domenica 17 dicembre 2017

Verba volant (469): vagina...

Vagina, sost. f.

Perdonatemi: questa definizione è un trucco.
So bene che non avete bisogno di Verba volant per sapere cosa sia e come funzioni questo organo che il Pianigiani, richiamandone l'etimologia dal sostantivo vasvaso, o dall'aggettivo vacuus, vuoto, definisce il "canale che conduce nella matrice".
Ma ormai siete qui e spero abbiate qualche minuto per continuare la lettura.
Credo che conosciate Internazionale, il settimanale d'informazione - ispirato dall'equivalente francese Courrier International - che pubblica articoli della stampa straniera tradotti in italiano. Ovviamente ha anche un sito, davvero ben fatto, in cui ospita articoli e commenti. Sabato 16 dicembre, dando una veloce occhiata al sito, ho visto l'elenco dei sei articoli più letti. Li riporto nello stesso ordine:

Lettere dalla vagina: perché è così difficile raggiungere l’orgasmo
Rinunciando ai toast all’avocado potremo comprare casa?
I sogni senza limiti di Alexander Langer
Si può rimanere amici degli ex?
I nodi della Brexit vengono al pettine
Come sedurre qualcuno al primo appuntamento


Al di là della gioia di vedere che qualcuno parla ancora di quel politico visionario che è stato Alexander Langer, questa lista mi ha fatto riflettere. Il primo titolo richiama un video realizzato dalla giornalista Mona Chalabi e dalla regista Mae Ryan in cui le due autrici incontrano un’educatrice sessuale, una neuroscienziata, una sessuologa e un’esperta di disfunzioni sessuali, per capire come mai per le donne sia più difficile provare piacere rispetto agli uomini. Si tratta di un argomento serio, trattato con competenza, che non concede nulla alla pruderie. Quante delle persone che hanno cliccato su quel titolo hanno effettivamente guardato fino alla fine il video, che dura sedici minuti e fa parte di un ciclo di quattro?
Il secondo titolo apre un articolo di sociologia: una cosa seria nonostante il titolo curioso. Il quarto e il sesto titolo richiamano gli articoli di uno stesso autore, Alain de Botton, uno scrittore svizzero che cerca di applicare i concetti della filosofia alla vita di tutti i giorni: nulla di eccezionale, i suoi articoli sono piccoli concentrati di consigli di buon senso, non rendono migliore la vita, ma neppure peggiore.
Perché i lettori di Internazionale, nella scelta piuttosto vasta di articoli che avevano a disposizione, hanno scelto in maggioranza proprio questi sei? Immagino non siano maniaci sessuali, né fanatici dei toast all'avocado. Probabilmente per la stessa ragione per cui qualcuno di voi - qualcuno più del solito immagino - cliccherà sulla parola vagina guardando il mio blog. Ed è la stessa ragione per cui io l'ho messa, perché se avessi scelto un altro titolo - magari più attinente alla cosa di cui effettivamente ho scritto - non lo avreste cliccato. Io, come sapete, non vivo di quello che scrivo: il numero di voi lettori al massimo solletica la mia vanità, ma per chi ci vive evidentemente questo è un tema dirimente, perché quei clic in più fanno la differenza.
Ho già scritto che mi appassiona poco il tema delle fake news, mi sembra un modo per distrarci da questioni più serie. Ad esempio mi sembra più interessante capire quali sono i criteri secondo cui le notizie, quelle vere e anche quelle false, ci vengono presentate, specialmente nell'informazione sulla rete. Chi decide se un titolo va in alto o in basso? Chi decide se in quel titolo c'è una parola - come vagina - che attirerà la nostra attenzione? Chi decide che per accompagnare quella notizia ci sarà una foto? E che foto? Perché ovviamente la notizia con la foto di una bella donna avrà più possibilità di essere cliccata. Quali sono i criteri attraverso cui chi può ci guida attraverso le notizie?
Apparentemente abbiamo davanti una quantità sterminata di informazioni e apparentemente abbiamo la libertà di sapere tutto. Ma alla fine sappiamo davvero tanto di più di quello che sapeva la generazione che non si informava con la rete? Davvero siamo così liberi di scovare tutte le notizie che vogliamo? O finiamo per cliccare sempre sulle stesse? Ad esempio, una notizia che appare in cima alla lista delle "più lette" la leggiamo perché ci interessa davvero o perché è in quella lista? E cliccando alimentiamo la curiosità di quello che verrà dopo di noi. 
Quanto siamo effettivamente liberi e quanto le nostre scelte sono condizionate? Credo dovremmo cominciare a farci qualche domanda, se non vogliamo essere un vaso vuoto, che qualcuno si prenderà il compito di riempire.

venerdì 15 dicembre 2017

Verba volant (468): materna...

Materna, sost. f.

Nei giorni scorsi il Comune di Bologna ha deciso di cancellare questa frase dalla carta dei propri servizi educativi: "La frequenza alla scuola dell'infanzia è gratuita".
Per i cittadini non cambia nulla: si sono affrettati a spiegare da Palazzo d'Accursio. Ed è vero, almeno per quest'anno: fino a questa decisione le famiglie pagavano soltanto per la mensa, mentre adesso pagheranno la stessa cifra, senza alcun aumento, ma come una retta per la frequenza. Formalmente Merola e i suoi assessori dicono la verità, se si guarda solo all'aspetto strettamente contabile della questione, ma purtroppo non stiamo parlando solo di questo. E non è qualcosa che interessa solo le famiglie che usufruiscono di quel servizio e pochi altri addetti ai lavori, è un tema che dovrebbe coinvolgerci tutti, perché viola un principio e su una questione così centrale come l'educazione.
Dire che la scuola dell'infanzia - quella che frequentano le nostre figlie e i nostri figli dai tre ai sei anni e che noi chiamavamo materna - deve essere gratuita significa dire che quella è scuola, a tutti gli effetti, e quindi, a norma della Costituzione, deve essere "aperta a tutti" e "gratuita". Poi le famiglie possono scegliere anche di non farla frequentare ai propri figli, perché non è obbligatoria, oppure possono scegliere una scuola privata, ma lo stato, in tutte le sue articolazioni, deve garantirne la gratuità. 
Credo sia utile fare un po' di storia, visto che evidentemente anche chi la dovrebbe conoscere pare l'abbia dimenticata. In Italia la scuola materna nasce con la legge n. 444 del 1968. Sono gli anni del centro-sinistra, gli anni in cui - grazie al ruolo del Psi - vengono approvate alcune riforme importanti che segneranno gli anni successivi della vita del nostro paese: la legge sulla scuola media unica, quella sul divorzio, lo Statuto dei lavoratori, sono gli stessi anni in cui si diede finalmente avvio all'autonomia regionale. In questo contesto nacque la scuola materna statale, che si volle appunto "gratuita". Dal momento che però questa legge faticava a diventare pienamente operativa, perché venivano aperte poche materne - visto che la Dc frenava nell'applicazione, perché fino ad allora questo settore era monopolio della chiesa cattolica - le amministrazioni comunali, specialmente nelle cosiddette "regioni rosse", decisero di investire su questo servizio e nacquero quindi le materne comunali, anch'esse ovviamente gratuite. Eliminare questo principio della gratuità significa d'un tratto cancellare tutta questa storia. 
Ricordo che alla fine del secolo scorso, quando l'amministrazione di sinistra di Granarolo, alle porte di Bologna, provò a ragionare sul passaggio delle materne comunali allo stato, perché già allora quei servizi gravavano davvero molto sul bilancio comunale e quella ci sembrava un'opportunità per investire in altri settori, ci fu una levata di scudi da parte delle famiglie e in generale della nostra comunità. Quelle scuole erano sentite parte della vita della nostra piccolissima città e quindi decidemmo di continuare a tenerle, spiegando ogni anno ai cittadini che parte delle loro tasse andavano a coprire i costi di quel servizio, indipendentemente dal fatto che loro ne godessero o meno, perché quello che le famiglie pagavano per la refezione era assolutamente insufficiente a coprire tutte le spese. Il principio che noi che facevamo politica difendevamo - e che la nostra comunità difendeva insieme a noi - era che l'educazione era un bene primario e che, come tale, doveva essere a carico della collettività. 
Decidere che invece è qualcosa che le famiglie devono pagare - al di là della cifra che effettivamente spendono - significa dire che si tratta di qualcosa che la collettività non può e non deve garantire e che le famiglie devono in qualche modo organizzarsi. Le famiglie ricche potranno scegliere se mandare i loro figli a una scuola privata - e di fatto la materna comunale è diventata tale, secondo quello che ha deciso il Comune di Bologna - mentre le famiglie povere dovranno tenere i figli a casa. In fondo è compito delle madri tenere i figli: cosa vogliono queste donne? La parità?
Da persona che ha avuto la bella opportunità di occuparsi dell'amministrazione delle scuole dell'infanzia sento questa decisione come un dolore. Prima di tutto perché sta passando nell'indifferenza generale, senza che scateni una reazione per una scelta politicamente grave. L'assicurazione che le tariffe non cresceranno è bastata a tacitare ogni dubbio. Evidentemente noi "vecchi" - o noi "di prima", come preferite - abbiamo una qualche responsabilità, se non siamo riusciti a trasmettere l'idea. In qualche modo abbiamo difeso quei servizi, in qualche caso li abbiamo ampliati e migliorati, abbiamo fatto degli investimenti, ma non siamo riusciti a raccontare la politica, a dire che non si trattava solo di bilanciare costi e ricavi, ma era una bandiera della nostra politica, del nostro essere amministratori della cosa pubblica. E anche alcune nostre decisioni di allora sono andate nella direzione che ha portato alla cancellazione della gratuità di oggi: la scelta di finanziarie le scuole private, perché quando non riuscivamo più a garantire il servizio a tutti, abbiamo preferito appoggiarci alle strutture private che già c'erano, la scelta di preferire il personale del privato rispetto a quello del pubblico, perché costava meno - ma perché aveva e ha meno diritti - la scelta di allontanarci dall'idea iniziale, che la materna - come il nido per altro - è scuola e quindi ogni investimento in educazione non è una spesa, ma un modo di rendere migliore il futuro della comunità. Quando abbiamo smesso di fare i politici e abbiamo cominciato a fare i ragionieri abbiamo fatto partire la macchina che è arrivata agli attuali amministratori di Bologna, che giustificano la loro decisione, spiegando che più bambini si portano il pasto da casa e quindi non pagano la refezione e quindi i conti non tornano: per questo tutti devono pagare la retta di frequenza. Ma le famiglie decidono di non servirsi della refezione scolastica, perché è cara ed è scadente, perché è in mano a privati che hanno il solo obiettivo di guadagnare. 
E' il cane che si morde la coda: il Comune offre un servizio scarso, meno persone lo usano, quelle poche che lo usano lo devono pagare di più, intanto il Comune ha sempre meno soldi da spendere - perché i guadagni se li intasca il privato gestore - e il servizio diventa sempre più scarso. E' il modo per smantellare la scuola pubblica, a favore dei privati, che ci guadagnano due volte: oggi, perché sono gli unici beneficiari delle rette alte e dei servizi scadenti e soprattutto domani, perché, chiuse o ridotte al lumicino le scuole pubbliche, loro potranno avere, ancora una volta, il monopolio dell'educazione delle nostre figlie e dei nostri figli. 
Se solo volessimo saremmo in grado di fermare questo meccanismo perverso. Il Comune di Bologna ha deciso che non vuole farlo, che vuole la scuola in mano ai privati. Noi dobbiamo tornare a sventolare la bandiera della scuola "aperta a tutti" e "gratuita". E dovremmo rilanciare: se oggi riscrivessimo da sinistra la legge n. 444 dovremmo dire che la materna deve anche essere obbligatoria, perché fondamentale per la crescita delle nostre figlie e dei nostri figli, specialmente in una società come la nostra, fatta di tante famiglie che arrivano da tante parti del mondo.
La materna gratuita e obbligatoria sarebbe davvero una bella battaglia.