venerdì 26 aprile 2019

Verba volant (655): meraviglia...

Meraviglia, sost. f.

Questa è una storia che comincia molto tempo fa, addirittura prima che nascesse Mickey Mouse. Perché Alice è sempre stata una specie di ossessione per Walt Disney.
Quando ha solo vent'anni Walt decide di aprire il proprio studio di animazione a Kansas City, il Laugh-O-Gram Studio. I suoi primi cortometraggi sono brevissime animazioni - durano poco più di un minuto - che accompagnano gli spettacoli nei cinema della città per illustrare alcuni problemi locali, come il traffico e la corruzione della polizia. Poi decide di dedicarsi alle favole e quindi, insieme ai suoi collaboratori - tra cui spicca l'amico Ub Iwerks - produce Cappuccetto rosso, I musicanti di Brema, Jack e il fagiolo magico e alcuni altri titoli del genere: questi primi cartoni hanno un certo successo in città. A questo punto Walt ha l'idea di realizzare un live action, Il Paese delle Meraviglie di Alice.
Questo film muto del 1923, di appena dodici minuti, è un piccolo gioiello del cinema di animazione. C'è questa bambina, Alice - interpretata da Virginia Davis - che un giorno visita lo studio; Disney, Iwerks e gli altri animatori le mostrano quello a cui stanno lavorando e all'improvviso i cartoni prendono vita sui loro tavoli da disegno. Tornata a casa, Alice, entusiasta della visita, si addormenta e sogna di prendere un treno per il magico Paese dei cartoni, e qui cominciano le sue avventure, fino a quando sua madre la sveglia. Il film è un successo, ma Walt è un artista e non un imprenditore e dopo pochi mesi il suo studio fallisce: clienti che non pagano, costi di produzione non proporzionati agli incassi, e poi Kansas City è troppo in provincia.
Walt vende tutto, compra un biglietto di sola andata per la California, dove vive già il fratello Roy, e si porta dietro la bobina di Alice's Wonderland. L'idea piace, si trovano i soldi - che questa volta vengono amministrati dal fratello - si richiamano Ub Iwerks e tutta la "banda" di Kansas City - comprese la piccola Virginia e la madre-manager - e tra il 1924 e il 1927 nascono le Alice Comedies, in tutto cinquantasei cortometraggi, oltre al pilota realizzato a Kansas City.
All'inizio è ancora Virginia, la piccola ragazzina bionda che ricorda Mary Pickford, a interpretare Alice, ma poi le richieste della madre diventano troppo esose. Virginia proseguì ancora per qualche anno la sua carriera come attrice-bambina - una carriera che aveva quantomeno un limite anagrafico - ma non ebbe molta fortuna. Nel 1936 fece l'audizione per doppiare Biancaneve, ma la madre non volle accettare il ruolo perché la paga era troppo bassa. Nei film successivi Alice sarà prima la mora Margie Gray - con un taglio alla Louise Brooks - e poi la bionda Lois Harding. Nessuna di loro due sarà ricordata nella storia del cinema, se non per questi film. Tra l'altro gli ultimi cortometraggi della serie sono sempre più film di animazione e il ruolo di Alice si fa meno importante: per la Disney il futuro è ormai nei cartoni.
Intanto nello studio Disney sono nati Oswald il coniglio fortunato e Mickey Mouse, ma Walt pensa ancora ad Alice. Acquista i diritti delle illustrazioni originali di John Tenniel, e pensa di realizzare un lungometraggio, ancora con la tecnica del live action, con protagonista Mary Pickford - quella vera - già quarantenne, ma ancora la fidanzata d'America. Il progetto però viene abbandonato a favore di Biancaneve e i sette nani. E poi Disney viene battuto sul tempo: nel 1933 esce il film della Paramount, con gli attori in carne e ossa e la sceneggiatura di Jospeh L. Mankiewicz. La Paramount mette a disposizione del film un bel numero di propri attori, per lo più grandi caratteristi, ma anche due giovani che faranno carriera: Gary Cooper per interpretare il Cavaliere bianco e Cary Grant come la Falsa Tartaruga. La piccola Charlotte Henry è una bionda Alice: anche lei non fece successo, l'anno successivo è Bo-Peep in Babes in Toyland, accanto a Stan Laurel e Oliver Hardy; in Italia il titolo sarà tradotto Nel paese delle meraviglie. Ma la sua carriera finisce qui.
Nel 1945, alla fine della guerra, Disney accarezza ancora l'idea di fare un live action: Ginger Rogers potrebbe essere Alice, ma la sceneggiatura dello scrittore di fantascienza Aldous Huxley, a cui ha affidato il compito di "tradurre" per il grande schermo il testo di Carroll, non lo convince. Invece gli piacciono molto i disegni preparatori dell'artista Mary Blair, che si distacca molto dalle immagini di Tenniel. Nel 1946 gli uomini della Disney cominciano finalmente a lavorare al progetto di Alice in Wonderland: sarà un film interamente a cartoni animati, con una nuova sceneggiatura, e si baserà sul lavoro artistico della Blair.
Il film esce nel 1951. Gli appassionati dell'opera di Carroll e gli studiosi lo accolgono con molte critiche. Disney se lo aspetta e non se ne cura: non produce certo i suoi film per i professori di Oxford. Ma il film non riscuote neppure un gran successo commerciale: nel 1951 incassa meno di quanto sia costato. Il film non sarà più rieditato durante la vita di Disney e lo stesso Walt pensava che la "sua" Alice non avesse cuore. Curiosamente il film conosce una "nuova" vita agli inizi degli anni Settanta, a partire dalle università americane e negli ambienti della controcultura, perché le immagini della Blair piacciono molto ai tempi della psichedelia e Alice e i suoi "funghi" diventano di moda. La Disney in un primo momento non apprezzerà questa associazione, tanto che le copie del film vengono ritirate delle università, ma poi gli affari sono più forti di qualunque altra considerazione e da allora il film viene sistematicamente riproposto.
E ormai nell'immaginario collettivo Alice e tutti gli altri personaggi dei libri di Carroll hanno il viso e i colori accesi di quelli del film Disney. I disegni di John Tenniel - che piacevano tanto a Carroll, tanto da spingerlo a tagliare un capitolo di Attraverso lo specchio, perché Tenniel non riusciva a illustrarlo - appassionano ormai solo noi "archeologi" della letteratura. E anche i film successivi - da quello del '72 con Peter Sellers che fa la Lepre marzolina a quello del 1999 con Peter Ustinov che fa il Tricheco, e perfino quello del 2010 firmato da Tim Burton - non sono sono riusciti a scalzare le righe rosa e viola dello Stregatto.
Il problema del film è che sono passati molti anni da quando Walt faceva balzare fuori dal suo tavolo da disegno quegli animaletti pieni di vita e anche da quando Mickey Mouse era un anarchico topolino alieno alle regole e alle gerarchie che navigava su un battello a vapore. Disney è diventato l'ideologo dell'ordine e del rispetto delle convenzioni, dei buoni che vincono e dei cattivi che muoiono. E Alice non c'entra nulla con tutto questo.
I romanzi di Carroll non hanno una morale o almeno hanno una morale molto diversa da quella di altri grandi classici della letteratura per l'infanzia, come ad esempio il quasi coevo romanzo di Collodi. Pinocchio deve diventare adulto e, per riuscirci, deve passare attraverso una serie di prove sempre più difficili. Ad Alice non sembra proprio che interessi entrare nel mondo degli adulti. Anche perché i grandi corrono sempre, guardano continuamente l'orologio, ma non si capisce esattamente perché abbiano tutta questa fretta e dove debbano andare. I grandi sono sempre arrabbiati e sembra che conoscano un solo modo per risolvere le cose: tagliare delle teste. I grandi non hanno voglia di rispondere alle domande dei bambini, e quando rispondono, lo fanno svogliatamente e a monosillabi. I grandi sono volubili, possono essere da un momento all'altro aggressivi o gentili, a seconda dell'ambiente in cui si trovano. Diciamoci la verità: noi adulti non rendiamo meraviglioso il mondo in cui viviamo.
Il vero "eroe" del libro è il Gatto del Cheshire, che rappresenta il disordine all'interno dell'ordine costituito, anche se è proprio lui che rivela ad Alice che in quel mondo sono tutti matti. Un matto che denuncia la pazzia del mondo in cui lui stesso vive è sano? O continua a essere pazzo? E forse anche Alice è un po' pazza. Certo è - come Mary Poppins - un'irregolare, che non potrà mai aspirare a entrare nel club delle "principesse Disney".
C'è un'altra Alice di cui vi voglio parlare e questa volta è un'Alice italiana, un'Alice della Rai. E' decisamente la mia Alice preferita. Nel settembre 1974 vengono trasmesse sul Secondo programma le quattro puntate di Nel mondo di Alice, il primo sceneggiato a colori per i ragazzi. La regia è di Guido Stagnaro, uno dei padri di Topo Gigio e autore di tanti programmi per la tv dei ragazzi, la sceneggiatura di Guido Davico Bonino, storico del teatro, autore di molti importanti saggi, ma anche di tanti programmi Rai, e di Tinin Mantegazza, scrittore, disegnatore e grande creatore di pupazzi (compreso Dodò), le scene e i costumi del grandissimo Emanuele Luzzati, che disegna anche la sigla. Alice è la mora Milena Vukotic, esile, ma non certo una bambina (ha trentanove anni al tempo dello sceneggiato e ha già lavorato in tanti film importanti). Nello sceneggiato i bellissimi pupazzi di Velia Mantegazza interagiscono con gli attori e il cast è davvero importante (come succedeva sempre in quegli anni negli sceneggiati Rai): Ave Ninchi, Franca Valeri, Edmonda Aldini, Giustino Durano, Walter Valdi, per citarne solo alcuni.
Guardate questo sceneggiato: per fortuna la rete ci permette di conservare e di rivedere anche cose che altrimenti avremmo perduto. Non è proprio rassicurante, rimane certamente una favola, e immagino che i bambini rimarranno stupiti di fronte ad Alice che diventa piccolissima e grandissima, di fronte a quegli strani animali parlanti, di fronte alle carte da gioco che corrono e saltano nel giardino della Regina, ma a noi grandi rimane un senso di strana inquietudine, anche per i colori accessi che usa Luzzati, per le musiche dei fratelli Reverberi, per le frequenti spirali ipnotiche - come in Vertigo di Alfred Hitchcock - per i grandi occhi di Milena Vukotic, che è a un tempo innocente e sensuale. Alice ci affascina e allo stesso tempo ci spaventa. E noi rimaniamo lì, come sospesi, vorremmo attraversare lo specchio, perché siamo annoiati dalla routine del nostro salotto borghese, eppure abbiamo paura di quello che c'è al di là, perché oltre lo specchio alla fine ci siamo sempre noi. Ci spaventa non tanto quello che c'è oltre lo specchio, ma l'immagine di noi stessi che lì vediamo riflessa. E c'è Alice, che non è una donna e non è una bambina, è una creatura senza tempo, forse un po' demoniaca, che ci accusa, che ci dice che siamo pazzi, e della specie peggiore, ossia i pazzi che non sanno di esserlo.
Mentre il Gatto sogghigna dicendoci:
I'm not crazy. My reality is just different than yours.

mercoledì 24 aprile 2019

Verba volant (654): egoismo

Egoismo, sost. m.

A seguito dell'incendio che ha distrutto una parte della cattedrale di Notre-Dame, ho visto che si è aperta una discussione sull'opportunità di spendere una cifra considerevole - immagino molto considerevole - per ricostruire le parti di quel monumento andate a fuoco. O meglio su come tutti quei soldi potrebbero essere spesi in maniera migliore, ad esempio per aiutare chi in Africa e in Asia rischia quotidianamente la morte per fame e per sete. La variante è quella di chi, pur riconoscendo la necessità di restaurare la cattedrale francese, si indigna perché per altri scopi - vedasi sempre le crisi umanitarie in giro per il pianeta - non scatta la stessa mobilitazione solidale: è più semplice salvare un mucchio di pietre che un uomo. In sostanza questa è la domanda che gira per la rete in questi giorni: è meglio spendere i soldi per aiutare i "miserabili" o per restaurare Notre-Dame?
Naturalmente la domanda è stupida, come ogni domanda a cui non può essere data risposta - e che non merita risposta - ma il fatto che venga posta, che questo tema cresca nell'opinione generale, diventando qualcosa di cui discutere, spesso animatamente, credo che ci debba far riflettere. Questa domanda, nella sua assurda dicotomia, è la spia di un modo di pensare di cui probabilmente anche noi siamo vittime, più o meno consapevoli. Ma da cui dovremmo imparare a difenderci.
Intanto c'è un generale clima di sfiducia verso gli altri che diventa una forma di egoismo. Nel momento in cui una forza politica italiana ha proposto di impegnare delle risorse pubbliche del nostro paese per partecipare alla ricostruzione di Notre-Dame, la prima reazione che ho letto è stata: ma i francesi cosa cazzo hanno mai fatto per noi? Io sono culturalmente agli antipodi di quella forza politica e penso che questa proposta sia strumentale all'immagine che essa si vuole dare, ossia di difensore dell'identità cristiana contro l'invasione musulmana e la secolarizzazione di cui noi atei saremmo gli alfieri: se ci fosse da restaurare la Tour Eiffel ovviamente loro sarebbero i primi a dire di non sborsare un euro per i "mangiarane". Invece io credo sarebbe giusto che ogni paese europeo stanziasse una cifra per ricostruire la cattedrale di Notre-Dame, perché - indipendente da quello che ciascuno di noi crede o non crede - quella chiesa è uno dei simboli della cultura occidentale, almeno quanto il Partenone o il Colosseo, è qualcosa che non appartiene più a un paese o a una città - anche se ne sono i simboli - ma appartiene all'umanità, e quindi tutti dobbiamo farcene carico. Immagino invece che quella proposta rimarrà una boutade da campagna elettorale.
Il vero problema di chi si pone questa domanda - se sia meglio aiutare i poveri piuttosto che ricostruire una chiesa - è che alla fin fine non è disponibile a fare né l'una né l'altra cosa. Per lo più non tirano fuori un soldo dicendo che non si fidano, che non sanno dove finiranno i loro denari: una scusa sempre pronta e ormai generalmente e ipocritamente accettata. Ma la vera questione è un'altra: sono gli stessi che quando si pone il tema di come aiutare gli altri, discutono su chi devono essere questi "altri". Perché dobbiamo aiutare gli africani, quando in Italia ci sono tanti poveri? Perché dobbiamo aiutare quelli delle regioni del Meridione, quando nell'Italia settentrionale ci sono dei poveri? E così via, fino al cuore della questione: perché dovrei aiutare gli altri, quando posso "aiutare" me stesso? La Lega vince non perché abbia un grande leader o perché gli italiani credano nelle autonomie regionali, ma perché la maggioranza degli italiani - e credo che si possa dire lo stesso per tutti i paesi occidentali - ragiona in questo modo. America first alla fine è solo un modo per dire I first, come prima gli italiani vuol dire soltanto prima io. Cinquant'anni dopo il Sessantotto, al potere non c'è più la fantasia, ma solo l'egoismo.
Il corollario di questo assunto è che non ci sono abbastanza risorse: quante volte ce lo siamo sentiti ripetere in questi trent'anni. Bisogna fare delle scelte, bisogna fare dei sacrifici, bisogna accettare il male minore, perché la coperta è troppo corta. Per trent'anni la sinistra ha governato facendo suo questo assunto - noi abbiamo governato tagliando, riducendo i servizi, scegliendo questo a discapito di quello, perché non ci sono le risorse. Balle. Le risorse ci sono, solo che bisogna andarsele a prendere, bisogna toglierle ai ricchi - e non aspettare che loro ci concedano i loro soldi, come sta avvenendo con la ricostruzione di Notre-Dame. I soldi sono lì, tutti lì, per fare tutto, per ricostruire Notre-Dame e per liberare i poveri dal bisogno. Ovviamente i ricchi non sono disposti a darci i loro soldi, per questo glieli dobbiamo strappare di mano, e soprattutto non vogliono darli per combattere la povertà, perché i ricchi sono ricchi, così vergognosamente ricchi, proprio perché sfruttano i poveri. I ricchi hanno bisogno che ci siano i poveri, quindi non aspettatevi che facciano qualcosa per aiutarli, piuttosto riparano il tetto di una chiesa.
Non facciamoci allora imprigionare da una discussione sterile: Notre-Dame va ricostruita perché è un simbolo della nostra storia e della nostra cultura, non perché siamo francesi o cattolici, ma perché siamo donne e uomini. Gli sfruttati del pianeta vanno aiutati esattamente per lo stesso motivo: perché siamo donne e uomini, indipendentemente da dove ciascuno di noi sia nato. Io voglio che sia ricostruita Notre-Dame proprio perché sono comunista, ossia per lo stesso motivo per cui penso che il senso della nostra vita sia lottare contro lo sfruttamento e per la liberazione sociale delle donne e degli uomini di tutto il mondo.

lunedì 22 aprile 2019

Verba volant (653): preghiera...

Preghiera, sost. f.

Quando comincia a scrivere le musiche di quello che diventerà West Side Story Leonard Bernstein è un giovane pianista e direttore d'orchestra già noto nel mondo della musica colta: nel 1943 è il direttore assistente della Filarmonica di New York, nel '45 viene nominato direttore dell'orchestra del New York City Center, nel '53, quando comincia a scrivere l'opera dedicata all'infelice storia d'amore tra Maria e Tony e contemporaneamente lavora all'operetta Candide, dirige alla Scala Maria Callas e Fedora Barbieri nella Medea di Luigi Cherubini. Ha già composto due sinfonie, alcuni balletti e due musical, On the town nel 1944 e Wonderful town nei primi anni Cinquanta. Il primo è noto per la versione cinematografica intitolata Un giorno a New York con Gene Kelly - che fu anche il regista del film, insieme a Stanley Donen - e Frank Sinatra. Wonderful town - la storia di due sorelle che arrivano a New York decise a far fortuna rispettivamente come scrittrice e attrice - nonostante il successo di Broadway, non diventò mai un film: forse rappresentare la storia di due giovani donne indipendenti era troppo per i signori degli studios degli anni Cinquanta.
Nel 1953 il trentacinquenne Bernstein riceve la proposta di scrivere le musiche per un libretto del suo quasi coetaneo Arthur Laurents, uno scrittore e sceneggiatore che era finito nella "lista nera" del senatore McCarthy perché dichiaratamente omosessuale e di sinistra, e che quindi non riusciva più a lavorare a Hollywood. Al progetto viene chiamato anche un altro giovane - aveva poco più di vent'anni - Stephen Sondheim, che deve scrivere i testi delle canzoni. Nasce così West Side Story, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento, che debutta al Winter Garden Theater di New York il 26 settembre 1957, diretto da Jerome Robbins, che fu anche l'autore delle coreografie, che noi possiamo vedere grazie al film del 1961, diretto dallo stesso Robbins e da uno dei grandi artigiani di Hollywood, Robert Wise. Anche Robbins venne indagato dal Comitato per le attività anti-americane. Su di lui furono fatte forti pressioni e si arrivò al ricatto: se non avesse collaborato, sarebbe stata resa pubblica la sua omosessualità; e così Robbins denunciò se stesso e diversi colleghi. 
Come noto Arthur Laurents ha scritto West Side Story come una sorta di versione moderna di Romeo e Giulietta, ambientata in un quartiere di New York allora controllato dalle gang, dove le tensioni razziali erano molto forti. L'autore non fa mancare i punti di contatto tra le due opere: il primo incontro dei due innamorati avviene durante il ballo, la grande scena d'amore si svolge su un balcone, il destino tragico dei due personaggi è deciso da un inganno. Credo però che il solo riferimento alla tragedia di Shakespeare sia riduttivo: West Side Story è qualcosa di diverso e forse ancora più coinvolgente, grazie anche alle geniali musiche di Bernstein, che mescola musica contemporanea, melodramma, jazz, classica, in uno stile unico e irripetibile. 
Certo c'è la storia dei due giovani che si amano, nonostante appartengano a contesti sociali e familiari che si combattono. A Romeo e Giulietta pesa essere un Montecchi e una Capuleti, sentono di essere parte delle loro famiglie, con tutto quello che questo comporta, nel bene e nel male, ma è in qualche modo un ostacolo esterno, qualcosa che loro immediatamente superano in nome del loro amore. Romeo e Giulietta sono separati solo dal nome e al nome - come dice la giovane donna all'amato - si può rinunciare.
Che cos'è un nome? Quella che chiamiamo "rosa" anche con un altro nome avrebbe il suo profumo.
Per Tony e Maria è più complicato: sono nati in paesi diversi, la loro pelle ha un colore diverso, parlano una lingua diversa. La loro vita nell'America degli anni Sessanta sarebbe stata difficile anche se la storia avesse avuto un altro epilogo, meno tragico. Maria a New York non ha una famiglia, ha solo suo fratello Bernardo e quando Tony, accecato dalla rabbia per la morte dell'amico Riff, lo uccide durante uno scontro tra le due bande, uccide tutta la famiglia di Maria. E questo ha un peso drammaturgico che non c'è nella tragedia scespiriana.
E poi c'è in West Side Story l'invenzione di Anita, che diventa il motore che muove tutta l'azione del secondo atto, fino al suo tragico epilogo. Anita, la ragazza più grande, quella che in qualche modo nel resto dell'opera ha sempre protetto Maria, ora è durissima con lei, è piena di rabbia perché ha appena perso l'uomo che amava e getta tutta il suo risentimento in faccia alla sua giovane amica. Le dice che deve lasciare
a boy like that who'd kill your brother.
Le dice che deve dimenticarlo e che deve prenderne uno del suo paese.
Maria sa che Anita ha ragione:
It's true for you, not for me.
E qui Sondheim ha scritto alcuni dei più bei versi d'amore della storia della musica
I have a love, and it's all that I have,
right or wrong, what else can I do?
I have a love, and it's all that I need.
Le parole di Maria sono semplici, di una sintassi banale, ma sono perfette. E sfidano Anita, il suo amore per l'uomo che ha perso.
You were in love - or so you said.
You should know better.
A questo punto, siamo quasi al finale, all'epilogo della storia, Maria e Anita cantano - e piangono - insieme. Anita vede in Maria l'amore che lei ha provato per Bernardo e si arrende alla forza di questa giovane donna. E allora, grazie a questa forza, Anita decide di aiutare Maria, vuole parlare con Tony, cerca i Jets, ma viene derisa, umiliata, offesa.
Nel 1984, ventisette anni dopo il debutto, Leonard Bernstein ha diretto, per la prima e ultima volta, l'intera opera, per un'incisione che è entrata nella storia della musica, con Kiri Te Kanawa nel ruolo di Maria, José Carreras in quello di Tony e Tatiana Troyanos come Anita. Qui potete ascoltare il duetto che ho cercato di raccontarvi, nello spezzone di un bellissimo documentario girato durante quella intensa settimana di registrazione. Tatiana Troyanos è incredibilmente brava a rendere il passaggio dalla rabbia alla consapevolezza della forza dell'amore.
E a questo punto non è più Montecchi contro Capuleti, Jets contro Sharqs, capisci che non è mai stato questa la vera dicotomia. La vera cesura è tra chi accetta l'amore e chi lo rifiuta, tra le donne come Maria e Anita che capiscono la forza di questo sentimento e gli uomini che tentano di controllarlo.
West Side Story è un'opera sulla forza delle donne. All'inizio del secondo atto, dopo il canto di gioia di Maria, mentre si svolge un balletto, da fuori scena si sentono i primi versi di Somewhere, che poi viene ripreso dall'intera compagnia. Nello spettacolo questa canzone veniva cantata da Reri Grist, che interpretava Consuelo; la Grist diventerà una delle più importanti soprano afroamericane del suo tempo. Nella registrazione dell'84 Bernstein affida questa canzone alla grandissima Marilyn Horne. E' un'aria classica, quasi sacra, il canto del corifeo in una tragedia greca.
Someday
somewhere
we'll find a new way of living
we'll find there's a way of forgiving
Con queste stesse parole, sussurrate, Maria stringe a sé il corpo ormai senza vita di Tony.
E il finale è tutto di Maria: quando Tony muore tra le sue braccia, ucciso da Chino, mentre arrivano le due bande pronte a ricominciare la battaglia, lei si alza e tutto il suo dolore si trasforma in una forza sacra. Maria, che pochi momenti prima abbiamo sentito cantare, con l'entusiasmo di un'adolescente I feel pritty, all'improvviso non è più una bambina, è più forte di tutti, delle bande, della polizia, tutti si devono piegare a lei. Maria, a differenza di Giulietta, non muore, ma diventa una sorta di testimone sacra, una Madonna dell'amore doloroso.
Say it loud and there's music playing.
Say it soft and it's almost like praying.
Ma alla fine nessuno ha il coraggio di pronunciare il nome di Maria.

sabato 20 aprile 2019

Verba volant (652): gobbo...

Gobbo, sost. m.

Leggo che in questi giorni il romanzo Notre-Dame de Paris è arrivato improvvisamente al secondo posto dei libri più venduti su Amazon. Sono più di cinquecento pagine, troppe per voi lettori dell'era digitale: immagino che molte delle copie acquistate rimarranno lì, intonse sui scaffali delle vostre librerie, accanto a Cinquanta sfumature di grigio.
Se siete anche voi tra quelli che nell'impeto dell'emozione hanno acquistato quel "mattone" e adesso non sapete cosa farne - anche perché ormai di Notre-Dame in rete si parla sempre meno - vi svelo un piccolo segreto, che vi permetterà comunque di fare bella figura, se vi dovesse mai capitare di parlare del libro in società: la storia è la stessa del film Disney Il gobbo di Notre-Dame - e quello l'avete visto certamente. C'è una sola differenza - ma è facile da ricordare - alla fine del romanzo muoiono praticamente tutti.
Se poi volete proprio fare gli intellettuali, vi consiglio il bel film del 1939 con la regia di William Dieterle, in cui spicca la grande interpretazione di Charles Laughton nel ruolo di Quasimodo. Laughton è stato un grande attore inglese che ha alternato con successo nel corso della sua carriera cinema e teatro. Nel 1947 ha interpretato una celebre edizione del Galileo di Brecht, con cui ha anche collaborato per la traduzione. Il Quasimodo del film Disney - con la voce di Tom Hulce - è chiaramente un omaggio a Laughton. Esmeralda in quel film era Maureen O'Hara, certo molto bella, ma credo che quella del film di animazione sia molto più sensuale, certo la più "peccaminosa" delle eroine Disney. Per dovere di cronaca devo citare anche il film del 1956 - oggettivamente meno riuscito - con un improbabile Anthony Quinn nel ruolo di Quasimodo e una sfolgorante Gina Lollobrigida in quello di Esmeralda.
Però, visto che ormai lo avete comprato, provate a leggere il romanzo di Victor Hugo: vi farà bene. Preparatevi perché - bisogna ammetterlo - a tratti è decisamente noioso: le descrizioni della cattedrale sono davvero molto lunghe (come quelle di Eco - per intenderci - per cui a suo tempo avete smesso di leggere Il nome della rosa, aspettando il film). Ma il giovane Victor voleva proprio scrivere un libro su quella chiesa, che in quegli anni - il romanzo uscì nel 1831 - stava andando in rovina. C'era stata la Rivoluzione, quello che poteva essere portato via era stato portato via, per alcuni anni quella chiesa era stata abbandonata. Non era detto che la cattedrale sarebbe stata ricostruita: troppo gotica. E a quei tempi in Francia c'era ancora il re che, a differenza di Macron, non doveva fare campagna elettorale. Hugo scrisse quel romanzo affinché i francesi - e i parigini in particolare - tornassero ad amare la loro chiesa. E ci riuscì.
Al di là delle estenuanti e dettagliate descrizioni Victor Hugo era un poeta, che era nato pochi anni dopo lo scoppio della Rivoluzione e a cui stava sempre più stretto il clima della Restaurazione. E così i "cattivi" della sua storia sono un prete, addirittura l'arcidiacono della cattedrale di Notre-Dame, un militare, il capitano degli arcieri del re, e la sua ricca fidanzata borghese - e anche il re Luigi XI non ci fa una gran figura. Mentre i "buoni" sono gli zingari, lo squattrinato poeta Gringoire e il deforme campanaro Quasimodo. Se siete di quelli che piangono perché è bruciato un simbolo della cristianità, forse rimarrete delusi dal romanzo, perché i preti non ci fanno una bella figura, se siete elettori di Salvini, è meglio che mettiate il libro da parte. Anche se comunque per voi il romanzo finisce bene: gli zingari vengono sterminati davanti a Notre-Dame dai soldati del re, Esmeralda - che oltre a essere zingara è anche donna, e quindi puttana - viene impiccata, dopo un processo farsa. Anche Quasimodo muore: si lascia morire accanto ad Esmeralda, perché, morta la donna grazie a cui ha scoperto l'amore, non ha più senso per lui vivere.
Se siete di destra, ricordate che Victor Hugo tra la Parigi del potere, della legge e della ricchezza e quella della Corte dei miracoli, si mette certamente dalla parte dei "miserabili", di cui pure descrive in maniera cruda e spietata tutti i difetti e le colpe. Ma non dimentica mai che sono degli sfruttati. E ci racconta che non è colpa di Esmeralda il fatto di essere una donna bellissima, libera e indipendente, è Frollo che è troppo debole per accettare che una donna zingara sia migliore di lui, e per questo la vuole o possedere o uccidere. Se siete maschilisti lasciate il libro nello scaffale. E se siete razzisti, ricordatevi che la pelle di Esmeralda non è esattamente candida. Ma forse voi siete di quei razzisti a cui piacciono le puttane nere e zingare, siete proprio come Frollo.
Voi che in questi giorni avete blaterato sull'identità cristiana dell'Europa fareste bene a leggere il romanzo di Victor Hugo anche perché uno degli elementi fondamentali di quella storia è che la Parigi dell'ordine e della legge - la Parigi dei signori che confinano gli zingari nei ghetti e anche quella dei poveri che li vogliono cacciare da Torre Maura - questa Parigi, francese e cattolica, deve accettare che all'interno della cattedrale vige il principio dell'immunità: chi si è rifugiato a Notre-Dame - anche una zingara come Esmeralda, che in città non ha alcun diritto - dentro alla cattedrale è protetta dalla legge. Chissà se qualcuno si è preso la briga di raccontare questa storia a Trump, prima che scrivesse il suo tweet di solidarietà, in cui invitava a lanciare su Notre-Dame delle bombe d'acqua, che l'avrebbero distrutta. Perché se negli Stati Uniti esistono le cosiddette città-santuario - da New York a Los Angeles, da San Francisco a Chicago - in cui le amministrazioni cittadine rifiutano di applicare le norme federali contro gli immigrati è anche perché c'è stata Notre-Dame.
Se Victor Hugo scrivesse oggi il suo romanzo prenderebbe ancora la parte delle puttane, delle donne sfruttate, dei miserabili, dei reietti della società, contro i tanti Frollo che siedono nei governi e nei consigli di amministrazione, mai così potenti come oggi. E senza neppure un Quasimodo capace di vendicarsi. 

giovedì 18 aprile 2019

Verba volant (651): pasqua...

Pasqua, sost. f.

Non faccio mai gli auguri di pasqua. Naturalmente ringrazio quando me li fanno, per educazione - la mamma mi ha insegnato così - e perché qualche volta sono perfino sinceri: in tutti questi casi - anche quando sono auguri convenzionali - contraccambio un po' genericamente, del tipo "anche a te e alla tua famiglia". Sorrido quando mi fanno gli auguri persone musulmane - non sono tenuti a sapere che sono ateo e so che sono animate da buone intenzioni - e allora contraccambio con un po' più di calore. Non faccio gli auguri di pasqua perché questa è davvero la festa più incomprensibile per noi che non crediamo: un uomo può essere nato e può essere morto - e quella sua vita può dirci comunque qualcosa, anche se non crediamo che quell'uomo sia dio - ma certamente non posso credere che un uomo sia risorto.
Pasqua è una parola molto antica che, come succede sempre in questi casi, ci racconta una storia. E' una parola che è arrivata nel greco antico e nel latino, pur con qualche corruzione - e quindi a noi - dall'aramaico e deriva dal verbo pasach, che significa propriamente passare oltre. Quando gli ebrei vivevano come schiavi in Egitto, il loro dio fece di tutto per liberarli, scagliando contro gli egiziani punizioni terribili: fece invadere quella terra dalle rane e poi dalla cavallette, fece piovere fuoco, lasciò il paese nelle tenebre per tre giorni. Ma visto che gli egiziani non capivano, alla fine mandò una pestilenza che uccise il primogenito di ogni famiglia del paese, da quella del faraone a quella del più umile dei suoi servi. Gli ebrei fecero un segno sullo stipite delle porte delle proprie case - con il sangue di agnello - affinché l'angelo della pestilenza passasse oltre. La pasqua è il ricordo di questa strage, di questo incredibilmente violento atto di terrorismo - oggi lo definiremmo così - che permise agli ebrei di tornare a essere liberi. La pasqua è la festa della loro liberazione. Ed è bello festeggiare una liberazione: lo facciamo anche noi. Anzi dovremmo farlo di più e con più passione. Poi la pasqua è anche un'antichissima festa della primavera, del risveglio della natura, dei giorni in cui vengono raccolte le nuove spighe d'orzo con la cui farina, senza attendere che si formi il lievito, si preparano i primi pani del nuovo anno; e di feste come questa ce ne sono in tutto il mondo, non solo nel bacino del Mediterraneo.
Evidentemente quel popolo si è dimenticato di questa storia così antica, se combatte con tanta violenza contro quelli che si vogliono liberare dal loro giogo e che non esitano, in nome di questa richiesta di libertà, a esercitare ogni forma di lotta, anche la più estrema. Sono passati davvero tanti secoli da quando un ignoto storico di quel popolo ha scritto questa storia e oggi non siamo più disposti - sembra - a tollerare una tale forma di violenza per giustificare la lotta per la libertà. Anche se non sono passati molti anni da quando i nostri padri e i nostri nonni hanno combattuto - con ogni mezzo, compresi quelli che oggi definiremmo atti terroristici - per la libertà di questo paese, per la libertà di cui oggi oggettivamente godiamo.
Se nei prossimi giorni non festeggeremo la festa cristiana della resurrezione, proviamo almeno a pensare da cosa e da chi oggi ci dovremmo liberare. Chi è oggi il faraone che ci tiene schiavi? Milioni di donne e di uomini sono letteralmente schiavi di questo nuovo faraone: nelle miniere dell'Africa, nelle fabbriche dell'India e della Cina, nelle discariche di rifiuti disseminate in ogni angolo del pianeta. A noi non sembra di essere schiavi, certo non lo siamo come loro, ma siamo costretti ogni giorno a consumare, a produrre rifiuti, a comprare - magari anche nel giorno di pasqua, perché i templi del nuovo faraone non devono mai chiudere - è una forma più subdola di schiavitù, perché è piacevole, perché apparentemente ci lascia liberi di scegliere, ma è una libertà spesso illusoria, in cui le sole opzioni a noi concesse sono le marche che abbiamo di fronte negli scaffali dei supermercati, ma non siamo ormai più liberi di non consumare.
Io non credo che noi avremo mai la forza di liberarci. Non so se lo faranno i nostri figli, anche se comincio a dubitarne. Almeno conserviamo la nostalgia - se non la speranza - della liberazione.

martedì 16 aprile 2019

Verba volant (650): guglia...

Guglia, sost. f.

Abbiamo guardato con sgomento alle fiamme che distruggevano il tetto della cattedrale di Notre-Dame, perché, indipendentemente dalla città in cui siamo nati e cresciuti, Parigi è anche la nostra città e quindi la chiesa di Parigi, anche se siamo fieramente atei, è pur sempre la chiesa della nostra città. E se brucia la chiesa della nostra città, una chiesa che è diventata nei secoli uno dei simboli della storia di quella città e quindi della nostra storia, siamo ovviamente pieni di dolore.
Passata qualche ora, quando l'emozione è calata, dobbiamo però riconoscere che una chiesa - come qualunque altro edificio - può bruciare, specialmente se è antica ed è fatta di legno. Non dovrebbe succedere, dobbiamo lavorare duramente affinché non succeda, ma dobbiamo accettare che è successo, che può succedere e che succederà ancora. Perché Notre-Dame è una costruzione umana e, come tale, soggetta a finire.
Arriverà un giorno in cui Notre-Dame non esisterà più. E noi non possiamo farci nulla. Come non esistono più le chiese dedicate a santo Stefano e alla Vergine Maria, abbattute all'inizio del XII secolo per far posto alla nuova cattedrale, e come non esiste più il tempio di Giove che sorgeva in quell'isola in mezzo alla Senna.
E anche Notre-Dame ha corso il rischio di essere distrutta, durante la Rivoluzione, perché era un simbolo del potere che doveva essere abbattuto, come la Bastiglia e come il re. E probabilmente se noi fossimo vissuti in quegli anni tumultuosi, avremmo gioito nel vedere la testa insanguinata di Luigi rotolare ai piedi della ghigliottina e i muri sbrecciati della grande basilica. Poi è più facile tagliare una testa che distruggere una cattedrale e così Notre-Dame ha resistito, per quanto malconcia, alla furia rivoluzionaria.
E poi è cambiata nel corso dei secoli, e così noi vediamo una Notre-Dame diversa da quella che vide Pantagruel nel suo scorrazzare per Parigi o quella che ammirarono Usbek e Rica, così diversa dalle loro "chiese" di Baghdad. Perché nel frattempo l'architetto Viollet-le-Duc l'ha un po' trasformata, ricostruendo quella splendida guglia, così medievale, e che pure è quasi coeva alla Tour Eiffel. E la Notre-Dame che vediamo noi è anche un po' diversa da quella che vedeva ogni mattina il commissario Maigret mentre andava al lavoro al 36 del Quai d'Orfèvres, perché - come noi invecchiamo e cambiamo - anche Parigi e i suoi edifici invecchiano e cambiano. E i nostri figli vedranno una Notre-Dame diversa da quella che abbiamo visto noi e la composita famiglia Malaussène. Con una nuova guglia, ancora sorvegliata dalle pazienti gargolle, che ne hanno viste tante.
A me non fa paura il fuoco, almeno non quanto mi spaventano gli uomini.
Victor Hugo, che conosceva molto bene quella chiesa - almeno quanto conosceva gli uomini - scrisse
Sul volto di questa vecchia regina delle nostre cattedrali, accanto a una ruga si scorge sempre una cicatrice. Tempus edax, homo edacior, che io tradurrei volentieri così: il tempo è cieco, l'uomo è stupido. Se avessimo agio di esaminare a una a una con il lettore le varie tracce delle distruzioni rimaste impresse nell'antica chiesa, il ruolo del tempo risulterebbe minimo, lo scempio peggiore sarebbe quello attribuibile agli uomini, e agli uomini dell'arte in particolare.
E oggi mi spaventano non tanto gli "uomini dell'arte", ma i mercanti che hanno preso il loro posto. E mi spaventa che la discussione sulla ricostruzione di Notre-Dame verta unicamente su quanto costerà. Fosse successo in Italia il tema sarebbe stato quale amico degli amici avrebbe vinto l'appalto per rifare la guglia. Mi spaventa non il fuoco, che può essere sempre spento, ma la stupidità degli uomini, che non riconoscono il bello, che non studiano la storia, che non sono consapevoli di quale patrimonio hanno ereditato e che non hanno il coraggio e la capacità di costruirne uno nuovo. E contro questa stupidità non c'è salvezza.

lunedì 15 aprile 2019

Verba volant (649): probabile...

Probabile, agg. m. e f.

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912, nell'Atlantico settentrionale, al largo delle coste del Canada, naufragò il transatlantico RSM Titatic.
So bene che, illusi dalla retorica della "livella", ci piace pensare che siamo tutti uguali di fronte alla morte, ma quella storia di un secolo fa ci insegna esattamente il contrario, ossia che nel mondo reale - non quello immaginato dai poeti - non siamo tutti uguali. Delle 329 persone imbarcate in prima classe ne morirono 130 (il 39,5%), delle 285 della seconda ne morirono 166 (il 58,2%), delle 710 della terza ne morirono 536 (il 75,4%), infine degli 899 membri dell'equipaggio - affini per lo più ai viaggiatori di terza classe - ne morirono 685 (il 76,1%). Ce l'ha raccontato anche il film: alla fine Rose si salva e Jack muore. Forse in quella zattera di fortuna c'era posto per entrambi quei giovani innamorati - so che qualcuno ha anche provato a simulare la scena, dimostrando che potevano starci, per quanto un po' stretti, tutti e due. Ovviamente in quella storia uno dei due doveva morire: al cinema devi piangere, altrimenti perché avresti pagato il biglietto.
E comunque le statistiche dimostrano che Jack sarebbe probabilmente morto comunque, perché se devi viaggiare in terza classe, è più probabile che muori, hai il doppio di probabilità di morire. Etimologicamente l'aggettivo probabile significa che può essere facilmente dimostrabile, perché deriva dal verbo probare, ossia riconoscere qualcosa per buono. Forse qualcuno pensa che sia una cosa buona che alla fine chi è più povero possa perdersi a causa di un naufragio: in fondo è una sorta di legge di natura, chi è più ricco sopravvive e gli altri peggio per loro. Come in un documentario sulla vita degli animali. Tanti hanno smesso di provare a far sì che questo non sia più un fatto ineluttabile. Ci siamo arresi a questa probabilità, non ci facciamo neppure più caso, tanto noi siamo sulla zattera, infreddoliti, malconci, ma con un'alta probabilità che qualcuno arrivi a tirarci in salvo. E la zattera è proprio piccola, non è come quella del film: vorremmo tirare su qualcuno, ma non c'è posto, vediamo che si sta sgretolando ai lati, sarebbe pericoloso a questo punto caricare altro peso, affonderemo tutti. Qualcuno si sente perfino in colpa - e sinceramente - di essere dalla parte giusta della statistica, ma non è qualcosa che abbiamo scelto noi: siamo nati in prima classe. 
E mentre ascoltiamo l'orchestra che suona, perdiamo i sensi. Ci risveglieremo asciutti. E vivi. 

venerdì 12 aprile 2019

Verba volant (648): popolo...

Popolo, sost. m.

E' il 406 a.C.: la guerra tra Atene e Sparta che coinvolge tutto il mondo greco - comprese le città siciliane e italiane - dura da più di vent'anni. Il nuovo comandante della flotta spartana, Callicratida, riesce a conquistare la città di Métimna, nella costa settentrionale dell'isola di Lesbo, da dove può facilmente controllare l'Ellesponto e quindi bloccare i rifornimenti di grano, di legname e di metalli diretti ad Atene. La flotta ateniese, guidata da Conone, attestata a Samo, non può far altro che dirigersi verso Lesbo, anche se numericamente inferiore di quella spartana. Callicratida attacca Conone davanti a Mitilene e lo sconfigge. La flotta ateniese, che dopo la battaglia è rimasta con solo trenta triremi, si rifugia nel porto di Mitilene, nella parte occidentale di Lesbo, dove però è assediata sia da terra che dal mare. A fatica Conone riesce a mandare una nave ad Atene per chiedere aiuto.
L'assemblea decide di approvare una serie di misure di emergenza: vengono fuse le statue d'oro per finanziare la costruzione di nuove navi e viene promessa la cittadinanza agli stranieri e agli schiavi che si arruoleranno nella flotta. Grazie a queste decisioni e all'arrivo di navi dalle città alleate, Atene riesce in breve tempo ad allestire una flotta di centocinquanta navi che, con una decisione inusuale e azzardata, vengono affidate al comando di otto strateghi.
Quando Callicratida ha notizia dell'arrivo della flotta nemica, lascia cinquanta triremi ad assediare Conone e con le altre centoventi decide di attaccare le navi ateniesi di fronte all'isole Arginuse, nel tratto di mare tra Lesbo e la terraferma. Lo scontro è molto cruento, ma grazie all'abilità degli strateghi ateniesi che dividono la loro flotta in otto contingenti, è un successo per Atene: la flotta spartana perde settanta navi (contro le venticinque ateniesi affondate) e molti uomini, tra cui lo stesso comandante, che muore durante lo scontro. Conclusa la battaglia gli strateghi devono decidere in fretta cosa fare: bisogna salvare i naufraghi e allo stesso tempo dirigersi a Mitilene per liberare la flotta di Conone, finché le navi spartane sono divise e senza una guida. Decidono allora di lasciare quarantasette navi alle Arginuse, al comando di Teramene e di Trasibulo, per soccorrere i naufraghi, mentre il grosso della flotta, guidata da loro, sarebbe andata a togliere l'assedio a Mitilene. Una violentissima tempesta impedisce però entrambe le operazioni. Le navi spartane riescono a fuggire, ma, quel che è peggio, praticamente tutti i naufraghi muoiono.
E a questo punto lo scenario cambia completamente. Non solo militarmente, ma soprattutto politicamente. I messaggeri che portano ad Atene la notizia della vittoria delle Arginuse fanno scatenare l'entusiasmo in città, ma nei giorni immediatamente successivi, quando si sa che tutti i naufraghi sono morti, il clima muta repentinamente. E comincia una vicenda che mette in crisi, definitivamente, il sistema democratico ateniese, mostrandocene tutti i suoi limiti. E questa storia, su come può funzionare una democrazia, credo potrebbe insegnare qualcosa anche a noi.
Trasibulo e Teramene sono i primi a tornare in città e quindi hanno più tempo e più occasioni di volgere l'opinione pubblica a loro favore. Gli strateghi, capendo che la situazione per loro sta per diventare complicata, scrivono delle lettere, che però non riescono a cambiare lo stato delle cose. L'ecclesia - ossia l'assemblea di tutti i cittadini, il massimo organo legislativo della città - decide di sollevare gli strateghi dal loro incarico, li richiama in città per valutarne la posizione, anche in vista di un possibile, futuro, processo. Due strateghi decidono di non tornare, perché hanno intuito che contro di loro si sta preparando un processo politico dall'esito scontato: ma questo diventa in mano ai loro nemici una sorta di ammissione di colpevolezza, che rende ancora più difficile la difesa dei sei che invece decidono di tornare.
Durante una breve seduta della bulé - il consiglio di cinquecento cittadini scelti attraverso sorteggio, che ha essenzialmente il compito di istruire le pratiche da presentare al voto dell'ecclesia - i sei ex-strateghi - che pure erano stati accolti da tanti loro concittadini con entusiasmo come i vincitori delle Arginuse - vengono incarcerati e, correttamente, si rimanda il giudizio sul loro operato alla decisione dell'ecclesia.
Occorre ricordare che nel sistema giudiziario ateniese non esiste qualcosa di simile alla pubblica accusa, ma sono i cittadini stessi che devono sempre avviare l'azione penale. E infatti un cittadino, ancora prima che si riunisca l'ecclesia, intenta un processo contro uno degli strateghi: anche se l'accusa non riguarda direttamente la condotta durante e successivamente la battaglia, ma un presunto uso illecito di beni pubblici. Chiaramente questo processo serve a verificare l'umore dei cittadini: il fatto che venga condannato fa capire come si sta indirizzando l'opinione pubblica ateniese.
A questo punto si riunisce l'ecclesia in cui i sei strateghi possono finalmente difendersi. E' lo stesso Teramene che chiede loro conto del motivo per cui i naufraghi sono morti. Gli strateghi spiegano che solo a causa della tempesta non è stato possibile salvarli. Teramene in questa fase è molto abile, perché, grazie al fatto di condurre il dibattito, riesce a nascondere le proprie eventuali responsabilità, scaricandole tutte sugli strateghi. Poi non interverrà più, lascia che altri facciano per lui il lavoro "sporco", ma evidentemente è colui che tira le fila di quello che succederà nei giorni successivi.
La gestione di questa seduta dell'ecclesia da parte dei pritani, ossia i cinquanta membri della bulé scelti a sorte per presiederla, risente del clima che si respira in città. Agli strateghi è concesso meno tempo per parlare di quello previsto - probabilmente truccando la clessidra che determina il tempo degli interventi - e soprattutto, visto che, grazie a quei loro sensati discorsi e ai testimoni che hanno portato, la maggioranza sembra pronta a scagionare i comandanti, riconoscendo che non potevano fare altro di fronte allo scatenarsi della tempesta (e questo argomento scagiona comunque anche Teramene), i pritani decidono di non mettere subito ai voti la proposta se procedere o meno con il processo, con l'argomento che si sta facendo buio e diventa difficile contare le mani alzate.
Il giorno successivo non si può riconvocare l'ecclesia: ad Atene è un giorno di festa. Si tratta delle Apaturie, una delle feste più antiche della città, in cui si celebrano gli avvenimenti famigliari avvenuti nell'anno passato: nascite, matrimoni, passaggi dall'adolescenza alla maturità. Si tratta in sostanza di feste familiari, in cui ci si ritrova tra parenti, che magari vivono lontani. In un'occasione come questa naturalmente l'assenza degli uomini morti nel naufragio delle Arginuse pesa ancora di più e quindi il favore che inizialmente si è registrato per il comportamento degli strateghi rapidamente scema. E gli uomini di Teramene hanno più tempo per organizzarsi.
Finita la festa, quando la bulé si riunisce per preparare l'ordine del giorno della seduta successiva dell'ecclesia, avviene una grave forzatura istituzionale: l'ecclesia avrebbe dovuto ricominciare da dove era stata interrotta, ma uno dei buleuti, Callisseno, riesce a far passare un ordine del giorno sull'istituzione del processo, come se l'ecclesia si fosse espressa. Non abbiamo un resoconto di quella seduta della bulé, ma probabilmente Callisseno riesce a forzare la mano dei buleuti più riottosi a procedere in quel modo, dicendo che un altro passaggio nell'ecclesia sarebbe stata una perdita di tempo, che ormai è chiaro l'orientamento della maggioranza, che occorre fare in fretta, perché il popolo vuole giustizia. E così passa un ordine del giorno in cui si stabilisce che l'ecclesia dovrà giudicare gli otto strateghi in maniera collettiva e non uno per uno, che la pena in caso di colpevolezza sarebbe stata la morte e che il voto sarebbe avvenuto con il sistema del sasso messo in una delle due urne, una per la colpevolezza e una per l'innocenza. In teoria il voto sarebbe stato segreto, ma se le due urne vengono sistemate un po' distanti l'una dall'altra, diventa molto facile controllare - e condizionare - il voto.
Quando l'ecclesia si riunisce per approvare o meno quanto deciso dalla bulé, dalle persone riunite si cominciano ad alzare delle voci che chiedono di andare subito al voto. Eurittolemo chiede di parlare contro la proposta di Callisseno, fatta propria dalla bulé. Egli non denuncia l'irregolarità della proposta della bulé, che formalmente non poteva essere neppure presentata, dal momento che nei giorni precedenti non c'era stato un voto dell'ecclesia: probabilmente si rende conto che di fronte alla folla che rumoreggia non è tempo di sollevare una questione procedurale e passa al merito. E' ingiusto - egli sostiene - votare in blocco, ciascuno degli strateghi deve essere giudicato in maniera individuale e devono esserci le condizioni per garantire che il voto sia davvero segreto. Le parole di Eurittolemo sono accolte rumorosamente da una parte della folla, evidentemente organizzata. Un cittadino propone di estendere l'accusa rivolta agli ex-strateghi anche a chi si oppone alla votazione come decisa dalla bulé, con una chiara intenzione minatoria. Gli uomini di Teramene, dopo aver intimidito, minacciato - e corrotto - i membri della bulé, ormai controllano anche gran parte dell'ecclesia, in cui vengono portate persone vestite di nero, che si fingono parenti dei naufraghi per far crescere la tensione. L'argomento che fa maggior presa è che devono essere i cittadini a giudicare e che occorre fare presto.
Come detto l'ecclesia è presieduta dal collegio dei pritani, al cui interno ogni giorno viene scelto, sempre per sorteggio, un presidente, che - almeno per quel giorno - diventa la massima autorità cittadina. E' un incarico a cui tutti possono accedere e che può essere svolto una volta sola nel corso della vita. Quel giorno fatidico è Socrate il presidente dell'ecclesia e quando, a seguito delle proteste contrapposte, il collegio dei pritani è chiamato a decidere se mettere al voto la proposta di Callisseno, egli è l'unico che vota contro, perché si tratta di una proposta palesemente illegale. La folla rumoreggia e gli altri quarantanove cedono.
Nonostante il voto negativo di Socrate, le due proposte, quella di Callisseno e quella di Eurittolemo vengono finalmente sottoposte al voto dell'ecclesia, per alzata di mano. E sorprendentemente passa la proposta di Eurittolemo. Un cittadino solleva un'obiezione e chiede il riconteggio. Gli uomini di Teramene questa volta si organizzano meglio. Anche il tempo gioca a loro favore: il processo si svolge in inverno, le giornate sono più corte e chi abita più lontano se ne va, per arrivare a casa prima che faccia buio. Nella seconda votazione, anche grazie al fatto che i pritani contano in maniera più frettolosa, passa la proposta della bulé.
Si sta facendo buio, ma a questo punto bisogna andare avanti, bisogna battere il ferro finché è caldo. L'ecclesia diventa una corte e si vota sulla condanna a morte degli strateghi. Gli uomini di Teramene controllano chi si avvicina alle urne, ma ormai non serve neppure più intimidire chi sta votando: il popolo li vuole colpevoli. I sei uomini vengono condannati e giustiziati.
Per Sparta la sconfitta della battaglia delle Arginuse è stata molto pesante e in città prevale il partito di chi vuole trattare con Atene per mettere fine alla guerra: viene inviata un'ambasceria nella città nemica, offrendo una proposta di pace vantaggiosa per Atene, che prevede sostanzialmente il riconoscimento dello status quo nell'Egeo. Cleofonte convince l'assemblea ateniese a rifiutare la pace. Nel 405 a.C. la flotta ateniese subisce una sconfitta durissima davanti alla foce del fiume Egospotami, ancora nell'area dell'Ellesponto. Atene è costretta ad accettare una pace durissima, i cui termini sono definiti da Teramene: le Lunghe mura vengono abbattute, la Lega delio-attica viene sciolta, la flotta viene ridotta a sole dodici triremi e nasce un nuovo regime, quello dei Trenta tiranni, che sancisce l'alleanza con Sparta. Tra gli uomini che nel 399 a.C. sostengono l'accusa contro Socrate ci sarà ancora Trasibulo, l'antico compagno di Teramene alle Arginuse: il conto con il filosofo viene finalmente saldato.
La democrazia ateniese però è finita durante il processo agli strateghi delle Arginuse, quando alla domanda se sia più importante la legge o il popolo, l'assemblea proclama che al di sopra di tutto c'è il popolo.

mercoledì 10 aprile 2019

Verba volant (647): pigmalione...

Pigmalione, sost. m.

Oggi voglio fare con voi, pazienti lettrici e lettori, un piccolo esperimento: voglio raccontarvi una storia partendo dalla fine.
E' il 5 aprile 1965: a Santa Monica, presentata da Bob Hope, si svolge la 37° edizione della cerimonia di premiazione degli Oscar. Il film che conquista il maggior numero di statuette è My Fair Lady: miglior film, miglior regia, miglior attore protagonista, miglior fotografia, miglior scenografia, migliori costumi, miglior sonoro e, ovviamente, miglior colonna sonora. Il film ha ottenuto anche quattro nomination: miglior attore non protagonista - il comico inglese Stanley Holloway, per il ruolo di Alfred Doolittle - miglior attrice non protagonista - Gladys Cooper, una grande del teatro inglese già all'inizio del Novecento, per il ruolo della madre del professor Higgins - infine miglior sceneggiatura non originale e miglior montaggio.
Naturalmente noi ricordiamo quel film soprattutto per Audrey Hepburn, per il suo elegante vestito bianco e nero, per lo splendido cappello dalla tesa amplissima, che solo lei avrebbe potuto portare con una tale raffinata naturalezza, ma lei non ricevette neppure una nomination: furono scelte invece Kim Stanley, per Ventimila sterline per Amanda, Debbie Reynolds per Voglio essere amata in un letto d'ottone, Anne Bancroft per Frenesia del piacere, Sophia Loren per Matrimonio all'italiana e Julie Andrews per Mary Poppins. Francamente credo che nella cinquina ci sarebbe potuta stare anche la Hepburn, ma Hollywood decise che doveva essere punita.
Quando Jack Warner - il quarto e l'ultimo dei Warner Brothers - decise di fare un film dal musical che aveva avuto un gradissimo successo a Broadway e nel West End, ne affidò la regia all'esperto George Cukor e volle confermare nel ruolo del professor Higgins l'attore inglese Rex Harrison, famoso anche al cinema - l'anno prima era stato Cesare nel colossal Cleopatra - ma si rifiutò di affidare il ruolo di Eliza a Julie Andrews, che aveva riscosso un grande successo a teatro, ma era sostanzialmente sconosciuta al pubblico cinematografico. Warner pensò allora alla Hepburn, la star di Vacanze romane, Sabrina, Colazione da Tiffany; Audrey non voleva accettare, perché non sapeva cantare e soprattutto per rispetto verso Julie Andrews, a cui quel ruolo spettava di diritto. Warner le spiegò però che Julie Andrews non sarebbe mai stata chiamata e che, se lei avesse rifiutato, il ruolo sarebbe toccato a Liz Taylor. Solo allora - e immagino punta sul vivo - Audrey accettò (e certamente era più adatta lei della star di Cleopatra).
E accettò anche che Marni Nixon le "prestasse" la voce nei numeri musicali. Marni si meritò il soprannome the voice of Hollywood perché le toccò spesso, anche senza essere accreditata, di "far cantare" altre attrici, come Natalie Wood in West side story, o di aiutarle, come fece con Marilyn: era Marni a cantare le note più alte in Diamonds are a girl's best friend.
Il film fu un successo mondiale, anche per la grazia inarrivabile di Audrey Hepbun - forse non molto credibile come sboccata fioraia londinese, ma incantevole quando si trasforma nella "creatura" del professor Higgins - ma Audrey fu l'unica a "pagare" per l'ostinazione di Jack Warner - che ritirò l'Oscar pe ril film - a volere una star, a garantirsi un grande successo di botteghino.
Per Julie Andrews quel rifiuto fu l'inizio di una carriera cinematografica sfolgorante. Walt Disney voleva che fosse proprio lei la protagonista del suo nuovo film, dedicato al personaggio inventato da P.L. Travers, tanto da essere disponibile a posticiparne la lavorazione se fosse stata scelta per My Fair Lady. Fu una scelta azzardata, ma assolutamente indovinata, che fece il successo del film e della Andrews, che vinse, meritatamente, l'Oscar. Per la cronaca Marni Fox è accreditata anche nel film di Disney: interpreta le oche che cantano con Mary e Bert.
Ultima curiosità di quell'edizione degli Oscar: Matrimonio all'italiana di Vittorio De Sica vinse - anche in questo caso meritatamente - il premio per il miglior film straniero. E nella categoria sceneggiatura originale ebbero una nomination anche Age, Scarpelli e Mario Monicelli per I compagni, uno dei più bei film italiani di quegli anni, che curiosamente ebbe più fortuna negli Stati Uniti che in patria.
Adesso facciamo un passo indietro. E' il 2 novembre 1950: muore all'età di novantaquattro anni George Bernard Shaw. Fino a quando il grande commediografo irlandese era vivo era impossibile mettere in musica Pigmalione, perché lui aveva detto espressamente che non voleva che la sua commedia diventasse un musical. A dire il vero non era proprio facile trasformare la storia di Bernard Shaw in una commedia musicale: mancavano il lieto fine, la storia d'amore tra i due protagonisti e una sottotrama comica. Ad esempio Richard Rodgers e Oscar Hammerstein II - gli autori di tanti successi, tra cui Oklahoma! e che quindi di musical se ne intendevano - pensavano che fosse davvero impossibile.
Il paroliere Alan Jey Lerner e il compositore Frederic Loewe invece si erano convinti di poter vincere la sfida. Ed ebbero ragione. E per My Fair Lady scrissero alcune delle loro più belle canzoni, che sono rimaste nella storia della musica. I protagonisti sarebbero dovuti essere Noel Coward, l'elegante commediografo inglese e brillante attore teatrale, e la texana Mary Martin, che era stata la protagonista a Broadway di due grandi successi come South Pacific e The sound of music, due capolavori della "ditta" Rodgers&Hammerstein. Coward rifiutò, ma suggerì il giovane collega Harrison, anche se non aveva mai cantato. Anche la Martin rifiutò - probabilmente per paura che il musical non funzionasse - e quindi la scelta cadde sulla giovanissima Andrews (che anni dopo sarà anche la splendida protagonista della versione cinematografica di The sound of music, conosciuto in Italia con l'infelice titolo Tutti insieme appassionatamente). My Fair Lady ebbe 2.717 repliche a Broadway e 2.281 a Londra; era inevitabile che i "falchi" di Hollywood se ne impadronissero: ma questa è una storia che ho già raccontato.
Facciamo un altro passo indietro. E' il 23 febbraio 1939: nella sala da ballo di un grande albergo di Los Angeles si svolge la premiazione dell'undicesima edizione degli Oscar. Vince il film L'eterna illusione di Frank Capra e Walt Disney riceve un premio speciale per Biancaneve: un Oscar attorniato da sette piccole statuette. Tra i premiati c'è anche un nome che apparentemente non c'entra nulla con Hollywood: George Bernard Shaw, per la migliore sceneggiatura non originale del film Pigmalione. Il grande commediografo considerò quel premio una sorta di affronto, soprattutto per chi glielo aveva assegnato e naturalmente non andò a Los Angeles a ritirarlo. Comunque fu l'unico scrittore a ricevere sia il Nobel che l'Oscar, fino al 2016, quando l'Accademia di Svezia premiò Bob Dylan, che aveva già vinto un Oscar per la miglior canzone, Things have changed.
Il problema di Bernard Shaw era soprattutto il lieto fine del film. Quando nel 1936 il produttore Gabriel Pascal convinse il grande autore a lasciargli i diritti della sua commedia per farne un film, assicurandolo che avrebbe avuto voce in capitolo su ogni aspetto dell'opera, Bernard Shaw fu costretto a cedere proprio su questo unico punto: alla fine Eliza doveva tornare, o almeno gli spettatori dovevano sperare che sarebbe tornata.
Bernard Shaw, che amava il cinema e ne riconosceva il potenziale, partecipò attivamente alla sceneggiatura, preparò nuovi dialoghi, scrisse la scena del ballo all'ambasciata che non c'era nella commedia (e che sarà l'occasione per Loewe di scrivere un divertente valzer). L'Oscar, indipendentemente da quello che egli pensava dell'Academy, gli spettava. Non avrebbe voluto che Leslie Howard interpretasse il professor Higgins: troppo bello, troppo romantico, le donne avrebbero voluto che Eliza alla fine lo sposasse. Bernard Shaw non la spuntò e anche grazie a Pigmalione, l'attore inglese ottenne l'anno successivo la parte dello sfortunato e innamorato Ashley in Via col vento. Invece il commediografo riusci a ottenere che Eliza fosse interpretata nel film dalla giovane attrice inglese Wendy Hiller, che aveva impersonato quel ruolo a teatro a New York. Bernard Shaw era stato molto colpito dalla interpretazione della Hiller, che, grazie al sostegno del commediografo ottenne altre parti a Broadway nelle sue opere. Anche per quel che riguarda questo film il produttore avrebbe voluto un'attrice più famosa, ma su questo punto Bernard Shaw non volle cedere.
E così Wendy Hiller cominciò anche una bella carriera cinematografica, che la porterà a vincere l'Oscar come miglior attrice non protagonista nel 1959 per il film Tavole separate, anche se noi la conosciamo soprattutto per essere stata il "maestoso rudere", ossia la principessa Dragomiroff in Assassinio sull'Orient express - quello "vero", del 1974, con la regia di Sidney Lumet.
Ed eccoci all'ultimo passo indietro, stavolta molto indietro. Siamo a Roma, ai tempi dell'imperatore Augusto. Ovidio nelle Metamorfosi racconta la storia di Pigmalione. Ovidio, come spesso amava fare, modifica un po' il mito. Mentre secondo la tradizione Pigmalione è il re di Cipro che si innamora di una statua che poi prende vita, il poeta augusteo racconta che è uno scultore che, scandalizzato per i comportamenti troppo "liberi" delle sue concittadine, rifiuta il matrimonio e le donne. Un giorno però Pigmalione realizza una statua d'avorio che rappresenta una bellissima donna, la donna più bella che avesse mai visto. E se ne innamora, la adorna di vesti bellissime e di gioielli, la accarezza, la bacia, dorme insieme a lei. Fino al giorno in cui Afrodite, per esaudire le sue preghiere, trasforma la statua in una donna. Come sempre Ovidio è geniale e raffinato nella descrizione di queste metamorfosi, riesce a descrivere come reale quello che sappiamo che non può esserlo; racconta la trasformazione come l'ha sentita attraverso le sue mani Pigmalione, che avverte l'avorio cedere al tocco delle sue dita, coglie con le labbra il calore della carne dell'amata, e solo alla fine vede la statua trasformata e animata.
Vorremmo noi uomini essere come Pigmalione o come il professor Higgins? Immagino che ciascuno di noi abbia avuto questa tentazione almeno una volta nella vita. Purtroppo molti di noi vogliono che le "loro" donne siano le creature che si sono immaginati, ed esercitano questa forma di violenza, non meno pericolosa e crudele di quella fisica. Poi, quando siamo fortunati e non troppo stupidi, capiamo che amiamo una donna proprio perché non è quella che ci saremmo immaginati, non è quella "perfetta" che noi avremmo costruito in laboratorio, ma l'amiamo proprio perché lei è così. E naturalmente non è quella che deve portarci le pantofole.

domenica 7 aprile 2019

Verba volant (646): figlia...

Figlia, sost. f.

Si tratta certamente di un gioco beffardo del caso - perché la sorte è stata determinante nel definire il corpus della tragedia greca che è sopravvissuto, prima agli incendi delle antiche biblioteche e all'inevitabile consunzione dei rotoli di papiro e poi alle scelte, spesso arbitrarie e assai poco consapevoli, di qualche oscuro monaco medievale sulle opere da copiare nel proprio scriptorium - ma credo sia significativo che Elettra sia l'unico personaggio protagonista di un'opera giunta fino a noi di tutti e tre i grandi maestri di questo genere. Il personaggio più importante delle tragedie greche che noi conosciamo è una figlia che uccide sua madre.
I tre autori raccontano la stessa storia, ossia la vendetta di Oreste ed Elettra ai danni della loro madre Clitennestra e di Egisto, ma ciascuno a suo modo e le differenze, anche solo per accenni, sono molto utili per capire come ciascuno di loro vedeva Elettra.
Cominciamo dall'opera più antica, le Coefore, la seconda tragedia della trilogia che prende il nome da Oreste. E' il 458 a.C.: sono gli anni in cui comincia l'età d'oro della democrazia ateniese, gli anni dei primi successi militari di Atene su Sparta. Elettra è la figlia ideale: sente il dolore per la morte del padre, soffre moltissimo del fatto che sia stata proprio sua madre a ucciderlo, ma non può fare nulla, perché è una donna. Il suo destino è quello di aspettare il ritorno di Oreste, perché solo il primogenito maschio della casa può compiere quell'atto di giustizia, per quanto terribile. 
Elettra è la sorella per cui Oreste uccide e infatti il cuore del dramma è la scena del riconoscimento. La giovane vede presso la tomba del padre le impronte di un uomo, poi un ciuffo di capelli, poi le vesti cucite in cui Oreste era stato avvolto da piccolo: sono i segni che aspettava. Saranno gli dei della polis - Atena in particolare - ad assolvere Oreste, e quindi anche Elettra, del matricidio. Eschilo non lo dice, ma Elettra andrà in sposa al fidato amico del fratello, Pilade: passa dalla condizione di figlia e sorella a quella di moglie.
Sono passati quarantacinque anni: è il 413 a.C., gli spartani hanno occupato una parte dell'Attica e la flotta siracusana ha inflitto una grave sconfitta a quella ateniese, la democrazia è ormai finita, nel giro di due anni ci sarà un colpo di stato. Euripide racconta la storia della morte di Clitennestra e di Egisto ed Elettra assume tutt'altro ruolo, a partire dal titolo. La giovane non vive più a palazzo, non è più la figlia di un re, ma la moglie di un contadino. Egisto infatti ha pensato a questo espediente per impedire che un futuro figlio di Elettra pretenda di salire al trono: il figlio di un contadino non sarà mai re. Ma - ci fa capire Euripide - non conta il sangue per fare grande un uomo: quell'umile contadino dimostra di essere un uomo di grande valore e di nobili ideali, per tutto il tempo del loro matrimonio rinuncia ad avere rapporti con quella moglie imposta, che evidentemente non voleva esserlo. Il contadino rinuncia al suo diritto per amore di Elettra. 
Quando il vecchio pedagogo di Oreste la raggiunge nella sua nuova casa e le dice che presso la tomba di Agamennone c'è un'orma e una ciocca di capelli che lei potrà riconoscere, la ragazza dice che è impossibile farlo da questi segni, è anche sciocco pensarlo: mai Euripide era stato così brutale contro l'antico maestro. Il riconoscimento avviene grazie a una ferita di Oreste, ricordata non da Elettra, ma da un vecchio servo di casa.
Euripide cambia anche il modo in cui Clitennestra viene uccisa: Elettra finge di stare per partorire e chiama la madre affinché la aiuti. E la regina che finalmente entra in scena non è la donna crudele come fino a quel momento ci è stata descritta dalla figlia. E' una madre preoccupata e anche un po' orgogliosa perché sta diventando nonna: è nel momento in cui Clitennestra è più umana che viene uccisa dai figli. Euripide chiude il dramma con il racconto di quello che succederà nei giorni successivi fatto da Castore e Polluce: Oreste andrà ad Atene e sarà assolto, Elettra sposerà Pilade. Ma evidentemente Euripide non ci crede più: i due antichissimi dei, progenitori della casa di Atreo, sono due marionette. Sono gli uomini - e le donne - che agiscono e che rispondono delle loro azioni.
Lo so che l'ordine è Eschilo, Sofocle ed Euripide - e così noi studiamo i tragici greci - ma in questo particolare caso è il vecchio Sofocle a essere l'ultimo, perché la sua tragedia su Elettra - anche in questo caso il nome dell'eroina diventa il titolo - è almeno di un paio d'anni successiva a quella del giovane Euripide: la democrazia ateniese è ormai finita, sta nascendo una nuova epoca, che Sofocle non vedrà.
Almeno nel caso di Elettra, Aristofane si sbaglia quando nelle Rane - che è del 405 a.C. - mette in scena lo scontro tra Eschilo ed Euripide e dice che Sofocle è l'unico degno a prendere il posto del venerato maestro. Sofocle è quello che stravolge di più la storia, anche di più di quanto faccia Euripide.
Intanto Sofocle sposta in maniera significativa il momento in cui Elettra riconosce Oreste. Mentre in Eschilo e in Euripide avviene all'inizio della tragedia - per entrambi nel primo episodio - in modo da legare il destino dei due fratelli per il resto del dramma, Sofocle invece lo pone alla fine, nel terzo episodio. Quando al palazzo reale giunge il pedagogo con la falsa notizia della morte di Oreste, mentre Clitennestra accoglie la cosa con sollievo, Elettra capisce che adesso tocca a lei. Elettra non è più la fanciulla descritta da Eschilo, la giovane donna che aspetta il fratello, invece è quella che si assume il compito di uccidere la propria madre, è quella che si prende la responsabilità di fare quello che deve essere fatto. Quando la regina gioisce per la morte del figlio, perché è certa che nessuno la potrà più punire per il suo delitto, non capisce che invece Elettra ha deciso di ucciderla e che sarà davvero quella che compirà la vendetta. 
E' una tragedia di donne l'Elettra di Sofocle. Oreste in questa opera non è l'eroe tragico di Eschilo, ma uno capace soprattutto di ordire inganni, diventa un Odisseo qualsiasi. E mentre in Eschilo e in Euripide è Egisto il primo a essere ucciso, perché per prima cosa occorre uccidere il re, qui viene uccisa per prima Clitennestra e l'esecuzione di Egisto rimane una sorta di corollario, neppure molto necessario, se non per rispettare la storia. Sofocle deve mettere nella trama anche Oreste ed Egisto, ma la tragedia si risolve tutta tra la figlia e la madre.
E anche se poi sarà Oreste a brandire materialmente il coltello che uccide la madre, è Elettra che scandisce con le proprie parole l'uccisione di Clitennestra, è lei che esegue la sentenza. E non c'è seguito nella storia, non c'è un dio a spiegare che i due assassini saranno assolti e che Elettra si sposerà. Elettra si è assolta e non ha bisogno di Pilade.
C'è in Elettra un'idea che domina sopra le altre, un valore che ne guida l'azione e che definisce il suo personaggio. Quello che in Edipo è la ricerca della verità e in Antigone il rispetto dei precetti religiosi, in Elettra è l'esigenza della giustizia. Clitennestra deve essere punita ed Elettra deve farlo, anche se si tratta di sua madre. Il vero punto centrale della tragedia è il dialogo - anche questo manca in Eschilo e in Euripide - tra Elettra e la sorella Crisotemi, quando ancora Elettra crede che Oreste sia morto e ha deciso che sarà lei a uccidere la madre. Crisotemi tenta di farla ragionare, perché l'azione è troppo rischiosa, perché può portare alla morte, perché sono donne. 
Ma qui c'è un punto centrale della cultura della Grecia antica. Un uomo - come un popolo - deve essere giudicato non per le conseguenze delle proprie azioni, ma per i principi che le hanno ispirate. E grazie a Sofocle questo ce lo insegna una donna.

mercoledì 3 aprile 2019

Verba volant (645): sigla...

Sigla, sost. f.

Nell'età d'oro del jazz le big band avevano una sigla, un pezzo con cui cominciavano sempre i loro spettacoli. La canzone che apriva le esibizioni della più grande delle big band, quella di Duke Ellington, era Sepia panorama, composta dallo stesso Ellington e arrangiata da Billy Strayhorn. Quando nel 1940 l'American Society of Composers and Publishers - a cui si era dovuto associare lo stesso Ellington all'inizio della carriera - aumentò le proprie tariffe per i brani che passavano alla radio - e naturalmente i suoi era tra i più eseguiti - Duke chiese a suo figlio Mercer e a Billy Strayhorn - che erano associati alla Broadcast Music Incorporated - di preparare un nuovo repertorio. E fu in quel momento che decise di cominciare a usare come sigla un brano proprio di Strayhorn, che era già in scaletta: quella canzone, Take the A Train, divenne non solo il pezzo più popolare dell'orchestra di Duke Ellington, ma uno dei simboli della cultura jazz.
L'attacco è inconfondibile: Ellington suona alcune battute sul proprio pianoforte, a cui subito risponde l'intera orchestra, con un ritmo che ti travolge, dall'inizio alla fine. Cominci un viaggio che non vorresti mai finire.
Take the A Train divenne in breve una leggenda e naturalmente ogni leggenda si alimenta di storie; e contribuisce a crearne. Attorno a questa canzone se ne raccontano molte. Secondo una versione, Strayhorn aveva gettato il manoscritto nel cestino, perché gli sembrava che non esprimesse il proprio stile, ma richiamasse troppo quello di uno dei suoi idoli, Fletcher Henderson: Mercer Ellington raccolse quella cartaccia e si accorse che si trattava di un capolavoro.
La seconda storia invece richiama direttamente il titolo della canzone. Il giovane Billy aveva conosciuto il già famoso Duke Ellington a Pittsburgh nel 1938. Duke gli disse che lo voleva incontrare di nuovo, questa volta a New York. Qualche mese dopo, Billy si fece coraggio, andò con la sua musica nella Grande mela e quando arrivò nell'ufficio di Ellington gli dissero che stava suonando in un club di Harlem e gli diedero le indicazioni per raggiungerlo; Billy non voleva perdere questa occasione, prese immediatamente la metropolitana, arrivò ad Harlem, trovò il club e aspettò la fine del concerto. Suonò un pezzo che impressionò moltissimo Ellington. Quando gli chiese il titolo, Billy, preso dall'emozione, riuscì a ricordare solo le parole che gli avevano detto nell'ufficio e che lui aveva ripetuto continuamente nel corso del viaggio per timore di dimenticarle e quindi di non trovare il club: le prime parole di quell'indicazione erano ovviamente "prendi la linea A della metro".
All'epoca di Ellington e di Strayhorn la linea A collegava Brooklyn - con il suo quartiere dei neri Bedford Stuyvesant - con Harlem, a nord dell'isola di Manhattan, l'altro grande insediamento dei neri di New York; era la linea che tanti afroamericani utilizzavano per andare a lavorare nei quartieri ricchi, nei quartieri dei bianchi. O per andare a Broadway, ad ascoltare la musica dei bianchi.
Ci vollero quattro anni prima che Take the A Train avesse le parole. Nel 1944, su quella musica una giovane ragazza di Detroit, il cui padre era un attivista del movimento afroamericano, compose dei versi, che riuscì a far sentire ad Ellington. Da quel momento quelle diventarono le parole della canzone e quella ragazza, Joya Sherrill, la cantante della big band di Ellington. E le parole raccontano una New York diversa da quella che quegli artisti conoscevano, la New York che loro speravano e per cui lottavano: perché secondo la canzone la linea A non porta via da Harlem per andare nell'Upper East side, ma invece porta proprio nel loro quartiere, nel quartiere dell'Apollo - a due isolati dalla fermata della 125 strada, che molti anni dopo sarebbe stata intitolata a Martin Luther King. E così Take the A Train diventa una canzone dell'orgoglio nero, di quello che i neri degli Stati Uniti sanno fare, a partire dalla musica. 
E Duke Ellington e Billy Strayhorn furono grandi interpreti di questa storia. Ellington deve essere considerato non il più importante compositore jazz o il più importante compositore afroamericano: nessuna di queste etichette rende giustizia al suo genio. Duke Ellington è uno dei compositori più importanti del Novecento, un artista che sa dipingere con la sua musica. E Strayhorn collaborò con lui per oltre trent'anni, contribuendo con i suoi brani e soprattutto i suoi arrangiamenti a creare quello stile unico: Strayhorn sapeva dare una sola voce ai grandissimi artisti che componevano quella big band. Per molti anni il suo ruolo non è stato abbastanza riconosciuto, anche se lui non ne ha mai sofferto né Ellington ha mai mancato di riconoscerlo; diceva spesso durante i suoi concerti:
Strayhorn fa molto del lavoro, ma io faccio tutti gli inchini!
Strayhorn, nero e omosessuale, amico di Luther King, fu un grande attivista nel movimento dei diritti civili.
Morì per un cancro nel 1967, mentre era in ospedale compose un ultimo brano che consegnò a Duke Ellington, con cui egli decise di aprire il suo lavoro successivo ...and his mother called him Bill. Questo disco si chiude con Ellington che suona da solo al pianoforte un altro bel brano di Strayhorn, Lotus blossom, mentre si sentono le voci degli altri musicisti che raccolgono gli strumenti e si allontanano dalla sala di registrazione: l'ultimo saluto al treno che scompare nella notte.

lunedì 1 aprile 2019

Storie (XI). "L'autista..."

Mercoledì 20 marzo. San Donato Milanese. L'autista di un autobus che gestisce il trasporto scolastico ha sequestrato il mezzo che stava guidando, con a bordo cinquantuno tra ragazzi e ragazze che frequentano la scuola media. Nonostante i carabinieri abbiano cercato di fermarlo, ha dato fuoco al pullman: i ragazzi sono tutti morti.
Sono passati pochi minuti e la notizia si sta rapidamente diffondendo. In televisione sono cominciate le dirette dal luogo della strage; i giornalisti iniziano a braccare i genitori, i nonni, qualsiasi altro parente possibile di quei poveri ragazzi, per avere da loro una testimonianza “a caldo"; parte la querelle se mostrare o no i corpi dilaniati delle giovani vittime, cercando comunque di solleticare la curiosità morbosa dei telespettatori. Già nelle prime ore del pomeriggio la tensione è voluttuosamente sviluppata dai media e ingenuamente amplificata e diffusa in maniera incontrollata dai social
Contemporaneamente cominciano ad arrivare le dichiarazioni di tutti quelli che sentono di avere il diritto e il dovere di intervenire di fronte ad avvenimenti del genere; si tratta naturalmente di un diritto e di un dovere che nessuno ha loro concesso o assegnato, ma di cui si sentono, con granitica certezza, i depositari. A dire il vero non sono vere e proprie dichiarazioni - una dichiarazione richiede un minimo di ragionamento - ma battute, cinguettii, frasi a effetto, a uso e consumo della successiva raccolta di like.
Siamo a poche ore dalla strage: la situazione nel paese è già fuori controllo. Il quadro è per tutti chiaro: uno di "loro" ha ucciso cinquantuno "nostri" figli. Nessuno riesce a dire che tra le cinquantuno vittime c'è un ragazzo che si chiama Samir, che è italiano, ma il cui padre è nato in Marocco e c'è Rami, che invece è ancora egiziano, e ce ne sono altri come loro, ma i nomi delle vittime vengono ignorati: conta solo che sono cinquantuno e che sono adolescenti. 
A dire il vero è proprio questa l'unica cosa di cui dovremmo occuparci, dovremmo cercare di conoscere quelle cinquantuno persone, giovani donne e giovani uomini, indipendentemente da dove sono nate, da dove sono nati i loro genitori, ma non è più così ormai. Chi ha parlato per primo, chi ha ha alzato di più la voce, chi ha trovato la parola giusta, ha detto che "loro" hanno ucciso cinquantuno "nostri" figli.
Il governo, riunito in seduta di emergenza, ha deciso che a partire dal giorno successivo tutte le scuole italiane dovranno rimanere chiuse. Riapriranno solo quando le prefetture saranno riuscite a identificare - e rimuovere - le persone straniere che guidano gli scuolabus, che lavorano nei centri di preparazione pasti, che fanno le pulizie nelle scuole. Quando qualcuno fa notare che l'omicida era un cittadino italiano, si decide che saranno identificati quelli che non sono nati in Italia. E quelli che sono nati in un paese dell'Unione europea? Si decide che il controllo andrà fatto sui genitori di tutti questi lavoratori. Si tratta di un esercito di persone e di un controllo che richiede forze e risorse che le prefetture non hanno. 
Il paese è praticamente paralizzato, perché diverse regioni, a partire dalla Lombardia, hanno deciso di sospendere le persone straniere che lavorano nei servizi di trasporto pubblico, in attesa di verifiche da parte delle forze dell'ordine. Nessuno sembra far caso all'assurdità di questi provvedimenti, che stanno mettendo il paese in ginocchio: la priorità per tutti è la sicurezza. 
Intanto si stanno organizzando i funerali: è stato chiesto al papa di officiare la funzione all'interno del duomo di Milano. Sembra che solo a questo punto ci si accorga che delle cinquantuno vittime alcune sono straniere e presumibilmente musulmane. Vengono frettolosamente ridati i corpi ai genitori, la cerimonia religiosa viene trasmessa da tutte le televisioni, vi partecipano molti leader dei paesi dell'Unione europea e anche il Vicepresidente degli Stati Uniti.
In parlamento viene approvata in via d'urgenza la legge sulla legittima difesa, che era comunque già in calendario: i partiti di opposizione di astengono, perché chiaramente questo provvedimento risponde all'inquietudine che c'è nel paese. 
La chiusura delle scuole e la parziale interruzione dei servizi di trasporto pubblico sta provocando seri danni all'economia, tanto più che diverse aziende hanno rescisso i loro contratti con le imprese di pulizia e di servizi che impiegano per lo più lavoratori stranieri. Un cittadino italiano di origine senegalese che da dieci anni guida uno scuolabus nella provincia di Treviso, dove vive insieme alla sua famiglia, si rende conto che sta per perdere il lavoro e che suo figlio difficilmente potrà sostenere la maturità per andare a ingegneria. Si chiude nel "suo" pullman, cercando di attirare l'attenzione degli organi di informazione sulla sua situazione. Mentre sta improvvisando un comizio affacciato dal finestrino, viene raggiunto da un colpo di fucile. I soccorsi sono inutili: muore in ospedale. I carabinieri, quando cercano di arrestare l'uomo che ha sparato, si trovano di fronte un muro di persone che non riescono a disperdere e l'omicida si barrica in casa propria, mentre i suoi concittadini organizzano una forma di "protezione" in giardino.
Il giorno dopo a Ventimiglia un balordo spara su un vecchio camioncino Volkswagen in cui ci sono sei stranieri che cercano di raggiungere il confine francese. Questo non viene protetto dai suoi concittadini, sanno tutti che è un matto e poi perché sparare verso quelli che finalmente se ne vanno.
E' l'alba del dodicesimo giorno dopo la strage. E le scuole non sono state ancora riaperte.