Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de' più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all'ultimo, quell'opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione.
- In rerum natura, - diceva, - non ci son che due generi di cose: sostanze e accidenti; e se io provo che il contagio non può esser né l'uno né l'altro, avrò provato che non esiste, che è una chimera. E son qui. Le sostanze sono, o spirituali, o materiali. Che il contagio sia sostanza spirituale, è uno sproposito che nessuno vorrebbe sostenere; sicché è inutile parlarne. Le sostanze materiali sono, o semplici, o composte. Ora, sostanza semplice il contagio non è; e si dimostra in quattro parole. Non è sostanza aerea; perché, se fosse tale, in vece di passar da un corpo all'altro, volerebbe subito alla sua sfera. Non è acquea; perché bagnerebbe, e verrebbe asciugata da' venti. Non è ignea; perché brucerebbe. Non è terrea; perché sarebbe visibile. Sostanza composta, neppure; perché a ogni modo dovrebbe esser sensibile all'occhio o al tatto; e questo contagio, chi l'ha veduto? chi l'ha toccato? Riman da vedere se possa essere accidente. Peggio che peggio. Ci dicono questi signori dottori che si comunica da un corpo all'altro; ché questo è il loro achille, questo il pretesto per far tante prescrizioni senza costrutto. Ora, supponendolo accidente, verrebbe a essere un accidente trasportato: due parole che fanno ai calci, non essendoci, in tutta la filosofia, cosa più chiara, più liquida di questa: che un accidente non può passar da un soggetto all'altro. Che se, per evitar questa Scilla, si riducono a dire che sia accidente prodotto, dànno in Cariddi: perché, se è prodotto, dunque non si comunica, non si propaga, come vanno blaterando. Posti questi princìpi, cosa serve venirci tanto a parlare di vibici, d'esantemi, d'antraci...?
- Tutte corbellerie, - scappò fuori una volta un tale.
- No, no, - riprese don Ferrante: - non dico questo: la scienza è scienza; solo bisogna saperla adoprare. Vibici, esantemi, antraci, parotidi, bubboni violacei, furoncoli nigricanti, son tutte parole rispettabili, che hanno il loro significato bell'e buono; ma dico che non han che fare con la questione. Chi nega che ci possa essere di queste cose, anzi che ce ne sia? Tutto sta a veder di dove vengano.
Qui cominciavano i guai anche per don Ferrante. Fin che non faceva che dare addosso all'opinion del contagio, trovava per tutto orecchi attenti e ben disposti: perché non si può spiegare quanto sia grande l'autorità d'un dotto di professione, allorché vuol dimostrare agli altri le cose di cui sono già persuasi. Ma quando veniva a distinguere, e a voler dimostrare che l'errore di que' medici non consisteva già nell'affermare che ci fosse un male terribile e generale; ma nell'assegnarne la cagione; allora (parlo de' primi tempi, in cui non si voleva sentir discorrere di peste), allora, in vece d'orecchi, trovava lingue ribelli, intrattabili; allora, di predicare a distesa era finita; e la sua dottrina non poteva più metterla fuori, che a pezzi e bocconi.
- La c'è pur troppo la vera cagione, - diceva; - e son costretti a riconoscerla anche quelli che sostengono poi quell'altra così in aria... La neghino un poco, se possono, quella fatale congiunzione di Saturno con Giove. E quando mai s'è sentito dire che l'influenze si propaghino...? E lor signori mi vorranno negar l'influenze? Mi negheranno che ci sian degli astri? O mi vorranno dire che stian lassù a far nulla, come tante capocchie di spilli ficcati in un guancialino?... Ma quel che non mi può entrare, è di questi signori medici; confessare che ci troviamo sotto una congiunzione così maligna, e poi venirci a dire, con faccia tosta: non toccate qui, non toccate là, e sarete sicuri! Come se questo schivare il contatto materiale de' corpi terreni, potesse impedir l'effetto virtuale de' corpi celesti! E tanto affannarsi a bruciar de' cenci! Povera gente! brucerete Giove? brucerete Saturno?
His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s'attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.
E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli.
Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta prosa. Mostra tutti i post
martedì 25 febbraio 2020
domenica 30 giugno 2019
da "La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene" di Pellegrino Artusi
235. Maccheroni col pangrattato
Se è vero, come dice Alessandro Dumas padre, che gli Inglesi non vivono che di roast-beef e di budino; gli olandesi di carne cotta in forno, di patate e di formaggio; i Tedeschi di sauer-kraut e di lardone affumicato; gli Spagnuoli di ceci, di cioccolata e di lardone rancido; gl'ltaliani di maccheroni, non ci sarà da fare le meraviglie se io ritorno spesso e volentieri sopra ai medesimi, anche perché mi sono sempre piaciuti; anzi poco mancò che per essi non mi acquistassi il bel titolo di Mangia maccheroni, e vi dirò in che modo.
Mi trovavo nella trattoria dei Tre Re a Bologna, nel 1850 in compagnia di diversi studenti e di Felice Orsini amico d'uno di loro. Erano tempi nei quali in Romagna si discorreva sempre di politica e di cospirazioni; e l'Orsini, che pareva proprio nato per queste, ne parlava da entusiasta e con calore si affannava a dimostrarci come fosse prossima una sommossa, alla testa della quale, egli e qualche altro capo che nominava, avrebbero corsa Bologna armata mano. Io nel sentir trattare con sì poca prudenza e in un luogo pubblico di un argomento tanto compromettente e di un'impresa che mi pareva da pazzi, rimasi freddo a' suoi discorsi e tranquillamente badavo a mangiare un piatto di maccheroni che avevo davanti. Questo contegno fu una puntura all'amor proprio dell'Orsini, il quale, rimasto mortificato, ogni volta che poi si ricordava di me, domandava agli amici: - Come sta Mangia maccheroni? -
Mi par di vederlo ora quel giovane simpatico, di statura mezzana, snello della persona, viso pallido rotondo, lineamenti delicati, occhi nerissimi, capelli crespi, un po' bleso nella pronunzia. Un'altra volta, molti anni dopo, lo combinai in un caffè a Meldola nel momento che fremente d'ira contro un tale che, abusando della sua fiducia, l'aveva offeso nell'onore, invitava un giovane a seguirlo a Firenze, per aiutarlo, diceva egli, a compiere una vendetta esemplare.
Una sequela di fatti e di vicende, una più strana dell'altra, lo trassero dopo a quella tragica fine che tutti conoscono e tutti deplorano, ma che fu forse una spinta a Napoleone III per calare in Italia.
Se è vero, come dice Alessandro Dumas padre, che gli Inglesi non vivono che di roast-beef e di budino; gli olandesi di carne cotta in forno, di patate e di formaggio; i Tedeschi di sauer-kraut e di lardone affumicato; gli Spagnuoli di ceci, di cioccolata e di lardone rancido; gl'ltaliani di maccheroni, non ci sarà da fare le meraviglie se io ritorno spesso e volentieri sopra ai medesimi, anche perché mi sono sempre piaciuti; anzi poco mancò che per essi non mi acquistassi il bel titolo di Mangia maccheroni, e vi dirò in che modo.
Mi trovavo nella trattoria dei Tre Re a Bologna, nel 1850 in compagnia di diversi studenti e di Felice Orsini amico d'uno di loro. Erano tempi nei quali in Romagna si discorreva sempre di politica e di cospirazioni; e l'Orsini, che pareva proprio nato per queste, ne parlava da entusiasta e con calore si affannava a dimostrarci come fosse prossima una sommossa, alla testa della quale, egli e qualche altro capo che nominava, avrebbero corsa Bologna armata mano. Io nel sentir trattare con sì poca prudenza e in un luogo pubblico di un argomento tanto compromettente e di un'impresa che mi pareva da pazzi, rimasi freddo a' suoi discorsi e tranquillamente badavo a mangiare un piatto di maccheroni che avevo davanti. Questo contegno fu una puntura all'amor proprio dell'Orsini, il quale, rimasto mortificato, ogni volta che poi si ricordava di me, domandava agli amici: - Come sta Mangia maccheroni? -
Mi par di vederlo ora quel giovane simpatico, di statura mezzana, snello della persona, viso pallido rotondo, lineamenti delicati, occhi nerissimi, capelli crespi, un po' bleso nella pronunzia. Un'altra volta, molti anni dopo, lo combinai in un caffè a Meldola nel momento che fremente d'ira contro un tale che, abusando della sua fiducia, l'aveva offeso nell'onore, invitava un giovane a seguirlo a Firenze, per aiutarlo, diceva egli, a compiere una vendetta esemplare.
Una sequela di fatti e di vicende, una più strana dell'altra, lo trassero dopo a quella tragica fine che tutti conoscono e tutti deplorano, ma che fu forse una spinta a Napoleone III per calare in Italia.
Ritorniamo a bomba.
Ai maccheroni date mezza cottura, salateli e versateli sullo staccio a scolare. Mettete al fuoco in una cazzaruola metà del burro e la farina, mescolando continuamente; quando questa comincia a prender colore versate il latte a poco per volta e fatelo bollire per una diecina di minuti; indi gettate in questa balsamella i maccheroni e il gruiera grattato o a pezzettini e ritirate la cazzaruola sull'orlo del fornello onde, bollendo adagino, ritirino il latte. Allora aggiungete il resto del burro e il parmigiano grattato; versateli poi in un vassoio che regga al fuoco e su cui faccian la colma e copriteli tutti di pangrattato.
Preparati in questa maniera metteteli nel forno da campagna o sotto un coperchio di ferro col fuoco sopra e quando saranno rosolati serviteli caldi per tramesso o, meglio, accompagnati da un piatto di carne.
- Maccheroni lunghi e che reggano bene alla cottura, grammi 300.
- Farina, grammi 15.
- Burro, grammi 60.
- Formaggio gruiera, grammi 60.
- Parmigiano, grammi 40.
- Latte, decilitri 6.
- Pangrattato, quanto basta.
Ai maccheroni date mezza cottura, salateli e versateli sullo staccio a scolare. Mettete al fuoco in una cazzaruola metà del burro e la farina, mescolando continuamente; quando questa comincia a prender colore versate il latte a poco per volta e fatelo bollire per una diecina di minuti; indi gettate in questa balsamella i maccheroni e il gruiera grattato o a pezzettini e ritirate la cazzaruola sull'orlo del fornello onde, bollendo adagino, ritirino il latte. Allora aggiungete il resto del burro e il parmigiano grattato; versateli poi in un vassoio che regga al fuoco e su cui faccian la colma e copriteli tutti di pangrattato.
Preparati in questa maniera metteteli nel forno da campagna o sotto un coperchio di ferro col fuoco sopra e quando saranno rosolati serviteli caldi per tramesso o, meglio, accompagnati da un piatto di carne.
martedì 26 marzo 2019
da "Il nome della rosa" di Umberto Eco
L'Edificio, tranne il muro meridionale, diroccato, sembrava ancora stare in piedi e sfidare il corso del tempo. I due torrioni esterni, che davano sullo strapiombo, parevano quasi intatti, ma dappertutto le finestre erano occhiaie vuote le cui lacrime vischiose eran rampicanti putridi. Nell'interno l'opera dell'arte, distrutta, si confondeva con quella della natura e per vasti tratti dalla cucina l'occhio correva al cielo aperto, attraverso lo squarcio dei piani superiori e del tetto, diruti abbasso come angeli caduti. Tutto ciò che non era verde di muschio era ancora nero dal fumo di tanti decenni prima.
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Raccolsi ogni reliquia che potei trovare, e ne empii due sacche da viaggio, abbandonando cose che mi erano utili pur di salvare quel misero tesoro.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.
Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.
Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.
Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.
mercoledì 23 maggio 2018
da "Ho sposato un comunista" di Philip Roth
- La politica è la grande generalizzatrice, - mi diceva Leo, - e la letteratura è la grande particolareggiatrice, e non soltanto esse sono tra loro in relazione inversa, ma hanno addirittura un rapporto antagonistico. Per la politica, la letteratura è decadente, molle, irrilevante, fastidiosa, ostinata, noiosa, una cosa che non ha senso e che non dovrebbe neppure esistere. Perché? Perché la letteratura è l’impulso a entrare nei particolari. Come puoi essere un artista e rinunciare alle sfumature? Ma come puoi essere un politico e permettere le sfumature? Come artista, le sfumature sono il tuo dovere. Il tuo dovere è non semplificare. Anche se tu dovessi scegliere di scrivere nel modo più semplice, alla Hemingway, resta il dovere di dare la sfumatura, spiegare la complicazione, suggerire la contraddizione. Non cancellare la contraddizione, non negare la contraddizione, ma vedere dove, all’interno della contraddizione, si colloca lo straziato essere umano. Tener conto del caos, farlo entrare. Devi farlo entrare. Altrimenti produci propaganda, se non per un partito politico, per un movimento politico, stupida propaganda per la vita stessa, per la vita come essa stessa, forse, vorrebbe essere propagandata.
Nei primi cinque o sei anni della rivoluzione russa i rivoluzionari gridavano: “Amore libero, ci sarà l’amore libero!” Ma, una volta al potere, non potevano permetterlo. Perché l’amore libero cos’è? È il caos. Ed essi non volevano il caos. Non era per questo che avevano fatto la loro gloriosa rivoluzione. Volevano qualcosa di accuratamente disciplinato, organizzato, contenuto, prevedibile scientificamente, se possibile. L’amore libero nuoce all’organizzazione, all’apparato sociale, politico e culturale. Anche l’arte nuoce all’organizzazione. La letteratura nuoce all’organizzazione. Non perché sia apertamente pro o contro, o anche subdolamente pro o contro. Nuoce all’organizzazione perché non è generale. L’intrinseca natura del particolare consiste nella sua particolarità, e l’intrinseca natura della particolarità sta nel non potersi conformare.
Sofferenza generalizzata? Ecco il comunismo. Sofferenza particolareggiata? Ecco la letteratura. L’antagonismo è in questa polarità. Tenere in vita il particolare in un mondo che semplifica e generalizza: ecco dove comincia la lotta. Non devi scrivere per legittimare il comunismo e non devi scrivere per legittimare il capitalismo. Sei estraneo all’uno e all’altro. Se sei uno scrittore, non ti allei né con l’uno né con l’altro. Sì, vedi le differenze, e naturalmente vedi che questa merda è un po’ meglio di quella merda, o che quella merda è un po’ meglio di questa merda. Molto meglio, forse. Ma la merda tu la vedi. Non sei un funzionario governativo. Non sei un militante. Non sei un credente. Sei uno che affronta il mondo, e ciò che vi accade, in un modo assai diverso. Il militante introduce una fede, una grande idea che cambierà il mondo, mentre l’artista introduce un prodotto per il quale, al mondo, non c’è posto. È un prodotto inutile. L’artista, lo scrittore serio, introduce nel mondo una cosa che non c’era neanche all’inizio.
Quando Dio, in sette giorni, creò tutta questa roba, gli uccelli, i fiumi, gli esseri umani, non ebbe dieci minuti per la letteratura. “E poi ci sarà la letteratura. A qualcuno piacerà, altri ne saranno ossessionati, vorranno farla…” No. No. Non disse così. Se allora tu avessi chiesto a Dio: “Ci saranno degli idraulici?” “Sì, ci saranno. Poiché avranno delle case, avranno bisogno di idraulici.” “Ci saranno dei medici?” “Sì. Poiché si ammaleranno, avranno bisogno di medici che diano loro delle pillole.” “E la letteratura?” “La letteratura? Che stai dicendo? A che serve? Dove la mettiamo? Per piacere, sto creando un universo, io, mica un’università. Niente letteratura”.
martedì 15 maggio 2018
da "Il Maestro e Margherita" di Michail Afanas'evič Bulgakov
Essa aveva in mano orribili fiori gialli inquieti. Non so come si chiamino, ma sono sempre i primi ad apparire a Mosca. Questi fiori si stagliavano nettamente sul suo soprabito nero primaverile. Aveva fiori gialli! Un brutto colore. Dalla Tverskaja svoltò in un vicolo e si voltò. Conosce la Tverskaja, no? Lungo la Tverskaja camminavano migliaia di persone, ma le garantisco che essa vide me solo e mi guardò, non dico preoccupata, ma addirittura in un certo qual modo morboso. Fui colpito non tanto dalla sua bellezza, quanto dalla straordinaria, mai vista solitudine nei suoi occhi! Ubbidendo a quel richiamo giallo, anch'io svoltai nel vicolo e la seguii. Camminavamo in silenzio lungo il vicolo triste e storto, io da un lato, lei dall'altro. E si figuri che non c'era anima viva. Mi tormentavo perché mi sembrava che fosse necessario parlarle, e temevo che non sarei riuscito a pronunciare neppure una parola, e lei se ne sarebbe andata, e non l'avrei mai più rivista. E s'immagini, a un tratto fu lei a parlare:
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
- Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
- Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra.
- Le piacciono i miei fiori?
Mi ricordo chiaramente il suono della sua voce, alquanto bassa, ma con brusche variazioni di tono, e - è sciocco, lo so - parve che un'eco risuonasse nel vicolo e si ripercuotesse nel muro giallo e sporco. Passai in fretta sull'altro marciapiede e, avvicinandomi a lei, risposi:
- No.
Mi guardò sorpresa, e, di colpo, in modo del tutto inatteso, sentii che per tutta la vita avevo amato proprio quella donna! Che storia, eh? Lei dirà, naturalmente, che sono pazzo.
- Non dico niente, - esclamò Ivan, e soggiunse: - La supplico, continui!
L'ospite continuò.
- Si, mi fissò sorpresa, e poi, dopo avermi fissato, chiese:
- Non le piacciono i fiori?
Nella sua voce mi parve sentire dell'ostilità. Le camminavo accanto, cercando di tenere il passo, e, con mio grande stupore, non mi sentivo affatto imbarazzato.
- No, mi piacciono i fiori, ma non questi, - dissi.
- Quali le piacciono?
- Le rose.
Rimpiansi le mie parole, perché lei ebbe un sorriso contrito e gettò i suoi fiori nel rigagnolo. Li raccattai, un po' confuso, e glieli porsi, ma lei, sorridendo, li respinse ed essi mi rimasero in mano.
Camminammo così, silenziosi, per un po', finché lei non mi tolse i fiori di mano e li gettò sul selciato, poi infilò sotto il mio braccio la mano col guanto nero svasato, e proseguimmo vicini.
- E poi? - disse Ivan. - Per favore, non salti niente!
- E poi? - l'ospite ripeté la domanda. - Quello che successe poi, lo può indovinare lei stesso -. Inaspettatamente si asciugò una lacrima con la manica destra, e prosegui: - L'amore ci si parò dinanzi come un assassino sbuca fuori in un vicolo, quasi uscisse dalla terra, e ci colpi subito entrambi. Così colpisce il fulmine, così colpisce un coltello a serramanico! Del resto, lei affermava in seguito che non era così, che ci amavamo da molto tempo pur senza esserci mai visti, e pur vivendo lei con un altro... e io, allora... con quella, come si chiama...
- Con chi? - chiese Bezdomnyj.
- Con quella, ma si... quella... mm... - rispose l'ospite schioccando le dita.
- Lei era sposato?
- Ma si, perché crede che schiocchi le dita?... Con quella... Varen'ka... Manecka... no, Varen'ka... il vestito a strisce, il Museo... Ma non ricordo.
Ebbene, lei diceva che con quei fiori gialli in mano era uscita, quel giorno, perché io la potessi finalmente incontrare, e che se questo non fosse avvenuto, si sarebbe avvelenata, poiché la sua vita era vuota.
Si, l'amore ci colpì in un baleno. Lo sapevo già, quel giorno, dopo un'ora, mentre eravamo, senza accorgerci dell'esistenza della città, sul lungofiume sotto le mura del Cremlino,
Parlavamo come se ci fossimo lasciati il giorno prima, come se ci conoscessimo da molti anni. Ci accordammo per trovarci l'indomani nello stesso posto, sulla Moscova, e ci incontrammo. Il sole di maggio splendeva per noi. Ben presto, quella donna divenne la mia moglie segreta.
Veniva da me quotidianamente, di giorno, e ad aspettarla io cominciavo sin dal mattino. Questa attesa si manifestava col fatto che spostavo gli oggetti sul tavolo. Dieci minuti prima mi sedevo vicino alla finestra e mi mettevo in ascolto, aspettando che il vecchio cancello sbattesse. È strano: prima che la incontrassi, poca gente veniva nel nostro cortiletto, anzi, non veniva mai nessuno, mentre adesso mi sembrava che tutta la città vi si precipitasse. Sbatteva il cancello, batteva il mio cuore, e, si figuri, dietro il finestrino, al livello del mio viso, appariva immancabilmente un paio di stivali sporchi. L'arrotino. Ma chi aveva bisogno di un arrotino nella nostra casa? Arrotare che cosa? Quali coltelli?
Lei entrava una sola volta dal cancello, ma io avevo provato il batticuore almeno dieci volte, non dico una bugia. Poi, quando giungeva la sua ora e le lancette indicavano mezzogiorno, il batticuore continuava finché senza tacchettio, quasi silenziose, davanti alla finestra non mi passavano le scarpe con un nodo di camoscio nero, stretto da una fibbia d'acciaio.
A volte scherzava, e fermandosi davanti alla seconda finestra, bussava al vetro con la punta della scarpa. Nello stesso istante io mi ritrovavo davanti a quella finestra, ma la scarpa scompariva, scompariva la seta nera che velava la luce, e io correvo ad aprirle.
Nessuno sapeva del nostro legame, glielo garantisco, anche se questo non succede mai. Non lo sapeva suo marito, non lo sapevano i conoscenti. Nella vecchia casetta dove possedevo quello scantinato, naturalmente, sapevano, vedevano che mi veniva a trovare una donna, ma non ne conoscevano il nome.
- E chi è? - chiese Ivan, interessato in sommo grado a quella storia d'amore.
L'ospite fece un gesto a significare che non l'avrebbe mai detto a nessuno, e continuò il suo racconto.
Ivan seppe che il Maestro e la sconosciuta si amavano talmente che divennero assolutamente inseparabili. Ivan ora si immaginava con chiarezza le due camere dello scantinato della casetta, dove regnava sempre il crepuscolo a causa del lillà e della palizzata. I logori mobili di mogano, lo scrittoio con l'orologio che suonava ogni mezz'ora, e libri, libri, che andavano dal pavimento di legno lucido fino al soffitto annerito dal fumo, e la stufa.
Ivan apprese che, sin dai primi giorni della loro relazione, il suo ospite e la moglie segreta erano venuti alla conclusione che a farli incontrare all'angolo della Tverskaja con il vicolo era stato il destino, e che erano stati creati eternamente l'uno per l'altra.
giovedì 30 novembre 2017
da "Fontamara" di Ignazio Silone
Nessuno poteva immaginare che sciagura stesse per succedere. Teofilo era arrivato allo scongiuro contro il colera, la fame e la guerra, quando la colonia degli uomini armati sbucò sulla piazza, urlando e agitando le armi in aria. Il loro numero ci sbigottì. Istintivamente Elvira ed io ci ritraemmo indietro, in un angolo del campanile in modo da continuare a vedere senza essere viste. Gli uomini armati potevano essere circa duecento. In più del moschetto ognuno traeva un coltellaccio alla cintola. Tutti erano mascherati da morti. Personalmente non riuscimmo a riconoscere che la guardia campestre e il cantoniere Filippo il Bello; ma anche gli altri non avevano facce nuove e non venivano da lontano. In parte avevano anch'essi l'aspetto dei cafoni, ma di quelli senza terra, che vanno a servizio dei padroni, guadagnano poco e vivono per lo più di furto e di galera. In parte, come si riseppe con più precisione, erano tra essi anche sensali, di quelli che si vedono sui mercati e anche lavapiatti delle taverne, e anche barbieri, cocchieri di case private, suonatori ambulanti. Gente fiacca e, di giorno, vile. Gente servizievole verso i proprietari, ma a patto di avere l'immunità nelle cattiverie contro i poveri. Gente senza scrupoli. Gente che una volta veniva da noi a portarci gli ordini di don Circostanza per le elezioni e ora veniva con i fucili per farci la guerra. Gente senza famiglia, senza onore, senza fede, gente infida, poveri ma nemici dei poveri. Alla loro testa marciava un piccolo uomo ventruto, con una fascia tricolore sul ventre e al fianco di lui si pavoneggiava Filippo il Bello. «Cosa racconti?» domandò l'ometto con la fascia tricolore a Teofilo il sacrestano, «Invoco la pace» rispose impaurito l'uomo di chiesa. «Adesso te la do io la pace» aggiunse ridendo il panciuto e fece segno a Filippo il Bello. Il cantoniere si avvicinò a Teofilo e dopo una certa esitazione gli diede uno schiaffo. Teofilo si mise una mano sulla guancia colpita, si guardò attorno e domandò timidamente: «Ma perché?». «Vile, vile» cominciò a inveire l'ometto dal ventre tricolore. «Perché non reagisci? Sei un vile.» Ma Teofilo rimase immobile, silenzioso e più che altro sorpreso. Nella folla di donne, di bambini, di vecchi e d'invalidi lì presente, il panciuto non trovò il tipo che potesse essere provocato con miglior risultato. Si consultò un po' con Filippo e disse con disprezzo: «Mi sembra che non ci sia proprio nulla da fare». Poi rivolto alla folla, comandò con voce stridula: «Andate a casa tutti». Quando sulla piazzetta non rimase più nessun Fontamarese, l'ometto si rivolse agli uomini neri e ordinò: «Cinque per cinque, andate in ogni casa, frugate dappertutto e sequestrate ogni sorta di armi. Presto, prima che tornino gli uomini». In un attimo la piazzetta si svuotò. Si era fatto buio. Ma dal nostro rifugio, potemmo vedere le pattuglie di cinque suddividersi nei vicoletti, sparire nelle case oscure. «Senza luce sarà difficile perquisire tutte le case» io dissi. «Mio padre è a letto e si spaventerà. È meglio che io vada a casa ad accendere il lume» disse Elvira preparandosi a scendere dal campanile. «No, resta qui» io le dissi. «A tuo padre non possono fare nulla di male.» «Ma che armi cercano?» domandò Elvira. «Noi non abbiamo fucili. È una fortuna che Berardo sia in campagna.» «Porteranno via le roncole e le falci» dissi così per supposizione. «Altre armi non abbiamo.» Nessuno capiva nulla di quello che succedeva. Nessuno parlava. Ognuno guardava l'altro. [...] Ognuno pensava a se stesso. E ogni tanto arrivava qualcun altro. Che cosa avesse nella testa di fare l'omino panciuto era difficile immaginare. Portarci tutti in carcere? Era inverosimile e praticamente impossibile. Finché si trattava di stare un po' fermi nel mezzo della piazzetta del nostro paese, ognuno di noi poteva accettarlo, ma per trascinarci tutti nel capoluogo e metterci in carcere gli uomini armati li presenti non sarebbero bastati. Questi uomini in camicia nera, d'altronde, noi li conoscevamo. Per farsi coraggio essi avevano bisogno di venire di notte. La maggior parte puzzavano di vino, eppure a guardarli da vicino, negli occhi, non osavano sostenere lo sguardo. Anche loro erano povera gente. Ma una categoria speciale di povera gente, senza terra, senza mestiere, o con molti mestieri, che è lo stesso, ribelli al lavoro pesante; troppo deboli e vili per ribellarsi ai ricchi e alle autorità, essi preferivano servirli per ottenere il permesso di rubare e opprimere gli altri poveri, i cafoni, i fittavoli, i piccoli proprietari. Incontrandoli per strada e di giorno, essi erano umili e ossequiosi, di notte e in gruppo cattivi, malvagi, traditori. Sempre essi erano stati al servizio di chi comanda e sempre lo saranno. Ma il loro raggruppamento in un esercito speciale, con una divisa speciale, e un armamento speciale, era una novità di pochi anni. Erano i cosiddetti fascisti.
domenica 5 novembre 2017
da "La giornata d'uno scrutatore" di Italo Calvino
Amerigo Ormea uscì di casa alle cinque e mezzo del mattino. La giornata si annunciava piovosa. Per raggiungere il seggio elettorale dov'era scrutatore, Amerigo seguiva un percorso di vie strette e arcuate, ricoperte ancora di vecchi selciati, lungo muri di case povere, certo fittamente abitate ma prive, in quell'alba domenicale, di qualsiasi segno di vita. Amerigo, non pratico del quartiere, decifrava i nomi delle vie sulle piastre annerite - nomi forse di dimenticati benefattori - inclinando di lato l'ombrello e alzando il viso allo sgrondare della pioggia.
C'era l'abitudine tra i sostenitori dell'opposizione (Amerigo Ormea era iscritto a un partito di sinistra) di considerare la pioggia il giorno delle elezioni come un buon segno. Era un modo di pensare che continuava dalle prime votazioni del dopoguerra, quando ancora si credeva che con il cattivo tempo, molti elettori dei democristiani non avrebbero messo il naso fuori di casa. Ma Amerigo non si faceva di queste illusioni; era ormai il 1953 e, con tante elezioni che c'erano state, s'era visto che, pioggia o sole, l'organizzazione per far votare tutti funzionava sempre. Figuriamoci stavolta, che si trattava per i partiti del governo di far valere una nuova legge elettorale (la «legge truffa» l'avevano battezzata gli altri) per cui la coalizione che avesse preso il 50% +1 dei voti avrebbe avuto i due terzi dei seggi...
Amerigo, lui, aveva imparato che in politica i cambiamenti avvengono per vie lunghe e complicate, e non c'è da aspettarseli da un giorno all'altro, come per un giro di fortuna; anche per lui, come per tanti, farsi un'esperienza aveva voluto dire diventare un poco pessimista.
D'altro canto, c'era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire.
D'altro canto, c'era sempre la morale che bisogna continuare a fare quanto si può, giorno per giorno; nella politica come in tutto il resto della vita, per chi non è un balordo, contano quei due principi lì: non farsi mai troppe illusioni e non smettere di credere che ogni cosa che fai potrà servire.
giovedì 5 ottobre 2017
da "Le città invisibili" di Italo Calvino
Zaira
Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che s'infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo.
Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.
Inutilmente, magnanimo Kublai, tenterò di descriverti la città di Zaira dagli alti bastioni. Potrei dirti di quanti gradini sono le vie fatte a scale, di che sesto gli archi dei porticati, di quali lamine di zinco sono ricoperti i tetti; ma so già che sarebbe come non dirti nulla. Non di questo è fatta la città, ma di relazioni tra le misure del suo spazio e gli avvenimenti del suo passato: la distanza dal suolo d'un lampione e i piedi penzolanti d'un usurpatore impiccato; il filo teso dal lampione alla ringhiera di fronte e i festoni che impavesano il percorso del corteo nuziale della regina; l'altezza di quella ringhiera e il salto dell'adultero che la scavalca all'alba; l'inclinazione d'una grondaia e l'incedervi d'un gatto che s'infila nella stessa finestra; la linea di tiro della nave cannoniera apparsa all'improvviso dietro il capo e la bomba che distrugge la grondaia; gli strappi delle reti da pesca e i tre vecchi che seduti sul molo a rammendare le reti si raccontano per la centesima volta la storia della cannoniera dell'usurpatore, che si dice fosse un figlio adulterino della regina, abbandonato in fasce sul molo.
Di quest'onda che rifluisce dai ricordi la città s'imbeve come una spugna e si dilata. Una descrizione di Zaira quale è oggi dovrebbe contenere tutto il passato di Zaira. Ma la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d'una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, negli scorrimano delle scale, nelle antenne dei parafulmini, nelle aste delle bandiere, ogni segmento rigato a sua volta di graffi, seghettature, intagli, svirgole.
venerdì 15 settembre 2017
"Ulisse, Enea e il Mediterraneo" di Roberto Roversi
Il Mediterraneo è la vasca di nuvole e nembi in cui Giove bagnava le mani oggi è il bicchiere d’acqua di fosso in cui nuotano rane e formiche i delfini muoiono nel grigiore di marmo dell’onda i tonni offesi si perdono senza ritorno.
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non Omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?
Anche Ulisse infame predatore di mondi e avido assaltatore di città ha girovagato dentro quel mare seminando zizzania perfino fra gli innocui ciclopi che si cibano di api e parlano ai fiori tale era Ulisse probo e carogna, pirata di terra nocchiero sul mare sfamato durante il suo viaggio col profumo di giovani donne ma ripartito sempre senza mai ringraziare.
Ulisse è dentro al cavallo di legno con i compagni che dormono Ulisse ah! cavalleggero di legno con le sue cinquanta poesie e le dieci parole che non dice a Nessuno ha la spada affilata. Neanche è seduto. Ulisse è in un campo di fieno tagliato con il sangue di Troia che vola a coprire le nubi le guerre di Ulisse ridono e non hanno pietà.
Ulisse corre sul mare errante saetta di sole remo con remo vela con vela nuvola luna tempesta arriva a isole perse nell’occhio azzurro di Diana Itaca verde miele di cani è ancora lontana Ulisse corre su un mare che ha nome Terraneo non sogna il ritorno il mare dall’Africa a Tindari è rosso sgomento dell’Etna Ulisse regala i compagni morti ai delfini fra onde che trascinano nebbia.
Quanti giapponesi ha ucciso quanti russi quanti italiani e tedeschi etruschi celti quanti spartani quanti ebrei nel ghetto quanti zingari in fuga questo eroe di pietra e di legno senza cedere al sonno? Le isole sprofondano e le sirene cantano aprono i pepli leggeri le figliole dei re in Itaca lontana dorme Penelope e sognando ricorda. Ferito a morte dalla nave di Ulisse nero uccello di morte il Mediterraneo lacrima sangue si copre di canne cancella le orme Ulisse corre si ferma riparte non arriva a stazione la notte ferma la ruota all’orizzonte del mare.
Eppure non l’Odissea ma l’Eneide non Omero ma Virgilio non Ulisse con le tinozze di legno nel Mediterraneo infuriato ma Enea gigante d’amara pietà che trascina la sete; non l’eroe guerriero che uccide e a casa ritorna a straziare ma l’affanno del guerriero paziente per sentieri sperduti l’orrore di guerra nel viso e sulle spalle la barba bianca del padre per dono la tomba dei vecchi al troiano che cerca riposo.
La nave d’Ulisse è in un giuoco d’inferno sul mare tace scuro il suo cuore ma dopo la pace quale futuro per il Mediterraneo mar?
venerdì 16 giugno 2017
da "Ulisse" di James Joyce
Mr Leopold Bloom mangiava con gran gusto le interiora di animali e di volatili. Gli piaceva la spessa minestra di rigaglie, gozzi piccanti, un cuore ripieno arrosto, fette di fegato impanate e fritte, uova di merluzzo fritte. Più di tutto gli piacevano i rognoni di castrato alla griglia che gli lasciavano nel palato un fine gusto d'urina leggermente aromatica.
I rognoni erano nel suo pensiero mentre si moveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d'estate dappertutto. Gli facevano venire un po' di prurito allo stomaco.
I carboni si arrossavano.
Un'altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta interita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta.
- Mkgnao
- Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco.
La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr.
Mr Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia.
- Latte per la miciolina, disse.
- Mrkgnao! piagnucolò la gatta.
Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche.
Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre?
No, mi salta benissimo.
- Ha paura dei polli, lei, disse canzonatorio. Paura dei
pìopìo Mai visto una miciolina così
sciocchina.
Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia.
- Mrkrgnao! disse forte la gatta.
Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti biancolatte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l'avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s'avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.
Grr! esclamò lei e corse a lambire.
Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse.
Tese l'orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca pura. Giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l'acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi. Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No.
Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito.
Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina.
Forse però: una volta tanto.
Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:
- Vado qui all'angolo, torno tra un minuto.
Udita la sua voce dir questo soggiunse:
- Vuoi niente per colazione?
Un debole grugnito assonnato rispose:
- Mn.
No. Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d'ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po' di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l'ha pagato suo padre. Vecchio stile. Eh sì, naturalmente. Comprato all'asta del governatore. Venduto al primo colpo. Tenace nel contrattare, il vecchio Tweedy. Sissignore. Fu a Plevna. Vengo dalla gavetta, signore, e ne sono fiero. Eppure aveva abbastanza cervello da far soldi coi francobolli. Questo si chiama esser previdenti.
La sua mano tolse il cappello dal piolo, sopra il suo cappotto pesante con le iniziali, e l'impermeabile usato comprato all'ufficio oggetti smarriti. Francobolli: figurine dal retro adesivo. Direi che un sacco d'ufficiali siano nel giro. Naturale. La scritta sudaticcia nell'interno del cappello gli disse muta: Plasto i migliori capp. Sbirciò rapido all'interno della banda di cuoio. Cartoncino bianco. Bene al sicuro.
I rognoni erano nel suo pensiero mentre si moveva quietamente per la cucina, sistemando le stoviglie per la colazione di lei sul vassoio ammaccato. Luce e aria gelida nella cucina ma fuori una dolce mattina d'estate dappertutto. Gli facevano venire un po' di prurito allo stomaco.
I carboni si arrossavano.
Un'altra fetta di pane e burro: tre, quattro: giusto. Non le piaceva il piatto troppo pieno. Giusto. Lasciò il vassoio, sollevò il bollitore dalla mensola e lo mise di sbieco sul fuoco. Stava, grullo e accosciato, col beccuccio sporgente. Tazza di tè fra poco. Bene. Bocca secca. La gatta interita girò attorno a una gamba del tavolo con la coda ritta.
- Mkgnao
- Oh, sei qui, disse Mr Bloom, distogliendosi dal fuoco.
La gatta rispose miagolando e girò di nuovo interita intorno a una gamba del tavolo, miagolando. Proprio come quando incede impettita sulla mia scrivania. Prr. Grattami la testa. Prr.
Mr Bloom guardava curioso, gentile, la flessuosa forma nera. Pulita a vedersi: la lucidità del pelo liscio, il bottoncino bianco sotto la radice della coda, i lampeggianti occhi verdi. Si chinò verso di lei, mani sulle ginocchia.
- Latte per la miciolina, disse.
- Mrkgnao! piagnucolò la gatta.
Li chiamano stupidi. Capiscono quello che si dice meglio di quanto noi non si capisca loro. Capisce tutto quel che vuole. Vendicativa anche.
Chi sa che cosa le sembro io. Alto come una torre?
No, mi salta benissimo.
- Ha paura dei polli, lei, disse canzonatorio. Paura dei
pìopìo Mai visto una miciolina così
sciocchina.
Crudele. La sua natura. Curioso che i topi non stridono mai. Sembra gli piaccia.
- Mrkrgnao! disse forte la gatta.
Guardò in su con gli occhi avidi ammiccanti per la vergogna, miagolando lamentosamente e a lungo, mostrandogli i denti biancolatte. Egli guardava le fessure nere degli occhi che si restringevano per l'avidità fino a che gli occhi divennero pietre verdi. Poi s'avvicinò alla credenza, prese il bricco che il lattaio di Hanlon gli aveva appena riempito, versò il latte tepido gorgogliante in un piattino e lo posò lentamente in terra.
Grr! esclamò lei e corse a lambire.
Guardò i baffi splendere metallici nella debole luce mentre lei ammusava tre volte e leccava lievemente. Chissà se è vero che se glieli tagli non pigliano più topi. Perché? Risplendono al buio, forse, le punte. O una specie di antenne al buio, forse.
Tese l'orecchio al leccottìo. Uova e prosciutto, no. Niente uova buone con questa siccità. Ci vuole acqua fresca pura. Giovedì: non è nemmeno giornata per un rognone di castrato da Buckley. Fritto nel burro, un zinzino di pepe. Meglio un rognone di maiale da Dlugacz. Aspettando che l'acqua bolla. Leccò più lentamente, poi ripulì ben bene il piattino. Perché hanno la lingua così ruvida? Per leccare meglio, tutta buchi porosi. Niente da mangiare per lei? Si guardò intorno. No.
Con le scarpe che scricchiolavano in sordina salì la scala fino al vestibolo, si fermò alla porta della camera da letto. Forse le piacerebbe qualcosa di saporito.
Fettine di pane imburrato le piacciono la mattina.
Forse però: una volta tanto.
Disse a bassa voce nel vestibolo vuoto:
- Vado qui all'angolo, torno tra un minuto.
Udita la sua voce dir questo soggiunse:
- Vuoi niente per colazione?
Un debole grugnito assonnato rispose:
- Mn.
No. Non voleva niente. Sentì poi un profondo sospiro caldo, più debole, mentre la donna si rivoltava e gli anelli d'ottone ballonzolanti della lettiera tintinnavano. Bisogna mi decida a farli riparare. Peccato. Fin quassù da Gibilterra. Dimenticato quel po' di spagnolo che sapeva. Chissà quanto l'ha pagato suo padre. Vecchio stile. Eh sì, naturalmente. Comprato all'asta del governatore. Venduto al primo colpo. Tenace nel contrattare, il vecchio Tweedy. Sissignore. Fu a Plevna. Vengo dalla gavetta, signore, e ne sono fiero. Eppure aveva abbastanza cervello da far soldi coi francobolli. Questo si chiama esser previdenti.
La sua mano tolse il cappello dal piolo, sopra il suo cappotto pesante con le iniziali, e l'impermeabile usato comprato all'ufficio oggetti smarriti. Francobolli: figurine dal retro adesivo. Direi che un sacco d'ufficiali siano nel giro. Naturale. La scritta sudaticcia nell'interno del cappello gli disse muta: Plasto i migliori capp. Sbirciò rapido all'interno della banda di cuoio. Cartoncino bianco. Bene al sicuro.
sabato 24 dicembre 2016
da "Mondo piccolo. Don Camillo" di Giovanni Guareschi
Si era oramai sotto Natale e bisognava tirar fuori d'urgenza dalla cassetta le statuette del Presepe, ripulirle, ritoccarle col colore, riparare le ammaccature.
Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone. Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende, e tutt'e due tacquero per un bel po'. "In questo porco mondo un galantuomo non può più vivere!" esclamò Peppone dopo un po'.
"E cosa ti interessa?" domandò don Camillo. "Sei forse diventato un galantuomo?"
"Lo sono sempre stato."
"Oh bella! Non l'avrei mai immaginato."
Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
C'è ancora il brutto giallo dell'uccisione del Pizzi da risolvere. Tutti diffidano e hanno paura di tutti. Compreso Peppone, che teme di andar a finire in prigione, e sente il bisogno di confidarsi con qualcuno…
"Ne avete ancora per molto tempo?" si informò Peppone con ira.
"Se mi dai una mano, in poco si finisce."
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché è così, e sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime. Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barocci come uno del mestiere.
"Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!" borbottò. "Non mi avrete mica preso per il sagrestano!"
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta. Senza sapere come, e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là della tavola, senza potersi vedere in faccia perché c'era fra loro, il barbaglio della lucerna.
"È un mondo porco" disse Peppone. "Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuoI dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso."
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c'era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
"E di me ti fidi?" chiese don Camillo con indifferenza.
"Non lo so."
"Prova a dirmi qualcosa, cosi vedi."
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra. "Vorrei piantare lì tutto" disse Peppone. "Ma non si può."
…Peppone sospirò ancora.
"Mi sento come in galera" disse cupo.
"C'è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra" rispose don Camillo. "Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco."
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
"Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale" annunciò con fierezza Peppone. "Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno."
"Lo so" ammise don Camillo. "Anche la poesia per il Vescovo l'aveva imparata a meraviglia."
Peppone si irrigidì. "Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!" esclamò. "Quella me la dovete pagare."
"A pagare e a morire si fa sempre a tempo" ribatté don Camillo. Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello. "Questo è il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo Peppone" disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
"E questo è don Camillo!" esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
"Bah! Fra bestie ci si comprende sempre" concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa.
Poi udì risuonarsi all'orecchio le parole della poesia, che oramai sapeva a memoria. "Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!- si rallegrò. - Anche quando comanderà la democrazia proletaria le poesie bisognerà lasciarle stare: anzi, renderle obbligatorie!"
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l'argine, ed era anch'esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all'acqua, c'eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l'acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.
Ed era già tardi, ma don Camillo stava ancora lavorando in canonica. Sentì bussare alla finestra e, poco dopo, andò ad aprire perché si trattava di Peppone. Peppone si sedette mentre don Camillo riprendeva le sue faccende, e tutt'e due tacquero per un bel po'. "In questo porco mondo un galantuomo non può più vivere!" esclamò Peppone dopo un po'.
"E cosa ti interessa?" domandò don Camillo. "Sei forse diventato un galantuomo?"
"Lo sono sempre stato."
"Oh bella! Non l'avrei mai immaginato."
Don Camillo continuò a ritoccare la barba di San Giuseppe. Poi passò a ritoccargli la veste.
C'è ancora il brutto giallo dell'uccisione del Pizzi da risolvere. Tutti diffidano e hanno paura di tutti. Compreso Peppone, che teme di andar a finire in prigione, e sente il bisogno di confidarsi con qualcuno…
"Ne avete ancora per molto tempo?" si informò Peppone con ira.
"Se mi dai una mano, in poco si finisce."
Peppone era meccanico e aveva mani grandi come badili e dita enormi che facevano fatica a piegarsi. Però, quando uno aveva un cronometro da accomodare, bisognava che andasse da Peppone. Perché è così, e sono proprio gli omoni grossi che son fatti per le cose piccolissime. Filettava la carrozzeria delle macchine e i raggi delle ruote dei barocci come uno del mestiere.
"Figuratevi! Adesso mi metto a pitturare i santi!" borbottò. "Non mi avrete mica preso per il sagrestano!"
Don Camillo pescò in fondo alla cassetta e tirò su un affarino rosa, grosso quanto un passerotto, ed era proprio il Bambinello. Peppone si trovò in mano la statuetta. Senza sapere come, e allora prese un pennellino e cominciò a lavorare di fino. Lui di qua e don Camillo di là della tavola, senza potersi vedere in faccia perché c'era fra loro, il barbaglio della lucerna.
"È un mondo porco" disse Peppone. "Non ci si può fidare di nessuno, se uno vuoI dire qualcosa. Non mi fido neppure di me stesso."
Don Camillo era assorbitissimo dal suo lavoro: c'era da rifare tutto il viso della Madonna. Roba fine.
"E di me ti fidi?" chiese don Camillo con indifferenza.
"Non lo so."
"Prova a dirmi qualcosa, cosi vedi."
Peppone finì gli occhi del Bambinello: la cosa più difficile. Poi rinfrescò il rosso delle piccole labbra. "Vorrei piantare lì tutto" disse Peppone. "Ma non si può."
…Peppone sospirò ancora.
"Mi sento come in galera" disse cupo.
"C'è sempre una porta per scappare da ogni galera di questa terra" rispose don Camillo. "Le galere sono soltanto per il corpo. E il corpo conta poco."
Oramai il Bambinello era finito e, fresco di colore e così rosa e chiaro, pareva che brillasse in mezzo alla enorme mano scura di Peppone. Peppone lo guardò e gli parve di sentir sulla palma il tepore di quel piccolo corpo. E dimenticò la galera.
Depose con delicatezza il Bambinello rosa sulla tavola e don Camillo gli mise vicino la Madonna.
"Il mio bambino sta imparando la poesia di Natale" annunciò con fierezza Peppone. "Sento che tutte le sere sua madre gliela ripassa prima che si addormenti. È un fenomeno."
"Lo so" ammise don Camillo. "Anche la poesia per il Vescovo l'aveva imparata a meraviglia."
Peppone si irrigidì. "Quella è stata una delle vostre più grosse mascalzonate!" esclamò. "Quella me la dovete pagare."
"A pagare e a morire si fa sempre a tempo" ribatté don Camillo. Poi, vicino alla Madonna curva sul Bambinello, pose la statuetta del somarello. "Questo è il figlio di Peppone, questa la moglie di Peppone e questo Peppone" disse don Camillo toccando per ultimo il somarello.
"E questo è don Camillo!" esclamò Peppone prendendo la statuetta del bue e ponendola vicino al gruppo.
"Bah! Fra bestie ci si comprende sempre" concluse don Camillo.
Uscendo, Peppone si ritrovò nella cupa notte padana, ma oramai era tranquillissimo perché sentiva ancora nel cavo della mano il tepore del Bambinello rosa.
Poi udì risuonarsi all'orecchio le parole della poesia, che oramai sapeva a memoria. "Quando, la sera della Vigilia, me la dirà, sarà una cosa magnifica!- si rallegrò. - Anche quando comanderà la democrazia proletaria le poesie bisognerà lasciarle stare: anzi, renderle obbligatorie!"
Il fiume scorreva placido e lento, lì a due passi, sotto l'argine, ed era anch'esso una poesia: una poesia cominciata quando era cominciato il mondo e che ancora continuava. E per arrotondare e levigare il più piccolo dei miliardi di sassi in fondo all'acqua, c'eran voluti mille anni. E soltanto fra venti generazioni l'acqua avrà levigato un nuovo sassetto. E fra mille anni la gente correrà a seimila chilometri l'ora su macchine a razzo superatomico e per far cosa? Per arrivare in fondo all'anno e rimanere a bocca aperta davanti allo stesso Bambinello di gesso che, una di queste sere, il compagno Peppone ha ripitturato col pennellino.
lunedì 4 luglio 2016
da "Le avventure di Alice nel Paese delle Meraviglie"...
Sotto un albero di rimpetto alla casa c'era una tavola apparecchiata.
Vi prendevano il tè la Lepre di Marzo e il Cappellaio. Un Ghiro
profondamente addormentato stava fra di loro, ed essi se ne servivano
come se fosse stato un guanciale, poggiando su di lui i gomiti, e
discorrendogli sulla testa. "Un gran disturbo per il Ghiro" - pensò
Alice - "ma siccome dorme, immagino che non se ne importi nè punto, nè
poco."
La tavola era vasta, ma i tre stavano stretti tutti in un angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!", gridarono, vedendo Alice avvicinarsi.
"C'è tanto posto!", disse Alice sdegnata, e si sdraiò in una gran poltrona, a un'estremità della tavola.
"Vuoi un po' di vino?", disse la Lepre di Marzo affabilmente.
Alice osservò la mensa, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo il vino", ella osservò.
"Non ce n'è", replicò la Lepre di Marzo.
"Ma non è creanza invitare a bere quel che non c'è", disse Alice in collera.
"Neppure è stata creanza da parte tua sederti qui senza essere invitata", osservò la Lepre di Marzo.
"Non sapevo che la tavola ti appartenesse" - rispose Alice - "è apparecchiata per più di tre."
"Dovresti farti tagliare i capelli", disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante con molta curiosità, e quelle furono le sue prime parole.
"Tu non dovresti fare osservazioni personali" - disse Alice un po' severa - "è sconveniente."
Il Cappellaio spalancò gli occhi; ma quel che rispose fu questo: "Perchè un corvo somiglia a uno scrittoio?"
"Ecco, ora staremo allegri!" - pensò Alice - "Sono contenta che hanno cominciato a proporre degli indovinelli... credo di poterlo indovinare" - soggiunse ad alta voce.
"Intendi dire che credi che troverai la risposta?", domandò la Lepre di Marzo.
"Appunto", rispose Alice.
"Ebbene, dicci ciò che intendi", disse la Lepre di Marzo.
"Ecco" - riprese Alice in fretta - "almeno intendo ciò che dico... è lo stesso, capisci."
"Ma che lo stesso!" - disse il Cappellaio - "sarebbe come dire che «vedo ciò che mangio» sia lo stesso di «mangio quel che vedo»."
"Sarebbe come dire" - soggiunse la Lepre di Marzo - che «mi piace ciò che prendo» sia lo stesso che «prendo ciò che mi piace»?"
"Sarebbe come dire - aggiunse il Ghiro che pareva parlasse nel sonno - che «respiro quando dormo» sia lo stesso che «dormo quando respiro»?"
"È lo stesso per te", disse il Cappellaio. E qui la conversazione cadde, e tutti stettero muti per un poco.
La tavola era vasta, ma i tre stavano stretti tutti in un angolo: "Non c'è posto! Non c'è posto!", gridarono, vedendo Alice avvicinarsi.
"C'è tanto posto!", disse Alice sdegnata, e si sdraiò in una gran poltrona, a un'estremità della tavola.
"Vuoi un po' di vino?", disse la Lepre di Marzo affabilmente.
Alice osservò la mensa, e vide che non c'era altro che tè. "Non vedo il vino", ella osservò.
"Non ce n'è", replicò la Lepre di Marzo.
"Ma non è creanza invitare a bere quel che non c'è", disse Alice in collera.
"Neppure è stata creanza da parte tua sederti qui senza essere invitata", osservò la Lepre di Marzo.
"Non sapevo che la tavola ti appartenesse" - rispose Alice - "è apparecchiata per più di tre."
"Dovresti farti tagliare i capelli", disse il Cappellaio. Egli aveva osservato Alice per qualche istante con molta curiosità, e quelle furono le sue prime parole.
"Tu non dovresti fare osservazioni personali" - disse Alice un po' severa - "è sconveniente."
Il Cappellaio spalancò gli occhi; ma quel che rispose fu questo: "Perchè un corvo somiglia a uno scrittoio?"
"Ecco, ora staremo allegri!" - pensò Alice - "Sono contenta che hanno cominciato a proporre degli indovinelli... credo di poterlo indovinare" - soggiunse ad alta voce.
"Intendi dire che credi che troverai la risposta?", domandò la Lepre di Marzo.
"Appunto", rispose Alice.
"Ebbene, dicci ciò che intendi", disse la Lepre di Marzo.
"Ecco" - riprese Alice in fretta - "almeno intendo ciò che dico... è lo stesso, capisci."
"Ma che lo stesso!" - disse il Cappellaio - "sarebbe come dire che «vedo ciò che mangio» sia lo stesso di «mangio quel che vedo»."
"Sarebbe come dire" - soggiunse la Lepre di Marzo - che «mi piace ciò che prendo» sia lo stesso che «prendo ciò che mi piace»?"
"Sarebbe come dire - aggiunse il Ghiro che pareva parlasse nel sonno - che «respiro quando dormo» sia lo stesso che «dormo quando respiro»?"
"È lo stesso per te", disse il Cappellaio. E qui la conversazione cadde, e tutti stettero muti per un poco.
sabato 20 febbraio 2016
da "Le interviste impossibili" di Umberto Eco
Eco
Voi eravate una banda di atei che stava riscrivendo la stessa definizione di Dio, dell'anima, della morale.
Diderot
Nessuno di noi negava l'esistenza della divinità o di una morale naturale. No, no, no. Sono convinto che il pericolo stava altrove, anche se non è stato individuato subito come tale. Il pericolo stava nelle illustrazioni e nelle voci tecniche che le accompagnavano, là dove si descriveva come si coglie la canapa, come si spula il grano, come si concia il tabacco, come si fabbricano gli spilli.
Eco
Vuole spiegare meglio?
Diderot
Sì. Eh. L'Enciclopedia ha capovolto la visione del mondo perché ha portato in primo piano l'uomo che lavora, ha mostrato i processi dell'intelligenza non nell'esercizio astratto della logica o della dialettica, ma nell'esercizio concreto della trasformazione manuale del mondo. Capisce che atto rivoluzionario è stato parlare con rispetto e precisione del lavoro dell'agricoltore (ottantanove tavole), dell'ebanista (ottantotto tavole), del setaiolo (centotrentacinque tavole)? Capisce? Io non credo che da allora sia stata dedicata tanta attenzione scientifica al lavoro umano detto subalterno: tremila tavole, sa? E dal nulla. Non esisteva documentazione precedente. Si doveva andare dagli artigiani e accadeva che un tappezziere mi consegnasse dieci tavole zeppe di figure e tre quaderni scritti fitti fitti fitti per spiegarmi la sua tecnica; mentre un altro che doveva spiegarmi una manifattura complicatissima mi portò un piccolo catalogo di parole senza definizione, assicurandomi che della sua arte non si poteva dire nulla di più. E' che gli stessi artigiani non avevano coscienza critica del loro lavoro, oppure difendevano gelosamente i segreti del mestiere, dopo secoli in cui erano stati costretti a celare la loro unica ricchezza, perché... perché altri non se ne impadronisse. Talora occorreva introdursi come spie in un laboratorio fingendosi apprendisti, per capire qualcosa. E poi fare lavorare i disegnatori con precisione e con coerenza. Vent'anni di lavoro, ma in queste tremila tavole (dodici volumi di sole illustrazioni) c'era il segreto esplosivo dell'Enciclopedia, il primo vero poema didascalico del lavoro umano.
Eco
E dice che di questo potenziale esplosivo non se ne sono accorti subito?
Diderot
Certo che se ne sono accorti, eh. Ma qui, qui emerge uno dei lati curiosi di tutta la faccenda.
Eco
Quale?
Diderot
Che non si può dire che il potere fosse contrario a questa impresa.
Eco
Come?
Diderot
Sì. Il potere... E be', scusi eh? Cosa significa questa parola? Come in ogni epoca storica il potere era impersonato da una classe retriva, che tendeva a lasciare le cose come stavano, ma al tempo stesso era rappresentato da elementi dinamici, che intravedevano che il futuro economico della Francia stava nello sviluppo economico. Per questa classe l'Enciclopedia rappresentava un affare da incrementare.
Eco
Lei mi sta dicendo che stava facendo una rivoluzione con l'appoggio del potere.
Diderot
No, io non le sto dicendo che ero un rivoluzionario nel senso in cui lo intendete voi adesso, così come la Rivoluzione francese non è stata una rivoluzione come adesso voi la intendereste. Era una rivoluzione attuata dalla classe borghese. E chi doveva farla la rivoluzione, se non la classe più giovane, più fresca, più incorrotta rispetto alle vecchie strutture dello stato? Chi? L'Enciclopedia era un manuale rivoluzionario della borghesia rivoluzionaria, se vuole metterla in questi termini. Era un libro liberatorio anche per i lavoratori subalterni, ma la loro liberazione poteva iniziare solo attraverso la liberazione delle energie borghesi. Così l'Enciclopedia glorificava il lavoro anonimo dei filatori, ma era sostenuta da una classe di imprenditori nuovi, che avrebbero poi tratto profitto da quel lavoro anonimo, costruendo l'industria moderna e sfruttando quegli stessi filatori. Intravede una strada diversa? Come avrei dovuto agire?
Eco
Molti compromessi?
Diderot
Molti, molti di cui non me ne pento, eh. Ah, no. alcuni vorrei dire, automatici. Quando andai in prigione, per esempio. Sa chi mi tirò fuori?
Eco
Chi?
Diderot
Gli editori, sì, con l'aiuto del governo. L'Enciclopedia era un affare economico troppo grosso. Un guadagno del cinquecento per cento per gli editori, un giro di affari che il commercio con le Indie non aveva mai reso tanto, mille operai impiegati per vent'anni. Pensi un po'. Era un affare di stato, con la concorrenza dei librai olandesi che stavano rovinando il mercato. Eh, e io solo ero in grado di capire qualcosa in quella babele di progetti, di manoscritti, di bozze di stampa. Mi tirarono fuori, anche se avevo offeso i costumi e la religione. Ma chi mi tirò fuori? Eh? Chi mi tirò fuori? Quelli che mi avevano messo dentro. Lo sa anche lei, l'economia francese in quegli anni non poteva permettersi colpi di testa.
Eco
Quindi l'Enciclopedia fu fatta con l'aiuto dei suoi nemici.
Diderot
I quali oggettivamente dovevano essere amici. Sembra strano.
Eco
Erano stupidi? Erano degli illuministi in incognito?
Diderot
Né l'uno né l'altro. Erano uomini e donne del loro tempo, che vivevano le contraddizioni di una società feudale che stava diventando industriale. Io ebbi un compito, e forse questo fu il mio unico merito, eh, mi scusi: far giocare quelle contraddizioni, e giocarvi sopra, e sfruttarle. Eh, eh, eh! Le vie della libertà sono infinite.
Eco
Quindi lei, il terribile eversore, fu un uomo di potere?
Diderot
Un operatore dell'industria culturale. Vissi nel potere, perché starne fuori non serviva che a blandire la mia cattiva coscienza. Se vuole trovarmi dei meriti, sono stato, ecco, sono stato il primo intellettuale a capire la nuova struttura del potere, con cui ogni intellettuale avrebbe dovuto fare i conti.
Eco
Lei si definisce, ma non si giudica. Come si giudicherebbe?
Diderot
No, no, no. Io non definisco me stesso. Io definisco l'Enciclopedia. Eh! Guardi, è qui su questo tavolo. E' qua, di fronte a lei. Smetta di intervistare me e intervisti queste pagine.
Voi eravate una banda di atei che stava riscrivendo la stessa definizione di Dio, dell'anima, della morale.
Diderot
Nessuno di noi negava l'esistenza della divinità o di una morale naturale. No, no, no. Sono convinto che il pericolo stava altrove, anche se non è stato individuato subito come tale. Il pericolo stava nelle illustrazioni e nelle voci tecniche che le accompagnavano, là dove si descriveva come si coglie la canapa, come si spula il grano, come si concia il tabacco, come si fabbricano gli spilli.
Eco
Vuole spiegare meglio?
Diderot
Sì. Eh. L'Enciclopedia ha capovolto la visione del mondo perché ha portato in primo piano l'uomo che lavora, ha mostrato i processi dell'intelligenza non nell'esercizio astratto della logica o della dialettica, ma nell'esercizio concreto della trasformazione manuale del mondo. Capisce che atto rivoluzionario è stato parlare con rispetto e precisione del lavoro dell'agricoltore (ottantanove tavole), dell'ebanista (ottantotto tavole), del setaiolo (centotrentacinque tavole)? Capisce? Io non credo che da allora sia stata dedicata tanta attenzione scientifica al lavoro umano detto subalterno: tremila tavole, sa? E dal nulla. Non esisteva documentazione precedente. Si doveva andare dagli artigiani e accadeva che un tappezziere mi consegnasse dieci tavole zeppe di figure e tre quaderni scritti fitti fitti fitti per spiegarmi la sua tecnica; mentre un altro che doveva spiegarmi una manifattura complicatissima mi portò un piccolo catalogo di parole senza definizione, assicurandomi che della sua arte non si poteva dire nulla di più. E' che gli stessi artigiani non avevano coscienza critica del loro lavoro, oppure difendevano gelosamente i segreti del mestiere, dopo secoli in cui erano stati costretti a celare la loro unica ricchezza, perché... perché altri non se ne impadronisse. Talora occorreva introdursi come spie in un laboratorio fingendosi apprendisti, per capire qualcosa. E poi fare lavorare i disegnatori con precisione e con coerenza. Vent'anni di lavoro, ma in queste tremila tavole (dodici volumi di sole illustrazioni) c'era il segreto esplosivo dell'Enciclopedia, il primo vero poema didascalico del lavoro umano.
Eco
E dice che di questo potenziale esplosivo non se ne sono accorti subito?
Diderot
Certo che se ne sono accorti, eh. Ma qui, qui emerge uno dei lati curiosi di tutta la faccenda.
Eco
Quale?
Diderot
Che non si può dire che il potere fosse contrario a questa impresa.
Eco
Come?
Diderot
Sì. Il potere... E be', scusi eh? Cosa significa questa parola? Come in ogni epoca storica il potere era impersonato da una classe retriva, che tendeva a lasciare le cose come stavano, ma al tempo stesso era rappresentato da elementi dinamici, che intravedevano che il futuro economico della Francia stava nello sviluppo economico. Per questa classe l'Enciclopedia rappresentava un affare da incrementare.
Eco
Lei mi sta dicendo che stava facendo una rivoluzione con l'appoggio del potere.
Diderot
No, io non le sto dicendo che ero un rivoluzionario nel senso in cui lo intendete voi adesso, così come la Rivoluzione francese non è stata una rivoluzione come adesso voi la intendereste. Era una rivoluzione attuata dalla classe borghese. E chi doveva farla la rivoluzione, se non la classe più giovane, più fresca, più incorrotta rispetto alle vecchie strutture dello stato? Chi? L'Enciclopedia era un manuale rivoluzionario della borghesia rivoluzionaria, se vuole metterla in questi termini. Era un libro liberatorio anche per i lavoratori subalterni, ma la loro liberazione poteva iniziare solo attraverso la liberazione delle energie borghesi. Così l'Enciclopedia glorificava il lavoro anonimo dei filatori, ma era sostenuta da una classe di imprenditori nuovi, che avrebbero poi tratto profitto da quel lavoro anonimo, costruendo l'industria moderna e sfruttando quegli stessi filatori. Intravede una strada diversa? Come avrei dovuto agire?
Eco
Molti compromessi?
Diderot
Molti, molti di cui non me ne pento, eh. Ah, no. alcuni vorrei dire, automatici. Quando andai in prigione, per esempio. Sa chi mi tirò fuori?
Eco
Chi?
Diderot
Gli editori, sì, con l'aiuto del governo. L'Enciclopedia era un affare economico troppo grosso. Un guadagno del cinquecento per cento per gli editori, un giro di affari che il commercio con le Indie non aveva mai reso tanto, mille operai impiegati per vent'anni. Pensi un po'. Era un affare di stato, con la concorrenza dei librai olandesi che stavano rovinando il mercato. Eh, e io solo ero in grado di capire qualcosa in quella babele di progetti, di manoscritti, di bozze di stampa. Mi tirarono fuori, anche se avevo offeso i costumi e la religione. Ma chi mi tirò fuori? Eh? Chi mi tirò fuori? Quelli che mi avevano messo dentro. Lo sa anche lei, l'economia francese in quegli anni non poteva permettersi colpi di testa.
Eco
Quindi l'Enciclopedia fu fatta con l'aiuto dei suoi nemici.
Diderot
I quali oggettivamente dovevano essere amici. Sembra strano.
Eco
Erano stupidi? Erano degli illuministi in incognito?
Diderot
Né l'uno né l'altro. Erano uomini e donne del loro tempo, che vivevano le contraddizioni di una società feudale che stava diventando industriale. Io ebbi un compito, e forse questo fu il mio unico merito, eh, mi scusi: far giocare quelle contraddizioni, e giocarvi sopra, e sfruttarle. Eh, eh, eh! Le vie della libertà sono infinite.
Eco
Quindi lei, il terribile eversore, fu un uomo di potere?
Diderot
Un operatore dell'industria culturale. Vissi nel potere, perché starne fuori non serviva che a blandire la mia cattiva coscienza. Se vuole trovarmi dei meriti, sono stato, ecco, sono stato il primo intellettuale a capire la nuova struttura del potere, con cui ogni intellettuale avrebbe dovuto fare i conti.
Eco
Lei si definisce, ma non si giudica. Come si giudicherebbe?
Diderot
No, no, no. Io non definisco me stesso. Io definisco l'Enciclopedia. Eh! Guardi, è qui su questo tavolo. E' qua, di fronte a lei. Smetta di intervistare me e intervisti queste pagine.
domenica 15 novembre 2015
da "Il paradiso degli orchi" di Daniel Pennac
Cento metri più in là, la voce lamentosa di un muezzin si leva nel crepuscolo di Belleville. So bene cosa gli funge da minareto. E' una finestrella quadrata, una presa d'aria per latrine o un lucernario sul pianerottolo tra il terzo e il quarto piano di una facciata decrepita. Mi lascio trascinare per un attimo dalle geremiadi di questo prete venuto da lontano. Snocciola una sura che forse tratta di una malvarosa il cui sacro stelo spunta nelle mutande del Profeta. In tutto ciò c'è un dolore di esilio poco sopportabile. Per la prima volta, rivedo il morto dilaniato del Grande Magazzino. Poi penso a Louna e mi dò dello stronzo. E di nuovo le budella del meccanico dell'hinterland. Faccio appena in tempo ad appoggiarmi a un albero per non vomitare una seconda volta. Devo contare i passi per riuscire ad attraversare il viale ed entrare da Koutoubia.
Julius fila direttamente da Hadouch, in cucina. La voce del muezzin è coperta dalle conversazioni e dallo schioccare del domino. Il fumo ristagna e la maggioranza dei presenti sta seduta davanti a un pastis. Mi sa che il fratello mussulmano del lucernario dovrà faticare parecchio per riportare i suoi alla purezza dell'Islam!
Julius fila direttamente da Hadouch, in cucina. La voce del muezzin è coperta dalle conversazioni e dallo schioccare del domino. Il fumo ristagna e la maggioranza dei presenti sta seduta davanti a un pastis. Mi sa che il fratello mussulmano del lucernario dovrà faticare parecchio per riportare i suoi alla purezza dell'Islam!
sabato 19 settembre 2015
"Perché scrivo" di Italo Calvino
Scrivo perché non ero dotato per il commercio, non ero dotato per lo sport, non ero dotato per tante altre, ero un poco…, per usare una frase famosa, l'idiota della famiglia… In genere chi scrive è uno che, tra le tante cose che tenta di fare, vede che stare a tavolino e buttar fuori della roba che esce dalla sua testa e dalla sua penna è un modo per realizzarsi e per comunicare.
Posso dire che scrivo per comunicare perché la scrittura è il modo in cui riesco a far passare delle cose attraverso di me, delle cose che magari vengono a me dalla cultura che mi circonda, dalla vita, dall'esperienza, dalla letteratura che mi ha preceduto, a cui do quel tanto di personale che hanno tutte le esperienze che passano attraverso una persona umana e poi tornano in circolazione. È per questo che scrivo. Per farmi strumento di qualcosa che è certamente più grande di me e che è il modo in cui gli uomini guardano, commentano, giudicano, esprimono il mondo: farlo passare attraverso di me e rimetterlo in circolazione. Questo è uno dei tanti modi con cui una civiltà, una cultura, una società vive assimilando esperienze e rimettendole in circolazione.
Scrivo perché sono insoddisfatto di quel che ho già scritto e vorrei in qualche modo correggerlo, completarlo, proporre un'alternativa. In questo senso non c'è stata una "prima volta" in cui mi sono messo a scrivere. Scrivere è sempre stato cercare di cancellare di già scritto e mettere al suo posto qualcosa che ancora non so se riuscirò a scrivere.
Scrivo perché leggendo X (un X antico o contemporaneo) mi viene da pensare: "Ah, come mi piacerebbe scrivere come X! Peccato che ciò sia completamente al di là delle mie possibilità!". Allora cerco di immaginarmi questa impresa impossibile, penso al libro che non scriverò mai, ma che mi piacerebbe poter leggere, poter affiancare ad altri libri amati in uno scaffale ideale. Ed ecco che già qualche parola, qualche frase si presentano alla mia mente… Da quel momento in poi non sto più pensando a X, né ad alcun altro modello possibile. È a quel libro che penso, a quel libro che non è stato ancora scritto e che potrebbe essere il mio libro! Provo a scriverlo…
Scrivo per imparare qualcosa che non so. Non mi riferisco adesso all'arte della scrittura, ma al resto: a un qualche sapere o competenza specifica, oppure a quel sapere più generale che chiamano "esperienza della vita". Non è il desiderio di insegnare ad altri ciò che so o credo di sapere che mi mette voglia di scrivere, ma al contrario la coscienza dolorosa della mia incompetenza. Il mio primo impulso sarebbe dunque di scrivere per fingere una competenza che non ho? Me per essere in grado di fingere, devo in qualche modo accumulare informazioni, nozioni, osservazioni, devo riuscire a immaginarmi il lento accumularsi dell'esperienza. E questo posso farlo solo nella pagina scritta, dove spero di catturare almeno qualche traccia d’un sapere o d’una saggezza che nella vita ho sfiorato appena e subito perso.
domenica 16 agosto 2015
da "Satyticon" di Petronio
Dov'è ora la tua irascibilità, dove la tua prepotenza? Eccoti qui in balia dei pesci e delle belve e tu, che fino a poco fa vantavi la potenza del tuo dominio, di una nave tanto grande, dopo il naufragio, non hai neppure una tavola. Avanti, ora, mortali, e riempitevi il petto di idee grandi! Avanti, con le vostre precauzioni, e programmate un uso che duri mille anni per le ricchezze procacciate con la frode! Senza dubbio costui ancora ieri fece il bilancio del suo patrimonio, senza dubbio fissò in cuor suo anche il giorno in cui intendeva far ritorno in patria. Dei e dee, come lontano dalla sua meta egli giace! Ma ai mortali non sono solo i mari che danno questa bella prova di lealtà. Quello, mentre combatte, le armi lo piantano in asso, quell'altro, mentre espleta i doveri sacrificali agli dei, vien sepolto dalla rovinosa caduta dei suoi penati. Quello, caduto dalla vettura, resta per sempre senza fiato, lui che si affannava per far presto, il cibo strozza chi è ingordo, il digiuno consuma chi è astinente. A ben fare i calcoli, da ogni parte c'è un naufragio.
mercoledì 22 luglio 2015
da "Homer & Langley" di E.L. Doctorow
Il principale progetto di Langley era la raccolta dei giornali allo scopo ultimo di creare un numero unico ed eterno che andasse bene per qualsiasi giorno. […] Il progetto di Langley consisteva nel contare gli articoli di cronaca e archiviarli secondo la categoria: invasioni, guerre, stragi, incidenti d'auto, disastri ferroviari e aerei, scandali rosa, scandali ecclesiastici, rapine, omicidi, linciaggi, stupri, malefatte politiche con una sottocategoria per i brogli elettorali, reati della polizia, crimini della malavita, truffe finanziarie, scioperi, roghi di casamenti popolari, processi civili, processi penali, e così via. C'era una categoria a parte per i disastri naturali come epidemie, terremoti e uragani. Non le ricordo tutte. Langley mi spiegò che alla fine - non disse quando - avrebbe avuto sufficienti prove statistiche per circoscrivere i risultati agli avvenimenti definibili, per la loro frequenza, come manifestazioni fondamentali del comportamento umano. Dopodiché, grazie a ulteriori confronti statistici, avrebbe ottenuto un modello fisso in base al quale stabilire quali articoli andassero in prima pagina, quali in seconda, e così via. Anche le fotografie andavano commentate e scelte per la loro tipicità, ma questo, ammetteva, era difficile. Forse non avrebbe usato fotografie. Era un'impresa colossale, che lo teneva occupato parecchie ore al giorno. Correva fuori a comprare tutti i giornali del mattino, e più tardi quelli della sera, e poi c'erano i quotidiani finanziari, le pubblicazioni erotiche, quelle che trattavano dei vaudeville e dei fenomeni da baraccone, e così via. Voleva fissare la vita americana in un'unica edizione, quello che definiva il giornale di Collyer senza data, eternamente attuale, il solo giornale di cui la gente avrebbe avuto bisogno.
da "Ragtime" di E.L. Doctorow
La Mamma portò il lutto per un anno. Alla fine di questo periodo, Tate, avendo accettato che sua moglie era morta, le chiese di sposarlo. Naturalmente, non sono barone, disse, sono un ebreo lituano socialista. La Mamma accettò senza esitare. Lo adorava, e le piaceva stare con lui. Ciascuno trovava deliziosi i tratti del carattere dell'altro. Si sposarono con una cerimonia civile in un'aula del tribunale di New York City. Si sentirono benedetti. La loro unione fu felice, anche se senza prole. Tate fece un mucchio di denaro scrivendo sceneggiature di film a serie Nido di spie, e L'ombra del sottomarino. Il suo grande successo doveva ancora venire. La famiglia trovò un inquilino per la casa di New Rochelle, e si trasferì in California. Andarono ad abitare in una grande casa bianca, con le finestre arcuate il tetto di tegole arancione. Lungo il marciapiede v'era una fila di palme, e nel giardino aiuole di fiori rossi. Una mattina, Tate guardò fuori dalla finestra del suo studio, e vide i tre bambini seduti sul prato. Dietro di loro, sul marciapiede, c'era un triciclo. Stavano parlando, mentre prendevano il sole. Sua figlia, dai capelli neri, il figliastro dal capelli color grano, e il figlio adottivo, il bambino nero. D'un tratto gli venne un'idea per un film. Un gruppo di bambini, tutti amici, bianchi, neri, grassi, magri, ricchi, poveri, di ogni qualità, birbantelli, piccoli manigoldi, protagonisti di mille avventure buffe, un mazzo di furfantelli come tutti noi, una banda, che si cacciava nei guai e ne veniva fuori. In realtà, da quest'idea nacque non un solo film, ma diversi. E per allora, l'era del Ragtime era ormai finita, come se la storia altro non fosse che un'aria suonata da una pianola. Avevamo fatto la guerra e l'avevamo vinta. L'anarchica Emma Goldman era stata deportata. La bella e appassionata Evelyn Nesbit aveva perduto la sua bellezza ed era caduta nell'oscurità. E Harry K. Thaw, ottenuto il rilascio dal manicomio, ogni anno sfilava a Newport, nella parata dell'Anniversario dell'Armistizio.
sabato 11 luglio 2015
da "Il ponte sulla Drina" di Ivo Andrić
lunedì 13 aprile 2015
"Il diritto al delirio" di Eduardo Galeano
Ormai sta nascendo il nuovo millennio. La faccenda non è da prendere troppo sul serio. Il tempo si burla dei confini che noi inventiamo per credere che lui ci obbedisca. Il tempo continua, silenzioso, il suo cammino lungo le vie dell’eternità e del mistero. In verità, non c’è nessuno che sappia resistere: chiunque sente la tentazione di domandarsi come sarà il tempo che sarà. Benché non possiamo indovinare il tempo che sarà, possiamo avere almeno il diritto di immaginare come desideriamo che sia.
Nel 1948 e nel 1976, le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani: tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanità non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere. Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? Che direste se delirassimo per un istante?
Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sarà guidata dalla automobile, non sarà programmata dai calcolatori, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione; la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose; i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un’affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione; i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù; in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo; la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacchè le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla; la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei; però, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.
Nel 1948 e nel 1976, le Nazioni Unite proclamarono le grandi liste dei diritti umani: tuttavia la stragrande maggioranza dell’umanità non ha altro che il diritto di vedere, udire e tacere. Che direste se cominciassimo a praticare il mai proclamato diritto di sognare? Che direste se delirassimo per un istante?
Puntiamo lo sguardo oltre l’infamia, per indovinare un altro mondo possibile: l’aria sarà pulita da tutto il veleno che non venga dalla paure umane e dalle umane passioni; nelle strade, le automobili saranno schiacciate dai cani; la gente non sarà guidata dalla automobile, non sarà programmata dai calcolatori, né sarà comprata dal supermercato, né osservata dalla televisione; la televisione cesserà d’essere il membro più importante della famiglia e sarà trattato come una lavatrice o un ferro da stiro; la gente lavorerà per vivere, invece di vivere per lavorare; ai codici penali si aggiungerà il delitto di stupidità che commettono coloro che vivono per avere e guadagnare, invece di vivere unicamente per vivere, come il passero che canta senza saper di cantare e come il bimbo che gioca senza saper di giocare; in nessun paese verranno arrestati i ragazzi che rifiutano di compiere il servizio militare; gli economisti non paragoneranno il livello di vita a quello di consumo, né paragoneranno la qualità della vita alla quantità delle cose; i cuochi non crederanno che alle aragoste piaccia essere cucinate vive; gli storici non crederanno che ai paesi piaccia essere invasi; i politici non crederanno che ai poveri piaccia mangiare promesse; la solennità non sarà più una virtù, e nessuno prenderà sul serio chiunque non sia capace di prendersi in giro; la morte e il denaro perderanno i loro magici poteri, e né per fortuna né per sfortuna, la canaglia si trasformerà in virtuoso cavaliere; nessuno sarà considerato eroe o tonto perché fa quel che crede giusto invece di fare ciò che più gli conviene; il mondo non sarà più in guerra contro i poveri, ma contro la povertà, e l’industria militare sarà costretta a dichiararsi in fallimento; il cibo non sarà una mercanzia, né sarà la comunicazione un’affare, perché cibo e comunicazione sono diritti umani; nessuno morirà di fame, perché nessuno morirà d’indigestione; i bambini di strada non saranno trattati come spazzatura, perché non ci saranno bambini di strada; i bambini ricchi non saranno trattati come fossero denaro, perché non ci saranno bambini ricchi; l’educazione non sarà il privilegio di chi può pagarla; la polizia non sarà la maledizione di chi non può comprarla; la giustizia e la libertà, gemelli siamesi condannati alla separazione, torneranno a congiungersi, ben aderenti, schiena contro schiena; una donna nera, sarà presidente del Brasile e un’altra donna nera, sarà presidente degli Stati Uniti d’America; una donna india governerà il Guatemala e un’altra il Perù; in Argentina, le pazze di Plaza de Mayo saranno un esempio di salute mentale, poiché rifiutarono di dimenticare nei tempi dell’amnesia obbligatoria; la Santa Chiesa correggerà gli errori delle tavole di Mosè, e il sesto comandamento ordinerà di festeggiare il corpo; la Chiesa stessa detterà un altro comandamento dimenticato da Dio: “Amerai la natura in ogni sua forma”; saranno riforestati i deserti del mondo e i deserti dell’anima; i disperati diverranno speranzosi e i perduti saranno incontrati, poiché costoro sono quelli che si disperarono per il tanto sperare e si persero per il tanto cercare; saremo compatrioti e contemporanei di tutti coloro che possiedono desiderio di giustizia e desiderio di bellezza, non importa dove siano nati o quando abbiano vissuto, giacchè le frontiere del mondo e del tempo non conteranno più nulla; la perfezione continuerà ad essere il noioso privilegio degli dei; però, in questo mondo semplice e fottuto ogni notte sarà vissuta come se fosse l’ultima e ogni giorno come se fosse il primo.
Iscriviti a:
Post (Atom)


















