mercoledì 11 novembre 2020

Verba volant (792): dentifricio...

Dentifricio
, sost. m.

Henri Bendel e sua moglie Blanche Lehman - sì, proprio una di quei Lehman - sono arrivati a New York da Morgan City, in Louisiana, nel 1895 e hanno aperto il loro primo negozio sulla Nona Strada nel Greenwich Village. Blanche è morta di parto, insieme al bambino, pochi mesi dopo, e da quel momento Henri si è dedicato esclusivamente alla sua attività. 
Realizza cappelli da donna, poi passa ai vestiti. E qualche anno dopo ai profumi: sarà il primo negozio della città ad avere un'essenza con il proprio nome. Essendo nato e cresciuto in Louisiana Henri parla correntemente in francese e comincia a importare tessuti, abiti e accessori da Parigi. Nel 1907 inizia a marchiare le scatole in cui sono impacchettati i suoi prodotti con strisce bianche e marroni, e quelle scatole diventano ben presto un simbolo di eleganza. Nel 1913 fa costruire, su un progetto dell'architetto Henry Otis Chapman, un palazzo di otto piani al numero 10 della 57esima Strada Ovest, adornato con una serie di lastre di vetro commissionate all'artista francese René Lalique. Altre case di moda decidono di aprire la loro sede in quella strada, che diventa ben presto la "Rue de la Paix" di New York. E in quel negozio Henri è il primo in America che vende gli abiti e i profumi di Coco Chanel.
Aprono altri negozi Bendel, gli affari vanno bene e nel 1923 Henri, a cinquantacinque anni, decide di donare ai suoi dipendenti il ​​quarantacinque per cento del capitale dell'azienda, per un valore contabile all'epoca di 1,8 milioni di dollari. Certo la crisi del '29 colpisce anche la Bendel e le sarte e le modiste dovranno minacciare uno sciopero per far ritirare gli annunciati licenziamenti. Il vecchio Henri pensa di ritirarsi in una grande tenuta che ha comprato lungo il fiume Vermillion in Louisiana, ma rimane a New York, che ormai è la sua città, dove morirà il 22 marzo 1936, lasciando il suo compagno di vita per oltre trent'anni, Abraham Beekman Bastedo, a dirigere l'azienda.
Negli anni Trenta, se tua moglie dice che ha bisogno di un cappello, magari per andare a vedere il nuovo spettacolo scritto da Cole Porter che sta per debuttare all'Alvin Theatre, puoi star sicuro che tornerà a casa con una di quelle scatole a strisce bianche e marroni.

Il 2 agosto 1923 muore a San Francisco il presidente degli Stati Uniti Warren G. Harding, di ritorno da un viaggio in Alaska. Il giorno successivo il vicepresidente Calvin Coolidge, un avvocato nato in Vermont e che ha svolto tutta la sua carriera politica in Massachusettes, diventa inaspettatamente il trentesimo presidente. A Washington è conosciuto con il nomignolo Silent Cal, perché è un uomo di poche parole. Al tempo della sua vicepresidenza gira una barzelletta che ha una certa fortuna. Durante una cena ufficiale una vivace signora dell'alta società si siede accanto a lui e cerca inutilmente di coinvolgerlo in una conversazione. A un certo punto gli dice: "Ho scommesso che stasera le avrei tirato fuori più di due parole". Coolidge la guarda e con un mezzo sorriso le risponde: "You lost", ha perso. 
Eppure il presidente Coolidge, che sarà eletto per un secondo mandato nel 1924, è uno che parla, anzi è il primo presidente che usa regolarmente la radio per comunicare con i suoi cittadini. Il 6 dicembre 1923 un suo discorso viene trasmesso alla radio ed è il primo discorso radiofonico presidenziale. Quando si insedia per la seconda volta, la cerimonia è la prima trasmessa alla radio. Coolidge si rende conto quanto sia importante questo nuovo strumento di comunicazione e nel 1927 firma una legge per istituire una Commissione federale sulla radio. E Silent Cal è anche il primo presidente ad apparire in un film sonoro, registrato nel giardino della Casa Bianca da Theodore W. Case. Però Coolidge dice anche che "le parole di un presidente hanno un peso enorme e non dovrebbero essere usate indiscriminatamente". Una lezione che i successivi inquilini del 1600 di Pennsylvania Avenue hanno con tutta evidenza dimenticato.
Paradossalmente il silenzioso e serio Calvin Coolidge - che morirà il 5 gennaio 1933 a Northampton - è il presidente dell'età del jazz. E forse per questo sarà ricordato con tanto rimpianto negli anni successivi. Coolidge rifiuta di essere il candidato del partito repubblicano alle elezioni del 1928, perché non ha intenzione di passare dieci anni alla Casa Bianca e così viene eletto Herbert Hoover, il suo segretario al commercio. Coolidge non ha molta stima del suo successore: "per sei anni quell'uomo mi ha dato consigli non richiesti, tutti pessimi". Hoover sarà travolto dal crollo di Wall Street e quattro anni dopo perderà le elezioni a favore di Franklin Delano Roosevelt, che ribalterà completamente le politiche economiche impostata da Coolidge, che aveva ridotto le tasse, ma soprattutto le spese federali. Coolidge è uno degli uomini politici che ha portato alla crisi del '29 eppure nell'immaginario degli anni Trenta è ancora Silent Cal, il presidente silenzioso e onesto di un'età felice. 

Per tutti gli anni Venti Greta Garbo non può parlare. I dirigenti della Metro assecondano ogni sua richiesta: non devono esserci visitatori sul set quando lei gira e mentre è seduta che aspetta di essere chiamata dal regista deve essere nascosta da un paravento. Il direttore della fotografia deve essere sempre Willam H. Daniels, perché Greta è convinta che solo lui la renda così bella. E poi chiede un cachet più alto a ogni film, ma i produttori accettano anche questo, perché tutti amano la Garbo, tutti sognano la Garbo. Ma parlare: no, non ci pensano proprio. I produttori hanno paura: è arrivata nel '26 senza sapere una parola d'inglese e si sente ancora troppo il suo accento svedese. E se alla fine non funzionasse? No, è un rischio che non possono permettersi di correre, non possono perdere la gallina delle uova d'oro, solo perché lei vuole parlare. Però il pubblico ormai preferisce i film sonori - solo la Metro continua a fare quelli muti - prima o poi anche la Garbo dovrà parlare, ma cercano di resistere. Fino al 1929 fanno tutti i film che riescono, il più velocemente possibile.
"Gimme a whisky, ginger ale on the side, and don't be stingy, baby." È la sua prima battuta in Anna Christie, il film del 1930 - tratto da un dramma di O'Neill - in cui, come strillano i cartelloni pubblicitari Garbo talks. Anna è una giovane cresciuta in Europa: quel suo accento rende più credibile il personaggio. Ed è un successo. La Garbo adesso deve parlare, perché il pubblico ama anche la sua voce. È la grande seduttrice, un ruolo che Greta detesta, ma è quello che vuole il pubblico e la Metro non vuole certo rischiare con qualcosa di diverso.
E Greta continua a chiedere un compenso più alto, ma non c'è problema, tutti vogliono essere sedotti dalla voce della Garbo. Che in Italia è quella, bellissima, di Tina Lattanzi. E anche nel nostro paese la Garbo è la Divina, tanto da diventare un verbo nella divertente canzone scritta da Alfredo Bracchi e Giovanni D'Anza, Cinemà, frenetica passion del 1934, una presa in giro di chi si atteggia come i divi del grande schermo: se la mamma cammina come la Marlène, la figlia passa tutto il giorno a gretagarbeggiar.

Il 21 novembre 1934 debutta a Broadway Anything goes, il nuovo musical con le canzoni scritte da Cole Porter. Sono i suoi anni migliori: Cole non sbaglia una canzone. Poco dopo la metà del primo atto Reno e Billy, interpretati da Ethel Merman e William Gaxton, cantano una canzone in cui riaffermano la loro amicizia, dicendosi l'una all'altro: you're the top. E con questo espediente narrativo Porter crea uno dei suoi capolavori, mettendo in fila una serie di cose che per lui - e naturalmente per il suo pubblico - sono indubbiamente il massimo; tra queste ci sono a Bendel bonnet, a Coolidge dollar e the Garbo's salary

E poi? Cosa è veramente top per Cole Porter? Lui ama Parigi, è in quella città che ha conosciuto Linda e in cui si sono sposati il 19 dicembre 1919, partendo per un lunghissimo viaggio di nozze in giro per l'Europa. I Porter adorano l'Italia e infatti sono top il Colosseo e la Torre di Pisa, ma anche l'Inferno di Dante. Cole per la precisione dice, sapendo di sbagliare, Inferno's Dante, ma deve fare la rima con Durante. Alighieri e Jimmy: due con un certo naso. Non viene citata nella canzone una città che loro adorano, Venezia, dove hanno abitato per qualche tempo, avendo affittato Ca' Rezzonico per quattromila dollari al mese (più o meno sessantamila dollari di oggi), ma amano anche città meno conosciute: a Ravenna, visitando il mausoleo di Galla Placidia, Cole ha l'idea di scrivere Night and Day. Amano anche l'Egitto, la luce viola di certe notti d'estate in Spagna e le steppe russe. Amano l'arte e visitano i grandi musei europei, la National Gallery e il Louvre, dove ammirano il sorriso di Mona Lisa e i quadri dei maestri olandesi dell'età dell'oro. E poi Shakespeare e Strauss. E il camembert.
Ma naturalmente Porter vuole raccontare anche cosa c'è di veramente grande in America. Il suo mondo è Broadway, la sua casa è il teatro e Cole parte proprio da lì, dal naso di Jimmy Durante e dai piedi che sembrano volare di Fred Astaire. Jimmy ha lavorato con Cole in The New Yorkers e Red, Hot and Bleu, mentre Fred è stato la stella di Gay Divorce. E Cole poi rende omaggio al suo amico e collega Irving Berlin, alle sue ballads: il teatro musicale è davvero uno dei vertici della cultura americana. 
Ma l'"europeo" Porter vuole ricordare anche i drammi di Eugene O'Neill, che nel 1936 riceverà il Nobel, e i quadri di James Abbott McNeill Whistler e Mickey Mouse. 
Topolino è l'unico attore cinematografico citato da Porter, che però rende omaggio alla settima arte attraverso gli eleganti pantaloni, perfettamente stirati, degli uscieri del Roxy, la "cattedrale del cinema", la grande sala da 5.920 posti che si trova al 153 West della 50esima Strada, tra la 6 e la 7 Avenue, appena fuori Times Square. Gli uscieri maschi in uniforme del Roxy devono seguire una formazione rigorosa, sono sottoposti a ispezioni quotidiane ed esercitazioni, sotto la supervisione di un ufficiale della marina in pensione: davvero il top.
Porter ama l'America dell'età del jazz che celebra in questa canzone; l'America che - come avrete ormai capito - amo anch'io.
E anche a me piace la Waldorf salad, l'insalata a base di mele, sedano e maionese - le noci saranno aggiunte una ventina d'anni dopo - inventata il 14 marzo 1896 da Oscar Tschirky, il maître del Waldorf-Astoria Hotel. Al tempo di Anything goes l'albergo si trova da poco più di tre anni nella nuova sede al 301 Park Avenue tra la 49esima e la 50esima Strada, il grande palazzo di quarantasette piani, progettato dagli architetti Schultze e Weaver, un capolavoro dello stile art déco della città di New York.

Sono curiosi gli unici due riferimenti politici della canzone, anche perché Cole è un bon vivant, un aristocratico a cui stanno strette le regole "borghesi", ma non si interessa affatto di politica. E infatti lui, citando il Mahatma Gandhi e Nancy Witcher Langhorne Astor non vuole dare un giudizio politico, ma raccontare la prima metà degli anni Trenta, scattare un'istantanea di quel mondo.
E quel piccolo uomo, vestito di stracci, che tiene testa all'Impero britannico, e che l'opinione pubblica occidentale ha imparato a conoscere grazie al viaggio con cui ha visitato Londra e Roma, per Porter racconta un mondo che sta cambiando. Per l'elegantissimo Cole quell'uomo a cui si dice che il papa non abbia concesso un'udienza perché si è rifiutato di cambiarsi deve sembrare così incredibilmente jazz. Così come quella giovane americana che, dopo aver sposato un visconte inglese, è diventata la prima donna eletta a sedere alla Camera dei Comuni e a prendere effettivamente parte ai lavori parlamentari, visto che Constance Markiewicz, la prima donna a essere eletta nel parlamento inglese nelle file del Sinn Féin, non ha mai messo piede a Westminster. Ma a Cole non interessa questo primato, Lady Astor è una bella donna, lei e sua sorella Irene sono state tra le modelle preferite dell'illustratore Charles Dana Gibson che ha creato la Gibson Girl, l'ideale di bellezza femminile dei primi decenni del Novecento. E poi Nancy è una donna indipendente, dalla battuta pronta, spesso mordace. A Cole importa poco che già negli anni Trenta la sua stella sta per tramontare, perché troppo legata a Neville Chamberlain e alla sua politica di appeasement verso la Germania nazista e anche a uno sfortunato viaggio in Unione Sovietica con il suo amico George Bernard Shaw, che Stalin ha usato come strumento di propaganda a favore del suo paese. A Porter interessa la donna libera, anche spregiudicata, una donna come Evangeline che ha raccontato nel suo musical Nymph Errant, che ha potuto debuttare solo a Londra nel 1933, perché troppo audace per l'America decisamente maschilista dell'età del jazz.

You're the Top ha un successo che stupisce lo stesso Porter che considera quella canzone un trick di cui il pubblico si annoierà presto. Si sbagliava naturalmente: ci sono moltissime versioni di questa canzone. Tutti l'hanno voluta cantare: io amo molto quella di Ella Fitzgerald. Ella è sempre the top. Ne vengono fatte ben presto delle parodie. Sembra che anche Porter e Berlin si siano divertiti a scriverne qualcuna, ma non sappiamo se sia vero - come alcuni sostengono - che uno di loro due sia l'autore di una versione piuttosto volgare in cui viene citato come esempio di top il notevole "attributo" di Kong, che ovviamente non vediamo nel film della RKO.
Della versione originale - quella di cui ho parlato fino adesso - c'è una registrazione della Victor del '34, in cui viene cantata dallo stesso Porter, accompagnandosi al pianoforte. Poi ce n'è una versione successiva, un po' più lunga, in cui vengono citati i dipinti di Botticelli e le spalle di Mae West, i vestiti di Saks e le danze di Bali. Poi, man mano che passano gli anni alcuni riferimenti vengono aggiornati e così non viene più citata la Divina, ma si canta the Crosby's salary.

Ma c'è anche un'altra versione, quasi contemporanea a quella di Porter, scritta per il debutto inglese dle musical, avvenuto il 14 giugno 1935 al Palace Theatre. Il produttore Charles B. Cochran vuole adattare il testo per il pubblico londinese e affida questa revisione a Pelham Greville Wodehouse, che noi conosciamo per i romanzi dedicati all'impeccabile Jeeves, ma che è stato anche uno dei grandi autori dei musical del West End. Peraltro Wodehouse ha già lavorato su questo musical: è suo il primo libretto di quello che allora si chiamava Crazy Week. Ma quel libretto proprio non funzionava e così è stato completamente riscritto da Howard Lindsay e Russel Crouse.
Wodehouse si mette subito al lavoro e naturalmente deve fare diverse modifiche a You're the Top. Spariscono Henri Bendel e Calvin Coolidge. E anche Jimmy Durante. Ma rimangono la Garbo e Fred Astaire. Curiosamente nella versione andata in scena al West End viene citato anche il "nemico" Gandhi. Wodehouse è un paroliere troppo abile, avrebbe certamente trovato qualcosa per fare rima con Napoleon brandy: evidentemente anche per lui Gandhi è top, un simbolo degli anni Trenta.
La modifica che però rimane più impressa è un'altra: al posto dei drammi di O'Neill e della madre di Whistler, compaiono Mussolini e Mrs Sweeny, un'accoppiata stravagante, per quanto, a modo loro, entrambi siano rappresentativi di quegli anni.
Il 21 febbraio 1933 il matrimonio tra Charles Francis Sweeny, l'ultimo rappresentante di una ricca famiglia cattolica della Pennsylvania, e Ethel Margaret Whigham, unica figlia di un milionario scozzese, è un vero evento: il traffico rimane bloccato per ore a Knightsbridge, perché tutti vogliono vedere la sposa e il suo bellissimo abito, disegnato per lei da Norman Hartnell. E anche Margaret è bellissima: tra Londra e New York, la città dove è cresciuta, tanti uomini si sono invaghiti di lei, compreso il principe George, il fratello minore di Edoardo VIII e Giorgio VI, e David Niven. Tornata definitivamente in Inghilterra si fidanza con il settimo conte di Warwick, salvo poi decidere di sposare quell'americano. Al tempo della canzone Mrs Sweeny è ancora un indiscusso simbolo di eleganza, la regina delle cronache mondane. Trent'anni dopo purtroppo non sarà più così: il nome di Margaret sarà al centro di un torbido scandalo che aizzerà contro di lei la curiosità morbosa dei giornali inglesi. Benito Mussolini ci metterà molto meno tempo a perdere il favore del bel mondo della capitale inglese. George Bernard Shaw, il caro amico di Lady Astor, giudica Mussolini "un socialista che parla e pensa come fanno i governanti responsabili", mentre Winston Churchill lo definisce "il più grande legislatore vivente" e ancora "uno degli uomini più meravigliosi del nostro tempo": you're the top. Peraltro anche a Gandhi piacciono le riforme portate avanti da Mussolini, specialmente riguardo la terra ai contadini. "Peccato - aggiunge il leader indiano - che queste riforme sono obbligatorie. Ma è lo stesso in tutte le istituzioni democratiche." Comunque, pensano gli inglesi, per tenere a bada quegli italiani, serve il pugno di ferro. Wodehouse non si dimostra particolarmente lungimirante, almeno in politica: il 3 ottobre 1935, meno di quattro mesi dopo il debutto al West End di Anything goes, l'Italia fascista dichiara guerra all'Etiopia. E Mussolini smette di essere il top

Quando Anything goes debutta all'Alvin Theatre, anche se è stata tolta da alcuni mesi, i cittadini di New York ricordano molto bene la grande insegna pubblicitaria appesa sulla 47esima Strada West a Times Square. Quell'insegna animata al neon che raffigura una ragazza che va avanti e indietro sull'altalena è rimasta lassù per tre anni, dal 1930 al '33 e la conoscete anche voi perché appare in una scena famosissima di King Kong, uscito nella sale proprio nel 1933. E quando nel 2005 Peter Jackson ha fatto il remake con Naomi Watts ha voluto ancora quell'insegna. Si tratta della pubblicità della Pepsodent e Porter non può non inserire il nome del più popolare dentifricio d'America nella sua canzone: è la pubblicità baby!

Il mondo di Cole Porter sta finendo, l'età del jazz sta finendo, travolta dalla guerra che in Europa sta covando sotto la cenere. E nulla sarà più come prima: rimarrà soltanto la canzone che ci racconta quegli anni. Cole, you're the top!

giovedì 5 novembre 2020

Verba volant (791): recitare...

Recitare, v. tr.

Vito Giusto Scozzari e Frederick Paul Draper II sono
quasi coetanei. Il primo è nato a San Francisco il 26 gennaio 1918, mentre il secondo a Chester, in Pennsylvania, il 2 settembre 1923. 

Vito ha il teatro nel sangue. Ha trascorso i primi anni di vita a Napoli, dove i suoi genitori hanno deciso di tornare prima di trasferirsi definitivamente in America, questa volta a New York, quando lui ha sette anni. La madre recita in italiano a teatro per le famiglie degli emigranti e presto il bambino sale sul palcoscenico: prima solo per qualche comparsata e via via recita le prime battute. Fa il mimo, il giocoliere, il mago, fa quello che serve in quegli spettacoli popolari. Si fa chiamare Vito Scotti, perché è più facile da pronunciare rispetto al suo vero cognome.
Frederick invece non è figlio d'arte, ma, visti i suoi scarsi successi scolastici, pensa di poter diventare un attore: sempre meglio che lavorare. E poi così può trasferirsi a New York e iscriversi all'American Academy of Dramatic Arts, una scuola in cui ci sono molte belle ragazze. Fred non ha tutti i torti: in quegli anni frequentano l'istituto al 120 di Madison Avenue Grace Kelly e Anne Bancroft.

Dopo una lunga gavetta a Broadway Vito, come tutti i giovani attori di belle speranze, va a Hollywood. Nel 1949 ottiene la sua prima, piccolissima, parte - quella di un bandito messicano - in Illegal Entry, un film sul problema dei cittadini messicani che tentano di entrare negli Stati Uniti e sono vittime dei trafficanti, di qua e di là del confine: cose che succedevano in quel paese settant'anni fa. E così Vito Scotti comincia una carriera che terminerà cinquant'anni e duecento ruoli dopo, tra cinema e televisione. Naturalmente per lo più interpreta personaggi in cui deve fare l'"italiano", come in Life with Luigi, ma è stato anche un medico russo, un marinaio giapponese e un venditore ambulante emigrato dall'India. Molti dei film in cui è apparso - diverse volte, specialmente all'inizio della carriera, senza essere accreditato - non sono proprio memorabili - anche se nel 1972 è Nazorine nel Padrino di Francis Ford Coppola - ma alcuni continuano a passare in televisione con successo. Vito dà il meglio nelle commedie: nel 1968 in How Sweet It Is! - incomprensibilmente tradotto in Italia come Uffa papà quanto rompi - è il cuoco che bacia l'ombelico di Debbie Reynolds. E un anno dopo è l'attempato latin lover spagnolo che tenta, senza riuscirci, di sedurre Ingrid Bergman in Fiore di cactus. Nel 1970 è sua la voce di Peppo, il gatto italiano che suona la concertina in quella vera e propria "internazionale" del jazz messa insieme da Scat Cat sui tetti di Parigi negli Aristogatti. Vito è un artigiano del cinema, uno dei tanti che hanno reso grande Hollywood. 
Mentre frequenta i corsi dell'American Academy Fred divide una stanza con un altro studente, un ragazzo di sei anni più giovane di lui, i cui genitori sono arrivati in America dalla Grecia settentrionale e che dimostra subito un discreto talento, ma anche una notevole indisciplina. John Cassavetes vuole recitare e soprattutto vuole fare i suoi film, ma al di fuori degli studios e delle loro "regole". John lavora in televisione, è il protagonista della serie Johnny Staccato, un detective privato che è anche un pianista jazz nei locali del Greenwich. In un episodio della serie recita anche Vito Scotti. Con i soldi che guadagna in televisione Cassavetes realizza i suoi primi film, Ombre - che ottiene un premio al Festival di Venezia del 1959 - e Blues di mezzanotte. Anche Fred lavora in televisione, qualche piccola parte, per lo più non accreditata. A metà degli anni Sessanta è il barista in sei episodi di Peyton Place. John realizza quasi tutti i suoi film coinvolgendo un gruppo fidato di amici, Ben Gazzara, Seymour Cassel, Peter Falk. Naturalmente si ricorda anche del suo vecchio compagno di stanza al Greenwich, che è diventato un buon attore, e così Fred recita in cinque film diretti da John: Gli esclusi del 1963, con Judy Garland e Burt Lancaster, Volti del 1968, Mariti del 1970, Una moglie e La sera della prima, la cui protagonista è Gena Rowlands, che John ha conosciuto ai tempi dell'Academy e che è diventata sua moglie nel 1954. Dopo questo film, che è del 1977, Fred Draper decide di ritirarsi a Rancho Cucamonga, vicino a San Bernardino. È soddisfatto della sua carriera, delle poche cose che ha fatto, di quell'avventura cominciata per caso.

Si conoscevano Vito e Fred? Non credo fossero amici, probabilmente Fred non è mai stato invitato a una delle famose cene organizzate a casa sua da Vito, che era un ottimo cuoco e che si divertiva a preparare i piatti della tradizione italiana, seguendo le ricette che gli aveva lasciato sua nonna. Ma certamente si conoscevano: dopotutto Hollywood era una piccola città. 
Forse hanno già lavorato insieme - ma, visto che spesso i loro nomi non comparivano nei titoli, neppure di questo siamo sicuri - quando nell'estate del 1974 si ritrovano entrambi sul set di Negative Reaction, il secondo episodio della quarta stagione di Colombo, il ventisettesimo della serie, in Italia conosciuto con il titolo Una mossa sbagliata. Il regista è Alf Kjellin, che nella sua lunga carriera ha diretto decine di telefilm, da Il dottor Kildare a Dynasty, da Bonanza a La famiglia Bradford. La sceneggiatura è di Peter S. Fisher, che oltre ad aver scritto diversi episodi di questa serie destinata a diventare un vero e proprio cult, sarà il sceneggiatore di quasi tutti gli episodi di Ellery Queen e uno dei creatori di La signora in giallo. Il "cattivo", come avviene spesso negli episodi di Colombo, è un grande dello spettacolo, Dick Van Dyke, che qui sfoggia una bella barba grigia. Van Dyke interpreta il fotografo vincitore del premio Pulitzer Paul Galesko che, dopo averne inscenato il rapimento, uccide la moglie Frances - interpretata da Antoinette Bower, un'altra "veterana" del genere - e poi l'ex galeotto che l'ha aiutato e a cui cerca di addossare la colpa dell'omicidio di Frances. Nel corso dell'indagine il tenente Colombo si imbatte in un possibile testimone del secondo delitto, un barbone che però confessa che in quel momento era troppo ubriaco per ricordare qualcosa di quello che è avvenuto a pochi metri da lui, se non gli spari. Quel barbone, che pure dimostra una certa cultura e forse nasconde un passato misterioso, è Vito Scotti, in una delle scene più divertenti dell'episodio, perché quando Colombo va nella missione per interrogarlo, la suora, visto il suo impermeabile, lo scambia per uno dei senzatetto che si ritrovano lì all'ora di pranzo e gli dà un piatto di zuppa di manzo. In un'altra scena, Colombo chiede informazioni a un tecnico di laboratorio e quel collega della scientifica è Fred Draper.

Forse i loro nomi non vi dicono nulla e forse non ricordate neppure i loro visi, ma Vito e Fred hanno un'altra cosa in comune: negli anni Settanta sono apparsi rispettivamente in cinque e sei differenti episodi di Colombo, interpretando ogni volta un personaggio diverso.
Oltre al barbone di Una mossa sbagliata, Vito è un sollecito maitre di un ristorante di lusso che Colombo mette in difficoltà con le sue richieste di vini pregiati in L'uomo dell'anno, in cui l'assassino è Donald Pleasance, il grande attore inglese che sarà il primo interprete di Ernst Stavro Blofeld, il capo della Spectre. Poi Vito è un sarto snob in Candidato per il crimine, con il "cattivo" Jackie Cooper, da bambino una delle Simpatiche canaglie delle comiche di Hal Roach. Poi un impresario di pompe funebri in Il canto del cigno, con Johnny Cash che uccide Ida Lupino; questa scena, assolutamente inutile nell'economia del racconto è un pezzo di bravura di Falk e Scotti, da vedere e rivedere. E ancora un produttore di uva, ovviamente di origini italiane, in Doppio gioco, in cui Patrick McGoohan uccide Leslie Nielsen. E sempre il suo personaggio permette a Peter Falk e agli autori di Colombo di creare una di quelle gag che hanno caratterizzato quella serie e hanno reso così popolare quel personaggio.
Fred, arrivato direttamente dalla "banda" Cassavetes, oltre al tecnico di laboratorio dell'episodio con Van Dyke, è un tassista in Incidente premeditato. È Il dottor Murcheson, un chimico di grande talento, ma con il vizio dell'alcol che crea una portentosa crema di bellezza, ma di cui dimentica la formula e che rimane fedele alla donna di cui è da sempre perdutamente innamorato, la proprietaria di una fabbrica di cosmetici, in Bella, ma letale. E questa "cattiva" è la sempre affascinante Vera Miles, una delle bellezze che Fred sognava di incontrare ai tempi della scuola. In Testimone di se stesso Fred fa uno dei suoi piccoli ruoli, ma partecipa a uno dei finali più belli di tutta la serie. Il dottor Marcus Collier - un subdolo George Hamilton - ha ucciso il marito della donna di cui è l'analista e l'amante. Fuggendo dalla scena del crimine per poco non investe un cieco che, guidato dal suo cane, passeggia lungo la strada, davanti alla casa dove è avvenuto il delitto. Colombo per incastrare il dottore organizza un confronto tra Collier e un presunto testimone, ma invece dell'uomo cieco fa accomodare il fratello, interpretato appunto da Fred Draper. A questo punto Collier si tradisce: accusa Colombo di aver organizzato una messinscena, perché sa che quell'uomo non può averlo visto. Ma se lui sa che è cieco, significa che era lì al momento del delitto, cosa che ha sempre negato: e così un cieco diventa, seppur indirettamente, il testimone oculare che incastra il colpevole. Poi Fred è Joseph, un attore scalcinato, in Ciak si uccide in cui l'assassino è il capitano Kirk, in un momento di "vacanza" dal comando dell'Enterprise. Infine a Fred tocca l'onore di essere un "cattivo" in L'ultimo saluto al commodoro, un episodio della serie che ha un andamento diverso da quello solito. Noi spettatori pensiamo che l'assassino sia Robert Vaughn - da giovane uno dei Magnifici sette, ma poi un "cattivo" di tanti telefilm -e assistiamo alle indagini di Colombo cercando di capire come lo smaschererà. Ma quando anche lui viene ucciso, allora la storia cambia completamente e il tenente scopre l'assassino dopo aver riunito tutti gli indiziati, tra cui il vecchio avvocato interpretato dal grande Wilfrid Hyde-White, il colonnello Pickering di My Fair Lady, nella stanza dove è avvenuto il primo omicidio, come Poirot o Ellery Queen, ma rimanendo sempre Colombo. E l'assassino è proprio il nostro Fred Draper, che interpreta Swanny Swanson. E il tenente lo incastra con uno dei suoi soliti trucchi: solo lui poteva sapere che l'orologio del commodoro non poteva funzionare. E così il vecchio Fred si toglie la soddisfazione di essere un assassino di Colombo, come lo è stato il suo amico John in Concerto con delitto.

Credo che anche Vito Scotti avrebbe meritato questo onore. Comunque quando la serie viene ripresa alla fine degli anni Ottanta, nel primo episodio, intitolato Autoritratto di un assassino, Peter Falk vuole che ci sia anche Scotti, che così raggiunge le sei partecipazioni. È Vito, il proprietario di un bar in cui si svolgono diverse scene e, ancora una volta il vecchio attore regala una bella interpretazione.

Forse il vecchio Stanislavskij o forse qualcun altro ha detto:
Ricorda: non ci sono piccole parti, solo piccoli attori.
Ricordatelo anche voi quando leggete i titoli di coda. The end