anche se non crediamo che quell'uomo sia il figlio di dio, ci interroga sul senso di quella morte, sull'ingiustizia che c'è nel mondo e sulla nostra volontà di lottare affinché sia sconfitta quell'ingiustizia, anche qui nella Gerusalemme terrena, perché di quello che avverrà in quella celeste nulla possiamo sapere e fare, così quelle privazioni autoimposte ci ricordano che nella vita dobbiamo imporci, tutti, una qualche forma di disciplina, se vogliamo rendere migliori noi stessi e il mondo in cui viviamo.
Poi il ramadam, come i digiuni prescritti dalla religione cristiana - per quanto poco frequentati dai cristiani - dovrebbero anche ricordarci un tempo, che ora a noi pare lontanissimo, in cui mangiare o non mangiare non dipendeva tanto dall'osservanza di precetti religiosi, ma dalla povertà delle nostre famiglie. Per quelle dei miei genitori - e immagino che anche molti di voi condividano questa esperienza - mangiare "di magro" era una necessità dettata dalla miseria, e mangiare la carne era un lusso, che potevi permetterti solo alcuni giorni, che appunto diventavano di festa.
Ora che noi possiamo mangiare la carne anche tutti i giorni - anche se non ci fa bene e anzi ci imponiamo bizzarre diete per diventare più magri e più belli - forse fatichiamo a capire quel mondo lì. E magari ricordarlo rispettando alcune consuetudini familiari - ad esempio mangiare di magro il venerdì - non ci fa poi così male, indipendentemente dal fatto che crediamo o no, indipendentemente se vogliamo dimagrire o no. E anche per tanti che oggi si sottopongono alle rigide restrizioni imposte dal ramadam quel sacrificio ricorda il tempo, non troppo lontano, quando mangiare e bere era un lusso, quando mangiare e bere durante le assolate ore del giorno - e non c'erano certo i condizionatori - poteva far male.
E la festa che ogni sera per un mese i nostri vicini musulmani fanno di fronte alle loro tavole imbandite ricorda anche a noi, atei, cristiani, variamente credenti, il valore del cibo, che siamo ormai così abituati a sprecare. Per mia madre risulta semplicemente inconcepibile che qualcuno possa buttare via il pane, quasi come l'arrivo degli alieni, semplicemente perché era stata educata così e così ha insegnato a me. Eppure ogni giorno in Italia buttiamo 13mila quintali di pane. E allora forse imporci una qualche disciplina nel modo in cui consumiamo non è poi così sbagliato.
Non so se si dice buon ramadam, come diciamo buon natale, ma credo dovremmo cominciare ad augurarcelo.

venerdì 23 giugno 2017

Verba volant (400): privacy...

Privacy, sost. f.

Ormai siamo tutti abituati a usare questo termine inglese, entrato di fatto - e anche di diritto, grazie al lavoro di molti giuristi - nella lingua italiana. Ma, come spesso ci succede, usiamo questa parola un po' a sproposito.
Ha suscitato una qualche eco - anche se non come avrebbe meritato, secondo me - la notizia che un'importante società di marketing degli Stati Uniti, la Deep Root Analytics, nei giorni scorsi, anche se per pochissimo tempo, ha pubblicato accidentalmente i dati di quasi duecento milioni di cittadini americani. Si trattava per lo più di dati sensibili: date di nascita, indirizzi, numeri di telefono, appartenenza religiosa, pregiudizi etnici e politici, prese di posizione su argomenti controversi come la legge sulle armi e l'aborto.
In questa informazione, per quanto così sommariamente riassunta, qual'è la vera notizia? Cosa sappiamo ora che prima non sapevamo? Credo che il fatto notevole sia che quella società per errore - o per dolo di un qualche concorrente - ha condiviso con il resto del mondo una serie di informazioni, ossia il proprio patrimonio; è come se una banca, per mezz'ora, aprisse il proprio caveau e non impedisse alle persone che passano per strada di entrare, prendere una mazzetta di banconote e uscire indisturbate senza dover rendere conto a nessuno. Da vecchio comunista poco mi importa di quell'azienda, anzi dovrei essere perfino contento: se la proprietà è un furto - e la proprietà di informazioni forse lo è anche di più - sono contento di questa falla, per altro subito riparata. Curiosa poi l'assonanza - immagino voluta - tra il nome della società e Deep throat, le cui gesta abbiamo da poco ricordato nell'avversario del Watergate
C'è qualcosa di più, qualcosa che merita una nostra riflessione. E' una notizia che ci sono soggetti che raccolgono minuto dopo minuto ogni informazione che ci riguarda, le rielabora e poi le vende al migliore offerente? Evidentemente no, ormai dovremmo esserci abituati. Se mi viene la fantasia di visitare qualche sito dedicato all'Islanda, immediatamente cominceranno ad arrivarmi offerte di voli aerei diretti a Reykjavík, annunci di corsi di guida di slitte sul ghiaccio e ammiccanti proposte da biondissime ragazze islandesi. La Deep Root faceva questo lavoro per il Partito repubblicano che evidentemente ha bisogno di sapere chi sono i suoi potenziali elettori.
Quello che fa la Deep Root Analytics - e quello che fanno tantissime aziende simili - non costituisce affatto una violazione della nostra riservatezza, perché siamo noi che continuamente alimentiamo questo flusso di informazioni. Siamo noi che gratuitamente diamo alle società di questo tipo le informazioni che loro poi vendono. A proposito di plusvalore, chissà cosa avrebbe da dire Marx su questa particolare deriva del capitalismo. Noi scriviamo ogni minuto quello che facciamo, quello che compriamo, quello che pensiamo, sveliamo ogni nostro segreto, salvo poi invocare la privacy quando qualcuna delle informazioni che incautamente abbiamo divulgato, magari vantandoci in quel momento di quella cosa stupida che abbiamo detto, viene usata contro di noi. A volte, quando mi capita di chiedere informazioni - per dovere d'ufficio ovviamente - ai cittadini che vengono allo sportello, mi sento rispondere che c'è la privacy e magari quella stessa informazione che sono così reticenti a dare a un pubblico ufficiale l'hanno già condivisa su Facebook.
Possiamo smettere di alimentare questo mercato? Probabilmente no, perché avere dei luoghi, per quanto virtuali, dove poter dire quello che pensiamo e dove poter incontrare quelli che la pensano come noi è qualcosa a cui non siamo più disposti a rinunciare. Perché la rete permette di avere spazi di democrazia a persone che altrimenti ne sarebbero escluse. E questo comporta dei rischi, a volte dei pericoli. E soprattutto delle rinunce. Però dobbiamo esserne consapevoli, sia dei pericoli che delle rinunce. E su questo mi sembra che abbiamo ancora molto da imparare. 

mercoledì 21 giugno 2017