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martedì 29 ottobre 2019

Verba volant (723) teatro...

Teatro, sost. m.

C'è questa compagnia teatrale che sta per cominciare la prova del secondo atto della commedia Il gioco delle parti. Il primo attore non ne vuol sapere di stare in scena con un cappello da cuoco mentre sbatte le uova, ma d'altra parte - si lamenta l'adirato capocomico - cosa possono farci, dalla Francia non arriva più nulla di buono, ci siamo ridotti a mettere in inscena commedie di Pirandello. Come avrete capito quella prova non si svolgerà, interrotta dall'arrivo di sei personaggi in cerca di un autore. Non è solo il gioco letterario del grande drammaturgo siciliano, che prende in giro le astruserie delle sue commedie, quel testo esiste davvero, è stato rappresentato un paio d'anni prima dalla compagnia di Ruggero Ruggeri. Per molti il solito verboso Pirandello, la solita commedia in cui gli attori parlano, parlano, parlano, ma gli spettatori non ci capiscono nulla.
Immagino che il drammaturgo non abbia letto la critica apparsa sull'edizione torinese dell'Avanti! il 6 febbraio 1919, a seguito della rappresentazione al teatro Carignano di questa sua commedia:
Il giuoco vi è diventato meccanismo esteriore di dialogo, puro sforzo letterario di verbalismo pseudofilosofico. L'incomprensione reciproca delle marionette sceniche si è proiettata nel teatro: pieno dominio di monadi senza porte e senza finestre, incomunicabili e incoercibili: l'autore, i personaggi e il pubblico.
Il giovane critico del giornale socialista non ama le commedie di Pirandello: ne ha recensite più di una decina, ma l'unica che l'ha davvero convinto è stata Liolà, per la sua forza da dramma satiresco. E infatti questa commedia viene ritirata dal programma del teatro Alfieri solo dopo due repliche, a seguito delle rumorose proteste di gruppi organizzati di giovani cattolici, sostenuti da alcuni giornali della stessa parte.
Certo Luigi Pirandello non si cura dei giudizi che vengono espressi su quel "fogliaccio" bolscevico da Antonio Gramsci. I due più grandi intellettuali italiani della prima metà del Novecento non sono destinati a conoscersi, né ovviamente a capirsi. Eppure entrambi credono molto nel teatro. Pirandello affida al teatro le sue riflessioni in un gioco di specchi, che raggiunge il proprio culmine nella trilogia del teatro nel teatro. Ma Gramsci non riuscirà a recensire i Sei personaggi: nel 1921 è impegnato a fare delle altre cose. Ha lasciato il posto di critico letterario del giornale a Piero Gobetti. Il politico sardo ha deciso di dedicarsi con impegno alla critica teatrale non solo perché personalmente ama questo genere, ma perché è convinto del suo valore sociale, perché il teatro parla alla collettività e non all'individuo, perché l'opera teatrale è capace di offrire
una rappresentazione viva e sicura di individualità umane che soffrono, gioiscono, lottano per superare continuamente se stesse, per migliorare continuamente la tempra morale della propria personalità storica, attuale, immersa nella vita del mondo.
Certo Gramsci è un intellettuale marxista e nelle sue critiche questo pesa, anche se non sarà mai una fonte di pregiudizio. Pirandello racconta un mondo borghese che non potrebbe essere più lontano da lui. Nessuno dei personaggi del Gioco delle parti ha bisogno di lavorare per vivere, sono borghesi che vivono di rendita, il cui unico impegno pare quello di "gestire" la propria rispettabilità, magari attraverso il rito del duello. Nelle settimane in cui sta per scoppiare il biennio rosso chissà che effetto ha fatto a Gramsci vedere in scena un ricco che cucina per hobby, senza averne bisogno, perché verosimilmente mangerà quello che gli ha preparato il cameriere. Per Gramsci Pirandello racconta un mondo inutile, che la rivoluzione dovrà presto spazzare via, non c'è nessun insegnamento possibile per il popolo da queste commedie.
Dal suo punto di vista Gramsci ha probabilmente ragione e certamente Pirandello non lotta sulla sua stessa barricata, ma forse il filosofo avrebbe dovuto fare uno sforzo in più per capire che quelle commedie raccontano un mondo ormai finito, svuotato, come i gusci d'uovo di cui Leone Gala parla continuamente nella commedia. Nessuno come Pirandello ha la forza di denunciare la crisi e la morte di quel mondo, a cui pure egli appartiene. Ma Gramsci questo non riesce a sentirlo: quelle di Pirandello sono solo parole, che non servono, che non educano. Non è così ovviamente, ma non possiamo pretendere che un uomo come Gramsci riconosca il valore positivo dell'apparente indifferenza di Leone Gala.
Qualche mese prima, l'11 giugno 1918, Gramsci recensisce la rivista satirica Arsenalaide, messa in scena dagli operai dell'Arsenale della città piemontese. Ecco uno spettacolo che gli è piaciuto.
I lavoratori di una maestranza si sono trovati insieme per un fine che non era solo utilitario. Hanno riso insieme. Vi par piccola cosa? È più facile piangere e lamentarsi insieme, che gioire: il riso è esclusività per sua natura, e perciò quando scoppia spontaneo da una società, che non fa di esso il suo scopo, indica un grado superiore raggiunto nella comunione degli spiriti. Hanno sentito questi operai, nella loro collettività, una capacità nuova: la capacità di creare, di istruirsi con le proprie forze, con i mezzi dati da loro stessi. Hanno sentito la propria "intelligenza", il proprio "gusto". Perciò specialmente piace l'iniziativa degli operai dell'Arsenale. Essa indica un alto grado di progresso raggiunto attraverso l'organizzazione. Indica che necessariamente l'organizzazione come forma nuova di civiltà dà luogo, nella sua evoluzione, a tutte le manifestazioni della vita di relazione degli uomini. La cultura e l'arte finiscono col trovare anch'esse il loro posto nell'attività proletaria, non come esteriore dono della società già esistente, ma come energia vitale del proletariato stesso, come sua attività specifica. Si presentano grezze e confuse all'inizio, ma attraverso l'esperienza si affinano e chiariscono.
Probabilmente a Pirandello questo spettacolo non sarebbe piaciuto, ma forse quell'idea che ridere insieme è importante, che è più facile piangere che gioire l'avrebbe potuta sottoscrivere.
E comunque, anche nello scrivere di questo spettacolo frutto dell'impegno di un gruppo di lavoratori, Gramsci non dimentica che il teatro è anche il lavoro di chi scrive, di chi mette in scena, di chi recita. Perché l'aspetto sociale del teatro non nasce solo da un fattore ideologico o dalla sua capacità di essere uno strumento formativo, ma dalla capacità di qualsiasi prodotto artistico di portare bellezza nel mondo.
Gramsci fa politica anche quando fa il critico teatrale: e non potrebbe essere altrimenti. Perché affronta il teatro non solo per quello che è, ma anche per quello che può diventare. Perché per lui il teatro ha valore politico, ovviamente non in un senso volgarmente propagandistico, ma nel suo essere motore di conoscenza, di trasmissione di valori, nel suo essere uno degli strumenti che servono alle donne e agli uomini a crescere, a pensare. Qualcosa che il teatro - tutto il teatro, anche quello borghese che Gramsci non amava - riesce ancora a fare.

giovedì 12 marzo 2015

Considerazioni libere (397): a proposito di coalizione sociale...

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro paese rende sempre più necessaria e urgente la creazione, tra noi di sinistra, di una coalizione sociale, ampia e resistente. Uso questo aggettivo non a caso, perché credo occorra trovare tra di noi uno spirito di collaborazione tra diversi, che fino ad ora è evidentemente mancato e ci ha resi deboli, in balia di una forza che, diventata egemone culturalmente prima che politicamente, ci sta lentamente fagocitando.
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con  il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Mi sono convinto che anche quando tutto è perduto, bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio.
Adesso tutto è perduto e noi non siamo tranquilli, siamo esasperati, siamo arrabbiati - e dobbiamo continuare ad esserlo - e per questo dobbiamo ricominciare dall'inizio, da una coalizione sociale che affondi nel territorio, avendo come valori la Costituzione, il lavoro, l'uguaglianza, la solidarietà.

giovedì 31 luglio 2014

per "l'Unità"



"Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l'Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale".

Antonio Gramsci, lettera per la fondazione de l'Unità, 12 settembre 1923

mercoledì 20 febbraio 2013

Umberto Terracini interviene davanti al Tribunale speciale fascista il 4 giugno 1928

Terracini
Quale fosse stata la nostra posizione nell'organizzazione del partito ciascuno di noi ha detto nella propria deposizione. Né le nostre parole sono state minimamente modificate dalle varie testimonianze di polizia comodamente trincerate dietro il principio di irresponsabilità, altrimenti detto "segreto d'ufficio", e secondo le quali noi tutti, senza eccezioni, saremmo stati capi del partito. E d'altronde, se anche ciò fosse vero?

Presidente
Bene, bene, ne prendo atto.

Terracini
Ottimamente, signor Presidente, ma prenda atto anche di quanto dirò ora. Mi ricordo che posso fregiarmi del titolo di avvocato e voglio fare sfoggio di giurisprudenza. Oh, non della vecchia giurisprudenza delle vecchie sentenze emanate sotto i vecchi regimi, ma della giurisprudenza nuovissima, quale balza dai giudicati di tribunali già ispirati ai nuovi principi di etica e di politica. Ecco: vi è una sentenza emanata, or non è molto, da un tribunale posto assai più in alto di questo...

Presidente
Come? Come?

Terracini
... da un tribunale che, a differenza di questo, è un tribunale costituzionale...

Presidente
Badate a ciò che dite.

Terracini
Signor Presidente, ella non può che essere d'accordo con me, poiché parlo del Senato costituito in Alta Corte di Giustizia, cioè della magistratura somma fra tutte e la cui esistenza e funzionamento sono previsti e stabiliti dalla stessa Costituzione dello Stato. Orbene, in codesta sentenza, che il Governo volle fosse larghissimamente diffusa a conoscenza e ad ammonimento di tutti i cittadini, è detto che nessun capo o dirigente di partito o di altra organizzazione può essere tenuto penalmente responsabile di atti commessi da soci o da seguaci dei partiti o delle organizzazioni in questione, quando non ne possa venire provata concretamente la reità. Il tribunale ha certamente compreso: mi riferisco alla sentenza della Commisisone istruttoria presso l'Alta Corte di Giustizia nel procedimento contro il generale Luigi De Bono, accusato di complicità nell'omicidio dell'onorevole Matteotti ed assolto per insufficienza di prove. Ora io chiedo: è valida per noi questa giurisprudenza? Il Pubblico Accusatore nella requisitoria ha implicitamente sostenuto di no. E, in quanto a me, io non ho alcun dubbio su quello che sarà il responso del tribunale. Eppure anche dinanzi a queste previsioni, previsioni di accettazione integrale delle richieste del Pubblico Accusatore, previsioni di massimo di pena, io non posso celare un certo qual intimo compiacimento. Né vi è da stupirsene. Infatti, se prendiamo codeste conclusioni, che furono sino adesso formulate soltanto in linguaggio giuridico, e le traduciamo in linguaggio politico, qual è il significato che ne balza?

Presidente
Lasciate stare la politica ed attenetevi alla materia della causa.

Terracini
Signor Presidente, io chiedo di poter almeno, sul finire di questo processo, che trova la sua origine e la sua ragione d'essere esclusivamente in cause e necessità di ordine politico, io chiedo di potere, sia pure un solo momento, fare quello che per sei giorni ci è stato proibito: parlare politicamente. Io dicevo: quale è il significato politico delle conclusioni del Pubblico Accusatore? Nient'altro che questo: che il fatto puro e semplice della esistenza del Partito comunista è sufficiente, di per se stesso, a porre in pericolo grave e imminente il regime. Oh, eccolo dunque lo Stato forte, lo Stato difeso, lo Stato totalitario, lo Stato armatissimo! Esso si sente minacciato nella sua solidità; di più, nella sua sicurezza, solo perché di fronte a lui si leva questo piccolo partito, disprezzato, colpito e perseguitato, che ha visto i migliori fra i suoi militanti uccisi o imprigionati, obbligato a sprofondarsi nel segreto per salvare i suoi legami con la massa lavoratrice per la quale e con la quale vive e lotta. Vi è meravigliarsi se io dichiaro di fare mie, integralmente, queste conclusioni del Pubblico Accusatore?

Presidente
Adesso basta su questo argomento. Avete altro da dire?

Terracini
Avrei finito se non mi sentissi impegnato a seguire il Pubblico Accusatore sul terreno delle previsioni. Non di quelle sentimentali, però, sulle quali egli si è soffermato, nelle quali mi è troppo facile avere contro di lui la vittoria. Non la gioia e il plauso accoglieranno la nostra condanna, ma la tristezzza e il dolore, io ne sono certo. Ma è una previsione politica, ancora una volta signor Presidente, quella che io faccio: noi saremo condannati perché riconosciuti colpevoli di eccitamento all'odio fra le classi sociali e di atti incitanti alla guerra civile. Ebbene, non vi sarà alcuno, domani, che leggendo l'elenco pauroso delle nostre condanne non si convinca che questo processo e il verdetto che sta per concluderlo siano essi stessi un episodio di guerra civile, un possente eccitamento all'odio fra le classi sociali.
(Il Presidente lo interrompe)
Ma ciò non può dirsi, nevvero? Allora io voglio concludere con un pensiero più gaio. Signor Presidente, signori giudici, questo dibattimento è stato davvero la più caratteristica e degna commemorazione dell'ottantesimo anniversario dello Statuto, che voi ieri fra salve di cannoni e squilli di fanfare avete solennizzato per le vie di questa capitale.
(Il Presidente interrompe definitivamente l'imputato)

Umberto Terracini viene condannato a 22 anni, 9 mesi e 5 giorni; Antonio Gramsci, Mauro Scoccimarro, Giovanni Roveda, vengono condannati a 20 anni, 4 mesi e 5 giorni.

venerdì 27 aprile 2012

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (IX)


19 dicembre 1929

Carissimo Carlo,
ho ricevuto la lettera del 4 dicembre della mamma e la tua del 13. Ti ringrazio per la sollecitudine con cui hai eseguito le mie commissioni. Tra gli oggetti di vestiario che avevo a Roma non ti fu consegnato anche un soprabito? Mi pare che fosse ancora passabile, se anche non più di primo pelo. Voglio parlare di un soprabito da inverno, perché un altro, di gabardine, era ormai diventato uno straccio. Ma forse l'hai ricevuto e ti sei dimenticato di scrivermene. – Delle due paia di scarpe non ricordo piú: credo però che debbano essere molto malandate e ormai inservibili. – Naturalmente ti prego di non mettere piú in testa a mammà che possa fare un viaggio fino a Turi: solo il pensiero di una simile eventualità mi spaventa. Mi pare che ella già abusi troppo della sua fibbra eccezionale lavorando cosí accanitamente alla sua età: avrebbe ormai diritto alla pensione, se esistessero pensioni per le madri di famiglia. Penso che il primo contatto col carcere abbia fatto persino una gravissima impressione a te: immagina quale impressione farebbe a lei. Non si tratta tanto del lungo viaggio, con tutti i suoi disagi, per una donna anziana che non ha mai fatto piú di 40 km. in ferrovia e non ha attraversato il mare (forse il viaggio in sé la divertirebbe): si tratta di un tale viaggio fatto per visitare un figlio in carcere. Mi pare che occorra evitarlo a tutti i costi. – Che cosa le hai poi raccontato? Spero che non abbia esagerato in nessun senso: del resto tu stesso hai visto che io non sono né abbattuto, né scoraggiato, né depresso.
Il mio stato d'animo è tale che se anche fossi condannato a morte, continuerei a essere tranquillo e anche la sera prima dell'esecuzione magari studierei una lezione di lingua cinese. La tua lettera e ciò che mi scrivi di Nannaro mi hanno interessato molto, ma anche maravigliato. Voi due avete fatto la guerra: specialmente Nannaro ha fatto la guerra in condizioni eccezionali, da minatore, sotto terra, sentendo attraverso il diaframma che separava la sua galleria dalla galleria austriaca il lavoro del nemico per affrettare lo scoppio della mina propria e mandarlo per aria. Mi pare che in tali condizioni, prolungate per anni, con tali esperienze psicologiche, l'uomo dovrebbe aver raggiunto il grado massimo di serenità stoica, e aver acquistato una tale convinzione profonda che l'uomo ha in se stesso la sorgente delle proprie forze morali, che tutto dipende da lui, dalla sua energia, dalla sua volontà, dalla ferrea coerenza dei fini che si propone e dei mezzi che esplica per attuarli – da non disperare mai piú e non cadere piú in quegli stati d'animo volgari e banali che si chiamano pessimismo e ottimismo. Il mio stato d'animo sintetizza questi due sentimenti e li supera: sono pessimista con l'intelligenza, ma ottimista per la volontà. Penso, in ogni circostanza, alla ipotesi peggiore, per mettere in movimento tutte le riserve di volontà ed essere in grado di abbattere l'ostacolo. Non mi sono fatto mai illusioni e non ho avuto mai delusioni. Mi sono specialmente sempre armato di una pazienza illimitata, non passiva, inerte, ma animata di perseveranza. – Certo oggi c'è una crisi morale molto grave, ma ce ne sono state nel passato di molto più gravi e c'è una differenza tra oggi e il passato. [...]. Perciò sono anche un po' indulgente e ti prego di essere anche tu indulgente con Nannaro, che, ho visto io stesso, sa anche essere forte. Solo quando è isolato, perde la testa e si accascia. Forse gli scriverò la prossima volta.
Caro Carlo, ti ho fatto un sermone in piena regola. Intanto dimenticavo di raccomandarti di fare tanti complimenti e tanti auguri a Teresina e anche a Paolo naturalmente, per la loro nuova figlietta. Poi devo fare gli auguri generali per il Natale e per tutte le altre feste che succederanno. Io farò il natale alla meglio, un po' come il famoso signor Chiu, di cui ci parlava la mamma quando eravamo bambini.
Abbraccia tutti affettuosamente e specialmente la mamma.

tuo Antonio  

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (VIII)

20 maggio 1929

Caro Delio,
ho saputo che vai a scuola, che sei alto ben 1 metro e 8 centimetri e che pesi 18 chili. Cosí penso che tu sei già molto grande e che tra poco tempo mi scriverai delle lettere. In attesa di ciò, puoi già oggi fare scrivere alla mamma, sotto la tua dettatura, delle lettere, come facevi scrivere a me, a Roma, i pimpò per la nonna. Cosí mi dirai se a scuola ti piacciono gli altri bambini e cosa impari e come ti piace giocare. So che costruisci aeroplani e treni e partecipi attivamente all’industrializzazione del paese, ma poi questi aeroplani volano davvero e questi treni corrono? Se ci fossi io, almeno metterei la sigaretta nella ciminiera, in modo che si vedesse un po’ di fumo! Poi mi devi scrivere qualche cosa di Giuliano. Che te ne pare? Ti aiuta nei tuoi lavori? È anch’egli un costruttore, oppure è ancora troppo piccolo, per meritarsi questa qualifica? Insomma io voglio sapere un mucchio di cose e poiché tu sei cosí grande, e, mi hanno detto, anche un po’ chiaccherino, cosí sono sicuro che mi scriverai, con la mano della mamma, per adesso, una lettera lunga lunga, con tutte queste notizie e altre ancora. E io ti darò notizie di una rosa che ho piantato e di una lucertola* che voglio educare.
Bacia Giuliano per conto mio e anche la mamma e tutti quanti di casa e la mamma bacerà te a sua volta per conto mio.

Toi papa

* Ho pensato che tu forse non conosci le lucertole: si tratta di una specie di coccodrilli che rimangono sempre piccini.

mercoledì 23 novembre 2011

da "Quaderni del carcere" (XIII) di Antonio Gramsci

A un certo punto della loro vita storica i gruppi sociali si staccano dai loro partiti tradizionali, cioè i partiti tradizionali in quella data forma organizzativa, con quei determinati uomini che costituiscono, li rappresentano e li dirigono non sono più riconosciuti come propria espressione dalla loro classe o frazione di classe. Quando queste crisi si verificano, la situazione immediata diventa delicata e pericolosa, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure, rappresentate dagli uomini provvidenziali o carismatici.
Come si formano queste situazioni di contrasto tra "rappresentati e rappresentanti" che dal terreno dei partiti (organizzazioni di partito in senso stretto, campo elettorale-parlamentare, organizzazione giornalistica) si riflettono in tutto l’organismo statale, rafforzando la posizione relativa del potere della burocrazia (civile e militare), dell’alta finanza, della Chiesa, e in generale di tutti gli organismi relativamente indipendenti dalle fluttuazioni dell’opinione pubblica? In ogni paese il processo è diverso, sebbene il contenuto sia lo stesso. E il contenuto è la crisi di egemonia della classe dirigente, che avviene o perché la classe dirigente ha fallito in qualche sua gran impresa politica per cui ha domandato o imposto con la forza il consenso delle grandi masse (come la guerra) o perché vaste masse (specialmente di contadini e di piccoli borghesi intellettuali) sono passate di colpo dalla passività politica a una certa attività e pongono rivendicazioni che nel loro complesso disorganico costituiscono una rivoluzione. Si parla di "crisi di autorità" e ciò appunto è la crisi di egemonia, o crisi dello Stato nel suo complesso.
La crisi crea situazioni immediate pericolose, perché i diversi strati della popolazione non possiedono la stessa capacità di orientarsi rapidamente e di riorganizzarsi con lo stesso ritmo. La classe tradizionale dirigente, che ha un numeroso personale addestrato, muta uomini e programmi e riassorbe il controllo che le andava sfuggendo con una celerità maggiore di quanto avvenga nelle classi subalterne; fa magari dei sacrifizi, si espone a un avvenire oscuro con promesse demagogiche, ma mantiene il potere, lo rafforza per il momento e se ne serve per schiacciare l’avversario e disperderne il personale di direzione, che non può essere molto numeroso e molto addestrato. Il passaggio delle truppe di molti partiti sotto la bandiera di un partito unico, che meglio rappresenta e riassume i bisogni dell’intiera classe, è un fenomeno organico e normale, anche se il suo ritmo sia rapidissimo e quasi fulmineo in confronto di tempi tranquilli: rappresenta la fusione di un intero gruppo sociale sotto un’unica direzione ritenuta sola capace di risolvere un problema dominante esistenziale e allontanare un pericolo mortale. Quando la crisi non trova questa soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive); che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza della vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone.

martedì 22 novembre 2011

da "Quaderni del carcere" (XIII) di Antonio Gramsci

Uno dei luoghi comuni più banali che si vanno ripetendo contro il sistema elettivo di formazione degli organi statali è questo, che il "numero sia in esso legge suprema" e che "le opinioni di qualsiasi imbecille che sappia scrivere (e anche di un analfabeta in certi paesi) valga, agli effetti di determinare il corso politico dello Stato esattamente quanto quello di chi allo Stato e alla nazione dedichi le sue migliori forze", ecc. Ma il fatto è che non è vero, in nessun modo, che il numero sia "legge suprema", né che il peso dell’opinione di ogni elettore sia "esattamente" uguale. I numeri, anche in questo caso, sono un semplice valore strumentale, che danno una misura e un rapporto e niente di più. E che cosa poi si misura? Si misura proprio l’efficacia e la capacità di espansione e di persuasione delle opinioni di pochi, delle minoranze attive, delle élites, delle avanguardie, ecc., cioè la loro razionalità o storicità o funzionalità concreta. Ciò vuol dire che non è vero che il peso delle opinioni dei singoli sia "esattamente" uguale. Le idee e le opinioni non "nascono" spontaneamente nel cervello di ogni singolo: hanno avuto un centro di formazione, di irradiazione, di diffusione, di persuasione, un gruppo di uomini o anche una singola individualità che le ha elaborate e presentate nella forma politica di attualità. La numerazione dei "voti" è la manifestazione terminale di un lungo processo in cui l’influsso massimo appartiene proprio a quelli che "dedicano allo Stato e alla nazione le loro migliori forze" (quando sono tali). Se questo presunto gruppo di ottimati, nonostante le forze materiali sterminate che possiede non ha il consenso della maggioranza, sarà da giudicare o inetto o non rappresentante gli interessi "nazionali" che non possono non essere prevalenti nell’indurre la volontà nazionale in un senso piuttosto che in un altro. "Disgraziatamente" ognuno è portato a confondere il proprio "particulare" con l’interesse nazionale e quindi a trovare "orribile", ecc., che sia la "legge del numero" a decidere: è certo miglior cosa diventare élite per decreto. Non si tratta pertanto di chi "ha molto" intellettualmente che si sente ridotto al livello dell’ultimo analfabeta, ma di chi presume di aver molto e che vuole togliere all’uomo "qualunque" anche quella frazione infinitesima di potere che egli possiede nel decidere sul corso della vita statale.
Dalla critica (di origine oligarchica e non di élite) al regime parlamentaristico (è strano che esso non sia criticato perché la razionalità storicistica del consenso numerico è sistematicamente falsificata dall’influsso della ricchezza), queste affermazioni banali sono state estese a ogni sistema rappresentativo, anche non parlamentaristico e non foggiato secondo i canoni della democrazia formale. Tanto meno queste affermazioni sono esatte. In questi altri regimi il consenso non ha nel momento del voto una fase terminale, tutt’altro. Il consenso è supposto permanentemente attivo, fino al punto che i consenzienti potrebbero essere considerati come "funzionari" dello Stato e le elezioni un modo di arruolamento volontario di funzionari statali di un certo tipo, che in un certo senso potrebbe ricollegarsi (in piani diversi) al selfgovernment. Le elezioni avvenendo non su programmi generici e vaghi, ma di lavoro concreto immediato, chi consente si impegna a fare qualcosa di più del comune cittadino legale, per realizzarli, a essere cioè un’avanguardia di lavoro attivo e responsabile. L’elemento "volontarietà" nell’iniziativa non potrebbe essere stimolato in altro modo per le più larghe moltitudini, e quando queste non siano formate di cittadini amorfi, ma di elementi produttivi qualificati, si può intendere l’importanza che la manifestazione del voto può avere.

martedì 23 agosto 2011

da "Passato e presente" di Antonio Gramsci

Le grandi idee e le formule vaghe. Le idee sono grandi in quanto sono attuabili, cioè in quanto rendono chiaro un rapporto reale che è immanente nella situazione e lo rendono chiaro, in quanto mostrano concretamente il processo di atti attraverso cui una volontà collettiva organizzata porta alla luce quel rapporto (lo crea) o portatolo alla luce, lo distrugge, sostituendolo. I grandi progettisti parolai sono tali appunto perché della "grande idea" lanciata non sanno vedere i vincoli con la realtà concreta, non sanno stabilire il processo reale di attuazione. Lo statista di classe intuisce simultaneamente l'idea e il processo reale di attuazione: compila il progetto e insieme il "regolamento" per l'esecuzione. Il progettista parolaio procede "provando e riprovando"; della sua attività si dice che "fare e disfare è tutto un lavorare". Cosa vuol dire in "idea" che al progetto deve essere connesso un regolamento? Che il progetto deve essere capito da ogni elemento attivo, in modo che egli vede quale deve essere il suo còmpito nella sua realizzazione e attuazione; che esso, suggerendo un atto, ne fa prevedere le conseguenze positive e negative, di adesione e di reazione, e contiene in sé le risposte a queste adesioni o reazioni, offre cioè un terreno di organizzazione. E' questo un aspetto dell'unità di teoria e di pratica. Corollario: ogni grande uomo politico non può non essere anche un grande amministratore, ogni grande stratega un grande tattico, ogni grande dottrinario un grande organizzatore. Questo anzi può essere un criterio di valutazione: si giudica il teorico, il facitor di piani, dalle sue qualità di amministratore, e amministrare significa prevedere gli atti e le operazioni fino a quelle "molecolari" (e le piú complesse, si capisce) necessarie per realizzare il piano. Naturalmente, è giusto anche il contrario: da un atto necessario si deve saper risalire al principio corrispondente. Criticamente questo processo è di somma importanza. Si giudica da ciò che si fa, non da quel che si dice. Costituzioni statali > leggi > regolamenti: sono i regolamenti e anzi la loro applicazione (fatta in virtú di circolari) che indicano la reale struttura politica e giuridica di un paese e di uno Stato.

lunedì 23 maggio 2011

Carlo Rosselli commemora Antonio Gramsci il 23 maggio 1937 a Parigi

Il 27 aprile 1937 Antonio Gramsci moriva a Roma, vittima dei duri anni di prigione fascista, diciassette giorni dopo questo discorso Carlo e Nello Rosselli furono uccisi in Francia su mandato di Mussolini.

Gramsci e Mussolini: quale contrapposizione tra di loro! Non solo di destino e di fede politica, ma di tempra morale. Sono due mondi che si contrappongono, due concezioni antitetiche della vita e dell'uomo.
L'uno, Mussolini, esteriore, irrazionale, improvvisatore, demagogo, avventuriero, traditore dell'ideale della sua giovinezza, trionfante sulle piazze, con tutta una schiera di poliziotti per salvarlo dall'odio del popolo.
L'altro, Gramsci, intimo, riservato, razionale, severo, nemico della retorica e di ogni tipo di faciloneria, fedele alla classe operaia nella buona come nella cattiva sorte, agonizzante in una cella con una schiera di poliziotti per sottrarlo alla solidarietà, all'amore del popolo.
Per l'uno niente vale se non il successo, niente conta se non la forza. Purché si arrivi al vertice del potere, purché si domini, ogni mezzo è buono. Le idee, i principi, gli uomini non sono che mezzi per l’affermazione del proprio io, strumenti del successo individuale.
Per l'altro al contrario niente vale se non la coerenza, la fedeltà a un ideale, a una causa che vive per sé medesima, indipendentemente dal successo, dall'interesse della propria persona; tutto è in lui ispirato da questo universalismo, da questo distacco che è proprio degli esseri superiori, nei quali il sociale prevale sull'individuale, l'altruismo e l'umano sull'egoismo e la bestia.
L'ideale lo si serve, non ci si serve di esso. E, se necessario, si muore per esso, con la semplicità di un Gramsci, piuttosto che continuare a vivere perdendo la ragione di vivere. Chi dei due vincerà ?
Non c'è che da tornare alla storia, alla vostra storia francese. Le dittature passano, i popoli restano. La libertà finirà sempre per trionfare.
Centinaia, migliaia di giovani, formatisi alla scuola di Gramsci, di Gobetti, di Matteotti, riempiono oggi le prigioni e le isole d'Italia. Una opposizione nuova, una Italia nuova è in procinto, silenziosamente, di sostituirsi alla vecchia. Ciò che impressiona è la sua semplicità, la sua calma. Giovani, soprattutto operai, intellettuali partecipano alla lotta clandestina sapendo che un giorno la polizia verrà e li arresterà. Dopo uno, due, tre anni di isolamento, davanti al tribunale speciale. Nessuno parlerà di essi. Spariranno nel gorgo, entreranno nella grande legione dei precursori. In prigione, studieranno, divideranno fraternamente il poco di vettovaglie che l'amministrazione fornisce. Quando usciranno, ricominceranno.
Qualche giorno fa il tribunale speciale ha condannato per la seconda volta un giovane compagno di nome Scala. Egli era stato arrestato una prima volta come studente, con altri studenti e condannato a cinque anni. Questa volta è stato condannato a dodici anni. E con lui c'erano degli operai. Il legame storico tra proletariato e intellettuali è fatto.
E' questa nuova opposizione, questa nuova Italia che vincerà finalmente il fascismo, che noi vi domandiamo di conoscere, di appoggiare, di difendere, compagni di Francia.
Essa lotta non soltanto per la libertà d'Italia, essa lotta per la libertà e per la pace del mondo. Essa muore in prigione, essa muore, armi in mano, in Spagna.
Ma essa vivrà domani, essa vincerà domani, quando sulle rovine del fascismo, sorgerà il mondo nuovo sognato da Gramsci.

giovedì 28 aprile 2011

Considerazioni libere (225): a proposito della Festa del Lavoro...

Su L'Ordine nuovo del 5 maggio 1922 apparve un articolo, firmato da Antonio Gramsci, intitolato "Insegnamenti" e dedicato alle manifestazioni che si erano svolte il Primo maggio appena trascorso. Ne riporto soltanto il primo capoverso.
Le conclusioni che si possono trarre dall'andamento di questa manifestazione di Primo Maggio sono confortanti. La manifestazione è riuscita come intervento di masse, come estensione di solidarietà operaia. Ha dimostrato come il proletariato italiano malgrado la reazione è sempre rosso. Ed è anche riuscita come prova di spirito di combattività che si risveglia nelle file dei lavoratori. I fascisti si sono preoccupati di dimostrare col loro contegno e colle loro stesse dichiarazioni che si trattava di una manifestazione antifascista. E tale è stato il significato della astensione dal lavoro e dell'intervento alle dimostrazioni di grandissime masse, da un capo all'altro d'Italia, e senza escludere le zone percosse dal fascismo. Se i cortei non si sono fatti si deve alla imposizione del governo: se si fossero potuti tenere, oggi conteremmo un maggior numero di morti operai, ma anche un maggior numero di morti fascisti.

Questo breve brano dovrebbe essere sufficiente per ricordarci che il Primo maggio non è soltanto un giorno di vacanza, un giorno in cui stare a casa dal lavoro o da scuola, un giorno in più da trascorrere con la propria famiglia, da dedicare a se stessi e alle proprie passioni. Fotunatamente per noi, grazie anche alle lotte di chi è venuto prima di noi, il Primo maggio è anche questo, e dobbiamo imparare a godercelo. Se fosse soltanto un giorno di vacanza, la polemica sull'apertura dei negozi sarebbe assolutamente infondata: sarebbe sufficiente garantire ai lavoratori impegnati in quel giorno un altro momento di riposo, come avviene per la domenica, per garantire a tutti gli stessi diritti. Ma non stiamo parlando soltanto di un giorno di festa ed è quello che, con giusta ostinazione, prova a ricordare Susanna Camusso, a nome della Cgil, a un'Italia in cui il pensiero dominante cerca di convincerci di tutt'altro: Camusso dice semplicemente che non tutto è monetizzabile, mentre in questo paese ormai tutto tende a esserlo.
L'articolo di Gramsci ci ricorda che il Primo maggio è stato prima di tutto un giorno di lotta, un giorno di manifestazioni, un giorno in cui i lavoratori, scioperando e quindi rinunciando volontariamente al proprio salario, scendevano in piazza per chiedere i propri diritti. E' stato un giorno per esprimere la "solidarietà operaia", è stato un giorno in cui era rischioso, anche molto rischioso, scendere in piazza. Se dimentichiamo tutto questo, se dimentichiamo i morti di Portella della Ginestra in quel tragico Primo maggio del 1947, perdiamo di vista un elemento essenziale della nostra storia.
Il Primo maggio non è indispensabile andare in piazza, anche se ci sono tante ragioni per farlo e a volte è anche bello farlo, è confortante e liberatorio, perché la piazza segna davvero un momento di solidarietà. Io cerco di parlare spesso di lavoro nel mio blog, perché le condizioni del lavoro sono sempre più dure, specialmente per le donne e per i giovani, perché ci sono ancora troppe persone che muoiono sul lavoro e che muoiono perché non hanno o non hanno più un lavoro, perché anche qui, in un paese in cui il lavoro è citato nel primo articolo della Costituzione, sta diminuendo in maniera pericolosa la dignità del lavoro, soprattutto perché in troppi paesi del mondo il lavoro non è soltanto senza dignità, ma è senza diritti. Non si può parlare della condizione delle donne soltanto l'8 marzo e così non si può parlare solo dei diritti dei lavoratori il Primo maggio. Quel giorno possiamo davvero prenderci un giorno di vacanza, perfino dalle lotte, ma non possiamo dimenticare cosa c'è dietro quel giorno di vacanza.
E' molto difficile la posizione che in questo periodo sta cercando di tenere la Cgil - e devo dire, purtroppo, da sola, senza e anzi con l'opposizione delle altre confederazioni - contro modelli culturali ed etici, prima ancora che politici, che vanno in tutt'altra direzione. Probabilmente è vero che l'apertura dei negozi in un giorno di vacanza favorisce un aumento dei consumi, ma qualcuno deve riuscire a convincermi che un aumento generalizzato e utopisticamente senza fine dei consumi segni un aumento del benessere complessivo di una società. Ho già scritto un paio di "considerazioni" su questo tema - la nr. 48 e la nr. 176, per la precisione - sull'esasperazione con cui nelle nostre città si aumentano spazi e tempi dedicati esclusivamente all'uomo consumatore; non voglio tornarci sopra, ma francamente non mi pare che la proliferazione di centri commerciali e la loro tendenza a essere sempre e comunque aperti sia un segno di civiltà. Tutti, davvero tutti, perfino alcuni partiti della sinistra e i loro amministratori locali, definiscono questa posizione come antistorica, come figlia di un pensiero vecchio, legata a miti ormai superati e usurati. Io continuo a pensare, con ostinazione, che non ci sia nulla di vecchio e di usurato, in certi valori: uno di questi è ricordare il Primo maggio, per ricordare quello che è stato conquistato e per rivendicare quello che ancora dobbiamo conquistare.

p.s. dal momento che la condivido in toto, riporto la risposta che Susanna Camusso ha scritto al Corriere, giornale che è ovviamente favorevole all'apertura dei negozi...

ulteriore p.s. voglio fare un link al bellissimo articolo di Adriano Sofri apparso sulla Repubblica del 1 maggio...

mercoledì 27 aprile 2011

"Chi deve pagare?" di Antonio Gramsci

articolo da "Ordine nuovo" del 20 marzo 1921
"Deve pagare il tedesco, perdio", dicono tutti i demagoghi del nazionalismo e i loro valletti al potere. "Deve pagare il capitalismo internazionale, il solo che possa farlo", rispondiamo noi. Ed ecco le nostre ragioni. Anzitutto è il capitalismo il responsabile. E' esso che ha fatto divampare l'incendio mondiale con la rivalità economica, con l'espansionismo coloniale e con gli eccitamenti sistematici di una nazione contro l'altra, di una razza contro l'altra, di un continente contro l'altro. E' esso il grande colpevole, l'assassino del mondo, il distruttore della prosperità economica. Lo zar, Guglielmo e Poincaré non sono stati che dei commessi malfattori del capitalismo nazionalista. E quando dico capitalismo, mi affretto, per essere giusto, a dire che non si tratta del capitalismo normale, regolare, quale è il capitalismo industriale, il produttore delle cose utili e necessarie alla vita. Questo capitalismo non ha il gusto del suicidio; non ha nel suo programma la distruzione e la rovina. Ma è un pezzo ormai che il capitalismo industriale ha perduto ogni indipendenza. Esso è alla mercé dell'alta banca, dei predoni della finanza. A lato del capitalismo industriale regolare e produttore (con le mani degli operai, però) esiste il capitalismo degli affari bacati, il capitalismo che specula sulla bestialità nazionalistica e che sa mirabilmente far rendere questa miniera inesauribile. Questo capitalismo sta all'origine delle imprese coloniali più losche e dei prestiti di Stato. Esso esporta il denaro in qualsiasi luogo, purché ne possa ritrarre grandi interessi. Esso vende la sua patria alle colonie. Esso impoverisce l'industria nazionale a profitto di quella dei paesi stranieri. Questo capitalismo di Stato compera lo Stato, il Parlamento, la stampa. Esso vuota le tasche dei combattenti. Esso vive della morte altrui. Esso si ingrassa del sangue delle sue vittime. Esso trasforma il fango delle trincee in montagne d'oro. Esso è, per dirla in una parola, specialista nel trarre redditi dalle guerre. Esso si chiama Loucheur e Marshall, in Francia; Stinnes, in Germania; Nitti, in Italia; è legione nell'Inghilterra e negli Stati Uniti. Esso fa scorrere fiotti di champagne in onore del soldato sconosciuto. Esso denunzia, perseguita, mette in carcere e uccide tutti coloro che dubitano, tutti i disfattisti, cioè tutti gli uomini i quali non confondono la vittoria dei pescecane con gli interessi generali della nazione. I pescecani della guerra sono al potere in Francia come in Germania, in Inghilterra come negli Stati Uniti, Ed essi hanno come loro mandatari al governo gli uomini del 1914. Sono gli incendiari che fanno la parte di pompieri. In Germania essi hanno messo i loro capitali al riparo da ogni tassazione facendo prendere loro la via dei paesi neutri: Svezia, Olanda, Svizzera. In questo modo il popolo, stremato di forze è due volte schiavo: dei capitalisti dell'interno e di quelli dell'estero. La formula: "Il tedesco pagherà", in realtà, vuoi dire che il proletariato tedesco assassinato, rovinato, affamato, ingannato e calpestato, deve pagare al proletariato francese, che si trova in una situazione identica, i delitti dei suoi padroni, la distruzione barbara delle miniere francesi, distruzione che ricorda quella delle sorgenti petrolifere romene compiuta dagli eserciti inglesi. Le tasche dei proletari tedeschi sono vuote. Eppure si fa credere alle folle ignoranti che dal trattato di Versailles si possono ricavare risorse vitali per gli altri paesi che sono, come la Germania, massacrati e in rovina. No, il proletariato tedesco non potrà mai essere chiamato responsabile dei delitti compiuti dai suoi padroni. E allora? Chi pagherà? E' il capitalismo che deve porre riparo alla sua opera di devastazione. Esso ha organizzato il massacro e la rovina. Esso deve sparire dalla faccia della terra. I popoli debbono a se stessi un serio esame di coscienza. Se la guerra al capitalismo porterà loro l'emancipazione dalla causa prima e fondamentale di tutte le guerre, essi debbono combattere questa guerra. Saranno largamente indennizzati delle perdite. Avranno ucciso il loro assassino. Avranno rovinato la fonte permanente di ogni loro rovina. Ecco quale è il nostro piano per le riparazioni. E non ne esiste nessun altro.

domenica 3 ottobre 2010

Antonio Gramsci interviene alla Camera il 16 maggio 1925


Roma, Camera dei deputati, 16 maggio 1925. Si dibatte il disegno di legge Mussolini-Rocco sulle associazioni segrete. E' l'unico intervento che Antonio Gramsci riuscirà a fare alla Camera; sarà arrestato, in aperta violazione dell'immunità parlamentare, l'8 novembre del 1926.

Presidente
Ha facoltà di parlare l'Onorevole Gramsci

Gramsci
Il disegno di legge contro le società segrete è stato presentato alla Camera come un disegno di legge contro la massoneria; esso è il primo atto reale del fascismo per affermare quella che il partito fascista chiama la sua rivoluzione. Noi, come partito comunista, vogliamo ricercare non solo il perché della presentazione del disegno di legge contro le organizzazioni in generale, ma anche il significato del perché il partito fascista ha presentato questa legge rivolta prevalentemente contro la massoneria.
Noi siamo tra i pochi che abbiano preso sul serio il fascismo, anche quando il fascismo sembrava fosse solamente una farsa sanguinosa, quando intorno al fascismo si ripetevano solo i luoghi comuni sulla "psicosi di guerra", quando tutti i partiti cercavano di addormentare la popolazione lavoratrice presentando il fascismo come un fenomeno superficiale, di brevissima durata.
Nel novembre 1920 abbiamo previsto che il fascismo sarebbe andato al potere - cosa allora inconcepibile per i fascisti stessi - se la classe operaia non avesse fatto a tempo ad infrenare, con le armi, la sua avanzata sanguinosa.
Il fascismo, dunque, afferma oggi praticamente di voler "conquistare lo Stato". Cosa significa questa espressione ormai diventata luogo comune? E che significato ha, in questo senso, la lotta contro la massoneria?
Poiché noi pensiamo che questa fase della "conquista fascista" sia una delle più importanti attraversate dallo Stato italiano e per ciò che riguarda noi che sappiamo di rappresentare gli interessi della grande maggioranza del popolo italiano, gli operai e i contadini, così crediamo necessaria un'analisi, anche se affrettata, della quistione.
Che cos'è la massoneria? Voi avete fatto molte parole sul significato spirituale, sulle correnti ideologiche che essa rappresenta, eccetera; ma tutte queste sono forme di espressione di cui voi vi servite solo per ingannarvi reciprocamente, sapendo di farlo.
La massoneria, dato il modo con cui si è costituita l'Italia in unità, data la debolezza iniziale della borghesia capitalistica italiana, la massoneria è stata l'unico partito reale ed efficiente che la classe borghese ha avuto per lungo tempo. Non bisogna dimenticare che poco meno che venti anni dopo l'entrata a Roma dei piemontesi, il Parlamento è stato sciolto e il corpo elettorale da circa 3 milioni di elettori è stato ridotto ad 800 mila.
Ê stata questa la confessione esplicita da parte della borghesia di essere un'infima minoranza della popolazione, se dopo venti anni di unità essa è stata costretta a ricorrere ai mezzi più estremi di dittatura per mantenersi al potere, per schiacciare i suoi nemici di classe, che erano i nemici dello Stato unitario.
Quali erano questi nemici? Era prevalentemente il Vaticano, erano i gesuiti, e bisogna ricordare all'onorevole Martire come, accanto ai gesuiti che vestono l'abito talare, esistono i gesuiti laici, i quali non hanno nessuna speciale montura che indichi il loro ordine religioso.
Nei primi anni dopo la fondazione del regno i gesuiti hanno dichiarato espressamente in tutta una serie di articoli pubblicati da Civiltà cattolica quale fosse il programma politico del Vaticano e delle classi che allora erano rappresentanti del Vaticano, cioè delle vecchie classi semifeudali, tendenzialmente borboniche nel meridione, o tendenzialmente austriacanti nel Lombardo-Veneto, forze sociali numerosissime che la borghesia capitalistica non è riuscita mai a contenere, quantunque nel periodo del Risorgimento essa rappresentasse un progresso, e un principio rivoluzionario. I gesuiti della Civiltà cattolica, e cioè il Vaticano, ponevano a scopo della loto politica come primo punto il sabotaggio dello Stato unitario, attraverso l'astensione parlamentare, l'infrenamento dello Stato liberale per tutte quelle sue attività che potevano corrompere e distruggere il vecchio ordine; come secondo punto, la creazione di un'armata di riserva rurale da porre contro l'avanzata del proletariato, poiché fin dal '71 i gesuiti prevedevano che sul terreno della democrazia liberale sarebbe nato il movimento proletario, che si sarebbe sviluppato un movimento rivoluzionario.
L'onorevole Martire ha oggi dichiarato che finalmente è stata raggiunta, alle spese della massoneria, l'unità spirituale della nazione italiana.
Poiché la massoneria in Italia ha rappresentato l'ideologia e l'organizzazione reale della classe borghese capitalistica, chi è contro la massoneria è contro il liberalismo, è contro la tradizione politica della borghesia italiana. Le classi rurali che erano rappresentate nel passato dal Vaticano, sono rappresentate oggi prevalentemente dal fascismo; è logico pertanto che il fascismo abbia sostituito il Vaticano e i gesuiti nel compito storico, per cui le classi più arretrate della popolazione mettono sotto il loro controllo la classe che è stata progressiva nello sviluppo della civiltà; ecco il significato della raggiunta unità spirituale della nazione italiana, che sarebbe stato un fenomeno di progresso cinquanta anni fa; ed è oggi invece il fenomeno più grande di regressione...
La borghesia industriale non è stata capace di infrenare il movimento operaio, non è stata capace di controllare né il movimento operaio, né quello rurale rivoluzionario. La prima istintiva e spontanea parola d'ordine del fascismo, dopo l'occupazione delle fabbriche, è stata perciò questa: "I rurali controlleranno la borghesia urbana, che non sa essere forte contro, gli operai".
Se non m'inganno, allora, onorevole Mussolini, non era questa la vostra tesi, e tra il fascismo rurale e il fascismo urbano dicevate di preferire il fascismo urbano...
(interruzioni)

Mussolini
Bisogna che la interrompa per ricordarle un mio articolo di alto elogio del fascismo rurale del 1921-22.

Gramsci
Ma questo non è un fenomeno puramente italiano, quantunque in Italia, per la più grande debolezza del capitalismo abbia avuto il massimo di sviluppo; è un fenomeno europeo e mondiale, di estrema importanza per comprendere la crisi generale del dopoguerra, sia nel dominio dell'attività pratica che nel dominio delle idee e della cultura. L'elezione di Hindenburg in Germania, la vittoria dei conservatori in Inghilterra, con la liquidazione dei rispettivi partiti liberali democratici, sono il corrispettivo del movimento fascista italiano; le vecchie forze sociali, ma non assorbite completamente da esso, hanno preso il sopravvento nell'organizzazione degli Stati, portando nell'attività reazionaria tutto il fondo di ferocia e di spietata decisione che è stata sempre loro propria; ma in sostanza noi abbiamo un fenomeno di regressione storica che non è e non sarà senza risultanza per lo sviluppo della rivoluzione proletaria. Esaminata su questo terreno, l'attuale legge contro le associazioni sarà una forza o è invece destinata ad essere completamente irrita e vana?
Corrisponderà essa alla realtà, potrà essere il mezzo per una stabilizzazione del regime capitalistico o sarà solo un nuovo perfezionato strumento dato alla polizia per arrestare Tizio, Caio e Sempronio?... Il problema pertanto è questo: la situazione del capitalismo in Italia si è rafforzata o si è indebolita dopo la guerra, col fascismo? Quali erano le debolezze della borghesia capitalistica italiana prima della guerra, debolezze che hanno portato alla creazione di quel determinato sistema politico massonico che esisteva in Italia, che ha avuto il suo massimo sviluppo nel giolittismo?
Le debolezze massime della vita nazionale italiana erano in primo luogo la mancanza di materie prime, cioè, l'impossibilità della borghesia di creare in Italia una industria, che avesse una sua radice profonda nel paese e che potesse progressivamente svilupparsi, assorbendo la mano d'opera esuberante. In secondo luogo, la mancanza di colonie legate alla madre patria, quindi l'impossibilità per la borghesia di creare una aristocrazia operaia che permanentemente potesse essere alleata della borghesia stessa. Terzo: la quistione meridionale, cioè la quistione dei contadini, legata strettamente al problema dell'emigrazione, che è la prova della incapacità della borghesia italiana di mantenere...
(interruzioni)

Mussolini
Anche i tedeschi sono emigrati a milioni.

Gramsci
Il significato dell'emigrazione in massa dei lavoratori è questo: il sistema capitalistico, che è il sistema predominante, non è in grado di dare il vitto, l'alloggio e i vestiti alla popolazione, e una parte non piccola di questa popolazione è costretta ad emigrare...

Rossoni (deputato fascista)
Quindi la nazione si deve espandere nell'interesse del proletariato.

Gramsci
Noi abbiamo una nostra concezione dell'imperialismo e del fenomeno coloniale, secondo la quale essi sono prima di tutto una esportazione di capitale finanziario. Finora l'"imperialismo" italiano è consistito solo in questo: che l'operaio italiano emigrato lavora per il profitto dei capitalisti degli altri paesi, cioè finora l'Italia è solo stata un mezzo dell'espansione del capitale finanziario non italiano. Voi vi sciacquate sempre la bocca con le affermazioni più puerili di una pretesa superiorità demografica dell'Italia sugli altri paesi; voi dite sempre, per esempio, che l'Italia demograficamente è superiore alla Francia. Ê una quistione questa che solo le statistiche possono risolvere perentoriamente, ed io qualche volta mi occupo di statistiche; ora una statistica pubblicata nel dopoguerra, mai smentita, e che non può essere smentita, afferma che l'Italia di prima della guerra dal punto di vista demografico si trovava già nella stessa situazione della Francia dopo la guerra; ciò è determinato dal fatto che l'emigrazione allontana dal territorio nazionale una tal massa di popolazione maschile, produttivamente attiva, che i rapporti demografici diventano catastrofici. Nel territorio nazionale rimangono vecchi, donne, bambini, invalidi, cioè la parte della popolazione passiva, che grava sulla popolazione lavoratrice in una misura superiore a qualsiasi altro paese, anche alla Francia.
È questa la debolezza fondamentale del sistema capitalistico italiano, per cui il capitalismo italiano è destinato a scomparire tanto più rapidamente quanto più il sistema capitalistico mondiale non funziona più per assorbire l'emigrazione italiana, per sfruttare il lavoro italiano, che il capitalismo nostrale è impotente a inquadrare.
I partiti borghesi, la massoneria, come hanno cercato di risolvere questi problemi?
Conosciamo nella storia italiana degli ultimi tempi due piani politici della borghesia per risolvere la quistione del governo del popolo italiano. Abbiamo avuto la pratica giolittiana, il collaborazionismo del socialismo italiano con il giolittismo, cioè il tentativo di stabilire una alleanza della borghesia industriale con una certa aristocrazia operaia settentrionale per opprimere, per soggiogare a questa formazione borghese-proletaria la massa dei contadini italiani, specialmente nel Mezzogiorno. Il programma non ha avuto successo. Nell'Italia settentrionale si costituisce difatti una coalizione borghese proletaria attraverso la collaborazione parlamentare e la politica dei lavori pubblici alle cooperative; nell'Italia meridionale si corrompe il ceto dirigente e si domina la massa coi mazzieri...
(interruzioni del deputato fascista Greco)
Voi fascisti siete stati i maggiori artefici del fallimento di questo piano politico, poiché avete livellato nella stessa miseria l'aristocrazia operaia e i contadini poveri di tutta Italia.
Abbiamo avuto il programma che possiamo dire del Corriere della sera, giornale che rappresenta una forza non indifferente nella politica nazionale: 800.000 lettori sono anch'essi un partito.
(voci) Meno...

Mussolini
La metà! E poi i lettori dei giornali non contano. Non hanno mai fatto una rivoluzione. I lettori dei giornali hanno regolarmente torto!

Gramsci
Il Corriere della sera non vuole fare la rivoluzione.

Farinacci (deputato fascista)
Neanche l'Unità!

Gramsci
Il Corriere della sera ha sostenuto sistematicamente tutti gli uomini politici del Mezzogiorno, da Salandra ad Orlando, a Nitti, a Amendola; di fronte alla soluzione giolittiana, oppressiva non solo di classi, ma addirittura di interi territori, come il Mezzogiorno e le Isole, e perciò altrettanto pericolosa che l'attuale fascismo per la stessa unità materiale dello Stato italiano, il Corriere della sera ha sostenuto sempre un'alleanza tra gli industriali del Nord e una certa vaga democrazia rurale prevalentemente meridionale sul terreno del libero scambio. L'una e l'altra soluzione tendevano essenzialmente a dare allo Stato italiano una più larga base di quella originaria, tendevano a sviluppare le "conquiste" del Risorgimento.
Che cosa oppongono i fascisti a queste soluzioni? Essi oppongono oggi la legge cosiddetta contro la massoneria; essi dicono di volere così conquistare lo Stato. In realtà il fascismo lotta contro la sola forza organizzata efficientemente che la borghesia avesse in Italia; per soppiantarla nella occupazione dei posti che lo Stato dà ai suoi funzionari. La "rivoluzione" fascista è solo la sostituzione di un personale amministrativo ad un altro personale.

Mussolini
Di una classe ad un'altra, come è avvenuto in Russia, come avviene normalmente in tutte le rivoluzioni, come noi faremo metodicamente! (approvazioni)

Gramsci
È rivoluzione solo quella che si basa su una nuova classe. Il fascismo non si basa su nessuna classe che non fosse già al potere.

Mussolini
Ma se gran parte dei capitalisti ci sono contro, ma se vi cito dei grandissimi capitalisti che ci votano contro, che sono all'opposizione: i Motta, i Conti...

Farinacci
E sussidiano i giornali sovversivi!
(commenti)

Mussolini
L'alta banca non è fascista, voi lo sapete!

Gramsci
La realtà dunque è che la legge contro la massoneria non è prevalentemente contro la massoneria; coi massoni il fascismo arriverà facilmente ad un compromesso.

Mussolini
I fascisti hanno bruciato le logge dei massoni prima di fare la legge! Quindi non c'è bisogno di accomodamenti.

Gramsci
Verso la massoneria il fascismo applica, intensificandola, la stessa tattica che ha applicata a tutti i partiti borghesi non fascisti: in un primo tempo ha creato un nucleo fascista in questi partiti; in un secondo periodo ha cercato di esprimere dagli altri partiti le forze migliori che gli convenivano, non essendo riuscito ad ottenere il monopolio come si proponeva...

Farinacci
E ci chiamate sciocchi?

Gramsci
Non sareste sciocchi solo se foste capaci di risolvere i problemi della situazione italiana...

Mussolini
Li risolveremo. Ne abbiamo già risolti parecchi.

Gramsci
Il fascismo non è riuscito completamente ad attuare l'assorbimento di tutti i partiti nella sua organizzazione. Con la massoneria ha impiegato la tattica politica del noyautage, poi il sistema terroristico dell'incendio delle logge, e infine impiega oggi l'azione legislativa, per cui determinate personalità dell'alta banca e dell'alta burocrazia finiranno per l'accordarsi ai dominatori per non perdere il loro posto, ma con la massoneria il governo fascista dovrà venire ad un compromesso. Come si fa quando un nemico è forte? Prima gli si rompono le gambe, poi si fa il compromesso, in condizioni di evidente superiorità.

Mussolini
Prima gli si rompono le costole, poi lo si fa prigioniero, come voi avete fatto in Russia! Voi avete fatto i vostri prigionieri e poi li tenete, e vi servono! (commenti)

Gramsci
Far prigionieri significa appunto fare il compromesso: perciò noi diciamo che in realtà la legge è fatta specialmente contro le organizzazioni operaie. Domandiamo perché da parecchi mesi a questa parte, senza che il partito comunista sia stato dichiarato associazione a delinquere, i carabinieri arrestano i nostri compagni ogni qualvolta li trovano riuniti in numero di almeno tre...

Mussolini
Facciamo quello che fate in Russia...

Gramsci
In Russia ci sono delle leggi che vengono osservate: voi avete le vostre leggi...

Mussolini
Voi fate delle retate formidabili. Fate benissimo!
(risate)

Gramsci
In realtà l'apparecchio poliziesco dello Stato considera già il partito comunista come un'organizzazione segreta.

Mussolini
Non è vero!

Gramsci
Intanto si arresta senza nessuna imputazione specifica chiunque sia trovato in una riunione di tre persone, soltanto perché comunista, e lo si butta in carcere.

Mussolini
Ma vengono presto scarcerati. Quanti sono in carcere? Li peschiamo semplicemente per conoscerli!

Gramsci
È una forma di persecuzione sistematica che anticipa e giustificherà l'applicazione della nuova legge. Il fascismo adotta gli stessi sistemi del governo di Giolitti. Fate come facevano nel Mezzogiorno i mazzieri giolittiani che arrestavano gli elettori di opposizione... per conoscerli.

(una voce)
Ce ne è stato un caso solo. Lei non conosce il meridione.

Gramsci
Sono meridionale!

Mussolini
A proposito di violenze elettorali io le ricordo un articolo di Bordiga che le giustifica a pieno!

Greco
Lei, onorevole Gramsci, non lo ha letto quell'articolo.

Gramsci
Non le violenze fasciste, le nostre. Noi siamo sicuri di rappresentare la maggioranza della popolazione, di rappresentare gli interessi più essenziali della maggioranza del popolo italiano; la violenza proletaria è perciò progressiva e non può essere sistematica. La vostra violenza è sistematica e sistematicamente arbitraria perché voi rappresentate una minoranza destinata a scomparire. Noi dobbiamo dire alla popolazione lavoratrice che cosa è il vostro governo, come si comporta il vostro governo, per organizzarla contro di voi, per metterla in condizioni di vincervi. È molto probabile che anche noi ci troveremo costretti ad usare gli stessi vostri sistemi, ma come transizione, saltuariamente...
(rumori, interruzioni)
Sicuro: ad adottare gli stessi vostri metodi, con la differenza che voi rappresentate la minoranza della popolazione, mentre noi rappresentiamo la maggioranza.
(interruzioni, rumori)

Farinacci
Ma allora, perché non fate la rivoluzione? Lei è destinato a fare la fine di Bombacci! La manderanno via dal partito!

Gramsci
La borghesia italiana quando ha fatto l'unità era una minoranza della popolazione, ma siccome rappresentava gli interessi della maggioranza anche se questa non la seguiva, così ha potuto mantenersi al potere. Voi avete vinto con le armi, ma non avete nessun programma, non rappresentate niente di nuovo e di progressivo. Avete solo insegnato all'avanguardia rivoluzionaria come solo le armi, in ultima analisi, determinano il successo dei programmi e dei non programmi...
(interruzioni, commenti)

Presidente
Non interrompete!

Gramsci
Questa legge non varrà affatto ad infrenare il movimento che voi stessi preparate nel paese. Poiché la massoneria passerà in massa al partito fascista e ne costituirà una tendenza, è chiaro che con questa legge voi sperate di impedire lo sviluppo di grandi organizzazioni operaie e contadine. Questo è il valore reale, il vero significato della legge.
Qualche fascista ricorda ancora nebulosamente gli insegnamenti dei suoi vecchi maestri, di quando era rivoluzionario e socialista, e crede che una classe non possa rimanere tale permanentemente e svilupparsi fino alla conquista del potere senza che essa abbia un partito ed una organizzazione che ne riassuma la parte migliore e più cosciente. C'è qualcosa di vero in questa torbida perversione reazionaria degli insegnamenti marxisti. È certo molto difficile che una classe possa giungere alla soluzione dei suoi problemi e al raggiungimento di quei fini che sono insiti nella sua esistenza e nella forza generale della società, senza che un'avanguardia si costituisca e conduca questa classe fino al raggiungimento di tali fini.
Ma non è detto che questa enunciazione sia sempre vera, nella sua meccanicità esteriore ad uso della reazione! Questa è una legge che serve per l'Italia, che dovrà essere applicata in Italia, dove la borghesia non è riuscita in nessun modo e non riuscirà mai a risolvere in primo luogo la quistione dei contadini italiani, a risolvere la questione dell'Italia meridionale. Non per nulla questa legge viene presentata contemporaneamente ad alcuni progetti concernenti il risanamento del Mezzogiorno.

(una voce)
Parli della massoneria.

Gramsci
Volete che io parli della massoneria. Ma nel titolo della legge non si accenna neppure alla massoneria, si parla solo delle organizzazioni in generale. In Italia il capitalismo si è potuto sviluppare in quanto lo Stato ha premuto sulle popolazioni contadine, specialmente nel Sud. Voi oggi sentite l'urgenza di tali problemi, perciò promettete un miliardo per la Sardegna, promettete lavori pubblici e centinaia di milioni a tutto il Mezzogiorno; ma per fare opera seria e concreta dovreste cominciare col restituire alla Sardegna i 100-150 milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione sarda! Dovreste restituire al Mezzogiorno le centinaia di milioni di imposte che ogni anno estorcete alla popolazione meridionale.

Mussolini
Voi non fate pagare le tasse in Russia!...

(una voce)
Rubano in Russia, non pagano le tasse!

Gramsci
Non è questa la quistione, egregio collega, che dovrebbe conoscere almeno le relazioni parlamentari che su tali quistioni esistono nelle biblioteche. Non si tratta del meccanismo normale borghese delle imposte: si tratta del fatto che ogni anno lo Stato estorce alle regioni meridionali una somma di imposte che non restituisce in nessun modo, né con servizi di nessun genere...

Mussolini
Non è vero.

Gramsci
Somme che lo Stato estorce alle popolazioni contadine meridionali per dare una base al capitalismo dell'Italia settentrionale.
(interruzioni, commenti)
Su questo terreno delle contraddizioni del sistema capitalistico italiano si formerà necessariamente, nonostante la difficoltà di costituire grandi organizzazioni, la unione degli operai e dei contadini contro il comune nemico.
Voi fascisti, voi governo fascista, nonostante tutta la demagogia dei vostri discorsi, non avete superato questa contraddizione che era già radicale; voi l'avete anzi fatta sentire più duramente alle classi e alle masse popolari.
Voi avete operato in questa situazione, per le necessità di questa situazione. Voi avete aggiunto nuove polveri a quelle già accumulate dallo sviluppo della società capitalistica e credete di sopprimere con una legge contro le organizzazioni gli effetti più micidiali della vostra attività stessa. (interruzioni)
Questa è la quistione più importante nella discussione di questa legge!
Voi potete "conquistare lo Stato", potete modificare i codici, voi potete cercare di impedire alle organizzazioni di esistere nella forma in cui sono esistite adesso; non potete prevalere sulle condizioni obiettive in cui siete costretti a muovervi. Voi non farete che costringere il proletariato a ricercare un indirizzo diverso da quello fino ad oggi più diffuso nel campo dell'organizzazione di massa.
Ciò noi vogliamo dire al proletariato e alle masse contadine italiane da questa tribuna: che le forze rivoluzionarie italiane non si lasceranno schiantare, che il vostro torbido sogno non riuscirà a realizzarsi.
(interruzioni)
Ê molto difficile applicare ad una popolazione di 40 milioni di abitanti i sistemi di governo di Tsankov. In Bulgaria vi sono pochi milioni di abitanti e tuttavia, nonostante gli aiuti dall'estero, il governo non riesce a prevalere sulla coalizione del partito comunista e delle forze contadine rivoluzionarie, e in Italia ci sono 40 milioni di abitanti.

Mussolini
Il partito comunista ha meno iscritti di quello che abbia il partito fascista italiano!

Gramsci
Ma rappresenta la classe operaia.

Mussolini
Non la rappresenta!

Farinacci
La tradisce, non la rappresenta.

Gramsci
Il vostro è un consenso ottenuto col bastone.

Farinacci
Parla di Miglioli!

Gramsci
Precisamente. Il fenomeno Miglioli ha una grande importanza appunto nel senso di ciò che ho detto prima: che le masse contadine anche cattoliche si indirizzano verso la lotta rivoluzionaria. Né i giornali fascisti avrebbero protestato contro Miglioli, se il fenomeno Miglioli non avesse questa grande importanza dell'indicare un nuovo orientamento delle forze rivoluzionarie in dipendenza della vostra pressione sulle classi lavoratrici.
Concludendo: la massoneria è la piccola bandiera che serve per far passare la merce reazionaria antiproletaria! Non è la massoneria che vi importa! La massoneria diventerà un'ala del fascismo.
La legge deve servire per gli operai e per i contadini, i quali comprenderanno ciò molto bene dall'applicazione che ne verrà fatta. A queste masse noi vogliamo dire che voi non riuscirete a soffocare le manifestazioni organizzative della loro vita di classe, perché contro di voi sta tutto lo sviluppo della società italiana.
(interruzioni)

Presidente
Ma non interrompano! Lascino parlare. Lei però Onorevole Gramsci, non ha parlato della legge!

Rossoni
La legge non è contro le organizzazioni!

Gramsci
Onorevole Rossoni, ella stesso è un comma della legge contro le organizzazioni. Gli operai e i contadini debbono sapere che voi non riuscirete ad impedire che il movimento rivoluzionario si rafforzi e si radicalizzi.
(interruzioni, rumori)
Perché esso solo rappresenta oggi la situazione del nostro paese...
(interruzioni)

Presidente
Onorevole Gramsci, questo concetto lo ha ripetuto tre o quattro volte. Abbia la bontà! Non siamo dei giurati, a cui occorre ripetere molte volte le stesse cose!

Gramsci
Bisogna ripeterle, invece, bisogna che lo sentiate fino alla nausea. Il movimento rivoluzionario vincerà il fascismo.

lunedì 7 giugno 2010

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (VIII)

27 giugno 1932

Carissima Iulca,
ho ricevuto i tuoi foglietti, datati da mesi e giorni diversi. Le tue lettere mi hanno fatto ricordare una novellina di uno scrittore francese poco noto, Lucien Jean [...]. La novella si intitolava Un uomo in un fosso. Cerco di ricordarmela.
Un uomo aveva fortemente vissuto, una sera: forse aveva bevuto troppo, forse la vista continua di belle donne lo aveva un po’ allucinato. Uscito dal ritrovo, dopo aver camminato un po’ a zig-zag per la strada, cadde in un fosso. Era molto buio, il corpo gli si incastrò tra rupi e cespugli; era un po’ spaventato e non si mosse, per timore di precipitare ancora più in fondo. I cespugli si ricomposero su di lui, i lumaconi gli strisciarono addosso inargentandolo (forse un rospo gli si posò sul cuore, per sentirne il palpito, e in realtà perché lo considerava ancora vivo). Passarono le ore; si avvicinò il mattino e i primi bagliori dell’alba, incominciò a passar gente. L’uomo si mise a gridare aiuto. Si avvicinò un signore occhialuto; era uno scienziato che ritornava a casa, dopo aver lavorato nel suo gabinetto sperimentale. "Che c’è?" domandò. "Vorrei uscire dal fosso", rispose l’uomo. "Ah, ah! vorresti uscire dal fosso! E che ne sai tu della volontà, del libero arbitrio, del servo arbitrio! Vorresti, vorresti! Sempre così l’ignoranza. Tu sai una cosa sola: che stavi in piedi per le leggi della statica, e sei caduto per leggi della cinematica. Che ignoranza, che ignoranza!", e si allontanò scrollando la testa tutto sdegnato. Si sentì altri passi. Nuove invocazioni dell’uomo. Si avvicina un contadino, che portava al guinzaglio un maiale da vendere, e fumava la pipa: "Ah! ah! sei caduto nel fosso, eh! Ti sei ubbriacato, ti sei divertito e sei caduto nel fosso. E perché non sei andato a dormire, come ho fatto io?", e si allontanò, col passo ritmato dal grugnito del maiale. E poi passò un artista, che gemette perché l’uomo voleva uscire dal fosso: era così bello, tutto argentato dai lumaconi, con un nimbo di erbe e fiori selvatici sotto il capo, era così patetico! E passò un ministro di dio, che si mise a imprecare contro la depravazione della città che si divertiva o dormiva mentre un fratello era caduto nel fosso, si esaltò e corse via per fare una terribile predica alla prossima messa. Così l’uomo rimaneva nel fosso, finché non si guardò intorno, vide con esattezza dove era caduto, si divincolò, si inarcò, fece leva con le braccia e le gambe, si rizzò in piedi, e uscì dal fosso con le sole sue forze.
Non so se ti ho dato il gusto della novella, e se essa sia molto appropriata. Ma almeno in parte credo di sì: tu stessa mi scrivi che non dai ragione a nessuno dei due medici che hai consultato recentemente, e che se finora lasciavi decidere agli altri ora vuoi essere più forte. Non credo che ci sia neanche un po’ di disperazione in questi sentimenti: credo che siano molto assennati. Occorre bruciare tutto il passato, e ricostruire tutta una vita nuova: non bisogna lasciarci schiacciare dalla vita vissuta finora, o almeno bisogna conservarne solo ciò che fu costruttivo e anche bello. Bisogna uscire dal fosso e buttar via il rospo dal cuore.
Cara Iulca, ti abbraccio teneramente.

Antonio

lunedì 26 aprile 2010

da "Lettere dal carcere" di Antonio Gramsci (VII)

20 maggio 1929

Cara Giulia,
chi ti ha detto che io possa scrivere di piú? Purtroppo non è vero. Posso scrivere solo due volte al mese e solo per Pasqua e Natale dispongo di una lettera straordinaria. Ti ricordi ciò che ti diceva Bianco, nel 23, quando partii? Bianco aveva ragione dal punto di vista della sua esperienza; avevo sempre avuto una invincibile avversione all’epistolografia. Da quando sono in carcere ho scritto almeno il doppio di lettere che nel periodo antecedente: devo aver scritto almeno 200 lettere, un vero orrore!
Cosí non è esatto che io non sia calmo. Sono invece piú che calmo, sono apatico e passivo. E non me ne maraviglio e neanche faccio uno sforzo qualsiasi per uscire dal marasma. D’altronde, forse questo è una forza e non uno stato di marasma. Ci sono stati dei lunghi periodi in cui mi sentivo molto isolato, tagliato fuori da ogni vita che non fosse la mia propria; soffrivo terribilmente; un ritardo di corrispondenza, l’assenza di risposte congrue a ciò che avevo domandato,
mi provocavano stati di irritazione che mi stancavano molto. Poi il tempo è passato e si è sempre piú allontanata la prospettiva del periodo anteriore; tutto ciò che di accidentale, di transitorio esisteva nella zona dei sentimenti e della volontà è andato via via scomparendo e sono rimasti solo i motivi essenziali e permanenti della vita. È naturale che ciò avvenisse, ti pare? Per qualche tempo non si può evitare che il passato e le immagini del passato siano dominanti, ma, in fondo, questo guardare sempre al passato finisce con l’essere incomodo e inutile. Io credo di aver superato la crisi che si produce in tutti, nei primi anni di carcere, e che spesso determina una netta rottura col passato, in senso radicale. A dire il vero, questa crisi l’ho sentita e vista negli altri, piú che in me stesso, mi ha fatto sorridere e questo era già un superamento. Io non avrei mai creduto che tanta gente avesse una cosí grande paura della morte; ebbene è proprio in questa paura che consiste la causa di tutti i fenomeni psicologici carcerari. In Italia dicono che uno diventa vecchio quando incomincia a pensare alla morte; mi pare una osservazione molto assennata. In carcere questa svolta psicologica si verifica appena il carcerato sente di essere preso nella morsa e di non poterle piú sfuggire: avviene un cambiamento rapido e radicale, tanto piú forte quanto piú fino a quel punto si era presa poco sul serio la propria vita di idee e di convinzioni. Io ne ho visto abbrutirsi in modo incredibile. E mi ha servito, come ai ragazzi spartani serviva il vedere la depravazione degli iloti.
Cosí adesso sono assolutamente calmo e non mi fa stare in ansia neanche la mancanza di notizie prolungata, sebbene sappia che ciò potrebbe essere evitato con un po’ di buona volontà… anche da parte tua. Poi Tania provvede a darmi tutte le notizie che riceve lei. Mi ha trasmesso, per esempio, le caratteristiche dei bambini fissate da tuo padre, che mi hanno interessato molto, per molti giorni. E altre notizie, commentate da lei con molta grazia. Bada che non voglio farti dei rimproveri! Ho riletto in questi giorni le tue lettere da un anno in qua e ciò mi ha fatto sentire nuovamente la tua tenerezza. Sai che quando ti scrivo, qualche volta mi pare di essere troppo secco e arcigno, in confronto a te che cosí naturalmente mi scrivi. Mi pare di essere come quando qualche volta ti ho fatto piangere, specialmente la prima volta, ti ricordi?, quando fui proprio cattivo per partito preso. Vorrei sapere cosa ti ha scritto Tania del suo viaggio a Turi. Perché mi pare che Tania concepisca la mia vita in modo troppo idillico e arcadico, tanto che mi tormenta non poco. Non riesce a persuadersi che io debbo stare entro certi limiti e che non deve mandarmi nulla che io non abbia domandato, perché non ho a mia disposizione un magazzino particolare. Adesso mi annunzia alcune cose, assolutamente inutili e che non potrò mai utilizzare, invece di attenersi strettamente a ciò che io le ho raccomandato. Ti mando due fotografie: la grande riproduce i due figli di mia sorella Teresina: Franco e Maria, l’altra mia madre con in braccio la stessa bambina un po’ piú grandicella. Mio padre sostiene che la bambina rassomiglia a Giuliano; io non sono in grado di giudicare. Certo il maschietto non rassomiglia a nessuno della mia famiglia: è il ritratto del padre, che è un sardo autentico, mentre noi siamo solo metà sardi: la bambina invece ha piú l’aria di famiglia. Qual’è il tuo giudizio?
Ho finito di leggere in questi giorni una storia della Russia del prof. Platonof, dell’ex Università di Pietroburgo, un grosso volume di circa 1000 pagine. Mi pare una vera truffa editoriale. Chi era questo prof. Platonof? Mi pare che la storiografia del passato fosse molto bassa, se questo prof. Platonof ne era uno dei corifei, come vedo scritto dal prof. Lo Gatto nei suoi lavori sulla cultura russa. Sull’origine delle città e del commercio russo al tempo dei Normanni ho letto una ventina di pagine dello storico belga Pirenne, che valgono tutta la zuppa di cavoli del Platonof. Il volume arriva solo fino al 1905 con due pagine supplementari fino all’abdicazione del granduca Michele e con in nota la data della morte di Nicola II, ma ha il titolo di Storia dalle origini fino al 1918: una doppia truffa, come vedi.
Cara Giulia, scrivimi sui commenti di Delio all’epistola che gli scrivo; ti abbraccio teneramente.

Antonio

giovedì 8 aprile 2010

da "Lettere dal carcere" (VI) di Antonio Gramsci

14 gennaio 1929

Carissima Giulia,
attendo ancora la tua risposta alla mia ultima lettera. Quando avremo ripreso una conversazione regolare (se pure a lunghi intervalli), ti scriverò tante cose sulla mia vita, sulle mie impressioni ecc. ecc. Intanto tu devi informarmi sul come Delio interpreta il Meccano. Questo mi interessa molto, perché non ho mai saputo decidere, se il Meccano, togliendo al bambino il suo proprio spirito inventivo, sia il giocattolo moderno che piú si può raccomandare. Cosa ne pensi tu e cosa ne pensa tuo padre? In generale io penso che la cultura moderna (tipo americano), della quale il meccano è l’espressione, renda l’uomo un po’ secco, macchinale, burocratico, e crei una mentalità astratta (in un senso diverso da quello che per "astratto" s’intendeva nel secolo scorso). C’è stata l’astrattezza determinata da una intossicazione metafisica, e c’è l’astrattezza determinata da una intossicazione matematica. Come deve essere interessante osservare le reazioni di questi principi pedagogici nel cervello di un piccolo bambino, che poi è nostro e al quale siamo legati da ben altro sentimento che non sia il semplice "interesse scientifico".
Carissima, scrivimi a lungo. Ti abbraccio forte, forte.

Antonio

domenica 28 marzo 2010

"Gli indifferenti" di Antonio Gramsci


articolo da "La Città futura" del febbraio 1917

Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che "vivere vuol dire essere partigiani". Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti.
L'indifferenza è il peso morto della storia. E' la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti, è la palude che recinge la vecchia città e la difende meglio delle mura più salde, meglio dei petti dei suoi guerrieri, perché inghiottisce nei suoi gorghi limosi gli assalitori, e li decima e li scora e qualche volta li fa desistere dall'impresa eroica.
L'indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. E' la fatalità; e ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che si ribella all'intelligenza e la strozza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all'iniziativa dei pochi che operano, quanto all'indifferenza, all'assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. Dei fatti maturano nell'ombra, poche mani, non sorvegliate da nessun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa. I destini di un'epoca sono manipolati a seconda delle visioni ristrette, degli scopi immediati, delle ambizioni e passioni personali di piccoli gruppi attivi, e la massa degli uomini ignora, perché non se ne preoccupa. Ma i fatti che hanno maturato vengono a sfociare; ma la tela tessuta nell'ombra arriva a compimento: e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia che un enorme fenomeno naturale, un'eruzione, un terremoto, del quale rimangono vittima tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. E questo ultimo si irrita, vorrebbe sottrarsi alle conseguenze, vorrebbe apparisse chiaro che egli non ha voluto, che egli non è responsabile. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch'io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? Ma nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza, del loro scetticismo, del non aver dato il loro braccio e la loro attività a quei gruppi di cittadini che, appunto per evitare quel tal male, combattevano, di procurare quel tal bene si proponevano.
I più di costoro, invece, ad avvenimenti compiuti, preferiscono parlare di fallimenti ideali, di programmi definitivamente crollati e di altre simili piacevolezze. Ricominciano così la loro assenza da ogni responsabilità. E non già che non vedano chiaro nelle cose, e che qualche volta non siano capaci di prospettare bellissime soluzioni dei problemi più urgenti, o di quelli che, pur richiedendo ampia preparazione e tempo, sono tuttavia altrettanto urgenti. Ma queste soluzioni rimangono bellissimamente infeconde, ma questo contributo alla vita collettiva non è animato da alcuna luce morale; è prodotto di curiosità intellettuale, non di pungente senso di una responsabilità storica che vuole tutti attivi nella vita, che non ammette agnosticismi e indifferenze di nessun genere.
Odio gli indifferenti anche per ciò che mi dà noia il loro piagnisteo di eterni innocenti. Domando conto ad ognuno di essi del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime. Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze virili della mia parte già pulsare l'attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c'èin essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano nel sacrifizio; e colui che sta alla finestra, in agguato, voglia usufruire del poco bene che l'attività di pochi procura e sfoghi la sua delusione vituperando il sacrificato, lo svenato perché non è riuscito nel suo intento.
Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.