mercoledì 18 aprile 2018

Verba volant (510): forno...

Forno, sost. m.

Il profumo che esce da un forno la mattina è certamente uno dei piaceri della vita. Poi sai bene che dietro a quell'odore così gradevole e capace di attirarti, come il canto delle sirene, c'è il duro lavoro dei fornai, che di notte, mentre noi placidamente dormiamo, hanno preparato quel pane, ma intanto tu ti puoi perdere in quel profumo. Non so se chi è nato e cresciuto in una città ha avuto - e ha - la stessa opportunità, ma io che ho frequentato le elementari nei Settanta in un piccolo paese del contado bolognese e andavo a scuola a piedi, ricordo che ogni mattina sentivo quel profumo, perché il forno stava nel breve tragitto tra casa nostra e la scuola. E risento quel profumo anche ora, perché per arrivare in ufficio passo davanti al forno della famiglia Zalaffi.
Credo immaginerete - cari e fedeli lettori di Verba volant - che questa definizione non è dedicata solo alla nostalgia del profumo del pane appena sfornato, ma a una metafora di cui in questi giorni si fa largo uso - mi sembra un po' a sproposito - quella dei "due forni". Pare che l'abbia inventata Giulio Andreotti negli anni Sessanta e comunque, al di là di questa inutile questione di copyright, descrive bene la situazione politica di quel decennio, perché la Democrazia cristiana, grazie alla sua forza e alla sua capacità di essere molte cose contemporaneamente, aveva la possibilità di avere interlocutori sia alla propria destra, dai liberali ai missini, che alla propria sinistra, fino ai socialisti. E naturalmente sfruttò fino in fondo tutte queste possibilità, riuscendo a essere il dominus della politica italiana per tanti anni. Quella stessa metafora fu applicata in anni successivi anche al Psi di Bettino Craxi, anche se in questo caso si trattava di una possibilità più teorica che pratica. Certo i socialisti seppero sfruttare questa posizione in tante amministrazioni locali, riuscendo a governare sia con la Dc che con il Pci, magari ottenendo il sindaco, proprio grazie a questa possibilità, ma a livello nazionale non ci fu mai veramente l'opzione della nascita di un governo formato da Pci e Psi, con la Dc all'opposizione. Di questo erano consapevoli tutti gli attori della politica italiana. Bastava vedere cosa era successo nel '78 quando la Dc di Aldo Moro tentò un'apertura al Pci di Enrico Berlinguer: pensate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse tentato di formare un governo senza la Dc. Comunque allora le insegne dei forni erano ben chiare.
Oggi mi pare che nella politica italiana non ci sia più nessuno capace di fare il pane né tanto meno qualcuno che abbia la voglia di svegliarsi la notte per farlo. Questi non hanno proprio la stoffa per fare i fornai, al massimo possono aprire delle botteghe in cui rivendono pane confezionato, preparato giorni prima da qualche altra parte. Senza nessun profumo. 
Francamente la politica dei due forni non mi è mai piaciuta, neppure quando c'erano quelli che sapevano fare il pane. Mi pare sia un'espressione di quell'opportunismo italiano, ben rappresentato dall'antico adagio "o Franza o Spagna purché se magna", attribuito in maniera malevola al Guicciardini.
Mi piacerebbe invece richiamare un altro uso antico, di cui però anch'io - e penso molti di voi - ho ancora memoria. Quando io ero bambino nessuna delle nostre famiglie faceva il pane in casa, lo acquistavamo al forno, però c'erano alcune occasioni in cui quel forno, pur rimanendo di proprietà del fornaio, diventava comunitario, ad esempio per cuocere il coniglio a pasqua. Ricordo che mia nonna, come altre donne della sua età, portavano le teglie a cuocere là, perché con i forni "moderni" che avevano in casa non veniva bene. Quell'uso comunitario del forno era una traccia, un ricordo, di un passato - che è il presente in tante realtà del mondo - quando le famiglie che vivevano in una stessa comunità condividevano alcune cose, come il forno appunto, che non potevano avere ognuna nella propria casa. E quel forno era di tutti, e tutti ne avevano cura, come se fosse il proprio.
Naturalmente quello che ogni famiglia sfornava rimaneva di sua proprietà, ma quando c'è un forno comune non è sempre facile dire cosa è mio e cosa è tuo e magari, in un momento di difficoltà, quel che sarebbe stato solo mio poteva diventare anche un po' tuo. Oppure se io quel giorno non potevo portare il pane a cuocere, tu potevi cuocere anche il mio, mentre lo preparavi per te. Ecco io alla politica dei due forni preferisco decisamente quella del forno comunitario, di un solo forno di cui tutti dovremmo prenderci cura e di una comunità che, intorno a quel forno, pratica una forma concreta di solidarietà.

venerdì 13 aprile 2018

Verba volant (509): mentire...

Mentire, v. intr.

Per un curioso paradosso, la più inverosimile delle fake news per giustificare una guerra è stata anche la più celebre, quella che ha goduto di maggiore fortuna: sinceramente nessuno può davvero credere che i re di tutte le città greche abbiano deciso di partecipare alla spedizione contro Troia, organizzata da Agamennone, solo per riportare a Sparta Elena, tanto più che avevano un pessimo giudizio su Menelao e che pensavano che quelle corna se le fosse proprio meritate. E non ci crede neppure Omero, che appare in imbarazzo quelle poche volte in cui è costretto a citare quell'episodio: per sua fortuna egli racconta quello che è successo in cinquantun giorni del decimo anno di guerra, quando tutti si sono ormai dimenticati delle menzogne che hanno raccontato per giustificare quel conflitto. E poi Omero è un poeta, che vuole raccontare una storia d'amore, quella di Achille e di Patroclo, destinata a concludersi in modo tragico.
Per questo forse non ha il coraggio di raccontare perché quella guerra era scoppiata: le città greche, che si stavano sviluppando, in cui stava crescendo una classe di mercanti sempre più intraprendenti e di uomini legati alla finanza, avevano bisogno di togliere a Troia il controllo dell'Ellesponto - quello che in altra epoca chiameremo stretto dei Dardanelli - e quindi della navigazione verso le terre che si affacciavano sul ponto Eusino, ricche di risorse minerarie e tra le zone di maggior produzione di cereali del mondo antico. Questo però non si poteva raccontare e con Troia non funzionava neppure la storia, sempre molto usata per giustificare una guerra, dello scontro tra civiltà. I troiani parlavano greco, la città era protetta da un'antichissima statua lignea di Atena, anzi erano quelli che attaccavano a essere culturalmente e artisticamente un passo indietro rispetto alla grande e antica città che dominava l'Ellesponto.
In questi giorni altre navi stanno solcando le acque del Mediterraneo, navigando verso oriente: sono molto diverse da quelle descritte da Omero, spinte dalla forza dei venti e da quella dei rematori. E sono molto diverse le bugie di Agamennone e mi pare che nessuno di quelli che si accingono a cantarne le gesta abbia la stessa ritrosia di Omero a diffondere le sue menzogne. Non appena Agamennone ha detto che l'esercito di Troia ha usato delle armi chimiche, in tantissimi gli hanno dato ragione, si sono fatti fotografare con una mano sulla bocca e hanno scritto elzeviri per dire che è proprio vero, che quelle armi sono state usate, i più audaci hanno detto di averne sentito perfino la puzza, a chilometri di distanza. Curiosamente, mentre le bugie sono così diverse, le ragioni, vere, sono così uguali. Agamennone e i re suoi alleati hanno deciso di organizzare questa spedizione, perché c'è una classe di banchieri, di mercanti, di industriali, che ha bisogno di quel conflitto, perché una guerra fa guadagnare soldi, molti soldi, a chi sa come sfruttarla. Ma questo è meglio non raccontarlo, toglie eroismo, toglie fascino alla guerra.
Omero non ci racconta molte morti, descrive tanti combattimenti, ma pochi morti, perché vuole raccontarci le morti importanti, quella di Patroclo per mano di Ettore e quella di Ettore per mano di Achille. E così sappiamo - come sapeva lo stesso Achille - che anche lui morirà, perché il suo destino è strettamente legato a quello dell'eroe troiano: morto Ettore, anche lui è destinato a soccombere, nonostante la sua invincibilità. Eppure tante donne e tanti uomini morirono quando Troia fu alla fine sconfitta, Omero non ce lo vuole raccontare, ma quella guerra fece soprattutto vittime tra i civili. Gran parte dei soldati greci partirono vivi dalla spiaggia di Troia, anche se tanti di loro non arrivarono mai a casa, come i compagni di Odisseo o vennero uccisi quando giunsero in patria, come Agamennone. Gran parte dei soldati di Agamennone tornerà a casa anche questa volta, anche perché la loro guerra è molto diversa da quella degli antichi, possono combattere rimanendo lontani dai loro nemici; torneranno a casa, ma sappiamo che tante volte il loro ritorno non sarà né semplice né felice, perché una guerra ti lascia dentro delle ferite, anche quando la combatti davanti a uno schermo, quando le persone che uccidi sono punti luminosi, come in un videogame. La cosa che invece è proprio uguale in questa storia è che quando Troia, ancora una volta, cadrà, rimarranno tra le macerie le donne e i bambini, quelli più deboli, quelli che non avrebbero voluto combattere, quelli che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra. Come è sempre stato, saranno loro, solo loro, le vittime dalla guerra, anche quando sopravviveranno alla catastrofe, perché Troia non ci sarà più, dopo che l'avremo distrutta e non sarà più possibile ricostruirla. Ma anche su questo preferiamo ascoltare delle menzogne.

lunedì 9 aprile 2018

Verba volant (508): alabarda...

Alabarda, sost. f.

Sono passati quarant'anni e non sono sicuro di ricordarmi bene, anche perché allora non sapevo di stare vivendo un momento che quarant'anni dopo avrei dovuto in qualche modo celebrare. Però credo che nel tardo pomeriggio di martedì 4 aprile 1978 io fossi uno di quei ragazzini che guardarono la prima puntata di Atlas Ufo Robot.
Era uno degli orari in cui mi era consentito guardare la televisione e soprattutto era un orario in cui toccava a me scegliere il programma da vedere. A dire la verità non ero io che sceglievo - credo avessimo ancora la televisione in bianco e nero con la manopola per l'audio, quella della sintonia e i bottoni per cambiare canale, anche se c'era poco da cambiare - erano i miei genitori che sceglievano e forse è eufemistico anche usare questo verbo, visto che l'unica scelta era tra accendere e spegnere l'apparecchio; era la Rai che decideva cosa avremmo guardato. Comunque sia, quello era un orario in cui la televisione era in qualche modo dedicata a me, dopo tornava ai miei genitori. Alle otto c'era il telegiornale, che in quei giorni particolari i miei, come tutti gli italiani, guardavano con attonita apprensione: era stato rapito Aldo Moro e il timore che sarebbe stato ucciso era evidente a tutti. Era una sorta di tempo sospeso, in cui si aspettava una notizia che pure non si voleva che arrivasse. Poi c'era il programma della sera, di cui vedevo solo l'inizio prima di andare a letto.
Quel cartone animato - che subito chiamammo Goldrake, dal nome del suo protagonista - era diverso da tutti i cartoni che avevamo visto fino ad allora. Completamente diverso. Non ricordo davvero che impressione mi fece quella sera, ma certamente già nei giorni successivi, quando giocavamo durante la ricreazione con i miei compagni di scuola, divenne normale fingere di attaccarci a colpi di alabarda spaziale.
Certo Goldrake fu anche un fortunato fenomeno commerciale, che venne usato per venderci tanti prodotti, ma credo che ricordiamo ancora quella storia, e le altre che sono seguite in quegli anni, perché finalmente noi avevamo un'epica. Goldrake, Mazinga, Jeeg, erano i nostri Achille e Odisseo.
Il motivo per cui noi abbiamo amato quelle storie - e le ricordiamo con nostalgia - è che erano costruite esattamente con gli stessi elementi della grande epica popolare della Grecia antica. Non fatevi ingannare da quello che sarebbe successo dopo, da quello che vi hanno fatto studiare a scuola: le storie degli eroi, di cui noi conosciamo in forma completa solo l'Iliade e l'Odissea, erano ai tempi degli antichi greci racconti popolari, che gli aedi cantavano nelle piazze, durante le feste, erano storie per il popolo.
E chi le ascoltava sapeva benissimo cosa sarebbe successo, chi sarebbe morto e chi sopravvissuto. Così come noi sapevamo benissimo che Goldrake avrebbe vinto anche quel duello, anche se il suo nemico sembrava invincibile, sembrava il più forte contro cui avesse mai dovuto combattere. Ogni episodio era costruito allo stesso modo, perché l'epica ha bisogno della ripetizione, ma anche nella ripetizione, anche in una serie di episodi che sembrano tutti uguali, succedono delle cose e si sviluppa una storia. La vicenda raccontata in Atlas Ufo Robot, che a noi allora parve lunghissima, durò relativamente poco - sono in tutto 74 episodi - e si conclude con la sconfitta di Vega e il ritorno di Actarus e Maria sul loro pianeta. E così un ciclo si chiude e se ne apre un altro, così come Goldrake era il seguito de Il grande Mazinga e questo a sua volta di Mazinga Z, che invece noi vedemmo in ordine inverso da come era stata concepita la trilogia.
E poi c'è il gusto del fantastico: è lo stesso dell'epica classica. I nemici di Goldrake e in genere i "cattivi" di queste storie sono personaggi a loro modo affascinanti, creature strane, come quelle che incontra Odisseo nel suo lungo viaggio di ritorno a Itaca. E poi i conflitti legati alla paternità e alla patria, ossia al luogo in cui si è nati e per cui si è disposti a morire - anche se Actarus è disposto a morire anche per una patria, la terra, che non è la sua - sono altri temi che questa nostra epica dei robot riprende in pieno da quella degli eroi di Omero.
Manca in quelle prime serie che arrivarono in Italia le pulsioni sessuali che pure erano parte importante dell'epica classica. Non c'erano Elena e Calipso, non c'era Circe, c'erano solo vergini guerriere, tendenzialmente androgine, e probabilmente questo piacque ai funzionari Rai che decisero di trasmettere quei cartoni animati. Ma a placare gli ardori di noi adolescenti sarebbero arrivate altre serie, come L'imbattibile Daitarn 3, non a caso trasmesse sulle nascenti televisioni commerciali. Anche di questo si nutre l'epica.
Ma c'era in quella nostra epica dall'impianto così classico qualcosa che invece era solo nostro. Quei terribili conflitti di robot, quegli incredibili duelli del cielo, si concludevano praticamente sempre con una grande esplosione, raffigurata spesso come un fungo atomico. E non per caso quell'epica è nata nell'unico paese del mondo che aveva visto e subito la distruzione delle armi nucleari. E anche se le storie erano sempre le stesse, e lo stesso era il modo di raccontarle, tutto era cambiato, perché gli uomini erano riusciti a costruire un'arma capace di distruggere l'intero pianeta e la stessa umanità. E niente quindi sarebbe più stato come prima.     

giovedì 5 aprile 2018

Verba volant (507): fallire...

Fallire, v. intr. e tr.

Non so se Lula meriti davvero il carcere, se sia davvero colpevole dei reati per cui è stato condannato. Non conosco i dettagli di quelle vicende e credo sarebbe stupido azzardare un giudizio solo in base alle poche e viziate cose che ci raccontano i mezzi di informazione, che evidentemente non gli sono favorevoli, e ai miei "pregiudizi", visto che sono smaccatamente di parte. Prendo atto della sentenza del Tribunale supremo federale, ma come non ho alcuna fiducia nella magistratura italiana - un potere tra i poteri, che interpreta un proprio ruolo in commedia - ne ho ancora meno in quella brasiliana.
Il problema però non è quello del destino di una sola persona, pur rappresentativa e importante come è Lula, ma di una stagione durata almeno dieci anni all'inizio di questo secolo che ha interessato tutto il continente sudamericano. Durante questo decennio i grandi paesi di questa parte del mondo sono stati governati da donne e uomini della sinistra, anche nelle sue espressioni più radicali, donne e uomini che spesso avevano conosciuto il carcere o comunque erano vissuti in clandestinità nei loro paesi durante le dittature militari sostenute dagli Stati Uniti e finanziate dalle forze del capitale, donne e uomini dichiaratamente socialisti. Quella stagione è finita e soprattutto non ha segnato in quei paesi un vero cambiamento.
So bene che contro questo tentativo è stata scatenata da parte del finanzcapitalismo una guerra selvaggia, che per ferocia non ha nulla da invidiare ai regimi di Videla e di Pinochet, so che contro questi governi democratici sono stati usati in maniera spregiudicata gli organi di informazione: penso ad esempio a come è stata raccontata sui grandi giornali internazionali, quelli che contribuiscono a creare l'opinione pubblica mondiale, la presidente dell'Argentina Cristina Fernández de Kirchner, rappresentata a volte come una strega intrigante, capace di tutto per ottenere il potere, oppure come un'inetta trovatasi per caso in quel ruolo, che gestiva in maniera inadeguata. O ancora il modo in cui è stato rappresentato Hugo Chavez come il solito caudillo interessato unicamente al potere. In Italia poi contro la Kirchner c'è stata anche più ostilità, visto che tra i suoi avversari c'era anche un gesuita che ha fatto una bella carriera e, come noto, ai "sinistri" italiani puoi toccare tutto, ma non questo papa così progressista.
Nello stesso modo spregiudicato sono state usate le istituzioni e la magistratura: in Brasile c'è stato un vero e proprio colpo di stato, parlamentare e giudiziario, per estromettere dalla presidenza Dilma Rousseff e rimpiazzarla con il più malleabile Temer. E così in tutti questi paesi sono andati al potere uomini che, pur non richiamandosi più alla destra conservatrice e ultracattolica dei generali degli anni Settanta e Ottanta, ne hanno ereditato le teorie economiche ultraliberiste. Il "nuovo" presidente del Cile, che ha sostituito Michelle Bachelet, è il fratello del ministro del lavoro e delle miniere di Pinochet, un uomo educato dai Chicago boys nel "verbo" del capitalismo.
Ma anche questa reazione così violenta e sistematica non basta a capire perché il socialismo in America latina ha fallito, se anche in Uruguay la presidenza di Pepe Mujica non ha lasciato tracce evidenti, se non gli insegnamenti di questo grande combattente, che però è stato ridotto, nella vulgata a uso dell'informazione mainstream a una specie di santo pauperista ed ecologista, uno che andrebbe bene anche a Grillo. Mujica invece è un socialista anticapitalista, ma di questo nessuno ovviamente parla.
La sostanziale sconfitta di queste donne e di questi uomini, che hanno avuto - anche per il fatto di aver governato insieme negli stessi anni - la possibilità di cambiare l'America latina, interroga anche noi perché evidentemente c'è qualcosa che non funziona nel modo in cui abbiamo declinato il socialismo tra la fine del Novecento e l'inizio di questo secolo. Quindi non è un problema solo italiano, come ogni tanto qualcuno prova a immaginare, dando ai tristi demiurghi del pd un ruolo che non meritano. Sinceramente, se non c'è riuscito Lula, pensavate ci riuscisse Bersani?
Forse il problema sta proprio nel compromesso socialdemocratico che tutti - tranne Chavez, almeno esplicitamente - hanno accettato. Ossia tutti - e anche Chavez - hanno accettato di governare i loro paesi all'interno di un disegno costruito da altri. Nessuno di loro ha ribaltato il tavolo, ha detto che ci sono leggi politiche a cui il mercato deve piegarsi e adeguarsi, tutti invece hanno cercato un compromesso con il mercato e questo alla fine li ha fagocitati.
Ricordate La piccola bottega degli orrori? C'è il film di Roger Corman del 1960 e il musical dell'86. Il giovane Seymour, commesso in un negozio di fiori, ha una piccola strana pianta che, nonostante tutte le sue cure, sta morendo; accidentalmente scopre che la pianta si nutre di sangue umano e quindi comincia a tagliarsi per farla crescere. Tutto va bene, il negozio, grazie alla pubblicità legata a quella pianta dalle forme bizzarre, non deve più chiudere, Seymour salva la sua amata Audrey dalle grinfie del fidanzato dentista, ma la pianta ha bisogno di sempre più sangue e Seymour è costretto a uccidere. Finché uccide l'antipatico dentista non ci sono problemi, visto che picchiava Audrey, ma la pianta ha sempre più sete e Seymour non riesce più a fermarsi e alla fine la pianta uccide anche Audrey e lui.   
Ho l'impressione che noi abbiamo fatto lo stesso con il capitalismo, lo abbiamo nutrito, quando è cominciato a crescere ne abbiamo tratto dei vantaggi, ci siamo convinti di poterlo controllare, ma alla fine ci ha divorati.
La sconfitta di Lula e di tutto i socialismo dell'America latina è ancora più drammatico perché in quei paesi il finanzcapitalismo spiega la sua potenza in maniera violentissima, le differenze tra i pochi ricchissimi e la stragrande maggioranza dei poverissimi continua a crescere, le grandi compagnie depredano le ricchezze naturali di quelle terre, che sono anche nostre, perché tutto il pianeta ha bisogno della foresta amazzonica e il capitalismo la sta distruggendo. In America latina c'è un bisogno disperato di socialismo.
Fallire significa etimologicamente cadere, essere abbattuti. In America latina stanno abbattendo gli alberi, stanno uccidendo le persone, stanno facendo fallire le nostre speranze.

mercoledì 4 aprile 2018

Verba volant (506): consultare...

Consultare, v. tr.

Nascerà il primo governo della XVIII legislatura? Non so, certamente non in questi giorni, immagino che rimarremo in questa situazione di stallo ancora per un bel po'.
Prima di tutto perché i protagonisti della vita politica italiana - compresi molti dei commentatori e dei giornalisti che la raccontano - continuano a pensare come se il nostro paese fosse una repubblica presidenziale - o semipresidenziale - con una legge elettorale maggioritaria e un sistema bipartitico o bipolare. Invece si tratta di una repubblica parlamentare con una legge elettorale proporzionale e un sistema multipartitico.
Non so se sono in malafede o semplicemente stupidi - preferirei la prima ipotesi, perché i cretini mi fanno sempre una gran paura - ma tutte le dichiarazioni lette in queste settimane su chi avrebbe vinto le elezioni e le richieste, alcune perfino ultimative, di sedere a Palazzo Chigi di questo o di quello non tengono conto di questo semplice ed evidente dato di fatto. E infatti, per paradosso, il solo partito che avrebbe la forza di far nascere un governo, l'unico davvero determinante e quindi, alla fine, il vero vincitore delle elezioni, rappresenta se stesso come lo sconfitto e dichiara che il suo posto è l'opposizione, peraltro senza chiarire a cosa si opporrebbe. So bene che non si può mischiare il vino buono con l'aceto, ma nell'83 il Psi aveva meno deputati - sia in termini assoluti che in percentuale - di quanti ne abbia oggi il pd, eppure il suo segretario divenne presidente del consiglio, il primo socialista a ricoprire quella carica. Certamente il partito più forte della coalizione ebbe in cambio i ministeri più importanti e soprattutto riuscì a imporre la propria agenda politica - e, visti i rapporti di forza, non sarebbe potuto avvenire altrimenti - ma quel risultato ha segnato l'apice per il Psi, pur con tutte le conseguenze negative che ciò ha provocato, che però non furono predeterminate da quella scelta, derivarono da una serie di azioni concrete, di cui purtroppo i dirigenti, a molti livelli, di quel partito, furono colpevoli protagonisti. Questo è il proporzionale in una repubblica parlamentare. Capisco che Di Maio, Salvini e renzi avevano nel 1983 rispettivamente 3, 10 e 8 anni, ma questo non impedisce loro di studiare e poi c'è qualcuno nei loro partiti che quella stagione la ricorda assai bene.
Ma francamente credo che il problema non sia solo questo. In queste quattro settimane, dal 4 marzo, da quando in questo paese non c'è un governo - ovviamente uno formalmente è in carica per "il disbrigo degli affari correnti", come recita il curiale linguaggio del Colle - cosa è cambiato? Cosa è cambiato nelle vite di ciascuno di noi? Non parlo ovviamente di cose belle o brutte che vi possono essere successe in questi trenta giorni, perché naturalmente qualcuno è nato, qualcuno è morto, non dico questi avvenimenti che fortunatamente vanno avanti da soli. E' cambiato qualcosa per il fatto che il governo è dimissionario? No, alcuni di voi hanno continuato ad andare a scuola, qualcuno è dovuto ricorrere alle cure di un ospedale, i dipendenti pubblici hanno continuato a ricevere lo stipendio, i nostri ministri vanno ai vertici europei, abbiamo espulso un paio di presunte spie russe, abbiamo fatto un po' di ammuina con i francesi per la vicenda di Bardonecchia, qualcuno sta scrivendo il prossimo bilancio. Nulla di serio. Eppure il governo è dimissionario, sfiduciato politicamente visto che il partito che l'ha fatto nascere ha perso così tanti voti. Ma c'è una qualche differenza con quello che succedeva a gennaio? O a novembre? O ancora prima? Non sarà che alla fine un governo, un qualsiasi governo, non conta nulla - o conta molto poco - e tutto questo affannarsi che impegna tutti loro - e anche noi, che commentiamo e ci appassioniamo - sia sostanzialmente inutile?
Ovviamente non credo che viviamo in un regime di anarchia - anche se mi convinco che sarebbe forse auspicabile - penso semplicemente che viviamo in un tempo infelice, in cui la politica ha sempre meno peso. Eppure ce lo ricordiamo ancora il tempo in cui c'era la politica, alcuni di noi con una qualche nostalgia. Semplicemente i luoghi dove vengono prese le decisioni non sono i governi nazionali né tanto meno i parlamenti. Non c'è l'anarchia, perché noi siamo sottoposti a un governo, anzi lo siamo in maniera molto rigida, abbiamo sempre meno libertà, ma questo governo non è stato scelto da noi e soprattutto non abbiamo alcun strumento democratico per sfiduciarlo. Certo possiamo scegliere ogni quattro anni - o giù lì - il capocondominio, quello a cui sono delegate alcune scelte di poco conto, ma le decisioni vere, quelle che hanno un impatto nelle nostre vite, vengono prese altrove. Le decisioni di smantellare progressivamente la scuola e la sanità pubblica, di privatizzare i più importanti beni comuni, di rendere il lavoro più precario, più insicuro - sotto tutti i punti di vista - e soprattutto meno pagato, hanno cambiato la vita di tutti noi, e continueranno a cambiarla. Non c'è un governo che abbia esplicitamente presentato questo programma, semplicemente chi poteva ha cominciato a farlo, prima provando a convincerci che queste scelte erano fatte per far crescere il paese, per investire sul futuro, e poi, quando siamo diventati più deboli e più sottomessi, hanno continuato a farlo senza spiegazioni e senza tanti infingimenti. Ovviamente guadagnandoci, loro.
Per questo potere così dispotico, così violento, che ci sia questo governo dimissionario è un vantaggio, perché paradossalmente un governo che non risponde al parlamento è ancora più forte. Il governo Gentiloni non può essere sfiduciato, non può essere mandato a casa e quindi gli si può far fare di tutto. E soprattutto andare avanti senza governo convincerà sempre di più i cittadini che la politica non è necessaria, anzi che è dannosa. E poi se i politici sono questi, che non sanno fare una o con il bicchiere. In fondo senza un governo si sta anche meglio: perché dovremmo affannarci ad averne uno? Tanto ci pensano loro a noi; e poi un governo ruba, mentre loro sono "virtuosi".
Questa posizione di attesa potrebbe andare avanti ancora parecchie settimane, perché chi comanda davvero non ha interesse che questa crisi venga risolta. E magari, tra un po', quando sarà proprio inevitabile trovare un governo, vedrete che salterà fuori l'ipotesi di un "governo di tutti", che alla fine è come dire un governo di nessuno, perché un esecutivo del genere sarà composto dai soliti tecnici, quelli buoni per tutte le stagioni, quelli in servizio permanete effettivo del finanzcapitalismo. Lo abbiamo già visto e lo rivedremo, purtroppo.
Consultatevi pure, tanto sappiamo che non contate un cazzo.
E non disturbatevi a consultarci: abbiamo cose più serie da fare.

lunedì 2 aprile 2018

Verba volant (505): inferno...

Inferno, sost. m.

Esiste l'inferno? Grazie alla scienza possiamo dire che certamente non esiste quel vasto regno sotterraneo, con i suoi fiumi e le sue fonti, di cui ci parla Omero, a cui si poteva accedere da un ingresso misterioso nel paese dei Cimmeri, nella regione del Caucaso. E, con lo stesso rigore, possiamo escludere che esista sotto Gerusalemme un grande pozzo dalla forma a imbuto, digradante fino al centro della terra, di cui pure Dante Alighieri ci ha descritto con dovizia di particolari la topografia.
Anche se la scienza non può darci la stessa incontrovertibile certezza che non esista nessun altro tipo di inferno, personalmente non credo ci sia un luogo del genere, semplicemente perché non esiste un'anima destinata a sopravvivere alla nostra morte. In polvere ritorneremo e l'unica possibilità, per quanto effimera, di resistere dopo la morte è legata alla memoria delle persone che ci hanno voluto bene e alle cose, buone o cattive, che abbiamo fatto; ma anche tutto questo è destinato a scomparire.
Eppure l'inferno esiste. L'inferno sono le fabbriche della Cina in cui vengono costruiti i nostri telefoni, dove lavorano e vivono migliaia di persone, spesso per molti anni, a volte fino alla morte, in cui i lavoratori finiscono per diventare gli ingranaggi, facilmente intercambiabili, di una macchina sempre più complessa. L'inferno sono le case dove le donne sono violate e picchiate dai loro mariti, dai loro padri, dai loro fratelli, fino a essere annullate come persone. L'inferno sono le periferie di tante città in cui i corpi delle bambine e dei bambini diventano merce per ogni genere di traffico. L'inferno sono le ingiustizie, i soprusi, le torture, di cui il potere si serve per tenersi in piedi. L'inferno è Gaza, in quella terra dove comincia il racconto di Dante, la cui terra poverissima è contesa in nome di valori ipocriti e mendaci ed è teatro di uno scontro le cui vittime sono sempre i più deboli. L'inferno sono i consigli di amministrazione delle multinazionali e delle banche che considerano le donne e gli uomini come numeri su un grafico, come statistiche, come oggetti da vendere e da comprare, L'inferno sono le barche dei migranti che nel Mediterraneo ripercorrono le rotte di Odisseo e che, come lui, sono in balia di forze che non possono controllare, ma che alla fine sono destinati a soccombere e sono condannati all'oblio. L'inferno sono le miniere dell'Africa, gli enormi depositi di rifiuti dell'India, i latifondi dell'America latina strappati alle foreste e inquinati dai prodotti della Monsanto, le dighe che sommergono ettari di terreni in tutto il mondo, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di famiglie.
L'inferno è questa terra e lo sapevano bene anche Omero e Dante che, pur credendo - forse - all'inferno che stavano descrivendo, quando dovevano raccontare cosa c'era dentro, narravano le guerre, le viltà, le ipocrisie, le ingiustizie, quello che gli uomini facevano agli altri uomini.
Non credere all'inferno di Omero e di Dante, all'inferno che ci raccontano i preti di tutte le religioni, credere solo all'inferno in cui viviamo, ci offre però un vantaggio. Ci spinge a combatterlo, a provare a cambiarlo, a rendere questo mondo un po' meno crudele e violento di come lo abbiamo trovato. Per lo più non ci riusciamo, quando non contribuiamo noi stessi a costruire questo inferno - succede anche questo - ma almeno ci offre un obiettivo per cui vale la pena vivere.