mercoledì 30 gennaio 2019

Verba volant (619): battuta...

Battuta, sost. f.

Il nuovo - e molto mediatico - segretario di un sindacato italiano, poco dopo essere stato eletto, ha attaccato il governo con una battuta che ha avuto un certo successo:
abbiamo due vicepremier che parlano di lavoro e povertà senza aver mai lavorato e senza essere stati poveri.
Ho fatto anch'io politica, in un'epoca molto lontana - addirittura quando non c'erano i social - e so che nell'enfasi di un discorso, tanto più se ti rivolgi ai "tuoi", una battuta ben assestata contro il tuo avversario fa sempre un certo effetto e ti garantisce un gratificante applauso. E naturalmente questo effimero successo è enormemente amplificato nell'epoca dei tweet, quando un "cinguettio" pare sufficiente a sostituire un intero discorso e anzi nessuno vuol più ascoltare un discorso: troppo lungo, bastano centoquaranta caratteri per fare politica. Però so anche che quando parli in pubblico - e specialmente ai "tuoi" - svolgi un'azione per così dire didattica e pedagogica, e quanto più tu sei autorevole, tanto più questa funzione è importante. 
Quella che ho riportato è una battuta efficace, ma molto stupida. Drammaticamente stupida. Antonio Gramsci non ha mai lavorato in fabbrica, eppure ha scritto sulla condizione dei lavoratori come nessun altro nella storia filosofica e politica del Novecento. Enrico Berlinguer non veniva da una famiglia povera e - come Di Maio e Salvini - non ha mai lavorato, eppure credo sia difficile immaginare un uomo politico capace come di lui di interpretare i bisogni della classe lavoratrice. 
Quello che ci siamo abituati a chiamare populismo - e di cui i due tizi oggetto di questa polemica sono indubbi campioni, avendo basato su di esso la propria fortuna politica - si deve contrastare non con il populismo, ma con il ragionamento. Perché se di fronte a un'affermazione populista noi rispondiamo con un'altra affermazione dello stesso tenore, avremo ottenuto il solo risultato di far crescere il populismo. Quella di questo nuovo segretario non è solo una battuta. Purtroppo. E' l'ennesima prova che è ormai invalsa - ovunque a quanto pare - l'idea che fare politica non sia un lavoro.
Invece, caro Landini, la politica è un lavoro, faticoso e che richiede tempo, perché per studiare ci vuole tempo, tempo perso secondo questi tempi frenetici in cui l'unica cosa importante è fare, in cui ogni momento devi parlare, devi cinguettare.
Sarebbe davvero rivoluzionario se un leader politico - intervistato da uno di questi pennivendoli ignoranti che si vedono in televisione o che scrivono sui giornali - di fronte a una domanda dicesse: non lo so, prima di rispondere devo studiare. Invece tutti preferiscono dire la prima cazzata che viene loro in mente, magari una battuta, di quelle che vengono ripetute sui social. Tanto nessuno gliene chiederà mai conto. E sarebbe altrettanto rivoluzionario se alle argomentazioni populiste si rispondesse nel merito. Tra persone che urlano, il modo per essere ascoltati non è urlare più forte, ma parlare a bassa voce. Allo stesso modo quando stiamo tra i populisti, il modo per essere ascoltati è ragionare. Capisco che abbiamo perso l'abitudine a farlo. E siccome noi non siamo più capaci, allora è giusto che vincano loro. Che almeno non si vergognano a fare i populisti.

lunedì 28 gennaio 2019

Verba volant (618): contesa...

Contesa, sost. f. 

La letteratura greca comincia con un capolavoro. Anzi con due. Si tratta oggettivamente di qualcosa di unico nella storia della cultura umana, perché in genere prima di arrivare a un testo fondante - quali sono l'Iliade e l'Odissea - occorre passare per tanta "brutta" poesia, a cui si appassionano i filologi e gli storici delle lingue, ma che noi fatichiamo a leggere. Naturalmente anche nella Grecia antica c'è stata questa "brutta" poesia, ci sono voluti secoli per arrivare a Omero, ma tutto questo lavoro a noi non è arrivato e quindi scopriamo la letteratura di quel popolo - e anche la nostra - attraverso queste due pietre miliari, che possiamo leggere e rileggere, sicuri di trovare sempre qualcosa di nuovo.
Omero ha inventato anche quella che noi molti secoli dopo avremmo chiamato la meta-letteratura, il romanzo nel romanzo. Succede nell'ottavo libro dell'Odissea. L'itacense è fortunosamente arrivato nell'isola dei Feaci. Il re Alcinoo, seguendo il parere dell'assemblea da lui convocata, decide di accogliere il naufrago, di cui ignora l'identità. Viene organizzato un grande e solenne banchetto di benvenuto per lo sconosciuto, a cui viene invitato anche l'aedo cieco Demodoco che, scegliendo tra il proprio repertorio - immagino molto vasto - intrattiene gli ospiti con il racconto della contesa tra Achille e Odisseo sotto le mura di Troia. L'eroe greco, sentendo quella storia, si commuove e sta per piangere; Alcinoo, riuscendo a notare questa cosa prima degli altri e non volendo mettere in imbarazzo l'ospite, porta tutti all'esterno, dove si svolgeranno delle gare sportive in onore del nuovo arrivato. Nel banchetto serale c'è ancora Demodoco e questa volta è Odisseo a fare una richiesta: che si canti la storia dello stratagemma attraverso cui è stata conquistata Troia. L'aedo canta e Odisseo a questo punto non riesce più a trattenere le lacrime: e quindi svelerà la propria identità.
Si tratta di un elegante gioco di specchi: un aedo cieco racconta la storia di un altro aedo cieco che canta le storie di Odisseo allo stesso Odisseo. E' Calvino, è Borges, è la complessità del Novecento.
Il primo canto di Demodoco è poi particolarmente interessante, perché di questa contesa tra Achille e Odisseo non sappiamo nulla, se non questa fugace citazione omerica. Quando è avvenuta? Qual era l'oggetto di questa discussione così violenta tra due dei più importanti capi della spedizione greca? Da quello che Omero fa dire a Demodoco sappiamo solo che Agamennone era presente e che se ne rallegrò, riconoscendo in essa un segno predetto dall'oracolo della futura vittoria achea.
Provo a immaginare quello che Omero non ci dice. Presumibilmente Agamennone ha convocato un'assemblea dei capi greci per decidere, morto Ettore per mano di Achille, come riuscire finalmente a conquistare la città di Troia. Agamennone aveva un potere solo nominale sulla spedizione, senza l'approvazione degli altri capi non poteva fare nulla. Queste assemblee dovevano essere sempre particolarmente animate, visto il carattere non proprio conciliante di gran parte dei partecipanti. In questa si fronteggiano due opzioni. Achille propone di assaltare la città con un colpo di forza, di compiere quell'ultimo terribile gesto eroico. Odisseo controbatte che si tratta di una mossa avventata: nonostante la morte del più valente eroe troiano, le mura di Troia rimangono inespugnabili, per questo occorre trovare uno stratagemma per concludere il conflitto. Il coraggio contro la prudenza, l'eroismo contro l'astuzia. Prevalse la proposta di Odisseo a larghissima maggioranza: erano in guerra da quasi dieci anni fa, chissà cosa stava succedendo nei loro regni, chissà cosa facevano le loro mogli, era il momento di tornare, a qualunque costo. Certo Achille era un re potente, fare una cosa contro cui lui si era apertamente opposto non doveva essere facile, neppure per la maggioranza dei capi achei; per fortuna ebbe l'eleganza di farsi uccidere in battaglia e quindi nessuno più si oppose alla costruzione del cavallo. E Odisseo, giunto tra i Feaci, sembra voglia maliziosamente ribadire la propria vittoria, chiedendo a Demodoco di raccontare lo stratagemma che portò alla vittoria.
Questi pochi versi sulla contesa servono a Omero a dire che anche i due poemi, quello di Achille e quello di Odisseo, sono a un tempo legati e contrapposti. Il poema di Achille è la storia di un amore che porta alla morte, mentre quello di Odisseo è il racconto di una serie di avventure che portano a un lieto fine. O forse Omero, nella sua saggezza, ci vuole dire che anche a noi capita di essere nella nostra vita Achille e Odisseo, da giovani siamo passionali e innamorati come il figlio di Peleo e da vecchi prudenti e furbi come quello di Laerte, o magari - più raramente, ma a qualcuno di noi è successo - è da vecchi che diventiamo sognatori come Achille, mentre da giovani siamo stati realisti come Odisseo. 

sabato 26 gennaio 2019

Verba volant (617): asociale...

Asociale, sost. m. e f.

C'è un olocausto che non ricordiamo, su cui non si esercita la nostra memoria ipocrita neppure in un'occasione come il 27 gennaio, in cui amiamo far sfoggio di tutta la nostra retorica buonista; eppure è quello che potremmo definire ur-Holocaust, il primo olocausto, quello da cui tutto è cominciato.
Ed è cominciato prima che il partito nazista salisse al potere. Nel 1920 lo psichiatra Alfred Hoche e il giurista Karl Binding pubblicarono un opuscolo intitolato Il permesso di annientare vite indegne di essere vissute, che divenne una sorta di fondamento medico e giuridico per la soppressione dei soggetti “deboli”, dannosi per la società. Nel 1926, quando al governo c'era una coalizione di tutti i partiti "democratici", socialisti compresi, e la Germania venne finalmente ammessa alla Società delle nazioni, fu promulgata una prima legge “per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi”, che nel 1933, quando Hitler era diventato da poco cancelliere - ma non ancora Führer - venne sostituita da una legge, non troppo diversa nella concezione, “per la protezione della popolazione dalle nocività di zingari, vagabondi e oziosi”.
Sono gli anni in cui vengono velocemente costruiti i primi campi di concentramento, dove venivano recluse le persone che erano definite con la parola Asoziale e che, nella successiva codificazione dello sterminio - quando serviva "un metodo nella follia" - furono indicate con il triangolo nero, che veniva cucito sulla divisa di questa particolare categoria di internati.
Erano tutti i soggetti emarginati, i senza fissa dimora, i mendicanti, le prostitute, i funamboli e gli artisti di strada, gli alcolizzati e i tossicodipendenti, i ladruncoli e i borseggiatori, i ciarlatani e gli imbroglioni, ossia tutti quelli che in qualche modo erano considerati "irregolari" all'interno della società. Quelli che non vogliamo che vedano i nostri figli, ma che spesso non disdegniamo di "usare" quando ci fanno comodo. Poi c'erano quelli che non lavoravano, che risultavano disoccupati da troppo tempo, quelli che "rifiutavano" di essere aiutati. E ancora c'erano i ribelli sociali, le "teste calde", quelli che erano colpevoli di "disseminare il disordine" nei luoghi di lavoro, magari perché chiedevano paghe più alte o maggiore dignità. Il nazismo - come il fascismo - era un movimento che era stato creato e finanziato dai capitalisti affinché facesse per loro il lavoro "sporco" e immediatamente ripagò questo debito.
Tra gli asociali c'erano anche le persone accusate di comportamenti matrimoniali o sessuali irregolari. Ovviamente non i mariti che tradivano le mogli, questo era - ed è - un comportamento matrimoniale assolutamente regolare e ben accetto, così come era - ed è - un comportamento sessuale regolare fare violenza alle proprie mogli, figli, sorelle, purché tutti resti in famiglia. A essere asociali erano le lesbiche, alle quali non veniva riconosciuto neppure il "diritto" di rientrare nella categoria di quelli che venivano contraddistinti dal triangolo rosa, ossia gli omosessuali maschi, perché le donne erano discriminate persino nella discriminazione sistematica. Naturalmente c'era una giustificazione - i maschi ne hanno sempre una - e c'era anche un fondamento scientifico, perché si riteneva che tutti questi difetti - dalla pigrizia alla pederastia, dal ladrocinio all'alcolismo - fossero ereditari. E infatti una delle prime misure presa contro gli asociali era quella di renderli sterili, così che non si potessero riprodurre, ma quegli stessi scienziati erano concordi nel ritenere che perfino da una donna lesbica potesse nascere un figlio "normale": era il padre che doveva essere "sano". Per questo le lesbiche venivano usate come puttane nei campi di concentramento dai soldati tedeschi: un comportamento sessuale assolutamente regolare ovviamente.
Infine c'erano nella composita compagnia degli asociali gli anarchici e i comunisti, che spesso non venivano "marchiati" con il triangolo rosso degli oppositori politici: anche loro - quasi come le donne - non erano degni di essere considerati "veri" uomini, erano un gradino più sotto, asociali appunto. O - nel migliore dei casi - anche loro "malati"; ma visto che non c'era - e non c'è - una cura per fare guarire i comunisti, meglio sopprimerli, prima che si moltiplichino.
Questo olocausto non lo abbiamo dimenticato, lo abbiamo voluto dimenticare, perché in fondo gli asociali non piacciono neppure a noi, spesso abbiamo paura di loro. Li evitiamo in pubblico, condanniamo i loro comportamenti, ma in privato non rinunciamo ad andare a puttane, non rinunciamo a perderci nel gioco e negli abusi, non rinunciamo ai nostri viaggi per godere con bambini e bambine stranieri. Probabilmente - ma non ne sono del tutto certo - non pensiamo più che questi asociali siano persone geneticamente inferiori, più simili ad animali che ad esseri umani, probabilmente non siamo così scientificamente razzisti come erano i nostri nonni negli anni Venti in tutta Europa - non solo in Germania - ma pensate quante volte a un leader è bastato promettere una legge "per fronteggiare zingari, vagabondi e oziosi” per ottenere il nostro immediato consenso, quante volte ci siamo girati dall'altra parte di fronte a uno di questi asociali incontrato per strada, sperando nell'arrivo di un'autorità capace di togliercelo di torno, quante volte questi asociali sono stati derisi, picchiati, uccisi, solo perché sono quello che sono. Quando annuiamo, mentre ascoltiamo qualcuno fare propaganda contro i poveri, contro quelli che non vogliono lavorare - perché il lavoro c'è, sono "loro" che non vogliono fare fatica - anche noi partecipiamo a questo silenzioso olocausto, l'olocausto dei poveri, di quelli che non vogliono piegarsi a regole che non hanno scritto e che non capiscono. E questo olocausto, che è cominciato prima di tutti gli altri che hanno funestato la storia del Novecento, è continuato anche dopo che le truppe dell'Armata rossa hanno aperto i cancelli di Auschwitz, è continuato in Germania e nei paesi che avevano vinto la guerra in nome di valori di umanità e di civiltà, e continua silenziosamente ogni giorno nelle nostre città, sotto i nostri occhi. Ma noi resistiamo, ci basta non avere memoria.

mercoledì 23 gennaio 2019

Verba volant (616): tait...

Tait, sost. m.

Nel 2018 sono state dedicate molte riflessioni - qualcuna perfino interessante - alla prima guerra mondiale, in occasione del centesimo anniversario della fine di quel sanguinoso conflitto. Mi pare che nel 2019 non si dedichi la stessa attenzione a un altro centenario, altrettanto significativo: quello della conferenza di pace di Parigi, iniziata il 18 gennaio 1919 e durata, con alcuni intervalli fino al 21 gennaio dell'anno dopo: allora viaggiare comportava tempi lunghi e anche comunicare da una capitale all'altra non era così facile come oggi. Eppure questo lungo appuntamento diplomatico è stato determinante per quello che è successo nel corso del Novecento, e in qualche modo determina ancora le vicende politiche di alcune regioni, come i Balcani e il Medio Oriente.
Occorre dire prima di tutto chi partecipò a quella conferenza di pace e già questo credo renda chiaro cosa stava accadendo e cosa poi sarebbe successo. Poterono partecipare soltanto i paesi che avevano vinto la guerra e di fatto fu una trattativa tra Francia, Regno Unito, Italia e Stati Uniti, a cui si aggiungeva il Giappone quando ci si doveva occupare di questioni asiatiche. Gli altri paesi belligeranti, anche se - come è il caso del Belgio - avevano sopportato in maniera drammatica il peso di quel conflitto, di fatto non contavano nulla, nonostante fossero dalla parte "giusta", quella dei vincitori. Chi aveva perso non aveva possibilità di parlare ed evidentemente già questo è il segno di uno squilibrio che non poteva rimanere senza conseguenze. Questa ottusa miopia, di cui la Francia fu certamente la maggior responsabile, pesò moltissimo nella propaganda che permise la nascita e l'affermarsi del nazismo in Germania. Ed ebbe anche un peso in Italia, dove il tema della "vittoria mutilata" fu uno dei più riusciti slogan che favorirono il consolidarsi popolare del fascismo.
Non venne invitato anche un altro paese, che era formalmente tra i vincitori del conflitto, ossia la Russia, che aveva cominciato la guerra guidata dallo zar e l'aveva finita quando al governo c'erano i soviet. La rivoluzione d'Ottobre è stato il fattore storico che ha determinato la storia del Novecento, ma tra i diplomatici riuniti a Parigi è come se la Russia non ci fosse. O meglio, i governi delle potenze vincitrici sapevano benissimo cosa era avvenuto in Russia e, se solo ne avessero avuto la forza, se solo non ci fosse stata quella guerra tremenda, avrebbero mandato le loro truppe a fianco dei controrivoluzionari bianchi, e soprattutto temevano quello che il paese dei soviet poteva rappresentare: un esempio per i lavoratori di tutto il mondo.
Ma la Russia non c'era - non volevano che ci fosse - perché - e questo è il limite più forte che vediamo in quei vecchi uomini politici che si erano formati nell'Ottocento - il mondo era completamente cambiato, erano ormai altri gli attori in campo, si combatteva un'altra guerra.
I capi di governo e i ministri che trattavano nelle ovattate sale del Quai d'Orsay ragionavano ancora come se fossero al Congresso di Vienna, disegnando confini sulle carte di paesi lontani - che per lo più non avevano mai visto - spartendosi territori, contendendosi città e porti, disegnando alleanze, anche in base alle proprie simpatie e antipatie personali.
E certo la conferenza di Parigi fu anche questo. Era inevitabile che accadesse, dal momento che uno degli esiti più fragorosi della Grande guerra fu la dissoluzione dei due più antichi imperi dell'Europa centrale e del Mediterraneo: quello degli Asburgo e quello ottomano. Due imperi enormi, estremamente compositi, che riunivano popoli diversi che stavano per diventare stati diversi. Con la complicazione che questo comportava, perché in un impero multietnico come quello austro-ungarico non era così semplice disegnare confini, visto che nel corso dei secoli i popoli si erano mescolati in maniera a volte imprevedibile e in ogni città potevano esserci persone provenienti da regioni diverse, per i più diversi motivi: studio, amore, commercio. Nasce da qui la difficoltà - se non l'impossibilità - di trovare una soluzione nei Balcani e in genere in tutta l'Europa orientale, senza prevedere un'entità politica di livello superiore, quello che è stato per alcuni decenni il comunismo e il rapporto - anche conflittuale - con Mosca. Mentre nei paesi in cui c'era stato l'impero ottomano era fin troppo facile disegnare confini, basti pensare alle artificiose divisioni imposte dall'accordo Sykes-Picot e ai suoi confini dritti come tratti di penna, con in più l'impegno a costituire il "focolare" per gli ebrei. Un altro problema della conferenza di Parigi di cui paghiamo ancora le conseguenze.
E infatti la conferenza di Parigi è stata un fallimento, almeno nelle sue conseguenze a medio e lungo termine. Queste scelte politiche erano destinate all'insuccesso non solo per la miopia che dimostrarono i governanti francesi e britannici o l'ingenuità assai poco lungimirante di quelli statunitensi, ma perché ormai non erano più i governi a definire i confini e quindi la politica. Era passato un secolo dal tempo di Metternich e di Talleyrand. O meglio erano proprio i confini a non avere più lo stesso significato in quel mondo che stava cambiando, anche per via di un progresso scientifico e tecnologico che in alcuni decenni cambiò tante cose, molte di più di quelle che erano cambiate nei secoli precedenti. Ma soprattutto erano ormai in campo due forze che programmaticamente non riconoscevano i confini e neppure gli stati ed erano intrinsecamente internazionali. Una addirittura prese questo nome, mentre l'altra lo era di fatto. E queste due forze combattevano ormai un'altra guerra, quella di classe, la cui posta in gioco non era più il controllo di quella città, di quel fiume, di quella regione, ma l'annientamento definitivo dell'altro combattente. Sappiamo poi chi ha vinto quella guerra.
Pensate a quello che succedeva in Italia. Mentre nel 1920 Giolitti riusciva finalmente a risolvere - con il trattato di Rapallo - la questione di Trieste e dell'Istria italiana, un tema che la conferenza di Parigi aveva lasciato in sospeso tra le polemiche e le recriminazioni, nel nostro paese ci furono le mobilitazioni contadine, i tumulti annonari, le manifestazioni operaie, gli scioperi, le occupazioni di terreni e di fabbriche, che caratterizzarono il cosiddetto "biennio rosso". E questa era ormai la questione centrale, molto più di chi controllava quelle città costiere che erano state importanti al tempo in cui erano lo sbocco al mare dell'impero asburgico. Fu la paura dei capitalisti di fronte al tentativo rivoluzionario del biennio rosso a spingere alla reazione, a finanziare il fascismo, a decidere che doveva essere un regime autoritario a distruggere il movimento dei lavoratori. Solo a un uomo dell'Ottocento come D'Annunzio poteva importare ancora di Fiume. Al capitale importava di mettere a tacere Matteotti e Gramsci, di chiudere i giornali, di uccidere sul nascere il movimento socialista che stava nascendo e che allora poteva vincere, almeno i capitalisti temevano che avrebbe vinto, forse più di quanto lo credessero gli stessi socialisti.
C'è qualcosa di patetico in quei vecchi politici in tait che, chiusi nei loro salotti, disegnavano con stolido egoismo un mondo che non conoscevano più e che ormai era fuori dal loro controllo. Ma c'è anche qualcosa di drammatico, perché - per un curioso paradosso - in quella conferenza di pace furono poste le basi per molte delle guerre che sarebbero scoppiate nei decenni successivi.

martedì 22 gennaio 2019

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (X)

12 settembre 1927

Carissimo Carlo,
ho ricevuto insieme la tua lettera del 30 agosto e l'assicurata del 2 settembre. Ti ringrazio di tutto cuore. Non so cosa ti ha scritto Mario; ho l'impressione che ti abbia troppo allarmato, mentre io pensavo che la sua visita avrebbe contribuito a rassicurare la mamma. Mi sono sbagliato. - La tua lettera del 30 agosto è poi addirittura drammatica. Ti voglio, d'ora innanzi, scrivere spesso, per cercare di convincerti che il tuo stato d'animo non è degno di un uomo (e tu non sei più tanto giovane, ormai). È lo stato d'animo di chi è in preda al panico, di chi vede pericoli e minacce da tutte le parti, e perciò diventa impotente ad operare seriamente e a vincere le difficoltà reali, dopo averle bene determinate e circoscritte da quelle immaginarie che la sola fantasia ha creato.
E prima di tutto voglio dirti che tu e anche gli altri di casa non mi conoscete che ben poco e avete perciò una opinione completamente sbagliata sulla mia forza di resistenza. Mi pare che siano quasi ventidue anni da che io ho lasciato la famiglia; da quattordici anni poi sono venuto a casa solo due volte, nel '20 e nel '24. Ora in tutto questo tempo non ho mai fatto il signore; tutt'altro; ho spesso attraversato dei periodi cattivissimi e ho anche fatto la fame nel senso più letterale della parola. A un certo punto questa cosa bisogna dirla. Probabilmente tu qualche volta mi hai un po' invidiato perché mi è stato possibile studiare. Ma tu non sai certamente come io ho potuto studiare. Ti voglio solo ricordare ciò che mi è successo negli anni dal 1910 al 1912. Nel '10, poiché Nannaro era impiegato a Cagliari, andai a stare con lui. Ricevetti la prima mesata, poi non ricevetti più nulla: ero tutto a carico di Nannaro, che non guadagnava più di cento lire al mese. Cambiammo di pensione. Io ebbi una stanzetta che aveva perduto tutta la calce per l'umidità e aveva solo un finestrino che dava in una specie di pozzo, più latrina che cortile. Mi accorsi subito che non si poteva andare avanti, per il malumore di Nannaro che se la prendeva sempre con me. Incominciai col non prendere più il poco caffè al mattino, poi rimandai il pranzo sempre più tardi e così risparmiavo la cena. Per otto mesi circa mangiai così una sola volta al giorno e giunsi alla fine del terzo anno di liceo, in condizioni di denutrizione molto gravi. Solo alla fine dell'anno scolastico seppi che esisteva la borsa di studio del Collegio Carlo Alberto, ma nel concorso si doveva fare l'esame su tutte le materie dei tre anni di Liceo; dovevo perciò fare uno sforzo enorme nei tre mesi di vacanze. Solo zio Serafino si accorse delle deplorevoli condizioni di debolezza in cui mi trovavo, e mi invitò a stare con lui ad Oristano, come ripetitore di Delio. Vi rimasi 1 mese e mezzo e per poco non divenni pazzo. Non potevo studiare per il concorso, dato che Delio mi assorbiva completamente e la preoccupazione, unita alla debolezza, mi fulminava. Scappai di nascosto. Avevo solo un mese di tempo per studiare. Partii per Torino come se fossi in istato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa. C'era l'Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza. Mi fu rimborsato il viaggio in seconda, un'ottantina di lire ma non c'era da ballare perché gli esami duravano circa quindici giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire. Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai. Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l'iscrizione all'università, e siccome l'iscrizione era sospesa, erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura. Cosí ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole. Per di più abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.
Perché ti ho scritto tutto ciò? Perché ti convinca che mi sono trovato in condizioni terribili, senza perciò disperarmi, altre volte. Tutta questa vita mi ha rinsaldato il carattere. Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio. Mi sono convinto che bisogna sempre contare solo su se stessi e sulle proprie forze; non attendersi niente da nessuno e quindi non procurarsi delusioni. Che occorre proporsi di fare solo ciò che si sa e si può fare e andare per la propria via. La mia posizione morale è ottima: chi mi crede un satanasso, chi mi crede quasi un santo. Io non voglio fare né il martire né l'eroe. Credo di essere semplicemente un uomo medio, che ha le sue convinzioni profonde, e che non le baratta per niente al mondo. 
Ti potrei raccontare qualche aneddoto divertente. Nei primi mesi che ero qui a Milano, un agente di custodia mi domandò ingenuamente se era vero che io, se avessi cambiato bandiera, sarei stato ministro. Gli risposi sorridendo che ministro era un po' troppo, ma che sottosegretario alle Poste o ai Lavori Pubblici avrei potuto esserlo, dato che tali erano gli incarichi che nei governi si davano ai deputati sardi. Scosse le spalle e mi domandò perché dunque non avevo cambiato bandiera, toccandosi la fronte col dito. Aveva preso sul serio la mia risposta e mi credeva matto da legare.
Dunque, allegro, e non lasciarti sommergere dall'ambiente paesano e sardo: bisogna sempre essere superiori all'ambiente in cui si vive, senza perciò disprezzarlo o credersi superiori. Capire e ragionare, non piagnucolare come donnette! Hai capito? Devo proprio essere io, che sono in prigione, con delle prospettive abbastanza brutte, a far coraggio a un giovanotto che può muoversi liberamente, può esplicare la sua intelligenza nel lavoro quotidiano e rendersi utile? Ti abbraccio affettuosamente insieme con tutti di casa.

Nino

Ciò che hai promesso di mandarmi, mandalo appena puoi, perché ne ho proprio bisogno. Spero in seguito di non dover più ricorrere al tuo aiuto.



domenica 20 gennaio 2019

Verba volant (615): nuvola...

Nuvola, sost. f.

Se Platone non avesse deciso di scrivere in una maniera così originale le proprie riflessioni filosofiche, usando l'espediente di mettere in scena una serie di atti unici il cui protagonista assoluto è Socrate, oggi noi conosceremmo quella strana figura di intellettuale ateniese solo attraverso la satira corrosiva di Aristofane, visto che anche lui mette in scena Socrate nella propria commedia Le nuvole.
Qual è il "vero" Socrate? Quello di Platone o quello di Aristofane? Immagino che voi tutti pensiate sia il primo, vista la fortuna successiva delle opere platoniche. E come è possibile non amare quel vecchio filosofo che, dopo aver dedicato tutta la sua vita alla conoscenza, diventa vittima di un processo politico, è colpito da un'accusa infamante, da cui si difende con estrema dignità, e che accetta alla fine un'ingiusta sentenza di morte, rinunciando alla fuga che gli salverebbe la vita.
Amiamo a tal punto il Socrate di Platone che vogliamo credere che sia esistito. Quando leggiamo l'Apologia non possiamo non pensare che un uomo abbia davvero pronunciato quella difesa appassionata della filosofia e che quell'uomo alla fine, proprio in nome di quella filosofia, sia stato ucciso. Noi vogliamo credere che Socrate abbia detto e fatto quello che Platone gli fa dire e fare. Ma Platone è anche lui un filosofo e scrive non per raccontare Socrate, ma per lasciare ai posteri la propria filosofia. Platone scrive per noi, per i lettori del futuro, che ovviamente non hanno conosciuto Socrate e a cui egli può far credere di tutto. Aristofane invece scrive per spettatori che conoscono Socrate, probabilmente lo stesso filosofo era a teatro durante le Grandi Dionisie del 423 a.C., anche se forse non si alzò in piedi - come racconta Claudio Eliano - per farsi riconoscere, con un gesto di arrogante sfida, visto che tra gli spettatori c'erano parecchi che non erano di Atene. E gli ateniesi riconobbero nel Socrate di Aristofane il Socrate che loro conoscevano e si racconta che in un primo momento dimostrarono tutta la loro approvazione, anche se poi nell'agone la commedia arrivò terza su tre, probabilmente perché prevalse al momento del voto la decisione di compiacere i potenti "protettori" di Socrate, tra cui il popolare Alcibiade. Peraltro anche la commedia arrivata seconda, intitolata Conno del meno noto commediografo Amipsia - che non è giunta fino a noi - era contro Socrate.
Comunque sia, gli ateniesi si divertirono di fronte a quel Socrate che, seduto in un cesto issato a mezz'aria per studiare più da vicino i fenomeni celesti, spiega al vecchio Strepsiade:
Non venererai altri dei fuorché quelli che onoriamo noi: il Caos, le Nuvole, la Lingua.
E si divertirono anche quando alla fine della commedia Strepsiade dà fuoco al "pensatoio" di Socrate, uccidendo il filosofo. Vent'anni prima del processo, Aristofane pare sia stato il primo a suggerire l'eliminazione fisica di Socrate. Ed evidentemente gli ateniesi gli hanno dato ragione.
Sarebbe però riduttivo dire che Le nuvole è una commedia contro Socrate. Anzi personalmente credo che questo sia il suo aspetto meno significativo. E certamente il meno attuale.
Il protagonista della commedia è il vecchio Strepsiade, un ateniese che presenta se stesso come un semplice contadino, ma che è abbastanza ricco da temere che il figlio Fidippide sperperi la notevole fortuna familiare alle corse dei cavalli. Strepsiade non è certo un uomo di cultura, ma ha saputo che ci sono in città questi filosofi che insegnano a prevalere in ogni scontro dialettico, anche quando si ha palesemente torto. Strepsiade immagina che se Fidippide imparerà queste tecniche potrà vincere ogni causa che i creditori gli intenteranno, salvando quindi il patrimonio. Il figlio però fa la bella vita con i soldi del padre, non ha certo voglia di andare a lezione da Socrate e così Strepsiade decide di andarci lui stesso, per cercare di imparare come imbrogliare gli altri. Ma è troppo vecchio e troppo ignorante - non certo troppo onesto - per capire cosa gli stanno insegnando e così viene cacciato. Quando torna a casa racconta la propria disavventura al figlio, riuscendo imprevedibilmente ad accendere la sua curiosità. Fidippide, al contrario del padre, riesce a capire come il Discorso peggiore possa sempre sconfiggere il Discorso migliore, ossia come la menzogna possa vincere sulla verità, e, tornato a casa, mette subito in pratica le tecniche acquisite, sconfiggendo retoricamente due dei suoi tanti creditori. Strepsiade è al settimo cielo: il patrimonio familiare è salvo. Ma Fidippide ha ormai imparato il gioco e non vuole certo smettere: comincia a picchiare il padre, riuscendo perfino a dimostragli che un figlio ha tutto il diritto di farlo. E allora Strepsiade, finalmente pentito, decide di bruciare il pensatoio, tra le risate del pubblico.
Non si salva nessuno in questa terribilmente caustica commedia di Aristofane.
Non si salva Socrate che viene apertamente accusato di empietà, di non riconoscere gli dei della città, ma anche di farsi pagare per insegnare questa empietà ai giovani ateniesi. E durante il processo dell 399 a.C., più di vent'anni dopo la commedia - almeno a quanto riferisce Platone - Socrate si volle difendere anche da questa precisa accusa, ossia di essere pagato dai suoi discepoli, anche se di questo non si fa menzione nella denuncia che Meleto aveva presentato contro di lui: in questo passo dell'Apologia il Socrate di Platone interloquisce direttamente con quello di Aristofane. Un autore di teatro che risponde a un altro autore di teatro. Per il commediografo Socrate è uno dei tanti che vendono le proprie parole, che vendono la propria intelligenza e la propria cultura al potente e al ricco di turno. Quanti ne conosciamo di personaggi così, sempre disposti a giustificare ogni nefandezza, ogni ingiustizia, solo perché sanno che ne trarranno un vantaggio materiale, o pensano di trarne.
Ma non si salvano neppure questi due campioni della "società civile" - come diremmo oggi - Strepsiade e Fidippide. Ed è forse questo il vero motivo per cui gli ateniesi, dopo i primi applausi, hanno fischiato Aristofane: perché erano loro i veri bersagli della commedia. L'unico obiettivo di Strepsiade e di Fidippide è quello di guadagnare dei soldi, non importa se onestamente o meno. E se pensano che la cultura - in questo caso la filosofia - possa servire a questo scopo, sono perfino disposti ad andare a scuola, a sottomettersi a qualcosa che non capiscono. Sono così gretti, sono così attaccati al denaro che pensano che tutto, compresa la filosofia, possa essere piegato a questo scopo. Non concepiscono altro. E quando non raggiungono il loro scopo, dicono che la cultura non serve a nulla, anzi che è dannosa. Quanto sono moderni questi due personaggi. Anche di loro ne conosciamo davvero tantissimi.
E quante volte anche noi abbiamo "usato" la nostra filosofia, l'abbiamo piegata ai nostri peggiori interessi? Quante volte l'abbiamo venduta o comprata, siamo stati Socrate o Strepsiade?

venerdì 18 gennaio 2019

Verba volant (614): valle...

Valle, sost. f.

Nel 1988 c'erano ancora l'Unione sovietica e il Pci. Noi avevamo più o meno vent'anni, ma se lo racconti a quelli che hanno adesso vent'anni è come se parlassi del Risorgimento.
Sanremo era, come sempre, Sanremo: e infatti vinse Massimo Ranieri, sgolandosi, con Perdere l'amore, una canzone fatta, con artigiana maestria, proprio per vincere il festival. In gara c'era anche Fiorella Mannoia con Le notti di maggio, un bellissimo brano scritto da Ivano Fossati, perché allora - più di adesso - il festival era un incrocio di cose molto diverse e comunque, in genere, fatte da persone che le sapevano fare. A me però interessa ricordare un'altra canzone, che ebbe, comprensibilmente, meno successo: La valle dei Timbales.
La presentò un gruppo nato per l'occasione, I figli di Bubba, e che dopo quel disco si sarebbe sciolto. Il nucleo di quella composita band erano Franz di Cioccio e Mauro Pagani, che è anche l'autore del brano. Intendiamoci: La valle dei Timbales non è Impressioni di settembre, ma, nel suo piccolo, è un capolavoro di armonia e di ironia, che vi invito a riascoltare - se magari l'avete dimenticata - o ad ascoltare per la prima volta - se siete troppo giovani per sapere cosa succedeva quando noi avevamo vent'anni. Scoprirete che per fare bene i cretini facendo musica bisogna essere bravi e loro erano - e sono ancora per fortuna - tra i più bravi a fare musica.
La valle dei Timbales è la parodia della perfetta canzonetta per il festival, che suona già "vecchia" nella scelta delle parole e degli accordi, e una caustica presa in giro della società di allora. La canzone è sanremese anche nella censura: all'inizio il testo recita "fanculo all'esclusiva, fanculo alla tivù" che divenne per le serate televisive "saluti all'esclusiva, saluti alla tivù", perché c'erano parole che non potevano assolutamente essere dette al festival e su Rai1. Ma durante l'ultima serata Pagani la cantò come doveva essere cantata.
La canzone racconta la storia di uno che fugge dalle ansie di questo mondo - dal "logorio della vita moderna" avrebbe detto qualche anno prima Ernesto Calindri - per rifugiarsi in un fantomatico e lontano paradiso - la valle dei Timbales appunto - tra "peones, marones, salmones, daiquiri e bon bons", una terra dove la femmina è - o almeno si spera che sia - procace, e vorace. Tra i motivi che spingono l'ignoto protagonista della canzone a lasciare il paese in cui vive c'è "la faccia di Andreotti" e la certezza che nella valle dei Timbales non ci saranno più né il sette e quaranta, né Celentano, né la Carrà.
Spaventa un po' che a trentun'anni di distanza l'unica cosa che sia davvero sparita dalle nostre vite sia il sette e quaranta. La Carrà, con il suo faustiano caschetto biondo, ha appena pubblicato il suo "primo" disco di Natale e "cresce" l'attesa per la serie animata Adrian, come recita ripetitivo e assordante lo spot che sentiamo ogni sera nelle reti di una nota azienda televisiva italiana, per reclamizzare questo cartone animato in cui un ottantenne si fa disegnare giovane. Ovviamente non è colpa dei "vecchi" se continuano a essere sulla scena, anzi mi fa piacere per loro, ma è dei "nuovi" che o non ci sono o scimmiottano quelli che ci sono stati prima di loro, e quindi è meglio tenersi gli "originali". In questa coazione a ripetere, in questo eterno presente, in cui la Carrà è sempre uguale a se stessa, c'è un segno evidente della crisi del nostro tempo.
Anche Andreotti non c'è più, ma temo finiremo perfino per rimpiangerlo, perché anche per essere politici disonesti bisogna essere capaci, mentre questi "nuovi" sono insieme disonesti e incapaci.  E in più sono volgarmente esibizionisti: suppongo che anche Andreotti mangiasse - almeno tre volte al giorno - ma non ci sono foto a testimoniarlo e comunque, se mangiava in pubblico, masticava con la bocca chiusa. Ma al di là della buona educazione, noi siamo ancora fermi lì, come se sentissimo sempre Celentano cantare Prisencolinensinainciusol. E aspettassimo l'ennesima regalia da parte del governo di turno: ieri gli ottanta euro, oggi il reddito di cittadinanza. Cosa c'è di più andreottiano di questa elargizione a pochi mesi dalle elezioni? Ol rait.
E visto che non abbiamo più vent'anni e non pensiamo più che cambieremo il mondo, non ci rimane che fuggire nella valle dei Timbales. Se non fosse che correremmo il rischio di ritrovarci insieme a migliaia di nostri "bravi" connazionali, loro sì davvero voraci, che vanno laggiù per sfogare le loro perversioni sui bambini e le bambine di quel paradiso.
Certo che siamo stati davvero stronzi: a quelli che hanno adesso vent'anni non abbiamo lasciato né il Pci né la valle dei Timbales.

mercoledì 16 gennaio 2019

Verba volant (613): scartina...

Scartina, sost. f.

Non credo che fosse l'obiettivo iniziale con cui tutto questo è cominciato, ma certamente in queste ultime settimane immagino che qualcuno nella City - e non solo lì - abbia pensato ai vantaggi che l'esasperata discussione su Brexit può portare alla destra di quel paese e quindi di tutta l'Europa. Pensateci un momento: nell'unico grande paese europeo in cui il socialismo riformista è ancora un'opzione - visto lo stato comatoso in cui versano sul continente i partiti tedesco e francese - ed è un'opzione grazie alla svolta radicale che ha dato Corbyn, il dibattito politico è stato artificiosamente polarizzato nello scontro tra due destre intorno alla questione di quale debba essere il rapporto tra il Regno Unito e il resto dell'Europa.
Non è che il tema in sé sia pretestuoso. Tutt'altro: quel grande paese, anche in virtù della propria particolarissima posizione geografica, ha sempre riflettuto a fondo su come confrontarsi con quelli che se ne stanno al di là della Manica. Certo fino alla seconda metà del Novecento questa riflessione era più semplice per gli inglesi, visto che da un lato potevano "ritirarsi" nelle loro colonie, immaginarsi come l'isola da cui dipendeva gran parte del resto del mondo, e dall'altro lato c'era la possibilità reale di confrontarsi con gli altri paesi attraverso le guerre. Nella seconda metà del secolo, dal momento che questa non era più un'alternativa possibile, il Regno Unito ha avuto la singolare capacità di creare un impero molto più vasto di quello che stava lasciando in India e in Africa: gli inglesi hanno fondato una sorta di impero pop, che ha conquistato il mondo con le canzoni dei Beatles e dei Rolling Stones, con il cinema e la moda, con l'immaginario della swinging London. Lady Diana è stata l'ultima icona di questa cultura pop, capace di dominare il mondo.
Perché con la fine del Novecento, con la vittoria definitiva del capitalismo nella guerra di classe, anche il Regno Unito è diventato un paese normale in cui dovevano sparire le tensioni politiche e sociali - che sono un elemento che crea sempre tensione intellettuale e artistica e quindi produce bellezza - per completare la trasformazione dei cittadini in consumatori. I consumatori non hanno bisogno di bellezza, hanno solo bisogno di comprare quello che a loro si dice di comprare, i consumatori meno pensano meglio è e la bellezza fa pensare, sempre.
E significativamente la storia politica della fine del Novecento passa per il Regno Unito. Anzi parte da lì. Margaret Thatcher era già da due anni al numero 10 di Downing street quando Reagan divenne presidente degli Stati Uniti e insieme definirono quella che fu la vittoria dell'ultraliberismo, la rinuncia alle politiche e alle tutele che il socialismo aveva imposto alla fine del secondo conflitto mondiale e che avevano caratterizzato lo sviluppo durante i Trenta gloriosi. Per inciso quando un ragazzotto nato nell'86 dice che verrà un "nuovo" miracolo economico, dimostra di non sapere assolutamente nulla di nulla - ed è ben più grave di un congiuntivo azzardato - perché senza i socialisti il boom non ci sarebbe mai stato, in Italia e in Europa: il socialismo fu un elemento fondante dei Trenta gloriosi e siccome il socialismo è stato ucciso - anche con la complicità dei socialisti - come si affannano a dire quelli del partito del ragazzotto, il miracolo economico non potrà più succedere.
E, per tornare alla nostra storia, il Regno Unito è tornato a essere protagonista della guerra di classe - per l'ultima volta, visto che è finita - quando Blair ha sostituito Thatcher, ossia quando il rappresentante di uno dei più antichi e rivoluzionari partiti socialisti del mondo, ha fatto politiche liberiste. Quella è stata la vittoria definitiva del capitalismo nella guerra di classe, di cui noi siamo stati le ultime, colpevoli, vittime, mentre sventolavamo mestamente le nostre bandierine rosse sbiadite.
Brexit è una trappola? Io credo di sì e ho l'impressione che il Labour di Corbyn ci stia cadendo. So bene che Corbyn deve dire da che parte sta nella discussione su Brexit, se vuole partecipare alle prossime elezioni, deve accettare di combattere su un terreno che non ha scelto e che è invece adatto ai suoi nemici. E probabilmente è destinato a essere sconfitto, perché la destra è riuscita a fare due parti in commedia, è riuscita a dare le carte, lasciando al Labour solo scartine. Immagino sia inevitabile, perché è complicato, se non assurdo, continuare a combattere la guerra di classe quando questa non c'è più. So bene che molti di voi pensano a noi che continuiamo a usare questi termini come fossimo quei giapponesi che, in qualche isola sperduta del Pacifico, senza collegamenti con la madrepatria, non sapevano di Hiroshima e pensavano di essere ancora in guerra. Noi siamo ancora più patetici di quei soldati: perché guerreggiamo, almeno a parole, pur sapendo che c'è stata la nostra Hiroshima e che abbiamo perso.

venerdì 11 gennaio 2019

"Amore che vieni, amore che vai" di Fabrizio De André

Quei giorni perduti a rincorrere il vento,
a chiederci un bacio e volerne altri cento,
un giorno qualunque li ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai.
Un giorno qualunque ti ricorderai,
amore che fuggi da me tornerai,
e tu che con gli occhi di un altro colore
mi dici le stesse parole d'amore,
fra un mese fra un anno scordate le avrai.
Amore che vieni da me fuggirai,
fra un mese fra un anno scordate le avrai.
Amore che vieni da me fuggirai,
venuto dal sole o da spiagge gelate,
perduto in novembre o col vento d'estate,
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai.
Amore che vieni, amore che vai,
io t'ho amato sempre, non t'ho amato mai
amore che vieni, amore che vai.

qui la potete ascoltare

giovedì 10 gennaio 2019

Verba volant (612): aids...

Aids, sost. m.

Capitò tutto nel giro di pochi giorni alla fine del 1991: il 24 novembre morì Freddy Mercury e il 16 dicembre Pier Vittorio Tondelli. E il 2 dicembre Fernando Aiuti baciò sulla bocca, sotto gli occhi dei fotografi, Rosaria Iardino. Ovviamente furono coincidenze, ma certamente l'aids è stata la malattia della nostra giovinezza, che in qualche modo ha segnato la storia personale di tanti di noi e politica di almeno un paio di generazioni di giovani donne e di giovani uomini vissuti alla fine del Novecento.
I nostri nonni e bisnonni avevano avuto la spagnola, che causò la morte del 4% della popolazione mondiale dell'epoca. Il primo anno di diffusione di quell'epidemia l'aspettativa di vita si ridusse drasticamente di dodici anni. La prima guerra mondiale fu l'elemento che rese così letale quell'epidemia: ne favorì la diffusione, ma soprattutto la povertà che inevitabilmente seguì a quel conflitto - sia tra chi aveva vinto che tra chi aveva perso - rese quel morbo sempre più mortale. Lo racconta bene Manzoni in riferimento alla grande peste del 1630: gli uomini fanno di tutto per peggiorare le cose. La spagnola, a differenza della peste manzoniana, fu anche una malattia di classe: più eri povero più avevi la possibilità di ammalarti e di morire.
Con l'aids non fu così, almeno negli anni della nostra giovinezza non fu così. L'aids ci spaventò perché tutti noi potevamo essere colpiti dal virus Hiv e quindi inesorabilmente morire. Anche se non abbiamo conosciuto nessuno morto di aids, quella era una realtà che in qualche modo sentivamo incombere su di noi. Potevi essere un idolo del rock, potevi essere uno scrittore di culto, ma il rischio c'era, perché quella malattia non era di classe, ma legata a dei "comportamenti" che ci dicevano essere rischiosi. Ti dicevano che se morivi di aids, in fondo te l'eri cercata.
Certo noi allora avevamo paura - volevano che avessimo paura - ma in qualche modo quella paura fu anche liberatoria, anche perché era morto Freddy Mercury, anche perché era morto Pier Vittorio Tondelli. Noi in qualche modo ragionammo di quella paura con cui tentavano di legarci, alcuni in buona fede, per impedirci di correre rischi inutili, ma molti con l'intenzione di tenerci prigionieri in gabbie che avevano costruito per noi e che volevano fossero sempre più strette.
La paura dell'aids ci servì in qualche caso a riflettere sul sesso, perché avere un profilattico era uno dei modi per allontanare il rischio. Ma il preservativo non serviva solo a combattere l'aids. E' del 1992 il celebre spot di una nota marca di preservativi. In aula c'è la solita confusione di quando non c'è l'insegnante (e non c'erano ancora gli smartphone). Entra il vecchio e severo professore, mentre le ragazze e i ragazzi si affrettano ad andare al proprio posto. Per terra è rimasto un preservativo, il prof lo raccoglie e chiede "di chi è questo?". Dopo il primo silenzio, il prof ripete la domanda e un ragazzo si alza, dicendo "è mio". Sta per scattare la punizione, ma uno dopo l'altro, i compagni e le compagne, tutte e tutti, si alzano dicendo "è mio". Quello spot è figlio anche della paura dell'aids, ma racconta qualcosa di più, la nostra maggiore consapevolezza, la nostra voglia di farlo - e questo è abbastanza naturale - mettendoci anche un po' di testa - e questo è un po' meno naturale, soprattutto per noi maschi, che tendiamo a essere presi più dall'aspetto puramente "meccanico" e dalle sue misurazioni. Non so se oggi quello spot sarebbe altrettanto efficace - temo di no, perché mi pare che ora la "meccanica" trionfi - ma allora ci parve bello identificarci in quelle ragazze e in quei ragazzi coraggiosi e consapevoli.
Quello spot è anche stato possibile grazie a quel bacio di un medico, il più importante che allora in Italia si occupava di questa malattia - ed era un tempo in cui ai medici si dava credito - a una ragazza sieropositiva, per dirci che con un bacio non si trasmette il virus e che quindi i malati potevano continuare a vivere insieme agli altri.
Quella paura è servita anche a noi per riflettere sulla sessualità, su quanto possa essere complessa, e sui pregiudizi verso quelli che allora erano considerati "deviati" o "non normali". Molti giudicano ancora così le persone omosessuali, ma quella paura ci aiutò a pensare. Forse allora potemmo ingenuamente pensare che Freddy e Pier Vittorio non erano morti invano, che stava nascendo una società con meno pregiudizi. Non è stato così ovviamente, vista la merda in cui siamo.
E intanto abbiamo smesso di parlare di aids, abbiamo smesso di avere paura, perché anche questa malattia è diventata di classe. Di aids si muore soprattutto in Africa - la Nigeria è il paese con il più alto numero di morti nel 2016 - si muore in India, si muore nei paesi più poveri del mondo. Si muore sempre meno in Europa e negli Stati Uniti.
Non so quanti dei ragazzini che sono andati a vedere Bohemian Rhapsody abbiano capito cose è stato per noi l'aids. Abbiamo il dovere di spiegarglielo, senza ipocrisie, senza nascondere le nostre paure e anche qualche pregiudizio che abbiamo continuato a portarci dietro. Non per farli crescere con la paura, ma con una consapevolezza diversa. Accettiamo che vedano le nostre debolezze di oggi, magari riconosceranno la nostra forza di ieri.

martedì 8 gennaio 2019

Verba volant (611): edicola...

Edicola, sost. f.

Voi non lo sapete, ma io potevo diventare un edicolante. Qualche anno dopo la fine della guerra, il mio bisnonno era il postino e il giornalaio di Quarto, un piccolo centro della campagna bolognese.
Non l'ho conosciuto, ma mi dicono fosse un tipo piuttosto originale. Quando ebbe l'età per andare in pensione, "lasciò" il lavoro alle Poste a suo figlio - allora era un diffuso sistema di welfare garantire ai figli il posto pubblico che era stato dei genitori - mentre l'edicola toccò a sua figlia, ossia la madre di mia madre. Quindi per discendenza matrilineare l'edicola di Checco Sarti sarebbe potuta diventare un giorno mia. A dire il vero ormai non era più propriamente un'edicola, ossia una piccola costruzione su suolo pubblico. Quando io ero bambino, nei primissimi anni Settanta la vecchia edicola in legno verde venne rimpiazzata da una più moderna e grande edicola in metallo e infine anche questa fu smantellata quando i miei nonni decisero che era tempo di trasferirsi in un negozio che si trovava sempre lì di fronte. Quando poi fu chiaro che io non avrei continuato quell'attività, la mia famiglia la cedette e io effettivamente ho preso un'altra strada che, un po' tortuosamente, mi ha portato fin qui.
L'edicola - continuo impropriamente a chiamarla così - a Quarto c'è ancora, è una di quelle poche che sta resistendo, perché nel frattempo chi la gestisce ha giustamente cominciato ad ampliare la propria offerta. Ma la chiusura delle edicole è una tendenza ormai inesorabile: forse oggi anch'io sarei uno dei tanti edicolanti senza un lavoro.
Quando io ero un ragazzino e naturalmente aiutavo i miei nell'attività di famiglia, l'edicola era una specie di servizio pubblico. L'edicola non poteva chiudere mai, se non la domenica pomeriggio e i pochissimi giorni in cui non uscivano i quotidiani - il 26 dicembre, il 2 gennaio, il lunedì di pasqua, il 26 aprile, il 2 maggio, il 16 agosto - perché allora il giornale era considerato un bene primario: neppure la latteria e il forno stavano aperti quanto l'edicola. E ricordo che quando, dopo la strage del rapido 904 del 23 dicembre 1984, i giornali decisero di non sospendere la pubblicazione neppure per un giorno, noi aprimmo anche per santo Stefano. L'edicola era considerata di fatto un servizio essenziale, pur essendo gestita da un privato. Non era facile avere un'edicola, comportava delle rinunce: ad esempio le ferie estive della mia famiglia erano fortemente contingentate proprio perché l'edicola non chiudeva mai. Ma ovviamente ciò era ripagato dal fatto che era un'attività che sarebbe continuata per sempre, perché non soggetta al mercato, almeno così si pensava allora. Per la generazione dei miei genitori e tanto più per quella dei miei nonni un'edicola a Quarto ci sarebbe sempre stata. Ci doveva sempre essere.
Non è più così. Adesso l'edicola può chiudere, anche a Quarto. Perché è diventata un'attività commerciale come un'altra e, come tale, soggetta alle leggi del mercato. Se non vendi, chiudi. E i giornali non si vendono più, le riviste non si vendono più, le enciclopedie a fascicoli settimanali non si vendono più. E immagino si vendano molto meno anche i giornali porno, che erano uno degli articoli di maggior "richiamo" (ovviamente a Quarto si vendevano questi giornali a persone degli altri paesi, e quelli di Quarto andavano a comprarli nei paesi vicini: è la prima rudimentale forma di "turismo sessuale").
E' colpa di internet - diranno subito i miei piccoli lettori - e forse avete ragione. Wikipedia e Youporn sono gratuiti e non bisogna neppure andare in edicola per avere una massa di informazioni - e non solo - paragonabile a quella disponibile in un'edicola. Ma non ne sono del tutto convinto. O almeno non è solo colpa della rete.
Certo è cambiata la nostra vita: adesso la mattina, prima di passare davanti a un'edicola - che pure è circa a metà del breve tragitto tra casa nostra e il municipio - ho già sentito un giornale radio nazionale, la rassegna della stampa estera, il giornale radio regionale e ho dato un'occhiata alle ultime notizie sul telefono. Quando passo davanti all'edicola - intorno alle 7,40 del mattino e saluto la giornalaia che di solito a quell'ora è fuori a fumare - i giornali che ci sono dentro sono già "vecchi". E infatti io non acquisto un quotidiano da giugno del 2011, ossia da quando ho smesso di fare il pendolare tra Quarto e Salsomaggiore e quindi il giornale mi serviva soprattutto per tenermi sveglio. Ma temo che quei giornali siano "vecchi" non solo perché so già le notizie, ma perché so già anche i commenti. Dal momento che ciascuno di loro esprime una linea editoriale piuttosto netta, rappresenta in qualche modo un "partito", ho scarso interesse a leggere commenti che conosco già, perché per lo più i giornalisti scrivono quello che gli dicono di scrivere, pro o contro il governo di turno. Al massimo potrei comprare un giornale per gustarne lo stile letterario, per imparare a scrivere, ma visto il livello della prosa - e a volte anche della sintassi - degli articoli, preferisco non spendere l'euro e cinquanta di un giornale. Credo che le edicole chiudano anche perché i giornali sono poco utili.   
Una città senza edicole è un po' più brutta, perché le edicole sono presidi del territorio. O almeno lo erano. E anche un paese senza giornali è un po' più brutto, è un più povero. vediamo cosa sta succedendo a una società fatta di persone che si informa da sola, che pensa di poter sapere le cose senza mediazione. A Quarto nella prima metà dei Settanta non erano tanti quelli che avevano studiato, ma se fosse arrivato uno a dire che la terra è piatta sarebbe stato guardato al massimo con condiscendenza. Anche perché c'era l'edicola, c'erano i giornali e c'erano persone che li leggevano.

Ultim'ora: dopo che ero già "andato in stampa", ho saputo che anche l'edicola di Quarto ha chiuso.

sabato 5 gennaio 2019

Verba volant (610): aquilone...

Aquilone, sost. m.

Credo sia impossibile immaginare il Novecento senza Walt Disney, perché è stato capace come nessun altro di forgiare l'ideologia di questo secolo, di dirci quello che dovevamo pensare e perfino quello che dovevamo sognare, di dirci in una parola quello che dovevamo essere. Perché i suoi film continuano a essere bellissimi a distanza di ormai molti decenni da quando sono usciti nelle sale, perché continuiamo a guardarli incantati, anche se non siamo più bambini, perché conosciamo ogni gag, sappiamo fischiettare ogni canzone, riconosciamo immediatamente ogni scena, anche a distanza di molti anni da quando li abbiamo visti per la prima volta. Perché Walt Disney ha avuto la capacità di riunire attorno a sé i migliori animatori, i migliori registi, i migliori autori, i migliori musicisti, ritagliando per sé un ruolo del tutto inedito nella storia della produzione culturale. Senza partecipare materialmente alla realizzazione dei suoi film, senza dirigerli, senza scriverli, senza disegnarli e delegando tutti questi compiti ai migliori dei rispettivi campi, ne rimane indiscutibilmente l'autore, o meglio l'ideologo.
In questi giorni festivi Rai 1 ha trasmesso, una sera dopo l'altra, Biancaneve e i sette nani, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco, Mary Poppins, rispettivamente del 1937, del 1950, del 1959 e del 1964: una cavalcata di quasi trent'anni nella storia del "secolo breve", da quando il mondo stava per entrare nel secondo conflitto mondiale agli anni della guerra fredda e della corsa alla spazio. In questi trent'anni il mondo è cambiato moltissimo, ma le storie di Disney non sono mai cambiate: il bene vince e il male perde e quello che di buono o di cattivo ciascuno di noi fa è destinato a essere premiato o punito, invariabilmente. Noi ovviamente sappiamo che non è così, sappiamo che nella vita per lo più vince il male e che spesso le azioni cattive vengono premiate. Ma non nei film di Walt Disney, e siccome sono drammaturgicamente perfetti, noi finiamo per credere che la realtà sia quella e non quella in cui viviamo.
E si tratta naturalmente di un'ideologia profondamente conservatrice. Pensate al finale di Mary Poppins. Il padre diventa "buono", comincia a giocare con i propri figli e a dedicare più tempo alla propria famiglia, ma non per questo perde il lavoro, anzi in qualche modo, grazie a questo, la sua carriera vola in alto, proprio come l'aquilone, la madre torna a fare la madre, rinunciando alle "fantasticherie" da suffragetta, i bambini diventano obbedienti, e così Mary può andarsene, senza che nessuno la saluti, quasi dimenticata. Mary Poppins è in qualche modo una figura "irregolare", che è stata indispensabile per rimettere in riga i Banks, ma una volta che tutti i componenti hanno capito qual è il loro compito e qual è il loro posto nella famiglia e nella società, il vento cambia direzione e Mary deve andarsene: non c'è posto per una come Mary Poppins nella famiglia perfetta immaginata da Walt Disney.
Negli anni in cui esce Mary Poppins gran parte delle energie di Walt Disney sono indirizzate alla realizzazione di una città perfetta per queste famiglie perfette. Disney non la vedrà nascere, ma la sua corporation continuerà questo progetto, anche per mettere a reddito i tantissimi terreni acquistati nella zona di Orlando, dove sorge DisneyWorld. Celebration è la perfetta città disneyana, con le sue case chiare con il portico e il giardino, dove ci sono sei chiese cristiane e una sinagoga - perché questi sono i culti "accettati" e in questa proporzione - dove la popolazione è in stragrande maggioranza caucasica, dove non ci sono in giro ubriachi e mendicanti e dove Bert non potrebbe "sporcare" i lindi marciapiedi con i suoi disegni. E dove le famiglie sono quelle "perfette", che fanno volare gli aquiloni e che non hanno bisogno di una come Mary Poppins.
E a Celebration probabilmente sarebbe stata mal tollerata, se non apertamente emarginata, una signora come Pamela Lyndon Travers, una donna che ha sempre voluto essere indipendente, anche quando non era di moda esserlo, che non si è mai sposata e che ha vissuto per molti anni con un'altra donna e soprattutto che ha voluto adottare un figlio da sola. La famiglia di Pamela, così ostentatamente senza un marito-padre, è davvero la maggiore antitesi possibile per la famiglia "targata" Disney.
A testimoniare la forza dell'ideologia c'è da notare che la corporation ha, per la prima volta, fatto un film sulla realizzazione di un proprio film. Saving Mr Banks è una sorta di making of dell'ideologia e, come tale, diventa anch'esso opera ideologica, perché fa diventare vera una storia che vera non è. E significativamente la Travers del film - che finisce per essere nell'immaginario la "vera" Travers - non ha figli, perché altrimenti si sarebbe dovuto dire quello che nessuno voleva dire, ossia che le famiglie sono una cosa più complessa da come le immaginava Disney e da come, nonostante tante battaglie vinte, ce le fanno ancora immaginare.
E, nonostante il nuovo film, questa non è neppure la società che accetta Mary Poppins. Significativamente una scena importante del film - e, come sempre, una delle più belle e divertenti - ci fa immaginare una storia d'amore tra Bert e Mary, fino a un loro possibile fidanzamento. Perché Mary Poppins può essere tutto, anche una strega, ma non una donna che vive senza un uomo.

mercoledì 2 gennaio 2019

Verba volant (609): tartufo...

Tartufo, sost. m.

A leggere molti dei commenti in rete, sembra che il difetto principale della finanziaria del governo pentaleghista sia la riduzione dell'Iva dal 10 al 5% sul tartufo fresco e dal 22 al 10% sui prodotti lavorati come creme e sughi. Per favore, non facciamoci distrarre. Sono stati bravi i parlamentari piemontesi della Lega a "infilare" questa norma tra un comma e l'altro del "corpaccione" illeggibile della manovra - che nessuno ha letto e che nessuno avrebbe letto, neppure se avessero avuto tutto il tempo del mondo - in modo da tutelare gli interessi di chi commercia uno dei prodotti di punta della gastronomia italiana.
Sempre a proposito di aliquote Iva, manca ancora - e immagino mancherà per un bel pezzo - la riduzione di quella sugli assorbenti, ma evidentemente non ci sono parlamentari che se ne occupino con la stessa determinazione di quelli che hanno a cuore le sorti del tartufo e soprattutto non ci sono elettori a cui importi. Mentre ci sono quelli che hanno bisogno della riduzione dell'Iva sui tartufi, che quindi hanno fatto lobby, hanno eletto i deputati capaci di ottenere quel risultato e verosimilmente li rivoteranno. La politica è anche questa cosa qui. Non scandalizziamoci: è utile che sia anche questa cosa qui. E' un problema quando è solo questo.
La cosa significativa - e che dovrebbe preoccuparci - su questa vicenda del tartufo non è tanto che la finanziaria abbia ridotto l'aliquota Iva - una misura tutto sommato giusta - ma proprio il fatto che nella finanziaria ci sia un provvedimento del genere. E' il segnale che il governo del cambiamento non ha cambiato proprio nulla. La finanziaria, al di là del ministro di turno, al di là della maggioranza mutevole, viene scritta nelle sue linee essenziali in altri sedi e alla politica italiana - ma credo che ormai succeda qualcosa del genere anche negli altri paesi europei - rimane solo di curare i dettagli. Appunto come l'aliquota sul tartufo.
Giustamente è stata alzata una canea perché questa finanziaria è stata approvata di corsa, senza che i parlamentari ne conoscessero il testo - probabilmente il testo non c'era nemmeno quando è stata approvata - e ovviamente senza discuterne. E' vero la forma è stata gravemente violata - e in politica la forma conta. Ma anche se il parlamento avesse avuto il tempo per discutere, il testo non sarebbe cambiato, perché questa manovra - come quelle degli anni precedenti - è nata da un accordo tra il governo italiano e le autorità europee. O meglio è stata imposta nelle sue linee essenziali da queste al nostro governo. In questa situazione pensate davvero che ci fosse lo spazio per ridiscutere un accordo? No, l'unica possibilità era quella di mettersi d'accordo sulle minuzie: tu accetti di abbassare l'Iva sui tartufi e in cambio abbassiamo anche quella sul latte di bufala per fare la mozzarella. O cose così. Non fondamentali per le nostre vite, per quanto importanti per i produttori di creme al tartufo e di mozzarelle. Che la manovra debba essere finanziata più dalla tassazione indiretta che da quella diretta, ossia dai poveri che dai ricchi, non l'ha deciso questo governo - e neppure quelli precedenti - ma quei poteri che, non essendo eletti, sono diretta espressione del capitale. Che le pensioni debbano ridotte, che lo stato sociale debba essere drasticamente ridimensionato, che il pubblico impiego debba essere compresso, non lo decide questo governo, ma chi vuole costruire un paese diverso.
Anche istituzionalmente. Due anni fa abbiamo vinto una battaglia importante affinché non fosse cancellato il senato dalla nostra Costituzione: è stata una vittoria importante, perché - come ho detto prima - in politica conta anche la forma. Ma evidentemente hanno vinto quelli che volevano farci votare sì, visto che il senato e la camera sono diventati così palesamente inutili. Le riforme si fanno così nel nuovo secolo: non serve modificare la Costituzione, basta non applicarla. per molto tempo e alla fine ci si dimentica perfino di quello che c'è scritto.
In italiano conosciamo come Tartufo una delle più celebri commedie di Molière, Tartuffe ou l'Imposteur. Tartufo è un bugiardo che, fingendosi virtuoso e saggio, è riuscito a installarsi nella casa di Orgon, diventandone a poco a poco il padrone. Tartufo, millantando modestia e disinteresse, riesce a ereditare la fortuna dei suoi benefattori. Adesso vediamo rappresentata una versione di questa commedia in cinque atti, scritta da Molière su indicazione dello stesso re, per superarne la censura. Alla fine di questa versione Tartufo viene scoperto e cacciato. Molière invece, nella versione originale del 1664, termina la storia con la vittoria di Tartufo che, sposando la figlia di Orgon, ottiene la ricchezza a cui ha sempre aspirato. Ma Tartufo - ci racconta il commediografo - non vince per le sue capacità, ma per la stupidità e l'insipienza di chi si vuol far truffare. Vi ricorda qualcosa questa storia?
Ma c'è una differenza tra quello che succede oggi e quello che viene raccontato da Molière. Dice Tartufo
È il pubblico scandalo ad offendere: peccare in silenzio è non peccare affatto.

Oggi Tartufo può tranquillamente peccare sui social.

martedì 1 gennaio 2019

Verba volant (608): circoncidere...

Circoncidere, v. tr.

Alcuni giorni fa un bambino di due anni è morto a Roma a seguito di un intervento di circoncisione e suo fratello, per la stessa ragione, è in condizioni gravissime all'ospedale. Hanno arrestato il finto medico che ha praticato illegalmente l'intervento a casa di quella famiglia. Apparentemente tutto a posto: il "cattivo" è stato preso e di quei due bambini non si parlerà più, come non si parlerà più della circoncisione, almeno fino alla prossima "disgrazia". Dal momento che questa è una pratica prescritta anche dalla religione ebraica, gli "indignati" professionali si sono ben guardati dal condannare la famiglia di quei due bambini. Immaginate cosa sarebbe successo se si fosse trattato di una pratica solo musulmana: dal ministro dell'interno a scendere, passando per il Giornale e Libero, sarebbe stata una canea per chiedere di vietare la circoncisione. Ma siccome gli ebrei non si possono toccare - altrimenti smettono di votarti e di finanziarti - contro la circoncisione nessuno parla.
A seguito della vicenda dei due bambini di Roma, mi pare che invece tenda a farsi strada una tesi che potremmo definire di "riduzione del danno". Dal momento che molte famiglie vogliono circoncidere i loro figli maschi, per evitare che incappino in falsi medici come è successo in questo tragico caso, occorre fare come in Lazio e in Veneto, dove il servizio sanitario effettua la circoncisione, ma dietro pagamento di un ticket che va dai 250 ai 400 euro. Oppure si può sempre ricorrere ai privati, come per il resto delle cure mediche: se sei ricco, puoi essere curato e ti possono anche togliere il prepuzio, in tutta sicurezza. I "bravi" democratici vanno anche oltre: siccome le famiglie hanno il diritto di far circoncidere i propri figli - è la loro tesi - il servizio sanitario nazionale dovrebbe garantire questo servizio a prezzi ragionevoli.
Francamente non sono d'accordo. Siamo laici? Allora lo dobbiamo essere davvero. Non è laico tagliare anche un piccolo pezzo di pelle a un bambino inconsapevole solo per soddisfare la fede religiosa dei suoi genitori e dei suoi familiari. So che adesso mi direte che allora vale anche per il battesimo. Effettivamente io ho una pessima considerazione di qualsiasi rito che pretenda che il suo destinatario sia inconsapevole, ma un conto è bagnare la testa di un bambino - il cui unico ricordo saranno le brutte foto fatte dai parenti - e un altro tagliarti via un pezzo di pelle, ossia segnare una persona in maniera definitiva, solo perché hai la sfortuna di avere due genitori bigotti.
Il fatto che l'asportazione del prepuzio per i maschi sia molto meno pericolosa e dannosa della rimozione della clitoride o dell'infibulazione per le giovani donne non può servire come giustificazione. E anzi proprio il fatto che si continui a permettere la circoncisione rende più debole la campagna contro le mutilazioni genitali femminili. Se si accetta la circoncisione perché si tratta di una pratica tradizionale richiesta da due delle grandi religioni monoteiste perché altre pratiche, magari richieste dalle stesse religioni, dovrebbero essere vietate?
A proposito di libertà e di diritti, la questione non è garantire la libertà delle famiglie a intervenire sul corpo dei loro figli e delle loro figlie, ma la libertà dei bambini e delle bambine di avere il proprio corpo intatto.