Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta infanzia. Mostra tutti i post

lunedì 20 novembre 2017

Verba volant (458): infanzia...

Infanzia, sost. f.

L'infanzia è il tempo in cui il cucciolo di uomo ancora non parla; non è proprio vero, siamo noi che non lo ascoltiamo.
I cuccioli di uomo sono esposti ogni giorno a molti pericoli. Alcuni pensano che la rete - e i social in particolare - li abbiano fatti aumentare. In parte è vero, ma questo non può diventare un alibi per nascondere l'incapacità educativa di noi adulti.
I bambini sono sempre stati in pericolo. Collodi metteva in guardia i bambini - e i loro genitori - dai pericoli del mondo quando descriveva Pinocchio irretito da Lucignolo e portato nel Paese dei balocchi; e non c'era certamente la rete. Nel paese in cui sono nato e cresciuto, alle porte di Bologna, tra la fine degli anni Settanta e l'inizio degli Ottanta, tanti ragazzi un po' più grandi di me si sono fatti trascinare nel dramma della droga, eppure non c'era la rete, anzi quell'ambiente sembrava piuttosto protetto, nella sua chiusura provinciale; a noi ragazzi sembrava addirittura troppo protetto e chiuso.
Con questo non voglio dire che i social siano sicuri, tutt'altro, ci sono molte persone che, forti dell'anonimato, vi entrano con le peggiori intenzioni, voglio solo dire che serve attenzione da parte dei genitori e degli adulti, che bisogna essere educatori senza delegare ad altri questo compito. Nella nostra società invece sembra che la formazione sia una questione ininfluente, non ci sono investimenti nelle agenzie educative, i genitori sono spesso lasciati soli con compiti a cui non sono stati preparati, i mezzi di comunicazione lanciano messaggi e valori - o meglio disvalori - contro cui ci sono sempre meno anticorpi.
Non è la rete che banalizza il corpo della donna e il sesso, la rete è solo uno degli strumenti attraverso cui la nostra società mercifica il corpo femminile. Non possiamo poi meravigliarci se vediamo nei profili di Facebook foto di ragazzine poco più che adolescenti vestite - o svestite - e truccate come le protagoniste dei video musicali - pare che non esistano ormai cantanti che non siano bellissime, con corpi statuari e intercambiabili nelle loro proporzioni sempre uguali. E non possiamo meravigliarci se per tanti ragazzini il rapporto con il sesso è mediato attraverso immagini per cui tutto è facile e a disposizione. Ovviamente in questo contesto è più facile per chi si vuole approfittare dell'ingenuità dei nostri figli trovare le forme in cui insinuarsi nelle loro vite. Ma ripeto non è la rete la causa, è solo uno degli strumenti in mano al Gatto e alla Volpe, per quanto sia potente e pervasivo.
Tocca a noi ascoltare i nostri figli, e i figli degli altri, tocca a noi ascoltare i cuccioli di uomo, che non parlano, ma non per questo ci pongono meno domande. E hanno meno diritti.

giovedì 15 ottobre 2015

Verba volant (216): vaccino...

Vaccino, sost. m.

Non ho figli - e non ne avrò - e quindi tratto questo tema con qualche pudore. Sono già troppi quelli che non hanno figli e che vogliono spiegare a chi li ha in che modo devono fare i genitori; come dice l'antico adagio, chi sa fa e chi non sa insegna. Credo che essere padre - e tanto più essere madre - sia una cosa terribilmente complicata; tanto più in questi tempi così difficili. Non vi invidio, anzi ammiro il vostro coraggio, al limite della temerarietà, per aver fatto la scelta di diventare genitori.
Da non-padre mi ha colpito molto la discussione che in questi giorni si sta facendo sulla vaccinazione dei bambini. Ho letto che cresce il numero di famiglie che decidono consapevolmente di non vaccinare i propri figli e che di conseguenza c'è una reazione delle autorità sanitarie e soprattutto della maggioranza delle famiglie che sono preoccupate che queste mancate vaccinazioni possano causare malattie che si pensavano debellate. Ho letto, come credo abbiate fatto anche voi, che a Bologna è morta una bambina per la pertosse, una malattia che i nostri genitori chiamavano "tosse cattiva"; e la cosa ha generato un comprensibile allarme sociale.
Credo che i miei genitori non si siano neppure posti il tema se vaccinarmi o meno. Per quelli della loro generazione il vaccino non era solo un obbligo sanitario, ma in qualche modo una conquista sociale, il segno che il mondo stava cambiando, in meglio. La possibilità che tutti i bambini venissero vaccinati rappresentava una conquista, perché questo avrebbe significato debellare una serie di malattie, per cui molti, troppi, bambini loro coetanei erano morti. C'era probabilmente un'ingenuità eccessiva in questo affidarsi alla magnifiche sorti e progressive della scienza, così come era a volte mal riposta la fiducia che avevano comunque per il medico, che era uno che aveva studiato e quindi aveva più ragione più di loro, che invece non avevano studiato. E infatti uno dei loro principali obiettivi era che noi studiassimo, che diventassimo anche noi dottori.
E in qualche modo lo siamo diventati. Siamo diventati più attenti, più critici, più disincantati. Abbiamo imparato a fidarci meno dei dottori e ancor meno delle autorità sanitarie. Spesso con ragione. Io, lo sapete, ho questo vizio antico di essere socialista e anticapitalista e quindi penso tutto il male possibile delle grandi multinazionali del farmaco; credo che, al là della retorica, la loro mission non sia affatto quella di curare le persone, ma solo quella di ingrassare gli azionisti. Per questo mi batto affinché la sanità non sia privatizzata, soprattutto la ricerca non sia privatizzata, perché le industrie farmaceutiche lavorano soltanto per il loro profitto, mentre la ricerca scientifica deve essere libera. Troppe volte non lo è, troppe volte i laboratori universitari indirizzano le loro ricerche solo verso determinati settori, perché ricevono finanziamenti privati, indispensabili per sopravvivere, dal momento che lo stato le sostiene sempre meno, troppe volte le riviste scientifiche mentono perché i loro editori sono gli stessi che controllano le industrie farmaceutiche, troppe volte i medici non sono credibili, perché ricevono tangenti per dire quello che le industrie vogliono che loro dicano. Se tutto questo è vero - e purtroppo lo è - perché allora dovremmo far vaccinare i nostri figli?
Io credo che farei vaccinare i miei figli, perché la possibilità che tutti i bambini lo siano è ancora una conquista sociale. Sconfiggere le malattie, così come il curare tutte le persone allo stesso modo, è un obiettivo socialista e quindi è un mio obiettivo. E' più di un anno che in Africa nessun bambino muore a causa della poliomielite e per me questa è una buona notizia. Poi in Africa i bambini continuano a morire, a causa di altre malattie, ma soprattutto a causa nostra, perché finanziamo le guerre in quel paese, perché per mantenere il nostro stile di vita sfruttiamo le loro risorse, perché consideriamo quel popolo una merce. Però i bambini dell'Africa - e di tutto il mondo - non muoiono più di polio. Il vaccino si chiama così perché questa parola indicava sia il vaiolo che colpiva i bovini - il vaiolo vaccino appunto - sia il pus ricavato dalle pustole del vaiolo bovino, usato per l'immunizzazione attiva contro il vaiolo umano. Il vaiolo non esiste più da almeno trentacinque anni, è rimasta solo questa parola, con la sua storia etimologica, a ricordarlo. E questa è una vittoria del progresso.
Sono ingenuo anch'io come i miei genitori? Forse sì, ma sicuramente anch'io vaccinerei i miei figli, accettando il rischio che un vaccino comporta - che ogni vaccino comporta - perché il costo sociale di non vaccinarsi credo sia ancora più grave e coinvolga tutti, non solo la mia famiglia, non solo i miei figli. Però dobbiamo fare in modo che la ricerca vada avanti, che sia pubblica, libera e indipendente, dobbiamo togliere potere alle industrie e alle multinazionali del farmaco, dobbiamo punire i medici che si fanno comprare e che in questo modo tradiscono la loro missione. Dobbiamo lottare affinché le bambine e i bambini salvati dalle malattie non vengano uccisi dai conflitti o nel tentativo disperato di attraversare il Mediterraneo. Dobbiamo cambiare il mondo, una cosa che abbiamo visto essere piuttosto difficile, ma da questa malattia non riusciamo proprio a guarire.

martedì 29 luglio 2014

Verba volant (107): bambino...

Bambino, sost. m.

Questa è una parola che vorrei definire "naturale", perché deriva direttamente dai versi con cui comunicavano i nostri antichissimi progenitori, appena scesi dagli alberi.
Lo spiega meglio, con la consueta precisione, il Pianigiani:
Le lettere b-p-m, che per essere labiali sono fra le prime che articolano i fanciullini neonati, servono in molte lingue a formare i nomi di parentela con la ripetizione della stessa sillaba; in tal modo dev'essersi formato bimbo, con suo diminutivo bambino.
E infatti in moltissime lingue del mondo si usano suoni molto simili - e quindi parole simili - per indicare il cucciolo di uomo.
In questi giorni abbiamo parlato molto di bambini, forse troppo e quasi certamente male. Ci sono stati gli ottanta bambini morti sull'aereo della Malaysia Airlines che è stato abbattuto - forse per errore - in un’operazione di guerra sui cieli dell'Ucraina. Ci sono i bambini di Gaza - il loro numero è destinato a salire, perché mentre io scrivo e quando voi leggerete continueranno a morire sotto il fuoco dell'esercito israeliano. C'è stato il bambino morto - l'ennesimo bambino morto e quindi non ha fatto particolare scalpore - nel Canale di Sicilia, mentre la sua famiglia tentava il viaggio tra le coste dell'Africa e quelle dell'Europa.
Nessuna di queste morti a noi è sembrata naturale, anzi ci siamo infuriati a vedere quelle immagini - in alcuni casi ci sono state fatte vedere proprio perché ci infuriassimo - ci siamo rattristati, abbiamo pianto; chi ha un figlio piccolo immagino avrà provato un peso ancora maggiore di quanto sia successo a noi che non ne abbiamo. Eppure anche in quelle morti, che adesso viviamo come uno scandalo, c'è qualcosa di naturale, di animale. Forse dovremmo ricordarci più spesso che noi quello siamo, per quanto l'evoluzione abbia agito su di noi in maniera piuttosto inspiegabile.
E' un istinto naturale fuggire di fronte al pericolo ed è altrettanto naturale cercare di portarsi dietro la propria famiglia, per quanto quel viaggio possa essere pericoloso e pieno di insidie. Conosciamo tutti la storia di quell'artigiano della Galilea che affrontò un viaggio verso l'Egitto con la giovane sposa che aveva appena partorito, perché sapeva che il re voleva uccidere tutti i neonati. Fu un viaggio pericoloso, mise a repentaglio la sua vita e quelle della moglie e del figlio, eppure era convinto di fare la cosa giusta, anzi l'unica cosa possibile. Ogni giorno migliaia di padri e migliaia di madri prendono la stessa decisione e sono convinti di far bene, di fare il meglio per i loro bambini, che magari moriranno annegati al largo delle coste siciliane o disidratati sotto il sole del Sahara.
Anche la guerra è qualcosa di naturale, per quanto ciascuno di noi voglia credere il contrario, preferisca credere il contrario.
Nella Guerra del Peloponesso Tucidide racconta una piccola vicenda che non ha un particolare interesse bellico, ma serve a far capire le dinamiche e i motivi di quel conflitto. Melo era una piccola isola che, nonostante fosse molto vicina ad Atene, non era mai entrata nella sfera di influenza della città, allora egemone sull'Egeo. Nonostante i molti sforzi diplomatici degli Ateniesi, i Meli preferirono mantenere la propria neutralità. Fino a quando, nel 416 a.C., un anno di pace nella guerra con Sparta, gli Ateniesi decisero di risolvere quella storia una volta per tutte, inviando la loro enorme flotta contro la piccola isola. Dopo un assedio, durato molto più a lungo di quanto la stessa Atene si aspettasse, l'isola fu costretta alla resa, e Atene applicò una punizione spietata ed esemplare: tutti i maschi adulti furono uccisi, mentre le donne e i bambini furono ridotti in schiavitù.
Tucidide racconta l’ultima ambasceria degli Ateniesi, ormai decisi a distruggere l’isola "ribelle", in un celeberrimo dialogo, che è una delle più belle pagine dello storico greco.
Quandi i Meli chiedono agli Ateniesi:
E non potreste accettare che noi, restando in pace, fossimo amici invece che nemici, ma alleati di nessuna delle due parti?
Questi rispondono:
No, perché la vostra ostilità non ci danneggia tanto quanto la vostra amicizia, manifesto esempio per i sudditi della nostra debolezza mentre l'odio lo è della nostra potenza.
Temo che ormai gran parte degli israeliani ragioni come gli Ateniesi e quindi ritenga necessario distruggere i palestinesi, perché solo l'odio potrà essere il segno della loro potenza, contro nemici ben più forti dei cittadini di Gaza.
Immagino che i bambini di Melo, almeno i più piccoli, non riuscirono a rendersi conto di cosa stava accadendo, perché da un giorno all'altro si trovassero a bordo di una nave e poi a servizio di qualche ricca famiglia ateniese o magari ad imparare un mestiere in una bottega del Pireo; forse qualcuno di loro visse ignaro della sorte della propria famiglia e della propria città. Forse neppure i bambini di Gaza, almeno i più piccoli, si stanno rendendo conto di cosa sta loro succedendo.
Noi però non siamo più bambini. Dobbiamo rendercene conto e dobbiamo chiederne conto a chi è responsabile della loro morte: Hamas e i terroristi palestinesi da un lato e il governo israeliano dall'altro.
Al governo di Israele lo chiederemo con più forza, perché pensiamo abbia una qualche responsabilità in più, non solo per la differenza delle forze in campo, per la sproporzione - simile a quella tra gli Ateniesi e i Meli - tra le loro capacità di offesa e di difesa, ma anche in ragione della storia di quel popolo, che ha sofferto più degli altri popoli. Ma la sofferenza che loro hanno subito, che hanno subito i bambini deportati a Terezin e in tutti gli altri campi di sterminio, non concede loro speciali diritti, anzi impone loro speciali doveri.
Per un bambino - e anche per una bambina - è naturale giocare. Lasciamoglielo fare.

domenica 6 luglio 2014

Verba volant (103): asilo...

Asilo, sost. m.

Questa è una parola con una storia molto antica alle spalle. L'aggettivo greco asylon indicava quel luogo, solitamente un tempio - ieròn, in greco antico - o uno spazio comunque sacro, dove non c'era diritto di cattura, che in greco si dice appunto syle.
Quindi per gli antichi - e questo significato è passato nelle lingue moderne - l’asilo è l'immunità - una parola che in questi giorni torna in maniera ricorrente in Verba volant - concessa a chi, fosse uno schiavo fuggitivo o un delinquente o un prigioniero di guerra, si rifugiava in un luogo sacro. Come noto il diritto di asilo è la garanzia di inviolabilità accordata a stranieri rifugiati, per motivi politici, in territorio estero o in sedi che godono della extraterritorialità.
Partendo da questo significato, con la parola asilo si è cominciato ad indicare l'edificio destinato a ospitare, temporaneamente o permanentemente, speciali categorie di persone bisognose di ricovero, sorveglianza o assistenza.
E infine, in un caso particolare - oggetto della mia definizione di oggi - la stessa istituzione destinata alla tutela e all’assistenza di queste persone: penso in particolare - come probabilmente avrete già capito - all'asilo nido.
Probabilmente la prima struttura a chiamarsi così nel nostro paese è stato l’asilo di carità per l’infanzia, aperto dall’abate Ferrante Aporti a Cremona nel 1828. Quasi contemporanea è l’apertura di alcuni presepi, ad esempio quello in funzione dal 1842 per i figli degli operai delle cartiere Cini a San Marcello, vicino a Pistoia. Il termine presepe - che non prese piede nel nostro paese - corrisponde al termine francese crèche, che è il nome con cui viene ancora oggi chiamato l’asilo nido in Francia.
Nel 1850 a Milano viene fondato il primo ricovero per lattanti, ma anche in questo caso il termine non è riuscito a sfondare e infatti la parola ricovero è rimasta a indicare le strutture per ospitare gli anziani, all’altro capo della vita. Comunque già nei primissimi anni del Novecento le strutture dedicate all’infanzia hanno definitivamente cominciato a chiamarsi asili nido, nome che è rimasto tuttora a indicare questa istituzione, anche se ormai prevale, specialmente nel linguaggio familiare, il termine nido.
Ho fatto questo lungo excursus perché ho letto, seppur distrattamente, che il Comune di Bologna ha deciso di far nascere l’istituzione degli asili nido e delle scuole dell’infanzia, a cui “trasferirà” a breve tutti i servizi all’infanzia - nidi e scuole materne comunali - che ora fanno capo direttamente al Comune.
La cosa ha creato una qualche animazione nella morta gora della politica cittadina e perfino una qualche fibrillazione nella maggioranza. Di questo ovviamente mi importa assai poco. Ho una pessima opinione dell’attuale amministrazione della mia ex-città, la cui unica fortuna è quella di avere come pietra di paragone l’indifendibile amministrazione Delbono.
Confesso che non ho letto abbastanza per farmi un’opinione precisa sull’argomento. Ho l’impressione che sia un escamotage per rendere più “leggero” il bilancio del Comune, stretto dai vincoli imposti dai vari governi Napolitano che si sono succeduti in questi anni, i più centralisti dall’epoca di Bonaparte. In questo caso si tratta di un trucchetto degno del più ciarlatano degli imbroglioni da fiera, visto che alla fine i costi rimarranno sempre a carico della collettività. Qualcosa del genere hanno fatto gli amministratori di Parma che, per eludere i vincoli del patto di stabilità, hanno creato una serie di società partecipate che, sfuggite al controllo, hanno portato al fallimento di fatto del Comune qui nella città ducale. Immagino che Merola ci spiegherà che si tratta diun modo per rendere più efficiente e meno costoso il servizio; sarà, in fondo, concittadini, Virginio è un uomo d’onore.
C’è una cosa però che nella discussione di queste settimane non mi ha proprio convinto. Mi pare che sia stata tutta incentrata nel merito di questioni di carattere sindacale. Ci si è confrontati per lo più sul tema se l’istituzione avrebbe favorito o danneggiato i lavoratori - per lo più lavoratrici, a dire la verità - di quelle strutture. Il Comune spiega - e in questo gli posso perfino credere - che si tratta dell’unico modo normativo per rendere stabili i contratti a termine dei lavoratori precari, mentre una parte dei lavoratori dicono che questo toglierà loro alcuni diritti, che - bisogna ammetterlo - in alcuni casi sono privilegi rispetto alla condizione di altri lavoratori. Ho visto che la Cgil ha tentato di barcamenarsi come al solito tra queste due posizioni, con discorsi molto realisti - come quello dell’ex segretario della Camera del lavoro Danilo Gruppi - che condivido. Nelle condizioni date, poter salvaguardare dei posti di lavoro è già un risultato fondamentale.
Molti anni fa, alla fine del secolo scorso, mi sono occupato un po’ di servizi all’infanzia, facendo l’assessore nel mio piccolo Comune, e so bene che la qualità di un asilo nido è legata essenzialmente alle capacità di chi ci lavora. Le strutture sono importanti, gli ausili sono necessari, ma senza insegnanti brave e bravi - uso volutamente la parola insegnanti - un asilo nido semplicemente non c’è. Nonostante questo e con tutto il rispetto per le colleghe e i colleghi che lavorano negli asili nido di Bologna e di qualsiasi altro comune italiano - che fanno un lavoro difficile e prezioso - io continuo a pensare che i protagonisti del servizio non siano i lavoratori, ma le bambine e i bambini e quindi mi spiace molto che nella discussione bolognese sia mancato il loro punto di vista - e quello dei loro genitori. In sostanza la domanda giusta da porsi credo sarebbe stata: con l’istituzione il servizio funzionerà meglio o peggio? le bambine e i bambini staranno meglio o peggio?
Ricordo che in quegli anni lì - e anche prima - una “nostra” battaglia era quella di trasferire le competenze sugli asili nido dal ministero che si occupava dei servizi sociali a quello della pubblica istruzione, proprio perché volevamo sottolineare che consideravamo l’asilo nido una scuola a tutti gli effetti e le dade vere e proprie insegnanti. Francamente mi pare che questo sia un obiettivo molto sbiadito, che si sia perso nell’affannosa ricerca di far tornare i conti. Adesso il primo obiettivo è quello di far quadrare i bilanci e, in subordine, quello di offrire servizi di qualità. E proprio in nome della compatibilità economica abbiamo rinunciato alla gestione diretta dei servizi, li abbiamo appaltati, quasi sempre al massimo ribasso, abbiamo esternalizzato, privatizzato, in pratica abbiamo rinunciato a svolgere questo ruolo educativo che per me rimane essenziale e di cui credo che le bambine e i bambini abbiano bisogno.
Lottiamo allora per il diritto di asilo. Nido.

lunedì 3 marzo 2014

Lettera di Mario Lodi agli insegnanti

21 settembre 2010

Care maestre e cari maestri,

mi è capitato spesso, in questo periodo, di ricevere lettere o telefonate da qualcuno di voi. La domanda che mi viene rivolta con maggiore insistenza è: “Come facciamo a insegnare, in tempi come questi?”. I sottintesi alla domanda sono molti: il ritorno del “maestro unico”; classi sempre più affollate; bambini e bambine che provengono da altre culture e lingue e non sanno l’italiano etc.
Anch’io, come voi, soprattutto nei primi anni della mia attività di maestro, mi ponevo interrogativi analoghi. Ho cominciato ad insegnare subito dopo la guerra. Le classi erano molto numerose. Capitava anche di avere bambini e bambine di età diverse.
Forse qualcuno di voi ha la brutta sensazione di lavorare come dopo un conflitto: in mezzo a macerie morali e culturali, a volte causate dal potente di turno – ce n’erano anche quando insegnavo io – che pensa di sistemare tutto con qualche provvedimento d’imperio. I vecchi contadini delle mie parti dicevano sempre che i potenti sono come la pioggia: se puoi, da essa, cerchi riparo; se no, te la prendi e cerchi di non ammalarti e, magari, di fare in modo che si trasformi in refrigerio e nutrimento per i tuoi fiori.
Il mio augurio per il nuovo anno scolastico è questo: non sentitevi mai da sole e da soli! Prima di tutto ci sono i bambini e le bambine, che devono essere nonostante tutto al centro del vostro lavoro e che, vedrete, non finiranno mai di sorprendervi. Poi ci sono altre e altri che, come voi, si stanno chiedendo in giro per l’Italia quale sia ancora il senso di questo bellissimo mestiere. Capitò così anche a me, anche a noi. Cercammo colleghe e colleghi che si ponessero le nostre stesse domande e fu così che incontrammo Giuseppe Tamagnini, Giovanna Legatti, Bruno Ciari e altre e altri con i quali costruimmo il Movimento di Cooperazione Educativa. Poi ci sono anche i genitori e le zie e i nonni dei vostri alunni e delle vostre alunne, che possono darvi una mano, se saprete, anche insieme a loro, rendere la scuola un luogo accogliente e bello, in cui ciascuno abbia il piacere e la felicità di entrare e restare assieme ad altri.
Non dimenticate che davanti al maestro e alla maestra passa sempre il futuro. Non solo quello della scuola, ma quello di un intero Paese: che ha alla sua base un testo fondamentale e ricchissimo, la Costituzione, che può essere il vostro primo strumento di lavoro.
Siate orgogliosi dell’importanza del vostro mestiere e pretendete che esso venga riconosciuto per quel moltissimo che vale.

Un abbraccio grande.

mercoledì 4 dicembre 2013

Verba volant (23): merda...

Merda, sost. f.

Probabilmente alcuni di voi pensano che questa parola non abbia bisogno di una definizione e che non dovrebbe neppure esserci in un dizionario che si rispetti. Ma dato che questo dizionario è ben lungi dall’essere rispettabile, ecco questa mia breve dissertazione scatologica.
Come noto i bambini provano una particolare soddisfazione a dire questa parola.
Penso che anche voi, da bambini, abbiate giocato a merda; francamente non credo appassioni tanto il gioco in sé - io ad esempio non mi ricordo neppure le regole e non saprei più giocarci - ma divertiva (e diverte ancora, immagino) avere la possibilità di ripetere diverse volte la parola in questione. Anzi il gioco diventava una sorta di spazio sospeso in cui era permesso ripetere - anzi si poteva perfino urlare - una parola che altrimenti non si poteva pronunciare e che doveva essere sostituita da insulse perifrasi.
In sostanza, quando noi eravamo bambini, era divertente trasgredire la regola e dire merda, ma eravamo ben consci che una regola c’era; e che questa parola era una di quelle da non dire, insieme a diverse altre.
Non so quanti dei 12.500 bambini che domenica scorsa occupavano la curva dello Juventus stadium abbiano urlato merda al portiere dell’Udinese Zeljko Brkic ogni volta che toccava il pallone. Immagino quasi tutti perché urlare merda è divertente - come sopra ho ampiamente dimostrato - e perché è facile lasciarsi trascinare: se anche uno solo comincia a urlare merda è più che probabile che gli altri 12.499 facciano lo stesso. Succede lo stesso anche agli adulti; nello sport come in politica.
La vicenda è nota: dal momento che la curva bianconera sarebbe rimasta vuota, a causa di discriminazione territoriale nei confronti dei tifosi napoletani, i dirigenti della Juventus hanno pensato bene di aprire lo stadio ai giovanissimi tifosi della squadra. La scelta - dettata dagli esperti del marketing per ridare smalto alla società - si è rivelata incauta: a causa dei “cori” dei bambini il giudice sportivo ha comminato una multa di 5.000 euro alla squadra di Conte.
Premesso che personalmente considero quella multa sacrosanta e forse troppo mite, credo sarebbero da multare, uno per uno, i genitori dei 12.500 bambini. Se domenica hanno urlato merda alla stadio al portiere dell’Udinese è perché hanno sentito il padre urlare la stessa cosa ai giocatori della squadra avversaria ogni volta che guarda una partita in televisione. Anzi forse si sono perfino contenuti, perché probabilmente conoscono già un repertorio di contumelie da far impallidire l’ultras più sfegatato.
Il problema non è che quei bambini si siano sfogati urlando merda per un pomeriggio - probabilmente alla loro età lo avremmo voluto fare anche noi allo stadio - il problema è che probabilmente non si sono resi conti di violare una regola, anche perché nessuno gliel’ha mai data.

domenica 17 novembre 2013

Verba volant (10): affidare...

Affidare, v. tr.

Questo è il primo verbo di cui mi accingo a scrivere la definizione e credo sia un verbo importante, uno di quelli ricchi di significato.
A volte se ne banalizza l'uso e si usa affidare come un sinonimo di assegnare, ad esempio "ti affido un compito". Nel verbo c'è però la radice della parola latina fidus e questo ci fa capire che affidare qualcosa a qualcuno comporta un impegno molto forte per entrambi i soggetti coinvolti: chi affida deve avere una piena fiducia nell’altra persona e colui a cui viene affidato un incarico deve svolgerlo con grande dedizione, deve fare tutto il possibile per far sentire che la fiducia in lui è ben riposta.
Provate a pensare a quante persone affidereste qualcosa a cui tenete moltissimo, la cosa a cui tenete di più. Io ci ho provato e sono molto poche. Ovviamente c’è mia moglie, anche perché il matrimonio – o la scelta di vivere insieme – è anche un reciproco e giornaliero affidarsi. Poi c’è sicuramente il mio amico Gian Pietro, che so capace di fare quello che deve fare con determinazione. C’è qualche amico di Facebook di cui mi fido di più di “amici” in carne e ossa, ma di questo mi occuperò nella definizione di amico. Ecco io faccio un po’ fatica a fidarmi – e ad affidarmi – per cui probabilmente il vostro elenco è un po’ più corposo, ma se ci pensate attentamente credo non sia molto lungo; difficilmente lo è.
Per questo credo sia molto difficile il compito di chi deve, per il proprio ruolo istituzionale, affidare una delle cose più importanti e delicate del mondo, ossia la cura e l’educazione di un bambino, ad un’altra persona, che egli non conosceva prima e che ha imparato a conoscere nel corso di qualche colloquio o in un’udienza.
In poco tempo un giudice deve farsi un’idea di chi si trova davanti, deve capire se può avere fiducia in lui – o in lei – e affidargli la cura di un bambino che, per ragioni diverse e comunque traumatiche, non ha più i genitori che si occupano di lui. Questa capacità non è qualcosa che si impara alla facoltà di giurisprudenza, è una dote, un intuito che si accumula, magari facendo tesoro dei propri errori. Credo ci siano giudici che vanno in pensione senza essere mai riusciti ad avere questa capacità, ma purtroppo siamo umani. E ci sono persone, che non hanno studiato, a cui io affiderei questo compito, perché so che lo farebbero con grande coscienza e senza commettere errori.
Io non so se il giudice che ha deciso di affidare una bambina a due uomini che vivono da tempo insieme e che hanno costituito una famiglia, pur senza il vincolo del matrimonio, ha questa capacità di capire a chi affidare qualcuno. Non so se ha fatto bene o ha fatto male. Spero per la bambina che non si sia sbagliato.
Avrebbe commesso un errore se non avesse preso in considerazione quelle due persone solo perché omosessuali. Avrebbe commesso un errore anche se avesse affidato loro la bambina proprio perché omosessuali, per ribadire un principio che pure per me è sacrosanto, ossia che siamo tutti uguali.
Quel giudice, con la sua sentenza, non doveva cambiare la legge o la morale di questo paese, doveva semplicemente – anche se questo semplice non è mai – decidere se poter affidare quella bambina a quelle due persone.
E’ compito nostro cambiare le leggi, anche quelle morali. E prima o poi ci arriveremo, nonostante quelli che pensano che la famiglia sia formata solo da un uomo e una donna, magari regolarmente sposati, ma questa è un’altra battaglia e un’altra storia.

mercoledì 15 maggio 2013

Considerazioni libere (362): a proposito di un referendum e di scuole materne...

Se vivessi a Bologna, il prossimo 26 maggio voterei convintamente "A".
Per chi è di Bologna, non servono particolari spiegazioni: sapete di cosa si tratta e probabilmente, leggendo più o meno regolarmente queste "considerazioni", non vi stupirete di questa mia scelta. Per chi non è bolognese - ossia la gran maggioranza di voi, cari sparuti lettori - qualche informazione in più è doverosa. Il prossimo 26 maggio, mentre qui a Salsomaggiore voteremo per eleggere sindaco e consiglio comunale, i cittadini di Bologna saranno chiamati ad esprimersi su un referendum consultivo che, partito in sordina e confinato nel dibattito strettamente cittadino, è riuscito a ritagliarsi una qualche rilevanza nazionale. Questo referendum è stato promosso da alcuni partiti della sinistra, da una parte del sindacato e da alcune associazioni cittadine con l'obiettivo di interrompere il finanziamento comunale alle scuole materne paritarie. Per capire meglio la questione, bisogna fare un passo indietro. All'inizio degli anni novanta a Bologna e in molte altre realtà emiliano-romagnole le amministrazioni comunali del centrosinistra decisero di includere alcuni istituti privati nel sistema scolastico pubblico, in questo modo anche queste scuole potevano accedere ai finanziamenti regionali e comunali. In particolare il Comune di Bologna stipulò un accordo con la Fism, ossia la federazione delle scuole materne cattoliche, garantendo la convenzione per cinquanta classi, che in questi anni sono diventate più di settanta. Nel 2000 il sistema scolastico integrato - come si cominciò a chiamare - fu sancito a livello legislativo dal governo di centrosinistra. Oggettivamente questa decisione fu uno degli elementi che sancì, a livello locale prima e poi a quello nazionale, l'alleanza organica tra la sinistra riformista, erede del Pci, e una parte del cattolicesimo democratico italiano, in particolare quello che fino ad allora aveva fatto riferimento alla sinistra Dc. Non a caso questa esperienza si concretizzò a Bologna, la città di Romano Prodi. Quell'intesa, come noto, portò diversi frutti, alcuni buoni, altri marciti ancora prima di essere colti: fuor di metafora, l'Ulivo e il Pd.
I fronti si sono rapidamente definiti. Si è costituito il Comitato art. 33, che ha promosso la raccolta delle firme e sta gestendo in queste settimane la campagna elettorale. A sostenere l'opzione "A", ossia la fine dei finanziamenti, ci sono Sel, Rifondazione, quello che rimane dell'ex-partito di Antonio Di Pietro, la Fiom e la Flc, le chiese protestanti, associazioni varie e molti "sinistri sparsi"; e c'è anche il Movimento Cinque stelle. Nei giorni scorsi Stefano Rodotà ha scritto un breve articolo per sostenere le ragioni del referendum e del voto "A", richiamandosi in maniera inequivocabile ai principi costituzionali; ve ne consiglio naturalmente la lettura. A sostegno dell'opzione "B", ossia per il mantenimento dei finanziamenti, c'è uno schieramento decisamente maggioritario: il Comune ovviamente, l'ex-Pd - che in quella città, nonostante tutto, continua a essere forte - i partiti del centrodestra, la chiesa bolognese - al cui fianco è intervenuto anche il cardinal Bagnasco - i giornali cittadini, i sindacati - la Cisl in particolare è scatenata - Confindustria e le associzioni di categoria, Comunione e liberazione e tutto il mondo dell'associzionismo cattolico. Come è evidente si tratta, a parte la Cgil - che sulla questione cerca di barcamenarsi con scarso successo - del partito delle "larghe intese", ossia del vasto schieramento che sostiene il secondo governo Napolitano-Draghi. Il sindaco Merola stupidamente ha detto che il voto è un referendum sul Pd. E infatti il cattolico Prodi non si è ancora pronunciato; la cosa non stupisce chi sa quanto sia rancoroso e vendicativo l'uomo, che non è certo disposto a dimenticare lo "sgarro" della mancata elezione al Quirinale. La campagna per il "B" è un misto di opportunismo - molti si sono schierati così, perché così dice il partito che garantisce loro "il pane e le rose" - di buone intenzioni - qualche amico è sincero, conosce e ama davvero la scuola bolognese - di spirito di crociata. Al di là di queste note di colore, io avevo maturato la mia posizione già da qualche tempo, ma naturalmente la dichiarazione del sindaco mi ha tolto ogni dubbio: voterei contro l'ex-Pd anche in una riunione di condominio.  
Al di là della mia posizione schiettamente politica anti-Napolitano, anti-Pd, anti-larghe intese, provo a motivare le ragioni della mia scelta, che nascono anche dalla mia personale esperienza politica, per quanto datata. Credo infatti che faccia un cattivo servizio - da ambo le parti - chi antepone le proprie convinzioni politiche e la polemica sull'attualità al merito della questione: al di là della tema costituzionale posto da Rodotà - che è sacrosanto a prescindere - provo a partire dai bambini e dai loro diritti. Io all'inizio degli anni Novanta facevo l'assessore alla pubblica istruzione nel Comune di Granarolo e il tema lì non si poneva, perché non c'erano scuole materne private e soprattutto perché il pubblico riusciva a soddisfare completamente la richiesta delle famiglie: sostanzialmente tutti i bambini in età potevano frequentare la scuola materna pubblica. Anzi nel mio comune di allora il problema era un po' diverso, perché c'erano quattro sezioni di scuola materna comunale e due sezioni di scuola materna statale, a cui se ne aggiunse una terza proprio nell'anno in cui divenni assessore. Da noi la discussione verteva piuttosto sull'opportunità di passare allo stato anche le nostre sezioni di scuola materna, perché era effettivamente pesante per un Comune di quelle dimensioni mantenere un servizio di quel genere. C'erano resistenze sia da parte del personale, che nel passaggio ci avrebbe un po' rimesso, sia soprattutto da parte delle famiglie, perché oggettivamente l'offerta educativa della scuola comunale era migliore di quella della statale, prima di tutto per il valore delle insegnanti, ma anche per una serie di scelte che erano state fatte negli anni. Ricordo che queste strutture erano nate, insieme agli asili nido, all'inizio degli anni Settanta, in una stagione ricca di fermenti politici, culturali e sociali; probabilmente questi servizi, insieme alla legge Basaglia, sono il frutto più solido e positivo di quella stagione di riforme. Per chi ci lavorava, ma anche per noi che facevamo gli amministratori - e in quel momento anche per le famiglie - c'era un elemento imprescindibile: asilo nido e scuola materna erano a tutti gli effetti "scuole" e come tali dovevano essere gestite. Ad esempio il Comune di Granarolo - ma cosa analoga avveniva in altre realtà, più grandi e più piccole - si avvaleva del lavoro di una coordinatrice pedagogica, cosa che non avveniva nella materna statale; successivamente, grazie ad un accordo con la direzione didattica - allora si chiamava così - il Comune, mettendoci proprie risorse, fece in modo che la coordinatrice comunale intervenisse anche nella programmazione della statale e le cose un po' migliorarono, almeno perché così c'era maggior uniformità nell'offerta pedagogica, ma le resistenze erano ancora forti da parte di quel personale.
Al di là della specifica vicenda di Granarolo, la logica che stava dietro al sistema integrato aveva dei punti che allora condividevo. Il pubblico - ossia l'amministrazione statale e i comuni - non riusciva da solo a garantire la creazione di nuove scuole materne, infatti sarebbero servite molte risorse per costruirne di nuove e per assumere nuovo personale; sul territorio esistevano già altre scuole materne, private, legate alle parrocchie, con strutture e personale, più o meno adeguati, in alcuni casi anche di buon livello. C'era poi un altro dato di fatto; per molte famiglie la scelta della scuola materna confessionale non era legata a una scelta educativa e religiosa - personalmente ho conosciuto pochissime famiglie che preferivano scuole confessionali a quelle pubbliche, anche quando il problema non era di natura economica, ossia quando potevano permettersi di pagare rette più alte rispetto a quelle della scuola pubblica - statale e comunale - che era comunque gratuita. Molti sceglievano la scuola paritaria semplicemente perché non c'era posto alla statale. Quindi il problema si spostava sul diritto dei bambini - e delle bambine ovviamente - di aver garantito un servizio il più possibile omogeneo e di qualità. In quella logica il finanziamento pubblico alle scuole private non era un semplice contributo, a "fondo perduto", ma veniva erogato nel momento in cui quella scuola, privata e confessionale, accettava di essere parte di quel sistema, ad esempio da un punto di vista pedagogico, pur mantenendo la propria identità culturale. Un aspetto importante, ad esempio, riguardava l'integrazione dei bambini stranieri, in un momento in cui il nostro territorio passava da un'immigrazione fatta di soli uomini a una composta di famiglie: non era infrequente che il figlio di una famiglia musulmana frequentasse una scuola materna cattolica e bisognava trovare la soluzione, pedagogica e culturale, al problema. In sostanza il sistema delle scuole materne, complessivamente inteso, doveva rafforzarsi e questo sarebbe stato un vantaggio per tutti i bambini. Questo sistema però presupponeva che l'elemento forte, trainante, dovesse essere comunque la scuola pubblica, con i suoi valori costituzionali ed educativi. Purtroppo non è quello che è avvenuto in questi anni e quel processo non è stato governato in questo modo. Anni di martellamento sul concetto che "privato è bene, pubblico è male" non sono passati invano, le scuole pubbliche, specialmente quelle rivolte all'infanzia, hanno goduto di sempre meno attenzione politica e di sempre minori finanziamenti. Gli asili nido e le scuole materne sono considerate sempre meno scuole e sempre più servizi sociali: è proprio l'opposto - come ho cercato di spiegare - dell'impostazione iniziale, per la quale altri hanno lottato e alcuni di noi hanno lavorato.
Mi pare che il ragionamento di chi propone il referendum parta da questo punto: mentre vengono ridotti i fondi alla scuola pubblica, che senso ha continuare a garantire la stessa quota di finanziamento comunale per le scuole private? Non sarebbe meglio destinare tutti i fondi disponibili alla scuola pubblica? E questo deve necessariamente portarsi dietro una riflessione complessiva sul modello di scuola che vogliamo e di cui ha bisogno la nostra società. Io con questo spirito vorrei votare "A" domenica 26, consapevole però che sarebbe soltanto l'inizio di un cammino lungo e complicato. Per come la vedo io, questo referendum, al di là delle polemiche politiche di lunedì 27 su chi avrà vinto e chi avrà perso, e perfino al di là dei destini irrilevanti di Merola e del partito mal nato, dovrebbe servire a porre il tema della scuola all'attenzione del dibattito politico e sociale. Su questo purtroppo sono pessimista.

venerdì 2 settembre 2011

Considerazioni libere (246): a proposito di una scelta difficile e dolorosa...

Immagino avrete letto qualche articolo sulla vicenda delle due gemelli siamesi nate poco più di due mesi fa all'ospedale Sant'Orsola di Bologna. Fortunatamente per le due bambine, e soprattutto per quella famiglia, la loro vicenda non è diventata un caso mediatico e le notizie che le riguardano sono in genere di taglio basso e rimangono nelle pagine interne dei quotidiani. Speriamo continui così anche quando - tra poco tempo ormai - la vicenda avrà un esito tanto drammatico quanto prevedibile, con la morte di una delle due, la più debole, e la sopravvivenza della sola che potrà continuare a usare il loro unico cuore. Pochissimi giorni fa, al compimento dei due mesi, l'ospedale ha diramato un comunicato per dire che le bambine stanno crescendo, sono arrivate a un chilo di peso; "è evidente l'accrescimento corporeo - si legge nel bollettino medico - e, pur con le limitazioni legate alla congiunzione toracica e addominale, si muovono spontaneamente e mostrano qualche attenzione per l'ambiente circostante". Pur nel rispetto dei sentimenti di quella famiglia e anche del lavoro dei medici, credo sia necessario fare qualche riflessione su una vicenda che, pur avendo caratteri di eccezionalità, presenta degli elementi su cui sempre più dovremo confrontarci nel prossimo futuro.
Credo sia onesto partire da un dato di fatto difficilmente controvertibile: le due bambine sono nate vive e sopravvivono, pur in una situazione così difficile e clinicamente critica, solo perché hanno avuto l'opportunità - direi la fortuna, se tale termine non suonasse offensivo - di nascere ora in un paese che dispone di tecnologie e di conoscenze mediche estremamente avanzate. Se questa gravidanza fosse avvenuta in gran parte degli altri paesi del mondo - e temo anche in qualche altra regione del nostro paese - o se fosse avvenuta nello stesso luogo soltanto dieci anni fa, le due bambine non sarebbero mai sopravvissute e anzi un tale parto avrebbe rischiato di mettere a repentaglio anche la vita della loro madre. In qualche modo il comunicato del Sant'Orsola esplicita questo fatto in maniera lampante, pur nella prosa asettica di un bollettino medico: le due neonate "mantengono necessariamente il drenaggio addominale, la ventilazione meccanica, il supporto farmacologico della funzione cardiocircolatoria e nutrizionale artificiale attraverso accessi venosi centrali"; al di là di tutto questo, si conclude che "non si sono presentate ulteriori complessità da trattare". Le bambine stanno bene.
La natura avrebbe già preso una propria decisione, drammatica e crudele quanto la natura sa essere, ma gli uomini hanno adesso la forza per avere il sopravvento sulle leggi della natura. Il dibattito si è spostato su un altro piano: è tutto degli uomini. Non si può invocare la natura, dicendo che farà il suo corso e che sceglierà quale delle due bambine potrà sopravvivere, non possiamo più chiamare in causa la natura, quando gli uomini hanno deliberatamente deciso di forzarne gli esiti. E' altrettanto evidente che gli uomini che hanno deciso di prendersi questo enorme potere, questa responsabilità così terribile, non sanno come usarlo o almeno non sanno come affrontare le conseguenze delle proprie decisioni.
Il Comitato di Bioetica dell'università di Bologna ha espresso il proprio autorevole parere, spiegando che ci sono due opzioni: "la prima è quella in cui le due neonate non versino in condizioni di imminente e grave pericolo di vita: in questo caso, il Comitato ritiene eticamente corretto che i medici non intervengano per procedere ad una separazione, che provocherebbe la morte di una delle due gemelle"; la seconda, nel caso in cui ci sia "imminente e grave pericolo di vita", prevede che i medici possano salvare la bambina più forte, sacrificando la più debole. Anche le gerarchie cattoliche, attraverso l'arcivescovo Fisichella, si sono espresse a favore di questa soluzione; ha detto l'eminente esponente cattolico che "davanti alla reale possibilità della morte per le due neonate, ogni sforzo per salvarne almeno una è da noi considerato come un atto di amore a favore della vita e, come tale, è lecito". Francamente mi sembra una posizione debole e un po' pilatesca. Le due bambine non stanno vivendo da sole, sono letteralmente tenute in vita dai medici che, per usare ancora una volta le loro parole, mantengono "il drenaggio addominale, la ventilazione meccanica, il supporto farmacologico della funzione cardiocircolatoria e nutrizionale artificiale attraverso accessi venosi centrali". Senza questo intervento terapeutico, che potremmo anche definire accanimento, le due bambine sarebbero morte da due mesi e questo dibattito non avrebbe senso.
E cosa succederebbe se quel momento fatidico, il momento in cui i medici registrano un "imminente e grave pericolo di vita" non arrivasse mai o arrivasse dopo che nelle due bambine si sia sviluppata coscienza e consapevolezza della propria situazione? Sicuramente, se la separazione avvenisse oggi, la bambina superstite, la sopravvissuta, non ricorderebbe le poche settimane in cui una parte del suo corpo è stato condiviso con un'altra persona, un'altra lei; ma cosa succederebbe se la separazione avvenisse tra un anno, quale trauma sarebbe per la bambina più forte il ricordo, per quanto tenue, di quella sua sorella più debole, di quella creatura che non ce l'ha fatta? Noi non sappiamo cosa c'è nella testa di quelle due bambine, i medici dicono che stanno mostrando "qualche attenzione per l'ambiente circostante", ma per ciascuna di loro due l'ambiente circostante è prima di tutto quell'altra, quella strana bambina che esce dal proprio petto. Forse per le due bambine nate a Bologna la crisi arriverà presto e costringerà i medici a intervenire, ma cosa succederà tra dieci anni, quando i progressi della medicina avranno fatto ulteriori passi in avanti? Forse l'ipotesi che quella strana creatura a due teste possa sopravvivere, possa raggiungere l'età dello sviluppo, possa arrivare ad avere consapevolezza di sé non è così peregrina. E allora cosa succederà? Cosa succederà quando avremo tanta forza per impedire la morte, ma non abbastanza per garantire un normale livello di vita?
Come ho detto all'inizio, ho rispetto per i genitori delle due bambine, penso che il loro travaglio in queste settimane e nelle settimane che hanno immediatamente preceduto il parto, dopo che è stata diagnosticata la malattia delle due bambine, sia al di là di ogni comprensione. Con grande franchezza però devo dire che la loro scelta di mettere comunque al mondo le due bambine sia stato un atto di egoismo. Le loro legittime convinzioni etiche e religiose hanno avuto la meglio sulla pietà verso le loro figlie. Queste due persone hanno già dei figli: immagino che anche su questi bambini - di cui non conosco l'età - per quanto sia sviluppata la consapevolezza di quello che sta succedendo, questa vicenda lascerà dei segni, se non altro per il fatto che in queste settimane tutte le energie, fisiche e psicologiche, dei loro genitori sono rivolte a quell'incubatrice dell'ospedale di Bologna. La scelta di non abortire mi pare una sopraffazione anche verso di loro, un modo per salvarsi l'anima, per poter continuare a proclamare i propri principi, senza pensare a nessun'altra conseguenza. Capisco bene quanto possa essere doloroso, specialmente per una madre, decidere di abortire, ma che dolore subirà adesso quella donna, quando una bambina che lei ha visto e accarezzato, una bambina che forse ha imparato a riconoscerla come la propria madre morirà?
Come vedete è una vicenda che ci pone molte domande, a cui è difficile, quasi impossibile trovare una risposta univoca, eppure non possiamo più far finta di niente. E' qualcosa che ci coinvolge, che ci coinvolgerà. E' la nostra storia di donne e di uomini.

martedì 11 gennaio 2011

Considerazioni libere (196): a proposito di un bambino morto troppo presto...

Il fatto, purtroppo, è noto: Devid, un bambino di venti giorni, è morto di broncopolmonite qualche giorno dopo Capodanno in piazza Maggiore, a Bologna: viveva per strada, insieme ai genitori, al gemello e alla sorella di un anno e mezzo.
La notizia è stata per me, come per molti di voi, un pugno nello stomaco: è stato difficile non commuoversi, come è impossibile, ancora adesso, non incazzarsi, ma è un dovere non cadere nella retorica e nelle frasi fatte. Bisogna provare a capire cosa è successo. Io non lo so, provo a fare delle domande, cercando anche qualche risposta. Il fatto è successo da poco, le notizie sono frammentarie e un po' confuse, e frammentarie sono, giocoforza, queste mie riflessioni.
Primo. E' molto difficile, quasi impossibile, aiutare chi non vuole essere aiutato o chi ne ha paura. La madre di Devid è una giovane donna fragile, che ha vissuto molto, che ha sofferto molto e che probabilmente non è molto consapevole di quello che ha fatto e che fa. Forse non è neppure stata aiutata nel modo giusto. In precedenza, in due momenti diversi, i servizi sociali hanno deciso che non sarebbe stata una buona madre e le hanno tolto due figli, dati poi in affidamento. In seguito a queste esperienze, viveva nella paura che quell'episodio si ripetesse anche con gli altri tre figli. Siamo sicuri che non sarebbe stata una buona madre? Essere poveri non significa per forza essere cattivi genitori, significa soltanto non avere i mezzi sufficienti per far crescere adeguatamente un bambino. E' molto più semplice togliere il figlio a una madre povera piuttosto che fare in modo che quella madre e quel bambino non siano più poveri, magari cercando di insegnarle come essere una madre migliore. Devid è morto anche per questa sorta di determinismo sociale, per cui un povero non può essere un buon genitore.
Secondo. Da quello che emerge in questi giorni i tre bambini e i loro genitori sono stati l'oggetto di alcune mail scritte nel mese di dicembre. Il 13 dello scorso mese, subito dopo il parto, è partita una mail - informale, secondo i medici - dall'ospedale Sant'Orsola indirizzata ai servizi sociali del Quartiere Santo Stefano per sapere se la famiglia era conosciuta; il giorno dopo è arrivata - si suppone in modo altrettanto informale - la risposta affermativa, ma poi le comunicazioni si sono interrotte. Il 30 dicembre gli operatori della biblioteca in cui la famiglia passava le giornate hanno scritto una mail ai servizi sociali del Quartiere Saragozza per segnalare la cosa; la mail è stata girata agli uffici del Quartiere Santo Stefano e nuovamente le comunicazioni si sono interrotte. Probabilmente nessuno è penalmente responsabile, tutti hanno fatto quello che è previsto dalle proprie funzioni, eppure Devid è morto. Le giustificazioni sono molte: il Comune di Bologna è commissariato, i servizi sono decentrati, le risorse sono insufficienti, il personale è poco e comunque ha diritto a fare le ferie, i documenti erano in regola. Probabilmente nessuno di chi ha scritto e letto queste mail ha parlato con la madre di Devid. Un medico che non si fosse limitato a far nascere il bambino, ma avesse parlato con la madre, avrebbe forse preso un'altra decisione e comunque non si sarebbe accontentato di dimettere madre e figli dopo pochi giorni. Ma ormai i protocolli degli ospedali prevedono degenze il più brevi possibile e ritmi di lavoro sempre più intensi.
Terzo. La famiglia di Devid è conosciuta dai servizi sociali del Comune, dalla Caritas, dall'Antoniano, dall'associazione Piazza grande, ma nessuno ha avuto le risorse e le capacità per intervenire. Da alcuni anni, quelli che capiscono ci spiegano che il modo migliore per gestire i servizi è la sinergia tra pubblico e privato, la sussidiarietà variamente interpretata; nessuno di loro però ci ha detto che la somma delle debolezze non fa una forza e qui il caso è del tutto evidente: la somma di tante debolezze non è stata in grado di salvare la vita a Devid.
Quarto. Di chi è la colpa? Naturalmente nessuno dice di essere direttamente responsabile, al massimo fa intuire che qualcun altro potrebbe avere qualche colpa. La incomprensibilmente lodata Commissaria dice che non ha responsabilità e che anzi ha sempre detto che questo modello di gestione dei servizi non funziona; i servizi dicono di non avere colpa, perché dal 30 dicembre , ultimo giorno in cui la famiglia è stata segnalata al 4 gennaio, giorno in cui Devid è morto, "è un lasso di tempo minimo, fra l'altro sono giorni di festa"; i medici dicono che hanno fatto il loro dovere e che anzi, quando è uscito dall'ospedale, stava proprio bene; le associazioni dicono che hanno fatto il possibile e chiedono più risorse, in nome della sussidiarietà; e così via. La colpa si sta spostando sempre più sui genitori, che certamente hanno delle responsabilità, ma sono anch'esse vittime - specialmente la madre - di questa situazione. Io un'idea di chi è la colpa ce l'avrei, ma non vale perché, essendo il solito comunista, penso che sia responsabilità della società, che non tutela né l'infanzia né la maternità, non fa in modo di eliminare la povertà e le diseguaglianze, si dimentica dei tanti Devid che vivono nelle nostre città.

giovedì 9 dicembre 2010

Considerazioni libere (187): a proposito di due giovani italiane...

Degli adolescenti si parla pochissimo in questo paese, come se non esistessero, come se non avessero diritti. Non ci preoccupiamo, a parte le loro famiglie - e non tutte purtroppo - e i più consapevoli dei loro educatori di come stanno crescendo in questa società "vuota", come la racconta il Rapporto del Censis e come la vediamo ogni giorno, se solo abbiamo il coraggio e la voglia di alzare lo sguardo dai nostri piccoli interessi di tutti i giorni.
Degli adolescenti non ci occupiamo, a meno che non diventino protagonisti di fatti di cronaca nera. Di Sarah Scazzi ci sembra ormai di conoscere tutto, non solo il suo bel viso di quindicenne; conosciamo i suoi segreti più intimi, i suoi sogni, la sua voglia di andare via da Avetrana, il suo desiderio di sentirsi più grande, il suo bisogno di un rapporto affettivo che non trovava nella famiglia. I giornali e soprattutto le reti televisive hanno scavato oltre il lecito nella vita di questa ragazza, uccisa dalla follia, più o meno lucida, di un suo familiare. Di Yara Gambirasio - che nauralmente si spera possa tornare dalla sua famiglia, dimenticando, per quanto possibile, questa terribile storia - sappiamo meno, per la riservetezza della sua famiglia e della sua comunità; ci sono diventati ormai consueti il sorriso con l'apparecchio e lo sguardo intenso dopo un'esercizio, conosciamo la sua normalità, e pare che questo non sia sufficiente agli sciacalli che hanno bisogno di un nuovo caso da prima pagina. Giorni fa ho notato lo stupore di un cronista che faceva notare che nei tabulati telefonici di Yara c'erano soltanto una decina di numeri telefonici ricorrenti, quelli dei genitori, dell'allenatrice, delle compagne di scuola e di palestra. Spero sinceramente che analizzando i tabulati telefonici di molte tredicenni si possa fare un'analoga scoperta.
C'è una prima considerazione che nasce intorno a queste due storie. Di fronte alla morbosità dei media la famiglia di Sarah e la comunità di Avetrana non hanno saputo opporre alcuna difesa. Sarah era scomparsa da pochissimo tempo quando già i vari protagonisti della vicenda erano stati intervistati da questa o quella rete televisiva e le giornaliste appostate davanti alla casa di Sarah si mandavano messaggini con le cugine. Ho visto brani di un'intervista - naturalmente "esclusiva" - alla madre di Sarah condotta insieme dagli inviati del Tg1 e del Tg5, in cui questi due impuniti si rivolgevano alla signora dandole del tu. Durante i collegamenti non sono mai mancati quelli che facevano capolino nello sfondo, fino ad arrivare ai "viaggi tutto compreso": villetta degli Scazzi, villetta dei Misseri, pozzo del ritrovamento. Ad Avetrana abbiamo assistito - e assistiamo ancora purtroppo - al peggio che può offrire di sé una famiglia e una comunità, compreso il monumento funebre alla memoria di Sarah offerto dal Comune.
Della famiglia Gambirasio non ci sono interviste, non ci sono foto, se non quelle strettamente necessarie di Yara, e le immagini dei genitori che entrano ed escono dalla stazione dei carabinieri. Dietro agli inviati non appare mai nessuno, ma sappiamo che da giorni, nonostante le difficile condizioni meteorologiche, gruppi di volontari di Brembate perlustrano le campagne per trovare un qualche indizio che porti a Yara. Non ci sono state fiaccolate, ma soltanto una veglia di preghiera, a il parroco ha vietato l'accesso ai giornalisti. Naturalmente Brembate non è il paradiso: Yara è scomparsa probabilmente rapita da una persona che conosceva e di cui si fidava; quando i carabinieri hanno arrestato per errore un giovane marocchino, sono comparsi cartelli razzisti, che invocavano una vendetta sommaria. Va dato atto al sindaco leghista e alla maggioranza di quella comunità di aver saputo condannare queste pulsioni, rientrate prima che si sapesse definitivamente che si era trattato di un tragico errore.
Esiste un'Italia solidale, che non si fa irretire dalle sirene delle telecamere e la dignità della famiglia Gambirasio dovrebbe essere di insegnamento per tanti.
Naturalmente rimane il dramma di Sarah, uccisa dalla sua famiglia. Non è inutile ricordare che la grande maggioranza dei delitti e delle violenze contro le donne avviene dentro le mura di case e per responsabilità di uomini che loro conoscevano bene: in questo la vicenda di Sarah è purtroppo di una tragica normalità, anche se è più semplice trovare il "mostro" fuori, magari tra gli "altri" oppure in Facebook, da subito considerato il colpevole della vicenda. Speriamo che la storia di Yara non diventi l'ennesimo dramma di questo tipo e francamente a questo punto non è determinante se il "mostro" sia di fuori o uno di Brembate, la cosa importante è che la ragazza possa essere salva. In ogni caso è importante che la punizione, per chi ha ucciso Sarah, per chi ha rapito Yara, per chi uccide ogni giorno donne, più o meno giovani, sia durissima. Come ha ricordato ieri Claudio Magris, "troppo spesso si dimentica che Dio è anche collera".
Poi sarebbe necessario che tutti noi cominciassimo a occuparci di più degli adolescenti e delle adolescenti, anche al di là della cronaca nera.

mercoledì 24 novembre 2010

Considerazioni libere (181): a proposito di prigionieri adolescenti...

Come ho già avuto occasione di scrivere in un'altra "considerazione", io credo che la Turchia dovrebbe far parte dell'Unione europea. Il primo filosofo della tradizione occidentale e il primo storico sono due greci, Talete ed Ecateo, nati a Mileto, le cui rovine sono a 5 chilometri a nord della città turca di Akköy. Uno degli uomini più importanti per la cultura europea è un ebreo, cittadino romano, nato nell'attuale città turca di Tarsus, nella provincia di Mersin. La nostra letteratura ha come mito fondante la guerra per una città le cui rovine si trovano sulla costa turca. Le nostre radici più profonde sono in quella terra.
C'è anche un altro motivo che - credo - dovrebbe spingerci ad auspicare l'ingresso della Turchia nell'Unione, un motivo tutto rivolto al futuro. La Turchia è un paese di prevalente religione islamica e l'Europa deve imparare a riconoscere quella religione tra i propri elementi fondanti, perché molti cittadini europei sono musulmani.
L'ingresso della Turchia in Europa pone naturalmente anche dei problemi, ma rimane un'opportunità, soprattutto per quel popolo, ma anche per noi. Devono cambiare molte cose in Turchia prima che quel paese possa entrare, a pieno titolo, nelle istituzioni europee, deve crescere una cultura dei diritti, che adesso non è sempre evidente.
In questa "considerazione" voglio citare ampi brani di un testo curato da Osservatorio Iraq, un sito di informazione collegato all'associazione Un ponte per... dedicato al problema dei detenuti-bambini in Turchia. Vi chiedo la pazienza di leggerlo, si commenta da solo.
La decisione da parte del governo di Ankara di estendere anche ai minorenni le misure destinate a fronteggiare il terrorismo arriva nel 2006, all’indomani dei duri scontri tra manifestanti e forze di sicurezza scoppiati a Diyarbakir, durante i funerali di 14 membri del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk), uccisi dall’esercito mediante l’utilizzo di armi chimiche.
È in quel momento che il governo apporta una serie di emendamenti alla Legge anti-terrorismo (Tmy) emanata l’anno precedente, che hanno consentito di arrestare, mettere sotto processo e condannare centinaia di minorenni.
Un emendamento all’articolo 9 della legge consente che ragazzini tra i 15 e i 18 anni vengano processati alla stregua degli adulti, non davanti ad appositi Tribunali minorili, ma affidandoli invece ai Tribunali penali speciali, previsti dall’articolo 250 del Codice di procedura penale turco, che regola i crimini legati al terrorismo e alla criminalità organizzata.
Un altro emendamento all’articolo 13 ha escluso per i minorenni la possibilità di posporre le sentenze o di commutare le condanne detentive in altre forme di pena.
Nello stesso anno risale poi una decisiva sentenza della Corte di cassazione che, violando gli standard internazionali, ha ritenuto che la partecipazione a manifestazioni di protesta possa essere ritenuta una prova legale per stabilire la "adesione a un’organizzazione".
La conseguenza è stata che centinaia di minorenni sono stati processati come membri del Pkk solo per aver preso parte a manifestazioni di protesta contro il governo o lo stato turco.

A essere vittima della legge sono stati per la maggior parte minorenni arrestati nel corso di manifestazioni non autorizzate, accusati di avere intonato slogan a favore del Pkk, di avere esposto bandiere della stessa organizzazione o di avere lanciato pietre contro le forze dell’ordine, e processati e condannati alla stregua di membri armati del Pkk. Nell’ambito di questi arresti una parte consistente è costituita da minorenni, per lo più di età compresa tra i 15 e i 17 anni, ma talvolta di non più di 12 anni. Le condanne vanno dai 4/5 anni di media, fino a estremi di 7 anni e mezzo comminati nel 2010, poco prima che la legge venisse emendata.
A finire nel mirino della legge sono soprattutto ragazzi kurdi. Secondo le stime dell’ong turca Justice for children initiative, dei circa tremila minorenni che si trovano abitualmente nelle carceri turche "quasi tutti sono kurdi".

I dati ufficiali (presenti solo fino al 2008) mettono in evidenza un incremento costante dei fermi e delle condanne comminate in applicazione della Tmy. Nel 2006, grazie agli emendamenti apportati alla legge anti-terrorismo, sono stati avviati procedimenti legali contro 299 minorenni; nel 2007 si è arrivati a 438 procedimenti, che sono diventati 571 nel 2008.
Di questi ultimi, 306 sono stati accusati di "adesione a un’organizzazione terroristica", punita sia dall’articolo 314/2 del Codice penale turco che dalla Legge anti-terrorismo del 2006, mentre i restanti 265 sono stati presumibilmente processati per "propaganda a favore di un’organizzazione terroristica", previsto dall’articolo 7/2 della Tmy.
In totale - stando ai dati del ministero di Giustizia di Ankara, aggiornati alla fine del 2007 - nelle carceri turche si trovavano 2.622 minori; almeno 1.440 di loro non erano sistemati in strutture apposite, ma nelle prigioni ordinarie, ricevendo lo stesso trattamento degli adulti. Dal 2008 in poi non sono disponibili dati ufficiali sul numero di minorenni processati e condannati in base alla legge antiterrorismo. Tuttavia, nel 2008 l’Unicef parlava di circa 2.500 bambini tenuti in stato di detenzione in Turchia e in attesa di processo. Esistono poi le stime compiute da diverse organizzazioni non governative per i diritti umani e le libertà civili.
Nel luglio 2009, alcuni esperti legali affermavano che più di mille ragazzini erano stati posti sotto custodia negli ultimi due anni con accuse legate al terrorismo. Solo poche settimane dopo, e stando ai dati della Justice for children iniziative, circa trecento ragazzi tra i 12 e i 18 anni erano detenuti nelle prigioni turche.
In sintesi, e considerando solo gli ultimi due anni, Human rights watch parla di "molte centinaia di casi" di minorenni detenuti in virtù della Tmy, perché condannati o in quanto in attesa di processo. La stessa ong con sede a New York cita poi le testimonianze di avvocati turchi impegnati nella questione secondo cui il numero è cresciuto in maniera esponenziale negli ultimi due anni, fino agli emendamenti compiuti dal governo di Ankara nel luglio di questo anno.
Gli unici dati ufficiali per il periodo 2008-2010 possono essere estrapolati da una dichiarazione rilasciata nell’aprile 2010 dal direttore generale delle prigioni turche, che parlava di 276 bambini incarcerati per accuse legate al "terrorismo", pari al 10% del totale dei minorenni detenuti nelle carceri turche, ossia 25.597. Un dato questo confermato nella sostanza dal ministro di Giustizia Sadullah Ergin, che nel giugno 2010 - poche settimane prima che la legge fosse emendata - parlava di 206 minorenni incarcerati grazie alla Tmy e di un numero totale di 2.506 detenuti-bambini.

Ad attirare l’attenzione delle organizzazioni per i diritti umani sono state anche le procedure processuali adottate per condannare i minorenni accusati di attività legate al "terrorismo". Prima del 2006, i bambini accusati secondo la legge anti-terrorismo venivano giudicati comunque dai Tribunale minorili, dove c'erano procuratori preparati e dotati di capacità e conoscenze appropriate per giudicare dei bambini. In seguito, sono stati giudicati come "terroristi ordinari" davanti alle Corti penali speciali. Secondo Callers of justice for children, i minorenni sono processati con le stesse procedure previste per gli adulti e condannati al termine di processi farsa tenuti davanti ai Corti penali speciali.
Le prove addotte in sede di processo sono spesso del tutto insufficienti. Come rileva un rapporto del 2009 dell'Associazione per i diritti umani, per condannare un minorenne a diversi anni di carcere è sufficiente che questo abbia semplicemente partecipato a manifestazioni di protesta, magari con il volto coperto, che abbia intonato slogan in lingua kurda o lanciato pietre contro le forze di sicurezza. Nel rapporto 2010 sulla Turchia, Amnesty International cita anche i frequenti casi di "confessioni" estorte sotto tortura, o rilasciate comunque in assenza di avvocati o assistenti sociali. Il tutto in totale contraddizione con le leggi internazionali riconosciute dalla Turchia, come l’articolo 14.4 della Convenzione internazionale per i diritti civili e politici, che stabilisce che "la procedure applicabili ai minorenni devono tenere conto della loro età e, auspicabilmente, promuovere la loro riabilitazione".
Il sistema giudiziario minorile della Turchia è finito anche nel rapporto 2009 dell’Unione europea sui progressi dei paesi candidati all’adesione. Nel documento Bruxelles si dice "preoccupata per l'assenza di tribunali riservati ai minori e per gli abusi commessi in virtù della legislazione anti-terrorismo”.

Tutte le ong che si sono interessate dei minorenni detenuti nelle carceri turche parlano di condizioni di vita estreme, dettate anche dal fatto che in Turchia non ci sono strutture carcerarie fatte apposta per i bambini, e che i minori stanno con gli adulti nelle stesse prigioni degli adulti.
Una ricerca condotta dall'Associazione dei medici turchi sui minorenni detenuti in base alla Tmy nella famigerata prigione E-Type di Diyarbakır parlava di celle con soli tre metri quadrati di spazio per persona, di violenze, malnutrizione e assenza di assistenza medica.
Nel maggio 2009, una delegazione di medici e operatori per i diritti umani ha avuto modo di visitare lo stesso carcere, rilevando casi di violenze fisiche e psicologiche, maltrattamenti e discriminazioni (i bambini detenuti "politici" ricevevano meno acqua calda degli altri o venivano esclusi dalle lezioni di computer cui potevano accedere i detenuti ordinari).
Un rapporto sullo stesso carcere, redatto poche settimane dopo dall’Associazione degli avvocati di Diyarbakir, rilevava tra l’altro che nel cibo dato ai ragazzi erano stati trovati chiodi, aghi e insetti; che venivano garantiti solo dieci minuti di acqua calda al giorno e che i ragazzi dovevano lavarsi i vestiti a mano, e le loro celle erano piene di insetti e topi. Ad Adana sono state riscontrate anche prove di torture usate contro i bambini.
Frequenti sono state in questi anni le denunce per i traumi subiti dai bambini in carcere. Secondo la citata ricerca dell'Associazione dei medici turchi, il 65-75 % dei bambini detenuti sconta gravi problemi psicologici.

L’incremento costante di processi e condanne di minorenni che ha fatto seguito all’emendamento della Tmy ha suscitato una forte mobilitazione della società civile turca, oltre che di quella internazionale.
In particolar modo va segnalata la campagna di raccolta firme dell'associazione Çocuk için Adalet Çağırıcıları, lanciata nel 2009 e volta proprio a ottenere una revisione della contestata legge.
Sempre nel 2009, la Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite ha espresso preoccupazione per gli emendamenti del 2006, che "consentono di processare bambini di meno di 15 anni come adulti nei Tribunali penali speciali" e anche per la sua applicazione che di fatto punisce "la presenza o la partecipazione a dimostrazioni e incontri pubblici".
Sotto l’enorme pressione interna e internazionale, nel settembre del 2009 il governo dell’Akp annunciò un progetto di legge che fu però accantonato a fine anno e ripreso solo nella primavera successiva.

La riforma della Tmy - proposta dal governo dell’Akp e sostenuta dai kurdi del Partito della pace e della democrazia (Bdp) e dai kemalisti del Partito repubblicano del popolo (Chp) - è stata approvata dalla Grande assemblea turca il 22 luglio del 2010. Le più importanti novità introdotte dalla nuova legge sono le seguenti: tutti i minorenni dovranno essere processati davanti ai Tribunali minorili, o davanti ai tribunali ordinari nelle funzioni di Tribunali minorili; i minorenni autori di resistenza a pubblici ufficiali nel corso di manifestazioni non potranno essere incriminati per "crimini a favore di un’organizzazione terroristica", né per "adesione a un’organizzazione terroristica"; la pena massima per i minorenni fermati durante una manifestazione e trovati in possesso di armi di qualunque tipo o di materiale propagandistico legato a un’organizzazione illegale viene ridotta da cinque a tre anni, e quella minima da due anni a sei mesi; i minorenni incriminati in base alla Tmy potranno beneficiare del diritto di posporre le sentenze e di altre agevolazioni dedicate ai minori di 18 anni. Infine, la nuova legge stabilisce che i minorenni processati e condannati prima del luglio 2010 dovranno essere rilasciati, in attesa di essere processati nuovamente sulla base delle nuove norme.
A votare contro fu il Partito di azione nazionale (Mhp). Il vice-capogruppo del partito di estrema destra Oktay Vural affermò che gli emendamenti proposti equivalevano di fatto a una "amnistia".

Pur esprimendo apprezzamento per le modifiche apportate dalla nuova legge, le diverse ong che seguono la questione dei minorenni detenuti nelle carceri turche continuano a esprimere preoccupazione. Secondo Human right watch, le questioni critiche tuttora irrisolte sono principalmente due.
Innanzitutto, gli emendamenti introdotti nel luglio 2010 non pongono fine alla possibilità di arrestare dei minorenni nel corso delle manifestazioni e di porli in stato di detenzione in attesa del processo. A causa delle lentezze del sistema giudiziario, i periodi di custodia cautelare in Turchia possono estendersi per diversi mesi e arrivare fino a un anno. Secondo la stessa ong, nel corso del 2009 i periodi di detenzione pre-processuale a Diyarbakır e Adana sono durati in media 5 mesi, ma in diversi casi hanno superato l’anno di durata. A farne le spese sono stati anche bambini di 13 o 14 anni, che nel periodo considerato sono rimasti lontani dalle proprie famiglie e dagli amici e impossibilitati dal proseguire gli studi. Ma grave, secondo Hrw, è anche l’assenza di strumenti giudiziari in grado di porre fine alla violenze e ai maltrattamenti che avvengono abitualmente nelle carceri turche a carico dei minorenni. Sulla stessa linea si pone Amnesty International, che - in un rapporto pubblicato all’indomani dell’approvazione degli emendamenti alla Tmy - invita le autorità di Ankara "a garantire il diritto alle proteste pacifiche" e ricorda che "la detenzione per i bambini dovrebbero essere utilizzata solo come ultima risorsa e all’interno di strutture appositamente dedicate loro".
Altri osservatori, come l’avvocato Filiz Kerestecioğlu, pongono l’attenzione sulla mancata riforma del Codice penale, che, di fatto, impedirebbe la liberazione di tanti detenuti-bambini. Sono numerosi infatti i casi di minorenni condannati non in virtù delle leggi anti-terrorismo, ma in base agli articoli 220/6 e 314 del Codice e dunque esclusi dai vantaggi della riforma del luglio 2010.

A due mesi dalla riforma della Tmy, i minorenni incriminati in base alle vecchie norme e rimessi in libertà ammontavano a circa un centinaio di unità. A limitare la scarcerazioni, oltre alle leggi del Codice rimaste in vigore, è anche la discrezionalità che abitualmente viene lasciata alla magistratura e la lentezza del sistema giudiziario turco. Secondo l’avvocato Sinan Zincir, "le corti tendono a non decidere, accampando una mancanza di giurisdizione in merito, e a delegare la questione ai Tribunali minorili". In mancanza di dati ufficiali si può fare riferimento alle stime della citata Associazione per i diritti umani, secondo cui a settembre erano 24 i bambini detenuti a Mardin, 12 a Bitlis, 2 ad Adıyaman, 12 a Malatya e 40 tra le prigioni di Maltepe e Bakırköy, a Istanbul.

sabato 20 novembre 2010

"Libano sud" di Michel Cassir


agonia delle parole
prima diseredate e poi frantumate
come noccioli di olive
in una macina scura
di tre spessori di omicidio
i cadaveri di bambini
non hanno né lacrime né profumi
per la loro lunga erranza
attraverso il fumo
e i fuochi d’artificio
dell’armata cibernetica
sapiente e cieca
l’amore non ha il tempo
di liberare il suo lamento
un villaggio si richiude
sull’epurazione di una città
i sopravvissuti sono fantasmi
che sfiorano la guancia
dei giovani soldati mercenari
senza saperlo
di un lontano impero
che non si dichiara mai
tanto è preoccupato
di presenza anonima
che rode ogni sussulto
di sogno o di respiro
la trappola è inaudita
ogni resistenza fuori legge
e il grande cenacolo
dell’intelligenza universale
soppesa la compassione
delle parole vuote
come una fonte
pompata fino al sangue
in cui soffoca il grido
senza parole
nell’estate duemila e sei
oltre le stazioni balneari
i musei e i siti archeologici
rigurgitanti di entusiasmo
lo spirito sembra colpire le folle
Cana Tyr Baalbek Saïda Beyrouth
sotto un velo di pudore
silenzio si sgozza la storia
e questo crea meno agitazione
di uno sceneggiato del lunedì sera

giovedì 7 ottobre 2010

Considerazioni libere (170): a proposito di diritto allo studio...

Oggi voglio raccontare una vicenda - sperando di non abusare della pazienza dei miei sparuti lettori - successa poco meno di vent'anni fa in un piccolo comune vicino a Bologna.
I protagonisti di questa storia sono due bambini, di nome M. e A., un maschio e una femmina, praticamente coetanei - tra i due c'è un solo anno di differenza - che i medici hanno diagnosticato, sin dalla nascita, come portatori di handicap gravissimo; uno dei due, se fosse nato solo qualche anno prima, senza i continui progressi registrati ogni giorno dalla medicina, sarebbe sopravvissuto probabilmente soltanto per due o tre anni. Per fortuna M. e A. sono nati in famiglie che hanno avuto la capacità di accoglierli con grande amore e si sono molto impegnate per assicurare loro il massimo dell'assistenza possibile, un compito non semplice, che solo l'amore appunto ha reso - e rende - possibile; e giustamente le famiglie di M.e A. sono le altre protagoniste di questa storia.
Raggiunti i tre anni, M.e A. sono stati iscritti alla scuola materna comunale. Non è stato semplice, ma l'inserimento è stato positivo, grazie al lavoro delle insegnanti, alla competenza della coordinatrice pedagogica e al supporto costante della neuropsichiatra dell'unità sanitaria. Naturalmente ci sono stati dei costi: sono stati necessari alcuni adeguamenti nella struttura, si sono dovuti finanziare dei momenti specifici di formazione sia per le insegnanti sia per il personale ausiliario, è stato ridotto il numero complessivo delle bambine e dei bambini ammessi alla scuola; l'Amministrazione comunale ha deciso di sopportare queste spese, tagliando in qualche altro settore, per garantire ai due bambini un primo inserimento nel mondo della scuola e per aiutare in maniera concreta quelle due famiglie. Una parte delle attività della scuola è stata indirizzata a spiegare agli altri la diversità di M.e A. e anche questo aspetto, grazie alla sensibilità delle famiglie, è stato positivo.
Quasi nello stesso tempo è stata coinvolta la Direzione didattica - c'era allora una direttrice molto attiva - per capire come garantire l'inserimento dei due bambini nella scuola elementare. Un intelligente funzionario del Provveditorato - allora si chiamava così quello che ora si chiama Csa - ha proposto l'istituzione di una "unità educativa sperimentale", una u.e.s., ovvero la creazione di una classe "speciale" per M.e A. all'interno della scuola elementare. In un primo momento la proposta ha suscitato una qualche perplessità: istituire una classe "speciale" sembrava un passo indietro rispetto a una scelta, ormai consolidata nella scuola, di favorire al massimo l'integrazione nelle classi dei bambini portatori di handicap. Il funzionario spiegò che in quel caso l'integrazione avrebbe avuto risultati molto scarsi, per la gravità delle patologie di M.e A.; per loro da un certo punto di vista sarebbe stato meglio continuare la scuola materna, anche se era impossibile. Spiegò poi che attraverso la u.e.s. sarebbe stato possibile da un lato seguire in maniera adeguata M.e A. e dall'altro lato organizzare attività e laboratori per coinvolgere, insieme a loro due, tutti gli alunni della scuola, e non solo i loro coetanei di classe.
Questa scelta implicava uno sforzo notevole per tutte le istituzioni coinvolte; per garantire l'attuazione del progetto e il tempo pieno per M.e A. il Provveditorato avrebbe dovuto garantire l'assegnazione di un insegnante a tempo pieno per la u.e.s. e di uno a tempo parziale per i laboratori, l'Usl - ora si chiama Asl - l'assegnazione di un insegnante e il coordinamento del controllo neuropsichiatrico, il Comune l'assegnazione di un terzo insegnante e di una bidella. A carico del Comune ci fu anche la costruzione ex novo di uno spazio, a fianco della scuola elementare e collegata con quella, con tutte le caratteristiche tecniche necessarie. Realizzare tutto questo non è stato semplice, ha richiesto qualche tempo, con la decisione di far slittare di un anno l'ingresso del bambino più grande nella scuola dell'obbligo e di farlo stare un anno in più nella scuola materna comunale.
Tutto questo lavoro ha permesso a M.e A. di completare le scuole dell'obbligo, di non far gravare l'assistenza esclusivamente sulle loro famiglie e infine di insegnare ai tanti bambini che hanno frequentato la scuola elementare in quei cinque anni che, anche se apparentemente non siamo tutti uguali, tutti abbiamo gli stessi diritti e tutti abbiamo grandi ricchezze da donare agli altri. Per M. l'unico modo di comunicare con gli altri era - ed è - attraverso le mani: il suo abbraccio è qualcosa che non può essere dimenticato.
Ho scritto di questa esperienza, che - vi assicuro - è vera, perché ho letto la storia di un ragazzo disabile che, iscritto alla seconda superiore, alcuni giorni fa nessuno ha accompagnato in bagno quando ne aveva bisogno; né la scuola né il Comune - quello di Milano, in questo caso - hanno le risorse per garantire questa assistenza e ora la madre sarà costretta ad andare a scuola con il figlio per impedire il ripetersi di un episodio del genere, che è stato un trauma per quel ragazzo. Le autorità hanno detto che non ci sono le risorse.
Ho raccontato la storia di M.e A. per dire che le risorse, se c'è la volontà, si trovano e soprattutto che le risorse, anche se ingenti, non sono sufficienti, se non ci sono idee, competenze, voglia di sperimentare. Nella storia di M.e A. non ci sono soltanto istituzioni che hanno speso soldi pubblici, ma persone che hanno creduto in un progetto, convinti che la priorità fosse garantire il rispetto dell'art. 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

martedì 28 settembre 2010

Considerazioni libere (167): a proposito di parti e di ticket sanitari...

Partiamo da alcuni numeri. La Sierra Leone è un paese con circa cinque milioni di abitanti; è il primo paese al mondo per mortalità infantile sotto i cinque anni (282 ogni mille nati vivi) e per mortalità materna (2.100 ogni centomila nascite). In tutto il paese, per circa tre milioni di donne, ci sono cinque ginecologi e 95 ostetriche. Negli ultimi tre anni la Sierra Leone ha ricevuto più di 250 milioni di dollari per sostenere la sanità pubblica dall'Unicef, dal governo inglese e dalla Banca mondiale. C'è un evidente sproporzione tra queste risorse e il dramma, che continua, della mortalità infantile e femminile. In particolare bisogna cercare le cause del fatto che tante donne e tanti bambini continuano a morire per le conseguenze del parto.
C'è prima di tutto la mancanza di capacità e di strumenti da parte delle autorità del paese africano per gestire un tale flusso di denaro; questa mancanza è fonte di sprechi, ma soprattutto di di fenomeni di clientelismo e corruzione. Non è un caso che proprio l'ex ministro della sanità di Freetown sia in attesa di giudizio in un processo per corruzione.
Un'altra gravissima causa di queste morti è la scarsa considerazione di cui godono le donne in quella società. La poligamia porta a svalutare il valore della vita della donna; a volte un travaglio ostruito è considerato come il segno dell'infedeltà della moglie; l'infibulazione fa aumentare i rischi per le donne, in particolare al primo parto. Sono tutti aspetti di pregiudizi e di imposizioni culturali che, svilendo il valore della donna, fanno sì che una famiglia decida con riluttanza di impiegare risorse per curare una donna incinta o che ha appena partorito quando stia male. Gli aiuti internazionali dovrebbero essere indirizzati anche a investimenti su questi aspetti, troppo spesso trascurati.
C'è infine un terzo ordine di ragioni, che investe le linee di fondo che stanno dietro agli aiuti dei paesi occidentali, alle scelte ideologiche dei paesi donatori. Anche qui ci sono tre elementi da considerare. Il primo è la scelta di voler favorire sempre e comunque i metodi di parto tradizionali; per fare questo sono state investite ingenti risorse per educare e formare le anziane dei villaggi come levatrici. In molte - troppe occasioni - queste donne non sono state in grado di affrontare le emergenze, perché erano impreparate e comunque diffidenti a chiedere aiuti e consigli a medici e ostetriche, nei casi di parti difficili e con complicazioni. Inoltre le anziane dei villaggi sono loro stesse protagoniste e vittime di quei pregiudizi che minano il valore delle donne.
Il secondo elemento riguarda la riduzione dei finanziamenti per la pianificazione familiare; negli otto anni della presidenza di George W. Bush il governo statunitense, sollecitato da influenti gruppi di pressione della destra religiosa, ha ritirato tutti i fondi destinati allo sviluppo della contraccezione. In Sierra Leone i contraccettivi sono usati da meno del 4% delle donne.
C'è infine la questione dei ticket sanitari. Le autorità internazionali, prima di tutto la Banca mondiale, hanno imposto ai paesi africani di introdurre una serie di tariffe per i servizi sanitari, per partecipare alla copertura delle spese ed evitare gli sprechi e l'uso indiscriminato dei farmaci. La Banca mondiale e i paesi donatori hanno condizionato l'erogazione degli aiuti all'introduzione di questi ticket. In Sierra Leone una visita all'ospedale costa 5.000 leoni, pari a 98 centesimi di euro, una cifra considerevole per una popolazione che al 70% vive con meno di un dollaro al giorno; la prima visita ginecologica costa 25.000 leoni, il guadagno di circa due settimane di lavoro, un "lusso" che le donne di quel paese non si possono permettere e che le loro famiglie a volte non vogliono pagare. Così, paradossalmente nel paese con più alta mortalità infantile del mondo, l'unica clinica ostetrica della capitale Freetown è decisamente sottoutilizzata, perché sono pochissimi quelli che sono in grado di pagare i ticket richiesti. L'introduzione dei ticket in Africa ha di fatto provocato un aumento della mortalità, perché le persone preferiscono rinunciare alle cure ospedaliere; la copertura delle spese sanitarie è soltanto del 5%, ben al di sotto di quello previsto dagli analisti della Banca mondiale. In Africa si sta fortunatamente tornando indietro da questa decisione. In Uganda è stata varata una legge che istituisce il sistema sanitario gratuito: il ricorso agli ospedali è raddoppiato, venendo utilizzato in particolare dalle fasce più povere della popolazione. Altri paesi hanno seguito l'esempio dell'Uganda e da ultimo anche il governo della Sierra Leone ha deciso di abolire i ticket per le donne incinta e i bambini con meno di cinque anni. Vedremo i risultati.
Gli esperti della Banca mondiale però non demordono e chiedono che, al posto dei ticket, vengano introdotte forme di assicurazione medica, una strategia che può funzionare soltanto in paesi in cui il sistema sanitario funziona, e non è questo certo il caso. Ancora una volta si vede come i nostri schemi di intervento possano essere dannosi per i paesi più poveri del mondo. E soprattutto inefficaci.

p.s. devo questa storia al giornalista inglese Alex Renton, autore di un articolo su Prospect, tradotto e pubblicato nel nr. 864 di Internazionale; ve ne consiglio la lettura

giovedì 22 luglio 2010

Considerazioni libere (142): a proposito di madri povere...

Tra le pur scarse notizie di ieri - quest'anno ai giornalisti manca terribilmente il consueto "giallo dell'estate" - non è riuscita a emergere la denuncia dello psicologo e psicoterapeuta Giuseppe Raspadori su quanto avvenuto nelle scorse settimane al tribunale dei minori di Trento.
Questa, in breve, la storia. Una giovane donna, che può contare unicamente sul suo reddito di 500 euro al mese, rimasta incinta, ha deciso di portare comunque avanti la gravidanza, chiedendo un affido condiviso per il bambino che in questa prima fase non sarebbe stata in grado di mantenere. Il tribunale, nonostante la ragazza non abbia problemi di tossicodipendenza né siano emersi altri elementi per giustificare un provvedimento del genere, senza convocarla e senza parlare con lei, ha deciso di avviare un procedimento di adozione, togliendole il bambino alla nascita, con una tempestività inconsueta per i tribunali italiani. Solo dopo un mese la giovane ha potuto incontrare il magistrato - qui si ricominciano a riconoscere i tempi "normali" della giustizia italiana - che ha deciso di avviare una perizia per verificare le sue capacità genitoriali. Rivedrà probabilmente il proprio figlio tra otto mesi: questi mesi, fondamentali per la crescita di un bambino, sono stati rubati a lei e a suo figlio, con un atto di incredibile violenza. I diritti della madre e del bambino sono stati calpestati e naturalmente per quel giudice non ci sarà nessuna conseguenza.
Temo però che la responsabilità di questa vicenda non sia soltanto di un giudice incompetente e forse frettoloso, ma di una società che tollera con sempre più fastidio i poveri. In fondo l'unica "colpa" della madre di Trento è appunto quella di essere povera. I poveri ci sono - e purtroppo aumentano in questi tempi di crisi - eppure di loro non si parla mai. A volte può capitare di parlare dei poverissimi, dei senzatetto, dei barboni - magari per lamentare che la loro presenza è un elemento di degrado delle nostre città - ma praticamente nessuno si occupa mai di quelle persone che non sanno come andare avanti, che dipendono dalle buone azioni delle parrocchie e delle associazioni di volontariato. E ancora meno ci si occupa di quelli che scivolano verso la povertà, di quelli che, per una gran numero di motivi, vedono perdere le certezze delle loro vite.
Non so cosa abbia fatto scattare la decisione di quel giudice, ma probabilmente in tanti avrebbero tratto la conseguenza che una madre povera non può essere una buona madre. Naturalmente non è così, la capacità di una madre - e anche di un padre, ovviamente - si misura con altri metri: certo è importante che abbia le risorse per nutrire suo figlio, ma occorre soprattutto che lo desideri e lo ami. La madre di Trento ha tanto desiderato suo figlio da non prendere una decisione che nessuno le avrebbe rinfacciato, in quelle condizioni. Se non quei soloni che poi, dall'alto delle loro responsabilità, non fanno nulla per attivare veri servizi alle donne e alle famiglie. La madre di Trento ha chiesto aiuto, ma non le è stato risposto, la sua voce non è neppure arrivata. In fondo i poveri non esistono.
La povertà non è una malattia incurabile, da tempo abbiamo scoperto la cura.

lunedì 7 giugno 2010

Considerazioni libere (123): a proposito di Facebook...

Sarà che l'arrivo della stagione calda costringe i giornalisti delle varie rubriche - ormai diventate l'ossatura di ogni quotidiano, di ogni periodico e della televisione - a parlare quasi sempre delle stesse cose, sarà il fatto che Facebook è ormai diventato un fenomeno di massa, visto che tra qualche settimana dovrebbe raggiungere i 500 milioni di utenti attivi nel mondo, sarà che in questi ultimi giorni si è riaperta la questione sulla privacy degli utenti e gli amministratori del social network hanno attivato un sistema più semplice per decidere quali informazioni condividere e quali no, insomma sarà per tutto questo che non passa giorno senza che qualcuno, in televisione o sui giornali, dedichi una sua riflessione, più o meno critica, a Facebook. Molte di queste considerazioni sono piuttosto banali, ma su alcuni temi mi sembra utile approfondire un po'.
Io sono su Facebook dall'ottobre del 2008 e non mi sono stancato. Confesso di essere un utente attivo - anche troppo attivo, a sentire Zaira, che è anche lei su Facebook, ma è decisamente meno "maniaca" di me. Ho quasi 1.300 amici, ho attivato alcuni gruppi seri e qualche gruppo stupido, mi sto adoperando per riunire tutti i Billi che nel mondo si sono iscritti al social network, ho "postato" le mie foto, comprese quelle del matrimonio, faccio i giochi, mi iscrivo alle "cause", esprimo le mie preferenze su questo e quello, in una parola, come tanti, alterno cose serie e futilità. Ho ritrovato qualche vecchia conoscenza, ma soprattutto ne ho fatte di nuove, alcune persone davvero interessanti e che senza Facebook non avrei mai avuto occasione di conoscere. Facebook - insieme a questo blog, che ho iniziato più tardi, nel settembre del 2009, su suggerimento di Zaira - è ormai diventata la mia unica occasione di continuare a fare politica, a dire la mia opinione su diversi argomenti, di partecipare a dibattiti e discussioni. Facebook mi è indispensabile per dare una maggiore vetrina a quello che scrivo sul blog e quindi non posso ormai farne a meno. Questa premessa, per dichiarare da subito che il mio giudizio è quindi di un sostenitore del social network; ma non per questo non vedo quali siano i problemi.
C'è un tema che spesso ritorna tra coloro che criticano Facebook e più in generale la rete: il pericolo che può rappresentare per le bambine e i bambini. La questione è rilevante e non deve essere sottovalutata. Certo i nostri figli sono esposti attraverso la rete a molti potenziali pericoli, ma la rete - e Facebook in particolare - non possono diventare un alibi per nascondere l'incapacità educativa degli adulti. I bambini sono sempre stati in pericoli. In fondo Collodi mette in guardia i bambini - e i loro genitori - dai pericoli del mondo quando descrive Pinocchio irretito da Lucignolo e portato nel Paese dei balocchi; e non c'era certamente la rete. Nel mio paese, tra la fine degli anni settanta e gli ottanta, tanti ragazzi un po' più grandi di me si sono fatti trascinare nel dramma della droga, eppure non c'era la rete, anzi l'ambiente sembrava piuttosto protetto, nella sua chiusura provinciale.
Con questo non voglio dire che Facebook sia sicuro, tutt'altro, ci sono molte persone che, forti dell'anonimato, entrano con le peggiori intenzioni, voglio solo dire che serve attenzione da parte dei genitori e degli adulti, che bisogna essere educatori senza delegare ad altri questo compito. Nella nostra società invece sembra che la formazione sia una questione ininfluente, non ci sono investimenti nelle agenzie educative, i genitori sono spesso lasciati soli con compiti a cui non sono stati preparati, i mezzi di comunicazione lanciano messaggi e valori - o meglio disvalori - contro cui ci sono sempre meno anticorpi. Non è la rete che banalizza il corpo della donna e il sesso, la rete è solo uno degli strumenti attraverso cui la nostra società mercifica il corpo femminile. Non possiamo poi meravigliarci se vediamo nei profili di Facebook foto di ragazzine poco più che adolescenti vestite - o svestite - e truccate come le protagoniste dei video musicali - pare che non esistano ormai cantanti che non siano bellissime, con corpi statuari e intercambiabili nelle loro proporzioni sempre uguali. E non possiamo meravigliarci se per tanti ragazzini il rapporto con il sesso è mediato attraverso immagini per cui tutto è facile e a disposizione. Ovviamente in questo contesto è più facile per chi si vuole approfittare dell'ingenuità dei nostri figli trovare le forme in cui insinuarsi nelle loro vite. Ma ripeto non è la rete la causa, ne è solo uno degli strumenti, per quanto potente e pervasivo.
E lo stesso ragionamento vale per l'altra grande critica che si può fare a Facebook: il social network, attraverso le nostre foto, i nostri commenti, più o meno futili, i nostri "mi piace" è diventato il grande archivio delle nostre preferenze, che può essere sfruttato da chi vuole venderci questo piuttosto che quel prodotto. Anche qui si tratta di educazione e capacità di discernimento: possiamo essere bombardati da pubblicità mirate ed efficaci, ma se non vogliamo comprare un prodotto, possiamo semplicemente non farlo. Nulla ci obbliga davvero a comprare quella cosa piuttosto che l'altra, se non vogliamo farlo. Il problema anche in questo caso è che la società ci mostra modelli per cui la felicità nostra e della nostra famiglia passa attraverso l'accumulo di merci, è la società che ci considera sempre più consumatori piuttosto che cittadini. Facebook può amplificare e rendere ancora più pervasivo questo condizionamento, ma non è il responsabile, è chi vuole venderci quello di cui non abbiamo bisogno e di cui mai avremo bisogno che usa tutti i mezzi a disposizione per convicerci a farlo.
Personalmente penso che Facebook sia un elemento di democrazia in più, di consapevolezza in più, basta saperlo usare bene.