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venerdì 3 luglio 2015

Considerazioni libere (402): a proposito della Grecia che amiamo...

Spero che José Saramago mi possa perdonare per aver usato, cambiandolo un po', un bellissimo brano tratto da "La zattera di pietra", adattandola a quello che succede in questi giorni in Grecia e in Europa.

La razza degli inquieti, fermento del diavolo, non si estingue facilmente, per quanto si adoprino gli àuguri in pronostici. È lei che segue con gli occhi il treno che passa e si rattrista, nostalgica, per il viaggio che non farà, è lei che non può vedere un uccello nel cielo senza provare la bramosia di un volo alcionio, è lei che, nel dileguarsi di una barca all’orizzonte, libera dall’anima un sospiro tremulo, l’amata ha creduto perché fossero sì vicini, solo lui sapeva perché era sì lontano. Fu dunque uno di quegli insoliti e inquieti uomini che per la prima volta osò scrivere le parole dello scandalo, segnale di una evidente perversione, Nous aussi, nous sommes grecs, le scrisse su un muro, in un angolino, timidamente, come chi, non potendo ancora proclamare il suo desiderio, non ce la fa più a nasconderlo. Essendo stato scritto, come si può leggere, in francese, si penserà che il fatto sia accaduto in Francia, è il caso di dire, Pensi ciascuno ciò che vuole, poteva esser successo anche in Belgio, o in Lussemburgo. Questa dichiarazione inaugurale dilagò rapidamente, comparve sulle facciate dei palazzi, sui frontoni, sull'asfalto delle strade, nei corridoi della metropolitana, sui ponti e sui viadotti, i fedeli europei conservatori protestavano, Questi anarchici sono pazzi, è sempre così, si fa scontare tutto all'anarchia.
Ma la frase oltrepassò le frontiere e dopo che le ebbe oltrepassate ci si accorse che, alla fin fine, era già comparsa anche negli altri paesi, in tedesco Auch wir sind Griechen, in inglese We are Greeks too, in italiano Anche noi siamo greci, e di repente fu come una miccia, ardeva dappertutto a lettere rosse, nere, blu, verdi, gialle, viola, un fuoco che sembrava inestinguibile, in olandese e fiammingo Wij zijn ook Grieken, in svedese Vi ocksa ar greker, in spagnolo Nosotros también somos griecos, in danese Vi er også grækerne. Ma il culmine, l'auge, l'acme, parola rara che non torneremo a usare, fu quando tra le mura del Vaticano, sulle venerabili pareti e sulle colonne della basilica, sullo zoccolo della Pietà di Michelangelo, sulla cupola, a enormi lettere azzurro chiaro sul pavimento di Piazza San Pietro, la stessa identica frase apparve in latino, Nos quoque graeci sumus, come una sentenza divina al plurale majestatis.
Alla sera al mattino l'Europa si svegliò coperta di queste scritte. Ciò che, all'inizio, forse era stato solo il mero e impotente sfogo di un sognatore continuò a dilagare fino a diventare grido, protesta, manifestazione di piazza.

martedì 28 maggio 2013

"Ogni sangue ha la sua storia" di José Saramago

Scorre senza mai fermarsi nell'interno labirintico del corpo e non perde l'orientamento né il senso, arrossa improvvisamente il volto o la fa impallidire fuggendone via, irrompe bruscamente da uno squarcio della pelle, si fa strato protettivo di una ferita, allaga campi di battaglia e luoghi di tortura, si trasforma in fiume sull'asfalto di una strada. Il sangue ci guida, il sangue ci risolleva, con il sangue dormiamo e con il sangue ci svegliamo, con il sangue ci perdiamo e ci salviamo, con il sangue viviamo, con il sangue moriamo. Si fa latte e alimenta i bambini in braccio alle mamme, si fa lacrima e piange per gli assassinati, si fa rivolta e alza un pugno chiuso e un'arma. Il sangue si serve degli occhi per vedere, capire e giudicare, si serve delle mani per il lavoro e per la carezza, si serve dei piedi per andare dove il dovere lo ha mandato.
Il sangue è uomo ed è donna, si copre di lutto o di festa, si mette un fiore alla vita, e quando assume dei nomi che non sono i suoi è perché quei nomi appartengono a tutti coloro che sono dello stesso sangue.
Il sangue conosce tanto, il sangue conosce il sangue che ha. A volte il sangue monta a cavallo e fuma la pipa, a volte guarda con occhi asciutti perché il dolore li ha seccati, a volte sorride con una bocca da lontano e un sorriso da vicino, a volte nasconde il viso ma lascia trasparire l'anima, a volte implora la misericordia di un muro muto e cieco, a volte è un bambino sanguinante portato in braccio, a volte disegna figure vigili sulle pareti delle case, a volte è lo sguardo fisso di queste figure, a volte lo legano, a volte si slega, a volte si fa gigantesco per arrampicarsi sulle muraglie, a volte ribolle, a volte si calma, a volte è come un incendio che tutto infuoca, a volte è una luce quasi dolce, un sospiro, un sogno, un capo dolcemente reclinato sul sangue che gli sta accanto.
Ci sono sangui che persino quando sono freddi bruciano. Quei sangui sono eterni come la speranza.

giovedì 17 novembre 2011

"Comunista a chi?" di José Saramago

Marx ed Engels hanno scritto nella Sacra famiglia: "se l'uomo è formato dalle circostanze, allora bisogna formare le circostanze umanamente". Niente di più chiaro, niente di più eloquente, niente di più ricco di senso. Non avevo ancora trent'anni quando, per la prima volta, lessi quelle parole. Furono, per così dire, la mia via di Damasco. Capii che mi sarebbe stato impossibile tracciare una rotta per la mia vita al di fuori di quel principio e che solo un socialismo integralmente inteso (dunque, il comunismo) avrebbe potuto soddisfare i miei aneliti di giustizia sociale. Molti anni più tardi, in una intervista con Bernard Pivot, che voleva sapere perché continuassi a essere comunista dopo gli errori, i disastri e i crimini del sistema sovietico, risposi che, essendo un comunista "ormonale", mi era impossibile avere delle idee diverse: gli ormoni avevano deciso. La spiegazione è più seria di quanto sembri: e forse si capisce meglio se dico che, in qualche modo, ha un equivalente nel "non possumus" biblico. Recentemente, suscitando lo scandalo di certi compagni dediti alla più canonica ortodossia, ho osato scrivere che il socialismo - e a maggior ragione il comunismo - è uno stato dello spirito. Continuo a pensarlo. E la realtà si incarica giorno dopo giorno di darmi ragione.

martedì 31 maggio 2011

da "La zattera di pietra" di José Saramago


La razza degli inquieti, fermento del diavolo, non si estingue facilmente, per quanto si adoprino gli àuguri in pronostici. È lei che segue con gli occhi il treno che passa e si rattrista, nostalgica, per il viaggio che non farà, è lei che non può vedere un uccello nel cielo senza provare la bramosia di un volo alcionio, è lei che, nel dileguarsi di una barca all’orizzonte, libera dall’anima un sospiro tremulo, l’amata ha creduto perché fossero sì vicini, solo lui sapeva perché era sì lontano. Fu dunque uno di quegli insoliti e inquieti uomini che per la prima volta osò scrivere le parole dello scandalo, segnale di una evidente perversione, Nous aussi, nous sommes ibériques, le scrisse su un muro, in un angolino, timidamente, come chi, non potendo ancora proclamare il suo desiderio, non ce la fa più a nasconderlo. Essendo stato scritto, come si può leggere, in francese, si penserà che il fatto sia accaduto in Francia, è il caso di dire, Pensi ciascuno ciò che vuole, poteva esser successo anche in Belgio, o in Lussemburgo. Questa dichiarazione inaugurale dilagò rapidamente, comparve sulle facciate dei palazzi, sui frontoni, sull’asfalto delle strade, nei corridoi della metropolitana, sui ponti e sui viadotti, i fedeli europei conservatori protestavano, Questi anarchici sono pazzi, è sempre così, si fa scontare tutto all’anarchia.
Ma la frase oltrepassò le frontiere e dopo che le ebbe oltrepassate ci si accorse che, alla fin fine, era già comparsa anche negli altri paesi, in tedesco Auch wir sind Iberisch, in inglese We are iberians too, in italiano Anche noi siamo iberici, e di repente fu come una miccia, ardeva dappertutto a lettere rosse, nere, blu, verdi, gialle, viola, un fuoco che sembrava inestinguibile, in olandese e fiammingo Wij zijn ook Iberiers, in svedese Vi ocksa ar iberiska, in finlandese Me myoskin olemme iberialaisia, in norvegese Vi ogsa er iberer, in danese Ogsaa vi er iberiske, in greco Eímaste íberoi ki emeís, in frigio Ek Wv Binne Ibearies, e anche, sebbene con evidente timidezza, in polacco My tez jestes’my iberyjczykami, in bulgaro Nie sachto sme iberiytzi, in ungherese Mi is ibérek vagyunk, in russo My toje iberitsi, in rumeno Si noi sintem iberici, in slovacco Ai my sme ibercamia. Ma il culmine, l’auge, l’acme, parola rara che non torneremo a usare, fu quando tra le mura del Vaticano, sulle venerabili pareti e sulle colonne della basilica, sullo zoccolo della Pietà di Michelangelo, sulla cupola, a enormi lettere azzurro chiaro sul pavimento di Piazza San Pietro, la stessa identica frase apparve in latino, Nos quoque iberi sumus, come una sentenza divina al plurale majestatis, un manete celfares delle nuove ere, e il papa, dalla finestra dei suoi alloggi, la benediceva con genuino sgomento, faceva in aria il segno della croce, invano, ché questo è uno tra i colori più solidi, non basterebbero dieci congregazioni al completo, armate di paglietta d’acciaio e di liscivia, di pietra pomice e raspini, con l’ausilio di diluenti, qui ci sarà da lavorare fino al prossimo concilio.
Dalla sera al mattino l’Europa si svegliò coperta di queste scritte. Ciò che, all’inizio, forse era stato solo il mero e impotente sfogo di un sognatore continuò a dilagare fino a diventare grido, protesta, manifestazione di piazza.

mercoledì 2 marzo 2011

da "Il domani e il millennio" di José Saramago

Quanto alle visioni del futuro, credo sarebbe preferibile che cominciassimo col preoccuparci del giorno di domani, quando si suppone che saremo ancora quasi tutti vivi. Per la verità, se nel remoto 999, in qualche parte d'Europa, quei pochi saggi e quei tanti teologi che allora c'erano si fossero lanciati a pronosticare come sarebbe stato il mondo di lì a mille anni, scommetto che avrebbero sbagliato in toto. Tuttavia, in qualcosa penso che ci avrebbero più o meno azzeccato: che non ci sarebbe stata nessuna differenza fondamentale tra il confuso essere umano di oggi, che non sa e non vuole domandare dove lo portino, e la gente terrorizzata che, in quei giorni, era convinta di essere prossima alla fine del mondo. A paragone, sarà già prevedibile un numero ben maggiore di differenze d'ogni tipo tra le persone che siamo oggi e quelle che ci succederanno, non fra mille, non fra cento anni. In altre parole: forse abbiamo molto di più in comune con quelli che sono vissuti un millennio fa che non con quegli altri che da qui a un secolo abiteranno il pianeta... E' adesso he il mondo sta finendo, è al tramonto ciò che mille anni fa stava appena albeggiando.
Orbene, mentre il mondo si avvia lentamente alla fine, mentre il sole si avvia lentamente a tramontare, perché non dedicarci a pensare un po' al giorno di domani, a quel famoso domani in cui saremo quasi tutti felicemente vivi? Invece di un certo numero di proposte temerariamente gratuite su e a uso del terzo millennio, che lui stesso, molto probabilmente, s'incaricherà subito di mandare in fumo, perché non ci decidiamo a realizzare delle idee semplici e dei progetti che siano alla portata di qualsiasi comprensione? Questi, ad esempio, se di meglio non si trova: a) sviluppare partendo dalla retroguardia, e cioè far avvicinare alle prime file del benessere le masse crescenti di popolazione lasciate indietro dai modelli di sviluppo in uso; b) promuovere un significato nuovo dei doveri umani, rendendolo correlato all'esercizio pieno dei propri diritti; c) vivere come sopravvissuti, perché i beni, le ricchezze e i prodotti del pianeta non sono inesauribili; d) risolvere la contraddizione tra l'affermazione che siamo sempre più vicini gli uni agli altri e l'evidenza che ci troviamo sempre più isolati; e) ridurre la differenza, che aumenta giorno dopo giorno, tra coloro che sanno molto e coloro che sanno poco.
Credo sia dalle risposte che daremo a questioni come queste che dipenderanno il nostro domani e il nostro dopodomani. Che dipenderà il prossimo secolo. E tutto il millennio. A proposito, torniamo alla Filosofia.

lunedì 27 dicembre 2010

"Speculando sul sisma" di Josè Saramago

Mi perdonerà il lettore se ogni tanto mi lascio scivolare lungo i declivi di facili filosofie. Freno più che posso per non precipitare nel tono di pretenziosa gravità, che è, a mio avviso, il peggior nemico di una convivenza pacifica. Preferisco questa corda complice, tra cronista e lettore che la vita un po’ la conoscono e, proprio per questo, non si prendono troppo sul serio.
Ciò viene a proposito, anche se non sembra, della scossa di terremoto che ha spaventato tutti e qualcuno lo ha ucciso. Ci sono rovine, piccoli avvisi di quel che avrebbe potuto essere. E qui cadrebbe a fagiolo la risaputa aria sulla precarietà della vita umana, sulla fragilità di questo mondo, l’allusione fatalista al vecchissimo Salomone: "Vanità delle vanità...", ecc., ecc. Non ne vale la pena. Conoscevamo già tutto prima, anche quando sembrava che non ce lo ricordassimo. Nel profondo sappiamo che la vita (questa nostra vita) è, come si dice correntemente, appesa a un filo. Ma poi i giorni passano, passano gli anni, la terra obbediente fa il suo giro e noi finiamo col credere di aver afferrato qualche briciola dei manicaretti dell’eternità. È questo che ci aiuta: così, andiamo facendo progetti per il domani, per l’estate ancora lontana.
Fino a che venti o trenta secondi di scosse (e che sono trenta secondi?) ci mostrano quanto poco significhiamo. Qualche milione di animali spaventati, con l’anima tremante come il mondo che ci sfugge sotto i piedi. Tutto finirà, sta finendo, ormai è finito. Ma la terra torna alla serenità, si finge solida e sicura, giovinetta di buone maniere, e allora quell’irresistibile desiderio di continuare a vivere raccoglie i pezzi (i nostri e quelli delle cose) e li ricompone, gli dà senso e persistenza. Abbiamo vinto la partita: non abbiamo sconfitto il terremoto, ma abbiamo sconfitto la paura, non le abbiamo permesso di mettere radici nell’animo che si è spaventato - e che si spaventerà ancora.
Non so che cosa unisca di più, se le grandi catastrofi o le grandi gioie. Le catastrofi sono una buona marea per far venire a galla l’istinto di conservazione, l’egoismo istintivo (le gioie, a pensarci bene, hanno anch’esse i loro peccati). Ma almeno, dopo una catastrofe, quando ci ritroviamo alla luce del giorno, ancora non del tutto ripresi dallo spavento, forse vergognosi delle fughe dissennate, della ferocia del "si salvi chi può" - ci guardiamo l’un l’altro negli occhi e ci vediamo uguali, un po’ fratelli e amici. Perciò parliamo tanto di quel che ci è accaduto, con questo, con quello, con lo sconosciuto che ci è capitato davanti per caso. C’è un bisogno impellente di abbandonarci, di comunicare, come se tutti insieme acquistassimo forza per far fronte a quel che ancora potrebbe succedere.
Tutti insieme - ecco il fiore di questo piccolo arbusto che è la cronaca. Di colpo, le persone vogliono delle soluzioni, si afferra il terremoto con entrambe le mani, virilmente. Stavolta è così. Non abbiamo vinto la paura, ma abbiamo guadagnato solidarietà. Siamo un blocco saldo, senza crepe. Un progetto in atto che ha fatto marcia indietro e si è installato nel giorno di oggi. Non siamo in salvo da una catastrofe futura (nessuno lo è), ma abbiamo imparato la lezione: ora tutto sarà fatto per proteggere tutti. Potremo restare sepolti sotto le macerie, ma non per incuria, non per indifferenza. Avremo fatto tutto quello che era alla portata delle nostre piccole forze umane.
Mi perdonerà il lettore se mi son lasciato scivolare lungo il declivio delle utopie. L’uomo ha la memoria corta. Una giornata di sole basta per far dimenticare tutto, il pavimento solido della strada smentisce la paura. Ciascuno per sé, nessuno per tutti, e il vicino ha una faccia sgradevole che decisamente non quadra con le mie esigenze.
Fino al prossimo terremoto.

venerdì 3 dicembre 2010

"Le grida di Giordano Bruno" di Josè Saramago

In fin dei conti, non c’è grande differenza tra un dizionario biografico e un normale cimitero. Le tre righe secche e indifferenti con cui nella maggior parte dei casi i dizionaristi riassumono una vita sono l’equivalente della semplice sepoltura che accoglie i resti di coloro che (mi si perdoni il facile gioco) non lasciano resti. La pagina piena, con autografo e fotografia, è il mausoleo di bella pietra, porte di ferro e corona di bronzo, più il pellegrinaggio annuale. Ma il visitatore farà bene a non lasciarsi confondere dalle facciate d’architetto, dalle sculture e dalle croci, dalle prefiche di marmo, da tutto lo scenario che la morte pomposa ha sempre apprezzato. Così come dovrà fare attenzione, se si trova in campo aperto, senza riferimenti, a dove mette i piedi perché non gli accada di trovarsi sotto le scarpe il più grande uomo del mondo.
Non starà tuttavia calpestando la tomba di Giordano Bruno, perché questi fu bruciato a Roma, arse atrocemente come arde il corpo umano, e di lui, che io sappia, neppure le ceneri furono conservate. Ma allo stesso Giordano, affinché ogni cosa stia nel posto che le compete e giustizia infine sia fatta, furono riservate quattro righe in questo dizionario biografico. In così poco spazio, in così poche lettere, tra la data di nascita (1548) e la data di morte (1600), limiti di un universo personale che visse nel mondo, ben poco si dice: italiano, filosofo, panteista, domenicano, abbandonò l’ordine, si rifiutò di rinunciare alle proprie idee, fu bruciato vivo. Nient’altro. Nasce e vive un uomo, lotta e muore, così, per questo. Quattro righe, riposa in pace, pace alla tua anima se in lei credevi. E noi facciamo un’eccellente figura tra amici, in società, in riunione, a un tavolo di ristorante, nelle discussioni profonde, se lasciamo cadere al momento opportuno, in modo spigliato e competente, la mezza dozzina di parole di cui abbiamo fatto una specie di grimaldello o di chiave falsa che crediamo possa aprire una vita e una coscienza.
Ma, per nostra costernazione, se siamo in un momento di rara lucidità, le grida di Giordano Bruno erompono come un’esplosione che ci strappa di mano il bicchiere di whisky e ci spegne sulle labbra il sorriso intellettuale che abbiamo scelto per parlare di certi casi. Sì, questa è la verità, la scomoda verità che viene a sconvolgere il pacato intento del dialogo: Giordano Bruno gridò quando fu bruciato. Il dizionario dice soltanto che fu bruciato, non dice che gridò. E allora, che dizionario è mai questo che non informa? A che mi serve una biografia di Giordano Bruno che non parla delle grida che egli lanciò, li, a Roma, in una piazza o in un cortile, circondato dalla folla, chi attizzava il fuoco, chi assisteva, chi redigeva serenamente l’atto dell’esecuzione?
Troppo spesso dimentichiamo che gli uomini sono di carne che facilmente soffre. Fin dall’infanzia gli educatori ci parlano di martiri, ci danno esempi di civismo e di morale a loro spese, ma non dicono quanto furono dolorosi il martirio, la tortura. Tutto rimane astratto, filtrato, come se guardassimo la scena, a Roma, attraverso spesse pareti di vetro che soffocassero i suoni, e le immagini perdessero la violenza del gesto per opera, grazia e virtù della rifrazione. E allora possiamo dire, tranquillamente, gli uni agli altri che Giordano Bruno fu bruciato. Se gridò, non lo abbiamo udito. E se non l’abbiamo udito, dov’è il dolore?
Ma gridò, amici miei. E continua a gridare.

mercoledì 13 ottobre 2010

"Ricetta per uccidere un uomo" di Josè Saramago

Si prendono qualche decina di chili di carne, ossa e sangue, secondo parametri adeguati. Si dispongono armoniosamente in testa, tronco e membra, si riempiono di viscere e di una rete di vene e nervi, avendo cura di evitare errori di fabbricazione che siano pretesto alla comparsa di fenomeni teratologici. Il colore della pelle non ha alcuna importanza.

Al prodotto di questo delicato lavoro si dà il nome di uomo. Si serve caldo o freddo a seconda della latitudine e della stagione dell’anno, dell’età e del temperamento. Se poi se ne vogliono lanciare prototipi sul mercato, gli si infondono alcune qualità che li distingueranno dalla massa: coraggio, intelligenza, sensibilità, carattere, amore per la giustizia, bontà attiva, rispetto per il prossimo e per il distante. I prodotti di seconda scelta avranno, in maggiore o minor grado, l’una o l’altra di queste virtù di attributi positivi, parallelamente agli opposti, in genere predominanti. La modestia impone di non ritenere fattibili prodotti integralmente positivi o negativi. Ad ogni modo, si sa che anche in questi casi il colore della pelle non ha alcuna importanza.

L’uomo, classificato nel frattempo con un’etichetta personale che lo distinguerà dai suoi simili, usciti come lui dalla catena di montaggio, viene posto a vivere in un edificio cui si dà, a sua volta, il nome di Società. Occuperà uno dei piani di quest’edificio, ma raramente gli sarà consentito di salire la scala. Scenderla è permesso e a volte facilitato. Nei piani dell’edificio ci sono molte abitazioni, designate ciascuna o da ceti sociali o da professioni. La circolazione avviene per canali detti abitudine, usanza e preconcetto. È pericoloso andare contro la corrente dei canali, sebbene alcuni lo facciano per tutta la vita. Costoro, nella cui massa carnale si trovano fuse le qualità distintive dei prodotti che rasentano la perfezione, o che hanno optato deliberatamente per queste qualità, non si identificano dal colore della pelle. Ce ne sono di bianchi e di neri, di gialli e di bruni. Sono pochi i ramati, ma solo perché si tratta di una serie quasi estinta.

Il destino ultimo dell’uomo è, come si sa fin dall’inizio del mondo, la morte. La morte, in quel preciso momento, è uguale per tutti. Non però quanto la precede immediatamente. Si può morire con semplicità, come chi si addormenta; si può morire attanagliati da una di quelle malattie di cui eufemisticamente si dice che “non perdonano”; si può morire sotto tortura, in un campo di concentramento; si può morire volatilizzati all’interno del sole atomico; si può morire al volante di una Jaguar o investiti da essa; si può morire nel bagno o dal barbiere; si può scegliere la propria morte, e questo si chiama suicidio; si può morire di fame o di indigestione; si può anche morire di un colpo di fucile, al crepuscolo, quando c’è ancora la luce del giorno e non si pensa che la morte sia vicina. Ma il colore della pelle non ha alcuna importanza.

Martin Luther King era un uomo come ognuno di noi. Aveva le virtù che sappiamo, sicuramente dei difetti che non ne sminuivano le virtù. Aveva un lavoro da compiere - e lo compiva. Lottava contro le correnti dell’abitudine, dell’usanza, del preconcetto, immerso in esse fino al collo. Finché arrivò il colpo di fucile a ricordare ai distratti quel che siamo e che il colore della pelle ha molta importanza.

mercoledì 6 ottobre 2010

"L'isola deserta" di Josè Saramago

Per essermi mostrato troppo esigente con il comandante della nave che mi trasportava fui sbarcato su un’isola deserta. Mi dettero cibo per quindici giorni o quindici anni (non sono mai riuscito ad appurarlo con certezza), armi e munizioni (bombe atomiche incluse), e tra i passatempi della nave mi consentirono di prendere un libro e un disco. Scelsi il Don Chisciotte e l’Orfeo. Converrà spiegarne il perché. Avrei vissuto solo, e in pace, se possibile. Avrei avuto molto lavoro e poche distrazioni. Dunque, quale migliore libro del Don Chisciotte, che fa ridere e ha una Dulcinea inesistente, e dell’Orfeo, che fa piangere e ha un’Euridice morta? Con questa deliberata assenza avrei popolato le mie interminabili notti.

Vissi così sull’isola deserta. Non so quanto, ma fu più di quindici giorni e meno di quindici anni. Non arrivai a percorrere tutta l’isola, ma so che era deserta, altrimenti non mi ci avrebbero sbarcato. Persi la parola per l’abitudine di non parlare, e con ciò regalai al mondo un po’ di silenzio. Oltre al canto degli uccelli e al ruggito di una bestia feroce (non la vidi mai, ma dal ruggito era sicuramente feroce) non si udiva sull’isola altro che gli appelli disperati di Orfeo e le risate di Sancio Panza. Don Chisciotte, lui, passeggiava tutte le mattine lungo la spiaggia odorosa di alghe e di sale, sempre più magro, a cavallo delle ossa di Ronzinante. Di notte saliva su un’alta roccia e se ne stava a contare le stelle. Infilato al braccio sinistro teneva l’elmo di Mambrino, girato al contrario per offrire un rifugio al piccolo uccello che vi si era abituato a dormire. Con la lancia nella destra, Don Chisciotte vegliava sul sonno dell’uccellino. Ogni tanto mandava un sospiro. Non riuscii a chiedergli per quale ragione sospirasse, perché nel frattempo ero arrivato alla fine del libro.

Vivemmo tutti e quattro in buona pace sull’isola deserta. Un giorno si arenò sulla costa una grande cassa. Mentre l’aprivo, si raccolsero attorno a me i miei compagni. Non vi restarono a lungo: videro subito che dentro non c’era né Euridice, né Dulcinea, e neppure una botticella di vino. Ciascuno tornò alla sua vita, mentre io mi scervellavo per capire che cosa fosse quella roba. Aveva luci che si accendevano e si spegnevano e sembrava respirare. Solo più tardi, quando la vita sull’isola cominciò a modificarsi, scoprii che si trattava di un computer, cervello elettronico o qualcosa di simile. Onnisciente, non io, la macchina, è chiaro. Era comunque una compagnia. Il peggio fu che la nostra bella anarchia finì. Orfeo poteva piangere solo in certe ore, l’uccellino di Don Chisciotte fu accusato di trasmettere la psittacosi (e non era un pappagallo, lo giuro), e Sancio Panza dovette mettere da parte i proverbi e imparare l’inglese. In un certo senso, da questi e da altri cambiamenti traemmo giovamento, ma si insinuò in tutti noi un’inquietudine che era quasi una malattia e che il computer non seppe curare. Fu questa, se ben ricordo, la sua unica dimostrazione di ignoranza.

Quel che il computer fece di me non è bello dirlo. Mi provò che mi ero ingannato su tutto quel che era stata la mia ragione d’essere e di sentire. Che, al contrario, il comandante della nave aveva avuto mille motivi per sbarcarmi, e che l’isola deserta non era tale perché lui, computer, stava lì. Che l’uomo (l’uomo in generale, e io in particolare) è solo un bell’aneddoto anche quando (o soprattutto quando) piange, soffre, ride o sogna.

Di modo che morii. Il computer sta ancora li. Ma io ho grandi speranze. Se Dulcinea prende corpo ed Euridice risuscita, questo mondo forse può ancora diventare abitabile.

sabato 10 luglio 2010

da "Storia dell'assedio di Lisbona" di Josè Saramago

Tuttavia, hanno detto, scagli la prima pietra chi è senza peccato. In realtà, è molto facile accusare, Mogueime mente, Moguieime ha mentito, ma noi, qui, superbamente istruiti sulle menzogne e sulle verità degli ultimi venti secoli, con la psicologia a cesellare gli animi, e la mal tradotta psicanalisi, più tutto il resto per la cui sola enunciazione ci vorrebbero cinquanta pagine, non dovremmo sollevare sulla punta di una spada intransigente i difetti altrui, se tanto indulgenti solitamente siamo con i nostri, e la prova è che non si ricorda nessuno che, giudice severo e radicale degli atti commessi, abbia spinto l'esecutorio coraggio al limite di linciare addirittura se stesso. Del resto, tornando al passo evangelico, ci è lecito dubitare che il mondo fosse a quel tempo tanto incancrenito di vizi che per salvarsi avesse bisogno del figlio di un Dio, visto che l'episodio dell'adultera ci dimostra proprio che le cose non andavano poi così male laggiù in Palestina, mentre adesso invece vanno malissimo, notate come in quel lontano giorno neanche una pietra fu lanciata contro la sventurata donna, era bastato che Gesù avesse pronunciato le fatali parole che subito si erano ritratte le mani aggressive, di tal maniera dichiarando, confessando e persino proclamando i loro padroni che sissignore, sì che aveva ragione lui, peccaminose erano. Insomma, un popolo che è stato capace di riconoscersi colpevole pubblicamente, anche se in modo implicito, non dovrebbe essere del tutto perduto, dovrebbe avere ancora dentro di sé intatto un principio di bontà, autorizzandoci quindi a concludere, con minimo rischio di errore, che dev'esserci stata una certa precipitazione nella venuta del Salvatore. Mentre oggi sì che ne varrebbe la pena, perché non soltanto i corrotti perseverano nel cammino della loro corruzione, ma sta anche diventando ogni giorno più difficile trovare ragioni per interrompere un linciaggio già cominciato.

venerdì 18 giugno 2010

"Dev'esserci..." di Josè Saramago

Dev'esserci un colore da scoprire,
un recondito accordo di parole,
dev'esserci una chiave per aprire
nel muro smisurato questa porta.

Dev'esserci un'isola più a sud,
una corda più tesa e più vibrante,
un altro mar che nuota in un altro blu,
un'altra intonazione più cantante.

Poesia tardiva che non riesci
a dire la metà di quel che sai:
non taci, quanto puoi, e non sconfessi
questo corpo casuale e inadeguato.

da "Il racconto dell'isola sconosciuta" di Josè Saramago


Voglio parlare con il re, disse l’uomo.
Aveva atteso per tre giorni che il re si presentasse alla porta delle petizioni per rivolgergli una domanda: datemi una barca. Tre giorni, con calma e in silenzio, ben sapendo che il re non avrebbe potuto resistere alla tentazione di sapere che cosa mai quell’uomo alla porta delle petizioni volesse. Tutti chiedevano qualcosa, come un titolo o del denaro, mentre l’uomo chiedeva semplicemente di parlare con lui. E il re non era certo tipo da perdere tempo con la porta delle petizioni: lui stava sempre a quella degli ossequi, da quando aveva la corona sulla testa era quello il suo posto; però, se quell’uomo che vuole parlare con me non la smette di aspettare e non vuole andarsene, il popolo si accalca alla porta delle petizioni, perché si possono fare richieste soltanto uno per volta. E se tutti si ammassassero lì nessuno più verrebbe alla porta degli ossequi, dove è giusto che il mio popolo stia: devo parlare con quell’uomo, devo sapere che cosa vuole, si disse il re.
E invece di delegare la faccenda, come sempre accadeva, al primo segretario che poi la passava al secondo e poi lui al terzo, e questi al primo assistente, poi al secondo, poi al terzo, passando di persona in persona fino alla donna delle pulizie che stava alla porta delle petizioni, il re si diresse senza indugio a quella dannata porta per risolvere la faccenda una volta per tutte.
Datemi una barca, rispose l’uomo. E voi, a che scopo volete una barca? Per andare alla ricerca dell’isola sconosciuta. Sciocchezze, isole sconosciute non ce ne sono più: sono tutte sulle carte. Sulle carte ci sono solo le isole conosciute. E qual è quest’isola sconosciuta di cui volete andare in cerca? Se ve lo potessi dire allora non sarebbe sconosciuta, rispose l’uomo.
[...]
L’uomo non riusciva a dormire. Pensava alla donna, voleva raggiungerla. Poi sognò. Era un sogno strano. Era su una barca grandissima, piena di marinai, di donne, di animali, lui era al timone, e la nave navigava su di un mare bellissimo. Cercava con lo sguardo la donna delle pulizie, ma non la vedeva: si ricordò che alla fine lei non era partita: addio, me ne vado, voi non avete occhi che per l’isola sconosciuta, aveva detto. Poi venne la pioggia, poi cessò, comparve un’isola, eccola, no, quella è un’isola conosciuta. Vogliamo scendere, gridarono i marinai. Una volta rimasto solo, l’uomo che ora aveva un barca lasciò il timone e scese sul ponte. Vide un’ombra accanto alla sua. Si svegliò. Accanto a sé c’era la donna delle pulizie. Erano abbracciati, i loro corpi confusi.
Dopo il sorgere del sole, l’uomo e la donna dipinsero a prua a lettere bianche il nome della barca.
Verso mezzogiorno, l’Isola Sconosciuta prese il mare.
Alla ricerca di se stessa.