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giovedì 12 marzo 2015

Considerazioni libere (397): a proposito di coalizione sociale...

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro paese rende sempre più necessaria e urgente la creazione, tra noi di sinistra, di una coalizione sociale, ampia e resistente. Uso questo aggettivo non a caso, perché credo occorra trovare tra di noi uno spirito di collaborazione tra diversi, che fino ad ora è evidentemente mancato e ci ha resi deboli, in balia di una forza che, diventata egemone culturalmente prima che politicamente, ci sta lentamente fagocitando.
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con  il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Mi sono convinto che anche quando tutto è perduto, bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio.
Adesso tutto è perduto e noi non siamo tranquilli, siamo esasperati, siamo arrabbiati - e dobbiamo continuare ad esserlo - e per questo dobbiamo ricominciare dall'inizio, da una coalizione sociale che affondi nel territorio, avendo come valori la Costituzione, il lavoro, l'uguaglianza, la solidarietà.

giovedì 26 dicembre 2013

Verba volant (37): riposare...

Riposare, v. tr. e intr.

Questo è un verbo che ha un significato se usato come transitivo e ne ha un altro quando è intransitivo. A me interessa questo secondo uso; i colleghi della Treccani dicono che riposare significa:
cessare, smettere momentaneamente un’attività, e quindi sostare, prendere tregua per sollievo e ristoro fisico e psichico.
Il fatto di essere sufficientemente vecchio - io, a differenza dei miei amici più giovani, ricordo quando la scuola cominciava il 1° ottobre, sempre e in tutta Italia - e di aver passato l'infanzia e l'adolescenza in un piccolo paese del contado bolognese mi permette di rievocare un uso comune alle nostre famiglie.
Il sabato, quando si andava dal fornaio, si acquistava la "doppia", ossia il pane per il sabato e per la domenica. Perché la domenica i forni, così come tutti gli altri negozi, erano rigorosamente chiusi. Oggi la domenica il pane fresco lo trovi regolarmente: nei supermercati, nei locali "ibridi" bar-forno-pasticceria-pizzeria, sempre più presenti nelle nostre città e naturalmente dai fornai, che possono sostanzialmente aprire quando vogliono, grazie alla liberalizzazione degli orari e delle aperture.
Da consumatore naturalmente riconosco che poter andare a far spesa a qualsiasi ora e in qualunque giorno dell’anno è una grande comodità e ammetto che mi capita spesso di andare a comprare il pane - e non solo - la domenica, ma non riesco a considerare questa libertà un elemento di progresso. Mi rendo conto che quando faccio un discorso del genere rischio di apparire un vecchio barbogio, un laudator temporis acti, eppure credo che dovremmo riflettere su uno stile di vita che ci ha sostanzialmente negato il riposo e lo ha sostituito con il consumo. Tanto che i centri commerciali sono diventati uno dei luoghi del tempo libero delle famiglie.
Alla fine del 2009 la Corte costituzionale tedesca accolse il ricorso presentato dalle chiese cattolica ed evangelica contro la decisione di prevedere l’apertura dei negozi a Berlino durante le quattro domeniche di avvento, affermando che l’apertura domenicale è una violazione della Costituzione. I giudici avevano argomentato la loro decisione spiegando che la domenica deve essere considerata giornata del riposo dal lavoro, non solo per motivi religiosi, ma anche per permettere il recupero fisico e spirituale dei lavoratori e la loro partecipazione alla vita sociale.
Non so cosa sia successo effettivamente in questi anni nella capitale tedesca - magari qualche lettore di Verba volant me lo potrà dire - ma temo che sia stato trovato il modo di eludere questa sentenza, magari in nome della necessità di combattere la crisi, favorendo i consumi.
Sono convinto che le aperture domenicali non facciano aumentare i consumi, che rimangono più o meno gli stessi, venendo semplicemente spalmati su sette invece che su sei giorni. Le aperture domenicali tendono a favorire i grandi centri commerciali rispetto alla piccola e media distribuzione, ossia a favorire chi è è già più forte. Non aumentano i consumi delle famiglie e di conseguenza non aumenta l’occupazione - come invece sostengono le grandi catene - e in più i lavoratori e le lavoratrici sono costretti a turni massacranti.
Molti di loro da metà novembre fino alla Befana lavorano tutti i giorni festivi, escluso i giorni di Natale e Capodanno, e questo sicuramente non aiuta l’equilibrio di una famiglia. E alcuni centri commerciali sono già aperti anche il 25 dicembre. Nel nostro paese le liberalizzazioni si sono trasformate in una forma di federalismo commerciale esasperato, in cui ogni Comune decide per conto proprio, e quindi liberalizzazione è diventato sinonimo di deregolamentazione.
Nell’ultima novella della raccolta Marcovaldo o le stagioni in città, intitolata I figli di Babbo Natale, Italo Calvino scrive:
Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri.
Era il 1963. I grandi scrittori sanno essere profetici. Credo dovremmo cominciare a ripensare a questo nostro stile di vita e a questa idea di sviluppo, magari dando proprio maggior valore al nostro riposo.

giovedì 26 settembre 2013

Considerazioni libere (379): a proposito di modelli e di ricette...

In queste settimane Rai5 ha programmato un breve documentario della Bbc intitolato Food trail; se vi capita guardatelo. Sono quattro puntate di circa un'ora nelle quali un giovane agricoltore inglese, Jimmy Doherty, si interroga su come sia possibile dare da mangiare agli uomini del nostro pianeta, il cui numero è destinato a crescere, utilizzando un bene - il terreno agricolo - che tende invece a contrarsi. Doherty è un piccolo produttore che fa agricoltura sostenibile, ma in questo viaggio incontra soprattutto i grandi produttori di cibo. Jimmy non si fa troppe domande, non affronta in maniera sistematica temi come il land grabbing, o il consumo di enormi quantità di acqua o gli effetti dell'abuso dei pesticidi: sono tutti temi che rimangono sullo sfondo. Eppure credo che questo documentario sia utile per farsi un'idea di quello che succede nel mondo, su un tema centrale per lo sviluppo e per il futuro dell'umanità. Probabilmente sono cose che già sappiamo - a me è capitato di parlarne diverse volte in questo blog -, ma vederle sullo schermo fa un certo effetto: le immagini dell'esercito di quaranta enormi mietitrebbie che raccolgono il grano o delle batterie in cui sono allevati migliaia e migliaia di maiali nelle grandi fattorie degli Stati Uniti servono a farci riflettere. Non c'è più nulla di naturale in questa forma di agricoltura e di allevamento; così come è innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera molto diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre. Sono sempre più convinto che occorra partire da qui per far rinascere una speranza di cambiamento.
Negli ultimi trent'anni la globalizzazione si è sviluppata, seguendo due assi: il primo orizzontale, attraverso l'unificazione dei mercati; il secondo verticale, riunendo sotto il controllo del capitale finanziario e di pochissime persone la grande maggioranza delle attività economiche e produttive. Del primo effetto si è parlato molto, anche con toni enfatici e inutilmente ottimistici, sul secondo si è spesso sorvolato. Comunque l'effetto combinato di questi due fenomeni ha portato a quello che vediamo oggi: la concentrazione di un enorme potere economico in pochi grandissimi gruppi sovranazionali, che sono di fatto extra leges, la crescita delle diseguaglianze economiche all'interno di ogni singolo paese, la crisi ambientale che ha ormai toccato ogni parte del pianeta. Indipendentemente dalla crisi di questi ultimi anni - che comunque è un aspetto inevitabile di questi processi - l'umanità è destinata a soccombere, continuando a perseguire questo sistema di crescita senza regole. I teorici del finanzcapitalismo - la bella definizione è di Luciano Gallino - continuano a dirci che questo è il migliore dei mondi possibili, senza rendersi - e renderci - conto che ci stanno conducendo, a folle velocità, verso il baratro. Purtroppo il problema non è solo quello di sottrarre il volante a questi piloti sconsiderati, la soluzione non è quella di ridurre la velocità, ma è quella di cambiare radicalmente la direzione dell'auto. E su questo non c'è accordo, perché chi critica gli eccessi del finanzcapitalismo, non riesce a uscire dalle categorie che questo ha imposto.
Per passare alle vicende che ci toccano più da vicino e di cui tutti i giorni parliamo, più o meno coscientemente, è significativo vedere quali sono le diverse proposte per uscire dalla crisi. I teorici del liberismo sfrenato, quelli che siedono nei luoghi dove si decide davvero, ossia nelle istituzioni finanziarie internazionali, e soprattutto i grandi capitalisti, spiegano che l'unico modo per uscire dalla crisi è continuare a fare le stesse cose che ci hanno portato alla crisi; anzi, più velocemente e con maggiore determinazione. Le privatizzazioni sono state dannose? Bisogna privatizzare di più. Le liberalizzazioni hanno aumentato la povertà? Bisogna liberalizzare di più. So che qualcuno ritiene che il modo migliore per far passare la sbornia sia bere ancora; confesso che qualche volta - quando ero molto più giovane - mi è capitato di ubriacarmi e sinceramente ho usato altri metodi per farmela passare. Quello che succede in queste settimane in Grecia è l'esempio migliore di questo atteggiamento: i tecnici della troika stanno applicando a quel paese una cura da cavallo, che è destinata ad abbatterlo, utilizzando tutti quegli strumenti che sono stati gli elementi scatenanti della crisi. E la stessa cosa è già successa in decine di paesi, dall'Africa all'America centrale, con le conseguenze che sappiamo.
In Europa sta andando così e purtroppo le recenti elezioni in Germania lo hanno ulteriormente dimostrato. Merkel, con questa ultima, trionfante, vittoria, è riuscita ad assumere, ancora di più, la guida politica di un'Europa, che si costruisce intorno al compromesso tra i grandi gruppi economici e al loro dogma ultraliberista. La sconfitta del Spd è il frutto, scontato, della imbarazzante subalternità di questo partito, che ha votato praticamente tutte le leggi proposte dalla Cancelliera. E il fatto che anche lì nascerà un governo di "larghe intese", a trazione ultraliberista - come quello italiano - è la prova dell'inutilità dei partiti del centrosinistra tradizionale.
Naturalmente non ci sono solo gli ultraliberisti sfrenati, benché siano questi adesso a dettar legge. In Italia ad esempio sono loro al governo, attraverso i burattini che hanno messo al Quirinale e a palazzo Chigi. Purtroppo neppure i cosiddetti neokeynesiani hanno la forza teorica per uscire da questi rigidi paradigmi. I più radicali tra di loro chiedono al massimo un allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica dalla Bce, propongono di spostare un po' di risorse tra le voci di bilancio esistenti, magari un po' meno soldi per le armi e le grandi opere e un po' di più al welfare. Ma nessuno di loro mette in discussione questo sistema, nato dalla decisione, sostanzialmente anticostituzionale, di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e di accettare il fiscal compact. Per l'Italia questa scellerata decisione comporta il pagamento degli interessi sul debito per 80-90 miliardi di euro all'anno e, dal 2014, di un'ulteriore rata di 45-50 miliardi all'anno. E il problema - come ripeto spesso - non è purtroppo solo italiano; anzi. Obama, al di là di qualche generico impegno per incentivare la green economy, mai comunque veramente declinata in temi concreti, non ha ancora proposto nulla per uscire dalla crisi globale di questo modello di sviluppo. E dubito che lo farà.
In Italia, dove gli sciocchi sempre abbondano, si fanno proposte divertenti, fingendosi rivoluzionari. C'è chi propone di uscire dall'euro, sperando che la svalutazione della nuova lira possa far recuperare alle nostre aziende competitività sui mercati internazionali. E' una stupidata, infatti le pochissime aziende veramente in grado di competere hanno continuato a esportare, senza bisogno di questa misura; e inoltre il nostro problema è il crollo del mercato interno, perché sono calati in maniera drastica e drammatica i redditi da lavoro, oltre agli altri problemi endemici dell'economia italiana, a partire dal peso della criminalità organizzata. A proposito, in questi giorni il commesso viaggiatore di palazzo Chigi è andato negli Stati Uniti per invitare gli imprenditori di quel paese a investire in Italia: e non gli è venuto in mente che forse per imprenditori seri è un problema investire in un paese in cui le mafie controllano tanta parte del sistema produttivo? Non è un caso che la lotta alle mafie sia passata in secondo piano, visto che al governo c'è un partito che dalla mafia è ampiamente votato e quel partito è arrivato perfino a esprimere il ministro, siciliano, degli interni. Infine ci sono altri "spiriti allegri" che propongono di tornare al protezionismo. In genere chi pratica il protezionismo deve essere anche pronto a sostenerne le conseguenze, visto che gli altri paesi risponderanno alla stessa maniera: per un paese come il nostro, che dipende da molte importazioni irrinunciabili, sarebbe un disastro.
Se queste ricette non funzionano, bisogna evidentemente trovarne altre, partendo dall'assunto con cui avevo cominciato questa "considerazione". Questo modello di sviluppo che mette al centro unicamente la crescita non è più in grado di reggere, perché è il mondo in cui viviamo che non è più in grado di reggerlo. Non è solo una questione etica - come ci ricorda con parole profonde il papa - e questo ci dovrebbe bastare per decidere di cambiare un sistema che è causa di miseria per la maggioranza delle persone che vivono nel nostro pianeta, ma è una questione di sopravvivenza, per tutti.
In Italia, come è ormai evidente perfino a qualcuno degli elettori-complici del centrodestra, c'è una crisi profonda, a cui la politica non sa dare risposta. Gli unici investimenti pubblici - che pure sarebbero auspicabili - sono indirizzati alle grandi opere, ossia nell'ennesimo attacco all'ambiente, con ricadute minime sull'occupazione e il rischio altissimo di infiltrazioni criminali. Il tessuto produttivo esporta prevalentemente beni strumentali e di lusso, mentre quelli che gli economisti chiamano beni-salario - ossia alimentari, abbigliamento, apparecchi elettrici, automobili di bassa gamma - vengono prodotti all'estero o da aziende straniere o da aziende italiane che hanno delocalizzato. Per questo perseverare diabolicamente su questa strada - anche in un'impostazione compassionevole, come quella proposta da una parte del centrosinistra - non risolve il problema dell'altissimo tasso di disoccupazione e di scarsissima domanda interna. Uscendo da questi paradigmi, ormai consumati, programmi di riconversione produttiva, politiche di sostegno all'occupazione, tutela dei redditi da lavoro, salvaguardia del welfare, investimenti nell'educazione e nella ricerca non sono possibili senza ricorrere alla spesa pubblica; questo è un punto evidente, ma questi investimenti non possono più essere governati a livello centrale, altrimenti il rischio è quello di cadere nella logica del Tav. Questi investimenti devono essere governati a livello locale, con reale e radicale coinvolgimento delle popolazioni, attraverso innovativi strumenti di democrazia partecipata. Non è un caso che invece il finanzcapitalismo delegittimi ogni forma di democrazia, a partire dalle istanze locali; in Italia significativamente la prima vittima sacrificale della crisi è stato proprio il sistema delle autonomie locali, attraverso l'imposizione del patto di stiabilità interno, che ha di fatto "chiuso" i Comuni.
Ma ovviamente non è soltanto una questione di metodo, ma è fondamentale il merito delle questioni. Il potere finanziario che ha ormai assunto il controllo delle decisioni politiche ed economiche non accetta altri paradigmi, se non quello della crescita continua, che si misura su un dato strettamente quantitativo. E' la logica dei grandi agricoltori descritti dal documentario della Bbc: produrre sempre di più, con sempre maggiori guadagni. E rinunciano perfino ad ascoltare altre proposte, che pure ci sono, si rifiutano di utilizzare risorse intellettuali che su questi temi hanno fatto proposte, i saperi diffusi, le buone pratiche. Paradossalmente è proprio l'impossibilità di andare avanti in questa direzione a suggerire la possibile l'alternativa, l'unica possibile. Dal momento che questa crescita distrugge l'ambiente, bisogna pensare a uno sviluppo che faccia l'opposto, e quindi partire proprio da questo valore. Le proposte ci sono e anche i nomi per raccontarle: alcuni la chiamano decrescita, altri conversione ecologica, altri ancora economia dei beni comuni; in fondo si gira sempre attorno allo stesso tema, ossia alla necessità di tenere insieme equa redistribuzione delle risorse e salvaguardia dell'equilibrio ambientale, perché non può esistere l'una senza l'altra. Accettando questa idea, si potrebbe perfino cominciare a cambiare.

venerdì 26 luglio 2013

Considerazioni libere (373): a proposito di scandalo kazako...

Giustamente in questi giorni la nostra attenzione è stata rivolta alla maniera vergognosa e indegna in cui il sedicente governo italiano ha gestito, su ordine di quello kazako, l'arresto e l'espulsione della moglie e della figlia di un esponente dell'opposizione di quella apparentemente lontana repubblica asiatica, nata dalle ceneri dell'Unione sovietica. Non torno sull'argomento, su cui ho già avuto occasione di fare qualche breve commento su facebook: i penosi farfugliamenti del ministro dell'interno, l'imbarazzato silenzio del ministro degli esteri - solitamente loquace quando c'è da difendere i diritti delle donne - la difesa di entrambi da parte dell'anziano caudillo del Quirinale, nel nome della "sacra" governabilità, bastano da soli a commentare questo triste episodio della nostra storia recente, che - sappiamo bene - non sarà l'ultimo. Sottolineo un'interessante lettura "femminista" del caso fatta oggi da Ida Dominijanni, nell'editoriale di Internazionale; ne riporto un breve passo.
L'Italia ha di fatto consentito l'espulsione di una donna in quanto moglie, dando per scontato, in barba alla titolarità individuale dei diritti fondamentali, che il destino di Alma Shalabayeva si giocasse di riflesso a quello del marito.
Per amore di sintesi i mezzi di informazione hanno cominciato a parlare di "scandalo kazako"; per una volta concordo sull'uso di questo termine, ma non sono affatto d'accordo sull'oggetto. Il vero scandalo non si è consumato qualche settimana fa tra una villetta di Casal Palocco, le segrete stanze dell'ambasciata kazaka e gli uffici di anonimi e incompetenti passacarte della burocrazia italiana; il vero "scandalo kazako" si consuma da anni, perché è da molto tempo che il nostro paese considera quella dittatura asiatica come un partner privilegiato, dal punto di vista politico ed economico.
Le cose infatti bisogna cominciare a chiamarle con il loro nome: il Kazakistan è una dittatura. Punto. Nursultan Nazarbayev guida, con modi decisamente autoritari, quel paese, fin dalla sua indipendenza, nell'ottobre del 1990, come prima lo governava, con toni ugualmente autoritari, come segretario del Partito e quindi rappresentante del regime comunista: di fatto per il popolo kazako l'89 è passato invano. Nel 1994, quando, a seguito di forti contestazioni delle opposizioni, la Corte costituzionale decise di invalidare le elezioni nelle quali aveva vinto, grazie a dei brogli, il partito del presidente, Nazarbayev sciolse il parlamento e si attribuì per decreto il potere legislativo; la successiva "nuova" costituzione ampliò i già ampi poteri del presidente e un referendum ha prorogato il mandato presidenziale fino al 2022; considerato che il presidente è nato nel 1940, il "nuovo" mandato è quasi a vita, anche se Napolitano insegna che è proprio superati gli ottant'anni che si comincia ad assaporare la gioia del potere, facendo di tutto - lecito ed illecito - per rimanerci.
La fortuna di Nazarbayev, oltre alla longevità e alla buona salute, è la ricchezza petrolifera del suo paese. Il petrolio ha reso Nazarbayev un interlocutore affidabile per tutte le cancellerie europee, in particolare per i governi di centrosinistra. L'ex presidente del consiglio italiano Prodi, l'ex cancelliere austriaco Gusenbauer, l'ex presidente polacco Kwaśniewski fanno tutti parte di un comitato, l'International advisory board, istituito da Nazarbayev; Tony Blair è consulente del presidente kazako, un incarico che gli richiede un certo impegno, visto che riceve, secondo quanto riferito dalla stampa britannica, 9 milioni di euro all'anno. I buoni rapporti che Nazarbayev intrattiene con tutte queste persone altolocate ha permesso all'Europa, vincendo la concorrenza russa e cinese, di poter sfruttare il giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli ultimi dieci anni, con un potenziale enorme, ancora da quantificare esattamente. E la "nostra" Eni in questo affare fa la parte del leone, dal momento che guida il consorzio incaricato dell'esplorazione e dello sfruttamento. Nell'ottobre del 2007 il presidente del consiglio e il ministro per il commercio con l'estero italiani, allora rispettivamente Prodi e Bonino - vedi le coincidenze a volte - hanno guidato una delegazione di duecento imprenditori italiani con l'obiettivo di rendere sempre più stretti i rapporti tra i due paesi. Italia, Kazakistan; una faccia, una razza. Di cosa sia la faccia è facile indovinare.
Il giacimento di Kashagan si trova vicino al delta del fiume Ural, la frontiera geografica tra Europa e Asia; si tratta di un'isola, nella parte settentrionale del Mar Caspio: il petrolio si trova nel mare là sotto. I rischi ambientali e sociali legati a questo progetto sono altissimi, come da anni cercano di far sapere associazioni internazionali e, naturalmente inascoltati, alcuni cittadini di quel territorio. Attualmente non ci sono tecnologie abbastanza avanzate per garantire la sostenibilità dell'estrazione del petrolio, in particolare nella parte collegata alle emissioni di solfati; il problema non è solo un'ipotesi di scuola, ma una realtà già presente in quel territorio, perché da dieci anni è in funzione, a circa duecento chilometri da lì, sempre in territorio kazako, il giacimento di Tengiz, con danni molto gravi per la salute di quella popolazione. A Tengiz ci fu un primo incidente già nel luglio del 1985: morì un operaio e centinaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case, dal momento che il pozzo continuò a bruciare per oltre un anno. A causa delle esalazioni di zolfo nel corso degli anni alcuni paesi sono stati sfollati nella periferia di Atyrau, la città più vicina a Kashagan; secondo i medici locali c'è il rischio che questa stessa città, che è diventata una "capitale del petrolio", debba essere evacuata, quando cominceranno le estrazioni nel grande giacimento marino. Atyrau, fino ad ora una remota città sul Caspio, in pochi anni ha decuplicato la popolazione e ha un collegamento aereo giornaliero con Amsterdam. Dal momento che ci vivono molti uomini d'affari e molti tecnici occidentali dipendenti delle compagnie petrolifere, il costo della vita è salito alle stelle, senza naturalmente che ciò abbia avuto un beneficio sulla popolazione locale, i cui salari non sono stati adeguati. Il 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, senza accesso ai servizi di base e nella maggior parte dei casi senza energia per cucinare e riscaldarsi: nella capitale del petrolio i poveri continuano a usare il carbone.
Nazarbayev riesce comunque a tenere sotto controllo la situazione. Nel 2010 i lavoratori della KazMunaiGas e della Ersai Caspian Contractor, una società di cui è proprietaria anche Eni, nella città di Zhanaozen hanno scioperato per sei mesi, per chiedere aumenti salariali e per denunciare le loro pessime condizioni di lavoro; in vista delle elezioni del gennaio 2011 la reazione della polizia ha stroncato queste proteste. Ci sono stati dieci morti durante gli scontri tra la polizia e i lavoratori del petrolio in sciopero. Come credo sia evidente anche da queste note - che ho raccolto velocemente in rete e che potete controllare - lo scandalo legato alla vicenda di Ablyazov, personaggio per cui non ho nessuna simpatia e che probabilmente sarebbe perfino peggiore e più corrotto di chi vuol sostituire - ne abbiamo viste di situazioni come queste purtroppo, in particolare in quei paesi - impallidisce di fronte a queste vicende. I governi occidentali sanno benissimo che in Kazakistan il settore petrolifero è considerato una questione di priorità nazionale e che quindi le libertà di stampa e di espressione in merito alle questioni legate al petrolio sono nulle. Lo "scandalo kazako" non riguarda la storia di queste due donne, a cui comunque deve andare la nostra solidarietà - quantomeno per essere incappate nella nostra polizia, a cui fa ancora difetto un'acquisita e autentica sensibilità democratica, nonostante la buona volontà di tanti agenti e di tanti dirigenti, spesso donne, che ci lavorano - ma riguarda la confusione tra la politica estera italiana e gli interessi - legittimi, ma privati - di un'azienda come Eni, una multinazionale come le altre, forse peggiore delle altre, perché abituata a "lavorare" in Italia. Alla politica estera - ripassi un po' signora Bonino - dovrebbero interessare i vincoli internazionali nel rispetto dei diritti umani, nella cooperazione allo sviluppo e nella protezione dell'ambiente, cose di cui non c'è traccia nei rapporti tra Italia e Kazakistan. Figuratevi quindi se le autorità kazake si fanno problema di dettar legge nel nostro ministero dell'interno: sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e lo sanno benissimo. Noi, come al solito, ci siamo arresi, in nome della governabilità o degli interessi nazionali o di chissà cos'altro.

sabato 4 maggio 2013

Considerazioni libere (360): a proposito dei greci (e anche di noi)...

Il fatto che non si parli più della Grecia non significa che i problemi di quel paese siano risolti: tutt'altro. E' naturale che "loro" non parlino volentieri di quel paese, così come un medico tende a non vantarsi di un paziente che, nonostante tutte le medicine che gli sono state somministrate, continua ostinatamente ad aggravarsi; anzi in questo caso sono proprio le cure di questo medico presuntuoso e arrogante a portare alla morte il paziente. La cosa non è molto rassicurante, tanto più sapendo che lo stesso medico ha in cura anche noi. Per ora la Grecia serve ai governi di centrodestra dell'Italia e della Spagna per poter dichiarare di essere i penultimi nelle classifiche della crisi. Ci dicono infatti i nostri governanti e i loro prezzolati corifei: "certo la disoccupazione è alta, ma mai come in Grecia, certo lo spread è alto, ma mai come in Grecia", e così noi dovremmo stare tranquilli. In questo modo si rassicura un paese che invece è condotto diritto al precipizio: i greci hanno avuto soltanto la sfortuna di caderci per primi. Però anche noi "sinistri sparsi" - o "esodati della politica", per usare una bella espressione di Marco Revelli - abbiamo delle responsabilità in questo oblio della situazione greca: ci siamo così avvitati nel dibattito intorno alle cose italiane, che ci siamo dimenticati di quello che succede in quel paese vicino, i cui abitanti stanno oggettivamente peggio di noi, anche se tra poco tempo li raggiungeremo.
Cercando nella rete però qualche notizia si trova. Io ne ho raccolte alcune e ve le riporto, cercando di offrirvi un'istantanea di quello che succede in quel paese a noi così vicino e caro.
Forse avete visto anche voi le immagini della distribuzione di cibo in piazza Syntagma da parte di Alba dorata; mi ha colpito la massa di persone in fila per avere un sacchetto di patate, una confezione di sei uova e un pezzo di pane dolce per la festa della Pasqua ortodossa. La miseria evidentemente fa paura e ti fa accettare anche l'umiliazione di dover esibire un documento, perché quel poco cibo era riservato soltanto a chi poteva dimostrare di essere un "vero" greco, escludendo quindi gli stranieri. La notizia ha avuto una qualche eco perché il sindaco di Atene ha avuto il coraggio di vietare quella manifestazione fascista e ha trovato dei poliziotti disponibili a far sgombrare la piazza; soprattutto fa meraviglia questa seconda cosa, visto che ormai i fascisti di Alba dorata sono maggioranza all'interno delle forze dell'ordine greche. Un parlamentare di quel partito ha in seguito minacciato il sindaco, entrando armato nel municipio di Atene. Al punto in cui sono arrivate le cose in Grecia, l'intervento del sindaco, pur animato da buone intenzioni, finisce per favorire Alba dorata, perché la gente continua ad avere fame e alle prossime elezioni si ricorderà di chi ha dato loro un pezzo di pane. In Italia non c'è ancora un movimento fascista di quelle dimensioni, ma questa vicenda dovrebbe un po' farci riflettere. Poco prima di diventare ministro, il presidente dell'Istat Giovannini ha spiegato che in Italia circa il 20% del pil è prodotto dall'economia non osservata, ossia da "attività legali prodotte in modo amministrativamente non corretto". Poi naturalmente c'è la criminalità organizzata che, secondo stime probabilmente prudenti - e comunque ovviamente difficili da controllare - produce da sola un altro 20% di pil, costituendo di fatto la prima attività economica del nostro paese. Quindi in Italia, se non ci sono le file di persone davanti ai camioncini di un qualche partito populista è anche "merito" della criminalità organizzata e delle attività illegali, che in qualche modo assicurano un reddito, per quanto ridotto, a una bella percentuale di nostri concittadini. Ovviamente questo welfare mafioso non è a buon mercato, ma la miseria appunto fa paura, a ogni latitudine. Forse non è un caso che in questa crisi politica - molto simile a quella vissuta vent'anni fa dal nostro paese - la mafia abbia mantenuto un profilo molto basso, a differenza appunto con quello che è successo in quel delicato passaggio storico, quando intervenne in maniera molto pesante nel dibattito politico, con gli omicidi, con le stragi e con le trattative. Questa volta la criminalità organizzata ha preferito il silenzio, perché probabilmente questa è la strategia a lungo periodo vincente. Peraltro io ho trovato grave che nel lungo ed enciclopedico discorso programmatico di Letta, dove hanno trovato spazio i temi più disparati, la lotta alla criminalità organizzata sia stata citata una volta sola, inserita in maniera superficiale, in un inciso, con un po' meno enfasi della lotta contro l'obesità. Come se qualcuno fosse preoccupato che la fine della criminalità organizzata faccia finire anche il sistema di welfare da essa organizzato, rendendo ancora più evidente la crisi italiana. Se così fosse perfino il tema della trattativa del '92 finirebbe per essere superato dagli eventi.
Torniamo in Grecia. Per chi vuol fare affari questo è un momento davvero propizio. Nel "monopoli" organizzato dalla troika con i beni dei cittadini greci i prezzi sono particolarmente vantaggiosi: la società petrolifera costa mezzo miliardo di euro, l'aeroporto di Atene 700 milioni, tutti gli aeroporti regionali - hanno fatto un "pacchetto" per rendere più allettante l'offerta - 400 milioni, la lotteria di Stato 550 milioni. L'emiro del Qatar si è comprato l'arcipelago delle Echinadi - vicino a Itaca - per poco più di 8 milioni. I tecnici del Fondo monetario internazionale, che hanno l'incarico di spiegare ai loro colleghi greci come si fa a "valorizzare" il patrimonio pubblico, hanno insistito affinché gli scavi archeologici, le foreste e tutti gli altri beni naturali e demaniali fossero inventariati, per il momento con un valore simbolico. Tutti escludono che si possa vendere il Partenone. Per ora. Anche perché prima dei ruderi ci sono cose su cui si può guadagnare, da subito. Il governo greco ha bandito la gara per la vendita del 51% della società che gestisce il servizio idrico a Salonicco, sperando di ricavarne 80 milioni di euro. Dal momento che ogni anno questa società ne incassa circa 20 milioni, questa vendita pare un affare, a cui sono interessati i due colossi francesi del settore, Suez e Veolia, che infatti hanno già incontrato i ministri greci, accompagnati dal presidente Hollande. Eldorado Gold è il nome evocativo che ha scelto una società canadese per acquistare un terreno demaniale nella penisola calcidica per 11 milioni di euro, proprio per avviare l'estrazione dell'oro. La popolazione ha protestato perché le attività inquinanti della miniera a cielo aperto avranno forti ripercussioni per l'ambiente e per le attività turistiche della zona. Non c'è stato spazio per il dialogo e infatti il governo ha inviato una squadra speciale di polizia da Atene per reprimere le proteste; in rete si trovano le testimonianze delle persone ferite durante una manifestazione del gennaio scorso. I conti però sembrano non tornare, infatti l'agenzia governativa incaricata di eseguire tutte queste vendite stima di incassare 7 miliardi di euro; una cifra considerevole, ma irrilevante di fronte ai 270 miliardi del debito greco. Credo che anche ai più ingenui e a quelli in buona fede nasca a questo punto il sospetto che gli interessi in gioco siano altri. Anche in questo caso forse noi italiani dovremmo cominciare a fare attenzione: appena si accorgeranno che anche noi potremmo avere qualcosa di bello da vendere, si faranno vivi. In questa ottica la battaglia sui beni pubblici, portata avanti tra gli altri da Stefano Rodotà, diventa un po' meno velleitaria e fuori dal tempo, come qualcuno vuol farci credere, non casualmente, in questi giorni. E, per inciso, in queste condizioni e di fronte a questi famelici appettiti, sarebbe stato utile avere come presidente della Repubblica un uomo come Rodotà e non uno come Napolitano, succube di qualsiasi stormir di fronda che venga da Francoforte e da Washington.
Ammalarsi in Grecia è diventato un problema piuttosto serio, perché il servizio sanitario non è più gratuito e garantito a tutti e negli ospedali ormai scarseggiano le medicine, anche perché le multinazionali del settore, come Roche e Novartis, le forniscono solo se c'è il pagamento anticipato. Il terzo aggiustamento strutturale dettato dalla troika e ratificato dalle autorità greche ormai commissariate - anche questo, non so perché, mi ricorda qualcosa - prevede una riduzione delle spese sanitarie del 20% e altri tagli per 13 miliardi di euro. Come è evidente siamo sempre lontani dalla quota di 270 miliardi. Nessuna di queste misure è in grado di sanare la situazione; in queste condizioni il fallimento è non solo inevitabile, ma di fatto è già avvenuto. Il sospetto - ma gli indizi sono ormai tanti da diventare una prova - è che si aspetti a dichiarare il fallimento, perché prima i grandi investitori internazionali vogliono comprarsi, a prezzi stracciati, le infrastrutture, le società pubbliche e i beni comuni, che possono essere valorizzati. Il tema a questo punto non è solo rinegoziare il debito - come sta continuando a fare il governo Samaras, insaponando la corda a cui verrà alla fine impiccato - ma cancellarlo. E farlo prima che la Grecia sia completamente spolpata. Naturalmente dire che il debito è illegale e quindi rifiutarsi di pagarlo sarebbe come dire che il re è nudo ed è considerato un atto da terroristi, da sovversivi, da pazzi anarchici. Eppure a questo punto è la sola soluzione per salvare la Grecia e, tra qualche mese, l'Italia. Fortunatamente per "loro" in Italia - come in Grecia - il pericolo è scongiurato. Il governo è saldamente in mano alle forze del centrodestra e i cosiddetti partiti del centrosinistra - il Pasok e l'ex-Pd - sono chiamati al compito della mosca cocchiera. Anche per questo della Grecia abbiamo bisogno di parlare ancora.

mercoledì 20 marzo 2013

Considerazioni libere (348): a proposito di padelle e di braci...

In queste ultime settimane quello che è successo in Italia mi ha colpevolmente distratto da quello che succede nel mondo: effettivamente dovremmo tutti ricordare che le dichiarazioni di Grillo non esauriscono da sole la politica mondiale.
Come certo ricorderete, il 17 dicembre del 2010 il giovane commerciante Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo del governatorato di Sidi Bouzid: il suo fu un atto di protesta - certamente esasperato e non proporzionale alla causa, ma comunque disperato - contro la decisione delle autorità di sequestrargli la merce. Quel gesto ebbe delle conseguenze imprevedibili, dando l'avvio a quel movimento che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Di questo tema ho parlato molto nel corso di questi anni, perché credo sia un fatto molto rilevante - se non il più rilevante - della nostra storia recente. La vittoria più clamorosa di quelle proteste fu la fine del regime di Ben Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto; questo esito ha generato la falsa impressione che queste proteste avessero un carattere eminentemente politico e che i giovani fossero scesi in piazza per rivendicare diritti politici e democrazia. Questo è vero solo in parte. Io ho sempre sostenuto che la vera miccia di quelle proteste fossero la povertà disperata di quei popoli e l'impossibilità per quella massa di giovani di avere una qualche prospettiva per il loro futuro. Di conseguenza credo che la nostra - ossia dei paesi occidentali - inadeguatezza nel rispondere alla domanda di sviluppo che veniva da quelle piazze sia stata la nostra sconfitta più grave, il segno della nostra incapacità di rispondere a quelle legittime domande di futuro. Penso anche che la sinistra europea, che si è smarrita - e non si è ancora ritrovata - nel dibattito tra rigore e sviluppo, abbia perso un'occasione per riflettere su stessa e soprattutto di gettare un ponte verso quei popoli. Non è un caso che la politica in quei paesi si sia radicalizzata a favore di partiti che sostengono forme più o meno spinte di islamismo; noi non abbiamo saputo offrire altri modelli, non abbiamo capito che le "primavere arabe" erano soprattutto figlie della crisi, come la protesta degli indignados in Spagna o il movimento Occupy Wall street negli Stati Uniti. Lo stesso voto italiano è sintomo di un malessere economico prima che politico.
Anzi, noi occidentali siamo andati in quei paesi mostrando la nostra faccia peggiore. Giustamente, un pezzo - anche se purtroppo minoritario - della sinistra europea denuncia l'inefficacia delle risposte contro la crisi che vengono dalle autorità finanziarie internazionali - in Grecia, come in Spagna, adesso nella povera Cipro, tra poco in Italia - ma lo stesso sta avvenendo ad esempio in Tunisia, senza che la cosa desti particolare scandalo. Nel novembre dell'anno scorso il governo tunisino ha concordato dei prestiti per 700 milioni di dollari con alcuni grandi finanziatori; la parte del leone l'ha fatta, come al solito, la Banca mondiale che ha erogato un prestito di 500 milioni di dollari. Per rassicurare la Banca mondiale sul fatto che questo debito verrà ripagato, il ministro Bettaieb ha dichiarato che il governo del suo paese ha già richiesto un prestito di circa 2 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale sul bilancio 2014; in sostanza si contrae un debito più alto per dare le necessarie garanzie che se ne pagherà uno minore, in una spirale perversa che fa alzare i tassi di interesse, anche perché le agenzie di rating "indipendenti" danno al paese giudizi severamente negativi.
Il Fondo monetario internazionale naturalmente ha vincolato il suo "prestito di garanzia" all'adozione delle cosiddette "riforme strutturali": la ricetta è nota, basta fare copia-e-incolla e cambiare il nome del paese nelle slide. Il Fmi chiede di ridurre drasticamente i sussidi statali utilizzati dal governo per calmierare i cosiddetti "prodotti sensibili": generi alimentari, medicinali, carburanti; si tratta di circa il 5% del pil del paese. Naturalmente è facile prevedere che in particolare la crescita dei prezzi dei carburanti provocherà un aumento generalizzato dei prezzi. Chiede poi di aumentare l'Iva e in generale di spostare il carico dalla tassazione diretta a quella indiretta: è la linea di Tremonti prima e di Monti dopo. Nel pacchetto ci sono poi liberalizzazioni e privatizzazioni; anche in questo caso la ricetta è nota e sappiamo anche chi solitamente beneficia di queste "svendite". Il Fondo chiede infine di aumentare le tasse per le società che esportano e di favorire le importazioni, eliminando i dazi doganali in entrata; queste misure sono destinate a uccidere nella culla la nascente economia tunisina, che finirebbe per diventare l'ennesimo mercato per le industrie dei paesi più forti o più capaci di delocalizzare. L'insieme di queste "riforme" provocherà l'aumento della disoccupazione, la diminuzione dei salari e la crescita dei prezzi: il tutto ovviamente a spese delle fasce più deboli della popolazione. E' un piano a suo modo perfetto: la Tunisia in questo modo è destinata a essere sempre più dipendente dai prestiti dei paesi occidentali, che per continuare a erogare denaro chiederanno di avere sempre più voce in capitolo nella politica del paese, operando scelte che perpetuino il debito stesso. E' successo già troppe volte: lo schema è perfettamente rodato.
Non è un caso che il Fmi spinga sulle autorità tunisine per accelerare la firma di questo oneroso contratto, togliendo di fatto la competenza della decisione all'Assemblea nazionale costituente, per concludere tutta la partita con l'attuale governo, già dimissionario. Come avviene in Europa - e lo abbiamo sperimentato nel nostro paese - politiche economiche ultraliberiste vanno di pari passo e si sostengono a vicenda con riforme politiche che diminuiscono gli ambiti democratici.
Le cose da fare sono altre. Il gruppo di blogger che ha dato vita alla piattaforma Nawaat ha elencato alcuni punti su cui intervenire. Li riporto in maniera succinta.
  • Valutare le istituzioni pubbliche e rafforzare il controllo sul loro budget di spesa, dal momento che queste assorbono il 75% degli introiti statali.
  • Introdurre strumenti di controllo riguardanti le sovra-fatturazioni nell'import e le sotto-fatturazioni nell'export.
  • Lottare contro l'evasione fiscale e fare accertamenti approfonditi per gli uomini di affari sospettati di corruzione e associati al clan Ben Alì.
  • Adottare misure di trasparenza nella spesa e nella gestione delle casse statali, incluse le gare d'appalto nazionali e internazionali e il fatturato energetico.
  • Lottare contro la corruzione, in aumento secondo studi nazionali e internazionali recenti.
  • Fare accertamenti seri per ritrovare il denaro preso in prestito durante il regime di Ben Alì, con lo scopo di tracciare la destinazione dei fondi sottratti all'epoca e di recuperarne una parte.
  • Creare nuovi accordi di commercio con l'Africa per ridurre la dipendenza dall'Europa - che adesso rappresenta l'80% del commercio estero del paese - e per ammorbidire l'impatto della crisi economica.
  • Rafforzare la sicurezza per dare nuova forza al settore turistico.
  • Ricapitalizzare le banche pubbliche, individuando i prestiti mai ripagati dai compagni di affari dell'ex dittatore.
Come è evidente si tratta di punti che, pur non essendo rivoluzionari, finirebbero per danneggiare gli interessi occidentali in Tunisia e per questo non vengono neppure presi in considerazione dal Fondo monetario. Le "ricette" di Banca mondiale e  Fondo monetario internazionale rischiano seriamente di compromettere quel minimo di riforme che i tunisini sono riusciti a introdurre, dopo la fine del regime. Tra dieci anni la condizione dei commercianti ambulanti, come Mohamed Bouazizi, rischia di essere ben più grave di quella patita sotto il regime di Ben Alì e, a quel punto, sarà stata tutta colpa "nostra". Sarà difficile chiedere ai tunisini, come agli egiziani, come a tutti gli altri, di stare calmi e di essere alleati fedeli di un occidente che li ha sfruttati e le cui cure sono state peggiori della malattia.

mercoledì 23 gennaio 2013

Considerazioni libere (333): a proposito di una sconfitta...

Evidentemente i "nostri" governi non sono ancora riusciti a elaborare una strategia di risoluzione delle controversie internazionali che prescinda dall'utilizzo delle forze armate. Sarebbe interessante capire se questa elaborazione - di cui si trovano gli spunti più nobili nei discorsi di Wilson all'indomani della fine della prima guerra mondiale e nell'art. 11 della nostra Carta costituzionale - sia davvero mai cominciata. Buon ultimo, anche il presidente socialista Hollande ha iniziato la "sua" guerra, in Mali, dopo aver assicurato in più occasioni che la Francia non sarebbe più stata coinvolta in conflitti regionali. Naturalmente ci sono buone e perfino nobili ragioni per giustificare questo nuovo conflitto africano, i cui esiti sono ancora incerti e di cui sono molto dubbie le prospettive: i "ribelli" che stanno cercando di prendere il potere in quello stato africano sono integralisti islamici, alleati di al-Qaeda, che cercano di estendere la loro influenza in tutto il Sahel.
Al di là di questi nobili motivi, ci sono poi le ragioni dettate dalla Realpolitik - le ragioni politicamente comprensibili, anche se non sempre possibili da esplicitare - che hanno spinto il governo francese all'intervento. Il Mali è una ex-colonia di Parigi e un totale disinteresse francese per questo conflitto avrebbe rappresentato - al di là delle reali intenzioni di quel governo - una sorta di disimpegno totale verso tutta l'Africa francofona, dove peraltro la Cina è già molto più influente dal punto di vista economico e commerciale di quanto lo sia la ex potenza colonizzatrice. Poi dal confinante Niger arriva l'uranio che fa funzionare le centrali nucleari francesi e quindi una vittoria jihadista in Mali metterebbe in serio pericolo queste forniture strategiche. Inoltre, a ogni latitudine, un conflitto contro un nemico esterno è sempre una mossa dalle inevitabili ripercussioni di politica interna: forse a Parigi qualcuno ha pensato che questa guerra fosse uno strumento adatto per risvegliare l'attaccamento del paese verso la presidenza, specialmente da parte di quel settore più conservatore del paese che ha diversi motivi per non amare un uomo come Hollande, "colpevole" di voler sancire per legge le famiglie omosessuali.
Hollande naturalmente ci ha spiegato che questa guerra è un nuovo capitolo del confronto globale tra l'occidente e l'integralismo islamico e sulla base di questo assunto anche gli altri governi europei hanno timidamente seguito l'irruente alleato. Anche il nostro governo ha promesso di fare la propria parte, senza un preventivo confronto con il parlamento; ma a questo andazzo ormai ci dovremo sempre più abituare. C'è il rischio effettivamente che il Mali diventi una nuova Somalia, in un'area ben più strategica e ricca rispetto al Corno d'Africa. Certo proprio l'esperienza somala dovrebbe insegnarci qualcosa: l'intervento statunitense, così carico di buone intenzioni - erano gli anni del democratico e "globalizzante" Clinton - ha di fatto peggiorato la situazione in quello sfortunato paese. Adesso la Somalia, nonostante l'intervento internazionale, anzi proprio a causa di quell'intervento, è un paese senza un governo e una qualsivoglia struttura amministrativa, in cui comandano i signori della guerra e in cui sono molto attivi i movimenti jihadisti, che hanno lì basi e campi di addestramento. La popolazione è stremata da anni di guerre, con tutto quel che ne consegue in termini di distruzioni e carestie; anche per le organizzazioni umanitarie la Somalia è ormai "perduta". Ovviamente non è facile parlare della situazione in Somalia, senza citare le pesantissime responsabilità dei governi occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, ma anche nostre, e quindi su questo argomento in Italia si preferisce sorvolare, dimenticare, far finta di niente: le sconfitte bruciano sempre. Comunque per avere un'idea di quello che è oggi la Somalia, basta leggere quello che è scritto nel sito Viaggiaresicuri, al netto del linguaggio burocratico e asettico dei tecnici della Farnesina.
Questo ennesimo intervento occidentale, al di là dei risultati militari che in una prima fase potrebbero anche essere dei successi - vista la sproporzione delle forze in campo - è destinato a far crescere in maniera inevitabile il movimento jihadista. Non ci vuole la sfera di cristallo: è successa la stessa cosa dopo ogni conflitto di questa natura, in Africa come in Medio oriente. I profughi di questa nuova guerra sono già stimati tra i 150 e i 200mila, anche se mancano cifre ufficiali e sono molti di più quelli che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi saranno costretti a lasciare i loro campi e le loro case; il turismo, che è una voce importante dell'economia maliana e degli altri paesi dell'area, subirà gravi danni da questa guerra, danneggiando ulteriormente, nel lungo periodo, un'economia già fragile. Tra questi nuovi poveri, tra le persone che hanno perso e perderanno ogni speranza è molto più semplice per gli esponenti dei movimenti più radicali trovare donne e uomini, spesso giovani e giovanissimi, disposti a tutto. Questi movimenti godono dell'appoggio politico e finanziario di stati potenti, come l'Arabia saudita - e anche su questo prima o poi dovremmo fare una riflessione su come scegliamo i nostri alleati - e quindi dispongono di risorse molto ingenti, che diventano di fatto l'unica forma di welfare per quelle comunità. In ogni parte del mondo il fanatismo si nutre della miseria e dell'ignoranza. Inoltre tutti questi interventi occidentali, pur con tutti i migliori obiettivi, finiscono sempre e comunque per favorire dei regimi - in Mali il governo "legittimo" sostenuto da Parigi è nato a seguito di un recentissimo colpo di stato - che si caratterizzano per una gestione autoritaria e antisociale del potere, per un elevato livello di corruzione, per l'accaparramento delle ricchezze dei loro paesi; è chiaro come tutto questo e la frustrazione di veder ancora una volta premiati i peggiori possa diventare terreno fertile per l'estremismo. Osservate una cartina del Mali - ne è pubblicata una nell'ultimo numero di Internazionale - praticamente tutto il paese - in particolare al nord, dove la guerra è scoppiata - è diviso in zone i cui diritti di esplorazione sono in mano a multinazionali occidentali, tra cui ovviamente anche la "nostra" Eni. Se ai giovani non si danno prospettive e se per loro l'Occidente è rappresentato da leader corrotti e antidemocratici e da grandi aziende che sfruttano le loro terre e che portano via le loro ricchezze, sarà difficile far crescere in loro uno spirito di collaborazione con noi.
E' una spirale che bisogna avere il coraggio di fermare, per non continuare ad alimentare un movimento integralista islamico che, al di là delle intenzioni, siano noi stessi i primi a sostenere. Anche in Mali occorre fermezza attraverso il dialogo politico. In quel paese c'è una moltitudine di gruppi che si trovano a condividere uno stesso territorio, alcuni dei quali - come i tuareg, che non sono mai stati inclini al fondamentalismo islamico - sono portatori di rivendicazioni legittime, dopo secoli in cui sono stati quasi sempre pacifici. Bisogna partire da queste rivendicazioni, cercare di rispondere ai problemi posti da questi popoli per togliere linfa alle formazioni terroristiche, che hanno tutto l'interesse a fomentare ogni tipo di revanscismo etnico. La prima vittima di questo conflitto è ancora una volta la popolazione, espropriata del diritto di decidere liberamente e autonomamente del proprio futuro, vittima a un tempo della violenza jihadista e degli attacchi - più o meno "intelligenti" - delle truppe occidentali.
Uno dei temi che manca in questa campagna elettorale - sono molti purtroppo - è la politica estera; questo nuovo conflitto sarebbe stata una buona occasione, ma mi pare che prevalga una certa tendenza a mettere la polvere sotto il tappeto. Non basta qualche velleitaria alzata di scudi e neppure il tardivo ripensamento bersaniano sull'incremento delle spese militari. Non è neppure questo in fondo il problema, è che servirebbe una diversa politica estera - o una politica estera tout court, vista la latitanza di questi anni - imperniata su alcuni principi chiari: agire in maniera preventiva per la stabilizzazione dei paesi del sud del mondo, investire sugli aiuti allo sviluppo, favorendo in particolare i progetti che riguardano le donne, sostenere i governi democratici e chi si batte per la democrazia e i diritti in quei paesi dove ci sono regimi autoritari, smettere di esportare armi, in particolare in qui paesi in cui non si rispettano i diritti umani, costruire forme di sviluppo alternativo, che non prevedano lo sfruttamento di altri paesi per garantire la crescita dei nostri. In Mali non stiamo seguendo questi principi e quindi questa guerra sarà l'ennesima sconfitta.

mercoledì 24 ottobre 2012

Considerazioni libere (314): a proposito di un prestito molto interessato...

Voglio attirare l'attenzione dei miei lettori su una notizia che è passata - come molte altre, specialmente quelle di politica estera - inosservata; eppure questa notizia riguarda un paese non molto lontano dall'Italia, le cui difficoltà possono ricadere sul nostro paese e sull'intera Europa, visto che le persone che, a causa dell'aggravarsi della crisi, decidono di lasciare il Marocco finiscono per arrivare nei paesi della costa settentrionale del Mediterraneo. Come spero riuscirò a spiegarvi, la vicenda del Marocco è interessante anche per un altro motivo: mette in evidenza come si muovono le autorità finanziarie internazionali e quindi cosa sta succedendo in Grecia, in Spagna e presto succederà in Italia. Lo scorso 3 agosto il Fondo monetario internazionale ha deciso di concedere al governo di Rabat un finanziamento di 6,2 miliardi di dollari, una cifra molto importante, che rappresenta più della metà del debito estero contratto dal paese magrebino negli ultimi decenni. La presidente del Fmi Christine Lagarde ha detto che si tratta di "una polizza assicurativa contro gli eventuali rischi che incombono sull'economia marocchina". Al di là di queste parole, apparentemente rispettose dell'autonomia delle autorità politiche marocchine, il Fmi si prepara a influenzare in maniera diretta la politica di quel paese. Come è avvenuto già troppe volte, in America latina come nell'Africa australe, e come sta avvenendo in questi mesi nell'Europa meridionale, questi soldi che dovrebbero aiutare il Marocco a liberarsi da una situazione di dipendenza, non faranno altro che mantenere il paese nella spirale dell'indebitamento, da cui sarà sempre più difficile uscire.
Naturalmente un prestito di tale entità prevede delle contropartite. Di fronte alle polemiche il governo marocchino ha detto che probabilmente i fondi del Fmi non saranno neppure utilizzati. Si tratta ovviamente di una sciocchezza: se il Marocco non aveva bisogno del prestito, avrebbe semplicemente potuto fare a meno di chiederlo. Dal momento che il prestito - che venga utilizzato o meno - una volta erogato matura interessi, è ovvio che il governo marocchino utilizzerà i soldi ricevuti. Il Fmi chiede garanzie, perché - come ogni banca - vuole che il denaro che ha prestato venga restituito. Con gli interessi. Il governo di Rabat ha già inviato una lettera al Fmi in cui si impegna ad accogliere i "suggerimenti" dei funzionari del Fondo. Possiamo immaginare su che temi si eserciterà l'influenza del Fmi: tagli sostanziali alle spese pubbliche, riforma del mercato del lavoro e del sistema previdenziale, riduzione delle imposte dirette e aumento di quelle indirette. Vi ricorda qualcosa? sì, è proprio la famosa "agenda Monti", quella applicata dall'attuale governo e a cui si dovrà attenere anche il prossimo, indipendentemente da chi vincerà le elezioni.
Una delle prime "vittime" del Fmi sarà la Caisse de compensation, ossia il sistema che da anni in Marocco garantisce le sovvenzioni per i prodotti di base - farina, riso, zucchero, ma anche benzina e gas - pare che nella prossima finanziaria sia già prevista una drastica riduzione, se non la soppressione, di questo strumento. Certamente la Caisse de compensation è stato il mezzo attraverso cui il re e il governo del Marocco sono riusciti nel 2011 a impedire che la cosiddetta "primavera araba" si espandesse anche in quel paese; proprio nel 2011 questo sistema di sovvenzioni ha raggiunto l'8% del bilancio statale, rendendo meno dura la condizione di vita delle famiglie più povere, specialmente dei giovani, che sono stati i protagonisti di quelle rivolte. Certo la Caisse de compensation così come è dovrebbe essere radicalmente riformata, perché finisce per essere un sistema non equo, dal momento che non fa alcuna differenza tra colui che compra il prodotto sovvenzionato avendone un reale bisogno e colui che non ne ha necessità: poveri e ricchi godono delle stesse sovvenzioni. Il Fmi ha già chiesto che questo sistema venga profondamente riformato, perché non favorisce la concorrenza in una logica di libero mercato e perché ormai è economicamente insostenibile. Come spesso avviene si getta il bambino con l'acqua sporca. La riforma, che sarebbe comunque necessaria - proprio per le disparità che sopra ho descritto e perché la Caisse è diventata uno strumento di politica clientelare - si tradurrà semplicemente in una serie indiscriminata di tagli, con l'unica conseguenza di un aumento del costo della vita, tanto più difficile da sopportare perché i salari vengono congelati. Il conto di queste scelte sarà pagato dagli strati più indigenti della popolazione, mentre non si farà nulla per introdurre nuove regole contro la corruzione e contro quei gruppi che hanno contribuito a mettere in ginocchio l'economia del paese.
La reticenza con cui le autorità marocchine e gli stessi funzionari del Fondo parlano del prestito a quel governo non è legato a un sussulto di dignità, ma è determinata da quello che è successo negli anni passati. Nel 1978, su richiesta del Fmi, il governo attuò un programma di riforme economiche basato sulla riduzione degli investimenti statali, l'aumento delle tasse e il blocco dei salari. La popolazione scese in piazza e quei provvedimenti furono ritirati. Nonostante questo nel 1980 il Fondo impose l'adozione del Piano di aggiustamento strutturale (Pas) che prevedeva, tra le altre misure, la riduzione delle sovvenzioni sui prodotti alimentari. In pochi giorni i prezzi di questi prodotti salirono alle stelle - ad esempio quello della farina crebbe del 50% - e si rinnovarono i tumulti. Questa rivolta fu particolarmente grave a Casablanca, dove ci furono centinaia di morti. Da allora Pas è diventato sinonimo di sacrifici e repressione e quindi è comprensibile che il governo e il Fondo questa volta cerchino di attenuare la portata dell'intervento, che però ha caratteristiche molto simili.
Lo scorso 9 ottobre il Fmi ha presentato uno studio secondo cui il tasso di crescita del Marocco si attesterebbe al 5%; si tratta di una previsione ottimistica e poco realistica, dal momento che l'attuale tasso di crescita è stabile al 2%; contemporaneamente l'agenzia di rating Standard and Poor's ha definito "negativa" la capacità del Marocco di rimborsare i propri debiti, aggiungendo che "se la disoccupazione rimarrà ostinatamente elevata, il costo della vita aumenterà e se le riforme politiche si riveleranno deludenti per la popolazione, si correrà il rischio di disordini sociali su vasta scala". Apparentemente sembrano due giudizi discordanti, ma l'impressione è che Fmi e Standard and Poor's giochino al poliziotto buono e poliziotto cattivo. Uno spiega che la situazione è critica e l'altro che se ne può uscire, mentre il governo marocchino è invitato a insaponare la corda a cui sarà impiccato.
Nel bilancio del 2012 le entrate derivanti dalle imposte coprono soltanto il 60% delle spese; occorre quindi trovare nuove risorse e visto che le scorte di idrocarburi sono sostanzialmente esaurite, l'unica via di uscita è l'indebitamento. Secondo diversi analisti, questa situazione non è il frutto della crisi della zona euro - come spiegano i governanti di Rabat - ma il risultato di scelte disastrose in campo fiscale, nella gestione delle riserve di cambio, nella programmazione degli investimenti. Negli ultimi venti anni si è ridotto il gettito fiscale, dal momento che il governo ha abbassato le imposte dirette sulle fasce di reddito superiori e ha ridotto la tassazione sulle aziende; queste misure hanno favorito chi era già molto ricco, senza avere alcun beneficio sull'economia reale del paese. I ministri del re avevano promesso che tasse più basse per i ricchi avrebbero favorito gli investimenti e il passaggio alla "legalità" di tante attività che vivono in maniera informale. Non si è verificata né l'una né l'altra cosa: l'evasione fiscale raggiunge livelli altissimi e la fuga di capitali all'estero è stimata a oltre 2 miliardi di dollari all'anno, un terzo del prestito del Fmi.
Ci sono altri fattori che pesano sull'economia del Marocco. Nonostante le dichiarazioni, la qualità del pubblico impiego continua a essere scarsa, dal momento che le assunzioni continuano a essere o una valvola per allentare le pressioni sociali o - come è avvenuto in Grecia e in Italia - un'opportunità per favorire reti di clientele. Il Marocco degli ultimi dieci anni ha conosciuto una grande mole di investimenti, su settori che non hanno inciso sull'economia del paese: né la rete di autostrade né la realizzazione della linea ferroviaria ad alta velocità - la prima dell'Africa - ha rappresentato un vero passo in avanti per il paese. Anche su questo le assonanze con le nostre vicende domestiche sono piuttosto inquietanti.
L'agricoltura è il settore dove è più evidente la miopia dei governi che si sono succeduti in questi anni in Marocco. Si è puntato sui prodotti da esportazione (pomodori, fragole, banane) - secondo le indicazioni dei tecnici del Fmi e delle altre agenzie internazionali - senza valutare che questo settore coinvolge solo il 2% delle aziende agricole e non si è investito sui prodotti di prima necessità, di cui le aziende agricole marocchine riescono a coprire meno della metà del fabbisogno interno. Adesso una parte dei pomodori prodotti rimangono venduti, mentre il grano viene importato a prezzi sempre più elevati. In questa situazione difficile, naturalmente la crisi della zona euro ha dato il colpo di grazia: i paesi europei - che erano i primi importatori dei prodotti marocchini - hanno ridotto il volume di queste importazioni; i turisti europei hanno ridotto i loro budget e un paese come il Marocco, dove il turismo dalla Spagna era particolarmente significativo, ne ha risentito; infine la crisi in Europa ha reso meno fiorenti e più precarie le rimesse dei marocchini residenti all'estero.
Questa è la situazione del Marocco: è una situazione oggettivamente difficile, ma il prestito del Fmi non riuscirà a risolvere nessuno dei problemi che trascinano nella miseria quel paese e i suoi abitanti, anzi contribuirà ad affondarlo. Questa è una storia che presto dovremo tenere a mente, temo.

venerdì 21 settembre 2012

"Manifesto del doposviluppo" di Serge Latouche

La corrente di pensiero che si riferisce alla decrescita ha conservato fino a oggi un carattere quasi confidenziale. Nel corso di una storia già lunga ha prodotto, ciò nonostante, una letteratura non disprezzabile che si trova rappresentata in numerosi campi di ricerca e d'azione nel mondo.
Nata negli anni sessanta, il decennio dello sviluppo, da una riflessione critica sui presupposti dell'economia e sul fallimento delle politiche di sviluppo, questa corrente riunisce ricercatori, attori sociali del Nord come del Sud portatori di analisi e di esperienze innovatrici sul piano economico, sociale e culturale. Nel corso degli anni si sono intrecciati dei legami spesso informali tra le sue diverse componenti e le esperienze e le riflessioni si sono mutuamente alimentate. Il movimento per la decrescita s'inscrive dunque nel più ampio movimento dell'International Network for Cultural Alternatives to Development e si riconosce pienamente nella dichiarazione del 4 maggio 1992. Intende proseguire e ampliare il lavoro così cominciato. Il movimento mette al centro della sua analisi la critica radicale della nozione di sviluppo che, nonostante le evoluzioni formali conosciute, resta il punto di rottura decisivo in seno al movimento di critica al capitalismo e della globalizzazione. Ci sono da un lato quelli che, come noi, vogliono uscire dallo sviluppo e dall'economicismo e, dall'altro, quelli che militano per un problematico "altro" sviluppo (o una non meno problematica "altra" globalizzazione). A partire da questa critica, la corrente procede a una vera e propria "decostruzione" del pensiero economico. Sono pertanto rimesse in discussione le nozioni di crescita, povertà, bisogno, aiuto ecc. Le associazioni e i membri della presente rete si riconoscono in tale impresa. Dopo il fallimento del socialismo reale e il vergognoso scivolamento della socialdemocrazia verso il social-liberalismo, noi pensiamo che solo queste analisi possano contribuire a un rinnovamento del pensiero e alla costruzione di una società veramente alternativa alla società di mercato. Rimettere radicalmente in questione il concetto di sviluppo è fare della sovversione cognitiva, e questa è la condizione preliminare del sovvertimento politico, sociale e culturale. Il momento ci sembra favorevole per uscire dalla semiclandestinità dove siamo stati relegati finora e il grande successo del colloquio di La ligne d'horizon, "Défaire le développement, refaire le monde", che si è tenuto presso l'Unesco dal 28 febbraio al 3 marzo 2002, rafforza le nostre convinzioni e le nostre speranze. 

Rompere l'immaginario dello sviluppo e decolonizzare le menti 
Di fronte alla globalizzazione, che non è altro che il trionfo planetario del mercato, bisogna concepire e volere una società nella quale i valori economici non siano più centrali (o unici). L'economia dev'essere rimessa al suo posto come semplice mezzo della vita umana e non come fine ultimo. Bisogna rinunciare a questa folle corsa verso un consumo sempre maggiore. Ciò non è solo necessario per evitare la distruzione definitiva delle condizioni di vita sulla Terra, ma anche e soprattutto per fare uscire l'umanità dalla miseria psichica e morale. Si tratta di una vera decolonizzazione del nostro immaginario e di una diseconomicizzazione delle menti indispensabili per cambiare davvero il mondo prima che il cambiamento del mondo ce lo imponga nel dolore. Bisogna cominciare con il vedere le cose in altro modo perché possano diventare altre, perché sia possibile concepire soluzioni veramente originali e innovatrici. Si tratta di mettere al centro della vita umana altri significati e altre ragioni d'essere che l'espansione della produzione e del consumo. La parola d'ordine della rete è dunque "resistenza e dissidenza". Resistenza e dissidenza con la testa, ma anche con i piedi. Resistenza e dissidenza come atteggiamento mentale di rifiuto, come igiene di vita. Resistenza e dissidenza come atteggiamento concreto mediante tutte le forme di autorganizzazione alternativa. Ciò significa anche il rifiuto della complicità e della collaborazione con quella impresa dissennata e distruttiva che costituisce l'ideologia dello sviluppo. 

Illusioni e rovine dello sviluppo
L'attuale globalizzazione ci mostra quel che lo sviluppo è stato e che non abbiamo mai voluto vedere. Essa è lo stadio supremo dello sviluppo realmente esistente e nello stesso tempo la negazione della sua concezione mitica. Se lo sviluppo, effettivamente, non è stato altro che il seguito della colonizzazione con altri mezzi, la nuova mondializzazione, a sua volta, non è altro che il seguito dello sviluppo con altri mezzi. Conviene dunque distinguere lo sviluppo come mito dallo sviluppo come realtà storica.
Si può definire lo sviluppo realmente esistente come una impresa che mira a trasformare in merci le relazioni degli uomini tra loro e con la natura. Si tratta di sfruttare, di valorizzare, di trarre profitto dalle risorse naturali e umane. Progetto aggressivo verso la natura e verso i popoli, è - come la colonizzazione che la precede e la mondializzazione che la segue - un'opera al tempo stesso economica e militare di dominazione e di conquista. È lo sviluppo realmente esistente, quello che domina il pianeta da tre secoli, che causa i problemi sociali e ambientali attuali: esclusione, sovrappopolazione, povertà, inquinamenti diversi ecc. Quanto al concetto mitico di sviluppo, è nascosto in un dilemma: da una parte, esso designa tutto e il suo contrario, in particolare l'insieme delle esperienze storiche e culturali dell'umanità, dalla Cina degli Han all'impero degli Inca. In questo caso non designa nulla in particolare, non ha alcun significato utile per promuovere una politica, ed è meglio sbarazzarsene. Dall'altra parte, esso ha un contenuto proprio, il quale designa allora necessariamente ciò che possiede in comune con l'avventura occidentale del decollo dell'economia così come si è organizzata dalla rivoluzione industriale in Inghilterra negli anni 1750-1800. In questo caso, quale che sia l'aggettivo che gli si affianca, il contenuto implicito o esplicito dello sviluppo è la crescita economica, l'accumulazione del capitale con tutti gli effetti positivi e negativi che si conoscono. Ora, questo nucleo centrale che tutti gli sviluppi hanno in comune con tale esperienza, è legato a rapporti sociali ben particolari che sono quelli del modo di produzione capitalistico. Gli antagonisti di "classe" sono ampiamente occultati dalla pregnanza di "valori" comuni ampiamente condivisi: il progresso, l'universalismo, il dominio della natura, la razionalità quantificante. Questi valori sui quali si basa lo sviluppo, e in particolare il progresso, non corrispondono affatto ad aspirazioni universali profonde. Sono legati alla storia dell'Occidente e trovano scarsa eco nelle altre società. Al di fuori dei miti che la fondano, l'idea di sviluppo è totalmente sprovvista di senso e le pratiche che le sono legate sono rigorosamente impossibili perché impensabili e proibite. Oggi questi valori occidentali sono precisamente quelli che bisogna rimettere in discussione per trovare una soluzione ai problemi del mondo contemporaneo ed evitare le catastrofi verso le quali l'economia mondiale ci trascina. Il doposviluppo è al contempo postcapitalismo e postmodernità.

I nuovi aspetti dello sviluppo
Per tentare di scongiurare magicamente gli effetti negativi dello sviluppo, siamo entrati nell'era dello sviluppo aggettivato. Si è assistito alla nascita di nuovi sviluppi autocentranti, endogeni, partecipativi, comunitari, integrati, autentici, autonomi e popolari, equi… senza parlare dello sviluppo locale, del microsviluppo, dell'endosviluppo, dell'etnosviluppo! Affiancando un aggettivo al concetto di sviluppo, non si tratta veramente di rimettere in discussione l'accumulazione capitalistica; tutt'al più si pensa di aggiungere un risvolto sociale o una componente ecologica alla crescita economica come un tempo si è potuto aggiungerle una dimensione culturale. Questo lavoro di ridefinizione dello sviluppo riguarda, in effetti, sempre più o meno la cultura, la natura e la giustizia sociale. In tutto ciò si tratta di guarire un male che colpirebbe lo sviluppo in modo accidentale e non congenito. Per l'occasione è stato addirittura creato uno spauracchio, il malsviluppo. Questo mostro è solo una chimera, poiché il male non può colpire lo sviluppo per la buona ragione che lo sviluppo immaginario è per definizione l'incarnazione stessa del bene. Il buon sviluppo è un pleonasmo perché lo sviluppo significa buona crescita, perché anche la crescita è un bene contro il quale nessuna forza del male può prevalere. È l'eccesso stesso delle prove del suo carattere benefico che meglio rivela la frode dello sviluppo.
Lo sviluppo sociale, lo sviluppo umano, lo sviluppo locale e lo sviluppo durevole non sono altro che gli ultimi nati di una lunga serie di innovazioni concettuali tendenti a far entrare una parte di sogno nella dura realtà della crescita economica. Se lo sviluppo sopravvive ancora lo deve soprattutto ai suoi critici! Inaugurando l'era dello sviluppo aggettivato (umano, sociale ecc.), gli umanisti canalizzano le aspirazioni delle vittime dello sviluppo del Nord e del Sud strumentalizzandoli. Lo sviluppo durevole è il più bel successo di quest'arte di ringiovanimento di vecchie cose. Esso illustra perfettamente il procedimento di eufemizzazione mediante aggettivo. Lo sviluppo durevole, sostenibile o sopportabile (sustainable), portato alla ribalta alla Conferenza di Rio del giugno 1992, è un tale "fai da te" concettuale, che cambia le parole invece di cambiare le cose, una mostruosità verbale con la sua antinomia mistificatrice. Ma nello stesso tempo, con il suo successo universale, attesta la dominazione della ideologia dello sviluppo. Ormai la questione dello sviluppo non riguarda soltanto i paesi del Sud, ma anche quelli del Nord.
Se la retorica pura dello sviluppo con la pratica legata dell'espertocrazia volontarista non ha più successo, il complesso delle credenze escatologiche in una prosperità materiale possibile per tutti e rispettosa dell'ambiente resta intatto. L'ideologia dello sviluppo manifesta la logica economica in tutto il suo rigore. Non c'è posto in questo paradigma per il rispetto della natura reclamato dagli ecologisti né per il rispetto dell'uomo reclamato dagli umanisti. Lo sviluppo realmente esistente appare allora nella sua verità. E lo sviluppo alternativo come un miraggio.

Oltre lo sviluppo
Parlare di doposviluppo non è soltanto lasciar correre l'immaginazione su ciò che potrebbe accadere in caso di implosione del sistema, fare della fantapolitica o esaminare un problema accademico. È parlare della situazione di coloro che attualmente al Nord come al Sud sono esclusi o sono in procinto di diventarlo, di tutti coloro, dunque, per i quali il progresso è un'ingiuria e una ingiustizia, e che sono indubbiamente i più numerosi sulla faccia della Terra. Il doposviluppo si delinea già tra noi e si annuncia nella diversità. Il doposviluppo, in effetti, è necessariamente plurale. Si tratta della ricerca di modalità di espansione collettiva nelle quali non sarebbe privilegiato un benessere materiale distruttore dell'ambiente e del legame sociale. L'obiettivo della buona vita si declina in molti modi a seconda dei contesti. In altre parole, si tratta di ricostruire nuove culture. L'importante è esprimere la rottura con l'impresa di distruzione che si perpetua sotto il nome di sviluppo oppure, oggi, di mondializzazione. Per gli esclusi, per i naufraghi dello sviluppo, può trattarsi soltanto di una sorta di sintesi tra la tradizione perduta e la modernità inaccessibile. Queste creazioni originali di cui si possono trovare qua e là degli inizi di realizzazione aprono la speranza di un doposviluppo. Bisogna al tempo stesso pensare e agire globalmente e localmente. È solo nella mutua fecondazione dei due approcci che si può tentare di sormontare l'ostacolo della mancanza di prospettive immediate. Il doposviluppo e la costruzione di una società alternativa non si declinano necessariamente nello stesso modo al Nord e al Sud. Proporre la decrescita conviviale come uno degli obiettivi globali urgenti e identificabili attualmente e mettere in opera alternative concrete localmente sono prospettive complementari.

Decrescere e abbellire
La decrescita dovrebbe essere organizzata non soltanto per preservare l'ambiente ma anche per ripristinare il minimo di giustizia sociale senza la quale il pianeta è condannato all'esplosione. Sopravvivenza sociale e sopravvivenza biologica sembrano dunque strettamente legate. I limiti del patrimonio naturale non pongono soltanto un problema di equità intergenerazionale nel condividere le disponibilità, ma anche un problema di giusta ripartizione tra gli esseri attualmente viventi dell'umanità.
La decrescita non significa un immobilismo conservatore. La saggezza tradizionale considerava che la felicità si realizzasse nel soddisfare un numero ragionevolmente limitato di bisogni. L'evoluzione e la crescita lenta delle società antiche si integravano in una riproduzione allargata ben temperata, sempre adattata ai vincoli naturali. Organizzare la decrescita significa, in altre parole, rinunciare all'immaginario economico, vale a dire alla credenza che di più è uguale a meglio. Il bene e la felicità possono realizzarsi con costi minori. Riscoprire la vera ricchezza nel fiorire di rapporti sociali conviviali in un mondo sano può ottenersi con serenità nella frugalità, nella sobrietà e addirittura con una certa austerità nel consumo materiale.
La parola d'ordine della decrescita ha soprattutto come fine il segnare con fermezza l'abbandono dell'obiettivo insensato della crescita per la crescita, obiettivo il cui movente non è altro che la ricerca sfrenata del profitto per i detentori del capitale. Evidentemente, non si prefigge un rovesciamento caricaturale che consisterebbe nel raccomandare la decrescita per la decrescita. In particolare, la decrescita non è la crescita negativa. Si sa che il semplice rallentamento della crescita sprofonda le nostre società nel disordine con riferimento alla disoccupazione e all'abbandono dei programmi sociali, culturali e ambientali che assicurano un minimo di qualità della vita. Si può immaginare quale catastrofe sarebbe un tasso di crescita negativa! Allo stesso modo non c'è cosa peggiore di una società lavoristica senza lavoro e, peggio ancora, di una società della crescita senza crescita. La decrescita è dunque auspicabile soltanto in una "società di decrescita". Ciò presuppone tutt'altra organizzazione in cui il tempo libero è valorizzato al posto del lavoro, dove le relazioni sociali prevalgono sulla produzione e sul consumo dei prodotti inutili o nocivi. La riduzione drastica del tempo dedicato al lavoro, imposta per assicurare a tutti un impiego soddisfacente, è una condizione preliminare. Ispirandosi alla carta su "consumi e stili di vita" proposta al Forum delle ONG di Rio, è possibile sintetizzare il tutto in un programma di sei "R": rivalutare, ristrutturare, ridistribuire, ridurre, riutilizzare, riciclare. Questi sono i sei obiettivi interdipendenti un circolo virtuoso di decrescita conviviale e sostenibile. Rivalutare significa rivedere i valori in cui crediamo e in base ai quali organizziamo la nostra vita, nonché cambiare i valori che devono essere cambiati. Ristrutturare significa adattare la produzione e i rapporti sociali in funzione del cambiamento dei valori. Per ridistribuire s'intende la ridistribuzione delle ricchezze e dell'accesso al patrimonio naturale. Ridurre vuol dire diminuire l'impatto sulla biosfera dei nostri modi di produrre e di consumare. Per fare ciò bisogna riutilizzare gli oggetti e i beni d'uso invece di gettarli e sicuramente riciclare i rifiuti non compressibili che produciamo.Tutto ciò non è necessariamente antiprogressista e antiscientifico. Si potrebbe, nello stesso tempo, parlare di un'altra crescita in vista del bene comune, se il termine non fosse troppo alternativo.
Noi non rinneghiamo la nostra appartenenza all'Occidente, di cui condividiamo il sogno progressista, sogno che ci ossessiona. Tuttavia, aspiriamo a un miglioramento della qualità della vita e non a una crescita illimitata del pil. Reclamiamo la bellezza delle città e dei paesaggi, la purezza delle falde freatiche e l'accesso all'acqua potabile, la trasparenza dei fiumi e la salute degli oceani. Esigiamo un miglioramento dell'aria che respiriamo, del sapore degli alimenti che mangiamo. C'è ancora molta strada da fare per lottare contro l'invasione del rumore, per ampliare gli spazi verdi, per preservare la fauna e la flora selvatiche, per salvare il patrimonio naturale e culturale dell'umanità, senza parlare dei progressi da fare nella democrazia. La realizzazione di questo programma è parte integrante dell'ideologia del progresso e presuppone il ricorso a tecniche sofisticate alcune delle quali sono ancora da inventare. Sarebbe ingiusto tacciarci come tecnofobi e antiprogressisti con il solo pretesto che reclamiamo un "diritto di inventario" sul progresso e sulla tecnica. Questa rivendicazione è un minimo per l'esercizio della cittadinanza.
Semplicemente, per i paesi del Sud, colpiti in pieno dalle conseguenze negative della crescita del Nord, non si tratta tanto di decrescere (o di crescere, d'altra parte), quanto di riannodare il filo della loro storia rotto dalla colonizzazione, dall'imperialismo e dal neoimperialismo militare, politico, economico e culturale. La riappropriazione delle loro identità è preliminare per dare ai loro problemi le soluzioni appropriate. Può essere sensato ridurre la produzione di certe colture destinate all'esportazione (caffè, cacao, arachidi, cotone ecc., ma anche fiori recisi, gamberi di allevamento, frutta e verdure come primizie ecc.), come può risultare necessario aumentare la produzione delle colture per uso alimentare. Si può pensare inoltre a rinunciare all'agricoltura produttivista come al Nord per ricostituire i suoli e le qualità nutrizionali, ma anche, senza dubbio, fare delle riforme agrarie, riabilitare l'artigianato che si è rifugiato nell'informale ecc. Spetta ai nostri amici del Sud precisare quale senso può assumere per loro la costruzione del doposviluppo. In nessun caso, la rimessa in discussione dello sviluppo può ne deve apparire come una impresa paternalista e universalista che la assimilerebbe a una nuova forma di colonizzazione (ecologista, umanitaria…). Il rischio è tanto più forte in quanto gli ex colonizzati hanno interiorizzato i valori del colonizzatore. L'immaginario economico, e in particolare l'immaginario dello sviluppo, è senza dubbio ancora più pregnante al Sud che al Nord. Le vittime dello sviluppo hanno la tendenza a non vedere altro rimedio alle loro disgrazie che un aggravarsi del male. Penano che l'economia sia il solo mezzo per risolvere la povertà quando è proprio lei che la genera. Lo sviluppo e l'economia sono il problema e non la soluzione; continuare a pretendere e volere il contrario fa parte del problema.Una decrescita accettata e ben meditata non impone alcuna limitazione nel dispendio di sentimenti e nella produzione di una vita festosa o addirittura dionisiaca.

Sopravvivere localmente
Si tratta di essere attenti al reperimento delle innovazioni alternative: imprese cooperative in autogestione, comunità neorurali, local exchange trading system (lets) e systèmes d'échanges locaux (sel), autorganizzazione degli esclusi del Sud. Queste esperienze che noi intendiamo sostenere o promuovere ci interessano non tanto per se stesse, quanto come forme di resistenza e di dissidenza al processo di aumento della mercificazione totale del mondo. Senza cercare di proporre un modello unico, noi ci sforziamo di realizzare in teoria e in pratica una coerenza globale dell'insieme di queste iniziative. Il pericolo della maggior parte delle iniziative alternative è, in effetti, di chiudersi nella nicchia che hanno trovato all'inizio invece di lavorare alla costruzione e al rafforzamento di un insieme più vasto. L'impresa alternativa vive o sopravvive in un ambiente che è e dev'essere diverso dal mercato mondializzato. È questo ambiente dissidente che bisogna definire, proteggere, conservare, rinforzare sviluppare attraverso la resistenza. Piuttosto che battersi disperatamente per conservare la propria nicchia nell'ambito del mercato mondiale, bisogna militare per allargare e approfondire una vera società autonoma ai margini dell'economia dominante. Il mercato mondializzato con la sua concorrenza accanita e spesso sleale non è l'universo dove di muove e deve muoversi l'organizzazione alternativa. Essa deve cercare una vera democrazia associativa per sfociare in una società autonoma. Una catena di complicità deve legare tutte le parti. Come nell'informale africano, nutrire la rete dei "collegati" è la base del successo. L'allargamento e l'approfondimento del tessuto di base è il segreto del successo e deve essere il primo pensiero delle sue iniziative. È questa coerenza che rappresenta una vera alternativa al sistema. Al Nord, si pensa prima ai progetti volontari e volontaristici di costruzione di mondi differenti. Alcuni individui, rifiutando in tutto o in parte il mondo in cui vivono, tentano di mettere in atto qualcos'altro, di vivere altrimenti: di lavorare o di produrre altrimenti in seno a imprese diverse, di riappropriarsi della moneta anche per servirsene per un uso diverso, secondo una logica altra rispetto a quella dell'accumulazione illimitata e dell'esclusione massiccia dei perdenti. Al Sud, dove l'economia mondiale, con l'aiuto delle istituzioni di Bretton Woods, ha cacciato dalle campagne milioni e milioni di persone, ha distrutto il loro modo di vita ancestrale, soppresso i loro mezzi di sussistenza, per gettarli e stiparli nelle bidonvilles e nelle periferie Terzo mondo, l'alternativa è spesso una condizione di sopravvivenza. I "naufraghi dello sviluppo", abbandonati a loro stessi, condannati nella logica dominante a scomparire, non hanno scelta per restare a galla che organizzarsi secondo un'altra logica. Devono inventare, e almeno alcuni inventano effettivamente, un altro sistema, un'altra vita.
Questa seconda forma dell'altra società non è totalmente separata dalla prima, e ciò per due ragioni. Innanzitutto, perché l'autorganizzazione spontanea degli esclusi del Sud non è mai totalmente spontanea. Ci sono aspirazioni, progetti, modelli, o anche utopie che informano più o meno questi "fai da te" della sopravvivenza informale. Poi, perché, simmetricamente, gli "alternativi" del Nord non sempre hanno possibilità di scegliere. Anch'essi sono spesso degli esclusi, degli abbandonati, dei disoccupati o candidati potenziali alla disoccupazione, o semplicemente degli esclusi per disgusto… Ci sono dunque possibilità di contatto tra le due forme che possono e devono fecondarsi reciprocamente. Questa coerenza d'insieme realizza un certo modo, certi aspetti che François Partant attribuiva alla sua proposta centrale: dare a dei disoccupati, a dei contadini rovinati e a tutti coloro che lo desiderano la possibilità di vivere del loro lavoro, producendo, al di fuori dell'economia di mercato e nelle condizioni da loro stessi determinate, ciò di cui ritengono di aver bisogno. Rafforzare la costruzione di tali altri mondi possibili passa per la presa di coscienza del significato storico di queste iniziative. Numerose sono già state le riconquiste da parte delle forze dello sviluppo delle imprese alternative isolate, e sarebbe pericoloso sottovalutare le capacità di recupero del sistema. Per contrastare la manipolazione e il lavaggio del cervello permanente a cui siamo sottoposti, la costruzione di una vasta rete sembra essenziale per condurre la battaglia del buon senso.

martedì 18 settembre 2012

"500 anni bastano! Ora cambiamo rotta!" di Alexander Langer

Sarebbe concepibile nella Parigi del 2312 una celebrazione dei 500 anni della conquista ed unificazione napoleonica dell'Europa? O addirittura, nella Berlino del 2442, una celebrazione dei 500 anni dalla "conferenza di Wannsee", dove venne progettata l'unificazione e la risistemazione dell'Europa - soprattutto centro-orientale - sotto egemonia tedesca, con gli slavi rimessi al posto che loro spetta, ripulita da ebrei, zingari ed altre razze inferiori?
No, chiaramente non sarebbe immaginabile. Le truppe napoleoniche e le armate naziste fortunatamente hanno perso, e ciò ha aiutato la nostra coscienza a capire ed affermare che quella strada era sbagliata. In quei casi gli invasi hanno fatto abbastanza presto ad espellere gli invasori, addirittura ad invadere a loro volta... E così niente cinquecentenario, niente celebrazioni.
La "scoperta" e successiva conquista delle Americhe da parte dell'Europa, soprattutto latina, invece, senz'altro non pianificata in partenza, ha vinto, e così è diventata luogo comune delle coscienze del Nord, viene celebrata (con qualche pudore e reticenza, con qualche concessione ad una marginale cattiva coscienza, è vero, ma sostanzialmente senza presa di distanza).
Anzi, lo stesso modo di celebrarsi - con ulteriori grandi opere, enfasi di cemento... - e attraverso la perpetuazione di relazioni Nord-Sud che si muovono ancor oggi in quella continuità, e assai rivelatore e chiede che si levino forti le voci contrarie.
La conquista e la sottomissione del Sud è stata legittimata in tutti questi secoli da varie sedicenti "ragioni di superiorità" che si sono succedute nel tempo: da quella religiosa, che giustificava la cristianizzazione forzata, a quella economica e commerciale che giustificava la spoliazione di interi continenti, a quella scientifica e tecnica che doveva giustificare la loro annessione violenta al "progresso", sino alle più moderne ideologie dello "sviluppo" che con le industrializzazioni ed i più recenti "aggiustamenti strutturali" hanno guidato i processi di modernizzazione imposta. E non è detto che l'ultima e la più moderna delle ragioni per ergersi a precettori del Sud non diventi l'ambientalismo, anche quello "made by the North"!
Con qualche pudore, qualche attenuazione culturale (qualche esposizione o servizio sugli indios, in Brasile ora telenovelas...), qualche mediazione, ma nella sostanza senza alcun "pentimento", alcuna volontà di mettere in discussione questi 500 anni, i nostri governi, le nostre imprese, i nostri media ed apparati culturali si accingono a "festeggiare". Non si è avuta nemmeno la forza per un bel gesto come quello della Svizzera, che in occasione dei suoi 700 anni ha preso due limitati, ma significativi provvedimenti: una parziale remissione del debito estero (700 milioni di franchi) ed un vincolo naturalistico di alcuni suoi territori per i posteri.
E noi? ci limitiamo a fare il contro-canto o le contro-celebrazioni?
Il rischio è che anche noi, i movimenti ecologisti, di solidarietà, di cooperazione solidale, facciamo parte del copione: qualcuno deve protestare, prendersi cura degli esclusi, dare voci agli sconfitti, ai conquistati, ai sopravvissuti al genocidio ed etnocidio. Magari opporre le proprie "controcelebrazioni" a quelle ufficiali.
Lo sappiamo bene, ed è per questo che non possiamo fermarci alla critica alle celebrazioni Colombiane, nè alla semplice auto-critica storica o riscrittura della storia (magari altrettanto schematica quanto le celebrazioni, ed in tal caso non veritiera), nè ad una pura operazione culturale, affermare cioè un altro punto di vista che rimane una pietruzza decorativa ed inefficace nel pluralismo di opinioni. Dare altri e più veri nomi alle cose e cercando di generare altre consapevolezze è necessario, ma non sufficiente.
Vogliamo sviluppare - a partire da una diversa e più verace analisi - altre conseguenze (efficaci, possibilmente) ed altre alleanze. In Italia, in Europa, nel mondo. Convinti che il Cinquecentenario - e gli eventi che si situeranno in quest'anno - sia una buona occasione per "cambiare rotta", soprattutto da noi, più che da loro, e che di questo entrambi, Sud e Nord, abbiamo urgente bisogno.
Quando parliamo di "altro 1992", ci situiamo nel bel mezzo di alcune grandi scadenze mondiali dell'anno prossimo, che ci pare si intreccino direttamente con i "500 anni": la conferenza mondiale delle Nazioni Unite su "ambiente e sviluppo" (Unced, Rio de Janeiro, giugno 1992), la possibile conclusione del negoziato Gatt (su prezzi e condizioni del commercio mondiale) ed il completamento del mercato unico interno della Comunità Europea che dovrebbe avvenire alla fine dell'anno prossimo ed aprire le porte non già all'unificazione politica dell'Europa, bensì all'unificazione economica e monetaria dei 12 attuali partners della Comunità europea.
Ed è con l'occhio a questi tre eventi che vogliamo riflettere sulle relazioni Nord-Sud, come si sono consolidate in queste 500 anni, e come noi vogliamo contribuire a cambiarle.
Il superamento delle colonne d'Ercole non è più un mito positivo
L'audace superamento dei confini (dell'immaginazione prima che della navigazione..) simboleggiato da Cristoforo Colombo, in altri tempi poteva suscitare maggiori entusiasmi che oggi, nella nostra epoca che comincia ad essere segnata dalla consapevolezza della radicale crisi dell'equilibrio ecologico planetario. Superare le colonne d'Ercole del proprio mondo in altri tempi poteva far dimenticare o apparire irrilevante la violazione dei confini e l'invasione dei mondi altrui. Nell'entusiasmo per i navigatori - gli inventori, gli ingegneri, i cosmonauti... - si concentrava l'adorazione del progresso, del superamento dei limiti, dell'espansione dell'universo conosciuto e dominato attraverso i propri viaggi, commerci, guerre, tecnologie, leggi. Oggi che siamo di fronte alle conseguenze della sistematica violazione di tutti i confini, persino quelli del codice genetico della vita umana, ed alla generalizzata invasione sterminatrice dei residui mondi pre-moderni, facciamo fatica a guardare con beato ottimismo al viaggio di Cristoforo Colombo come quintessenza di progresso, di cambiamento positivo, di scoperta di "nuovi mondi". Ed in questo possiamo incontrarci, non solo per senso di solidarietà ma con piena partecipazione propria ed in nome nostro, con chi è stato "scoperto", invaso, conquistato, cristianizzato, schiavizzato, assimilato e sterminato. "Dare voce ai conquistati" e "dare voce agli obiettori di coscienza e disertori nelle file dei conquistatori" diventa un impegno comune, una voce comune.
Il Sud, nostro creditore; la questione del risarcimento
La "Campagna Nord-Sud", che insieme a diversi altri organismi ha contribuito a dare vita a questo incontro, ha da tempo capovolto l'approccio al tema classico del terzo mondo, quello del suo debito estero, con due scoperte copernicane: "pagare il debito finanziario fa male al terzo mondo e produrrebbe guasti che si ripercuotono anche sul Nord (distruggere ambiente per ricavare denaro danneggia anche noi), invece va ripianato con urgenza il comune debito ecologico, e sotto questo profilo il Nord ha debiti molto maggiori del Sud", e "il Sud è creditore del Nord" da molti punti di vista (persino finanziario, ma anche ambientale, sociale, culturale, lavorativo, sanitario, ecc.).
Di fronte alle celebrazioni oggi in vista, ed ai grandi eventi politici ed economici prima accennati, si pone con urgenza la questione dell'arresto di una politica, falsamente detta di cooperazione, e dell'esigenza di un sostanziale risarcimento che il Nord deve al Sud.
Come si può pensare che la Conferenza mondiale su "ambiente e sviluppo" non debba mettere al centro dei suoi lavori questo interrogativo? Quale negoziato, quale nuovo ordine mondiale può venir fuori tra forti e deboli, tra inquinatori ed inquinati, tra conquistatori e conquistati se non si parte dal riconoscimento della situazione reale - di debito e di credito, di torti e di ragioni - e non si decide di porvi rimedio? Che senso avrebbe la conferenza di Rio se, a 500 anni dallo sbarco degli europei in America, non sapesse gettare le basi di un nuovo ed assai diverso patto tra Sud e Nord?
Quando diciamo che il Sud è nostro creditore, non lo diciamo solo in termini morali (firmando così una modesta cambiale pagabile con qualche aggiustamento culturale verbale), ma anche in termini economici, monetari, finanziari, e diciamo da tempo che è nell'interesse anche delle popolazioni del Nord del mondo che il nostro debito venga pagato, per non spingere il Sud sulla via del massimo sfruttamento rapace delle sue risorse ed il Nord sulla via dell'ulteriore corsa al riarmo economico, tecnologico e finanziario. Non è solo questione umanitaria o ecologica o di giustizia, ma anche di salute e di benessere nostro. Aumentare i prezzi dei prodotti agricoli, soprattutto del Sud, pagare più care le risorse energetiche e le materie prime, interdire rigorosamente l'esportazione di rifiuti tossici e di prodotti chimici pericolosi, bloccare il traffico di armi, limitare la predazione dei mari, dei suoli e delle foreste del Sud da parte delle nostre industrie, far pagare caro l'inquinamento dell'atmosfera che viene dalle nostre industrie, dai nostri veicoli a motore e dai nostri riscaldamenti non significare regalare qualcosa al Sud, ma obbligare noi stessi a cercare vie più sostenibili per continuare a produrre, a scambiare, a trasportare, ad alimentarci, ad avere il necessario approvvigionamento energetico.
Questo anno 1991 si è aperto con la punizione esemplare di Saddam Hussein, la parte del Sud diventata più simile al Nord, e quindi più pericolosa. E' stato ribadito che è vietato minacciare ed invadere altri, che è vietato sterminare interi popoli (come i kurdi), che è vietato accumulare arsenali pericolosi a tutti: sacrosanti principi di un nuovo ordine mondiale.
Sappiamo come i movimenti terzomondisti fossero esitanti e divisi: nel Sud qualcuno faceva il tifo per Saddam Hussein (che era così poco convincente come campione del Sud), altri si mostravano indifferenti ed estranei, salvo forme grottesche di interventismo subalterno, di cui è simbolo l'aereo carico di soldati senegalesi pro-occidentali, precipitato durante il viaggio di rientro; nel Nord era diffuso l'imbarazzo tra due solidarietà altrettanto impossibili e la richiesta di un nuovo ordine mondiale post-blocchi, che si è dovuto constatare non ancora capace di affermarsi in modo pacifico e garantire la pace. Sui kurdi poi abbiamo sperimentato e spesso ci siamo associati ad invocazioni di eserciti di protezione, zone di sicurezza garantite dall'Ovest, di fronte alle migliaia e migliaia di morti "Sud-Sud". Come si vede, il nuovo ordine mondiale, invocato per ragioni diverse e talora contrastanti da molte parti, solo assai lentamente e contraddittoriamente riesce a farsi strada. E noi che qui parliamo della necessità di un nuovo patto Nord-Sud, a Rio de Janeiro, siamo consapevoli del rischio che questo nuovo ordine sia di nuovo autoritario e tecnocratico, anche se ammantato di ecologia: magari con le sue eco-tasse ed eco-compensazioni, e con i suoi diritti di polluzione, di prelievo, di crescita della popolazione, di pesca, di deforestazione, di stoccaggio rifiuti.... una sorta di borsa mondiale, dove tutto ha un prezzo (versione pacifica) o di poker politico-militare, dove vince il più forte ed impone le sue regole.
Perchè a Rio de Janeiro non si ripeta lo stesso copione, dobbiamo esprimere oggi un chiaro messaggio e fare del nostro meglio perchè si traduca in realtà: pagare il comune debito ecologico, a partire dal maggior debitore che è il Nord, e concordare le opportune politiche per risarcire i popoli e la natura del Sud dovrà essere, secondo noi, l'obiettivo primario della conferenza di Rio, ed è ciò che chiediamo alla Comunità europea ed ai nostri governi di portare avanti in quella sede. Ecco perché attribuiamo grande importanza alla presenza di voci non governative, dal Sud e dal Nord, in quella sede, ed ecco perchè pensiamo che - al di là di quel che la conferenza Unced sancirà, magari con un'operazione puramente cosmetica - oggi le relazioni Nord-Sud debbano essere impregnate da questi concetti. Ciò significa cambiare rotta perchè davvero "500 anni - di relazioni di dipendenza, di invasione, di omologazione, di spoliazione - bastano".
Parliamo di unificazione dell'Europa, ci si esorta a non dimenticare il Sud: guerra dei poveri tra Est e Sud? fortezza assediata? sviluppo "blindato"?
Oggi molti al Sud, soprattutto tra i governi e gli organismi di cooperazione, appaiono preoccupati che l'Europa occidentale e forse anche gli Stati Uniti d'America "dimentichino il Sud, perché si concentrano sui problemi dell'Europa dell'Est che esce dal periodo comunista. Ed in effetti: ancor prima che veniamo efficacemente chiamati in causa dal Sud, l'altra metà di noi europei - obbligata per anni ad una sorta di solidarietà coercitiva e parolaia verso il Sud, ed ora pericolosamente stufa di sentir parlare di terzo mondo - ci interpella: sembra prevalere, al momento, il tentativo di diventare rapidamente come noi, e addirittura la Corea del Sud, Singapore, Formosa vengono visti come possibili modelli!
E' difficile prospettare a questi altri europei la via classica della cooperazione, o anche quella da decenni predicata al Sud: sforzatevi, tirate la cinghia, lavorate, risparmiate, tagliate le spese inutili (cioè sociali), procedete sulla via degli aggiustamenti strutturali, entrate nel fondo monetario e presto sarete come noi. La maggior domanda di democrazia, di sviluppo, di un livello di vita "europeo" è ancor meno comprimibile che al Sud, ed al tempo stesso l'esplicita chiamata in causa della "casa comune europea" non permette all'Europa occidentale di liquidare la sua altra metà negli stessi termini che sono stati riservati al Sud del mondo. Gli immigrati che in numero via via crescente premono dal Sud e dall'est verso i paesi ricchi, sono - del resto - un pezzo di Est ed un pezzo di Sud direttamente in casa nostra. Si profila con chiarezza, anzi, è già iniziata, una "guerra tra poveri" che l'Est europeo ed il Sud del mondo (ed i loro rispettivi emigrati nei paesi occidentali) combattono e combatteranno per ingraziarsi maggiormente il Nord occidentale. Una politica delle briciole, dell'elemosina, dell'aumento dallo 0,40 allo 0,70% degli "aiuti allo sviluppo" è manifestamente improponibile.
L'unificazione repentina del mondo, dopo la caduta del muro Est/Ovest, ha immesso l'intera umanità in un sistema di vasi comunicanti. Generalizzare ed estendere a tutti gli stessi livelli di vita, di consumi, di sprechi, di inquinamento del Nord occidentale è palesemente impossibile - per ragioni ambientali molto prima che economiche o sociali.
Così ci troviamo di fronte ad una realtà nuova, ad un bivio molto chiaro:
a) o lo "sviluppo ineguale e blindato" del Nord, con marginali concessioni - magari differenziate - all'Est ed al Sud;
b) o un radicale "cambio di rotta" verso scelte di condivisione e di equità.
Oggi appare senz'altro più probabile il primo dei due scenari: il Nord continuerà a voler crescere e svilupparsi, facendo debiti sempre maggiori a carico del Sud, e della natura, e delle future generazioni, rimandano più in là possibile il pareggio dei conti o, meglio, la bancarotta. Più in là si rimanda il pagamento dei conti, più disastrosamente impagabili risulteranno.
Tale scelta, che oggi - ripeto - appare prevalente, non solo è insana dal punto di vista ecologico, e quindi del benessere della gente nel Nord, ed ingiustificabile dal punto di vista della giustizia; per essere attuata chiede anche un alto livello di militarizzazione e di isolamento rispetto al resto del mondo, chiede - sostanzialmente - nuovi e più forti muri, eretti dalle isole occidentali di sviluppo: pensiamo al rapporto (speriamo ora sull'orlo del cambiamento) tra Israele ed i suoi vicini interni ed esterni, pensiamo al confine tra Usa e Messico, o al "muro" che l'Italia ha eretto verso gli albanesi, per non dover sempre pensare solo al Sudafrica.
Ma dall'interno stesso del Nord si levano voci e movimenti sempre più consistenti per chiedere e proporre cambiamenti di rotta: vivere in una fortezza assediata, magari privilegiata, non è bello per nessuno e comporta grande precarietà; ad assediati ed assedianti conviene di più un'altra scelta, quella del risanamento, del riequilibrio, del risarcimento, della giustizia.
Noi vogliamo fare dell'"altro 1992" un'occasione per rivedere radicalmente il rapporto tra assediati ed assedianti, in una prospettiva di soluzione durevole ed equa, che non può basarsi semplicemente sugli odierni rapporti di forza, con un elevato rischio per entrambi. E sarà in questa direzione che anche i movimenti Nord-Sud hanno da dire la loro sull'unificazione europea, e sul nuovo ordine mondiale. Quale sia la nostra scelta, è ormai chiaro a tutti.
Con chi possiamo fare che cosa?
Visto che noi qui non rappresentiamo i governi e le istituzioni, ma siamo parte di variegati movimenti, dobbiamo individuare strumenti di intervento che non siano solo petizioni ai governanti o raccomandazioni alla Conferenze internazionali, ma anche attivabili direttamente dai cittadini.
Tra questi vorrei ricordarne solo alcuni, in conclusione, ed a titolo puramente di esempio, visto che i diversi gruppi di lavoro vi si dedicheranno con attenzione e competenza:
a) importanza crescente potranno assumere le nostre scelte sul piano dei consumi, e dell'uso dei risparmi: i modi in cui noi ci trasportiamo, edifichiamo, ci alimentiamo, ci vestiamo, ci arrediamo la casa, imballiamo le nostre merci, curiamo le nostre malattie... e affidiamo i nostri risparmi, ha un'incidenza immediata verso gli equilibri sociali e naturali tra Nord e Sud. Qui si apre un vasto campo per "cambiare rotta";
b) la nostra accresciuta attenzione, conoscenza e solidarietà verso i popoli indigeni del Sud, che appaiono oggi più visibili sulla nostra scena, ci può portare a valutare assai più positivamente - e quindi forse vedere come "aiuto al (nostro) sviluppo" - stili di vita, ritmi temporali, economie "di vita" (non di profitto), diversità culturali, patrimoni di sapienza, ecc., e rendere le nostre vite individuali e comunitarie più esposte ad una sorta di "penetrazione dal Sud";
c) crescente rilevanza possono avere dei "patti diretti", delle alleanze Nord-Sud, come per esempio l'"alleanza per il clima" o analoghi rapporti di cooperazione (sostenibile) diretta, tra comunità locali del Nord e del Sud, e con implicazioni dirette verso i nostri modelli di sviluppo e di vita: impegnarci a promuovere dei cambiamenti al Nord, in un rapporto diretto e reciproco tra Nord e Sud, è una strada che vale la pena esplorare e praticare di più. E perchè non praticarla a tre, tra interlocutori rispettivamente del Nord, del Sud e dell'Est?
d) gli immigrati che rappresentano la diretta sporgenza ed ingerenza del Sud (e dell'Est) nel nostro mondo, sono oggi anche il primo banco di prova di tutti i nostri discorsi sulla cooperazione equa e solidale e sul risarcimento, e possono diventare un importante "ponte" tra le nostre società e le loro comunità di provenienza. Perchè non spingerci coraggiosamente avanti in quella direzione? Sarebbe un contributo assai concreto ad un "altro 1992".
In chiusura: da 500 anni conduciamo, con intensità via via crescente, una "scoperta" che poi si trasforma in conquista e addirittura in sterminio verso i popoli indigeni del Sud. Da 200 anni circa conduciamo, con intensità via via crescente, un'analoga campagna di scoperta, di conquista e di sterminio verso la natura di cui siamo parte.
Per poter avere un futuro vivibile, è essenziale che noi diciamo "basta" - o che perdiamo queste nostre guerre: vincerle sarebbe esiziale anche per noi del Nord.