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sabato 25 giugno 2011

da "Le città invisibili" di Italo Calvino

Leonia
La città di Leonia rifà se stessa tutti i giorni: ogni mattina la popolazione si risveglia tra lenzuola fresche, si lava con saponette appena sgusciate dall’involucro, indossa vestaglie nuove fiammanti, estrae dal più perfezionato frigorifero barattoli di latta ancora intonsi, ascoltando le ultime filastrocche che dall’ultimo modello d’apparecchio. Sui marciapiedi, avviluppati in tersi sacchi di plastica, i resti di Leonia d’ieri aspettano il carro dello spazzaturaio. Non solo i tubi di dentifricio schiacciati, lampadine fulminate, giornali, contenitori, materiali d’imballaggio, ma anche scaldabagni, enciclopedie, pianoforti, servizi di porcellana: più che dalle cose di ogni giorno vengono fabbricate vendute comprate, l’opulenza di Leonia si misura dalle cose che ogni giorno vengono buttate via per far posto alle nuove. Tanto che ci si chiede se la vera passione di Leonia sia davvero come dicono il godere delle cose nuove e diverse, o non piuttosto l’espellere, l’allontanare da sé, il mondarsi d’una ricorrente impurità. Certo è che gli spazzaturai sono accolti come angeli, e il loro compito di rimuovere i resti dell’esistenza di ieri è circondato d’un rispetto silenzioso, come un rito che ispira devozione, o forse solo perché una volta buttata via la roba nessuno vuole più averci da pensare.
Dove portino ogni giorno il loro carico gli spazzaturai nessuno se lo chiede: fuori dalla città, certo; ma ogni anno la città s’espande, e gli immondezzai devono arrestare più lontano; l’imponenza del gettito aumenta e le cataste s’inalzano, si stratificano, si dispiegano su un perimetro più vasto. Aggiungi che più l’arte di Leonia eccelle nel fabbricare nuovi materiali, più la spazzatura migliora la sua sostanza, resiste al tempo, alle intemperie, a fermantazioni e combustioni. E’ una fortezza di rimasugli indistruttibili che circonda Leonia, la sovrasta da ogni lato come un acrocoro di montagne.
Il risultato è questo: che più Leonia espelle roba più ne accumula; le squame del suo passato si saldano in una corazza che non si può togliere; rinnovandosi ogni giorno la città conserva tutta se stessa nella sola forma definitiva: quella delle spazzature d’ieri che s’ammucchiano sulle spazzature dell’altroieri e di tutti i suoi giorni e anni e lustri. Il pattume di Leonia a poco a poco invaderebbe il mondo, se sullo sterminato immondezzaio non stessero premendo, al di là dell’estremo crinale, immondezzai d’altre città, che anch’esse respingono lontano da sé le montagne di rifiuti. Forse il mondo intero, oltre i confini di Leonia, è ricoperto da crateri di spazzatura, ognuno con al centro una metropoli in eruzione ininterrotta. I confini tra le città estranee e nemiche sono bastioni infetti in cui i detriti dell’una e dell’altra si puntellano a vicenda, si sovrastano, si mescolano.
Più ne cresce l’altezza, più incombe il pericolo delle frane: basta che un barattolo, un vecchio pneumatico, un fiasco spagliato rotoli dalla parte di Leonia e una valanga di scarpe spaiate, calendari d’anni trascorsi, fiori secchi sommergerà la città nel proprio passato che invano tentava di respingere, mescolato con quello delle altre città limitrofe, finalmente monde: un cataclisma spianerà la sordida catena montuosa, cancellerà ogni traccia della metropoli sempre vestita a nuovo. Già dalle città vicine sono pronti coi rulli compressori per spianare il suolo, estendersi nel nuovo territorio, ingrandire se stesse, allontanare i nuovi immondezzai.

giovedì 20 gennaio 2011

Considerazioni libere (199): a proposito di chi vive grazie ai rifiuti...

Non è la prima volta che parlo di persone che vivono - o sopravvivono - grazie ai rifiuti: se volete, potete leggere la "considerazione" nr. 111. Lo scorso 11 gennaio è uscito su The New York Times un bell'articolo di John Leland sui disperati di Nasr City.
Nasr City è uno dei più grandi insediamenti abusivi nati intorno a Baghdad dopo l'invasione statunitense del 2003. Alcune centinaia di migliaia di persone sono state costrette ad andare a vivere in alloggi di fortuna, spesso costruiti da loro stessi con lamiere o pezzi di legno, a causa delle guerre, dei conflitti religiosi ed etnici, della crisi economica. In Iraq non esiste un censimento ufficiale né tantomeno è possibile avere dati certi su quante persone vivono in posti come Nasr City. Quelli che ci abitano pensano di essere almeno mezzo milione, mentre il governatore della regione di Baghdad stima in 600mila gli sfollati nei 42 campi abusivi intorno alla città, ma quest'ultimo dato è probabilmente calcolato per difetto. Visto che Nasr City ufficialmente non esiste, non ci sono elettricità, acqua potabile e fognature, così come mancano scuole e presidi sanitari; le forze di polizia non entrano nell'insediamento.
L'economia di Nasr City è basata essenzialmente sui rifiuti. Ogni giorno, prima che sorga il sole, un esercito di pezzenti esce dallo slum per andare a Baghdad e setacciare l'immondizia prima che passino gli automezzi per la raccolta. Leland ha seguito per un giorno qualcuno di loro. Tarish, 22 anni, una moglie e due figli, è riuscito a raccogliere otto chili e mezzo di lattine, un grosso rottame di ferro e mezzo chilo di cavo elettrico, da cui ha bruciato l'isolante: una giornata fortunata che gli ha fruttato 10 dollari. La sua media è di 4 dollari al giorno. Anche Hasun, 27 anni, una moglie e quattro figli, è uno dei diseredati di Nasr City, ma fa l'intermediario, ha un carretto, compra dai raccoglitori come Tarish e rivende a chi gestisce il commercio dei rifiuti: per Hasun in un giorno fortunato il guadagno può arrivare fino a 20 euro, ma deve mantenere anche il cavallo per trainare il carretto.
Raccogliere i rifiuti è illegale, anche se in qualche modo favorito dall'inefficienza del servizio di raccolta e di smaltimento "ufficiale". Il sindaco di Baghdad ha progettato la realizzazione di due impianti di riciclaggio e il potenziamento del servizio di raccolta nelle ore notturne per impedire il fenomeno dei raccoglitori, "poiché sono un'onta per la nostra società". E' facile capire che il problema dei raccoglitori abusivi non si potrà risolvere, eliminando i rifiuti dalle strade, ma soltanto offrendo loro una reale opportunità di lavoro. Raccogliere rifiuti può anche essere un rischio; in alcuni casi le forze di sicurezza hanno scambiato i raccoglitori per attentatori impegnati a piazzare ordigni esplosivi: alcuni di loro sono stati arrestati, altri sono morti.
Quando nei vertici internazionali si ragiona sulla soluzione politica del conflitto iracheno ci si dimentica di Tarish, di Hasun e delle migliaia di persone che, come loro, ogni giorno vivono racattando i rifiuti. Epure loro hanno diritto di essere ricordati: se non si risolve la loro condizione è impossibile perfino immaginare una pace.

giovedì 25 novembre 2010

Considerazioni libere (182): a proposito di rifiuti napoletani e italiani...

E' troppo comodo pensare che i rifiuti di Napoli siano un problema dei soli napoletani, e quindi che i rifiuti di Milano siano un problema dei soli milanesi: il preteso "federalismo della spazzatura" che qualcuno vorrebbe imporci non è sufficiente, da solo, per affrontare un problema così complesso.
Dire che ogni territorio deve pensare ai propri rifiuti non basta, prima di tutto perché a Napoli e in Campania, per troppi anni, sono arrivati e sono stati scaricati, spesso illegalmente, i rifiuti del nord Italia. Inoltre i rifiuti napoletani sono rifiuti italiani, perché in Europa e negli Stati Uniti non fanno troppe distinzioni e l'immagine di Napoli sepolta dai rifiuti è tout court l'immagine dell'Italia sepolta dai rifiuti. Ma soprattutto non basta, perché se passa questa linea, ogni territorio si concentrerà unicamente sul tema dello smaltimento - facendolo ovviamente più o meno bene - senza affrontare quello che, secondo me, è il vero problema da affrontare: la riduzione complessiva dei rifiuti.
Non voglio dire che una cosa esclude l'altra, anzi. Bisogna continuare a incrementare la raccolta differenziata e il compostaggio, occorre superare il sistema delle discariche e lavorare sulle tecnologie più sicure per la realizzazione dei termovalorizzatori. Nelle regioni del sud bisogna combattere le mafie che hanno fatto della gestione dei rifiuti uno dei loro grandi affari. Tutto questo però, per quanto sia necessario, non è più sufficiente.
Di emergenza in emergenza, anche nei territori più virtuosi, abbiamo tralasciato di lavorare sulla soluzione più radicale, ma anche l'unica davvero risolutiva: cominciare a ridurre progressivamente i rifiuti. Ed evidentemente per questo non sono sufficienti politiche locali, ma occorre una legislazione almeno nazionale, se non europea. Il fatto che sia difficile e complicato non ci esonera dal cominciare.
Per fare un solo esempio: la Camera di commercio di Milano calcola che ogni milanese ha prodotto ogni giorno del 2009 1,51 kg di rifiuti urbani, erano 1,28 kg nel 2000. Anche se non vi prendete la briga di pesarli, pensate quanti sacchetti di spazzatura produce ciascuno di voi in un giorno, in una settimana, in un mese. Naturalmente ciascuno di noi può cercare di essere più virtuoso, meno "sprecone", ma ci sono cose che è inevitabile buttare: la vaschetta in cui abbiamo acquistato la bistecca al supermercato, la pellicola di plastica che avvolge il giornale che compriamo, il flacone in cui c'era il detersivo e così via.
Il mercato ha cominciato a studiare qualche soluzione: si cercano di ridurre gli imballi, si cominciano a vendere sfusi i detersivi, ma siamo ancora nei consumi di nicchia. Occorre che la politica intervenga, obbligando a ridurre la quantità di rifiuti che ciascuno di noi ogni giorno produce o contribuisce a produrre.
Serve evidentemente un cambio di passo deciso, una radicalità che la politica sembra ormai aver perduto o che teme di trovare, la consapevolezza che ciascuno di noi non vale soltanto in quanto consumatore. Intendiamoci, ha fatto bene Bersani ad arrabbiarsi quando ha saputo che il governo avrebbe voluto affidare alla province campane i poteri di emergenza per la realizzazione dei termovalorizzatori: davvero sarebbe stato come nominare Dracula presidente dell'Avis. Ma questo non basta, c'è riuscita la Carfagna minacciando le dimissioni, ma dal centrosinistra bisogna pretendere di più. La riduzione dei rifiuti è uno dei modi - certo non il solo, ma molto significativo - attraverso cui passa il cambiamento di un modello di sviluppo che ci ha portato inevitabilmente alla situazione di Napoli.
L'emergenza campana non è una patologia locale, o meglio non è soltanto una patologia locale, ma è il primo sintomo di un problema più generale. Se il modello economico prevede la realizzazione di sempre più prodotti, sempre più nuovi, continueranno a crescere le cose che sono destinate a essere buttate. Se avete un minuto andate a leggere - o a rileggere - la "considerazione" nr. 111 sui vecchi computer e i vecchi telefonini che noi mandiamo a smaltire in India e in Africa. L'emergenza dei rifiuti è anche lì e quei paesi non sono più lontani di Napoli.

giovedì 22 luglio 2010

Considerazioni libere (143): a proposito di rifiuti galleggianti...

Saramago, in suo celebre romanzo, La zattera di pietra, immagina che la penisola iberica si stacchi dall'Europa e si metta a navigare per l'oceano.
Nell'oceano Pacifico da diversi anni di trova il cosiddetto Pacific trash vortex, noto anche come Great Pacific garbage patch, ossia la grande chiazza di immondizia del Pacifico: un accumulo galleggiante formato prevalemtemente di plastica che "naviga" tra il 135° e il 155° meridiano ovest e tra il 35° e il 42° parallelo nord. Secondo le stime che registrano un'estensione minore sarebbe di 700mila kmq - ossia più grande della penisola iberica - per un totale di 3 milioni di tonnellate di plastica. Ma ci sono scienziati che danno numeri ben più preoccupanti.
L'accumulo di immondizia proprio in quella zona è cominciato a partire dagli anni '50, per effetto di una corrente oceanica dotta di un movimento a spirale in senso orario, che fa sì che i rifiuti tendano ad aggreggarsi. Naturalmente la corrente era presente ben prima degli anni '50 e probabilmente anche i rifiuti, ma solo dalla metà del secolo scorso si trova la plastica che non è biodegrabile e rimane a galleggiare sull'oceano. I rifiuti arrivano per l'80% dalla terraferma, ossia dalla costa occidentale dell'America del nord e dalle coste orientali dell'Asia e per la restante parte dai rifiuti delle navi e delle piattaforme petrolifere e dalla perdita di container, a causa della imprevidibilità delle correnti.
Sono facilmente intuibili i danni all'ambiente marino e alle specie viventi che vivono in quella zona; secondo una stima dell'Onu nella zona del Pacific trash vortex muoiono ogni anno un milioni di uccelli e oltre 100mila mammiferi marini.
Questi rifiuti sono abbastanza lontani dalla terraferma perché nessun governo se ne preoccupi troppo, ma rimangono comunque un problema per tutti, che ci dovrebbe finalmente interrogare sul nostro modello di sviluppo.

sabato 15 maggio 2010

Considerazioni libere (111): a proposito della ricchezza dei rifiuti...

L'India è un paese che si sta rapidamente trasformando. Questo enorme paese, che ha più di un miliardo di abitanti, è la dodicesima più grande economia del mondo in termini nominali e la quarta in termini di potere di acquisto. Le riforme economiche degli ultimi anni hanno trasformato l'India nella seconda economia in più rapida crescita del mondo; questi risultati non bastano a nascondere le contraddizioni di questo sviluppo, l'altissima percentuale di poveri e la grande sperequazione nella distribuzione delle risorse. Così come il numero sempre crescente di matematici e di informatici indiani non nasconde il fatto che l'analfabetismo sia ancora una piaga di questa società.
Mi pare però che il tema che dovrebbe preoccupare non solo la società indiana, ma tutti noi, siano le forme con cui le classi dirigenti indiane hanno fatto sì che quel paese conoscesse questi livelli di crescita. In una mia precedente "considerazione" (la nr. 105, per la precisione) ho raccontato alcune delle conseguenze sulla società, e sulle donne in particolare, causate dalla decisione del governo di sviluppare il cosiddetto "turismo medico": per molte famiglie statunitensi ed europee l'India è diventata la meta per praticare quelle forme di inseminazione che non sono permesse nei loro paesi e per molte donne indiane fare la madre surrogata è diventato un vero e proprio lavoro: la mancanza di normative ha favorito la crescita di questo legalizzato "mercato" della fertilità.
C'è un altro terreno su cui l'India ha deciso di investire, quello dei rifiuti, uno dei grandi affari di questi anni. Anche qui è stato deciso di eliminare ogni regola e di liberalizzare le importazioni di rifiuti. I risultati sono stati stupefacenti. L'importazione di rifiuti e rottami di acciaio inossidabile è passata dalle 100mila tonnellate del 2003-04, per un valore di circa 80 milioni di euro, alle 336mila tonnellate del 2007-08, per un valore di 680 milioni di euro. E lo stesso è avvenuto per l'alluminio (passato da 99mila a 225mila tonnellate), per l'ottone (passato da 36mila a 75mila tonnellate) e per altri metalli; le ceneri e i residui dell'incenerimento sono passati dalle 400 tonnellate del 2003-20 alle 38mila del 2008-09; nello stesso periodo le batterie sono passate da 10o tonnellate a 2,8mila. Le industrie indiane si trovano così a disposizione grandi quantità di materie prime, anche se non di prima scelta, comunque a buon mercato.
La totale assenza di controlli provoca degli incidenti, perché non c'è nessuna distinzione tra rifiuti pericolosi e no. Nell'aprile scorso a Mayapuri, un mercato di rottami di New Delhi, undici persone sono state contaminate da un elemento radioattivo, il cobalto-60, presente in una partita di rottami di acciaio. E non si tratta del primo caso. Nel 2008 le autorità francesi non hanno permesso l'importazione di una partita di interruttori prodotti in India perché presentavano tracce di cobalto-60: evidentemente erano stati prodotti con acciaio ricavato da materiale riciclato e contaminato, arrivato in India magari dalla stessa Francia. Quello che giustamente non va bene per i lavoratori statunitensi o europei viene utilizzato regolarmente e senza nessun controllo dai lavoratori indiani. Oltre all'incidente du Mayapuri non ci sono dati su casi di contaminazione tra i lavoratori, anche perché non vengono effettuati controlli. E ora si sta aprendo la strada per l'importazione dei rifiuti elettronici, che, come ho scritto in un'altra "considerazione" (la nr. 100, per la precisione) ora sono spediti in Africa, anche qui in assenza di controlli.
Lo sviluppo dell'India, che pure è un elemento positivo, sta avvenendo a scapito della salute dei lavoratori e della tutela dell'ambiente. Quanto tempo occorrerà per capire che non è questo il tipo di cui abbiamo bisogno?