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mercoledì 14 febbraio 2018

"Sarà domani San Valentino" di William Shakespeare


Sarà domani San Valentino,
ci leveremo di buon mattino,
alla finestra tua busserò,
la Valentina tua diventerò.
Allora egli si alzò,
delle sue robe tutto si vestì,
la porta della camera le aprì,
ed ella non più vergine ne uscì.

Per Gesù, per la Santa Carità,
ahimè, quanta vergogna ci verrà!
I giovani lo fanno,
incuranti del danno,
e del biasimo che gliene verrà. 
Dice lei: "Promettesti di sposarmi,
prima di rovesciarmi."
Dice lui: "Avrei fatto quel che ho detto,
se non fossi venuta nel mio letto."

Così canta Ofelia, nella scena V dell'atto IV di Amleto, mentre vaga per le sale del castello di Elsinore, incontrando re Claudio, la regina e i cortigiani che la guardano con ipocrita compassione. Povera pazza: tutti sembrano dire ascoltando le parole senza senso della giovane figlia di Polonio. Eppure, nonostante questa sia follia, c'è ancora del metodo!
Per quante donne, ancora oggi, in ogni parte del mondo, sono vere queste parole. Per quante donne quell'atto di amore, quella passione, quella gioia, diventano colpa, vergogna, morte. E mentre i maschi non pagano mai per quel loro sfogo, anzi se ne possono vantare, sulle donne ricade il biasimo della società, perché in fondo se l'è cercata. E poi Ofelia è solo una povera pazza.

venerdì 9 febbraio 2018

Considerazioni libere (422): a proposito di Pamela...


Sinceramente non credo che a Macerata si stesse meglio una volta, quando ci conoscevamo tutti, quando le famiglie erano tutte del posto, quando non c'erano gli immigrati, non si stava meglio quando si potevano tenere le chiavi attaccate alle porte e i bambini giocavano in strada e tutte le cose che di solito ci raccontiamo, fingendo di credere che fosse meglio allora di oggi. Mi perdoneranno gli amici di Macerata se uso come esempio la loro città; per qualche giorno, almeno fino al prossimo delitto, dovete rassegnarvi a essere citati di continuo. Parlo di Macerata, ma potrei parlare di qualsiasi altra realtà della provincia italiana, che sono più simili di quanto noi, così attaccati alle nostre radici, fino al campanilismo, vogliamo credere: tutta l'Italia è Macerata.
Si tenevano le chiavi attaccate alle porte, ma i ladri c'erano anche allora, solo che in gran parte delle case non c'era nulla da rubare. I bambini giocavano in strada, ma non andavano neppure a scuola, spesso lavoravano ed erano oggetto della violenza degli adulti. In quell'età dell'oro sempre vagheggiata era normale che i padri picchiassero le figlie e che i mariti facessero lo stesso con le mogli, solo che nessuno lo diceva, perché andava bene così. I preti erano ladri e predatori sessuali molto più di oggi, solo che nessuno lo avrebbe mai raccontato, i padroni potevano prendersi le donne che lavoravano per loro, perché a tutti, specialmente alle famiglie di quelle donne, andava bene così. Si conoscevano tutti, ma questo non vuol dire che si fidassero, anzi proprio perché si conoscevano tutti, non si fidavano, sapevano chi era cattivo e molti lo erano. Allora i poveri morivano come mosche: non si stava meglio. E non si stava meglio neppure se andiamo meno indietro, anche quelli della generazione, che hanno avuto modo di vedere da bambini la provincia prima - prima degli stranieri, prima di internet, prima dei telefonini - quando ci conoscevamo tutti, sanno che non era poi così idillica.
Non puoi riavvolgere il nastro, il mondo è cambiato e dobbiamo viverci così, ma senza accettare che continui a fare così schifo.
In questa storia c'è una vittima: Pamela, una giovane donna di appena diciotto anni.
Naturalmente è giusto che quelli che hanno dato l'eroina a Pamela, che ne hanno provocato la morte, che hanno smembrato e gettato il suo corpo, paghino per questi terribili reati, ma Pamela sapeva benissimo dove andare a procurarsi la droga a Macerata, come tutti noi sappiamo dove potremmo comprare droga nelle nostre città, se solo ci venisse voglia di farlo. Nelle nostre città, grandi e piccole, ci sono zone dedicate a questo, possiamo far finta che non ci siano, ma sappiamo che ci sono, tanto che diciamo ai nostri figli e alle nostre figlie di non andarci. E lo sanno le autorità, lo sanno le forze dell'ordine, perché sono consapevoli che si tratta di un fenomeno impossibile da debellare e in questo modo cercano di tenerlo sotto controllo: meglio sapere che gli spacciatori sono tutti intorno alla stazione piuttosto che averli sparsi per la città. Ovviamente non è colpa del questore di Macerata se Pamela è morta e non basterà una retata in quella città per risolvere il problema, ma non possiamo far finta di non sapere che Pamela è morta anche per questo.
Pamela è vittima ovviamente di quegli spacciatori, ma ci sono altre persone che hanno responsabilità per la sua morte. C'è chi l'ha caricata in auto e l'ha portata via dalla comunità, poi c'è l'uomo - per età poteva essere suo padre - che, probabilmente conoscendola, ha comprato il suo corpo per cinquanta euro, c'è il farmacista che le ha venduto una siringa, senza farsi neppure una domanda o forse avendo smesso di farsele, perché rimangono sempre senza risposta. Ci sono tutti quelli che hanno visto, ma non hanno guardato, perché Pamela era ormai ai nostri occhi una ragazza "persa", oggetto solo delle attenzioni di chi voleva un servizio veloce su una coperta in un garage o di chi aveva da vendere della droga. E poi c'è la storia di Pamela prima di questi due ultimi giorni di gennaio. Forse Pamela era una ragazza debole, forse non si sarebbe comunque salvata, ma non è solo colpa sua se è scivolata così in basso, se si è perduta fino a questo punto. E noi non siamo innocenti: Pamela aveva l'età per essere mia figlia e vorrei credere che se fosse stata mia figlia oggi sarebbe viva, ma non posso saperlo. Credo dovremmo pensare a lei come a una figlia che non abbiamo saputo proteggere. Pamela ci dice che siamo inadeguati.
E per paradosso oggi parliamo di lei, di questa vittima tra le vittime, perché un fascista ignorante ha deciso di sparare a caso sui "negri" di Macerata. Se non ci fosse stata quella tentata strage, se non ci fossero state le dichiarazioni dei politici in campagna elettorale, se non ci fosse stata la questione se andare o non andare a Macerata per una grande manifestazione, oggi non parleremmo di Pamela, che sarebbe al massimo un numero utile ad alimentare la statistica dei femminicidi. Ma in fondo neppure oggi parliamo di Pamela. 

mercoledì 17 gennaio 2018

Considerazioni libere (421): a proposito di una donna vittima degli uomini...

Ci sono artisti capaci di superare le barriere del tempo: Giuseppe Verdi è senz'altro uno di questi. Mia moglie ed io abbiamo avuto la fortuna di assistere al Regio di Parma a un bellissimo allestimento del Rigoletto. Si è trattato di un'occasione speciale e unica: celebrare i cinquant'anni in cui il grande baritono Leo Nucci ha interpretato questo ruolo, in oltre cinquecento rappresentazioni in ogni parte del mondo.
È stato ripreso uno storico allestimento della fine degli anni Ottanta, senza alcun tentativo di attualizzare l'opera - come troppe volte si tenta di fare, con risultati non sempre felici - eppure, guardato e ascoltato oggi, con la sensibilità di oggi, pensando a quello che succede ogni giorno intorno a noi, Rigoletto ci racconta una storia i cui tratti essenziali sono assolutamente attuali.
Il duca di Mantova è un predatore sessuale, un maschio che gode unicamente della conquista, incapace di provare una qualsivoglia forma di amore, perché questa o quella per me pari sono. Non è consapevole del dolore che lascia dietro di sé, il suo unico obiettivo è appagare il proprio piacere. Un tipo del genere dovrebbe essere fermato, ma è un uomo di potere e quindi questa sua voracità sessuale non può essere sanzionata, anzi viene non solo tollerata, ma in qualche modo assecondata da chi sta intorno a lui, cortigiani vil razza dannata. Basta aprire un qualsiasi giornale per vedere le vicende di tanti uomini come il duca, uomini che usano il loro potere per soddisfare i propri appetiti ai danni delle donne e che, come il duca, sanno sempre trovare una giustificazione del loro comportamento. L'ultima aria cantata dal duca è la celeberrima La donna è mobile, una canzonaccia da osteria, per quanto resa sublime dalle note di Verdi. Il duca ci dice che non è colpa sua, ma è colpa delle donne che sono volubili e che si offrono: è il se l'è cercata, che diventa l'alibi di qualunque predatore.
Rigoletto è un padre egoista, un uomo che, pur dicendo che fa tutto quello che fa per amore della figlia, è concentrato solo su se stesso. Il mondo di Rigoletto comincia e finisce in lui e la figlia deve vivere in questo mondo asfittico in cui c'è un solo dominus. Rigoletto ama la figlia in maniera smisurata, ma come estensione di sé e per proteggerla la tiene esclusa dal mondo, le nasconde perfino il proprio nome, le impedisce di vivere. E anche Rigoletto, come il duca, non arriva mai a essere consapevole della propria colpa. Di fronte al corpo senza vita della figlia, uccisa per la sua cieca brama di vendetta, il buffone non riconosce la propria responsabilità, ma incolpa la maledizione lanciata su di lui. Questo urlo, che chiude il dramma, suggella l'ennesima fuga dalle proprie colpe. E quante volte abbiamo sentito le parole di un padre come Rigoletto: l'ho fatto per il suo bene, perché lei non poteva capire, ho dovuto decidere io per lei. No, tua figlia capiva benissimo, ma tu non eri capace di accettare le sue decisioni, non volevi accettarle, perché l'hai sempre considerata una tua proprietà.
Gilda è la vittima di questi due uomini ed è la sola che muore. Eppure Gilda li ama, anzi è l'unica capace di amare davvero. Ama suo padre, nonostante la tenga reclusa, nonostante non le abbia mai insegnato a vivere, si sforza di capire il dramma di quell'uomo e si convince che accettare quella forzata prigionia lo faccia star meglio. E la accetta, anche se ne soffre. Ama il duca di Mantova, lo ama nonostante lo veda mentre la tradisce, mentre dice a un'altra le stesse parole che ha detto a lei, e lo ama al punto da sacrificarsi per lui, anche se sa che non lo merita e che lui non conoscerà mai questo sacrificio. Quante donne sono state vittime di questo amore sbagliato, di questo amore che le ha rese cieche, anche all'evidenza. Quante donne non hanno denunciato l'uomo che le picchiava perché convinte - come Gilda - che ma pur m'adora. E aspettano, e troppe volte aspettano fino a quando lui le uccide.
Gilda è certamente migliore dei due uomini che hanno voluto possederla. L'unica decisione che ha potuto prendere da sola nella sua vita è quella di consegnarsi al sicario che la ucciderà, il dramma che vive quella giovane donna è che la sua libertà si compie nell'accettare la morte, in una scelta sbagliata, in quella di annullarsi. Ancora una volta.

domenica 1 ottobre 2017

da " Le Troiane" di Euripide


Tacere? No, non tacere. Piangere.
Su che cosa?
Le mie povere ossa!
In che stato sono ridotta,
stesa su un letto di pietra.
Testa, tempie, fianchi: è tutto un dolore.
Voglio contorcermi sul dorso,
oscillando sui fianchi
e accompagnare a questo moto
lacrime e lamenti senza fine.
Anche questa è musica per chi soffre,
gridare sciagure senza danze.
Voi, spose infelici dei Troiani armati di bronzo,
voi vergini destinate a tristi nozze
Ilio è ormai cenere,
piangiamo.
Inizierò il mio canto, come la rondine
lancia ai suoi piccoli lo strido acuto.

sabato 30 settembre 2017

"Vai ragazza" di Taslima Nasreen


Hanno detto - non prendertela…
Hanno detto - stai calma…
Hanno detto - smettila di parlare…
Hanno detto - stai zitta…
Hanno detto - stai seduta…
Hanno detto - abbassa la testa…
Hanno detto - continua a piangere, lascia scorrere le lacrime…

Come dovresti reagire?

Dovresti alzarti ora
dovresti stare in piedi
tenere le spalle dritte
tenere alta la testa…
dovresti parlare
dire cosa pensi
dirlo forte
urlare!

Dovresti urlare così forte da farli correre a nascondersi.

Diranno - “Sei una svergognata!”
Quando lo senti, ridi…

Diranno - “Hai un carattere dissoluto!”
Quando lo senti, ridi più forte…

Diranno - “Sei corrotta!”
E tu ridi, ridi ancora più forte…

Sentendoti ridere, grideranno,
“Sei una puttana!”

Quando dicono così,
tu mettiti le mani sui fianchi,
stai ferma e dì,
“Sì, sì, sono una puttana!”

Resteranno scioccati.
Ti fisseranno increduli.
Aspetteranno che tu dica di più, molto di più…

Gli uomini fra loro arrossiranno e suderanno.
Le donne tra loro sogneranno di essere una puttana come te.

mercoledì 29 giugno 2016

Verba volant (286): ragazzata...


foto Mary Corradi (Maryko-Rrady) 

Ragazzata, sost. f.

Ogni stupro è una ferita dolorosissima, ma ci sono ferite che fanno, se possibile, ancora più male di altre. Lo stupro di una ragazza adolescente da parte di cinque suoi coetanei è una di queste. Qualcosa che dovrebbe interrogarci ancora di più, che dovrebbe costringere tutti noi a riflettere. E ad agire finalmente.
La mattina in cui è stata data la notizia mi è capitato di ascoltare un servizio del giornale radio. Dopo aver raccontato quello che è avvenuto, il giornalista ha intervistato il parroco del paese in cui è successo. Immagino che non sia facile rispondere a domande del genere, in un momento del genere, ma quel prete è stato davvero inadeguato. Non ha detto una parola sulla ragazza, che è la vittima, che ha sofferto un dolore indicibile, che ha subito qualcosa che temo la segnerà per sempre, ma che ha anche avuto un coraggio che molte sue coetanee non hanno. A quella ragazza dobbiamo la nostra solidarietà, in ogni occasione, anche per le offese che ha ricevuto e riceve a causa di questa sua coraggiosa denuncia. Invece si è dilungato sui colpevoli, con parole di circostanza, ha detto che vengono da famiglie "normali" e che quindi non si sa spiegare le ragioni di quel gesto. Le ragioni sono difficili da spiegare per chiunque e probabilmente due battute durante un'intervista non sono l'occasione più propizia per farlo, però qualcosa in più - e di diverso - occorre dirlo. Se qualcuno avesse acceso la radio in quel momento avrebbe potuto pensare che quei cinque "bravi" ragazzi - qualcuno di loro aveva fatto la prima comunione proprio in quella parrocchia, ha precisato il povero prete - fossero le vittime di qualche disgrazia. Evidentemente in una situazione del genere non è facile neppure fare le domande e francamente anche quel giornalista è stato inadeguato: in genere una risposta banale segue a una domanda banale.    
Non conosco quel prete, magari è anche consapevole della situazione in cui vive la sua comunità, magari ha anche attivato delle iniziative per far crescere una diversa cultura dei rapporti tra uomini e donne, tra giovani uomini e giovani donne, magari è un ottimo parroco e questa mia critica può essere ingiusta e ingenerosa, però quelle sue parole - immagino dettate dalla buona fede - sono il segno di una sconfitta. Anzi il fatto che siano state dette in buona fede rende quelle parole ancora più gravi. Quelle parole sono il segno che per larga parte della nostra società quel delitto è ancora inspiegabile, tanto più inspiegabile se fatto da persone "normali". Invece quel delitto è spiegabile, spiegabilissimo. Quel delitto nasce nella cultura di noi maschi - e delle donne che hanno educato noi maschi - nell'idea che le donne siano un oggetto, nell'assoluta mancanza di una qualsiasi forma di educazione alla sessualità e al rapporto tra donne e uomini. 
Quel prete avrebbe dovuto interrogarsi - anche pubblicamente - sulla sue responsabilità, sulla responsabilità dell'agenzia educativa che lui dirige. E naturalmente maggiori responsabilità hanno le altre agenzie educative frequentate da quei ragazzi: la scuola prima di tutto, le associazioni sportive e tutti quelli che in qualche modo hanno contribuito alla formazione di quei ragazzi. In questi giorni credo che molte persone dovrebbero chiedersi non solo cosa non hanno fatto per impedire quello stupro, ma soprattutto cosa hanno fatto affinché avvenisse. Saremo condannati non perché non potevamo sapere, non potevamo fermare una violenza che non sapevamo dove e quando si sarebbe scatenata, ma perché abbiamo educato quei ragazzi ad agire come hanno agito. E questa responsabilità pesa naturalmente più di tutto sulle famiglie, su quelle famiglie "normali": dietro quei cinque ragazzi ci sono cinque famiglie che hanno cresciuto così i loro figli. 
Riconoscere che le responsabilità sono di altri, anche di altri, non significa deresponsabilizzare quei cinque ragazzi che certamente erano consapevoli di quello che stavano facendo, ma capire che se vogliamo che episodi del genere non si ripetano occorre uno scatto culturale ed educativo di cui purtroppo non si vedono neppure i primi segnali. Quando quei genitori dicono che si è trattato di una ragazzata non difendono i loro figli, difendono se stessi, cercano di non essere accusati di un delitto che comunque peserà sempre su di loro. E pesa anche su di noi, perché quella giovane donna, come tutte le donne che subiscono violenza, è una vittima della violenza che c'è nella nostra società, è vittima del nostro maschilismo, della nostra paura delle donne, della nostra incapacità di vivere il sesso in maniera normale, per quella cosa bella che è.
E la sessualità è qualcosa che cominciamo a imparare appunto quando siamo ragazzi. Non è una ragazzata quello stupro, anzi è proprio il contrario: è il segno che quegli adolescenti sono cresciuti troppo in fretta, e sono cresciuti male, che li abbiamo cresciuti male. Ciascuno di noi scopre il sesso in maniera diversa, con un misto di curiosità, di attesa, di ansia, è qualcosa che fa parte della storia personale di ciascuno di noi, anche con gli errori che abbiamo fatto, quelle sì ragazzate, le cose fatte senza consapevolezza, quando ancora non sai e non capisci. Quei ragazzi non hanno più nulla da scoprire, anzi hanno scoperto solo la parte peggiore, perché intorno a loro hanno visto solo quella. Abbiamo fatto vedere loro solo quella. Dobbiamo cominciare a far loro conoscere quella più bella. Adesso, subito, altrimenti domani saremo qui a piangere il dolore di un'altra giovane donna. Sarà fatica, ma lo dobbiamo a lei, alle giovani donne come lei, alle nostre figlie, alle donne a cui vogliamo bene. E anche a quelle che non conosciamo. Lo dobbiamo al nostro essere donne e uomini.

lunedì 30 maggio 2016

"Per tutte coloro che sono morte" di Erica Jong


Per tutte coloro che sono morte denudate, rasate, rapate.
Per tutte coloro che hanno invocato invano la grande Dea
solo per aver la lingua strappata alla radice.
Per tutte coloro che sono state trafitte, torturate, spezzate sulla ruota
per i peccati dei loro Inquisitori.
Per tutte coloro la cui bellezza suscitò il furore dei torturatori;
per tutte coloro cui la bruttezza fu condanna.
Per tutte coloro che non eran belle né brutte, ma solo donne orgogliose.
Per tutte le abili dita spezzate dalla morsa.
Per tutte le braccia morbide strappate dall'alveolo.
Per tutti i seni in boccio dilaniati da pinze incandescenti.
Per tutte le levatrici uccise per il peccato
di aver fatto nascere l'uomo in un mondo imperfetto.
Per tutte quelle streghe, mie sorelle,
che respiravano più liberamente avvolte dalle fiamme,
sapendo, mentre abbandonavano le spoglie femminili,
e la carne bruciata cadeva come frutta nelle fiamme,
che solo la morte le avrebbe mondate del peccato
per cui morivano il peccato di esser nata donna,
che è più della somma delle parti di un corpo femminile.

giovedì 3 marzo 2016

Verba volant (92): sposa...

Sposa, sost. f.

Meriam Yehya Ibrahim è una donna di 26 anni, nata e cresciuta nel Sudan. Non sappiamo molto di lei: laureata in medicina, è sposata con un suo connazionale, ha un figlio di 20 mesi ed è incinta all'ottavo mese; vive, insieme alla sua famiglia, in una fattoria a sud di Khartum. Di lei abbiamo visto soltanto una foto del matrimonio, piuttosto formale, lui seduto in giacca e cravatta e lei in piedi con un abito bianco - un abito da sposa, come si dice - piuttosto tradizionale, almeno secondo la moda europea; probabilmente in Africa alla sposa sarà sembrato un abito stravagante, qualcosa per rendere ancora più indimenticabile un giorno così importante.
Sarà l’effetto dell’immagine, piuttosto sgranata, o quello della posa e dei vestiti: potrebbe sembrare la foto del matrimonio di vent’anni fa di un qualche nostro parente e non il recentissimo ricordo di due giovani sposi. Questa foto, che avrebbe dovuto rimanere nell’album di Meriam, tra le sue “buone cose di pessimo gusto”, è diventata una prova nel processo contro la donna, perché il marito è un cristiano e lei, secondo la famiglia di suo padre, sarebbe di religione musulmana. Il padre di Meriam lasciò la moglie, cristiana ortodossa di origine etiope, quando la bambina era ancora piccola e quindi Meriam dice di essere anche lei cristiana, essendo stata cresciuta ed educata soltanto dalla madre.
I giudici di Khartoum hanno creduto alla famiglia del padre e non alla sposa, quindi lei è in carcere dal febbraio di quest’anno - insieme al primo figlio - con l’accusa di apostasia, ossia di aver tradito la fede islamica, e con quella di adulterio, perché il suo matrimonio sarebbe irregolare e quindi non riconosciuto dalla legge di quel paese, in cui sono particolarmente stringenti i vincoli imposti dalla sharia. Meriam è stata condannata all’impaccagione, anche se per ora la pena è sospesa, visto che la donna è incinta, e grazie anche alla mobilitazione internazionale che c’è stata - fortunatamente - intorno alla vicenda. E che speriamo continui.
Sposa deriva da sponsa, il participio passato del verbo latino spondere, che significa propriamente promettere ufficialmente come fidanzata. Presso gli antichi Romani una ragazza era detta sperata, quando era semplicemente corteggiata, pacta dopo che lo spasimante l’aveva chiesta in sposa in maniera ufficiale e rituale, sponsa quando c’era stato l’effettivo scambio della promessa tra i due, davanti ai familiari, e infine nupta, a nozze avvenute. Curiosa quindi la storia etimologica di questa parola, che nasce come termine femminile ed è passata poi a indicare sia l’uomo che la donna che decidono di contrarre questo reciproco impegno.
In un vocabolario semiserio - anche se alcuni lettori lo prendono troppo sul serio - come Verba volant, non posso non citare l’uso che in Emilia facciamo di questa parola: una sposa - pronunciata con la nostra caratteristica esse alveolare - è una bella donna, giovane - ma non giovanissima - formosa e piacente, insomma la donna in fiore, nell’acme della sua bellezza, un attimo prima di avere il più classico dei culi da sposa.
Per tornare alla sposa promessa, come direbbe il nostro don Lisander, tra gli antichi la donna era sostanzialmente un soggetto passivo di questo contratto, che veniva stipulato sempre tra uomini, spesso i padri dei due giovani, che si ritrovavano quindi sposi, ossia impegnati, senza alcuna loro partecipazione attiva. Purtroppo in molte parti del mondo questa è ancora la regola ed è qualcosa contro cui dobbiamo lottare, prima di tutto noi uomini. Non possiamo lasciare sole le donne in questa fondamentale battaglia di civiltà.
Naturalmente io spero che gli avvocati di Meriam riescano a dimostrare che la ragazza non è mai stata musulmana: la cosa importante, a questo punto, è che non venga uccisa e possa tornare libera a fianco del marito e dei figli. Al di là della sorte della giovane sudanese, una sentenza di questo genere, per quanto auspicabile, sarebbe comunque una sconfitta: Meriam - come ogni altra donna - dovrebbe essere libera di sposare chi vuole, qualunque sia la sua razza e la sua religione. In questo processo la vera vittoria sarebbe quella di riconoscere il diritto di Meriam di sposare semplicemente l’uomo che ha scelto. Come ho detto, adesso l’obiettivo primario è la vita di Meriam e quindi va bene andare avanti così, ma dobbiamo continuare la battaglia affinché il matrimonio, in ogni paese dal mondo, sia un istituto libero, in cui i due sposi siano gli unici responsabili dell’impegno che stanno per contrarre.
Come sa chi è sposato, si tratta di un impegno serio, che richiede a volte sacrifici, sempre dedizione, ed è per questo che deve essere accompagnato dall’amore e dal rispetto. Come sapete, io sono un così strenuo difensore del matrimonio da voler concedere questo diritto anche alle coppie formate da persone dello stesso sesso; su questo punto sono pronto a sfidare Giovanardi su chi sia il più accanito difensore della famiglia, certo di riuscire a vincere.
C’è però nella storia di Meriam qualcosa di più. Se la giovane avesse accettato di rinunciare alla sua fede, anche solo esteriormente, la sua vita sarebbe già salva. Meriam non l’ha fatto e questa scelta le fa onore. La storia della giovane sudanese richiede a ciascuno di noi non solo di impegnarci, con ogni sforzo possibile, affinché sia impedita un’ingiustizia e siano rispettati i diritti e la dignità di ogni essere umano, in qualunque parte del mondo, ma ci chiede anche di accettare e di riconoscere questa sua testimonianza di fede e di amore.
So che qualcuno può credere che in questa vicenda si confrontino due forme di integralismo e in un certo senso questo rischio c’è. Per questa ragione c’è bisogno di quelle regole, laiche e universali, che troppe volte la stessa religione cattolica non ha voluto accettare, in nome della superiorità della propria dottrina. Quando le persone che hanno una fede, qualunque essa sia, capiranno che i diritti dell’uomo non sono qualcosa che va contro le religioni, ma anzi un elemento fondamentale per tutelare chi crede, avremo fatto un passo avanti, tutti, credenti e non credenti.
Anche a difesa delle spose e delle donne che rifiutano un matrimonio che non vogliono.

scritto il 18 maggio 2014

mercoledì 2 marzo 2016

Verba volant (252): utero...

Utero, sost. m.

La lingua a volte è davvero strana e infatti questa parola, così esclusivamente femminile, è di genere maschile: purtroppo siamo stati noi maschi a "inventare" le parole e siamo ancora noi maschi a scrivere i vocabolari.
Immagino sappiate perché proprio in questi giorni ho deciso di scrivere questa definizione.
Io so, con assoluta certezza, che, se volessi un figlio, se lo desiderassi più di ogni altra cosa, non riuscirei mai a utilizzare la surrogazione di maternità. Sento che la mia coscienza, le mie convinzioni etiche, quello che mi hanno insegnato, in sostanza quello che sono, mi impedirebbero di chiedere a un'altra persona di tenere nel proprio grembo per nove mesi il figlio mio e di mia moglie, per poi consegnarcelo una volta venuto alla luce. Allo stesso tempo non riesco a trovare una ragione, ultimativa, definitiva, assoluta - vorrei dire - per dire che fare questa scelta sia contrario a un'etica condivisa. Provo a fare un esempio per spiegarmi meglio: io so che non ucciderei mai un'altra persona e allo stesso tempo so, con altrettanta certezza, che questa regola dovrebbe valere per tutti gli uomini, vale per tutti gli uomini, ma sulla maternità surrogata non riesco a dire la stessa cosa.
E' un tema a cui mi è capitato di pensare - e di scrivere - anche prima di adesso, prima che diventasse di moda. Nell'aprile del 2010 scrissi un articolo di questo blog per raccontare quello che avveniva - e avviene - in India, dove questa pratica costituisce una fonte di sostentamento per tante famiglie. Devo anche dire che il dibattito di questi giorni si sta caratterizzando per una volgarità che è evidentemente frutto di questi anni infelici. Manca l'elementare rispetto per le persone coinvolte, prima di tutto per i bambini che, al di là del cognome che porteranno, dovrebbero essere tutelati e non essere costretti a leggere tra vent'anni - visto che la rete è impietosa e conserva ogni cosa - un tale carico di contumelie. Purtroppo l'aver sovrapposto il tema della maternità surrogata a quello delle unioni civili ha finito per scaricare su questo tema così delicato l'omofobia imperante nella nostra società. La maternità surrogata non è qualcosa che riguarda le coppie omosessuali, ma è una pratica medica che coinvolge le coppie "normali", probabilmente anche qualcuna di quelle andate al Family day. Voglio poi dire, a conto di conquistarmi qualche ulteriore antipatia, che è altrettanto volgare farsi un'opinione, favorevole o contraria, sul tema solo in base alla simpatia o meno che si ha per Vendola, come mi pare stia accadendo in troppi casi.
Per questi motivi provo a partire da quello che penso io, non pretendendo che sia quello che pensate voi.
Una delle ragioni che mi impedirebbero di utilizzare la maternità surrogata è che si tratta di una violazione molto radicale dell'ordine naturale. E' una riflessione simile a quella che mi capita di fare a proposito della morte. Quando stiamo per morire - o a seguito di una malattia o a causa di un grave incidente - ora ci sono degli strumenti tecnici che possono ritardare, anche di molti anni, quel fatale momento. E' successo ad Eluana Englaro: se avesse avuto lo stesso incidente qualche anno prima - o se i soccorsi non fossero stati così tempestivi - sarebbe morta, perché quello era nell'ordine delle cose, e non ci sarebbe stato tutto quello che è successo dopo, nel troppo lungo intervallo tra le sue due morti. In tante occasioni, che diventano adesso oggetto di conflitti etici, la natura avrebbe già preso una propria decisione, drammatica e crudele quanto la natura sa essere. Con il progredire degli studi scientifici gli uomini hanno ottenuto in diversi casi la forza per avere il sopravvento sulle leggi della natura. Ed è evidente che gli uomini che hanno deciso di prendersi questo enorme potere, così terribile, non sanno come usarlo o almeno non sanno come affrontare le conseguenze delle proprie decisioni. Così è diventato tecnicamente possibile fare nascere un bambino nell'utero di un'altra donna che non sia la madre, ma quali sono le conseguenze, per il bambino, e per le due madri? Questa valutazione per me è molto importante, quasi definitiva, ma a suo modo anche debole, perché non riuscirei a imporla ad altri. Anche un trapianto è qualcosa che viola le leggi della natura, eppure oggi nessuno - o quasi - pensa che i trapianti siano eticamente sbagliati. Io non lo penso: se un trapianto servisse a salvare la vita di una persona a cui voglio bene, sarei disposto a donarle quel mio organo, quella parte di me. Eppure non è naturale, non è nell'ordine delle cose. E allora che diritto ho di dire che questo è lecito e la maternità surrogata no. Posso deciderlo per me, ma come faccio a deciderlo per gli altri?
Tra chi chiede che la maternità surrogata sia vietata - o continui a essere vietata - ci sono coloro che dicono che in fondo questa è una forma di egoismo, che essere genitore non è un diritto. Personalmente credo sia vero e che sia un discorso condivisibile. Il legittimo desiderio di diventare madre - o padre - finisce per prevalere su ogni altra valutazione, finisce per prevalere sul diritto di chi sta per nascere e su quello della donna che svolge quel compito così intimo. Ma anche questa è inevitabilmente una mia valutazione: chi sono io, chi siamo noi, per dire che quei genitori non saranno bravi genitori, solo perché hanno fatto quella scelta? Che diritto abbiamo di dare un giudizio etico di una persona in base a una scelta del genere?
Come sapete io sono una persona di sinistra e quindi lotto contro lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, contro la sua mercificazione. E indubbiamente dietro al fenomeno della maternità surrogata c'è un incredibile e florido mercato, che sfrutta la povertà delle donne. La vicenda delle donne indiane ci racconta proprio questo. Anche questo però non riesce a essere un argomento ultimativo. Intanto perché ci sono donne che fanno questa scelta indipendentemente dal bisogno economico, perché ci sono donne che considerano, in maniera consapevole, quel loro servizio, anche se pagato, non come una mercificazione. Se una donna ricca accettasse, gratuitamente, di essere la madre surrogata di una donna povera, dovremmo essere d'accordo, mentre consideriamo scandaloso il contrario?
A chi oggi scopre che esistono delle donne che affittano il loro utero perché sono povere - e si scandalizzano per questo - vorrei ricordare che loro spesso sono clienti di donne che "affittano" il loro corpo per lo stesso motivo. Sapete che l'ipocrisia proprio non la sopporto. Non potete tollerare la prostituzione e scagliarvi contro la maternità surrogata. Non potete accettare che le donne nei paesi poveri producano in condizioni bestiali i vostri telefoni e i vostri pantaloni e dire che non possono fare le madri surrogate. In alcuni paesi fare la madre surrogata è decisamente meglio che fare l'operaia perché, almeno per nove mesi, chi ti sfrutta deve darti da mangiare a sufficienza, devi farti dormire, deve assicurarti delle cure mediche, cosa che normalmente non avviene per quelle donne. Se una donna indiana, grazie a quella maternità, riesce ad assicurare un futuro ai propri figli, come possiamo pretendere che dica no, grazie. E allora la questione non è solo accettare o meno la maternità surrogata, è cambiare le regole del gioco, ribaltare i rapporti di forza, tra poveri e ricchi, tra donne e uomini, tra sfruttati e sfruttatori. Lo so che a qualcuno di voi appaio noioso ed estremista perché alla fine riconduco tutto alla lotta di classe, ma non posso farci niente se i rapporti di forza sono così violentemente e ingiustamente squilibrati, se c'è chi ha moltissimo e chi ha pochissimo. E anche lo sfruttamento del corpo della donna, in tutti i modi in cui viene sfruttato - e sono tanti, e sono troppi - è parte di questo conflitto.
In un divertente film francese di molti anni fa un personaggio diceva: un giorno verrà il comunismo e non ci saranno più pene d'amore. Probabilmente non è vero né che arriverà il comunismo né che finiranno le pene d'amore. E forse, anche se verrà il comunismo, non è detto che non ci sarà più il bisogno di trovare, ad ogni costo, il modo per diventare padri e madri; anche con la maternità surrogata. Io continuo - e continuerò - a credere che sia sbagliato e, se fossi chiamato a decidere su una legge in materia, direi che è giusto vietarla. Ma senza urlare, e con tanti dubbi. E su questo vorrei davvero che si esercitasse la saggezza delle donne, a cui dovremo, una buona volta, far riscrivere i vocabolari.

martedì 29 dicembre 2015

da "Il monopolio dell'uomo" di Anna Kuliscioff

Mi pare quindi, che solo col lavoro equamente retribuito, o retribuito almeno al pari dell'uomo, la donna farà il primo passo avanti ed il più, importante, perché soltanto col diventare economicamente indipendente, essa si sottrarrà al parassitismo morale, e potrà conquistare la sua libertà, la sua dignità ed il vero rispetto dell'altro sesso. Credo che soltanto allora le donne avranno la forza morale di non subire più le pressioni del padre, del marito, del fratello, e potranno creare anch'esse, in mezzo al loro sesso, quell'arme potente delle lotte sociali moderne, ch'è l’associazione, per conquistare poi con quest'arme i diritti civili e politici, che sono loro negati come agli uomini interdetti per imbecillità, per pazzia o per delinquenza.
Le leggi vigenti infliggono alla donna questa umiliazione atroce, perché non solo gli uomini, ma anche le donne stesse considerano la donna come un'eterna minorenne, ed essa non potrà mai diventare maggiorenne se non quando potrà bastare a se stessa colla propria intelligenza, le proprie capacità e le proprie forze morali.
In America c'è voluto un mezzo secolo di lavoro femminile nell'industria, nell'istruzione pubblica, nelle professioni libere, nessuna esclusa, perché le donne americane ottenessero, non il diritto al voto deliberativo, che si è ottenuto in uno solo degli Stati Uniti, ma soltanto il diritto al voto consultivo nei corpi politici, nelle commissioni legislative e nelle assemblee generali.
Non sono che sette anni che la legislatura del Kentuky sentiva due donne, la Benet e la Hoggart, patrocinare i diritti del loro sesso. Le donne avvocatesse di se medesime suscitarono, naturalmente, grande curiosità sia fra i deputati sia fra il pubblico accorso numerosissimo alla Camera. Gli scettici ed i maligni furono disarmati e vinti dall'eloquenza e dall'erudizione giuridica della Miss Hoggart; e lo stesso giorno fu presentato un bill, che conferiva alle donne il diritto all'amministrazione dei loro beni ed alle madri un'autorità sui figli eguale a quella del padre.
Questo fatto, che troverebbe in Francia, in Inghilterra ed altrove molti riscontri, che qui ometto per amore di brevità, non è che un esempio isolato inteso a dimostrare, come le leggi giuridiche sono la conseguenza di abitudini e costumi sociali, e non altro che la sanzione dei rapporti sociali già esistenti, allo stesso modo che le leggi cosmiche e biologiche non sono che la sintesi dei fenomeni osservati.
Non voglio però cadere nell'assoluto e non negherò che, se oggi, per una specie di miracolo, i legislatori uomini concedessero alle donne i diritti civili e politici, questo fatto eserciterebbe un'immensa influenza sul loro sviluppo intellettuale e morale, poiché è legge biologica che le funzioni nuove creano, a poco a poco, organi loro adatti. Fra le donne sarebbe avvenuto su per giù lo stesso fenomeno che si osserva nella gran massa degli operai, uomini poco atti ancora alla vita civile e politica. Eppure, dopo pochi anni di partecipazione diretta degli operai alla vita politica, vediamo come dal loro balbettare quasi infantile si sviluppano oratori poderosi, forniti di cognizioni serie e di studi profondi sulle questioni vitali che agitano la loro classe.
Ma ormai nessuna persona intelligente e di buon senso crede più ai miracoli; e le leggi vigenti, che riguardano le donne, subiranno la stessa evoluzione di tutte le altre leggi. Perché, direi colle parole dello Spencer, che "a misura che la cooperazione volontaria modifica sempre più il carattere del tipo sociale, il principio tacitamente ammesso dell'eguaglianza dei diritti per tutti diventa condizione fondamentale della legge."
Le donne, quindi, cooperando a titolo eguale degli uomini al lavoro sociale sotto qualsiasi aspetto, renderanno impossibili le leggi attuali, che le mettono in condizione d'inferiorità fra i minorenni e fra gli incapaci per imbecillità o pazzia quanto ai diritti politici, e assegnano loro un posto così inferiore in famiglia quanto ai diritti civili. Certo è che, finché la donna non potrà bastare a se stessa e per vivere dovrà dipendere dall'uomo, la legge, che la considera come proprietà del marito, dovendo la moglie seguirlo dovunque, rimarrà in tutto il suo vigore; e se quell'articolo, così oltraggioso alla dignità umana della donna, venisse anche abolito, quest'abolizione non rimarrebbe che lettera morta, data la dipendenza economica, in cui si trova la grande maggioranza delle donne.

lunedì 9 febbraio 2015

Considerazioni liberte (396): a proposito di puttane e di puttanieri...

Sembra che tanti in questi giorni si siano accorti, come all'improvviso, che a Roma ci sono moltissime puttane. E non mi riferisco a tutti quelli che hanno tradito i loro ideali - spesso anche i loro amici - e che hanno venduto la propria coscienza e qualunque altra cosa si potesse vendere, per un seggio parlamentare o per un posto in Rai o per un qualche incarico nel sottobosco ministeriale; a tutti costoro ormai ci siamo assuefatti. Dico proprio le puttane, quelle che stanno lungo le strade, che ci forniscono un servizio che viene più o meno congruamente retribuito. Anzi pur essendo una delle tante categorie di lavoratori atipici di questo paese, sono tra le poche che vengono ancora pagate, a differenza di molti altri lavoratori che pare debbano lavorare gratis. Anche a loro però - come a tutti noi - non è garantita alcuna previdenza.
Comunque sia, tanti intellettuali, giornalisti, commentatori e compagnia cantante della nostra capitale hanno scoperto che nella loro città ci sono le puttane, dal momento che l'amministrazione comunale ha detto che sperimenterà, a partire dal mese di aprile, la creazione di una specie di zona "a luci rosse", dove la prostituzione sarà tollerata. A dire la verità la prostituzione adesso è "tollerata" in tutta la città di Roma, come in tutte le altre città italiane, piccole e grandi, proprio perché facciamo finta che non ci sia. L'ipocrisia di tutti quelli che in questi giorni si sono detti contrari a questa proposta mi ricorda quella di certi sussiegosi giornali di provincia, i cui direttori tuonano in prima pagina contro la prostituzione, mentre l'ultima pagina raccoglie - ovviamente dietro pagamento - sotto l'innocente titolo "annunci personali", una serie di inviti, spesso piuttosto espliciti, a provare i servizi di questa o quella "signorina". Forse quei direttori sono così ingenui da credere che parte del loro stipendio venga pagato da persone che fanno davvero i massaggi o che cercano, con sempre meno speranza, l'anima gemella; oppure non leggono tutto il giornale che dirigono.
Al di là dei commenti di tutti questi, che fanno finta che il problema non ci sia e che anzi la creazione di una zona "a luci rosse" favorirebbe la prostituzione - una stupidata colossale detta da chi evidentemente ignora, e vuole ignorare, i numeri di questo fenomeno - questa decisione ha alcuni aspetti positivi, per quanto limitati. L'obiettivo dell'amministrazione è quello, attraverso il lavoro di alcune squadre di operatori sociali, di effettuare controlli sanitari, di distribuire preservativi e soprattutto di evitare infiltrazioni da parte dei cosiddetti "protettori". Un compito improbo, che evidentemente non è realizzabile in un'area molto vasta, sostanzialmente grande come la città, ma che può essere tentato in una zona più delimitata. Si tratta della logica della riduzione del danno e se in questo modo anche soltanto poche ragazze potranno essere aiutate, saranno comunque soldi pubblici spesi bene.
Ovviamente non è con questa proposta che si combatte lo sfruttamento. Le giovani donne di tanti paesi poveri continueranno a essere vendute, spesso dalle loro famiglie, a mercanti di schiavi che le faranno arrivare qui, nell'evoluto e ricco Occidente, per buttare i loro corpi sul mercato. E quindi il discorso ritorna inevitabilmente - come sempre succede - sulle ingiustizie del mondo e su quello che possiamo fare per combatterle. E questa lotta è quello che dovrebbe dare il senso alla nostra vita.
La tratta degli esseri umani è dopo il commercio illegale di droga e di armi la terza voce del "fatturato" della grande criminalità internazionale. E quindi bisogna necessariamente lavorare sulla repressione del crimine. Eppure lo spaccio di droga è considerato un allarme sociale, perché tanti ragazzi sono vittime di questo mercato, mentre non c'è lo stesso allarme contro la prostituzione, forse perché i padri di quegli stessi ragazzi ne sono clienti soddisfatti. Un drogato è una persona a cui non affideremmo sicuramente i nostri risparmi, mentre non ci importa che il direttore della nostra banca vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo la nostra salute, mentre non ci importa che il primario che ci ha in cura vada regolarmente a puttane. Un drogato è una persona a cui non affideremmo l'educazione dei nostri figli, mentre non ci importa che il loro professore vada regolarmente a puttane. Non ci importa neppure che i nostri politici vadano regolarmente a puttane; lo sappiamo per certo, ma in fondo non ci interessa. Forse perché anche noi andiamo regolarmente a puttane. E quindi siamo solidali, e complici.
Ormai parecchi anni fa Peppino Impastato, per combattere non tanto la mafia, quanto l'atteggiamento di complice acquiscienza dei suoi concittadini verso le persone che aderivano alle cosche, urlava: la mafia è una montagna di merda. Il suo grido scosse le coscienze di molti giovani, perché finalmente qualcuno diceva qualcosa che nessuno fino ad allora aveva avuto il coraggio di dire. Ecco io credo che noi dovremo cominciare a dire che chi va a puttane è una montagna di merda, o se preferite che i maschi che vanno a puttane sono pezzi di merda. Credo possiate sbizzarrirvi negli insulti: la nostra lingua lo permette.
Poi dovremo finalmente insegnare ai nostri figli, maschi - purtroppo il problema sta lì, perché sono i maschi che vanno a puttane - a vivere meglio, con maggiore consapevolezza, la propria sessualità, ovviamente nel rapporto con le altre persone. Perché è anche in questa debolezza, in questa mancanza di educazione, che si crea il bisogno di andare a puttane. In questa idea perversa che tutto si può comprare. Ma prima dobbiamo dire che andare a puttane fa schifo e che ci va fa schifo.

venerdì 31 ottobre 2014

Verba volant (139): violenza...

Violenza, sost. f.

L'aggettivo latino violentus ha la stessa radice del sostantivo vis, che significa forza, vigore, a cui è stata aggiunta la terminazione -ulentus, che indica eccesso. Quindi la violenza è un uso eccessivo della forza.
Shoshana B. Roberts è una giovane donna che, indossando un paio di jeans e una t-shirt nera, cammina tranquillamente per le strade di New York. Nulla di particolare, se non che si è trattato di un esperimento: Shoshana ha camminato per circa dieci ore e davanti a lei c'era un amico che la riprendeva con una telecamera nascosta. In quelle dieci ore, diventate un video, Shosana ha ricevuto centootto commenti, apprezzamenti, sguardi ammiccanti, da persone che non conosceva; uno di questi sconosciuti l'ha seguita per cinque minuti, senza dire nulla, ma comunque imponendo alla ragazza la sua presenza.
Purtroppo questa notizia è stata sottovalutata - anche perché nello stesso giorno qui in Italia abbiamo assistito ad altri episodi di violenza, tanto più gravi perché compiuti dallo stato contro i lavoratori - o è stata trattata con sufficienza, facendone magari l'occasione di qualche battuta - come è capitato in una trasmissione radiofonica che seguo regolarmente, CaterpillarAm, che pure di solito è attenta a certi temi e mostra una sensibilità che altri non hanno. Anche questa sottovalutazione è il segno che un problema culturale esiste. Ed è molto grave.
In quelle dieci ore nessuno ha picchiato Shoshana, eppure lei ha subito violenza.
Questo esperimento - che credo possa essere confermato da qualsiasi donna che conosciamo - ci dice che in una qualunque città una donna non è libera di camminare tranquillamente, per andare al lavoro o a scuola, o semplicemente per farsi gli affari suoi. Limitare la libertà personale di una persona, costringerla a fare una cosa diversa da quella che vorrebbe fare - anche solo farle cambiare strada o farle preferire di stare a casa piuttosto che uscire - è una forma di violenza. La stessa esperienza l'ha fatta qualche tempo fa la giovane araba america Colette Ghunim per le strade de Il Cairo e l'esito è stato lo stesso; perché la stupidità maschile è ormai globalizzata.
Probabilmente una parte dei centootto maschi che in quelle dieci ore hanno importunato Shoshana è fatta di brave persone, di uomini che non alzerebbero un dito contro una donna, che sono pronti anche a condannare la violenza contro le donne, in maniera sincera e non ipocrita; eppure quegli stessi uomini, quelle brave persone, non hanno capito che anche quel loro atteggiamento, quei loro complimenti non richiesti, quelle loro occhiate, sono una forma di violenza, non meno grave di quella fisica. Quei centootto non sono maniaci, non sono criminali, siamo noi, noi maschi "normali".
Siamo noi maschi "normali" che dobbiamo interrogarci guardando questo video, anche perché praticamente tutti i commenti lasciati dagli uomini tendono a minimizzare, a dire che in fondo non è successo niente, perché nessuno ha picchiato la ragazza. Invece qualcosa è successo ed è stata una forma di violenza, martellante, continua; dobbiamo ammirare il coraggio di Shoshana, come delle altre ragazze che in altre città hanno accettato di sottoporsi a questa prova. E Shoshana, dopo la pubblicazione del video su Youtube, ha subito delle minacce, così come le altre persone impegnate nel progetto, a testimonanianza che è stato toccato un nervo scoperto.
La violenza, in tutte le sue forme, è un problema per chi la subisce, ma si risolve soltanto se si affrontano i problemi e l'ignoranza di chi la compie. Il tema non è quello di chiedere alle donne di cambiare le proprie abitudini o di consigliare loro quali vestiti scegliere, ma quello di far capire agli uomini, in particolare ai giovani uomini, che le donne non sono di loro proprietà o preda di caccia. E infatti molti degli uomini ripresi nel video si sono arrabbiati perché Shoshana non ha risposto ai loro complimenti, la criticano per non essere stata "gentile" con loro. Bisogna far capire agli uomini che fermare una donna sconosciuta per strada solo perché ci piace non è un segno di virilità, ma solo di stupidità.
Questa esperienza rende evidente la mancanza di educazione sentimentale di molti maschi, ma anche le colpe di quelle madri che hanno allevato dei figli che non riescono a comunicare in modo naturale con l'altro sesso. Questa esperienza mette in luce ancora una volta quanto sia malata la nostra società che ha un rapporto morboso con la sessualità e in particolare con il corpo delle donne. Questa esperienza ci fa capire quanto ci sia ancora da lottare per una società giusta, di eguali, senza distinzione di genere.
Per questo dobbiamo ringraziare Shoshana e Colette, e dobbiamo ringraziare le donne che tutti i giorni, nonostante le violenze che noi maschi causiamo loro, hanno la forza di vivere la loro vita con coraggio, con serenità, con intelligenza. Per queste donne non possiamo far finta di nulla.

domenica 28 settembre 2014

Verba volant (129): attenuante...

Attenuante, sost. f.

Questa è una parola della lingua di giudici ed avvocati, del latinorum che loro usano - come fanno tutte le altre caste, più o meno forti - per distinguersi dagli altri "mortali", per non farci capire quello che stanno dicendo. L'attenuante - forma sostantivata del participio presente di attenuare - è l'elemento accidentale del reato che importa una diminuzione di pena.
Immagino che avrete letto anche voi la notizia che mi ha dato lo spunto per questa definizione. La Corte di cassazione ha stabilito - ribaltando una sentenza della Corte d'appello di Venezia - che è possibile concedere delle attenuanti agli uomini colpevoli di violenza carnale "completa". Nel caso specifico è possibile concedere le attenuanti all'uomo che violentava la propria moglie soltanto quando era ubriaco. I giudici di Venezia avevano stabilito che non era possibile accordare delle attenuanti - come era stato chiesto dalla difesa dell'imputato - proprio perché ogni volta si era consumato completamente l'atto sessuale e quindi la violenza dell'uomo sulla donna; in tali casi per i giudici la violenza non può mai essere considerata un "fatto di minore gravità".
I giudici di Cassazione invece hanno detto nella loro sentenza che anche in questi casi non si può "escludere che l'attenuante sia concedibile, dovendo effettuarsi una valutazione del fatto nella sua complessità". Nel rimettere la decisione a una nuova sentenza di un'altra sezione della Corte d'appello i giudici spiegano che sarebbe mancata appunto la "valutazione globale", in particolare "in relazione al fatto che le violenze sarebbero sempre state commesse sotto l'influenza dell'alcol". Temo che ai giuci della Cassazione sia mancata la valutazione globale.
Francamente io trovo questa sentenza aberrante e pericolosa. Mi auguro che quei giudici - immagino uomini vecchi - non abbiano voluto deliberatamente scrivere così questa sentenza proprio perché credono che la violenza sessuale domestica sia un reato meno grave, spero che non abbiano voluto mandare un segnale agli altri giudici per dire loro che devono essere clementi con quei "poveri" uomini accusati di violenza, provocati dalle loro donne. Temo invece che abbiano soltanto esaminato le norme, guardato alla pura lettera della legge, senza vedere cosa c'è dietro, ossia la disperazione di migliaia di donne che ogni giorno subiscono la violenza dei loro mariti, padri, fratelli, compagni. Quei giudici, persi nelle loro carte, nei loro codici, nei loro cavilli, non sanno cosa succede nel mondo, non hanno idea del numero di donne che ogni giorno subiscono violenza, non sanno che le donne muoiono nelle loro case, a causa della violenza delle persone che conoscono. E, al di là di cosa pensano quei giudici - certamente ottimi padri di famiglia - una sentenza del genere finisce per rendere più deboli le donne che denunciano le violenze domestiche.
Chi decide la definizione di stupro? Spero non siano i giudici della Cassazione. Troppo spesso la decidono gli uomini che in genere sono piuttosto autoassolutorii su questo argomento. Quante volte si usa come attenuante il fatto che le donne avrebbero provovato i loro violentatori, magari indossando un paio di jeans un po' più aderenti del solito. Oppure quando si parla di violenze alle donne troppo spesso si dice che le vittime mentono; non è vero: la percentuale di menzogne in caso di stupro è uguale a qualunque altra accusa di natura penale e sta intorno al 3%. E come ci dimentichiamo troppo spesso, gli uomini che violentano le donne solo in una minima percentuale sono gli psicotici, quelli che colpiscono alla cieca, senza conoscere le loro vittime; nella stragrande maggioranza dei casi i violentatori sono persone "normali" e sono persone che conoscono le loro vittime, gli uomini della loro famiglia o sono persone che le donne conoscono e ammirano; sono "brave persone" per la mentalità comune e per l'opinione pubblica. Magari hanno il vizio di ubriacarsi, considerato però un peccato veniale nella nostra società, nonostante le campagne moralizzatrici contro le cosiddette "morti del sabato sera".
Una sentenza come questa finisce inevitabilmente per rendere meno efficaci le campagne per far crescere una sensibilità contro le violenze domestiche. E' una sentenza che lascia le donne più sole e indifese, che le lascia in balia degli uomini. Noi viviamo in una società in cui ancora preferiamo spiegare alle donne come difendersi dagli stupri piuttosto che insegnare agli uomini a non stuprare le donne. Per questo non possiamo continuare a trovare attenuanti. Il caso di cui si sono occupati i giudici della Cassazione è più grave proprio perché si è consumato in famiglia, perché le violenze sono state continue e ripetute. E poi ubriacarsi non è una malattia; nessuno ha costretto quel "bravo" marito a bere, come lui ha costretto sua moglie a sua moglie a fare sesso con lui. Secondo me il fatto che lui la violentava quando era ubriaco dovrebbe essere considerata un'aggravante. E non è un'attenuante il fatto che una donna indossi la minigonna o un paio di pantaloni aderenti o che esca da sola la sera. E non è un'attenuante che la donna decida di non voler più stare con noi.
Noi uomini non possiamo più trovare attenuanti.

martedì 1 luglio 2014

da "Orlando furioso" (V, 1-3) di Ludovico Ariosto


Tutti gli altri animai che sono in terra,
o che vivon quieti e stanno in pace,
o se vengono a rissa e si fan guerra,
alla femina il maschio non la face:
l'orsa con l'orso al bosco sicura erra,
la leonessa appresso il leon giace;
col lupo vive la lupa sicura,
né la iuvenca ha del torel paura.

Ch'abominevol peste, che Megera
è venuta a turbar gli umani petti?
che si sente il marito e la mogliera
sempre garrir d'ingiuriosi detti,
stracciar la faccia e far livida e nera,
bagnar di pianto i geniali letti;
e non di pianto sol, ma alcuna volta
di sangue gli ha bagnati l'ira stolta.

Parmi non sol gran mal, ma che l'uom faccia
contra natura e sia di Dio ribello,
che s'induce a percuotere la faccia
di bella donna, o romperle un capello:
ma chi le dà veneno, o chi le caccia
l'alma del corpo con laccio o coltello,
ch'uomo sia quel non crederò in eterno,
ma in vista umana uno spirto de l'inferno.

venerdì 20 giugno 2014

da "Orlando furioso" (IV, 63-67) di Ludovico Ariosto


Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:
- Una donzella dunque dè' morire
perché lasciò sfogar ne l'amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.

Sia vero o falso che Ginevra tolto
s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo:
d'averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un chi mi guidi presto,
e dove sia l'accusator mi mene;
ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.

Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto;
che nol sappiendo, il falso dir potrei:
dirò ben che non de' per simil atto
punizion cadere alcuna in lei;
e dirò che fu ingiusto o che fu matto
chi fece prima li statuti rei;
e come iniqui rivocar si denno,
e nuova legge far con miglior senno.

S'un medesimo ardor, s'un disir pare
inchina e sforza l'uno e l'altro sesso
a quel suave fin d'amor, che pare
all'ignorante vulgo un grave eccesso;
perché si de' punir donna o biasmare,
che con uno o più d'uno abbia commesso
quel che l'uom fa con quante n'ha appetito,
e lodato ne va, non che impunito?

Son fatti in questa legge disuguale
veramente alle donne espressi torti;
e spero in Dio mostrar che gli è gran male
che tanto lungamente si comporti. -
Rinaldo ebbe il consenso universale,
che fur gli antiqui ingiusti e male accorti,
che consentiro a così iniqua legge,
e mal fa il re, che può, né la corregge.

venerdì 30 maggio 2014

Verba volant (94): burrone...



Burrone, sost. m.

Il 22 agosto 2012, in un articolo intitolato Suicidi in Fiat, l'operaia Maria Baratto scriveva
Non si può continuare a vivere per anni sul ciglio del burrone dei licenziamenti.
In quell'articolo Maria raccontava la storia di due operai della Fiat di Nola: uno aveva tentato il suicidio e l'altro purtroppo era arrivato fino in fondo, dopo aver ucciso la moglie e ferito la figlia. Maria aveva voluto raccontare quelle due storie di disperazione perché le conosceva bene, erano suoi colleghi di lavoro e lei pensava fosse importante quella testimonianza. Forse aveva deciso di raccontare quella disperazione per esorcizzarla. Gli ultimi sei anni li aveva passati in cassa integrazione; il suo periodo di cassa sarebbe finito a luglio, ma lei evidentemente non aveva fiducia che sarebbe tornata al lavoro.
Raccontare quella storia però non le è bastato per allontanare quell’angoscia. Martedì 20 maggio Maria si è uccisa, in un modo terribile, piantandosi un coltello nello stomaco. Maria aveva 47 anni e non è riuscita a fermarsi sul ciglio del burrone.
Faccio fatica a parlare di questo argomento, perché in un passato recente ho conosciuto le difficoltà che si provano ad avere un lavoro precario, con la tensione che spesso ti tiene sveglio la notte e ti fa vedere nero il futuro. Maria è una nostra sorella che non ha avuto la forza di resistere, una vittima del lavoro che non c’è. Quando ricordiamo le vittime del lavoro dovremmo ricordarci anche di lei.
Naturalmente so che ogni suicidio è una storia a sé, un evento drammatico e privato, che coinvolge quella singola persona, le sue paure, le sue debolezze, le sue disillusioni; un suicidio è l’apice di una storia personale, di un dissidio insanabile con la propria coscienza, qualcosa di strettamente privato, che naturalmente ricade e coinvolge le persone vicine, le famiglie. E per questo ritengo anche che sia un errore leggere in questi fatti una causa comune, un unico elemento scatenante, anche perché sono naturalmente ben di più i lavoratori senza lavoro che decidono di andare avanti, di non rinunciare alla vita. Eppure tutti questi suicidi, che coinvolgono persone diverse, in paesi diversi, con culture diverse, ci raccontano qualcosa di quello che sta succedendo nel nostro mondo. Ed è qualcosa che dovrebbe preoccuparci tutti.
I lavoratori sono sempre meno tutelati, sono sempre più in balia di decisioni che vengono prese in luoghi che non conoscono e su cui loro non possono incidere. I lavoratori sono e si sentono soli. Di fronte alla perdita del lavoro o anche solo alla minaccia - reale o immaginata - di perderlo, non hanno strumenti per reagire, si sentono impotenti. E in qualche modo - come ha scritto e raccontato anche Maria - si sentono traditi dalle imprese per cui hanno lavorato, hanno investito tempo, risorse, intelligenza e si sentono traditi dallo stato.
Ha scritto Maria:
A 22 anni montavo il tergilunotto sull’Alfa 33 da sola, oggi prendo psicofarmaci.
In questi giorni abbiamo parlato d’altro, di elezioni europee, di equilibri politici, e la notizia della morte di Maria è stata relegata nelle pagine interne dei giornali o infondo alle home pages dei siti. Anche quando alcuni di noi hanno parlato del pericolo che le manovre speculative mettano in grave difficoltà le nostre economie, forse lo abbiamo fatto in maniera asettica, parlando di numeri, di percentuali, delle ripercussioni sulle monete e sulle banche. Certo c’è anche questo, ma la crisi è soprattutto crisi del lavoro, che ricade immediatamente su chi è più povero. E soprattutto ci sono le storie delle persone, la storia di Maria come la storia delle persone senza nome che in Cina si suicidano nelle grandi fabbriche dove si producono i telefonini e i computer che usiamo tutti i giorni e che ci danno l’illusione della libertà.
Maria aveva lottato, insieme ai suoi colleghi e al sindacato per difendere il proprio posto di lavoro, aveva raccontato la sua storia, era in qualche modo riuscita ad uscire dal novero degli invisibili, eppure è stata comunque travolta. Le organizzazioni sindacali, i partiti, le amministrazioni locali dovrebbero cominciare a pensare a forme di aiuto e di sostegno che non siano generiche, ma rispondano ai bisogni di ciascuno: a Maria non sono bastate le consuete forme di sostegno al reddito - che pure per la maggioranza dei suoi colleghi sono state sufficienti a non lasciarsi vincere dalla disperazione - sarebbe servito un sostegno psicologico, per salvarla dal male che alla fine ha vinto e l’ha fatta cadere.
Ricordiamoci che questa crisi è una crisi delle persone e che queste persone non sono numeri, ma sono storie, vite, amori. Questo esercizio della memoria e della consapevolezza potrebbe farci sentire più vicini, farci vedere negli occhi degli altri la sofferenza che è anche nostra, farci essere meno soli, meno indifesi. Naturalmente non è detto che questo possa bastare, magari a qualcuno comunque non basterà. Io credo però che se sul ciglio del burrone non ci arriviamo da soli e soprattutto non ci stiamo da soli, sia molto più difficile che compiamo quell’ultimo, fatale, passo.

martedì 22 aprile 2014

Verba volant (83): madre...

Madre, sost. f.

In tutte le lingue indoeuropee - ed è uno dei rarissimi casi in cui c'è questa uniformità - la parola che indica la femmina che ha concepito e partorito deriva dalla radice del sanscrito antico ma. Questa radice ha come primo significato quello di misurare, ordinare, da cui deriva quello di preparare, formare. La madre è appunto colei che forma e prepara, è colei che genera. E' anche quella persona che, per anni, ci fatto mettere in ordine la nostra stanza, ma questa è un'altra storia. C'è evidentemente un valore divino in questo atto e non è un caso che nelle religioni più antiche della nostra civiltà la divinità fondamentale e primigenia sia sempre la Grande madre.
Vale la pena di ricordare che invece la radice pa, sempre nel sanscrito antico, contiene in sé il concetto di proteggere e di nutrire, assegnando così questi compiti al padre - altra parola che troviamo sostanzialmente uguale in tutte le lingue indoeuropee.
A dire la verità, in questo caso ho pensato prima alla definizione che alla parola da definire, cosa piuttosto inconsueta per un lessicografo: sembrerebbe una contraddizione, ma spero di riuscire a spiegarvela arrivando alla fine. Per dire quello che voglio dire, avrei potuto scegliere anche la parola padre o la più neutra genitore, anche se in questo caso non volevo innescare il dibattito su genitore 1 e genitore 2, che so appassionare tanti di voi. Ho deciso alla fine di scegliere madre perché in questa nostra epoca - da pochissimi anni, a dire il vero - ormai non vale più l’antico principio del diritto romano, secondo il quale
mater semper certa, pater numquam.
Ammetto che fino a quando non sono venuto a vivere a Salsomaggiore non sapevo quali fossero le proprietà terapeutiche di queste acque termali; ho scoperto da poco che vengono utilizzate da tempo anche per curare l’infecondità femminile. Devo anche dire che i miei amici salsesi, quelli che da più tempo abitano qui e ricordano gli anni d’oro della città, pur senza sminuire gli effetti benefici delle acque salsobromoiodiche, ritengono che al successo delle cure abbia contribuito anche una forma empirica, ma sperimentata da secoli con notevole efficacia, di “fecondazione eterologa”.
A parte questa nota scherzosa, finalmente anche nel nostro paese è stato concesso alla coppie che non possono avere figli di utilizzare questa tecnica - quella moderna, scientifica - senza essere costretti ad andare all’estero; ci sono voluti dieci anni di battaglie legali per raggiungere questo risultato, ottenuto soltanto grazie ad una sentenza della Corte costituzionale, vista l’incapacità della politica di affrontare il tema.
Come ho detto però, ora non solo è possibile avere due padri, ma si possono avere anche due madri, una che concepisce e una che partorisce. Si tratta evidentemente di qualcosa di assolutamente nuovo per la storia della nostra specie, a cui dobbiamo trovare il modo di adattarci. E che ci pone domande a cui dovremo dare delle risposte. Per convenzione si dice che la madre “vera” è quella che ci mette l’ovulo, ma sappiamo anche che in alcuni casi non è stato semplice per la madre “surrogata”, che ha tenuto dentro in sé un bambino per nove mesi e lo ha fatto nascere, separarsene: quel figlio, in qualche modo, è anche suo. Con qualche ragione.
E poi ci possono essere gli errori, che non dovrebbero esserci in casi come questi, ma sono possibili, perché questa è la natura umana e la perfezione, si sa, non è di questo mondo. La paura dello scambio dei neonati è sempre esistita, a volte è stata l’occasione e lo spunto per scrivere opere letterarie, ma cosa succede quando l’errore avviene a monte, in fase di inseminazione e di impianto, come pare sia avvenuto all’ospedale Pertini di Roma? Di chi sono i figli che stanno per nascere? Di quale coppia?
Personalmente non ho mai dato - e non do - un grande valore ai legami di sangue. Non ho ragione di credere che i miei genitori non siano quelli biologici - e anzi alcuni indizi fisiologici e fisiognomici me lo confermano - ma loro sarebbero i miei genitori, indipendentemente dal fatto che mi abbiano generato o meno. Lo sono ormai, nel bene e nel male, per i 44 anni che abbiamo passato insieme fino ad ora e per quelli che passeranno ancora, per i momenti belli e anche per quelli brutti, per i conflitti che ci sono stati e soprattutto per il modo in cui mi hanno cresciuto ed educato. Io sono il loro figlio per questa storia, non per una combinazione cromosomica.
Immagino ricorderete la storia raccontata nel Primo libro dei Re di cui è protagonista Salomone (1Re 3, 16-28). Peraltro, come ci spiegano gli antropologi Frazer e Gressman, questa storia è raccontata con poche varianti, in tradizioni molto diverse.
Due prostitute si presentano di fronte al re di Israele, reclamando ciascuna la maternità di un bambino. Entrambe le donne, che vivono nella stessa casa, hanno avuto un figlio - i padri sono ignoti e comunque ininfluenti per il prosieguo della storia - ma uno dei due è morto alla nascita. Non ci sono stati testimoni né delle due nascite né di quello che è successo dopo e ciascuna delle due donne afferma che di essere la madre del bambino che ancora vive.
Evidentemente il re non può sapere quale dice le verità, in base a valutazioni scientifiche, e quindi Salomone afferra una spada e sentenzia che il bambino sarà diviso a metà tra le due donne. A questo punto l’atteggiamento delle due donne, che nel corso del processo avevano usato le stesse parole, cambia: la prima accetta il giudizio del re, mentre la seconda rinuncia alle proprie pretese e dice che il figlio dev’essere dato all’altra donna. Salomone a questo punto affida il bambino alla seconda, ossia a quella che aveva rinunciato, spiegando che proprio con questa rinuncia ha dimostrato di essere la vera madre.
Era davvero lei la madre del bambino? Naturalmente non lo sapremo mai, ma certo è quella che ha dimostrato di amarlo di più.
Questo è bastato a Salomone. Deve bastare anche a noi.

lunedì 17 marzo 2014

Verba volant (75): obiettore...

Obiettore, sost. m.

Il termine - è corretta, per quanto meno usata, anche la forma obbiettore - deriva dal latino tardo obiector, -oris, che significa oppositore. Si tratta di uno dei derivati del verbo obicere, il cui primo significato è quello gettare avanti; l'obiezione è infatti l'argomento che si "getta" nella discussione per contrapporsi a un'opinione altrui e l'obiettore è colui che si "getta" contro qualcosa che egli considera sbagliato.
Oggi mi voglio occupare di quei medici che si definiscono obiettori di coscienza e che si rifiutano di praticare, negli ospedali pubblici italiani, l’interruzione volontaria della gravidanza. Sono ormai la maggioranza: secondo i dati forniti dal Ministero della salute in Sicilia, in Campania, in Basilicata, in Molise e nella provincia di Bolzano oltre l'80% dei ginecologi non praticano l'aborto, appunto per obiezione di coscienza. In Calabria, in Lazio, in Abruzzo e nel Veneto, la percentuale si attesta tra il 70 e l'80%. In tutte le altre regioni – ad eccezione della Valle d’Aosta – la percentuale è tra il 50 e il 70%. In Emilia-Romagna ad esempio i ginecologi obiettori sono il 51,5%, gli anestesisti il 32,6% e e il personale infiermeristico il 29,4%.
Al di là del recente e drammatico caso di Roma, in Italia la Legge 194/78 è largamente disattesa e poco applicata, almeno nel settore pubblico, proprio per la presenza massiccia di questi sedicenti obiettori. Magari qualcuno di loro è disponibile a praticare l’aborto nelle cliniche private - i casi ci sono stati e sono stati provati - ma si sa che di fronte al denaro anche la coscienza più salda spesso fa un passo indietro.
Torniamoci comunque a questa benedetta coscienza. Ora se queste percentuali testimoniassero davvero una profonda fede religiosa e si estendessero ad altre categorie professionali - perché tra i commercialisti e tra gli idraulici ci dovrebbero essere meno cattolici in percentuale che tra i ginecologi? - nel nostro paese dovrebbero esserci le chiese sempre piene e i nostri cari vescovi non dovrebbero sempre dolersi della perdita di spirito cristiano nella società.
Evidentemente i medici obiettori fanno un po’ storia a sé. Anzi, immagino che l’unico consesso dove sia altrettanto alta la percentuale di bigotti baciapile sia la direzione nazionale del Pd. Ovviamente nessuno di noi può indagare nella coscienza di questi medici - e infatti nessuno fa una verifica, non c’è un’autorità indipendente incaricata di vagliare i motivi di questa scelta e di decidere se accettare o meno queste dichiarazioni di coscienza, come c’era ad esempio per chi faceva obiezione di coscienza al servizio militare - ma qualche sospetto nasce, anche tra chi sia meno maligno e cattivo di quanto sia io.
Alla fine l’obiettore di coscienza viene pagato come gli altri e lavora meno, non si assume rischi; magari gli toccherà recitare qualche rosario e tenere in tasca qualche santino pronto all’uso, ma comunque sia nulla di paragonabile a quello che fanno i colleghi che ogni giorno si devono confrontare con donne che fanno scelte drammatiche.
Peccato che quei medici imbelli abbiano fatto un giuramento, in nome del medico più famoso dell’antica Grecia, Ippocrate di Cos, in cui si impegnano - come fanno tutti i medici - a
curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno, prescindendo da etnia, religione, nazionalità, condizione sociale e ideologia politica.
Mi pare ci sia qualcosa che stride tra questo impegno e la decisione oltranzista di non applicare una legge delle Stato e soprattutto di non curare delle donne.
Ovviamente chi scrive questo vocabolario ha un’idea molto diversa sul tema dell’aborto rispetto a quella sostenuta dai sedicenti obiettori di coscienza. Io credo occorra tutelare la salute fisica e psichica delle donne e che occorra prima di tutto rispettare le loro scelte, nella consapevolezza che per una donna un aborto non è mai un passo lieve. Le donne che fanno questa scelta hanno bisogno di aiuto e non di essere lasciate sole per opportunismo o per menefreghismo, magari mascherato da scelta etica.
Ogni volta che parlo di aborto io non posso fare a meno di citare anche un altro aspetto della questione. Perché un conto è vedere cosa succede in Italia, in Europa, nei paesi occidentali - dove possiamo permetterci perfino di avere un’anomalia come i medici obiettori - e cosa succede nel resto del mondo. Ogni giorno in Cina, in India, nei paesi dei Balcani e del Caucaso, ma anche in alcune comunità degli Stati Uniti avviene, nel silenzio dell’opinione pubblica, una strage di bambine che o non vengono fatte nascere o vengono uccise immediatamente dopo il parto. Amartya Sen calcolò che nel 1990 queste donne non nate fossero già cento milioni, oggi sono certamente moltissime di più: un’enorme risorsa di intelligenza, di forza, di amore che l’umanità ha perso per sempre.
Ci sono ragioni economiche, sociali e culturali che portano a questa strage; in gran parte dei casi, la cultura, l’educazione e la diffusione di una cultura dei diritti sono l’unico modo per combattere questo fenomeno. L’aborto è sempre una scelta sofferta, anche quando è consapevole. Anche in questi paesi la soluzione non è vietare l’aborto - sia in Cina che in India l’aborto selettivo è formalmente vietato, ma non cambia i termini della questione. Anzi vietare l’aborto causerebbe l’aumento degli aborti illegali e delle uccisioni dopo il parto. Bisogna far crescere una nuova generazione di donne e uomini che abbiano valori diversi dai loro padri e delle loro madri.
L’espressione non è mia, ma di Bill Clinton e credo riassuma alla perfezione quello che è la mia posizione sul tema, alla faccia di qualsiasi obiettore: in coscienza dovremmo far sì che, in ogni parte del mondo, l’aborto sia “sicuro, legale e raro”.

venerdì 7 marzo 2014

Verba volant (72): bellezza...

Bellezza, sost. f.

Premetto che questa non è una recensione del film di Paolo Sorrentino. Non lo avevo visto al cinema, l’ho visto solo stasera, in televisione, martirizzato come al solito dalla pubblicità. Nei prossimi giorni, se vi interessa, vi dirò la mia opinione, un po’ più approfondita; per ora vi dico che non so se non mi sia piaciuto. Poi, ha vinto l’Oscar e chi vince ha sempre ragione.
In latino l’aggettivo bellus ha la stessa radice di bonus, e in qualche modo ne costituisce un antico sinonimo. Infatti dall’antica forma benus, equivalente di bonus, è stato tratto il diminutivo benulus, quindi benlus e infine bellus. Per gli antichi i due concetti sono sempre andati di pari passo. Gli antichi Greci coniarono infatti l’espressione kalokagathia per indicare l’ideale di perfezione umana; questo termine è la crasi degli aggettivi kalòs e agathòs, rispettivamente bello e buono. In sintesi è l’unità nella stessa persona di bellezza e di valore morale, partendo dall’idea che ciò che è bello deve necessariamente essere buono e, specularmente, ciò che è interiormente cattivo sarà anche fisicamente brutto. Si tratta di un’idea che ebbe particolarmente fortuna nelle arti, in letteratura e poi nel cinema. Solo per fare alcuni esempi, il Riccardo III di Shakespeare è moralmente ripugnante quanto il suo corpo è deforme e nell’età d’oro del cinema hollywoodiano gli eroi erano tutti belli.
Noi viviamo in un tempo in cui la bellezza è diventata una sorta di feticcio.
Nel settembre del 2009 stavo cercando un lavoro e mi capitava di scorrere quotidianamente, anche se con poche speranze, le varie offerte di impiego pubblicate in rete. Mi capitò di leggere questo annuncio:
Società seleziona ingegneri architetti bella presenza figure femminili. Società di consulenza di prestigio, centro storico Bologna, cerca figura professionale femminile (Ingegnere o Architetto) da inserire nel proprio organico.
In un primo momento sono passato oltre, non avendo evidentemente nessuna delle caratteristiche richieste dall’annuncio, poi mi è tornato in mente e mi sono arrabbiato. Molto. Ne scrissi allora sul mio blog - fu una delle mie prime “considerazioni libere” - e mi è capito in seguito di citarlo più volte.
Nella sua prosa asettica e convenzionale, questo annuncio è emblematico di tutti gli stereotipi sul ruolo della donna nella nostra società, su cosa gli uomini si aspettano dalle donne. Dovrebbe essere ovvio che un ingegnere o un architetto venga assunto in base alla competenza, al curriculum scolastico e universitario, alle precedenti esperienze professionali. E questo dovrebbe valere per qualsiasi altro lavoro. Poi sappiamo che in genere non è così, che è più facile essere assunti se qualcuno ci conosce o ci raccomanda: in fondo è un criterio anche per questo, per quanto poco commendevole e decisamente ingiusto.
Eppure di tutto questo non si fa menzione nel testo dell’annuncio - neppure per inciso - perché la selezione avviene tra donne e quindi il requisito unico richiesto è quello della bella presenza. Pensate come deve essere mortificante per una ragazza che ha raggiunto un traguardo difficile, come la laurea in ingegneria e in architettura (dove le cose bisogna saperle bene e non ci si può improvvisare con le parole, come tendiamo a fare noi laureati in filosofia) leggere che quel lungo e faticoso percorso viene valutato soltanto in base a quanto sono slanciate le sue gambe o quanto sono luminosi i suoi occhi. Naturalmente non deve esserci neppure lo stereotipo contrario, ossia non possiamo considerare poco preparata un’ingegnere solo perché ha un bel seno.
Evidentemente chi ha scritto quell’annuncio - credo sia un uomo - sapeva esattamente di cosa aveva bisogno per qualificare l’organico della “società di consulenza di prestigio“. Evidentemente i clienti di quella società, anch’essi sicuramente prestigiosi e uomini, preferiscono che i loro progetti di prestigio siano illustrati da ingegneri e architetti donne di bella presenza. Evidentemente tutti loro leggono riviste prestigiose, dirette in genere da uomini, in cui quasi per ogni pubblicità serve l’immagine di una bella donna (anche i pubblicitari sono in genere uomini). E’ la bellezza usata, sfruttata, comprata e venduta come un prodotto tra altri prodotti.
C’è una ricerca ossessiva di questa bellezza, sempre più uniforme e sempre più standardizzata. Questa ricerca c’è ovviamente anche tra gli uomini, ma è un fenomeno ormai preoccupante tra le donne. Credo nessuno di noi abbia nostalgia delle atlete dai tratti mascolini e dai muscoli minacciosi della Ddr e degli altri paesi del blocco sovietico, ma è difficile ormai non notare che tra le campionesse dello sport sembrano scomparse le donne che non si adattano a certi canoni estetici. Le cantanti liriche sembrano scelte spesso più per la loro avvenenza che per la qualità del canto. Le attrici, le cantanti e i personaggi televisivi tendono sempre di più ad assomigliarsi. Le giornaliste televisive sono sempre più belle, così come le donne che fanno politica. Io naturalmente non ho nulla contro le donne belle, ma il mondo è fatto in genere da persone - donne e uomini - normali. Di donne e uomini normali ci innamoriamo, per lo più ci sposiamo tra persone normali, a qualcuno normale capita di amare, riamato, una persona bella; sono le cose della vita. Una persona bella può essere intelligente o stupida, capace nel lavoro o fancazzista, e così via; esattamente come una persona che bella non è.
Inoltre questa ricerca parossistica della bellezza, oltre che essere mortificante, a volte rischia di finire nel ridicolo, basti pensare alle “maschere” di certe donne che non accettano che il loro viso invecchi e si sottopongono a cure invasive quanto pericolose.
C’è poi un tratto paradossale in questa nostra epoca, in cui la bellezza del corpo viene enfatizzata, cercata, costruita. Non abbiamo alcuna cura per la bellezza che c’è fuori. Noi viviamo in un paese bellissimo, eppure questa bellezza è tutti giorni stuprata da interventi che la snaturano, che la deturpano, che la sviliscono. Le bellezze - in questo caso sì, è lecito parlare di “grande bellezza” - della natura e dell’arte vengono vendute e svendute, mai considerate come un patrimonio da preservare e da trasmettere a chi verrà dopo di noi. In fondo però non è un paradosso: in tutti i casi, nella ossessiva ricerca della bellezza fisica e nell’incuria in cui lasciamo la bellezza naturale e artistica, emergono prepotenti i disvalori della nostra società: l’ossessione per il successo e l’apparire, l’avidità di ricchezza, la sete di potere.
Ha ragione Alessandro Bergonzoni:
Io sono per la chirurgia etica: bisogna rifarsi il senno.

martedì 19 novembre 2013

Verba volant (11): femminicidio...

Femminicidio, sost. m.

La parola che voglio raccontare oggi è un neologismo, una parola nuova che racconta un problema molto antico.
Per definire questa parola voglio partire da due episodi accaduti alcuni mesi in Sudafrica, due femminicidi molto diversi l'uno dall'altro.
Credo ricorderete l’uccisione di Reeva Steenkamp. Si parlò molto allora della tragica morte di questa giovane modella sudafricana, soprattutto perché venne uccisa da una persona famosa, un “eroe” dello sport, un uomo che era riuscito a vincere molte sfide e che, per buone e motivate ragioni, fino a quel tragico episodio, poteva essere considerato un modello per i giovani di tutto il mondo. Se il fidanzato di Reeva fosse stato uno sconosciuto, lei sarebbe stata soltanto una delle oltre 15.000 donne uccise in un anno in Sudafrica. Una delle più note, una delle più belle, e questo avrebbe comunque garantito alla notizia una qualche prima pagina, quanto meno per soddisfare la morbosità del pubblico – maschile – dei tabloid.
Invece la morte di Reeva è capitata il giorno di san Valentino e per di più nella giornata scelta da milioni di donne di tutto il mondo per manifestare, ballando, la voglia di essere libere dalla paura della violenza degli uomini, quasi sempre dei loro compagni. Questa coincidenza provocò un primo moto di sdegno, durato però soltanto poche ore. Nei giorni successivi Reeva è progressivamente ridiventata un personaggio secondario di quella terribile vicenda, mentre Pistorius ne è rimasto il solo protagonista.
Inoltre con il passare dei giorni si sono cominciate a far strada nell’opinione pubblica alcune tesi che in qualche modo rendevano meno difficile la posizione del fidanzato omicida. E’ stato scritto che forse Pistorius avrebbe compiuto quel gesto insensato sotto l’effetto di steroidi: quindi non sarebbe stato del tutto lucido.
Questa non mi pare un’attenuante; semmai un’aggravante.
Oscar Pistorius era un campione sportivo, per uno come lui l’uso sregolato di steroidi è ancora più grave che per qualsiasi altro. La seconda attenuante emersa in quei giorni era ancora più subdola: Pistorius avrebbe agito spinto dalla gelosia, perché Reeva si sarebbe innamorata di un altro concorrente del reality a cui stava partecipando prima di morire. In questo argomento c’è sotto traccia un messaggio che sposta la colpa dal maschio alla donna: Reeva ha pagato la colpa di essere una donna bellissima, una donna che in fondo tutti gli uomini del Sudafrica – e non solo – hanno visto in lingerie nelle pubblicità. Era una donna della moda, dello spettacolo e quindi per un comune pregiudizio una donna “facile”. La bellezza, che è stata un’innegabile fortuna per quella ragazza finché è stata viva, è diventata una colpa, dopo la sua morte.
Per la cronaca, il processo contro Oscar Pistorius inizierà il 3 marzo 2014.
Alcuni giorni prima, il 2 febbraio, era morta vicino a Città del Capo, una ragazza nera di solo 17 anni, Anene Booysen, stuprata e uccisa da una banda di cui faceva parte anche il suo ex-fidanzato.
Per la cronaca, alla fine del mese di ottobre, dei tre imputati – ma la ragazza prima di morire aveva denunciato sei uomini – solo uno è stato condannato.
In un anno, come ho detto, in Sudafrica sono state uccise 15.000 donne e ne sono state violentate quasi 65.000. Negli ultimi vent’anni il tasso di omicidi “normali” è sceso in Sudafrica del 50%, ma quello degli stupri e delle violenza sessuali è rimasto invariato. Non è cambiata la situazione con la fine dell’apartheid: che siano bianchi o neri, i maschi abusano delle loro donne.
Le cause sono molte: una cultura in cui vige la legge del più forte, profonde disuguaglianze economiche che fanno sentire gli uomini più deboli, disparità di rapporti tra i sessi, lacune nell’educazione dei figli maschi e un alto tasso di disoccupazione maschile. In sostanza della crisi corrono il rischio di pagare il prezzo più alto le donne. Qualcosa che dovrebbe insegnare anche a noi che la crisi la stiamo vivendo, nonostante sia annunciata la sempre prossima ripresa.
Anene e Reeva erano due donne molto diverse, una nera e una bianca, una povera e una ricca – di una c’è soltanto la foto del documento d’identità, mentre dell’altra ci sono centinaia di foto – eppure le loro storie sono diventate drammaticamente simili; e simili a quelle di ancora troppe donne.
Per colpa di noi maschi.