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lunedì 13 ottobre 2014

da "Norme per la redazione di un testo radiofonico" di Carlo Emilio Gadda

Dal 1950 Gadda fece il funzionario alla Rai e, in questa veste, scrisse questo testo, che chi lavora nel mondo dell'informazione ora evidentemente non legge più.

[...] Ciò avvertito, ecco le regole generali assolute per la stesura di ogni testo radiofonico, generali cioè valide per qualunque tipo di testo radiofonico:

1) Costruire il testo con periodi brevi: non superare in alcun caso, per ogni periodo, i quattro righi dattiloscritti; attenersi, preferibilmente, alla lunghezza normale media di due righi, nobilitando il dettato con i lucidi e auspicati gioielli dei periodi di un rigo, mezzo rigo.

2) Procedere per figurazioni paratattiche, coordinate o soggiuntive, anziché per figurazioni ipotattiche, cioè per subordinate (causali, ipotetiche, temporali, concessive). All'affermazione: "Cesare, avendo accolto gli esploratori i quali gli riferirono circa i movimenti di Ariovisto, decise di affrontarlo", sostituire: "Cesare accolse gli esploratori. Seppe dei movimenti di Ariovisto e decise di affrontarlo".

3) Il tono gnomico e saccadé che può risultare da un siffatto incanalamento e governo della piena (di idee) non dovrà sgomentare preventivamente il radiocollaboratore. Una dopo l'altra le idee avranno esito ordinato e distintamente percepibile al radioapparecchio: una fila di persone che porgono il biglietto, l'una dopo l'altra, al controllo del guardiasala. La consecuzione delle idee si distende nel tempo radiofonico e deve avere il carattere di un écoulement, di una caduta dal contagocce. Ogni tumultuario affollamento di idee nel periodo sintattico conduce al "vuoto radiofonico".

4) Sono perciò da evitare le parentesi, gli incisi, gli infarcimenti e le sospensioni sintattiche. La regìa si riserva di espungere dal testo parentesi e incisi e di tradurli in una successione di frasi coordinate. Una parentesi di più che sei parole è indicibile al microfono. L'occhio e la mente di chi legge arrivano a superare una parentesi, mentre la voce di chi parla e l'orecchio di chi ascolta non reggono alla impreveduta sospensione. Nel comune discorso, nel parlato abituale, nella conversazione familiare non si aprono parentesi. Il microfono e il radioapparecchio con lui, è parola, è discorso. Non è pagina stampata. La parentesi è un espediente grafico e soltanto grafico. Seguendo nel parlato un'idea, non è opportuno abbandonarla a un tratto per correr dietro a un'altra in parentesi. E meglio liquidare la prima, indi provvedere alla seconda; così il cane da pastore azzanna l'una dopo l'altra le pecore per ricondurle al gregge: non può azzannarle a tre per volta. Congiunzioni temporali e modali e gentilmente avversative (dunque, pertanto, in tal caso, per tal modo, per altro, ma, tuttavia) permetteranno di agire in ogni evenienza con risultati apprezzabili, senza ricorrere a incisi, a parentesi.

5) Curare i passaggi di pensiero e i conseguenti passaggi di tono mediante energica scelta di congiunzioni o particelle appropriate, o con opportuna transizione, o con esplicito avviso (omettere l'avviso, la frase di transizione, unicamente allorché il passaggio possa venir affidato alla voce). L'ascoltatore non è profeta e non può prevedere "quando" il discorso muterà, "quando" il dicitore lascerà un'idea, o un seguito d'idee e d'argomenti, per venire ad altro.

6) Evitare le litòti a catena, le negazioni delle negazioni. La litòte semplice - negare il contrario di quel che si intende affermare - è gentile e civilissima figura. Molto redditizia al microfono e in ogni forma di discettazione ragionata o di esposto critico o storico, attenua la troppo facile sicurezza o l'asprezza eccessiva di chi afferma: crea un distacco ironico dal tema, o dal giudizio proferito. "Questa lirica non è malvagia". "La prosa del Barbetti non è delle più consolanti". Ferale risulta invece all'ascolto la catena di litòti. Alla seconda negazione la mente per quanto salda e agguerrita dell'ascoltatore si smarrisce nella giungla dei "non". Ogni "non" della tormentosa trenodìa precipita dal cielo del nulla a smentire il precedente, per essere a sua volta smentito dal seguente. Una doppia litòte è, le più volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere mentalmente un problema di secondo grado, impossibile risolvere un problema di terzo grado. Sarà bene vincere pertanto la seguente catena di tentazioni: "Non v'ha chi non creda che non riuscirebbe proposta inaccettabile a ogni persona che non fosse priva di discernimento, il non ammettere che si debba ricusare di respingere una sistemazione che non torna certo a disdoro della Magnifica Comunità di Ampezzo". Più radiofonico: "Tutte le persone di buon senso vorranno ammettere che la sistemazione onorevole proposta dalla Magnifica Comunità di Ampezzo è senz'altro accettabile".

7) Evitare ogni infelice ricorso a poco aggiudicabili pronomi determinativi o disgiuntivi o numerali o indefiniti, a modi qualificanti o indicanti comunque derivati o desunti dal pronome o dal numero: quello-questo, l'uno-l'altro, il primo-il secondo, esso, quegli, chi, ognuno, il quale, qualsivoglia d'essi, egli, ella, quest'ultimo. Deve apparir chiaro in su le prime a quali termini di una serie enunciata i detti pronomi si riferiscono. In caso contrario è meglio ripetere il termine, cioè il nome. Dopo aver elaborato una struttura sintattica risplendente di quattordici sostantivi singolari maschili uno via l'altro, il riattaccarsi con un "quello" o un "esso" all'uno dei quattordici (a quale?) induce l'ascoltatore in uno stato di tragica perplessità circa l'attribuzione del disperso trovatello (esso, quello) all'uno piuttosto che all'altro dei nomi proferiti. Evitare, possibilmente, di mettere in cantiere una frase come questa: "Il veleno del dubbio e per contro il timore del peggio si erano insinuati fin dal vecchio tempo, e in ogni modo dopo il recente conflitto, non forse nell'insicuro pensiero ma certo nel tremante cuore del popolano di borgo e del valvassore di castello in tutto il territorio (tanto nel fertile piano che sul colle amenissimo) del piccolo ducato e del congiunto priorato, protetti entrambi contro il tentato sopruso dell'esercito di Conestabile e contro il sistematico assedio del reggimento di Catalogna dall'impeto stagionale dell'affluente del Rodano, e sovrastati a tergo dal nero massiccio del Courtadet, già ricetto di un antico raduno conventuale ed ora di un pauroso brigantaggio: quello non meno sciagurato di questo". Dove "quello" può riferirsi a: veleno del dubbio, vecchio tempo, insicuro pensiero, popolano di borgo, fertile piano, piccolo ducato, sopruso dell'esercito del Conestabile, impeto dell'affluente del Rodano, antico raduno conventuale.

8) Evitare le rime involontarie, obbrobrio dello scritto, del discorso, ma in ogni modo del parlato radiofonico. Una rima non voluta e inattesa travolge al ridicolo l'affermazione più pregna di senso, il proposito più grave. La regìa si riserva la facoltà di emendare dal vezzo d'una rima il testo che ne andasse eventualmente adorno.

9) Evitare le allitterazioni involontarie, sia le vocaliche sia le consonantiche, o comunque la ripetizione continuata di un medesimo suono. Le allitterazioni sgradevoli costituiscono inciampo a chi parla, moltiplicano la fatica e la probabilità di errore (pàpera). Ciò che è peggio interrompono l'ascolto con dei tratti non comprensibili, e non compresi di fatto. All'udire, talvolta, certe frasi di romanza, non si percepisce il significato dei vocaboli, che escono frantumati dalla gola di chi canta: il motivo musicale, ossia l'aria, appoggiato sugli "are" e sugli "ore" di un poetico nonsense, ci avvince con la sua mélode, esaudisce da solo la nostra sete di bellezza. Ma il parlato radiofonico non è pretesto o supporto a una frase musicale; deve essere compreso per se stesso; il suo valore deriva unicamente dal contenuto logico. Un esempio di allitterazione vocalica: i versi danteschi:

Suso in Itàlia bella, giàce un làco
e quella a cui il Sàvio bàgna il fiànco
orchestrati in a sulle sedi toniche, risultano difficilmente comprensibili all'apparecchio: si risolvono in una irruzione di a nella tromba timpanica dell'ascoltatore frastornato; irruzione a cui non corrisponde, per cause meramente fisiche, un adeguato fissaggio di immagini.

10) Evitare le parole desuete, i modi nuovi o sconosciuti, e in genere un léssico e una semantica arbitraria, tutti quei vocaboli o quelle forme del dire che non risultino prontamente e sicuramente afferrabili. Figurano tra essi:
a) i modi e i vocaboli antiquati;
b) i modi e i vocaboli di esclusivo uso regionale, provinciale, municipale;
c) i modi e i vocaboli, talora arbitrariamente introdotti nella pagina, della supercultura (p. e. della supercritica), del preziosismo e dello snobismo;
d) i modi e i vocaboli delle diverse tecniche; della specializzazione;
e) i modi e i vocaboli astratti.

11) Evitare le forme poco usate e però "meravigliose" della flessione, anche se provengono da radicali (verbali) di comune impiego. Non tutti i verbi sono utilmente coniugabili in tutti i tempi, modi e persone. È questa una superstizione grammaticale da cui dobbiamo cercare di guarirci. Il verbo rappattumarsi genera uno sgradevole e male assaporato ti rappattumi (seconda singolare indicativo presente), il verbo agire genera, al primo udirlo, un incomprensibile agiamo (prima plurale indicativo presente), il verbo svellere uno svelsero (terza plurale indicativo remoto) alquanto indigesto, il verbo dirimere e il verbo redigere degli insopportabili perfetti. Tali mostri sono figli legittimi della coniugazione, ma la legittimità dei natali non li riscatta dalla mostruosità congenita.

sabato 27 ottobre 2012

Considerazioni libere (315): a proposito di una sentenza e delle sue motivazioni...

Come hanno fatto tutti quelli che in questi giorni hanno commentato la sentenza del tribunale dell'Aquila, anch'io devo esordire con "aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza". Non so in quanti effettivamente leggeranno quelle motivazioni, immagino molti meno di quelli che negli ultimi giorni hanno espresso questo proposito. Per inciso, in casi rilevanti come questo, forse sarebbe più opportuno far conoscere contemporaneamente la sentenza e le motivazioni; francamente, visti i tempi della giustizia italiana, non credo che il problema della lunghezza dei processi sarebbe troppo aggravato dal prevedere fin da subito che la sentenza sia accompagnata dalla stesura delle motivazioni, che esige comprensibilmente alcuni giorni; far uscire tutto insieme non dovrebbe essere così complicato, anche perché quando la corte decide una sentenza deve aver ben chiare le motivazioni giuridiche che la giustificano. Penso che il nostro sistema giudiziario ne acquisterebbe in autorevolezza e che soprattutto eviterebbe molte discussioni fuorvianti. Naturalmente per chi ha un'opinione già definita, per chi ha già un'idea a prescindere, le motivazioni sono assolutamente ininfluenti, in qualunque momento vengano rese pubbliche. Sulla sentenza dell'Aquila, a di là della foglia di fico dell'attesa delle motivazioni utilizzata da tutti i commentatori, molti di questi avevano già definito le loro opinioni prima che la corte si pronunciasse.
Quindi, pur aspettando le motivazioni, mi permetto di esprimere qualche dubbio, a cui spero di trovare risposta nei prossimi giorni. Il processo che si è celebrato in questi mesi non ha riguardato tutte le vittime di quel terremoto, ma solamente trentadue casi, messi insieme sulla base di singole denunce. Nel processo si è discusso di questi singoli e la pubblica accusa - sulla scorta delle testimonianze dei familiari e degli amici di quelle trentadue persone - ha cercato di dimostrare che le dichiarazioni dei componenti della Commissione grandi rischi, con i loro toni eccessivamente tranquillizzanti, li avrebbero spinti a rimanere nelle loro abitazioni, che crollarono a causa del terremoto del 6 aprile. Come sappiamo, altre persone, non tranquillizzate da quei messaggi o trovandoli contradditorii, decisero di trascorrere quelle notti in auto, fuori dalle loro case, o di trasferirsi sulla costa e in questo modo si salvarono. Pur con il rispetto che è dovuto a persone che hanno perso in maniera così tragica i loro familiari e credendo nella loro assoluta buona fede e nella verità delle loro testimonianze, non credo sia facile ricordare gli stati d'animo, le incertezze, i dubbi di quelle settimane di tre anni fa; temo che i ricordi finiscano per essere distorti da quello che è successo, dal dramma che tttu loro hanno vissuto. Sono situazioni molto difficili, in cui temo non sia facile rimanere lucidi; succede qualcosa del genere alle persone malate e ai loro familiari. Proviamo a calarci noi in quella situazione. Credo sia difficile decidere di lasciare la propria casa, anche se siamo impauriti da continue scosse di assestamento; per me almeno sarebbe difficile prendere questa decisione e non so quanto mi influenzerebbero, in un senso o nell'altro, le dichiarazioni degli esperti. A quante altre cose si penserebbe in momenti come quelli? Che peso avrebbe la preoccupazione per mia moglie? Non lo so, spero non mi succeda, naturalmente, ma non so cosa farei. Anche nel recente terremoto che ha colpito l'Emilia, abbiamo saputo di persone, spesso anziane, che non avrebbero voluto lasciare le proprie case e magari sono state costrette a farlo, con la forza, per l'imminenza del pericolo. E casi analoghi li abbiamo visti in tutte le tragedie naturali - troppe - che hanno investito il nostro paese. Probabilmente c'è stata sottovalutazione da parte dei tecnici della Commissione - e su questo dirò dopo - ma forse qualcuno di quelli che ha deciso di rimanere in casa ha sentito quello che voleva sentire. Francamente mi sembra molto complicato, dal punto di vista strettamente giuridico, trovare un rapporto diretto di causa ed effetto tra le dichiarazioni di De Bernardinis e degli altri tecnici e la morte di quelle trentadue persone. La scossa distruttrice è arrivata sfortunatamente pochi giorni dopo quella riunione, ma non sappiamo cosa sarebbe successo se la scossa fosse arrivata - come poteva succedere, essendo quel fenomeno imprevedibile - un mese dopo: quanto avrebbero resistito a dormire in auto quei cittadini dell'Aquila? Per quanto tempo sarebbero rimasti fuori dalle loro case? E se la scossa fosse arrivata di giorno, magari quando anche i più prudenti sarebbero dovuti rientrare, magari per prendere qualche vestito? Non so se le motivazioni della sentenza dell'Aquila potranno spiegare più nel dettaglio questo rapporto di causa-effetto. Leggeremo e proveremo a valutarlo, nella maniera più serena possibile. Credo che lo dobbiamo all'esercizio della verità e anche a quelli che sono morti a L'Aquila.
Intanto, nell'attesa delle motivazioni, sono scoppiate le polemiche. Abbastanza prevedibili erano le critiche dei giornali "lepenisti": questi non potevano perdere un'occasione ghiotta come questa per attaccare la magistratura, che da sempre è nel mirino del loro proprietario. Altrettanto prevedibile era la critica del ministro Clini, che ha un conto aperto con i magistrati di Taranto, colpevoli di "lesa maestà" verso il ministero e l'Ilva, da lui parimenti rappresentati; magari era meno prevedibile la sciocchezza del paragone fatto da Clini tra il processo dell'Aquila e quello a Galileo. Era ancora meno prevedibile che si saldasse contro la sentenza dell'Aquila una strana alleanza tra costoro e Piergiorgio Odifreddi, di professione anticlericale più che matematico, che ha definito "demenziale" la sentenza, considerandola, al pari di altri belli spiriti suoi pari, come un attacco alla scienza, naturalmente con la "S" maiuscola.
Al di là di queste piccinerie, le persone condannate dal tribunale dell'Aquila hanno delle precise responsabilità e credo sia giusto che queste emergano. Immagino abbia pesato sulla decisione del magistrato ascoltare le parole di Bertolaso, nella telefonata in cui spiega all'assessore alla protezione civile della Regione che l'incontro dei "luminari del terremoto" servirà per "zittire subito qualsiasi imbecille" e per "tranquillizzare la gente", con la tesi che "cento scosse servono a liberare energia e non ci sarà mai la scossa quella che fa male". Come succede troppe volte in Italia, c'è stata una miscela pericolosa di incompetenza, pigrizia, arroganza, accondiscendenza al potente di turno. Questa sentenza ha dimostrato una volta di più che in questo paese i cittadini non possono fidarsi delle istituzioni, non possono credere a uno stato che, per dolo e per negligenza - ma più spesso per dolo - li ha sistematicamente ingannati, ha negato la verità. Questo stato di cose non lo potrà risolvere una sentenza, per quanto coraggiosa - anche se temo sbagliata - di un giudice di provincia.
In Italia ogni terremoto rischia di trasformarsi in una catastrofe perché non c'è la cultura per affrontare questi eventi naturali, che sono sì imprevedibili - e chi dice il contrario è ignorante - ma sono allo stesso tempo affrontabili. Per non parlare di quegli eventi che, pur essendo prevedibilissimi - come le piogge - rischiano di trasformarsi anche loro in catastrofi. Manca nel nostro paese, che pure è altamente sismico, qualsiasi forma di educazione dei cittadini, anche perché troppo spesso le autorità - scienziati compresi - hanno sempre adottato lo stile di comunicazione messo in pratica in Abruzzo, teso a nascondere la verità e a rassicurare comunque i cittadini, che evidentemente non sono ritenuti abbastanza intelligenti da conoscere quello che succede. Per queste ragioni, secondo me, ci sarebbero stati tutti i motivi per condannare quei sette tecnici - e non solo loro - ma forse quella sentenza di omicidio colposo non è il modo migliore per rispettare lo stato di diritto. Ho l'impressione che si sia arrivati a una sentenza giusta attraverso una strada sbagliata, ma in un processo la strada non è una variabile indipendente.

lunedì 10 settembre 2012

Considerazioni libere (304): a proposito di un uomo in un'ambasciata...

Faccio un passo indietro. A cavallo del ferragosto, le impigrite redazioni dei giornali e delle televisioni di tutto il mondo si sono trovate di colpo a commentare la minaccia del governo inglese di prendere d'assalto l'ambasciata dell'Ecuador a Londra per arrestare Julian Assange, che si era rifugiato lì già dal mese di giugno.  Forse lo avrebbero fatto anche prima, ma avevano dovuto aspettare la fine della pax olimpica per intervenire con tale ferma decisione. Qualche reporter di assalto pregustava già lo scoppio di una breve e intensa guerra sudamericana - con annessa vacanza in qualche resort di lusso per seguire le truppe britanniche - ma naturalmente Cameron e il suo ministro degli esteri Hague, che ha gestito direttamente il caso, hanno dovuto prontamente rinfoderare la spada che avevano estratto per scimmiottare zia Margaret: qualche paziente funzionario del Foreign office ha loro spiegato che le ambasciate godono di speciali privilegi e che attaccarne una, tanto più di un piccolo paese dell'America del sud, sarebbe stato giudicato sconveniente - e antisportivo - perfino nei circoli più aristocratici di Londra. Al di là della brutta figura fatta dal governo inglese la vicenda di Assange merita una qualche riflessione in più, almeno per due aspetti molto diversi tra di loro.
Come è noto Assange è stato il cofondatore ed è la figura mediaticamente più rappresentativa di Wikileaks. Mi è già capitato di scrivere una breve "considerazione" sul tema - la nr. 184 - nel dicembre del 2010, quando è scoppiato il caso. Naturalmente mi fa piacere se andrete a leggerla - o rileggerla - ma sostanzialmente dicevo che ho un'opinione favorevole nei riguardi di Wikileaks e credo sia importante il lavoro fatto dalle persone che hanno costruito e alimentato quel sito; la penso ancora così e penso anche che, per quanto siano preziose le prove fornite dal sito, molti dei cosiddetti segreti non lo siano affatto: si tratta semplicemente di fatti già raccontati dai mezzi di informazione e dagli intellettuali non aprioristicamente schierati con i potenti di turno.
E' altrettanto noto che il governo della Gran Bretagna dice che vuole arrestare Assange soltanto perché questi è accusato di violenza sessuale in Svezia. Anch'io sono di quelli che pensano che una volta che Assange sia stato arrestato, in Svezia o in Gran Bretagna o in qualunque altro paese del mondo per un reato qualsiasi, compreso il furto di caramelle, esista il pericolo reale e concreto che venga immediatamente estradato negli Stati Uniti, al cui establishment politico e militare non importa nulla delle caramelle - figurarsi dei diritti delle donne violentate - ma che accusa Assange di cospirazione e di tradimento e probabilmente immagina di riuscire a sapere quali siano le vere fonti di Wikileaks, visto che è piuttosto incredibile che il soldato Bradley Manning sia riuscito da solo a fare un tale lavoro. Ma visto che la giustizia degli Stati Uniti ha mostrato qualche "difetto" quando i capi di imputazione sono il terrorismo e la cospirazione, ad esempio considerando legittimo l'uso della tortura, è naturale che noi democratici protestiamo affinché Assange non venga lasciato nelle mani, non proprio amichevoli, dei giudici statunitensi. Non sono più d'accordo invece quando sento dire - ed è capitato spesso in questi giorni, soprattutto dalla stessa parte "democratica" - che le donne che hanno accusato Assange stanno mentendo, oppure che sono state ingannate o ancora che le loro accuse sono state usate - in Italia ormai diciamo così - "a loro insaputa"; la cosa più stupida sentita è che forse la loro definizione di stupro era imprecisa. Chi decide la definizione di stupro? Troppo spesso la decidono gli uomini che in genere sono piuttosto autoassolutorii su questo argomento. Purtroppo quando si parla di violenze alle donne troppo spesso si dice che le vittime mentono; non è vero: la percentuale di menzogne in caso di stupro è uguale a qualunque altra accusa di natura penale e sta intorno al 3%. E come ci dimentichiamo troppo spesso, gli uomini che violentano le donne solo in una minima percentuale sono gli psicotici, quelli che colpiscono alla cieca, senza conoscere le loro vittime; nella stragrande maggioranza dei casi i violentatori sono persone "normali" e sono persone che conoscono le loro vittime, sono i mariti, i fidanzati, i padri, gli uomini della loro famiglia o sono persone che le donne conoscono e ammirano; sono "brave persone" per la mentalità comune e per l'opinione pubblica. Io temo che anche per colpa di quello che sta avvenendo attorno alla vicenda di Julian Assange si tenti di fare un passo indietro, al tempo in cui il consenso della donna non era poi così importante e la valutazione sull'uso o meno del preservativo non era influente per definire cos'è o cosa non è stupro. La cosa che mi indigna è che questo possa succedere nel nome della giustizia, nel nome della difesa della libertà di parola.
La seconda riflessione è di natura più strettamente politica e riguarda il motivo per cui Assange ha scelto di rifugiarsi nell'ambasciata dell'Ecuador e perché questo piccolo stato ha deciso di sfidare il "potere costituito" concedendo asilo al nemico pubblico nr. 1 dei "bravi" stati occidentali. Dal momento che non crediamo più alle favole e neppure alle dichiarazioni ufficiali degli uomini politici, certamente ha pesato sulla decisione del presidente Correa, al di là delle posizioni di principio, la volontà di presentarsi a testa alta davanti ai suoi concittadini, visto che tra poco si voterà in Ecuador: Correa rivendicherà il fatto di essere quello che ha tenuto testa alla Gran Bretagna e agli Stati Uniti. E giocherà questa carta anche con gli altri capi di stato dell'America del sud, di cui aspira a diventare se non il leader, almeno un punto di riferimento. C'è però qualcosa di più, che noi facciamo fatica a capire perché di quel continente abbiamo notizie molto frammentate e soprattutto mediate da organi di informazione che, per pigrizia o per malafede, sono rigorosamente "atlanticocentrici". Nell'America del sud sta avvenendo qualcosa che sfugge al controllo delle autorità finanziarie internazionali che per molti decenni hanno considerato quei paesi come cavie per sperimentare quelle ricette ultraliberiste, che prima hanno portato al fallimento l'intero continente e che adesso, riprodotte ancora una volta in maniera pedissequa, stanno facendo fallire la Grecia, la Spagna, il Portogallo, l'Italia e così via.
Quei paesi, a partire dal Brasile e dall'Argentina, hanno deciso - ed è significativo che in questa scelta abbiano avuto un ruolo importante capi di stato donne, come Cristina Fernández de Kirchner, Dilma Rousseff e, ancor prima la cilena Michelle Bachelet - di provare a fare le cose in maniera diversa da come è stato predicato per anni dai soloni di Washington. L'Ecuador è il primo paese ad aver applicato il concetto di "debito illegittimo", rifiutandosi di pagare alla comunità internazionale i debiti contratti dai precedenti governi, perché ottenuti attraverso la corruzione, la violazione dei diritti umani e delle norme costituzionali. Nel dicembre del 2008 il presidente Correa ha annunciato di non riconoscere il debito di 11 miliardi di euro contratto dai suoi predecessori con una serie di banche degli Stati Uniti e in seguito rinegoziati attraverso il cosiddetto "piano Brady", dal nome del Segretario al tesoro di Reagan e di Bush padre. Il piano Brady, che riguardò gran parte dei paesi latino americani, permetteva loro di pagare il proprio debito contraendone un altro, sul quale sarebbero maturati nuovi interessi; tra il 1992 e il '93 molte delle compagnie statali vennero privatizzate, perché si stabilì che sarebbero state le risorse di metano e di petrolio a dover garantire il debito. Per inciso leggo che già qualcuno ha teorizzato un piano Brady per "salvare" la Grecia.
Quando l'Ecuador decise di non riconoscere più gli accordi del piano Brady, il Fondo monetario internazionale, allora guidato dal "progressista" Strauss Kahn decise di far fallire quel paese, secondo la nota massima "colpirne uno per educarne cento". L'Ecuador riuscì a sopravvivere perché Venezuela, Brasile e Argentina garantirono a quel paese forniture rispettivamente di petrolio, di grano e riso, di carne. Quella decisione dell'Ecuador e la reazione degli altri paesi ha segnato di fatto un passaggio storico per la storia recente dell'intero continente. La scelta di Assange forse non è casuale, certo non sarà priva di implicazioni politiche quella del governo dell'Ecuador di concedergli asilo. Al di là della questione in sé, ossia del diritto all'informazione - che comunque è fondamentale per ogni moderna democrazia - si gioca lì una partita che avrà conseguenze, se avremo la capacità di vederle.

mercoledì 29 agosto 2012

Considerazioni libere (302): a proposito di linguaggi...


Presa in sé la polemica di questi giorni - naturalmente rovente, secondo una delle più viete e abusate metafore giornalistiche - tra Bersani e Grillo non è particolarmente significativa, si tratta di un normale episodio di campagna elettorale, sopravvalutato dalla stampa cosiddetta "indipendente", pigra e incapace di guardare oltre alla polemica di giornata, e ovviamente enfatizzato dai giornali "lepenisti", di proprietà di B. e degli amici di B., che, essendo perennemente in un clima di "guerra civile", devono criticare sempre e comunque quello che avviene nel campo dei "comunisti". Al di là della polemica, dei suoi protagonisti e delle loro intenzioni, però ci sono due aspetti della questione che meritano un po' di attenzione e stimolano una qualche riflessione.
Partiamo dalle cose che ha detto Bersani, da quelle che ha detto davvero - come al solito Rainews ha svolto questo servizio, a differenza degli altri "grandi" mezzi di informazione nazionali - e non da quelle che gli hanno fatto dire nella vulgata dei giorni successivi. Secondo me il segretario del Pd ha detto una cosa giusta e una cosa sbagliata; spero per questo di non essere considerato un "cerchiobottista", uno alla Pierluigi Battista per intenderci: come sapete ormai, questo non è proprio il mio "stile".
Comincio dalla cosa - secondo me - sbagliata, facendo contenti i miei amici e lettori a Cinque stelle. Nel corso del suo intervento Bersani ha invitato quelli che lo criticano - anche se criticare, come vedremo poi, è un eufemismo - a "uscire" dalla rete e ad esprimere le stesse cose in confronti faccia a faccia. Questo tipo di atteggiamento va bene con quelli - e ci sono ancora purtroppo - che scrivono di notte sui muri delle sezioni, strappano i manifesti o bruciano le bandiere delle feste. Si tratta spesso di giovani teppisti, più ignoranti che altro, che scimmiottano atteggiamenti squadristici che hanno imparato nelle curve degli stadi. In rete ci sono anche questi, ci sono gli ultras anonimi che se ne approfittano e si nascondono, lanciando insulti e volgarità gratuite, così come ci sono i pedofili e i criminali che usano internet per i loro scopi; il problema, come ho sempre detto, non è la rete, ma chi la usa. La pedofilia, come la criminalità, come l'ignoranza, non sono invenzioni della rete: c'erano ben prima. Bersani però non si riferiva ad anonimi contestatori, ma a persone ben definite, con nomi e cognomi, persone che conosciamo, persone che utilizzano la rete in maniera molto diversa da come la usano, almeno in Italia, i politici che potremmo definire "tradizionali". Qui c'è un problema non solo riferito a quel che si dice - e di questo voglio parlare dopo - ma anche riferito a come si dice e a dove si dice. In questo caso, le questioni di metodo diventano questioni di merito.
Bersani, dal suo punto di vista, può dolersi del fatto che una parte del discorso politico avvenga in sedi così diverse rispetto a quelle che lui conosce bene, secondo schemi e con modalità altre rispetto a quelle con cui lui e molti altri hanno cominciato a fare politica. Questo lo capisco bene, è difficile anche per me, che pure essendo un po' più giovane di Bersani, ho avuto una formazione molto simile alla sua, fatta di incontri in sezione, dove prima ascoltavi e solo dopo un qualche tempo parlavi, fatta di un apprendistato nei livelli locali delle istituzioni e così via, dove il tuo punto di vista si esprimeva attraverso un discorso o un pezzo scritto, più o meno lungo. Anche queste "considerazioni", pur essendo ospitate nella rete, sono figlie di quell'apprendistato e risentono di questo modo - chiamiamolo "tradizionale" - di fare politica. La rete ci imporrebbe un linguaggio più schematico, più diretto, più semplice, anche se a volte rischia di essere semplicistico. Personalmente affianco a questi pezzi, a volte anche troppo lunghi - ma ormai dovete sopportarmi così, son troppo vecchio per cambiare "stile" - le frasi di Twitter e in genere faccio fatica a dire quello che voglio dire in 140 caratteri: a volte ci riesco, a volte no. La concisione è difficile, ma è un esercizio utile, soprattutto per noi che non siamo stati educati a praticarla. Scrivere per la rete non è la stessa cosa che scrivere per un giornale o peggio ancora per un intervento in un congresso: bisogna imparare a farlo e bisogna valorizzare il fatto che se se hai poco tempo e poco spazio devi essere chiaro, molto chiaro. In un discorso lungo, se sei bravo, puoi anche riuscire a non dire nulla, in una sola frase qualcosa devi dire, sempre, e devi riuscire a farti capire.
Poi c'è una questione di luoghi; io per un pezzo non irrilevante della mia vita ho fatto politica e avevo quindi luoghi per poter parlare: l'aula del consiglio comunale, gli incontri di partito, i comizi alle feste, gli articoli sulla stampa. Non voglio enfatizzare: si trattava del consiglio comunale di un piccolo Comune della pianura bolognese, di comizi in paesi sperduti della montagna o della bassa con pochi e fedeli ascoltatori, di articoli sulla stampa a tiratura rionale, eppure erano occasioni utili, anche di formazione politica. Ora queste occasioni non le ho più, per diversi motivi, ma principalmente perché non ho più un partito a cui far riferimento e mi rendo conto che tanti sono in questa condizione; devo ammettere che me ne rendevo conto meno quando facevo politica, all'interno di un partito e di questo mi dispiace: temo sia un difetto intrinseco della politica su cui dovremo riflettere. La rete per me è un'occasione importante, posso continuare a esprimere un'opinione senza dover partecipare alla vita di un partito e posso confrontarmi con persone che la pensano più o meno come me su molti temi. E sono in gran parte persone che non conosco, che probabilmente non conoscerò personalmente perché abitiamo in città diverse, in alcuni casi anche in paesi diversi. Scusate questa digressione personale, ma mi è sembrata l'unico modo per spiegarmi in maniera efficace. Si sta affermando, grazie alla rete, un modo diverso di fare politica, che è in parte simile a quello che c'era prima, ma in parte è anche diverso. Ora io parlo a una quarantina di persone, che leggono con abnegazione questo blog, ma ci sono altre persone che hanno le capacità - e forse le competenze - per parlare a molte più persone. Questo mondo esiste, sono persone che hanno idee, opinioni, che hanno voglia di parlare, i partiti non possono continuare a far finta di nulla, perché un pezzo della politica si agita anche qui e soprattutto alla fine le persone che parlano sulla rete vanno a votare e il loro voto conta. Da un lato si restringono i campi della democrazia perché le istituzioni sono sempre più chiuse, perché nei paesi occidentali  la democrazia si indebolisce - come ho scritto molte volte - e anche i partiti tendono a chiudersi a riccio di fronte a forme vere di partecipazione; nella rete, forse in modo confuso, forse in modo velleitario, forse in modo narcisistico, si fa comunque politica e Bersani più di altri lo dovrebbe capire. Con il suo intervento rischia di dare un ruolo maggiore a soggetti che nella rete si muovono con più competenza e con più agilità rispetto a lui, ma soprattutto dà il senso di essere lontano da un mondo che esprime, in larga maggioranza - lo si è visto su un tema essenziale come quello dei beni comuni e lo si vede in generale sul tema dei diritti - una possibilità di dialogo con pezzi del centrosinistra. Bersani non dovrebbe chiedere con tono minaccioso ai suoi interlocutori della rete di partecipare ai dibattiti, dovrebbe invece cominciare davvero a frequentare la rete; secondo me ci guadagnerebbe, anche in termini elettorali.
Veniamo ora alla seconda affermazione, che, a dire il vero, è stata pronunciata per prima da Bersani ed è quella su cui si è maggiormente animato il dibattito ed è quella - incidentalmente - su cui sono d'accordo. Così faccio contenti i miei lettori del Pd: ultimamente mi capita poche volte di essere d'accordo con il loro segretario e lo segnalo. Secondo i giornali, Bersani avrebbe detto che Grillo, Di Pietro, Travaglio e quelli che scrivono gli editoriali sul Fatto quotidiano sono fascisti. Bersani non l'ha detto, anche perché sa che non è vero. Ha detto che ci sono persone - e quelli citati sono tra questi - che usano "linguaggi fascisti", facendone alcuni esempi piuttosto efficaci. Basta fare un giro tra le bacheche di "faccialibro" per farsene un'idea sufficientemente chiara. Naturalmente i giornali, e molti politici dopo di loro, hanno voluto semplificare: se Grillo usa un linguaggio fascista è tout court fascista. Il segretario del Pd poteva supporre che questa semplificazione sarebbe stata fatta, probabilmente l'aveva messa nel conto, ma evidentemente gli interessava marcare il concetto. Non è inutile ricordare che qualche giorno prima Ezio Mauro, il direttore di un altro "partito" del centrosinistra, aveva scritto un editoriale sul tema della cosiddetta "seconda destra", riferendosi sempre a questi stessi interlocutori, colpevoli a suoi occhi di attaccare Napolitano e quindi Monti. E' Mauro che sbaglia, perché effettivamente in Italia due destre esistono, ma non sono quelle messe in fila dal direttore di Repubblica: una destra - non so se è la prima o la seconda - è quella guidata da Monti, la destra "tedesca" insomma, l'altra destra è quella guidata da B., il "lepenismo" in salsa italiana, antieuropeo, omofobo e razzista.
Bersani, più sottilmente, si è soffermato sui "linguaggi" e purtroppo su questo ha ragione. Ripeto io non ho particolare simpatia per il Pd, lo critico spesso, probabilmente anche più duramente di quanto critichi la destra, perché, essendo un fazioso, dalla destra non mi aspetto nulla, mentre dalla sinistra - ossia dalla parte in cui ho militato, milito e militerò - mi aspetto molto di più; ma un conto è criticare la politica, un conto è cominciare a definire qualcuno "uomo morto".
Il termine fascista ha molti significati, c'è naturalmente il significato storico riferito al regime dittatoriale che c'è stato in Italia dal '22 al '45, ma c'è anche un significato più ampio che precede e segue quel drammatico episodio storico. E' un linguaggio fascista quello che si ascolta ogni domenica negli stadi italiani per denigrare con ogni tipo di insolenza le tifoserie avversarie; c'è un linguaggio fascista che si legge nelle scritte sui muri delle nostre città contro gli omosessuali e gli stranieri; c'è un linguaggio fascista che si è fatto larga strada nella politica. In Europa gli anticorpi contro questi linguaggi sono diventati sempre più deboli, tanto che movimenti fascisti sono riusciti, sfruttando proprio questi linguaggi e questa semplificazione estrema e violenta del discorso politico a diventare centrali nella vita politica dei loro paesi. In Ungheria un partito sostanzialmente fascista è al governo e ha modificato la Costituzione in senso nazionalista e autocratico; in Austria e in Olanda movimenti fascisti hanno avuto ruoli nei governi di centrodestra; in Francia è una parte rilevante della destra di quel paese, che pure è un movimento complesso, che si è forgiato nella lotta contro il nazifascismo; in Grecia c'è un partito nazista che organizza le ronde notturne contro gli immigrati; in Italia è stata una delle componenti culturali di fondo dei governi di B. e della Lega, costituendone uno dei legami forti per tenere unita una coalizione che avrebbe avuto molti altri motivi per dividersi. In molte delle cose che si leggono sui giornali e che si leggono in rete c'è un di più di violenza che dovrebbe far preoccupare, perché uno dei caratteri fondanti del fascismo culturale, oltre al razzismo e al maschilismo, è l'idea che la violenza sia l'elemento principale della risoluzione dei conflitti. Proprio perché le parole sono importanti e lo sono tanto di più - come ho cercato di spiegare prima - perché hanno il pregio di essere chiare e hanno l'opportunità di arrivare a una platea molto vasta, chi le usa lo dovrebbe fare con attenzione. Perché le parole poi viaggiano da sole, prendono forza e non si sa bene dove si possono fermare.

sabato 11 agosto 2012

Considerazioni libere (299): a proposito di retorica e di sport...

La vicenda è nota: durante le olimpiadi le autorità sportive internazionali hanno segnalato il caso di un atleta italiano, già campione olimpico, risultato positivo ai controlli antidoping; il giovane che, colto in flagrante, ha ammesso la sua colpa, è stato sospeso dalle gare. Si tratta di una brutta vicenda, che merita qualche riflessione in più - non solo di carattere sportivo - perché non è soltanto la storia di un giovane debole, ma racconta qualcosa del nostro paese, dove è sempre così difficile capire dove stanno le responsabilità.
Il giovane pratica - a questo punto praticava - uno sport "minore" come la marcia. In Italia si definisce "minore" ogni sport che non sia il calcio. Per verificarlo basta sfogliare uno qualsiasi dei tre quotidiani sportivi pubblicati nel nostro paese: una ventina di pagine dedicate al calcio contro le due - quando va bene - dedicate agli altri sport. Questa sproporzione aumenta se si prendono in considerazione soltanto i servizi televisivi. Gli sport "minori" escono da questo cono d'ombra ogni quattro anni, in occasione delle olimpiadi: questa è ormai la vera "tregua olimpica". Nei giorni delle olimpiadi i giornalisti sportivi italiani ripassano velocemente le regole degli altri sport, raccolgono informazioni e tabellini e si fingono esperti; in televisione poi si recuperano "vecchie glorie" di quegli stessi sport, affidando a loro i cosiddetti commenti tecnici. Poi, visto che ogni quattro anni si scopre che in qualcuno di questi sport l'Italia può vantare campioni da medaglia - che si allenano in silenzio e con costanza - scatta l'orgoglio nazionale per questi sportivi, solitamente ignorati. I giornalisti importanti, quelli che di solito scrivono nelle prime pagine, perfino i direttori, si esercitano in panegirici su questi atleti, facendo sempre notare quanto le loro gesta debbano essere da esempio per i giovani, sottintendendo - da perfetti farisei - un giudizio negativo sul calcio e sui ricchi calciatori. I politici di tutti gli schieramenti vibrano di orgoglio nazionalista, vedendo il tricolore salire sull'asta più alta, accompagnato dalle note dell'inno di Mameli. I burocrati che comandano sullo sport nazionale approfittano di una medaglia in più o in meno per definire le loro gerarchie all'interno del Coni e delle federazioni, con bizantinismi simili a quelli del potere cinese. Poi, spento il braciere olimpico, tutto tace fino alle prossime olimpiadi, specialmente le promesse di sostenere e finanziare questi sport "minori".
Alex Schwazer era uno di questi sportivi "a gettoni". Anzi no, Schwazer era diventato - forse suo malgrado - anche un personaggio minore del "circo". Intanto perché è un italiano atipico, di confine, della più significativa e potente minoranza del nostro paese, un giovane che, nell'esibire il tricolore, sembrava ricucire una frattura sempre presente tra "loro" che non si sentono italiani e "noi" che non li consideriamo tali. Poi Alex era - spero sia ancora - fidanzato con un'altra campionessa di uno sport "minore": la loro storia d'amore era perfetta e serviva, di volta in volta, a spiegare i loro successi o le loro sconfitte. Alex era talmente perfetto da diventare - e non lo sarà più - il testimonial di una nota multinazionale dolciaria. Temo anche che il "circo" voglia recuperare Alex e spero che lui resista: il dopato pentito e piangente sarebbe l'ospite ideale di ogni reality.
Con questa "considerazione" non ho nessuna intenzione di assolvere Schwazer: ha commesso un errore molto grave, era consapevole di farlo ed è giusto che paghi. Francamente non mi sembra giusto che paghi solo lui. La marcia è certamente uno sport individuale, ma nessun atleta, tanto più se è un campione olimpico, raggiunge certi risultati da solo. Nessuno di quelli che lavoravano con lui si è mai accorto di nulla? Nessuno ha notato che, nonostante gli allenamenti, non si sentiva sicuro di sé e delle proprie prestazioni? Non hanno capito la sua fragilità? Nessuno ha notato dei risultati altalenanti o troppo regolari? Immagino che un atleta come Schwazer sia seguito da un'equipe di medici; gli dicevano soltanto quanti snack al cioccolato doveva mangiare? Io non sono un esperto, ma sinceramente mi pare che in questa storia ci siano o complicità o incompetenze e davvero non so cosa sia peggio, pensando che queste persone dovranno allenare altri giovani. All'indomani della scoperta - poi non ho visto la televisione per alcuni giorni - ho sentito un'intervista, piuttosto disgustosa, del presidente della Fidal, la cui unica preoccupazione evidente era quella che qualcuno approfitti di questa storia per toglierlo di lì. Se davvero la federazione volesse combattere il doping farebbe propri controlli, ma non mi pare che questa sia una sua priorità.
Ripeto non ho simpatia per Schwazer e condanno quello che ha fatto, ma mi disturba la retorica cresciuta intorno al caso. Schwazer è stato additato di volta in volta come il traditore dello spirito olimpico, il traditore della fiducia che l'Italia ha riposto in lui, il traditore dei sani valori dello sport. Balle. A nessuno di quelli che scrive, a partire dai vertici della politica sportiva, importa un fico secco dello spirito olimpico e dei sani valori dello sport, quanto all'Italia, Schwazer le ha dato esattamente quello che ne ha ricevuto.
Disturbano i toni roboanti della retorica antidoping nell'atletica e negli altri sport, tanto più perché sono fatti negli stessi giornali - e a volte dagli stessi giornalisti - che usano parole concilianti con i calciatori e le squadre che hanno truccato gli ultimi campionati italiani di calcio. Schwazer è un traditore, un infame, mentre Conte - che con la richiesta di patteggiamento ha ammesso l'illecito sportivo - è l'allenatore di una delle squadre più importanti d'Italia e l'ospite coccolato di tutte le trasmissioni sportive. D'altra parte di atletica non si parlerà più per quattro anni, mentre di calcio e con il calcio ci campano tantissime persone. Va bene così, ormai il mondo abbiamo rinunciato a cambiarlo, almeno rispamiateci le lacrime.

venerdì 3 agosto 2012

Considerazioni libere (298): a proposito di polemiche e di informazioni (e anche di polpette)...

Non sono uno sportivo, non lo sono mai stato, non sono sufficientemente atletico e non ho spirito agonistico. Ma siccome ho ormai una certa età, ho deciso di tenermi in forma e quasi tutte le mattine faccio un piccolo giro a piedi sulle colline di Salsomaggiore. Naturalmente non tutte le mattine sono uguali, alcune mi sento meglio, la camminata procede spedita e arrivo a casa senza essere troppo stanco, mentre altre impiego più tempo e faccio più fatica. Se una di queste ultime mattine un giornalista della Gazzetta di Parma, appostato davanti alla porta di casa, mi chiedesse le ragioni del ritardo, gli risponderei nervoso, gli ricorderei comunque che la mattina precedente avevo fatto lo stesso percorso in meno tempo e alla fine probabilmente accuserei della mia scarsa prestazione il fatto che la sera prima avevo mangiato le polpette con i peperoni, con una conseguente cattiva digestione. A questo punto il solerte giornalista intervisterebbe Zaira, responsabile della preparazione delle polpette, e lei, seccata di essere stata svegliata così all'improvviso, direbbe che forse non le avevo digerite perché ne avevo mangiate due razioni e si aprirebbe quindi una polemica dagli esiti imprevedibili; io nell'intervista potrei ricordare le polpette di mia madre, che Zaira invece ha sempre trovato indigeribili e così via. Dato che nessun giornalista segue le mie gesta atletiche, io arrivo a casa, sveglio Zaira, lei mi chiede come è andata, io bofonchio qualcosa, lei capisce che non è andata bene e non mi chiede più niente, poi facciamo colazione e tutto procede normalmente. Al di là del fatto che digerisco benissimo la cucina di Zaira, penso che avrete capito il motivo per cui ho scritto questo breve apologo.
Non ho una particolare simpatia per Federica Pellegrini e per Filippo Magnini, ne apprezzo le indubbie capacità atletiche, sono contento quando vincono, ma ho l'impressione che si siano fatti un po' prendere la mano dai loro personaggi. Detto questo, credo che un atleta che partecipa alle olimpiadi abbia una certa carica nervosa, tanto più se è un campione da cui ci si aspettano risultati di un certo livello; se poi questi risultati non arrivano, alla fatica si somma la rabbia. Se si fa una domanda a questa persona appena è uscita dalla piscina è abbastanza naturale che le sue parole non siano meditate, per usare un eufemismo. Immagino che se i giornalisti avessero intervistato Magnini due ore dopo la fine della gara le sue parole sarebbero state più ragionate e probabilmente la polemica, se fosse comunque nata, sarebbe stata un po' più costruttiva. Magari avremmo potuto parlare del fatto che mentre in altri paesi il movimento sportivo nasce nelle scuole e nelle università, in Italia gli atleti degli sport "normali" devono appoggiarsi alle forze armate; ci saremmo chiesti come mai nel corso di questi dieci anni non siamo riusciti ad "allevare" nuotatori in grado di sostituire - anche se non con gli stessi invidiabili risultati - i campioni che oggi faticano, per forza di cose, a tenere il passo. Invece tutto il dibattito di questi giorni, amplificato dai mezzi di informazione, è fatto di recriminazioni, pettegolezzi, reciproche accuse: questa discussione non serve nell'immediato a rendere più sereno il clima della squadra italiano di nuoto né servirà a capire come in futuro dare nuova spinta a questo sport. Serve unicamente a dare nuova popolarità extrasportiva ai due protagonisti, ormai pronti a intraprendere la carriera dei reality show.
Al di là di quello che è successo a Londra, che dopo tutto non è molto importante, credo che questa vicenda sia il segno di cosa è diventata l'informazione nel nostro paese. E' davvero necessario raccogliere ogni minima dichiarazione di Federica Pellegrini? E' necessario raccogliere ogni minima dichiarazione di una serie di politici che in ogni luogo vadano sono inseguiti da almeno una decina di giornalisti? Se il fantomatico cronista della Gazzetta mi seguisse ogni giorno e chiedesse continuamente la mia opinione su ogni argomento, anche su quelli di cui non so nulla, finirei per dire una montagna di stupidate. Succede la stessa cosa a Bersani, ad Alfano e a tutti gli altri: non possono avere cose intelligenti da dire ogni dieci minuti; qualcuno fatica a dire una cosa intelligente ogni due giorni, ma questo è un altro problema. E allora perché dobbiamo subire questa pioggia di dichiarazioni, in cui per lo più tutti questi intervistati si citano addosso l'uno con l'altro? E' giornalismo questo? Io credo di no, eppure adesso gran parte dell'informazione è fatta così. Ti danno perfino l'impressione di farti entrare nel vivo delle cose, ma alla fine non è così; sappiamo meno cose, anche se siamo ingozzati di informazioni. Non ci sono analisi, non ci sono approfondimenti, perché queste cose costano fatica, bisogna studiare, capire, confrontare; è molto più facile mettere il microfono davanti alla bocca di X e sperare che quello dica che Y è uno stronzo. Allora sicuramente Y dirà che il vero stronzo è X e così si possono scrivere alcune decine di articoli e confezionare altrettanti servizi televisivi, tra cui quello immancabile in cui si deplora lo scadimento dei costumi. Infatti nella vicenda di Pellegrini e di Magnini le migliori penne si sono esercitate proprio su questo tema, ossia sull'inopportunità di rilasciare dichiarazioni di quel genere. Siete davvero di un'ipocrisia farisaica: siete stati voi, con il vostro pressapochismo, a provocare le dichiarazioni che ora condannate.
Poi, come è noto, la stupidità è contagiosa e la rete è un terreno fantastico per diffondere ogni tipo di stupidaggini. Così le persone che prima si limitavano a fare dei commenti idioti al bar, avendo al massimo un'audience di dieci persone - che peraltro li ascoltavano con sufficienza perché sapevano benissimo di ascoltare un idiota - ora hanno la possibilità di diffondere le loro idiozie in rete e i soliti pigri e incapaci che scrivono sui giornali e parlano in televisione danno voce a queste stupidate, spacciandole come la voce dell'opinione pubblica. Alcuni teorizzano perfino che sia un esercizio di democrazia: no, sono sempre le stesse stupidate dette nei bar e che lì avrebbero dovuto rimanere. La rete ha contribuito non poco allo scadimento dell'informazione, anche se come al solito il problema non è nel mezzo in sé, ma nell'incapacità di chi lo usa. Quante volte vi è capitato di leggere su un sito una breve di cronaca e poi leggere quello che dovrebbe essere un approfondimento, in cui si ripetono alla lettera le stesse cose dette nel lancio precedente, senza aggiungere nulla? Sono state aggiunte solo delle parole, ma nessuna informazione. La velocità dell'informazione è un altro di quei terreni su cui si misura l'ignoranza di chi fa questo mestiere. Non è necessario essere i primi a dare una notizia, se poi quella notizia non è vera. In Italia ancora si discute se Tito Stagno diede in anticipo di qualche minuto la notizia dell'allunaggio; forse sì, ma stiamo parlando di un avvenimento unico - unico davvero - e comunque l'allunaggio ci fu. E' proprio necessario essere i primi a mettere sul proprio sito la fotografia dell'attentatore di Burgas, anche se fosse stato lui?
Mi rendo conto che quando si critica l'informazione il terreno è scivoloso, perché ci sono quelli sempre pronti ad approfittarne. In questi giorni autorevoli esponenti politici hanno sostenuto che la crisi è responsabilità dei giornali che l'hanno raccontata e ci ricordiamo ancora che qualcuno diceva che la mafia esisteva perché c'erano artisti e giornalisti che la raccontavano. La crisi e la mafia esistono per conto loro e per fortuna che ci sono giornalisti che ne parlano, in maniera non omologata. Purtroppo c'è tanta informazione - la maggioranza - sciatta, fatta male, che non cerca la notizia, ma solo la polemica. Uno dei motivi della crisi italiana - e non tra i secondari - è proprio questo modo di fare informazione che, quando va bene è inutile, ma che il più delle volte è dannoso. Ci sarebbe poi da aprire un capitolo sull'incapacità di scrivere in corretto italiano dei giornalisti, ma francamente questa mi pare ormai una battaglia perduta.

giovedì 19 luglio 2012

Considerazioni libere (292): a proposito di come vengono raccontate le donne...

Non so cosa succeda negli altri paesi, ma sicuramente in Italia non riusciamo a parlare di donne senza fare riferimenti, più o meno espliciti, più o meno volgari, al sesso. E non parlo delle cosiddette chiacchiere da bar, ad esempio quando ci si ritrova tra uomini e si millantano le conquiste degli anni ormai passati, ma mi riferisco proprio ai discorsi pubblici, agli articoli dei giornali, alle dichiarazioni rilasciate in televisione, insomma alle parole che riempiono la nostra sfera pubblica. Pensate a quello che è stato detto nei giorni scorsi in riferimento a due persone molto diverse tra di loro, come Nicole Minetti e Rosy Bindi, che però, ciascuna a modo suo, fa notizia.
Purtroppo per lei, il caso della Minetti è esemplare della condizione delle donne in Italia. Come è ormai noto, Nicole Minetti è una giovane donna che si è concessa a un uomo anziano dal "culo flaccido", ricevendone in cambio alcuni notevoli benefici, proporzionali alla ricchezza e al potere di questo personaggio. La storia in sé non è particolarmente originale: sono cose che sono successe e che succederanno, almeno finché esisteranno vecchi con quella sgradevole caratteristica. La novità - direi quasi eversiva - di questo caso è che tra i benefici concessi alla giovane c'è stata la carica di consigliere regionale della Lombardia, facendo diventare quella vicenda privata una questione pubblica. In altri tempi queste transazioni si risolvevano in maniera più discreta, attraverso denaro o regali, o al massimo con un'assunzione in un posto defilato nell'azienda di famiglia. La donna in questione, al di là dei problemi con la propria coscienza, doveva vedersela solo con la maldicenza di un numero ristretto di persone, quella gente che - per dirla con il poeta - "dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio". La povera Nicole invece se la deve vedere con la maldicenza - e l'invidia - di un intero paese. E in maniera altrettanto discreta si chiudevano questi rapporti. In questo caso invece si è fatto tutto in pubblico, compreso l'irrituale "licenziamento" della consigliera, demandato al fedele Angelino, lesto maggiordomo del principale. Io non sono cattolico e quindi penso che nessuno in questa storia abbia commesso un qualche genere di peccato, ma, anche ammettendo che qualche peccato sia stato compiuto, i peccati - come noto - si fanno e non si dicono. Concordo con voi che può essere un atteggiamento ipocrita, ma ci sono momenti in cui l'ipocrisia serve al vivere civile; almeno io ne ho nostalgia. Nessuno di voi - almeno quelli con un po' di buon senso - ha mai detto durante il pranzo di Natale cosa pensate davvero dei vostri parenti: è la stessa forma di "sana" ipocrisia, che ci permette di convivere in maniera decente con persone che detestiamo. Ho da sempre un giudizio negativo verso gli uomini che vanno a prostitute, come verso quelli che esibiscono le loro amanti come trofei, ma trovo ancora più preoccupante che siamo arrivati al punto che questa esibizione sia così plateale, sfacciata, volgare; lo considero un segno di grave scadimento etico, prima di tutto nei riguardi delle donne, che sono l'oggetto di questo mercimonio. La cosa che mi ha ancora più infastidito è stato leggere, su grandi quotidiani nazionali - non sul Vernacoliere - titoli a tutta pagina come "Trombata la Minetti", in cui si insiste gravemente sul gioco di parole tra il significato, già di per sé poco elegante, del verbo usato ormai sistematicamente per indicare i politici che non ce l'hanno fatta, e il suo significato per così dire "tecnico". Se poi vi prendete la briga di fare un piccolo giro nella rete, ad esempio in un social diffuso come Facebook, dove pure qualche forma di controllo c'è, le volgarità si sprecano e sono tutte naturalmente a sfondo sessuale; io la rete la uso e non sono di quelli che dicono "ci sono volgarità nella rete, chiudiamo la rete", è una stupidata, ci sono volgarità nella rete perché il nostro mondo è volgare, il nostro modo quotidiano di parlare è volgare, i giornali che leggiamo sono volgari, la televisione che guardiamo è volgare. Sarebbe curioso se la rete, che per di più gode di una qualche forma di anonimato - come il becero che nella folla poteva urlare il suo insulto, certo di passare inosservato in mezzo alla massa - non rispecchiasse il mondo che c'è fuori. Un mondo che sempre più non mi piace, a cui non mi voglio adeguare: invecchiare offre almeno questo vantaggio. E - ahi noi - la vicenda della Minetti non è ancora conclusa: leggo che una delle possibili contropartite per ottenere le sue dimissioni sarebbe la possibilità di condurre un programma televisivo. Capite che siamo all'apoteosi degenerativa di un modo di pensare e di vivere: al confronto la cena di Trimalcione ci appare davvero come una "cena elegante", sempre per citare un noto puttaniere italiano.
Alla Bindi è successa più o meno la stessa cosa, quando è incappata nel tema scivoloso del riconoscimento delle famiglie formate da persone dello stesso sesso. Non entro qui nel merito della vicenda, lo hanno fatto molto bene altri in questi giorni, a me interessa il contorno. Ora io non sono mai stato un sostenitore di Rosy Bindi, anche quando lei era di moda nello stesso mondo di sinistra che ora la dileggia. Uno dei motivi - ovviamente non il solo - perché non sono entrato e non entrerò nel Pd è perché è entrata e ci resta Rosy Bindi, con cui io sono politicamente incompatibile. Ovviamente è un problema mio e non certo della Bindi né degli amici del Pd, che l'hanno legittimamente eletta presidente del loro partito. Della Bindi mi spaventa il fatto che sia una persona dall'adamantino rigore etico e dalle convinzioni filosofiche e religiose molto nette: in una persona così l'integralismo è sempre in agguato, tanto più pericoloso perché ammantato di buoni sentimenti. Bindi - come succede alle persone come lei - vive in un proprio mondo ideale, che è ovviamente molto diverso da quello che c'è realmente là fuori e su cui chi fa politica dovrebbe esercitarsi, magari sbagliando. Per questi motivi da una persona come la Bindi io non mi aspetto arrivi una proposta sulle famiglie delle persone dello stesso sesso e mi stupisco quando qualcuno pensa il contrario. Ora io non sono d'accordo con Bindi, la critico, usando argomenti su cui voi potete dissentire, su cui certamente lei dissentirebbe - perché è convinta di essere una perfetta democratica - ma non mi verrebbe mai in mente di collegare le sue idee alle sue scelte personali e sessuali, come invece è successo nei giorni scorsi. Sono state volgari - come di consueto - le parole di Grillo - che si sta specializzando nel genere, come il Bossi dei giorni migliori - e sono volgari molte delle battute che circolano, ancora una volta, nella rete. A nessuno sarebbe venuto in mente di fare le stesse battute su Fioroni, se fosse stato lui a presiedere quella seduta e a prendere quella decisione, perché Fioroni è un uomo.
Quando c'è un problema culturale tutti noi portiamo una parte di responsabilità. A molti di noi è capitato di pensare - e di dire - che una nostra collega di lavoro che ci ha risposto male lo ha fatto perché era in "quei" giorni o perché non aveva avuto adeguate soddisfazioni la sera precedente. No, la risposta è molto più semplice: quella collega ci ha risposto male perché è una stronza, così come lo è un nostro collega maschio o anche un nostro collega omosessuale. Il sesso non c'entra. Se ci pensate di casi come questi ce ne sono di più di quanti ci piaccia ammettere. Le teste, come si sa, sono difficile da cambiare; però bisognerebbe provarci.

giovedì 23 giugno 2011

Considerazioni libere (239): a proposito di pubblicità...

Un po' meno di un anno fa - il 2 settembre del 2010, nella "considerazione" n. 158, per la precisione - ho parlato della volgarità di uno spot di una grande azienda di telefonia mobile, in cui si indugiava, con insistita morbosità, sul corpo di Belen Rodriguez, appena uscita da una piscina. Nei mesi successivi c'è stata una campagna, probabilmente alimentata dalla stessa azienda, per denunciare il cattivo gusto di tutta una serie di spot, gli ultimi della serie, il cui unico elemento narrativo era ormai l'ossessivo mostrarsi della stessa Belen. Come ho scritto allora, io non ho nulla contro questa ragazza, che anzi dimostra nelle interviste una certa intelligenza e sagacità.
Credo appunto che gli stessi creativi - usiamo pure questa parola che si usa il più delle volte, come in questo caso, a sproposito - assoldati dalla Tim, abbiamo prima realizzato quei brutti messaggi pubblicitari e in seguito, accortisi che ormai i due testimonial, insieme all'incolpevole Belen c'era anche il povero De Sica, avevano esaurito il proprio compito - avevano esaurito la propria "spinta propulsiva", diciamo così, con un'espressione d'altri tempi - abbiano deciso che quegli stessi spot da loro ideati erano diventati volgari. La regola è sempre quella: parlatene pure male, l'importante è che se ne parli. Anzi hanno impostato una nuova campagna promozionale ingaggiando una nuova bellissima ragazza, la modella Bianca Balti, vestendola di tutto punto, per interpretare monna Lisa e un'improbabile dama dell'ermellino accanto al Leonardo di Neri Marcorè. Gli spot sono abbastanza divertenti e quindi tutto è a posto madama la marchesa: salvo il fatturato e salva la dignità della donna, ormai non più prigioneria soltanto della propria bellezza. La nuova campagna promozionale è stata preceduta e accompagnata da una serie di interviste con la stessa Balti, in cui importanti firme del giornalismo italiano si sperticavano in lodi per il nuovo corso scelto dalla Tim. Anche in questo nulla contro la Balti, anch'essa ragazza intelligente e capace.
Tutto bene fino a quando è durato l'inverno. Da alcuni giorni, con l'arrivo dell'estate, i soliti creativi si sono resi conto che avere sotto contratto una bellezza come Bianca Balti e non sfrutturla doveva sembrare un peccato mortale. E infatti sono comparsi lungo le strade delle nostre città cartelli pubblicitari in cui la giovane, smessi i castigati panni di monna Lisa, indossa un meno leonardesco bikini. L'immagine è sempre quella: una bella e giovane donna che serve a promuovere un prodotto. Francamente non mi pare che i "nuovi" creativi della Tim abbiano fatto un grande sforzo.

p.s. neppure i creativi incaricati di "inventare" la campagna della prossima Festa dell'Unità di Roma hanno fatto un grande sforzo: due belle gambe, scoperte dal vento del cambiamento...

sabato 21 maggio 2011

Considerazioni libere (232): a proposito di chi merita davvero la nostra solidarietà...

Non conosco personalmente Dominique Strauss-Kahn, so di lui quello che sa una persona che legge i giornali con una qualche attenzione. So che è stato un bravo ministro dell'economia nel governo socialista di Lionel Jospin, so che è stato l'autorevole direttore generale del Fondo monetario internazionale, so che era il più accreditato candidato del Partito socialista per le prossime elezioni presidenziali. So anche che aveva fama di essere un amante del bel vivere e delle belle donne e so che ha avuto una vita politica contrassegnata da alti e bassi, e - a onor del vero - da questi ultimi è sempre uscito con rinnovato prestigio. Se fossi francese avrei preferito un candidato socialista con una storia politica diversa, più marcatamente di sinistra, come credo siano Martin Aubry o Bertrand Delanoë, ma avrei certo votato per Strauss-Kahn, se alla fine fosse stato lui il candidato del partito contro Sakozy. Questa premessa per anticipare, visto quello che dirò dopo, che non ho una posizione preconcetta contro Strauss-Kahn.
Immagino che chi lo conosce, tanto più se si considera suo amico, possa dare un giudizio ben più articolato delle notizie che si possono raccogliere nella voce a lui dedicata su Wikipedia e negli articoli dei giornali. Vale per Strauss-Kahn ciò che vale per ciascuno di noi, ci sono persone che ci conoscono molto bene, nei nostri pregi e nei nostri difetti, e ci sono persone che ci conoscono più o meno superficialmente, per quello che facciamo e diciamo. Certamente i primi hanno elementi di giudizio in più, ma sono tutti gli altri che fanno la cosiddetta opinione pubblica. E di questi bisogna tenere conto.
Come è noto il 14 maggio scorso Strauss-Kahn è stato arrestato dalla polizia di New York con l'accusa di tentata violenza sessuale e a questo punto è scoppiato il "caso Dsk". Non mi interessa in questa sede commentare i risvolti legati alle manovre per la nomina del nuovo direttore del Fmi né i problemi emersi nel mondo della finanza internazionale; non è il mio campo.
Sui mezzi di informazione è partito un dibattito su come la polizia e la pubblica accusa hanno operato, mostrando una durezza che ad alcuni commentatori pare sproporzionata: Strauss-Kahn è stato trattato come un delinquente comune, le sue immagini al momento dell'arresto sono state date in pasto all'opinione pubblica, la concessione degli arresti domiciliari è arrivata dopo alcuni giorni di prigione e comunque sottoposta a vincoli molto stretti. Questa campagna a favore di Strauss-Kahn e contro i metodi della giustizia statunitense è stata alimentata soprattutto dagli amici dello stesso Strauss-Kahn, intellettuali della gauche francese, persone che conoscono bene l'uomo Dominique e, in base a questa conoscenza diretta, sono pronti a sostenere che si tratta di accuse infondate. Naturalmente queste persone hanno tutto il diritto di difendere il loro amico, che ritengono accusato ingiustamente. Capisco meno la posizione di tutti quei commentatori che, non conoscendo Strauss-Kahn, si sono prontamente schierati dalla sua parte. Nei commenti c'è di tutto: giudizi sul puritanesimo americano, analisi sul sistema giudiziario e sul contrasto tra diritto alla riservatezza e dovere della pubblicità, interpretazioni sociologiche sul ruolo dei cosiddetti "potenti"; è stato tirato in ballo il fatto che Strauss-Kahn è di origine ebraiche e naturalmente sono intervenute anche le numerose ex, alcune di grande fama e dalla penna facile. Tutto per difendere Strauss-Kahn.
In un processo non devono esserci tifoserie e io non voglio fare il tifo per nessuno, ma credo che tutti quelli che si sono occupati - e si occuperanno - del caso dovrebbero comunque partire dall'assunto che c'è una vittima e c'è un presunto colpevole. E Strauss-Kahn non è la vittima. La vittima è, come spesso accade, una donna. I giudici competenti decideranno se c'è stato un tentativo di stupro: io non lo so, vorrei non ci fosse stato perché credo che per una donna sia un dolore terribile e spero che quella donna non l'abbia provato. Sicuramente c'è stato un rapporto sessuale, lo ammette lo stesso Strauss-Kahn; per il mio modo di vedere, non è stato un rapporto tra pari, tra due persone che decidono, entrambe, di fare sesso con un'altra persona, per amore o per soddisfare un desiderio, un capriccio, una pulsione, in qualsiasi modo vogliate chiamarlo. Il rapporto sessuale tra un uomo e una prostituta è certamente consensuale, ma non è mai un rapporto tra pari; è un rapporto tra una persona che ha il potere, nella fattispecie i soldi, e una persona che non ha lo stesso potere. Nella prostituzione c'è una persona che domina - praticamente è sempre un uomo, e anche questo dovrebbe far riflettere - e una persona che è dominata - donna o uomo che sia. Nei casi migliori, quelli in cui chi si prostituisce ha una maggiore consapevolezza di quello che sta facendo, può essere definito un rapporto commerciale, ma anche in questo caso non è un rapporto tra pari.
Siamo realisti: se c'è stato un rapporto sessuale tra l'ospite di una lussuosa suite di un albergo di Manhattan e la cameriera non si è trattato di un fatale colpo di fulmine, modello film hollywoodiano. Se Strauss-Kahn ha ottenuto quel rapporto con la forza è ancora più odioso - e giustamente deve essere punito, con severità - ma in ogni caso la sua incapacità di contenersi e soprattutto il suo disprezzo per il corpo delle donne gli devono impedire di continuare l'attività politica. Non si tratta di ipocrisia: non può essere il presidente di tutti i francesi, chi non può essere il presidente delle francesi.
La cosa che mi fa ancora più arrabbiare è che la difesa ad oltranza che troppe persone, anche a sinistra, fanno di Strauss-Kahn finisce per indebolire tutte le donne vittime di stupri e di violenze. Quante volte abbiamo sentito frasi del tipo "se non si fosse messa la minigonna", "se non fosse uscita da sola" e potrei andare avanti per ore, dimenticando le vittime e in qualche modo solidarizzando con il colpevole. Ancora adesso, a un mese dall'omicidio di Melania Rea, nonostante emerga un quadro familiare ben chiaro, in cui lei è stata continuamente vittima dei tradimenti da parte del marito, alla donna si imputa la troppa bellezza. Ricorderete certamente i commenti dei primi giorni dopo il ritrovamento del cadavere: secondo i "comari" dei giornali e delle televisioni Melania era troppo bella e quindi la si immaginava fedifraga, con la conclusione che era stata uccisa dall'amante e quindi, in qualche modo, se l'era cercata.
Chiunque voglia affrontare il "caso Dsk", dovrebbe non dimenticare che c'è una persona che in questa storia ha sofferto e soffre più di lui.

venerdì 13 maggio 2011

Considerazioni libere (229): a proposito dell'importanza del tacere...

Era segretario Natta. Una storia antica - diranno i miei sparuti lettori - tanto valeva che tu cominciassi con "c'era una volta". Invece no, miei cari, sto parlando di circa 25 anni fa, un tempo ragionevolmente breve, se ci pensate con attenzione. Per chi non lo ricorda, Alessandro Natta è stato segretario generale del Pci dal 1984 al 1988, succeduto a Enrico Berlinguer, di cui fu collaboratore strettissimo dagli anni Settanta, in particolare nel periodo del compromesso storico; Natta, persona coltissima, politico di grandi valori, è un personaggio che si dovrebbe ricordare e studiare con maggior attenzione, ma in questa "considerazione" voglio ricordare un episodio assolutamente minore della sua vita politica e mi sia perdonata questa banalizzazione. Natta, mentre era segretario del Pci, fu invitato a Pronto Raffaella - il programma di mezzogiorno diventato famoso perché il pubblico da casa doveva indovinare il numero di fagioli contenuti in un grande vaso - e, a sorpresa, accettò l'invitò e si fece intervistare dalla Carrà, rispondendo anche a domande personali e non squisitamente politiche. Non a caso ho scritto a sorpresa, perché a quel tempo era strano, molto strano, che un politico partecipasse a una trasmissione "leggera"; ora nessuno si sorprenderebbe più, purtroppo. Se poi quel politico era il segretario del Partito Comunista Italiano, la cosa assumeva i toni dell'evento; e per qualcuno, i duri e puri, quelli dell'eresia. Vidi quell'intervista, ricordo l'iniziale imbarazzo di Natta, che era effettivamente persona d'altri tempi, non abituata a quel tipo di visibilità.
Leggete una biografia di Enrico Berlinguer - ad esempio quella scritta da Giuseppe Fiori o quella di Chiara Valentini, sono entrambe molto belle. Uno degli aspetti più interessanti è vedere come il segretario del Pci dosava e misurava i suoi interventi pubblici. Il segretario parlava al comizio conclusivo della Festa nazionale dell'Unità, dopo almeno un paio di mesi di silenzio, e quel lungo discorso segnava la ripresa della vita politica dopo le vacanze estive. I suoi interventi alla Camera erano calibrati, in occasione dell'insediamento di un nuovo governo - e non sempre - e in caso di leggi su cui c'era stata una forte iniziativa del partito. Gli interventi sui giornali, anche su l'Unità, e in televisione erano centellinati. Berlinguer è un leader che, nonostante i tanti anni in cui è stato protagonista della vita politica italiana ed europea, ha parlato ben poco, ma ciascuno dei suoi interventi ha lasciato un segno, ha rappresentato un passaggio nella vita del partito o nella storia politica italiana. Certo Berlinguer è stato un politico di una levatura altissima e qualsiasi paragone con gli attuali dirigenti dei partiti di sinistra sarebbe per questi ultimi ingiusto e ingeneroso. Però una qualche riflessione si impone su cosa è diventata la politica in Italia, e - sia detto per giustizia, visto che solitamente questo Paese è giustamente bistrattato - non solo in Italia.
Mi ricordo che qualche tempo fa, di fronte all'ennesimo annuncio berlusconiano del Piano casa, un qualche vecchio democristiano ha ricordato, con voluta malizia, che Amintore Fanfani non ha mai fatto un discorso per annunciare il piano per la costruzione di 300mila alloggi popolari, il più importante intervento edilizio del secondo dopoguerra, ricordato appunto come "piano Fanfani". Così allora andava il mondo.
Io la dico io ora un'eresia. Se due persone molto intelligenti come Berlinguer o Aldo Moro fossero costretti ogni giorno a partecipare ad almeno un talk show, se nell'arco di poche ore dovessero rilasciare una decina di dichiarazioni inseguiti da una pletora di giornalisti urlanti le stesse banalità, insomma se si trovassero nelle stesse condizioni in cui si trovano - per citare due persone comunque assennate - Bersani o Fini (non parlo della coppia B.e B., qui siamo decisamente fuori quota), ebbene in queste condizioni anche quei due grandi rischierebbero di dire delle stupidate. Nessuno può essere sempre intelligente, o meglio può sempre mostrare di esserlo. Anche Napolitano, che pure è di una grande scuola ed è persona molto saggia, che calcola ogni parola con maniacale attenzione, rischia a volte di eccedere, anche perché in questo delicato passaggio a lui sono richiesti compiti che vanno decisamente al di là del ruolo istituzionale che ricopre.
Non voglio dire che questa sorta di bulimia della parola serva da sola a spiegare e a giustificare la crisi della politica italiana, ma comunque è un chiaro sintomo di una difficoltà sempre più evidente. In Palombella rossa, un profetico Nanni Moretti diceva "Chi parla male, pensa male e vive male". Eravamo nell'89 - Natta aveva smesso di essere segretario da pochi mesi. Guardate un giornale di questi giorni: si parla malissimo, ergo...

giovedì 9 dicembre 2010

Considerazioni libere (187): a proposito di due giovani italiane...

Degli adolescenti si parla pochissimo in questo paese, come se non esistessero, come se non avessero diritti. Non ci preoccupiamo, a parte le loro famiglie - e non tutte purtroppo - e i più consapevoli dei loro educatori di come stanno crescendo in questa società "vuota", come la racconta il Rapporto del Censis e come la vediamo ogni giorno, se solo abbiamo il coraggio e la voglia di alzare lo sguardo dai nostri piccoli interessi di tutti i giorni.
Degli adolescenti non ci occupiamo, a meno che non diventino protagonisti di fatti di cronaca nera. Di Sarah Scazzi ci sembra ormai di conoscere tutto, non solo il suo bel viso di quindicenne; conosciamo i suoi segreti più intimi, i suoi sogni, la sua voglia di andare via da Avetrana, il suo desiderio di sentirsi più grande, il suo bisogno di un rapporto affettivo che non trovava nella famiglia. I giornali e soprattutto le reti televisive hanno scavato oltre il lecito nella vita di questa ragazza, uccisa dalla follia, più o meno lucida, di un suo familiare. Di Yara Gambirasio - che nauralmente si spera possa tornare dalla sua famiglia, dimenticando, per quanto possibile, questa terribile storia - sappiamo meno, per la riservetezza della sua famiglia e della sua comunità; ci sono diventati ormai consueti il sorriso con l'apparecchio e lo sguardo intenso dopo un'esercizio, conosciamo la sua normalità, e pare che questo non sia sufficiente agli sciacalli che hanno bisogno di un nuovo caso da prima pagina. Giorni fa ho notato lo stupore di un cronista che faceva notare che nei tabulati telefonici di Yara c'erano soltanto una decina di numeri telefonici ricorrenti, quelli dei genitori, dell'allenatrice, delle compagne di scuola e di palestra. Spero sinceramente che analizzando i tabulati telefonici di molte tredicenni si possa fare un'analoga scoperta.
C'è una prima considerazione che nasce intorno a queste due storie. Di fronte alla morbosità dei media la famiglia di Sarah e la comunità di Avetrana non hanno saputo opporre alcuna difesa. Sarah era scomparsa da pochissimo tempo quando già i vari protagonisti della vicenda erano stati intervistati da questa o quella rete televisiva e le giornaliste appostate davanti alla casa di Sarah si mandavano messaggini con le cugine. Ho visto brani di un'intervista - naturalmente "esclusiva" - alla madre di Sarah condotta insieme dagli inviati del Tg1 e del Tg5, in cui questi due impuniti si rivolgevano alla signora dandole del tu. Durante i collegamenti non sono mai mancati quelli che facevano capolino nello sfondo, fino ad arrivare ai "viaggi tutto compreso": villetta degli Scazzi, villetta dei Misseri, pozzo del ritrovamento. Ad Avetrana abbiamo assistito - e assistiamo ancora purtroppo - al peggio che può offrire di sé una famiglia e una comunità, compreso il monumento funebre alla memoria di Sarah offerto dal Comune.
Della famiglia Gambirasio non ci sono interviste, non ci sono foto, se non quelle strettamente necessarie di Yara, e le immagini dei genitori che entrano ed escono dalla stazione dei carabinieri. Dietro agli inviati non appare mai nessuno, ma sappiamo che da giorni, nonostante le difficile condizioni meteorologiche, gruppi di volontari di Brembate perlustrano le campagne per trovare un qualche indizio che porti a Yara. Non ci sono state fiaccolate, ma soltanto una veglia di preghiera, a il parroco ha vietato l'accesso ai giornalisti. Naturalmente Brembate non è il paradiso: Yara è scomparsa probabilmente rapita da una persona che conosceva e di cui si fidava; quando i carabinieri hanno arrestato per errore un giovane marocchino, sono comparsi cartelli razzisti, che invocavano una vendetta sommaria. Va dato atto al sindaco leghista e alla maggioranza di quella comunità di aver saputo condannare queste pulsioni, rientrate prima che si sapesse definitivamente che si era trattato di un tragico errore.
Esiste un'Italia solidale, che non si fa irretire dalle sirene delle telecamere e la dignità della famiglia Gambirasio dovrebbe essere di insegnamento per tanti.
Naturalmente rimane il dramma di Sarah, uccisa dalla sua famiglia. Non è inutile ricordare che la grande maggioranza dei delitti e delle violenze contro le donne avviene dentro le mura di case e per responsabilità di uomini che loro conoscevano bene: in questo la vicenda di Sarah è purtroppo di una tragica normalità, anche se è più semplice trovare il "mostro" fuori, magari tra gli "altri" oppure in Facebook, da subito considerato il colpevole della vicenda. Speriamo che la storia di Yara non diventi l'ennesimo dramma di questo tipo e francamente a questo punto non è determinante se il "mostro" sia di fuori o uno di Brembate, la cosa importante è che la ragazza possa essere salva. In ogni caso è importante che la punizione, per chi ha ucciso Sarah, per chi ha rapito Yara, per chi uccide ogni giorno donne, più o meno giovani, sia durissima. Come ha ricordato ieri Claudio Magris, "troppo spesso si dimentica che Dio è anche collera".
Poi sarebbe necessario che tutti noi cominciassimo a occuparci di più degli adolescenti e delle adolescenti, anche al di là della cronaca nera.

giovedì 2 dicembre 2010

Considerazioni libere (184): a proposito di segreti e bugie...

Lo sapete, io faccio il tifo per Obama e, proprio come ogni tifoso, tendo a eluderne i difetti e ad ingigantirne i pregi; per cui mi dispiace che proprio ora, in un momento internazionale non facile, la sua amministrazione sia costretta ad affrontare le conseguenze delle rivelazioni di Wikileaks e mi dispiace vedere la povera Hillary Clinton costretta a fare dichiarazioni imbarazzate su questo o quel capo di stato, nel malcelato tentativo di chiudere le falle che si sono aperte.
Nonostante questo ritengo che Julian Assange e chi lavora a Wikileaks abbiano fatto bene a pubblicare tutte quelle comunicazioni circolate tra il Dipartimento di stato e le varie ambasciate statunitensi. Ho letto diversi commenti negativi su Wikileaks e francamente mi sembrano ingiusti. Capisco che il nostro sedicente ministro degli esteri vada urlando come una prefica, chiedendo l'arresto, l'ergastolo, forse la fucilazione di Assange: il presidente del consiglio, di cui lui è lo zelante ed elegante attendente, non esce affatto bene da queste comunicazioni riservate. Capisco anche i diplomatici, quelli veri - e questo esclude ancora una volta il povero Frattini, probabilmente il peggior ministro degli esteri della storia italiana - che deplorano la diffusione di queste informazioni, spiegando che in fondo l'ipocrisia è un elemento imprescindibile nelle relazioni umane. Effettivamente nessuno di noi di solito dice veramente cosa pensa del cognato, del collega di scrivania, del vicino di casa. L'argomento è fondato, ma pur ritenendo indispensabile una qualche dose di ipocrisia diplomatica, penso anche che in una democrazia sia legittimo, e a volte anche necessario, esprimere chiaramente alcuni valori: Gheddafi rimane un dittatore, anche se è un interlocutore necessario dell'area del Maghreb, in Russia esiste un regime non completamente democratico, e così via.
Un po' meno comprensibili mi sembrano i commenti di alcuni opinionisti benpensanti, che dicono che la pubblicazione di quelle infomazioni doveva essere evitata, che danneggia il vero giornalismo d'inchiesta, che insomma Wikilieaks non può davvero essere considerato come un alfiere della libertà di informazione. Mi sembra un po' la favola della volpe e l'uva. Credo sia abbastanza significativo che nessun giornale italiano sia tra quelli scelti da Wikileaks per la prima pubblicazione dei documenti, ossia New York Times, Guardian, Der Spiegel, Le Monde, El Pais. Nessun grande giornale italiano fa vero giornalismo d'inchiesta, tanto meno su questioni di politica estera, preferendo partecipare, più o meno direttamente, al gioco delle dichiarazioni e delle controdichiarazioni dei vari schieramenti. Una rubrica fissa dei quotidiani italiani è il "retroscena" in cui si racconta cosa avrebbe detto Berlusconi, cosa avrebbe risposto Fini, cosa avrebbe pensato - se l'espressione non è troppo pretenziosa - Rutelli, cosa starebbero per dichiarare i vari esponenti del Pd. I lettori leggono e ne sanno esattamente come prima, nonostante questa pretesa possibilità di guardare dal buco della serratura. Per sapere qualcosa di quello che succede nel mondo bisogna leggere Internazionale, che infatti traduce gli articoli di quei giornali - e non solo di quelli - che sono tra coloro che stanno pubblicando i dispacci della diplomazia statunitense. E infatti per i lettori di questi giornali, e per i lettori di Internazionale, i segreti di Wikileaks non sono veri e propri segreti, si tratta per lo più dei conferme di quanto diversi giornalisti nel mondo hanno già scritto.
Gli archivi statunitensi contengono ben più terribili segreti e probabilmente a questi non sarà mai possibile accedere.

giovedì 2 settembre 2010

Considerazioni libere (158): a proposito di sexting...

Stamattina, nella sala d'attesa di un ospedale, mi sono ritrovato a sfogliare un numero dell'inserto femminile della Repubblica - quello del 24 luglio scorso - probabilmente dimenticato dal familiare di un qualche paziente e poi lasciato lì per far ingannare l'attesa ai successivi ospiti della saletta. Come succede in questi casi, voltavo le pagine un po' meccanicamente, senza pensare troppo a quello che stavo guardando.
Ma a un certo punto sono stato colpito da alcune immagini. Sono foto di ragazze, adolescenti o poco più, che nelle loro camere si fotografano seminude, in pose più o meno seducenti. Sono scatti del fotografo statunitense Evan Baden; le potete vedere nel suo sito. Sono immagini che colpiscono; c'è il contrasto tra l'innocenza di quelle stanze, con i poster, i peluche, i giochi, i colori vivaci di ragazze che sono ancora bambine e la spudoratezza di certe pose, del volersi ritrarre in momenti intimi, di immagini fatte per sé, ma soprattutto per gli altri, per chi sta dall'altra parte del computer o del telefonino. E tra questi due poli, tra l'innocenza e la spudoratezza, ci sono i corpi di queste giovani donne.
L'articolo descrive in maniera abbastanza precisa il progetto di Baden, che, coinvolgendo soltanto modelle maggiorenni, ha voluto mettere in luce il fenomeno che negli Stati Uniti chiamano sexting, ossia l'abitudine di tante ragazze di trasmettere attraverso la rete proprie immagini sexy. E' come se quelle immagini erotiche fossero sfuggite al controllo delle loro autrici per essere viste da tutti e per metterci di fronte a qualcosa che vorrebbe rimanere confinato dietro quelle porte.
Guardate le foto e fatevi un giudizio, non sono immagini che io definirei volgari. Volgare è per me lo spot che da qualche tempo si vede, a qualsiasi ora del giorno, nelle principali reti nazionali, con Belen Rodriguez al bordo di una piscina, per pubblicizzare una nota azienda di telefonia. Non che gli spot precedenti fossero di maggior gusto, Belen era sempre generosamente svestita, ma almeno c'era il tentativo di costruire una piccola gag, in questo appare unicamente il suo corpo, inquadrato nei minimi particolari, in maniera francamente morbosa.
Le foto di Baden non hanno la stessa morbosità, ma personalmente penso che la redazione di quella rivista non avrebbe dovuto pubblicarle. Sono immagini che devono essere spiegate, commentate, sono adatte a una mostra o per essere pubblicate in un libro, ma non possono essere lasciate così alla perversione di un lettore incapace di capirne il significato.
Fatto salvo che quello non era il contenitore adatto per quelle foto, sono immagini che ci invitano a riflettere, perché sono immagini "vere", raccontano qualcosa che avviene, magari senza che noi ce ne accorgiamo; siamo i genitori e gli adulti che rimangono fuori da quelle porte e che non sanno quello che succede lì dietro. Ma a volte lo sappiamo fin troppo bene, perché siamo gli spettatori di quelle scene, i destinatari di quelle allusioni o peggio quelli che le sollecitano. La nostra società, dominata e condizionata dagli uomini, non riesce ad avere un rapporto sano e normale con il corpo della donna, lo vuole dominare, possedere, fin da quando comincia a mostrare i primi segni che cominciano a inquietarci.
Quelle foto ci raccontano di ragazze che sono convinte che l'apparire - e l'apparire in un certo modo - sia il modo naturale di diventare adulte, di crescere e ci raccontano di uomini che o non sanno spiegare come si cresce oppure, colpevolmente, approfittano di queste debolezze. A questo punto anche la prospettiva con cui si guardano quelle foto cambia, anche in quel particolare contesto. Zaira mi ha fatto giustamente notare che probabilmente la cosa peggiore in quel numero della rivista - ma il discorso potrebbe valere per qualsiasi altra - non erano quelle foto che mi hanno così colpito, ma quelle che avevo trascurato, quelle che avevo considerato normali. Sono peggiori le immagini ritoccate con Photoshop, all'inseguimento di un'ideale di bellezza che sacrifica ogni particolarità e tende a omologare l'immagine della donna in un cliché costruito a tavolino, da uomini per lo più. Sono peggiori le immagini di modelle sempre più giovani e sempre più magre. Sono peggiori le immagini che tendono a esaltare le cose, gli oggetti, il superfluo al di là del loro vero valore. Tutte queste immagini sono peggiori e sono più pericolose perché rimangono nella testa delle ragazze, facendole inseguire un ideale di bellezza che non riusciranno a raggiungere mai e facendole credere che la "roba" sia più importanti di tutto. E le rendono anche più deboli e prede più facili per i lupi cattivi che purtroppo ci sono tra di noi e, temo, siano sempre più numerosi.

giovedì 19 agosto 2010

Considerazioni libere (149): a proposito di informazione libera...

In questa insolitamente attiva estate della politica italiana, per capire gli umori del centrodestra, è un'utile lettura Il Giornale diretto da Vittorio Feltri. Naturalmente non è necessario comprarlo, basta guardare il titolo che campeggia su tutta la prima pagina, in questi giorni "scagliato" contro Fini e i suoi sostenitori. Quello di ieri, lunedì 9 agosto, era, nel suo genere un piccolo capolavoro: "Fini come Scajola". Ossia, per insultare nel modo peggiore il Presidente della Camera e per dire che ha approfittato della sua posizione per favorire il fratello della propria compagna, lo si paragona all'incauto ministro che ha detto che gli è stata acquistata una casa "a sua insaputa". Peccato però che l'ingenuo Scajola non sia un'esponente dell'odiato e vituperato centrosinistra, ma un insigne rappresentante della più stretta cerchia di consiglieri di Berlusconi e che in diverse occasioni autorevoli esponenti del centrodestra abbiano espresso la loro solidarietò a Scajola, spiegandoci che le sue dimissioni sono state un atto di responsabilità, non dovute, e dipingendolo come l'ennesima vittima della magistratura politicizzata di sinistra.
Povero Scajola, si sarà rammaricato a leggere il titolo de Il Giornale, proprio ora che stava tornando alla ribalta, avendo dato vita all'ennesima fondazione all'interno del Pdl, intitolata a Cristoforo Colombo - ligure come lui e altrettanto capace a superare infidi scogli - con il nobile obiettivo di superare le correnti per ridare slancio al partito. C'è perfino chi ha ipotizzato un suo ritorno al ministero per lo sviluppo economico, visto che continua un interim ormai imbarazzante, dopo una serie di rifiuti più o meno eccellenti. "Scajola" è diventato per i pasdaran, le guardie armate, del declinante berlusconismo un insulto da lanciare in faccia al nemico di turno.
Francamente i due casi sono difficilmente paragonabili, se non per un aspetto prettamente immobiliare. Scajola ha ricevuto in "dono" una casa da parte di un costruttore che nel corso degli anni ha ottenuto diversi e importanti appalti dall'amministrazione pubblica; Fini ha venduto una casa che era a disposizione del suo partito e quindi un bene privato a tutti gli effetti. Sarebbe stato più opportuno che la vendita non fosse stata fatta a una società off-shore, e quindi nata per frodare il fisco, e certo non depone a favore del Presidente della Camera che il fratello della sua compagna sia dietro a questa società off-shore e quindi sia un possibile evasore, ma se dovessimo sempre rispondere della dabbennaggine dei nostri cognati...
E che dire se Berlusconi dovesse rispondere di quello che ha fatto il fratello...

Considerazione scritta martedì 10 agosto

mercoledì 7 luglio 2010

Considerazioni libere (136): a proposito di carboni ardenti...

Oggi voglio raccontarvi una piccola storia estiva, una di quelle storie che sembrano di "colore", ma che descrivono molto bene la nostra società.
Domenica scorsa nove dirigenti di Tecnocasa sono stati costretti a rivolgersi al pronto soccorso per ustioni ai piedi, fortunatamente solo due sono stati ricoverati al centro grandi ustionati dell'ospedale Sant'Eugenio. I malcapitati avevano tentato - evidentemente senza riuscirci - di fare una passeggiata sui carboni ardenti. Gli incauti agenti immobiliari erano stati mandati dalla loro azienda a un "motivation day", una giornata per imparare a conoscere se stessi e aumentare la loro autostima, con una serie di test e di giochi di ruolo culminanti nella passeggiata sui carboni ardenti. Ecco come Alessandro Di Priamo, il "docente" della giornata, descrive sul proprio sito la sua lucrosa attività.
Attraverso la camminata sui carboni ardenti, i partecipanti impareranno come cambiare i propri stati d’animo ed i comportamenti per essere in grado di compiere azioni concrete ed ottenere nuovi risultati. La pirobazia aiuta le persone a formarsi una nuova rappresentazione interna delle proprie possibilità. Se qualcosa che appariva "impossibile" era soltanto una limitazione della mente, quante altre "impossibilità" saranno in effetti altrettanto possibili? Sfidati e vai Oltre con Alessandro: farai la camminata più lunga ed emozionante in Italia: 12 mt.

Chi sta cercando o ha cercato lavoro in questi tempi si è certamente imbattuto in esperti delle risorse umane, motivatori e altre figure del genere che sottopongono test sulle motivazioni, che propinano ai candidati sempre gli stessi giochi di ruolo, che esaltano le virtù delle proprie aziende, in cui immancabilmente si trova un ambiente giovane, dinamico, teso al risultato e alla crescita personale, che ti raccontano tutto questo subito prima di presentarti un misero contratto di collaborazione a progetto. Fortunatamente a nessun candidato viene ancora chiesto di camminare sui carboni ardenti, ma forse qualcuno ci penserà.
Al momento non si sa quanto la passeggiata sui carboni ardenti per gli agenti di Tecnocasa sia stata una scelta libera e volontaria o imposta dall'azienda; quasi sicuramente sia l'azienda sia soprattutto l'esperto di coaching estremo si sono tutelati e risulterà che i nove hanno volontariamente deciso di sottoporsi a questa prova; magari qualcuno di loro era davvero convinto e gli altri, presumibilmente la maggioranza, lo hanno fatto per non sfigurare davanti ai colleghi e ai capi.
Peraltro camminare sui carboni ardenti senza bruciarsi non è né l'indice di una particolare apertura della mente né il segno di doti soprannaturali; basta essere allenati e cercare di tenere il meno possibile a contatto le palme dei piedi con la brace, che è un pessimo conduttore del calore.
Un'ultima considerazione. Il "Corriere della sera" ha riportato la notizia, ma ha omesso il nome dell'agenzia immobiliare. Forse per non gettare luce su uno sponsor? Non so, ma certo quando giustamente i giornali fanno la battaglia contro la cosiddetta "legge bavaglio", credo che sia sbagliato che accettino queste forme di autocensura. Non credo che i loro lettori smetteranno di rivolgersi alle agenzie Tecnocasa quando devono acquistare casa, magari si limiteranno a dare un occhiata ai loro piedi.

lunedì 11 gennaio 2010

Considerazioni libere (57): a proposito di gioco d'azzardo e di pubblicità...

Chi ha acquistato e letto il "Corriere della sera" di oggi se n'è sicuramente già accorto, ma per chi non l'ha fatto credo sia utile sapere che nelle 48 pagine dell'edizione di oggi compare un unico inserzionista pubblicitario: il sito di poker on line PartyPoker.it; a mia memoria è la prima volta che tutti gli spazi pubblicitari del giornale vengono venduti a un'unica azienda e quindi credo che meriti una "considerazione".
Come probabilmente i miei lettori già sanno, io penso che in generale il proibizionismo arrechi più danni che benefici e quindi ritengo assolutamente giusto aver reso legale alcune forme di gioco d'azzardo, compreso il poker on line; se questo servirà a togliere risorse alle bische clandestine e quindi alla malavita che le controlla, penso che la legalizzazione di questo gioco d'azzardo sia stata una scelta giusta. E poi serve anche a far entrare risorse fresche nelle casse dello stato, che ne ha davvero bisogno. Ma, senza essere un moralista, penso anche ci sia un bel salto dal permettere il gioco d'azzardo al fargli pubblicità sui giornali. Giustamente non viene vietata la vendita delle sigarette, ma altrettanto giustamente non è consentito alle aziende produttrici di sigarette di fare pubblicità in televisione e sui giornali. Perché allora permettere che il gioco d'azzardo sia oggetto delle lusinghe della pubblicità?
Il gioco d'azzardo crea dipendenza, al pari delle droghe, del fumo e dell'alcol; molti di noi hanno conosciuto persone e famiglie rovinate da questo vizio; troppo spesso abbiano letto di storie finite tragicamente. Naturalmente so che ogni persona risponde per se stessa e deve essere consapevole delle proprie scelte e delle loro conseguenze, ma tutti noi sappiamo anche quanta forza possa avere un messaggio pubblicitario, specialmente tra i ragazzi. Quante volte abbiamo chiuso delle finestre di pop-up che ci invitavano a uno dei tanti casinò on line? Ma quante persone non hanno cancellato quelle pagine e si sono fatte prendere dal gioco?
Se avete visto il "Corriere" di oggi, avrete notato che il gioco è associato alla possibilità di fare soldi, di avere successo, di conoscere belle donne; c'è perfino un articolo secondo cui "il poker fa bene al cervello", perché favorirebbe lo stare insieme. Naturalmente il fatto che in ogni pagina del giornale - tranne che in quella dei necrologi - ci sia uno spazio dedicato a questo sito, gli dà una certa credibilità. Francamente non mi era mai capitato di vedere un grande giornale nazionale "appaltato" a un unico inserzionista e per di più di questo genere. Mi rendo conto dell'efficacia commerciale e quindi dell'interesse economico dell'editore per questa scelta, indubbiamente riuscita dal punto di vista del marketing - io ammetto di guardare molto distrattamente le pubblicità, ma stavolta me ne sono accorto - ma continuo, forse ingenuamente, a pensare che un giornale dovrebbe essere anche qualcosa di più e di diverso.
Capisco che le leggi dell'economia regnano sovrane, ma alcune volte non sarebbe meglio dire dei no?