mercoledì 18 aprile 2018

Verba volant (510): forno...

Forno, sost. m.

Il profumo che esce da un forno la mattina è certamente uno dei piaceri della vita. Poi sai bene che dietro a quell'odore così gradevole e capace di attirarti, come il canto delle sirene, c'è il duro lavoro dei fornai, che di notte, mentre noi placidamente dormiamo, hanno preparato quel pane, ma intanto tu ti puoi perdere in quel profumo. Non so se chi è nato e cresciuto in una città ha avuto - e ha - la stessa opportunità, ma io che ho frequentato le elementari nei Settanta in un piccolo paese del contado bolognese e andavo a scuola a piedi, ricordo che ogni mattina sentivo quel profumo, perché il forno stava nel breve tragitto tra casa nostra e la scuola. E risento quel profumo anche ora, perché per arrivare in ufficio passo davanti al forno della famiglia Zalaffi.
Credo immaginerete - cari e fedeli lettori di Verba volant - che questa definizione non è dedicata solo alla nostalgia del profumo del pane appena sfornato, ma a una metafora di cui in questi giorni si fa largo uso - mi sembra un po' a sproposito - quella dei "due forni". Pare che l'abbia inventata Giulio Andreotti negli anni Sessanta e comunque, al di là di questa inutile questione di copyright, descrive bene la situazione politica di quel decennio, perché la Democrazia cristiana, grazie alla sua forza e alla sua capacità di essere molte cose contemporaneamente, aveva la possibilità di avere interlocutori sia alla propria destra, dai liberali ai missini, che alla propria sinistra, fino ai socialisti. E naturalmente sfruttò fino in fondo tutte queste possibilità, riuscendo a essere il dominus della politica italiana per tanti anni. Quella stessa metafora fu applicata in anni successivi anche al Psi di Bettino Craxi, anche se in questo caso si trattava di una possibilità più teorica che pratica. Certo i socialisti seppero sfruttare questa posizione in tante amministrazioni locali, riuscendo a governare sia con la Dc che con il Pci, magari ottenendo il sindaco, proprio grazie a questa possibilità, ma a livello nazionale non ci fu mai veramente l'opzione della nascita di un governo formato da Pci e Psi, con la Dc all'opposizione. Di questo erano consapevoli tutti gli attori della politica italiana. Bastava vedere cosa era successo nel '78 quando la Dc di Aldo Moro tentò un'apertura al Pci di Enrico Berlinguer: pensate cosa sarebbe successo se qualcuno avesse tentato di formare un governo senza la Dc. Comunque allora le insegne dei forni erano ben chiare.
Oggi mi pare che nella politica italiana non ci sia più nessuno capace di fare il pane né tanto meno qualcuno che abbia la voglia di svegliarsi la notte per farlo. Questi non hanno proprio la stoffa per fare i fornai, al massimo possono aprire delle botteghe in cui rivendono pane confezionato, preparato giorni prima da qualche altra parte. Senza nessun profumo. 
Francamente la politica dei due forni non mi è mai piaciuta, neppure quando c'erano quelli che sapevano fare il pane. Mi pare sia un'espressione di quell'opportunismo italiano, ben rappresentato dall'antico adagio "o Franza o Spagna purché se magna", attribuito in maniera malevola al Guicciardini.
Mi piacerebbe invece richiamare un altro uso antico, di cui però anch'io - e penso molti di voi - ho ancora memoria. Quando io ero bambino nessuna delle nostre famiglie faceva il pane in casa, lo acquistavamo al forno, però c'erano alcune occasioni in cui quel forno, pur rimanendo di proprietà del fornaio, diventava comunitario, ad esempio per cuocere il coniglio a pasqua. Ricordo che mia nonna, come altre donne della sua età, portavano le teglie a cuocere là, perché con i forni "moderni" che avevano in casa non veniva bene. Quell'uso comunitario del forno era una traccia, un ricordo, di un passato - che è il presente in tante realtà del mondo - quando le famiglie che vivevano in una stessa comunità condividevano alcune cose, come il forno appunto, che non potevano avere ognuna nella propria casa. E quel forno era di tutti, e tutti ne avevano cura, come se fosse il proprio.
Naturalmente quello che ogni famiglia sfornava rimaneva di sua proprietà, ma quando c'è un forno comune non è sempre facile dire cosa è mio e cosa è tuo e magari, in un momento di difficoltà, quel che sarebbe stato solo mio poteva diventare anche un po' tuo. Oppure se io quel giorno non potevo portare il pane a cuocere, tu potevi cuocere anche il mio, mentre lo preparavi per te. Ecco io alla politica dei due forni preferisco decisamente quella del forno comunitario, di un solo forno di cui tutti dovremmo prenderci cura e di una comunità che, intorno a quel forno, pratica una forma concreta di solidarietà.

venerdì 13 aprile 2018

Verba volant (509): mentire...

Mentire, v. intr.

Per un curioso paradosso, la più inverosimile delle fake news per giustificare una guerra è stata anche la più celebre, quella che ha goduto di maggiore fortuna: sinceramente nessuno può davvero credere che i re di tutte le città greche abbiano deciso di partecipare alla spedizione contro Troia, organizzata da Agamennone, solo per riportare a Sparta Elena, tanto più che avevano un pessimo giudizio su Menelao e che pensavano che quelle corna se le fosse proprio meritate. E non ci crede neppure Omero, che appare in imbarazzo quelle poche volte in cui è costretto a citare quell'episodio: per sua fortuna egli racconta quello che è successo in cinquantun giorni del decimo anno di guerra, quando tutti si sono ormai dimenticati delle menzogne che hanno raccontato per giustificare quel conflitto. E poi Omero è un poeta, che vuole raccontare una storia d'amore, quella di Achille e di Patroclo, destinata a concludersi in modo tragico.
Per questo forse non ha il coraggio di raccontare perché quella guerra era scoppiata: le città greche, che si stavano sviluppando, in cui stava crescendo una classe di mercanti sempre più intraprendenti e di uomini legati alla finanza, avevano bisogno di togliere a Troia il controllo dell'Ellesponto - quello che in altra epoca chiameremo stretto dei Dardanelli - e quindi della navigazione verso le terre che si affacciavano sul ponto Eusino, ricche di risorse minerarie e tra le zone di maggior produzione di cereali del mondo antico. Questo però non si poteva raccontare e con Troia non funzionava neppure la storia, sempre molto usata per giustificare una guerra, dello scontro tra civiltà. I troiani parlavano greco, la città era protetta da un'antichissima statua lignea di Atena, anzi erano quelli che attaccavano a essere culturalmente e artisticamente un passo indietro rispetto alla grande e antica città che dominava l'Ellesponto.
In questi giorni altre navi stanno solcando le acque del Mediterraneo, navigando verso oriente: sono molto diverse da quelle descritte da Omero, spinte dalla forza dei venti e da quella dei rematori. E sono molto diverse le bugie di Agamennone e mi pare che nessuno di quelli che si accingono a cantarne le gesta abbia la stessa ritrosia di Omero a diffondere le sue menzogne. Non appena Agamennone ha detto che l'esercito di Troia ha usato delle armi chimiche, in tantissimi gli hanno dato ragione, si sono fatti fotografare con una mano sulla bocca e hanno scritto elzeviri per dire che è proprio vero, che quelle armi sono state usate, i più audaci hanno detto di averne sentito perfino la puzza, a chilometri di distanza. Curiosamente, mentre le bugie sono così diverse, le ragioni, vere, sono così uguali. Agamennone e i re suoi alleati hanno deciso di organizzare questa spedizione, perché c'è una classe di banchieri, di mercanti, di industriali, che ha bisogno di quel conflitto, perché una guerra fa guadagnare soldi, molti soldi, a chi sa come sfruttarla. Ma questo è meglio non raccontarlo, toglie eroismo, toglie fascino alla guerra.
Omero non ci racconta molte morti, descrive tanti combattimenti, ma pochi morti, perché vuole raccontarci le morti importanti, quella di Patroclo per mano di Ettore e quella di Ettore per mano di Achille. E così sappiamo - come sapeva lo stesso Achille - che anche lui morirà, perché il suo destino è strettamente legato a quello dell'eroe troiano: morto Ettore, anche lui è destinato a soccombere, nonostante la sua invincibilità. Eppure tante donne e tanti uomini morirono quando Troia fu alla fine sconfitta, Omero non ce lo vuole raccontare, ma quella guerra fece soprattutto vittime tra i civili. Gran parte dei soldati greci partirono vivi dalla spiaggia di Troia, anche se tanti di loro non arrivarono mai a casa, come i compagni di Odisseo o vennero uccisi quando giunsero in patria, come Agamennone. Gran parte dei soldati di Agamennone tornerà a casa anche questa volta, anche perché la loro guerra è molto diversa da quella degli antichi, possono combattere rimanendo lontani dai loro nemici; torneranno a casa, ma sappiamo che tante volte il loro ritorno non sarà né semplice né felice, perché una guerra ti lascia dentro delle ferite, anche quando la combatti davanti a uno schermo, quando le persone che uccidi sono punti luminosi, come in un videogame. La cosa che invece è proprio uguale in questa storia è che quando Troia, ancora una volta, cadrà, rimarranno tra le macerie le donne e i bambini, quelli più deboli, quelli che non avrebbero voluto combattere, quelli che non avevano nulla da guadagnare dalla guerra. Come è sempre stato, saranno loro, solo loro, le vittime dalla guerra, anche quando sopravviveranno alla catastrofe, perché Troia non ci sarà più, dopo che l'avremo distrutta e non sarà più possibile ricostruirla. Ma anche su questo preferiamo ascoltare delle menzogne.

lunedì 9 aprile 2018

Verba volant (508): alabarda...

Alabarda, sost. f.

Sono passati quarant'anni e non sono sicuro di ricordarmi bene, anche perché allora non sapevo di stare vivendo un momento che quarant'anni dopo avrei dovuto in qualche modo celebrare. Però credo che nel tardo pomeriggio di martedì 4 aprile 1978 io fossi uno di quei ragazzini che guardarono la prima puntata di Atlas Ufo Robot.
Era uno degli orari in cui mi era consentito guardare la televisione e soprattutto era un orario in cui toccava a me scegliere il programma da vedere. A dire la verità non ero io che sceglievo - credo avessimo ancora la televisione in bianco e nero con la manopola per l'audio, quella della sintonia e i bottoni per cambiare canale, anche se c'era poco da cambiare - erano i miei genitori che sceglievano e forse è eufemistico anche usare questo verbo, visto che l'unica scelta era tra accendere e spegnere l'apparecchio; era la Rai che decideva cosa avremmo guardato. Comunque sia, quello era un orario in cui la televisione era in qualche modo dedicata a me, dopo tornava ai miei genitori. Alle otto c'era il telegiornale, che in quei giorni particolari i miei, come tutti gli italiani, guardavano con attonita apprensione: era stato rapito Aldo Moro e il timore che sarebbe stato ucciso era evidente a tutti. Era una sorta di tempo sospeso, in cui si aspettava una notizia che pure non si voleva che arrivasse. Poi c'era il programma della sera, di cui vedevo solo l'inizio prima di andare a letto.
Quel cartone animato - che subito chiamammo Goldrake, dal nome del suo protagonista - era diverso da tutti i cartoni che avevamo visto fino ad allora. Completamente diverso. Non ricordo davvero che impressione mi fece quella sera, ma certamente già nei giorni successivi, quando giocavamo durante la ricreazione con i miei compagni di scuola, divenne normale fingere di attaccarci a colpi di alabarda spaziale.
Certo Goldrake fu anche un fortunato fenomeno commerciale, che venne usato per venderci tanti prodotti, ma credo che ricordiamo ancora quella storia, e le altre che sono seguite in quegli anni, perché finalmente noi avevamo un'epica. Goldrake, Mazinga, Jeeg, erano i nostri Achille e Odisseo.
Il motivo per cui noi abbiamo amato quelle storie - e le ricordiamo con nostalgia - è che erano costruite esattamente con gli stessi elementi della grande epica popolare della Grecia antica. Non fatevi ingannare da quello che sarebbe successo dopo, da quello che vi hanno fatto studiare a scuola: le storie degli eroi, di cui noi conosciamo in forma completa solo l'Iliade e l'Odissea, erano ai tempi degli antichi greci racconti popolari, che gli aedi cantavano nelle piazze, durante le feste, erano storie per il popolo.
E chi le ascoltava sapeva benissimo cosa sarebbe successo, chi sarebbe morto e chi sopravvissuto. Così come noi sapevamo benissimo che Goldrake avrebbe vinto anche quel duello, anche se il suo nemico sembrava invincibile, sembrava il più forte contro cui avesse mai dovuto combattere. Ogni episodio era costruito allo stesso modo, perché l'epica ha bisogno della ripetizione, ma anche nella ripetizione, anche in una serie di episodi che sembrano tutti uguali, succedono delle cose e si sviluppa una storia. La vicenda raccontata in Atlas Ufo Robot, che a noi allora parve lunghissima, durò relativamente poco - sono in tutto 74 episodi - e si conclude con la sconfitta di Vega e il ritorno di Actarus e Maria sul loro pianeta. E così un ciclo si chiude e se ne apre un altro, così come Goldrake era il seguito de Il grande Mazinga e questo a sua volta di Mazinga Z, che invece noi vedemmo in ordine inverso da come era stata concepita la trilogia.
E poi c'è il gusto del fantastico: è lo stesso dell'epica classica. I nemici di Goldrake e in genere i "cattivi" di queste storie sono personaggi a loro modo affascinanti, creature strane, come quelle che incontra Odisseo nel suo lungo viaggio di ritorno a Itaca. E poi i conflitti legati alla paternità e alla patria, ossia al luogo in cui si è nati e per cui si è disposti a morire - anche se Actarus è disposto a morire anche per una patria, la terra, che non è la sua - sono altri temi che questa nostra epica dei robot riprende in pieno da quella degli eroi di Omero.
Manca in quelle prime serie che arrivarono in Italia le pulsioni sessuali che pure erano parte importante dell'epica classica. Non c'erano Elena e Calipso, non c'era Circe, c'erano solo vergini guerriere, tendenzialmente androgine, e probabilmente questo piacque ai funzionari Rai che decisero di trasmettere quei cartoni animati. Ma a placare gli ardori di noi adolescenti sarebbero arrivate altre serie, come L'imbattibile Daitarn 3, non a caso trasmesse sulle nascenti televisioni commerciali. Anche di questo si nutre l'epica.
Ma c'era in quella nostra epica dall'impianto così classico qualcosa che invece era solo nostro. Quei terribili conflitti di robot, quegli incredibili duelli del cielo, si concludevano praticamente sempre con una grande esplosione, raffigurata spesso come un fungo atomico. E non per caso quell'epica è nata nell'unico paese del mondo che aveva visto e subito la distruzione delle armi nucleari. E anche se le storie erano sempre le stesse, e lo stesso era il modo di raccontarle, tutto era cambiato, perché gli uomini erano riusciti a costruire un'arma capace di distruggere l'intero pianeta e la stessa umanità. E niente quindi sarebbe più stato come prima.     

giovedì 5 aprile 2018

Verba volant (507): fallire...

Fallire, v. intr. e tr.

Non so se Lula meriti davvero il carcere, se sia davvero colpevole dei reati per cui è stato condannato. Non conosco i dettagli di quelle vicende e credo sarebbe stupido azzardare un giudizio solo in base alle poche e viziate cose che ci raccontano i mezzi di informazione, che evidentemente non gli sono favorevoli, e ai miei "pregiudizi", visto che sono smaccatamente di parte. Prendo atto della sentenza del Tribunale supremo federale, ma come non ho alcuna fiducia nella magistratura italiana - un potere tra i poteri, che interpreta un proprio ruolo in commedia - ne ho ancora meno in quella brasiliana.
Il problema però non è quello del destino di una sola persona, pur rappresentativa e importante come è Lula, ma di una stagione durata almeno dieci anni all'inizio di questo secolo che ha interessato tutto il continente sudamericano. Durante questo decennio i grandi paesi di questa parte del mondo sono stati governati da donne e uomini della sinistra, anche nelle sue espressioni più radicali, donne e uomini che spesso avevano conosciuto il carcere o comunque erano vissuti in clandestinità nei loro paesi durante le dittature militari sostenute dagli Stati Uniti e finanziate dalle forze del capitale, donne e uomini dichiaratamente socialisti. Quella stagione è finita e soprattutto non ha segnato in quei paesi un vero cambiamento.
So bene che contro questo tentativo è stata scatenata da parte del finanzcapitalismo una guerra selvaggia, che per ferocia non ha nulla da invidiare ai regimi di Videla e di Pinochet, so che contro questi governi democratici sono stati usati in maniera spregiudicata gli organi di informazione: penso ad esempio a come è stata raccontata sui grandi giornali internazionali, quelli che contribuiscono a creare l'opinione pubblica mondiale, la presidente dell'Argentina Cristina Fernández de Kirchner, rappresentata a volte come una strega intrigante, capace di tutto per ottenere il potere, oppure come un'inetta trovatasi per caso in quel ruolo, che gestiva in maniera inadeguata. O ancora il modo in cui è stato rappresentato Hugo Chavez come il solito caudillo interessato unicamente al potere. In Italia poi contro la Kirchner c'è stata anche più ostilità, visto che tra i suoi avversari c'era anche un gesuita che ha fatto una bella carriera e, come noto, ai "sinistri" italiani puoi toccare tutto, ma non questo papa così progressista.
Nello stesso modo spregiudicato sono state usate le istituzioni e la magistratura: in Brasile c'è stato un vero e proprio colpo di stato, parlamentare e giudiziario, per estromettere dalla presidenza Dilma Rousseff e rimpiazzarla con il più malleabile Temer. E così in tutti questi paesi sono andati al potere uomini che, pur non richiamandosi più alla destra conservatrice e ultracattolica dei generali degli anni Settanta e Ottanta, ne hanno ereditato le teorie economiche ultraliberiste. Il "nuovo" presidente del Cile, che ha sostituito Michelle Bachelet, è il fratello del ministro del lavoro e delle miniere di Pinochet, un uomo educato dai Chicago boys nel "verbo" del capitalismo.
Ma anche questa reazione così violenta e sistematica non basta a capire perché il socialismo in America latina ha fallito, se anche in Uruguay la presidenza di Pepe Mujica non ha lasciato tracce evidenti, se non gli insegnamenti di questo grande combattente, che però è stato ridotto, nella vulgata a uso dell'informazione mainstream a una specie di santo pauperista ed ecologista, uno che andrebbe bene anche a Grillo. Mujica invece è un socialista anticapitalista, ma di questo nessuno ovviamente parla.
La sostanziale sconfitta di queste donne e di questi uomini, che hanno avuto - anche per il fatto di aver governato insieme negli stessi anni - la possibilità di cambiare l'America latina, interroga anche noi perché evidentemente c'è qualcosa che non funziona nel modo in cui abbiamo declinato il socialismo tra la fine del Novecento e l'inizio di questo secolo. Quindi non è un problema solo italiano, come ogni tanto qualcuno prova a immaginare, dando ai tristi demiurghi del pd un ruolo che non meritano. Sinceramente, se non c'è riuscito Lula, pensavate ci riuscisse Bersani?
Forse il problema sta proprio nel compromesso socialdemocratico che tutti - tranne Chavez, almeno esplicitamente - hanno accettato. Ossia tutti - e anche Chavez - hanno accettato di governare i loro paesi all'interno di un disegno costruito da altri. Nessuno di loro ha ribaltato il tavolo, ha detto che ci sono leggi politiche a cui il mercato deve piegarsi e adeguarsi, tutti invece hanno cercato un compromesso con il mercato e questo alla fine li ha fagocitati.
Ricordate La piccola bottega degli orrori? C'è il film di Roger Corman del 1960 e il musical dell'86. Il giovane Seymour, commesso in un negozio di fiori, ha una piccola strana pianta che, nonostante tutte le sue cure, sta morendo; accidentalmente scopre che la pianta si nutre di sangue umano e quindi comincia a tagliarsi per farla crescere. Tutto va bene, il negozio, grazie alla pubblicità legata a quella pianta dalle forme bizzarre, non deve più chiudere, Seymour salva la sua amata Audrey dalle grinfie del fidanzato dentista, ma la pianta ha bisogno di sempre più sangue e Seymour è costretto a uccidere. Finché uccide l'antipatico dentista non ci sono problemi, visto che picchiava Audrey, ma la pianta ha sempre più sete e Seymour non riesce più a fermarsi e alla fine la pianta uccide anche Audrey e lui.   
Ho l'impressione che noi abbiamo fatto lo stesso con il capitalismo, lo abbiamo nutrito, quando è cominciato a crescere ne abbiamo tratto dei vantaggi, ci siamo convinti di poterlo controllare, ma alla fine ci ha divorati.
La sconfitta di Lula e di tutto i socialismo dell'America latina è ancora più drammatico perché in quei paesi il finanzcapitalismo spiega la sua potenza in maniera violentissima, le differenze tra i pochi ricchissimi e la stragrande maggioranza dei poverissimi continua a crescere, le grandi compagnie depredano le ricchezze naturali di quelle terre, che sono anche nostre, perché tutto il pianeta ha bisogno della foresta amazzonica e il capitalismo la sta distruggendo. In America latina c'è un bisogno disperato di socialismo.
Fallire significa etimologicamente cadere, essere abbattuti. In America latina stanno abbattendo gli alberi, stanno uccidendo le persone, stanno facendo fallire le nostre speranze.

mercoledì 4 aprile 2018

Verba volant (506): consultare...

Consultare, v. tr.

Nascerà il primo governo della XVIII legislatura? Non so, certamente non in questi giorni, immagino che rimarremo in questa situazione di stallo ancora per un bel po'.
Prima di tutto perché i protagonisti della vita politica italiana - compresi molti dei commentatori e dei giornalisti che la raccontano - continuano a pensare come se il nostro paese fosse una repubblica presidenziale - o semipresidenziale - con una legge elettorale maggioritaria e un sistema bipartitico o bipolare. Invece si tratta di una repubblica parlamentare con una legge elettorale proporzionale e un sistema multipartitico.
Non so se sono in malafede o semplicemente stupidi - preferirei la prima ipotesi, perché i cretini mi fanno sempre una gran paura - ma tutte le dichiarazioni lette in queste settimane su chi avrebbe vinto le elezioni e le richieste, alcune perfino ultimative, di sedere a Palazzo Chigi di questo o di quello non tengono conto di questo semplice ed evidente dato di fatto. E infatti, per paradosso, il solo partito che avrebbe la forza di far nascere un governo, l'unico davvero determinante e quindi, alla fine, il vero vincitore delle elezioni, rappresenta se stesso come lo sconfitto e dichiara che il suo posto è l'opposizione, peraltro senza chiarire a cosa si opporrebbe. So bene che non si può mischiare il vino buono con l'aceto, ma nell'83 il Psi aveva meno deputati - sia in termini assoluti che in percentuale - di quanti ne abbia oggi il pd, eppure il suo segretario divenne presidente del consiglio, il primo socialista a ricoprire quella carica. Certamente il partito più forte della coalizione ebbe in cambio i ministeri più importanti e soprattutto riuscì a imporre la propria agenda politica - e, visti i rapporti di forza, non sarebbe potuto avvenire altrimenti - ma quel risultato ha segnato l'apice per il Psi, pur con tutte le conseguenze negative che ciò ha provocato, che però non furono predeterminate da quella scelta, derivarono da una serie di azioni concrete, di cui purtroppo i dirigenti, a molti livelli, di quel partito, furono colpevoli protagonisti. Questo è il proporzionale in una repubblica parlamentare. Capisco che Di Maio, Salvini e renzi avevano nel 1983 rispettivamente 3, 10 e 8 anni, ma questo non impedisce loro di studiare e poi c'è qualcuno nei loro partiti che quella stagione la ricorda assai bene.
Ma francamente credo che il problema non sia solo questo. In queste quattro settimane, dal 4 marzo, da quando in questo paese non c'è un governo - ovviamente uno formalmente è in carica per "il disbrigo degli affari correnti", come recita il curiale linguaggio del Colle - cosa è cambiato? Cosa è cambiato nelle vite di ciascuno di noi? Non parlo ovviamente di cose belle o brutte che vi possono essere successe in questi trenta giorni, perché naturalmente qualcuno è nato, qualcuno è morto, non dico questi avvenimenti che fortunatamente vanno avanti da soli. E' cambiato qualcosa per il fatto che il governo è dimissionario? No, alcuni di voi hanno continuato ad andare a scuola, qualcuno è dovuto ricorrere alle cure di un ospedale, i dipendenti pubblici hanno continuato a ricevere lo stipendio, i nostri ministri vanno ai vertici europei, abbiamo espulso un paio di presunte spie russe, abbiamo fatto un po' di ammuina con i francesi per la vicenda di Bardonecchia, qualcuno sta scrivendo il prossimo bilancio. Nulla di serio. Eppure il governo è dimissionario, sfiduciato politicamente visto che il partito che l'ha fatto nascere ha perso così tanti voti. Ma c'è una qualche differenza con quello che succedeva a gennaio? O a novembre? O ancora prima? Non sarà che alla fine un governo, un qualsiasi governo, non conta nulla - o conta molto poco - e tutto questo affannarsi che impegna tutti loro - e anche noi, che commentiamo e ci appassioniamo - sia sostanzialmente inutile?
Ovviamente non credo che viviamo in un regime di anarchia - anche se mi convinco che sarebbe forse auspicabile - penso semplicemente che viviamo in un tempo infelice, in cui la politica ha sempre meno peso. Eppure ce lo ricordiamo ancora il tempo in cui c'era la politica, alcuni di noi con una qualche nostalgia. Semplicemente i luoghi dove vengono prese le decisioni non sono i governi nazionali né tanto meno i parlamenti. Non c'è l'anarchia, perché noi siamo sottoposti a un governo, anzi lo siamo in maniera molto rigida, abbiamo sempre meno libertà, ma questo governo non è stato scelto da noi e soprattutto non abbiamo alcun strumento democratico per sfiduciarlo. Certo possiamo scegliere ogni quattro anni - o giù lì - il capocondominio, quello a cui sono delegate alcune scelte di poco conto, ma le decisioni vere, quelle che hanno un impatto nelle nostre vite, vengono prese altrove. Le decisioni di smantellare progressivamente la scuola e la sanità pubblica, di privatizzare i più importanti beni comuni, di rendere il lavoro più precario, più insicuro - sotto tutti i punti di vista - e soprattutto meno pagato, hanno cambiato la vita di tutti noi, e continueranno a cambiarla. Non c'è un governo che abbia esplicitamente presentato questo programma, semplicemente chi poteva ha cominciato a farlo, prima provando a convincerci che queste scelte erano fatte per far crescere il paese, per investire sul futuro, e poi, quando siamo diventati più deboli e più sottomessi, hanno continuato a farlo senza spiegazioni e senza tanti infingimenti. Ovviamente guadagnandoci, loro.
Per questo potere così dispotico, così violento, che ci sia questo governo dimissionario è un vantaggio, perché paradossalmente un governo che non risponde al parlamento è ancora più forte. Il governo Gentiloni non può essere sfiduciato, non può essere mandato a casa e quindi gli si può far fare di tutto. E soprattutto andare avanti senza governo convincerà sempre di più i cittadini che la politica non è necessaria, anzi che è dannosa. E poi se i politici sono questi, che non sanno fare una o con il bicchiere. In fondo senza un governo si sta anche meglio: perché dovremmo affannarci ad averne uno? Tanto ci pensano loro a noi; e poi un governo ruba, mentre loro sono "virtuosi".
Questa posizione di attesa potrebbe andare avanti ancora parecchie settimane, perché chi comanda davvero non ha interesse che questa crisi venga risolta. E magari, tra un po', quando sarà proprio inevitabile trovare un governo, vedrete che salterà fuori l'ipotesi di un "governo di tutti", che alla fine è come dire un governo di nessuno, perché un esecutivo del genere sarà composto dai soliti tecnici, quelli buoni per tutte le stagioni, quelli in servizio permanete effettivo del finanzcapitalismo. Lo abbiamo già visto e lo rivedremo, purtroppo.
Consultatevi pure, tanto sappiamo che non contate un cazzo.
E non disturbatevi a consultarci: abbiamo cose più serie da fare.

lunedì 2 aprile 2018

Verba volant (505): inferno...

Inferno, sost. m.

Esiste l'inferno? Grazie alla scienza possiamo dire che certamente non esiste quel vasto regno sotterraneo, con i suoi fiumi e le sue fonti, di cui ci parla Omero, a cui si poteva accedere da un ingresso misterioso nel paese dei Cimmeri, nella regione del Caucaso. E, con lo stesso rigore, possiamo escludere che esista sotto Gerusalemme un grande pozzo dalla forma a imbuto, digradante fino al centro della terra, di cui pure Dante Alighieri ci ha descritto con dovizia di particolari la topografia.
Anche se la scienza non può darci la stessa incontrovertibile certezza che non esista nessun altro tipo di inferno, personalmente non credo ci sia un luogo del genere, semplicemente perché non esiste un'anima destinata a sopravvivere alla nostra morte. In polvere ritorneremo e l'unica possibilità, per quanto effimera, di resistere dopo la morte è legata alla memoria delle persone che ci hanno voluto bene e alle cose, buone o cattive, che abbiamo fatto; ma anche tutto questo è destinato a scomparire.
Eppure l'inferno esiste. L'inferno sono le fabbriche della Cina in cui vengono costruiti i nostri telefoni, dove lavorano e vivono migliaia di persone, spesso per molti anni, a volte fino alla morte, in cui i lavoratori finiscono per diventare gli ingranaggi, facilmente intercambiabili, di una macchina sempre più complessa. L'inferno sono le case dove le donne sono violate e picchiate dai loro mariti, dai loro padri, dai loro fratelli, fino a essere annullate come persone. L'inferno sono le periferie di tante città in cui i corpi delle bambine e dei bambini diventano merce per ogni genere di traffico. L'inferno sono le ingiustizie, i soprusi, le torture, di cui il potere si serve per tenersi in piedi. L'inferno è Gaza, in quella terra dove comincia il racconto di Dante, la cui terra poverissima è contesa in nome di valori ipocriti e mendaci ed è teatro di uno scontro le cui vittime sono sempre i più deboli. L'inferno sono i consigli di amministrazione delle multinazionali e delle banche che considerano le donne e gli uomini come numeri su un grafico, come statistiche, come oggetti da vendere e da comprare, L'inferno sono le barche dei migranti che nel Mediterraneo ripercorrono le rotte di Odisseo e che, come lui, sono in balia di forze che non possono controllare, ma che alla fine sono destinati a soccombere e sono condannati all'oblio. L'inferno sono le miniere dell'Africa, gli enormi depositi di rifiuti dell'India, i latifondi dell'America latina strappati alle foreste e inquinati dai prodotti della Monsanto, le dighe che sommergono ettari di terreni in tutto il mondo, costringendo alla fuga centinaia di migliaia di famiglie.
L'inferno è questa terra e lo sapevano bene anche Omero e Dante che, pur credendo - forse - all'inferno che stavano descrivendo, quando dovevano raccontare cosa c'era dentro, narravano le guerre, le viltà, le ipocrisie, le ingiustizie, quello che gli uomini facevano agli altri uomini.
Non credere all'inferno di Omero e di Dante, all'inferno che ci raccontano i preti di tutte le religioni, credere solo all'inferno in cui viviamo, ci offre però un vantaggio. Ci spinge a combatterlo, a provare a cambiarlo, a rendere questo mondo un po' meno crudele e violento di come lo abbiamo trovato. Per lo più non ci riusciamo, quando non contribuiamo noi stessi a costruire questo inferno - succede anche questo - ma almeno ci offre un obiettivo per cui vale la pena vivere.

sabato 31 marzo 2018

Verba volant (504): uovo...

Uovo, sost. m.

E' nato prima l'uovo o la gallina? Gli antichi non avrebbero avuto dubbi in proposito e avrebbero risposto - dalla Polinesia all'Egitto, dalla costa occidentale dell'America del sud al mar Baltico, dal golfo di Guinea all'India, dalla Cina alla Grecia - che è nato prima l'uovo. Gli antropologi hanno chiamato questo archetipo cosmogonico l'uovo cosmico.
I popoli che abitavano quella terra che si sarebbe chiamata Grecia, secoli prima dei tempi cantati da Omero, credevano che dal caos fosse sorta una dea che, non trovando dove poggiare i piedi, separò il cielo dal mare. Mentre danzava sulle onde la dea plasmò il vento e creò un serpente. Acceso di desiderio, il serpente avvolse le membra della dea, che si trasformò in una colomba e depose un uovo. Quando l'uovo si schiuse, ne uscirono il sole e la luna, le stelle e i pianeti, la terra con tutta la sua vegetazione e infine tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Questo è ciò che raccontavano quei popoli antichi che i greci chiamarono pelasgi, ma questi elementi, la dea primigenia e l'uovo, ritornano in tanti altri racconti mitici, in ogni parte del mondo. Era il tempo in cui comandavano le donne, perché da loro nasce la vita, e in cui l'attività fecondatrice degli uomini non era tenuta in gran conto: se ne poteva anche fare a meno, come insegnava la storia della dea. Non durò molto questo tempo, i maschi cominciarono a raccontare un'altra storia, ossia che all'inizio c'erano due divinità, Urano e Gea, il cielo e la terra, e che dalla loro unione nacque ogni cosa e ogni essere vivente. Poi Urano fu evirato dal proprio figlio Crono, e questi a sua volta fu spodestato dal proprio figlio Zeus: ormai era tutta una questione tra maschi, tra chi ce l'aveva più lungo. Nell'antica Grecia rimase traccia di quel culto antichissimo, del tempo in cui le donne avevano la meglio sugli uomini, ma erano riti misterici, per iniziati, tollerati e temuti dalle autorità, ma comunque confinati fuori dallo spazio pubblico delle città. Quella dea e quell'uovo potevano ancora essere celebrati, ma in segreto e senza far troppo clamore, perché i maschi non gradivano ricordare quel tempo.
E così l'uovo sparì. Riappariva ogni tanto, riuscendo a eludere la vigile censura degli uomini. Forse la più celebre di queste apparizioni è la Pala di Brera di Piero della Francesca. Si tratta apparentemente di una quadro dall'impianto molto classico, che rispetta i canoni della sacra conversazione: al centro la Madonna col bambino, a lato sei santi e quattro angeli e in basso il donatore Federico da Montefeltro; ma in alto, proprio sopra la Madonna, c'è un piccolo uovo appeso in una calotta semicircolare a forma di conchiglia.
A dire la verità quell'uovo misterioso fa capolino spesso nelle nostre vite, ma nascosto. La rappresentazione grafica più comune dell'uovo cosmico è lo zero, l'essenza femminile da cui scaturiscono tutti i numeri, il numero che è non è un numero ed è allo stesso tempo tutti i numeri, il numero che Leonardo Fibonacci riuscì a portare nella cultura occidentale, dopo aver scoperto la successione presente in natura nei fiori, negli alveari delle api e nelle conchiglie.
E poi ci sono le uova di cioccolato che ci scambiamo durante le festività pasquali e in cui da bambini trovavamo brutte sorprese, o almeno ci sembravano brutte perché non erano i regali che speravamo di trovare, e quindi quelle sorprese erano destinate a deludere le nostre troppo alte aspettative. Forse perché non conoscevano la storia dell'uovo, ma evidentemente è una storia che ancora non ci vogliono raccontare.

mercoledì 28 marzo 2018

Verba volant (503): bus...

Bus, sost. m.

Questa è una delle mie storie etimologiche preferite e non vedevo l'ora di trovare un pretesto per raccontarvela. Nel 1825 Stanislas Baudry trasformò un vecchio mulino ad acqua, che si trovava nei sobborghi di Nantes, facendolo azionare da una potente macchina a vapore. Poco dopo l'intraprendente uomo d'affari, che non voleva sprecare tutta l'acqua calda che serviva per far funzionare il mulino, si rese conto che si potevano aprire lì accanto dei bagni pubblici, dove i cittadini di Nantes avrebbero potuto trovare in qualunque giorno e a qualunque ora acqua bollente. Gli affari però non andavano come egli sperava, perché il mulino e i bagni erano troppo lontani dal centro; allora decise di organizzare un servizio di trasporto: acquistò una vettura a cavalli che ogni giorno, a orari regolari, portava gratuitamente i cittadini di Nantes dal centro della città ai suoi bagni di Richebourg. I concittadini di Baudry apprezzarono molto questa vettura, che però non usavano solo per andare ai bagni, ma semplicemente per spostarsi da una parte all'altra della città. Quando era in centro questa vettura era ferma davanti alla cappelleria di un artigiano che si chiamava Omnès, che, giocando con il proprio cognome e le declinazioni del termine latino omnis, aveva fatto realizzare una grande insegna su cui era scritto Omnes omnibus, letteralmente tutto per tutti; e così quando i cittadini di Nantes volevano prendere la vettura di Baudry cominciarono a dire "je vais à l'omnibus". Baudry, vedendo la situazione, capì che poteva guadagnarci e così, ottenuta l'autorizzazione municipale, istituì il primo servizio di trasporto pubblico della città. Fu un successo, tanto che nel 1828 fondò l'Entreprise générale des omnibus de Paris che, in pochi anni poteva contare già su 89 vetture, 200 impiegati e 800 cavalli. Il figlio di Stanislas aprì analoghe società a Lione e a Bordeaux. Era nato il trasporto pubblico ed era nata la parola bus, forma abbreviata di omnibus, che dall'inglese è arrivata in italiano. Quando incontro Roberto Fico sul bus questa storia gliela voglio proprio raccontare.
Ovviamente a me fa piacere che i nostri rappresentanti utilizzino il trasporto pubblico, così come sono contento che accompagnino i figli a scuola - pubblica naturalmente - che vadano a comprare i comodini all'Ikea, che passino i giorni di vacanza al bagno Miramare, insomma che facciano le cose che facciamo più o meno tutti noi. Naturalmente hanno anche il diritto di non subire la nostra maleducazione, hanno il diritto di non essere importunati per un selfie, e hanno lo stesso diritto alla "non rottura dei coglioni" le persone che lavorano con loro, ad esempio quelle che ne garantiscono la sicurezza.
Ma credo soprattutto che i nostri rappresentanti quando utilizzano i mezzi pubblici abbiano anche un dovere, quello di guardarsi intorno, quello di provare a capire come vivono e di cosa hanno bisogno quelle altre persone che usano quello stesso bus. E' anche un nostro dovere. Perché anche noi, quasi sempre, appena saliamo sulla carrozza di un treno o sull'autobus, prendiamo in mano lo smartphone e il tablet e ci estraiamo dagli altri oppure cominciamo a telefonare e, se siamo educati, parliamo delle nostre faccende a bassa voce, oppure più spesso costringiamo tutti gli altri ad ascoltare le nostre beghe familiari o i nostri problemi al lavoro. Poi arriva la nostra fermata e scendiamo; e gli altri continuano la loro vita.
A me non interessa tanto che mezzi di trasporto usino per andare al lavoro i nostri rappresentanti - anche se preferirei che non ci prendessero per il culo, facendo i "democratici" i primi giorni mostrandoci le loro foto in autobus o in bicicletta, per poi dimenticarsene i giorni successivi - ma credo sia più importante che riescano a capire cosa significa vivere con un solo stipendio e il mutuo o dover accudire i propri genitori anziani o vivere da sola, dovendo mantenere i figli. E per conoscere come vivono le persone non basta andare al lavoro in autobus - anche se aiuta - occorre avere una sensibilità, occorre avere voglia di sapere cosa succede intorno a noi, occorre essere consapevoli. E vi assicuro che è estremamente più difficile fare questo che sottoporsi ogni mattina e ogni sera allo strazio di un regionale di Trenitalia.

lunedì 26 marzo 2018

Verba volant (502): falco...

Falco, sost. m.

Ci sono parole - non molte a dire la verità - che hanno una precisa data di nascita. Non sappiamo quando i nostri antichi progenitori hanno cominciato a usare la parola falco per indicare quel grande rapace dal becco adunco e potente, ma possiamo ipotizzare sia avvenuto in quei decenni in cui l'impero romano si trasformava nell'Europa medievale, sotto la spinta dei popoli che chiamiamo barbari e infatti alcuni etimologisti pensano che questa parola sia passata dal latino al germanico, mentre altri che abbia fatto il cammino opposto.
Sappiamo invece con maggior precisione che nel 1962 i giornalisti americani hanno cominciato a usare questa parola con un significato che noi spesso ancora utilizziamo: furono loro a dividere i politici in hawks e doves, falchi e colombe, ossia tra quelli che, di fronte a determinate scelte politiche e militari, sostenevano una linea dura e intransigente, senza escludere l'uso della forza, e quelli che invece preferivano una via più conciliante. Anzi possiamo dire anche il mese in cui è nato questo significato: era ottobre, quando Washington fu costretta a confrontarsi con la cosiddetta crisi dei missili di Cuba.
I servizi segreti americani avevano scoperto che sull'isola caraibica l'Unione Sovietica stava installando delle postazioni missilistiche, rendendo quindi molto più vulnerabile il territorio statunitense. Il mondo non fu mai così vicino alla guerra, o almeno così allora sembrò a tanti. I falchi dell'amministrazione Kennedy chiedevano l'invasione di Cuba e la distruzione delle batterie missilistiche, pur consapevoli che questo avrebbe innescato una guerra dagli esiti imprevedibili. Le colombe riuscirono a bloccare entrambe le opzioni e così il presidente lanciò un duro ultimatum all'Unione Sovietica, chiedendo l'immediato smantellamento dei missili, mentre si completava il blocco navale dell'isola. I falchi di Mosca risposero inviando nuove navi verso Cuba, ma infine Nikita Chruščёv, dando ascolto alle colombe sovietiche, ordinò di togliere i missili dall'isola, ottenendo in cambio l'impegno statunitense a non organizzare una nuova invasione per abbattere Fidel Castro. Quella volta vinsero le colombe, o almeno è così che ce l'hanno raccontata. E forse Kennedy fu ucciso solo un anno dopo la crisi di Cuba proprio perché si era rifiutato di ordinare la guerra. Il mondo si sentiva in guerra. Nell'aprile del 1963 Giovanni XXIII pubblicò l'enciclica Pacem in terris e in quello stesso anno Stanley Kubrick dirigeva Dr. Strangelove or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb: il mondo sapeva che la guerra era un'opzione possibile, che i falchi avrebbero potuto avere la meglio sulle colombe.
Certo allora il mondo era diviso in due blocchi, gli Stati Uniti da una parte e l'Unione Sovietica dall'altra, due potenze in competizione sul piano militare, ma anche in quello sportivo e scientifico: nel '61 i sovietici mandarono il primo uomo nello spazio e nel '69 gli astronauti degli Stati Uniti raggiunsero la luna. Probabilmente la divisione vera era quella tra falchi e colombe. In fondo gli interessi e gli obiettivi veri dei falchi, al di là della retorica dell'una e dell'altra parte, erano gli stessi in entrambi gli schieramenti. Ma nel cielo, insieme ai falchi, volavano anche le colombe. E non è che queste fossero sempre così pacifiche; a volte erano davvero pericolose e letali.
In questi giorni ci dicono che il presidente Trump si è attorniato di falchi, le nomine quasi contemporanee di Mike Pompeo e di John Bolton rispettivamente a segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale, ossia i due ruoli chiave della politica estera dell'amministrazione, vanno certamente in questa direzione. Ma mi pare che la situazione sia peggiore dei tempi che ho raccontato - che pure erano per molti aspetti terribili - non solo perché non volano più le colombe, ma soprattutto perché manca del tutto la politica. Trump e i suoi falchi non hanno più l'ambizione di governare il mondo, ma sanno che il potere risiede in altri luoghi e a loro spetta soltanto eseguire gli ordini.
Questi falchi presunti sono ormai come quei volatili che, sempre chiusi in gabbia, vengono condotti fuori dai loro padroni solo in occasione di una battuta di caccia. Quando il falconiere decide, toglie loro il cappuccio, con cui fino allora li aveva tenuti al riparo di ogni stimolo, e li lancia all'attacco. I falchi eseguono il loro compito e poi ritornano sulle braccia del loro padrone, in attesa della magra ricompensa. E vengono di nuovo rinchiusi fino a quando comincerà una nuova battuta di caccia.
Per questo noi prede dobbiamo avere paura dei falconieri; e magari cercare di abbatterli. 

giovedì 22 marzo 2018

Verba volant (501): spia...

Spia, sost. f. 

"Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù", recita un'antica filastrocca che abbiamo imparato da bambini. Non si fa la spia. Eppure tutti noi da ragazzini - e forse anche dopo, quando siamo cresciuti - abbiamo sognato di fare la spia. In tanti hanno immaginato di essere come James Bond, per poter guidare l'Aston Martin "truccata" da Q e naturalmente per le bondgirls. Personalmente avrei voluto essere George Smiley. Difficile immaginare due persone più diverse, eppure immagino che Smiley e Bond si siano incontrati diverse volte nei lunghi corridoi del MI6, ognuno di loro sa chi è l'altro, suppongo si salutino, magari qualche volta si sono scambiati le loro opinioni su delle situazioni particolarmente complesse oppure si sono incrociati all'ufficio personale, dove entrambi dovevano consegnare dei moduli per una malattia, ma quasi certamente non si sono frequentati fuori dal lavoro. 
A noi italiani tocca comunque avere dei modelli di altri paesi, visto che le "nostre" spie sono per lo più personaggi da tenere alla larga, quando va bene corrotti faccendieri, per tacere di quelli che hanno messo le bombe, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, di quelli che hanno ucciso Pasolini e Moro e tanti altri: insomma la lunga lista di crimini che dobbiamo imputare ai servizi segreti italiani.
Gli antichi aedi raccontavano che Odisseo, dopo essersi travestito da mendicante, riuscì ad entrare a Troia. Il suo obiettivo era scoprire dove fosse custodito il Palladio, perché i greci avevano saputo che la città assediata non sarebbe caduta fino a quando quella statua della dea Atena fosse stata all'interno delle mura. Elena, nonostante il travestimento, riconobbe il re di Itaca, ma preferì tacere e così Odisseo, probabilmente la prima spia della letteratura mondiale, riuscì a scoprire dove i troiani tenevano quel simulacro così prezioso. La notte successiva, insieme a Diomede, tornò in città e trafugò la statua. E sappiamo poi cosa è successo.
In qualche modo è rassicurante sapere che ci sono ancora le spie - e ci sono ancora le guerre di spie - anche se sono passati secoli dalla guerra di Troia e anche se il mondo è molto diverso da quello in cui operavano Smiley e Bond. Le guerre sono diverse, qualcuno immagina che possano esserci conflitti senza soldati, dove moriranno solo vittime civili, perché la tecnologia potrà sostituire gli uomini in questa funzione primaria di ogni società. Naturalmente continuano - e continueranno - a esserci le guerre dove muoiono anche i soldati insieme ai civili, anzi le forze del capitale faranno in modo che ci siano sempre paesi in cui combattano gli eserciti, perché così potranno vendere loro le armi, ma ci saranno paesi che potranno illudersi che i loro figli - e le loro figlie - non dovranno più combattere, perché lo faranno al loro posto droni e robot. Ovviamente la tecnologia renderà diverso anche il lavoro delle spie - lo ha già reso diverso, passando da Odisseo a Bond - ma evidentemente le spie serviranno sempre, perché servirà sempre un uomo - o una donna - capace di guardare e di capire. Il verbo spiare - da cui spia - deriva, attraverso l'antico germanico - una lingua a cui, non a caso forse, dobbiamo diversi termini legati alla guerra - dal latino specere, che significa guardare. La spia quindi è prima di tutto uno che guarda; ovviamente non basta guardare - quello siamo capaci più o meno tutti - bisogna anche sapere dove guardare e capire quello che si è guardato. E le macchine, per quanto potenti, non potranno mai sostituire gli uomini in questo compito, anche perché le macchine non potranno mai commettere gli stessi errori degli uomini.
Ovviamente mi piacerebbe che ci fosse un mondo senza guerre e quindi senza spie, ma siccome si tratta di un'opzione impossibile, preferisco sapere che a fare la spia c'è uno come Smiley, che guarda il mondo dietro le sue spesse lenti da miope.

mercoledì 21 marzo 2018

Verba volant (500): dato...

Dato, sost. m.

Mark Zuckerberg sa tante cose su di me. Sa che ho un pessimo carattere e che amo moltissimo mia moglie; sa che sono comunista e sa per chi ho votato alle ultime elezioni (e a quelle prima); sa che sono ateo. Ma francamente credo che di tutte queste informazioni gli importi assai poco. Forse gli interessa di più sapere che quando vado in vacanza prediligo i piccoli paesi in riva a un lago, che spendo di più per il cibo che per i vestiti, che la mia serata ideale è stare in casa, sul divano, insieme a mia moglie, a guardare un bel telefilm poliziesco. E lui tutto questo lo sa. Come sa quali film preferisco e quale musica mi piace di più. Queste informazioni gli sono utili perché gli servono per vendere i miei dati a chi vuole farmi comprare un qualche prodotto. Poi devo anche dire che l'algoritmo che governa i miei dati - e quelli di altri due miliardi di persone - non sempre funziona, visto che mi ritrovo nella bacheca un'offerta vantaggiosa per delle scarpe - e solo Zaira sa gli sforzi che deve fare per convincermi a comprarne un paio nuovo - oppure una pubblicità di un candidato del pd (mi sono incazzato quando mi è arrivata e quasi stavo per togliermi da Facebook). 
Mark sa tutte queste cose su di me perché io gliele dico. Praticamente tutti i giorni, da quasi dieci anni, gli racconto cosa faccio e cosa penso e lui si ricorda tutto, anche le cose che io ho dimenticato, anche le cose che preferirei dimenticare (in dieci anni ho scritto la mia quota parte di cose stupide). Abbiamo fatto un patto io e Mark: lui mi mette a disposizione a gratis questo strumento, attraverso cui io posso informarmi, conoscere persone, diffondere le mie idee e le cose che scrivo, perfino fare un po' di politica - una malattia che ho contratto in gioventù e di cui soffro ancora - e io gli permetto di usare - e di vendere naturalmente - tutto quello che vuole su di me. Mi rendo conto che ho fatto un patto con un capitalista della peggior specie, ma accetto anche questa contraddizione, perché cerco di usarla a mio vantaggio. Non so quanto Mark ci abbia guadagnato da me in questi dieci anni, ma francamente a me sembra di non averci rimesso. E quindi mi va bene così.
Dato deriva dal latino datus, il participio passato del verbo dare. Il dato è - secondo la definizione del Pianigiani - "la condizione o quantità nota o, come dir si voglia, data e ammessa come vera per servir di mezzo a risolvere un problema matematico; e similmente il fatto che al filosofo si dà come certo, perché ragionandovi sopra ne ricavi le sue teoriche". Poi i filosofi hanno questa particolare capacità di tirar fuori teorie bislacche anche da dati veri e semplici, ma questa è un'altra storia.
Pianigiani ovviamente non conosceva i big data e non poteva immaginare che sarebbero diventati le cause di conflitti, molto reali, o gli oggetti di commerci, leciti e illeciti. In questa era tecnologica noi abbiamo riscoperto il valore etimologico di questa parola: il dato è qualcosa che noi diamo. E una volta che lo abbiamo dato, lo dobbiamo considerare perso, non possiamo sapere che uso ne verrà fatto. Anzi dobbiamo presumere che verrà usato male.
Non c'è rimedio; neppure andarsene da Facebook è un rimedio e comunque non capisco perché io dovrei rinunciare al mio "guadagno" di poter scrivere e di avere un pubblico potenziale di due miliardi di persone. L'unica soluzione è, ancora una volta, la nostra intelligenza, il nostro spirito critico. Nessuno ci costringe a "dare", se lo facciamo è perché vogliamo farlo. Ma quando diamo qualcosa, dobbiamo essere consapevoli di quello che diamo, per poi non pentircene in un secondo tempo. Anzi dobbiamo essere orgogliosi di quello che diamo, delle nostre idee, delle nostre passioni, dei nostri amori, di tutto quello che condividiamo con il mondo, dobbiamo pensare che potrebbero essere utili a qualcuno, che potrebbero perfino contribuire a migliorarlo questo mondo che ci fa così schifo. Non rinunciamo a dire quello che vogliamo dire solo perché qualcuno potrebbe "vendere" quelle nostre idee o perfino vendere noi stessi. Noi continuiamo a essere padroni di noi stessi, se vogliamo, possiamo essere più forti di qualsiasi condizionamento commerciale o propagandistico. Noi siamo i nostri dati, noi siamo quello che diamo.       

martedì 20 marzo 2018

Verba volant (499): innocente...

Innocente, agg. m. e f.

Invece di ascoltare tante parole vuote, inutilmente retoriche e per lo più false, che ci vengono propinate in questi giorni su quello che è successo quarant'anni fa nel nostro paese, credo che sarebbe molto più utile - per noi che c'eravamo e soprattutto per quelli che non c'erano - leggere le lettere che Aldo Moro scrisse dalla prigionia in quei drammatici cinquantacinque giorni. Anche la storia di quelle lettere merita di essere conosciuta: come furono scritte, come furono consegnate, come furono nascoste, come furono fatte ritrovare. E come furono lette in quei giorni, come furono fatte conoscere all'opinione pubblica, come divennero oggetto di discussione a sostegno di tesi contrapposte. Attorno a quelle lettere si è scatenata una ridda di ipotesi e di congetture; naturalmente anche questa vicenda è storiograficamente importante, ma sono più importanti le lettere in sé, per come furono scritte e per cosa c'è scritto, perché quelle lettere ci raccontano l'uomo che la ha scritte e allo stesso tempo un'epoca che molti non conoscono, per evidenti ragioni anagrafiche, e che noi "vecchi" abbiamo dimenticato.
Rileggendo in questi giorni quelle lettere ho pensato prima di tutto a come sono incredibilmente lontani quegli anni. Un uomo che sta per morire, che sa che sta per morire, decide di scrivere e con quelle lettere fa tutto quello che gli è possibile fare, anche tentare di salvare la propria vita, per quanto si renda conto che sia un'impresa disperata e forse vana. In un'età come la nostra in cui sembra che ci siamo dimenticati di come si scrive, che la comunicazione tra le persone passa anche attraverso la parola scritta, quelle lettere sono davvero fuori del tempo.
E fuori dal tempo ci appare Moro, che, pur in quelle condizioni, non dimentica quelle che chiama le "cose pratiche": in una delle prime lettere alla moglie scrive "Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C'è da ritirare una camicia in lavanderia." E nelle lettere non mancano mai la preoccupazione per i figli, per i conti da pagare, per le spese di casa. In un'altra lettera alla moglie la esorta a fare il vaccino contro l'influenza e le chiede di pensare alla tomba di Torrita, perché "almeno nell'immediato c'è il rischio di sicurezza". E' così piccolo borghese quell'uomo che sta per morire e che dice alla moglie di ricordarsi sempre di chiudere il gas. C'è un abisso antropologico tra quel mondo e il nostro: eppure sono passati quarant'anni, un'inezia. Suona antica la prosa di Moro, che pure nella fretta e nelle condizioni disagiate in cui scriveva, non perde quel certo suo stile, perché così era l'uomo.
E poi quelle lettere sono armi, sono strumenti di lotta nelle mani di Moro, che cerca con quelle lettere di continuare la propria battaglia politica. Non è morto innocente Aldo Moro. Questo aggettivo ha un'etimologia controversa, può significare sia colui che non nuoce sia colui che non sa. Nessuna di queste due espressioni si adatta al presidente della Dc. Aldo Moro sapeva benissimo cosa gli stava succedendo, era assolutamente consapevole dello scontro che stava avvenendo e anche che lui ne sarebbe stato la vittima. Nella sua prima lettera esclusivamente "politica", quella indirizzata al ministro degli interni Francesco Cossiga, scrive che il suo processo si sta facendo sempre più "stringente". Ma chiude quella stessa lettera ricordando a Cossiga e agli uomini del suo partito che sono "impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose". E qui Moro comincia a minacciare, e lo farà con sempre più determinazione man mano che passano i giorni e soprattutto quando capisce che la sua morte è già stata decisa.
Moro non è innocente perché egli era parte integrante di quel potere che lo ucciderà. In qualche misura Moro è vittima di una sorta di guerra civile che si combatté in questo paese, senza che nessuno l'avesse mai dichiarata. Moro ha la colpa per i suoi nemici di essere un traditore, di aver deciso di usare la propria intelligenza e il proprio potere non contro i "nemici", ma contro i suoi "amici". E per questo fu ucciso, e quella morte segnò uno spartiacque profondo nella storia del paese. E l'Italia non si risolleverà più, è rimasta cadavere in quella Renault 4 rossa, perché allora, uccidendo Moro, vinsero loro.
Aldo Moro chiude una delle sue ultime lettere, indirizzata al segretario della Dc Benigno Zaccagnini con queste durissime parole: "Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito." Sono le parole di uomo che non è innocente, ma di un uomo che ancora combatte, di un uomo che conosce quelli che lo stanno lo stanno uccidendo. Ma sono anche le parole di un uomo sconfitto, perché comunque quel funerale ci sarà, perché quelli che avevano ucciso Moro parteciperanno a quelle esequie farsesche, di fronte a una bara vuota per volontà della famiglia. Sono le parole di un uomo sconfitto perché, nonostante queste parole, Moro non diventerà mai "un punto irriducibile di contestazione e di alternativa", ma verrà in qualche modo assimilato a quel potere contro cui aveva combattuto e che lo avrebbe ucciso, diventando una sorta di santino, buono per tutte le occasioni. Anche per questo è utile che leggiamo le lettere, per capire cosa avrebbe potuto essere e non è stato.

mercoledì 14 marzo 2018

Verba volant (498): buca...

Buca, sost. f.

Ci sono buche nelle strade di Roma? Immagino di sì, perché ce ne sono nelle strade di tutte le città, piccole e grandi, del nostro paese. Ci sono più buche nelle strade di Roma rispetto a quelle che ci sono nelle altre città? Non so, ma certamente a Roma abitano più giornalisti e più rompicoglioni - a volte le due categorie possono anche coincidere - che nelle altre città. E siccome non ci frega nulla del bene comune, ma a ciascuno di noi importa solo della buca che abbiamo davanti a casa nostra, il fatto che tanti giornalisti abitino nella capitale fa sì che a Roma sembra ci siano più buche che in qualsiasi altra città d'Italia. Peraltro avviene qualcosa di simile anche nelle nostre città: ci sono più buche nelle vie dove abitano il farmacista, la barista, il corrispondente della gazzetta locale, oppure in quelle dove abitano i cittadini che telefonano ogni giorno in Comune per dire che ci sono le buche. Ci sono più buche nelle strade di Roma da quando c'è Virginia Raggi? Non so, ma sarei tentato di dire di no, semplicemente ci sono più notizie sulle buche, perché i giornalisti a servizio degli avversari del partito della Raggi credono che questo sia un argomento per indebolirlo: peraltro si tratta di una strategia che non si è rivelata particolarmente efficace, come hanno dimostrato le recenti elezioni.
Le buche sono un problema? Certo, a Roma come in in tutte le altre città, piccole e grandi. E se fosse un problema risolvibile basterebbe eleggere un bravo sindaco. Ma evidentemente non è neppure questa la soluzione possibile, perché anche dove ci sono sindaci bravi ci sono le buche.
Ci sono le buche perché in genere le strade sono fatte male, perché gli enti proprietari delle strade hanno sempre meno soldi per farle. Hanno meno soldi e meno poteri i Comuni, che pure sono i proprietari di tante strade, e non parliamo delle Province che, pur avendo ricevuto in carico molte strade grazie al bizzarro federalismo italiano, sono state successivamente quasi abolite. Poi quando qualche ente trova i soldi per fare una strada per lo più non ha i tecnici competenti per seguirne l'esecuzione e di questo si approfittano i privati che fanno male quello che dovrebbero bene, facendoselo pagare a carissimo prezzo. E quando gli enti hanno i tecnici competenti hanno di fronte così tante regole inutili - vedi alla voce Cantone - da spingerli a fare il loro lavoro meno bene di come sarebbero capaci. Poi non parliamo dei casi in cui i tecnici sono ladri e capaci e di quelli, più frequenti dei precedenti e più dannosi, in cui sono ladri e incapaci. Stante così le cose è difficile che una strada venga realizzata come Dio comanda. E una strada fatta male si romperà prima.
Poi c'è la manutenzione. Gli stradini comunali sono una razza in via di estinzione, sono ormai più rari dei panda e comunque quei pochi che ci sono non sono così tutelati come quei simpatici plantigradi. Ci hanno spiegato che non era economico che i Comuni gestissero direttamente la manutenzione stradale con il proprio personale e così questo servizio - come ogni altra manutenzione - è stata affidata ai privati, magari con un bel contratto di global service. Fare manutenzione significa letteralmente far sì che una cosa non si rompa e i cantonieri avevano tra l'altro anche questo compito. I privati di un global service invece non hanno interesse che una strada non si rompa, anzi - dal momento che vengono pagati a intervento - hanno interesse che ci siano più buche, che loro, più o meno prontamente, andranno a richiudere. Anche ammesso che i privati che curano la chiusura delle buche stradali lavorino bene - ma anche in questo caso vale il discorso fatto prima per gli appalti di costruzione delle strade - è proprio il concetto stesso a essere perverso: bisogna far guadagnare i privati e quindi bisogna che ci siano le buche. Per altro - e non è un aspetto secondario - tutti questi guadagni vanno ai padroni delle aziende, perché i lavoratori vengono pagati pochissimo - anzi i guadagni sono così alti proprio perché i lavoratori vengono pagati così poco - e i lavoratori che sono pagati poco in genere lavorano male, anche perché spesso non sanno fare quel lavoro per cui vengono assunti; ma questo non interessa ai loro padroni, il cui unico scopo non è chiudere le buche, ma i bilanci in attivo.
Ci sono troppe persone che lucrano sulle buche per pensare che un sindaco possa risolvere il problema. Avete voluto la buca? Adesso cadeteci dentro.

lunedì 12 marzo 2018

Verba volant (497): appello...

Appello, sost. m.

L'appello al senso di responsabilità rischia di diventare una sorta di topos letterario, come l'esaltazione delle virtù della donna amata nella poesia dei trovatori. Oggi si è esercitato Mattarella e sappiamo che nei prossimi giorni si susseguiranno gli inviti, le prese di posizione accorate, le richieste più o meno ultimative, rivolte alle forze politiche affinché queste mettano da parte i propri interessi a favore del bene del paese.
Chissà come è nata questa bizzarra idea di democrazia secondo la quale gli eletti dovrebbero essere migliori dei loro elettori, i rappresentanti dovrebbero essere più responsabili dei rappresentati?
Quante volte ciascuno di noi nel nostro ambiente di lavoro, dovendo scegliere tra il proprio interesse - anche una cosa piccola, come un permesso - e quello generale dell'azienda ha preferito il secondo? No, non voglio che mi rispondiate, so che sareste costretti a mentire, so che tutti rispondereste che avete rinunciato a tante cose per il bene dell'azienda, o magari per aiutare un vostro collega. Balle. Se una volta l'avete davvero fatto, ve ne siete subito pentiti e siete tornati a fare quello che fanno tutti, ossia gli affari propri.
Quante volte avete rinunciato a qualcosa sapendo che quella vostra rinuncia sarebbe andata a vantaggio degli altri? Anche qui non siete obbligati a rispondere. Ovviamente non vale quando questa rinuncia è andata a vantaggio di un vostro familiare o di qualcuno che poi sarebbe stato nella condizione di dovervi fare un favore ancora più grande.
Quelli che eleggiamo sono egoisti, ipocriti, gretti, perché noi siamo così. Così come non possiamo sperare che nasca una società non più maschilista, dal momento che ciascuno di noi lo è. Mettere insieme tanti vizi non significa fare una virtù, al di là di quello che fingiamo, al di là di come amiamo rappresentarci.
E allora perché mai una forza politica - che è fatta da persone come noi - dovrebbe comportarsi diversamente da noi? Perché dovrebbe rinunciare a un beneficio certo per sé, a favore di qualcosa che c'è il rischio concreto che potrebbe favorire i propri avversari. E' verosimile che non nascerà un governo a seguito di queste elezioni perché nessuna delle forze politiche, sia quelle che hanno vinto sia quelle che hanno perso, hanno interesse a farlo nascere. Anche se poi le forze politiche non esistono, mentre esistono quelli che noi abbiamo eletto e immagino che ciascuno di loro ci penserà due volte prima di segare il ramo su cui si sta per sedere comodamente e su cui potrebbe stare per ben cinque anni. Se un governo nascerà è perché l'istinto di conservazione del migliaio di persone che abbiamo eletto - e delle loro famiglie - sarà più forte dei calcoli delle forze politiche.
E per favore non facciamo quelli che ci scandalizziamo. Non firmiamo appelli invocando di volta in volta il loro senso di responsabilità o il vincolo di mandato, non chiediamo loro di far nascere un governo o di non farlo nascere: noi non siamo meglio di loro. Anzi. 
     

sabato 10 marzo 2018

Verba volant (496): dazio...

Dazio, sost. m.

Mio nonno Vincenzo è stato l'ultimo daziere comunale di Granarolo. Nel 1972 - erano gli anni del centrosinistra - con l'introduzione dell'Iva venne abolita la riscossione del dazio, ossia la tassa sulle merci che entravano nel territorio comunale. Mio nonno lavorò ancora alcuni anni, continuando a occuparsi dei tributi comunali. A Bologna, come nelle altre città, vennero chiusi i caselli daziari: non ci passo da tempo, ma credo sia ancora in piedi quello all'incrocio tra via Mattei e via Bassa dei sassi, che serviva per le merci che arrivavano da Castenaso. Di quell'età rimangono in tanti nostri paesi i piccoli edifici che ospitavano le pese pubbliche. Ogni commerciante che riceveva la merce sottoposta al dazio doveva avvisare il daziere, che poneva un sigillo, in alcuni casi un piombino chiuso su uno spago, in altri un timbro circolare di colore fucsia. E poi riscuoteva una tassa, che andava ovviamente a caricare il prezzo di vendita. Il daziere inoltre poteva sanzionare chi non metteva il dazio o chi lo faceva in maniera irregolare: non si trattava di un compito facile, spesso non molto gratificante, perché il daziere non era particolarmente amato in paese, specialmente quando era severo, come mio nonno.
E' curiosa l'etimologia di questa parola, perché, derivando dal latino datium, indica una tassa pagata spontaneamente, a differenza dell'imposta che - come dice la parola - è qualcosa a cui il cittadino è sottoposto contro la sua volontà. Sappiamo bene che anche il dazio è imposto: un commerciante vorrebbe volentieri non pagarlo. E tentava di non pagarlo. Come avrebbe tentato successivamente di evadere l'Iva.
Questa parola sta tornando di moda, visto che il presidente degli Stati Uniti, sfidando molti suoi consiglieri economici, ha deciso di imporre un dazio del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio, con l'obiettivo di favorire l'industria del suo paese e quindi di creare nuova occupazione. Curioso che un esponente del finanzcapitalismo come Trump abbia deciso una cosa del genere, che in qualche modo contravviene l'unica regola riconosciuta dal capitalismo, ossia che non ci devono essere regole. E per questo molti esponenti del suo partito - ma anche dei democratici - sono insorti contro questa decisione: i dazi devono essere aboliti perché solo il mercato deve avere il compito di imporre i prezzi. E' qualcosa da cui lo stato deve star fuori.
Ovviamente Trump non è diventato comunista; e neppure socialdemocratico. Deve semplicemente pagare la sua cambiale ai grandi gruppi industriali che gli hanno finanziato la campagna elettorale e soprattutto deve gettare un po' di fumo negli occhi agli elettori, che lo hanno votato con la speranza che quel politico così "irregolare", così populista diremmo in Europa, avrebbe finalmente fatto qualcosa per difendere l'industria statunitense. Quello che scopriranno a proprie spese gli operai americani è che gli effetti positivi dei dazi - che ci saranno nel breve periodo - andranno a tutto vantaggio dei padroni delle fabbriche che in questa fase, grazie ai dazi, guadagneranno di più. E quando invece i dazi si riveleranno dannosi, perché ovviamente anche gli altri paesi li imporranno come forma di ritorsione, provocando una diminuzione delle esportazioni degli Stati Uniti, saranno ancora gli operai a pagarne le conseguenze. Ma per quel tempo i padroni avranno già trovato un "nuovo" Trump e il ciclo ricomincerà, facendo aumentare i guadagni dei ricchi e impoverendo ancora di più quelli che sono già poveri.
E Trump? Farà la figura dello scemo, per non pagar dazio.     

venerdì 9 marzo 2018

Verba volant (495): modulo...

Modulo, sost. m.

Francamente solo i politici e i giornalisti possono stupirsi del fatto che alcune persone in questi giorni si siano rivolte agli uffici pubblici o ai caf per chiedere i moduli per presentare la richiesta del reddito di cittadinanza: evidentemente non siete abituati a parlare con la "ggente". 
Visto che nella mia famiglia abbiamo una qualche esperienza del tema, vorrei dirvi che in tutte queste settimane, in maniera ricorrente - anche qui nell'Emilia già rossa, svegliatasi leghista il 5 marzo - ogni volta che in televisione si parlava a sproposito del tema, è capitato di dover dire a delle persone, che evidentemente credono troppo a quello che voi dite e scrivete, che in Italia non c'è il reddito di cittadinanza. Così come alcuni mesi fa abbiamo dovuto dire che - purtroppo - non c'è ancora lo ius soli, che sembrava cosa fatta, a sentire qualcuno. Poi ci sono quelli che si fidano di noi, perché sanno che li aiutiamo, quando possiamo, a compilare un modulo o a districarsi nel ginepraio di leggi e di norme, in cui noi stessi spesso ci avviluppiamo, e credono a noi quando diciamo che quello che avete detto in televisione non è vero, ma ce ne sono anche molte altre che invece credono solo a voi e quindi ci insultano perché non gli diamo il reddito di cittadinanza o la prebenda di turno, che quelli in televisione hanno detto che si può già chiedere. Anche perché voi nelle stesse trasmissioni dite che noi dipendenti pubblici siamo tutti coglioni, nella migliore delle ipotesi.
Capisco che adesso fa colore raccontare questa storia delle persone che si rivolgono agli uffici per chiedere il reddito di cittadinanza, perché così potete fare un po' di polemica spicciola, quella in cui siete i massimi esperti, però dovreste capire anche la responsabilità che avete quando promettete o raccontate qualcosa, perché c'è qualcuno così disperato da credervi, o con così poche risorse da pensare che tutto quello che viene detto in televisione sia vero. Avete una responsabilità, che per lo più non meritate, che però prima o poi dovrete rendervi conto di avere.  
Così come dovrete rendervi conto che a fronte dei tanti disperati che neppure vengono negli uffici pubblici o nei caf per capire quali siano i loro diritti, ci sono tanti "disperati professionali" - per lo più italiani, perché in questo noi siamo maestri e non abbiamo nulla da imparare - che invece trasformano questi diritti sacrosanti in sinecure. E anche in questo siete i loro modelli, perché fanno in piccolo quello che voi fate su una scala solo più grande. Basta solo riempire un modulo.

giovedì 8 marzo 2018

Verba volant (494): mimosa...

Mimosa, sost. f.

Noi chiamiamo, non del tutto correttamente, mimosa l'acacia dealbata, una pianta pioniera dai classici fiori gialli molto delicati, che le donne dell'Udi, in particolare la deputata comunista Teresa Mattei, una delle "madri costituenti", vollero come simbolo della Giornata internazionale della donna. Longo le chiese di valutare la violetta, come avevano scelto le compagne francesi, ma Teresa Mattei spiegò che la mimosa era un fiore più povero e molto diffuso nelle nostre campagne. Erano probabilmente esemplari di acacia dealbata anche gli "orribili fiori gialli inquieti" che Margherita aveva in mano quando il Maestro la vide per la prima volta sulla Tverskaja. L'etimologista Otorino Pianigiani spiega che probabilmente il termine mimosa deriva da mimo perché la più nota di queste piante, la mimosa pudica, ha la caratteristica di contrarsi una volta toccata, come se fosse dotata di sentimenti, come se imitasse - e mimesis significa appunto imitazione - la capacità degli esseri umani di sentire.
Oggi la mimosa è il fiore della nostra ipocrisia. Tornando a casa dal lavoro ne compriamo un mazzetto dall'ambulante che di solito vende i fazzoletti o da quello che ci vuole lavare i vetri dell'auto - e che l'8 marzo si convertono in improvvisati venditori di questi fiori gialli. Oppure, se siamo proprio taccagni, ne abbiamo preso di nascosto un mazzetto al lavoro, tanto qualcuno rimane sempre dal pacco che la direzione manda per le nostre colleghe. Oppure ce l'hanno dato al supermercato, dove ci siamo fermati a comprare i surgelati, perché l'8 marzo cuciniamo noi, visto che le donne escono tra di loro. E così la povera mimosa movimenta questa economia di sussistenza, per ristoratori, cantanti di pianobar, ambulanti, venditori di surgelati, puttane magari, perché visto che le donne faranno molto tardi... Tanto le puttane non festeggiano l'8 marzo, e comunque possiamo portare anche a loro un mazzetto di mimose. Non ci costa nulla. E poi domani è già il 9 marzo.

mercoledì 7 marzo 2018

Considerazioni libere (423): a proposito di un voto più ideologico di quanto si creda...

E se fossero tornati i partiti? Provando ad analizzare il voto dello scorso 4 marzo mi sono fatto questa domanda, perché questo alla fine mi sembra il dato numericamente più eclatante di queste elezioni: sono state sconfitte le due forze politiche - il pd e Forza Italia - che in maniera più decisa si sono identificate con i loro capi, tanto da non esistere senza di loro e da avere come unica ideologia quello che pensano e dicono renzi e Berlusconi, e invece hanno vinto due partiti, il cui sistema ideologico in qualche modo prescinde dalle persone chiamate a rappresentarli. La Lega addirittura è diventato il più "vecchio" partito italiano, l'unico tra le forze politiche presenti in parlamento che può risalire fino alla cosiddetta prima repubblica, seppure alla sua fase terminale, che la stessa Lega ha contribuito in maniera determinante ad accelerare.
Lega e M5s, seppur in maniera molto diversa, garantiscono alle persone un profilo identitario preciso: se voti loro sai cosa voti. E non voti una persona, che può cambiare idea, lasciandoti spiazzato. Ed entrambi hanno una ideologia altrettanto definita, per quanto entrambi i partiti - e specialmente i pentastellati - rifuggano questa parola come la peste. Anzi l'ideologia del M5s è proprio quella di non essere né di destra né di sinistra, che in sé è una formula che non significa nulla, eppure ha un grande appeal, perché viene dopo uno sciagurato ventennio in cui è cresciuta una sorta di ideologia del maggioritario, destra contro sinistra, di qua contro di là. Visto che nessuna delle due parti ha saputo risolvere i problemi delle persone e che alla fine questa distinzione è sembrata più apparente che reale, il primo che ha avuto la capacità di dire che il re è nudo, che questo maggioritario non era niente altro che una farsa, ha avuto i consensi che abbiamo visto. E su questo ha creato un partito.
Il paradosso è che quelli che capiscono ci hanno spiegato che i partiti erano morti, erano strutture inutili nel momento in cui un leader aveva modo, grazie agli strumenti della comunicazione moderna, di avere un rapporto diretto con gli elettori, senza la necessità di passare quel corpo intermedio come strumento di collegamento, dialogo e scambio. Probabilmente è vero che adesso i partiti svolgono una funzione diversa rispetto a quella che abbiamo conosciuto noi, che in quei vecchi partiti siamo nati e cresciuti, ma queste elezioni ci dicono che i cittadini hanno bisogno di partiti come sistemi di valori, hanno bisogno di ideologie, e si sono stancati di votare per persone, per leader che appaiono o superati o inadeguati.
Le risposte offerte da Lega e M5s sono semplici? Certamente, anzi sono sempliciste, perché tendono a ridurre la complessità del mondo a pochi slogan. Le risposte offerte da Lega e M5s sono sbagliate? Per me sì, ovviamente e in qualche caso sono anche pericolose per la tenuta democratica del paese. Però sono comprensibili e in qualche modo coerenti. 
Per il cittadino che ha paura del futuro, che vede di avere sempre meno risorse e opportunità, che si chiede di chi è la responsabilità di tutto questo, è facile credere che la colpa sia degli "altri", e la Lega gli dice che è così - gli ha sempre detto che è così - e quindi voterà per quel partito, perché è l'unica risposta in campo. Oppure vota M5s perché loro non hanno colpe.
Alle persone che hanno paura noi non possiamo dire che è colpa degli "altri", ma non possiamo neppure dire che lo loro paura è stupida. Occorre trovare un'altra risposta, possibilmente semplice. Essere un partito è anche questo: offrire un'identità semplice nella complessità del mondo. Chi ci riesce vince, chi non ci riesce è destinato a sparire.
   

venerdì 2 marzo 2018

"Horror pleni" di Gillo Dorfles

La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali fa sì che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa. Horror pleni significa estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti nelle caverne e sulle pareti rocciose avevano, a quanto pare, tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza d’ogni segno e di ogni traccia umana. Se è accettabile, comunque, l’ipotesi che l’uomo dell’antichità più remota fosse posto di fronte a una situazione del tutto opposta a quella odierna, quella cioè di un immenso spazio-tempo da colmare, è altrettanto vero che l’uomo d’oggi è talmente lontano da una simile situazione da non poterla quasi immaginare, sicché il suo atteggiamento attuale dovrebbe essere (anche se spesso non lo è) quello di odio, timore, rifiuto di questa sovrabbondanza appunto di troppe immagini, troppi oggetti, troppo “rumore”. Ecco perché è più che comprensibile il verificarsi di tante recenti osservazioni e considerazioni - da parte di filosofi, sociologi, antropologi - contro la vertiginosa corsa alla ripetitività delle immagini, alla eccessiva velocità, all’inarrestabile marea di suoni, di rumori, che rendono ogni giorno più intollerabile la società nella quale viviamo. E soprattutto non è limitata a questi temi parcellari la vera ragione del fenomeno cui intendo alludere e che, invece, è molto più generalizzato e ha radici molto più profonde. Oggi, sotto l’etichetta di horror pleni vorrei procedere oltre: intendo, infatti, partire da un concetto che mi sembra non sia stato sufficientemente indagato, quello appunto del rifiuto del “troppo pieno”, del “troppo rumore” (non solo nel senso del brusio e del frastuono, ma anche nel senso usato dalla Teoria dell’informazione: rumore come opposto di informazione e dunque confusione di ogni messaggio). Gli esempi sono sotto i nostri occhi (e le nostre orecchie): basta affacciarsi alle finestre nella casa d’una nostra città, percorrere in macchina un’autostrada, osservare i muri delle metropoli e, prima di tutto, guardare e ascoltare lo spettacolo quotidiano della tv. Le nostre capacità percettive e mnestiche sono certo grandissime, ma hanno un limite. Inoltre sono destinate a ottundersi per l’eccesso di stimolazioni cui sono sottoposte. D’altro canto solo attraverso la pluralità degli stimoli - auditivi o visivi, nel caso degli spot televisivi e delle pubblicità stradali, ecc. - si ottiene una sufficiente sollecitazione, sempre con il sacrificio di quella pausa che, invece, dovrebbe accompagnare ogni fruizione estetica. Ci troviamo così di fronte a un colossale “inquinamento immaginifico”: l’eccesso di stimolazioni visive e auditive dovute ai giornali, fumetti, filmati, televisione, ma anche alla segnaletica del traffico, alle scritte luminose, ecc… ha fatto sì che non resti più nulla di libero da segni, segnali, indici. L’ipertrofia segnica ha raggiunto un parossismo per cui avvertiamo (o meglio dovremmo avvertire) sempre di più la necessità d’una pausa immaginifica. L’unica speranza è quando ci si presenta - inattesa e benvenuta - la tanto osteggiata pausa, quando finalmente ritroviamo un autore contemporaneo (musicista o poeta) che ci pone di fronte a qualche tentativo di ripristinare l’intervallo perduto, vincendo dunque l’horror pleni che pochi avvertono e che tutti invece dovrebbero temere. Questo mi sembra, davvero, uno dei pochi aspetti positivi che costituiscono il primo germe di una controffensiva alla nostra “civiltà del rumore”. Ecco, insomma, come il nostro auspicio d’un avvento generalizzato dell’horror pleni vuol essere e significare soprattutto la speranza e l’incoraggiamento all’uomo (alla donna) d’oggi di affermare la propria autonoma individualità, ristabilendo tra sé e il prossimo, tra la propria epoca e la successiva, tra le azioni quotidiane e le creazioni artistiche quella pausa, quel between, senza il quale l’umanità rischia di precipitare nell’orrore d’un “pieno” non più frammentabile e dominabile, e di divenire totalmente succube del “troppo pieno” e dell’eccessivo “rumore”.

lunedì 26 febbraio 2018

Verba volant (493): scavo...

Scavo, sost. m.

"Occorre che i siciliani risolvano da soli i loro problemi e decidano se siano più importanti quelle pietre allineate o cento posti di lavoro nella provincia italiana in cui la disoccupazione giovanile è la più alta del paese", con queste parole il presidente della Fassa Bortolo ha commentato il parere negativo della Sovrintendenza regionale siciliana ai beni archeologici alla realizzazione di un nuovo impianto estrattivo ad Agira, in provincia di Enna, in quanto in quell'area è stato ritrovato un insediamento umano pre-ellenico.
Al di là dell'arroganza di questo padrone delle ferriere - a cui io, da comunista e da amante delle civiltà antiche, vorrei reagire di getto dicendo che la sua fabbrica se la può anche infilare su per il culo - la questione credo meriti di essere affrontata con più calma, perché questa domanda è stata posta molte volte nel nostro paese e lo sarà molte altre volte, magari senza questi toni ultimativi, chiedendoci di scegliere tra sviluppo e conservazione. Spesso è stato preferito salvaguardare quelle "pietre" e questo ha in qualche modo reso più aspro questo conflitto. Anche perché - e questo credo sia doveroso sottolinearlo - troppe volte il divieto di costruire una strada o una fabbrica o qualsiasi nuova infrastruttura in nome della salvaguardia dei beni archeologici e storici non è stato poi seguito da un lavoro serio su quei resti. Va bene che decidiamo di fermare una nuova costruzione perché lì ci sono dei reperti, ma poi occorre trovare le risorse per studiarli e valorizzarli, altrimenti avranno sempre ragione i padroni come Paolo Fassa e quelle persone che legittimamente speravano che quella fabbrica avrebbe portato nuovo lavoro e che vedono frustrate le loro aspettative in nome di qualche pietra che viene lasciata lì e alla fine dimenticata.
Agira è uno dei primi insediamenti umani in Sicilia, quando quella regione non era ancora un'isola ed era attaccata al resto della penisola. Fu scelto da quei popoli antichissimi perché era facilmente difendibile e perché in quei terreni c'erano ricchezze naturali. E per queste stesse ragioni quel luogo è sempre stato abitato, dai ciclopi e dai lestrigoni - come i greci chiamavano quei popoli antichi, che diventarono protagonisti della loro poesia - dai sicani, dai greci, dai romani e poi da tutti quelli che sono venuti dopo di loro. E per questa stessa ricchezza naturale è stato scelto come sito estrattivo dalla Fassa Bortolo. 
Agira è anche la città in cui nacque Diodoro Siculo, l'autore di una monumentale storia universale. E, anche attraverso l'opera di questo illustre figlio della Sicilia, sappiamo che nessuno di quei popoli si preoccupò di conservare ciò che avevano fatto quelli che li avevano preceduti, a meno che non servisse loro e, anche in quel caso, modificandolo in maniera sostanziale. Noi siamo i primi a pensare come conservare davvero il patrimonio lasciato da chi ci ha preceduto, lo facciamo spesso male, ma almeno siamo consapevoli che dobbiamo farlo, anche quando non ha un valore artistico, ma solo storico e documentale. Per questo quelle "pietre allineate" sono importanti, perché testimoniano qualcosa che sappiamo già, ossia che in quella terra gli uomini ci sono sempre stati e perché non sono state distrutte o riutilizzate da quelli che sono venuti dopo.
Se però la domanda continua a essere posta in questo modo, come un aut aut tra sviluppo e conservazione, continueremo a dare una riposta sbagliata, perché non si può dare una risposta corretta a una domanda errata. E alla lunga, una domanda così articolata, anche se apparentemente vince la conservazione, la memoria, la cultura - perché la Sovrintendenza ha il potere per fermare quei lavori e il giorno dopo perfino il padrone della fabbrica ha dovuto ridimensionare la propria stizzita dichiarazione - finisce per indebolire la necessità di conservare la memoria, perché il buon senso ci dice che garantire il lavoro a cento famiglie è meglio che tutelare un sito archeologico. Il buon senso ci dice che avevano ragione i sicani quando distrussero le povere case dei ciclopi e dei lestrigoni per costruirne di più solide e sicure e poi che ebbero ragione i greci a distruggere quelle dei sicani e poi i romani e così via tutti gli altri. 
La domanda è sbagliata perché non possiamo continuare a considerare la conservazione del patrimonio storico come un elemento che frena lo sviluppo. E credo che su questo dovrebbero fare una seria riflessione molte persone che questo lo fanno di mestiere, dai sovrintendenti agli archeologi, dagli storici agli esperti di restauro. Quell'impianto estrattivo secondo me andava realizzato e proprio lì, ma rispettando dei vincoli precisi. Io sono convinto che una soluzione poteva essere trovata, anche se ovviamente è più facile da una parte dire no e dall'altra prendere cappello e decidere di costruire da un'altra parte. 
Si poteva fare lì, perché non sta scritto da nessuna parte che una fabbrica o un sito industriale debba per forza essere brutto. Non è sempre stato così: c'è stato un tempo, non troppo lontano, in cui c'erano architetti e ingegneri che pensavano a come costruire fabbriche che fossero anche belle. Se abbiamo la pazienza di cercarle, ne possiamo trovare molti esempi nelle nostre città, anche se spesso, proprio perché erano in contesti densamente urbani, sono diventate altre cose. Ovviamente costa di più fare una fabbrica bella che uno "scatolone", ma se decidi di costruire in un luogo in cui ci sono cose belle - e la Sicilia è senz'altro uno di questi, perché è una terra dalla storia incredibile - ti devi adattare a seguire certi parametri. E' vero che noi siamo i primi a conservare quello che ci hanno lasciato i nostro progenitori, ma rischiamo di essere anche i primi che non lasciano nulla di bello a quelli che verranno dopo di noi.
Poi si poteva trovare il modo di salvare quelle pietre, ad esempio collocandole da un'altra parte. E' finito il tempo in cui le pietre degli edifici più antichi venivano usate per costruire quelli nuovi: immagino che la Fassa Bortolo non abbia bisogno di quelle pietre per costruire la propria fabbrica. E' importante sapere che quelle pietre sono state trovate lì e come erano collocate, ma non è fondamentale vederle in quel luogo. Anche in questo caso occorrevano risorse e persone capaci di spenderle. La Bibliotecha historica di Diodoro è un testo fondamentale per conoscere la storia antica, nonostante il suo autore - che pure millantava di aver fatto moltissimi viaggi in Europa e in Asia - non si sia mai mosso dalle biblioteche, da cui traeva spunto per la sua opera. Tante informazioni di libri più antichi sarebbero andate perdute se non ci fosse stato il lavoro paziente di Diodoro che spesso si limitò a copiarli. Pensate cosa farebbe oggi Diodoro, con le possibilità date dalle tecnologie moderne: basterebbe avere la pazienza e la passione di quello storico.
Per sopravvivere e per non fare la fine dei ciclopi e dei lestrigoni, la nostra società avrebbe bisogno di fabbriche, possibilmente ben costruite, e di scavi archeologici, possibilmente ben fatti. Il fatto che manchino le une e gli altri ci dice chiaramente a cosa siamo destinati.