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mercoledì 14 febbraio 2018

"Sarà domani San Valentino" di William Shakespeare


Sarà domani San Valentino,
ci leveremo di buon mattino,
alla finestra tua busserò,
la Valentina tua diventerò.
Allora egli si alzò,
delle sue robe tutto si vestì,
la porta della camera le aprì,
ed ella non più vergine ne uscì.

Per Gesù, per la Santa Carità,
ahimè, quanta vergogna ci verrà!
I giovani lo fanno,
incuranti del danno,
e del biasimo che gliene verrà. 
Dice lei: "Promettesti di sposarmi,
prima di rovesciarmi."
Dice lui: "Avrei fatto quel che ho detto,
se non fossi venuta nel mio letto."

Così canta Ofelia, nella scena V dell'atto IV di Amleto, mentre vaga per le sale del castello di Elsinore, incontrando re Claudio, la regina e i cortigiani che la guardano con ipocrita compassione. Povera pazza: tutti sembrano dire ascoltando le parole senza senso della giovane figlia di Polonio. Eppure, nonostante questa sia follia, c'è ancora del metodo!
Per quante donne, ancora oggi, in ogni parte del mondo, sono vere queste parole. Per quante donne quell'atto di amore, quella passione, quella gioia, diventano colpa, vergogna, morte. E mentre i maschi non pagano mai per quel loro sfogo, anzi se ne possono vantare, sulle donne ricade il biasimo della società, perché in fondo se l'è cercata. E poi Ofelia è solo una povera pazza.

venerdì 22 aprile 2016

Verba volant (267): libro...


Oggi festeggiamo i libri, perché il 23 aprile 1616 - appena quattrocento anni fa - morivano William Shakespeare e Miguel de Cervantes. E' solo un'apparente contraddizione festeggiare un avvenimento luttuoso, perché in fondo né Shakespeare né Cervantes sono davvero morti, ma continuano a vivere e noi, tutti noi, siamo in qualche modo debitori di quei due grandissimi; come siamo debitori di tanti altri immortali.
In questi giorni ho avuto l'opportunità di vedere due versioni molto diverse di Amleto. Una più "classica" - se mi passate il termine, perché Amleto è sempre classico - ossia l'allestimento che il National Theater di Londra ha fatto in queste settimane con un bravissimo Benedict Cumberbatch e Amleto a Gerusalemme, una sorta di saggio della scuola di teatro che Gabriele Vacis e Marco Paolini hanno organizzato dal 2008 in Palestina. Spero che abbiate l'occasione di vederli o rivederli anche voi. Si tratta ovviamente di due lavori molto diversi, nati con obiettivi diversi, ma è stato utile vederli a pochi giorni di distanza, perché rendono evidente non solo quanto Shakespeare sia grande - e non serviva un ulteriore dimostrazione, basta prendere appunto un libro - ma quanto quei testi ci raccontino, qui e ora. E' stato particolarmente emozionante sentire il celeberrimo monologo di Amleto - To be or not to be - recitato nella sua lingua da un ragazzo palestinese. Evidentemente per un giovane uomo che da quando è nato si confronta con la morte, che vive in una situazione di conflitto, più o meno esasperato, ma pur sempre presente, per uno di una generazione su cui le storie dei padri pesano in maniera così angosciante, quelle parole hanno un valore così vivo, così drammaticamente cogente, che sembrano scritte apposta per lui. La rabbia di Amleto, la disperazione di Amleto, i dubbi di Amleto, ti appaiono allora in tutta la loro chiarezza: francamente credo di aver capito davvero quel monologo solo domenica scorsa - pur avendolo letto tante volte e averlo tante volte sentito recitare - quando quel ragazzo l'ha urlato a noi spettatori, ce l'ha gettato in faccia, chiedendoci in qualche modo di prendere posizione.
Mi era successa più o meno la stessa cosa qualche anno fa, quando vidi al cinema Cesare deve morire dei fratelli Taviani, il film che racconta la messa in scena del Giulio Cesare da parte di un gruppo di detenuti del carcere di Rebibbia. Per quegli uomini, alcuni dei quali avevano ucciso davvero, raccontare la storia di un omicidio, di un tradimento, di una vendetta, aveva certamente un valore pedagogico importante - e questo sarebbe bastato affinché quel progetto fosse significativo, fosse utile - ma quella rappresentazione serve a noi per capire meglio, in una luce assolutamente nuova, le parole di quel dramma.
Allora nel giorno in cui festeggiamo i libri, non limitiamoci a leggerli. Sarebbe già importante, ma con tutta evidenza non è sufficiente. Dovremmo anche impegnarci affinché possano essere letti, affinché tutti siano messi nelle condizioni di leggerli, indipendentemente dal luogo in cui sono nati, da dove e come sono vissuti, perché esperienze di formazione come quelle raccontate in Amleto a Gerusalemme e Cesare deve morire sono di fondamentale importanza per quelle donne e quegli uomini, quei giovani uomini e quelle giovani donne, ma poi per tutta la società. Festeggiare i libri ha un senso se le nostre azioni, la nostra politica. il nostro impegno, sono tesi a diffondere la cultura, a togliere gli ostacoli che ne limitano la diffusione, a sostenere l'educazione, in tutti gli ambiti. Altrimenti i libri sono destinati a rimanere oggetti che si caricano di polvere nelle case di pochi di noi che abbiamo la fortuna e l'opportunità di possederne. Ma i libri sono soprattutto le storie che raccontano, le idee che sono capaci di mettere in circolo, la libertà che si sprigiona dalle loro pagine. I libri siamo noi che li facciamo vivere e che - se ci riusciamo e quando ci riusciamo - li facciamo diventare leve di progresso. E di rivoluzione.
Vi chiedo di guardare pochi minuti di questo video - da 29:16 in particolare - perché c'è una piccola, ma incredibilmente complessa versione di Amleto, recitata da sette ragazzini e ragazzine di una scuola inglese. Dopo essersi alzati e aver detto che ciascuno di loro è uno dei personaggi del dramma, si stringono attorno al loro coetaneo che è Amleto e recitano insieme il monologo, che diventa in qualche modo un canto corale, assumendo un valore del tutto diverso e inedito. E' un Amleto di quattro minuti, ma è un Amleto perfetto. Ormai ci sembra quasi impossibile che a scuola si possa anche insegnare qualcosa - parliamo di scuola per raccontare di tutto, tranne quello che dovrebbe fare - eppure a scuola si può imparare perfino ad amare Shakespeare. Quelle ragazzine e quei ragazzini, con le loro storie, sono Shakespeare. E, speriamo, un giorno non troppo lontano, anche Don Chisciotte.

domenica 28 giugno 2015

da "La tempesta" (atto IV, scena I) di William Shakespeare


Prospero
I giochi di magia son terminati. 
Come t'avevo detto, quegli attori 
erano solo spiriti dell'aria, 
ed in aria si son tutti dissolti, 
in un'aria sottile ed impalpabile. 
E come questa rappresentazione 
- un edificio senza fondamenta - 
così l'immenso globo della terra, 
con le sue torri ammantate di nubi, 
le sue ricche magioni, i sacri templi 
e tutto quello che vi si contiene 
è destinato al suo dissolvimento; 
e al pari di quell'incorporea scena 
che abbiam visto dissolversi poc'anzi, 
non lascerà di sé nessuna traccia. 
Siamo fatti anche noi della materia 
di cui son fatti i sogni; 
e nello spazio e nel tempo d'un sogno 
è racchiusa la nostra breve vita.

venerdì 26 novembre 2010

da "Macbeth" (atto III, scena V) di William Shakespeare


Macbeth
Domani, e poi domani, e poi domani...
Di giorno in giorno, striscia,
col suo piccolo passo, ogni domani
per raggiungere la sillaba postrema
del tempo in cui ci serve la memoria.
E tutti i nostri ieri
han rischiarato, i pazzi, quel sentiero
che conduce alla morte polverosa.
Spègniti dunque, ormai, corta candela!
La vita è solo un’ombra che cammina:
un povero istrione,
che si dimena, e va pavoneggiandosi
sulla scena del mondo, un’ora sola:
e poi non s’ode più.
Favola raccontata da un’idiota,
tutta piena di strepito e furore,
che non vuol dir niente.

giovedì 11 febbraio 2010

da "Amleto" (atto III, scena I) di William Shakespeare

Amleto
Essere… o non essere. E’ il problema.
Se sia meglio per l’anima soffrire
oltraggi di fortuna, sassi e dardi,
o prender l’armi contro questi guai
e opporvisi e distruggerli. Morire,
dormire… nulla più. E dirsi così
con un sonno che noi mettiamo fine
al crepacuore ed alle mille ingiurie
naturali, retaggio della carne!
Questa è la consunzione da invocare
devotamente. Morire, dormire;
dormire, sognar forse… Forse; e qui
è l’incaglio: che sogni sopravvengano
dopo che ci si strappa dal tumulto
della vita mortale, ecco il riguardo
che ci arresta e che induce la sciagura
a durar tanto anch’essa. E chi vorrebbe
sopportare i malanni e le frustate
dei tempi, l’oppressione dei tiranni,
le contumelie dell’orgoglio, e pungoli
d’amor sprezzato e rèmore di leggi,
arroganza dall’alto e derisione
degl’ingegni sul merito paziente,
chi lo potrebbe mai se uno può darsi
quietanza col filo di un pugnale?
Chi vorrebbe sudare e bestemmiare
spossato, sotto il peso della vita,
se non fosse l’angoscia del paese
dopo la morte, da cui mai nessuno
è tornato, a confonderci il volere
ed a farci indurire ai mali ignoti?
La coscienza, così, fa tutti vili,
così il colore della decisione
al riflesso del dubbio si corrompe
e le imprese più alte e che più contano
si disviano, perdono anche il nome
dell’azione.

traduzione di Eugenio Montale

mercoledì 10 febbraio 2010

da "La tempesta" (atto V, epilogo) di William Shakespeare

Prospero
I miei incantesimi sono finiti;
sol mi restano ora le mie forze,
piuttosto scarse, per la verità.
Ora sta a voi decidere, signori,
s'io debba rimanere sempre qui,
racchiuso in questo luogo solitario,
o partire per Napoli con loro.
Ma spero che non sia vostra vaghezza
ch'io resti relegato su quest'isola
- e per vostro incantesimo, in tal caso -
avendo riottenuto il mio ducato
e perdonato a tutti i traditori;
che vogliate al contrario
magicamente con le vostre mani
sciogliermi e liberarmi da ogni laccio,
e gonfiare col vostro fiato amico
le mie vele, altrimenti è il fallimento
di tutto il mio progetto
ch'era quello di farvi divertire.
Non ho più spiritelli al mio comando
né magico potere d'incantesimi;
e la mia fine sarà disperata
se non venga da voi
una tal penetrante intercessione
in mio favore presso la pietà,
da assolvermi da tutte le mie colpe.
E se a voi piace d'esser perdonati
dei peccati, dall'indulgenza vostra
fate ch'io venga assolto anch'io dei miei.