martedì 17 settembre 2019

Verba volant (710): brutto...

Brutto, agg. m.

La guerra di Troia è un conflitto senza soldati, almeno così ce la racconta Omero, che regolarmente si dimentica di loro. Al massimo li descrive come gli spettatori - ovviamente interessati - degli scontri tra gli eroi. I soldati di Omero sono in sostanza una claque. Eppure sappiamo che ci sono: ogni eroe greco è il capo di un proprio esercito personale, e più questo è numericamente consistente più la voce di quell'eroe è ascoltata nei consigli di guerra. Anche in questo caso i soldati sono soltanto numeri, utili per "sedersi al tavolo della pace".
Ma esattamente cosa fanno i soldati nell'Iliade? Sono i rematori che hanno condotto lì le navi, sono quelli che hanno costruito l'accampamento, sono quelli che gestiscono i rifornimenti e la salmeria, verosimilmente saranno loro a costruire il cavallo. In sostanza i soldati di Omero sono artigiani e contadini che lavorano per il loro signore. E qualcosa del genere avviene anche nel campo troiano. Combattono anche, ma le loro battaglie, in cui muoiono - da una parte e dall'altra - non meritano mai un racconto.
A un certo punto però questi invisibili riappaiono. E' il nono anno di guerra: il momento peggiore per l'esercito greco, perché Achille ha deciso di ritirarsi, adirato con Agamennone per il possesso di una schiava. Non esattamente un nobile motivo. L'autorità del re di Micene vacilla, gli altri re sono sempre meno disposti a seguirlo: neppure loro amano quel presuntuoso di Achille, ma capiscono che anche a loro potrebbe succedere la stessa cosa. A questo punto Agamennone si ricorda che ci sono i soldati e quindi decide di fare una bella operazione "democratica" per legittimare il proprio potere. Convoca tutte le truppe, spiega che ormai la situazione è perduta, che - sottinteso per colpa di Achille - Troia non cadrà e quindi chiede loro cosa fare. Naturalmente i soldati non possono davvero scegliere: hanno solo l'opzione di chiedere al loro duce di continuare a combattere. E Agamennone confida nella loro avidità: conquistare Troia significa saccheggiarla e ci saranno oro e donne per tutti. Si sta per ratificare il voto favorevole a continuare la guerra, ma a questo punto prende la parola Tersite. Va bene, torniamo a casa - dice il greco - siamo stanchi di questa guerra. E rinfaccia ad Agamennone la sua avidità, il suo attaccamento morboso alle ricchezze, lo accusa anche per la vicenda di Briseide, usando peraltro parole meno violente e volgari di quelle usate da Achille poco prima contro lo stesso Agamennone. Tersite dice la verità, dice quello che molti soldati pensano, ma non hanno il coraggio di dire.
Agamennone - come al solito - non sa cosa fare. E' Odisseo che risolve la questione, sicuramente maledicendo in cuor suo il re di Micene per quella idiozia del referendum. Il re di Itaca non usa la sua celebre astuzia, né la sua proverbiale oratoria. Semplicemente afferra lo scettro e riempie di botte Tersite finché questo scappa in lacrime verso le navi. L'autorità è ripristinata e i soldati - lieti dello scampato pericolo - deridono Tersite. La guerra continua.
E Tersite continua a parteciparvi. Anche Achille ha ripreso il suo posto. In uno scontro uccide la fortissima regina delle Amazzoni, Pentesilea, che in precedenza ha già sconfitto molti greci. Come uso le toglie le armi e accorgendosi di quanto sia bella, ancora carico di testosterone dalla battaglia, la possiede. Un atto che non fa onore al più valoroso dei greci. Tersite, ancora una volta, non sta zitto e denuncia questa oltraggiosa necrofilia. E Achille reagisce esattamente come Odisseo, con la forza, ma questa volta uccide quel piantagrane, che ha questa odiosa abitudine di dire sempre la verità.
La forza però non basta. Bisogna trovare una soluzione più efficace. E definitiva. Se ne occuperà Omero, nel suo ruolo di ministro della propaganda degli achei. Tersite è brutto - ci racconta il poeta - è zoppo, è gobbo, ha le gambe arcuate e la testa dalla forma ovale. E' uno scherzo di natura - eppure questi evidenti difetti fisici sono sfuggiti durante la visita di leva in cui è stato reso abile - e uno così brutto è sicuramente un poco di buono, un vile, un bugiardo. E poi è uno che gioca sempre a dadi; e comunque per giocare bisogna essere almeno in due, quindi c'era qualcun altro con questo vizio nel campo acheo, forse anche tra i re.
E così l'unico soldato che diventa in qualche modo un personaggio dell'Iliade è questo screditato vigliacco dal corpo deforme. E gli eroi possono continuare a rifulgere della loro gloria, grazie ai versi degli aedi. Per i soldati neppure un'ipocrita stele al milite ignoto.  

lunedì 16 settembre 2019

a proposito di un blog che compie dieci anni...

Il 16 settembre 2009 era mercoledì: quella sera in televisione c'erano Inter-Barcellona, per il gruppo F della Champions, la seconda puntata di X Factor e l'ennesima replica di Il diavolo veste Prada. Con una breve spiegazione del relativismo gnoseologico di Protagora di Abdera, ossia della sua celebre frase - e praticamente l'unica giunta fino a noi - sull'uomo misura di tutte le cose, cominciava questo blog. Sinceramente non credevo che sarebbe stata una creazione così longeva e soprattutto così importante per me. Devo a Zaira l'idea di aver cominciato a scrivere: una delle molte cose di cui le sono grato.
In dieci anni questo blog è cambiato un paio di volte nella veste grafica - anche se ho sempre cercato di tenere una qualche tonalità di rosso, un colore che mi è caro - e un po' anche nei contenuti. Devo ad Antonella e a Filippo l'idea di Verba volant, questo inconsueto dizionario, che è diventato la sezione più ricca del blog, quella che in qualche modo ha acceso di più la vostra curiosità e il vostro interesse. Perché il blog vive di io che scrivo e di voi che leggete: senza lettori uno scrittore non esiste.
In dieci anni sono cambiato più io del blog. Sono certamente più vecchio e malmostoso. Questo blog continua a essere militante, ma se dieci anni fa si potevano trovare ancora alcune scintille di speranza, oggi le ho accuratamente spente.
Ho riguardato le prime riflessioni che ho lasciato dieci anni fa sul blog. Una riguarda la guerra in Afghanistan. Dopo dieci anni quella guerra c'è ancora. E c'è ancora perché ad alcuni conviene che ci sia, perché quella guerra assicura commesse e alimenta ricchezze. La guerra in Afghanistan è un grande affare e per questo finirà soltanto quando ne troveranno un altro più redditizio. E se nel frattempo muore qualche soldato occidentale e molti civili afghani non frega nulla a nessuno. Un'altra riflessione di quei giorni di metà settembre riguarda l'omicidio di una giovane donna, Sanaa, italiana di origine pachistana, uccisa dal padre perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. In questi dieci anni ho dovuto raccontare su questo blog tante storie come quella di Sanaa, tante storie di donne uccise. Ho dovuto raccontare tante volte la storia di Ifigenia. Sono certo che dovrò farlo ancora. E' per me una sorta di imperativo categorico, per dirla con Kant.
Dare voce agli ultimi, dare voce - per quanto la mia sia flebile - a chi non ce l'ha, è un mio dovere. E cerco di farlo sempre, anche quando racconto storie che apparentemente non c'entrano nulla con questo, quando racconto storie di canzoni o di vecchi film. Per questo in dieci anni i pensieri di Protagora... è cambiato così poco, rimanendo il modo in cui ho scelto di fare politica.

venerdì 13 settembre 2019

Verba volant (709): presenza...

Presenza, sost. f.

Carlo è morto. Lo so, voi non lo avete conosciuto. Non l'ho conosciuto neppure io, anche se la sua morte mi ha profondamente scosso. A dire la verità nessuno di tutti quelli che hanno pianto per la sua morte lo ha davvero conosciuto. Perché non ne abbiamo avuto il tempo. Neanche i suoi genitori lo hanno avuto. Appena quello per imparare i suoi sorrisi e il suo pianto, e poco più. Perché Carlo è vissuto solo quattro mesi e poi è morto improvvisamente, come talvolta succede, in maniera inspiegabile, lasciando noi qui, con il nostro dolore e le nostre domande.
Per non usare una parola che ci fa paura, quando una persona muore, noi preferiamo dire che se n'è andata, che ci ha lasciato. Lo abbiamo detto anche di Carlo. Apparentemente sembra un modo per rendere meno traumatica la perdita, per attenuarne il dramma. Naturalmente non funziona. E poi, a ben pensarci, rende ancora più crudo il dolore, accentua una ferita, rimarca una distanza.
Dovremmo invece pensare a Carlo come a qualcuno che non se n'è andato, che non ci ha lasciato. Io, con tutto l'affetto che provo per loro, vorrei augurare alla madre e al padre di Carlo di sentirlo presente per il resto della loro vita, nelle piccole e nelle grandi cose, nelle scelte importanti e nelle minuzie quotidiane. Questa presenza non deve essere un'ossessione, ma qualcosa che farà sempre parte delle loro vite.
Io - ormai lo sapete - non credo. E quindi non credo che Carlo sia un angelo che veglierà su di loro, non è questa la presenza a cui penso. Ma credo fermamente che esista l'amore e l'amore è qualcosa che rimane, se vogliamo rimanga, se sappiamo custodirlo e coltivarlo. L'amore per Carlo è quello che rimane. So bene che non è tutto quello che questi amici potevano legittimamente sperare: loro volevano conoscere Carlo. E questo è qualcosa che non accadrà più. Ma l'amore è una pianta rigogliosa, che si porta dietro molti frutti. E molte speranze.

martedì 10 settembre 2019

Verba volant (708): accogliere...

Accogliere, v. tr.

A me quel troiano non è piaciuto fin dall'inizio. Ho capito subito che è uno che porta guai. Ma a noi serve nessuno ci ascolta mai. Io l'ho detto alla padrona: quella storia del cavallo di legno con la pancia piena di soldati non regge. Nessuno con un po' di sale in zucca ci può davvero credere. Quanta legna ci vuole per fare un macchinario del genere? E poi chi l'avrebbe fatto? Quei re greci che da soli non sono capaci di fare nulla? Ce li vedete Odisseo e Agamennone e tutti gli altri che si mettono lì con seghe e pialle, con funi e chiodi, per costruire un cavallo di legno? Ma la regina niente: si è bevuta tutta la storia. Anche la parte dei draghi usciti dall'acqua per stritolare quello che non voleva far entrare in città il cavallo. Dovevate vedere come piangeva quando il troiano raccontava.
E poi il ragazzino? Per me non è neppure suo figlio: non gli assomiglia nemmeno. E scommetto che neppure il vecchio è suo padre. Quello è un trucco per impressionare una qualche vedova credulona: guardate come sono bravo, mi porto dietro il padre e il figlio. E la vedova ci casca. E infatti la regina ci è caduta. E così abbiamo dovuto dare da mangiare a tutto il suo seguito di perdigiorno. Ci aveva provato già un paio di volte in Sicilia e una volta a Creta - me l'ha raccontato uno dei suoi servi in cucina, dopo che l'ho fatto ubriacare - ma quelle sono state furbe: hanno dato loro un po' di pane e li hanno mandati via.
Invece la regina dice che bisogna soccorrere i naufraghi, che bisogna aiutare gli esuli. Aiutiamoli pure, ma devono venire tutti a Cartagine? E le altre città quanti profughi accolgono?
E poi questi troiani da cosa fuggono? La guerra ci sarà stata davvero. Ma non è detto che sia tutta colpa dei greci: questi troiani a me sembrano infidi. Hanno detto che la loro città è bruciata. Mi spiace, costruitene un'altra. Noi ci siamo costruiti Cartagine quando ci hanno cacciati da Tiro, e quelli che c'erano qua attorno non ci hanno certo trattato bene: andate via, ci dicevano, non vi vogliamo. Abbiamo dovuto lottare per costruire Cartagine e adesso arrivano questi profughi che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono fare la fatica di costruire una nuova città, e pretendono di usare la nostra.
Ha fatto un bel discorso la regina: vi ricordate di quando noi eravamo gli esuli, di quando eravamo noi che vagavamo sul mare in attesa di trovare un approdo sicuro? E tutti a commuoversi. E tutti ad applaudire. Ma a Cartagine non c'è più posto. Non possiamo salvare tutti. E poi noi eravamo onesti. Noi non abbiamo mai raccontato panzane come quella del cavallo. Noi meritavamo di essere aiutati. Questi proprio no.
E la regina non si va a innamorare del troiano? Se Creusa l'ha lasciato ci sarà il suo motivo. Capisco, la regina è giovane, non può rimanere sempre vedova, ma non si poteva scegliere un nobile cartaginese, qualcuno di cui conosciamo i genitori? Il troiano dice che sua madre è Afrodite e che da parte di padre discende da Zeus. Lo so io chi è sua madre, ma accidenti è meglio se sto zitta. Qua finisce che quel ragazzino troiano diventa re di Cartagine. E le nostre tradizioni? E la nostra cultura? La regina dice che è una ricchezza mescolarsi, che nascerà una nuova grande civiltà, che non sarà più né troiana né fenicia. Balle. Ognuno deve stare a casa sua.

Ma per fortuna in città qualcosa sta succedendo. Ormai siamo in molti a pensarla così. Se alle prossime elezioni vince il nostro partito, Didone sarà costretta ad ascoltarci, dovrà nominare chi diciamo noi capo del governo e finalmente manderemo via i troiani. Allora sì che Cartagine vincerà.

sabato 7 settembre 2019

Verba volant (707): verosimile...

Verosimile, agg. m. e f.

Pepito osserva con attenzione quel gentiluomo italiano che sta entrando nel suo locale, al 40 di rue Fontaine: è la terza sera consecutiva che si presenta. Lo saluta con un cenno, come fa con ogni cliente di riguardo. E' un drammaturgo famoso, i Pitóeff hanno rappresentato una sua commedia qualche anno prima, ma Pepito non l'ha vista: non è il suo genere. Certo anche quell'italiano viene al Chez Joséphine per vedere lei: come tutti gli altri uomini, si alza in piedi quando arriva lei con indosso soltanto un gonnellino fatto di banane, e, come tutti gli altri uomini, comincia ad applaudire felice come un bambino quando lei inizia a ballare. Però gli sembra che quell'italiano stia osservando anche lui: certo a Parigi tutti conoscono Giuseppe Abatino, detto Pepito, tutti conoscono il conte di Calatafimi, ma quell'italiano sembra che voglia saperne di più. O forse ne sa di più.
Anche Georges, seduto al suo solito tavolo del Chez Joséphine, osserva il nuovo arrivato: lui ha visto i Sei personaggi alla Comédie des Champs-Elysées, e ha anche letto Il fu Mattia Pascal. Bella l'idea, ma per Georges c'è poca azione e troppa filosofia: non è il suo genere. Si chiede cosa spinga quel famoso collega italiano ogni sera nel locale: certo il corpo di Josephine. Per Georges è solo un altro, l'ennesimo, rivale, un altro che gli vuole togliere Joséphine. Però ha notato che anche Pepito guarda quell'italiano, con un misto di paura e cattiveria: quella paura gli interessa. E forse ne può trarre un qualche vantaggio.

Naturalmente Luigi Pirandello è in quel locale per Joséphine Baker. C'è in lei un'incredibile sensualità, quasi animale, e allo stesso tempo un'innocenza primitiva. Certo lei balla seguendo i ritmi di questa nuova musica che è arrivata dagli Stati Uniti insieme alle truppe alla fine della guerra mondiale, ma segue anche un ritmo antichissimo: Joséphine Baker è una menade jazz. E Pirandello è rimasto rapito da questa bellissima dea nera. Non si sognerebbe neppure di sfiorarla: le divinità non possono essere profanate dai mortali.
Poi quando la dea non è in scena Pirandello non può non osservare gli uomini che affollano quel locale, solo per vedere lei: gli hanno detto che quello laggiù è André Gustave Citroën, uno degli uomini più ricchi di Francia, pronto a fare pazzie per lei. Poi c'è quel siciliano, Giuseppe Abatino, che si fa chiamare conte di Calatafimi. Pirandello ha capito subito che si tratta di un impostore: non ci sono i conti di Calatafimi. Non gli interessa smascherarlo: è solo curioso di conoscere la sua storia. Mentre osserva Pepito, Pirandello immagina la sua vita, la sua "fuga" dalla Sicilia, il suo arrivo in Francia, le sue prime bugie fino ad arrivare a essere il sommo sacerdote che gestisce il culto pagano di Joséphine Baker: in fondo Pepito è un Mattia Pascal che ce l'ha fatta.

Tornato in albergo Pirandello trova una lettera, scritta quella stessa sera, proprio a un altro tavolo del Chez Joséphine e recapitata prima del suo rientro. E' di un giovane scrittore, un tale Georges Sim, che si presenta con una certa prosopopea, dando per scontato che Pirandello lo conosca. Che nome è Sim? Non è da scrittore, se lo dovrebbe dovrebbe cambiare. Naturalmente non l'ha mai sentito nominare. La lettera è comunque ben scritta e insolitamente diretta. L'autore dice di essere follemente innamorato di Joséphine Baker e di volerla salvare da Pepito, e per far questo ha bisogno dell'aiuto del collega siciliano, che gli fornisca le prove per smascherare l'impostore.
Pirandello ride di gusto, mentre straccia la lettera di questo innamorato frustrato: anche questa potrebbe diventare una sua storia, magari aggiustata un po', perché così rischia di sembrare inverosimile. La vita è piena d’infinite assurdità, che sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.

martedì 3 settembre 2019

Verba volant (706): illusione...

Illusione, sost. f.

E' il 31 gennaio 1901, al Teatro d'Arte di Mosca - diretto da Konstantin Stanislavskij e Vladimir Nemirovič-Dančenko - viene rappresentato il dramma di Anton Čechov Tre sorelle: comincia, non solo cronologicamente, il Novecento.
Quella sera la reazione del pubblico è piuttosto tiepida: gli interpreti sul palco parlano, parlano, parlano, ma non succede mai nulla. Non è affatto così. Succede di tutto in quella complicata storia familiare: matrimoni, realmente celebrati o solo sognati, storie d'amore, più o meno lecite, perfino un incendio e un duello. Alla fine del dramma nessun personaggio sarà come lo abbiamo conosciuto all'inizio: tutti in qualche modo sono cambiati. Ma nessuno di loro cambia come avrebbe voluto, non succede nulla di quello che i personaggi sperano accada.
Non solo ogni loro speranza - e si sa che le speranze si possono facilmente trasformare in illusioni - ma anche ogni loro sforzo, ogni loro più serio proposito, viene vanificato. Čechov sembra dire agli spettatori che non c'è nulla da fare, che ogni loro azione è destinata a perdersi nel flusso della vita. Certamente non è il miglior augurio che si possa fare a una società carica di speranze per il secolo che sta per nascere. Sono gli anni in cui nascono la radio e il cinema, in cui i fratelli Wright sperimentano le loro macchine volanti, in cui si fanno nuove e straordinarie scoperte scientifiche. E molte di queste saranno messe in pratica nel grande conflitto che sta per scoppiare. Sembra che non possano esserci limiti al progresso, eppure questo quarantenne scrittore russo racconta questa terribile storia in cui nessuno riesce a essere felice, in cui nessuno riesce a realizzare i propri sogni. Come se Čechov voglia dirci cosa sarebbe successo nel secolo che stava per cominciare.
Irina non riesce a tornare a Mosca. Masha non riesce a stare con Vershinin. Olga non riesce a non diventare direttrice di collegio. Andrej non riesce a diventare professore dell'università di Mosca. Il barone non riesce a diventare un borghese. Solyony non riesce a sposare Irina. Vershinin non riesce a sfuggire alla prigionia della propria famiglia. Čebutykin non riesce a essere un uomo senza preoccupazioni.
Solo la "cattiva" Natasha riesce nel proprio scopo: diventa la rispettabile sposa di Andrej, che pure tradisce in maniera piuttosto plateale, e soprattutto diventa la padrona incontrastata di quella piccola proprietà. Al pubblico non piace vedere i cattivi che vincono e i buoni che perdono, eppure Čechov dice che nel secolo nuovo succederà proprio così, esattamente come succedeva nel vecchio. Nel dramma i personaggi filosofeggiano spesso sui tempi nuovi, immaginando chissà che progressi, forse addirittura una nuova età dell'oro. Čechov sorride di queste illusioni. Il Novecento sarà il secolo di Natasha.
L'unica davvero felice, inconsapevolmente felice, alla fine del dramma è la vecchia balia Anfisa, che, a ottantuno anni, può finalmente riposare nella sua stanza del grande palazzo governativo, dove ha sede il collegio di cui Olga è diventata direttrice, potendo addirittura dormire su un "letto governativo". Certo ha sofferto molto nel corso della sua vita, ma non ha mai sperato in nulla - non se l'è mai potuto permettere - e ora quell'inattesa fortuna, per quanto a noi possa apparire modesta, le sembra una specie di dono del cielo.
Solo Kulygin a suo modo è un uomo felice, anche se sa che sua moglie Masha non lo ama e l'ha tradito con Vershinin: lui vuol bene a Masha, è l'unico nella storia che è riuscito a sposare la donna a cui vuol bene, sa che è un fortuna e accetta anche che Masha ami un altro. Alla fine è lo "sciocco" Kulygin - quello che gli altri prendono in giro perché si è tagliato i baffi da quando se li è tagliati anche il proprio direttore - ad avere capito l'amara verità che Čechov dimostra con graffiante realismo. Le nostre speranze sono sempre illusioni: allora è meglio smettere di sperare e accettare quel poco che la vita ci offre.

p.s. Se fossi mai riuscito a farvi avere la voglia di vedere Tre sorelle, questa è una bella edizione, di quando la Rai faceva la Rai.