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venerdì 20 aprile 2018

Considerazioni libere (424): a proposito di un giornale e del suo fallimento...

Leggo che il Tribunale di Roma ha incaricato un perito di procedere alla valutazione di quello che rimane de l'Unità; quando la perizia sarà depositata, il giudice potrà vendere il giornale, attraverso un'asta pubblica. E' l'iter che si segue in ogni caso di fallimento.
Per il lavoro che ho fatto, per il ruolo che ho avuto nel partito che era il proprietario di quel giornale, mi considero responsabile di quel fallimento. Naturalmente posso invocare moltissime attenuanti: siamo in tantissimi a condividere questa responsabilità e certamente la mia è molto minore di quella di altri che, essendo stati dirigenti per molti più anni e con incarichi molto più importanti del mio, potevano capire cosa stava succedendo e cosa si poteva fare per non arrivare a questo punto. A mia parziale discolpa posso dire che quello che ho fatto io l'ho fatto per salvare l'Unità, anche se questo comportava sostenere piani di risanamento quanto meno fantasiosi e iniziative che invece hanno avuto un risultato ben diverso da quello che ci attendavamo, e di cui abbiamo convinto compagne e compagni, che hanno avuto fiducia in noi.
In nome di questa responsabilità faccio una proposta. Noi che abbiamo una qualche colpa, piccola o grande, e che siamo ancora vivi, siamo tantissimi, perché quel partito in cui abbiamo militato ha avuto una lunga storia e un gruppo dirigente vasto e ramificato. Ora non militiamo più nello stesso partito, quelli che fanno ancora politica hanno preso strade diverse, spesso contrapposte, in tanti abbiamo smesso. Capita sovente che ci guardiamo con ostilità, perché ci conosciamo bene. Se facessimo uno sforzo, anche minimo, e ciascuno di noi mettesse una piccola somma in un fondo, potremmo forse ricomprare l'Unità. Io ci starei. A un patto però, che noi nuovi proprietari consegnassimo questa testata alla storia. Non deve più nascere un giornale chiamato l'Unità, è un'esperienza finita, ma di cui noi dobbiamo preservare la memoria, affinché un giornale con questo nome non rinasca in altre forme, magari come un foglio scandalistico - come è successo a l'Avanti! - o perché non diventi l'organo di un qualche gruppo di destra. Compriamo tutti insieme il giornale e consegniamolo a un notaio con l'impegno a non farlo più nascere. Magari chiediamo che venga fatta una legge "salva Unità", che vieti l'impiego di quel nome per far un giornale. Per l'eternità.
E' uno sforzo economico? Magari per qualcuno di noi lo sarebbe anche, ma credo che sarebbe il modo per ripagare quello che il partito ha fatto per noi, quello che ci ha insegnato, quello che ci ha fatto diventare. Far parte di una comunità quando si ricordano i momenti belli è semplice, bisogna farlo anche quando ci sono dei problemi. Poi torneremo a votare in maniera diversa, torneremo a litigare, torneremo a guardarci con astio e a non parlarci. Appunto perché ci conosciamo bene. Ma almeno avremo onorato la memoria di un paio di generazioni di donne e di uomini del Partito Comunista Italiano, che hanno fatto la storia di questo paese, quella migliore. E di cui noi siamo stati così indegni eredi.

lunedì 11 aprile 2016

Verba volant (262): responsabilità...

Responsabilità, sost. f.

E' lecito intervistare "il male"? Al di là delle polemiche di questi giorni, la domanda che ha posto - in forma retorica e con scopo evidentemente autoassolutorio - un giornalista piuttosto noto, al centro proprio di queste polemiche, credo meriti una risposta, perché pone degli interrogativi non solo a chi fa quel mestiere - una funzione essenziale, preziosa e molto delicata in una democrazia - ma anche a quelli come me - e siamo tanti ormai - che fanno un altro lavoro e nel tempo libero scrivono per qualcuno - pochi o molti che siano non importa - che ha l'interesse e la pazienza di leggerci. E poi naturalmente è qualcosa che investe tutti noi, per il solo fatto che siamo cittadini.
A questa responsabilità dello scrivere sto pensando in verità da un po' di tempo, da quando un certo numero di persone - per me inaspettatamente - ha cominciato regolarmente a leggere quello che scrivo. E in alcuni casi a condividerlo e diffonderlo. All'improvviso mi sono reso conto che non è un gioco, o qualcosa che faccio per me stesso, ma ha una sua funzione nella società, limitata quanto volete, ma ce l'ha. Vi racconto un fatto curioso. La mattina che ho saputo che Umberto Eco era morto, ho pensato di commentare quella notizia con una battuta, uno scherzo, credendo che sarebbe stato il modo più adatto per rendere omaggio a una persona così brillante, che spesso aveva messo a disposizione la propria cultura per farci ridere, facendoci in questo modo pensare. Allora ho scritto:
renzi: «sono addolorato per la morte di Umberto Eco; "Va dove ti porta il cuore" è uno dei miei libri preferiti»
Evidentemente era una battuta di spirito - più o meno riuscita, più o meno divertente, questo non è importante - che però diverse persone - troppe persone - hanno considerato come una "notizia". Quel giorno ho capito che potevo dire una bugia, magari più credibile di quella, meglio costruita, e quella bugia per qualcuno poteva diventare la verità. E' un potere - forse un piccolo potere - ma che ti può dare alla testa e che quindi devi maneggiare con attenzione.
Allo stesso modo nei giorni scorsi ho visto che parecchie persone hanno condiviso la foto di una bella ragazza succintamente svestita e in posa provocante, vagamente somigliante a una nota ministro di questo governo, traendone le considerazioni che potete immaginare sulla passata attività di quella stessa esponente politica. Forse ricorderete che qualche tempo fa girava una foto delle ragazze coccodè di Indietro tutta, in cui più d'uno riconosceva l'attuale presidente della Camera; e anche qui preferisco tralasciare i commenti. Ho preso di proposito due "notizie" paradossalmente false, stupidamente false, grettamente false, eppure per molte persone vere. Immagino che il primo che le ha diffuse si sia sentito particolarmente fiero di queste mascalzonate, che nascondono - oltre che un maschilismo meschino - un intento politico molto evidente.
Anch'io sono di parte, sono fazioso, a volte questa mia ostinazione mi fa prendere delle cantonate, ma sono anche tranquillo, perché questa netta scelta di campo è esplicita ed esplicitata: se leggete quello che scrivo, capite subito da che parte sto e - spero - che c'è una coerenza in quello che dico. Questa coerenza voglio sia il segno della mia responsabilità nello scrivere; almeno penso dovrebbe essere la regola a cui sia giusto attenersi. Poi si possono dire anche cose sgradevoli - ne dico a volte, volutamente - si possono dire cose sbagliate - mi succede anche questo - ma cerco che quello che leggete rispecchi in pieno quello che penso. La responsabilità è anche questo patto tra chi scrive e chi legge.
Con questi esempi voglio dire che la rete non ha creato un problema, ma lo ha ampliato, in quanto ha democratizzato - e questo credo sia un bene - la possibilità di scrivere e di essere letti. Se vent'anni fa questo poteva essere un problema soltanto per specialisti, per quei pochi che avevano il compito di informare tutti gli altri e il privilegio di scrivere sui giornali e di andare in televisione, adesso è un problema che potenzialmente riguarda ogni cittadino, perché tutti hanno la concreta possibilità di pubblicare le proprie idee. Ed è qualcosa a cui credo che non siamo preparati, a cui non ci hanno preparati.
Torno alla domanda con cui ho iniziato questa definizione. Personalmente credo sia lecito intervistare "il male" e quindi non mi sento di criticare quel giornalista per averlo fatto. Ma dipende da come lo si fa, da che domande gli si pone, da che regole vengono concordate. Non entro nel merito di quello che è stato detto in un'intervista che non ho visto - perché non vedo mai quel programma - non voglio parlare dei contenuti espliciti e impliciti che quella persona ha potuto comunicare in televisione, grazie a quel programma - ne hanno già parlato esperti di quel fenomeno complesso, in cui certe espressioni contano, certi silenzi sono importanti più delle parole - ma sto al contenitore. Se pur di fare quell'intervista accetti le regole imposte dal tuo interlocutore, ad esempio facendogli firmare la liberatoria solo dopo che l'intervista è stata registrata e visionata, allora ti sei arreso al male, e hai fatto un cattivo servizio al tuo lavoro e alla democrazia. Sei riuscito a fare una cosa che gli altri non sono riusciti a fare, puoi diventare il più famoso, il più ricco, il più potente, ma lo hai fatto ingannando te stesso, prima ancora che le persone che dovresti informare, quelle che ti leggono o che ti guardano in televisione. Hai violato il patto; nel modo più grave possibile.
Non credo che esista una soluzione a questo problema. Certo si possono imporre delle regole, che però verranno violate: è la natura umana. E ci sarà sempre qualcuno che metterà davanti alla verità e alla propria coscienza la ricerca del successo e del potere. La soluzione sta in noi: la legge morale in me, come diceva Kant.
Però adesso c'è la rete e tutto è esponenzialmente più complesso. Questa responsabilità si può insegnare, si deve insegnare. E dobbiamo farlo, prima di tutto praticandola e poi criticando chi non lo fa, come è successo in questi giorni. Non tanto per avere persone capaci di scrivere, ma per avere persone capaci di leggere. Per avere persone che onorino quel patto tra chi scrive e chi legge, che in fondo è il patto tra chi si riconosce far parte di una società, magari con l'ambizione di migliorarla. Tutti insieme.