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domenica 29 gennaio 2012

Considerazioni libere (268): a proposito di speculazioni e speculatori...

Immagino abbiate visto anche voi lo spot che queste settimane pubblicizza l'aumento di capitale Unicredit: una ragazza si accorge che il tricolore non sventola come dovrebbe perché un lembo della bandiera è rimasto impigliato all'asta; non indugia, si toglie il berretto, si arrampica sul pennone e, tra la curiosità prima e poi l'approvazione dei passanti – rimasti comunque prudentemente giù – “libera” il tricolore. Il messaggio è chiaro: sottoscrivere l'aumento di capitale della più grande banca italiana è un gesto patriottico, moderna versione dell'antico – e assai più drammatico – “oro alla patria”. Non entro nel merito della decisione degli amministratori della banca di effettuare questa operazione, dettata dalla grave situazione finanziaria in cui si trova l'istituto di credito; faccio soltanto notare che questo aumento di capitale è accompagnato da una drastica riduzione del personale. Saranno infatti 5.200 le persone che perderanno il lavoro dalla fine del 2011 al 2015; evidentemente per le banche e le grandi aziende non vale quello che succede nel calcio, dove se la squadra va male si cambia l'allenatore per non cambiare i giocatori: qui si “cambiano” i lavoratori per non cambiare i vertici.
Ho fatto questa premessa perché Unicredit è una delle banche private che, attraverso le loro operazioni finanziarie, hanno contribuito a far aumentare la fame nel mondo, facendo crescere i prezzi delle commodities alimentari. I lettori più pazienti ricorderanno che ho già parlato di questo tema in una mia “considerazione” di qualche settimana fa – la nr. 264 che vi prego di rileggere – in cui ho descritto alcuni aspetti legati alle speculazioni finanziarie sui prodotti alimentari e all'acquisto di migliaia e migliaia di ettari di terra nei paesi del sud del mondo, quel fenomeno che viene chiamato land grabbing. Torno sul tema perché in questi giorni è stato pubblicato un rapporto intitolato Farming Money. How European banks and private finance profit from food speculation and land grabs, redatto da Friends of the Earth Europe, alla cui realizzazione ha partecipato anche l’italiana Campagna per la riforma della Banca mondiale.
Questo rapporto è importante perché fa nomi e cognomi delle banche e delle società europee impegnate in questi affari. Troppo spesso quando parliamo dei mercati o della crisi internazionale facciamo riferimento in maniera generica a fantomatici “speculatori”, come fossero entità invisibili e segrete, una sorta di Spectre con sede in qualche paradiso fiscale tropicale. Invece sappiamo benissimo chi sono questi “speculatori”: sono le “nostre” banche, quelle in cui abbiamo i conti correnti e che ci concedono i mutui, le compagnie di assicurazioni, i grandi gruppi finanziari. Per l'Italia il rapporto fa riferimento alle attività, oltre che di Unicredit, di Intesa-San Paolo e delle Generali, ossia il gotha della finanza italiana. Naturalmente non manca nessuno dei colossi europei del credito e delle assicurazioni: nel rapporto sono esaminate con scrupolo e dovizia di dati le attività di 29 grandi istituti di credito, tra cui Deutsche Bank, Barclays, Rbs, Allianz, Bnp Paribas, Axa, Hsbc, Credit Agricole; non manca proprio nessuno.
La speculazione finanziaria è la principale causa dell’innalzamento dei prezzi delle commodities alimentari negli ultimi anni: l'indice Fao sui prezzi del cibo è arrivato nel 2011 al massimo di 238, oltre 30 punti in più rispetto al massimo precedente, riscontrato nel 2008. Questi soggetti controllano ormai il 60% del mercato dei cereali, a fronte del 12% di 15 anni fa. Miliardi di euro e di dollari vengono investiti nei mercati delle materie prime, causando improvvise e ingiustificate impennate dei prezzi dei prodotti alimentari, con una ricaduta immediata sui prezzi al consumo; queste oscillazioni dei prezzi rendono sempre più difficile la vita dei coltivatori che non possono più calcolare con un qualche margine di certezza i prezzi dei loro prodotti. Il paradosso, in questi tempi in cui il mondo è dominato dall'ideologia ultraliberista, è che i prezzi delle materie prime non sono più regolati dalla legge della domanda e dell'offerta, che dovrebbe essere la regola aurea del mercato, ma dalle scelte di chi controlla i grandi fondi di investimento. Loro guadagnano con le speculazioni sui fondi, noi consumatori finali e soprattutto i coltivatori siamo quelli che ci rimettono, per non parlare delle conseguenze sull'ambiente e sull'ecosistema, che paghiamo tutti e che pagheranno ancora più caro le prossime generazioni. Il rapporto spiega che queste istituzioni, oltre a essere protagoniste delle speculazioni finanziarie, sono anche direttamente impegnate nell'acquisto di terre. Alcune di questi istituti hanno finanziato direttamente imprese agro-alimentari che hanno acquistato terre con aperte violazioni dei diritti umani delle persone che abitavano e coltivavano quei territori, ad esempio il fondo pensione tedesco Abp in Mozambico, Axa in India e Hsbc in Uganda. Anche Generali ha acquistato grandi quantità di terreni in Romania.
Il rapporto spiega che Unicredit, attraverso Pioneer Investments, colloca sul mercato un fondo hedge specializzato in commodities (Pioneer Funds – Commodities Alpha) con un patrimonio di oltre 600 milioni di euro. Il fondo investe per oltre il 50% in commodities agricole (per il 26,3% in granaglie, per il 17,9% in soft commodities agricole, per il 6,2% in bestiame e per il 3,5% in oli vegetali). Forse qualcuno lo dovrebbe spiegare alla ragazza che fa tanta fatica per raggiungere la cima del pennone.

martedì 20 dicembre 2011

Considerazioni libere (264): a proposito di quelli che si prendono la terra...

Più di un anno fa ho dedicato una di queste "considerazioni" – la nr. 91 per la precisione – a quel fenomeno che adesso gli organismi internazionali cominciano a chiamare land grabbing, ossia l'acquisto o l'affitto per decine di anni di migliaia e migliaia di ettari di terreno in Africa, Asia e America latina da parte di grandi compagnie multinazionali. Naturalmente questa vera e propria "corsa alla terra" è cominciata da tempo, ma la crisi finanziaria vi ha dato un notevole impulso: quando la finanza ha cominciato a vacillare sotto i colpi della speculazione, gli stessi speculatori hanno capito che era meglio rifugiarsi su beni più solidi e la terra è certamente uno di questi. Sono infatti proprio quelli che hanno fatto i soldi con le transazioni finanziarie a essere i protagonisti di questo ritorno alla old economy: in fondo di cibo ci sarà sempre più bisogno, visto che la popolazione mondiale tende a crescere, i prezzi rimarranno alti e quindi il profitto sarà garantito. Anche perché la terra nei paesi poveri del mondo costa poco, a volte pochissimo e rende parecchio. Gli stati petroliferi arabi fanno incetta di terreni per garantire le scorte alimentari necessarie per le loro popolazioni, la Cina – molto attiva in Africa – lo fa anche con l'obiettivo di espandere la propria influenza politica in quel continente strategico, le grandi compagnie multinazionali per impiantare monocolture di biocarburanti, facendo anche finta di farlo per il bene del pianeta e per non sfruttare le risorse energetiche tradizionali: tutti questi ne ricavano guadagni immensi. Ci guadagnano qualcosa, un'inezia rispetto ai guadagni globali, quei governanti corrotti – spesso sostenuti dai governi occidentali – che vendono e svendono le terre dei loro paesi. Se sono pochissimi quelli che ci gudagnano, naturalmente sono moltissimi quelli che ci rimettono, prima di tutto i contadini che in quelle terre vivevano e lavoravano. Ma anche noi ci rimettiamo, perché crescono i prezzi degli alimenti e perché il mondo è sempre più inquinato. Il land grabbing è il nuovo colonialismo e peserà sempre di più sulle fragilissime economie dei paesi in via di sviluppo.
Torno sull'argomento perché alcuni mesi fa la Banca mondiale ha fatto uscire su questo tema il rapporto Rising global interest in farmland; visto che ormai questa istituzione ha un peso così rilevante nella vita pubblica dei nostri paesi, tanto da condizionarne le scelte politiche, mi sembra utile capire cosa pensa di una questione così importante chi effettivamente comanda negli Stati Uniti e in Europa. La Banca mondiale riconosce che il problema esiste e che in seguito alla crisi del cibo del 2008 le grandi compagnie internazionali hanno aumentato in maniera considerevole i propri investimenti per l'acquisto di terreni, menzionando anche il fatto che i governi e le compagnie hanno stretto accordi senza tener conto della volontà delle comunità locali, alle quali non sempre sono stati riconosciuti i risarcimenti dovuti. Il rapporto si conclude con l'indicazione di sette principi per gli investimenti agricoli nei paesi più poveri, che riguardano tutela ambientale, rispetto dei diritti di proprietà, trasparenza eccetera; questi principi rimangono però belle parole dal momento che la Banca mondiale conclude che queste regole non possono essere imposte, ma devono essere recepite volontariamente dalle compagnie. Una pia illusione, nel migliore dei casi, visti gli interessi in ballo.
Quelli della Banca mondiale analizzano di continuo quello che succede nell'economia globale e lo scorso 16 agosto hanno presentato il rapporto Food Price Watch, in cui si spiega che "i prezzi alimentari mondiali hanno raggiunto il culmine. Coniugati a una volatilità persistente, costituiscono una minaccia permanente per i poveri dei Paesi in via di sviluppo". Bene, questo è il problema ed è detto senza infingimenti, ma la Banca mondiale può perdere il pelo, non certo il vizio. Il rapporto presenta molti dati sulle variazioni dei prezzi dei principali prodotti agricoli nei singoli paesi, concentrandosi in particolare sulla situazione del Corno d’Africa e della Somalia, dove la guerra  – come ho di recente raccontato – pesa enormemente sulle condizioni di vita di quei popoli. Ma quando passa dalla descrizione all'analisi cita come cause principali la siccità e i cambiamenti climatici globali e, in second'ordine, l’instabilità politica di quei paesi. Non cita mai le responsabilità dirette di coloro che speculano sulla terra e sul cibo. Probabilmente perché tra questi ci sono le grandi compagnie che quotidianamente lavorano e operano con la stessa Banca mondiale.
Gli economisti che hanno l'onesta intellettuale di riconoscere le leggi fondamentali della loro materia – e non solo Amartya Sen e chi viene dai paesi in via di sviluppo – spiegano che la fame non è una calamità naturale, come un terremoto o uno tsunami, ma un fenomeno che può essere eliminato, se solo ci fosse la volontà di farlo: bisognerebbe da un lato introdurre delle regole efficaci e cogenti nei mercati che operano sui titoli che si basano sulle commodities alimentari, e dall'altro lato sostenere modelli di produzione agroecologici, su piccola scala e basati sul lavoro di chi vive in quei territori. Certo servirebbero risorse, ma servirebbe soprattutto la capacità della politica di imporre le proprie scelte alla Banca mondiale e alle altre istituzioni finanziarie. Invece, come è noto, è la Banca mondiale che impone le proprie scelte alla politica. Dal momento che per gli esperti della Banca mondiale la causa principale dell'attuale crisi alimentare è il cambiamento climatico, la soluzione è quella di favorire chi sta acquistando grandi quantità di terreni. Infatti la Banca mondiale da un lato presta denaro ai grandi investitori affinché possano acquistare nuovi terreni e vi impiantino le monocolture e garantisce le assicurazioni contro le perdite legate alle siccità e agli eventi naturali; dall'altro lato agisce sui governi dei paesi in via di sviluppo affinché modifichino le leggi sulla proprietà della terra, favorendo la creazione dei grandi latifondi. Inoltre i Principi di Investimento Agricolo Responsabile, che ho citato prima, servono a dare una legittimazione etica a chi si accaparra la terra su larga scala.
Quando si parla del controllo che l'1% dei ricchi ha sul governo dell'economia del nostro pianeta si parla concretamente anche di questo. Quelli della Banca mondiale dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che è il mercato che non garantisce cibo per tutti e non l'agricoltura. Questa cosa dobbiamo sempre averla in mente, perché è fondamentale. La terra produce e può produrre le risorse per dare da mangiare a tutti noi, è la distribuzione che lo impedisce. Il paradosso è che la Banca mondiale in occasione del G20 di Parigi del giugno scorso ha proposto di aiutare i paesi più poveri a uscire dalla fame, utilizzando prodotti finanziari derivati sul cibo, in sostanza ha proposto di affidare ai mercati la soluzione del problema che essi stessi hanno creato. Loro si stanno comprando tutta la terra, la terra migliore, quella più fertile e la stanno impoverendo con il sistema delle monocolture, ai contadini rimane poca terra, quella più difficile da coltivare e meno redditizia, con il cibo che diminuisce e i prezzi che fatalmente aumentano. Credo ci sia motivo per protestare e per dire che le cose così non possono andare avanti.

giovedì 22 luglio 2010

Considerazioni libere (143): a proposito di rifiuti galleggianti...

Saramago, in suo celebre romanzo, La zattera di pietra, immagina che la penisola iberica si stacchi dall'Europa e si metta a navigare per l'oceano.
Nell'oceano Pacifico da diversi anni di trova il cosiddetto Pacific trash vortex, noto anche come Great Pacific garbage patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico: un accumulo galleggiante formato prevalemtemente di plastica che "naviga" tra il 135° e il 155° meridiano ovest e tra il 35° e il 42° parallelo nord. Secondo le stime che registrano un'estensione minore sarebbe di 700mila kmq - ossia più grande della penisola iberica - per un totale di 3 milioni di tonnellate di plastica. Ma ci sono scienziati che danno numeri ben più preoccupanti.
L'accumulo di immondizia proprio in quella zona è cominciato a partire dagli anni '50, per effetto di una corrente oceanica dotta di un movimento a spirale in senso orario, che fa sì che i rifiuti tendano ad aggreggarsi. Naturalmente la corrente era presente ben prima degli anni '50 e probabilmente anche i rifiuti, ma solo dalla metà del secolo scorso si trova la plastica che non è biodegrabile e rimane a galleggiare sull'oceano. I rifiuti arrivano per l'80% dalla terraferma, ossia dalla costa occidentale dell'America del nord e dalle coste orientali dell'Asia e per la restante parte dai rifiuti delle navi e delle piattaforme petrolifere e dalla perdita di container, a causa della imprevidibilità delle correnti.
Sono facilmente intuibili i danni all'ambiente marino e alle specie viventi che vivono in quella zona; secondo una stima dell'Onu nella zona del Pacific trash vortex muoiono ogni anno un milioni di uccelli e oltre 100mila mammiferi marini.
Questi rifiuti sono abbastanza lontani dalla terraferma perché nessun governo se ne preoccupi troppo, ma rimangono comunque un problema per tutti, che ci dovrebbe finalmente interrogare sul nostro modello di sviluppo.

domenica 18 aprile 2010

Considerazioni libere (102): a proposito di una montagna sacra e di una miniera...

I Dongria Kondh sono circa 8.000 persone e vivono sulle colline di Niyamgiri, nello stato indiano di Orissa, nella parte orientale del paese: sono una delle tribù più isolate del continente indiano e vivono in piccoli villaggi disseminati lungo i pendii delle colline, un territorio di grande bellezza, dominato dalle foreste, in cui si trovano molte specie di animali, tra cui tigri, elefanti e leopardi. Con la loro religione e con il loro stile di vita hanno contribuito, da secoli, a tenere in vita questo delicato sistema ecologico, alimentando le dense foreste dell’area e proteggendo la sua ricchissima fauna. Infatti i Dongria Kondh si sono dati il nome di Jharnia, ovvero "protettori dei torrenti", perché a loro spetta il compito, sacro secondo la loro religione, di proteggere la montagna Niyam Dongar e i fiumi che sgorgano dalle sue foreste. Secondo la religione dei Dongria Kondh la cima di questa montagna è la dimora del loro dio e quindi un luogo sacro, da proteggere.
Ora la multinazionale inglese Vedanta Resources ha progettato di aprire un'imponente miniera di bauxite proprio sulla cima di quella montagna, con conseguenze devastanti per quel piccolo popolo. Conseguenze non solo materiali, ma anche culturali e religiose.
La Vedanta ha già in attività una miniera di bauxite e una raffineria di alluminio ai piedi della collina. Altri gruppi Kondh stanno già subendo gli effetti dell'inquinamento provocati da queste attività. Molte famiglie sono state sfrattate per far posto alla raffineria e ora non hanno né casa né la possibilità di coltivare la terra. La raffineria inquina l'aria e l'acqua del fiume, un bene fondamentale per quella popolazione. Naturalmente sono i più poveri, specialmente i paria e le donne, coloro che stanno soffrendo di più per questa situazione, quelli che ricavavano il loro sostentamento dalla terra e dal fiume. "Una volta ci lavavamo nel fiume, ma ora ho paura di portarci i miei figli. Entrambi hanno avuto vesciche e irritazioni cutanee", ha raccontato una madre alle organizzazioni che stanno lottando per difendere i diritti dei Kondh. Nonostante queste testimonianze, che raccontano anche di epidemie tra il bestiame e di danni ai raccolti, e nonostante la commissione per il controllo dell’inquinamento del governo dello Stato di Orissa abbia dichiarato che le emissioni chimiche provenienti dalla raffineria sono "continue e allarmanti", la Vedanta ha in progetto di aumentare fino a sei volte l'attività della raffineria e appunto di aprire una nuova miniera sulla cima della montagna sacra, che si è rivelata ricca del prezioso minerale.
La Corte Suprema indiana ha approvato il progetto e naturalmente la Vedanta si sta facendo forte di questa sentenza, nonostante le resistenzze della popolazione. Probabilmente la necessità di aumentare la ricchezza del paese e la volontà di non scontetare un così importante investitore, ha fatto velo rispetto alla necessità di tutelare una popolazione, la sua cultura e la sue religione. Una delle condizioni imposte dalla Corte è stata la destinazione di parte dei profitti minerari a progetti di "sviluppo tribale". Ma i Dongria Kondh sostengono che non ci può essere risarcimento che possa compensare la perdita della loro montagna sacra, con tutto ciò che questo comporta: la distruzione di un ambiente e di una cultura assolutamente unici. I rappresentanti della comunità sono decisi a combattere: "La miniera porta profitti solamente ai ricchi. Se la compagnia distruggerà la nostra montagna e le nostre foreste per soldi, noi diventeremo tutti mendicanti. Noi non vogliamo la miniera e non vogliamo alcun tipo di aiuto da parte della compagnia".
Una commisisone dell’OCSE ha indagato sulle attività della compagnia inglese e ha concluso che Vedanta aveva mancato di "rispetto dei diritti umani" nei confronti dei Dongria Kondh; la commissione concludeva il suo rapporto definendo "essenziale" un cambiamento d’atteggiamento della compagnia. L'azione di organizzazioni come Survival e Amnesty International e la decisione della chiesa anglicana di condannare l'azione della Vedanta e di vendere le proprie azioni della compagnia, perché incompatibili con i valori etici della chiesa, ha spinto il governo britannico ad avviare un'indagine e nelle sue conclusioni, pubblicate nel mese di marzo di quest'anno, ha di fatto ribadito le critiche delle organizzazioni umanitarie e dell'Ocse. La Vedanta ha dichiarato di non accettare il giudizio del governo inglese in quanto la compagnia sarebbe "prevalentemente indiano, in termini sia di proprietà che di struttura direttiva"; la Vedanta, pur essendo di proprietà di un uomo di affari indiano, è una compagnia britannica, costituita nel Regno Unito allo scopo di essere quotata alla borsa londinese e quindi sottoposta alle leggi che regolano le compagnie britanniche.
Speriamo che la lotta dei Dongria Kondh sia alla fine vittoriosa, ma per questo è necessario che questa storia sia raccontata, raccontata e ancora raccontata.

lunedì 1 marzo 2010

Considerazioni libere (80): a proposito di nuovo colonialismo...

Ho scoperto una storia interessante, che credo valga la pena raccontare.
Porto Romano si trova nella periferia settentrionale di Durazzo. Per vent'anni, fino alla chiusura del 1990, in quell'area c'è stato uno stabilimento chimico che produceva fertilizzanti e prodotti per le concerie. Quando la fabbrica è stata chiusa, in un periodo di particolare confusione istituzionale con la transizione dal regime comunista alla democrazia, circa 20mila tonnellate di residui tossici sono stati seppelliti in discariche realizzate velocemente e senza troppe precauzioni, mentre altre 500mila tonnellate di prodotti chimici sono state immagazzinate in un vecchio deposito. Nonostante questa situazione, con le falde contaminate e le continue esalazioni, intorno alla fabbrica dismessa è cresciuto un villaggio di disperati. Finalmente nel 2003, grazie al contributo delle Nazioni Unite quell'area è stata bonificata.
Alla fine del 2007 è stato sottoscritto un cosiddetto memorandum of understanding tra il governo albanese e l'Enel per lo sviluppo del settore energetico in quel paese. Tra i punti più importanti dell'accordo c'è la realizzazione di una centrale termoelettrica a carbone proprio nell'area bonificata di Porto Romano. Nonostante l'interessamento di altre imprese europee, non è stata indetta una gara d'appalto e i lavori sono stati assegnati a Enel, forse in segno della profonda amicizia tra i nostri paesi. Si tratta di un'opera imponente, che costerà almeno 2,2 miliardi di euro e produrrà a regime 1.600 megawatt di energia, realizzando da sola circa il doppio del fabbisogno energetico dell'intera Albania.
Qui viene la parte più interessante: infatti l'85% dell'energia prodotta sarà trasferita in Italia attraverso una rete sottomarina di 210 chilometri. Certo un grande affare per Enel e un progetto conveniente per l'Italia. Forse un po' meno conveniente per l'Albania. Secondo alcuni studi, con la costruzione della centrale a carbone di Porto Romano le emissioni di CO2 dell'Albania passeranno dalle attuali 5,5 milioni di tonnellate a 14 milioni. In questo modo vengono anche "rispettati" i parametri di Kyoto: per l'Italia si tratta di energia "pulita", in Albania la media annua di emissioni salirà a 4,6 tonnellate a persona, oltre i parametri previsti a Kyoto, che però la stessa Albania, in quanto paese in via di sviluppo non è tenuta a rispettare. Il progetto di Enel non solo non ha preso neppure in considerazione la possibilità di usare un altro combustibile al posto del carbone, che rimane il più inquinante - per altro il carbone in Albania arriverà dal Sudafrica - ma manca un vero e proprio studio di impatto ambientale che dia indicazioni sulle emissioni, sulla gestione dei rifiuti pericolosi, sulla gestione delle eventuali emergenze.
C'è da supporre che Enel non troverà a Porto Romano un'agguerrita opposizione da parte della popolazione albanese, che per altro non è stata informata del progetto. Si attendono i finanziamenti internazionali che, visto che si tratta di energia, probabilmente arriveranno.
Al di là se il progetto andrà in porto oppure o no - io mi auguro di no, ma credo proprio di sbagliarmi - mi sembra proprio una vicenda grave. Per descrivere questo stato di cose a me viene in mente soltanto lo sfruttamento coloniale: a noi la preziosa energia, a loro l'inquinamento. Davvero un bell'affare.

Questa storia si trova nel dossier I cinque progetti che devasteranno il pianeta, curato da Altreconomia. Guardateci.

venerdì 27 novembre 2009

Considerazioni libere (33): a proposito di rischi ambientali...

Ecco una notizia che riguarda l'Italia e che non si trova sui giornali italiani: nel maggio del 2008 l'Eni ha annunciato un progetto per estrarre il petrolio dalle sabbie bituminose del Congo. Si tratta di un tipo di lavorazione iniziata alcuni anni fa in Canada, che per la prima volta viene sperimentata fuori dai confini di quel paese. Si tratta di un grande affare per l'azienda italiana: l'Eni ha ricevuto le autorizzazioni per esplorare due zone del paese africano, un'area di 1.790 chilometri quadrati, da cui prevede di poter estrarre diversi miliardi di barili di petrolio.
Questo tipo di sfruttamento del suolo ha però altissimi costi ambientali. Alcuni studi calcolano che per estrarre un barile di bitume viene generata una quantità di anidride carbonica tre volte superiore a quella prodotta quando si estrae un barile di petrolio usando i metodi tradizionali; per separare il petrolio dalla sabbia serve una grandissima quantità d'acqua, che diviene altamente tossica e viene raccolta in bacini di decantazione così grandi da poter essere visti dallo spazio; per far posto agli impianti occorre poi abbattere una gran quantità di foresta. Secondo un documento che sarebbe circolato tra i dirigenti della stessa Eni "la foresta tropicale e altri sensibilissimi settori della biosfera (per esempio, le aree paludose) coprono dal 50 al 70% circa dell'area dove dovrebbero avvenire le esplorazioni". Si sa che queste grandi foreste sono fondamentali per assorbire l'anidride carbonica presente nell'atmosfera.
A pochi giorni dall'inizio della conferenza di Copenhagen sarebbe utile riflettere anche su questi fatti. In Danimarca andrà un rappresentante del nostro governo, ma francamente chi sta decidendo le linee della nostra politica energetica? Il governo o l'Eni? E un ragionamento analogo vale per tutti gli altri paesi industrializzati. Non ho una convinzione netta in merito, forse questo sistema di estrarre il petrolio potrebbe essere più economico di quello tradizionale e meno esposto ai rischi di conflitto dell'area medio-orientale, ma credo sarebbe utile parlarne. Di questo progetto di è occupata la fondazione Heinrich Böll, collegata ai Verdi tedeschi; la notizia è stata rilanciata dal Wall street journal. Forse qualche ambientalista italiano avrebbe potuto occuparsene...

p.s. devo queste considerazioni al giornalista americano Gay Chazan, autore di un articolo su The Wall street journal, tradotto e pubblicato nel nr. 823 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura