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giovedì 28 aprile 2011

Considerazioni libere (225): a proposito della Festa del Lavoro...

Su L'Ordine nuovo del 5 maggio 1922 apparve un articolo, firmato da Antonio Gramsci, intitolato "Insegnamenti" e dedicato alle manifestazioni che si erano svolte il Primo maggio appena trascorso. Ne riporto soltanto il primo capoverso.
Le conclusioni che si possono trarre dall'andamento di questa manifestazione di Primo Maggio sono confortanti. La manifestazione è riuscita come intervento di masse, come estensione di solidarietà operaia. Ha dimostrato come il proletariato italiano malgrado la reazione è sempre rosso. Ed è anche riuscita come prova di spirito di combattività che si risveglia nelle file dei lavoratori. I fascisti si sono preoccupati di dimostrare col loro contegno e colle loro stesse dichiarazioni che si trattava di una manifestazione antifascista. E tale è stato il significato della astensione dal lavoro e dell'intervento alle dimostrazioni di grandissime masse, da un capo all'altro d'Italia, e senza escludere le zone percosse dal fascismo. Se i cortei non si sono fatti si deve alla imposizione del governo: se si fossero potuti tenere, oggi conteremmo un maggior numero di morti operai, ma anche un maggior numero di morti fascisti.

Questo breve brano dovrebbe essere sufficiente per ricordarci che il Primo maggio non è soltanto un giorno di vacanza, un giorno in cui stare a casa dal lavoro o da scuola, un giorno in più da trascorrere con la propria famiglia, da dedicare a se stessi e alle proprie passioni. Fotunatamente per noi, grazie anche alle lotte di chi è venuto prima di noi, il Primo maggio è anche questo, e dobbiamo imparare a godercelo. Se fosse soltanto un giorno di vacanza, la polemica sull'apertura dei negozi sarebbe assolutamente infondata: sarebbe sufficiente garantire ai lavoratori impegnati in quel giorno un altro momento di riposo, come avviene per la domenica, per garantire a tutti gli stessi diritti. Ma non stiamo parlando soltanto di un giorno di festa ed è quello che, con giusta ostinazione, prova a ricordare Susanna Camusso, a nome della Cgil, a un'Italia in cui il pensiero dominante cerca di convincerci di tutt'altro: Camusso dice semplicemente che non tutto è monetizzabile, mentre in questo paese ormai tutto tende a esserlo.
L'articolo di Gramsci ci ricorda che il Primo maggio è stato prima di tutto un giorno di lotta, un giorno di manifestazioni, un giorno in cui i lavoratori, scioperando e quindi rinunciando volontariamente al proprio salario, scendevano in piazza per chiedere i propri diritti. E' stato un giorno per esprimere la "solidarietà operaia", è stato un giorno in cui era rischioso, anche molto rischioso, scendere in piazza. Se dimentichiamo tutto questo, se dimentichiamo i morti di Portella della Ginestra in quel tragico Primo maggio del 1947, perdiamo di vista un elemento essenziale della nostra storia.
Il Primo maggio non è indispensabile andare in piazza, anche se ci sono tante ragioni per farlo e a volte è anche bello farlo, è confortante e liberatorio, perché la piazza segna davvero un momento di solidarietà. Io cerco di parlare spesso di lavoro nel mio blog, perché le condizioni del lavoro sono sempre più dure, specialmente per le donne e per i giovani, perché ci sono ancora troppe persone che muoiono sul lavoro e che muoiono perché non hanno o non hanno più un lavoro, perché anche qui, in un paese in cui il lavoro è citato nel primo articolo della Costituzione, sta diminuendo in maniera pericolosa la dignità del lavoro, soprattutto perché in troppi paesi del mondo il lavoro non è soltanto senza dignità, ma è senza diritti. Non si può parlare della condizione delle donne soltanto l'8 marzo e così non si può parlare solo dei diritti dei lavoratori il Primo maggio. Quel giorno possiamo davvero prenderci un giorno di vacanza, perfino dalle lotte, ma non possiamo dimenticare cosa c'è dietro quel giorno di vacanza.
E' molto difficile la posizione che in questo periodo sta cercando di tenere la Cgil - e devo dire, purtroppo, da sola, senza e anzi con l'opposizione delle altre confederazioni - contro modelli culturali ed etici, prima ancora che politici, che vanno in tutt'altra direzione. Probabilmente è vero che l'apertura dei negozi in un giorno di vacanza favorisce un aumento dei consumi, ma qualcuno deve riuscire a convincermi che un aumento generalizzato e utopisticamente senza fine dei consumi segni un aumento del benessere complessivo di una società. Ho già scritto un paio di "considerazioni" su questo tema - la nr. 48 e la nr. 176, per la precisione - sull'esasperazione con cui nelle nostre città si aumentano spazi e tempi dedicati esclusivamente all'uomo consumatore; non voglio tornarci sopra, ma francamente non mi pare che la proliferazione di centri commerciali e la loro tendenza a essere sempre e comunque aperti sia un segno di civiltà. Tutti, davvero tutti, perfino alcuni partiti della sinistra e i loro amministratori locali, definiscono questa posizione come antistorica, come figlia di un pensiero vecchio, legata a miti ormai superati e usurati. Io continuo a pensare, con ostinazione, che non ci sia nulla di vecchio e di usurato, in certi valori: uno di questi è ricordare il Primo maggio, per ricordare quello che è stato conquistato e per rivendicare quello che ancora dobbiamo conquistare.

p.s. dal momento che la condivido in toto, riporto la risposta che Susanna Camusso ha scritto al Corriere, giornale che è ovviamente favorevole all'apertura dei negozi...

ulteriore p.s. voglio fare un link al bellissimo articolo di Adriano Sofri apparso sulla Repubblica del 1 maggio...

giovedì 4 novembre 2010

Considerazioni libere (176): a proposito di centri commerciali...

A Casalecchio di Reno, un Comune vicino a Bologna, nel raggio di poche centinaia di metri ci sono un centro commerciale (con un ipermercato e oltre 70 negozi), il punto vendita dell'Ikea, quello della catena Leroy Merlin, alcuni altri grandi negozi (mobili, scarpe, elettronica) della grande distribuzione, il palazzetto dello sport, dove gioca una delle due squadre di basket di Bologna e si svolgono concerti e grandi eventi. L'area è facilmente raggiungibile dalle principali vie di comunicazione, ha una buona viabilità, un'ottima dotazione di parcheggi e una fermata del servizio ferroviario metropolitano. Nulla da dire: è un insediamento commerciale progettato e realizzato bene, rispettando una serie di vincoli imposti dalle amministrazioni locali.
Leggo oggi sulla cronaca locale che dalla prossima estate sono previsti una nuova serie di lavori: l'ampliamento del palasport e la creazione di una nuova, l'ennesima, area commerciale. Gli enti locali hanno dato il loro parere positivo: i privati realizzeranno nuovi parcheggi, adegueranno la rete stradale e sistemeranno la stazione. In questa "considerazione" non voglio discutere né la legittima scelta di alcuni imprenditori di realizzare queste nuove opere - evidentemente hanno fatto i loro conti e verificato che si tratta di una scelta remunerativa - né la capacità degli amministratori di gestire la crescita del territorio. Vorrei riflettere sull'idea, che sembra ormai nettamente prevalente, per cui lo sviluppo di un territorio si declina necessariamente con la realizzazione di nuovi spazi commerciali. Così intorno a Bologna ci sono cinque ipermercati, tre grandi punti vendita di bricolage, l'Ikea, un buon numero di negozi di elettronica ed elettrodomestici e così via, come in qualsiasi altra città italiana.
A ogni inaugurazione mi aspetto che il pubblico si divida tra i vari centri e parchi commerciali, invece mi pare che ogni volta si moltiplichi il numero dei clienti, che sembra crescere secondo un'esposizione geometrica, con conseguente aumento del traffico, dell'inquinamento e così via. Poi questi spazi, oltre ad aumentare di numero, tendono ad allungare gli orari di apertura e ormai le domeniche, per un numero sempre più grande di famiglie, vengono destinate allo shopping. Sulle aperture domenicali ho già scritto una "considerazione" (la nr. 48, per la precisione). Sempre più diventiamo clienti e sempre meno cittadini della nostra città e del nostro territorio.
Non è questione di avere nostalgia per le botteghe del tempo che fu, i centri commerciali, gli ipermercati sono utili e necessari, permettono una maggiore scelta di prodotti e prezzi migliori, ma dobbiamo avere la capacità di trovare un equilibrio nello sviluppo delle nostre comunità. Alcuni vecchi compagni mi hanno raccontato che per loro la fabbrica era un elemento di progresso, di modernità, le ciminiere che crescevano intorno alle città rappresentavano un dato positivo; molti anni dopo abbiamo scoperto che da quelle ciminiere uscivano veleni. Ora sono i centri commerciali a rappresentare il progresso, la modernità; forse, tra qualche decennio i nostri figli e i nostri nipoti scopriranno il veleno a cui li abbiamo costretti, questa continua mania di comperare, comperare, comperare, senza poi sapere esattamente dove gettare i rifiuti.

domenica 3 gennaio 2010

Considerazioni libere (53): a proposito di pane...

Nella mia famiglia (come credo in molte altre) c'è sempre stata (e c'è ancora) una regola precisa: il pane non si butta via. Mio padre e mia madre sono nati rispettivamente nel '30 e nel '41, sono cresciuti in campagna, hanno conosciuto le privazioni degli anni della guerra e dell'immediato dopoguerra: per loro è normale che sia così e con altrettanta naturalezza lo hanno insegnato a me. Anche adesso, in cui non è più la miseria a definire cosa si può o non si può mangiare, ma piuttosto le diete e i problemi di salute, sul pane hanno un'attenzione che non hanno verso nessun altro cibo: si acquista solo quello che verrà mangiato e se per qualche motivo non viene consumato, verrà mangiato il giorno dopo. E' qualcosa di assolutamente naturale, un antropologo certo lo spiegherebbe molto meglio di quanto lo possa fare io.
Scusate la premessa personale, ma mi serve per spiegarvi perché questa mattina il primo articolo che ho letto sui giornali è stata l'inchiesta che Rita Querzé ha fatto per "Il Corriere della sera" sul pane che ogni giorno viene buttato a Milano. La riassumo brevemente, ma la potete leggere anche nella versione on line del quotidiano. La Confcommercio, in collaborazione con la società che gestisce i rifiuti a Milano, ha analizzato il contenuto di un campione di sacchi della spazzatura raccolti in città: ogni giorno nel capoluogo lombardo le famiglie buttano tra i 130 e i 150 quintali di pane. A questo si devono aggiungere i circa 180 quintali buttati via direttamente dai fornai: in questo caso il problema è legato alle tantissime varietà che ogni giorno si trovano negli scaffali delle panetterie. Ogni fornaio deve essere in grado di soddisfare le più varie richieste dei propri clienti, ma naturalmente non può facilmente prevedere cosa sarà venduto e cosa no. Questo dato non comprende la grande distribuzione e quindi è destinato a essere anche più elevato.
Mi rendo conto che è troppo retorico denunciare questo spreco, magari ricordando le tante persone che ogni giorno muoiono di fame, eppure in questa notizia c'è qualcosa che dovrebbe farci riflettere, che riguarda sia i nostri comportamenti individuali sia il sistema di produzione e di consumo delle merci. Proviamo a pensarci.

sabato 19 dicembre 2009

Considerazioni libere (48): a proposito della domenica...

Alcuni giorni fa i sindacati del commercio di Cgil, Cisl e Uil e i delegati sindacali della Coop Estense di Modena e Ferrara hanno scritto una lettera aperta al presidente della Cei dell'Emilia-Romagna, il cardinale Caffarra, ai vescovi di Modena e di Ferrara e agli amministratori locali di quelle città sulle aperture domenicali dei negozi. Nella lettera richiamano la recentissima sentenza della Corte costituzionale tedesca che ha accolto il ricorso presentato dalle chiese cattolica ed evangelica contro la decisione di prevedere l'apertura dei negozi a Berlino durante le quattro domeniche di avvento, affermando che l'apertura domenicale viola la Costituzione. I giudici hanno argomentato la loro decisione spiegando che la domenica deve essere considerata giornata del riposo dal lavoro, non solo per motivi religiosi, ma anche per permettere il recupero fisico e spirituale dei lavoratori e la loro partecipazione alla vita sociale.
Ormai siamo così abituati ad andare a fare la spesa anche durante la domenica o a passare parte dei nostri giorni festivi nei centri commerciali, che ci facciamo sempre meno caso. Eppure solo fino a qualche anno fa non era così: il sabato si acquistava la "doppia" dal fornaio e se ci scordava qualcosa per la domenica, pazienza (magari si provava a chiedere ai vicini). Giustamente i sindacati ricordano che le aperture domenicali alla lunga non fanno aumentare la "torta" dei consumi, che rimangono più o meno gli stessi, venendo semplicemente spalmati su sette invece che su sei giorni. L'unico risultato è che le aperture domenicali tendono a favorire i grandi centri commerciali rispetto alla piccola e media distribuzione, quindi a favorire chi è è già più forte. Non aumentano i consumi delle famiglie e di conseguenza non aumenta l'occupazione - come invece sostengono le grandi catene - i lavoratori e le lavoratrici sono costretti a turni massacranti; molti di loro da metà novembre fino alla Befana lavorano tutti i giorni festivi, escluso i giorni di Natale e Capodanno, e questo sicuramente non aiuta l'equilibrio di una famiglia. In alcuni centri commerciali - lo so con certezza - la direzione avrebbe voluto aprire anche il giorno di Natale, ma soltanto alla mattina. Occorre ricordare infine che in Italia assistiamo a una forma di "federalismo" commerciale esasperato e ogni Comune decide per conto proprio, con una tendenza sempre più netta verso la deregolamentazione.
La lettera si conclude in questo modo: "Bisogna avere il coraggio di dire basta a modelli di esasperato quanto deleterio consumismo. Bisogna avere il coraggio di farlo, prima di essere del tutto sazi, ma assolutamente disperati". I non bolognesi forse non coglieranno la citazione finale; parecchi anni fa il predecessore di Caffarra, il cardinale Biffi definì Bologna "sazia e disparata", sollevando una polemica che trascese il livello pastorale per entrare nella quotidiana querelle politica. Mi pare che gli estensori della lettera abbiano colto in pieno il senso di quella forte invettiva del cardinale, che si rivolgeva alla città di cui era pastore, ma non solo. Effettivamente ormai nessuno critica un modello di vita per cui i centri commerciali sono diventati uno dei centri della vita sociale di un territorio, un modello in cui il tempo libero è diventato sinonimo di consumo, un modello che ci vede sempre più come consumatori e sempre meno come persone. Dobbiamo ringraziare i lavoratori della Coop Estense per avercelo fatto ricordare.