venerdì 19 ottobre 2018

Verba volant (580): piacere...

Piacere, sost. m.

Zeus ed Era sono una di quelle coppie che, dal momento che si detestano così intensamente quanto profondamente si conoscono, sanno benissimo quali sono gli argomenti più efficaci per litigare. A proposito della storia che vi sto per raccontare, la tradizione non ci dice chi abbia cominciato, chi abbia portato il discorso su quell'argomento, ma certamente chi l'ha fatto sapeva che avrebbe scatenato un putiferio. I due si trovarono a discutere su chi, tra l'uomo e la donna, prova maggior piacere durante un atto sessuale: Zeus sosteneva fosse il genere femminile, mentre Era quello maschile. Non ci sarebbe stato modo di dirimere la questione, se non fosse che c'era un uomo sulla terra che era stato donna. Si chiamava Tiresia.
Faceva il pastore nei pressi del monte Citerone e un giorno vide due serpenti che si stavano accoppiando: qualcuno dice che fossero i due animali che ornavano il caduceo di Ermes. Tiresia, forse spaventato o per qualche ipocrita pruderie - eppure chissà quanti animali aveva visto fare quel gesto così naturale - uccise la femmina della coppia. E così lui stesso fu immediatamente trasformato in una ragazza. Rimase in quella condizione per sette anni: curiosamente la storia non ci dice cosa fece in quel lungo periodo, sappiamo soltanto che conobbe l'amore dell'uomo. Realisticamente la donna che Tiresia era diventata non passò sette anni a fare l'amore. Sarebbe interessante sapere cosa fece davvero in quegli anni. Tornò nella sua famiglia? E come reagirono sua madre e soprattutto suo padre a quell'inatteso cambiamento? Continuò a sorvegliare le pecore? Certo è un lavoro che poteva fare anche una donna, ma cosa ne pensarono gli altri pastori del suo villaggio? Fu discriminata? Dovette lasciare la sua città? E quando incontrò un uomo, questi sapeva la sua storia? Andò con lei perché voleva vantarsi con gli amici di aver fatto l'amore con la donna che era stata un uomo, con quel fenomeno della natura? Quanto soffrì la donna che Tiresia era diventata? E quanto lottò per essere quello che era diventata?
Noi sappiamo che può succedere che un giovane uomo scopra che quello non è il genere in cui vorrebbe crescere. Magari la trasformazione non è così radicale e improvvisa come quella subita da Tiresia, ma capita che un giorno incontriamo una donna quando ci aspettiamo di vedere un uomo. E come ci comportiamo? In genere male. Quella giovane persona deve subire il nostro scherno, le nostre risatine, spesso il nostro disprezzo, talvolta la nostra violenza. Non è facile nascere donna - non lo era neppure in quei tempi lontani - ma diventarlo lo è ancora di più.
Ma torniamo alla nostra storia. Dopo sette anni la donna che Tiresia era diventata vide nuovamente due serpenti che si stavano accoppiando e questa volta uccise - con probabilmente più consapevolezza che la volta precedente - il maschio della coppia. E così tornò immediatamente a essere un uomo. Pensate alla gente del suo villaggio: avevano visto uscire con il gregge una donna e ora vedono tornare un uomo. Nuove risa, nuovo disprezzo, nuova violenza. Perché gli omofobi hanno paura soprattutto di quello che non capiscono e purtroppo capiscono così poco.
Per fortuna era proprio il tempo in cui Zeus ed Era avevano preso a discutere su chi provasse maggior piacere e così Tiresia fu convocato al loro cospetto e interrogato rispose:
L'uomo gode solo una decima parte, le altre nove le completa la donna, con l'anima.
Era odiava essere contraddetta e soprattutto essere smentita di fronte al marito, si infuriò e condannò Tiresia a diventare cieco. La leggenda dice che Zeus, che non poteva ridare la vista a Tiresia, perché un dio non può mutare quello che ha fatto un altro dio, fece a quell'uomo il dono di vivere per sette generazioni, come la stirpe di Cadmo, di prevedere il futuro e di mantenere quel potere divinatorio anche dopo la morte. A ben vedere è stato Zeus il più crudele verso il povero Tiresia, è stato Zeus a condannarlo per sempre a un destino tragico.
Se Era non avesse avuto quel brutto carattere e si fosse fermata un momento a ragionare, avrebbe capito che quella risposta l'aveva data quella parte di donna che in Tiresia evidentemente era rimasta. Zeus e noi uomini abbiamo poco da gongolare della risposta di Tiresia, perché non siamo noi a donare quel piacere - come il dio credeva - ma è la donna che, anche in questo caso, completa noi uomini. E la donna che Tiresia è rimasta si è concessa anche una piccola frecciata contro il maschilismo di Zeus, finendo la sua risposta con quel provocatorio "con l'anima", intendendo chiaramente che invece il piacere di noi maschi finisce laggiù dove è cominciato.
I greci antichi rappresentavano i loro dei con i loro difetti: e infatti come sono futili in questa storia Zeus ed Era, futili come siamo noi uomini. Avevano di fronte l'unico essere vivente che era stato uomo e donna e lo interrogano solo sul sesso, non vogliono sapere nient'altro. Capita anche a noi di avere questa sola curiosità morbosa verso le persone che scoprono di essere di un genere diverso da quello in cui sono nate. Cosa ha capito del mondo la donna che Tiresia era diventata, cosa ha capito del rapporto tra le persone, cosa ha capito delle sofferenze che patiscono le donne in una società che le vuole un passo indietro ai maschi? Nessuno ha fatto queste domande. 
Tiresia, dopo l'incontro con Zeus ed Era, ben più terribile di quello con i due serpentelli che pure lo avevano tanto spaventato, cominciò a viaggiare per la città greche: era un uomo ascoltato, perché conosceva il futuro, ma anche perché gli anni lo avevano reso saggio. Mi piace pensare che Tiresia riuscisse a capire quello che sarebbe successo, riuscisse a capire le persone, le loro intenzioni, buone e cattive, e quindi a capire quello che avrebbero fatto, non perché Zeus gli aveva dato questo dono, ma perché era ancora un po' la donna che era diventata.
A noi non è concesso il dono di vivere sette anni come una donna, almeno dovremmo cominciare ad ascoltarle.

mercoledì 17 ottobre 2018

Verba volant (579): pugno...

Pugno, sost. m.

Gli antichi greci tributavano onori quasi divini ai vincitori delle gare sportive: credo con una qualche ragione. C'è qualcosa di sovrannaturale nel gesto perfetto di un atleta: è l'attimo che Mirone è riuscito a rendere eterno nella statua del discobolo. Però gli atleti sono pur sempre uomini e per raggiungere - quando lo raggiungono - quell'attimo di assoluta perfezione, devono lavorare duramente, devono allenarsi, devono sbagliare migliaia e migliaia di volte.
Peter Norman è uno di quelli che è riuscito a raggiungere quell'attimo di divina perfezione: il 16 ottobre 1968 ha corso i 200 metri in 20.06, come non aveva mai fatto prima e come non avrebbe mai fatto dopo. Ma in quella stessa gara, la finale dei 200 maschili alle olimpiadi di Città del Messico, c'era un altro dio, Tommie Smith, che li corse in 19.83, il primo uomo a scendere sotto i venti secondi, e quindi Norman arrivò secondo. Inaspettatamente, perché c'era anche John Carlos - il terzo eroe di quella finale straordinaria - capace di arrivare a 20.01 il giorno prima, ma che in quella gara arrivò solo terzo.
Di quella gara fantastica però non ci ricordiamo come si è svolta, dei suoi record, ma solo della premiazione: la foto di quel momento è uno dei simboli più celebri del Sessantotto, del "potere nero", della ribellione. Smith e Carlos sono al loro posto, sul primo e sul terzo gradino del podio, la testa chinata verso il petto, i piedi scalzi e i due pugni - il destro di Smith e il sinistro di Carlos - guantati di nero, chiusi, a sfidare il cielo.
Norman è sul secondo gradino, guarda in avanti, dalla foto non sembra rendersi conto di quello che avviene alle sue spalle: e per molto tempo questo è stato un errore molto diffuso. Per molti anni Norman è stato considerato come una specie di terzo incomodo, un intruso, tanto che la leggenda lo voleva terzo, dietro a Carlos. Per fortuna in tanti, negli anni successivi hanno raccontato la verità: in Italia è stato Gianni Mura. Norman sapeva benissimo quello che stava succedendo; quando vide il silenzio attonito dello stadio, sapeva quello che i suoi due compagni stavano facendo. Come Smith e Carlos, ha voluto indossare anche lui lo stemma dell'Olympic Project for Human Rights, pare sia stato lui a suggerire ai due amici, in quei minuti concitati, di indossare un guanto ciascuno, visto che ne avevano un solo paio. Peter condivide la protesta. E' stato un attimo, quando ha capito quello che i suoi compagni volevano fare, ha deciso che anche lui - che veniva dall'Australia, che era bianco, che non soffriva la discriminazione come i neri degli Stati Uniti - doveva fare qualcosa. E' come per la gara perfetta: anche se dura solo venti secondi, occorrono anni per prepararla. E vale lo stesso per una decisione del genere: basta un attimo per indossare una spilla, ma servono anni per capire che quella è la cosa da fare, è la parte giusta della barricata, è il momento per dire che occorre iniziare a combattere.
I due atleti statunitensi rimasero stupiti di sentirsi dire da quel ragazzo bianco dell'Australia
I will stand with you, io starò con voi.

Quei due pugni chiusi, alzati verso il cielo, raccontano ancora la nostra rabbia, il nostro bisogno di combattere un mondo che è sempre più ingiusto. Dobbiamo essere grati a Smith e a Carlos per quel gesto. Ma noi, soprattutto noi che non siamo eroi, dobbiamo ricordare la lezione di Peter Norman e dire: io starò con voi.

lunedì 15 ottobre 2018

Verba volant (578): cuscussù...

Cuscussù, sost. m.

Mi perdonerà il Manzoni se considero un po' sopravvalutato il suo contributo alla formazione dell'identità linguistica italiana. Se c'è un libro che è entrato davvero in tutte le case, che è stato letto e riletto dalle donne che stavano facendo l'Italia e gli italiani, non è l'edificante romanzo del nostro "gran lombardo", una storia d'amore in cui i protagonisti non si baciano mai - figurarsi far altro - ma il ben più utile manuale scritto dal romagnolo Pellegrino Artusi. La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene con in appendice - invece della Colonna infame - La cucina per gli stomachi deboli è il vero testo dell'unità italiana.
Sono, come ben sapete, settecentonovanta ricette, che rappresentano la summa della nostra cucina. Tra queste - è la ricetta n° 46, controllate pure nell'edizione di vostra madre o di vostra nonna, che certamente hanno avuto questo libro - c'è il cuscussù. A onor del vero Artusi dice che "non è piatto da fargli grandi feste", che quindi lui non amava molto - il nostro è pur sempre un sanguigno figlio della Romagna e i suoi gusti lo tradiscono. Eppure ha voluto provare nella sua cucina - con l'aiuto della fedele e immancabile Marietta, suppongo - questo
piatto di origine araba che i discendenti di Mosè e di Giacobbe hanno, nelle loro peregrinazioni, portato in giro pel mondo, ma chi sa quante e quali modificazioni avrà subite dal tempo e dal lungo cammino percorso.
Non sarebbe male se a scuola i nostri figli imparassero a mangiare anche il cuscussù - anche se credo che non verrà seguita in maniera scrupolosa la ricetta n° 46 dell'Artusi, che richiede tempo, tanto tempo, molto più di quello che hanno a disposizione le persone incaricate di cucinare a scuola, strette in contratti di servizio sempre più rigidi. Anche se viene preparato come lo prepariamo noi a casa, come scappatoia per quando abbiamo fretta e non sappiamo cosa fare.
E sarebbe bene che lo imparassero a mangiare non solo perché è quello che spesso mangiano a casa alcuni loro compagni - e certamente quello che Ahmed e Fatima mangiano a casa loro è migliore di quello che mangiano a scuola - ma perché è qualcosa che fa parte anche della nostra tradizione, perché è un piatto che - come tanti altri della nostra cucina - racconta di peregrinazioni e di modificazioni, come dice il gastronomo di Forlimpopoli, che pure amava di un amore viscerale le sue tagliatelle. Anzi sono certo che Ahmed e Fatima, proprio come Giorgio e Maria - per non parlare di Sueellen - non vorrebbero mangiare il cuscussù anche a scuola, tanto più loro, visto che lo mangiano già a casa. Se lo chiedete a Giorgio e a Fatima, ad Ahmed e a Maria - per non parlare di Sueellen - loro vi chiederebbero, tutte e tutti, le patatine fritte. Tutti i giorni.
Ma la mensa a scuola serve anche a insegnare che non si possono mangiare tutti i giorni patatine fritte e che ci sono regole da rispettare anche quando si sta tutti insieme a tavola, così come ci sono regole in ogni momento della vita, quando stiamo con gli altri. E' un bell'esercizio democratico la mensa: si mangia tutti insieme, tutti la stessa cosa e tutti con le stesse stoviglie. Mi pare che ci sia qualcuno che non ama molto le mense, che vorrebbe ci fossero quelle per i ricchi e quelle per i poveri. Credo che sia perché non amano neppure molto la democrazia.

sabato 13 ottobre 2018

Verba volant (577): adolescente...

Adolescente, sost. m. e f.

Degli adolescenti si parla pochissimo in questo paese, come se non esistessero, come se non avessero diritti. Non ci preoccupiamo, a parte le loro famiglie - e non tutte purtroppo - e i più consapevoli dei loro educatori di come stanno crescendo in questa società vuota di valori e di idee, che vediamo ogni giorno, se solo abbiamo il coraggio e la voglia di alzare lo sguardo dai nostri piccoli interessi di tutti i giorni.
Degli adolescenti non ci occupiamo, a meno che non diventino protagonisti di fatti di cronaca nera e allora diventano l'oggetto della morbosità dei pornografi che lavorano nelle redazioni dei giornali e delle trasmissioni televisive.
Di Sarah Scazzi ci avevano fatto conoscere tutto, non solo il suo bel viso di quindicenne; conoscevamo i suoi segreti più intimi, i suoi sogni, la sua voglia di andare via da Avetrana, il suo desiderio di sentirsi più grande, il suo bisogno di un rapporto affettivo che non trovava nella famiglia. I giornali e soprattutto le reti televisive hanno scavato oltre il lecito nella vita di questa ragazza, uccisa dalla follia, più o meno lucida, di un suo familiare. Di Yara Gambirasio abbiamo saputo meno, per la riservatezza della sua famiglia e della sua comunità; ci erano diventati consueti il suo sorriso con l'apparecchio e il suo sguardo intenso dopo un'esercizio, abbiamo imparato a conoscere la sua normalità, e questo non sembrava sufficiente agli sciacalli che hanno bisogno di un nuovo caso da prima pagina. Ricordo lo stupore di un cronista che faceva notare che nei tabulati telefonici di Yara c'erano soltanto una decina di numeri telefonici ricorrenti, quelli dei genitori, dell'allenatrice, delle compagne di scuola e di palestra. Spero sinceramente che analizzando i tabulati telefonici di molte tredicenni si possa fare un'analoga scoperta.
Di fronte alla morbosità dei media la famiglia di Sarah e la comunità di Avetrana non hanno saputo opporre alcuna difesa. Sarah era scomparsa da pochissimo tempo quando già i vari protagonisti della vicenda erano stati intervistati da questa o quella rete televisiva e le giornaliste appostate davanti alla casa di Sarah si mandavano messaggini con le cugine. Ho visto brani di un'intervista - naturalmente "esclusiva" - alla madre di Sarah condotta insieme dagli inviati del Tg1 e del Tg5, in cui questi due impuniti si rivolgevano alla signora dandole del tu. Durante i collegamenti non sono mai mancati quelli che facevano capolino nello sfondo, fino ad arrivare ai "viaggi tutto compreso": villetta degli Scazzi, villetta dei Misseri, pozzo del ritrovamento. Ad Avetrana abbiamo assistito al peggio che può offrire di sé una famiglia e una comunità.
Della famiglia Gambirasio ci sono state poche interviste, non ci sono foto, se non quelle strettamente necessarie di Yara, e le immagini dei genitori che entrano ed escono dalla stazione dei carabinieri. Il circo giornalistico, affamato di sesso - visto che non si poteva accontentare delle storie su Yara - si è presto scatenato sul colpevole, sulla sua famiglia, su sua madre, sui suoi padri.
A chi li vuol vedere, al di là delle vicende giudiziarie e dei loro strascichi, rimangono il dramma di Sarah, uccisa dalla sua famiglia, e quello di Yara, ucciso da un mostro della porta accanto. E non è inutile ricordare che la grande maggioranza dei delitti e delle violenze contro le donne avviene dentro le mura di casa e per responsabilità di uomini che loro conoscevano bene: in questo la vicenda di Sarah è purtroppo di una tragica normalità, anche se è più semplice trovare il "mostro" fuori, magari tra gli "altri".
Adolescente viene dal participio presente del verbo adolesco e quindi significa chi comincia a crescere. Sarah, Yara e tante altre nostre giovani sorelle, tante altre nostre figlie, non ci sono riuscite, non le abbiamo fatte crescere. Sarebbe necessario che tutti noi cominciassimo a occuparci di più degli adolescenti e delle adolescenti, anche al di là della cronaca nera, ricordandoci che noi, tutti noi, siamo responsabili di come crescono.

giovedì 11 ottobre 2018

Necrologio di un amico sfortunato

"Sì, l'uomo è mortale, ma questo sarebbe un male da poco. Il peggio è che talvolta è mortale all'improvviso".
Sono parole scritte da Bulgakov meno di un secolo fa. Sappiamo che questa è la nostra condizione, ne siamo consapevoli, dovremmo essere pronti, ma poi ci arriva una notizia e rimaniamo senza fiato.
Gino è andato via all'improvviso, in maniera assurda e tragica, e noi che siamo rimasti qui, ci guardiamo smarriti. Ci stringiamo intorno a Martina, a Federico, alle persone che gli hanno voluto bene e che ora sono quelle che sentono in maniera più tragica questa perdita. Ci sentiamo inadeguati, sappiamo di non avere le parole, ma non possiamo davvero fare altro. Quando ho saputo che era morto, che era morto così, non sono riuscito a scrivere nulla.
Mi è servito un po' di tempo. Ho condiviso un pezzo di vita con Gino, un'esperienza politica e umana che per me è stata fondamentale. Quando ho saputo della sua morte, mi sono tornati in mente tanti ricordi: la sua telefonata - non c'erano i cellulari, ricordo il vecchio telefono che stava nell'ingresso di casa - con cui mi annunciava che avrei fatto l'assessore, il viaggio a Bagneres in cui fu firmato il gemellaggio e che lui fece in bicicletta (e dimenticò a casa la fascia tricolore e gliene feci una con i festoni tricolori che avevamo portato per la cena), le piante che gli annaffiavo mentre era in vacanza, quando abitava sopra il ristorante di Alves, le manifestazioni contro la guerra in Iraq - quella di Bush padre - la nascita di Martina, le sere trascorse in sezione durante il congresso della "svolta", a cui lui si oppose - e adesso credo avesse ragione lui - la preparazione del documento grazie a cui nacque la giunta di coalizione con i socialisti, i servizi condivisi alla festa provinciale dell'Unità. Questi sono i ricordi belli, ce ne sono alcuni anche brutti, ma la vita di tutti noi è fatta così. Forse la vita di Gino è stata più sfortunata di quello che avrebbe meritato. I ricordi si affollano e ci travolgono. Ma ci fanno bene: specialmente in giorni come questi, in cui ci ricordiamo di essere mortali all'improvviso.

Gino Bergonzoni è stato per molti anni funzionario del Pci, quando essere un funzionario del Pci significava ancora qualcosa. E' stato dal 1985 al 1992 sindaco di Granarolo dell'Emilia ed è stato un sindaco capace, autorevole, intelligente; è stato un politico che sapeva capire i problemi delle persone, è stato un ambientalista vero, quando non era di moda esserlo. Dopo quell'esperienza ha avuto una vita complicata e sfortunata; e l'ha pagata tutta. E' morto il 9 ottobre 2018, a sessantasei anni, in un assurdo incidente sul lavoro. 

Verba volant (576): spendere...


Spendere, v. tr.

Soggiornare per due notti in un albergo molto caratteristico di Burano è stata una spesa immorale. Acquistare una pagina di un atlante dell'Ottocento con la mappa della Grecia antica è stata una spesa immorale. Andare in platea al Regio di Parma per assistere al Rigoletto con Leo Nucci è stata una spesa immorale. Non rimpiango neppure un centesimo degli euro che abbiamo speso per fare tutte queste cose - e alcune altre che non vi confesserò, anche se la nostra passione per la buona cucina potrebbe fornirvi qualche indizio - ma credo sia giusto riflettere sul fatto che si tratta di cose superflue e di cui avremmo potuto fare a meno. E di cui infatti Zaira e io abbiamo fatto a meno per diversi anni. Spendere significa etimologicamente pesare. E infatti ciascuna di queste spese ha comportato da parte nostra una valutazione, spesso anche lunga e laboriosa: essere immorali richiede tempo e fatica. Abbiamo messo su un piatto della bilancia la nostra voglia di fare o di avere qualcosa e sull'altro le nostre risorse e abbiamo deciso. Non abbiamo mai barato, non abbiamo mai fatto finta di avere più soldi per poter fare qualcosa che volevamo proprio fare: essere immorali richiede anche delle regole e una certa dose di moralità. 
Francamente non mi ha appassionato la polemica in cui pure ho visto tanti di voi fieramente impegnati sulla stupidata detta - e, come al solito, subito contraddetta - da Di Maio a proposito del reddito di cittadinanza e di quello che si potrebbe o non potrebbe fare con quel piccolo sussidio. Naturalmente neppure io voglio che il governo ci dica come dobbiamo spendere i nostri soldi, anche se faccio sommessamente notare che accettiamo senza fiatare che siano le grandi aziende a dirci come spenderli. Nessuno di voi vuole uno "stato etico", ma ci accomodiamo tutti in un capitalismo che di etico ha molto poco, bevendoci tutta la loro propaganda. Mentre criticate giustamente il governo, vi prego però di non essere ipocriti: quando vedete una pensionata con la minima o un morto di fame che si sputtanano i loro ultimi soldi nella slot del bar dove voi fate colazione tutte le mattine, non dovreste neppure pensare tutto quello che invece so che pensate. O quando vedete un povero con un vestito di marca dovete star zitti. Altrimenti anche voi sosterrete l'odiato "stato etico" che oggi tanto criticate.
Diciamo pure che lo stato non deve mettere becco su come i poveri spenderanno i soldi del reddito di cittadinanza - anche se spero che ci sarà un qualche controllo sul fatto che non vengano "giocati" - ma costringere le persone a ragionare sulle spese che possono o non possono fare non mi parrebbe un esercizio così ozioso. E francamente credo sarebbe compito delle agenzie formative, a partire dalle famiglie e dalla scuola, occuparsi di questo. Per me è stato così. Anche discutere, a volte animatamente, con le compagne e i compagni dei bilanci delle Feste dell'Unità mi ha insegnato a dare valore a quello che si spende.
E quindi credo che ciascuno di noi dovrebbe pensare a quello che fa - o che non fa - con i propri soldi, specialmente quando non sono molti. Come ho detto mia moglie e io abbiamo deciso nel corso degli ultimi anni - passati per fortuna quelli più difficili - di fare alcune spese decisamente superflue. O immorali. Spero che mi perdonerà il Maestro Verdi - che, come capitava in quel tempo ai poveri diventati signori, era parecchio parsimonioso - se ho inserito anche lui in questo elenco. Perché la cultura è spesso immorale, ma è UN lusso che dobbiamo fare lo sforzo di permetterci. Certo si può andare in biblioteca - è una cosa che i poveri dovrebbero fare di più - e leggere può non costare nulla. Ma dovremmo anche fare in modo che andare a un concerto o a uno spettacolo teatrale sia una spesa sostenibile per tutte le famiglie.
Le cose che ci piacciono di più sono immorali. Le cose che fanno bella la nostra vita sono immorali. Ma le spese immorali non sono per forza di cose inaffrontabili. Ci possono anche essere spese superflue piccole, che magari, perché le facciamo insieme alla persona a cui vogliamo bene e con cui abbiamo deciso di passare tutto il tempo che ci resta, diventano importantissime e capaci di illuminare la nostra vita. In fondo dobbiamo solo imparare a spendere. Non è affatto facile. Ma soprattutto dobbiamo capire cosa è davvero importante. E questo è ancora più difficile.

lunedì 8 ottobre 2018

Verba volant (575): dolore...

Dolore, sost. m.

Gli etimologisti riconoscono nel verbo latino dolére - da cui è venuto l'italiano dolore - un'antica radice indoeuropea, che infatti ritroviamo anche nel sanscrito, che significa spezzare. Mai come questa volta l'etimologia descrive bene questa parola, perché il dolore è qualcosa che ci può lacerare, che ci può distruggere.
Molti pensano che il dolore sia la dimensione naturale dell'uomo e probabilmente noi uomini siamo nati per soffrire. Non so se sia davvero così, ma certo senza il dolore non avremmo tanta della nostra poesia.
Filottete è uno dei comandanti della spedizione delle città greche contro Troia, è uno degli uomini partiti per sottrarre a quella città il controllo dei Dardanelli e quindi del commercio dei cereali e dei metalli preziosi con le regioni affacciate sul mar Nero. La sua flotta contava sette navi e su ciascuna di esse c'erano cinquanta abili arcieri. Anche Filottete sa usare benissimo quest'arma, anche perché possiede l'arco e le frecce di Eracle. L'eroe gli aveva donato le sue armi: Filottete aveva acceso la sua pira funebre sul monte Eta e si era impegnato a non rivelare a nessuno dove Eracle fosse morto. Ma Filottete non arrivò mai a Troia: durante lo scalo all'isola di Tenedo, un serpente gli morse un piede, forse come punizione per aver violato la promessa e aver fatto sapere agli uomini dove Eracle era morto. Filottete non ha resistito a rivelare quel segreto, non ha resistito allo scoop: evidentemente è qualcosa che succedeva anche quando non c'erano i social.
La sua ferita non si rimarginava, continuava a emanare un fetore insopportabile e gli altri comandanti, aizzati da Odisseo, decisero di abbandonarlo sull'isola di Lemno, che allora era deserta. Odisseo, Agamennone, Achille, perfino il vecchio e saggio Nestore, e tutti gli altri eroi non dimostrarono alcuna solidarietà verso Filottete, verso il loro compagno d'armi. Sembra di leggere le cronache che raccontano le vicende di quelle famiglie che impediscono ai loro figli di andare alle feste di un loro compagno malato. Gli uomini non vogliono "toccare" il dolore degli altri, ne provano un senso di fastidio, quasi di ribrezzo. Lo vogliono vedere da lontano, a volte hanno una curiosità morbosa verso il dolore degli altri, ma ne vogliono rimanere distanti. E così, nonostante le pubbliche dimostrazioni di riprovazione, nonostante fingano di disinteressarsene, vogliono guardare in televisione il dolore di una madre che prova il dolore peggiore che una madre può provare. E su quella madre e sul suo dolore si costruisce un circo per il pubblico pagante.
Filottete rimase dieci anni sull'isola di Lemno, si salvò grazie al suo arco e alla sua abilità di cacciatore, perché riusciva a catturare gli uccelli, ma la ferita non rimarginava: era una specie di cancro che non progrediva né regrediva. L'eroe in questo lungo periodo non riesce a elaborare il dolore, è capace forse a resistergli, ma non lo accetta. Rimane vivo per inerzia. In quei lunghissimi dieci anni chissà cosa avrebbe pensato di una persona che gli avesse detto che il dolore, anche quel dolore terribile, quel dolore che ti toglie la speranza, può essere un dono? Filottete non è ottimista, non cerca di riprendersi, anche se non diventa cattivo; forse non avrebbe usato parole acrimoniose verso quella persona che provava a resistere con le proprie armi, anche se le considerava spuntate. Semplicemente l'eroe greco rinuncia alla speranza: anche in questo Filottete è un nostro fratello.
Ma all'improvviso i comandanti greci si ricordano di lui: anche loro non ne possono più di quella lunga guerra, forse cominciano perfino a invidiare la sorte di Filottete. La guerra è una malattia che ti sei scelto. E così, quando un indovino, anzi l'indovino dei troiani fatto prigioniero, profetizza che Troia cadrà soltanto se il figlio di Achille potrà combattere con l'arco di Eracle, capiscono che occorre tornare da quell'uomo malato, bisogna tornare a sentire il fetore del dolore.
E sarà Odisseo a dover compiere l'impresa. Ma il re di Itaca sa bene che non può presentarsi davanti a Filottete e allora escogita uno dei suoi trucchi, usando il giovane Neottolemo. Questi dovrà fingersi anch'egli vittima di Odisseo, dovrà raccontare a Filottete che gli sono state rubate le armi del padre e dovrà chiedergli l'arco di Eracle. L'inganno riesce, Filottete prova solidarietà per l'ingiustizia patita da quel giovane soldato. Curioso come sia il malato a dover sostenere i sani, anche questa è un'esperienza che talvolta abbiamo provato.
Neottolemo ha eseguito il suo compito, ha l'arco, lo sta per consegnare a Odisseo, che ha assistito di nascosto alla scena ed è pronto a celebrare un'altra vittoria della sua astuzia, ma si ribella e svela il trucco a Filottete, riconsegnandogli l'arma. A questo punto tutto appare ormai perduto: Filottete non riconsegnerà l'arco e Troia non cadrà. Ma la città deve cadere, la malattia della guerra deve finire e, secondo Sofocle, è compito di Eracle sciogliere il nodo: il dio ordina a Filotette di seguire Odisseo e Neottolemo e di andare a combattere, lì sarà guarito dai medici greci - tra l'altro con il primo intervento chirurgico in anestesia totale raccontato in letteratura - e quindi sarà lui, con il suo arco, a portare i greci alla vittoria. La storia ci racconta che Filottete combatté sotto Troia, uccise dei guerrieri troiani, forse lo stesso Paride e tornò sano e salvo in patria. Ma stava cambiando il mondo, non era più il tempo dei re e anche lui fu cacciato, per arrivare esule in Calabria.
Chissà se ha mai pensato all'ingiustizia che ha subito? Perché i medici del contingente greco non lo curarono immediatamente? Perché aspettarono dieci anni? Perché serviva. Di quanti nostri fratelli che soffrono ci siamo dimenticati nell'isola di Lemno? Solo perché non ci servono più.

domenica 7 ottobre 2018

Verba volant (574): mercato...

Mercato, sost. m.

Amo i mercati. No, non sono diventato capitalista, continuo a essere nemico degli uomini che speculano sulle nostre vite, ostile alle borse e alle banche, contrario a quelli che ci sfruttano, spiegandoci che "ce lo chiedono i mercati". Io invece amo i mercati alimentari, e in ogni città - piccola e grande - che Zaira e io visitiamo, tra le primissime cose voglio vedere proprio il mercato: mi piace perdermi tra i banchi, osservare le persone che vendono e acquistano, mi piacciono i colori, gli odori, i suoni dei mercati.
Per questa ragione mi ha colpito molto il grido di allarme di uno dei sei commercianti che ancora vendono il pesce nel mercato di Rialto a Venezia. Anche perché lo abbiamo visitato solo pochi giorni fa. E' un mercato molto caratteristico, in un luogo bellissimo di una città indimenticabile. Eravamo in tanti a girare sotto quella loggia, a fare fotografie, a curiosare tra quei banchi che hanno secoli di storia, ma erano in pochi a comprare, perché quel mercato è diventato ormai più un'attrazione per i turisti che il posto dove i cittadini di Venezia comprano il pesce. Perché sempre meno persone vivono in quella città, perché c'è meno domanda e un mercato - pare lapalissiano, ma è proprio così - vive seguendo le proprie leggi: se le persone comprano, vive e prospera, se le persone non comprano, è destinato a morire. E paradossalmente sono proprio le leggi del mercato a uccidere i mercati, perché chi ha una casa a Venezia guadagna molto ad affittarla ai turisti, tanto da scegliere di trasferirsi da qualche altra parte, certamente meno bella di Venezia, pur di avere quella rendita sicura. Assistiamo a qualcosa del genere anche in altre città: ad esempio a Bologna chi possiede una casa in centro trova molto più vantaggioso metterla a disposizione dei tanti siti in cui noi turisti possiamo trovare un alloggio per un fine settimana, piuttosto che affittarla per un lungo periodo agli studenti universitari, fino a qualche anno fa le galline dalle uova d'oro per i proprietari di casa della città. E lentamente, ma inesorabilmente, le città si trasformano. In peggio. E muoiono.
Ed è qualcosa di cui non ci stiamo occupando, semplicemente lasciamo che succeda, anche perché ormai ci siamo abituati a pensare che contro i mercati - quelli "cattivi", quelli che non ci piacciono - non ci sia nulla da fare. E' il mercato che letteralmente uccide i mercati. Nell'etimologia di merce - ossia di ciò che si trova in un mercato -  riconosciamo la stessa radice del greco antico meros, che significa parte. La merce è in sostanza la cosa che può essere divisa e quindi distribuita; e infatti la stessa radice la ritroviamo in meretrice, qualcosa che c'entra parecchio con il capitalismo. E il mercato è una parte della città, qualcosa di cui tutti in modo diverso partecipiamo. Se allora il mercato è qualcosa di tutti, evidentemente deve essere la politica che si assume il compito di definire come anche le merci devono essere divise e distribuite, e il mercato deve essere regolato. Perché il mercato non conosce regole, solo la distruzione del più piccolo, del più debole, del più povero, a favore del più forte e del più ricco.
Venezia - come ogni altra città, ma forse più di ogni altra città, proprio perché è così incredibile - ha bisogno di essere abitata, vissuta, in qualche modo "consumata" e non solo preservata, perché chi la vive fatalmente la consuma e la trasforma. E' sempre stato così e dovrà sempre essere così, se vogliamo continuare a visitarla, se vogliono continuare a navigare lungo i suoi canali e passeggiare tra le sue calli. Altrimenti potremmo accontentarci delle Venezie "finte" che ci sono a Las Vegas e a Macao e alla fine non accorgerci neppure della differenza con quella "vera". Perché questa differenza la fanno anche i suoi mercati. Insieme ai teatri e a tante altre cose che rendono viva una città. Sottrarre le nostre città alla rendita immobiliare, renderli luoghi dove è possibile vivere - ad esempio imponendo regole molto severe agli affitti e favorendo chi acquista una casa per viverci - per evitare che siano soltanto grandi spazi commerciali, è qualcosa che è difficile fare, ma che è possibile. Basta solo decidere che la nostra priorità è salvare il mercato del pesce di Rialto.

giovedì 4 ottobre 2018

Verba volant (573): samaritano...

Samaritano, sost. f.

Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e incappò nei briganti che lo spogliarono, lo percossero e poi se ne andarono, lasciandolo mezzo morto. Per caso, un sacerdote scendeva per quella medesima strada e quando lo vide passò oltre dall'altra parte. Anche un levita, giunto in quel luogo, lo vide e passò oltre. Invece un Samaritano, che era in viaggio, passandogli accanto lo vide e n'ebbe compassione. Gli si fece vicino, gli fasciò le ferite, versandovi olio e vino; poi, caricatolo sopra il suo giumento, lo portò a una locanda e si prese cura di lui. Il giorno seguente, estrasse due denari e li diede all'albergatore, dicendo: "Abbi cura di lui e ciò che spenderai in più, te lo rifonderò al mio ritorno."
La storia è nota, ma, leggendola con attenzione, non è proprio il racconto edificante che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli. Intanto chi l'ha scritta era uno che ce l'aveva a morte con i preti: credo che questo sia uno dei testi più anticlericali della letteratura di tutti i tempi. E già questo mi rende simpatico il suo autore. 
E poi c'è un aspetto che a noi tende a sfuggire, ma che era ben evidente a chi l'ha scritta e a chi la leggeva in quei tempi lontani. Sono capaci tutti a scrivere la storia di Oskar Schindler, del tedesco buono che salva la vita agli ebrei nella Germania nazista o di Mimmo Lucano, l'italiano buono che aiuta i neri che arrivano dal mare nell'Italia leghista: noi ci possiamo identificare con quegli eroi, che sono come noi, e in qualche modo loro salvano anche noi e la nostra coscienza non proprio immacolata. E infatti è così che ci hanno raccontato la storia: dovete fare come il samaritano, dovete sempre aiutare gli altri. Ma cosa succede quando - come nel brano che ho citato, in un contesto in cui i giudei guardavano con grande ostilità e con superiorità i samaritani - è il tedesco che sta per morire, è l'italiano che ha bisogno di aiuto e sono l'ebreo e il nero che devono salvarci? Cosa succede quando siamo noi quelli sui barconi? Quando siamo noi quelli rifiutati, picchiati, lasciati morire? In fondo è sempre possibile essere generosi, ci possiamo riuscire tutti - tutti tranne i preti, ci dice l'autore della storia - ma è molto più difficile essere quelli che devono essere aiutati. La storia non è stata scritta per insegnarci a essere generosi verso gli altri, ma perché dobbiamo imparare a essere gli altri.
Chissà come quell'oscuro autore di storie racconterebbe oggi quella stessa vicenda? Se tutti i giorni quel samaritano lungo la sua strada avesse visto un uomo diverso spogliato e percosso dai briganti? Avrebbe aiutato il primo, il secondo, forse il terzo, ma dal quarto giorno immagino avrebbe capito che da solo non avrebbe potuto farcela, non aveva abbastanza olio e non poteva dare ogni giorno due denari all'albergatore, che forse era perfino in combutta con i briganti. Probabilmente avrebbe chiamato gli altri samaritani e insieme avrebbero chiesto alla polizia di fare qualcosa contro quei briganti che rendevano così pericolose le loro strade. E - visto che comunque la polizia da sola non sarebbe stata sufficiente - avrebbero organizzato un qualche servizio per aiutare quelli che, nonostante tutto, fossero caduti nelle mani dei briganti. Un samaritano può salvare un giudeo, al massimo due, ma per salvarne migliaia bisogna organizzarsi. Immagino che non sarebbe stato comunque facile, perché, accanto al buon samaritano, ci sono anche i samaritani che non ne vogliono sapere di pagare per aiutare gli altri, ci sono i samaritani preti, ci sono i samaritani che dicono: "aiutiamo i giudei a casa loro", e soprattutto ci sono i samaritani che pensano che non valga la pena aiutare nemmeno uno di quelli là, ci sono i samaritani che non hanno mai imparato a essere gli altri.