giovedì 31 dicembre 2020

Storie (XVI). "Arriveranno i gud taims..."

Sulla Sesta Avenue, tra la 43esima e la 44esima West, c'è un grande palazzo di uffici che si chiama The Hippodrome Building. Un nome curioso per un anonimo grattacielo, uno dei tanti di Midtown Manhattan. Non fatevi ingannare dal nome: dove adesso c'è quell'edificio non c'era un ippodromo, ma il più grande teatro del mondo. 
All'inizio del 1903, l'ingegnere Frederic William Thompson e l'impresario teatrale e circense Elmer "Skip" Dundy, dopo aver creato il grande parco divertimenti di Coney Island, chiamato Luna park - una delle prime antonomasie del Novecento - convincono l'imprenditore Harry S. Black, l'uomo che all'inizio del secolo ha costruito tanti dei grattacieli di New York, a realizzare quel loro incredibile progetto: una sala da 5.300 posti a sedere - il Metropolitan ne conta solo tremila - e un palco di cento per duecento piedi, capace di accogliere contemporaneamente fino a mille artisti e un circo con cavalli e elefanti. Il teatro ha anche un serbatoio d'acqua in vetro da ottomila galloni che può essere sollevato fino al palco con un sistema di pistoni idraulici, per spettacoli di nuoto e immersioni. Nel 1909 il teatro passa ai fratelli Shubert - i più grandi impresari teatrali dei primi decenni del Novecento tra vaudeville e burlesque - ma sarà qualche anno dopo, quando la proprietà passa a Charles Dillingham, che l'Hippodrome diventerà così famoso. 
È curiosa la storia di Dillingham: per qualche tempo è il critico teatrale del New York Post, ma nel 1902 decide che scrivere sugli spettacoli non gli basta più. Sarà lui nel 1914 il produttore di Watch Your Step, il primo musical di Irving Berlin, che segna anche il debutto a Broadway di Vernon e Irene Castle. Mentre l'anno successivo ingaggia Anna Pavlova, la grande ballerina russa che ha lavorato con Nižinskij ed è stata la danzatrice più importante e famosa dell'inizio del secolo; e che noi rischiamo di ricordare solo perché le è stata dedicata una torta a base di meringa.

Melina ha scoperto la neve quando è arrivata a Ellis Island. Sapeva cos'era, aveva visto le colline imbiancate intorno a Rodi, come se qualcuno ci avesse sparso sopra della farina, ma non l'aveva mai toccata. Il suo primo ricordo dell'America è il freddo della neve sulle sue dita. Le manca il mare. Una volta ha accompagnato i signori a Long Island, ma quello è l'oceano, non è il suo mare. Però non poteva più stare là. I suoi genitori sono morti con la spagnola. Tempi cattivi. I suoi zii sono tutti negli Stati Uniti: anche il suo destino deve essere in quella terra lontana, al di là dell'oceano. 

Il 31 dicembre 1920 all'Hippodrome va in scena Good Times, il sesto dei grandi spettacoli che Dillingham produce in quel teatro. Il pubblico quella sera fa la fila davanti alla facciata in stile moresco in mattoni rossi e terracotta, osservando i globi coperti di luci elettriche che sormontano le due grandi torri angolari. 
Good Times ha debuttato il 9 agosto 1920. Si tratta di quello che in inglese si chiama extravaganza, storpiando un po' la parola italiana. In un extravaganza ci sono elementi del vaudeville, del circo, del burlesque, del music hall: è quello che in Italia sarà la rivista, ma senza la grandezza e l'esagerazione dei teatri di Broadway. Quegli spettacoli devono stupire il pubblico, dall'inizio alla fine.
Il libretto è dello scozzese Robert Hubber Thorne Burnside, che dal 1908 al 1923 è il direttore artistico dell'Hippodrome. Robert è praticamente nato sul palcoscenico, il padre è un impresario e la madre è un'attrice, e lui debutta da bambino interpretando un cagnolino in The Bohemian Girl, ma capisce presto che il suo destino non è quello di stare sul palco. Scrive libretti e commedie, compone canzoni, produce spettacoli, mette in scena centinaia di musical a Brodway, in quella che diventerà la sua città. Per Good Times Burnside chiede la collaborazione di Raymond Hubbel per scrivere le canzoni. 
Raymond è nato nel Midwest, suona il piano, a Chicago ha diretto una sua orchestra da ballo, ma poi comincia a scrivere a canzoni, e naturalmente si trasferisce a New York, perché è in quella città che si fa la musica. Nel 1915 diventa il direttore musicale dell'Hippodrome, al posto di Manuel Klein. Questa è una parte della storia che merita di essere raccontata. Jacob, uno dei fratelli Shubert, ordina a Klein di mandare dei membri dell'orchestra dell'Hippodrome al Winter Garden Theatre, dove stanno producendo un altro spettacolo. Klein si rifiuta: ha bisogno di quei musicisti per l'Hippodrome. Poi offre le sue dimissioni, che Shubert accetta. Quello però che i fratelli non si aspettano è la reazione dell'intera compagnia, che si schiera dalla parte di Klein. Questo porterà i Shubert a lasciare l'Hippodrome, le cui quote saranno rilevate da Dillingham. Comunque Hubbel entra in sintonia con l'orchestra e compone moltissime canzoni. La più famosa, l'unica che sia diventata uno standard, è Poor Butterfly del 1916, scritta per lo spettacolo dell'Hippodrome The Big Snow. Per scrivere questa canzone Raymond si ispira alla Madama Butterfly di Giacomo Puccini, tanto che contiene una breve citazione musicale dal duetto del secondo atto Tutti i fior?: vivida testimonianza della notorietà del compositore italiano negli Stati Uniti, dove nei primi anni del Novecento è una specie di popstar.

Bruno è abituato alla neve. A Mezzaselva, lassù sull'altopiano, arriva ogni anno. Gli piace la neve perché protegge la terra. E Bruno è un contadino, come suo padre, come suo nonno, come sono sempre stati quelli sua famiglia e per questo lui ha bisogno che la terra venga protetta. Non gli è piaciuta la neve nelle trincee, ma lui non è soldato, è un contadino. Tempi cattivi. E poi quella guerra ha ferito la sua terra, il fronte passava proprio per il suo paese: la sua casa era dalla parte degli austriaci, mentre il campo in quello italiano. E lui era lontano, sull'Adamello. Ha deciso di andare in America quando era ancora in trincea, per cercare un mondo dove non ci sia più la guerra.  

Per raccontare Good Times sul numero di Life del 14 aprile 1921 c'è scritto: "Bene, ci sono elefanti e ragazze che si tuffano, Joe Jackson e tutto il resto". È un lungo spettacolo: sedici scene distribuite in tre atti. E Dillingham mette insieme una sorta di "internazionale" del extravaganza.
Joseph Francis Jiranek è nato a Vienna nel 1873 e corre veloce in bicicletta. Da ragazzo vince qualche gara, ma presto scopre che quando è in sella può fare anche altre cose. Diventa un campione di bike polo che però, nonostante venga presentato come sport dimostrativo a Londra nel 1908 - le Olimpiadi di Dorando Pietri - non diventa un sport olimpico. Joseph sa fare di tutto con la sua bici, salta, va su una ruota sola, è capace di ogni genere di evoluzioni. Poi un giorno, mentre si esibisce al Crystal Palace, il manubrio si stacca dal telaio: Joseph è furioso, mentre continua a pedalare agita il pezzo staccato. E il pubblico comincia a ridere. E quel giorno nasce Jo Jackson, il più famoso clown in bicicletta del Novecento. Jo si esibisce in ogni parte del mondo, e nel 1920 - come dice l'articolo di Life - è la stella di Good Times. Il 16 maggio 1942 Jo è ancora in attività, anche se si esibisce sempre meno, ma quella sera torna eccezionalmente in scena al Roxy Theatre; finito il suo numero, viene chiamato alla ribalta per ben cinque volte. Dopo la quinta chiamata, si dirige verso l'ascensore che porta ai camerini e sorride al direttore di scena, dicendogli: "Senti, stanno ancora applaudendo". E crolla per un infarto.

La signora ha mandato Bruno ad acquistare i biglietti per lo spettacolo di fine anno dell'Hippodrome già all'inizio di dicembre. Mentre è in fila pensa che gli piacerebbe proprio venirci una sera con Melina. Se solo trovasse il coraggio di dirle qualcosa. Certo si parlano tutti i giorni, per faccende di lavoro, ma lui avrebbe tante cose da dirle. Non sa come dirle in italiano, figurarsi in inglese. Pensa che in dialetto saprebbe come dirle quanto sono belli i suoi occhi. Quando è il suo turno alla biglietteria, Bruno è ancora immerso in questi confusi pensieri.

Grace Leard è nata nel 1887 a Farmingdale, in Illinois. Suo padre è un pastore presbiteriano e la piccola Grace scopre la musica cantando nel coro della chiesa. Presto capisce che quella voce è il suo talento. Studia a New York e poi a Milano e a Berlino e diventa un soprano di coloratura, una delle più celebri degli anni Venti. Belle Story - sarà questo il suo nome, anche se a volte si trova la versione Storey - è elegante e ha una splendida voce, alterna i concerti e il vaudeville. Il 29 dicembre 1916 si esibisce alla Carnegie Hall insieme al pianista Leopold Godoswki in un concerto in cui mostra tutto il suo talento nelle arie più celebri di Mozart, mentre qualche mese dopo canta insieme a Enrico Caruso. Intanto è la stella dell'Hippodrome. In Good Times compare in ben cinque scene, con altrettante canzoni scritte per lei da Hubbel.

Il 28 dicembre la casa è in subbuglio: i signori hanno ricevuto un invito. Ci sarà una grande festa per salutare la fine del 1920 organizzata da un misterioso gentiluomo che ha acquistato una grande villa a West Egg, a Long Island, poco lontano da dove loro passano le vacanze estive. Non possono mancare. La signora sta facendo diventare matte Miss Morgenstein e Melina per scegliere il vestito, le scarpe, i gioielli. Bruno viene mandato in giro per tutta Manhattan a ritirare pacchetti. Ovviamente nessuno pensa più ai biglietti per Good Times.

Isidro Marcelino Orbés Casanova è nato a Jaca, in Aragona, nel 1873, ma diventa un clown famoso a Londra. Nei primi mesi del 1901 è la star dello spettacolo in cui si esibisce anche il giovane Charlie Chaplin che lo osserva con maniacale attenzione. Anche Marceline - è così che l'artista è conosciuto in tutta Europa - arriva a New York e naturalmente viene ingaggiato all'Hippodrome, dove diventa una presenza fissa degli spettacoli. Ma le sue pantomime alla fine stancano il pubblico e nel 1915 viene licenziato. Tenta la fortuna in altri teatri, ma la sua stella ormai è tramontata. Nel 1920 viene richiamato all'Hippodrome per Good Times, anche se il suo nome non appare a caratteri cubitali come nel decennio precedente. Isidro prova ad aprire un paio di ristoranti, ma è costretto ben presto a chiuderli, tenta di fare qualche speculazione immobiliare, che regolarmente fallisce. Continua a esibirsi nei circhi della provincia. In uno di questi spettacoli lo vede Chaplin che insieme a un altro ragazzo inglese, che si fa chiamare Stan Laurel, è arrivato in America. Charlie si aspetta che Marceline sia il protagonista dello spettacolo, e si stupisce di vederlo insieme agli altri pagliacci. E Marceline sarà uno dei pochissimi artisti che citerà nella sua autobiografia, perché sente un debito di riconoscenza verso quel clown. Il 5 novembre 1927 una cameriera dell'hotel Mansfield di New York troverà il corpo di Isidro, che stringe ancora in mano la pistola con cui si è ucciso, e intorno a lui le foto degli anni della gloria dell'Hippodrome.

Il 31 pomeriggio finalmente regna il silenzio nella grande casa sulla Ventesima Strada. Bruno è già rientrato, dopo aver accompagnato i signori a West Egg. Miss Morgenstein gli ha preparato un piatto di uova al bacon. "Avanti ragazzo, cosa aspetti a invitarla? Quei due posti non possono rimanere vuoti proprio stasera". "Ma non ho un vestito da mettermi per andare a teatro". "Questo lo risolveremo dopo, ma adesso bussa a quella porta e non fare lo stupido".  

Sascha Piatov è nato in Russia nel 1888 e ha studiato danza presso il Balletto Imperiale, ma è in Europa e negli Stati Uniti che i ballerini possono avere successo, grazie a Djaghilev, che ha reso così popolare questo genere artistico. Sascha arriva a New York e anche lui viene scritturato dall'Hippodrome. Qui conosce una giovane ballerina, Lois Natalie, danzano bene insieme e in Good Times hanno due numeri: Morning and Night durante il primo atto e Arlecchino e Colombina nel secondo. Lois è presentata come Madomoiselle Natalie: Dillingham sa che una ballerina francese "vende" meglio. Sascha e Lois sono proprio bravi insieme, si innamorano e si sposeranno, continuando a ballare. Sascha, per quanto irriconoscibile, è il protagonista di un celebre poster di Alfonso Iannelli. Alfonso è nato anche lui nel 1888, ad Andretta, in provincia di Avellino, è emigrato ancora bambino con la famiglia negli Stati Uniti e qui ha studiato con lo scultore Gutzon Borglum, quello che poi diventerà famoso per i ritratti dei presidenti sul Monte Rushmore. Iannelli sarà soprattutto uno scultore, rappresentante dello Streamline Moderne, tipico degli anni Trenta e dell'art déco, e un designer industriale, ma all'inizio del secolo disegna i manifesti per gli spettacoli di vaudeville dell'Orpheum Theatre di Los Angeles: quello in cui rappresenta con tratti semplici e colori vivacissimi Mignon McGibeney e Sascha Piatov, ritratto come un clown, è un piccolo capolavoro dello stile di quegli anni.   

Melina è contenta che Bruno l'abbia invitata: le piace la timidezza di quel ragazzo italiano. Immagina ci sia lo zampino di Miss Morgenstein, anche perché appena Bruno è andato a prepararsi dopo che lei gli ha detto di sì, la governante è entrata nella camera della ragazza con un vestito da sera. Sembra che tutta New York sia lì. I grandi globi sulla facciata dell'Hippodrome risplendono negli occhi di Melina.  

Sono arrivati negli Stati Uniti nel 1915 dalla Spagna, ma gli Hanneford vengono dall'Inghilterra. Raccontano che alla fine del Seicento un loro antenato, Michael, nato in Irlanda, intrattenesse i reali inglesi cavalcando senza sella, facendo acrobazie e il giocoliere. Forse è una leggenda, ma certamente nel 1807 gli Hanneford girano con i loro carri per le città dell'Inghilterra. Quando arrivano in America il capo della famiglia è Edwin "Poodles", uno dei più grandi acrobati a cavallo: è capace di eseguire una capriola saltando da un animale all'altro e una volta è riuscito a salire e scendere da un cavallo in corsa per ventisei volte consecutive. Un'attrazione del genere non può mancare in Good Times.

Melina e Bruno non hanno mai visto nulla di simile. Si tengono le mani mentre gli acrobati fanno le loro evoluzioni e quando le tuffatrici si lanciano in acqua.

Anche quel ragazzo che cammina sui trampoli è appena arrivato da Bristol. Si chiama Archibald Alec Leach e quando i suoi compagni torneranno in Gran Bretagna, finito l'ingaggio per Good Times, deciderà di rimanere lì. Continuerà per qualche anno nel vaudeville, a fare l'acrobata e il giocoliere, ma è bello e incredibilmente elegante: all'inizio degli anni Trenta arriverà a Hollywood e sarà Cary Grant.

I due giovani escono dal teatro, tenendosi stretti. È cominciato il 1921. Nevica. Forse sono davvero finiti i tempi cattivi. Almeno per loro.

domenica 20 dicembre 2020

Verba volant (794): slitta...

Slitta, sost. f.

Anche se sono più vecchio di Cesare Cremonini, so quanto sia bello andare in giro in Vespa per i colli bolognesi. Invece non so proprio come sia andare in slitta sulla neve tirato da un cavallo al trotto. Pare sia divertente, anche se devo fidarmi di quello che racconta James Lord Pierpont. E comunque Cesare non me la racconti giusta: sappiamo tutti e due che la parte più divertente è quando vai in giro in Vespa con la tua ragazza seduta dietro, come Gregory Peck in Vacanze romane. Almeno James è più onesto: confessa che a lui piace andare in slitta proprio perché così può stare finalmente da solo con la sua Fanny. Certo c'è sempre il rischio di cadere e magari di fare una brutta figura di fronte a qualche damerino di passaggio. Ma - assicura James - se attacchi un baio veloce, carichi una ragazza e cominci a cantare, stai sicuro: è bello andare in giro con le ali sotto ai piedi, se hai una slitta che ti toglie i problemi.
E poi è divertente ascoltare il suono delle campanelle attaccate alle briglie del cavallo, anche se le hai messe per far sentire agli incroci che stai arrivando. Meglio essere prudenti, una slitta sulla neve, a differenza della Vespa quando vai su per Casaglia, non fa praticamente nessun rumore. Quindi ragazzo, fa' suonare quelle campane.

A differenza di quello che succede con Cremonini, abbiamo un solo ritratto di James Lord Pierpont, un rispettabile signore di cinquant'anni in redingote con una folta barba nera. In quel momento James, sposato e padre di quattro figli, vive in Georgia, è l'organista della locale chiesa presbiteriana, insegna musica nella scuola della città e dà lezioni private di pianoforte. Anche se è nato a Boston, vive da tempo al sud, tanto che si è arruolato come volontario nell'esercito della Confederazione. È uno dei tanti reduci della guerra di secessione che cerca di adattarsi ai tempi nuovi. Sono lontani gli anni in cui si è imbarcato in una baleniera e poi è andato in California per partecipare, senza successo, alla corsa all'oro. Ha tentato anche di fare il fotografo, anche in questo caso senza fortuna. Però James ama la musica, sa suonare l'organo ed è capace di comporre canzoni. Scrive musica da ballo, ma soprattutto canzoni per gli spettacoli dei Minstrel, attori e cantanti bianchi con la faccia dipinta di nero, che rappresentano i neri in maniera stereotipata e offensiva. Però il pubblico si diverte e questi spettacoli di varietà hanno un certo successo negli Stati Uniti - a nord e a sud - negli anni Trenta e Quaranta dell'Ottocento. E, nonostante il chiaro intento razzista, è il modo in cui i bianchi scoprono la musica dei neri. E quello che diventerà all'inizio del Novecento il jazz.
Non sappiamo di preciso né quando né dove James abbia composto la canzone intitolata The One Horse Open Sleigh, in cui racconta di quanto sia divertente portare una ragazza in giro con la slitta d'inverno. Sappiamo che è stata eseguita per la prima volta il 15 settembre 1857 all'Ordway Hall di Boston da John Pell, un popolare "menestrello" dalla faccia nera, in uno dei suoi spettacoli. E non sappiamo se sia piaciuta al pubblico, che probabilmente si è messo a ridere quando Johnny, cantando la terza strofa, quella dove si racconta la caduta, si è buttato a terra, fingendo di essersi fatto male al sedere. O ha fatto qualche gesto volgare per descrivere Fanny che finalmente ha deciso di accettare l'invito a fare quella corsa sulla slitta. In fondo si divertivano così. Gli spettatori probabilmente hanno trovato quel pezzo - il cui ritornello richiama il Canone di Pachelbel - piuttosto orecchiabile, anche perché simile a tante altri canzoni tradizionali che hanno già sentito o magari cantato proprio andando sulle slitte. Ma James ha bisogno di soldi, deve scrivere le sue canzoni in fretta e sfrutta il più possibile quello che c'è in giro. 
In quegli stessi mesi il fratello di James diventa reverendo della chiesa presbiteriana unitaria di Savannah in Georgia e lui lo segue per suonare l'organo e dirigere il coro. Per la Festa del Ringraziamento di quell'anno, James insegna al suo nuovo coro quella canzone sulle campane e sulle slitte. È una canzone che parla della neve e dell'inverno e poi è abbastanza facile da imparare in pochi giorni. Mentre suona l'organo della chiesa di Savannah - che sarà chiusa dopo due anni perché sostiene l'abolizione della schiavitù, un "dogma" che in Georgia in quegli anni ha scarsa fortuna - James non può certo immaginare che ha scritto una delle più famose canzoni di Natale del mondo, una canzone che tutti abbiamo cantato e storpiato, anche se non sappiamo l'inglese e non abbiamo idea che si parli di slitte. 

Non ci sono notizie precise su quando Jingle Bells sia diventata una delle più popolari canzoni natalizie di sempre. Rispetto alla versione di Pierpont quella che cantiamo noi - e che è una popolare suoneria di cellulare - ha un ritornello ancora più semplice e non sappiamo chi l'abbia scritta così, ma certo viene registrata in questo modo da Will Lyle il 30 ottobre 1889 su un cilindro Edison, anche se non si ha notizie di copie superstiti. La prima registrazione arrivata fino a noi è di qualche settimana dopo: l'Edison Male Quartette, sempre su un cilindro Edison, incide una parte della canzone in un medley natalizio - usavano già allora - intitolato Sleigh Ride Party. Nel 1902 i quattro artisti, che ormai si fanno chiamare Hayden Quartet, perché non cantano solo per la Edison, e sono il più popolare quartetto vocale di qua e di là dell'Atlantico dei primi anni del Novecento, incidono Jingle Bells
E da allora questa canzone è definitivamente una delle canzoni di Natale, anzi la più conosciuta e cantata canzone non religiosa di Natale. Nel 1935 la versione di Benny Goodman raggiunge il 18° posto della classifica dei dischi più venduti, mentre nel 1941 Glenn Miller ottiene il quinto posto. E durante le feste di Natale del 2006 la cantante Kimberley Locke, scoperta nella secondo edizione di American Idol, raggiunge il primo posto con la sua registrazione della canzone. Nel 1957 Bobby Helms ha riscritto la musica in stile rockabilly. E davvero tutti hanno registrato Jingle Bells, da Sinatra a Mickey Mouse, dai Beatles a Pavarotti. Oppure quel ritornello così famoso viene appena citato, come nella versione di Bruce Springsteen di Santa Claus Is Comin' to Town. E non mancano ovviamente le parodie, come quella famosa Jingle Bells, Batman Smells, scritta negli anni Sessanta, ma rimessa in auge da Burt Simpson. O, visto che la canzone è diventata internazionale, in qualche caso si decide di cambiare le parole. In Australia a Natale non c'è la neve e non si va in slitta, però puoi portare la tua ragazza su una vecchia Holden sollevando la polvere nel bush: il risultato non cambia
Il 16 dicembre 1965 gli astronauti della missione Gemini Tom Stafford e Wally Schirra, con delle campanelle e un'armonica portate sulla navicella all'insaputa della base di Cape Canaveral, hanno eseguito una loro versione di Jingle Bells, che quindi è diventata la prima canzone diffusa nello spazio.

E James?
Continua a fare la sua vita da gentiluomo del sud. Nel 1880 suo figlio Juriah, che è diventato un medico, rinnova il copyright sulla canzone, riuscendo, pur con notevoli sforzi, a mantenerla legata al nome del padre. Anche se non ne ricaverà mai molti soldi. James Lord Pierpont muore a Winter Haven - e uno che ha scritto Jingle Bells dove altro poteva trasferirsi? - in Florida il 5 agosto 1893. E anche se non ha goduto i benefici economici, nel 1970 il suo nome è stato inserito nella Songwriters Hall of Fame, proprio per aver scritto, copiando qua e là, quella canzone.
Forse gli avrebbe fatto più piacere sapere che nel 2006 un altro "menestrello" avrebbe usato la struttura del ritornello e le prime due righe della sua The Little White Cottage, una ballata del 1857 scritta proprio nello stesso anno di Jingle Bells, per la sua Nettie Moore, l'ottavo brano di Modern Times.

Quindi la prossima volta che sentite Jingle Bells non pensate al cenone e ai regali, e neppure al Natale, ma solo di essere su una slitta con la vostra Fanny e di andare veloci verso il tramonto.

lunedì 14 dicembre 2020

Verba volant (793): buio...

Buio
, sost. m.

Forse non siamo disposti ad ammetterlo, ma anche noi "grandi" abbiamo paura del buio.
Eppure noi non siamo mai al buio. Chi di noi vive in città, sa che le finestre lasciano filtrare le luci delle strade e dei palazzi vicini, ma anche chi vive in campagna, isolato dalle altre case, sa che il buio non esiste più. 
Ci sono quei piccoli punti rossi che ci dicono che i nostri televisori, anche se momentaneamente sono spenti, sono lì, pronti a trasmettere i programmi che stanno "custodendo" per noi, e che i nostri allarmi sono inseriti, perché altrimenti non ci sentiremmo sicuri neppure a casa, e le nostre caldaie e i nostri impianti di condizionamento sono accesi, perché vogliamo dormire al fresco d'estate e al caldo in inverno, sempre vestendo lo stesso pigiama di moda, e poi ci sono le luci degli schermi dei nostri telefonini e dei nostri tablet, che, mentre noi dormiamo, si "nutrono" di energia per permetterci la mattina successiva di essere nuovamente connessi con il mondo e che continuano a ricevere notifiche e informazioni, perché da qualche parte del mondo è sempre giorno, ma soprattutto non riusciamo ad avere paura del buio perché sappiamo che ci basta allungare un braccio fuori dalle coperte e fiat lux
Il buio è un lusso che non possiamo più permetterci, la luce accompagna sempre la nostra vita, a qualsiasi ora del giorno e della notte. 
Curiosamente, almeno da un punto di vista etimologico, il buio ha a che fare con il fuoco. Questa parola deriva infatti dal basso latino burus - e per questo nei dialetti di derivazione gallica, come quello di Bologna, noi diciamo ancora bur - e significa bruciato, arso. In sostanza il buio è il colore di quello che il fuoco ha distrutto. 
Come se l'etimologia volesse dirci che non dobbiamo avere paura del buio, ma della luce, di troppa luce. E infatti quelle piccole luci che riempiono le nostre case, per quanto siano il segno di un progresso a cui non possiamo - e non dobbiamo - più rinunciare, sono anche il segno di un pericolo, la perdita del senso del limite. E non possiamo dimenticare che per permetterci di stare nel tepore dei nostri letti, in attesa di svegliarci trovando sempre l'acqua calda e le ultime notizie sui nostri telefoni, è necessaria un'incredibile quantità di energia che mette a rischio l'equilibrio del nostro pianeta e spesso è fondata sullo sfruttamento di persone che non godono di questi stessi privilegi. 
E se tutti i quasi otto miliardi di donne e uomini che ci sono su questo pianeta potessero, come facciamo noi, e come naturalmente sarebbe auspicabile, avere una casa e tutte le luci che abbiamo noi, quanto resisterebbe il mondo? Sarebbe in breve distrutto. Il pianeta resiste perché noi privilegiati che non dobbiamo più temere il buio siamo una minoranza.  
Ho cominciato a scrivere questa definizione di Verba volant alla mattina del giorno che sul calendario è dedicato a santa Lucia e che nella credenza popolare segue la notte più lunga dell'anno. Una notte che nelle nostre case è ovviamente illuminata dalle lucette degli addobbi natalizi. Sappiamo che non è vero, che il solstizio d'inverno cade qualche giorno dopo, ma non importa: io continuo a credere che questa sia la notte più lunga dell'anno, perché così hanno creduto tante generazioni prima della nostra, quelle donne e quegli uomini che hanno conosciuto davvero il buio, perché la loro vita era regolata dal succedersi del giorno e della notte e dalla scansione delle stagioni. E provo una sorta di nostalgia per quel mondo che non ho mai conosciuto, e a cui mi posso aggrappare solo attraverso queste antiche tradizioni. Naturalmente - perché viviamo in un mondo di contraddizioni - sempre al caldo della mia casa e con tutte le luci accese, e scrivendo su un uno schermo illuminato.
E forse, se chiudiamo gli occhi, se proviamo a staccare tutte le nostre diavolerie che non si spengono mai - e non ci spengono mai - potremmo perfino intuire, anche se per un breve momento, cosa significa una notte che sembra non finire e la gioia di quel bagliore di luce quando annuncia che, nonostante tutto, un altro giorno sta per cominciare, anche dopo una notte così lunga, una notte senza fine. Pensate lo stupore con cui i nostri antichissimi progenitori vedevano ogni mattina sorgere il sole, il sospiro di sollievo perché anche quella notte era finita. Certo potevano legittimamente sperare che il sole sarebbe sorto, che la luce sarebbe tornata, perché era sempre successo, ma non ne erano proprio sicuri, in fondo ai loro cuori un po' di paura c'era sempre. Noi siamo sicuri che domani mattina il sole tornerà a sorgere, sappiamo con precisione a che ora la prima luce dell'alba toccherà le nostre città, ma credo che dovremmo riacquistare un po' di quella sana meraviglia, come se non lo sapessimo, come se temessimo che il sole non sorga anche domani.
Proviamo a stare davvero al buio: avremo certamente paura - è naturale averla - ma saremo anche consapevoli che il buio fuori di noi è in qualche modo rassicurante, a differenza del buio che è dentro di noi. Quello sì che deve farci paura. O forse anche in questo caso non è il buio che dobbiamo temere, ma il fuoco dentro di noi che ha la forza di distruggere gli altri e il mondo che ci sta intorno. Dobbiamo avere - come sempre - paura di noi.