domenica 31 marzo 2019

Verba volant (644): indulgenza...

Indulgenza, sost. f.

Naturalmente mi rendo conto che si tratta di una notizia assolutamente meno importante delle recenti elezioni regionali in Basilicata o della visita del presidente cinese a Roma o di qualunque altra cosa voi preferiate parlare, ma dal 4 al 21 marzo un ciclone ha colpito vastissime zone dell'Africa australe - la parte di quel continente più lontana da noi - seminando distruzione in Mozambico, Zimbabwe, Malawi e Madagascar.
Per ora è impossibile fare un conto esatto delle vittime - sono quasi ottocento, secondo i dati ufficiali, che in casi come questi sono sempre destinati a essere smentiti - ma più di tre milioni di persone sono state colpite da questo imponente fenomeno naturale, uno dei più gravi della storia recente di quella tormentata regione.
Naturalmente non è stato devastante soltanto il ciclone nel momento del suo scatenarsi, ma lo sono altrettanto le sue conseguenze. La rete dell'energia elettrica è stata distrutta e non è possibile sapere quando sarà ripristinata, e lo stesso vale per quella dell'acqua potabile. Sono state gravemente danneggiate le strade e le ferrovie e quindi molti territori, specialmente quelli rurali, sono irraggiungibili. In queste condizioni in quei paesi non c'è da mangiare e da bere, e le condizioni igieniche sono al limite, e tutto questo favorisce il diffondersi di epidemie, a partire dal colera. Naturalmente anche i raccolti sono andati distrutti e quindi gli effetti del ciclone dureranno molti mesi in quei paesi, aumentandone la povertà. Le persone che moriranno a causa del ciclone saranno molte di più, in un tempo purtroppo molto lungo. Basta rileggere Manzoni per sapere quanto le disgrazie siano sempre concatenate l'una all'altra: la guerra favorisce la carestia, che a sua volta permette un più rapido propagarsi della pestilenza e così via. E il tema non è capire se siano morte più persone per la carestia o per la peste: sono comunque morte.
Ovviamente non è affar nostro - e per questo non ce ne siamo minimamente occupati - non è colpa nostra se quel ciclone è stato così violento e se si è abbattuto proprio laggiù. E anche se c'entrasse in qualche modo il riscaldamento globale, l'inquinamento, ossia il nostro spasmodico bisogno di energia, il nostro desiderio di avere molto caldo d'inverno e molto freddo d'estate, la nostra volontà di muoverci continuamente da una parte all'altra del pianeta, ma anche del nostro quartiere, usando dei mezzi a motore, non sono stati certo gli scarichi della mia automobile o il consumo dle mio condizionatore a causare quella catastrofe. Io sono innocente. Non è affar nostro perché quei paesi sono davvero lontani e chi fuggirà da quella devastazione non riuscirà ad arrivare qui. Io non voto - e non ho mai votato - per quelli che vogliono chiudere le frontiere e i porti, per quelli che vogliono che muoiano tutti in mare. Io sono innocente. Io non lucro sulla povertà dell'Africa. Certo voglio cambiare smartphone ogni anno e cerco di spendere ogni volta il meno possibile: e quindi il coltan che si produce in quella regione dell'Africa è meglio che costi poco. Ma non è il coltan che serve per il mio smartphone a causare lo sfruttamento in quei paesi. Io sono innocente. E' proprio così: questo ciclone non è affar nostro: per quello non ne abbiamo parlato. Non perché siamo egoisti, o perché ce ne freghiamo, ma è che siamo senza colpa; siamo sempre senza colpa.
Se proprio sentiamo che qualcosa ci rode dentro - e non è il sushi che non abbiamo digerito - possiamo mandare un'offerta a una delle associazioni che lavorano in quei paesi: è un modo molto comodo per comprarci l'indulgenza, come facevano i ricchi qualche secolo fa. Avremo comunque fatto del bene, avremo aiutato chi là sta facendo davvero qualcosa in quella situazione di emergenza, ma non pensiamo di esserci salvati l'anima con quei soldi. E comunque non ne abbiamo bisogno, perché a differenza dei banchieri e dei mercanti che sapevano benissimo che in paradiso ci sarebbero potuti entrare solo con quegli aiuti così terreni - e che sono stati determinanti per finanziare una bella parte del nostro Rinascimento - noi siamo sempre convinti di essere innocenti.
Non ci farebbe male che cominciassimo a sentirci colpevoli. Solo un po', senza esagerare - non ci siamo abituati - e comunque non possiamo affrontare da soli i mali del mondo. Rendersi conto che nel mese di marzo un pezzo del nostro pianeta è stato distrutto sarebbe già qualcosa.

mercoledì 27 marzo 2019

Verba volant (643): sogno...

Sogno, sost. m.

Si avvicina il solstizio d'estate e ad Atene ci si prepara per le nozze di Teseo, il duca della città, e Ippolita, la regina delle Amazzoni. Tra i più entusiasti ci sono sei artigiani - un falegname, uno stipettaio, un tessitore, un riparatore di mantici, un calderaio e un sarto - che vogliono mettere in scena un dramma da recitare a palazzo durante la grande festa nuziale.
Chissà se William Shakespeare sapeva che nella Grecia antica, molto prima del tempo raccontato da Omero, prima del tempo in cui erano considerati eroi quelli che avevano combattuto sotto le mura di Troia e di Tebe, quelli che avevano partecipato alla spedizione per rubare il vello d'oro, quel popolo onorava molto più dei guerrieri i poeti e gli artigiani, perché erano questi gli unici capaci di creare qualcosa dal nulla. Immagino di sì, perché il Sogno di una notte di mezza estate non è solo una fiaba, un divertente e galante gioco sull'amore - e basterebbe questo a farne un gioiello dell'arte di Shakespeare - ma è il racconto di una nostalgia.
La nostalgia di un tempo in cui nei boschi, in certe notti d'estate - e d'inverno - gli uomini potevano incontrare esseri magici e divini, fate, elfi e folletti, in cui i confini tra mondi così diversi erano meno rigidi, in cui i ritmi di vita degli uomini erano scanditi dal susseguirsi in cielo del sole e della luna e la vita della natura era segnata dal succedersi delle stagioni. La nostalgia di un tempo in cui un tessitore dalla testa d'asino poteva amare la bellissima regina delle fate. La nostalgia di un tempo in cui poeti e artigiani, in forza della loro capacità creatrice, erano quelli che guidavano le loro piccole comunità. E in cui tutti - donne e uomini - potevano esercitarsi a diventare poeti e artigiani, perché - a differenza del mestiere delle armi, che era elitario, perché basato sul censo - questi lavori sono eminentemente democratici: il saper fare non richiede ricchezza, ma solo intelligenza, impegno e passione. 
Il figlio del guantaio di Stratford sapeva naturalmente che quel tempo era irrimediabilmente perduto, che avevano vinto i guerrieri, avevano definitivamente vinto Teseo e Ippolita, con le loro convenzioni borghesi e i loro calendari rigidamente definiti. E sapeva che da lì a poco ai guerrieri si sarebbero affiancati gli scienziati, con tutte le loro filosofie e la loro logica. Ma Shakespeare con questa commedia ci vuole dire - anche a noi, che viviamo in un tempo in cui guerrieri e scienziati non sono mai stati così potenti - che c'è qualcosa in noi che rimarrà sempre irriconducibile alla logica della guerra e della scienza, ossia la capacità di fare qualcosa dal nulla.
E creare qualcosa - una poesia come un paio di scarpe, un vaso come una canzone - è un'attività schiettamente umana, che ha in sé qualcosa di magico. Naturalmente vale per ciascuno di noi, quando ci impegniamo a fare qualcosa. Per Shakespeare questa attività "magica" era ovviamente il teatro e infatti il Sogno è la commedia della passione per il teatro, per lo scrivere per la scena e per il recitare, della capacità degli attori di inventarsi leoni, muri o chiari di luna. Shakespeare con il Sogno ci ha detto quanto fosse magico il suo lavoro. E quanto siamo magici noi quando scriviamo, disegniamo, cantiamo. Quando riconosciamo il Puck che è nascosto in ciascuno di noi.

martedì 26 marzo 2019

da "Il nome della rosa" di Umberto Eco

L'Edificio, tranne il muro meridionale, diroccato, sembrava ancora stare in piedi e sfidare il corso del tempo. I due torrioni esterni, che davano sullo strapiombo, parevano quasi intatti, ma dappertutto le finestre erano occhiaie vuote le cui lacrime vischiose eran rampicanti putridi. Nell'interno l'opera dell'arte, distrutta, si confondeva con quella della natura e per vasti tratti dalla cucina l'occhio correva al cielo aperto, attraverso lo squarcio dei piani superiori e del tetto, diruti abbasso come angeli caduti. Tutto ciò che non era verde di muschio era ancora nero dal fumo di tanti decenni prima.
Rovistando tra le macerie trovavo a tratti brandelli di pergamena, precipitati dallo scriptorium e dalla biblioteca e sopravvissuti come tesori sepolti nella terra; e incominciai a raccoglierli, come se dovessi ricomporre i fogli di un libro. Poi mi avvidi che da uno dei torrioni saliva ancora, pericolante e quasi intatta, una scala a chiocciola allo scriptorium, e di lì, inerpicandosi per un pendio di macerie, si poteva arrivare all'altezza della biblioteca: la quale era però soltanto una sorta di galleria rasente le mura esterne, che dava in ogni punto sul vuoto.
Lungo un tratto di muro trovai un armadio, ancora miracolosamente ritto lungo la parete, non so come sopravvissuto al fuoco, marcio d'acqua e di insetti. Dentro vi stava ancora qualche foglio. Altri lacerti trovai frugando le rovine da basso. Povera messe fu la mia, ma passai una intera giornata a raccoglierla, come se da quelle disiecta membra della biblioteca dovesse pervenirmi un messaggio. Alcuni brandelli di pergamena erano scoloriti, altri lasciavano intravvedere l'ombra di una immagine, a tratti il fantasma di una o più parole. Talora trovai fogli su cui erano leggibili intere frasi, più facilmente rilegature ancora intatte, difese da quelle che erano state borchie di metallo... Larve di libri, apparentemente ancora sane di fuori ma divorate all'interno: eppure qualche volta si era salvato un mezzo foglio, traspariva un incipit, un titolo...
Raccolsi ogni reliquia che potei trovare, e ne empii due sacche da viaggio, abbandonando cose che mi erano utili pur di salvare quel misero tesoro.
Lungo il viaggio di ritorno e poi a Melk passai molte e molte ore a tentar di decifrare quelle vestigia. Spesso riconobbi da una parola o da una immagine residua di quale opera si trattasse. Quando ritrovai nel tempo altre copie di quei libri, li studiai con amore, come se il fato mi avesse lasciato quel legato, come se l'averne individuato la copia distrutta fosse stato un segno chiaro del cielo che diceva tolle et
lege. Alla fine della mia paziente ricomposizione mi si disegnò come una biblioteca minore, segno di quella maggiore scomparsa, una biblioteca fatta di brani, citazioni, periodi incompiuti, moncherini di libri.

Più rileggo questo elenco più mi convinco che esso è effetto del caso e non contiene alcun messaggio. Ma queste pagine incomplete mi hanno accompagnato per tutta la vita che da allora mi è restata da vivere, le ho spesso consultate come un oracolo, e ho quasi l'impressione che quanto ho scritto su questi fogli, che tu ora leggerai, ignoto lettore, altro non sia che un centone, un carme a figura, un immenso acrostico che non dice e non ripete altro che ciò che quei frammenti mi hanno suggerito, né so più se io abbia sinora parlato di essi o essi abbiano parlato per bocca mia. Ma quale delle due venture si sia data, più recito a me stesso la storia che ne è sortita, meno riesco a capire se in essa vi sia una trama che vada al di là della sequenza naturale degli eventi e dei tempi che li connettono. Ed è cosa dura per questo vecchio monaco, alle soglie della morte, non sapere se la lettera che ha scritto contenga un qualche senso nascosto, e se più d'uno, e molti, o nessuno.
Ma questa mia inabilità a vedere è forse effetto dell'ombra che la grande tenebra che si avvicina sta gettando sul mondo incanutito.
Est ubi gloria nunc Babylonia? Dove sono le nevi di un tempo? La terra danza la danza di Macabré, mi sembra a tratti che il Danubio sia percorso da battelli carichi di folli che vanno verso un luogo oscuro.
Non mi rimane che tacere. O quam salubre, quam iucundum et suave est sedere in solitudine et tacere et loqui cum Deo! Tra poco mi ricongiungerò col mio principio, e non credo più che sia il Dio di gloria di cui mi avevano parlato gli abati del mio ordine, o di gioia, come credevano i minoriti di allora, forse neppure di pietà. Gott ist ein lautes Nichts, ihn rührt kein Nun noch Hier... Mi inoltrerò presto in questo deserto amplissimo, perfettamente piano e incommensurabile, in cui il cuore veramente pio soccombe beato. Sprofonderò nella tenebra divina, in un silenzio muto e in una unione ineffabile, e in questo sprofondarsi andrà perduta ogni eguaglianza e ogni disuguaglianza, e in quell'abisso il mio spirito perderà se stesso, e non conoscerà né l'uguale né il disuguale, né altro: e saranno dimenticate tutte le differenze, sarò nel fondamento semplice, nel deserto silenzioso dove mai si vide diversità, nell'intimo dove nessuno si trova nel proprio luogo. Cadrò nella divinità silenziosa e disabitata dove non c'è opera né immagine.

Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole. Lascio questa scrittura, non so per chi, non so più intorno a che cosa: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.

lunedì 25 marzo 2019

"Poesia come arte che insorge" di Lawrence Ferlinghetti


Osa essere un guerrigliero poetico non-violento,
                                                                un antieroe.
Controlla la tua voce più incontrollata con
                                                      compassione.
Fai il vino nuovo con gli acini della rabbia.

Ricorda che gli uomini e le donne sono esseri
infinitamente estatici, infinitamente sofferenti.

Solleva i ciechi, spalanca le tue finestre chiuse,
                                                    solleva il tetto,
svita le serrature delle porte, ma non buttare via
                                                                 i cardini.

Verba volant (642): vipera...

Vipera, sost. f.

C'è questa giovane donna, così giovane da dover dipendere in tutto dal suo tutore. Non è libera di uscire, non è libera di vedere altre persone, specialmente altri uomini, se non i suoi insegnanti e il suo parrucchiere. E' prigioniera in casa, perché il suo tutore non vuole neppure che si affacci alle finestre. Ma questa giovane donna si innamora di qualcuno di cui, secondo le convenzioni, non dovrebbe innamorarsi. Nonostante questa cultura oppressiva in cui è cresciuta, questa giovane donna non è sottomessa, conosce le regole, accetta di rispettarle, ma vuole anche decidere della propria vita. Ama quel giovane, sa di esserne riamata e per questo è determinata nella sua decisione: quel giovane sarà suo. Questa giovane donna non vuole essere una ribelle, accetta le regole della società in cui vive, ma non è disposta ad accettare che altri decidano per lei. La vediamo lottare per raggiungere questo obiettivo, mettere a rischio la sua condizione, con una determinazione e una scaltrezza che stupiscono per una giovane di quell'età, che apparentemente conosce così poco delle cose del mondo, e alla fine ottiene quello per cui ha combattuto: quell'uomo sarà suo.
Sembra una storia di oggi, anche se purtroppo non sempre le giovani donne riescono a sconfiggere le costrizioni imposte loro dalla famiglia e dalla società in cui vivono. Per tante giovani donne è il maschio che decide che quella donna sarà sua, indipendentemente da quello che lei vuole. Invece è la trama del Barbiere di Siviglia, l'opera buffa musicata da Gioachino Rossini su libretto di Cesare Sterbini, scritta e andata in scena nel 1816, quando il congresso di Vienna era finito da meno di un anno ed era cominciato il tentativo di far finta che la rivoluzione francese non fosse mai scoppiata.
Naturalmente nei due atti del Barbiere succedono anche altre cose rispetto alla trama che ho raccontato io, ma sostanzialmente la storia è questa e la vera protagonista, a dispetto dei titoli - perché debuttò come Almaviva, o sia l'inutile precauzione - è Rosina e gli uomini, da Figaro al Conte, a don Bartolo agiscono perché agisce Rosina. Ed è lei che nell'aria Una voce poco fa ci racconta tutta la sua forza.
Certo Rossini, con malizia e ironia, ci ricorda che l'amore è un "male universale", nell'unica aria dell'altro personaggio femminile dell'opera, Berta, la governante della casa di don Bartolo, in un'amara riflessione sulla vecchiaia, che stupisce in un giovane autore di ventiquattro anni. Ma Rossini sapeva che il matrimonio di Rosina non sarebbe stato poi così felice, che sarebbe stata regolarmente tradita da quel suo "fido sposo", come ci racconta Mozart nelle Nozze di Figaro. Forse Rosina, diventata ormai contessa, si pente di quel suo ardore giovanile, di quella sua decisione così fortemente voluta, ma certo non dimentica la sua forza e continua a essere colei che risolve le questioni, questa volta a dispetto del marito, come prima l'aveva fatto contro don Bartolo. Nel prequel rossiniano vediamo Rosina prima di essere la contessa e ne riconosciamo il carattere; e sappiamo che è stata lei a scegliere quel marito. E in Mozart la contessa continua a far scattare le sue trappole.
E noi maschi, che siamo gretti come don Bartolo o ci crediamo furbi come Figaro, dovremmo sperare che le nostre figlie fossero "vipere" come Rosina.

domenica 24 marzo 2019

Verba volant (641): stupro...

Stupro, sost. m.

Uno dei capolavori assoluti della scultura di tutti i tempi, una delle opere più belle che continueremo per sempre a osservare con stupita ammirazione, è la descrizione di uno stupro: l'Apollo e Dafne che Gian Lorenzo Bernini - con la collaborazione di Giuliano Finelli, che creò le foglie e le radici - realizzò per la collezione del suo potente mecenate, il cardinale Scipione Borghese.
Bernini immortala nel marmo la storia raccontata da Ovidio nel primo libro delle Metamorfosi, e in particolare il momento più difficile da rappresentare visivamente con una scultura, ossia quando il corpo della giovane Dafne comincia a trasformarsi in una pianta di alloro, proprio quando il dio l'ha raggiunta e comincia a toccarla.
E' nota la storia, almeno per come ce l'ha tramandata il più grande poeta dell'età augustea. Cupido, per vendicarsi di Apollo che l'ha deriso mentre si allenava con il suo arco - dicendogli che le armi sono una "cosa da uomini" - colpisce il dio con una freccia che scatena la sua passione, mentre ne scaglia un'altra contro la bellissima ninfa, figlia del fiume Peneo, che le fa rifiutare l'amore.
Ovidio descrive il lungo inseguimento di Apollo - ossia quello che succede prima del momento miracolosamente scolpito da Bernini - e credo meriti rileggere quei versi, che sono così tragicamente "moderni". Il dio che non riesce a raggiungere la giovane prima cerca di convincerla a fermarsi, usando l'argomento che lo sta facendo "per il suo bene": se continuerà a correre così - le sussurra mellifluo il dio - rischia di cadere e di farsi male. Poi, visto che Dafne continua la sua corsa, fa un'altra cosa che noi maschi facciamo - è la variante del "lei non sa chi sono io" - e le enumera i suoi titoli, le sue ricchezze, le fa capire che dovrebbe essere grata che uno come lui insegua una come lei e che quindi dovrebbe fermarsi. Apollo è davvero la quintessenza della parte peggiore di noi maschi e infatti nel momento in cui ghermisce il corpo di Dafne e si rende conto che si sta trasformando in una pianta, pronuncia la frase "sarai il mio albero". Dafne deve essere sua, a tutti i costi, viva o morta. Apollo è il maschio che considera la donna una sua proprietà.
E adesso torniamo a osservare la scena dello stupro come l'ha scolpito Bernini. L'avvocato di Apollo si sarebbe subito preso la briga di dire che non si tratta tecnicamente di stupro, perché evidentemente non c'è stata penetrazione, e magari un giudice avrebbe fatto notare che Dafne non avrebbe dovuta essere così provocatoriamente svestita, anche se è chiaro che la veste le sta cadendo nello sforzo di sfuggire alle mani del suo stupratore. E invece lo stupro c'è stato perché Apollo riesce a toccare il corpo di Dafne non ancora trasformato: ce lo fa vedere Bernini e ce lo racconta Ovidio, dicendo che riesce a sentire ancora il suo cuore che batte, pur attraverso la pelle che sta diventando corteccia, e che bacia quel corpo in trasformazione. E c'è lo stupro perché Dafne fa in tempo a sentire su di sé quella mano che la sta violando, quelle labbra che non voleva sentire: il dolore del suo volto è perché sente che lo stupro si sta consumando.
C'è ancora una violenza su Dafne nel racconto di Ovidio. Dopo la tirata di Apollo in cui spiega che da quel momento l'alloro diventerà la "sua" pianta e che servirà a cingere poeti e condottieri - quello che oggi fanno i neolaureati, per festeggiare l'inizio del periodo in cui saranno disoccupati - un alito di vento scuote i rami e Apollo - e purtroppo anche Ovidio - considera quel tremito naturale come un cenno di assenso. Il dio vuole che comunque Dafne dica sì.
Naturalmente noi dobbiamo continuare a guardare con meraviglia quella scultura di Bernini, come continueremo a leggere i versi levigatissimi di Ovidio. Ma non dobbiamo usare espressioni ipocrite: Apollo non è innamorato di Dafne, non la sta corteggiando. La sta stuprando, sta esercitando su di lei una violenza terribile. A Dafne dobbiamo, almeno noi, l'uso delle parole esatte.

venerdì 22 marzo 2019

Verba volant (640): corbelleria...

Corbelleria, sost. f.

Lo so, è la seconda volta che scrivo su Verba volant contro Cacciari. A mia discolpa, posso solo dire che ha cominciato lui: non è colpa mia se dice spesso delle corbellerie. Una delle ultime in ordine di tempo è questa sua apodittica affermazione, detta immagino con il suo solito piglio professorale:
Se la gente avesse letto qualche libro in più oltre a Topolino, capirebbe molte cose.
Ho avuto la fortuna nella mia vita accademica di non aver mai dovuto leggere un libro del professor Cacciari e naturalmente non l'ho fatto neppure dopo, per puro diletto. Nonostante io e Cacciari condividiamo l'augusto titolo di filosofi - anche se io non esercito. 
Invece ho avuto la fortuna di leggere moltissimi numeri di Topolino. Anche questo l'ho già raccontato da qualche altra parte di questo dizionario: io sono cresciuto nel contado bolognese, dentro un'edicola.
Quando io ero piccolo, nei primissimi anni Settanta, nelle edicole non c'erano molti fumetti, ma c'era Topolino. Ho un ricordo vivissimo del momento in cui Topolino arrivava, ogni settimana, a Quarto. Mentre praticamente tutto il resto che veniva venduto in edicola - dai giornali alle riviste - arrivava dal distributore la mattina intorno alle cinque - costringendo i miei nonni a delle quotidiane levatacce - Topolino arrivava all'ufficio postale. Non ho mai saputo perché - mi pare che succedesse anche con la Settimana enigmistica, ma la cosa mi interessava molto meno, come potete immaginare. Il mercoledì mattina mio nonno andava all'ufficio postale e prendeva il pacco di Topolino. Io spesso lo accompagnavo e agguantavo il giornalino prima di tutti: ero il primo a Quarto a poter leggere Topolino. Per un po' ero convinto di essere il primo al mondo a poter leggere Topolino.
Come si dice, l'occasione fa uomo ladro. E' esattamente quello che è successo a me: crescere in un'edicola, con Topolino a disposizione, e Geppo, Tiramolla e i pochi altri che stavano nello scaffale dei fumetti - me lo ricordo con precisione dove stava quello scaffale, a distanza di una quarantina d'anni - ha fatto di me un precoce lettore. Di questo deve ringraziare certamente Topolino
E devo dire che Topolino mi ha anche insegnato l'italiano: magari non riuscivo a capire cosa significassero esattamente pusillanime e villanzone, ma quel giornale stuzzicava sempre la mia curiosità. Perché Topolino era scritto in un bell'italiano, ricco e senza errori. E mi ha insegnato anche un po' di storia, visto che topi e paperi non disdegnavano di avventurarsi in epoche lontane. E la geografia, dato che viaggiavano moltissimo, viste le disponibilità finanziarie di Paperone.
Poffarbacco, se non ci fosse stato Topolino non sarei diventato neppure un filosofo.


giovedì 21 marzo 2019

Verba volant (639): poesia...

Poesia, sost. f.

Cos'è una poesia? Etimologicamente, risalendo al greco antico ποιέω - che significa fare - è una cosa fatta, una creazione. Al di là di questo, è però qualcosa difficile da definire, anche se tutti noi, compresi quelli che sono poco avvezzi alle poesie, probabilmente anche chi non ne mai letta una e perfino chi non sa proprio leggere, la saprebbe riconoscere, quando ne vedesse una. Sono quelle lettere in un rapporto del tutto particolare con il resto della pagina. Ovviamente una poesia è una cosa un po' più complessa di un insieme di parole al centro di uno spazio bianco, però la "cosa" poesia è in parte questo. In più una poesia è musica e qui quell'insieme di parole si apre magicamente all'infinito.
Borges - che aveva una particolare capacità di raccontare l'infinito - costruisce la sua infinita biblioteca, come l'insieme di tutti i possibili libri in cui si susseguono le sequenze dei venticinque simboli ortografici in tutte le loro possibili combinazioni. Dopo aver terminato questa terribile costruzione, geometrica e barocca, l'autore argentino si rende conto che
a rigore, basterebbe un solo volume, di formato comune, stampato in corpo nove o in corpo dieci, e composto d'un numero infinito di fogli infinitamente sottili.
Curiosamente Borges, che era cieco e quindi ascoltava le poesie invece di leggerle - e le dettava invece di scriverle - non immagina un'altra forma di infinito possibile, racchiuso questa volta in un solo verso. Scegliete voi un qualsiasi verso di una qualsiasi poesia e immaginate di ripeterlo molte volte nel corso della vostra vita: ogni volta quel verso sarà leggermente diverso, perché cambia lo strumento, cambia la vostra voce - che è diversa dalla mattina alla sera di uno stesso giorno ed è diversa quando siete bambini e quando siete vecchi - e soprattutto perché cambiate voi e ogni volta che recitate quel verso siete una persona diversa. E naturalmente cambia quel verso se lo recita un'altra persona, perché la sua voce è diversa dalla vostra e di qualunque altro essere vivente. E anche nell'epoca della riproducibilità infinita dei suoni, quandanche fosse possibile costruire degli strumenti così perfetti capaci di riprodurre quel verso ogni volta nello stesso identico modo, saremmo diversi noi che lo ascoltiamo e quindi quel verso sarebbe ancora ogni volta diverso. C'è un infinito in ogni verso di ogni poesia. Ed è qualcosa che a un tempo ci affascina e ci mette ansia, come muoversi negli infiniti corridoi della biblioteca di Borges. 
E allora cambiamo la domanda, cambiando solo un articolo: cos'è la poesia? E qui è ancora più complicato, perché evidentemente non basta dire che è la capacità di fare poesie, anche se questa definizione che assimila il poeta a qualunque altro artigiano, a qualunque altro uomo capace di fare un oggetto, è etimologicamente esatta. Perché in fondo le poesie sono cose che noi uomini facciamo. Qualcuno è molto bravo a farle, qualcuno è meno bravo, qualcuno si crede bravo. Per qualcuno è il proprio lavoro, per altri è solo una passione. C'è un aspetto tecnico del fare poesia che è naturalmente ineludibile. Il calzolaio fa una cosa che serve proteggere i nostri piedi, il falegname fa una cosa che serve a farci sedere, e così via, il poeta fa una cosa che serve a comunicare, a raccontare. A volte, anche se credo molto raramente, una poesia serve solo a chi la scrive, ma in generale è un modo per costruire legami, per trasmettere idee o anche solo piacere.   
La poesia è importante per chi la fa, ma anche per quelli per cui è fatta, ossia per tutti noi. C'è un piacere particolare quando scopriamo la poesia. E la poesia non la si trova solo nelle poesie, ma c'è una poesia nelle parole a cui noi dovremmo fare più attenzione. Adesso lo faccio raramente, ma a me piace leggere ad alta voce. Rileggo ad alta voce queste cose che voi leggete, per correggerle; studiavo ad alta voce, e ogni tanto sentivo - anche in un testo che non voleva essere poesia, che non doveva essere poesia - un qualcosa che non sapevo definire, ma che mi sembrava poesia. A volte è la semplice scelta di una parola piuttosto che un'altra o il modo per chiudere una frase. 
Borges racconta che i bibliotecari passano la loro vita a cercare un libro e naturalmente questa ricerca è inutile e frustrante, perché è praticamente impossibile trovare un libro in una marea infinita di libri. Noi più semplicemente dobbiamo fare attenzione a quello che leggiamo - ma anche a quello che scriviamo - a quello che ascoltiamo - ma anche a quello che diciamo - perché, nascosto lì, da qualche parte, può esserci un po' di poesia. E per fortuna è molta più di quella che pensiamo e quindi la nostra ricerca non sarà così vana. Dobbiamo solo abituarci a riconoscerla.

p.s. buona Giornata mondiale della poesia...

lunedì 18 marzo 2019

Verba volant (638): coltello...

Coltellosost. m.

Questa è la storia di una canzone, e anche il modo per raccontare, attraverso una canzone, un po' di storia del Novecento.
Il mio racconto comincia in un giorno di agosto del 1928, a Berlino. Per la smania di un attore di farsi notare. Harald Paulsen, che doveva interpretare Mackie Messer nell'Opera da tre soldi, poco prima del debutto chiese ai due autori, Bertolt Brecht e Kurt Weill, di scrivere un pezzo che introducesse il suo personaggio, così che avesse maggiore importanza. Probabilmente era geloso di Lotte Lenya - che era anche la moglie di Weill - che cantava il brano certamente più bello dell'opera, Jenny dei pirati. In pochi giorni Brecht e Weill scrissero La ballata di Mackie Messer, che però non fecero interpretare a Paulsen: decisero che questa canzone, una sorta di preludio dell'opera, tra l'ouverture e l'inizio del primo atto, sarebbe stata interpretata da un cantastorie - nello stile delle moritat medievali - accompagnato dal suo organetto. Nelle prime rappresentazioni al Schiffbauerdamm venne cantata da Kurt Gerron, che interpretava anche il capo della polizia Jackie Brown.
Quel brano, aggiunto così all'ultimo momento, quasi per caso, era destinato a un successo che avrebbe stupito i suoi autori. Sono versi di una terribile crudezza: sono raccontati, anche solo con un accenno, alcuni delitti di Mackie - alcuni atroci, come quello di sei bambini in un incendio - compiuti da quel criminale con assoluta indifferenza e con la tranquillità di sapersi impunito. Mentre il pescecane mostra i suoi denti, facendo capire quanto possa essere pericoloso, Mackie gira in guanti bianchi e non mostra mai il suo coltello.
Quell'opera così "nuova" non era né un melodramma in stile italiano - Turandot era andata in scena solo due anni prima - né un musical americano - Show boat prodotto da Florenz Ziegfeld debuttò il 27 dicembre 1927 - ma piuttosto un'inedita opera jazz, un capolavoro musicale con cui Kurt Weill inventò un genere. L'Opera da tre soldi ebbe un successo insperato - almeno secondo quanto prevedeva il suo produttore - nella Germania di Weimar, in cui covavano i germi del nazismo. Ebbe in due anni ben quattrocento repliche, anche se probabilmente i borghesi che applaudivano le canzoni di Weill non si rendevano conto di essere proprio loro i primi bersagli della durissima critica sociale che il testo di Brecht si prefiggeva. Ma quello strano equilibrio berlinese - una delle stagioni culturalmente più feconde della prima parte del Novecento - in cui le opere di Brecht avevano un tale successo, mentre Hitler si preparava a prendere il potere, era destinato a finire molto presto. Come viene raccontato in maniera molto vivida in Cabaret, in quegli anni a Berlino si ballava sull'orlo del precipizio.
Il 28 febbraio del 1933 Brecht lasciò la Germania e cominciò un esilio che sarebbe finito solo nel 1948, quando si trasferì a Berlino est. Fuggirono anche Kurt Weill e Lotte Lenya, prima a Parigi e poi, dal 1935, negli Stati Uniti. Weill continuò a scrivere la sua musica, per la radio, per Broadway - tra le altre le canzoni del musical Lady in the dark, sui testi di Ira Gershwin, e la bellissima September song - e per il cinema. Morì a New York, nel 1950, prima di vedere il successo di Mack the Knife.
E qui comincia infatti un altro pezzo della nostra storia. Negli Stati Uniti l'Opera da tre soldi venne rappresentata a Broadway, tradotta da Gifford Cochran e Jerrold Krimsky, nell'aprile del '33, ma fu un fiasco clamoroso: ci furono sole dodici repliche. Bisognerà aspettare gli anni Cinquanta per recuperare l'opera: ci penseranno un nuovo traduttore, Marc Blitzstein, e Leonard Bernstein, che la rappresentò in forma di concerto per la Brandeis University nel 1952.
Marc Blitzstein era un compositore e un autore di canzoni, che amava molto le opere di Brecht e ne condivideva appieno lo spirito. Alla fine degli anni Trenta aveva scritto il musical The Cradle will rock che avrebbe dovuto andare in scena diretto da Orson Welles. Si trattava di un'opera fortemente influenzata da Brecht, di chiara impronta comunista, sulle lotte sociali di un gruppo di lavoratori e di emarginati, nell'immaginaria città di Steeltown, dominata dal potente e crudele Mr. Mister, contro cui lottano gli operai guidati dal sindacalista Larry e dalla prostituta Molly. Quando, visto il tenore del libretto, il Federal theatre project ritirò il proprio sostegno finanziario all'opera, non fu più possibile mettere in scena il dramma e così il 16 giugno 1937 Blitzstein, Welles e la compagnia occuparono un teatro e lo rappresentarono comunque, senza scene e costumi, con il solo Blitzstein che, al pianoforte, sostituiva l'intera orchestra. C'è un bel film di Tim Robbins, Il prezzo della libertà, in cui questa storia viene raccontata, mostrandoci un'altra America, un'America decisamente comunista, che, all'indomani della fine della guerra, pagò un prezzo durissimo con l'insorgere del maccartismo. Blitzstein morì nel 1964 per le percosse di alcuni marinai che lo attaccarono per la sua omosessualità, mentre stava scrivendo un'opera sulla storia di Sacco e Vanzetti.
Ma torniamo all'Opera da tre soldi. Nel 1954 il dramma di Brecht e Weill fu finalmente messo in scena, anche se nel circuito off-Broadway: Lotte Lenya tornò a interpretare Jenny e accanto a lei fu ingaggiato un gruppo di giovani attori, che in seguito fecero una grande fortuna a Broadway, da Bea Arthur a Jerry Orbach, e che, come Edward Asner - il Lou Grant di una longeva serie televisiva degli anni Settanta - furono sempre schierati a sinistra, e per questo furono osteggiati dal mondo dello spettacolo.
La traduzione di Blitzstein della Ballata di Mackie Messer non era certo meno dura dell'originale. Lo squalo Mackie continua a spargere sangue, nascondendo il coltello, e i suoi guanti rimangono sempre bianchi; ma i delitti, scanditi così chiaramente in tedesco, per esigenze di traduzione e di rispetto della scansione musicale, sono meno espliciti. La nuova produzione dell'Opera da tre soldi fu finalmente un successo: 2.707 repliche e un Tony Award per Lotte Lenya nel 1956, la sola volta che questo riconoscimento è andato a un'attrice per un musical off-Broadway. Questo le permetterà di continuare un'importante carriera teatrale, insieme a qualche incursione nel cinema: ebbe una nomination per il film di Josè Quintero La primavera romana della signora Stone. Anche se per ironia della sorte, il grande pubblico la ricorderà come Rosa Klebb, la "cattiva" di 007, dalla Russia con amore.
Era il giovane Jerry Orbach a cantare la Ballata in quella fortunata edizione. Un attore che noi conosciamo per essere stato il detective Briscoe per dodici stagioni di Law&Order e la voce di Lumière nella versione originale della Bella e la Bestia. E quella canzone, un po' meno cruenta che in tedesco, fu un successo.
Per questo, sempre nel 1956 Louis Armstrong la volle incidere per la Columbia, modificando in alcuni punti la traduzione di Blitzstein. Tra l'altro, mentre registrava la canzone, Armstrong, improvvisando, aggiunse all'elenco dei nomi delle donne vittime di Mackie, con cui si chiude la canzone, il nome di Lotte Lenya, che era nella studio e seguiva la registrazione. Nel 1959 fu la volta di Bobby Darin e da allora Mack the Knife è diventata uno standard per tutti i cantanti jazz.  Sono decine le versioni di questa canzone, da Sinatra a quella di Chico Buarque. Robbie Williams l'ha cantata, con elegante sfrontatezza, nel 2001: una delle migliori versioni tra quelle più recenti. Nel 1960, durante un concerto a Berlino, Ella Fitzgerald, dopo aver cantato regolarmente la prima strofa, si dimenticò le parole e proseguì improvvisando, in un'interpretazione che fu così memorabile da meritare un Grammy.
Naturalmente, come avveniva nei cabaret berlinesi, il pubblico che oggi applaude un'interpretazione di Mack the Knife non sa che sta ascoltando i versi di un comunista come Bertolt Brecht, non sa che l'autore pensava che Mack fosse la quintessenza della violenza del capitalismo. Ma il capitale è praticamente invincibile perché sa fagocitare e utilizzare ogni cosa e infatti a metà degli anni Ottanta uscì uno spot pubblicitario il cui protagonista era Mac Tonight, un pianista jazz con una luna crescente al posto della testa, che canta una versione della canzone per reclamizzare la celebre multinazionale dei panini.
Per finire davvero questa storia dobbiamo fare un passo indietro, tornare nella Berlino degli anni Trenta. Harald Paulsen aderì al nazismo, rimase in Germania ed ebbe una fortunata carriera, interpretando decine di film, molti musicali, anche se il suo successo più grande, quello per cui è ancora ricordato, fu l'interpretazione di Mackie Messer nell'Opera da tra soldi. Kurt Gerron invece fuggì, prima in Francia e poi nei Paesi bassi, ma, nonostante gli inviti sempre più pressanti degli amici Peter Lorre ed Erich von Stroheim, non volle lasciare l'Europa per gli Stati Uniti. Quando la Germania conquistò l'Olanda Gerron fu deportato a Terezin e qui fu costretto dal comando delle SS ad allestire uno spettacolo di cabaret, in cui dovette interpretare quella moritat che lo aveva reso così celebre, anche se le opere di Weill erano state inserite nell'elenco della "musica degenerata". In seguito, visto che era anche un regista, fu costretto a girare un film sulla vita degli "ospiti" di Terezin, che sarebbe dovuto servire per la propaganda di regime. Completato questo film fu inviato ad Auschwitz dove venne immediatamente mandato nelle camere a gas.
A questo punto, dopo tanto parlare, credo sia ora di ascoltare un po' di musica. Qui c'è la versione "classica" di Mack the Knife di Louis Armstrong. E qui la versione tedesca di Die moritat von Mackie Messer nella splendida interpretazione di Ute Lemper. Credo sia giusto anche ascoltare Lotte Lenya nel più bel brano che Weill scrisse per lei, ossia Seeräuberjenny, Jenny dei pirati. E, per finire, ascoltare la Ballata nell'interpretazione di Kurt Gerron, ossia cantata come la sentì cantare il pubblico quella sera del 31 agosto 1928. Un momento prima che un altro Mackie Messer sferrasse il suo coltello.

domenica 17 marzo 2019

Verba volant (637): massacro...

Massacro, sost. m. 

Era il 16 marzo 1968 e mentre molto lontano dal villaggio di May Lai alcuni giovani cercavano di cambiare il mondo - o almeno pensavano di farlo - in quello sperduto angolo dell'Indocina altri loro coetanei uccidevano cinquecentoquattro civili inermi e disarmati, per lo più anziani, donne, bambini e neonati. Certo avevano avuto l'ordine di farlo dal loro comandante, il tenente William Calley, ma molti di loro si avventarono crudelmente contro quei "nemici" che non potevano difendersi - molti furono torturati, molte donne furono stuprate. Quei giovani soldati non solo non si opposero a un ordine palesemente ingiusto, ma lo eseguirono con incredibile e colpevole ferocia. Ci volle il coraggio di tre uomini, altri tre soldati, Hugh Thompson jr, Larry Colburn e Glenn Andreotta, che - resisi conto da bordo del loro elicottero di quello che stava succedendo - si misero tra i pochi vietnamiti ancora superstiti in fuga e i loro compagni d'arme, minacciandoli di aprire il fuoco, se non si fossero fermati.
Il massacro di May Lai è considerato uno spartiacque della guerra del Vietnam: le immagini che riuscirono ad arrivare negli Stati Uniti, i resoconti che furono fatti - per quanto ostacolati ed edulcorati dalle gerarchie militari e dai politici che volevano continuare quel conflitto - grazie, anche in questo caso, ai pochi soldati che decisero di non tacere, furono determinanti a cambiare i sentimenti dell'opinione pubblica. Gli Stati Uniti persero la guerra del Vietnam a May Lai.
Ma, al di là delle vicende politiche, perché quei ragazzi, nati alla fine della seconda guerra mondiale, figli di genitori che avevano combattuto quel lungo e terribile conflitto o comunque ne avevano subito, più o meno direttamente, le conseguenze, si fecero loro stessi carnefici? Perché diventarono come i nemici che i loro padri avevano sconfitto? La guerra è certamente un'esperienza terribile, inimmaginabile per chi - come noi - non l'ha provata sulla propria pelle, un'esperienza capace di renderci peggiori, di trasformarci, di farci perdere ogni umanità. I ragazzi che protestavano a Berkeley e quelli che uccidevano i civili a May Lai erano cresciuti nelle stesse città, nelle stesse famiglie, erano cresciuti ascoltando la stessa musica e guardando gli stessi film.
Al di là della retorica pacifista - molta della quale è la stessa di quella di quei ragazzi di cinquant'anni fa - credo che dovremmo ricordare questa lezione. Quando siamo in guerra, quando ci fanno essere in guerra, quando ci dicono - per qualsiasi motivo lo facciano - che proprio "quelli" sono i nostri nemici, quando ci costringono a combatterli, non possiamo sapere cosa ci succederà, non possiamo sapere se avremo la forza di fermarci di fronte a un ordine ingiusto o se addirittura ci abbandoneremo ai nostri istinti peggiori, magari per un mal riposto sentimento di vendetta, perché abbiamo visto morire un nostro amico, un nostro compagno. Impariamo a riconoscere la "cultura del nemico" e a difenderci dai suoi messaggi più subdoli.
Anche chi, come me, crede che il conflitto sia inevitabile e che verrà un giorno lontano in cui finalmente i nostri figli e i nostri nipoti combatteranno di nuovo, in un conflitto che non sarà più per il controllo di risorse economiche, per il possesso di un pezzo di terra, ma per il potere, in una guerra rivoluzionaria e di classe, sa che comunque anche quella guerra sarà crudele, come tutte le guerre. Anche una guerra "giusta" è crudele, come ben sanno i nostri padri e i nostri nonni che hanno combattuto contro il nazifascismo e che hanno visto alcune cose che non vogliono raccontare, anche se non possono dimenticare. Anche questo dovremo imparare a riconoscere: per riuscire a difenderci. 


p.s. Questa foto è stata scattata dal fotografo dell'esercito Ronald L. Haerberle quel giorno a May Lai.

sabato 16 marzo 2019

Verba volant (636): religione...

Religione, sost. f.

Credo ci faccia bene ripensare a quanto ci ha raccontato Umberto Eco con Il nome della rosa, anche se attraverso una versione incredibilmente noiosa come quella che ci propina in queste settimane la Rai. Tra le tante cose che ci sono in quella storia complessa, c'è la descrizione di un mondo, il nostro mondo, in cui solo pochi secoli fa, si poteva morire - tra le molte cause per cui si può morire - perché il "mio" dio non è uguale al "tuo". E non serviva essere straniero, non era necessario essere venuto da un paese lontano, ci si uccideva tra italiani, tra francesi, tra inglesi, tra tedeschi, perché non solo il "mio" dio è diverso dal "tuo", ma perché il "mio" è migliore - o almeno il "tuo" è certamente peggiore - e quindi bisogna che anche tu ti convinca ad adorarlo. Per secoli in Europa, in Italia, si è combattuta questa terribile guerra civile, italiani contro italiani, per decidere quale dio far vincere.
In Nuova Zelanda, in una normale mattina di marzo, si è svolta una nuova tragica battaglia di questa guerra che sembra infinita: neozelandesi contro neozelandesi, per affermare che il "mio" dio non vuole che tu preghi il "tuo".
Noi che non crediamo, noi che - dopo aver sentito queste notizie - ci consideriamo fortunati perché  non crediamo, non possiamo però far finta di nulla, dire che non è un problema nostro. Intanto perché anche uno di noi atei rischia di finire in mezzo alla loro guerra. Ma soprattutto perché anche noi abbiamo trovato i nostri motivi per uccidere gli altri: perché hai la pelle diversa dalla mia, perché parli un'altra lingua, perché la pensi diversamente da me, e quindi sbagli. 
So che molti di voi si illudono che un mondo senza religioni sarebbe migliore. Sarebbe comunque un mondo fatto di uomini, che troverebbero altre ragioni per cercare di sopraffarsi.
Non è chiara quale sia l'etimologia della parola religione. Secondo alcuni deriva dal verbo latino religere, che significa letteralmente continuare a scegliere e quindi in maniera figurata cercare con attenzione; secondo altri deriva dal verbo religare, ossia unire insieme. Vanno bene entrambi i significati, perché le persone che credono si uniscono scegliendo qualcuno o qualcosa a cui dedicare tutta la loro attenzione. E' qualcosa che non possiamo impedire: chi ha cercato di farlo, a prezzo di crimini indicibili, è stato sempre sconfitto. Però dovremmo chiedere a chi crede di fare uno sforzo, di prestare etimologicamente attenzione agli altri, di più rispetto a quello che già fa, e lo stesso sforzo dovremmo farlo anche noi. Nella consapevolezza che, per quanto fatichiamo a farlo, siamo costretti a essere uniti.
Credo dovremmo tutti - anche noi atei - partire da un punto essenziale, ossia quello di non voler essere maggioranza. So che è complicato, perché è naturale avere la voglia di convincere gli altri della bontà delle nostre idee. Eppure credo che dovremmo farlo, considerandoci sempre come una minoranza, indipendentemente da quanti siamo.
Proviamo a pensarci come una minoranza e scopriremo quanto è difficile esserlo, anche vivendo da secoli nel nostro paese, condividendo con gli altri il colore della pelle, la lingua, le tradizioni. Proviamo a immaginarci stranieri nel paese in cui siamo nati, in cui sono nati i nostri genitori e i nostri nonni. Forse capiremo come deve sentirsi chi è straniero davvero, chi ha un colore di pelle diverso, chi parla un'altra lingua, quando si trova a essere minoranza in un paese, la cui maggioranza gli è, più o meno esplicitamente, ostile. Proviamo a partire da qui, da questa doppia idea di minoranza, per cominciare a sconfiggere le pulsioni, sempre latenti, del conflitto, in cui anche noi fatalmente cadiamo. Se ci pensassimo come minoranze che vogliono rimanere tali? Che hanno paura di esserlo - ogni minoranza sente questa ansia - ma che riconoscono la loro stessa paura nelle altre? Continueremmo a essere uomini, con tutti i nostri terribili difetti, ma forse da questo incontro di minoranze che vogliono rimanere tali, il mondo sarebbe un po' meno pericoloso. Almeno per i nostri figli.

mercoledì 13 marzo 2019

Verba volant (635): pedofilo...

Pedofilo, sost. m.

La notizia della condanna di George Pell è stata accolta da tantissimi con malcelata soddisfazione. Il popolo gode sempre quando vede la caduta di un potente; se poi questo potente è anche un prete, uno di quelli che ci faceva la morale, uno di quelli che ci diceva cosa dovevamo o non dovevamo fare, la gioia è ancora più grande. E poi c'è il torbido di uno scandalo sessuale: non potevamo chiedere di meglio per soddisfare la nostra sete di voyeuristica vendetta. E così ci dimentichiamo di coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti di questa brutta vicenda, ossia quei ragazzini che sono stati le vittime di questo personaggio. Siamo così felici di vedere il potente cardinale arrestato che non pensiamo a quelle vittime: francamente credo che avremmo dovuto sperare che quei due ragazzini non avessero sofferto quello che hanno dovuto soffrire e di cui porteranno sempre le conseguenze.E la contentezza per l'arresto di Pell ci impedisce anche di pensare a cosa davvero è successo, a cosa purtroppo continuamente succede. Soprattutto ci impedisce di pensare alla pedofilia che c'è intorno a noi, anche vicino a noi. Tutti conoscete la storia del dottor Jekyll e del signor Hyde, scritta a fine Ottocento dallo scrittore scozzese Robert Louis Stevenson e spesso banalizzata nella cultura popolare del Novecento, dai film ai fumetti, fino ai cartoni animati per i bambini. Io ho sempre pensato che il vero "cattivo" della storia non sia Edward Hyde: quello di cui dobbiamo davvero aver paura è il "buon" dottor Jekyll. Da uno come Hyde stiamo istintivamente lontani, ma invece ci fidiamo di uno come Jekyll, arriviamo ad affidargli la nostra vita e quella dei nostri figli. Dobbiamo avere paura di Jekyll perché è come noi.
E infatti quanto della cattiveria di Jekyll c'è in ciascuno di noi? La pedofilia, le violenze sessuali verso i bambini e le bambine sono probabilmente sempre esistiti. Non sono uno psicologo e non so cosa porti alcuni di noi a provare piacere in questo modo, che a tanti altri sembra aberrante. C'è naturalmente una responsabilità personale fortissima delle singole persone che si piegano a questi impulsi e credo che la società debba trovare i mezzi idonei a punirli, con tutta la severità possibile. Ma questa responsabilità è anche nostra, ossia di chi non ha questi impulsi o, se li ha da qualche parte nel proprio inconscio, riesce a dominarli e a non farli mai emergere.
La nostra società non riesce a fare i conti con la sessualità, non riesce a fare i conti con il corpo della donna. Non serve acquistare le riviste pornografiche, basta sfogliare un qualsiasi giornale per trovarci davanti a un modello femminile di donna sempre bellissima, sempre giovane, sempre disponibile, che viene usata per indurci ad acquistare qualsiasi prodotto. Non è necessario cercare siti particolari nella rete, basta guardare i video musicali condivisi su Youtube per vedere immagini costruite apposta per sollecitare la nostra sessualità, anche nei suoi aspetti più morbosi.
Abbiamo ormai accettato questo continuo bombardamento di immagini, di allusioni, di promesse, che credo mettano in difficoltà chi è più debole, chi è più giovane, chi non ha una compagna o un compagno con cui riuscire a esprimere la gioia e la bellezza di un rapporto fisico da entrambi voluto e condiviso. E fatalmente si sposta sempre più il livello di ciò che è proibito, con tutto il fascino perverso che questo si porta con sé.
Ripeto, così come la società patriarcale e autoritaria di alcuni decenni fa non giustificava la violenza domestica contro le donne e non toglie responsabilità agli uomini che hanno esercitato questa violenza, così la nostra società così apparentemente disinibita non può servire da alibi per chi non riesce a contenere i propri impulsi di violenza, verso le donne o verso i bambini. La responsabilità personale rimane, ma dobbiamo anche fare qualcosa per insegnare ai nostri figli che esiste una sessualità diversa, fatta di reciproca intesa, di accettazione tra pari, che quindi esclude la pedofilia, dove sempre c'è violenza, perché c'è troppa differenza tra le due persone, tra le diverse consapevolezze con cui affrontano quel rapporto. E forse anche la chiesa dovrebbe insegnare ai preti a pensare alla propria sessualità.
Dobbiamo chiedere aiuto alle donne, ma dobbiamo cominciare noi uomini a riflettere su questo tema, anche a costo di scontrarci. Un amico che si vanta delle sue "conquiste" sempre più giovani non è qualcuno da invidiare, ma uno da mettere fuori dalla cerchia delle proprie amicizie, provandogli a spiegare perché sta sbagliando. Un collega che ci racconta le sue "avventure" con le prostitute, magari in un viaggio in un paradiso tropicale, non è qualcuno da ammirare, ma uno da evitare. Non è questione di essere moralisti, ma bisogna cercare di andare controcorrente rispetto a un mondo che va, purtroppo, in una direzione che non ci piace.
A noi ogni giorno può capitare di salutare o di stringere la mano al dottor Jekyll, di salutare o di stringere la mano a un pedofilo, non possiamo evitare di farlo temo, perché in molti casi è impossibile da capire. Ma possiamo - dobbiamo - fare qualcosa perché quelle persone non continuino a trasmettere il proprio modello. Prima di tutto facendo vincere un modello diverso di società, in cui la sessualità è un aspetto bello della vita e in cui le donne non sono oggetti dei maschi. Dobbiamo chiedere ai maschi di fare i conti con il Jekyll che è in loro, partendo dal Jekyll che è in noi.

domenica 10 marzo 2019

Verba volant (634): jazz...

Jazz, sost. m.

La sala grande del Palace Hotel è strapiena: è arrivata gente da tutta Chicago per ascoltare ancora una volta la "banda", che si è riunita - forse per l'ultima volta - per quell'occasione speciale. E ci sono proprio tutti, anche quelli che non sono interessati allo spettacolo: i Good Ole Boys, i nazisti dell'Illinois, e soprattutto, tanti, tanti poliziotti. I componenti della band sono sul palco, vestiti come li abbiamo visti per tutta la storia, ma non sono ancora arrivati Jake ed Elwood. Il pubblico rumoreggia, vuole che lo spettacolo finalmente cominci, a questo punto entra in scena Curtis, il vecchio custode dell'orfanotrofio, da cui quei ragazzini hanno imparato cos'è la musica e anche come vestirsi. E nella cui povera cucina campeggia un ritratto di Martin Luther King. E succede un miracolo: d'altra parte i fratelli Blues sono in missione per conto di Dio. Curtis non indossa più occhiali e vestito nero, ma un elegantissimo frac bianco, il sipario si alza ed ecco la band, con un'inappuntabile garofano bianco sul tait nero. Siamo improvvisamente al Cotton club e l'orchestra, guidata da quel vecchio mago in abito bianco - una sorta di Prospero jazz - comincia a suonare Minnie the Moocher, facendo cantare l'intero teatro e anche noi, tutte le volte che riguardiamo quel film al cinema o in televisione.
E' in questo modo, grazie a quel film, che noi, che siamo venuti molto dopo, abbiamo scoperto Cab Calloway che, durante tutti gli anni Trenta, diresse l'orchestra del più famoso night club di New York, quello dove i neri non potevano essere tra il pubblico, ma dove fecero grande il jazz. Perché The Blues Brothers, al di là dei rocamboleschi inseguimenti in auto e delle battute che hanno reso celebri John Belushi e Dan Aykroyd, è il grande ringraziamento della musica popolare ai propri avi, tutti rigorosamente neri. Quel concerto viene fatto perché Jake è stato ispirato dalle parole di James Brown e grazie agli strumenti che vengono loro venduti da Ray Charles. E anche perché Aretha Franklin permette loro di farlo. Ma - ci dicono chiaramente i fratelli Blues - se non ci fosse stato il jazz dei Roaring Twenties, se non ci fossero stati Duke Ellington e gli altri grandi di quegli anni incredibili, la musica del Novecento non sarebbe stata la stessa o forse semplicemente non ci sarebbe stata. E con la musica una parte importante della cultura della seconda metà del Novecento, che credo possa anche essere definito il secolo del jazz.
Il jazz è la musica del Novecento perché, al di là di tutto quello che è diventato nel corso dei decenni, è essenzialmente l'unione del ritmo della tradizione africana e della melodia di quella europea, è contaminazione, ossia il tratto distintivo di questo secolo, nei suoi momenti più alti. E perché il jazz è una musica di lotta, è la musica degli oppressi che riescono a vincere, è una musica di speranza, e il Novecento è stato anche questo, nonostante ora ce ne siamo dimenticati.
Ce lo dobbiamo ricordare tutte le volte che Cab ci chiederà di cantare con lui, improvvisando ogni volta, perché, come diceva Gershwin
la vita è un po' come il jazz... è meglio quando si improvvisa.  

venerdì 8 marzo 2019

Verba volant (633): soubrette...

Soubrette, sost. f.

Una delle pochissime cose in cui il fascismo ebbe davvero poco successo fu la cosiddetta autarchia linguistica: perché le parole sono più forti di qualsiasi regime.
Soubrette è una di queste. I fascisti tentarono di chiamare "brillanti" quelle giovani attrici che illuminavano con la loro bellezza il teatro di rivista, ma quella parola francese, di antica derivazione provenzale e la cui etimologia richiama l'idea di eccesso e di superfluo, superò la guerra e arrivò in televisione, negli spettacoli di varietà della Rai.
E una delle ragioni per cui guardiamo ancora quegli spettacoli televisivi di anni ormai lontani - e ci piacciono - è anche perché ci piacciono ancora quelle soubrettes, perché erano belle e perché erano brave. Potevano anche non essere bellissime - anche se certo non erano mai brutte - ma certamente non potevano essere poco brave. Potevi essere molto bella, ma se non sapevi cantare, ballare e recitare con disinvoltura su un palcoscenico, non diventavi una soubrette. Era l'Italia artigiana del miracolo economico, in cui anche tra i lavoratori dello spettacolo vigevano le stesse regole che valevano nella società e nel mondo del lavoro: valevi per quello che sapevi fare.
Credo che non me vorrà Lorella Cuccarini, se dico che ormai è una donna matura - siamo più o meno coetanei - che invecchia con grazia. Lorella Cuccarini non è più una soubrette. Non si tratta di un dato anagrafico, ma di una pura constatazione. Non può essere una soubrette, perché le soubrettes non esistono più, perché non esistono più gli spettacoli in cui sia richiesto saper cantare, ballare, recitare, perché non serve più saper fare qualcosa. Sei bella, o meglio molto bella: sei un personaggio televisivo, non serve altro.
Mi è capitato di vedere un bel documentario su Ava Gardner. Quando Louis B. Mayer - ossia la seconda M della Mgm - vide il suo primo provino, pare abbia detto:
Non sa recitare, non sa neanche parlare: è assolutamente fantastica.
E nonostante questo lusinghiero giudizio di uno degli uomini più importanti e potenti di Hollywood ci vollero diversi anni, di cui molti trascorsi nella scuola di recitazione della Metro, prima che Ava Gardner diventasse una diva. Non diventò mai una grandissima attrice - forse non lo voleva nemmeno - ma ha interpretato grandi film. E in questo modo oggi di lei ricordiamo non solo la sconvolgente bellezza ipnotica.
Oggi nessuno avrebbe chiesto ad Ava Gardner di studiare - e lei, che era pigra, ne sarebbe stata felice. Chissà se però le sarebbe bastato essere Ava Gardner. Perché lei era bella in un suo modo particolare, come erano belle, pur essendo assolutamente diverse l'una dall'altra, Lana Turner, Lauren Bacall, Rita Hayworth, per citarne solo alcune di quegli anni favolosi. Oggi le giovani che non devono saper fare nulla, devono anche essere tutte uguali, perché viviamo nel tempo della bellezza omologata e costruita.
Mi rendo conto di essere andato un po' fuori tema, perché avevo cominciato a scrivere questa definizione solo per rispondere a una domanda: una soubrette può essere di destra? Certo, come qualunque altra donna che lavora.
Lorella Cuccarini dice delle cose sbagliate? Personalmente penso di sì, e qualcuna anche grossolanamente stupida. Sapete che io non sono un democratico, non credo a quella cazzata che mettono in bocca all'incolpevole Voltaire sul fatto che si può anche morire per difendere il diritto di tutti di parlare. Non difendo il diritto di Lorella Cuccarini di essere di destra, ma mi fa davvero arrabbiare la sufficienza con cui molti ribattono a quello che dice: tanto è una soubrette, tanto è una donna, cosa ne volete che capisca di politica.
Visto che è anche incidentalmente l'otto marzo, difendiamo il diritto delle donne di dire cose stupide. Di fare il proprio lavoro. E anche di essere belle per come lo sono. 

mercoledì 6 marzo 2019

Verba volant (632): moglie...

Moglie, sost. f.

Andromaca non amava il potere. Certo era consapevole di essere la figlia di un re e le era stato insegnato, fin da quando era bambina, che un giorno sarebbe stata la sposa di un re e poi la madre di un re. Andromaca non era una ribelle, aveva sempre fatto quello che suo padre le aveva detto di fare e allo stesso modo avrebbe fatto quello che il suo sposo le avrebbe detto di fare; perché pensava che fosse giusto così, perché credeva che quello fosse l'ordine delle cose, perché sua madre le aveva detto di fare così. Non le pesava essere una sposa, ma non avrebbe voluto essere una regina.
E fu per questo che amò immediatamente quel giovane che suo padre Eezione e Priamo avevano deciso che diventasse suo marito, perché aveva capito che anche lui non voleva essere re. Lo sarebbe diventato, era quello il suo destino, ma non era quello che Ettore davvero voleva.
La principessa Andromaca non amava il potere. E per questo lei ed Ecuba non riuscirono mai a capirsi, a parlarsi, perché la regina di Troia era una donna che amava il potere, che voleva esercitarlo. E lo sapeva fare. E pensava anche che quella donna della Cilicia avesse una cattiva influenza su suo figlio. Andromaca invece voleva bene a quella giovane ragazza di Sparta che Paride aveva portato a corte e fatto diventare sua sposa. Le altre donne di Troia la evitavano, parlavano male di lei, ma Andromaca sapeva bene che non era certo a causa sua se era scoppiata quella guerra che sarebbe durata tanto a lungo. Era colpa degli uomini che volevano sempre più potere, e le ricchezze che passavano dallo stretto. Andromaca sentiva che Elena in fondo era come lei, era forse un po' sciocca, un po' troppo presa dalla propria bellezza, ma erano difetti di gioventù: la sposa di Ettore sapeva che alla fine anche la figlia di Leda avrebbe capito.
Più il tempo passava, più la guerra andava avanti, sempre uguale a se stessa, più Andromaca si rendeva conto che non detestava tanto il potere quanto il modo  in cui i maschi lo esercitavano. Pensava alla spose rimaste nelle città greche, si chiedeva se fossero come lei oppure come Ecuba, se volevano quella guerra o la subivano. E si immaginava che Astianatte potesse crescere in un mondo diverso da quello in cui era cresciuto suo padre e suo nonno prima di lui. In un mondo in cui magari non ci fosse neppure il bisogno che lui diventasse un re, un mondo senza re. Pensava che questa cosa di diventare re era proprio una cosa da maschi. Come la guerra.
Andromaca era esausta della guerra. Guardava suo figlio, guardava le bambine e i bambini di Troia e pensava che era terribile che crescessero in mezzo a un conflitto, e che quella guerra era pericolosa non perché potevano morire ogni giorno, ma perché correvano il rischio di sopravvivere. Con la guerra in testa, imparando che al mondo ci poteva essere solo la guerra. Nel mondo che costruivano i maschi.
Alla notizia della morte di Ettore provò un dolore indicibile, eppure anche un senso di sollievo, anch'esso indicibile. Se ne vergognava, aveva perfino paura di questo pensiero: ma la morte di Ettore era il segno che la guerra stava per finire. Pianse per quello sposo che aveva amato così intensamente, ma pensò anche che si fosse sacrificato, per Astianatte, per i figli dei troiani e anche per quelli dei greci.
Quando osservò il grande cavallo di legno entrare solennemente in città, sapeva che Cassandra aveva ragione - Cassandra aveva sempre ragione, ma nonostante questo, le voleva bene, perché era una donna così fragile. Sapeva che la guerra stava finalmente per finire. Andromaca sapeva anche che non poteva salvare Astianatte, perché, nella logica dei greci che stavano per vincere, la stirpe di Ilo doveva scomparire: un'altra cosa tipica del potere dei maschi.
Alla figlia di Eezione parve naturale che nella divisione del bottino di guerra lei toccasse a Neottolemo. Suo padre aveva ucciso Ettore e lui stesso aveva ucciso Astianatte: di chi altro poteva diventare concubina. C'era qualcosa di selvaggio in quel ragazzo, ma anche qualcosa di puro. Andromaca non riusciva ad odiarlo. Anzi provava per lui un'inaspettata tenerezza quando Neottolemo giaceva con lei: era strano, perché sarebbe potuto essere suo figlio, in fondo lo era, perché anche per lui Ettore si era sacrificato. Sapeva che non poteva essere la sua sposa, ma amò i loro figli, come aveva amato Astianatte.
Andromaca soffrì molto quando Ermione cercò di ucciderla. Non perché avesse paura di morire, anzi la vita per lei si stava facendo sempre più faticosa. Soffriva della sua sconfitta: perché Ermione era la figlia della sua cara Elena, perché vedeva in lei, ancora un volta, prevalere il potere dei maschi. La giovane Ermione, che poteva essere sua figlia, pensava come un maschio: il sacrificio di Ettore era stato inutile, avevano vinto loro.

lunedì 4 marzo 2019

Verba volant (631): stalla...

Stalla, sost. f.

Io ho conosciuto Radames. Era alla fine del secolo scorso, a Granarolo, e credo che allora avesse un'ottantina d'anni. Non so se da giovane fosse prestante, se avesse il fisico di un condottiero, ma - almeno quando l'ho conosciuto io - non valeva il detto latino nomen omen. Radames era mingherlino ed era uno di quelli che anche al bar raramente alzava la voce.
Perché uno che aveva sempre fatto il contadino a Bagnarola si chiamava così?
Il motivo principale era che quel nome era stato per la sua famiglia, nei primi anni del Novecento, un segno di ribellione. Radames è un nome adesposta - anche se i genitori del piccolo non avrebbero mai usato questa parola - che in sostanza significa che sul calendario non troverete un san Radames. Anche perché quel nome non era neppure egiziano: lo aveva inventato l'egittologo francese Auguste Mariette, che scrisse il soggetto del dramma da cui Antonio Ghislanzoni ricavò il libretto che fu la base per l'Aida del Maestro Verdi. Evidentemente la famiglia del piccolo Radames volle scegliere un "nome estraneo al senso cristiano", affinché - secondo quanto prescritto dal canone 855 del Codice canonico il bambino non fosse neppure "battezzabile". A dire la verità i preti non erano così rigidi nell'interpretare questa regola: si poteva sempre infilare un Giuseppe durante la funzione per "santificare" quel Radames e poi la festa di Ognissanti serviva anche a superare l'inconveniente di non avere un giorno in cui festeggiare l'onomastico. Non so poi se Radames sia stato effettivamente battezzato o no: magari il parroco di Bagnarola era un appassionato delle opere di Verdi e trovava quel nome di "senso cristiano".
E' molto probabile che i genitori di Radames non sapessero né leggere né scrivere: non serviva per fare i contadini a Bagnarola. Eppure quei due giovani - perché allora i figli si facevano da ragazzi - quando furono al momento di scegliere un nome per il loro bambino pensarono, al di là di ogni altra motivazione ideologica, alle opere di Verdi. I genitori di Radames ovviamente non avevano visto l'opera a teatro, forse avevano ascoltato le note della Marcia trionfale da un organetto a rullo arrivato fortunosamente fino a Bagnarola, durante il giro di un cantastorie per la bassa bolognese, ma certamente qualcuno aveva loro raccontato, durante una sera d'inverno, in una delle stalle in cui erano soliti ritrovarsi nelle nostre campagne, la storia infelice della principessa etiope diventata schiava che si innamora del nemico che ha sconfitto il suo popolo e ha fatto prigioniero suo padre. E chissà cosa avrà provato la madre di Radames a sentire la violenza di Amneris contro Aida, quando, scoperto che amano entrambe lo stesso uomo, le sbatte in faccia di essere "figlia de' faraoni" e la costringe a guardare il trionfo sul suo popolo sconfitto. Forse anche a lei un giorno una delle padrone aveva sbattuto in faccia quella differenza di classe, di ceto.
Grazie a quel povero teatro di stalla, a quel racconto dove forse le storie si mescolavano, quei due giovani contadini avevano imparato a conoscere Verdi - anche se non non avevano mai sentito una sua nota - ma soprattutto erano diventati consapevoli della loro dignità e di quello che valevano loro due e il loro lavoro. E hanno provato a rendere evidente tutto questo nel nome di quel loro bambino, che, anche se sapevano che sarebbe stato un contadino per tutta la vita, si sarebbe sempre chiamato Radames.

sabato 2 marzo 2019

Verba volant (630) scalinata...

Scalinata, sost. f.

Los Angeles, 923 North Vendome street: questo indirizzo probabilmente non vi dice nulla, anche se è uno dei più famosi della storia del cinema. Si trova nel quartiere di Silver lake e proprio da quel civico parte una lunga scala che porta a Descanso drive. Ed è proprio quella lunga scala la vera protagonista di un breve film del 1932 (dura solo 27 minuti, anche se in Italia è più conosciuta una versione ancora più corta, a cui sono stati tagliati otto minuti). Probabilmente a questo punto avete già capito. Dall'altra parte della strada c'è un piccolo parco triangolare - che non si vede nel film - e che qualche saggio amministratore della "città degli angeli" ha pensato di dedicare a Stan Laurel e Oliver Hardy.
Il film è The music box, tradotto in italiano, in maniera tanto infedele quanto geniale, La scala musicale. E' il film comico perfetto. Stanlio e Ollio sono i due trasportatori che devono consegnare una voluminosa e pesante pianola meccanica. Quando scoprono che la loro meta è la casa in cima alla lunga scala, scaricano la pianola dal carretto trainato da un cavallo e cominciano la faticosa salita. E per ben due volte la cassa contenente la pianola scivolerà lungo la scala, costringendo i due a ricominciare la salita, e permettendo a Oliver Hardy di fare alcuni dei suoi più celebri camera-look. Mai come in questa avventura è Stan Laurel il motore dell'azione, è lui che dà un calcio nel sedere alla bambinaia, è lui che getta giù per la scala il cappello del tronfio professore - che è l'inconsapevole destinatario della pianola - è lui che riesce fortunosamente a entrare nella casa per effettuare finalmente la consegna. Ollio subisce ogni volta e ogni volta guarda sconsolato nella macchina da presa, cercando la nostra solidarietà. 
E ogni volta noi siamo Ollio. Perché la loro unicità come coppia comica - una formula che, nonostante sia sotto gli occhi di tutti, nessuno è mai riuscito a ripetere - sta proprio in questa capacità di Oliver Hardy di essere la vittima designata, il capro sacrificale, della crudeltà innocente di Stan Laurel, che era a un tempo il motore comico della coppia. E così noi ridiamo con Stanlio e di Ollio; e contemporaneamente siamo solidali con Ollio, ma non riusciamo ad arrabbiarci con Stanlio. 
Venanzio disse che per quello che lui sapeva Aristotele aveva parlato del riso come cosa buona e strumento di verità.
Non sapremo mai cosa pensasse davvero della commedia il filosofo di Stagira, ma certamente avrebbe riso anche lui osservando la perfezione matematica degli scambi tra Laurel e Hardy, ne avrebbe riconosciuto il genio assoluto.
Non c'è un messaggio in The music box - è Chaplin, con cui Laurel era arrivato in America, che usa il comico per dirci qualcosa - e in fondo non c'è neppure una storia. Laurel e Hardy sono più grandi di tutti perché c'è nei loro film soltanto la gioia pura e cristallina della risata. La loro grandezza sta essenzialmente nel saper togliere tutto quello che è in più, quello che non serve, per raggiungere una sorta di essenza della situazione che provoca il riso. C'è qualcosa di michelangiolesco nel loro lavoro: come l'artista fiorentino sapeva che all'interno di quel pezzo di marmo c'era il David o il Mosè e lui doveva "solo" liberarlo, togliendo quello che era in eccesso, così loro sapevano che in quell'azione c'era la gag perfetta. Dovevano solo liberarla.
E la prossima volta che vedrete The music box non penserete affatto a quello che io oggi ho scritto o che altri prima di me - e senz'altro meglio di me - hanno scritto su quel film, non riuscirete ad analizzarne le sequenze, a cercarne di identificare i passaggi comici: riderete e basta.