venerdì 20 luglio 2018

Verba volant (550): capello...

Capello, sost. m.

Due gemelle. Una delle due ha un problema: deve studiare per un esame, ma il suo capo le ha chiesto di partecipare a un evento. E così chiede aiuto alla sorella. Questa la vorrebbe aiutare, ma c'è un problema: sono davvero identiche, possono anche scambiarsi i vestiti, ma i suoi capelli non sono così lisci come quelli della gemella. Quando tutto sembra perduto, ecco la soluzione: lo shampoo che rende lisci e setosi i capelli più crespi. La storia ha un lieto fine: lo scambio delle gemelle riesce e da quel momento entrambe useranno sempre quello shampoo così efficace per i loro capelli.
Immagino che abbiate visto anche voi questa réclame. Uno spot innocuo - anche piuttosto stupido, a essere sinceri - il solito tentativo di convincerci a comprare uno shampoo. Come spesso succede, le cose più stupide sono quelle più pericolose: è una delle pubblicità più violentemente sessiste che passano in televisione. Non sappiamo nulla di quelle due ragazze, solo che una studia e lavora. Brava. Ma evidentemente fa un lavoro in cui parlare è assolutamente superfluo.
Lo scambio dei gemelli è un espediente letterario che è stato sviluppato molte volte nella letteratura e nel cinema - da Plauto a Goldoni, da Shakespeare a Pirandello - e comunque l'effetto è sempre legato al momento in cui il gemello che finge di essere l'altro apre bocca. E infatti il primo problema della gemella avrebbe dovuto essere: "cosa succederà quando dovrò parlare? cosa dovrò rispondere quando mi chiederanno qualcosa? come farò a riconoscere le persone che ti conoscono?". No, nessun problema, perché sua sorella fa un lavoro, qualunque esso sia, in cui parlare è assolutamente inutile, basta esserci, basta essere bella, ben vestita, ben truccata, con i capelli a posto, possibilmente lisci e setosi. A parlare ci penserà evidentemente il suo capo, un maschio ovviamente. E la situazione non cambierà neppure quando avrà completato i suoi faticosi studi, qualunque siano: continuerà a essere giudicata per come appare, non per quello che dice. Le due gemelle potranno continuare a sostituirsi nei loro posti di lavoro, e nessuno se ne accorgerà. L'importante è che usino sempre lo stesso shampoo.
Il problema non sono soltanto le sentenze sessiste o le discriminazioni nei luoghi di lavoro o le violenze nelle famiglie, ma il fatto che i giudici, quelli che devono fare le assunzioni, i padri di famiglia sono cresciuti vedendo pubblicità come queste. E che i nostri figli stanno crescendo vedendo pubblicità come queste. E anche le nostre figlie, che ho paura si stiano ormai convincendo che è meglio se stanno zitte. No, care ragazze, potete e dovete parlare, perché ciascuna di voi è diversa e ha il diritto di essere ascoltata. Anzi è un vostro dovere parlare, perché questa società ha bisogno non dei vostri capelli, ma delle vostre idee.

mercoledì 18 luglio 2018

Verba volant (549): altro...

Altro, pron. m.

A leggere i giornali, ad ascoltare quelli che alimentano le notizie, parrebbe che il maggior problema di questo paese sia la gestione delle donne e degli uomini che arrivano da altri paesi. Nel 2017 si è trattato di 119.247 persone, certo un numero rilevante, ma comunque di poco inferiore allo 0,2% dell'intera popolazione italiana, più o meno una città come Forlì. Dall'inizio del 2018 sono stati meno di 15mila.
Non voglio affatto minimizzare il problema, anzi, io credo che questo sarà il tema che caratterizzerà la storia mondiale dei prossimi decenni, perché molti fattori, di carattere demografico, ambientale, economico, socio-culturale, spingeranno una massa incalcolabile di donne e di uomini a emigrare dalle loro terre per cercarne delle altre. E questo fenomeno - di proporzioni ben maggiori di quello che ha interessato l'Europa tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento, quando ci fu la grande emigrazione che portò milioni di donne e uomini europei nelle terre "vuote" delle Americhe - è destinato a sconvolgere in maniera radicale il nostro pianeta, per moltissimo tempo.
Ma in Italia - come nel resto dell'Europa e negli Stati Uniti - non stiamo affatto parlando di questo fenomeno, non stiamo cercando di capire come sarà tra un secolo il nostro paese, sotto la spinta di alcune generazioni di emigranti con un tasso di natalità decisamente superiore a quello delle popolazioni autoctone. Noi parliamo sempre d'altro.
Chiaramente sarà loro il futuro, io - come molti di voi - non lo vedrò e non lo so neppure immaginare, potrebbe perfino succedere che questi "nuovi" siano destinati a cambiare il mondo, in meglio, anche nei rapporti economici e sociali: forse faranno loro la rivoluzione che noi non abbiamo la volontà e la forza di fare. E quando succederà - magari in seguito a una catastrofe ambientale - che un intero popolo, non un centinaio di uomini stipati su una barca, deciderà di venire a stabilirsi in queste terre che noi continuiamo a definire nostre, non ci sarà evidentemente nulla da fare, non sarà questione di costruire un muro, o di chiudere i porti, o di gestire nuovi centri di accoglienza: semplicemente loro arriveranno e prenderanno il nostro posto, anche perché noi saremo morti o sempre più vecchi.
Capisco che per molti questa sia una prospettiva terribile, una sorta di apocalisse, personalmente non ho così paura, perché, per ragioni squisitamente anagrafiche, mia moglie e io non ci saremo e soprattutto perché penso che questa società sia così marcia che energie nuove e diverse non possano che farle bene. Ma - ripeto - non è qualcosa su cui io o voi - o Salvini - possiamo mettere becco.
Anche se non possiamo farci nulla, credo però che non sarebbe inutile cominciare a parlarne davvero, smettendo una buona volta di discutere di quello di cui vogliano farci discutere, per distrarci. Dovremmo aprire un grande dibattito politico e culturale per provare a immaginare cosa succederà. Personalmente - provo a dare un modesto e non richiesto contributo - credo dovremmo impegnarci come non mai a preservare quello che di grandissimo la nostra civiltà ha creato nei secoli, in modo da consegnarlo nel modo migliore ai nuovi che arriveranno, affinché serva a loro non tanto a capire chi eravamo noi, ma per imparare quello che noi colpevolmente abbiamo dimenticato. Ai nuovi che arriveranno dovremo consegnare le nostre biblioteche, i nostri musei, le nostre città, ma anche le nostre tradizioni, il nostro territorio e il nostro paesaggio, affinché siano per loro motivo di progresso, affinché possano crescere leggendo i versi di Dante e guardando gli affreschi di Michelangelo, ascoltando le musiche di Verdi e gustando le decine di paste ripiene che le nostre nonne ci hanno insegnato a fare, così uguali e così diverse, in ogni angolo di questo paese.
E invece noi stiamo qui a discutere giorni interi - ormai ho perso il conto - se e quando qualche centinaio di persone debbano sbarcare da una nave, quanti debbano andare in Francia e in Germania, dove costruire nuovi centri di accoglienza. Pare che questo sia l'unico tema che affronta il nuovo governo, l'unico tema su cui i nostri politici abbiano qualcosa da dire. E su questi temi non fondamentali ci accapigliamo, anche con le migliori intenzioni. So bene che il Talmud dice che "chi salva una vita salva il mondo intero" e quindi la battaglia affinché quei pochi siano salvati è degna di essere combattuta, fosse anche l'ultima cosa che faremo. Ma vi chiedo allo stesso tempo di non farci distrarre. Non è questo il tema, neppure se alla fine riuscissimo a vincere, riuscissimo a convincere i nostri riottosi concittadini ad aprire le porte a quei poveri cristi che continueranno a sbarcare. E' ora di cominciare a parlare d'altro.

lunedì 16 luglio 2018

Verba volant (548): sedile...

Sedile, sost. m.

Una giovane donna e un giovane uomo che non si conoscono sono seduti vicini nell'aereo che li porta da New York a Dallas. Non avrebbero dovuto sedere accanto, ma la donna a cui era stato assegnato il sedile accanto al giovane sconosciuto ha chiesto di cambiare il proprio posto con la ragazza, che invece sedeva accanto al suo compagno. Quindi una coppia si è ricostituita e una nuova è nata. I due sconosciuti, complice anche la casualità di quell'incontro, cominciano a parlare, probabilmente si piacciono, forse immaginano una storia che potrebbe durare le due ore e mezza di quel viaggio o magari tutta la vita.
La donna che ha involontariamente propiziato quell'incontro, seduta dietro di loro, li ascolta e li osserva. Una ficcanaso, penserete. Forse, ma è anche una che ha l'ambizione di scrivere storie e in quel volo, tra quei due sedili così vicini, c'è oggettivamente una storia da raccontare. Se questo episodio fosse successo dieci anni fa, la donna sarebbe tornata a casa, ci avrebbe scritto un racconto o una sceneggiatura, sforzandosi di immaginare un lieto fine o un dramma o quello di cui sarebbe stata capace. Fosse stata brava e fortunata, quella storia, una volta pubblicata o trasformata in un film, poteva essere letta o vista da molte persone e forse anche dalle due che ne erano protagoniste, che forse si sarebbero divertite a vedere come qualcun altro aveva raccontato la loro vita futura. E chissà se la loro vera vita sarebbe stata migliore o peggiore di quella letteraria o cinematografica.
Invece questa storia non è successa dieci anni fa, ma lo scorso 3 luglio e la "scrittrice" in questione non ha fatto altro per tutto il viaggio che osservare i due giovani seduti davanti a lei e inondare la rete di messaggi e foto su Twitter e Instagram: non ha avuto bisogno di fantasia, ma solo di una batteria carica e di molti giga, ossia di cose che, a differenza della capacità di scrivere, si possono comprare al mercato.
Inaspettatamente quei cinguettii e quelle foto - compresa una dei due gomiti che si toccano, inevitabilmente vista la scarsa distanza di quei due sedili - hanno avuto un immediato successo: mentre l'aereo compiva il suo viaggio, persone in tutto il paese rilanciavano e condividevano quella storia che stava avvenendo sopra le loro teste. Funziona così il mondo dei social, è inutile scandalizzarsi, vive dell'immediatezza e nell'immediatezza può raggiungere un numero incredibile di persone. Al successo ha contribuito Monica Lewinsky, che ha diffuso quelle immagini in una cerchia vastissima, dal momento che è una persona molto famosa e seguita; anche di questo non dobbiamo scandalizzarci, è un segno dei tempi, con cui dobbiamo imparare a convivere.
Questa immediata attenzione morbosa ha avuto però delle conseguenze, perché ben presto i due protagonisti della storia sono stati riconosciuti, ma a questo punto la storia, che solo loro avrebbero potuto vivere e qualcun altro avrebbe potuto scrivere, era già diventata un'altra cosa, molto meno poetica. Il giovane uomo, uno sportivo professionista poco conosciuto, ha capito che quell'attenzione gli sarebbe stata utile e l'ha cavalcata nei giorni successivi, prima che qualcos'altro allontanasse i riflettori da lui, mentre la giovane donna ha dovuto cancellare i suoi profili social. Perché purtroppo quando in uno scandalo, seppur lieve come questo, sono coinvolti una donna e un uomo, lui si salva sempre, mentre lei è sempre quella che deve pagare. Di questo dovremmo scandalizzarci, ma non facciamo nulla per cambiare le cose. E infatti Bill Clinton continua a essere un superpagato conferenziere, mentre Monica Lewinsky si deve arrabattare tra un'ospitata e l'altra, nel sottobosco della notorietà voyeurista in cui siamo immersi.
Naturalmente anche la "scrittrice" ha provato a incassare il prima possibile l'inattesa notorietà, mentre i suoi profili diventavano sempre più seguiti, consapevole che doveva battere il ferro finché era caldo. Credo abbia ottenuto un lavoro grazie a quelle foto e almeno si è vista rimborsare i molti soldi spesi per la connessione, perché il suo gestore l'ha voluta premiare di quella pubblicità. Perché questo alla fine è quello che conta davvero, che tutti noi passiamo la vita a riprendere, fotografare, condividere quello che che facciamo, facendolo conoscere al mondo, consumando inutilmente spazio nella rete che qualcuno ci fa pagare.
Questa storia si porta dietro alcune domande. E' lecito essere curiosi delle vite degli altri? Possiamo anche rispondere no, ma saremmo consapevoli che si tratta di una risposta ipocrita. Noi tutti osserviamo le vite degli altri, più o meno volontariamente, più o meno morbosamente: in fondo la letteratura e il cinema fanno esattamente questa cosa, ci fanno vivere le vite che avremmo voluto vivere o ci mostrano quelle che non avremmo voluto vivere. Magari per farci apprezzare di più la vita che viviamo. E' lecito raccontare le vite degli altri? No, e stavolta la risposta non è ipocrita, non solo perché "ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è puramente casuale", ma perché nessuno di noi vuole che le proprie vite siano davvero raccontate. E infatti il genere letterario con il più alto tasso di menzogna è l'autobiografia. E tanto più le nostre vite non devono essere messe dagli altri in rete. Già ciascuno di noi metta in bella mostra la propria vita sui social, anche quello che sarebbe meglio non mostrare, e sarebbe necessario riflettere prima di aggiungere foto, commenti, apprezzamenti, prima di mostrare il lato peggiore di noi. Dalla nostra stupidità non possiamo difenderci, ma dovremmo avere gli strumenti di farlo dalla morbosità e dalla cattiveria degli altri. Non è lecito usare le vite degli altri per avere più like nei propri profili o per trovare lavoro o per far guadagnare una società telefonica. Quelle due persone sono state sfruttate, a un certo punto almeno una di loro è stata contenta di farsi sfruttare, ma questo non rende meno grave quell'azione.
Confido che di questa piccola storia - come è giusto che sia - tra un po' non si parlerà più. I like sono diminuiti rapidamente, così come erano aumentati, e tra qualche giorno, quando vi sarete dimenticati anche di questa definizione che ora state leggendo, quella giovane donna potrà tornare alla propria vita, magari sperando di incontrare la propria anima gemella su un volo tra New York e Dallas. Questa storia sarà per lei un ricordo, spero non troppo brutto.
Probabilmente la vera vittima di questa vicenda è la voglia di raccontare una storia. Di fronte a una bella storia quella donna seduta nel sedile di un aereo aveva di fronte due scelte: mettere in moto la propria fantasia e immaginare i tanti possibili esiti, le conseguenze, le gioie, i dolori, oppure smettere di pensare, accendere il suo telefono ed essere il passivo registratore del reality in cui siamo immersi ogni giorno e che qualcuno scambia per letteratura e per cinema, ma in cui non c'è alcuno sforzo, alcun tentativo di provare a capire cosa sia la vita che viviamo. Quella donna ha più o meno consapevolmente voluto evitare la fatica di scrivere, perché scrivere è anche fatica, è un lavoro, che richiede impegno e dedizione e ha preferito la strada più semplice. Quella donna soprattutto ha rinunciato a pensare: ha fatto la scelta più ovvia in questi tempi infelici e proprio il fatto che sia la più ovvia, quella che sembrava normale prendere, ci dice quanto in basso siamo arrivati.

venerdì 13 luglio 2018

Verba volant (547): ricco...

Ricco, agg. m.

Non mi appassiona il dibattito estivo sui radical chic - che tendenzialmente mi sono sempre stati antipatici - ma vorrei porre a voi, ponendola a me stesso, una domanda: un ricco può essere davvero comunista?
La domanda credo sia meno banale di quanto possa sembrare all'inizio - anche a me era sembrata tale, lo confesso - ma forse così banale non è, visto che non sono riuscito a darmi una risposta del tutto convincente. Se rispondo in maniera istintiva, allora la risposta è certamente no, un ricco non può essere un comunista, è uno che si trova dall'altra parte della barricata nella guerra di classe. E poi la parola ricco deriva dall'antico tedesco - qualcosa vorrà dire - e ha la stessa radice che ritroviamo in reich, quindi il ricco è per definizione etimologica il re, il potente. E il re non può essere comunista.
Ma quando ci rifletto un po' di più, quella domanda mi svela una contraddizione nella quale tanti di noi vivono. Perché se ne porta dietro un'altra: io sono ricco? So che esiste una soglia di povertà: ossia lo stato stabilisce un reddito sotto il quale una persona è considerata ufficialmente povera, con tutto quello che questo comporta. E allo stesso modo esiste una soglia di ricchezza, un limite, superato il quale, devi essere considerato ricco? Ovviamente no, ciascuno di noi deve valutare soggettivamente se si considera ricco.
Io sono un impiegato comunale di categoria c, mia moglie lavora in un caf, non abbiamo figli, abbiamo la casa di proprietà su cui paghiamo un mutuo, abbiamo un'auto e qualche risparmio. Per esperienza familiare e personale, so cosa significa dovere fare delle rinunce, anche se ho la fortuna di non essere mai stato davvero povero, ricordo quando dovevamo guardare continuamente cosa avevamo in tasca e in base a quello decidere cosa fare e soprattutto non fare. Adesso oggettivamente non è così. Per natura ed educazione ricevuta, Zaira ed io non siamo persone che spendono molto - anzi mia moglie dice che io sono un po' tirchio e quando andiamo a fare la spesa spesso brontolo, anche quando non c'è davvero motivo, ma per stare nel personaggio - ma possiamo andare in vacanza, comprarci un paio di scarpe belle, andare a cena fuori, senza fare troppa attenzione. Siamo fortunati e io credo sinceramente di avere abbastanza, il che mi sembra già un gran risultato e quindi mi sento di aver superato la fatidica, per quanto soggettiva, soglia di ricchezza.
Eppure credo anche, in tutta onestà, di essere comunista. Credo che la ricchezza debba essere redistribuita, penso che sia giusto che io paghi più tasse per finanziare quei servizi che devono andare a vantaggio di tutti, specialmente di quelli che hanno meno di quello che ho io, penso - come recitava la Clausola IV della Statuto del Labour - che gli obiettivi da raggiungere per avere una società finalmente giusta siano la "proprietà comune dei mezzi di produzione, distribuzione e scambio" e "il controllo da parte del popolo di ogni industria e servizio". Ma intanto vivo in questo mondo dominato dal capitalismo, e devo venire ogni giorno a patti con un regime che vorrei abolire: ho un conto in banca, faccio la spesa al supermercato, acquisto i prodotti elettronici delle grandi multinazionali e così via. Adotto qualche forma minima di resistenza: non pago più Bill Gates, ma uso un sistema operativo open source, cerco di fare attenzione ai miei acquisti, per lo più ignoro le pubblicità. Si tratta però di piccole azioni, che non cambiano la sostanza, se sei ricco - anche nella forma in cui io mi considero ricco - devi accettare tutti i giorni di fare compromessi con il capitale e credo che questo ti renda un po' meno comunista.
Zaira e io in queste settimane abbiamo cominciato a guardare in televisione la serie The Americans, che racconta la vita di due spie dell'Unione sovietica negli Stati Uniti di Reagan. Elizabeth e Philip vivono come due normali cittadini americani, hanno un lavoro, una casa, hanno un tenore di vita che non si sarebbero immaginati vivendo nel loro paese; uno dei temi forti della serie è proprio il contrasto tra essere due agenti comunisti, fedeli al partito e all'ideologia - tanto da essere disposti a morire in nome del comunismo - e vivere, anche piuttosto bene, nel sistema che combattono. Io ovviamente non devo fingere di essere felice di vivere nel regime capitalista; mi ci sono adattato, anche in maniera piuttosto soddisfacente, e posso scrivere che questo sistema è profondamente ingiusto, che è violento, che occorre fare di tutto per abbatterlo. Ma la contraddizione rimane ed è qualcosa con cui devo convivere. Come credo succeda a quelli di voi che condividono questa situazione.
Un ricco può essere comunista? No. Ma forse un comunista può essere ricco, o meglio può essere soddisfatto di quello che ha, quando lo ha guadagnato in maniera onesta, lavorando e non sfruttando gli altri. Non credo sia poco.

mercoledì 11 luglio 2018

Verba volant (546): cartone...

Cartone, sost. m.

Venerdì sera a casa da solo: Zaira è andata a cena con le sue colleghe. C'è il mondiale: siamo già ai quarti di finale e non ho ancora visto una partita tutta intera. Tra poco comincerà Brasile-Belgio; spero sia un bell'incontro e decido di tifare Belgio, perché immagino che perderà. E' la sindrome di Ettore. Non ho voglia di cucinare solo per me e soprattutto non ho voglia di lavare i piatti. Scendo dal kebabbaro sotto casa: ci sono pizzerie migliori a Salsomaggiore, decisamente migliori, anche vicine a casa nostra, ma voglio far presto e spendere poco, e voglio uscire vestito come sono in casa. Prendo la pizza, me la faccio tagliare a spicchi, prendo anche una bottiglietta di birra di una nota marca olandese, molto mainstream - spendo in tutto 7 euro e cinquanta - e sono a casa per gli inni. Visto che ormai siamo tutti social faccio una foto, peraltro venuta non molto bene, dove riesco a mostrare la pizza nel suo cartone, la birra e il televisore acceso. Mangio la pizza rigorosamente dal cartone, senza posate, bevo la birra dalla bottiglietta e guardo la partita, in cui inaspettatamente la squadra per cui faccio il tifo passa in vantaggio. E vince.
So che a voi non importa nulla di come io abbia trascorso un caldo venerdì sera di luglio, ma aspettate: in questo raccontino c'è anche la morale. Sotto la foto, insieme a qualche like e ai graditi saluti di alcuni amici, arrivano le critiche. Mi aspettavo a dire il vero qualche presa in giro, visto che a me piace cucinare e quindi mi vanto su "faccialibro" di piatti che mi sono venuti bene, almeno in foto. Invece i commenti hanno altro tenore: la pizza non si deve mangiare nel cartone, perché dà un cattivo sapore al cibo, meglio una vera pizza napoletana, meglio una birra artigianale, o in subordine una birra di una nota marca della Sardegna, peraltro di proprietà di quella stessa azienda olandese così mainstream. Ecco venerdì sera ho avuto la conferma di quello che diceva Lenin: lo slowfoodismo è una malattia infantile del comunismo.
Io credo di riconoscere la differenza tra una buona birra artigianale e una normale birra prodotta in maniera industriale e anche tra una pizza preparata con ingredienti di qualità e una con prodotti non di prima scelta. E naturalmente so che devono avere prezzi diversi, perché per preparare una buona pizza o una birra artigianale serve molto lavoro e il lavoro deve essere pagato. Poi noi non siamo sempre disposti a pagare un prezzo alto per quello che mangiamo o beviamo, molto spesso non possiamo permettercelo e a volte qualcuno che se lo può permettere non ne capisce neppure la differenza.
So che per molto tempo abbiamo creduto fosse una battaglia di sinistra valorizzare i prodotti di fascia alta, ma forse è anche per questo che abbiamo perso, che siamo diventati un'altra cosa, che abbiamo smesso di capire quelli che mangiano la pizza nel cartone e bevono birre mainstream. Perché le persone normali, le persone che noi dovremmo difendere, sono costrette a fare le loro scelte solo in base al costo e a chi si trova in queste condizioni non possiamo proporre sempre il biologico, il naturale, il km 0, ossia tutto quello che è decisamente migliore, ma anche quello che costa di più - perché deve costare di più - e quindi quello che loro non si possono permettere. Inseguendo il cibo di qualità, ci siamo dimenticati che la maggior parte di noi mangia ogni giorno cose di scarsa o scarsissima qualità.
Allora dovremmo fare una battaglia politica affinché quello che costa ragionevolmente poco sia anche di qualità accettabile, o che comunque nell'industria alimentare i risparmi non siano solo a danno della qualità delle materie prime o degli stipendi dei lavoratori. Possiamo fare tutte le battaglie per sostenere i piccoli produttori, i negozi sotto casa, l'alimentazione di qualità, ma dobbiamo soprattutto lottare perché la qualità sia appannaggio di tutti.
Io posso permettermi una pizza migliore e una birra artigianale - anche se sto in casa in canottiera a guardare la partita - posso permettermi di andare a fare spesa dagli agricoltori del mio territorio, posso preferire i negozi di vicinato, ma sono un privilegiato, anche se non ho un rolex. A me interessa di più che molte famiglie non siano costrette a fare sempre la spesa in un hard discount dove i lavoratori sono pagati poco - questo purtroppo succede non solo lì, ma anche in supermercati dove i prodotti costano di più e quindi i padroni hanno maggiori ricavi - e dove i prodotti costano poco perché sono scadenti.
Ricordate che il vecchio Marx diceva quella cosa sul pane e le rose? Forse noi ci siamo fissati un po' troppo sulle nostre rose e ci siamo scordati che a molti nostri fratelli manca il pane. E ci siamo dimenticati che quel pane deve costare poco e deve essere di buona qualità. E che chi fa il pane per noi deve essere pagato in maniera equa per il suo lavoro. Poi verranno anche le rose e il pane fatto con farine biologiche macinate a pietra e lievito madre.

lunedì 9 luglio 2018

Verba volant (545): cinematografo...

Cinematografo, sost. m.

Credo che in tutta onestà dobbiamo riconoscere che Carlo Vanzina è stato un uomo sfortunato. Come è successo a tanti, ha scelto per sé - o forse la vita ha scelto per lui - di fare l'artigiano, come suo padre. E probabilmente era bravo a fare quel mestiere almeno quanto lo era stato suo padre e forse anche di più, perché aveva avuto l'opportunità di veder lavorare, oltre a suo padre, tanti altri bravissimi artigiani, di carpire da loro i segreti del mestiere. Ma il lavoro di un bravo falegname si misura anche con la qualità del materiale che ha a disposizione: per quanto sia bravo, se il legno che deve usare è scadente, quel mobile durerà poco. Certo un bravo falegname è capace di nascondere i difetti del legno, sa realizzare il meglio possibile con quello che ha, ma non può fare miracoli. A Steno era capitato Totò, a suo figlio Massimo Boldi e Jerry Calà e ha fatto quello che ha potuto.
Carlo Vanzina ha dovuto raccontare un'Italia che faceva schifo, ma che, non essendone consapevole, si voleva far bella di quella schifezza: inevitabilmente i suoi film sono quello che sono.
Certo Vanzina è anche colpevole, perché quello che fa il cinematografo, a differenza del falegname, non è solo un artigiano, è anche un operatore culturale, è uno che contribuisce a plasmare l'immaginario, a creare la cultura di un tempo. E i film di Carlo Vanzina sono stati a un tempo l'effetto e la causa: i film di Vanzina erano quello che erano perché l'Italia faceva schifo e l'Italia faceva schifo, anche perché i film di Vanzina - anche se non solo i suoi - la rendevano così.
L'Italia che raccontava Steno non era meno volgare di quella che descriveva suo figlio, ma le convenienze - e anche la vecchia e cara censura democristiana - imponevano che quella volgarità non fosse rappresentata. Quando i "soliti ignoti", così fieramente popolari e popolani, dopo una notte di duro "lavoro", scoprono che al di là del muro abbattuto non c'è il monte di pietà, pensate che non abbiano bestemmiato tutti i santi del paradiso? Ma nel film quelle imprecazioni non ci sono. In quei film ci sono attrici che sono più belle che brave, come capita sovente anche nei film di Vanzina. Ma siccome allora il massimo che si poteva vedere era una spalla o una coscia - e per un qualche fotogramma - anche quelle attrici meno bravi dovevano essere capaci di sfoderare la loro capacità di seduzione. Vanzina poteva spogliare le sue attrici, a cui non si richiedeva che di essere bellissime.
Poi capita di essere indulgenti quando si guardano i primi film di Carlo Vanzina. Certo gioca la sua parte anche la nostalgia, il ricordo di quando eravamo ragazzi, ma a volte dobbiamo ammettere che non erano poi così brutti, perché li confrontiamo con quelli di oggi. L'Italia di Sapore di mare e Vacanze di Natale ci rischia di apparire meno volgare e violenta di quella di oggi, per quanto facesse già abbastanza schifo. Anche nell'Italia raccontata dagli artigiani della generazione del padre di Carlo c'erano molti problemi, era un paese bigotto, maschilista, violento, ignorante, ma quei film dovevano anche offrire una qualche speranza, perché il cinema, anche quello di intrattenimento, voleva raccontare un paese che stava crescendo, seppur a fatica, con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, verso cui quegli autori non erano certamente indulgenti. E insieme ai tantissimi artigiani, c'erano anche degli artisti, a volte quegli stessi artigiani erano artisti.
Vanzina è stato sfortunato anche perché si è trovato in un'Italia in cui gli artisti non c'erano più e in cui anche gli artigiani erano sempre meno considerati, perché per fare un mobile non serve perder tempo con un falegname, basta realizzare una struttura in serie, che costi poco e che sia di scarsa qualità, in modo che si rompa il prima possibile e che sia presto da sostituire. Gli artigiani perdono troppo tempo: cosa ci vuole a fare un film? un bel culo, un paio di rutti, parecchie volgarità e sei a posto. L'Italia di oggi fa più schifo di quella raccontata da Vanzina e ormai non serve neppure più raccontarla in un film, scriverci sopra una sceneggiatura: è tutto un reality, basta accendere la macchina da presa e comincia lo spettacolo. Non sai fare nulla, ma proprio nulla: sei perfetto. A noi non toccherà di rimpiangere Totò e Pasolini, temo finiremo per rimpiangere Boldi e Vanzina.   

venerdì 6 luglio 2018

Verba volant (544): quaranta...

Quaranta, agg. num.

Daniele è nato nella primavera del 1978, nei giorni del rapimento di Aldo Moro. I suoi genitori erano operai e votavano entrambi per il Pci; non erano iscritti al partito, non erano militanti, ma sapevano che quella era la loro parte. Daniele ha fatto le superiori, ha partecipato a qualche manifestazione degli studenti medi a metà degli anni Novanta, perché ci andavano i suoi compagni e perché gli stava antipatico Berlusconi, che intanto aveva vinto le elezioni. Daniele ha votato per la prima volta alle politiche del 1996 e ha votato, in maniera piuttosto naturale, senza pensarci troppo, per l'Ulivo, perché era contro Berlusconi. Daniele oggi lavora, si è sposato, ha una figlia. Per chi ha votato Daniele ventidue anni dopo? Non lo so. Non sono sicuro neppure che ci sia andato.
Daniele non esiste ovviamente, o almeno io non lo conosco personalmente, ma come lui ce ne sono tanti nel nostro paese. Daniele è un quarantenne - e quindi uno che non può definirsi giovane - che non ha mai visto la sinistra in Italia. Ha visto quella cosa che noi gli dicevamo che era la sinistra, ma ha anche visto che mentre noi dicevamo una cosa, ne stavamo facendo un'altra. Noi gli dicevamo che eravamo contro Berlusconi e per un bel po' di tempo se l'è fatto bastare e ha continuato a votarci. Se un sondaggista chiedesse a Daniele come si colloca politicamente, lui direbbe senza esitare di essere di sinistra, senza mentire. Ma poi ha votato per la Lega. Daniele si rende conto che è una contraddizione, non è stupido, ma è arrabbiato, ha visto gli effetti che su tanti suoi colleghi - anche se non su di lui - ha avuto il jobs act e ha votato per gli avversari di quelli che hanno voluto questa legge, per chi ha detto che la cambierà, anche se dice quelle cose terribili contro gli stranieri. Oppure ha votato per il M5s perché questi almeno non sono gli stessi che ha visto per vent'anni.
A quelli che fanno analisi sociologiche e politologiche sul motivo della vittoria della destra - di questa destra - in Italia, che si chiedono perché nel nostro paese persone di sinistra possano votare a destra, vorrei far conoscere Daniele, che magari è meno bravo di loro a parlare, che non ha studiato tanto come loro, ma ha capito quello che in tanti dimostrano ancora di non capire, ossia che per più di vent'anni abbiamo chiamato sinistra una cosa che non era tale e che le persone che avrebbero dovuto riconoscere come tale non sono mai riuscite a percepire dalla loro parte. Il tema non è capire perché le persone di sinistra votino a destra, ma perché persone che appartengono a una determinata parte della barricata della guerra di classe non percepiscano quella che ancora noi chiamiamo sinistra come la loro parte. E allora non è Daniele che sbaglia quando vota Lega, ma siamo noi che per più di vent'anni abbiamo sistematicamente tradito quelli come Daniele.
Nel nostro paese c'è un'intera generazione che non sa cosa sia la sinistra, che non l'ha mai vista. Neppure sotto il ventennio fascista è successo un fenomeno di tale portata. Certo anche in quegli anni terribili è stata cresciuta una generazione con i miti imposti dal regime, che non poteva conoscere altro che quello che a scuola, in chiesa, nelle associazioni, perfino in vacanza, insegnava il fascismo, ma le fiammelle della sinistra, nelle sue diverse forme, poterono covare sotto la cenere, perché quelle fiamme erano vere e, nonostante la repressione, continuarono a brillare. In questo ventennio capitalista non solo il regime ha potuto forgiare, attraverso la scuola, ma soprattutto con gli strumenti della cultura di massa, dalla televisione alla rete, una generazione nei propri disvalori, ma il suo vero successo è che non c'è stata vera opposizione, praticamente nulla ha continuato a bruciare. E adesso ci rimane solo un pugno di cenere. E una generazione che non ha idea di cosa sia la sinistra e un'altra che sta per votare che è ancora più lontana, perché non può neppure contare sui ricordi dei propri genitori.
Curiosamente poi quelli che non capiscono perché Daniele voti a destra, sono gli stessi che si stupiscono del successo di Jeremy Corbyn - che nel 1978 aveva 29 anni e da delegato al congresso del Labour fece approvare una mozione per far entrare i dentisti nel sistema sanitario nazionale - o di Alexandria Ocasio-Cortez, che nel 1978 non era ancora nata. Eppure loro vincono perché dicono le cose che le persone come Daniele hanno bisogno di sentire dire, combattono le battaglie che devono essere combattute. E' un terribile paradosso: tutti dicono che è quasi impossibile ricostruire la sinistra - e la realtà sembra dar loro ragione - eppure è anche dannatamente semplice, basta avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome. E' un coraggio che a noi manca, che abbiamo perduto.

mercoledì 4 luglio 2018

Verba volant (543): vincente...

Vincente, agg. m. e f.

In questi giorni gli intellettuali di riferimento della minoranza "illuminista" di questo paese, quelli che dicono sempre le cose giuste, quelli che fanno sempre le battaglie giuste, quelli che hanno sempre ragione insomma, hanno sventolato la fotografia di quattro donne italiane, giovani, belle, vincenti, le quattro donne che hanno ottenuto la medaglia d'oro nella staffetta 4x400 ai Giochi del Mediterraneo di Tarragona.
Non volevano festeggiare quel risultato brillante, frutto di fatiche e di duri allenamenti, come sarebbe stato giusto fare e come quelle ragazze meritavano, ma hanno usato quella foto contro la maggioranza "non illuminata" e contro il governo che la rappresenta, perché incidentalmente quelle quattro giovani italiane hanno la pelle scura, la stessa "pigmentazione" delle donne e degli uomini che questa maggioranza di italiani - e il governo che la rappresenta - non è disposta a far arrivare in Italia, a ogni costo, anche quando queste donne e questi uomini rischiano la vita. Quella foto per gli "illuminati" è diventata il simbolo dell'ipocrisia del governo, che festeggia chi vince una medaglia d'oro e lascia morire chi arriva su un barcone.
Gli "illuminati" però non hanno capito molto e anzi anche loro sono un po' razzisti, perché guardano al colore della pelle di quelle quattro giovani italiane più che a quello che rappresentano. Il capitalismo in cui viviamo e che domina il nostro mondo non è razzista, non divide il mondo a seconda del colore della pelle delle persone. Almeno per due ragioni. Prima di tutto perché nella esigua minoranza delle persone che dominano, grazie alle loro risorse, questo pianeta, ci sono bianchi e neri e gialli, cristiani e musulmani e atei, gli sfruttatori non guardano a dove sono nati quando devono combattere la loro guerra di classe contro di noi. Anzi l'unica vera discriminazione che è rimasta è quella verso le donne, perché i ricchi nella stragrande maggioranza sono maschi. E in seconda ragione perché per loro noi siamo semplicemente consumatori e quando compriamo quello che loro ci vendono non guardano al colore della nostra pelle, né guardano dove siamo nati quando devono sfruttarci.
Il mondo in cui Jesse Owens correva e saltava come nessun altro era razzista. Era razzista la Germania in cui egli vinse quattro medaglie d'oro, facendo schiumare di rabbia Hitler e i teorici della superiorità della razza ariana, ma erano profondamente razzisti anche gli Stati Uniti, dove vigeva un rigido sistema di segregazione razziale e dove Owens non poteva salire sugli stessi autobus dei bianchi, dormire negli stessi alberghi, perfino usare gli stessi gabinetti pubblici. In questo nostro mondo dominato dal capitale non importa davvero che quelle quattro atlete siano nere, importa che siano giovani, che siano belle - anzi questo è fondamentale in qualsiasi campo ed è veramente discriminante - che siano vincenti, perché questo solo conta.
Sei vecchio, sei brutto, sei uno sconfitto? Puoi anche essere bianco e nessuno ti farà mai una foto. La maggioranza degli italiani - e il governo che la rappresenta - vuole fermare quei barconi non perché le donne e gli uomini che ci sono dentro siano neri, ma perché sono poveri. Noi giriamo la testa dall'altra parte quando in strada vediamo un povero, che solo incidentalmente ha la pelle molto più scura della nostra. Il capitalismo non ci fa odiare i neri, ci fa odiare i poveri. Se non capiamo questo adesso, non capiremo perché tra un po', quando saremo stati definitivamente sconfitti, saremo noi a essere oggetto di questo odio.

lunedì 2 luglio 2018

Verba volant (542): scherzo...

Scherzo, sost. m.

Marco Travaglio ha detto che Beppe Grillo scherzava quando ha proposto di scegliere attraverso un sorteggio i componenti del senato. Prima o poi dovremo interrogarci su come abbia fatto questo borioso e infingardo avventuriero della penna a diventare il direttore di un giornale di sinistra e addirittura uno dei leader più ascoltati di questa sfortunata parte politica. Ma facciamo un'ipotesi di scuola, fingiamo per un momento che Travaglio sia una persona per bene, in buona fede e che creda davvero che si tratti di una boutade. Purtroppo è capitato a tanti di noi, undici anni fa abbiamo sottovalutato l'impatto del Vaffa-day, abbiamo pensato che si trattasse di uno scherzo più o meno di cattivo gusto, oppure - i più cattivi di noi - del tentativo di un istrione in disarmo di riprendere la scena. Comunque abbiamo sempre considerato Grillo un comico, abbiamo valutato le sue dichiarazioni con le categorie dello spettacolo e così, di scherzo in scherzo, ci siamo ritrovati che i tantissimi voti raccolti dal suo partito sono serviti in maniera determinante a far nascere un governo autoritario e parafascista. Forse sarebbe ora che la smettessimo di dire che si tratta di uno scherzo e che cominciassimo a prenderlo sul serio.
Proporre di sorteggiare i senatori non è affatto uno scherzo e ora capiamo quanto sia stato pericoloso credere che tutti i no al tentativo eversivo del pd di abolire il senato fossero uguali. La proposta di Grillo è altrettanto pericolosa di quella di renzi, perché in entrambi i casi l'obiettivo non è colpire l'istituzione senato, ma l'idea stessa della politica come rappresentanza. In sostanza Grillo ci dice che tutti noi possiamo diventare senatori, che tutti noi abbiamo i titoli per farlo. E questo è in qualche modo vero, visto che tutti siamo chiamati a votare per il senato. Anzi sarebbe auspicabile che tutti noi potessimo diventare davvero senatori, che avessimo tutti noi la capacità di farlo.
Protagora per giustificare la democrazia, ossia il governo del popolo, contro quelli che dicevano che la politica doveva essere appannaggio solo di una ridotta schiera di persone, che per nascita, o per censo, o per cultura, potevano occuparsene, spiegava che a tutti gli uomini gli dei avevano donato, e allo stesso grado, il senso della giustizia e il rispetto - o il senso del limite - le due caratteristiche che fondano la politica, che permettono agli uomini di vivere insieme.
Immagino che Grillo non conosca questa teoria, che ritroviamo nel cosiddetto "mito di Protagora", che pure è una delle basi teoriche fondanti della democrazia dell'antica Grecia. Che giustificava, tra le altre cose, che una parte delle cariche nell'antica Atene fossero assegnate attraverso il meccanismo del sorteggio: appunto perché ogni cittadino poteva occuparsi della cosa pubblica. Naturalmente la cosa funzionava perché Atene era una piccola città e perché il sorteggio non era libero, ma avveniva per aree geografiche, in modo che negli organi collegiali scelti con questo meccanismo ci fossero cittadini che abitavano lungo la costa e altri nell'entroterra, qualcuno della città e qualcun altro della campagna, perché a seconda della provenienza geografica rappresentavano istanze e interessi diversi. Non si trattava di partiti come li intendiamo noi, ma certo di persone che in quei consessi rappresentavano interessi precisi e definiti e proprio il fatto che si trovassero insieme faceva sì che dovessero trovare la mediazione tra interessi che spesso erano diversi, se non opposti.
I cittadini di Atene per poter partecipare alla vita pubblica venivano educati in maniera collettiva, ad esempio attraverso il teatro, in cui erano gli spettatori a essere pagati per assistere agli spettacoli. La democrazia che usava anche il sorteggio aveva bisogno che i cittadini fossero informati e consapevoli. Grillo pensa evidentemente a un'altra cosa, pensa a cittadini sempre più ignoranti, sempre più inconsapevoli, sempre più passivi, in modo da essere guidati o teleguidati da qualcun altro. E' la democrazia della rete, in cui uno vale uno, ma chi conta i voti conta un po' più degli altri.
Ma l'aspetto pericoloso della proposta di Grillo non è solo la proposta in sé, ossia la creazione di un senato di persone inconsapevoli e facilmente manipolabili da chi dovrebbe necessariamente "aiutare" i cittadini-senatori, ma anche la sua più ovvia obiezione, ossia che la politica è qualcosa di troppo complicato, di cui i cittadini non devono occuparsi, ma che deve essere gestita dai "tecnici". Togli la maschera clownesca di Grillo e appare quella mortifera di Monti. Il governo dei sorteggiati e il governo dei tecnici sono le due facce della stessa pericolosissima medaglia.
Ed è facile vedere come anche questo si stia facendo strada. A me non preoccupa che il vicepresidente del consiglio nella sua vita abbia fatto solo lo steward allo stadio o che una ministra dell'istruzione non sia laureata o che una sottosegretaria alla cultura da tre anni non tocchi un libro. Se quella ministra avesse la forza politica di fare della scuola un punto centrale dell'azione di governo e se tutte le sue decisioni fossero tese a sostenere la scuola pubblica non mi importerebbe quale sia il suo tutolo di studio; se quella sottosegretaria sostenesse la creazione di una rete di biblioteche pubbliche diffuse nel territorio non mi curerei dei libri che non ha letto. E' importante la politica, le scelte che si fanno, da che parte si sta nella lotta di classe.
Mi preoccupo che tutte queste parole servono a indebolire la politica, ad allontanare le persone dalla politica. Questi, da Grillo a Monti, passando per il povero renzi e l'immarcescibile Travaglio, pensano a una democrazia dove i cittadini siano sempre più un optional, dove le percentuali dei votanti continuino a scendere - e non per caso il ministro della democrazia diretta propone di togliere la soglia ai referendum, in modo che una minoranza decida per tutti. E purtroppo tutto questo non è uno scherzo.   

sabato 30 giugno 2018

Verba volant (541): sufficiente...

Sufficiente, agg. m. e f.

Vedo che nella sinistra italiana va di moda parlar male di Alexis Tsipras: ad esempio ho letto una dura presa di posizione di un tale che periodicamente viene invocato come un futuribile leader della sinistra, ma il cui unico titolo è essere stato un ininfluente viceministro del governo Letta, non esattamente un gabinetto della Terza Internazionale. Fosse solo per questa canea credo che sia da sostenere - ancora una volta - il governo di Syriza, come ho fatto, con determinazione e senza rimpianti, negli anni passati.
Io credo intanto che dobbiamo ricordare da dove questo governo sia partito, da quella notte in cui Angela Merkel ha stretto al collo di Tsipras un cappio che Hollande e renzi si erano incaricati di insaponare. Contro la Grecia, contro il primo tentativo di fare in un paese dell'Unione europea un governo socialdemocratico - perché di questo parliamo, non di un esecutivo bolscevico - c'è stata una furibonda e violenta reazione da parte di tutti gli altri paesi, compresi quelli che erano allora guidati da partiti espressione del Pse. Senza tenere conto di quell'attacco di inaudita violenza, non si può giudicare quello che è successo dopo.
Ed è successo quello che i falchi tedeschi - dalla Merkel a Schauble - passando per tutti gli altri leader, non si aspettavano succedesse: il governo greco ha resistito. La decisione presa nei giorni scorsi di allungare di dieci anni le scadenze dei prestiti, di estendere - sempre per dieci anni - il cosiddetto "periodo di grazia", ossia quello in cui non scattano le sanzioni in caso di mancato pagamento e infine di concedere altri 15 milioni di euro, non segnano la vittoria della Grecia e la sconfitta del finanzcapitalismo, ma indicano che l'obiettivo non è più quello di distruggere un paese perché i suoi cittadini hanno votato "male". Non è una vittoria perché questi soldi dovranno essere destinati a pagare il debito e soprattutto perché vengono dai profitti che la Bce ha lucrato sui titoli greci: non sono affatto un regalo. Il governo tedesco ha dovuto ammettere davanti al parlamento che fino ad ora la Germania ha guadagnato 2,9 miliardi di euro dai cosiddetti "aiuti" alla Grecia. Ma la Grecia è ancora in piedi.
Il governo Tsipras ha cominciato a redistribuire il surplus di bilancio alle fasce più povere della popolazione, quelle più colpite dalla crisi. Ha ricontrattato le privatizzazioni delle infrastrutture, senza comunque cedere a quella dell'acqua. Ha ottenuto dei risultati nella lotta contro l'evasione fiscale, costringendo a pagare alcuni di quelli che non avevano mai pagato. E' sufficiente? Evidentemente per tanti che si proclamano di sinistra - che hanno votato il jobs act e le misure contro le tutele del lavoro, che hanno teorizzato le privatizzazioni dei servizi pubblici e hanno sostenuto governi che hanno indebolito la scuola e la sanità pubbliche - non sono misure sufficienti. Adesso questi dicono che la Grecia avrebbe dovuto uscire dall'Unione, tornare alla dracma, e in Italia hanno votato il governo Monti.
Nel 2009 la Grecia aveva un deficit del 15% e la sua economia segnava un passivo del 4,3%. Oggi siamo a +1,4% di crescita, il bilancio è in attivo di un punto in percentuale e c'è stato un aumento di 200mila posti di lavoro. Non è la rivoluzione, ma è quello che si poteva fare, senza uccidere i greci più poveri. Ed evidentemente non sarà tutto uguale, se contro Syriza c'è ancora una volta lo schieramento, finanziato e sostenuto dalle forze del capitale, formato da Nuova democrazia e Pasok, le larghe intese in salsa tzatziki, ossia i due partiti che hanno portato la Grecia alla crisi. Credo sbaglino quei compagni che ora attaccano Syriza, che sbagli profondamente Yanis Varoufakis che sta facendo nascere un partito che alle prossime elezioni si presenterà contro Tsipras, con l'unico risultato possibile di indebolirlo e di portare alla vittoria quelli che hanno il gradimento del finanzcapitalismo. Abbiamo già lasciato sola la sinistra greca per troppo tempo. Mi sembra drammatico ripetere lo stesso errore.
So che adesso i miei ex-compagni ed ex-amici mi criticheranno, li prevengo: io, che in Italia non sono disponibile a votare per nessuno di loro, solo perché sono il "meno peggio", dico che in Grecia sosterrei con passione quello che ho detto essere evidentemente il "meno peggio" o meglio il possibile. Io, da comunista, in Grecia sono disponibile a morire riformista. Almeno non mi possono dire che sono un rivoluzionario "con il culo degli altri": sono disposto a far andare in malora il mio paese, pur di non lasciar governare gli ulivisti vecchi e nuovi, i neopiddini, gli exdiessini o come vorrete chiamarvi. Non è solo rancore personale, è anche politica, perché un conto è arrivare a quello che ha fatto Syriza, ai compromessi che ha dovuto accettare, partendo però da una critica radicale al capitalismo e agli attuali rapporti di forza tra le classi, e un conto è teorizzare, come continua a fare la pseudosinistra italiana che il capitalismo è il "migliore dei mondi possibili", a cui occorre solo fare qualche aggiustamento. Un conto è essere socialisti e provare comunque a governare un mondo che non ci piace e un conto è essere servi del capitalismo. E' il mio modo per essere fedele al miglior Pci che ho conosciuto.

giovedì 28 giugno 2018

Verba volant (540): rosso...

Rosso, agg. m.

Non esiste più l'Emilia rossa. Questa frase è certamente vera: i risultati elettorali di domenica 24 giugno, con la vittoria della candidata del M5s, sostenuta dalla Lega, a Imola - che pure è in Romagna, ma ha tante affinità con la mia terra - servono solo a confermare qualcosa di cui ormai siamo tutti consapevoli. Si tratta di un dato incontrovertibile. Mi rendo conto però che questa frase ha un significato diverso a seconda di chi la pronuncia. Per me ha un valore particolare perché io ho conosciuto l'Emilia rossa, io so cosa vuol dire questa espressione, e quindi sento di aver perduto qualcosa, è qualcosa che mi manca. Capisco che per tanti di voi - anche di voi che vivete in questa terra - questa frase suona diversa, perché non l'avete mai vista, non è qualcosa che avete perso.
Io sono stato fortunato ad avere questa opportunità; ma intanto ho cinquant'anni - e questo esclude già i più giovani - poi sono nato e cresciuto in Emilia, da genitori emiliani, e in provincia, dove certi cambiamenti arrivavano, specialmente alcuni decenni fa, più lentamente e più tardi che nelle città - e questo esclude un'altra bella fetta di voi - infine ho avuto l'occasione, per il particolare lavoro politico che ho svolto, di conoscere molto bene una generazione di donne e di uomini, che erano stati protagonisti attivi di una stagione politica, che quindi ho conosciuto di riflesso, grazie a loro - e questo taglia fuori quasi tutti temo. Di mio ho messo una particolare attenzione - che ho sempre avuto e che cerco di coltivare anche ora che ho smesso di fare politica - per la memoria. 
Credo che la cosa importante da capire è che quando noi che l'abbiamo conosciuta - e tanto più quelli che l'hanno fatta vivere nei suoi anni più gloriosi - parliamo di Emilia rossa, non ci riferiamo a un dato strettamente politico, che pure era estremamente evidente: in questa regione il Pci aveva una forte maggioranza, guidava le amministrazioni di città e di paesi, dalla montagna alla bassa. Ma non è questione di mettere le bandierine su una carta, bandierine che ovviamente possono cambiare colore. Quando parliamo di Emilia rossa vogliamo raccontarvi una terra in cui la partecipazione politica era un tratto essenziale del vivere la società, in tutti i suoi aspetti, e in cui la solidarietà era espressione di questa forte passione politica.
Ed era qualcosa che coinvolgeva non solo il nostro partito. Scusate se faccio l'esempio delle feste di partito, ma sapete quanto il tema mi sia caro. Quando io ero un bambino, nei primi anni Settanta a Granarolo, un paese piccolo, più piccolo di quanto sia ora, il Pci faceva sei feste, una per ogni frazione e la comunale, ma facevano le loro feste - non sei ovviamente, ma una sola - anche i socialisti e i democristiani, perché quello era lo spirito che animava, anche nel suo aspetto più gioiosamente ludico, quella piccola comunità, che si riconosceva ancora contadina, per quanto ormai fortemente industrializzata, seppur nella dimensione delle piccole e piccolissime aziende.
Certo il colore dominante era il rosso - a Granarolo nelle politiche del 1972 il Pci aveva il 60,3%, il Psi l'8,9% e il Psiup il 4% - ma quel clima di partecipazione coinvolgeva tutti: in quelle stesse elezioni andò a votare il 97,2%. La politica era un elemento che faceva crescere la comunità, anche individualmente, perché la politica era anche un'agenzia formativa. E naturalmente la politica coinvolgeva tutti gli aspetti della vita di quei piccoli territori perché le persone che erano attive nel sindacato, nel mondo cooperativo, nelle associazioni sportive, nei circoli ricreativi, erano gli stessi che animavano la vita delle sezioni.
Era anche una comunità chiusa, che viveva la propria diversità rispetto al contesto nazionale - dove invece i democristiani erano la maggioranza - con un orgoglio da assediati, era una società in cui non era sempre facile vivere, perché ovviamente risentiva del conformismo dell'epoca, per cui ad esempio quasi nessuno di noi è scampato dall'andare a catechismo, perché era brutto non fare la prima comunione. Poi non facevi la seconda e tornavi in chiesa solo con i piedi in avanti. Il nonno che non ho conosciuto era un comunista, ma nella sua piccolissima comunità suonava le campane, perché era bravo, davvero bravo, a suonarle, era un modo in cui un contadino che sapeva a mala pena fare la propria firma esprimeva il proprio valore, che la comunità gli riconosceva.
In Emilia esistono ancora alcune partecipanze agrarie. Si tratta di un istituto medievale, che definisce le regole di assegnazione delle terre da coltivare, spesso derivate da grandi lavori di bonifica, che rimangono però di proprietà collettiva e indivisa. E' qualcosa che viene dal tempo dei feudi, secoli prima di Marx, eppure è uno dei modi in cui questa terra ha espresso il suo essere socialista. E' questo spirito comunitario e solidale che rendeva rossa l'Emilia.
E poi c'è la lotta, l'idea che i diritti vanno conquistati e difesi, anche con il sacrificio. Nell'aggettivo greco rysios , da cui, attraverso il latino, deriva l'italiano rosso, gli etimologisti riconoscono una radice che nel sanscrito, l'antica lingua indoeuropea, ritroviamo nella parola che indica il sangue. E' il sangue che dà il nome al colore. Ed è il sangue dei braccianti e dei contadini che lottavano contro gli agrari, degli operai che scioperarono nel "biennio rosso", delle donne che chiedevano un futuro migliore per i propri figli, dei partigiani che si batterono contro il fascismo, delle donne e degli uomini uccisi a Monte Sole, che ha colorato le bandiere di questa terra. La memoria cresce con il sangue di queste donne e di questi uomini e queste lotte sono diventate un tratto di questa terra, tanto da segnarne la storia. E infatti la memoria era gelosamente custodita dalle generazioni che vennero dopo, anche con l'inevitabile rischio della retorica.
Credo di aver già raccontato in altre definizioni come la nostra inadeguatezza, la nostra incapacità di analisi, il nostro piegarsi alla trionfante ideologia capitalista, ci abbia portato fino a qui, in un processo durato molti anni. E comunque non era mia intenzione raccontarvi in questa occasione la caduta, né quello che siamo diventati - lo avete sotto gli occhi tutti i giorni - né come lo siamo diventati. Voglio solo provare a spiegarvi quanto io trovi inadeguata quell'espressione con cui ho cominciato questa definizione, se riferita all'oggi. Da un punto di vista politico mi può interessare capire di che colore siano quelle bandierine che mettiamo sopra ogni territorio dopo una tornata elettorale e perfino provare a capire di quale colore saranno alla prossima. Ma non sarà più il colore di quelle bandierine, anche se tornasse in una qualche tonalità di rosso, a raccontare questa terra. Perché non è la politica che plasma una comunità, ma allora era la comunità che diventava politica, che dava il proprio colore alla politica. E questa comunità non tornerà mai più quella che alcuni di noi hanno visto, perché sono cambiate davvero troppe cose, siamo cambiati noi, in peggio, spesso molto in peggio, perché quell'idea di partecipazione solidale non c'è più. Non esiste più l'Emilia rossa, perché quelle generazioni di donne e di uomini non ci sono più e noi non saremo mai capaci di prenderne il posto, e temo che nessuno ne sarà mai capace.

mercoledì 27 giugno 2018

Verba volant (539): salma

Salma, sost. f.

Vedo un gran trafficare attorno alla salma del pd. Non mi stupisco ovviamente. Abbiamo visto in tanti documentari che intorno ai cadaveri in putrefazione c'è tutto un lavorio di iene, avvoltoi e di altri animali "spazzini", che svolgono comunque un lavoro prezioso, perché altrimenti il mondo sarebbe un posto piuttosto malsano. Ho l'impressione che però questo affannarsi non sia altrettanto etologicamente nobile, ma sia paragonabile piuttosto al rapace arrivo dei parenti lontani che provano ad arraffare quello che possono dell'eredità dello zio buon'anima. Ovviamente Repubblica è in prima fila e mi pare abbia già scelto il ticket del futuro centrosinistra: Giuseppe Sala e Roberto Saviano, l'efficiente sindaco tecnocrate, ma capace di sedersi a una tavola multietnica, e il roboante tribuno di ogni buona causa. E poi c'è il nostro Macron all'amatriciana, l'ineffabile Carlo Calenda, e poi il fratello di Montalbano e vedrete che ne spunteranno altri nelle prossime settimane. Vedo anche qualcuno che, come il dottor Frankenstein, vuole rianimare il cadavere, al grido di "si può fare...".
Teoricamente di quello che succede attorno a quella salma non me ne importa nulla. Ho sempre disprezzato il pd quando era vivo e non mi pare elegante continuare a farlo adesso che è morto (anche se naturalmente godo a vedere questo spettacolo). Devo però intervenire, perché tutti questi - avvoltoi, medici ciarlatani, eredi furbastri - dicono che la salma attorno a cui vegliano piangenti - e l'eredità a cui ambiscono - è quella della sinistra. E quindi tutti questi sarebbero impegnati a ricostruire la sinistra in Italia.
Vorrei ricordarvi che tutti voi, da Prodi a Bersani, da Scalfari a D'Alema, avete fatto nascere e crescere il pd proprio con lo scopo dichiarato - siete stati onesti, bisogna darvene atto - di espungere perfino la parola sinistra dal vocabolario della politica italiana. E i vostri epigoni, quelli che ho sopra citato, sono culturalmente, prima che politicamente, estranei alla sinistra. Sala non è di sinistra, Saviano non è di sinistra, Calenda non è di sinistra, il fratello di Montalbano non è di sinistra. Possono fare politica? Certamente sì, e mi auguro lo facciano. Io li voterò? Certamente no, perché io sono comunista e loro sono sostenitori del capitalismo. Poi lo so che loro dicono che fanno meno schifo dei fascisti, ed è anche vero, non ho problema a riconoscerlo. Ma, come ho già detto, per me il tempo del meno peggio è finito.
Anticamente la parola salma prima di indicare il cadavere umano significava propriamente carico, ricolmo, dice il Pianigiani riempito di checchessia. Curiosamente questa è anche la definizione che meglio descrive il pd. Il pd ha voluto essere pieno di tutto e nei pochissimi posti dove ancora ha vinto c'è riuscito perché è stato il contenitore dove si sono addensati i più diversi interessi, anche i meno commendevoli, dove ha raccolto un po' di questo e un po' di quello, avendo come unico denominatore la gestione del potere.
Mi pare che gli apprendisti stregoni stiano facendo la stessa cosa, ossia creare qualcosa che possa essere riempito di checchessia, basta che non ci sia nulla di anche solo vagamente socialista. In pratica stanno creando qualcosa che è già una salma.

martedì 26 giugno 2018

Verba volant (538): felicità...

Felicità, sost. f.

Erodoto racconta che il vecchio e saggio Solone, dopo aver cambiato in maniera profonda le leggi di Atene, partì per un lungo viaggio con l'obiettivo di conoscere il mondo. A dire il vero Solone voleva soprattutto allontanarsi dalla sua città, perché aveva imposto agli ateniesi di non cambiare quelle nuove leggi per almeno dieci anni e questo sarebbe stato più semplice se egli non fosse rimasto.
Visitò molte terre, conobbe molte persone, filosofi e sovrani, uomini del popolo e sacerdoti. Giunto in Lidia, un grande regno che occupava le terre della parte occidentale dell'attuale Turchia, il re Creso volle incontrarlo. Era uno degli uomini più ricchi del suo tempo, era un re molto potente, ma voleva che Solone riconoscesse non queste cose, che erano scontate e banali, voleva che lo considerasse felice, anzi voleva essere considerato l'uomo più felice della terra. Per questo fece condurre Solone nei suoi vasti palazzi, gli fece vedere tutti i suoi tesori, e quando finalmente chiese al saggio venuto da Atene chi fosse l'uomo più felice del mondo, rimase sorpreso quando si sentì rispondere: "Tello, cittadino ateniese". Chiese chi fosse questo Tello, che non aveva mai sentito nominare. E Solone gli rispose che si trattava di un ateniese che aveva vissuto onestamente, che aveva avuto dei figli e che li aveva tutti visti crescere e che infine era morto combattendo per la sua città. Un uomo assolutamente comune. Creso rimase deluso dalla risposta di Solone e lo congedò senza tante cerimonie.
Il re della Lidia pensò che Solone volesse semplicemente contrapporre un uomo comune a uno potente. E non ci pensò più fino a quando non fu sconfitto da un re più potente di lui, a cui aveva incautamente dichiarato guerra. Ciro, il re della Persia, catturò il suo nemico e lo condannò a morte, ma quando il rogo cominciò ad ardere, Creso invocò il nome di Solone. Ciro, incuriosito, fece spegnere il fuoco e chiese a Creso la ragione di quella strana invocazione in punto di morte e questi gli raccontò l'episodio avvenuto tanti anni prima, dicendo che solo allora aveva capito cosa l'ateniese gli volesse dire. Ciro gli salvò la vita e tenne Creso come suo consigliere, ma l'uomo che un tempo era stato re non aveva capito davvero. Aveva capito, ancora una volta, quello che importava a lui.
Quello che Solone voleva dire è che la felicità è un paradosso, perché è un caratteristica della vita che richiede la scomparsa della vita per esistere. E infatti télos nella lingua dei greci significa a un tempo perfezione e morte. E quindi siccome la felicità è qualcosa che rende l'uomo perfetto, occorre aspettare la morte per raggiungerla.
In queste parole di Solone c'è tutto quello per cui molti di noi amano la Grecia antica, ossia l'amore per la logica, per il ragionamento razionale, e il rifiuto di una felicità effimera, materiale. Ma c'è anche in più un'incredibile eleganza stilistica, perché in questo modo Solone ci dice in maniera obliqua quello che ci farebbe troppo paura se espresso in maniera diretta: che la felicità non esiste.

domenica 24 giugno 2018

Verba volant (537): rumore...

Rumore, sost. m.

Quando vivevo a Bologna, conoscevo due persone che abitavano al terzo piano di un condominio praticamente di fronte a quello che i bolognesi chiamano ancora "ponte vecchio", dove passano - molto vicino alle case - i treni della linea Bologna-Firenze. Ricordo che quando andai a cena da loro trovai insopportabile il rumore - e le vibrazioni - dei frequentissimi treni che passavano da lì, ma loro si erano ormai abituati. Ovviamente sentivano come me quel rumore, sentivano che stava passando un treno, ma non ci facevano più caso.
Al nostro paese - ma credo che non capiti solo a noi - sta succedendo la stessa cosa. Viviamo ormai in mezzo al rumore delle polemiche e rischiamo di non farci più caso. Da alcune settimane ogni mattina la lettura dei giornali o dei siti di informazione o l'ascolto delle notizie alla radio è costantemente coperto dal rumore delle polemiche attorno alle dichiarazioni di Matteo Salvini.
Lo schema è sempre quello ed è piuttosto semplice: Salvini fa una dichiarazione provocatoria su un tema controverso e su quella dichiarazione si scatena una polemica, dai toni sempre più accesi. La dichiarazione di Salvini non deve anticipare una scelta di governo, anzi per lo più è slegata dalla concreta attività politica dell'esecutivo, e non deve neppure riflettere quello che il leader della Lega effettivamente pensa su quel tema, ma deve essere solamente in antitesi con quello che ci hanno insegnato che sia giusto dire.
Faccio un esempio. Soccorrere una persona in pericolo è una cosa che ci hanno insegnato che è giusto fare. Ovviamente non vuol dire che applichiamo sempre questa regola, come le altre che ci hanno insegnato. Se pensiamo che soccorrere un altro metta in pericolo noi stessi, non lo facciamo e siamo sicuri che nessuno ci rimprovererà per questa scelta. Poi decidiamo di non soccorrere qualcuno anche per molti altri motivi, perché quella persona in pericolo non ci piace, perché facciamo prevalere il nostro egoismo e la nostra indifferenza, o anche solo la nostra accidia. Comunque sia, diciamo una cosa e ne facciamo un'altra. sappiamo qual è la cosa giusta da fare, ma facciamo quella sbagliata. Poi arriva Salvini e invece ci dice di non soccorrere le persone. A questo punto, al di là del merito della questione in sé - che a Salvini non importa affatto - si innesca un processo che non siamo più in grado di fermare. Di fronte alla dichiarazione di Salvini molti si sentono in dovere di intervenire, perché quella presa di posizione è moralmente sbagliata e i toni si accendono. Poi naturalmente c'è qualcuno che, spesso per piaggeria verso il potere e altrettanto spesso per il gusto di dire una cosa fuori dal senso comune, dice che quello che ha detto Salvini è proprio vero e accusa gli altri di essere ipocriti. Poi tra quelli che criticano Salvini ci sono quelli che cercano di giustificare queste affermazioni, che provano a capirne le cause, sono i campioni del "ma...": non sono razzista, ma... E alla fine quella frase provocatoria è passata, ma non importa, perché il giorno dopo si deve cominciare con un'altra provocazione e così via. E si genera un rumore a cui mi accorgo che ci stiamo già abituando. Ho l'impressione che di fronte a queste sortite stiamo facendo come la scimmietta che che si tappa le orecchie, per difenderci dall'inquinamento acustico. Quei miei amici avevano quasi sempre le finestre chiuse, e questo attutiva il rumore, ma non rendeva certo più vivibile quella casa. E inoltre i treni continuavano a passare e a far rumore, al di là dei vetri chiusi, sempre più spessi, con i quali si difendevano.
Non sempre riusciamo a rispondere alla provocazione, perché magari dobbiamo fare altre cose, lavorare, curare la nostra famiglia, ma anche semplicemente vivere. Ma il rumore rimane in sottofondo e finisce che ci abituiamo. E pensiamo che la politica sia sostanzialmente questo urlare: perché oggi anche chi si oppone a Salvini lo fa con lo stesso tono e per lo più copiandone la volgarità. E se ci abituiamo a sentire il rumore dei treni che passano di continuo, non ci accorgeremo se uno passa fuori orario o se un altro fa un rumore strano, perché forse è danneggiato. Se ogni giorno il governo spara una dichiarazione provocatoria, a cui non fa seguire un concreto atto di governo, rischiamo di non accorgerci quando invece un qualche atto seguirà davvero. Oppure saremo così impegnati a rispondere alle frasi a effetto, da non guardare cosa stanno intanto facendo quelli di loro che intanto in silenzio lavorano.
Quelle due persone, quando ebbero una figlia, decisero di cambiare casa. Fu una scelta inevitabile, perché non volevano che una bambina vivesse in una casa dove non si potevano aprire le finestre. E' una scelta possibile. Io, se avessi vent'anni, lascerei certamente questo paese, pur consapevole che questo è uno stile che ritroviamo anche in altri paesi, ma certo in Italia viene interpretato con un livello di volgarità e ignoranza che mi pare gli altri non abbiano. Ma comunque il rumore rimane, un'altra famiglia sarà andata a vivere in quell'appartamento, perché non poteva permettersi altro. La soluzione vera è non far passare i treni da lì, magari progettando un tunnel sottoterra. Ma intanto dobbiamo fare i conti con il rumore delle polemiche. E dobbiamo decidere cosa fare.
Personalmente credo che per quanto siano pericolose le parole - e figuratevi se non ne sono consapevole io che scrivo un dizionario - lo siano di più le azioni e che quindi non dobbiamo farci distrarre. E credo anche che in mezzo a persone che urlano un modo per farsi sentire sia quello di parlare a bassa voce. E' fondamentale che non alimentiamo il rumore. Che forse ci travolgerà comunque, ma che dobbiamo continuare ad ascoltare.

mercoledì 20 giugno 2018

Verba volant (536): traccia...

Traccia, sost. f.

Spero che non sia richiesto al candidato anche di essere sincero. 
Non faccio l'insegnante - per fortuna dei miei ipotetici studenti - e francamente non so con quali criteri i commissari giudicheranno i temi che i maturandi hanno scritto questa mattina. Spero siano valutati per come scrivono più che per quello che devono scrivere. A me basterebbe che non ci fossero errori grammaticali per dare la sufficienza e credo sarei generoso di fronte a congiuntivi usati correttamente.
Come ogni anno, le tracce proposte richiedono una notevole dose di ipocrisia. Tra l'altro credo che sia indicativo l'uso del termine traccia: il maturando non può scrivere quello che vuole, ma quello che qualcuno ha immaginato che dovrà scrivere e che ha già abbozzato nel lunghissimo titolo.
Immagino che perfino il figlio di Salvini - mi scuso in anticipo con lui se faccio questo esempio: magari è un ottimo ragazzo, che non condivide le idee del padre - affrontando la traccia sul brano di Bassani, scriverebbe una dura riflessione contro le discriminazioni razziali. Per prendere un bel voto, per passare alla maturità, sa che questo è quello che ci si aspetta che scriva nel tema, magari infilandoci il nome di Liliana Segre, che va così di moda: il nome della senatrice vale da solo già mezzo voto in più. E allo stesso modo bisogna scrivere che l'uguaglianza è un grande valore e che i Costituenti hanno scritto un bellissimo articolo su di essa. Oppure che De Gasperi e Moro sono stati lungimiranti nel costruire l'integrazione europea. Su Moro devi scrivere che è stato assassinato dalle Brigate rosse: anche in questo caso è un mezzo voto in più, anche se non c'entra nulla. E così via, di banalità in banalità.
Sono temi su cui si può esercitare quei buoni sentimenti mainstream che piacciono tanto ai redattori e ai lettori di Repubblica: e infatti subito Saviano ha scritto un tweet per lodare la scelta di queste tracce.
Poi scritti i loro "bravi" temi, svolte le loro tracce, le ragazze e i ragazzi in procinto di diventare maturi potranno fare quello che la società capitalista richiede loro ogni giorno: discriminare gli altri in base al colore della pelle, o al sesso, o a una malattia, ostentare le differenze e giudicare le persone in base alla loro ricchezza. E votare per partiti che sistematicamente violano l'art. 3 della Costituzione, perché pongono ostacoli di ordine economico e sociale, in modo da limitare di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini. 
Perché noi vogliamo, cari maturandi, che voi siate come noi, che seguiate le nostre tracce.

domenica 17 giugno 2018

Verba volant (535): topo...

Topo, sost. m.

A leggere le cronache di questi giorni pare che Parigi sia invasa dai topi: sembra che ce ne siano due per ogni cristiano - o musulmano o ateo o come volete indicare voi i cosi con due gambe. Visti i rapporti non proprio idillici che intercorrono in questo momento tra noi e i cugini d'Oltralpe, qualche giornale italiano è anche soddisfatto di poter enfatizzare questo problema della Ville Lumèrie: d'altra parte cosa potremmo aspettarci da un popolo che non conosce il bidet.
I topi a Parigi - come in ogni altra città europea - ci sono sempre stati, basta leggere I miserabili di Victor Hugo dove questi animali sono onnipresenti. La Parigi raccontata dal grande romanziere dell'Ottocento è naturalmente ben diversa da quella dei nostri anni: c'è l'elettricità, l'acqua corrente in tutte le case, un moderno sistema di raccolta dei rifiuti. Ci sono ancora i miserabili, anche se si preferisce tenerli lontani dal centro della città. Eppure i topi ci sono ancora. Curiosamente proprio il progresso sta in qualche modo favorendo il proliferare di questi animali. I cambiamenti climatici provocano a Parigi inverni miti e piovosi: se non viene troppo freddo i topi possono riprodursi di più, anche quattro volte in un anno, e se, a seguito delle forti piogge, cresce il livello della Senna, questi roditori devono lasciare le rive del fiume per colonizzare le strade cittadine. E topo è etimologicamente un derivato della talpa, ossia un animale che vive sottoterra, scavando: ma visto che noi uomini abbiamo scavato il "ventre" di Parigi per costruire la metropolitana e per metterci tutte le condotte di cui abbiamo bisogno, abbiamo facilitato, e di molto, il lavoro ai topi. Inoltre il turismo di massa alimenta la popolazione topesca. Sono graziosi i ristorantini e i caffè lungo la Senna, ma producono rifiuti, e i topi amano i rifiuti. I turisti che mangiano in città, seduti in un parco o all'ombra di un albero, è facile che lascino in giro altri rifiuti, e i topi ringraziano. I ratti si chiamano così etimologicamente proprio perché rubano con destrezza quello che qualcun altro lascia incustodito. In una società in cui ci spingono a creare sempre più rifiuti, dobbiamo accettare di convivere con i topi.
Naturalmente le autorità stanno facendo di tutto per combattere i topi. C'è anche un sito costantemente aggiornato dalle segnalazioni dei cittadini.
Molti secoli fa i cittadini di Hamelin, visto che la loro città era invasa dai topi, decisero di affidarsi a un uomo che aveva promesso di attirare gli animali grazie al suono del suo piffero magico. Curiosamente sorcio, un altro dei nomi che gli uomini danno ai topi, ha la stessa radice etimologica che troviamo nel verbo greco syrizein, che significa suonare e che ritroviamo in sirena. Forse il pifferario magico era egli stesso un topo. Immaginatevi la gioia dei cittadini di Hamelin quando videro i topi uscire dalle loro tane e seguire quello stravagante pifferaio; ma quando questi ritornò in città per riscuotere quanto pattuito, i "bravi" cittadini decisero di non pagarlo. Mentre erano tutti a messa - perché i "bravi" cittadini vanno sempre a messa - il pifferaio riprese a suonare, ma questa volta le sue note attirarono i bambini di Hamelin che furono condotti fuori dalla città e sparirono per sempre.
Non credo che le autorità francesi commetteranno lo stesso errore dei cittadini di Hamelin, ma dovremo fare tutti attenzione. Anche a noi può succedere di incontrare qualcuno che ci promette di risolvere tutti i nostri problemi, di liberarci per sempre dai topi, o dagli stranieri, o dai poveri, e siamo disposti a tutto pur che cominci a suonare il suo piffero magico, senza renderci conto che tutto questo avrà un prezzo, drammaticamente alto, di cui diventeremo consapevoli solo quando ormai sarà troppo tardi. E' una storia che conosciamo bene, eppure è qualcosa che sembra siamo destinati a rivivere, commettendo lo stesso fatale errore.
Forse dovremmo imparare a convivere con i topi, che non saremo mai capaci di cacciare dalle nostre città, perché si tratta anche delle loro città. Magari dovremmo imparare a produrre meno rifiuti, a non gettare via cibo che può ancora essere mangiato, a non sprecare. E poi dovremmo imparare ad avere più cura dell'ambiente, in modo che d'inverno torni a essere molto freddo, anche se questo può arrecare qualche disagio anche a noi, che pretendiamo di vivere in un mondo senza stagioni, in cui non sia mai molto caldo o molto freddo E soprattutto dovremmo lottare per una società in cui non ci siano più i miserabili, dentro e fuori le città. E infine dovremmo imparare a non fidarci dei pifferai magici.

venerdì 15 giugno 2018

Verba volant (534): mondiale...

Mondiale, sost. m.

Lo so che mondiale è propriamente un aggettivo, ma questa parola, specialmente quando viene usata al plurale, deve essere trattata come un sostantivo: e per noi italiani, i mondiali sono solo quelli lì.
Io ho avuto la fortuna di vincere i mondiali trentasei anni fa, in Spagna. Avevo pochi mesi la notte dell'Azteca: ho sempre invidiato quelli che possono dire di aver visto la "partita del secolo", ma non posso farci niente. Teoricamente sono andato vicino alla vittoria dodici anni dopo il Bernabéu e poi li ho anche rivinti, nel 2006, ma per me i mondiali si vincono solo quando si è ragazzini. Mi dispiace per quelli che adesso hanno dodici anni, per quelli che sono nati quando Zidane stendeva con una testata Materazzi: loro purtroppo hanno perso l'opportunità di vincere i mondiali, tra quattro anni saranno ormai troppo vecchi.
A dire il vero, quando io ho vinto i mondiali, non è stata proprio una spedizione carica di onori: era una squadra su cui pesava ancora l'ombra sinistra dello scandalo chiamato dai giornali Totonero. E su cui soprattutto pesò il pareggio con il Camerun nell'ultima gara del girone eliminatorio, quell'1-1 che permise alla squadra africana, alla sua prima esperienza mondiale, di uscire imbattuta dai mondiali, e all'Italia di agguantare per il rotto della cuffia quel girone terribile con Brasile e Argentina, in cui, contro tutti i pronostici, la nostra squadra riuscì a vincere, aprendosi la strada alla finale con la Germania, anzi la Germania ovest, perché allora c'erano ancora due Germanie, c'erano l'Unione sovietica, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia. In trentasei anni la cartina dell'Europa è cambiata parecchio. Comunque sia, quando sei un ragazzino fai fatica perfino a concepire che i tuoi eroi della domenica pomeriggio - allora si giocava solo la domenica pomeriggio, pensate che bizzarria - potessero aver venduto una partita: anche il "mio" Bologna fu pesantemente coinvolto in quell'inchiesta, con i suoi due giocatori più rappresentativi, Giuseppe Savoldi e Franco Colomba. Allora non capivo neppure perché ci fossero due Germanie, anche se sapevo che una delle due era comunista, come mio padre. Però era quella che non era comunista che era forte a giocare a pallone, anche se non forte come l'Italia di Dino Zoff e di Paolo Rossi, un altro eroe che era finito nello scandalo.
Sinceramente non ricordo bene le partite della prima fase e neppure Italia-Argentina. Ricordo invece benissimo Italia-Brasile, ricordo l'altalena dei gol, noi, loro, noi, loro. Noi. Ricordo i tre gol di Rossi e quelli di Socrates - uno che poi avrei saputo che era comunista, come mio padre - e di Falcao. Tra l'altro i calciatori di quei mondiali giocavano - o avrebbero giocato - tutti in Italia, da Boniek a Rummenigge, da Zico a Platini, e ovviamente Maradona. E poi, anche se meno distintamente, ricordo la finale, ma su questi ricordi pesa naturalmente il fatto che sono immagini che abbiamo visto migliaia di volte: l'urlo di Marco Tardelli, le braccia alzate di Sandro Pertini, la coppa in mano a Enzo Bearzot. Sì, è così che ho vinto i mondiali dell'82.
Adesso ho qualche difficoltà a sapere chi gioca nell'Italia, conosco i grandi campioni più che altro per il fatto che i loro nomi fanno continuamente capolino nella home page dei giornali on line, perché si sono fidanzati con una bellissima top model o perché il loro ingaggio ha bruciato un nuovo record. So che sono cominciati i mondiali in Russia, anche perché nelle altre reti ci sono per lo più repliche. Non mi appassiono ai mondiali, sostanzialmente perché non ho più dodici anni, anche se dico che è per il fatto che si tratta ormai di uno spettacolo con cui il finanzcapitalismo cerca di distrarre il popolo, come facevano gli imperatori dell'antica Roma con i giochi nel Colosseo. Ma anche se io non lo seguo più, credo che un ragazzino di dodici anni abbia il diritto - e il dovere - di vedere quelle partite come un grande gioco, di appassionarsi alle gesta dei suoi eroi; avrà tempo, crescendo, di capire cosa c'è dietro, come noi, crescendo, abbiamo capito cosa c'era dietro l'oro della coppa dell'82.
Ed evitiamo anche di fare confronti. Certo allora avevamo un presidente della Repubblica di cui essere fieri, un uomo che è ancora un nostro maestro. Tra trentasei anni quelli che adesso ne hanno dodici si saranno giustamente dimenticati dell'uomo grigio che siede al Quirinale. Non era comunque un'Italia migliore, non era una politica migliore, anche se c'erano indubbiamente uomini migliori, non era un calcio migliore, anche se c'erano uomini migliori. O almeno non è un'Italia di cui dobbiamo avere nostalgia. Se adesso facciamo schifo è anche per quello che è stato fatto - o non fatto - allora.
E, nonostante tutto, io sono contento di aver vinto i mondiali dell'82.

giovedì 14 giugno 2018

Verba volant (533): porto...

Porto, sost. m.

Questa parola deriva, attraverso il latino, dal greco poreytòs, in cui riconosciamo la stessa radice che troviamo in pòros, che significa passaggio: il porto quindi non è mai una destinazione, ma un luogo - o magari un momento - di passaggio, da un luogo a un altro, da una condizione a un'altra. Io credo dovrebbero ricordare questa semplice definizione sia il ministro che in questi giorni ha dichiarato che i porti italiani saranno chiusi, sia i sindaci di grandi città sul mare che, magari solo per fare polemica contro il partito di quel ministro o forse perché ci credono davvero, hanno detto che vorrebbero aprire i porti delle loro città. Ma dovrebbero ricordare questa definizione anche le autorità francesi che hanno creato a Calais, un porto così importante per la storia di quel paese, un grande campo, chiamato significativamente The Jungle, che - nonostante sia ufficialmente chiuso - è ancora una destinazione per troppe persone.
Quel ministro ha certamente l'autorità per "chiudere" un luogo fisico, una banchina dove dovrebbe attraccare una nave, come io ho il permesso di dire che questa decisione è sbagliata, tragicamente sbagliata, perché è immorale il divieto di attracco e quindi di sbarco di una nave dove si trovano 629 persone, tra cui bambini, donne in gravidanza, persone malate. Non credo che un sindaco abbia il potere di aprire quel luogo che il ministro ha chiuso, ma il tema non è il luogo fisico e chi ne abbia le chiavi.
Un ministro non può impedire un passaggio da una condizione a un'altra. L'uomo - o la donna - che decide di lasciare il proprio paese perché in quel luogo non ci sono più le condizioni politiche, economiche, sociali, per vivere, non è più un cittadino sottoposto alle leggi del suo paese, ma un esule, che quelle regole non può più - o non vuole più - rispettare, e che quindi deve essere sottoposto a nuovi doveri, ovviamente in cambio di nuovi diritti. L'uomo - o la donna - dal momento che è partito diventa qualcun altro, qualcuno a cui noi dobbiamo garantire precisi diritti, come ci insegnano già gli antichi. E hanno ancora più diritti quelli che nel linguaggio burocratico chiamiamo "minori non accompagnati", ma che poi sono bambine e bambini, le cui famiglie hanno una sola possibilità e devono scegliere: uno solo può fare quel viaggio, per uno solo ci sono i soldi, e viene scelto il più debole, quello che soffrirà di più, ma anche quello che potrà vivere di più. Anche qui c'è un passaggio, quel bambino - o quella bambina - diventa un orfano.
Naturalmente non tutti quelli che partono hanno questi diritti, alcuni non li hanno mai avuti - se non il diritto di essere salvati in caso di imminente pericolo - perché il loro obiettivo è lasciare un paese, dove magari stanno davvero male anche loro, ma per commettere dei reati, e con l'intento di non rispettare le leggi del paese in cui vogliono arrivare. Compito di un ministro sarebbe quello di organizzare un sistema di controlli rapido, efficiente e sicuro, attraverso cui separare il grano dal loglio. A parte che fare una cosa del genere è difficile, e richiederebbe tempo - tempo che immagino il ministro non abbia, visto che è sempre in giro a fare dichiarazioni - fare questo sarebbe controproducente per quel ministro, dal momento che il suo partito per ottenere voti ha bisogno che arrivino stranieri in maniera irregolare. Ma soprattutto quelli che votano per quel ministro hanno bisogno di stranieri senza diritti, altrimenti non saprebbero chi far lavorare nei loro campi o nelle loro fabbriche con paghe da fame o non saprebbero a chi affittare in nero le loro case. E allora qui assistiamo a un altro passaggio, quell'uomo - o quella donna - da esule che era, diventa uno sfruttato; e si tratta di un passaggio su cui il ministro e i suoi elettori chiudono volentieri un occhio.
Quando il ministro urlerà ancora che i nostri porti sono chiusi, noi dovremo rispondergli che ci sono cose che non può fare, ci sono passaggi su cui non può intervenire e che non può chiudere.
Ma il porto deve essere un luogo e un momento di passaggio non solo per quegli uomini e quelle donne che stanno arrivando, ma anche per noi, che apparentemente rimaniamo fermi qui. Abbiamo bisogno di riconoscerci come uomini e donne che passano attraverso dei porti: è il passaggio che facciamo, o che dovremmo fare, da spettatori inermi ad attori, da consumatori a cittadini, da schegge di una comunità chiusa ed egoista a gocce in una fratellanza solidale sempre più ampia. Dei porti si può avere paura, perché è più facile stare nella sicurezza delle proprie case, nelle certezze che ci siamo costruiti, mentre ogni passaggio ha in sé un rischio. Lo sanno bene quelle donne e quegli uomini che accettano ogni giorno per sé e per i propri figli un pericolo che paralizzerebbe tanti di noi. Per questo dobbiamo andare loro incontro, dobbiamo capirli, dobbiamo riconoscerli come fratelli: quei porti li dobbiamo aprire a loro, ma anche a noi.

lunedì 11 giugno 2018

Verba volant (532): zattera...

Zattera, sost. f.

Il 2 luglio 1816, al largo delle coste dell'attuale Mauritania, affondò la fregata francese Méduse; il responsabile di quel disastro fu il comandante Hughes Duroy de Chaumareys che, oltre a non navigare da oltre venticinque anni, non conosceva quelle acque; a causa della sua impreparazione e dei suoi errori la nave si incagliò sul fondale sabbioso e si squarciò. Duecentocinquanta persone si salvarono grazie alle scialuppe, ma i centocinquanta uomini della ciurma furono imbarcati su una zattera di fortuna, lunga 20 metri e larga 7. In un primo momento il capitano decise di trascinare la zattera, ma, visto che era troppo pesante, le cima che la legavano alle scialuppe furono lasciate andare e quegli uomini furono abbandonati al loro destino. Venti morirono già la prima notte. In quei tragici giorni gli uomini sulla zattera diedero il peggio di sé: gli ammutinamenti furono frequenti e causarono sempre dei morti, le risse erano continue, i tentativi di accaparrarsi le magre derrate che erano riusciti a portare con loro finirono per distruggere quel poco di cui avrebbero potuto nutrirsi, il nono giorno ci furono i primi casi di cannibalismo sui cadaveri e dopo qualche giorno i "sani" decisero che i "malati" sarebbero dovuti morire per permettere a loro di salvarsi. Il 17 luglio, quando quasi tutti erano ormai morti di fame o si erano gettati in mare per la disperazione, i superstiti vennero salvati dal battello Argus. Cinque morirono la notte seguente. Solo quindici uomini si salvarono e tornarono in Francia.
Meno di due anni dopo il giovane pittore Théodore Géricault dipinse un grande olio su tela intitolato La zattera della Medusa. Quell'opera, che oggi possiamo vedere al Louvre, è considerata il capolavoro di Géricault e segna l'inizio del romanticismo nella pittura francese. Il pittore avrebbe potuto scegliere tanti momenti, anche intensamente drammatici: il momento in cui le cime vennero gettate in acqua, i primi combattimenti sulla zattera, la decisione di gettare quelli che non ce l'avrebbero fatta e le cui carni non potevano essere mangiate. Oppure il momento del salvataggio. Descrive invece il momento in cui i pochi rimasti vedono in fondo all'orizzonte gli alberi di una nave. Nei diari di quelli che torneranno si racconta che quell'immagine lontana a un certo punto scomparve e quindi l'illusione che si era diffusa poco prima, svanì in maniera drammatica. Cosa dipinge Géricault? Il momento in cui gli uomini credono che la nave si stia avvicinando e in cui le loro mani sventolano dei luridi stracci come segnalazione? o quello successivo, in cui la vedono allontanarsi e quel movimento delle braccia è ormai inutile? Non lo sappiamo e ciascuno di noi può leggere in un modo diverso quell'immagine. Con angoscia o con speranza.
Mentre scrivo 629 persone sono ferme in una barca in mezzo al Mediterraneo, quella nave non corre il rischio di affondare come la zattera dipinta da Géricault, nessuno è ancora morto, anche se ogni ora le condizioni si fanno sempre più precarie, anche perché tra quei 629 tanti sono bambini, molte sono le donne che tra poco partoriranno, moltissimi sono deboli, stremati da un viaggio che è cominciato chissà dove e chissà quando. Non ci sarà un pittore che trasformerà in un capolavoro il dramma dell'Aquarius. Ma adesso sappiamo che quelle donne e quegli uomini sono lì e che ogni movimento può scatenare la loro gioia come ogni fermata può abbatterli e prostrarli. Quella nave deve raggiungere un porto. Chi usa quelle 629 persone per la propria battaglia, quand'anche fosse legittima, quand'anche fosse fondata - e in questo momento stanno sbagliando sia il governo italiano sia quelli degli altri paesi che negano la possibilità di attracco - è colpevole quanto chi ha sfruttato quelle donne e quegli uomini organizzando il viaggio che li ha portati fino a lì.
L'ho scritto altre volte, la questione non è decidere chi adesso aprirà per primo i propri porti, o lo farà domani, o dopodomani, perché domani ci sarà un'altra nave e dopodomani un'altra ancora. La questione è decidere un diverso modello di sviluppo. Adesso, sia come sia, quella zattera deve arrivare a terra. Ma una volta che quelle persone sono sbarcate non possiamo dimenticare i loro volti, dobbiamo fissarli come fissiamo il viso dolente dell'uomo nel quadro di Géricault, l'unico che non guarda la nave in lontananza e invece guarda noi, e quel suo sguardo ci dice che noi siamo con loro su quella zattera, ci dice che non possiamo illuderci di essere in salvo. E non sappiamo se quella nave là in fondo si sta avvicinando o sta sparendo per sempre.