Pernacchio, sost. m.
Nei giorni scorsi Roberto Saviano ha scritto - anche in maniera piuttosto efficace, lo devo riconoscere, seppur a malincuore - un appello rivolto a "scrittori, giornalisti, cantanti, blogger, intellettuali, filosofi, drammaturghi, attori, sceneggiatori, produttori, ballerini, medici, cuochi, stilisti, youtuber", affinché prendano posizione contro il governo italiano, in particolare contro le idee e le pratiche razziste della Lega. Io, nella mia triplice veste di blogger, filosofo e cuoco - da piccolo avevo anche il sogno di diventare un ballerino come Fred Astaire, ma poi ho dovuto rinunciare per ragioni di forza maggiore - non potevo far finta di nulla.
Ovviamente, caro Roberto, non basta essere napoletani per diventare Benedetto Croce.
La mia prima tentazione è stata - come credo avrete capito - il pernacchio, come codificato con maestria da Eduardo, in un tempo in cui gli intellettuali erano un'altra cosa, ma poi ho deciso di prendere sul serio quello che scrive Saviano: davvero, nonostante lui, il tema che pone è troppo importante per essere eluso.
Io, pur essendo senza condizioni e senza cedimenti all'opposizione di questo governo, pur detestando i suoi uomini e le loro idee, non firmerò mai un appello insieme a Saviano, insieme agli intellettuali "organici" a Repubblica, insieme a tutti questi difensori dei buoni sentimenti a buon mercato. Né con Salvini né con Saviano, per dirla in breve.
So bene qual è la critica che subito mi faranno le lepri marzoline del capitalismo: se tutti avessero fatto come te in Italia ci sarebbe ancora il fascismo, perché la forza della Resistenza è stata quella di mettere da parte le proprie le proprie idee e i propri obiettivi, in nome dell'antifascismo, perché gli uomini di quella stagione seppero privilegiare le poche cose che li univano rispetto alle tante che li dividevano. Intanto non è andata esattamente così, nessuno allora rinunciò alle proprie idee, Togliatti non fu meno comunista, Croce non fu meno liberale, perché stavano dalla stessa parte o perché, successivamente, partecipavano allo stesso governo, anzi lo furono di più, se possibile, proprio in quella fase, perché, certi della vittoria, volevano che alla fine le proprie idee fossero quelle che avrebbero prevalso. Ma per sperare che le proprie idee vincano, prima bisogna averle. E qui crolla l'appello del pernacchiato napoletano.
In fondo è quello che abbiamo vissuto in questi ultimi venticinque anni, nel campo di quello che definivamo allora centrosinistra. Abbiamo fatto tutto il possibile per stare uniti, ci siamo inventati coalizioni e partiti, ma l'unica idea che siamo riusciti a esprimere è stata l'antiberlusconismo. Naturalmente so che era giusto essere contro Berlusconi - non mi pento delle manifestazioni, dei girotondi, delle polemiche anche aspre contro l'uomo di Arcore e i suoi complici - ma non doveva essere sufficiente, e invece ci bastò. E infatti, quando Berlusconi, per ragioni fisiche più che politiche, ha cominciato ad affievolirsi, quel centrosinistra è sparito del tutto, con il paradosso che mentre Berlusconi è riuscito a resistere e fa ancora luce, per quanto sempre più fioca, noi invece non ci siamo più. Per una breve stagione qualcuno ha creduto che allo stesso modo bastasse dirsi antirenziani, che è una specie di ossimoro: come si fa a essere contro il nulla? E adesso siamo all'antisalvinismo - perdonate l'orrendo neologismo, almeno tanto brutto quanto il personaggio eponimo.
Nell'appello di Saviano, per quanto lungo e ricco di citazioni, non c'è un'idea, e non può esserci. Perché non è permesso averla. L'unica idea che adesso potrebbe provare a battersi contro il risorgere del fascismo - perché è questo che stiamo vivendo, anche nei suoi aspetti più violenti, come le uccisioni e i pestaggi contro i "diversi" - è il socialismo, ossia l'idea di costruire una società radicalmente diversa nei rapporti di produzione, l'idea di una redistribuzione rivoluzionaria della ricchezza, l'idea che dovremo anche noi combattere la guerra di classe che da sempre i padroni hanno ingaggiato contro di noi. Sinceramente non possiamo pretendere che un giornale dei padroni come Repubblica o uno come Saviano diventino comunisti. Potranno essere al massimo badogliani 2.0.
Per sconfiggere i fascisti ci si può anche alleare con i badogliani, ma con la consapevolezza che questi rimangono nostri nemici di classe. Purtroppo non siamo a questo punto: mettere la nostra firma sotto l'appello di Saviano significa soltanto arrendersi al nemico. Ancora una volta.
Il fatto che continueremo a essere ostinatamente contro quelli che ci hanno portato a questo punto, contro il pd, contro i padri e i nonni del pd - anche contro noi stessi, visto che nella nostra storia politica portiamo questo peso - non significa però essere indulgenti con i "nuovi". In politica non deve valere la regola che il nemico del mio nemico è mio amico. No, il mio nemico continua a esserlo, perfino quando mi dà ragione, come ad esempio sulla Tav; perché in politica non conta solo l'esito finale, ma anche il percorso come ci sei arrivato. E capita a volte di arrivare allo stesso punto, ma partendo da punti diversi, facendo strade diverse, e quelle strade diverse devono pesare, quei punti di partenza diversi devono rimanere lì.
Come sapete sono molto pessimista sul nostro futuro. Mussolini per riuscire a vincere dovette uccidere Giacomo Matteotti e ridurre al silenzio Antonio Gramsci, solo per citare due tra i più grandi. Noi dobbiamo avere paura di Salvini - che in un'altra epoca sarebbe stato accolto con un pernacchio - perché non deve uccidere nessuno, non deve incarcerare nessuno. Perché non c'è nessuno da uccidere e nessuno da incarcerare. Non ci sono donne e uomini che facciano vivere un'idea diversa.
Visualizzazione post con etichetta De Filippo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta De Filippo. Mostra tutti i post
lunedì 30 luglio 2018
lunedì 31 ottobre 2016
da "Peppino Girella" di Eduardo De Filippo
È sempre cos’e nient. Tutte le situazioni così l’abbiamo risolte: è cosa ’e niente, è cosa ’e niente. Non teniamo che mangiare: è cosa ’e niente. Ci manca il necessario: cosa ’e niente. ‘O padrone muore e io perdo il posto: vabbuò cosa ’e niente, cosa ’e niente. Ci negano il diritto della vita: è cosa ’e niente. Ci tolgono l’aria: vabbuò che vvuo’ fa’, è cosa ’e niente. Sempre cosa ’e niente.
Quanto sei bella. Quanto eri bella. E guarda a me, guarda cosa sono diventato. A furia ‘e ddicere: è cosa ‘e niente, siamo diventati cos’e nient io e te.
Chi ruba lavoro è come se rubasse danaro. Ma se onestamente non si può vivere, dimmi, dimmi vabbuò è cos’e nient. Non piangere è cos’e niente. Se io esco e uccido a qualcuno è cos’e nient. E se io impazzisco e finisco al manicomio e ti chiedono perché vostro marito è impazzito tu devi dire: è impazzito per niente. È cos’e nient.
È niente. È sempre cosa ’e niente.
domenica 28 agosto 2016
Verba volant (299): nottata...
Nottata, sost. f.
Una tragedia serve a far capire un popolo, perché ne svela l'anima, nei pochi pregi e nei molti difetti. E' come questo terremoto che ci ha colto nel cuore della notte, quando non indossiamo le maschere che siamo abituati a portare di giorno, e ha lasciato le nostre case aperte alla curiosità morbosa degli altri. Una tragedia fa vedere quello che non vogliamo far vedere.
Leggendo le cronache del terremoto di Accumoli e di Amatrice emerge un'Italia solidale, che si mette in fila per donare sangue, che dona generi alimentari e vestiti, che in molti casi si organizza e parte per andare là dove c'è bisogno, in sostanza un'Italia di cui andare fieri. Questa spinta altruista - in gran parte sincera - ha portato molti a dire che in fondo l'Italia vera è migliore di come ci siamo abituati a raccontarla. Mi spiace: è un'illusione. L'Italia vera è perfino peggiore di come ci siamo abituati a raccontarla. E questa tragedia ce lo ricorda ogni giorno.
Oggi piangiamo trecento vittime che, come si usa dire ai funerali, sono state tutte brave persone, oggi siamo solidali con chi ha subito questa catastrofe, ma quanti di quelli che hanno subito il terremoto avevano commesso un qualche abuso edilizio, poi prontamente condonato? Quanti di loro si erano lamentati perché per ristrutturare la vecchia casa del nonno sarebbero stati necessari pareri e nullaosta particolari e magari hanno cercato di superare l'ostacolo chiedendo un favore al parente geometra o pagando una piccola una tantum al funzionario di turno? Quanti avevano preso una finta residenza nel paesello in campagna, pur non abitandoci, per non pagare le tasse comunali, lasciando così quelle amministrazioni con sempre meno risorse? Ovviamente non è colpa di questi comportamenti se è venuto il terremoto proprio lì - Posideone, il dio dei terremoti, non è aduso a queste vendette così dirette, come non ci ha voluto punire per le unioni civili o per i gay pride - e forse non è neppure colpa di questi comportamenti se proprio quelle case sono cadute, ma certo non hanno aiutato alla cura e alla manutenzione del territorio, considerando quanto queste pratiche siano diffuse, in tutto il paese, anzi ne costituiscano un tratto unificante, da nord a sud.
Tra chi ha subito questo terremoto - e prima quello dell'Emilia e prima ancora quello dell'Abruzzo - quanti hanno considerato come Cassandre gli esperti che in questi anni hanno inutilmente tentato di metterci in allarme rispetto al nostro modello di sviluppo? Quanti hanno continuato a votare per quei politici che, pur spendendo bellissime parole a difesa del territorio, hanno continuato a far costruire anche dove sarebbe stato meglio non farlo? Quanti hanno in sostanza anteposto i loro interessi a quelli della comunità in cui vivevano? Perché, ammettiamolo pure, sia che sventoliamo il tricolore sia che lo dileggiamo, quello che ci importa davvero non è rendere più forte la comunità in cui viviamo, ma solo difendere i nostri piccoli privilegi, le nostre piccole ricchezze. Non ci importa che la casa del vicino sia crollata, siamo contenti perché la nostra non lo è, oppure ci rammarichiamo perché lui prende gli aiuti e noi no. E se li prende lui li pretendiamo anche noi.
Immagino che un po' di persone avranno già smesso di leggere questo articolo così poco rispettoso verso i morti, verso i feriti, verso chi ha perso la propria casa. Non dico affatto che se lo siano meritato, nessuno merita una simile punizione - nemmeno chi ha scientemente costruito male pur di guadagnare di più, chi ha lucrato sulla ricostruzione, chi ha rubato in occasione degli altri terremoti e chi ruberà su questo - ma voglio invitare tutti noi a smetterla con questa retorica melensa e a guardare in faccia la realtà, per quanto nauseabonda. Voglio che pensiamo a quanto del peggio di noi mette in luce questa tragedia. A molti hanno fatto schifo quelli che in questi giorni hanno sfruttato il sisma per fare propaganda contro i migranti, ma si tratta di un pensiero largamente diffuso, che molti in maniera ipocrita preferiscono non mettere in piazza, salvo poi votare quei politici, di tutti i colori, che garantiscano che "quelli là" abbiano un po' meno diritti.
Tra chi ha subito questo terremoto - e prima quello dell'Emilia e prima ancora quello dell'Abruzzo - quanti hanno considerato come Cassandre gli esperti che in questi anni hanno inutilmente tentato di metterci in allarme rispetto al nostro modello di sviluppo? Quanti hanno continuato a votare per quei politici che, pur spendendo bellissime parole a difesa del territorio, hanno continuato a far costruire anche dove sarebbe stato meglio non farlo? Quanti hanno in sostanza anteposto i loro interessi a quelli della comunità in cui vivevano? Perché, ammettiamolo pure, sia che sventoliamo il tricolore sia che lo dileggiamo, quello che ci importa davvero non è rendere più forte la comunità in cui viviamo, ma solo difendere i nostri piccoli privilegi, le nostre piccole ricchezze. Non ci importa che la casa del vicino sia crollata, siamo contenti perché la nostra non lo è, oppure ci rammarichiamo perché lui prende gli aiuti e noi no. E se li prende lui li pretendiamo anche noi.
Immagino che un po' di persone avranno già smesso di leggere questo articolo così poco rispettoso verso i morti, verso i feriti, verso chi ha perso la propria casa. Non dico affatto che se lo siano meritato, nessuno merita una simile punizione - nemmeno chi ha scientemente costruito male pur di guadagnare di più, chi ha lucrato sulla ricostruzione, chi ha rubato in occasione degli altri terremoti e chi ruberà su questo - ma voglio invitare tutti noi a smetterla con questa retorica melensa e a guardare in faccia la realtà, per quanto nauseabonda. Voglio che pensiamo a quanto del peggio di noi mette in luce questa tragedia. A molti hanno fatto schifo quelli che in questi giorni hanno sfruttato il sisma per fare propaganda contro i migranti, ma si tratta di un pensiero largamente diffuso, che molti in maniera ipocrita preferiscono non mettere in piazza, salvo poi votare quei politici, di tutti i colori, che garantiscano che "quelli là" abbiano un po' meno diritti.
A tutti quelli che in questi giorni hanno detto che è uno scandalo che i terremotati dormano nelle tende mentre i migranti stanno negli alberghi vorrei chiedere dove dovrebbe dormire uno straniero che ha perso la sua casa ad Amatrice: in albergo perché è un terremotato o nella tenda perché si chiama Mohammed?
Magari di questo terremoto parleremo qualche giorno in più perché, rispetto all'Emilia, gli amici di Amatrice e di Accumoli hanno avuto la "fortuna" di subire il terremoto in un momento in cui ci sono poche notizie, prima che ricominci settembre, prima che entrino nel vivo la campagna per il referendum, le presidenziali americane, il campionato di calcio, ossia cose ben più importanti che le quattro vecchie case di paesini dimenticati nell'Italia centrale. Ancora per qualche giorno gli organi di informazione ci offriranno un po' di quella pornografia che ci piace tanto: storie di bambini senza genitori e di genitori senza bambini, di cani senza padroni e di padroni senza cani, e magari di un cane che è morto per salvare un bambino che ancora non sa di essere orfano: con una storia del genere certi personaggi ci campano per interi pomeriggi. Poi ci puliamo la coscienza inviando un sms solidale, per pentircene immediatamente dopo aver premuto il tasto invio, perché siamo convinti che qualcuno si ruberà quei nostri due euro. Forse perché noi li ruberemmo.
Sono cinico? Certamente si, ma quanti sciacalli si sono scatenati in queste ore. E non mi riferisco a quei poveri sfigati che sono arrivati fin lassù per andare a rubare nelle case lasciate incostudite dai legittimi proprietari, ma da tutti quelli che hanno approfittato - e approfittano - del sisma per scrivere un articolo commovente, per scattare una fotografia da prima pagina, gli editori che già hanno in cantiere un instant book sul sisma, i manager musicali che organizzeranno i concerti benefici, i benefattori a uso delle telecamere, i politici locali che già si immaginano a Roma, perché a qualcuno degli amministratori terremotati tocca sempre far carriera. Magari qualcuno che ha perso la casa sarà chiamato al Grande fratello, allora sì che avrebbe "svoltato": il terremoto di Amatrice vende meglio perfino del naufragio della Concordia. Ognuno per sé, perché la mia fortuna dipende soltanto dalla sfortuna di tutti gli altri, a cui non rimane che l'invidia.
La malcelata meraviglia con cui in questi giorni raccontiamo i gesti di gratuita generosità, descriviamo l'efficienza di alcuni interventi, lodiamo l'abnegazione di tanti volontari, è il segnale che questi comportamenti non sono la regola, ma le eccezioni, a cui si guarda con invidia, perché non ne saremmo stati capaci, ma soprattutto con stupore, perché non sappiamo più riconoscerne i caratteri. In un mondo in cui tutti abbiamo un prezzo, in cui ogni nostra azione viene valutata per quello che fa guadagnare, i gesti gratuiti sono scandalosi e infatti pensiamo che lo facciano con qualche secondo fine. E probabilmente molti fanno del bene soltanto perché pensano al modo di guadagnarci, magari anche solo un'intervista televisiva o qualche like in più sotto una foto di Facebook. Eppure qualche sacca di resistenza ancora rimane: persone che fanno bene il proprio lavoro e perfino qualcuno che fa qualcosa per gli altri in maniera gratuita, senza chiedere nulla, neppure un piccolo posto in paradiso. Personalmente credo che siano destinati a soccombere anche loro finalmente, così la smetteranno di farci sentire peggiori. Sgominate queste persone perbene saremo liberi di essere tutti sciacalli con attaccato sulla schiena il codice a barre del prezzo.
Uno dei pochi episodi che mio padre considerava degno di nota della storia così poco eroica della nostra famiglia, ma che pure citava con una certa ritrosia, fu la decisione di ospitare per diverse settimane delle persone che erano sfollate a seguito dell'alluvione del Polesine del 1951. Fu una scelta difficile, perché la guerra era finita da pochissimi anni, perché la vita era dura per tutti, però quello è stato un gesto capace di raccontare una comunità. C'era in quella decisione l'orgoglio di dimostrare che i comunisti potevano organizzare gli aiuti a quelle famiglie così duramente colpite meglio dello stato e soprattutto meglio della chiesa, ma c'era soprattutto la solidarietà tra poveri, tra persone che sentivano di far parte della stessa storia, nel bene, non molto allora, e nel male, molto di più.
In fondo da allora è passata soltanto una generazione, qualcuno che ha vissuto quella stagione vive ancora, eppure siamo lontani secoli da quel mondo. Solo qualche anno prima di quella lontana catastrofe ambientale un grande intellettuale capì cosa saremmo diventati: è la forza della poesia. Eduardo in Napoli milionaria! ci fa vedere come la sua città - e tutto il paese - sia passata attraverso la tragedia della guerra: ci svela le bassezze, quello che non avremmo voluto vedere, quello che molti fingevano di non vedere, quanto l'ossessione del denaro, delle mille lire, avesse corrotto le persone. La protagonista, diventata ricca con la borsa nera, capisce solo alla fine cosa sia successo alla sua famiglia, quando tutti quei soldi non le servono neppure per comprare la medicina che può salvare la vita di sua figlia malata. Ormai sappiamo quello che Eduardo non ci ha voluto dire o che forse sperava ancora che non sarebbe accaduto: è passata la nottata e quella bambina è morta.
Magari di questo terremoto parleremo qualche giorno in più perché, rispetto all'Emilia, gli amici di Amatrice e di Accumoli hanno avuto la "fortuna" di subire il terremoto in un momento in cui ci sono poche notizie, prima che ricominci settembre, prima che entrino nel vivo la campagna per il referendum, le presidenziali americane, il campionato di calcio, ossia cose ben più importanti che le quattro vecchie case di paesini dimenticati nell'Italia centrale. Ancora per qualche giorno gli organi di informazione ci offriranno un po' di quella pornografia che ci piace tanto: storie di bambini senza genitori e di genitori senza bambini, di cani senza padroni e di padroni senza cani, e magari di un cane che è morto per salvare un bambino che ancora non sa di essere orfano: con una storia del genere certi personaggi ci campano per interi pomeriggi. Poi ci puliamo la coscienza inviando un sms solidale, per pentircene immediatamente dopo aver premuto il tasto invio, perché siamo convinti che qualcuno si ruberà quei nostri due euro. Forse perché noi li ruberemmo.
Sono cinico? Certamente si, ma quanti sciacalli si sono scatenati in queste ore. E non mi riferisco a quei poveri sfigati che sono arrivati fin lassù per andare a rubare nelle case lasciate incostudite dai legittimi proprietari, ma da tutti quelli che hanno approfittato - e approfittano - del sisma per scrivere un articolo commovente, per scattare una fotografia da prima pagina, gli editori che già hanno in cantiere un instant book sul sisma, i manager musicali che organizzeranno i concerti benefici, i benefattori a uso delle telecamere, i politici locali che già si immaginano a Roma, perché a qualcuno degli amministratori terremotati tocca sempre far carriera. Magari qualcuno che ha perso la casa sarà chiamato al Grande fratello, allora sì che avrebbe "svoltato": il terremoto di Amatrice vende meglio perfino del naufragio della Concordia. Ognuno per sé, perché la mia fortuna dipende soltanto dalla sfortuna di tutti gli altri, a cui non rimane che l'invidia.
La malcelata meraviglia con cui in questi giorni raccontiamo i gesti di gratuita generosità, descriviamo l'efficienza di alcuni interventi, lodiamo l'abnegazione di tanti volontari, è il segnale che questi comportamenti non sono la regola, ma le eccezioni, a cui si guarda con invidia, perché non ne saremmo stati capaci, ma soprattutto con stupore, perché non sappiamo più riconoscerne i caratteri. In un mondo in cui tutti abbiamo un prezzo, in cui ogni nostra azione viene valutata per quello che fa guadagnare, i gesti gratuiti sono scandalosi e infatti pensiamo che lo facciano con qualche secondo fine. E probabilmente molti fanno del bene soltanto perché pensano al modo di guadagnarci, magari anche solo un'intervista televisiva o qualche like in più sotto una foto di Facebook. Eppure qualche sacca di resistenza ancora rimane: persone che fanno bene il proprio lavoro e perfino qualcuno che fa qualcosa per gli altri in maniera gratuita, senza chiedere nulla, neppure un piccolo posto in paradiso. Personalmente credo che siano destinati a soccombere anche loro finalmente, così la smetteranno di farci sentire peggiori. Sgominate queste persone perbene saremo liberi di essere tutti sciacalli con attaccato sulla schiena il codice a barre del prezzo.
Uno dei pochi episodi che mio padre considerava degno di nota della storia così poco eroica della nostra famiglia, ma che pure citava con una certa ritrosia, fu la decisione di ospitare per diverse settimane delle persone che erano sfollate a seguito dell'alluvione del Polesine del 1951. Fu una scelta difficile, perché la guerra era finita da pochissimi anni, perché la vita era dura per tutti, però quello è stato un gesto capace di raccontare una comunità. C'era in quella decisione l'orgoglio di dimostrare che i comunisti potevano organizzare gli aiuti a quelle famiglie così duramente colpite meglio dello stato e soprattutto meglio della chiesa, ma c'era soprattutto la solidarietà tra poveri, tra persone che sentivano di far parte della stessa storia, nel bene, non molto allora, e nel male, molto di più.
In fondo da allora è passata soltanto una generazione, qualcuno che ha vissuto quella stagione vive ancora, eppure siamo lontani secoli da quel mondo. Solo qualche anno prima di quella lontana catastrofe ambientale un grande intellettuale capì cosa saremmo diventati: è la forza della poesia. Eduardo in Napoli milionaria! ci fa vedere come la sua città - e tutto il paese - sia passata attraverso la tragedia della guerra: ci svela le bassezze, quello che non avremmo voluto vedere, quello che molti fingevano di non vedere, quanto l'ossessione del denaro, delle mille lire, avesse corrotto le persone. La protagonista, diventata ricca con la borsa nera, capisce solo alla fine cosa sia successo alla sua famiglia, quando tutti quei soldi non le servono neppure per comprare la medicina che può salvare la vita di sua figlia malata. Ormai sappiamo quello che Eduardo non ci ha voluto dire o che forse sperava ancora che non sarebbe accaduto: è passata la nottata e quella bambina è morta.
sabato 28 novembre 2015
"Vincenzo De Pretore" di Eduardo De Filippo
De Pretore Vincenzo s’arrangiava
campava ‘a bona ‘e Dio, comme se dice.
Figlio di padre ignoto, senz’amice,
facev’ ‘o mariuolo pe’ campà.
Marciava bene: ‘o vestetiello inglese
‘a scarpa mocassino su misura;
‘a cammina le steva na pittura;
‘a cravatta marro’ “petit-pois”.
Nun s’ ‘a faceva, comme v’aggio ditto,
né cu n’amico, né cu nu parente;
campava sulo, nun liggeva niente;
ma ‘o Codice ‘o puteva declamà.
Pe’ na manovra ca fenette ‘nfieto
- nu scippo a na bizzoca - jiett’ ‘a dinto;
nemmen’ ‘o pizzo c’ ‘o mustaccio finto
chella vota ‘o putètteno salvà.
L’ammonimento già l’aveva avuto.
Ddoje vote sorvegliato speciale…
Se spuzzuliaje na Pasca e dduje Natale
c’ ‘o scisto, ‘a fava secca e c’ ‘o cantà.
Quanno ascette, Vicienzo ce penzaje:
“s’adda perdere ‘o nomm’ ‘e De Pretore
si nun trovo nu Santo protettore
ca me protegge ‘nterra, e in aldilà!
E chi sceglio? Chi piglio?” - Finalmente,
chillo ca cerca trova, penza e penza.
Se scigliette nu Santo ‘e conseguenza,
ca meglio d’isso ‘ncielo nun ce stà.
Pato a Gesù, marito d’ ‘a Madonna,
‘mparentat’ a Sant’Anna e a San Gioacchino:
“Si nun me po’ proteggere a puntino
qua San Giuseppe me pruteggiarrà?”
Arrubbava vasanne fijurelle;
nu furto, nu lumino e ddoje cannele…
Era cadut’ ‘ puorco dint’ ‘e mmele.
San Giuseppe ‘o faceva rispettà.
Chi ‘o manteneva ‘o 19 ‘e Marzo,
‘o jiuorno ‘e San Giuseppe! Addirittura,
si se trovava ‘ncopp’ a na Quistura,
nun se steva cujeto manco llà.
Campanno ‘e chistu passo, se capisce,
pure si te protegge ‘o Pateterno,
quaccheduno ce stà, pure all’Inferno,
ca ‘mpiz’ ‘a cora, pe te scumbinà.
A Piaza Municipio, ‘na matina,
sfilann’ ‘o portafoglio a nu signore,
chisto, cchiù lesto, ferm’ a De Pretore
e ‘o ‘ncatasta cu tanta abilità,
‘nfacc’a nu camionne; a nun contento
d’averle sbutecato ‘na mascella,
‘o lassa, mette man’ ‘a rivoltelle,
e tira, senza scrupolo e piatà.
De Pretore cadette “E’ muorto!…E’ muorto!”
“Gneornò, suspir’ancora!”. Ll’aizàjeno
‘a terra e lestu s’ ‘o purtàjeno
dint’ a na carruzzella p’ ‘o salvà.
Miezo stunato… ‘a man’ ‘e nu ‘nfirmiere…
nu fieto ‘e mmedicina l’affucava
e mentre nu chirurgo s’accustava
De Pretore già steva in aldilà.
Cu ‘e pied’ ‘a fora, e cu nu cammisone
‘e musullina, pallido e scaruso,
era, gnorsì, nu poco curioso;
ma ll’aneme se vestono accussì.
Allero e zumpettianno se fermaje
for’ ‘o palazzo ‘e Dio, ‘nnanz’ ‘o purtone:
spustaje cu fforza na maniglia ‘attone,
sbattènnola doje vote pè chiammà.
Nu spurtiello quadrato s’arapette,
e comm’ ‘a guardaporta s’affaciaje
na capa ‘e pruvulone, ca spiaje.
Nomme, cognomme, patria e qualità.
“E a chi volete?” “Voglio a S. Giuseppe…”
“Ma siete atteso?…Siete canusciuto?”
“Ma sono addirittura benvoluto,
San Giuseppe m’ha fatto saglì ccà!”
“Allora ci tenete appuntamento?”
“Così credo. Voi dite: De Pretore,
chillo ca ve scegliette Protettore,
vò sapè, mò che è muorto, c’ ‘adda fa!”
Se chiudett’ ‘o spurtiello. De Pretore
sentett’ ‘o passo ca s’alluntanava.
Doppo poco sentette ca turnava,
cchiù svelto e risoluto a cammenà.
Arapenn’ ‘o spurtiello n’ata vota,
‘o pruvulone, tutt’amariggiato,
dicette: “De Pretò, te si sbagliato.
San Giuseppe ha risposto: “e ch’aggia fa?
Si è muorto se mettesse mmiez’ ‘e muorte,
chi ‘o sape a stu Vicienzo De Pretore?”
Stev’ parlanno cu nostro Signore,
‘o quale ha ditto: “Làssace parlà”.
Vicienzo rummanètte penzieruso.
Po’ dicette: “Ma chesta è malafede!
Si se conta stu fatto nun se crede:
‘e ll’ampe s’ ‘e sapeva cunzumà?
È meglio ca ce jate n’ata vota,
facènnol’ accanì ca so’ diciso;
si nun traso e rummanno ‘mparaviso
facce correr’ ‘e guardie ‘e l’aldilà!”
Doppo aspettato cos’ ‘e mez’ora,
sentette c’ ‘o purtone s’arapeva,
e tanto d’ ‘o remore ca faceva,
Vicienzo se sentette scunucchià.
Po’, quanno s’arapette tuttuquanto,
vedette a San Giuseppe ca scenneva
nu scalone’ndurato, e ca diceva:
“Ma chistu De Pretore, chi sarrà?”
E De Pretore, cu ‘na faccia tosta,
‘o jett’ incontro, cu ‘na mana tesa:
“So’ De Pretore, ‘o figlio d’ ‘a Turresa!
M’hanno sparato ‘na mez’ora fa”
“T’hanno sparato? Uh povero guaglione!
Chi è stato ca t’ha fatt’ ‘o mmalamente?
“Ma allora nun sapite proprio niente?…
Vuje ‘mparaviso che ce state a ffa?…
Llavissev’ ‘a sapè, ca si so muorto,
è certamente pure colpa vosta.
Io arrubavo sicuro, a bella posta,
sapenno ca ce stìveve vuje ccà”
“Sicchè tu si ‘nu muorto mariuolo?!”
“Gnernò, mò ca so’ muorto song’onesto.
Nu mariuolo vivo, si fa chesto,
nun ‘o ffà pe murì, ma pe’ campà”.
“E’ giusto!” rispunnette S. Giuseppe
“però, ccà ‘ncopp’, stu ragionamento
difficilmente, dint’ a ‘nu mumento,
cagna ‘na Legge antica ca ce sta!
Chi arroba in vita, è sempre mariuolo
E doppo muorto resta segnalato…
Si ‘o mariuolo fosse perdunato
‘o ffuoco eterno che ce stesse a ffà?”
De Pretore dicette: “ ‘J che ne saccio,
io nun pozo capì tutte sti llegge.
Chi tene a S. Giuseppe c’ ‘o prutegge,
è San Giuseppe che c’adda penzà”
“Primm’ ‘e tutto - dicette San Giuseppe -
sta prutezione, si me l’ ‘e cercata,
tu te l’ ‘e vista, e tu te l’ ‘e pigliata.
Nun capisco pecchè t’avev’ a dà!”
“Overo? E tutte chelli ffigurelle
cu vvuje fotografato e culurato?
Io, certi vvote, me so ‘ndebbitato
p’ ‘e cannèle e pe’ ll’uoglio! E mò che ffà?…
Mò me dicite “Ccà ce sta ‘na Legge…
Ca ‘o mariuolo è sempre signalato…”
A me, si nun m’avessero sparato,
fosse muorto p’ ‘a famma, San Giusè!…
Mò tantu bello, nun facimme storie,
parlate in confidenza c’ ‘o Signore.
Dicìtele “Vicienzo De Pretore
ll’aggio protetto, e ‘o faccio restà ccà”
“E si me dice: no?” “Peggio pe’ vvuje,
ca ‘lloco ‘ncoppa nun cuntate niente.
Pe’ chello c’ aggio spiso, stregn’ ‘e diente.
Ma vuje …ce avite perzo ‘e dignità!”
San Giuseppe, nu poco penzieruso,
s’abbiaje p’ ‘o scalone, a malincuore,
e se truvaje ‘mpresenza d’ ‘o Signore,
cu lluocchie ‘nterra pe’ nun ‘o guardà.
“Giuseppe cosa c’è?” “Caro Maestro,
va trova comm’ è gghiuto e comm’ è stato,
‘o certo è ca me sento scuncertato.
Nun saccio comm’ avesse accummincià.
Fore ce sta nu mariuolo muorto
Ca se chiama Vicienzo De Pretore.
Siccome me scegliette Protettore
Giustamente vulesse restà ccà”
“San Giusè, ma te fusse rimbambito?
Nu mariuolo! E dice: giustamente?
Ma tu te si stunate veramente!
Chest’ è ‘a vicchiaja ca te fa parlà”
“Che centra? Vuje, ched’è, nun site vecchio?
Anze, si ce penzate, mmiez’ a nnuje,
‘o vicchiacone overo site vuje.
Insomma, ccà se tratt’ ‘e dignità.
De Pretore arrubbava, sissignore;
è muorto acciso pe’ chesta ragione.
S’era fissato c’ ‘a prutezione:
m’appicciava ‘e cannele… c’aggia fa?
Lle vaco a ddì ca nun ne saccio niente…
Ca conta solamente ‘o Pateterno,
e ca se n’adda scènnere all’Inferno
pecchè ‘a protezione nun ce sta?…
Si vuje vulite fa chesta figura,
io nun ‘a voglio fa. Sa che ve dico?
Ve rummanno devoto, frato, amico;
ma ve saluto, e mme ne vaco a ccà”
Dicette ‘o Pateterno: “Chella è ‘a porta.
Però piènzece bbuono nu mumento.
Pecchè, si po’ te ven’ ‘o pentimento,
‘a porta è chiusa, e chiusa restarrà!”
E c’ ‘a mazza fiorita, San Giuseppe,
comme si nun avesse manco ‘ntiso,
lassav’ ‘o posto ‘e copp’ ‘o Paraviso,
c’ ‘a capa sotto, e senza s’avutà.
‘A Madonna, strignènnose dint’ ‘e spalle,
se su sette pur’essa e s’avutaje;
facette ‘a riverenza, salutaje,
dichiaranno: “Ma comme pozzo fa?…
Giuseppe è mio marito, certamente…
E lo devo seguire ovunque vada.
Io, come moglie, seguo la sua strada:
‘na mugliera fedele chesto fa”
Gesù Cristo dicette: “Io song’ ‘o figlio…
Che faccio? ‘E llasso sule? E cu’ qua’ core?
Specialmente mia Madre, se ne more…
Io mme ne vaco cu Papà e Mammà”
Sant’Anna fece segno a San Gioacchino
San Giuvanne, cumpar’ ‘o Salvatore…
L’Angelo Gabriele Annunciatore
pur’ isso s’ ‘a vuleva spalummà.
Tanto, ca ‘o Pateterno se su sette,
strillanno: “Fermi tutti!!…Dove andate?
Si overamente ascite e ve ne jate,
‘o Paraviso nun ‘o pozzo fa”
Tutt’ ‘a Sacra Famiglia se fermaje,
aspettanno ‘a Parola d’ ‘o Signore.
“Va bene, fate entrare a De Pretore…
Almeno, m’ ‘o facite interrogà!”
De Pretore trasette “Vieni avanti
Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “De Pretore fuje mammà”
“Come sarebbe?!” “So’ di padre ignoto”
“Non capisco. Ma ignoto di che cosa?”
“Che quando sulla terra non si sposa,
‘e figlie nun se ponno dichiarà”
“Ma i figli sono figli” “Niente affatto.
Vuje ve credite ca so tutte eguale;
ma ‘e figlie, ‘nterra, si nun so’ legale,
campano comme ponno: c’hann’a fa?”
“Ma c’è la Chiesa!” “Comme nun ce stesse,
Nun cagna ‘a strada vecchia p’una nova;
ce sta chi ‘o pate fauzo s’ ‘o trova…
E addeventa legale chillu llà”
Doppo capuziato, ‘o Pateterno
dicette: “Aggio capi’ ‘o fattariello.
Pirciò tu addeventaste mariunciello?”
“Gnorsì, ma sulamente pe’ campà.
Senza ‘nu pate ca te mann’ ‘a scola,
campanno abandunato mmiez’ ‘a via,
facenno sulamente a capa mia…
se sape ca fernesce p’arrubà!
E songo a melione chella ggente
Ca pe’ se mantenè pulit’ ‘a fora,
quanno nu figlio nun è nato ancora,
le negano ‘o diritto d’ ‘o ccampà.
Se ll’accidene ‘ncuorpo, ‘e ccriature,
senza piatà, redento e pazianno.
Pariente e amice ‘o ssanno e nun ‘o ssanno…
E se levano ‘a tuorno ‘a verità.
Overo, Patetè, sti criaturelle
accise primm’ ‘e nascere, addo’ vanno?
Veneno ‘Mparaviso, e nun ‘o ssanno?
E vuje nun c’ ‘o putisseve spiegà?”
“Dove sei nato?” “So’ napulitano.
Pure pe’ chesto stevo scumbinato…
Pe’ Napule ogneduno ha studiato,
pe’ vedè comm’ aveven’ ‘a ‘nguaià!”
“Pero’ senza volerlo…” “Per progetto.
Caro Maestro, con la malafede;
con l’arma che si vede e non si vede,
con la calunnia e con la falsità”
“Ma c’è il governo!” “Nun ne sape niente.
Se ‘mbrogliano cu ‘e llegge pure lloro.
Nun c’è che ffà; s’hanno ‘mparat’ ‘o coro,
ch’a Napule se vene pe’ cantà.
‘O peggio surdo è chi nun sente apposta.
Pecchè, si voglio fa na vita onesta
E nisciuno m’aiuta, che me resta?
Industrializzo la disonestà”
Nu minuto ‘e silenzio, ‘o Pateterno,
cu ‘na santa pazienza se su sette,
e cu ‘na voce ferma po’ dicette:
“Chistu Napulitano resta ccà!”
Po’ se chiammaje San Ciro: “Cì, ‘e sentito
‘o fatto d’ ‘e creature?” “Ll’aggio ‘ntiso…”
rispunnette San Ciro, “’Mparaviso
nun c’è cchiù posto p’ ‘e ricoverà!
Arrivavano a chiome, st’Angiulille…
Ca j’ dicevo…scusate si v’ ‘o ddico:
ma ‘o Pateterno fosse ‘nu nemico?
Sti mmeze criaturelle che nne fa?
Cu ‘e ccapuzzelle grosse, a forma ‘e pera;
ch’ ‘e ddetelle azzeccate e ll’uocchie ‘nchiuse,
pàrene vicchiarelle penzieruse,
ca sanno ‘a ggente, ‘o munno e ‘a ‘nfamità!
N’aggio fatte nuttate appriesso a lloro,
attuorno a tutte chelli spalluzzelle!
Ce n’aggio miso ‘nguenta e ppumatelle…
Ma ‘e scelle nun putevano spuntà…”
Dicett’ ‘o Pateterno: “Nun fa niente.
Nun vularranno maje chist’Angiulille.
Che ffà… so piccerille piccerille
E mm’ ee porto cu mmico, a passià.
Pe’ comme vanno ‘e fatte ‘ncopp’ ‘a terra,
ce sta na Legge mia, can un perdona.
Chillo ca dice: “Dio nun se ne addona”
se sbaglia, pecchè ‘a Leggia mia ce sta.
Nun è ca tutt’ ‘e juorne stong’ attiento
a chello ca succede ‘ncopp’ ‘a terra;
pero’ si se scatena quacche guerra,
è ll’ommo stesso c’ ‘a fa scatenà.
Se ‘mbroglia dint’ ‘a stessa cattiveria,
se ‘mbriaca c’ ‘a vendetta e c’ ‘a malizia;
s’accide, se condanna e fa giustizia;
ma è sempe ‘a Leggia mia ca ce ‘o ffa fa.
Andate tutti a letto. Domattina
Vi sveglierete nelle prime ore
per spiegare a Vincenzo De Pretore
in Paradiso come ci si sta”
‘E Sante cu ‘na meza resatela
e cu ‘nu miez’inchino s’abbiàjeno.
Ammaglieranno amaro se cuccàjeno
penzanno: “’A rrobba mo’ s’adda ‘nzerrà!”
‘O Pateterno, ‘a sera, è abituato
a sentì, ‘Mparaviso, ‘e meglie cante.
Invece, chella notte, tuttuquante
nun ‘e ssenteva manco ‘e pepetià.
E, cu ‘nu naso fino ‘e Pateterno,
‘O Signore capett’ ‘a serenata.
Nun potette durmì tutt’ ‘a nuttata,
penzanno che discorso aveva fa.
Schiarato juorno, fece l’adunata
e dicette: “Capisco il malumore,
avvuje ve fa paura De Pretore,
ch’ è mariunciello, e ca ve po’ arrubbà?
State tranquilli, ne rispondo io.
Chisto pirciò se chiamma Paraviso.
Lietto sicuro, pane ben diviso…
Neh, De Pretore c’arrubbasse a ffà?”
‘E Sante se guardàjeno tutte ‘nfaccia
E ‘ntunajen’ ‘a cchiù bbella Pasturale,
comm’a chella che cantano a Natale:
e pe’ Vicienzo che felicità!
A poco a poco tutte chistu coro,
e tutta chesta musica fernette.
‘E bello De Pretore se sentette
‘a stanchezza e ‘o dolore d’ ‘o campà.
Po’ n’ata voce ‘e cristiane,
una diceva: “Fatelo dormire.
Ripiglia il polso, ma non puo’ capire.
Complimenti, Dottore… se ne va?”
Cu ll’uocchie miez’ aperte, lle parette
‘e vedè ‘na figura d’omme anziano,
cu nu figlietto e cu ‘na penna ‘mmano
e ca diceva:”’O pozzo interrogà?”
N’ata voce dicette: “Con prudenza”
“Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “Ve l’ho detto poco fa”
N’ata voce dicette: “Su coraggio
cercate di rispondere al signore”.
“Gnorsì, già mi ha concesso l’alto onore.
Sul’isso me puteva perdunà.
Ce ll’aggio ditto, ch’ero mariunciello
e ca pe’ chesto songo muorto acciso.
Fatemi rimanere in Paradiso!
Tengo… ‘a prumessa e voglio…restà ccà…”
Credenno ca parlava c’ ‘o Signore,
‘nzerraje pe’ sempe ll’uocchie De Pretore.
campava ‘a bona ‘e Dio, comme se dice.
Figlio di padre ignoto, senz’amice,
facev’ ‘o mariuolo pe’ campà.
Marciava bene: ‘o vestetiello inglese
‘a scarpa mocassino su misura;
‘a cammina le steva na pittura;
‘a cravatta marro’ “petit-pois”.
Nun s’ ‘a faceva, comme v’aggio ditto,
né cu n’amico, né cu nu parente;
campava sulo, nun liggeva niente;
ma ‘o Codice ‘o puteva declamà.
Pe’ na manovra ca fenette ‘nfieto
- nu scippo a na bizzoca - jiett’ ‘a dinto;
nemmen’ ‘o pizzo c’ ‘o mustaccio finto
chella vota ‘o putètteno salvà.
L’ammonimento già l’aveva avuto.
Ddoje vote sorvegliato speciale…
Se spuzzuliaje na Pasca e dduje Natale
c’ ‘o scisto, ‘a fava secca e c’ ‘o cantà.
Quanno ascette, Vicienzo ce penzaje:
“s’adda perdere ‘o nomm’ ‘e De Pretore
si nun trovo nu Santo protettore
ca me protegge ‘nterra, e in aldilà!
E chi sceglio? Chi piglio?” - Finalmente,
chillo ca cerca trova, penza e penza.
Se scigliette nu Santo ‘e conseguenza,
ca meglio d’isso ‘ncielo nun ce stà.
Pato a Gesù, marito d’ ‘a Madonna,
‘mparentat’ a Sant’Anna e a San Gioacchino:
“Si nun me po’ proteggere a puntino
qua San Giuseppe me pruteggiarrà?”
Arrubbava vasanne fijurelle;
nu furto, nu lumino e ddoje cannele…
Era cadut’ ‘ puorco dint’ ‘e mmele.
San Giuseppe ‘o faceva rispettà.
Chi ‘o manteneva ‘o 19 ‘e Marzo,
‘o jiuorno ‘e San Giuseppe! Addirittura,
si se trovava ‘ncopp’ a na Quistura,
nun se steva cujeto manco llà.
Campanno ‘e chistu passo, se capisce,
pure si te protegge ‘o Pateterno,
quaccheduno ce stà, pure all’Inferno,
ca ‘mpiz’ ‘a cora, pe te scumbinà.
A Piaza Municipio, ‘na matina,
sfilann’ ‘o portafoglio a nu signore,
chisto, cchiù lesto, ferm’ a De Pretore
e ‘o ‘ncatasta cu tanta abilità,
‘nfacc’a nu camionne; a nun contento
d’averle sbutecato ‘na mascella,
‘o lassa, mette man’ ‘a rivoltelle,
e tira, senza scrupolo e piatà.
De Pretore cadette “E’ muorto!…E’ muorto!”
“Gneornò, suspir’ancora!”. Ll’aizàjeno
‘a terra e lestu s’ ‘o purtàjeno
dint’ a na carruzzella p’ ‘o salvà.
Miezo stunato… ‘a man’ ‘e nu ‘nfirmiere…
nu fieto ‘e mmedicina l’affucava
e mentre nu chirurgo s’accustava
De Pretore già steva in aldilà.
Cu ‘e pied’ ‘a fora, e cu nu cammisone
‘e musullina, pallido e scaruso,
era, gnorsì, nu poco curioso;
ma ll’aneme se vestono accussì.
Allero e zumpettianno se fermaje
for’ ‘o palazzo ‘e Dio, ‘nnanz’ ‘o purtone:
spustaje cu fforza na maniglia ‘attone,
sbattènnola doje vote pè chiammà.
Nu spurtiello quadrato s’arapette,
e comm’ ‘a guardaporta s’affaciaje
na capa ‘e pruvulone, ca spiaje.
Nomme, cognomme, patria e qualità.
“E a chi volete?” “Voglio a S. Giuseppe…”
“Ma siete atteso?…Siete canusciuto?”
“Ma sono addirittura benvoluto,
San Giuseppe m’ha fatto saglì ccà!”
“Allora ci tenete appuntamento?”
“Così credo. Voi dite: De Pretore,
chillo ca ve scegliette Protettore,
vò sapè, mò che è muorto, c’ ‘adda fa!”
Se chiudett’ ‘o spurtiello. De Pretore
sentett’ ‘o passo ca s’alluntanava.
Doppo poco sentette ca turnava,
cchiù svelto e risoluto a cammenà.
Arapenn’ ‘o spurtiello n’ata vota,
‘o pruvulone, tutt’amariggiato,
dicette: “De Pretò, te si sbagliato.
San Giuseppe ha risposto: “e ch’aggia fa?
Si è muorto se mettesse mmiez’ ‘e muorte,
chi ‘o sape a stu Vicienzo De Pretore?”
Stev’ parlanno cu nostro Signore,
‘o quale ha ditto: “Làssace parlà”.
Vicienzo rummanètte penzieruso.
Po’ dicette: “Ma chesta è malafede!
Si se conta stu fatto nun se crede:
‘e ll’ampe s’ ‘e sapeva cunzumà?
È meglio ca ce jate n’ata vota,
facènnol’ accanì ca so’ diciso;
si nun traso e rummanno ‘mparaviso
facce correr’ ‘e guardie ‘e l’aldilà!”
Doppo aspettato cos’ ‘e mez’ora,
sentette c’ ‘o purtone s’arapeva,
e tanto d’ ‘o remore ca faceva,
Vicienzo se sentette scunucchià.
Po’, quanno s’arapette tuttuquanto,
vedette a San Giuseppe ca scenneva
nu scalone’ndurato, e ca diceva:
“Ma chistu De Pretore, chi sarrà?”
E De Pretore, cu ‘na faccia tosta,
‘o jett’ incontro, cu ‘na mana tesa:
“So’ De Pretore, ‘o figlio d’ ‘a Turresa!
M’hanno sparato ‘na mez’ora fa”
“T’hanno sparato? Uh povero guaglione!
Chi è stato ca t’ha fatt’ ‘o mmalamente?
“Ma allora nun sapite proprio niente?…
Vuje ‘mparaviso che ce state a ffa?…
Llavissev’ ‘a sapè, ca si so muorto,
è certamente pure colpa vosta.
Io arrubavo sicuro, a bella posta,
sapenno ca ce stìveve vuje ccà”
“Sicchè tu si ‘nu muorto mariuolo?!”
“Gnernò, mò ca so’ muorto song’onesto.
Nu mariuolo vivo, si fa chesto,
nun ‘o ffà pe murì, ma pe’ campà”.
“E’ giusto!” rispunnette S. Giuseppe
“però, ccà ‘ncopp’, stu ragionamento
difficilmente, dint’ a ‘nu mumento,
cagna ‘na Legge antica ca ce sta!
Chi arroba in vita, è sempre mariuolo
E doppo muorto resta segnalato…
Si ‘o mariuolo fosse perdunato
‘o ffuoco eterno che ce stesse a ffà?”
De Pretore dicette: “ ‘J che ne saccio,
io nun pozo capì tutte sti llegge.
Chi tene a S. Giuseppe c’ ‘o prutegge,
è San Giuseppe che c’adda penzà”
“Primm’ ‘e tutto - dicette San Giuseppe -
sta prutezione, si me l’ ‘e cercata,
tu te l’ ‘e vista, e tu te l’ ‘e pigliata.
Nun capisco pecchè t’avev’ a dà!”
“Overo? E tutte chelli ffigurelle
cu vvuje fotografato e culurato?
Io, certi vvote, me so ‘ndebbitato
p’ ‘e cannèle e pe’ ll’uoglio! E mò che ffà?…
Mò me dicite “Ccà ce sta ‘na Legge…
Ca ‘o mariuolo è sempre signalato…”
A me, si nun m’avessero sparato,
fosse muorto p’ ‘a famma, San Giusè!…
Mò tantu bello, nun facimme storie,
parlate in confidenza c’ ‘o Signore.
Dicìtele “Vicienzo De Pretore
ll’aggio protetto, e ‘o faccio restà ccà”
“E si me dice: no?” “Peggio pe’ vvuje,
ca ‘lloco ‘ncoppa nun cuntate niente.
Pe’ chello c’ aggio spiso, stregn’ ‘e diente.
Ma vuje …ce avite perzo ‘e dignità!”
San Giuseppe, nu poco penzieruso,
s’abbiaje p’ ‘o scalone, a malincuore,
e se truvaje ‘mpresenza d’ ‘o Signore,
cu lluocchie ‘nterra pe’ nun ‘o guardà.
“Giuseppe cosa c’è?” “Caro Maestro,
va trova comm’ è gghiuto e comm’ è stato,
‘o certo è ca me sento scuncertato.
Nun saccio comm’ avesse accummincià.
Fore ce sta nu mariuolo muorto
Ca se chiama Vicienzo De Pretore.
Siccome me scegliette Protettore
Giustamente vulesse restà ccà”
“San Giusè, ma te fusse rimbambito?
Nu mariuolo! E dice: giustamente?
Ma tu te si stunate veramente!
Chest’ è ‘a vicchiaja ca te fa parlà”
“Che centra? Vuje, ched’è, nun site vecchio?
Anze, si ce penzate, mmiez’ a nnuje,
‘o vicchiacone overo site vuje.
Insomma, ccà se tratt’ ‘e dignità.
De Pretore arrubbava, sissignore;
è muorto acciso pe’ chesta ragione.
S’era fissato c’ ‘a prutezione:
m’appicciava ‘e cannele… c’aggia fa?
Lle vaco a ddì ca nun ne saccio niente…
Ca conta solamente ‘o Pateterno,
e ca se n’adda scènnere all’Inferno
pecchè ‘a protezione nun ce sta?…
Si vuje vulite fa chesta figura,
io nun ‘a voglio fa. Sa che ve dico?
Ve rummanno devoto, frato, amico;
ma ve saluto, e mme ne vaco a ccà”
Dicette ‘o Pateterno: “Chella è ‘a porta.
Però piènzece bbuono nu mumento.
Pecchè, si po’ te ven’ ‘o pentimento,
‘a porta è chiusa, e chiusa restarrà!”
E c’ ‘a mazza fiorita, San Giuseppe,
comme si nun avesse manco ‘ntiso,
lassav’ ‘o posto ‘e copp’ ‘o Paraviso,
c’ ‘a capa sotto, e senza s’avutà.
‘A Madonna, strignènnose dint’ ‘e spalle,
se su sette pur’essa e s’avutaje;
facette ‘a riverenza, salutaje,
dichiaranno: “Ma comme pozzo fa?…
Giuseppe è mio marito, certamente…
E lo devo seguire ovunque vada.
Io, come moglie, seguo la sua strada:
‘na mugliera fedele chesto fa”
Gesù Cristo dicette: “Io song’ ‘o figlio…
Che faccio? ‘E llasso sule? E cu’ qua’ core?
Specialmente mia Madre, se ne more…
Io mme ne vaco cu Papà e Mammà”
Sant’Anna fece segno a San Gioacchino
San Giuvanne, cumpar’ ‘o Salvatore…
L’Angelo Gabriele Annunciatore
pur’ isso s’ ‘a vuleva spalummà.
Tanto, ca ‘o Pateterno se su sette,
strillanno: “Fermi tutti!!…Dove andate?
Si overamente ascite e ve ne jate,
‘o Paraviso nun ‘o pozzo fa”
Tutt’ ‘a Sacra Famiglia se fermaje,
aspettanno ‘a Parola d’ ‘o Signore.
“Va bene, fate entrare a De Pretore…
Almeno, m’ ‘o facite interrogà!”
De Pretore trasette “Vieni avanti
Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “De Pretore fuje mammà”
“Come sarebbe?!” “So’ di padre ignoto”
“Non capisco. Ma ignoto di che cosa?”
“Che quando sulla terra non si sposa,
‘e figlie nun se ponno dichiarà”
“Ma i figli sono figli” “Niente affatto.
Vuje ve credite ca so tutte eguale;
ma ‘e figlie, ‘nterra, si nun so’ legale,
campano comme ponno: c’hann’a fa?”
“Ma c’è la Chiesa!” “Comme nun ce stesse,
Nun cagna ‘a strada vecchia p’una nova;
ce sta chi ‘o pate fauzo s’ ‘o trova…
E addeventa legale chillu llà”
Doppo capuziato, ‘o Pateterno
dicette: “Aggio capi’ ‘o fattariello.
Pirciò tu addeventaste mariunciello?”
“Gnorsì, ma sulamente pe’ campà.
Senza ‘nu pate ca te mann’ ‘a scola,
campanno abandunato mmiez’ ‘a via,
facenno sulamente a capa mia…
se sape ca fernesce p’arrubà!
E songo a melione chella ggente
Ca pe’ se mantenè pulit’ ‘a fora,
quanno nu figlio nun è nato ancora,
le negano ‘o diritto d’ ‘o ccampà.
Se ll’accidene ‘ncuorpo, ‘e ccriature,
senza piatà, redento e pazianno.
Pariente e amice ‘o ssanno e nun ‘o ssanno…
E se levano ‘a tuorno ‘a verità.
Overo, Patetè, sti criaturelle
accise primm’ ‘e nascere, addo’ vanno?
Veneno ‘Mparaviso, e nun ‘o ssanno?
E vuje nun c’ ‘o putisseve spiegà?”
“Dove sei nato?” “So’ napulitano.
Pure pe’ chesto stevo scumbinato…
Pe’ Napule ogneduno ha studiato,
pe’ vedè comm’ aveven’ ‘a ‘nguaià!”
“Pero’ senza volerlo…” “Per progetto.
Caro Maestro, con la malafede;
con l’arma che si vede e non si vede,
con la calunnia e con la falsità”
“Ma c’è il governo!” “Nun ne sape niente.
Se ‘mbrogliano cu ‘e llegge pure lloro.
Nun c’è che ffà; s’hanno ‘mparat’ ‘o coro,
ch’a Napule se vene pe’ cantà.
‘O peggio surdo è chi nun sente apposta.
Pecchè, si voglio fa na vita onesta
E nisciuno m’aiuta, che me resta?
Industrializzo la disonestà”
Nu minuto ‘e silenzio, ‘o Pateterno,
cu ‘na santa pazienza se su sette,
e cu ‘na voce ferma po’ dicette:
“Chistu Napulitano resta ccà!”
Po’ se chiammaje San Ciro: “Cì, ‘e sentito
‘o fatto d’ ‘e creature?” “Ll’aggio ‘ntiso…”
rispunnette San Ciro, “’Mparaviso
nun c’è cchiù posto p’ ‘e ricoverà!
Arrivavano a chiome, st’Angiulille…
Ca j’ dicevo…scusate si v’ ‘o ddico:
ma ‘o Pateterno fosse ‘nu nemico?
Sti mmeze criaturelle che nne fa?
Cu ‘e ccapuzzelle grosse, a forma ‘e pera;
ch’ ‘e ddetelle azzeccate e ll’uocchie ‘nchiuse,
pàrene vicchiarelle penzieruse,
ca sanno ‘a ggente, ‘o munno e ‘a ‘nfamità!
N’aggio fatte nuttate appriesso a lloro,
attuorno a tutte chelli spalluzzelle!
Ce n’aggio miso ‘nguenta e ppumatelle…
Ma ‘e scelle nun putevano spuntà…”
Dicett’ ‘o Pateterno: “Nun fa niente.
Nun vularranno maje chist’Angiulille.
Che ffà… so piccerille piccerille
E mm’ ee porto cu mmico, a passià.
Pe’ comme vanno ‘e fatte ‘ncopp’ ‘a terra,
ce sta na Legge mia, can un perdona.
Chillo ca dice: “Dio nun se ne addona”
se sbaglia, pecchè ‘a Leggia mia ce sta.
Nun è ca tutt’ ‘e juorne stong’ attiento
a chello ca succede ‘ncopp’ ‘a terra;
pero’ si se scatena quacche guerra,
è ll’ommo stesso c’ ‘a fa scatenà.
Se ‘mbroglia dint’ ‘a stessa cattiveria,
se ‘mbriaca c’ ‘a vendetta e c’ ‘a malizia;
s’accide, se condanna e fa giustizia;
ma è sempe ‘a Leggia mia ca ce ‘o ffa fa.
Andate tutti a letto. Domattina
Vi sveglierete nelle prime ore
per spiegare a Vincenzo De Pretore
in Paradiso come ci si sta”
‘E Sante cu ‘na meza resatela
e cu ‘nu miez’inchino s’abbiàjeno.
Ammaglieranno amaro se cuccàjeno
penzanno: “’A rrobba mo’ s’adda ‘nzerrà!”
‘O Pateterno, ‘a sera, è abituato
a sentì, ‘Mparaviso, ‘e meglie cante.
Invece, chella notte, tuttuquante
nun ‘e ssenteva manco ‘e pepetià.
E, cu ‘nu naso fino ‘e Pateterno,
‘O Signore capett’ ‘a serenata.
Nun potette durmì tutt’ ‘a nuttata,
penzanno che discorso aveva fa.
Schiarato juorno, fece l’adunata
e dicette: “Capisco il malumore,
avvuje ve fa paura De Pretore,
ch’ è mariunciello, e ca ve po’ arrubbà?
State tranquilli, ne rispondo io.
Chisto pirciò se chiamma Paraviso.
Lietto sicuro, pane ben diviso…
Neh, De Pretore c’arrubbasse a ffà?”
‘E Sante se guardàjeno tutte ‘nfaccia
E ‘ntunajen’ ‘a cchiù bbella Pasturale,
comm’a chella che cantano a Natale:
e pe’ Vicienzo che felicità!
A poco a poco tutte chistu coro,
e tutta chesta musica fernette.
‘E bello De Pretore se sentette
‘a stanchezza e ‘o dolore d’ ‘o campà.
Po’ n’ata voce ‘e cristiane,
una diceva: “Fatelo dormire.
Ripiglia il polso, ma non puo’ capire.
Complimenti, Dottore… se ne va?”
Cu ll’uocchie miez’ aperte, lle parette
‘e vedè ‘na figura d’omme anziano,
cu nu figlietto e cu ‘na penna ‘mmano
e ca diceva:”’O pozzo interrogà?”
N’ata voce dicette: “Con prudenza”
“Tu ti chiami Vincenzo?” “Sissignore”
“E di cognome?” “Faccio De Pretore”
“Tuo padre?” “Ve l’ho detto poco fa”
N’ata voce dicette: “Su coraggio
cercate di rispondere al signore”.
“Gnorsì, già mi ha concesso l’alto onore.
Sul’isso me puteva perdunà.
Ce ll’aggio ditto, ch’ero mariunciello
e ca pe’ chesto songo muorto acciso.
Fatemi rimanere in Paradiso!
Tengo… ‘a prumessa e voglio…restà ccà…”
Credenno ca parlava c’ ‘o Signore,
‘nzerraje pe’ sempe ll’uocchie De Pretore.
domenica 8 febbraio 2015
da "La grande magia" di Eduardo De Filippo
Calogero Di Spelta
Un altro giuoco. Ma scusate, la signora ha detto: “È morta!”
Otto Marvuglia
Proprio così. Un altro giuoco.
Calogero
(dopo una pausa) Ma perché facciamo questi esperimenti? Scusate, professo’, ma che ce ne viene in tasca facendo questi giuochi d’illusione?
Otto
(colpito dalla domanda di Calogero, lo guarda lungamente assumendo un’aria sincera quanto sconfortata) Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti esercitati da un altro prestigiatore più importante di me… e così via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… (mostrando la gabbia dove sono i canarini) Li vedi quegli uccelli? Appena me vedeno se metteno a cantà… Accòstati. (si avvicina alla gabbia seguito da Calogero) ‘E ssiente? (infatti si ode il cinguettio petulante del canarini insieme) Hê ‘a vede’ comme me cunosceno; e forse, me vonno pure bene. Per forza, li governo io ogni mattina. Lle porto ‘a preta ‘e zucchero, ‘a cemmetella ‘e nzalata, l’uosso ‘e seppia, il mangime… Hê ‘a vede’ comme m’aspettano.
Calogero
Veramente? Quanto so’ belle!
Otto
Ogni tanto io po’ sa che faccio? Metto ‘a mano dint’ ‘a gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. (prende da un mobile una gabbietta, quella del primo atto) Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. “Ecco, signori”. La copro con un quadrato di stoffa nera, m’allontano di quattro passi, e sparo nu colpo ‘e rivoltella. Figurati il pubblico: “È sparito. Comme ha fatto? È un mago!” Ma il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi naturalmente devo riordinare, e sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. (mostrando i canarini) ‘E vvide chisti ccà, chiste nun sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si, ed è questo il privilegio. (osservando il volto triste di Calogero, muta di umore in un attimo; ridiventa allegro e superficiale) Guè, embè? Su con la vita: svegliati. Dobbiamo continuare il giuoco, il nostro giuoco. Guarda, là ci sta tutto il pubblico che aspetta. Ti sembrerà un secolo: ma poi vedrai che in un attimo si concluderà
Un altro giuoco. Ma scusate, la signora ha detto: “È morta!”
Otto Marvuglia
Proprio così. Un altro giuoco.
Calogero
(dopo una pausa) Ma perché facciamo questi esperimenti? Scusate, professo’, ma che ce ne viene in tasca facendo questi giuochi d’illusione?
Otto
(colpito dalla domanda di Calogero, lo guarda lungamente assumendo un’aria sincera quanto sconfortata) Non lo so. È un trucco che non conosco. Io che esercito la professione di illusionista, mi presto ad esperimenti esercitati da un altro prestigiatore più importante di me… e così via, via, via fino alla perfezione… Ecco il giuoco prodigioso dell’illusione! Guarda… (mostrando la gabbia dove sono i canarini) Li vedi quegli uccelli? Appena me vedeno se metteno a cantà… Accòstati. (si avvicina alla gabbia seguito da Calogero) ‘E ssiente? (infatti si ode il cinguettio petulante del canarini insieme) Hê ‘a vede’ comme me cunosceno; e forse, me vonno pure bene. Per forza, li governo io ogni mattina. Lle porto ‘a preta ‘e zucchero, ‘a cemmetella ‘e nzalata, l’uosso ‘e seppia, il mangime… Hê ‘a vede’ comme m’aspettano.
Calogero
Veramente? Quanto so’ belle!
Otto
Ogni tanto io po’ sa che faccio? Metto ‘a mano dint’ ‘a gabbia e me ne piglio uno che mi deve servire per un esperimento d’illusione. (prende da un mobile una gabbietta, quella del primo atto) Lo metto in quest’altra gabbietta più piccola e lo presento al pubblico. “Ecco, signori”. La copro con un quadrato di stoffa nera, m’allontano di quattro passi, e sparo nu colpo ‘e rivoltella. Figurati il pubblico: “È sparito. Comme ha fatto? È un mago!” Ma il canarino non sparisce! Muore. Muore schiacciato tra un fondo e un doppio fondo. Il colpo di rivoltella serve a mascherare il rumore che produce lo scatto della piccola gabbia truccata. Poi naturalmente devo riordinare, e sai che trovo? Una poltiglia di ossicini, sangue e piume. (mostrando i canarini) ‘E vvide chisti ccà, chiste nun sanno niente. Illusioni non se ne possono fare. Noi, invece, si, ed è questo il privilegio. (osservando il volto triste di Calogero, muta di umore in un attimo; ridiventa allegro e superficiale) Guè, embè? Su con la vita: svegliati. Dobbiamo continuare il giuoco, il nostro giuoco. Guarda, là ci sta tutto il pubblico che aspetta. Ti sembrerà un secolo: ma poi vedrai che in un attimo si concluderà
mercoledì 31 dicembre 2014
da "Gli esami non finiscono mai" di Eduardo De Filippo
Furio
Ti compatisco, perché in questo momento non sei padrone di te stesso.
Guglielmo
Per fortuna! Questa è la sola gioia che mi conforta, perché non essendo padrone di questo "me stesso", che oramai mi fa schifo, ti posso dire apertamente che non voglio più subire la presenza tua nella mia vita, che sono stanco di sopportare i tuoi: "Sì, va bene, ma però", che mi sono scocciato di sopportare la legge del vivere civile che t’assoggetta a pronunziare i "sì" senza convinzione, quando i "no" salgono alla gola come tante bolle d’aria.
venerdì 31 ottobre 2014
Eduardo De Filippo interviene al Senato il 23 marzo 1982
Presidente
L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una interpellanza concernente l'istituto "Filangieri" di Napoli. Se ne dia lettura.
Vignola
Interpellanza del Senatore De Filippo al Ministro di grazia e giustizia. Per conoscere: quale sia il giudizio del Governo, nel quadro dei drammatici problemi del Meridione e dell'area napoletana in particolare, sull'attuale ruolo e sul modo di funzionare dell'istituto "Filangieri" per la rieducazione dei minori, specchio e contemporaneamente causa dei molti problemi sociali di quella realtà così duramente colpita da eventi di carattere non solo naturale; quali provvedimenti e iniziative il Governo intenda prendere perché gli oltre mille ragazzi che annualmente passano attraverso il "Filangieri", lungi dal trovarvi incentivi e sollecitazioni ad entrare nella delinquenza abituale, vi trovino invece le condizioni per mettere il meglio di loro al servizio delle loro famiglie e della comunità nazionale.
De Filippo
Domando di parlare.
Presidente
Nel dare la parola al senatore De Filippo, che per la prima volta interviene in quest'Aula, gli rinnovo i rallegramenti per la recente nomina a senatore a vita e gli rivolgo i migliori auguri per il prosieguo della sua attività parlamentare. Il senatore De Filippo ha facoltà di parlare.
De Filippo
Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, avrei voluto incontrarmi prima con voi, molto prima di oggi, ma non mi è stato possibile a causa di impegni assunti prima ancora di ricevere la nomina a senatore a vita dal nostro presidente Sandro Pertini, al quale da quest'Aula sento il bisogno di rivolgere un caloroso e affettuoso saluto. Non che io consideri questa nomina puramente onorifica, anzi, a me piacciono le responsabilità e non le ho mai rifiutate quando mi è sembrato giusto prendermele. In questo periodo ho lavorato moltissimo. Del resto la stampa ha sempre dato notizie sulla mia attività. Con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell'istituto "Gaetano Filangieri" di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via; e nei prossimi mesi intendo dedicare a loro più tempo di prima. E su questo vorrei soffermarmi. Avrò bisogno del vostro aiuto e spero che quando ve lo chiederò mi darete una mano. Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro. È essenziale che un'assemblea come il Senato prenda a cuore... (scusatemi perché questo forse avrei dovuto precisarlo prima: io sono stato operato da poco ad un occhio e devo leggere un po' piano, scusatemi tanto). Dunque si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un'assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l'intero territorio dal Sud al Nord dell'Italia. Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi che sta facendo acqua da tutte le parti possa finalmente imboccare la strada giusta. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto si può ottenere da loro. Ne ho pensate di cose nei mesi scorsi e c'è da fare, si può fare, ne sono certo. Di questi miei propositi vi farò per il momento solamente un cenno; in seguito, quando saranno meglio assestati, più completi nei particolari, chissà che non venga fuori un progetto da prendere sul serio in considerazione. Senza vanità, ve lo assicuro, vorrei parlarvi ora di quel poco che ho già fatto nelle mie commedie, le quali, anche se non sono dei capolavori, anche se forse non mi sopravviveranno come hanno sostenuto e sostengono tuttora alcuni critici, hanno però il merito di aver sempre trattato i problemi della società in cui ho vissuto e vivo proponendoli dal palcoscenico all'attenzione delle autorità e del pubblico. Lasciando da parte i testi scritti durante il fascismo, quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste e quindi i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche, a partire dal 1945 in poi non c'è stata commedia scritta da me che non abbia riflettuto aspetti della realtà sociale italiana. Prendiamo la prima: Napoli milionaria, poi riprenderemo il discorso del "Filangieri". In questa Napoli milionaria ho trattato vari problemi del nostro paese, molti dei quali ancora oggi irrisolti, primo fra tutti la questione morale, poiché solo su una base morale l'uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà. Tenendo conto delle proprie necessità economiche e delle fonti di ricchezza dalle quali dipende il proprio benessere, l'uomo si è sempre creato regole di comportamento etico che ha dovuto poi proteggere con le leggi. È ovvio che queste norme col passare del tempo e con l'accrescersi delle conoscenze scientifiche dell'uomo diventano anacronistiche e vanno cambiate e assieme ad esse le leggi. Il guaio succede quando si è costretti a vivere nel vortice sfrenato del consumismo di oggi obbedendo a leggi vecchie e superate. E in questo, a mio parere, consiste la presente ingovernabilità del nostro paese; insomma ogni santo giorno noi italiani ci troviamo di fronte al solito dilemma: o vivere fuori del nostro tempo o fuori delle nostre leggi. Ma torniamo a Napoli, a Napoli milionaria e alle questioni che con quella commedia ponevo sul tappeto e che sul tappeto sono rimaste. Nel 1945, finito il fascismo, finita la guerra si doveva iniziare la ricostruzione del nostro paese mezzo distrutto e messo in ginocchio dalla sconfitta. Dice Gennaro Iovine, il protagonista della commedia: "la guerra non è finita, non è finito niente" e al finale "adda passà a' nuttata". Attraverso queste semplici parole, semplici ma niente affatto sciocche, il reduce voleva significare che c'era ancora da combattere nemici potenti e agguerriti quali il disordine, la borsa nera, la corruzione, la prepotenza, la disonestà, se si pensava di costruire tutti insieme, governo e popolo, una società nuova, giusta dove il potere svolgesse le sue funzioni. Avevamo perduto la guerra e sentivamo che ci sarebbe stato bisogno di sacrifici per conquistare la libertà e il benessere sociale. In quel periodo, subito dopo la Liberazione, il popolo era pronto a farli i sacrifici; ci si sentiva come affratellati dalla speranza che valeva bene qualche privazione per essere pure noi artefici della nostra vita e di quella dei nostri figli. Ma ecco invece che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosante aspirazioni. Insomma siamo entrati nella storia del dopoguerra come protagonisti non paganti, come entrano in teatro i portoghesi, che lo spettacolo se lo godono meno di tutti perché non hanno pagato il biglietto. Così noi, non avendo pagato, non abbiamo avuto la soddisfazione di chi si conquista il benessere col proprio lavoro sentendosi soddisfatto di avere collaborato con il governo. Quale è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra il popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa Napoli milionaria siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto cittadino-Stato; la necessità di responsabilizzare l'individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società, che poi di individui è fatta. Tutto questo che ho detto non è estraneo all'argomento che ho scelto per la mia interpellanza in quanto gli avvenimenti che si sono verificati dalla fine della guerra ad oggi hanno influito in maniera pesante sulle sorti dell'istituto "Gaetano Filangieri" e di tanti altri istituti di rieducazione dei minori. Alla fine del 1981, invitato dai ragazzi e dal loro direttore, dottor Luciano Sommella, ho visitato il "Filangieri" e come l'ho trovato ve lo posso dire in due parole. Camere da letto tutte con docce e servizi igienici per due o tre ragazzi; cucina enorme e pulitissima; ogni gruppo di 15 ragazzi ha un televisore e un accogliente ambiente per il tempo libero; per l'aria, un cortile molto vasto e un piccolo gruppo di ragazzi sotto controllo della magistratura va a lavorare fuori presso artigiani. In genere sono 60 ragazzi, ma durante l'anno ne passano oltre 1.500 che poi vanno smistati in altri istituti. C'è perfino un teatrino che io stesso inaugurai in occasione di quella visita! Un complesso veramente degno, dove i ragazzi vengono curati, assistiti secondo princìpi umani e civili, non solo, ma vengono istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto. Naturalmente - c'è da aspettarselo - le finanze non sono adeguate alle necessità di un istituto del genere. Ma non è questo il punto nevralgico della situazione. I ragazzi di 11-12-13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù, entrano nell'istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l'asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale. Finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l'imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il "Filangieri". È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell'istituto che, durante la mia visita di quel giorno, chiesi (e mi fu accordato dal dottor Luciano Sommella) di avvicinare da solo a solo. I ragazzi mi dissero: "Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo". Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità. Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l'Europa e l'America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord. Illustri senatori e amici, ho girato il mondo e ho constatato con questi occhi qual è il rendimento del lavoratore italiano e qual è il suo vivere civile quando si trova all'estero. Ne ho conosciuti a centinaia, sia in America che a Londra, specialmente a Londra dove non c'è differenza, nessuna differenza, tra una tazza di tè e un bicchiere di vino del Vesuvio, dove l'emigrante, per dirla alla Troisi, trova quel riconoscimento che nel proprio paese di origine gli viene negato. Ecco che il napoletano, quello appartenente alla categoria di cui ci stiamo occupando, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa? È necessario ora, prima di chiudere il mio intervento, che vi parli brevemente della celebre nave Caracciolo. Sono certo che molti di voi, illustri colleghi, ricordino lucidamente quale compito fu affidato a questa enorme corazzata, a questa imbarcazione. Il progetto fu ideato nel 1917 da un ammiraglio, le sue richieste furono ben viste e in breve tempo accettate dal governo di quel tempo. Fu così che il fortunato ammiraglio poté realizzare il suo sogno: ebbe in dotazione dallo Stato una vecchia corazzata su cui vennero ospitati i figli dei marinai, quelli dei pescatori e gran parte dell'infanzia abbandonata. L'intero equipaggio della provvidenziale corazzata, tutti diciottenni, si rendeva conto della disciplina di bordo: lavoro sodo, rigoroso, adatto allo sviluppo fisico, imparava a leggere, a scrivere, attraversava i mari, veniva a contatto con altri popoli e altre civiltà, aria sana, sole e volontà di vivere. Da mozzi diciottenni, diventati marinai venticinquenni, se ne tornavano alle loro case, presso le loro famiglie, orgogliosi, felici e schizzanti salute dagli occhi. L'iniziativa ebbe un successo trionfale, arrivò persino sulle tavole dei caffè chantans. Viviani - allora faceva solamente il varietà, non aveva ancora la compagnia di prosa - mise in giro una canzone. Vi dico i versi: "Addio botte co' pere, capriole pe' a città, pezzulle 'e marciapiedi non me siente chiu' ronfa'. Io tengo chi m'ha dato vitto, alloggio e civiltà. 'A folla dei scugnizzi mo' so' a meglio gioventù, fotografa 'sti pizzi che addo' vai non trovi chiu', e quanno torni in patria sviluppa e fà vede': tenimmo sempre roba megli' e te". L'ammiraglio Caracciolo dovette pensare: forse riesco a riunire i ragazzi dell'istituto "Le cappuccinelle" (così si chiamava allora l'istituto "Gaetano Filangieri" di oggi); la marina italiana ha bisogno di marinai. Dopo la guerra '14-18, la nave Caracciolo durò altri dieci anni. Non mi sono note le ragioni della sua scomparsa, ma, avendo vissuto l'epoca cui mi riferisco, posso solo ipotizzare che i fermenti fascisti, dopo quella guerra, erano agli albori. Giorno dopo giorno Mussolini guadagnava quota. Non starò qui a raccontarvi la storia di come nacque il fascismo ma, in riferimento alla nave Caracciolo, si trattava di una vecchia corazzata. Chissà, forse quell'iniziativa del vecchio lupo di mare, l'ammiraglio, fu accolta da Mussolini. Lui visse quei tempi e ci possiamo spiegare la nascita del balilla: per i diciottenni, il premilitare. E ancora, le giovani italiane, le colonie marine, i treni popolari, il dopolavoro: tutte istituzioni che hanno qualcosa in comune con la vecchia corazzata. L'Italia, diceva l'ammiraglio, ha bisogno di marinai. In sostanza, il progetto del vecchio ammiraglio, secondo le idee e abitudini mussoliniane, diventò macroscopico. Illustre signor presidente Amintore Fanfani, egregio signor Ministro di grazia e giustizia, onorevoli senatori di ogni partito e tendenza, non desidero una seconda nave Caracciolo. Propongo invece di sollecitare il Governo affinché dia il via all'assegnazione al "Filangieri" di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e all'artigianato antico, possano abitare e lavorare ognuno per conto proprio, assaggiando in tal modo il sapore del frutto sulla loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità cui hanno diritto e che giustamente reclamano. Le infinite specializzazioni di arti e mestieri (pellettieri, fabbri, restauratori, ebanisti, pittori, sarti, cuochi, pasticcieri eccetera) renderebbero il villaggio un centro operoso di qualificati prodotti artigianali, di cui tanto si auspica il ritorno, e ciò sarebbe non solo un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani del villaggio che mi augurerei potesse assumere il suo vecchio nome "Le cappuccinelle". Quel grandissimo poeta napoletano, Giuseppe Marotta, definì i napoletani in genere «gli alunni del sole».
(Applausi dall'estrema sinistra, dalla sinistra, dal centro-sinistra e dal centro. Congratulazioni).
L'ordine del giorno reca lo svolgimento di una interpellanza concernente l'istituto "Filangieri" di Napoli. Se ne dia lettura.
Vignola
Interpellanza del Senatore De Filippo al Ministro di grazia e giustizia. Per conoscere: quale sia il giudizio del Governo, nel quadro dei drammatici problemi del Meridione e dell'area napoletana in particolare, sull'attuale ruolo e sul modo di funzionare dell'istituto "Filangieri" per la rieducazione dei minori, specchio e contemporaneamente causa dei molti problemi sociali di quella realtà così duramente colpita da eventi di carattere non solo naturale; quali provvedimenti e iniziative il Governo intenda prendere perché gli oltre mille ragazzi che annualmente passano attraverso il "Filangieri", lungi dal trovarvi incentivi e sollecitazioni ad entrare nella delinquenza abituale, vi trovino invece le condizioni per mettere il meglio di loro al servizio delle loro famiglie e della comunità nazionale.
De Filippo
Domando di parlare.
Presidente
Nel dare la parola al senatore De Filippo, che per la prima volta interviene in quest'Aula, gli rinnovo i rallegramenti per la recente nomina a senatore a vita e gli rivolgo i migliori auguri per il prosieguo della sua attività parlamentare. Il senatore De Filippo ha facoltà di parlare.
De Filippo
Onorevole Presidente, onorevole Ministro, onorevoli colleghi, avrei voluto incontrarmi prima con voi, molto prima di oggi, ma non mi è stato possibile a causa di impegni assunti prima ancora di ricevere la nomina a senatore a vita dal nostro presidente Sandro Pertini, al quale da quest'Aula sento il bisogno di rivolgere un caloroso e affettuoso saluto. Non che io consideri questa nomina puramente onorifica, anzi, a me piacciono le responsabilità e non le ho mai rifiutate quando mi è sembrato giusto prendermele. In questo periodo ho lavorato moltissimo. Del resto la stampa ha sempre dato notizie sulla mia attività. Con tutto il da fare che ho avuto non ho trascurato di occuparmi dell'istituto "Gaetano Filangieri" di Napoli e dei ragazzi che spesso, a causa di carenze sociali, hanno dovuto deviare dalla retta via; e nei prossimi mesi intendo dedicare a loro più tempo di prima. E su questo vorrei soffermarmi. Avrò bisogno del vostro aiuto e spero che quando ve lo chiederò mi darete una mano. Si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro. È essenziale che un'assemblea come il Senato prenda a cuore... (scusatemi perché questo forse avrei dovuto precisarlo prima: io sono stato operato da poco ad un occhio e devo leggere un po' piano, scusatemi tanto). Dunque si tratta di migliaia di giovani e del loro futuro ed è essenziale che un'assemblea come il Senato prenda a cuore la riparazione delle carenze dannose, posso dire catastrofiche, che da secoli coinvolgono quasi l'intero territorio dal Sud al Nord dell'Italia. Mi sono sempre domandato quale potrebbe essere il mio contributo affinché la barca di questi ragazzi che sta facendo acqua da tutte le parti possa finalmente imboccare la strada giusta. Sono convinto che se si opera con energia, amore e fiducia in questi ragazzi molto si può ottenere da loro. Ne ho pensate di cose nei mesi scorsi e c'è da fare, si può fare, ne sono certo. Di questi miei propositi vi farò per il momento solamente un cenno; in seguito, quando saranno meglio assestati, più completi nei particolari, chissà che non venga fuori un progetto da prendere sul serio in considerazione. Senza vanità, ve lo assicuro, vorrei parlarvi ora di quel poco che ho già fatto nelle mie commedie, le quali, anche se non sono dei capolavori, anche se forse non mi sopravviveranno come hanno sostenuto e sostengono tuttora alcuni critici, hanno però il merito di aver sempre trattato i problemi della società in cui ho vissuto e vivo proponendoli dal palcoscenico all'attenzione delle autorità e del pubblico. Lasciando da parte i testi scritti durante il fascismo, quando le allusioni alle malefatte sociali e politiche erano, a dir poco, mal viste e quindi i granelli di satira bisognava nasconderli tra lazzi, risate e trovate comiche, a partire dal 1945 in poi non c'è stata commedia scritta da me che non abbia riflettuto aspetti della realtà sociale italiana. Prendiamo la prima: Napoli milionaria, poi riprenderemo il discorso del "Filangieri". In questa Napoli milionaria ho trattato vari problemi del nostro paese, molti dei quali ancora oggi irrisolti, primo fra tutti la questione morale, poiché solo su una base morale l'uomo attraverso i secoli ha edificato società e civiltà. Tenendo conto delle proprie necessità economiche e delle fonti di ricchezza dalle quali dipende il proprio benessere, l'uomo si è sempre creato regole di comportamento etico che ha dovuto poi proteggere con le leggi. È ovvio che queste norme col passare del tempo e con l'accrescersi delle conoscenze scientifiche dell'uomo diventano anacronistiche e vanno cambiate e assieme ad esse le leggi. Il guaio succede quando si è costretti a vivere nel vortice sfrenato del consumismo di oggi obbedendo a leggi vecchie e superate. E in questo, a mio parere, consiste la presente ingovernabilità del nostro paese; insomma ogni santo giorno noi italiani ci troviamo di fronte al solito dilemma: o vivere fuori del nostro tempo o fuori delle nostre leggi. Ma torniamo a Napoli, a Napoli milionaria e alle questioni che con quella commedia ponevo sul tappeto e che sul tappeto sono rimaste. Nel 1945, finito il fascismo, finita la guerra si doveva iniziare la ricostruzione del nostro paese mezzo distrutto e messo in ginocchio dalla sconfitta. Dice Gennaro Iovine, il protagonista della commedia: "la guerra non è finita, non è finito niente" e al finale "adda passà a' nuttata". Attraverso queste semplici parole, semplici ma niente affatto sciocche, il reduce voleva significare che c'era ancora da combattere nemici potenti e agguerriti quali il disordine, la borsa nera, la corruzione, la prepotenza, la disonestà, se si pensava di costruire tutti insieme, governo e popolo, una società nuova, giusta dove il potere svolgesse le sue funzioni. Avevamo perduto la guerra e sentivamo che ci sarebbe stato bisogno di sacrifici per conquistare la libertà e il benessere sociale. In quel periodo, subito dopo la Liberazione, il popolo era pronto a farli i sacrifici; ci si sentiva come affratellati dalla speranza che valeva bene qualche privazione per essere pure noi artefici della nostra vita e di quella dei nostri figli. Ma ecco invece che cominciano ad arrivare gli aiuti e non in maniera morale, normale, accettabile e benefica, bensì in quantità esagerata che ha falsato tutto lo sviluppo delle nostre sacrosante aspirazioni. Insomma siamo entrati nella storia del dopoguerra come protagonisti non paganti, come entrano in teatro i portoghesi, che lo spettacolo se lo godono meno di tutti perché non hanno pagato il biglietto. Così noi, non avendo pagato, non abbiamo avuto la soddisfazione di chi si conquista il benessere col proprio lavoro sentendosi soddisfatto di avere collaborato con il governo. Quale è stata la conseguenza? La spaccatura che si è prodotta tra il popolo e la classe dirigente. Mi sembra che in questa Napoli milionaria siano stati profeticamente indicati problemi importanti, da prendere in considerazione ancora oggi: il rapporto cittadino-Stato; la necessità di responsabilizzare l'individuo facendolo partecipare attivamente alla ricostruzione della società, che poi di individui è fatta. Tutto questo che ho detto non è estraneo all'argomento che ho scelto per la mia interpellanza in quanto gli avvenimenti che si sono verificati dalla fine della guerra ad oggi hanno influito in maniera pesante sulle sorti dell'istituto "Gaetano Filangieri" e di tanti altri istituti di rieducazione dei minori. Alla fine del 1981, invitato dai ragazzi e dal loro direttore, dottor Luciano Sommella, ho visitato il "Filangieri" e come l'ho trovato ve lo posso dire in due parole. Camere da letto tutte con docce e servizi igienici per due o tre ragazzi; cucina enorme e pulitissima; ogni gruppo di 15 ragazzi ha un televisore e un accogliente ambiente per il tempo libero; per l'aria, un cortile molto vasto e un piccolo gruppo di ragazzi sotto controllo della magistratura va a lavorare fuori presso artigiani. In genere sono 60 ragazzi, ma durante l'anno ne passano oltre 1.500 che poi vanno smistati in altri istituti. C'è perfino un teatrino che io stesso inaugurai in occasione di quella visita! Un complesso veramente degno, dove i ragazzi vengono curati, assistiti secondo princìpi umani e civili, non solo, ma vengono istruiti e perfezionati ognuno nel mestiere da lui scelto. Naturalmente - c'è da aspettarselo - le finanze non sono adeguate alle necessità di un istituto del genere. Ma non è questo il punto nevralgico della situazione. I ragazzi di 11-12-13 anni, che sono poi le vere vittime di una società carente come la nostra nei riguardi della gioventù, entrano nell'istituto in attesa di giudizio e vi restano spesso per anni e anni in quanto, o per la mole di lavoro o per l'asmatico meccanismo burocratico, i processi subiscono sempre lunghissimi ritardi e rinvii. Compiuti i diciotto anni, poi, ancora in attesa di giudizio, i ragazzi vengono trasferiti nelle carceri di Poggioreale. Finalmente, celebrato il processo, mettiamo che l'imputato venga assolto, dove si presenta una volta messo in libertà? Chi è disposto a dare fiducia e lavoro ad un avanzo di galera? Questa non è una domanda che mi sono posto io, che non conoscevo il "Filangieri". È una domanda angosciosa che si pongono gli stessi ragazzi dell'istituto che, durante la mia visita di quel giorno, chiesi (e mi fu accordato dal dottor Luciano Sommella) di avvicinare da solo a solo. I ragazzi mi dissero: "Non usciamo da qui con il cuore sereno, in pace e pieno di gioia, perché se quando siamo fuori non troviamo lavoro né un minimo di fiducia per forza dobbiamo finire di nuovo in mezzo alla strada! La solita vita sbandata, gli stessi mezzi illeciti, illegali per mantenere la famiglia: scippi, furti, la rivoltella, la ribellione alla forza pubblica. Insomma siamo sempre punto e daccapo". Ora bisogna tener conto del fatto che i napoletani, e in specie quelli di 18 anni, sono pieni di fantasia, pieni di spontanee iniziative in caso di emergenza, sempre vogliosi e mai appagati di un minimo di riconoscimento sincero per la loro vera identità. Ci voleva una guerra perché gli spaghetti, la pizza con la pommarola, le canzoni, le chitarre e i mandolini invadessero l'Europa e l'America, e mettessero fine finalmente ai luoghi comuni: mandolinisti mangia maccheroni, sfaticati, terroni eccetera. Adesso le canzoni le cantano pure loro, su al Nord. Illustri senatori e amici, ho girato il mondo e ho constatato con questi occhi qual è il rendimento del lavoratore italiano e qual è il suo vivere civile quando si trova all'estero. Ne ho conosciuti a centinaia, sia in America che a Londra, specialmente a Londra dove non c'è differenza, nessuna differenza, tra una tazza di tè e un bicchiere di vino del Vesuvio, dove l'emigrante, per dirla alla Troisi, trova quel riconoscimento che nel proprio paese di origine gli viene negato. Ecco che il napoletano, quello appartenente alla categoria di cui ci stiamo occupando, se vuole vivere e trovare lavoro nella città che gli ha dato i natali, come sarebbe poi suo diritto, deve ricorrere a trovate pulcinellesche o a mezzi equivoci e illegali che gli possono dare la certezza di tornare la sera a casa sua, solo che riesca a non farsi beccare dalla polizia. E sarebbe una vita questa? È necessario ora, prima di chiudere il mio intervento, che vi parli brevemente della celebre nave Caracciolo. Sono certo che molti di voi, illustri colleghi, ricordino lucidamente quale compito fu affidato a questa enorme corazzata, a questa imbarcazione. Il progetto fu ideato nel 1917 da un ammiraglio, le sue richieste furono ben viste e in breve tempo accettate dal governo di quel tempo. Fu così che il fortunato ammiraglio poté realizzare il suo sogno: ebbe in dotazione dallo Stato una vecchia corazzata su cui vennero ospitati i figli dei marinai, quelli dei pescatori e gran parte dell'infanzia abbandonata. L'intero equipaggio della provvidenziale corazzata, tutti diciottenni, si rendeva conto della disciplina di bordo: lavoro sodo, rigoroso, adatto allo sviluppo fisico, imparava a leggere, a scrivere, attraversava i mari, veniva a contatto con altri popoli e altre civiltà, aria sana, sole e volontà di vivere. Da mozzi diciottenni, diventati marinai venticinquenni, se ne tornavano alle loro case, presso le loro famiglie, orgogliosi, felici e schizzanti salute dagli occhi. L'iniziativa ebbe un successo trionfale, arrivò persino sulle tavole dei caffè chantans. Viviani - allora faceva solamente il varietà, non aveva ancora la compagnia di prosa - mise in giro una canzone. Vi dico i versi: "Addio botte co' pere, capriole pe' a città, pezzulle 'e marciapiedi non me siente chiu' ronfa'. Io tengo chi m'ha dato vitto, alloggio e civiltà. 'A folla dei scugnizzi mo' so' a meglio gioventù, fotografa 'sti pizzi che addo' vai non trovi chiu', e quanno torni in patria sviluppa e fà vede': tenimmo sempre roba megli' e te". L'ammiraglio Caracciolo dovette pensare: forse riesco a riunire i ragazzi dell'istituto "Le cappuccinelle" (così si chiamava allora l'istituto "Gaetano Filangieri" di oggi); la marina italiana ha bisogno di marinai. Dopo la guerra '14-18, la nave Caracciolo durò altri dieci anni. Non mi sono note le ragioni della sua scomparsa, ma, avendo vissuto l'epoca cui mi riferisco, posso solo ipotizzare che i fermenti fascisti, dopo quella guerra, erano agli albori. Giorno dopo giorno Mussolini guadagnava quota. Non starò qui a raccontarvi la storia di come nacque il fascismo ma, in riferimento alla nave Caracciolo, si trattava di una vecchia corazzata. Chissà, forse quell'iniziativa del vecchio lupo di mare, l'ammiraglio, fu accolta da Mussolini. Lui visse quei tempi e ci possiamo spiegare la nascita del balilla: per i diciottenni, il premilitare. E ancora, le giovani italiane, le colonie marine, i treni popolari, il dopolavoro: tutte istituzioni che hanno qualcosa in comune con la vecchia corazzata. L'Italia, diceva l'ammiraglio, ha bisogno di marinai. In sostanza, il progetto del vecchio ammiraglio, secondo le idee e abitudini mussoliniane, diventò macroscopico. Illustre signor presidente Amintore Fanfani, egregio signor Ministro di grazia e giustizia, onorevoli senatori di ogni partito e tendenza, non desidero una seconda nave Caracciolo. Propongo invece di sollecitare il Governo affinché dia il via all'assegnazione al "Filangieri" di uno spazio in una località ridente su cui costruire un villaggio con abitazioni e botteghe dove i giovani, già avviati a mestieri e all'artigianato antico, possano abitare e lavorare ognuno per conto proprio, assaggiando in tal modo il sapore del frutto sulla loro sacrosanta fatica, recuperando la speranza e la fiducia di una vita nuova che restituisca loro quella dignità cui hanno diritto e che giustamente reclamano. Le infinite specializzazioni di arti e mestieri (pellettieri, fabbri, restauratori, ebanisti, pittori, sarti, cuochi, pasticcieri eccetera) renderebbero il villaggio un centro operoso di qualificati prodotti artigianali, di cui tanto si auspica il ritorno, e ciò sarebbe non solo un richiamo di ordine turistico su scala internazionale ma anche e insieme fonte di guadagno e di indipendenza economica per questi giovani del villaggio che mi augurerei potesse assumere il suo vecchio nome "Le cappuccinelle". Quel grandissimo poeta napoletano, Giuseppe Marotta, definì i napoletani in genere «gli alunni del sole».
(Applausi dall'estrema sinistra, dalla sinistra, dal centro-sinistra e dal centro. Congratulazioni).
domenica 20 luglio 2014
"'O paese 'e Pulicenella" di Eduardo De Filippo
Pulicenella sapìte che dice?
Ca paese significa munno.
Sape solo ch’è la largo e ch’è tunno;
e nun tene pariente né amice.
Dice “’O cunto purtatel’a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella è padron’ ‘e paese.
Pulicenella fa tutt cos’isso.
Pulicenella, si arriva nu fisso,
ca vulesse… che saccio… fà spese.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella ‘o sapìmmo ca tene
tutt’e vizie d’‘a rosamarina.
E perciò ca se sceta matina...
vò sapè … se ntalléa… se trattène.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella, adderet’‘o spurtiello
‘e l’ufficio “Domanda e risposta”
te risponne… ma caro te costa
ca pè chesto… pè chesto e pè chello.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella sta sempre stunato;
puveriello… nun sap’ e nun sente.
Ma si appura c’‘a povera gente,
s’ha mettuto nu sold' astipato.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella nun tene giudizio;
nun ce penza c’‘o tramm’ è scassato.
Si ‘o biglietto l’avite pavato
bene o male, v’ha fatt’ ‘o servizio.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella ha signato, guardato,
dint’o vico di tale… di tale…
s’hadda fa nu lavoro stradale;
s’hadda fa… ma però s’è fermato.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella te dice “Firmate
Questa causa l’abbiamo vinciuta”.
Sì sicuro ca già l’‘e perduta
e cu tutto ch’‘e avut' 'e mmazzate.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella le piaceno ‘e ccarte
spicialmente… si songhe sigante.
Chelli bbone s’‘e tten’ astipate
'e ssuggette t’‘e mmen’ jnt’‘e scarte.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella è spassuso... se spassa
quanno port’‘e cartelle arretrate.
Sono imposte d’uscita e d’entrata,
però isso nun pava na tassa.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella fa mille mestiere:
‘o barbiere, ‘o stagnaro, ‘o pittore,
l’architetto, ‘o ngignere, o’ duttore.
Sap’ ‘o munn’ ‘e diman’ e d’ajere.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella fa pur’ ‘o scrittore.
E s’abbacca cu chist’ e cu chilo.
Ten’ ‘a penna, e nu core tantillo
e se joc’ ‘a parola d’onore.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella è padron’ ‘e paese.
Sape vita miracul’ e morte.
P’‘e ppertose, p’‘e ssenghe e p’‘e pporte
mette recchie… e s’ ‘a squaglia all’inglese.
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
Pulicenella se mena d’‘o lietto,
quanno tras’‘o vapore int’‘o porto.
E nunn’ave né colpa né tuorto,
quann’ afferr’‘o straniero pè pietto…
Dice “’O cunto purtatel’ a me”.
Pulicenella sapìte chi è?
…Perepè …perepè …perepè.
domenica 28 ottobre 2012
"Ncopp' sta terra" di Eduardo De Filippo
e passa ambressa;
quann'è passato se ne va luntano;
ne passa n'ato
e quanno se n'è gghiuto
corre pur'isso nziem' a chillo 'e primma,
e nzieme a n'ati cinche
vinte
trenta
se ne vanno pè ll'aria
ncopp' 'e nnuvole.
E 'a llà tu siente comm' a nu frastuono
ch'è sempe 'o stesso
'a quanno 'o munno è munno
ncopp' a sta terra:
comme si fosse 'a banda d' 'o paese
ca scassèa mmiez' 'o vico
e s'alluntana.
Trase int' 'e rrecchie quanno sta passanno
e nun 'a siente cchiú quann'è passata.
Ma na cosa te resta:
sa che te rummane?
Te rummane 'o ricordo 'e nu mutivo
comme fosse na musica sperduta
'e nu suonno scurdato,
ca t'è paruto vivo
chiaro cchiù d' 'o ccristallo
dint' 'o suonno
e nun 'o può cuntà quanno te scite
manc'a te stesso,
tanto è fatto 'e niente.
domenica 23 settembre 2012
da "Napoli milionaria" di Eduardo De Filippo
Gennaro
(chiude il telaio a vetri e lentamente si avvicina alla donna. Non sa di dove cominciare; guarda la camera della bimba ammalata e si decide)
Ama', nun saccio pecché, ma chella criatura ca sta llà dinto me fa penza' 'o paese nuosto. Io so' turnato e me credevo 'e truva' 'a famiglia mia o distrutta o a posto, onestamente. Ma pecché?... pecché io turnavo d' 'a guerra... Invece, ccà nisciuno ne vo' sentere parla'. Quann'io turnaie 'a ll'ata guerra, chi me chiammava 'a ccà, chi me chiammava 'a llà. Pe' sape', pe' sentere 'e fattarielle, gli atti eroici... Tant'è vero ca, quann'io nun tenevo cchiù che dicere, me ricordo ca, pe' m' 'e lleva' 'a tuorno, dicevo buscìe, cuntavo pure cose ca nun erano succiese, o ca erano succiese all'ati surdate... pecché era troppa 'a folla, 'a gente ca vuleva sèntere... 'e guagliune... 'O surdato! 'Assance sèntere, conta! Fatelo bere! Il soldato italiano! Ma mo pecché nun ne vonno sèntere parla'? Primma 'e tutto pecché nun è colpa toia, 'a guerra nun l'he' vuluta tu, e po' pecché 'e ccarte 'e mille lire fanno perdere 'a capa... Tu ll'he' accuminciate a vede' a poco 'a vota, po' cchiù assale, po' cientomila, po' nu milione... E nun he' capito niente cchiù...
(apre un tiretto del comò e prende due, tre pacchi di biglietti da mille di occupazione. Li mostra ad Amalia)
Guarda ccà. A te t'hanno fatto impressione pecché ll'he' viste a ppoco 'a vota e nun he' avuto 'o riempo 'e capi' chello ca capisco io ca so' turnato e ll'aggio viste tutte nzieme... A me, vedenno tutta sta quantità 'e carte 'e mille lire me pare nu scherzo, me pare na pazzia...
(ora alla rinfusa fa scivolare i biglietti di banca sul tavolo sotto gli occhi della moglie)
Tiene mente, Ama' : io 'e ttocco e nun me sbatte 'o core... E 'o core ha da sbattere quanno se toccano 'e ccarte 'e mille lire... Che t'aggi' 'a di'? Si stevo cca, forse perdevo 'a capa pur'io... A mia figlia, ca aieres-sera, vicino 'o lietto d' 'a sora, me cunfessaie tutte cosa, che aggi' 'a fa'? 'A piglio pe' nu vraccio, 'a metto mmiez' 'a strada e le dico: - Va fa' 'a prostituta? - E quanta pate n'avesser' 'a caccia 'e figlie? E no sulo a Napule. Ma dint' 'a tutte 'e paise d' 'o munno. A te ca nun he' saputo fa' 'a mamma, che faccio, Ama', t'accido? Faccio 'a tragedia? E nun abbasta 'a tragedia ca sta scialanno pe' tutt' 'o munno, nun abbasta 'o llutto ca purtammo nfaccia tutte quante... E Amedeo? Amedeo che va facenno 'o mariuolo? Amedeo fa 'o mariuolo. Figlieto arrobba. E... forse sulo a isso nun ce aggia penza', pecché ce sta chi ce penza... Tu mo he' capito. E io aggio capito che aggi' 'a sta' ccà. Cchiù 'a famiglia se sta perdenno e cchiu 'o pate 'e famiglia ha da piglia' 'a responsabilità. E se ognuno putesse guarda' 'a dint' 'a chella porta... (mostra la prima a sinistra) ogneduno se passaria 'a mano p' 'a cuscienza... Mo avimm'aspetta', Ama'... S'ha da aspetta'. Comme ha ditto 'o dottore? Deve passare la nottata.
(e lentamente si avvia verso il fondo per riaprire il telaio a vetri come per rinnovare l'aria).
domenica 2 settembre 2012
da "Napoli milionaria" di Eduardo De Filippo
Gennaro
(a Ciappa)
E già.
(Al figlio)
Assettate.
(Amedeo, un po' colpito, quasi macchinalmente siede)
Pecché mmiez' 'o mbruoglio 'e na guerra, 'a delinquenza vene a galla. Cuntrabbandiere, accaparratori, truffatori... Circulazione con permessi irregolari, documenti falsi... Mariuole d'automobile...
(Amedeo trasale)
E io me ricordo sempe chello ca vuie me dicisteve chillu iuorno ca io facevo 'o muorto : "è sacrilegio a tucca' nu muorto... ma è cchiu sacrilegio a mettere 'e mmane ncuollo a nu vivo comme a te". Cierti cose se compatisceno... E vuie perciò nun me mettisteve 'e mmanette. Se capisce... Sta gente è viva, stu popolo è vivo, s'ha da difendere 'e na manera? 'O truffatore si t' 'a sape fa', tu dice : - "Va bene, m'ha fatto scemo, ma insomma ha truvato nu sistema". - E magari uno dice: - "È simpatico". - L'astuzia e 'o curaggio 'e circula' cu nu camionne cu 'e documenti falsi... E pure se po' dicere: - "È n'ommo scetato, tene fegato, ha creato nu muvimento..." - Quanta gente ha mangiato pe' via 'e sti camionne ca vanno e vèneno... E po' ha miso pure a rischio 'a pelle, pecché ncopp' 'a na strada pruvinciale se po' abbusca' pure na palla 'e muschetto... 'A prostituzione? Embe', brigadie'... E 'a guerra nun porta 'a miseria? E 'a miseria nun porta 'a famma? E 'a famma che porta? E 'o vvedite? Chi pe' miseria, chi pe' famma, chi per ignoranza, chi pecché ce aveva creduto overamente... Ma po' passa, se scorda, fernesce... 'E gguerre so' state sempe accussì... Avimme pavato... 'A guerra se pava cu tutto... Ma 'o mariuolo, no! È ove', brigadie'?
(Ciappa fa un cenno come per dire: "Son d'accordo")
Nun s'addeventa mariuolo pe' via d' 'a guerra. Mo qualunque cosa damme colpa 'a guerra. Mariuolo se nasce. E nun se po' dicere ca 'o mariuolo è napulitano. O pure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano... 'O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. E nun trova posto dint' 'o paese nuosto. Tant'è vero ca primma d' 'a guerra, 'e mariuole pe' fa' furtuna attraversavano 'o mare...
(Amedeo, un po' colpito, quasi macchinalmente siede)
Pecché mmiez' 'o mbruoglio 'e na guerra, 'a delinquenza vene a galla. Cuntrabbandiere, accaparratori, truffatori... Circulazione con permessi irregolari, documenti falsi... Mariuole d'automobile...
(Amedeo trasale)
E io me ricordo sempe chello ca vuie me dicisteve chillu iuorno ca io facevo 'o muorto : "è sacrilegio a tucca' nu muorto... ma è cchiu sacrilegio a mettere 'e mmane ncuollo a nu vivo comme a te". Cierti cose se compatisceno... E vuie perciò nun me mettisteve 'e mmanette. Se capisce... Sta gente è viva, stu popolo è vivo, s'ha da difendere 'e na manera? 'O truffatore si t' 'a sape fa', tu dice : - "Va bene, m'ha fatto scemo, ma insomma ha truvato nu sistema". - E magari uno dice: - "È simpatico". - L'astuzia e 'o curaggio 'e circula' cu nu camionne cu 'e documenti falsi... E pure se po' dicere: - "È n'ommo scetato, tene fegato, ha creato nu muvimento..." - Quanta gente ha mangiato pe' via 'e sti camionne ca vanno e vèneno... E po' ha miso pure a rischio 'a pelle, pecché ncopp' 'a na strada pruvinciale se po' abbusca' pure na palla 'e muschetto... 'A prostituzione? Embe', brigadie'... E 'a guerra nun porta 'a miseria? E 'a miseria nun porta 'a famma? E 'a famma che porta? E 'o vvedite? Chi pe' miseria, chi pe' famma, chi per ignoranza, chi pecché ce aveva creduto overamente... Ma po' passa, se scorda, fernesce... 'E gguerre so' state sempe accussì... Avimme pavato... 'A guerra se pava cu tutto... Ma 'o mariuolo, no! È ove', brigadie'?
(Ciappa fa un cenno come per dire: "Son d'accordo")
Nun s'addeventa mariuolo pe' via d' 'a guerra. Mo qualunque cosa damme colpa 'a guerra. Mariuolo se nasce. E nun se po' dicere ca 'o mariuolo è napulitano. O pure romano. Milanese. Inglese. Francese. Tedesco. Americano... 'O mariuolo è mariuolo sulamente. Nun tene mamma, nun tene pato, nun tene famiglia. Nun tene nazionalità. E nun trova posto dint' 'o paese nuosto. Tant'è vero ca primma d' 'a guerra, 'e mariuole pe' fa' furtuna attraversavano 'o mare...
Amedeo
(non insospettito, ma perplesso)
E pecché me dice chesto, papà?
Gennaro
Gennaro
(non volendo compromettere in alcun modo il piano legale di Ciappa, ma cercando, nel contempo, di ricondurre il figlio sulla via onesta)
No. Pecché... Siccomme 'o paese nuosto nun porta na bon' annummenata... Che vuo' fa'? È na disgrazia... Appena sentono: "napoletano", già se mettono in guardia. Pecché è stato sempe accussì. Quanno succede nu furto di abilità, di astuzia dint' 'a n'atu paese d' 'o munno, pure si è ammentato pe' fa' ridere, se dà pe' certo, e se dice ca s'è fatto a Napule. "Nun sapite niente? A Napule è sparito nu piroscafo cu tutto 'o carico". E nun è overo, brigadie'. Nun po' essere overo. Chi ce crede è in malafede. Ma scusate, comme sparisce nu piroscafo? Ch'è fatto nu portamonete? E po' pure si è overo, allora io po' dico n'ata cosa... Logicamente, si 'o fatto è overo, vuol dire ca stu mariuolo napulitano s'ha avuto pe' forza mettere d'accordo cu n'atu mariuolo, ca nun è napulitano... Si no comme spariva stu piroscafo? 'E camionne, sì. Ma si è nu camionne, se dice ca ne so' sparite ciento... Perciò... (al figlio) tu ca si' giovane, avariss' 'a da' 'o buono esempio... accussì quanno te truove e siente ca parlano male d' 'o paese tuio, tu, cu tutt' 'a cuscienza, può dicere: - "Va bene, ma ce stanno 'e mariuole e 'a gente onesta, comme a dint' 'a tutt' 'e paise d' 'o munno".
domenica 5 febbraio 2012
"Penziere mieje" di Eduardo De Filippo
stracciàtev' 'a cammisa, e ascite annuro.
Si nun tenite n'abito sicuro,
tanta vestite che n'avit' 'a fa?
Menàteve spugliate mmiez' 'a via,
e si facite folla, cammenate.
Si sentite strillà, nun ve fermate:
nu penziero spugliato 'a folla fa.
Currite ncopp' 'a cimma 'e na muntagna,
e quanno 'e piede se sò cunzumate:
un'ànema e curaggio, e ve menate...
nzerrano ll'uocchie, primm' 'e ve menà!
Ca ve trovano annuro? Nun fa niente.
Ce sta sempe nu tizio canusciuto,
ca nun 'o ddice... ca rimmane muto...
e ca ve veste, primm' 'e v'atterrà.
giovedì 30 dicembre 2010
da "L'arte della commedia" di Eduardo De Filippo

Oreste Campese
(parte dal centro della ribalta per raggiungere la quinta di scena)
Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette...
(si ferma, si gira su se stesso e fissa il punto di partenza)
...sette passi. Poco più di cinque metri. Calcoliamo il doppio per misurare la metà del cortile: dieci. Bè, il cortile di un palazzo antico come questo è sempre quadrato: venti per venti. E' un bel cortile! Si potrebbe fare un discreto teatro. Quattrocento, cinquecento posti si tirerebbero fuori... Il resto, palcoscenico. Ma nemmeno un palcoscenico vero e proprio; una pedana sarebbe sufficiente. In fondo, il capannone non aveva che trecento posti a sedere. E il palcoscenico che era? Un boccascena di sei metri, questo è tutto. Sei metri, per quattro di profondità. Ho recitato quello che ho voluto, su quei pochi metri quadrati! Tutto Shakespeare e tutto Molière. Duemila anni di teatro si possono recitare su pochi metri quadrati di tavole. Perché contano qualche cosa gli scenari? Quali scenari ho mai avuto io? Pochi stracci dipinti da me stesso, alla buona, con quattro pennellate. Il torrione del castello, la sala del trono, la foresta... tutto lì! E il sipario? Una tendaccia che non scorreva mai liberamente: s'imbrogliavano le corde, s'impicciavano gli anelli... E il pubblico non diceva niente. "Pubblico rispettabile, perdonate l'incidente", e la chiusura della tenda la completavo io, vestito da Otello, da servo, da principe di Danimarca. Che conta? Una sera, la chiusura del sipario l'ha dovuta completare mia figlia, vestita da Ofelia. Mio figlio Gualtiero, nei panni di Romeo, non dovette inchiodare la ringhiera del balcone di Giulietta, che si era schiodata? "Pubblico rispettabile, due minuti di pazienza, se no la povera Giulietta la portiamo al pronto soccorso". Una risata, un applauso, quattro colpi di martello e l'attore riprende la scena dal punto in cui l'ha lasciata. Se gli riesce, e questo è affare suo, ristabilisce tra sé e i pubblico l'incantesimo del teatro. Gli attori della mia generazione li creavano apposta gli incidenti a teatro, per dare al pubblico la sensazione dell'imprevisto. E' proprio questo imprevisto che eleva il teatro a forma d'arte sublime, singolare, unica. Qualunque sforzo tecnico e finanziario che si può compiere per rendere il più possibile realistica una messa in scena potrà incuriosire il pubblico, ma lo lascerà sempre scontento di non avere potuto usare l'immaginazione. Le strade vere, le piazze vere, gli alberi, i saloni autentici, l'ampiezza di un panorama di montagna, di campagna, di mare... tutto questo lo spettatore lo pretende dal cinematografo... ma a teatro, la fantasia del pubblico, sollecitata dalla parola del poeta, se le crea come vuole e come le vede lui le scene in cui si svolge una determinata azione. l'esperienza tecnica e artistica di uno scenografo, anche se è geniale, non potrà mai dare tante versioni figurative per quante se ne creano gli spettatori, ognuno per conto proprio e in conformità dei propri gusti, della propria sensibilità e perfino dello stato d'animo che attraversa in quel momento... Quante volte, attaccandomi i baffi di Macbeth - io lo faccio coi baffi, Macbeth -, me li sono attaccati intenzionalmente appena appena un poco storti, perché a teatro la suprema verità è stata e sarà sempre la suprema finzione...
Iscriviti a:
Post (Atom)









