mercoledì 17 gennaio 2018

Considerazioni libere (421): a proposito di una donna vittima degli uomini...

Ci sono artisti capaci di superare le barriere del tempo: Giuseppe Verdi è senz'altro uno di questi. Mia moglie ed io abbiamo avuto la fortuna di assistere al Regio di Parma a un bellissimo allestimento del Rigoletto. Si è trattato di un'occasione speciale e unica: celebrare i cinquant'anni in cui il grande baritono Leo Nucci ha interpretato questo ruolo, in oltre cinquecento rappresentazioni in ogni parte del mondo.
È stato ripreso uno storico allestimento della fine degli anni Ottanta, senza alcun tentativo di attualizzare l'opera - come troppe volte si tenta di fare, con risultati non sempre felici - eppure, guardato e ascoltato oggi, con la sensibilità di oggi, pensando a quello che succede ogni giorno intorno a noi, Rigoletto ci racconta una storia i cui tratti essenziali sono assolutamente attuali.
Il duca di Mantova è un predatore sessuale, un maschio che gode unicamente della conquista, incapace di provare una qualsivoglia forma di amore, perché questa o quella per me pari sono. Non è consapevole del dolore che lascia dietro di sé, il suo unico obiettivo è appagare il proprio piacere. Un tipo del genere dovrebbe essere fermato, ma è un uomo di potere e quindi questa sua voracità sessuale non può essere sanzionata, anzi viene non solo tollerata, ma in qualche modo assecondata da chi sta intorno a lui, cortigiani vil razza dannata. Basta aprire un qualsiasi giornale per vedere le vicende di tanti uomini come il duca, uomini che usano il loro potere per soddisfare i propri appetiti ai danni delle donne e che, come il duca, sanno sempre trovare una giustificazione del loro comportamento. L'ultima aria cantata dal duca è la celeberrima La donna è mobile, una canzonaccia da osteria, per quanto resa sublime dalle note di Verdi. Il duca ci dice che non è colpa sua, ma è colpa delle donne che sono volubili e che si offrono: è il se l'è cercata, che diventa l'alibi di qualunque predatore.
Rigoletto è un padre egoista, un uomo che, pur dicendo che fa tutto quello che fa per amore della figlia, è concentrato solo su se stesso. Il mondo di Rigoletto comincia e finisce in lui e la figlia deve vivere in questo mondo asfittico in cui c'è un solo dominus. Rigoletto ama la figlia in maniera smisurata, ma come estensione di sé e per proteggerla la tiene esclusa dal mondo, le nasconde perfino il proprio nome, le impedisce di vivere. E anche Rigoletto, come il duca, non arriva mai a essere consapevole della propria colpa. Di fronte al corpo senza vita della figlia, uccisa per la sua cieca brama di vendetta, il buffone non riconosce la propria responsabilità, ma incolpa la maledizione lanciata su di lui. Questo urlo, che chiude il dramma, suggella l'ennesima fuga dalle proprie colpe. E quante volte abbiamo sentito le parole di un padre come Rigoletto: l'ho fatto per il suo bene, perché lei non poteva capire, ho dovuto decidere io per lei. No, tua figlia capiva benissimo, ma tu non eri capace di accettare le sue decisioni, non volevi accettarle, perché l'hai sempre considerata una tua proprietà.
Gilda è la vittima di questi due uomini ed è la sola che muore. Eppure Gilda li ama, anzi è l'unica capace di amare davvero. Ama suo padre, nonostante la tenga reclusa, nonostante non le abbia mai insegnato a vivere, si sforza di capire il dramma di quell'uomo e si convince che accettare quella forzata prigionia lo faccia star meglio. E la accetta, anche se ne soffre. Ama il duca di Mantova, lo ama nonostante lo veda mentre la tradisce, mentre dice a un'altra le stesse parole che ha detto a lei, e lo ama al punto da sacrificarsi per lui, anche se sa che non lo merita e che lui non conoscerà mai questo sacrificio. Quante donne sono state vittime di questo amore sbagliato, di questo amore che le ha rese cieche, anche all'evidenza. Quante donne non hanno denunciato l'uomo che le picchiava perché convinte - come Gilda - che ma pur m'adora. E aspettano, e troppe volte aspettano fino a quando lui le uccide.
Gilda è certamente migliore dei due uomini che hanno voluto possederla. L'unica decisione che ha potuto prendere da sola nella sua vita è quella di consegnarsi al sicario che la ucciderà, il dramma che vive quella giovane donna è che la sua libertà si compie nell'accettare la morte, in una scelta sbagliata, in quella di annullarsi. Ancora una volta.

lunedì 15 gennaio 2018

Verba volant (477): fascismo...

Fascismo, sost. m.

Quando c'era lui... è ormai una frase che ci sentiamo ripetere sempre più spesso, e non solo da alcuni vecchi nostalgici. Infatti questa frase - variamente articolata e variamente espressa - è diventata una sorta di refrain che possiamo ascoltare da persone delle più diverse provenienze politiche, tutti quelli che vogliono spiegarci che Mussolini e i fascisti hanno fatto anche cose buone.
Dal punto di vista della storiografia, è la scoperta dell'acqua calda: è ovvio che quel regime ha compiuto azioni politiche positive per la crescita sociale ed economica di questo paese. Il fascismo è durato vent'anni e ha avuto un consenso - sincero - molto ampio; non basta la forza della propaganda per spiegare le ragioni di questa convinta adesione. Il regime fascista ha avviato un vasto programma di opere pubbliche che ha dato lavoro a migliaia e migliaia di persone e che ha cambiato il paese, ha creato un sistema di welfare, migliorando le condizioni di vita di tantissime famiglie. Questi sono dati di fatto facilmente dimostrabili, anche senza fidarsi della memoria dei nostri vecchi, che ovviamente tendono a ricordare con indulgenza l'età in cui erano bambini. Lo facciamo tutti.
Riconoscere questi risultati e anche ammirare alcune delle cose che quel regime ci ha lasciato - ad esempio io ho sempre trovato l'Eur molto bello - non significa essere fascisti o nostalgici. Significa soltanto aver studiato un po' di storia. Cosa che non hanno fatto quelli che in questi anni si sono ritrovati a parlare delle "cose buone" fatte dal fascismo.
L'aspetto preoccupante di queste frasi, a volte buttate lì senza molto rifletterci e spesso usate in maniera spericolata per agguantare qualche voto nei circoli del fascismo più estremo, non è tanto quello che dicono - che è anche vero - ma quello che non dicono, o meglio quello da cui nascono queste parole in libertà. Quando la politica diventa sempre più una tecnica, apparentemente neutra, e sempre meno un sistema di valori - come è avvenuto e come continua ad avvenire - allora è naturale guardare solo ai risultati. E quei risultati sono numeri. Quanti bambini grazie alle colonie volute dal regime hanno potuto fare le vacanze? Moltissimi; e allora chi non sa altro applaude Mussolini. Ma la politica è un'altra cosa, è appunto un insieme di valori, un progetto ideale, anche un'utopia per molti di noi. Quel sistema di welfare dedicato all'infanzia era finalizzato a creare consenso, a plasmare l'educazione delle italiane e degli italiani. E ci riusciva, con un certo successo.
Credo ricorderete Una giornata particolare, il più bel film di Ettore Scola e certamente uno dei più significativi per capire il fascismo. Antonietta, il personaggio interpretato con dolorosa rassegnazione da Sophia Loren, non è fascista, eppure ha il suo album di ritagli con le foto di Mussolini e con gli slogan del fascismo. Antonietta è fascista perché il mondo attorno a lei è tutto fascista e perché il fascismo riempie la sua vita. Il fascismo le ha permesso anche di vivere meglio dei suoi genitori, di abitare in un appartamento con la luce elettrica, per quanto modesto. Permette ai suoi figli di andare a scuola. E Antonietta è fascista e fatica persino a capire perché Gabriele, l'annunciatore Eiar a cui presta il suo volto malinconico Marcello Mastroianni, non lo sia. Il fascismo era l'indottrinamento in cui Antonietta viveva e stava crescendo i suoi figli, era quel sistema di valori così onnipresente, grazie anche alla forza del sistema della comunicazione radiofonica. E allora quando parliamo delle "cose buone" del fascismo non possiamo separare questi due aspetti: per questo si dice regime totalitario, perché un regime così tende a plasmare tutta una società, mettendo ai margini gli irregolari, i diversi, quelli incapaci di adeguarsi, come Gabriele.
A me preoccupa non tanto la nuova insorgenza del fascismo, con quelle caratteristiche di violenza che sappiamo grazie ai libri di storia - che pure è un fenomeno che esiste e che va tenuto sotto controllo - ma il fatto che tanti non capiscano la differenza e che per tanti quel governo fu un governo come gli altri, che fece cose giuste e cose sbagliate. Mi preoccupa che per tanti - per la maggioranza temo - la politica non sia più un sistema di valori, ma una sorta di grande abaco con le sue palline colorate: le cose buone da una parte e quelle cattive dall'altra, poi si contano e si sceglie. E' la logica che sta dietro ai governi dei "tecnici", ai governi delle "larghe intese", ai governi per tutte le stagioni, perché qualcosa di buono lo fanno tutti, anche per sbaglio. Ma ognuna di quelle palline colorate non è solo un numero, ma è una persona.
A me fa paura un nuovo fascismo che si sta facendo sempre più forte - quello imposto dal capitale -che tende a omologare tutto, a nascondere le differenze e i conflitti, che ci dice che c'è un'unica ricetta. E' un fascismo che non ci vuole in divisa, apparentemente non ci vuole tutti uguali, ma ci omologa, perché ci considera solo un numero, una statistica, un dato nei fatturati, perché esistiamo quando consumiamo e quando compriamo. Ed è un fascismo da cui sarà molto difficile liberarci, molto più difficile di quanto sia stato togliere di mezzo quel regime che fece anche "cose buone".