Visualizzazione post con etichetta riforme. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta riforme. Mostra tutti i post

giovedì 20 ottobre 2016

Considerazioni libere (411): a proposito di una scelta ponderata, nel merito...

Da qualche giorno, ossia da quando la campagna elettorale per il referendum è entrata nel vivo e la propaganda del governo e dei suoi complici si sta facendo sempre più violenta e volgare, vedo aumentare gli appelli a entrare nel merito della riforma. Come se fino adesso avessimo parlato d'altro.
Alcuni di quelli che lanciano questi appelli sono certamente in buona fede: si tratta in genere di costituzionalisti e di esimi professori schierati per il NO che, comprensibilmente, vorrebbero spiegare le molte buone ragioni di questa loro scelta, in base ai loro studi e alla loro dottrina. Non sempre, a dire il vero, il loro modo di spiegare le ragioni del NO risulta efficace e anzi talvolta rischiano di trasformare questo tema in un dibattito da specialisti, mentre è qualcosa che riguarda tutti noi, anzi più ci riguarda quanto più siamo deboli e indifesi, perché la Costituzione è nata proprio per difendere chi ha meno, chi sa meno, gli ultimi della società, offrendo a tutti gli stessi diritti. Uno di questi professori in buona fede che rischia di fare danni è Valerio Onida, con il suo ricorso volto a "spacchettare" il quesito; se il suo ricorso fosse accolto il referendum sarebbe posticipato, offrendo un ulteriore vantaggio a renzi, che ha tutto l'interesse a prendere tempo per continuare le sue elargizioni elettorali, e togliendo spinta ai già scarsi e deboli sostenitori del NO.
Poi ci sono quelli che non sono in buona fede - e sono ovviamente la maggioranza - il cui obiettivo è quello di dare una mano al governo, senza apparentemente darlo a vedere, senza apparire troppo schierati; siamo pur sempre in Italia, patria di cerchiobottisti e di opportunisti. Molti "autorevoli" commentatori di Repubblica - ad esempio, ma non solo - stanno facendo questo gioco sporco e tanti altri vedrete che seguiranno. La loro tesi è che noi votiamo NO unicamente per odio a renzi e proprio per questa ragione ci spiegano che questo nostro NO è sbagliato, perché non è possibile costruire qualcosa unicamente su questo sentimento così poco commendevole. Dicono che votiamo NO solo per far cadere il governo e in questo modo ci accusano di non discutere nel merito delle proposte di riforma. Curiosamente la recente - e inattesa - dichiarazione di voto di Mario Monti a favore del NO ha rinfocolato questa tesi, dal momento che lo stesso Monti ha motivato questa scelta solo con le critiche a renzi, in particolare alle regalie che si stanno facendo sempre più sfacciate, senza dire una parola sulla riforma; visto il personaggio, servo fedele dei poteri internazionali che hanno ispirato e sostenuto questa riforma, forse questa sortita è una polpetta avvelenata.
Il problema di noi del NO è che troppo spesso di fronte a questi argomenti ci mettiamo in difesa e rinunciamo ad attaccare. Invece dobbiamo essere noi ad andare all'attacco, proprio perché su questo tema stiamo da sempre sul merito, anche quando attacchiamo renzi e i suoi complici. Perché il merito della riforma non è né la cancellazione del senato, né lo svilimento delle autonomie, né il combinato disposto di riforma e legge elettorale - figurarsi poi se può essere il Cnel - il merito vero di ciò di cui stiamo discutendo è quale idea di democrazia vogliamo per il futuro di questo paese. Quello che dobbiamo far capire ai cittadini - quelli che voteranno sì per opportunismo e per cieca fiducia in renzi ormai sono perduti, ma tanti ancora non hanno deciso - è proprio questo.
Questa non è una riforma che riguarda alcuni articoli, non è l'adeguamento di alcuni punti a nuove esigenze, non è un'operazione di semplice, per quanto necessario, maquillage, questa è proprio una "nuova" costituzione, che risponde a principi diversi rispetto a quelli su cui è fondata la Costituzione del '48. So bene che renzi e i renzioti dicono che i principi della prima parte non vengono modificati - ed effettivamente non vengono modificati - ma quando, come in questo caso, le norme della seconda parte vengono totalmente riscritte tenendo conto di altri principi, allora anche la prima parte viene tradita. Per questo lo "spacchettamento" finisce per essere soltanto un esercizio accademico: c'è un'idea complessiva nella proposta del governo ed è un'idea che confligge totalmente con la Costituzione vigente. Questo è il merito, su questo siamo chiamati a un solo sì o a un solo NO. E per questo non votiamo sul senato o sul meccanismo di formazione delle leggi o sul Cnel, ma votiamo proprio sulla Costituzione, su tutta la Costituzione, principi compresi. Stiamo nel merito; dobbiamo spiegare ai nostri concittadini che il vero quesito, al di là di quello che sarà o non sarà scritto sulla scheda, è: "Volete una nuova Costituzione al posto di quella entrata in vigore nel 1948?". NO.
E non vogliamo che una nuova costituzione venga scritta da renzi e da Verdini. In questo certamente il referendum è anche una consultazione sul governo, indipendentemente da ogni altra considerazione in merito ai provvedimenti presi da questo esecutivo. Umanamente disprezzo renzi, ma non è questo il punto, non mi fido di lui e non mi fido di quelli da cui lui prende ordini. Stiamo dunque ancora nel merito, spiegando che il quesito della scheda potrebbe essere efficacemente "tradotto" in questo modo: "Volete che renzi scriva la nuova Costituzione?". NO.
Questa nuova costituzione, che porta il nome di renzi, ma che è stata scritta nelle stanze di alcune grandi istituzioni finanziarie, è ispirata dall'idea che i cittadini debbano contare sempre meno, che la sovranità non debba più appartenere al popolo - o appartenergli sono nominalmente - ma che in realtà debba essere esercitata da chi può e da chi sa. Debba essere esercitata dalle banche, dalle grandi industrie, dalle multinazionali, in sostanza debba essere esercitata dai padroni, dalle persone molto ricche, basandosi sul principio che gli interessi dei padroni coincidono con quelli generali. Invece non è così: i padroni hanno sempre fatto - e sempre faranno - solo i loro interessi, a scapito degli interessi collettivi e di quelli delle classi più povere. La guerra di classe non è un'invenzione di Marx, ma il conflitto che ogni giorno i padroni combattono contro di noi, per sfruttarci. La Costituzione serve a difenderci e per questo loro la vogliono cambiare. In gioco non è la sopravvivenza di qualche posto da senatore, ma questa idea sottesa alla riforma che le istituzioni democratiche siano un ostacolo allo sviluppo. E per questo tutti i banchieri, tutti gli industriali, tutti i potenti sono schierati per il sì e fanno schierare per il sì le loro marionette, da Obama alla Merkel, da Hollande a Juncker.
Oggi hanno già abolito le elezioni provinciali, eppure le Province ancora funzionano: allora qualcuno potrà chiedere di abolire anche le elezioni regionali e poi quelle comunali. Oggi aboliscono non il Senato, ma l'elezione democratica di questo organo, in nome dell'efficienza e del risparmio; domani qualcuno sosterrà, in nome degli stessi principi, che anche seicento deputati sono troppi, troppo costosi e troppo inefficienti, e quindi ne chiederà la riduzione, e che il meccanismo di voto è troppo complicato e troppo costoso. E non ci sarà più alcun principio per fermare questa deriva, perché con questo sì saranno riusciti a distruggere gli anticorpi della Costituzione. Questo è il merito. Su questo saremo chiamati a votare il prossimo 4 dicembre. Per questo voteremo NO.
A questi pretesi riformatori - o meglio a questi nuovi costituenti - poco importa che le leggi vengano approvate da una o due camere. E francamente importa poco anche a me il puro meccanismo. A loro importa che le leggi vengano approvate soltanto dai governi - come avviene di fatto da molti anni in Italia, dal momento che il parlamento si limita a ratificare, spesso sotto l'imposizione del voto di fiducia, i decreti del governo, come è avvenuto in Francia con la Loi travail, fatta passare senza un voto parlamentare, con una procedura d'emergenza, come una legge di guerra. E questa nuova costituzione va in questa direzione, con la scusa di semplificare, di rendere più veloci le decisioni. Vogliono semplicemente essere loro a decidere. Per questo diciamo NO
Ai nuovi costituenti interessa manomettere la Costituzione del '48, perché quella Costituzione, proprio perché è nata in quegli anni, perché è figlia della Resistenza, ha un forte impianto progressista. Quella formula dell'art. 1 "fondata sul lavoro" non è un espediente retorico, è un principio. E questo principio è adesso l'unico limite alle violenze di classe. Per questo vogliono scrivere una nuova costituzione, mentre noi dobbiamo lottare per applicare davvero, fino in fondo, la Costituzione del '48. Questo è il merito: "Volete vivere in un paese senza Costituzione?". NO.

venerdì 14 febbraio 2014

Considerazioni libere (385): a proposito di un colpo a sorpresa...

Lo ammetto: Renzi mi ha sorpreso. Ovviamente era chiaro fin dall'inizio che il suo obiettivo era far fuori l'amico Enrico e sedersi a palazzo Chigi, ma ero convinto che avrebbe adottato una tattica diversa, che avrebbe preso tempo, per logorare il suo avversario in una lunga battaglia di posizione. Invece ha spiazzato tutti, in primis Napolitano e Letta - che pure sono vecchie volpi della politica - e ha tentato il blitz, la guerra lampo. Tattica rischiosa, ma evidentemente l'uomo è temerario e, almeno questa volta, ha avuto fortuna. Ha vinto e chi vince, come noto, ha sempre ragione.
Le vicende di questi giorni mi spingono a qualche riflessione che, per forza di cose, sono disorganiche e frammentarie; d'altra parte è inevitabile, vista la rapidità con cui questi fatti si susseguono.
La prima riflessione riguarda il metodo o meglio le regole del gioco. Molti di quelli che criticano Renzi dicono che si tratta dell'ennesimo "colpo di stato", in quanto la crisi si è svolta tutta al di fuori del parlamento e Renzi finirà per essere il terzo presidente del consiglio consecutivo non investito dal mandato elettorale, non eletto dai cittadini.
Su questo non sono d'accordo. Nel nostro paese, nonostante tutti i tentativi che sono stati fatti per modificarla, è ancora vigente la Costituzione del '48 e quindi l'Italia è formalmente una repubblica parlamentare, il che comporta che i cittadini eleggano il parlamento che, a sua volta, elegge il governo. Negli ultimi vent'anni ci sono state spinte fortissime per modificare questo schema e arrivare a un sistema in cui, più o meno direttamente, i cittadini eleggano il capo del governo o il presidente della Repubblica, nella versione più spinta. E' stata cambiata la legge elettorale in senso maggioritario, è stata introdotta l'indicazione del candidato presidente del consiglio nella scheda elettorale, ma soprattutto è stata fatta una propaganda asfissiante per convincerci che questo è il migliore dei sistemi possibili. E ci siamo convinti, anche perché nel frattempo si sono suicidati i partiti politici che costituivano la nervatura della precedente fase politico e si è fatta strada un'idea leaderistica e plebiscitaria, che nel centrodestra si è incarnata in B. e nel centrosinistra è stata coniugata con l'ideologia delle primarie. E chiaramente questo è ciò a cui ci vuole portare la riforma istituzionale che ha in mente Renzi: una sola camera eletta con una legge elettorale maggioritaria, una drastica riduzione delle competenze degli enti locali, una progressiva attribuzione della funzione legislativa al governo e in sostanza un sistema imperniato sulla carismatica figura del capo dell'esecutivo.
Nella seconda metà del 2011 però questo meccanismo si è inceppato, o meglio è stato sospeso. Dal momento che le elezioni continuava a vincerle il centrodestra e il centrosinistra sembrava ormai annichilito, il presidente della Repubblica ha deciso di fare in proprio, costringendo alle dimissioni B. e imponendo a un parlamento sempre più debole il governo Monti. La cosa è continuata nella primavera scorsa: Napolitano ha impedito che nascesse il governo Bersani e ha imposto il governo Letta. E' in quei due passaggi che è avvenuto il vulnus più grave alla nostra democrazia ed è per questa ragione che io dal novembre del 2011 non riconosco più Napolitano come presidente legittimo. Perché sia avvenuto l'ho spiegato più volte. La destra non si fidava più di B. e ha deciso di giocare autonomamente, imponendo al paese quel programma di austerità che Draghi aveva scritto nella famosa lettera dell'agosto 2011; lo stesso programma di austerità che è stato imposto all'Europa dalla destra ultraliberista e supinamente accettato dalla sinistra imbelle del Pse.
Renzi in questi giorni ha fatto come il bambino della favola che dice che il re è nudo. Tutti avevano ormai dato per scontato che il governo lo dovesse scegliere Napolitano, con la sua riconosciuta saggezza, ma la Costituzione non è mai stata cambiata e Renzi ha semplicemente fatto quello che poteva fare, ossia sfiduciare il presidente del consiglio imposto da Napolitano e chiedere quella carica per sé, in qualità di segretario del partito di maggioranza. Ha avuto quel coraggio che Bersani un anno fa non ha avuto, perché non ha voluto disobbedire agli ordini del Quirinale.
Detto questo - e passo alla seconda riflessione - il mio giudizio su Renzi rimane quello che ho espresso in ogni sede e in ogni occasione possibile: pessimo. Renzi è un politico intrigante e furbo che sa approfittare delle debolezze altrui ed è un esponente di quel centro moderato che ha sempre governato questo paese, riducendoci allo stato in cui siamo. Come abbia fatto un personaggio di tale meschineria etica e con questi valori politici a diventare il leader del maggior partito del centrosinistra, in cui si trovano donne e uomini che hanno militato nel Pci, è il segno non della spregiudicatezza del sindaco di Firenze, ma dell'inconsistenza e della gravissima crisi che ha colto il maggior partito della sinistra italiana negli ultimi vent'anni, crisi di cui molti - me compreso - siamo responsabili. Se siamo arrivati a Renzi vuol dire che abbiamo fatto molti errori, spesso per dolo temo, certamente per negligenza. Abbiamo lasciato correre e all'improvviso ci siamo accorti che non c'era più tempo e spazio per rimediare a questi errori.
Su questo permettetemi un inciso. E' la prima - e credo l'ultima - volta che lo faccio, ma ho guardato in streaming i lavori della direzione del Pd ed è stato uno spettacolo desolante. Il gruppo dirigente bersaniano ha fatto di tutto per raggiungere il microfono e per tessere le lodi del nuovo caro leader. Ma al di là del folklore dei servi - una categoria tipica del nostro paese - l'intervento più illuminante è stato quello di Vincenzo De Luca. Questi è un uomo che viene dal Pci, badate bene, uno che è stato mio compagno di partito e, sentendolo parlare, io mi sono vergognato di questa comune militanza. De Luca, diventato il potente ras renziano della Campania, ha sparato a zero sul governo di cui pure ha fatto parte, senza mostrare un minimo senso di vergogna. E ha argomentato questa ferma opposizione al governo, spiegando che nel suo ministero, quello delle Infrastrutture e dei trasporti, tutte le decisioni venivano prese per favorire gli amici del ministro Lupi. De Luca, candidamente e senza vergogna, ha spiegato che è giunta l'ora di cambiare e che adesso bisogna cominciare a favorire gli interessi degli amici del Pd e immagino dei suoi amici. De Luca e quelli come lui - che sono tanti nel Pd - non fanno neppure finta di essere onesti. Questo è il Pd di Renzi: non facciamoci illusioni di sorta.
Per questo, venendo alla terza e ultima di queste riflessioni disorganiche, a me francamente importa poco di questo nuovo governo. Come era un pessimo governo quello di Letta, sarà un pessimo governo quello di Renzi. Personalmente sono da un'altra parte e cambia poco chi guida il governo e chi nominerà nelle prossime settimane i vertici delle principali aziende pubbliche, visto che questo è uno degli elementi inconfessati e inconfessabili che ha spinto un pezzo di potere italiano a schierarsi con Renzi contro Letta. Non cambia nulla perché il nuovo governo sarà comunque incapace di affrontare la crisi vera del paese, in quanto sostanzialmente espressione di quei poteri e di quegli interessi che la crisi l'hanno provocata, la alimentano e ne trarranno beneficio. Renzi sarà forse più brillante, ma alla fine anche lui tirerà l'asino dove vuole il padrone. La vicenda di questi giorni con la politica non c'entra nulla, figuriamoci poi con il futuro dell'Italia - non prendiamoci in giro - si è trattato di una lotta, senza esclusione di colpi, per il potere in cui una fazione ha perso e una ha vinto. Ma tutto si è svolto nell'ambito di quel potere che non vuole il cambiamento dell'Italia. E che, al netto della retorica, non farà nulla per cambiare.

mercoledì 1 dicembre 2010

Considerazioni libere (183): a proposito di università e di manifestazioni...

Sto cercando di farmi un'opinione sulla riforma Gelmini, ma non è davvero semplice. Nonostante questo sia il tema del giorno, mi pare si discuta molto poco del merito della legge. La maggioranza ne ha fatto la bandiera del cosiddetto "governo del fare", provando a lasciare un segno - speriamo l'ultimo, in vista del 14 dicembre - della capacità di produrre iniziative politiche, nonostante il momento di estrema debolezza. Il gruppo "futurista" ha usato la riforma, in maniera piuttosto ribalda, per continuare a indebolire il governo, ha proposto emendamenti per tenere sotto scacco la maggioranza e dimostrare che non ha più i numeri per governare; furbescamente e senza vergogna, Fini ha dichiarato che questa riforma è una delle cose migliori che ha fatto il governo, mentre i finiani salivano sui tetti della facoltà di architettura per solidarizzare con i manifestanti. L'opposizione si è barcamenata, cercando di entrare nel gioco parlamentare attraverso le divisioni del centrodestra e sostenendo le proteste degli studenti e dei ricercatori. In sostanza mi sembra che di università si sia parlato - e si parli - assai poco, perché i vari attori in commedia sono impegnati a recitare un altro copione.
Paradossalmente neppure nelle piazze si parla molto di università. Ho l'impressione che i ragazzi che in questi giorni stanno animando la protesta, con una lodevole energia e con la capacità di trovare consensi anche in altri strati del paese, non stiano lottando solo contro questa riforma, ma più in generale protestino contro una società che offre sempre meno prospettive. E hanno ragione da vendere, perché il sistema formativo funziona poco e male - e l'università funziona molto male - perché il mondo del lavoro è pronto ad accoglierli solo come precari senza diritti, perché la politica non offre loro nessuna credibile risposta. C'è sempre molte cose nelle manifestazioni degli studenti e nelle occupazioni. Francamente non ricordo che cosa chiedevamo, all'inizio degli anni novanta, nelle manifestazioni della cosiddetta "pantera", ma ricordo una grande e bella manifestazione, qui a Bologna, che ci portò da piazza Verdi fin davanti al tribunale con l'obiettivo di autodenunciarci tutti, perché alcuni ragazzi erano stati denunciati per l'occupazione del rettorato - o della facoltà di scienze politiche, non ricordo bene dopo vent'anni. Le manifestazioni degli studenti sono anche questo: l'espressione del bisogno di esserci, di dire la propria, così, a prescindere.
Bisogna fare attenzione, perché ci sono quelli che usano queste manifestazioni, che approfittano dell'entusiasmo della folla: ci sono i militanti di tutte le stagioni, quelli che vorreberro sempre distruggere qualcosa, ma ci sono anche quelli che trovano nelle manifestazioni un comodo pretesto per ricompattare il fronte dei "benpensanti". Oggettivamente le manifestazioni di questi giorni sono servite al centrodestra per ricompattarsi, per segnare un punto tra chi sta di qua e chi sta di là; spiace che in alcuni casi le forze dell'ordine siano state usate in questo gioco. Chi in questi giorni ha voluto militarizzare Roma o ha dato l'ordine di dare qualche "colpetto" ai ragazzi dei cortei aveva un obiettivo ben preciso.
Per tornare al merito, ossia alla legge sull'università, io per farmi un'idea ho guardato a chi sta protestando contro la riforma Gelmini: è un metodo empirico, ma - almeno secondo me - efficace. Protestano gli studenti, protestano i ricercatori, ossia protestano le ultime ruote del carro. Come ho detto sopra, credo che gli studenti facciano bene a protestare, ma così facendo non devono difendere un vecchio assetto che rischia di essere peggiore di quello che uscirebbe dalla riforma. I ricercatori, quelli veri, quelli capaci, hanno poi il diritto sacrosanto di protestare, perché davvero il loro ruolo è misconosciuto, ma non solo da questa riforma.
Non protestano, se non per fare bella figura, per fare vedere quanto sono democratici, i professori, ossia chi davvero gode di privilegi ed è ben deciso a conservarli. Io appoggerei una riforma dell'università - così, a scatola chiusa - se sapessi che la sua applicazione scatenerebbe le ire dei professori: vorrebbe dire che si è cominciato a mettere mano a un sistema che non funziona, dove troppi fanno troppo poco, dove chi è mediocre riesce comunque a barcamenarsi, dove non è sostanzialmente importante se tu sia bravo o no, se tu sia un docente capace o no. Francamente non è possibile che un docente italiano possa essere licenziato soltanto se è scoperto, in flagrante, a fare sesso con una sua studentessa; e anche in questo caso scattano dei distinguo. Servono veri meccanismi di selezione che possano premiare chi è capace, a partire da nuovi metodi di selezione: i concorsi universitari, così come sono ora organizzati, diventano sempre più oggetto di cronaca giudiziaria. Io all'università ho avuto alcuni docenti bravi e altri molto meno bravi, prendevano tutti lo stesso stipendio, avevano tutti garantita la cattedra fino alla pensione. In generale i peggiori erano quelli con maggiori relazioni, con una più rete più fitta di assistenti, con una "clientela" più vasta. Io, da studente, ho dato esami con gli uni e con gli altri e spesso i voti migliori li ho avuti con i peggiori. E nessuno dei miei docenti è mai stato valutato per quello che ha insegnato o non ha insegnato. Certo chi scrive libri, chi pubblica articoli, chi viene invitato a partecipare a seminari e a convegni, ha una stima accademica maggiore, ma alla fine questo importa fino a un certo punto, se non ci sono altri sistemi per premiare e per non premiare.
Da quello che ho letto non mi pare che questa riforma, come quella che l'hanno preceduta - comprese quelle del centrosinistra - incida davvero su questo stato di cose. L'università pubblica meriterebbe altro e meriterebbe che si lottasse davvero per cambiarla.