giovedì 26 settembre 2019

Verba volant (714): schiava...

Schiava, sost. f.

Nella Rane, quando Euripide cerca di accampare a proprio merito di aver dato la parola nei suoi drammi a tutti, anche alle donne e agli schiavi, il vecchio Eschilo gli risponde che per questo avrebbe meritato piuttosto la morte. Ma come - ribatte Euripide - io agivo da democratico. E qui interviene Dioniso, che è il giudice della contesa - un giudice che sappiamo assolutamente parziale, che si è già espresso a favore di Euripide, anzi che è sceso negli inferi proprio per riportarlo sulla terra - e gli dice: lascia stare la democrazia, non è roba per te. Aristofane che mette in scena questa contesa - e che è un deciso avversario di Euripide - sembra dirci: attenzione, cari spettatori, non fate l'errore di questo autore, una cosa è la democrazia e un'altra l'uguaglianza, perché la democrazia funziona solo se ci sono gruppi, le donne e gli schiavi, che hanno meno diritti dei maschi liberi, se ci sono alcuni che sono meno uguali degli altri.
Quando Aristofane scrive questi versi probabilmente ha in mente, tra le molte tragedie di Euripide, Ecuba, la cui protagonista è donna e schiava. Ma non smette mai di essere regina.
La tragedia comincia - come Amleto - con lo spettro di un uomo che racconta da chi e come è stato ammazzato. E' Polidoro, il più giovane dei figli di Priamo ed Ecuba, che i genitori hanno mandato alla corte di Polimestore, per salvargli la vita nel caso Troia fosse caduta. Ma il re tracio, quando vede la città bruciare, decide di violare il patto di ospitalità: fanno gola le grandi ricchezze che Priamo ha dato al figlio e poi è sempre meglio schierarsi con i vincitori, con i nuovi padroni dell'Egeo.
Ecuba non sa ancora cosa è successo a Polidoro, ma è turbata per la sorte dei propri figli. La flotta greca non riesce a partire, non c'è un alito di vento e il mare è completamente piatto. I soldati sono in subbuglio. Appare un altro spettro, questa volta è quello di Achille, che dice che i greci potranno partire solo se sarà vendicato, se sarà uccisa la donna che è stata la causa della sua morte, Polissena, un'altra delle figlie di Priamo ed Ecuba. La bellissima giovane ha finto di ricambiare l'amore di Achille solo per carpire il segreto della sua invulnerabilità: è solo grazie a lei se Paride ha potuto scoccare la freccia mortale che ha colpito il tallone del guerriero greco.
Neottolemo vuole che sia rispettata la volontà del padre, Agamennone naturalmente rifiuta, perché Achille gli è nemico anche da morto e perché non vuole uccidere la sorella di Cassandra, la donna che ama, anche se è una schiava. Odisseo però - è lui che al solito deve risolvere queste questioni - riesce a convincere Agamennone e i greci che il sacrificio deve essere compiuto: come all'inizio c'è stato, in un'analoga situazione, quello di Ifigenia.
Come al solito la morte non avviene in scena, ma è raccontata da un messaggero, in questo caso Taltibio. E l'araldo descrive la morte di Polissena, che pretende di offrirsi volontariamente alla spada di Neottolemo: vuole morire da donna libera e non da schiava. Agamennone, che presiede al sacrificio, acconsente, e sembra che perfino Neottolemo vacilli nel momento di compiere la propria vendetta, e comunque fa in modo che la morte sia rapida e rispetta il cadavere. La schiavitù non esiste in natura, come crederà ancora qualche decennio dopo questa tragedia Aristotele: Polissena è nata libera e, nonostante quello che è successo alla sua famiglia e alla sua città, rimane sempre tale.   
Ecuba deve seppellire la propria figlia, invia un'ancella sulla spiaggia per prendere una brocca d'acqua di mare con cui pulire il corpo, ma la giovane torna con un tragico carico: il cadavere di Polidoro che le correnti hanno spinto fino lì. Ecuba sembra sul punto di impazzire, ma è proprio in questo momento che, anche se formalmente è una schiava, torna a essere la regina di Troia, quella che, morto Priamo, è chiamata a reggere il suo popolo, per quanto sconfitto e disperso. E' la regina che tratta con il suo pari Agamennone e si accorda per vendicarsi su Polimestore, è la regina che, attirato il re tracio con l'inganno nella sua tenda, guida le donne troiane, ne uccide i figli e lo acceca, ed è ancora la regina che, di fronte ad Agamennone - che, sopraggiunto alle grida di Polimestore, è chiamato a giudicare l'accaduto - difende la sua vendetta, accusando l'uccisore di Polidoro di aver violato, per cupidigia, il patto di ospitalità. E proprio in forza di questi argomenti, il verdetto del re di Micene sarà favorevole alla donna.
Non esiste la schiavitù, ci dice Euripide. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, la cui economia si reggeva grazie al lavoro degli schiavi che, impiegati nelle botteghe e coltivando i campi, permettevano ai loro padroni di partecipare alla vita politica e sociale della città, e che, lavorando nelle miniere d'argento del capo Sunio, assicuravano alla città le risorse per armare la più potente flotta dell'Egeo. E - ci dice ancora - non è più accettabile che le donne abbiano meno diritti degli uomini. Un'idea eversiva per il pensiero comune dell'Atene di quel tempo, che infatti gli preferì sempre altri autori di tragedie. Un'idea che, dopo appena duemilacinquecento anni, sembra ancora eversiva.

martedì 24 settembre 2019

Verba volant (713): gazzosa...

Gazzosa, sost. f.

Lo confesso: amo la gazzosa. Ma notoriamente io sono antico, un residuo del Novecento. E amo birra e gazzosa. In Francia ho scoperto che i supermercati te la vendono già fatta: si chiama panaché. Buona, ma ti toglie il gusto di mescolare i due ingredienti, di scegliere i dosaggi, a seconda della voglia, del gusto, o delle possibilità, perché oggettivamente la gazzosa è sempre costata meno della birra e quindi c'è stato un tempo in cui era molto più la prima rispetto alla seconda. Come quando avevo un mosquito e facevo io la miscela, anche se in quel caso le dosi erano obbligate. Forse mi piace fare birra e gazzosa più di quanto mi piaccia berla.
Zaira - che, come sapete, legge i giornali - mi ha raccontato una storia capitata in questi giorni, una storia di ordinario capitalismo. C'è questo "superdroghiere", uno che va molto di moda, uno che va sempre in televisione a pontificare su tutto, che vi ha venduto per anni, a caro prezzo, una marca di gazzosa, e ve l'ha venduta facendovi credere che bere quella gazzosa fosse un gesto a suo modo rivoluzionario. E così voi, un po' perché in buona fede ci avete creduto e un po' perché volevate fare i "fighetti", avete comprato in massa la sua gazzosa, per far vedere che non compravate una molto più nota bevanda gassata, uno dei simboli del più bieco capitalismo. Poi questa bevanda scura ed eccitante la bevete comunque, magari di nascosto, magari giustificandovi, quando siete scoperti, dicendo che l'avete ordinata perché non c'era la gazzosa, anzi non c'era quella gazzosa lì. Comunque sia, avete contribuito a rendere ricco il droghiere, che, per diventarlo ancora di più, ha deciso di vendere la vostra marca preferita di gazzosa, quella che vi fa essere così di moda e così di sinistra, alla stessa multinazionale che produce la bevanda gassata del diavolo. Un po' vi sta bene, così imparate a diffidare di ogni ciarlatano che passa per la strada.
Chissà se nel 1840 era di moda bere la gazzosa? Forse non così come oggi, anche perché non c'era ancora la bevanda scura, che nella seconda metà del Novecento è diventata globale, uno dei simboli della pax americana. Però c'è stato un tempo in cui anche la gazzosa era, a suo modo globale. Infatti la prima gazzosa di cui siamo certi risale proprio a quell'anno, prodotta a Ceylon - che non si chiamava ancora Sri Lanka - quando l'isola, ceduta dagli olandesi, era un dominion della corona britannica. In quest'isola la Clarke Romer & Co produceva una bibita gassata al limone. Sappiamo che in quegli anni c'è stata un'epidemia di colera e probabilmente la diffusione di queste bottigliette sigillate con quello sciroppo dissetante aveva anche uno scopo igienico. Comunque, a largo di Kirinda, è stata recuperata una nave che, nonostante il naufragio, conservava ancora intatte alcune casse di bottigliette di gazzosa, la prima gazzosa industriale della storia.
Perché pare che la gazzosa l'abbiano inventata in Svizzera. E se fosse vero dovremmo ripensare allo sprezzante giudizio di Orson Welles, che Nel terzo uomo dice che quel popolo in cinquecento anni di pace e democrazia è stato capace di produrre solo orologi a cucù. Sono stati gli svizzeri a sperimentare che in una bottiglia d'acqua che contiene sciroppo aromatizzato al limone, chiusa con un tappo di sughero, fissato con il ferro - come lo champagne - alla lunga, esattamente come il vino, si attiva un processo di fermentazione provocando quelle dissetanti bollicine. Però fu un inglese, Hiram Codd, a brevettare un sistema per cui la bottiglia veniva chiusa da una biglia di vetro, che bastava far scendere, facendo uscire un po' di gas, per poter bere quella bibita rinfrescante, diventata quindi lo "champagne della palletta". Visto che adesso il sistema di Codd non si può più usare per ragioni igieniche, i puristi difendono il tappo a macchinetta, mentre noi accettiamo ormai la gazzosa in bottiglie di vetro con il tappo a corona e anche in bottigliette in plastica. Non so si ci sono i brick in tetrapack, non so se esiste l'equivalente del Tavernello per la gazzosa. Se non ci fosse credo bisognerebbe inventarlo: cosa c'è di più squisitamente proletario? 

sabato 21 settembre 2019

Verba volant (712): tela...

Tela, sost. f.

Carissima Charlotte,
mi manchi tanto. Qui è dura: alla mattina seguo le lezioni alla League, il pomeriggio torno a casa, dormo qualche ora e poi alla sera, fino alle due, sono a servire hamburgher e chili da Mel. Ogni giorno passo almeno un paio d'ore in metropolitana. Però New York è bellissima, non vedo l'ora che tu possa vederla.
Il professor Brown mi incoraggia, dice che ho talento. Per fortuna spendo poco per i corsi qui alla Art student League. Lo stipendio è davvero basso, ma quando non ci sono clienti posso disegnare. Mel mi chiama Van Gogh. Due notti fa ho venduto un ritratto a un cliente: mi ha dato un nichelino. Lo voglio conservare: sarà il mio portafortuna.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
mi è servito fare il cameriere nel ristorante di zia Judith a Baltimora. Non lavoro più da Mel. Mi hanno assunto al Four seasons a Park avenue: è il più bel ristorante di Manhattan. Lo hanno aperto da nemmeno un anno. Pensa che è stato progettato da uno dei più importanti architetti tedeschi. E' splendido, sembra un tempio, tutto vetro e bronzo.
E anche il ristorante è stato progettato dagli stessi architetti. Per dividere le due sale c'è il sipario che Picasso ha disegnato per un balletto a Parigi e su una parete c'è un grande quadro di Jackson Pollock.
E' incredibile essere qui. Due sere fa sono venuti a cena Katharine Hepburn e Spencer Tracy. Ieri c'era il sindaco di New York. Tra tre giorni ci sarà il compleanno di Rockfeller. In mezzo a una delle due sale c'è una piscina e agli angoli quattro alberi che cambiano quattro volte l'anno, a ogni stagione. Qui non ho più tempo di disegnare. E dormo sempre poco. Però il nichelino sta funzionando.
Ti amo.
Tuo Jack

Carissima Charlotte,
ieri sera sono venuti a cena Mark Rothko e sua moglie e li ho potuti servire io. I suoi quadri mi interessano molto, anche se sono così diversi dalle cose che dipingo io. A volte sono inquietanti. Dicono che tra qualche settimane saranno finalmente pronte le grandi tele che ha dipinto per il ristorante. Sembra che per questo lavoro verrà pagato 35mila dollari. E' così strano immaginare i suoi quadri nel ristorante.
Rothko fuma di continuo. Mentre gli ho portato l'aragosta, gli ho detto che sto studiando alla League: so che c'è stato anche lui. E' stato gentile. Io gli ho detto che sono felice che ci saranno i suoi quadri. Mi ha guardato con un'aria strana.
Ti amo.
Tuo Jack

Di dove sei ragazzo?
Di Baltimora. La mia fidanzata Charlotte vive ancora lì, ma presto verrà anche lei a New York.
E porteresti Charlotte a cena qui?
No di certo, non potrei mai permettermelo, signor Rothko.
Ecco, mi fa arrabbiare dipingere qualcosa che tu e Charlotte non potreste mai vedere. Dipingere qualcosa solo per i più ricchi bastardi di New York che vengono qui a mangiare e a farsi vedere.
Con tutto il rispetto, signore, sapeva che ristorante era.
Hai ragione. Ma sono stato tentato dall'idea di intrappolare questi stronzi in una stanza dove tutte le porte e le finestre fossero murate. E ho dipinto i quadri così, per rovinare loro l'appetito. Ma ora non lo so...

Caro Jack,
stamattina è arrivata una ditta di trasporti e mi ha consegnato un quadro. Per te e per me. Nel biglietto c'è solo la firma: Rothko.

giovedì 19 settembre 2019

Verba volant (711): popolare...

Popolare, agg. m. e f.

Il 22 febbraio 1955 debutta alla Scala di Milano Porgy and Bess. Si tratta di una tappa importante di una tournée organizzata e finanziata dal Dipartimento di stato che toccherà nel dicembre di quello stesso anno Mosca: sono gli anni della Guerra fredda ed è la prima volta dalla Rivoluzione d'ottobre che una compagnia statunitense si esibisce in Unione sovietica.
Al di là di ogni altra motivazione politica e propagandistica - il piano Marshall è finito da pochi anni e nelle intenzioni americane bisogna cominciare una nuova fase in cui la cultura di massa ha una funzione essenziale - portare Porgy and Bess alla Scala vuol dire che si considera a tutti gli effetti quel lavoro un'opera. Ed effettivamente capire cosa sia questo lungo spettacolo di George Gershwin è stata negli anni precedenti una delle questioni che ha appassionato e diviso il pubblico e la critica. Porgy and Bess è un musical o un'opera lirica? Ha delle caratteristiche dell'uno e dell'altro, eppure i puristi dell'opera non riescono a considerarla tale e gli appassionati del musical non credono che lo sia. E infatti nel 1935 ha avuto solo centoventiquattro repliche a Broadway, un risultato deludente per Gershwin.
Ma se lo aveste chiesto a lui, vi avrebbe risposto certamente che Porgy and Bess è un'opera, anzi la prima opera veramente americana. Questo giovane e ambizioso musicista di New York, i cui genitori sono emigrati ebrei di origine ucraina e lituana, quando scrive Porgy and Bess pensa a Giuseppe Verdi, che lui ama moltissimo, pensa in particolare alla cosiddetta "trilogia popolare". Racconta una storia di un passato recente, come fa Verdi con La traviata. Racconta una vicenda dalla trama complessa, come fa Verdi con Il trovatore. Ma soprattutto racconta, come fa il grande musicista di Busseto, la sconfitta degli ultimi, di un mendicante zoppo - un altro Rigoletto - e di una donna che la sua comunità considera ormai perduta. E, sempre come Verdi, racconta la vittoria dei cattivi. Sportin' life potrebbe benissimo cantare La donna è mobile mentre va a New York insieme a Bess e noi sappiamo che poco dopo la abbandonerà, perché per lui quella donna è solo un capriccio. Porgy è un Manrico che riesce a uccidere il suo rivale, ma che perderà comunque la donna che ama. Porgy and Bess è una storia di vedove e di orfani e di un potere che è indifferente, quando non nemico, verso questi ultimi. Sono convinto che il Maestro Verdi avrebbe trovato questa storia l'occasione per scrivere della grande musica.
Gershwin definisce - forse pensando proprio a Verdi - Porgy and Bess una folk opera, un'opera popolare. E spiega che proprio per questo la musica doveva essere ugualmente popolare. Ma egli non ha voluto usare materiale già pronto, che pure conosceva e amava, ma ha voluto scrivere la "sua" musica popolare, per dare un'unità stilistica all'intera opera. E così questo ebreo di Brooklyn si è messo a studiare la musica dei neri - vivendo per qualche mese a Charleston in Carolina del sud -perché per scrivere un'opera davvero autenticamente americana occorreva partire dall'unica musica autenticamente americana, ossia la musica dei neri.
E questo sarà - insieme alla difficoltà di capire cosa sia quella "cosa nuova" scritta da Gershwin - il vero motivo che per molti anni impedirà a Porgy and Bess di essere considerata davvero la prima opera lirica americana. Nell'America degli anni Trenta per molte persone i "negri" sono ancora cittadini inferiori, ed è uno scandalo una compagnia di cantanti lirici neri. E Todd Duncan, l'attore che impersona Porgy nella prima stagione dell'opera, che è anche un attivista della sua comunità, deve lottare affinché il National theater di Washington permetta anche ai neri di assistere allo spettacolo: sarà la prima volta per il più grande teatro della capitale. Ma Porgy and Bess non piace neppure ai neri, che accusano il librettista Edwin DuBose Heyward, esponente di una delle famiglie bianche più antiche della Carolina, e lo stesso Gershwin di aver scritto un'opera fondamentalmente razzista, in cui i neri risolvono ogni questione con la violenza e in cui droga, alcool e gioco d'azzardo sono "pilastri" di quella comunità. Duke Ellington, uno dei più grandi compositori di quell'epoca, sarà uno dei pochissimi artisti neri a difendere l'opera. Ci vorranno diversi decenni - questo giudizio sprezzante sull'opera di Gershwin rimane anche negli anni Sessanta e Settanta, negli anni in cui la lotta per i diritti si fa più accesa - perché la comunità nera degli Stati Uniti riconosca il vero valore di questa opera, anche nella sua durezza, anche nel mostrare personaggi neri assolutamente negativi. Ci sono voluti decenni ai neri degli Stati Uniti per capire che Porgy and Bess è stato il tentativo di uno dei più grandi musicisti del Novecento di far capire al resto dell'America e poi a tutto il mondo la grandezza della cultura dei neri. E dopo Gershwin sarà un altro bianco geniale, Elvis Presley, di una città non troppo lontana da Catfish Row, a rendere lo stesso omaggio alla musica nera, ma attraverso il rock'n'roll.
E come Verdi regala a Leonora la splendida aria Tacea la notte placida, in cui la giovane canta la gioia del suo amore, un amore destinato a finire in tragedia, così Gershwin - con le parole di suo fratello Ira e dello stesso Heyward - fa cantare a Clara, nel primo atto, la splendida Summertime, una dolce ninnananna per la sua bambina. E' certamente il brano più famoso dell'opera, che anzi ha in qualche modo oscurato la fama di Porgy and Bess.
Summertime, and the livin' is easy.
Fish are jumping, and the cotton is high.
Your dad is rich, and your mother good lookin',
so hush little baby, don't you cry.
Sono versi carichi di speranza, di gioia per il futuro. Ma quando nel terzo atto è Bess a cantare questa dolce ninnananna, sempre alla bambina di Clara, quei versi diventano un macigno: il padre e la madre della bambina sono morti. Il suo futuro, come quello di Bess, è ormai segnato.  

martedì 17 settembre 2019

Verba volant (710): brutto...

Brutto, agg. m.

La guerra di Troia è un conflitto senza soldati, almeno così ce la racconta Omero, che regolarmente si dimentica di loro. Al massimo li descrive come gli spettatori - ovviamente interessati - degli scontri tra gli eroi. I soldati di Omero sono in sostanza una claque. Eppure sappiamo che ci sono: ogni eroe greco è il capo di un proprio esercito personale, e più questo è numericamente consistente più la voce di quell'eroe è ascoltata nei consigli di guerra. Anche in questo caso i soldati sono soltanto numeri, utili per "sedersi al tavolo della pace".
Ma esattamente cosa fanno i soldati nell'Iliade? Sono i rematori che hanno condotto lì le navi, sono quelli che hanno costruito l'accampamento, sono quelli che gestiscono i rifornimenti e la salmeria, verosimilmente saranno loro a costruire il cavallo. In sostanza i soldati di Omero sono artigiani e contadini che lavorano per il loro signore. E qualcosa del genere avviene anche nel campo troiano. Combattono anche, ma le loro battaglie, in cui muoiono - da una parte e dall'altra - non meritano mai un racconto.
A un certo punto però questi invisibili riappaiono. E' il nono anno di guerra: il momento peggiore per l'esercito greco, perché Achille ha deciso di ritirarsi, adirato con Agamennone per il possesso di una schiava. Non esattamente un nobile motivo. L'autorità del re di Micene vacilla, gli altri re sono sempre meno disposti a seguirlo: neppure loro amano quel presuntuoso di Achille, ma capiscono che anche a loro potrebbe succedere la stessa cosa. A questo punto Agamennone si ricorda che ci sono i soldati e quindi decide di fare una bella operazione "democratica" per legittimare il proprio potere. Convoca tutte le truppe, spiega che ormai la situazione è perduta, che - sottinteso per colpa di Achille - Troia non cadrà e quindi chiede loro cosa fare. Naturalmente i soldati non possono davvero scegliere: hanno solo l'opzione di chiedere al loro duce di continuare a combattere. E Agamennone confida nella loro avidità: conquistare Troia significa saccheggiarla e ci saranno oro e donne per tutti. Si sta per ratificare il voto favorevole a continuare la guerra, ma a questo punto prende la parola Tersite. Va bene, torniamo a casa - dice il greco - siamo stanchi di questa guerra. E rinfaccia ad Agamennone la sua avidità, il suo attaccamento morboso alle ricchezze, lo accusa anche per la vicenda di Briseide, usando peraltro parole meno violente e volgari di quelle usate da Achille poco prima contro lo stesso Agamennone. Tersite dice la verità, dice quello che molti soldati pensano, ma non hanno il coraggio di dire.
Agamennone - come al solito - non sa cosa fare. E' Odisseo che risolve la questione, sicuramente maledicendo in cuor suo il re di Micene per quella idiozia del referendum. Il re di Itaca non usa la sua celebre astuzia, né la sua proverbiale oratoria. Semplicemente afferra lo scettro e riempie di botte Tersite finché questo scappa in lacrime verso le navi. L'autorità è ripristinata e i soldati - lieti dello scampato pericolo - deridono Tersite. La guerra continua.
E Tersite continua a parteciparvi. Anche Achille ha ripreso il suo posto. In uno scontro uccide la fortissima regina delle Amazzoni, Pentesilea, che in precedenza ha già sconfitto molti greci. Come uso le toglie le armi e accorgendosi di quanto sia bella, ancora carico di testosterone dalla battaglia, la possiede. Un atto che non fa onore al più valoroso dei greci. Tersite, ancora una volta, non sta zitto e denuncia questa oltraggiosa necrofilia. E Achille reagisce esattamente come Odisseo, con la forza, ma questa volta uccide quel piantagrane, che ha questa odiosa abitudine di dire sempre la verità.
La forza però non basta. Bisogna trovare una soluzione più efficace. E definitiva. Se ne occuperà Omero, nel suo ruolo di ministro della propaganda degli achei. Tersite è brutto - ci racconta il poeta - è zoppo, è gobbo, ha le gambe arcuate e la testa dalla forma ovale. E' uno scherzo di natura - eppure questi evidenti difetti fisici sono sfuggiti durante la visita di leva in cui è stato reso abile - e uno così brutto è sicuramente un poco di buono, un vile, un bugiardo. E poi è uno che gioca sempre a dadi; e comunque per giocare bisogna essere almeno in due, quindi c'era qualcun altro con questo vizio nel campo acheo, forse anche tra i re.
E così l'unico soldato che diventa in qualche modo un personaggio dell'Iliade è questo screditato vigliacco dal corpo deforme. E gli eroi possono continuare a rifulgere della loro gloria, grazie ai versi degli aedi. Per i soldati neppure un'ipocrita stele al milite ignoto.  

lunedì 16 settembre 2019

a proposito di un blog che compie dieci anni...

Il 16 settembre 2009 era mercoledì: quella sera in televisione c'erano Inter-Barcellona, per il gruppo F della Champions, la seconda puntata di X Factor e l'ennesima replica di Il diavolo veste Prada. Con una breve spiegazione del relativismo gnoseologico di Protagora di Abdera, ossia della sua celebre frase - e praticamente l'unica giunta fino a noi - sull'uomo misura di tutte le cose, cominciava questo blog. Sinceramente non credevo che sarebbe stata una creazione così longeva e soprattutto così importante per me. Devo a Zaira l'idea di aver cominciato a scrivere: una delle molte cose di cui le sono grato.
In dieci anni questo blog è cambiato un paio di volte nella veste grafica - anche se ho sempre cercato di tenere una qualche tonalità di rosso, un colore che mi è caro - e un po' anche nei contenuti. Devo ad Antonella e a Filippo l'idea di Verba volant, questo inconsueto dizionario, che è diventato la sezione più ricca del blog, quella che in qualche modo ha acceso di più la vostra curiosità e il vostro interesse. Perché il blog vive di io che scrivo e di voi che leggete: senza lettori uno scrittore non esiste.
In dieci anni sono cambiato più io del blog. Sono certamente più vecchio e malmostoso. Questo blog continua a essere militante, ma se dieci anni fa si potevano trovare ancora alcune scintille di speranza, oggi le ho accuratamente spente.
Ho riguardato le prime riflessioni che ho lasciato dieci anni fa sul blog. Una riguarda la guerra in Afghanistan. Dopo dieci anni quella guerra c'è ancora. E c'è ancora perché ad alcuni conviene che ci sia, perché quella guerra assicura commesse e alimenta ricchezze. La guerra in Afghanistan è un grande affare e per questo finirà soltanto quando ne troveranno un altro più redditizio. E se nel frattempo muore qualche soldato occidentale e molti civili afghani non frega nulla a nessuno. Un'altra riflessione di quei giorni di metà settembre riguarda l'omicidio di una giovane donna, Sanaa, italiana di origine pachistana, uccisa dal padre perché aveva rifiutato un matrimonio combinato. In questi dieci anni ho dovuto raccontare su questo blog tante storie come quella di Sanaa, tante storie di donne uccise. Ho dovuto raccontare tante volte la storia di Ifigenia. Sono certo che dovrò farlo ancora. E' per me una sorta di imperativo categorico, per dirla con Kant.
Dare voce agli ultimi, dare voce - per quanto la mia sia flebile - a chi non ce l'ha, è un mio dovere. E cerco di farlo sempre, anche quando racconto storie che apparentemente non c'entrano nulla con questo, quando racconto storie di canzoni o di vecchi film. Per questo in dieci anni i pensieri di Protagora... è cambiato così poco, rimanendo il modo in cui ho scelto di fare politica.

venerdì 13 settembre 2019

Verba volant (709): presenza...

Presenza, sost. f.

Carlo è morto. Lo so, voi non lo avete conosciuto. Non l'ho conosciuto neppure io, anche se la sua morte mi ha profondamente scosso. A dire la verità nessuno di tutti quelli che hanno pianto per la sua morte lo ha davvero conosciuto. Perché non ne abbiamo avuto il tempo. Neanche i suoi genitori lo hanno avuto. Appena quello per imparare i suoi sorrisi e il suo pianto, e poco più. Perché Carlo è vissuto solo quattro mesi e poi è morto improvvisamente, come talvolta succede, in maniera inspiegabile, lasciando noi qui, con il nostro dolore e le nostre domande.
Per non usare una parola che ci fa paura, quando una persona muore, noi preferiamo dire che se n'è andata, che ci ha lasciato. Lo abbiamo detto anche di Carlo. Apparentemente sembra un modo per rendere meno traumatica la perdita, per attenuarne il dramma. Naturalmente non funziona. E poi, a ben pensarci, rende ancora più crudo il dolore, accentua una ferita, rimarca una distanza.
Dovremmo invece pensare a Carlo come a qualcuno che non se n'è andato, che non ci ha lasciato. Io, con tutto l'affetto che provo per loro, vorrei augurare alla madre e al padre di Carlo di sentirlo presente per il resto della loro vita, nelle piccole e nelle grandi cose, nelle scelte importanti e nelle minuzie quotidiane. Questa presenza non deve essere un'ossessione, ma qualcosa che farà sempre parte delle loro vite.
Io - ormai lo sapete - non credo. E quindi non credo che Carlo sia un angelo che veglierà su di loro, non è questa la presenza a cui penso. Ma credo fermamente che esista l'amore e l'amore è qualcosa che rimane, se vogliamo rimanga, se sappiamo custodirlo e coltivarlo. L'amore per Carlo è quello che rimane. So bene che non è tutto quello che questi amici potevano legittimamente sperare: loro volevano conoscere Carlo. E questo è qualcosa che non accadrà più. Ma l'amore è una pianta rigogliosa, che si porta dietro molti frutti. E molte speranze.

martedì 10 settembre 2019

Verba volant (708): accogliere...

Accogliere, v. tr.

A me quel troiano non è piaciuto fin dall'inizio. Ho capito subito che è uno che porta guai. Ma a noi serve nessuno ci ascolta mai. Io l'ho detto alla padrona: quella storia del cavallo di legno con la pancia piena di soldati non regge. Nessuno con un po' di sale in zucca ci può davvero credere. Quanta legna ci vuole per fare un macchinario del genere? E poi chi l'avrebbe fatto? Quei re greci che da soli non sono capaci di fare nulla? Ce li vedete Odisseo e Agamennone e tutti gli altri che si mettono lì con seghe e pialle, con funi e chiodi, per costruire un cavallo di legno? Ma la regina niente: si è bevuta tutta la storia. Anche la parte dei draghi usciti dall'acqua per stritolare quello che non voleva far entrare in città il cavallo. Dovevate vedere come piangeva quando il troiano raccontava.
E poi il ragazzino? Per me non è neppure suo figlio: non gli assomiglia nemmeno. E scommetto che neppure il vecchio è suo padre. Quello è un trucco per impressionare una qualche vedova credulona: guardate come sono bravo, mi porto dietro il padre e il figlio. E la vedova ci casca. E infatti la regina ci è caduta. E così abbiamo dovuto dare da mangiare a tutto il suo seguito di perdigiorno. Ci aveva provato già un paio di volte in Sicilia e una volta a Creta - me l'ha raccontato uno dei suoi servi in cucina, dopo che l'ho fatto ubriacare - ma quelle sono state furbe: hanno dato loro un po' di pane e li hanno mandati via.
Invece la regina dice che bisogna soccorrere i naufraghi, che bisogna aiutare gli esuli. Aiutiamoli pure, ma devono venire tutti a Cartagine? E le altre città quanti profughi accolgono?
E poi questi troiani da cosa fuggono? La guerra ci sarà stata davvero. Ma non è detto che sia tutta colpa dei greci: questi troiani a me sembrano infidi. Hanno detto che la loro città è bruciata. Mi spiace, costruitene un'altra. Noi ci siamo costruiti Cartagine quando ci hanno cacciati da Tiro, e quelli che c'erano qua attorno non ci hanno certo trattato bene: andate via, ci dicevano, non vi vogliamo. Abbiamo dovuto lottare per costruire Cartagine e adesso arrivano questi profughi che non hanno voglia di lavorare, che non vogliono fare la fatica di costruire una nuova città, e pretendono di usare la nostra.
Ha fatto un bel discorso la regina: vi ricordate di quando noi eravamo gli esuli, di quando eravamo noi che vagavamo sul mare in attesa di trovare un approdo sicuro? E tutti a commuoversi. E tutti ad applaudire. Ma a Cartagine non c'è più posto. Non possiamo salvare tutti. E poi noi eravamo onesti. Noi non abbiamo mai raccontato panzane come quella del cavallo. Noi meritavamo di essere aiutati. Questi proprio no.
E la regina non si va a innamorare del troiano? Se Creusa l'ha lasciato ci sarà il suo motivo. Capisco, la regina è giovane, non può rimanere sempre vedova, ma non si poteva scegliere un nobile cartaginese, qualcuno di cui conosciamo i genitori? Il troiano dice che sua madre è Afrodite e che da parte di padre discende da Zeus. Lo so io chi è sua madre, ma accidenti è meglio se sto zitta. Qua finisce che quel ragazzino troiano diventa re di Cartagine. E le nostre tradizioni? E la nostra cultura? La regina dice che è una ricchezza mescolarsi, che nascerà una nuova grande civiltà, che non sarà più né troiana né fenicia. Balle. Ognuno deve stare a casa sua.

Ma per fortuna in città qualcosa sta succedendo. Ormai siamo in molti a pensarla così. Se alle prossime elezioni vince il nostro partito, Didone sarà costretta ad ascoltarci, dovrà nominare chi diciamo noi capo del governo e finalmente manderemo via i troiani. Allora sì che Cartagine vincerà.

sabato 7 settembre 2019

Verba volant (707): verosimile...

Verosimile, agg. m. e f.

Pepito osserva con attenzione quel gentiluomo italiano che sta entrando nel suo locale, al 40 di rue Fontaine: è la terza sera consecutiva che si presenta. Lo saluta con un cenno, come fa con ogni cliente di riguardo. E' un drammaturgo famoso, i Pitóeff hanno rappresentato una sua commedia qualche anno prima, ma Pepito non l'ha vista: non è il suo genere. Certo anche quell'italiano viene al Chez Joséphine per vedere lei: come tutti gli altri uomini, si alza in piedi quando arriva lei con indosso soltanto un gonnellino fatto di banane, e, come tutti gli altri uomini, comincia ad applaudire felice come un bambino quando lei inizia a ballare. Però gli sembra che quell'italiano stia osservando anche lui: certo a Parigi tutti conoscono Giuseppe Abatino, detto Pepito, tutti conoscono il conte di Calatafimi, ma quell'italiano sembra che voglia saperne di più. O forse ne sa di più.
Anche Georges, seduto al suo solito tavolo del Chez Joséphine, osserva il nuovo arrivato: lui ha visto i Sei personaggi alla Comédie des Champs-Elysées, e ha anche letto Il fu Mattia Pascal. Bella l'idea, ma per Georges c'è poca azione e troppa filosofia: non è il suo genere. Si chiede cosa spinga quel famoso collega italiano ogni sera nel locale: certo il corpo di Josephine. Per Georges è solo un altro, l'ennesimo, rivale, un altro che gli vuole togliere Joséphine. Però ha notato che anche Pepito guarda quell'italiano, con un misto di paura e cattiveria: quella paura gli interessa. E forse ne può trarre un qualche vantaggio.

Naturalmente Luigi Pirandello è in quel locale per Joséphine Baker. C'è in lei un'incredibile sensualità, quasi animale, e allo stesso tempo un'innocenza primitiva. Certo lei balla seguendo i ritmi di questa nuova musica che è arrivata dagli Stati Uniti insieme alle truppe alla fine della guerra mondiale, ma segue anche un ritmo antichissimo: Joséphine Baker è una menade jazz. E Pirandello è rimasto rapito da questa bellissima dea nera. Non si sognerebbe neppure di sfiorarla: le divinità non possono essere profanate dai mortali.
Poi quando la dea non è in scena Pirandello non può non osservare gli uomini che affollano quel locale, solo per vedere lei: gli hanno detto che quello laggiù è André Gustave Citroën, uno degli uomini più ricchi di Francia, pronto a fare pazzie per lei. Poi c'è quel siciliano, Giuseppe Abatino, che si fa chiamare conte di Calatafimi. Pirandello ha capito subito che si tratta di un impostore: non ci sono i conti di Calatafimi. Non gli interessa smascherarlo: è solo curioso di conoscere la sua storia. Mentre osserva Pepito, Pirandello immagina la sua vita, la sua "fuga" dalla Sicilia, il suo arrivo in Francia, le sue prime bugie fino ad arrivare a essere il sommo sacerdote che gestisce il culto pagano di Joséphine Baker: in fondo Pepito è un Mattia Pascal che ce l'ha fatta.

Tornato in albergo Pirandello trova una lettera, scritta quella stessa sera, proprio a un altro tavolo del Chez Joséphine e recapitata prima del suo rientro. E' di un giovane scrittore, un tale Georges Sim, che si presenta con una certa prosopopea, dando per scontato che Pirandello lo conosca. Che nome è Sim? Non è da scrittore, se lo dovrebbe dovrebbe cambiare. Naturalmente non l'ha mai sentito nominare. La lettera è comunque ben scritta e insolitamente diretta. L'autore dice di essere follemente innamorato di Joséphine Baker e di volerla salvare da Pepito, e per far questo ha bisogno dell'aiuto del collega siciliano, che gli fornisca le prove per smascherare l'impostore.
Pirandello ride di gusto, mentre straccia la lettera di questo innamorato frustrato: anche questa potrebbe diventare una sua storia, magari aggiustata un po', perché così rischia di sembrare inverosimile. La vita è piena d’infinite assurdità, che sfacciatamente non han neppure bisogno di parer verosimili; perché sono vere.

martedì 3 settembre 2019

Verba volant (706): illusione...

Illusione, sost. f.

E' il 31 gennaio 1901, al Teatro d'Arte di Mosca - diretto da Konstantin Stanislavskij e Vladimir Nemirovič-Dančenko - viene rappresentato il dramma di Anton Čechov Tre sorelle: comincia, non solo cronologicamente, il Novecento.
Quella sera la reazione del pubblico è piuttosto tiepida: gli interpreti sul palco parlano, parlano, parlano, ma non succede mai nulla. Non è affatto così. Succede di tutto in quella complicata storia familiare: matrimoni, realmente celebrati o solo sognati, storie d'amore, più o meno lecite, perfino un incendio e un duello. Alla fine del dramma nessun personaggio sarà come lo abbiamo conosciuto all'inizio: tutti in qualche modo sono cambiati. Ma nessuno di loro cambia come avrebbe voluto, non succede nulla di quello che i personaggi sperano accada.
Non solo ogni loro speranza - e si sa che le speranze si possono facilmente trasformare in illusioni - ma anche ogni loro sforzo, ogni loro più serio proposito, viene vanificato. Čechov sembra dire agli spettatori che non c'è nulla da fare, che ogni loro azione è destinata a perdersi nel flusso della vita. Certamente non è il miglior augurio che si possa fare a una società carica di speranze per il secolo che sta per nascere. Sono gli anni in cui nascono la radio e il cinema, in cui i fratelli Wright sperimentano le loro macchine volanti, in cui si fanno nuove e straordinarie scoperte scientifiche. E molte di queste saranno messe in pratica nel grande conflitto che sta per scoppiare. Sembra che non possano esserci limiti al progresso, eppure questo quarantenne scrittore russo racconta questa terribile storia in cui nessuno riesce a essere felice, in cui nessuno riesce a realizzare i propri sogni. Come se Čechov voglia dirci cosa sarebbe successo nel secolo che stava per cominciare.
Irina non riesce a tornare a Mosca. Masha non riesce a stare con Vershinin. Olga non riesce a non diventare direttrice di collegio. Andrej non riesce a diventare professore dell'università di Mosca. Il barone non riesce a diventare un borghese. Solyony non riesce a sposare Irina. Vershinin non riesce a sfuggire alla prigionia della propria famiglia. Čebutykin non riesce a essere un uomo senza preoccupazioni.
Solo la "cattiva" Natasha riesce nel proprio scopo: diventa la rispettabile sposa di Andrej, che pure tradisce in maniera piuttosto plateale, e soprattutto diventa la padrona incontrastata di quella piccola proprietà. Al pubblico non piace vedere i cattivi che vincono e i buoni che perdono, eppure Čechov dice che nel secolo nuovo succederà proprio così, esattamente come succedeva nel vecchio. Nel dramma i personaggi filosofeggiano spesso sui tempi nuovi, immaginando chissà che progressi, forse addirittura una nuova età dell'oro. Čechov sorride di queste illusioni. Il Novecento sarà il secolo di Natasha.
L'unica davvero felice, inconsapevolmente felice, alla fine del dramma è la vecchia balia Anfisa, che, a ottantuno anni, può finalmente riposare nella sua stanza del grande palazzo governativo, dove ha sede il collegio di cui Olga è diventata direttrice, potendo addirittura dormire su un "letto governativo". Certo ha sofferto molto nel corso della sua vita, ma non ha mai sperato in nulla - non se l'è mai potuto permettere - e ora quell'inattesa fortuna, per quanto a noi possa apparire modesta, le sembra una specie di dono del cielo.
Solo Kulygin a suo modo è un uomo felice, anche se sa che sua moglie Masha non lo ama e l'ha tradito con Vershinin: lui vuol bene a Masha, è l'unico nella storia che è riuscito a sposare la donna a cui vuol bene, sa che è un fortuna e accetta anche che Masha ami un altro. Alla fine è lo "sciocco" Kulygin - quello che gli altri prendono in giro perché si è tagliato i baffi da quando se li è tagliati anche il proprio direttore - ad avere capito l'amara verità che Čechov dimostra con graffiante realismo. Le nostre speranze sono sempre illusioni: allora è meglio smettere di sperare e accettare quel poco che la vita ci offre.

p.s. Se fossi mai riuscito a farvi avere la voglia di vedere Tre sorelle, questa è una bella edizione, di quando la Rai faceva la Rai.