Visualizzazione post con etichetta responsabilità civica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta responsabilità civica. Mostra tutti i post

giovedì 19 marzo 2015

Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...

So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.
E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.

domenica 1 febbraio 2015

Considerazioni libere (395): a proposito di un'elezione anomala...

Abbiamo un nuovo presidente della Repubblica. Vedremo come si comporterà nei prossimi anni e ciascuno di noi potrà dare un giudizio. Francamente adesso io non ho voglia di unirmi ai cori di giubilo che da tante - forse troppe - parti sento levarsi per l'esito di questa elezione. Soprattutto perché si è trattato di un'elezione anomala dal punto di vista costituzionale.
Sia gli antirenzisti - a cui io ovviamente mi iscrivo - sia i sostenitori di renzi - i servi, come quelli in buona fede - descrivono giustamente l'elezione di Sergio Mattarella come una vittoria del presidente-segretario. Credo però che tutti, anche i renzisti in buona fede, dovrebbero preoccuparsi di come si sono andate le cose. Anche perché questa volta il dominus è stato il vostro capo e, nonostante lui, è stata eletta una persona degna, ma avrebbe potuto essere un altro a dare le carte e quindi avremmo potuto ritrovarci al Quirinale una figuro di tutt'altra risma. Alcuni hanno già sottolineato che questa è stata la prima volta, nella storia repubblicana, che un presidente del consiglio ha sostanzialmente scelto il presidente della Repubblica, sovvertendo lo spirito della Costituzione del '48.
Come ho già scritto molte volte, in questi ultimi anni, anche per responsabilità dirette del precedente presidente della Repubblica, la nostra Costituzione è stata travolta, se non nella lettera, nella prassi. Dal punto di vista formale la Costituzione ha subito una sola ferita, anche se molto grave, ossia l'introduzione dell'obbligatorietà del pareggio di bilancio, che ha rappresentato la resa della nostra classe politica - anche del centrosinistra - alla Troika e l'inizio del comissariamento di fatto del nostro paese da parte delle autorità finanziarie internazionali. C'è in corso una campagna per la raccolta delle firme per il referendum abrogativo, promossa anche - in maniera un po' ipocrita, a questo punto - da chi quella riforma l'ha votata in parlamento, come la cosiddetta sinistra del pd, e speriamo, prima o poi, di poter abrogare questa norma, che viola la spirito della Costituzione del '48. O almeno di renderla inefficace, riacquistando, come stanno facendo in Grecia, l'autonomia politica dalla Troika. Sentir dire dal nuovo ministro delle finanze di quel paese che il governo greco non tratterà più con la Troika è stata un'inizione di ottimismo per tutta la sinistra e l'inizio, speriamo, di una nuova fase della storia europea.
La riforma più grave però è quella che non è intervenuta sulla lettera della Costituzione, ma nella sua applicazione. Quando però si interviene in questo modo, senza una discussione formale, senza arrivare a riforme vere e proprie, ossia senza modificare i testi, è chiaro cosa si lascia, ma non quello a cui si giunge. Sicuramente il nostro paese non è più una repubblica parlamentare, perché la sovranità non appartiene più al parlamento, che ha smesso ormai di legiferare, limitandosi a trasformare in legge - spesso senza neppure modificarli - i decreti del governo. Non sappiamo però cosa sia diventata, perché questa ibrida repubblica presidenziale o semipresidenziale - in cui tra l'altro vengono costantemente compresse, fino all'annullamento, le autonomie locali - non ha regole scritte, non ci sono contrappesi istituzionali e affida il potere a una persona, che lo può esercitare senza controllo, come appunto sta facendo adesso renzi, o meglio chi muove le fila, usandolo come un burattino.
Il problema però non è l'arroganza antidemocratica di renzi o la succube acquiescenza della minoranza del partito mal nato e neppure - come troppi ancora credono - la rapace idiosincrasia alle regole dimostrata da berlusconi, ma il fatto che in questi vent'anni la Costituzione del '48 è stata scardinata in un punto essenziale, e forse non è più recuperabile. La nostra Costituzione infatti è nata quando esistevano i partiti politici e ne prevede la presenza - non solo nell'art. 49 - ma appunto nella prassi. La proposta di candidare Sergio Mattarella è stata fatta da renzi, non solo per soddisfare il suo ego ipertrofico e in base a una serie di calcoli politici, per altro rivelatesi esatti, ma anche perché non esistono più i partiti, che sono stati scientemente scardinati. La "nuova" democrazia che l'ultraliberismo sta costruendo deve prescindere dai partiti, li teme, così come teme tutti i corpi intermedi. E, non a caso, in queste settimane l'azione del governo italiano è tutta tesa a distruggere la Cgil, ossia l'ultimo corpo intermedio rimasto in questo paese, l'ultimo ostacolo a questo impasto di liderismo e di populismo di cui renzi è il perfetto campione.
Purtroppo nella vicenda del Quirinale nessuno si è alzato per denunciare questo imbroglio. Ovviamente non l'ha fatto la destra, a cui tutto questo va benissimo: è questo il vero "patto del Nazareno", che non è stato affatto tradito da renzi, che non esce indebolito da questa elezione. Quello che tiene insieme i contraenti del patto del Nazareno - se vogliamo continuare a chiamarlo così - è propria questa "riforma" della Costituzione, questo indebolimento progressivo, ma inesorabile, della democrazia. Non mi aspettavo che lo facesse Bersani che ha già dimostrato di non avere il coraggio e forse anche la voglia - la sua ostinazione a difendere la "ditta" ormai sfiora il patetico, anche se mi spiace dirlo per una persona che comunque stimo - di scardinare questo gioco. Non capisco perché non lo abbia fatto Sel che invece ha portato il suo mattoncino, peraltro ininfluente, per costruire il monumento alla vanagloria di renzi. E non l'hanno fatto neppure quelli del Movimento Cinque stelle che pure sembra che qualcosa abbiano intuito, ma, per l'ostinazione a non voler partecipare alla partita, rimangono costantemente in panchina. Quando Di Maio ha detto che il Movimento avrebbe valutato come muoversi tra la quarta e la quinta votazione è stato evidente che erano non solo fuori gioco, ma fuori dal mondo, perché era chiaro da giorni che ieri Mattarella sarebbe stato eletto, con i voti sostanzialmente compatti dei contraenti del Nazareno.  
A questo punto, come ha scritto a caldo Mauro Zani in una riflessione che condivido in toto, noi antirenzisti dobbiamo fare un'altra cosa, una cosa completamente diversa, e cominciare un cammino lungo e destinato forse all'insuccesso, almeno in Italia, teso a costruire, attraverso tappe intermedie, "la sinistra del XXI secolo; larga, democratica sul serio, coerentemente radicale", partendo dalle riflessioni teoriche già fatte e dalla proposte che già ci sono.
C'è un punto però che a me preoccupa molto. Una costituzione non è un assemblaggio di pezzi, ma un organismo che, quando si toglie un pezzo - come hanno fatto in Italia, estirpando i partiti - rischia di morire, come sta appunto avvenendo alla nostra Costituzione, che per fortuna è un organismo molto forte, che ha moltissimi anticorpi, e resiste tenacemente agli attacchi che subisce, perfino quando vengono portati da chi è posto a capo della Repubblica, come è avvenuto in questi anni. La Costituzione è così forte da aver resistito agli attacchi di napolitano e dei suoi complici, quindi possiamo continuare a sperare. Possiamo anche sperare che l'uomo che adesso siede al Quirinale, nonostante il modo in cui è stato eletto, non voglia essere l'esecutore testamentario della Costituzione, ma si riveli un avversario dei disegni di renzi e dei suoi mandanti. La sua storia personale ci permette di pensarlo.
Non possiamo però cullarci in questa speranza, così come non possiamo continuare a sperare nella scissione del pd o nell'aggregazione di tutte le sigle della sinistra politica, cose che, se anche avvenissero - e la prima sicuramente non avverrà - sarebbero a questo punto inefficaci. Se "loro" non vogliono che esistano corpo intermedi, bisogna che noi facciamo tutto il possibile per costruirne uno di tipo nuovo, che affianchi la Cgil, a cui non possiamo chiedere di fare tutto, di essere l'alfa e l'omega della sinistra italiana, bisogna che ci sia qualcosa che riempia il vuoto che si è creato. Lo dobbiamo al paese, alla sua storia e al suo futuro.     

domenica 1 dicembre 2013

Verba volant (20): equità...

Equità, sost. f.

A dire il vero mi voglio occupare di una specie particolare di equità, quella sociale, ossia - secondo una definizione classica - il principio di giustizia sociale volto alla riduzione delle diseguaglianze attraverso azioni di salvaguardia dei diritti della persona, della dignità dei lavoratori e di contrasto alla vulnerabilità sociale.
Leggo che nelle università di Roma si vorrebbero istituire dei corsi di equità sociale.
Iniziativa lodevole, visto quanto è emerso dai controlli della Guardia di finanza sulle dichiarazioni Isee degli studenti degli atenei della capitale: il 62% sono risultate false ed irregolari.
Dal momento che queste dichiarazioni vengono presentate per richiedere borse di studio, sovvenzioni, sconti o per vedersi assegnare i posti letto, è chiaro che questi falsi poveri hanno sottratto le già scarse risorse destinate al diritto allo studio a chi di quei benefici ha davvero bisogno. A scapito dell’equità, quindi.
Dai dati delle Fiamme gialle emerge un dato curioso. In molti descrivono l’università italiana come fondamentalmente classista: a leggere queste dichiarazioni Isee pare sia proprio vero, ma non nel senso che abbiamo sempre pensato noi veterosinistri.
Sembra che gli studenti appartengano in maggioranza alla parte più povera della società: in Italia si sta realizzando il comunismo, senza i comunisti, un fenomeno finora sconosciuto alla scienza. Insomma sarebbe sfatata la diceria secondo cui i giovani medici sarebbero figli di medici, i giovani avvocati figli di avvocati e così via, per ogni ordine e camarilla in cui è divisa la società italiana: sarebbero invece tutti figli di pezzenti. Forse in parecchi sono figli di… ma sorvoliamo su questo punto evidentemente spinoso.
Pur ribadendo che condivido l’idea di questi corsi di equità sociale, mi piacerebbe proprio conoscere i nomi dei docenti chiamati a tenere queste lezioni; spero siano persone capaci, scelte per le loro competenze. Non ci crederete, ma succede a volte nelle nostre università che diventino professori i figli dei professori. O le mogli, o i cognati, o i cugini, o altri parenti alla lontana.
Forse saranno chiamati degli esperti dalla politica o dal mondo dell’impresa, ambiti in cui - come è noto - è particolarmente perseguito l’obiettivo dell’equità sociale.
Chissà poi quali saranno i testi adottati: succederà che i docenti di equità sociale faranno acquistare agli studenti i testi di cui sono autori o comunque pubblicati da qualche casa editrice amica? Pare succeda anche questo, a volte, nelle università italiane.
Una volta, uno che aveva una certa capacità di dire frasi ad effetto disse:
qui sine peccato est vestrum, primus lapidem mittat.
Questa accusa non gli portò particolare fortuna, perché alla fine le pietre le tirarono a lui. Ora leggo che molti benpensanti si indignano verso questi giovani che hanno tentato di truffare lo Stato, dimenticando che questi giovani non sono alieni piovuti da qualche pianeta lontano, ma che sono i nostri figli e che probabilmente hanno imparato a far questo dai loro genitori.
Spesso in questo paese abbiamo avuto l’illusione di poter trovare soluzioni definitive, di arrivare a una sorta di palingenesi etica: quante volte abbiamo detto che bastava togliere la mela marcia dal cesto per salvare tutte le altre? Questa piccola storia di ordinaria corruzione romana - poteva peraltro essere capitata in qualunque parte d’Italia, nord compreso - che non riguarda la politica, ma la tanto decantata società civile, ci dice che le cose non stanno esattamente così.
In materia di equità sociale, forse sarà meglio che ripetiamo un anno.

sabato 9 marzo 2013

Considerazioni libere (344): a proposito di rappresentanti e rappresentati...

Per affrontare questa "considerazione" debbo necessariamente partire dalla mia esperienza personale. I lettori di questo blog credo ormai sappiano che per molti anni ho fatto politica; i più "vecchi" di loro probabilmente ricordano che ho fatto l'assessore nel mio piccolo Comune, Granarolo dell'Emilia, alle porte di Bologna. Ne ho parlato - tra le altre - in questa "considerazione", in cui ho raccontato una delle cose che ho fatto di cui sono più fiero.
Oggi vorrei raccontarvi del modo in cui sono diventato assessore. Era la fine dell'89 e c'era ancora il Pci: nella primavera successiva si doveva votare per il rinnovo del consiglio comunale e i compagni di Granarolo decisero che era il momento di avviare una fase di radicale rinnovamento. Scelsero alcune persone - io ero il più giovane, nel '90 avevo vent'anni - per dare gambe a questo progetto. Sostanzialmente la scelta delle persone avvenne seguendo due criteri: i giovani dovevano appartenere a famiglie "conosciute", di vecchi compagni, e dovevano essere laureandi o laureati. Nessuno di questi due criteri era esplicitato, ma ripensandoci erano gli unici elementi che ci legavano. Erano criteri giusti per scegliere degli amministratori? Francamente non lo so, ma a quella generazione di compagni, fatta per lo più di operai e di contadini, che fino allora aveva ben amministrato il Comune sembrava la naturale prosecuzione di un percorso che per molti era quello delle loro famiglie. Io sono il primo Billi ad avere avuto l'opportunità di laurearsi, mentre mio nonno e mio padre sono cresciuti in campagna, in una famiglia contadina, avendo solo la possibilità di imparare a leggere e scrivere. E questa era un'esperienza comune per quelle famiglie. Insomma a questa generazione sembrava giusto che i nuovi, destinati a sostituirli, fossero più preparati, per quanto sempre "fedeli" alla linea. Probabilmente era una visione un po' ingenua, ma credo abbia dato risultati migliori di altri sistemi di selezione di gruppi dirigenti.
Ci candidarono e ci elessero. Vale la pena di ricordare che allora non c'era l'elezione diretta del sindaco e c'erano ancora le preferenze multiple. Il partito aveva preparato i biglietti con le "quartine" di nomi: in tutti i biglietti c'era il nome del capolista, ossia di quello che avremmo dovuto poi eleggere sindaco in consiglio; alcuni che avevano già fatto i consiglieri e il segretario del partito avevano qualche preferenza in più - e questo a noi sembrava naturale; poi c'eravamo noi "nuovi" con un po' preferenze e infine quelli che sapevano che non sarebbero entrati, se non per surroga nel corso del mandato. In questo sistema non c'era abbastanza democrazia? Forse, ma vorrei ricordare che queste "graduatorie" non erano definite da poche persone, ma in un percorso che coinvolgeva diversi compagni, persone autorevoli a cui gli altri delegavano con fiducia questo compito. Non erano certo le primarie, ma non era un percorso meno partecipato e comunque era molto legittimato e di conseguenza legittimante. Un'altra nota per i più giovani: la campagna elettorale la facevamo tutti insieme, nessuno di noi avrebbe potuto fare dei biglietti personali, con la propria singola preferenza; anzi se qualcuno lo avesse fatto, sarebbe stato giudicato molto negativamente. Forse questa rigidità vi può ricordare il Movimento Cinque stelle, ma era semplicemente il Pci di un piccolo Comune emiliano all'inizio degli anni novanta.
Fummo eletti, chi ci votò lo fece perché votava prima di tutto il partito e certamente chi ci diede la preferenza lo fece anche perché aveva stima dei nostri genitori, una stima che si erano guadagnati lavorando nel corso degli anni. Non mi vergogno a dire che ho cominciato a far politica perché "figlio di", anche se questo ha un significato molto diverso - come spero di essere riuscito a spiegare - da quello che ha assunto adesso questa espressione. Alcuni di noi furono nominati assessori, in una giunta monocolore, senza avere alcuna esperienza amministrativa. Non fu semplice; ci volle tempo - direi diversi mesi - per cominciare a prendere dimestichezza con la struttura amministrativa, che tra l'altro in quegli anni stava cambiando in maniera radicale, per l'introduzione di alcune leggi di riforma degli enti locali. E poi quelli furono anni complessi anche per la politica, con la fine del Pci e la nascita del Pds; di questo ho parlato in qualche altra "considerazione". La presenza di un sindaco e di alcuni assessori già esperti, che avevano già svolto quegli incarichi nel mandato precedente, attutì comunque un po' l'impatto, che certamente ci fu. Imparammo, più o meno bene; l'attuale sindaco di Granarolo - una donna che ha guidato con autorevolezza il Comune in questi ultimi anni, diventando un punto di riferimento anche per amministratori di altri Comuni - è una di quelle che cominciò con me nel '90.
Una breve parentesi. Alle elezioni successive il partito decise che avrei fatto il consigliere, ma non più l'assessore. Io mi rammaricai; pensavo di aver fatto bene e infatti ottenni un buon risultato in termini di preferenze, che stavolta mi ero "guadagnato". I compagni presero questa decisione perché pensavano - probabilmente con cognizione di causa - che la politica mi stesse allontanando troppo dall'obiettivo di laurearmi. Gliene sono ancora grato.
Ho raccontato questa storia perché le ultime elezioni hanno portato in parlamento, grazie al Movimento Cinque stelle, un gruppo consistente di deputati e di senatori, radicalmente diverso e nuovo rispetto a quelli che c'erano prima: l'età media dei deputati è di 32 anni; quasi un terzo di loro è ventenne e nessuno - mi pare - ha più di 40 anni. Le donne sono il 35% dei deputati e quasi il 50% dei senatori. Più dell'80% sono laureati, o laureandi. Si tratta indubbiamente di un elemento fortemente positivo: per molti di loro quando si parlerà della condizione dei precari o della difficoltà di costruire una famiglia non sarà un sentito dire, un racconto fiabesco, ma un'esperienza concreta, vissuta sulla propria pelle. Il mio timore è che non saranno messi nelle condizioni di imparare, perché questa legislatura è destinata a finire presto.
C'è un altro aspetto però su cui vorrei soffermarmi. Questi "nuovi" giovani italiani, diventati in maniera un po' casuale deputati e senatori - non è detto che questa casualità non sia un modo altrettanto efficace di selezionare una classe dirigente, senz'altro pare offra risultati migliori dai meccanismi di cooptazione utilizzati in questi ultimi anni da tutti i partiti, Pd compreso - non so quanto rappresentino davvero i loro elettori. Credo sia questo il vero problema. Chi ha votato il Movimento Cinque stelle più o meno consapevolmente o chi ha semplicemente scelto Grillo perché è diverso da tutti gli altri fa parte di un elettorato molto ampio dal punto di vista numerico - come abbiamo visto con sorpresa lunedì sera - ma anche molto articolato da un punto di vista politico, culturale, sociale, anagrafico, professionale. Ho letto in questi giorni analisi assai interessanti che spiegano come il Movimento abbia raccolto, ad esempio in Veneto, una parte consistente del voto leghista - con le caratteristiche che abbiamo imparato a conoscere in questi anni - e in Piemonte invece un voto prevalentemente di sinistra, anche in polemica con la scelta delle amministrazioni di centrosinistra di quella regione, di andare avanti, nonostante tutto, con il progetto della Tav. Gli eletti Cinque stelle sono profondamente diversi dai loro elettori, o almeno ne rappresentano soltanto una parte. Non sarà semplice per loro rappresentare umori, istanze, anche semplici proteste di tutto questo popolo, coaugulatosi intorno a Grillo. E naturalmente - nonostante forse sia questa l'idea di Casaleggio - non potrà essere la rete lo strumento per tenere unito questo insieme magmatico, perché se è vero che questi eletti hanno dimestichezza con questi strumenti non è altrettanto vero per una parte consistente dei loro elettori, che infatti sono stati convinti attraverso strumenti di propaganda ben più tradizionali, come i comizi in piazza o la non-presenza del leader in televisione.
Torno alla mia esperienza personale, che credo comune anche ad altri che hanno fatto politica, in altri tempi, altri contesti e naturalmente altri partiti. Devi sentirti rappresentante di qualcuno e questi devono sentirsi rappresentati da te. Se non c'è questo legame forte il tuo ruolo perde senso. Il partito serviva a svolgere questa mediazione, spesso attraverso discussioni noiose, serate faticose passate nelle sezioni, incontri dalle modalità troppo liturgiche. Eppure anche questo era parte di quel percorso di formazione di cui ho cercato di parlare prima e che è un elemento essenziale di crescita politica e civile. Un percorso che è diventato purtroppo sempre più evanescente. La politica è diventata radicalmente altro: troppo spesso l'eletto si è considerato - e si considera - come il fortunato che ha vinto alla lotteria e che, una volta raggiunta la sua posizione, dedica tutto il suo impegno a pensare come sfruttarla al meglio. In tante parti d'Italia la politica probabilmente non è mai stata quella che io ho avuto la fortuna di conoscere e a cui ho cercato di dare un contributo e i partiti sono stati soltanto gli strumenti per far crescere e consolidare delle carriere e per far arricchire alcuni, che in altro modo non ci sarebbero mai riusciti. I casi sono perfino troppo noti per tornarci sopra. L'aumento del numero di astenuti e il successo di Grillo sono una risposta a questo modo di intendere i partiti. Nonostante il discredito di cui oggi i partiti godono - meritatamente - credo però che sia impossibile riattivare questi meccanismi di partecipazione politica senza i partiti, In questa contraddizione ci stiammo avvitando.

mercoledì 27 febbraio 2013

Considerazioni libere (341): a proposito di una scelta di fondo...

La prima regola della democrazia è che bisogna accettare il fatto che non ci sono elettori che sbagliano. Naturalmente questo non significa che non si possano definire alcuni cittadini stupidi o in malafede, ma questa è evidentemente un'altra storia. Se accettiamo - come spero - questa tesi, al netto di fenomeni di corruzione e di condizionamento del voto - un problema molto grave ed esteso in maniera sempre più allarmante, non solo nelle regioni meridionali - dobbiamo accettare che un terzo di italiani ha votato, ancora una volta, per B. e lo ha fatto, essendone pienamente consapevole e convinto della propria scelta.
Tra quelli che votano convintamente per B. ci sono prima di tutto quelli che definisco conservatori a prescindere. Questi non amano B., soffrono a vederlo in televisione e si vergognano di votare per un personaggio del genere - e infatti non lo ammettono nei sondaggi - ma continuano a votarlo perché sanno che finché lui avrà la maggioranza, in questo paese non si farà mai un passo avanti a favore dei diritti civili. Sono quelli che vorrebbero abolire le leggi che hanno introdotto il divorzio e l'aborto e che sono disposti a tutto purché non vengano garantiti nuovi diritti alle persone omosessuali. Dobbiamo rassegnarci che c'è una parte del paese così, che ha paura della modernità; ci sono negli Stati Uniti e in tutti i paesi europei; temo che in Italia siamo molti, sicuramente molti di più di quei pochi che hanno il coraggio di ammetterlo.
C'è poi la grande massa di italiani che vota per B. perché si comportano esattamente come lui o si comporterebbero come lui, se avessero la possibilità di farlo. Ne conosciamo tutti a decine: quelli che affittano in nero a stranieri delle case ormai in rovina, gli artigiani che fanno il minimo possibile di fatture, le coppie che fingono di abitare in case diverse per pagare meno tasse, i commercianti che fanno i furbi in occasione dei saldi, aumentando i prezzi per poi dimezzarli, i medici che accettano un regalo per accelerare una visita o un intervento, quelli che entrano in auto nelle zone ztl, perché fotunatamente hanno uno zio invalido, i padri che mandano le figlie dalle suore e la sera si "divertono" con i trans. Naturalmente questi non votano soltanto per il centrodestra, ma certamente, per la prima volta nell'offerta politica italiana, hanno trovato in B. chi esplicitamente dice che questi comportamenti sono non solo leciti, ma perfino lodevoli; hanno trovato in B. il loro modello ed è naturale che esprimano verso di lui una preferenza, il simile si riconosce.
Tra gli elettori di B. ci sono quelli che in questi vent'anni ci hanno guadagnato e la lista è piuttosto lunga e altrettanto nota: gli evasori fiscali condonati - soprattutto i grandi evasori - i palazzinari e quelli che si sono arricchiti con le speculazioni edilizie e i condoni, gli industriali che hanno guadagnato a scapito dei salari dei lavoratori e degli investimenti, i burocrati che hanno visto crescere il loro potere - al di là della retorica della semplificazione del federalismo; e naturalmente bisogna aggiungere tutti quelli che in qualche modo hanno beneficiato delle ricchezze di costoro. Come ho scritto in una "considerazione" del dicembre 2012 il problema vero non è che Fiorito è un ladro - anche perché in genere i ladri di polli si fanno beccare - ma che lo stesso Fiorito è stato per alcuni anni un fondamentale elemento del "welfare state" per le famiglie del Frusinate.
Infine ci sono quelli che questa volta con ancora maggior convinzione hanno votato per B.; si tratta per lo più di quegli stessi di cui ho parlato adesso. Questi sapevano benissimo che a questo giro B. non avrebbe potuto vincere, ma hanno scommesso sull'ingovernabilità, perché hanno visto quello che è successo in Grecia e sperano che presto succeda lo stesso anche in Italia. Hanno già portato i loro soldi all'estero e sono pronti a comprare non appena lo stato sarà costretto a svendere il patrimonio pubblico e le famiglie, strozzate dai debiti, dovranno vendere le loro case.
Ecco qui c'è un discrimine, un'altra delle fratture su cui dovrà essere reinterpretato e ricategorizzato il sistema politico, dopo le elezioni dello scorso fine settimana, che hanno stravolto - come ho scritto nella "considerazione" che precede questa - gli schemi della politica italiana. Lo dico ora per allora. Bersani e il Pd hanno avuto a disposizione il mio voto, possono anche utilizzarlo per fare un governo a termine con il Pdl o con un pezzo del Pdl. Devono sapere però che non lo stanno facendo in mio nome, ma contro la mia volontà. Io credo di avere il diritto di non voler avere nulla a che fare con le persone che ho descritto prima. Non c'è principio di responsabilità che tenga, non mi interessa se lo chiede l'Europa, Obama o la United Federation of Planets. Personalmente con questa Italia, che sopravviverà a B. - nonostante le speranze e le attese di molti - non voglio averci nulla a che fare, umanamente prima ancora che politicamente. Se il Pd commetterà questo errore, come qualcuno nel Pd immagina e come molti corifei del liberismo chiedono apertamente, io sarò certamente uno dei nuovi elettori del Movimento 5 stelle.
Questo per immaginare un futuro che speriamo di non dover vedere. Per l'oggi e per il domani, bisogna tornare alla politica e dovremo pensare a come convivere con Grillo e soprattutto con chi ha l'ha votato, ma questo sarà oggetto della prossima "considerazione".

sabato 27 ottobre 2012

Considerazioni libere (315): a proposito di una sentenza e delle sue motivazioni...

Come hanno fatto tutti quelli che in questi giorni hanno commentato la sentenza del tribunale dell'Aquila, anch'io devo esordire con "aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza". Non so in quanti effettivamente leggeranno quelle motivazioni, immagino molti meno di quelli che negli ultimi giorni hanno espresso questo proposito. Per inciso, in casi rilevanti come questo, forse sarebbe più opportuno far conoscere contemporaneamente la sentenza e le motivazioni; francamente, visti i tempi della giustizia italiana, non credo che il problema della lunghezza dei processi sarebbe troppo aggravato dal prevedere fin da subito che la sentenza sia accompagnata dalla stesura delle motivazioni, che esige comprensibilmente alcuni giorni; far uscire tutto insieme non dovrebbe essere così complicato, anche perché quando la corte decide una sentenza deve aver ben chiare le motivazioni giuridiche che la giustificano. Penso che il nostro sistema giudiziario ne acquisterebbe in autorevolezza e che soprattutto eviterebbe molte discussioni fuorvianti. Naturalmente per chi ha un'opinione già definita, per chi ha già un'idea a prescindere, le motivazioni sono assolutamente ininfluenti, in qualunque momento vengano rese pubbliche. Sulla sentenza dell'Aquila, a di là della foglia di fico dell'attesa delle motivazioni utilizzata da tutti i commentatori, molti di questi avevano già definito le loro opinioni prima che la corte si pronunciasse.
Quindi, pur aspettando le motivazioni, mi permetto di esprimere qualche dubbio, a cui spero di trovare risposta nei prossimi giorni. Il processo che si è celebrato in questi mesi non ha riguardato tutte le vittime di quel terremoto, ma solamente trentadue casi, messi insieme sulla base di singole denunce. Nel processo si è discusso di questi singoli e la pubblica accusa - sulla scorta delle testimonianze dei familiari e degli amici di quelle trentadue persone - ha cercato di dimostrare che le dichiarazioni dei componenti della Commissione grandi rischi, con i loro toni eccessivamente tranquillizzanti, li avrebbero spinti a rimanere nelle loro abitazioni, che crollarono a causa del terremoto del 6 aprile. Come sappiamo, altre persone, non tranquillizzate da quei messaggi o trovandoli contradditorii, decisero di trascorrere quelle notti in auto, fuori dalle loro case, o di trasferirsi sulla costa e in questo modo si salvarono. Pur con il rispetto che è dovuto a persone che hanno perso in maniera così tragica i loro familiari e credendo nella loro assoluta buona fede e nella verità delle loro testimonianze, non credo sia facile ricordare gli stati d'animo, le incertezze, i dubbi di quelle settimane di tre anni fa; temo che i ricordi finiscano per essere distorti da quello che è successo, dal dramma che tttu loro hanno vissuto. Sono situazioni molto difficili, in cui temo non sia facile rimanere lucidi; succede qualcosa del genere alle persone malate e ai loro familiari. Proviamo a calarci noi in quella situazione. Credo sia difficile decidere di lasciare la propria casa, anche se siamo impauriti da continue scosse di assestamento; per me almeno sarebbe difficile prendere questa decisione e non so quanto mi influenzerebbero, in un senso o nell'altro, le dichiarazioni degli esperti. A quante altre cose si penserebbe in momenti come quelli? Che peso avrebbe la preoccupazione per mia moglie? Non lo so, spero non mi succeda, naturalmente, ma non so cosa farei. Anche nel recente terremoto che ha colpito l'Emilia, abbiamo saputo di persone, spesso anziane, che non avrebbero voluto lasciare le proprie case e magari sono state costrette a farlo, con la forza, per l'imminenza del pericolo. E casi analoghi li abbiamo visti in tutte le tragedie naturali - troppe - che hanno investito il nostro paese. Probabilmente c'è stata sottovalutazione da parte dei tecnici della Commissione - e su questo dirò dopo - ma forse qualcuno di quelli che ha deciso di rimanere in casa ha sentito quello che voleva sentire. Francamente mi sembra molto complicato, dal punto di vista strettamente giuridico, trovare un rapporto diretto di causa ed effetto tra le dichiarazioni di De Bernardinis e degli altri tecnici e la morte di quelle trentadue persone. La scossa distruttrice è arrivata sfortunatamente pochi giorni dopo quella riunione, ma non sappiamo cosa sarebbe successo se la scossa fosse arrivata - come poteva succedere, essendo quel fenomeno imprevedibile - un mese dopo: quanto avrebbero resistito a dormire in auto quei cittadini dell'Aquila? Per quanto tempo sarebbero rimasti fuori dalle loro case? E se la scossa fosse arrivata di giorno, magari quando anche i più prudenti sarebbero dovuti rientrare, magari per prendere qualche vestito? Non so se le motivazioni della sentenza dell'Aquila potranno spiegare più nel dettaglio questo rapporto di causa-effetto. Leggeremo e proveremo a valutarlo, nella maniera più serena possibile. Credo che lo dobbiamo all'esercizio della verità e anche a quelli che sono morti a L'Aquila.
Intanto, nell'attesa delle motivazioni, sono scoppiate le polemiche. Abbastanza prevedibili erano le critiche dei giornali "lepenisti": questi non potevano perdere un'occasione ghiotta come questa per attaccare la magistratura, che da sempre è nel mirino del loro proprietario. Altrettanto prevedibile era la critica del ministro Clini, che ha un conto aperto con i magistrati di Taranto, colpevoli di "lesa maestà" verso il ministero e l'Ilva, da lui parimenti rappresentati; magari era meno prevedibile la sciocchezza del paragone fatto da Clini tra il processo dell'Aquila e quello a Galileo. Era ancora meno prevedibile che si saldasse contro la sentenza dell'Aquila una strana alleanza tra costoro e Piergiorgio Odifreddi, di professione anticlericale più che matematico, che ha definito "demenziale" la sentenza, considerandola, al pari di altri belli spiriti suoi pari, come un attacco alla scienza, naturalmente con la "S" maiuscola.
Al di là di queste piccinerie, le persone condannate dal tribunale dell'Aquila hanno delle precise responsabilità e credo sia giusto che queste emergano. Immagino abbia pesato sulla decisione del magistrato ascoltare le parole di Bertolaso, nella telefonata in cui spiega all'assessore alla protezione civile della Regione che l'incontro dei "luminari del terremoto" servirà per "zittire subito qualsiasi imbecille" e per "tranquillizzare la gente", con la tesi che "cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male". Come succede troppe volte in Italia, c'è stata una miscela pericolosa di incompetenza, pigrizia, arroganza, accondiscendenza al potente di turno. Questa sentenza ha dimostrato una volta di più che in questo paese i cittadini non possono fidarsi delle istituzioni, non possono credere a uno stato che, per dolo e per negligenza - ma più spesso per dolo - li ha sistematicamente ingannati, ha negato la verità. Questo stato di cose non lo potrà risolvere una sentenza, per quanto coraggiosa - anche se temo sbagliata - di un giudice di provincia.
In Italia ogni terremoto rischia di trasformarsi in una catastrofe perché non c'è la cultura per affrontare questi eventi naturali, che sono sì imprevedibili - e chi dice il contrario è ignorante - ma sono allo stesso tempo affrontabili. Per non parlare di quegli eventi che, pur essendo prevedibilissimi - come le piogge - rischiano di trasformarsi anche loro in catastrofi. Manca nel nostro paese, che pure è altamente sismico, qualsiasi forma di educazione dei cittadini, anche perché troppo spesso le autorità - scienziati compresi - hanno sempre adottato lo stile di comunicazione messo in pratica in Abruzzo, teso a nascondere la verità e a rassicurare comunque i cittadini, che evidentemente non sono ritenuti abbastanza intelligenti da conoscere quello che succede. Per queste ragioni, secondo me, ci sarebbero stati tutti i motivi per condannare quei sette tecnici - e non solo loro - ma forse quella sentenza di omicidio colposo non è il modo migliore per rispettare lo stato di diritto. Ho l'impressione che si sia arrivati a una sentenza giusta attraverso una strada sbagliata, ma in un processo la strada non è una variabile indipendente.

domenica 7 ottobre 2012

Considerazioni libere (311): a proposito di 20mila nostri concittadini...

Io non ho nessuna simpatia per Franco Fiorito, come non ho nessuna simpatia per quelli come lui, che vengono dal Movimento sociale, da Fini all'ultimo fascistello di provincia: che sia andato in carcere mi fa anche piacere. Detto questo, Fiorito non è un elemento di folclore, non è una Minetti o un Calearo o qualche altra delle invenzioni di una politica ormai sbandata. Fiorito è stato sindaco di Anagni, consigliere provinciale e per due volte è stato eletto in consiglio regionale, la seconda volta con quasi 27mila preferenze. Il problema non è Fiorito, ma le 27mila persone che, entrate nella cabina elettorale, hanno scritto sulla loro scheda il nome Fiorito; su questo credo bisognerebbe cominciare a riflettere. Mettiamoci pure una fetta di fascisti irriducibili, gente della sua risma, visto che Fiorito ha chiuso la sua esperienza come sindaco, facendo affiggere nel palazzo comunale due targhe: una per ricordare la marcia su Roma e una per celebrare la cittadinanza onoraria al duce. Questi però non arrivano a 27mila, con questi non si arriva in consiglio regionale. Diciamo che sono 7mila, teniamoci larghi: gli altri 20mila voti da dove arrivano? Provo a immaginare. Ci saranno certamente i suoi fornitori di generi alimentari: un cliente del genere, con un tale appetito, è meglio tenerselo caro e sperare che possa continuare ad avere uno stipendio adeguato alla sua atavica fame. Poi ci sono quelli che grazie a lui sono stati assunti in qualche azienda pubblica e quelli che da lui sono stati raccomandati per qualche prebenda; tra i 20mila immagino ci siano anche quelli che lui ha aiutato a trovare un posto all'ospedale o a cui ha reso meno lunga l'attesa per una tac. E poi ci sono quelli a cui ha permesso di costruire, saltando complicate pastoie burocratiche, dei condomini ad Anagni e anche quelli che in quelle case sono andati ad abitare. E non dimentichiamo quegli imprenditori che hanno potuto costruire i loro nuovi capannoni in aree vincolate, senza sottostare ai pareri delle varie autorità di controllo, e gli operai che hanno lavorato - e lavorano - in quelle fabbriche. Naturalmente devono essere aggiunti tutti i loro familiari, anch'essi in qualche modo beneficiati da Fiorito, e quelli che, votandolo, hanno sperato in un futuro beneficio. Penso che in questo modo ci avviciniamo ai 20mila "complici" di Fiorito. Chi ha lo ha votato sapeva benissimo per chi votava, e naturalmente quegli stessi elettori, vedendo un servizio sugli sprechi della "casta" in televisione, erano i primi a protestare, a lamentarsi, a dire che questo andazzo doveva cambiare. Lo stesso Fiorito - lo ha detto lui - era uno di quelli che vent'anni fa - era il 30 aprile del '93 - lanciava monetine contro Craxi davanti al Raphaël.
Fiorito per quei 20mila non era il pingue politico intrallazzatore e naif che ci presentano adesso i mezzi di informazione, ma un elemento fondamentale del welfare della provincia di Frosinone. E, per inciso, forse sarebbe utile rileggere anche qualche articolo o qualche intervista compiacente che quegli stessi organi di informazione adesso indignati fecero un tempo allo stesso Fiorito, quando era il potente e munifico capogruppo del Pdl alla regione Lazio. Naturalmente di Fiorito in Italia ce ne sono molti, moltissimi si trovano nel sud - ma non mancano anche nel nord, non pensiamo di esserne immuni - moltissimi sono nel centrodestra, ma purtroppo non mancano neppure nel centrosinistra. Anzi nel centrosinistra riescono anche a emergere di più, visto che il sistema delle primarie, in determinate circostanze, favorisce chi ha maggiori e più estese clientele; nel centrodestra, dove le primarie non ci sono, le bande nuove devono farsi spazio spodestando quelle vecchie e infatti il cosiddetto "caso Fiorito" è nato proprio così, per le lotte senza quartiere interne al Pdl; se avessero trovato un accordo, come era avvenuto negli anni passati, Renata Polverini sarebbe ancora la "podestà" del Lazio. Naturalmente nelle regioni in cui il controllo del territorio è in mano alle organizzazioni criminali, il condizionamento su chi deve o chi non deve essere votato è legato a queste particolari vicende, con tutto quello che questo significa.
Vedo che il "caso Fiorito" ha fatto nascere tutta una serie di proposte per limitare il finanziamento dei gruppi consiliari delle regioni, per ridurre gli stipendi e i relativi vitalizi ai consiglieri regionali, per diminuire il numero dei consiglieri. Tutte proposte sensate che arrivano in ritardo e che rimarranno lettera morta, come è avvenuto tutte le altre volte, quando si è annunciato che sarebbero stati tagliati i cosiddetti costi della politica, per placare una plebe che sembrava diventata insofferente. La questione però, come ho cercato di dire prima, non è limitata a Fiorito e a quelli come lui che scorrazzano nella nostra penisola, ma coinvolge le migliaia di persone - imprenditori, costruttori, faccendieri - che ci guadagnano molto con questi sistemi e i milioni di persone - temo che il numero sia molto alto - a cui questo sistema permette di campare, più o meno dignitosamente. Se per molti poter accedere alle strutture sanitarie pubbliche è una specie di lotteria è naturale rivolgersi a chi può risolvere, in qualche modo, questa situazione, se votare una persona piuttosto che un'altra significa avere una casa o un posto di lavoro è naturale che si voti uno, indipendentemente dalle proprie convinzioni. Si facciano pure le norme per limitare i costi della politica, ma fino a quando sarà questo lo stato di cose nel nostro paese si cercherà un modo, qualsiasi modo, per risolverlo, e quando lo si cerca alla fine lo si trova.

sabato 11 agosto 2012

Considerazioni libere (299): a proposito di retorica e di sport...

La vicenda è nota: durante le olimpiadi le autorità sportive internazionali hanno segnalato il caso di un atleta italiano, già campione olimpico, risultato positivo ai controlli antidoping; il giovane che, colto in flagrante, ha ammesso la sua colpa, è stato sospeso dalle gare. Si tratta di una brutta vicenda, che merita qualche riflessione in più - non solo di carattere sportivo - perché non è soltanto la storia di un giovane debole, ma racconta qualcosa del nostro paese, dove è sempre così difficile capire dove stanno le responsabilità.
Il giovane pratica - a questo punto praticava - uno sport "minore" come la marcia. In Italia si definisce "minore" ogni sport che non sia il calcio. Per verificarlo basta sfogliare uno qualsiasi dei tre quotidiani sportivi pubblicati nel nostro paese: una ventina di pagine dedicate al calcio contro le due - quando va bene - dedicate agli altri sport. Questa sproporzione aumenta se si prendono in considerazione soltanto i servizi televisivi. Gli sport "minori" escono da questo cono d'ombra ogni quattro anni, in occasione delle olimpiadi: questa è ormai la vera "tregua olimpica". Nei giorni delle olimpiadi i giornalisti sportivi italiani ripassano velocemente le regole degli altri sport, raccolgono informazioni e tabellini e si fingono esperti; in televisione poi si recuperano "vecchie glorie" di quegli stessi sport, affidando a loro i cosiddetti commenti tecnici. Poi, visto che ogni quattro anni si scopre che in qualcuno di questi sport l'Italia può vantare campioni da medaglia - che si allenano in silenzio e con costanza - scatta l'orgoglio nazionale per questi sportivi, solitamente ignorati. I giornalisti importanti, quelli che di solito scrivono nelle prime pagine, perfino i direttori, si esercitano in panegirici su questi atleti, facendo sempre notare quanto le loro gesta debbano essere da esempio per i giovani, sottintendendo - da perfetti farisei - un giudizio negativo sul calcio e sui ricchi calciatori. I politici di tutti gli schieramenti vibrano di orgoglio nazionalista, vedendo il tricolore salire sull'asta più alta, accompagnato dalle note dell'inno di Mameli. I burocrati che comandano sullo sport nazionale approfittano di una medaglia in più o in meno per definire le loro gerarchie all'interno del Coni e delle federazioni, con bizantinismi simili a quelli del potere cinese. Poi, spento il braciere olimpico, tutto tace fino alle prossime olimpiadi, specialmente le promesse di sostenere e finanziare questi sport "minori".
Alex Schwazer era uno di questi sportivi "a gettoni". Anzi no, Schwazer era diventato - forse suo malgrado - anche un personaggio minore del "circo". Intanto perché è un italiano atipico, di confine, della più significativa e potente minoranza del nostro paese, un giovane che, nell'esibire il tricolore, sembrava ricucire una frattura sempre presente tra "loro" che non si sentono italiani e "noi" che non li consideriamo tali. Poi Alex era - spero sia ancora - fidanzato con un'altra campionessa di uno sport "minore": la loro storia d'amore era perfetta e serviva, di volta in volta, a spiegare i loro successi o le loro sconfitte. Alex era talmente perfetto da diventare - e non lo sarà più - il testimonial di una nota multinazionale dolciaria. Temo anche che il "circo" voglia recuperare Alex e spero che lui resista: il dopato pentito e piangente sarebbe l'ospite ideale di ogni reality.
Con questa "considerazione" non ho nessuna intenzione di assolvere Schwazer: ha commesso un errore molto grave, era consapevole di farlo ed è giusto che paghi. Francamente non mi sembra giusto che paghi solo lui. La marcia è certamente uno sport individuale, ma nessun atleta, tanto più se è un campione olimpico, raggiunge certi risultati da solo. Nessuno di quelli che lavoravano con lui si è mai accorto di nulla? Nessuno ha notato che, nonostante gli allenamenti, non si sentiva sicuro di sé e delle proprie prestazioni? Non hanno capito la sua fragilità? Nessuno ha notato dei risultati altalenanti o troppo regolari? Immagino che un atleta come Schwazer sia seguito da un'equipe di medici; gli dicevano soltanto quanti snack al cioccolato doveva mangiare? Io non sono un esperto, ma sinceramente mi pare che in questa storia ci siano o complicità o incompetenze e davvero non so cosa sia peggio, pensando che queste persone dovranno allenare altri giovani. All'indomani della scoperta - poi non ho visto la televisione per alcuni giorni - ho sentito un'intervista, piuttosto disgustosa, del presidente della Fidal, la cui unica preoccupazione evidente era quella che qualcuno approfitti di questa storia per toglierlo di lì. Se davvero la federazione volesse combattere il doping farebbe propri controlli, ma non mi pare che questa sia una sua priorità.
Ripeto non ho simpatia per Schwazer e condanno quello che ha fatto, ma mi disturba la retorica cresciuta intorno al caso. Schwazer è stato additato di volta in volta come il traditore dello spirito olimpico, il traditore della fiducia che l'Italia ha riposto in lui, il traditore dei sani valori dello sport. Balle. A nessuno di quelli che scrive, a partire dai vertici della politica sportiva, importa un fico secco dello spirito olimpico e dei sani valori dello sport, quanto all'Italia, Schwazer le ha dato esattamente quello che ne ha ricevuto.
Disturbano i toni roboanti della retorica antidoping nell'atletica e negli altri sport, tanto più perché sono fatti negli stessi giornali - e a volte dagli stessi giornalisti - che usano parole concilianti con i calciatori e le squadre che hanno truccato gli ultimi campionati italiani di calcio. Schwazer è un traditore, un infame, mentre Conte - che con la richiesta di patteggiamento ha ammesso l'illecito sportivo - è l'allenatore di una delle squadre più importanti d'Italia e l'ospite coccolato di tutte le trasmissioni sportive. D'altra parte di atletica non si parlerà più per quattro anni, mentre di calcio e con il calcio ci campano tantissime persone. Va bene così, ormai il mondo abbiamo rinunciato a cambiarlo, almeno rispamiateci le lacrime.

domenica 8 luglio 2012

Considerazioni libere (290): a proposito di calcio (e non solo)...

Nei giorni scorsi, durante i campionati europei di calcio, sui giornali e tra i commentatori televisivi si sono sprecate le metafore per marcare le analogie tra il nostro paese e la nazionale. All'inizio del campionato le deludenti prove della squadra azzurra sono state viste come lo specchio di un paese con una guida incerta e ormai incapace di affrontare la crisi, nonostante il proprio brillante passato. Il pomeriggio precedente Italia-Irlanda, quando i più pensavano che la nostra squadra sarebbe stata eliminata per colpa del "biscotto" tra Spagna e Croazia - immaginavamo infatti che gli altri avrebbero fatto a noi quello che noi sicuramente avremmo fatto a loro (vero capitan Buffon?) - sono stati scritti decine di editoriali in cui si diceva che l'Italia-paese, come l'Italia-squadra, era ormai fuori dall'Europa, dandone la colpa al precedente governo - uno qualsiasi dal III Rumor a oggi - perché in Italia è sempre colpa di qualcuno prima di noi. Poi, visto che gli spagnoli hanno giocato come sanno fare, quei bei articoli sono stati cestinati. E' così arrivata la vittoria con l'Inghilterra e le penne hanno ricominciato a mettersi in moto: l'Italia, anche se all'ultimo minuto, ce la può fare, con il coraggio - e un po' di incoscienza - alla Pirlo insomma. E poi è arrivata l'ora di Italia-Germania, partita giocata contemporaneamente a Bruxelles e a Varsavia, e la retorica patriottarda si è scatenata, portando sugli altari i due super-Mario, che qualche giorno prima erano un affamatore del popolo, inventore di sempre nuove tasse, e un negro viziato, incapace di metterla dentro. L'avventura europea si è infine conclusa con la figuraccia di Kiev, ma la squadra, comunque inaspettatamente seconda, è stata benedetta dal presidente (la "p" minuscola non è un errore), con la spiegazione che l'Italia potrà farcela, proprio come hanno fatto gli azzurri, con unità e gioco di squadra: quindi tenetevi Monti, pagate e ringraziate. Con buona pace della retorica quirinalizia, le analogie tra la società e il calcio invece sono davvero tante, ma non sono sempre commendevoli.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato su Il Sole-24 ore un articolo interessante di Gianni Dragoni sui conti del calcio; vi invito a leggerlo, perché fornisce dati precisi e in qualche modo illuminanti. Ne riporto un breve brano, per parlare del dato che mi ha colpito di più.
Nell'ultima stagione sportiva, secondo i bilanci al 30 giugno 2011, la perdita netta aggregata delle squadre di serie A, serie B e della Pro di prima e seconda divisione è stata di 428 milioni di euro, in aumento di quasi 81 milioni (+23,2%) rispetto alla stagione precedente. Un dato preoccupante, perché la perdita nella stagione precedente era rimasta pressoché stabile, solo sette milioni in più rispetto ai 340 milioni dell'esercizio chiuso al 30 giugno 2009.
In sostanza su un giro di affari complessivo di 2.477 milioni c'è stata una perdita di 428 milioni, pari al 17,2%. I dati sono molto chiari. Non restano molte spiegazioni: o gli imprenditori del calcio sono tutti incapaci e accettano di rimetterci o sono dei veri sportivi e mettono tutti i loro risparmi nel gioco che amano o questi conti non sono veri e le società di calcio servono per produrre utili in nero alle imprese. Per analogia con quello che avviene nel resto del paese, io tenderei a credere a questa terza ipotesi.
Sempre a proposito di quello che succede intorno al calcio voglio raccontarvi quello che è capitato due anni fa al Bologna FC, squadra a cui sono legato - come potete immaginare - da antico tifo adolescenziale. La squadra era stata acquistata da un noto costruttore bolognese, con lo scopo, non troppo celato, di costruire il nuovo stadio, con annessi e connessi. Quando si è accorto che questa opportunità diventava sempre più incerta, ha legittimamente messo in vendita il club. Nell'estate 2010 è comparso un imprenditore da fuori città, dicendo di avere i soldi: le carte sono state firmate ed è diventato il nuovo proprietario della squadra. Si è messo immediatamente all'opera per preparare il nuovo campionato, ha venduto qualche giocatore, ne ha acquistati altri, ha incassato i soldi degli abbonamenti, ma dopo pochi mesi ha smesso di pagare gli stipendi, perché in cassa non c'era più un soldo. A questo punto ha candidamente ammesso di non avere un euro e di non averci messo nulla; non aveva ovviamente neppure liquidato il precedente proprietario, che fino ad allora non aveva detto nulla per paura di fare la figura del fesso. Alla fine alcuni altri imprenditori hanno comprato il club, mettendoci questa volta soldi veri. Il nostro eroe se n'è tornato nella sua città con un po' di euro, concessi come buona uscita dai nuovi proprietari. Questa vicenda ha avuto una qualche notorietà perché ha riguardato la squadra di calcio di una grande città, nobile anche se decaduta - la squadra e la città - ma non si tratta di un caso isolato. Se avete fatto un mutuo per acquistare la casa o per aprire una piccola attività sapete che trafila si fa per ottenerlo e quante garanzie siano necessarie. Per grandi operazioni finanziarie, quelle che se falliscono rischiano di far fallire la banca, queste garanzie non vengono richieste, basta la parola, magari di un amico, o di un amico dell'amico.
C'è un'altra analogia importante tra il sistema-calcio e il sistema-paese: il totale disinteresse verso il bene comune, quando va a scapito del proprio interesse individuale. Prandelli lo ha detto con molta chiarezza: in Italia gli interessi delle squadre di Lega prevalgono sempre sul contributo che ciascuna di esse dovrebbe dare al movimento nel suo insieme, a partire dalla nazionale. La definizione del calendario della serie A, in cui non viene lasciato un minimo spazio per l'attività della nazionale, è un indizio fin troppo evidente che, nonostante la retorica di facciata - altro aspetto che il calcio condivide con la società nel suo complesso - le decisioni sono sempre dettate dagli interessi economici. Lascio a voi immaginare in quali altri campi avviene: non voglio allungare troppo questa "considerazione", abusando della vostra pazienza.
Ultima analogia è la capacità di autoassolversi: in Italia, come detto, la colpa è sempre di qualcun altro, al limite del destino cinico e baro. Ricordate le parole di Buffon prima di partire? E poi c'è la capacità italiana di assolvere tutti i peccati, a patto che i peccatori siano più forti di noi. Non so se vi ricordate, è passato molto tempo. Prima che gli azzurri partissero per la Polonia è scoppiato l'ennesimo scandalo scommesse. Se ne parlò a profusione, furono spese parole di fiera riprovazione, si aprì un dibattito a cui partecipò autorevolmente anche il professor Monti; di quelle parole si è spenta l'eco al primo gol dell'Italia e sono state sepolte all'indomani della storica vittoria sulla Germania nel "derby dello spread", riconsegnando al mondo del calcio una verginità che temo perderà assai presto.
Anch'io, immodestamente come il presidente dalla "p" minuscola, non so più se parlo del calcio o del paese: l'Italia non ce la farà.

venerdì 1 giugno 2012

Considerazioni libere (285): a proposito di terremoti, di domande e di feste...

Qualche riflessione sul terremoto e su come il nostro paese ha reagito a questa calamità.
Il primo elemento è la capacità di mobilitazione che ancora una volta hanno saputo mostrare gli italiani. Leggo che il sindaco di Mirandola ieri sera ha chiesto di sospendere l'invio al suo territorio di generi alimentari e di prodotti farmaceutici, perché i volontari del suo Comune non sono più in grado di gestire tutti gli aiuti arrivati, che finirebbero per essere inutilizzati; aveva fatto un appello solo poche ore prima, a cui è stato risposto in modo generoso e con queste conseguenze. Vedo nella rete che si moltiplicano i gruppi di acquisto per aiutare i caseifici che hanno subito danni e rischiano di perdere anni di lavoro. Leggo le disponibilità di strutture e singole famiglie a ospitare le persone che non hanno più una casa. Questa capacità di mobiltarsi e questa voglia di solidarietà - tanto più meritoria in un periodo di dura crisi come quello che stiamo vivendo - ormai non dovrebbero più sorprenderci, perché sono ricorrenti nella storia italiana, eppure credo sia giusto sottolinearli perché noi italiani siamo bravi a rappresentare i nostri difetti, basti pensare ai grandi film della commedia all'italiana. Molte volte lo meritiamo ed è giusto fare le critiche, ma è altrettanto giusto notare i meriti, almeno le poche volte che ci sono.
Il secondo elemento è la mobilitazione che è partita dalla rete per chiedere di sospendere la parata militare e i festeggiamenti del 2 giugno. Su questo tema voglio soffermarmi un po'. Sinceramente, fin dalle prime ore in cui è cominciata a crescere questa campagna attraverso il web, questo tema sull'opportunità o meno di svolgere la parata non mi è sembrata la questione più importante di cui parlare dopo questo terremoto. L'indignazione che molti hanno speso, con toni più o meno accorati, con accenti più o meno polemici, sarebbe stata più utilmente indirizzata contro coloro che sono i veri responsabili delle troppe morti causate da questo terremoto. L'ho scritto a caldo su Twitter: un terremoto - o addirittura due terremoti nello stesso posto, come è avvenuto in questi giorni - sono una fatalità, ma le morti hanno dei responsabili che sarebbe giusto cercare e punire. Perché alcuni - e solo alcuni - capannoni industriali costruiti dieci anni fa si sono letteralmente sbriciolati a causa del sisma? Chi ha guadagnato grazie ai risparmi per quel lavoro mal fatto, le imprese di costruzione o gli imprenditori che hanno acquistato quei capannoni? C'è una responsabilità di qualche altro "soggetto", ad esempio le imprese mafiose sempre più presenti nel nostro territorio e che assicurano alle imprese servizi a costi molto bassi? Chi non ha controllato come venivano realizzate quelle strutture e magari chi ha chiuso uno o due occhi nel nome della crescita e della produttività di quel territorio? Chi ha permesso che in alcuni di quei capannoni dopo il primo terremoto si tornasse a lavorare, senza aver fatto tutte le verifiche che sarebbero state necessarie? Quando giustamente denunciamo che da molti anni l'ideologia dominante e vincente è l'ultraliberismo più sfrenato, il capitalismo rapace, non dobbiamo pensare solo ai maghi della finanza che da Wall street maneggiano in pochi secondi milioni di dollari e di euro, ma anche a quei piccoli imprenditori e a quei politici che, magari convinti di fare il bene delle loro imprese e dei loro concittadini, misurano la crescita di un territorio solo attraverso i dati del pil. Poi con la stessa foga avremmo dovuto indignarci contro tutti quelli che non hanno tutelato il nostro patrimonio culturale diffuso. In tanti ci siamo arrabbiati per la scellerata decisione del prefetto di Roma e della "ducetta" Polverini di aprire una discarica a meno di un chilometro da Villa Adriana, ma è facile indignarsi e dimettersi - o più prudentemente minacciare di dimettersi - per un capolavoro del genere, unico al mondo, molto più difficile farlo per il castello di Finale o per la chiesa di Buonacompra, simili a tanti altri castelli o a tante altre chiese che si trovano in Italia, da nord a sud, nelle città e nelle campagne. Io credo - e spero che questa tesi non suoni troppo paradossale - che per il nostro paese siano più importanti queste chiese, questi palazzi, questi piccoli capolavori che le quattro o cinque eccellenze per cui siamo conosciuti in tutto il mondo; la nostra ricchezza, la nostra storia, la nostra memoria, sta in questa presenza diffusa. Allora proviamo a indignarci per i lavori di restauro non fatti, per le incurie sistematiche, per l'incapacità di utilizzare e valorizzare queste risorse. Anche qui l'ideologia dominante è quella mirabilmente sintetizzata da un ministro del precedente governo che disse che con la cultura non si mangia; Tremonti disse con la consueta superbia e senza ipocrisia quello che pensa - e ha pensato - la grandissima parte della classe dirigente italiana in questi sessant'anni di vita repubblicana. Come vedete i motivi per arrabbiarsi per quello che è successo a causa del terremoto, ma per colpa degli uomini, sono molti e pongono domande a cui sarebbe necessario cominciare a dare delle risposte, se volessimo essere un paese degno di questo nome.
Al di là di quello che penso io, in questi giorni l'attenzione si è tutta spostata sulla parata e, a questo punto, è necessario parlarne. Anche su questo ho già detto: credo che il presidente Napolitano abbia commesso un errore grave a non ascoltare una voce diffusa nel paese. Io ho avuto stima per Napolitano, per la sua storia politica, per la sua cultura, per la capacità con cui è intervenuto, da presidente, su alcune questioni centrali nella nostra storia, ad esempio la strage di piazza Fontana e gli anni della strategia della tensione. La mia stima è rimasta anche quando ho dissentito profondamente dalle sue scelte politiche; Napolitano ha fatto in questi ultimi mesi politica attiva, promuovendo una nuova maggioranza di larghe intese e scegliendo un governo che ne interpretasse lo spirito. Ha preso decisioni che non ho condiviso e non condivido assolutamente - come ho scritto più volte - ma è rimasto il "mio" presidente. Questa volta però non riesco a seguirlo, non c'è più neppure la stima. La questione non c'entra nulla con il tema delle spese e dei possibili risparmi: perfino se fosse costato di più annullare tutto, sarebbe stata la scelta migliore. La soluzione per salvaguardare il senso dello stato e il sapersi riconoscere negli uomini e nei simboli della nazione unita, come ci chiede Napolitano in questo 2 giugno, sarebbe stata quella di organizzare una piccola - o sobria, come ormai si dice adesso - manifestazione a Ferrara o a Modena oppure a L'Aquila, se proprio si temeva di intralciare il lavoro dei soccorritori, andando nella zona dell'epicentro. Napolitano forse ricorderà che il Pci nell'agosto del 1980 decise di spostare la Festa nazionale dell'Unità già in cantiere in un'altra città proprio a Bologna, perché c'era stata la strage della stazione; fu una festa sobria, un eufemismo per dire che fu una festa triste in una città profondamente ferita, ma fu un segnale importante di vicinanza. E' doveroso avere rispetto per lo stato e per le istituzioni, lo pretende la Costituzione e ce ne hanno dato l'esempio le generazioni che ci hanno preceduto, ma il rispetto bisogna anche conquistarselo e meritarselo. Le istituzioni di questo paese non ci sono più abituate e questa scelta di Napolitano ne è l'ennesima conferma. Non potete chiederci di avere rispetto per lo stato se è lo stato che non rispetta noi, come è evidente non solo da questa sciocchezza della parata - su cui avremmo perfino potuto passare sopra - ma soprattutto dal fatto che L'Aquila e tanti paesi abruzzesi si trovano dopo tre anni nelle stesse condizioni in cui si sono risvegliati dopo quella tragica notte o dalle mancate risposte alle domande che ho posto prima. Saremmo contenti, anche noi disfattisti, antipatrioti, militanti anti-sistema, mezzi anarchici - come ci hanno definito in questi giorni i "bravi cittadini" che vogliono la parata (compreso il Pd ovviamente, che ha perso un'altra, l'ennesima occasione) - di poter festeggiare questa disastrata repubblica. E la festeggeremo, a modo nostro: non la lasceremo festeggiare solo a voi, con i vostri discorsi e con la vostra sobria parata.

mercoledì 14 dicembre 2011

Considerazioni libere (263): a proposito di pazzi e di sani...

Sono momenti drammatici per il nostro paese: quello che è successo in pochi giorni tra Torino e Firenze racconta una società debole, che ha perso troppi punti di riferimento, una società smarrita che cede ai propri impulsi più profondi, che non riesce a controllare la propria violenza. Lo so che c'è la crisi, che ci sono ogni giorno novità che richiedono adeguati approfondimenti, ma credo sia un delitto non parlare di quello che è successo; oggi, a pochissimi giorni dagli omicidi di piazza Dalmazia, la notizia è già relegata nelle pagine di cronaca e di Torino non si parla più, nemmeno una riga - di zingari e di folli la nostra società non parla mai volentieri. Eppure la crisi economica e le violenze di questi giorni non sono argomenti slegati, sono le facce di una stessa medaglia.
Ancora prima di provare a capire, di provare a farmi e farvi delle domande su quello che è successo, c'è una riflessione che voglio fare. In questi anni ci siamo abituati a scaricare su altri le nostre colpe, in particolare su una classe politica incapace e autoreferenziale, abbiamo mitizzato una presunta "società civile" che sarebbe migliore di chi è stato chiamato a guidarla; certo i nostri rappresentanti hanno molti difetti - e io su questo blog ne ho parlato spesso - ma credo sia altrettanto onesto dire che, come spiega appunto il termine, sono persone che ci rappresentano, nel bene - non molto - e nel male - decisamente di più. I fatti di Torino e di Firenze non permettono scappatoie autoassolutorie, ma ci mettono davanti alle nostre responsabilità individuali e collettive, anche quelle che preferiamo considerare come isolati casi di follia. Per questo credo che l'episodio di Torino sia più grave di quello di Firenze, pur nel rispetto per le due persone, Samb Modou e Diop Mor, che in questa città sono morte e per quelle che si trovano ancora in gravi condizioni all'ospedale. Mi rendo conto che è difficile fare una graduatoria nel male, soprattutto quando tocca questi livelli di insensatezza, ma da qualche punto dobbiamo pur partire. E certamente il numero delle persone coinvolte è un elemento importante e nel capoluogo piemontese sono molte le persone che hanno "perso la testa".
A Torino c'è prima di tutto il fallimento pedagogico di una famiglia, di quella famiglia, che ha fatto della verginità violata un tabu tale da costringere una ragazza a mentire e che ha inculcato nei propri figli un pregiudizio così forte contro gli zingari. Su questa ossessione per la verginità - peraltro in un mondo in cui il sesso viene sbandierato, ostentato, sfruttato - e più in generale sull'incapacità di affrontare il tema dell'educazione sessuale dei giovani dovrebbero interrogarsi non solo quei due genitori, ma tutte quelle agenzie educative - compresa naturalmente la chiesa cattolica - che del sesso fanno il loro principale campo di interventismo etico. Per inciso, sarei poi curioso di sapere che conseguenze ci saranno per quel ginecologo che si prestava a quel controllo mensile - dietro compenso naturalmente - uno che dovrebbe essere deferito al proprio ordine, se questo non fosse troppo impegnato a difendere i propri interessi di casta; ma da qui rischiamo davvero di esulare troppo dal discorso iniziale. Naturalmente le responsabilità sono personali e la ragazza e suo fratello hanno commesso un grave errore, di cui spero prima o poi si renderanno conto. Trovare altre colpe non è un pretesto per assolverli, tutt'altro. Ma, per come la vedo io, i genitori hanno colpe maggiori delle loro, perché hanno prima di tutto responsabilità maggiori che derivano dal loro ruolo di educatori, ruolo che con tutta evidenza non sono stati in grado di assolvere, visto il bel risultato.
Poi ci sono le colpe dei "giustizieri", di quelli che hanno deciso che era arrivato il momento di farsi giustizia da soli, di risolvere una volta per tutte il problema degli zingari, cacciandoli dal loro territorio, dalla loro "piccola patria". Anche in questo caso cercare di capire non vuol dire assolvere. Non c'è giustificazione che tenga per quelle persone che si sono dirette armate verso il campo nomadi e lo hanno incendiato, però non è neppure sufficiente esprimere una condanna generica, per quanto vibrante, e poi dimenticare il giorno successivo quello che è successo in quella periferia. Ciascuno di noi porta un pezzo di responsabilità, più o meno grande, di quello che è successo a Torino. Quante volte ci è capitato di controllare il portafoglio o di stringere più forte la borsa quando uno zingaro ci è passato accanto? A me succede regolarmente, direi che è praticamente istintivo o meglio cerco di illudermi che sia un riflesso condizionato, mentre è frutto di un pregiudizio ben radicato. Quante volte abbiamo reagito con fastidio allo zingaro che ci tende la mano chiedendo l'elemosina? Poi magari razionalizziamo, spieghiamo a noi stessi che facciamo bene a non dare loro neppure un centesimo, perché sono parte di un racket che sfrutta il loro accattonaggio, immaginando un cattivo mr. Peachum che li invia in ogni angolo di strada. Se ciascuno di noi non fa i conti con i propri pregiudizi, non è molto credibile quando cerca di trovare argomenti contro quelli degli altri.
Poi ci sono riflessioni che sembrano ormai espunte dalle categorie attraverso cui cerchiamo di interpretare il mondo. Le persone che hanno deciso di assaltare e incendiare un campo rom per vendicare l'offesa fatta a qualcuno del loro gruppo vivono in un contesto sociale e culturale che presenta gravi problemi, degradato si sarebbe detto una volta. Quelle persone vivono in brutte periferie e la bruttezza del loro territorio è sentita con maggior evidenza in parallelo alla rinascita e alla riqualificazione del centro storico o di altre aree della città; vivono in periferie dove non c'è una rete efficiente di servizi; hanno una bassa scolarità e quando vanno a scuola frequentano brutti edifici con insegnanti spesso demotivati e stanchi; soffrono molto più di altri la crisi economica e la fine di un modello industriale consolidato come quello torinese. Pensate come può essere stridente continuare a sentir dire quanto è migliorata Torino, quanto è più bella, quanto è più moderna, quando si è ai margini o addirittura esclusi e non si è goduto neppure un po' di questo miglioramento, di questa bellezza, di questa modernità. Per chi è rimasto indietro la crisi ha anche questo, non secondario, impatto psicologico. La crisi non si misura soltanto dallo spread tra titoli di stato, ma anche da queste condizioni di vita, da questo spread civile, economico, culturale tra chi ha di più, sempre di più, e chi ha di meno, sempre di meno.
Giustamente Time ha messo in copertina nell'ultimo numero del 2011, quella tradizionalmente dedicata all'uomo dell'anno, "the protester", ossia l'uomo e la donna che manifestano, che protestano, che occupano. Abbiamo subito pensato alla "primavera araba", agli indignados di Madrid, ai ragazzi di OccupyWallstreet e di Mosca, ma tra coloro che protestano ci sono anche gli ultrà torinesi che hanno tentato di incendiare il campo rom della Continassa, così come i giovani di Tottenham e delle periferie inglesi. Naturalmente questi non ci piacciono, ma con loro e con i problemi che esprimono dobbiamo fare i conti. In una "considerazione" del 2010 ho scritto:
Per spiegare i fatti di Rosarno si è preferito utilizzare le categorie etniche piuttosto che quelle sociali: a mio avviso, non si è trattato di uno scontro tra bianchi e neri, tra italiani e stranieri, ma di uno scontro tra quelli che un tempo avremmo chiamato proletari e sottoproletari, oppure - per usare espressioni che Adriano Sofri utilizza nel saggio contenuto nel volume Sinistra senza sinistra, edito da Feltrinelli nell'ottobre 2008 - tra i "penultimi" e gli "ultimi". Può sembrare un paradosso, ma proprio quando l'economia è diventata l'elemento centrale delle nostre vite - molto più della politica - è venuta a mancare quell'idea di divisione in classi della società che serve a spiegarne le dinamiche.
L'economia continua a dominare le nostre vite e i "penultimi", in questo caso i "bravi cittadini" di Torino, pronti a scendere in strada per vendicare l'onore di quella ragazza stuprata, stanno per diventare loro stessi gli "ultimi" e di essere trattati dai nuovi "penultimi" che verranno nello stesso modo in cui loro stanno trattando ora gli zingari. Ci si può arrendere a questo destino, oppure si può cercare di invertire un cammino che sembra già segnato. Fare la morale rischia di servire a poco, può forse salvarci la coscienza, ma non migliora la condizione di tutte quelle persone, degli zingari e di chi ha cercato di bruciare il loro campo. Costruire belle case in periferie, investire sulla scuola e sui servizi, garantire stipendi degni a chi fa lavori normali è l'unico mezzo per rispondere alle domande sociali che vengono dagli zingari e da chi li vuole cacciare, bruciare, uccidere.
Naturalmente non voglio tralasciare quello che è successo a Firenze. Certo chi ha commesso quel delitto è un uomo disturbato, un pazzo, una persona che ha varcato un limite che fortunatamente la quasi totalità di tutti coloro che professano apertamente tesi razziste e xenofobe non varcano. Ma il fatto che siano in tanti che, magari protetti dall'anonimato delle rete, danno quotidianamente sfogo ad argomenti di questo tenore, il fatto che persone che hanno ruoli pubblici possano impunemente dire cose molte simili a quelle sostenute da Gianluca Casseri deve farci riflettere. Anche qui non basta dire che gli uomini sono tutti uguali indipendentemente dal colore della pelle; tutti noi sperimentiamo ogni giorno che questa uguaglianza non esiste, perché un povero non è uguale a un ricco, non ha le stesse opportunità, non può sperare che i suoi figli abbiano un futuro migliore. Casseri ha ucciso i due cittadini italiani nati in Senegal non perché era povero, ma perché era un razzista, un razzista convinto e coerente, e su questo non c'è molto da fare, magari si potrebbe fare qualcosa di più per prevenire, visto che lo stesso Casseri pubblicava le sue tesi farneticanti, non le nascondeva in oscure conventicole di adepti. Mi preoccupa il fatto - e credo dovrebbe preoccupare la nostra società - che molti di quelli che hanno scritto commenti contro i senegalesi e a favore di Casseri sui social network sono ignoranti, profondamente poveri di valori. Forse al razzismo non c'è rimedio, ma all'ignoranza c'è; abbiamo da tempo scoperto come si cura, il problema è la volontà di debellarla.

sabato 12 novembre 2011

Considerazioni libere (258): a proposito di dimissioni...

Comincio a scrivere questa "considerazione" poco prima che B. salga al Quirinale per rassegnare le dimissioni, probabilmente la pubblicherò quando queste auspicate - o deprecate, a seconda dei casi - dimissioni saranno diventate effettive. Che B. lasci Palazzo Chigi è una buona notizia, a prescindere: B. - al di là del fatto che io non l'ho mai votato e anzi l'ho sempre, nel mio piccolo, contrastato - è stato probabilmente il peggiore Presidente del Consiglio della storia d'Italia e quindi prima se ne va, meglio è. Al di là del giudizio politico, penso non meriti rispetto neppure come persona e quindi non gli renderò certo un ipocrita onore delle armi: l'Italia senza B. sarà un paese un po' migliore di quello che è adesso.
Sul modo in cui è avvenuta questa anomala e rapidissima crisi di governo credo sia opportuno soffermarsi. In un certo senso è stata una vittoria - seppur postuma - di B.: provo a spiegarmi. Uno dei pochissimi tratti squisitamente politici di B. - la cui scelta di "scendere in campo" e la cui successiva condotta politica è stata sempre dettata da interessi economici molto concreti, i suoi e quelli delle sue aziende - è stato quello di considerare superata la democrazia parlamentare disegnata dalla nostra Costituzione, a favore di una supremazia del potere esecutivo e dell'uomo - lui in questo caso, che peraltro si considerava eterno - che lo incarnava. B. ha sempre considerato il Parlamento come un orpello o come una fastidiosa perdita di tempo, e infatti l'unica riforma istituzionale che è riuscito a compiere in questi lunghi 17 anni è stata quella di modificare la legge elettorale, cercando di trasformare gli eletti in nominati. Da questo punto di vista, la politica di B. è sempre stata eversiva, perché non ha mai riconosciuto le prassi di una democrazia parlamentare, come continua a essere quella italiana. Come sapete, io ho grande rispetto per Giorgio Napolitano, ma credo sia giusto sottolineare che in queste concitate fasi egli sia andato ben al di là delle prerogative previste dalla Costituzione e dalla prassi; in qualche modo l'ostinazione di B. a rimanere a Palazzo Chigi e la contemporanea richiesta dell'Europa e dei mercati di farlo andar via ha costretto il Presidente della Repubblica ad andare fuori dalle righe. Questa crisi di governo si è svolta ovunque, tranne che in Parlamento; ne sono stati protagonisti il Presidente Napolitano, le cancellerie europee, i grandi interessi economici, vi hanno avuto un ruolo secondario la stampa italiana e internazionale, una parte della magistratura, probabilmente qualche potere torbido - che in Italia non manca mai; la politica non ha praticamente toccato palla. Monti era già il presidente incaricato prima che B. rassegnasse le dimissioni e sarà presidente per una sorta di acclamazione europea, a prescindere dal voto di fiducia dei parlamentari italiani. Dal punto di rottura in cui siamo arrivati in questa crisi non sarà facile - e probabilmente non c'è neppure la volontà politica di farlo - tornare alla lettera della nostra Costituzione. Questa è una delle più pesanti eredità che B. lascerà a questo paese.
Sugli esiti di questa crisi ho già scritto, in una "considerazione" dello scorso 1 ottobre - la nr. 251 - che vi invito a leggere. Io rimango ostinatamente attaccato ad alcune vecchie idee di sinistra, continuo a pensare con le categorie del Novecento - come dicono quelli che parlano bene - uso termini desueti come "padroni" e "capitale". Per queste ragioni non sono tra quelli - la stragrande maggioranza degli italiani, a quanto sembra - che pensano che Monti salverà l'Italia; Monti farà Monti, ossia applicherà parola per parola quanto ordinato dalla famosa lettera scritta da Draghi e da Trichet all'inizio di agosto, un condensato delle ricette ultraliberiste della grande finanza occidentale. Monti è un uomo di destra e farà una politica di destra, altrimenti non lo avrebbero messo lì. Temo che la nascita di questo governo segnerà per molti anni la storia di tutto il paese, che sarà sempre più messo ai margini dall'Europa che conta: forse nascerà davvero l'Europa a due velocità e certamente l'Italia non sarà nel primo gruppo. Ma la cosa peggiore è che il prezzo del risanamento italiano sarà pagato quasi esclusivamente dai lavoratori e dai pensionati e che la sfera dei diritti economici e sociali sarà profondamente ristretta. Come si dice, chi vivrà vedrà; e di questo naturalmente continuerò a parlare. C'è poi un altro aspetto che mi sta particolarmente a cuore; per come la vedo io, la nascita del governo Monti e la decisione del Pd di sostenerlo segna una delle più grosse battute d'arresto per la crescita della sinistra in Italia, probabilmente molto più grave della scelta del Pci di sostenere i governi di solidarietà nazionale alla fine degli anni Settanta. Anche di questo - temo - torneremo a parlare.
Intanto, dopo qualche tentennamento di troppo e un certo scortese ritardo, B. si è finalmente dimesso - ho sospeso di scrivere questa "considerazione" per cenare e per seguire in diretta l'evolversi della situazione. Stasera - sabato 12 novembre 2011 - B. ha finalmente chiuso la sua troppo lunga carriera politica. Stasera possiamo finalmente tirare un respiro di sollievo. Festeggiamo pure - se vivessi a Roma, forse sarei andato anch'io a rumoreggiare felice sotto i palazzi della politica - sfoghiamoci pure, ma è importante che non ci raccontiamo delle balle. Non vorrei rovinare la festa proprio questa sera, con un po' di sano pessimismo, ma vorrei ricordare che B. non è stata una parentesi della storia d'Italia. Ho recuperato una mia "considerazione" del marzo 2010, scrivevo allora:
Ha vinto Berlusconi perché ha consolidato l'obiettivo che è sempre stato alla base del suo agire politico: offrire una rappresentanza politica alla parte maggioritaria di questo paese, che è insofferente alle regole, che non vuole pagare le tasse, che pensa unicamente agli interessi propri e della propria famiglia, a scapito degli interessi degli altri. Berlusconi non rappresenta l'Italia di destra, ma questa Italia, che va a puttane e manda le figlie a scuola dalle suore, che si lamenta dei torti subiti e che, appena ha un po' di potere, lo esercita con lo stesso arbitrio, che pretende i servizi pubblici e non paga le tasse. Berlusconi ha vinto e vincerà perché rappresenta al meglio questa parte dell'Italia ed è riuscito a far credere che questa Italia è l'Italia del centrodestra.

Continuo a essere convinto di queste frasi. Il berlusconismo è - è ancora, perché non è certo finito con le dimissioni di B. - la mancanza di etica della responsabilità civica, che è il male peggiore di questo paese. Il modello del perfetto berlusconiano non è - a differenza di quello che si potrebbe pensare - il rancoroso lettore di Libero e del Giornale, colui che accetta acriticamente tutto quello che fa e che dice B. e che vede dappertutto i comunisti; il perfetto berlusconiano è quello che ha sempre votato per B. senza mai dichiararlo e che adesso, per opportunismo, dice che la soluzione migliore è senz'altro quella di Monti, è il voltagabbana pronto a sostenere il nuovo padrone. Con questi B. ha avuto la maggioranza e sono ancora tutti lì. C'erano prima di B. e ci saranno dopo di lui e sono molti, forse ormai sono troppi.

lunedì 31 ottobre 2011

Considerazioni libere (256): a proposito delle conseguenze di un'alluvione...

Ho scoperto relativamente da poco tempo il Levante ligure e la Lunigiana, grazie a Zaira, che - pur non essendone originaria - ha vissuto per molti anni a cavallo di quei territori, prima di emigrare in Emilia. Vernazza è un paese che amiamo moltissimo e in cui siamo tornati molte volte, anche solo per poche ore. Questa forse inutile premessa per dire che quello che è successo nei giorni scorsi tra la val di Vara e la valle del Magra ci ha molto colpito, abbiamo guardato con apprensione e con sgomento le immagini trasmesse dalla rete, ci siamo preoccupati per la sorte di quelle persone, abbiamo letto le cronache dalle zone alluvionate e anche, seppur con minore attenzione, le polemiche che puntualmente seguono a eventi come questo, destinate a spegnersi nel giro di pochi giorni, quando vengono soppiantate dalle polemiche "fresche" di giornata. Al di là di tutto questo, quello che è successo merita davvero una riflessione.
Quando si chiede conto a chi ha responsabilità politiche, a livello nazionale e locale, di ciò che ha fatto e di ciò che non fatto, questi quasi sempre risponde che i problemi sono ben altri, facendo intendere, più o meno esplicitamente, che le responsabilità maggiori sono di altre persone e di altri livelli istituzionali. In genere i comuni se la prendono con lo stato, lo stato con i comuni, le province un po' con tutti e così via. Il "benaltrismo" e la mancanza di un'etica della responsabilità sono i motivi per cui questo paese sta inesorabilmente sprofondando, a questo punto non solo metaforicamente. Il territorio italiano è violentato dall'ignoranza e dalla cupidigia. Preservare l'ambiente naturale dovrebbe essere un dovere civico, un modo per conservare e tramandare la memoria e la cultura di un popolo; non pretendo che si capisca questo. Basterebbe guardare ai propri interessi, fare i conti della serva, con tutto il rispetto per questa nobile categoria. Le bellezze della natura e dell'arte sono le uniche risorse di cui dispone questo paese, una garanzia tangibile che l'economia nel futuro potrà continuare a funzionare; tutelare monumenti e patrimonio naturale significa semplicemente fare l'interesse di questo paese, così come i paesi arabi tutelano le proprie riserve petrolifere. Tra gli italiani invece prevale sempre il concetto di "pochi, maledetti e subito", con i risultati che vediamo ogni giorno.
Detto questo, credo però che occorra fare un ragionamento in più, che sposta un po' l'ottica del problema. Parto da questo territorio, perché è l'ultimo colpito, ma il discorso riguarda in fondo tutto il nostro mondo. Nel Levante ligure, nella zona delle Cinque terre, per la sua particolarità geografica non è facile vivere, eppure per secoli gli uomini ci hanno vissuto, riuscendo a trovare un equilibrio con una natura che non era - e continua a non essere - benigna. Questo equilibrio è rimasto sostanzialmente immutato dagli insediamenti dei liguri - fiero popolo sconfitto con difficoltà dall'esercito romano - fino ad alcune generazioni fa. Almeno fino agli inizi del Novecento - diciamo, per semplificare, fino a quando sono arrivati il treno e l'energia elettrica - la vita delle donne e degli uomini di quelle campagne e di quelle montagne è rimasta sostanzialmente uguale a quella che si conduceva nel Medio evo: una famiglia viveva di quello che era in grado di produrre nel proprio terreno e di raccogliere nel bosco vicino, si scaldava con la legna, regolava le proprie giornate secondo il sorgere e il calare del sole e l'anno secondo l'andamento delle stagioni. In un territorio ostile come quello ligure non deve essere stato facile costruire i primi muri a secco, eppure quel sistema è stato l'elemento che per secoli ha permesso di mantenere in equilibrio quel territorio montano a picco sul mare. Non è che allora non ci fossero piogge torrenziali o alluvioni, semplicemente le alluvioni erano uno dei molti modi - e sicuramente non il più frequente - in cui quegli uomini potevano morire. Come sapete in questi giorni siamo impegnati nel 15° censimento generale della popolazione, forse non è inutile ricordare come eravamo 150 anni fa, quando fu fatto il primo censimento dell'Italia unita. Nel 1861 le persone vivevano in media 35 anni, mentre nel 2011 gli uomini hanno una durata di vita media di 75 anni e le donne oltrepassano addirittura gli 80; sempre nel 1861 un bambino su quattro moriva alla nascita, ora ne muoiono tre su mille. Ora dopo l'alluvione siamo giustamente preoccupati per quelle di frazioni di montagna che rimangono isolate; allora l'isolamento, specialmente in montagna, era la condizione di normalità, non serviva un'alluvione, bastava l'inverno a rendere praticamente impossibili gli spostamenti.
Per fortuna non è più così, il progresso scientifico e tecnologico in poco meno di cento anni ha radicalmente cambiato il mondo con una rapidità impensabile nei mille anni precedenti; adesso l'energia elettrica arriva dappertutto, anche nelle case più isolate, così come le linee telefoniche e il segnale televisivo, anche nei borghi più sperduti arrivano ogni giorno generi alimentari freschi di qualunque tipo, non ci si scalda più con la legna, ma con il metano, nelle case arriva l'acqua corrente e ci sono gli scarichi fognari con un indubbio vantaggio per le condizioni igieniche delle persone, le donne vanno a partorire in ospedale e non muoiono più di parto, le bambine e i bambini, indipendentemente da dove vivono, frequentano la scuola e non c'è più l'analfabetismo. Certo il progresso si è portato dietro alcuni altri fenomeni: la campagna si è progressivamente svuotata a favore della città, l'agricoltura è diventata residuale rispetto alla produzione industriale e ai servizi; così ad esempio in Liguria non ci sono quasi più agricoltori che mantengano i muretti a secco e questa è una delle cause del disastro di alcuni giorni fa, oppure non ci sono più gli uomini che raccolgono la legna lungo il letto dei fiumi e questa è un'altra causa della disgrazia. In sostanza mi sembra che non abbiamo ancora trovato un nuovo equilibrio che possa sostituire quello che è andato definitivamente perduto, grazie al progresso della tecnologia. Sarebbe francamente impensabile e anacronistico pensare di tornare indietro, fare finta che questi decenni di progressi siano passati invano; bisogna cominciare a ragionare a un modello di sviluppo in cui gli uomini possano continuare a godere dei vantaggi della tecnologia e della scienza, senza causare ulteriori danni alla natura. Probabilmente dobbiamo avere anche una consapevolezza maggiore dei nostri limiti, di quei limiti dell'uomo che non è possibile - e non lo sarà mai -superare.

venerdì 16 settembre 2011

Considerazioni libere (249): a proposito di Sesto San Giovanni...

Scrivo questa "considerazione" sul "caso Penati" e sul cosiddetto "sistema Sesto" con molto ritardo rispetto a quando la notizia è uscita sui giornali. Il 29 agosto scorso un'amica di Facebook - già mia compagna di viaggio in treno - nonostante tutto schiettamente di sinistra, ha scritto un commento molto duro sulla vicenda. Quella rabbia era la mia rabbia e quella di tanti altri compagni. Non riesco a essere sereno su quello che è successo. Lo ammetto: con molta irrazionalità, se fosse successso nel Partito Democratico, la cosa mi avrebbe dato meno fastidio; invece è successa nel partito di cui sono stato militante, iscritto, funzionario, nelle cui liste sono stato eletto amministratore. E' qualcosa che ha colpito la comunità di cui ho fatto parte e naturalmente mi ha lasciato un segno, come sono sicuro è successo a molti altri compagni. Commentando la sua nota, le avevo scritto che ne avrei parlato sul mio blog, a mente fredda, per quanto possibile. Provo a farlo adesso.
Per dare un giudizio non ho elementi oltre a quelli apparsi sui giornali, non conosco personalmente né Penati né nessun altra delle persone coinvolte nell'inchiesta. Tra il 2004 e il 2005 ho conosciuto alcuni funzionari della Federazione di Milano, persone che facevano il mio stesso lavoro e che stavano preparando la Festa nazionale: Penati era allora il Presidente della Provincia, uno dei pochi capace di battere il centrodestra in un nord che sembrava per noi inaccessibile. Nel momento in cui Penati ha assunto un ruolo nazizonale, guidando la mozione che ha portato Bersani alla segreteria nazionale del Pd, io ero già fuori dal partito e la consideravo ormai un'altra storia. In quegli anni là, quando faceva il Presidente della Provincia, lo stimavo, lo consideravo una persona capace, un bravo amministratore, uno in grado di affrontare nel modo giusto un frangente politico e sociale complicato. Penso di essermi sbagliato.
Eravamo in tanti allora convinti che il centrodestra si potesse battere soltanto se il nostro partito si fosse attestato su posizioni un po' meno di sinistra, se avesse attirato a sé anche una parte dell'elettorato moderato. Stava cambiando lentamente l'anima del partito. Per qualche anno l'equilibrio è stato mantenuto, poi alcuni meccanismi si sono definitivamente rotti e i Democratici di Sinistra hanno velocemente imboccato la strada che ha portato la maggioranza di quel partito a chiudere quell'esperienza per dare vita a un'altra forza politica, il Pd, che, per programmi e per valori, non voleva più essere di sinistra, e che infatti ora non lo è più. Qualcosa del genere è successo anche in altri paesi della sinistra europea, ma nessun altro, come invece è successo in Italia, ha deliberatamente - e per me malauguratamente - deciso di uscire dal Pse. La questione di fondo è che questi esponenti della sinistra italiana hanno consapevolmente rinunciato a ogni pensiero critico rispetto al capitalismo che stava emergendo e che si è dimostrato quel capitalismo di rapina che ci ha condotto alla crisi di questi anni; la sinistra italiana è stata convinta e si è convinta che il mercato avesse in sé una forza regolatrice positiva, mentre il mercato, se è lasciato libero di procedere secondo la propria potente e inesorabile logica interna, inevitabilmente produce ricchezza, tantissima, per pochi e povertà, tanta, per molti.
Non sono andato fuori tema: il problema - come si diceva una volta - è politico. Torniamo a Penati e a Sesto San Giovanni. Non so se Penati è colpevole di tutte i reati che gli sono stati imputati - la credibilità e la limpidezza dei suoi accusatori sono tutte da verificare - ma certamente dalle intercettazioni lette in questi giorni nei quotidiani emerge uno stile che non può non preoccupare e inquietare: incontri clandestini tra politici e imprenditori, telefonate con parole e messaggi in codice, una familiarità sospetta tra chi dovrebbe prendere le decisioni e chi da quelle decisioni può ricavare un vantaggio o un danno. Certo Penati rappresentava una certa modernità nel suo modo di agire come politico, ma probabilmente questa modernità si è coniugata con una spregiudicatezza che non dovrebbe avere nulla a che fare con la nostra storia. I due piani, quello della politica e quello dell'etica pubblica, mi sembrano fatalmente intrecciati: la crisi di valori è stata anche crisi politica e viceversa, i due aspetti si tengono strettamente. Tanto più per il fatto che probabilmente Penati non ha utilizzato quei soldi che arrivavano in maniera segreta e anonima per arricchire se stesso, ma per contribuire al bilancio del partito. Forse Penati - e questo sarebbe ancora più grave - non si rendeva neppure del tutto contro di quello che stava facendo, di quanto fosse grave: quei rapporti erano parte della sua attività politica, del modo in cui interpretava la politica che stava caambiando. Avrebbe considerato grave prendere soldi per sé, ma si sentiva in qualche modo giustificato, dal momento che quei soldi servivano a finanziare il partito in cui militava. Anche in questo modo si perde l'anima, si perdono i valori fondanti di una politica; e ancora una volta i due piani si intrecciano indossolubilmente.
Metafora di questo cambiamento è la stessa città di Sesto San Giovanni. La storia di Sesto è la storia della sinistra italiana: le lotte operaie all'inizio del Novecento, la lotta clandestina contro il fascismo, i grandi scioperi del '44, il contributo alla Resistenza, la crescita economica e le lotte sociali del secondo dopoguerra, la capacità degli amministratori locali del Pci. Una città fatta di fabbriche, che una dopo l'altra hanno chiuso, lasciando il posto a grandi insediamenti residenziali e commerciali. Anche questo passaggio urbanistico e sociale è stato visto come un fenomeno positivo, moderno, un segno dei tempi nuovi che portava un nuovo sviluppo. Adesso cominciamo a capire che il proliferare di tanti centri commerciali ha progressivamente trasformato i cittadini in consumatori. Il problema di Sesto non sono tanto le tangenti infilate nei panettoni o il fatto che politici, ingegneri e costruttori partecipassero alle stesse feste - anche se questo sarebbe stato meglio evitarlo - ma è il fatto che l'ultima leva degli amministratori della città lombarda ha accettato questa trasformazione da città operaia a città-mercato, anzi ne ha rivendicato gli aspetti positivi: una città architettonicamente più bella, più verde, senza le ciminiere. Ma anche una città con meno rapporti umani, più chiusa in se stessa, con minori opportunità. Sarebbe stato necessario avere la forza non solo di non accettare regali o favori, ma soprattutto di pensare a un modello di sviluppo diverso. Dal momento che non abbiamo avuto la forza di fare questa seconda cosa, siamo stati più esposti alle lusinghe e ai rischi di questa modernità così spregiudicata. E questi cambiamenti ci hanno travolto.