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giovedì 26 settembre 2013

Considerazioni libere (379): a proposito di modelli e di ricette...

In queste settimane Rai5 ha programmato un breve documentario della Bbc intitolato Food trail; se vi capita guardatelo. Sono quattro puntate di circa un'ora nelle quali un giovane agricoltore inglese, Jimmy Doherty, si interroga su come sia possibile dare da mangiare agli uomini del nostro pianeta, il cui numero è destinato a crescere, utilizzando un bene - il terreno agricolo - che tende invece a contrarsi. Doherty è un piccolo produttore che fa agricoltura sostenibile, ma in questo viaggio incontra soprattutto i grandi produttori di cibo. Jimmy non si fa troppe domande, non affronta in maniera sistematica temi come il land grabbing, o il consumo di enormi quantità di acqua o gli effetti dell'abuso dei pesticidi: sono tutti temi che rimangono sullo sfondo. Eppure credo che questo documentario sia utile per farsi un'idea di quello che succede nel mondo, su un tema centrale per lo sviluppo e per il futuro dell'umanità. Probabilmente sono cose che già sappiamo - a me è capitato di parlarne diverse volte in questo blog -, ma vederle sullo schermo fa un certo effetto: le immagini dell'esercito di quaranta enormi mietitrebbie che raccolgono il grano o delle batterie in cui sono allevati migliaia e migliaia di maiali nelle grandi fattorie degli Stati Uniti servono a farci riflettere. Non c'è più nulla di naturale in questa forma di agricoltura e di allevamento; così come è innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera molto diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre. Sono sempre più convinto che occorra partire da qui per far rinascere una speranza di cambiamento.
Negli ultimi trent'anni la globalizzazione si è sviluppata, seguendo due assi: il primo orizzontale, attraverso l'unificazione dei mercati; il secondo verticale, riunendo sotto il controllo del capitale finanziario e di pochissime persone la grande maggioranza delle attività economiche e produttive. Del primo effetto si è parlato molto, anche con toni enfatici e inutilmente ottimistici, sul secondo si è spesso sorvolato. Comunque l'effetto combinato di questi due fenomeni ha portato a quello che vediamo oggi: la concentrazione di un enorme potere economico in pochi grandissimi gruppi sovranazionali, che sono di fatto extra leges, la crescita delle diseguaglianze economiche all'interno di ogni singolo paese, la crisi ambientale che ha ormai toccato ogni parte del pianeta. Indipendentemente dalla crisi di questi ultimi anni - che comunque è un aspetto inevitabile di questi processi - l'umanità è destinata a soccombere, continuando a perseguire questo sistema di crescita senza regole. I teorici del finanzcapitalismo - la bella definizione è di Luciano Gallino - continuano a dirci che questo è il migliore dei mondi possibili, senza rendersi - e renderci - conto che ci stanno conducendo, a folle velocità, verso il baratro. Purtroppo il problema non è solo quello di sottrarre il volante a questi piloti sconsiderati, la soluzione non è quella di ridurre la velocità, ma è quella di cambiare radicalmente la direzione dell'auto. E su questo non c'è accordo, perché chi critica gli eccessi del finanzcapitalismo, non riesce a uscire dalle categorie che questo ha imposto.
Per passare alle vicende che ci toccano più da vicino e di cui tutti i giorni parliamo, più o meno coscientemente, è significativo vedere quali sono le diverse proposte per uscire dalla crisi. I teorici del liberismo sfrenato, quelli che siedono nei luoghi dove si decide davvero, ossia nelle istituzioni finanziarie internazionali, e soprattutto i grandi capitalisti, spiegano che l'unico modo per uscire dalla crisi è continuare a fare le stesse cose che ci hanno portato alla crisi; anzi, più velocemente e con maggiore determinazione. Le privatizzazioni sono state dannose? Bisogna privatizzare di più. Le liberalizzazioni hanno aumentato la povertà? Bisogna liberalizzare di più. So che qualcuno ritiene che il modo migliore per far passare la sbornia sia bere ancora; confesso che qualche volta - quando ero molto più giovane - mi è capitato di ubriacarmi e sinceramente ho usato altri metodi per farmela passare. Quello che succede in queste settimane in Grecia è l'esempio migliore di questo atteggiamento: i tecnici della troika stanno applicando a quel paese una cura da cavallo, che è destinata ad abbatterlo, utilizzando tutti quegli strumenti che sono stati gli elementi scatenanti della crisi. E la stessa cosa è già successa in decine di paesi, dall'Africa all'America centrale, con le conseguenze che sappiamo.
In Europa sta andando così e purtroppo le recenti elezioni in Germania lo hanno ulteriormente dimostrato. Merkel, con questa ultima, trionfante, vittoria, è riuscita ad assumere, ancora di più, la guida politica di un'Europa, che si costruisce intorno al compromesso tra i grandi gruppi economici e al loro dogma ultraliberista. La sconfitta del Spd è il frutto, scontato, della imbarazzante subalternità di questo partito, che ha votato praticamente tutte le leggi proposte dalla Cancelliera. E il fatto che anche lì nascerà un governo di "larghe intese", a trazione ultraliberista - come quello italiano - è la prova dell'inutilità dei partiti del centrosinistra tradizionale.
Naturalmente non ci sono solo gli ultraliberisti sfrenati, benché siano questi adesso a dettar legge. In Italia ad esempio sono loro al governo, attraverso i burattini che hanno messo al Quirinale e a palazzo Chigi. Purtroppo neppure i cosiddetti neokeynesiani hanno la forza teorica per uscire da questi rigidi paradigmi. I più radicali tra di loro chiedono al massimo un allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica dalla Bce, propongono di spostare un po' di risorse tra le voci di bilancio esistenti, magari un po' meno soldi per le armi e le grandi opere e un po' di più al welfare. Ma nessuno di loro mette in discussione questo sistema, nato dalla decisione, sostanzialmente anticostituzionale, di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e di accettare il fiscal compact. Per l'Italia questa scellerata decisione comporta il pagamento degli interessi sul debito per 80-90 miliardi di euro all'anno e, dal 2014, di un'ulteriore rata di 45-50 miliardi all'anno. E il problema - come ripeto spesso - non è purtroppo solo italiano; anzi. Obama, al di là di qualche generico impegno per incentivare la green economy, mai comunque veramente declinata in temi concreti, non ha ancora proposto nulla per uscire dalla crisi globale di questo modello di sviluppo. E dubito che lo farà.
In Italia, dove gli sciocchi sempre abbondano, si fanno proposte divertenti, fingendosi rivoluzionari. C'è chi propone di uscire dall'euro, sperando che la svalutazione della nuova lira possa far recuperare alle nostre aziende competitività sui mercati internazionali. E' una stupidata, infatti le pochissime aziende veramente in grado di competere hanno continuato a esportare, senza bisogno di questa misura; e inoltre il nostro problema è il crollo del mercato interno, perché sono calati in maniera drastica e drammatica i redditi da lavoro, oltre agli altri problemi endemici dell'economia italiana, a partire dal peso della criminalità organizzata. A proposito, in questi giorni il commesso viaggiatore di palazzo Chigi è andato negli Stati Uniti per invitare gli imprenditori di quel paese a investire in Italia: e non gli è venuto in mente che forse per imprenditori seri è un problema investire in un paese in cui le mafie controllano tanta parte del sistema produttivo? Non è un caso che la lotta alle mafie sia passata in secondo piano, visto che al governo c'è un partito che dalla mafia è ampiamente votato e quel partito è arrivato perfino a esprimere il ministro, siciliano, degli interni. Infine ci sono altri "spiriti allegri" che propongono di tornare al protezionismo. In genere chi pratica il protezionismo deve essere anche pronto a sostenerne le conseguenze, visto che gli altri paesi risponderanno alla stessa maniera: per un paese come il nostro, che dipende da molte importazioni irrinunciabili, sarebbe un disastro.
Se queste ricette non funzionano, bisogna evidentemente trovarne altre, partendo dall'assunto con cui avevo cominciato questa "considerazione". Questo modello di sviluppo che mette al centro unicamente la crescita non è più in grado di reggere, perché è il mondo in cui viviamo che non è più in grado di reggerlo. Non è solo una questione etica - come ci ricorda con parole profonde il papa - e questo ci dovrebbe bastare per decidere di cambiare un sistema che è causa di miseria per la maggioranza delle persone che vivono nel nostro pianeta, ma è una questione di sopravvivenza, per tutti.
In Italia, come è ormai evidente perfino a qualcuno degli elettori-complici del centrodestra, c'è una crisi profonda, a cui la politica non sa dare risposta. Gli unici investimenti pubblici - che pure sarebbero auspicabili - sono indirizzati alle grandi opere, ossia nell'ennesimo attacco all'ambiente, con ricadute minime sull'occupazione e il rischio altissimo di infiltrazioni criminali. Il tessuto produttivo esporta prevalentemente beni strumentali e di lusso, mentre quelli che gli economisti chiamano beni-salario - ossia alimentari, abbigliamento, apparecchi elettrici, automobili di bassa gamma - vengono prodotti all'estero o da aziende straniere o da aziende italiane che hanno delocalizzato. Per questo perseverare diabolicamente su questa strada - anche in un'impostazione compassionevole, come quella proposta da una parte del centrosinistra - non risolve il problema dell'altissimo tasso di disoccupazione e di scarsissima domanda interna. Uscendo da questi paradigmi, ormai consumati, programmi di riconversione produttiva, politiche di sostegno all'occupazione, tutela dei redditi da lavoro, salvaguardia del welfare, investimenti nell'educazione e nella ricerca non sono possibili senza ricorrere alla spesa pubblica; questo è un punto evidente, ma questi investimenti non possono più essere governati a livello centrale, altrimenti il rischio è quello di cadere nella logica del Tav. Questi investimenti devono essere governati a livello locale, con reale e radicale coinvolgimento delle popolazioni, attraverso innovativi strumenti di democrazia partecipata. Non è un caso che invece il finanzcapitalismo delegittimi ogni forma di democrazia, a partire dalle istanze locali; in Italia significativamente la prima vittima sacrificale della crisi è stato proprio il sistema delle autonomie locali, attraverso l'imposizione del patto di stiabilità interno, che ha di fatto "chiuso" i Comuni.
Ma ovviamente non è soltanto una questione di metodo, ma è fondamentale il merito delle questioni. Il potere finanziario che ha ormai assunto il controllo delle decisioni politiche ed economiche non accetta altri paradigmi, se non quello della crescita continua, che si misura su un dato strettamente quantitativo. E' la logica dei grandi agricoltori descritti dal documentario della Bbc: produrre sempre di più, con sempre maggiori guadagni. E rinunciano perfino ad ascoltare altre proposte, che pure ci sono, si rifiutano di utilizzare risorse intellettuali che su questi temi hanno fatto proposte, i saperi diffusi, le buone pratiche. Paradossalmente è proprio l'impossibilità di andare avanti in questa direzione a suggerire la possibile l'alternativa, l'unica possibile. Dal momento che questa crescita distrugge l'ambiente, bisogna pensare a uno sviluppo che faccia l'opposto, e quindi partire proprio da questo valore. Le proposte ci sono e anche i nomi per raccontarle: alcuni la chiamano decrescita, altri conversione ecologica, altri ancora economia dei beni comuni; in fondo si gira sempre attorno allo stesso tema, ossia alla necessità di tenere insieme equa redistribuzione delle risorse e salvaguardia dell'equilibrio ambientale, perché non può esistere l'una senza l'altra. Accettando questa idea, si potrebbe perfino cominciare a cambiare.

venerdì 26 luglio 2013

Considerazioni libere (373): a proposito di scandalo kazako...

Giustamente in questi giorni la nostra attenzione è stata rivolta alla maniera vergognosa e indegna in cui il sedicente governo italiano ha gestito, su ordine di quello kazako, l'arresto e l'espulsione della moglie e della figlia di un esponente dell'opposizione di quella apparentemente lontana repubblica asiatica, nata dalle ceneri dell'Unione sovietica. Non torno sull'argomento, su cui ho già avuto occasione di fare qualche breve commento su facebook: i penosi farfugliamenti del ministro dell'interno, l'imbarazzato silenzio del ministro degli esteri - solitamente loquace quando c'è da difendere i diritti delle donne - la difesa di entrambi da parte dell'anziano caudillo del Quirinale, nel nome della "sacra" governabilità, bastano da soli a commentare questo triste episodio della nostra storia recente, che - sappiamo bene - non sarà l'ultimo. Sottolineo un'interessante lettura "femminista" del caso fatta oggi da Ida Dominijanni, nell'editoriale di Internazionale; ne riporto un breve passo.
L'Italia ha di fatto consentito l'espulsione di una donna in quanto moglie, dando per scontato, in barba alla titolarità individuale dei diritti fondamentali, che il destino di Alma Shalabayeva si giocasse di riflesso a quello del marito.
Per amore di sintesi i mezzi di informazione hanno cominciato a parlare di "scandalo kazako"; per una volta concordo sull'uso di questo termine, ma non sono affatto d'accordo sull'oggetto. Il vero scandalo non si è consumato qualche settimana fa tra una villetta di Casal Palocco, le segrete stanze dell'ambasciata kazaka e gli uffici di anonimi e incompetenti passacarte della burocrazia italiana; il vero "scandalo kazako" si consuma da anni, perché è da molto tempo che il nostro paese considera quella dittatura asiatica come un partner privilegiato, dal punto di vista politico ed economico.
Le cose infatti bisogna cominciare a chiamarle con il loro nome: il Kazakistan è una dittatura. Punto. Nursultan Nazarbayev guida, con modi decisamente autoritari, quel paese, fin dalla sua indipendenza, nell'ottobre del 1990, come prima lo governava, con toni ugualmente autoritari, come segretario del Partito e quindi rappresentante del regime comunista: di fatto per il popolo kazako l'89 è passato invano. Nel 1994, quando, a seguito di forti contestazioni delle opposizioni, la Corte costituzionale decise di invalidare le elezioni nelle quali aveva vinto, grazie a dei brogli, il partito del presidente, Nazarbayev sciolse il parlamento e si attribuì per decreto il potere legislativo; la successiva "nuova" costituzione ampliò i già ampi poteri del presidente e un referendum ha prorogato il mandato presidenziale fino al 2022; considerato che il presidente è nato nel 1940, il "nuovo" mandato è quasi a vita, anche se Napolitano insegna che è proprio superati gli ottant'anni che si comincia ad assaporare la gioia del potere, facendo di tutto - lecito ed illecito - per rimanerci.
La fortuna di Nazarbayev, oltre alla longevità e alla buona salute, è la ricchezza petrolifera del suo paese. Il petrolio ha reso Nazarbayev un interlocutore affidabile per tutte le cancellerie europee, in particolare per i governi di centrosinistra. L'ex presidente del consiglio italiano Prodi, l'ex cancelliere austriaco Gusenbauer, l'ex presidente polacco Kwaśniewski fanno tutti parte di un comitato, l'International advisory board, istituito da Nazarbayev; Tony Blair è consulente del presidente kazako, un incarico che gli richiede un certo impegno, visto che riceve, secondo quanto riferito dalla stampa britannica, 9 milioni di euro all'anno. I buoni rapporti che Nazarbayev intrattiene con tutte queste persone altolocate ha permesso all'Europa, vincendo la concorrenza russa e cinese, di poter sfruttare il giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli ultimi dieci anni, con un potenziale enorme, ancora da quantificare esattamente. E la "nostra" Eni in questo affare fa la parte del leone, dal momento che guida il consorzio incaricato dell'esplorazione e dello sfruttamento. Nell'ottobre del 2007 il presidente del consiglio e il ministro per il commercio con l'estero italiani, allora rispettivamente Prodi e Bonino - vedi le coincidenze a volte - hanno guidato una delegazione di duecento imprenditori italiani con l'obiettivo di rendere sempre più stretti i rapporti tra i due paesi. Italia, Kazakistan; una faccia, una razza. Di cosa sia la faccia è facile indovinare.
Il giacimento di Kashagan si trova vicino al delta del fiume Ural, la frontiera geografica tra Europa e Asia; si tratta di un'isola, nella parte settentrionale del Mar Caspio: il petrolio si trova nel mare là sotto. I rischi ambientali e sociali legati a questo progetto sono altissimi, come da anni cercano di far sapere associazioni internazionali e, naturalmente inascoltati, alcuni cittadini di quel territorio. Attualmente non ci sono tecnologie abbastanza avanzate per garantire la sostenibilità dell'estrazione del petrolio, in particolare nella parte collegata alle emissioni di solfati; il problema non è solo un'ipotesi di scuola, ma una realtà già presente in quel territorio, perché da dieci anni è in funzione, a circa duecento chilometri da lì, sempre in territorio kazako, il giacimento di Tengiz, con danni molto gravi per la salute di quella popolazione. A Tengiz ci fu un primo incidente già nel luglio del 1985: morì un operaio e centinaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case, dal momento che il pozzo continuò a bruciare per oltre un anno. A causa delle esalazioni di zolfo nel corso degli anni alcuni paesi sono stati sfollati nella periferia di Atyrau, la città più vicina a Kashagan; secondo i medici locali c'è il rischio che questa stessa città, che è diventata una "capitale del petrolio", debba essere evacuata, quando cominceranno le estrazioni nel grande giacimento marino. Atyrau, fino ad ora una remota città sul Caspio, in pochi anni ha decuplicato la popolazione e ha un collegamento aereo giornaliero con Amsterdam. Dal momento che ci vivono molti uomini d'affari e molti tecnici occidentali dipendenti delle compagnie petrolifere, il costo della vita è salito alle stelle, senza naturalmente che ciò abbia avuto un beneficio sulla popolazione locale, i cui salari non sono stati adeguati. Il 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, senza accesso ai servizi di base e nella maggior parte dei casi senza energia per cucinare e riscaldarsi: nella capitale del petrolio i poveri continuano a usare il carbone.
Nazarbayev riesce comunque a tenere sotto controllo la situazione. Nel 2010 i lavoratori della KazMunaiGas e della Ersai Caspian Contractor, una società di cui è proprietaria anche Eni, nella città di Zhanaozen hanno scioperato per sei mesi, per chiedere aumenti salariali e per denunciare le loro pessime condizioni di lavoro; in vista delle elezioni del gennaio 2011 la reazione della polizia ha stroncato queste proteste. Ci sono stati dieci morti durante gli scontri tra la polizia e i lavoratori del petrolio in sciopero. Come credo sia evidente anche da queste note - che ho raccolto velocemente in rete e che potete controllare - lo scandalo legato alla vicenda di Ablyazov, personaggio per cui non ho nessuna simpatia e che probabilmente sarebbe perfino peggiore e più corrotto di chi vuol sostituire - ne abbiamo viste di situazioni come queste purtroppo, in particolare in quei paesi - impallidisce di fronte a queste vicende. I governi occidentali sanno benissimo che in Kazakistan il settore petrolifero è considerato una questione di priorità nazionale e che quindi le libertà di stampa e di espressione in merito alle questioni legate al petrolio sono nulle. Lo "scandalo kazako" non riguarda la storia di queste due donne, a cui comunque deve andare la nostra solidarietà - quantomeno per essere incappate nella nostra polizia, a cui fa ancora difetto un'acquisita e autentica sensibilità democratica, nonostante la buona volontà di tanti agenti e di tanti dirigenti, spesso donne, che ci lavorano - ma riguarda la confusione tra la politica estera italiana e gli interessi - legittimi, ma privati - di un'azienda come Eni, una multinazionale come le altre, forse peggiore delle altre, perché abituata a "lavorare" in Italia. Alla politica estera - ripassi un po' signora Bonino - dovrebbero interessare i vincoli internazionali nel rispetto dei diritti umani, nella cooperazione allo sviluppo e nella protezione dell'ambiente, cose di cui non c'è traccia nei rapporti tra Italia e Kazakistan. Figuratevi quindi se le autorità kazake si fanno problema di dettar legge nel nostro ministero dell'interno: sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e lo sanno benissimo. Noi, come al solito, ci siamo arresi, in nome della governabilità o degli interessi nazionali o di chissà cos'altro.

domenica 25 marzo 2012

Considerazioni libere (276): a proposito di acqua e di un diverso modello di sviluppo...

Nel mondo circa un miliardo di persone non ha accesso all'acqua potabile, altri due miliardi non hanno a disposizione acqua sana e quindi sono più di otto milioni le donne e gli uomini che muoiono ogni anno a causa di malattie legate all'acqua. La situazione comunque peggiorerà: la domanda mondiale di acqua aumenterà del 55% da qui al 2050, a causa della rapida crescita demografica e dell'incremento dell'urbanizzazione. L'acqua è un problema mondiale, ma - come spesso avviene - si preferisce parlare d'altro.
Il Forum mondiale dell'acqua che si è svolto nei giorni scorsi a Marsiglia sarebbe stata una buona occasione per provare ad affrontare questi temi, invece anche in quella sede si è parlato d'altro. I governi hanno approvato - con l'eccezione della Bolivia che si è rifiutata di firmare - un testo che non fa nessun riferimento alla risoluzione delle Nazioni Unite, approvata nel 2010, in cui si afferma che l'accesso all'acqua è un diritto umano universale e fondamentale. Per la cronaca è stato il governo canadese a pretendere che questo riferimento venisse tolto dal documento, che sarebbe servito ad addolcire una pillola comunque amara. Il testo approvato a Marsiglia rafforza il meccanismo del cosiddetto full recovery cost: in pratica si auspica un sistema di finanziamento del servizio idrico che coniughi tariffe, investimenti privati accanto alla mobilizzazione di risorse pubbliche, con un ulteriore accelerazione nella costruzione di grandi impianti idroelettrici. Già la sede faceva presagire quale sarebbe stato il taglio del documento finale: il Forum infatti si è svolto presso il Consiglio mondiale dell’Acqua, ossia l'associazione di diritti privato che riunisce le principali multinazionali del settore.
L'acqua oggi non è "finanziarizzata" come le altre grandi risorse, il petrolio, la terra, il cibo e le altre materie prime. Di questi temi ho già parlato, vi segnalo in particolare le "considerazioni" nr. 264 e nr. 268, che vi invito a leggere, se non lo avete ancora fatto. Quando critichiamo le deriva ultraliberista che guida ormai le élite economiche mondiali, quell'1% contro cui il 99% cerca inutilmente di far sentire la propria voce, dobbiamo in particolare mettere in luce il fatto che questi signori lavorano incessantemente per collocare in maniera sistemica i beni comuni nell'alveo finanziario. L'acqua era l'ultimo bene che mancava, ma dopo Marsiglia, ci sono un po' più vicini.
L'obiettivo finale, reso più semplice dal mancato riferimento aalla risoluzione dell'Onu, è la trasformazione dell'acqua in una commodity, e quindi poterla commercializzare attraverso un sistema di vendita globale dei diritti di sfruttamento. In alcuni stati degli Usa, in Cile, in Sudafrica, in Australia questo è già possibile e altri paesi stanno pensando di introdurre questo modello. Il risultato finale, quando questo sistema sarà adottato a livello mondiale, sarà quello una creare una vera e propria "borsa dell'acqua", dove sarebbe possibile comprare e vendere i diritti di sfruttamento, così come oggi già avviene con le materie prima e con i crediti di carbonio previsti dal protocollo di Kyoto. Chi ha un surplus di acqua o chi ha precedentemente acquisito a fini speculativi i diritti di un fiume, una falda o un lago potrà rivenderli a chi ha un deficit idrico. Possedere una certa quantità d'acqua significherà avere un asset finanziario in grado di generare una rendita; sarà inoltre possibile strutturare sull'acqua tutti prodotti finanziari derivati, come avviene oggi con i prodotti alimentari, con le conseguenze che sappiamo.
Negli stessi giorni si è riunito, sempre a Marsiglia, il Forum mondiale alternativo. Riporto alcuni passi significativi delle conclusioni.
Lo sviluppo capitalista proprio del modello estrattivo occidentale ha generato delle profonde e gravissime crisi economiche, sociali e ambientali globali. La struttura capitalista neoliberista e non democratica che ha determinato questa situazione sta ormai crollando. [...] Il loro approccio, che considera l'acqua come una merce, contrariamente alla volontà delle popolazioni, è ingiusto e strutturalmente incapace di garantire l'accesso all'acqua e ai servizi igienico-sanitari per tutti. Grazie al movimento per la Giustizia idrica, le Nazioni Unite hanno riconosciuto il diritto umano all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Conseguentemente, sono state ottenute alcune vittorie di rilievo, fra cui: l'adozione di emendamenti costituzionali che integrano il riconoscimento questo diritto, presso numerosi Stati in America Latina; in Italia, il trionfo del referendum contro la privatizzazione dei sistemi di gestione delle acque; la rimunicipalizzazione dell'acqua a Parigi, e in numerose altre città del mondo; e le prime sentenze nazionali che riconoscono il diritto all'acqua.
Ci impegnamo a proseguire e incrementare il nostro sforzo dinamico in direzione dell'effettivo riconoscimento di questo diritto fondamentale, attraverso proposte concrete riguardanti la dimensione politica, democratica, ambientale e sociale del problema.
Sosteniamo sistemi di gestione dell'acqua pubblici e comunitari; proponiamo l'adozione di partenariati pubblici-pubblici e pubblici-comunitari.
Richiediamo una democrazia "reale": le popolazioni coinvolte devono partecipare alle decisioni fondamentali riguardanti l'acqua, quali - ad esempio - la scelta del sistema di gestione idrico o la realizzazione di un progetto di larga scala. La partecipazione comunitaria in questo processo è essenziale.
Proponiamo la realizzazione di un sistema giuridico internazionale indipendente, che sia in grado di garantire il diritto all'acqua e ai servizi igienico-sanitari. Tale diritto dev'essere esigibile da ogni individuo in ogni parte del mondo, e coloro che comettono violazioni in proposito devono essere perseguiti come responsabili. In particolare, viene formulata la richiesta di stabilire una Corte Penale Internazionale dell'Ambiente.
Riconosciamo l'importanza dei saperi tradizionali e dei diritti consuetudinari. Difendiamo i diritti e le pratiche dei popoli indigeni.
Sosteniamo l'agricoltura familiare e di piccola scala, come modello rispettoso dell'ambiente. Promuoviamo una vera sovranità alimentare che consenta ad ogni individuo di sfamarsi, e avere accesso all'acqua e alla terra.
Ribadiamo che i diritti delle donne sono al centro della lotta globale per l'acqua.
Riaffermiamo il diritto all'acqua per tutti: l'accesso incondizionato all'acqua per tutti, in quantità necessaria alla vita, è una responsabilità colletiva. Qualora si rendessero necessarie delle tarifficazioni, esse dovranno fondarsi sul criterio della progressività al fine di evitare l'esclusione sociale.
Sosteniamo la conservazione e l'integrità del ciclo dell'acqua, come forma di riconoscimento dei diritti degli ecosistemi e delle specie ad esistere, crescere ed evolvere.
Ci opponiamo ad ogni forma di sfruttamento industriale dei beni comuni naturali, segnatamente alle attività minerarie e di estrazione di idrocarburi (fra cui il gas di scisto) che danneggiano l'integrità delle risorse idriche.
Chiediamo lo sviluppo di una transizione verso dei sistemi energetici alternativi, sostenibili, locali, che comportino la riduzione dei consumi energetici. Tale processo implica in particolare l'immediata proibizione della fratturazione idraulica per l'estrazione di idrocarburi, e l'adozione di una moratoria internazionale sulle grandi dighe.
[...]
Invitiamo i governi a sostenerci nel rifiuto delle false soluzioni alla crisi finanziaria e ambientale globale propugnate dalla "green economy". Le grandi dighe, le centrali nucleari, le piantagioni di agrocarburanti e le monocolture industriali incidono negativamente sulla quantità e qualità delle acque. Accogliamo sistemi economici funzionali all'instaurarsi di comunità sane dal punto di vista umano e ambientale, e non esclusivamente alla massimizzazione del benessere individuale.
[...]
Sollecitiamo gli Stati a finanziare sistemi idrici e igienico-sanitari pubblici attraverso lo strumento della fiscalità generale progressiva, e/o delle imposte sulle transazioni finanziarie nazionali e internazionali. Il diritto umano all'acqua necessita infatti di un finanziamento pubblico adeguato. Si deve porre un termine alle politiche di austerità economica nel Nord globale, e agli aggiustamenti strutturali nel Sud globale: tali provvedimenti hanno indotto i governi tagliare brutalmente le spese per i fondamentali servizi idrici e igienico-sanitari, e aperto ulteriormente la strada al settore privato e alle multinazionali.
Gli Stati devono garantire che le Istituzioni Finanziarie Internazionali interrompano ogni tipo di attività volta a promuovere la privatizzazione e finanziarizzazione dei servizi idrici, e che in qualunque modo indebolisca il controllo e la gestione democratici dell'acqua.
Leggendo queste proposte si capisce come, attraverso la difesa dell'acqua, si possa immaginare un diverso modello di sviluppo. Un mondo diverso è possibile; proviamo a non dimenticarlo, nonostante tutto quello che ci dicono.

domenica 29 gennaio 2012

Considerazioni libere (268): a proposito di speculazioni e speculatori...

Immagino abbiate visto anche voi lo spot che queste settimane pubblicizza l'aumento di capitale Unicredit: una ragazza si accorge che il tricolore non sventola come dovrebbe perché un lembo della bandiera è rimasto impigliato all'asta; non indugia, si toglie il berretto, si arrampica sul pennone e, tra la curiosità prima e poi l'approvazione dei passanti – rimasti comunque prudentemente giù – “libera” il tricolore. Il messaggio è chiaro: sottoscrivere l'aumento di capitale della più grande banca italiana è un gesto patriottico, moderna versione dell'antico – e assai più drammatico – “oro alla patria”. Non entro nel merito della decisione degli amministratori della banca di effettuare questa operazione, dettata dalla grave situazione finanziaria in cui si trova l'istituto di credito; faccio soltanto notare che questo aumento di capitale è accompagnato da una drastica riduzione del personale. Saranno infatti 5.200 le persone che perderanno il lavoro dalla fine del 2011 al 2015; evidentemente per le banche e le grandi aziende non vale quello che succede nel calcio, dove se la squadra va male si cambia l'allenatore per non cambiare i giocatori: qui si “cambiano” i lavoratori per non cambiare i vertici.
Ho fatto questa premessa perché Unicredit è una delle banche private che, attraverso le loro operazioni finanziarie, hanno contribuito a far aumentare la fame nel mondo, facendo crescere i prezzi delle commodities alimentari. I lettori più pazienti ricorderanno che ho già parlato di questo tema in una mia “considerazione” di qualche settimana fa – la nr. 264 che vi prego di rileggere – in cui ho descritto alcuni aspetti legati alle speculazioni finanziarie sui prodotti alimentari e all'acquisto di migliaia e migliaia di ettari di terra nei paesi del sud del mondo, quel fenomeno che viene chiamato land grabbing. Torno sul tema perché in questi giorni è stato pubblicato un rapporto intitolato Farming Money. How European banks and private finance profit from food speculation and land grabs, redatto da Friends of the Earth Europe, alla cui realizzazione ha partecipato anche l’italiana Campagna per la riforma della Banca mondiale.
Questo rapporto è importante perché fa nomi e cognomi delle banche e delle società europee impegnate in questi affari. Troppo spesso quando parliamo dei mercati o della crisi internazionale facciamo riferimento in maniera generica a fantomatici “speculatori”, come fossero entità invisibili e segrete, una sorta di Spectre con sede in qualche paradiso fiscale tropicale. Invece sappiamo benissimo chi sono questi “speculatori”: sono le “nostre” banche, quelle in cui abbiamo i conti correnti e che ci concedono i mutui, le compagnie di assicurazioni, i grandi gruppi finanziari. Per l'Italia il rapporto fa riferimento alle attività, oltre che di Unicredit, di Intesa-San Paolo e delle Generali, ossia il gotha della finanza italiana. Naturalmente non manca nessuno dei colossi europei del credito e delle assicurazioni: nel rapporto sono esaminate con scrupolo e dovizia di dati le attività di 29 grandi istituti di credito, tra cui Deutsche Bank, Barclays, Rbs, Allianz, Bnp Paribas, Axa, Hsbc, Credit Agricole; non manca proprio nessuno.
La speculazione finanziaria è la principale causa dell’innalzamento dei prezzi delle commodities alimentari negli ultimi anni: l'indice Fao sui prezzi del cibo è arrivato nel 2011 al massimo di 238, oltre 30 punti in più rispetto al massimo precedente, riscontrato nel 2008. Questi soggetti controllano ormai il 60% del mercato dei cereali, a fronte del 12% di 15 anni fa. Miliardi di euro e di dollari vengono investiti nei mercati delle materie prime, causando improvvise e ingiustificate impennate dei prezzi dei prodotti alimentari, con una ricaduta immediata sui prezzi al consumo; queste oscillazioni dei prezzi rendono sempre più difficile la vita dei coltivatori che non possono più calcolare con un qualche margine di certezza i prezzi dei loro prodotti. Il paradosso, in questi tempi in cui il mondo è dominato dall'ideologia ultraliberista, è che i prezzi delle materie prime non sono più regolati dalla legge della domanda e dell'offerta, che dovrebbe essere la regola aurea del mercato, ma dalle scelte di chi controlla i grandi fondi di investimento. Loro guadagnano con le speculazioni sui fondi, noi consumatori finali e soprattutto i coltivatori siamo quelli che ci rimettono, per non parlare delle conseguenze sull'ambiente e sull'ecosistema, che paghiamo tutti e che pagheranno ancora più caro le prossime generazioni. Il rapporto spiega che queste istituzioni, oltre a essere protagoniste delle speculazioni finanziarie, sono anche direttamente impegnate nell'acquisto di terre. Alcune di questi istituti hanno finanziato direttamente imprese agro-alimentari che hanno acquistato terre con aperte violazioni dei diritti umani delle persone che abitavano e coltivavano quei territori, ad esempio il fondo pensione tedesco Abp in Mozambico, Axa in India e Hsbc in Uganda. Anche Generali ha acquistato grandi quantità di terreni in Romania.
Il rapporto spiega che Unicredit, attraverso Pioneer Investments, colloca sul mercato un fondo hedge specializzato in commodities (Pioneer Funds – Commodities Alpha) con un patrimonio di oltre 600 milioni di euro. Il fondo investe per oltre il 50% in commodities agricole (per il 26,3% in granaglie, per il 17,9% in soft commodities agricole, per il 6,2% in bestiame e per il 3,5% in oli vegetali). Forse qualcuno lo dovrebbe spiegare alla ragazza che fa tanta fatica per raggiungere la cima del pennone.

venerdì 6 gennaio 2012

Considerazioni libere (266): a proposito di una previsione avverata...

Il fatto che le truppe degli Stati Uniti si siano sostanzialmente ritirate dall'Iraq – anche se rimane il contingente di 200 uomini destinato a garantire la sicurezza dell'ambasciata a Baghdad – non deve farci dimenticare che in quel paese si continua a morire: sono oltre 70 le persone uccise in questi ultimi giorni, ossia da poco prima di Natale, quando si è completato il ritiro delle truppe americane. Visto il bilancio di questi nove anni di guerra è chiaro cosa ha spinto Obama ad accelerare il ritiro, in vista delle prossime elezioni presidenziali: 800 miliardi di dollari spesi, più di un milione di donne e uomini impegnati nella missione, 4.500 soldati statunitensi morti. Visto che facciamo un bilancio, ci sarebbe anche da ricordare il numero dei civili iracheni rimasti uccisi nel conflitto, un numero che probabilmente non conosceremo mai; sono 115mila, secondo le stime ufficiali americane, ma molto probabilmente sono molto più numerose. Forse ricordate che alcuni anni fa, nel giugno del 2006, la rivista britannica The Lancet stimò in 600mila le vittime civili del conflitto fino a quel mese. Ma cosa succederà adesso in Iraq?
Nonostante una certa indispensabile – e anche comprensibile – retorica statunitense e al di là del fatto che per due volte, dopo la fine della dittatura, gli iracheni sono stati chiamati alle urne, il sistema politico iracheno assomiglia, più che a una democrazia, a una dittatura di partiti di ispirazione religiosa, che si spartiscono il potere su base settaria ed etnica. Inoltre questo potere viene amministrato attraverso un calibrato sistema di clientele e di corruzione; l’Iraq figura al 175° posto, su 182 paesi nella classifica della corruzione stilata da Transparency International.
L'Iraq rimane un vaso ci coccio – e anche il più fragile – tra vasi di ferro, soprattutto Turchia e Iran. Per ora sono in vantaggio gli iraniani, grazie soprattutto alla miope decisione americana di favorire a tutti i costi gli sciiti, a danno dei sunniti, che sostenevano Saddam. Il regime iraniano ha forti legami con gran parte dell'establishment sciita, a partire dal premier iracheno Nouri al-Maliki, ha finanziato direttamente diversi movimenti religiosi e politici, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare, noto come “esercito del Mahdi”, molto attivo in quest'ultima fase, inoltre fa pressioni sul clero iracheno affinché venga nominato a capo del Consiglio religioso sciita l’ayatollah conservatore Hashemi Shahroudi. Ai turchi invece rimane l'appoggio dei curdi del nord del paese. Poi c'è l'Arabia Saudita che potrebbe decidere di scendere in campo per difendere la maggioranza sunnita. E' chiaro che la situazione rimane estremamente complessa e l'Iraq potrebbe diventare, già nei prossimi mesi, il campo di battaglia, anche per interposta persona, tra queste tre potenze regionali, con in mezzo – sempre più in pericolo – il popolo iracheno che vive in uno stato di guerra ormai da decenni.
Quando però parliamo dell'Iraq non possiamo dimenticare un elemento essenziale, senza il quale è impossibile capire cosa succederà in quel paese: le riserve irachene di petrolio ammontano a 143 miliardi di barili, ossia il 12% delle riserve mondiali: Nel 2010, pur in una situazione ancora politicamente complessa, l'Iraq ha prodotto 2,7 milioni di barili, provenienti dai 28 grandi giacimenti che si trovano nel nord e nel sud del paese, le zone a influenza curda e sciita. Le grandi compagnie occidentali, cinesi e russe si sono già spartite questi giacimenti e stanno sfruttando a piene mani il petrolio iracheno, mentre il popolo di quel paese non ne ricava alcun vantaggio. Per saperne di più su questo tema vi consiglio di leggere il dossier Il saccheggio dell’Iraq. Un guerra per le risorse, preparato da Un ponte per... e pubblicato sul sito Osservatorio Iraq.
Questo è il dramma dell'Iraq: un territorio potenzialmente ricchissimo, la culla della civiltà – ricordate la Mesopotamia in cui nacque la scrittura? – un popolo schiacciato tra gli interessi delle grandi multinazionali, le strategie politiche delle cancellerie, la corruzione di leader senza scrupoli. Per questo abbiamo detto che la guerra in Iraq era un errore, purtroppo tutte le previsioni si sono rivelate esatte.

martedì 20 dicembre 2011

Considerazioni libere (264): a proposito di quelli che si prendono la terra...

Più di un anno fa ho dedicato una di queste "considerazioni" – la nr. 91 per la precisione – a quel fenomeno che adesso gli organismi internazionali cominciano a chiamare land grabbing, ossia l'acquisto o l'affitto per decine di anni di migliaia e migliaia di ettari di terreno in Africa, Asia e America latina da parte di grandi compagnie multinazionali. Naturalmente questa vera e propria "corsa alla terra" è cominciata da tempo, ma la crisi finanziaria vi ha dato un notevole impulso: quando la finanza ha cominciato a vacillare sotto i colpi della speculazione, gli stessi speculatori hanno capito che era meglio rifugiarsi su beni più solidi e la terra è certamente uno di questi. Sono infatti proprio quelli che hanno fatto i soldi con le transazioni finanziarie a essere i protagonisti di questo ritorno alla old economy: in fondo di cibo ci sarà sempre più bisogno, visto che la popolazione mondiale tende a crescere, i prezzi rimarranno alti e quindi il profitto sarà garantito. Anche perché la terra nei paesi poveri del mondo costa poco, a volte pochissimo e rende parecchio. Gli stati petroliferi arabi fanno incetta di terreni per garantire le scorte alimentari necessarie per le loro popolazioni, la Cina – molto attiva in Africa – lo fa anche con l'obiettivo di espandere la propria influenza politica in quel continente strategico, le grandi compagnie multinazionali per impiantare monocolture di biocarburanti, facendo anche finta di farlo per il bene del pianeta e per non sfruttare le risorse energetiche tradizionali: tutti questi ne ricavano guadagni immensi. Ci guadagnano qualcosa, un'inezia rispetto ai guadagni globali, quei governanti corrotti – spesso sostenuti dai governi occidentali – che vendono e svendono le terre dei loro paesi. Se sono pochissimi quelli che ci gudagnano, naturalmente sono moltissimi quelli che ci rimettono, prima di tutto i contadini che in quelle terre vivevano e lavoravano. Ma anche noi ci rimettiamo, perché crescono i prezzi degli alimenti e perché il mondo è sempre più inquinato. Il land grabbing è il nuovo colonialismo e peserà sempre di più sulle fragilissime economie dei paesi in via di sviluppo.
Torno sull'argomento perché alcuni mesi fa la Banca mondiale ha fatto uscire su questo tema il rapporto Rising global interest in farmland; visto che ormai questa istituzione ha un peso così rilevante nella vita pubblica dei nostri paesi, tanto da condizionarne le scelte politiche, mi sembra utile capire cosa pensa di una questione così importante chi effettivamente comanda negli Stati Uniti e in Europa. La Banca mondiale riconosce che il problema esiste e che in seguito alla crisi del cibo del 2008 le grandi compagnie internazionali hanno aumentato in maniera considerevole i propri investimenti per l'acquisto di terreni, menzionando anche il fatto che i governi e le compagnie hanno stretto accordi senza tener conto della volontà delle comunità locali, alle quali non sempre sono stati riconosciuti i risarcimenti dovuti. Il rapporto si conclude con l'indicazione di sette principi per gli investimenti agricoli nei paesi più poveri, che riguardano tutela ambientale, rispetto dei diritti di proprietà, trasparenza eccetera; questi principi rimangono però belle parole dal momento che la Banca mondiale conclude che queste regole non possono essere imposte, ma devono essere recepite volontariamente dalle compagnie. Una pia illusione, nel migliore dei casi, visti gli interessi in ballo.
Quelli della Banca mondiale analizzano di continuo quello che succede nell'economia globale e lo scorso 16 agosto hanno presentato il rapporto Food Price Watch, in cui si spiega che "i prezzi alimentari mondiali hanno raggiunto il culmine. Coniugati a una volatilità persistente, costituiscono una minaccia permanente per i poveri dei Paesi in via di sviluppo". Bene, questo è il problema ed è detto senza infingimenti, ma la Banca mondiale può perdere il pelo, non certo il vizio. Il rapporto presenta molti dati sulle variazioni dei prezzi dei principali prodotti agricoli nei singoli paesi, concentrandosi in particolare sulla situazione del Corno d’Africa e della Somalia, dove la guerra  – come ho di recente raccontato – pesa enormemente sulle condizioni di vita di quei popoli. Ma quando passa dalla descrizione all'analisi cita come cause principali la siccità e i cambiamenti climatici globali e, in second'ordine, l’instabilità politica di quei paesi. Non cita mai le responsabilità dirette di coloro che speculano sulla terra e sul cibo. Probabilmente perché tra questi ci sono le grandi compagnie che quotidianamente lavorano e operano con la stessa Banca mondiale.
Gli economisti che hanno l'onesta intellettuale di riconoscere le leggi fondamentali della loro materia – e non solo Amartya Sen e chi viene dai paesi in via di sviluppo – spiegano che la fame non è una calamità naturale, come un terremoto o uno tsunami, ma un fenomeno che può essere eliminato, se solo ci fosse la volontà di farlo: bisognerebbe da un lato introdurre delle regole efficaci e cogenti nei mercati che operano sui titoli che si basano sulle commodities alimentari, e dall'altro lato sostenere modelli di produzione agroecologici, su piccola scala e basati sul lavoro di chi vive in quei territori. Certo servirebbero risorse, ma servirebbe soprattutto la capacità della politica di imporre le proprie scelte alla Banca mondiale e alle altre istituzioni finanziarie. Invece, come è noto, è la Banca mondiale che impone le proprie scelte alla politica. Dal momento che per gli esperti della Banca mondiale la causa principale dell'attuale crisi alimentare è il cambiamento climatico, la soluzione è quella di favorire chi sta acquistando grandi quantità di terreni. Infatti la Banca mondiale da un lato presta denaro ai grandi investitori affinché possano acquistare nuovi terreni e vi impiantino le monocolture e garantisce le assicurazioni contro le perdite legate alle siccità e agli eventi naturali; dall'altro lato agisce sui governi dei paesi in via di sviluppo affinché modifichino le leggi sulla proprietà della terra, favorendo la creazione dei grandi latifondi. Inoltre i Principi di Investimento Agricolo Responsabile, che ho citato prima, servono a dare una legittimazione etica a chi si accaparra la terra su larga scala.
Quando si parla del controllo che l'1% dei ricchi ha sul governo dell'economia del nostro pianeta si parla concretamente anche di questo. Quelli della Banca mondiale dimenticano – o fanno finta di dimenticare – che è il mercato che non garantisce cibo per tutti e non l'agricoltura. Questa cosa dobbiamo sempre averla in mente, perché è fondamentale. La terra produce e può produrre le risorse per dare da mangiare a tutti noi, è la distribuzione che lo impedisce. Il paradosso è che la Banca mondiale in occasione del G20 di Parigi del giugno scorso ha proposto di aiutare i paesi più poveri a uscire dalla fame, utilizzando prodotti finanziari derivati sul cibo, in sostanza ha proposto di affidare ai mercati la soluzione del problema che essi stessi hanno creato. Loro si stanno comprando tutta la terra, la terra migliore, quella più fertile e la stanno impoverendo con il sistema delle monocolture, ai contadini rimane poca terra, quella più difficile da coltivare e meno redditizia, con il cibo che diminuisce e i prezzi che fatalmente aumentano. Credo ci sia motivo per protestare e per dire che le cose così non possono andare avanti.

domenica 16 ottobre 2011

Considerazioni libere (253): a proposito di droga e di guerra...

Nella mia ultima "considerazione", dedicata al bilancio dei dieci anni della guerra in Afghanistan, ho ricordato che l'economia del paese si basa essenzialmente sulla produzione e sul commercio della droga. Ho provato ad approfondire questo tema, cercando in rete qualche dato in più. L’Ufficio delle Nazioni Unite contro la droga e il crimine (Unodc) stima che la produzione dell'oppio in Afghanistan crescerà alla fine di quest'anno del 61%, ossia 5.800 tonnellate contro le 3.600 dello scorso anno. A causa dei cali di produzione in alcuni altri paesi asiatici, a seguito di inondazioni e altri disastri ambientali, il prezzo dell'oppio secco è aumentato del 43% rispetto al 2010, da 169 a 241 dollari al kg. Lo scorso anno la produzione afghana di oppio ha fruttato circa 605 milioni di dollari, mentre quest’anno si stimano guadagni per 1,4 miliardi di dollari, un incremento del 133%. Per il paese la produzione di questa sostanza contribuisce al 9% del Prodotto interno lordo. Il rapporto della sede afghana dell'Unodc spiega chiaramente che "i guadagni più alti ricavati dall'oppio, contro i prezzi più bassi del grano, possono aver incoraggiato i coltivatori a riprendere la coltivazione del papavero da oppio".
Quindi, nonostante la guerra, la produzione di oppio tende a crescere e quindi è inevitabile chiedersi quanto siano efficaci gli sforzi occidentali nel contrastare una tra le maggiori fonti di finanziamento dei "nemici" talebani. Nonostante i proclami della coalizione occidentale di lotta al traffico della droga, il contrasto alla produzione e al traffico di oppiacei afghani attraverso l’azione militare si sta rivelando inefficace, inconcludente ed estremamente costoso. Anzi probabilmente è proprio la guerra ad alimentare il traffico di guerra. Certamente la guerra in Afghanistan sta registrando un netto innalzamento di violenza proprio nelle regioni dove c'è maggior coltura di oppio.
Ci sono alcuni passaggi storici che aiutano a far capire cosa sta succedendo oggi in Afghanistan. Negli anni Settanta ci fu un boom della produzione di oppio e di eroina nel cosiddetto "Triangolo d'Oro" - Laos, Birmania e Cambogia - ) grazie alle coperture della Cia che con i ricavi del traffico di droga finanziava le operazioni anti-comuniste nel Sudest asiatico. Lo stesso sistema - e questo è un fatto abbastanza risaputo - fu adottato dalla Cia negli anni Ottanta in America Latina, per finanziare, grazie ai proventi della coca, la guerriglia antisandinista dei Contras in Nicaragua, e in Afghanistan per finanziare, con i proventi dell'eroina, la resistenza contro i sovietici dei mujaheddin. Intorno al 2000 il regime dei talebani, ormai saldamente al potere, anche per "ripulire" la propria immagine internazionale, fortemente condizionata dal traffico della droga, decise di bloccare la produzione e questa azione fu abbastanza efficace, tanto da far crollare la produzione nazionale a sole 200 tonnellate annue, ben inferiori alle 4mila degli anni Novanta. In seguito la produzione è lentamente ripresa per scoppiare nuovamente dopo lo scoppio della guerra.
C'è anche una sorta di "giustificazione" umanitaria di questa ripresa: la coltivazione dell'oppio verrebbe tollerata perché è l'unica fonte di reddito per interi villaggi di quella parte del paese in cui l'azione del governo Karzai non è in grado di arrivare. Per molti afghani la produzione dell'oppio sarebbe dunque l'unico modo di sopravvivere. Nessuno però ricorda che a fronte di una popolazione di circa 32 milioni, un milione di giovani afghani è già dipendente da droghe pesanti.
Secondo diverse fonti attualmente il traffico di droga servirebbe a finanziare entrambe le forze in campo. I talebani finanziano le loro attività terroristiche grazie ai traffici di droga lungo i confini tra Afghanistan e Pakistan, con la connivenza o l'aperta complicità dei servizi segreti di questo paese. Nella produzione e nel traffico della droga pare particolarmente attivo anche il "fronte occidentale" tanto che Ahmed Wali Karzai, fratello del presidente, sarebbe fra i più potenti "signori della droga" afghani. La roccaforte della famiglia Karzai si trova nella regione a sud del paese, a più elevata produzione di oppio e di eroina.
Secondo il giornalista e storico Douglas Valentine, nella guerra in Afghanistan si misurerebbe anche lo scontro tra due agenzie statunitensi: la Dea, impegnata nella lotta al traffico della droga, e la Cia che proteggerebbe gli apparati politici e amministrativi afghani che, alleati con i "signori della droga", sostengono quel mercato così remunerativo.
Al di là di questa tesi "complottista", per quanto ben documentata, credo si possano fare alcune riflessioni. Il fiorente mercato della droga, in Afghanistan come in molti altri paesi, fiorisce grazie alla connivenza tra produttori, trafficanti e autorità politiche e militari di quelle che sono realtà nazionali estremamente instabili, con alti tassi di povertà e corruzione, in cui gli sforzi di chi cerca di contrastarlo sono sempre più velleitarie e illusori. La guerra alimenta questa instabilità e quindi il mercato della droga. Forse era inevitabile scegliere di sostenere Karzai, ma con altrettanto realismo bisogna anche sapere con chi si ha a che fare. E sarà possibile uscire dignitosamente da una guerra da cui comunque i paesi occidentali finiranno per essere sconfitti.

domenica 28 agosto 2011

Considerazioni libere (245): a proposito di carestie...

Nella mia penultima "considerazione" - la nr. 243 - ho provato a ragionare di democrazia o meglio di quale sia il significato che dobbiamo dare a questa parola, dal momento che di democrazie al mondo ce ne sono tante e molto diverse le une dalle altre. Amartya Sen dice che "le democrazie caratterizzate da un sistema mediatico libero ed energico e da regolari elezioni multipartitiche si dimostrano di fatto efficienti nel prevenire il verificarsi delle carestie" (se volete leggere tutta la riflessione dell'intellettuale indiano, potete trovarla qui).
Voglio provare a raccontare quello che sta succedendo nel Corno d'Africa e in particolare in Somalia, proprio a partire dall'assunto di Sen. Distratti dalla crisi economica e dall'improvvisa accelerazione della guerra in Libia, non ci siamo accorti di quello che stava avvenendo nel cuore dell'Africa. Ma questa non è una novità: c'è sempre qualcosa di più urgente dell'Africa.
Come sempre, credo sia necessario partire dai numeri. Sono quasi 12 milioni le persone minacciate dalla siccità e dalla carestia nell'Africa occidentale: 4,6 milioni in Etiopia (il 6% dell'intera popolazione), 3,2 milioni in Kenya (il 10,2% della popolazione) e 3,7 milioni in Somalia (addirittura il 34,5% della popolazione). Ed è proprio in quest'ultimo paese che la situazione è più drammatica: negli ultimi 90 giorni sono morti 30mila bambini, mentre 810mila persone sono fuggite dal paese per andare nei campi profughi in Etiopia, Kenya e Gibuti - peraltro anch'essi colpiti dalla siccità, come ho detto prima. Lo scorso 20 luglio l'Onu ha dichiarato ufficialmente l'emergenza alimentare in due province della Somalia meridionale e poco dopo l'ha estesa ad altre tre. Le Nazioni Unite dichiarano formalmente che in un paese c'è una carestia quando viene verificato che in una certa area del mondo un bambino su tre è malnutrito e che ogni giorno un bambino su 2.500 muore per la fame. Le carestie vengono dichiarate con molta cautela: questa è la prima volta che accade nel nuovo secolo. In Somalia non accadeva dal 1992.
Ci sono prima di tutto cause climatiche. Questa primavera sono mancate le piogge e di conseguenza i raccolti. In genere, almeno fino al Duemila, questi gravi episodi di siccità colpivano la regione ogni dieci anni, ora invece si succedono ogni due anni. Il clima, il riscaldamento globale, l'inquinamento non bastano però a raccontare quello che sta avvenendo in Somalia, anzi sarebbe un alibi troppo comodo per quelle persone che sono le vere responsabili della carestia.
Prima di tutto bisogna sapere che la carestia non è arrivata all'improvviso. Già nell'ottobre dello scorso anno i governi e le istituzioni internazionali erano state avvertite di quello che sarebbe successo questa estate. Il sistema di preallarme della carestia che tiene sotto controllo sia gli andamenti climatici sia i prezzi dei generi alimentari e degli altri beni di consumo aveva detto chiaramente che quest'anno la situazione sarebbe stata drammatica. Questo sistema di preallarme è stato creato dagli Stati Uniti per prevenire fenomeni come la grande carestia del 1984-85, che colpì in particolare Etiopia e Sudan; il sistema è efficiente, ma purtroppo inefficace, dal momento che le sue previsioni rimangono sostanzialmente sulla carta.
Inoltre la Somalia meridionale, la regione maggiormente colpita dalla carestia, non è una regione arida, come parte del Kenya e dell'Etiopia, ma una delle zone più floride del Corno d'Africa. Il vero problema è che in Somalia manca un vero governo da oltre vent'anni, il paese è in mano di fatto ai cosiddetti "signori della guerra" e non c'è nessuna struttura amministrativa. La situazione è se possibile peggiorata da quando, nel 2009, nella Somalia meridionale il potere è passato di fatto alla milizia islamista Al Shabaab, legata ad Al Qaeda. Ad aggravare il quadro c'è la decisione degli Stati Uniti di sospendere l'invio degli aiuti nella regione controllata dai miliziani, per non dare un ulteriore sostegno a dei potenziali nemici.
Qui andrebbe aperta una riflessione profonda: ha senso che i governi occidentali continuino a tenere insieme aiuto allo sviluppo e sostegno politico? Per punire Al Shabaab si finiscono per punire tutti i somali, rischiando di favorire la stessa propaganda islamista contro l'Occidente. La sicurezza alimentare dovrebbe essere garantita comunque, anche in quei territori governati da nemici, quando questi, come nel caso somalo, non sono in grado di assicurare i servizi di base alle popolazioni dove sono insediati. Si rischia di fornire aiuti anche ad Al Shabaab, ma almeno si eviterebbero i morti per carestia. Su questo dovrebbe aprirsi un confronto, ma purtroppo siamo ancora troppo sordi ai drammi dell'Africa.

p.s. devo queste riflessioni all'articolo di Xan Rice pubblicato su The Guardian e tradotto nel nr. 912 di Internazionale.

martedì 12 luglio 2011

Considerazioni libere (242): a proposito di velocità, più o meno alta...

Sarà l'influenza dei film western, del mito americano della frontiera, ma anche dei più domestici racconti sulla Direttissima: tendenzialmente ho sempre considerato l'espandersi delle ferrovie come un elemento di progresso, come un evento positivo della storia degli uomini. Questo per dire che non sono pregiudizialmente contrario alla costruzione della linea ad alta velocità tra Torino e Lione, e conseguente alla creazione di un corridoio ferroiviario tra Lisbona e Kiev.
In linea di massima, da cittadino, sarei disposto a subire dei sacrifici - e un così pesante intervento sul territorio è indubbiamente un sacrificio - se ciò significasse un vantaggio per la collettività. Il problema è che in questa vicenda sono ben chiari i sacrifici, ma sono molto più aleatori e vaghi i vantaggi. Personalmente ritengo che, in queste condizioni, la Tav sia un errore e provo a spiegare perché.
Mi pare che in questa vicenda siano state finora prevalenti due opposte visioni ideologiche, quelli che considerano la Tav come un indispensabile elemento di progresso, una necessità strategica per l'Italia e per l'Europa e quelli che la considerano un danno, a prescindere. Fino a quando la discussione rimarrà su questo piano è evidente che nessuno riuscirà a convincere nessuno, tutti rimarranno sulle proprie posizioni, la Tav probabilmente non si realizzerà - e questo per alcuni è evidentemente un fatto positivo - ma non si riuscirà nemmeno a ragionare sul futuro dei trasporti e della logistica in questo Paese - e questo è un grave problema per tutti.
Viaggiare in Italia e far viaggiare le merci in Italia è un'impresa forse paragonabile a quella dei pioneri del selvaggio West: si sa quando si parte, ma non quando si arriverà. In Italia viaggiare è quasi sempre sinonimo di utilizzare l'automobile, far viaggiare le merci significa quasi sempre caricarle su camion. La rete del trasporto ferroviario, al netto della linea ad alta velocità tra Roma e Milano, è nettamente al di sotto degli standard degli altri paesi europei. Discorso analogo può essere fatto per il trasporto pubblico locale, nelle grandi città come nei piccoli centri.
In queste condizioni tra le priorità dell'Italia non c'è la linea Torino-Lione. Prima occorre rendere più snello il traffico locale, migliorando le reti di trasporto pubblico e creando reti di piste ciclabili; decongestionare il traffico di lungo raggio, potenziando la rete ferroviaria, tutta la rete ferroviaria, da nord a sud; ridurre il traffico dei tir, con una politica di disincentivi, attraverso l’imposizione di pedaggi molto più costosi. Come è evidente si tratta di uno sforzo economico incredibile - molto più gravoso di quello necessario per realizzare la Torino-Lione - che richiederebbe miliardi di investimenti diffusi sul territorio. Tra l'altro è lecito chiedersi che visione dell'Italia c'è dietro un'opera che potenzia il traffico di persone e merci tra ovest ed est dell'Italia settentrionale, mentre i collegamenti tra il nord e il sud dell'Italia, quelli sì veramente strategici alla luce dello sviluppo mediterraneo, sono al livello che conosciamo, basti pensare alla Salerno-Reggio Calabria o alle ferrovie siciliane.
Alcuni giorni fa, pochi giorni dopo gli incidenti in Val di Susa, quando sono partiti i lavori del cantiere, mi è capitato di parlare con un'amica "indignata" (credo che la definizione le possa star bene) - pendolare come me e quindi, come me, soggetta ai capricci di Trenitalia. Io criticavo Grillo per le sue estemporenee dichiarazioni sui dimostranti "tutti eroi", lei sosteneva che l'atteggiamento di chi criticava Grillo di fronte a un problema grave come quello della Tav era paragonabile a quello di chi, puntando alla luna, guarda il proprio dito piuttosto che l'astro notturno. Penso avessimo ragione entrambi. Le dichiarazioni di Grillo sono state inopportune, oltre a essere sbagliate, perché hanno alimentato ulteriormente quella discussione ideologica a cui mi riferivo all'inizio di questa "considerazione"; il problema è che le forze politiche, comprese purtroppo le forze di sinistra, preferiscono confrontarsi sui "massimi sistemi", senza affrontare i dati reali.
La linea Torino-Lione riuscirà a diminuire in maniera sensibile il traffico di automobili su quella tratta, come sta avvenendo per la linea Milano-Roma? No, anche perché i flussi di traffico su queste due tratte non sono paragonabili. L'alta velocità sposterà considerevolmente il traffico merci dalla gomma al ferro? No. Per raggiungere questo scopo non serve l'alta velocità, facendo guadagnare un'ora o due di tempo, basterebbe penalizzare la circolazione dei tir sulla strada, mentre in Italia avviene esattamente il contrario. Il problema è che Svizzera e Austria sono impegnati a potenziare la propria rete di trasporto su ferro, mentre in Italia preferiamo "impiccarci" a un progetto che interessa un angolo del paese dove viaggia solo una piccola parte delle merci.
Magari partendo da questi dati potremmo perfino trovare una soluzione. Perfino in Italia.

post scriptum del 2 marzo 2012
In questi mesi non è sostanzialmente cambiato il mio giudizio sul progetto di realizzare la Tav in Val di Susa e quindi ripubblico questa "considerazione", confidando nella consueta pazienza dei miei lettori. Non scriverei più la frase "la Tav probabilmente non si realizzerà"; a luglio del 2011 c'era un governo ben più debole e arrendevole di quello che c'è adesso e quindi penso che su questo - come è avvenuto sulle pensioni e come avverrà sulla riforma dello Statuto dei lavoratori - il governo Monti giocherà la sua partita fino in fondo, dando un segnale ben preciso al paese. A questo tema - che riguarda più direttamente la democrazia di questo paese - proverò a dedicare una nuova "considerazione" nei prossimi giorni.
Rispetto alla riflessione di alcuni mesi fa voglio fare una sola aggiunta, riferita ai costi dell'opera. A chi dice che bisogna comunque andare avanti, credo si debba rispondere che da quando è stata decisa la realizzazione della Torino-Lione a oggi è cambiato il mondo. Anche solo nei pochi mesi che ci separano da luglio scorso - quando ho scritto le righe precedenti - la situazione economica europea - e italiana - è radicalmente mutata. Siamo entrati in un periodo di recessione e questo credo obblighi a maggiore attenzione sull'uso delle poche risorse di cui disponiamo.
Mi preoccupa il fatto che su quanto costerà effettivamente la Torino-Lione ci siano forti divergenze. I comitati della Val di Susa stimano che quest'opera costerà almeno 23 miliardi di euro, a cui si devono aggiungere altre spese difficili da prevedere, ad esempio per la gestione della sicurezza presso i cantieri (per Chiomonte si è arrivati a spendere 90mila euro al giorno); gli stessi comitati denunciano anche una sproporzione nell'accordo con la Francia per la ripartizione dei costi: l'opera sarà per un terzo sul suolo italiano, ma il nostro paese sosterrà il 57,9% delle spese; infine ci sono dei dubbi sull'effettiva misura del contributo europeo. Chi sostiene la necessità di realizzare la Tav, dice invece che costerà 2,8 miliardi di euro, e che questa spesa, dilazionata in dieci anni, è sostenibile; dicono inoltre che il contributo europeo è certo e che potranno esserci anche investimenti privati, sul modello di esperienze simili fatte in Europa. La differenza tra i due dati è troppo grande, anche perché, in buona sostanza, il tracciato non è ancora stato stabilito definitivamente e di conseguenza è difficile credere che i costi possano essere individuati in maniera univoca. Chi sostiene che la Tav debba essere completata gioca con le parole; i lavori non sono mai cominciati veramente né sul versante italiano né su quello francese. E' stata impiantato un cantiere dove saranno raccolti i detriti dei primi scavi conoscitivi che serviranno a ottenere informazioni sul tipo di rocce, in modo da stabilire il tracciato definitivo della linea. Forse siamo ancora in tempo a fermarci, magari decidendo di spendere quei soldi in maniera diversa.

mercoledì 20 aprile 2011

Considerazioni libere (222): a proposito di cacao...

In queste settimane gli organi di informazione hanno parlato spesso della Costa d'Avorio, un paese in genere dimenticato, come avviene per gran parte degli altri stati africani. L'attenzione rivolta dall'opinione pubblica internazionale alle rivolte nei paesi dell'Africa settentrionale e alla guerra in Libia fortunatamente si è spostata anche su questa ex colonia francese, affacciata sul golfo di Guinea, che conta circa 21,5 milioni di abitanti.
A leggere i giornali le vicende di questi ultimi mesi sono piuttosto semplici: il presidente Laurent Gbagbo, sconfitto alle elezioni dello scorso novembre dallo sfidante Alassane Ouattara, si è rifiutato di riconoscere il risultato del voto e ha scatenato una guerra civile, combattuta da entrambe le parti con feroce accanimento, a tratti con crudeltà; di fronte a questa situazione di stallo, durata alcuni mesi, le truppe francesi, con un'incerta copertura diplomatica delle Nazioni Unite, hanno di fatto deposto Gbagbo, prendendolo prigioniero e consegnandolo nelle mani di Ouattara, diventato a tutti gli effetti presidente. Pare che abbia vinto la democrazia, seppur sulle punte delle baionette dell'ex potenza coloniale.
La situazione è un po' meno lineare e merita che si faccia una riflessione sulla partecipazione di altri attori, che, pur avendo avuto un ruolo molto influente, sono rimasti sostanzialmente nell'ombra. Quando un paese occidentale interviene, come in Libia, in un paese ricco di petrolio, si immagina sempre un secondo fine, mentre quando il paese è povero di risorse energetiche pare all'improvviso che questi interessi svaniscano. Ma non c'è solo il petrolio. La Costa d'Avorio è il maggior produttore mondiale di fave di cacao: il 33% della produzione mondiale, pari circa a 1,3 milioni di tonnellate all'anno, viene da questo paese, per un giro d'affari di oltre 4 miliardi di dollari. In sostanza un terzo della cioccolata che mangiamo tutti i giorni è di origine ivoriana. Le protagoniste di questo enorme e redditizio mercato sono quattro aziende: l'olandese Cargill, la statunitense Adm, la svizzera Barry Callebaut e la britannica Armajore. Queste aziende comprano il cacao dai coltivatori ivoriani per rivenderlo a Cadbury, ossia Kraft, Nestlé e Unilever, i colossi multinazionali dell'industria alimentare.
Per il governo di Gbagbo, al potere dal 2000, i 150 milioni di dollari di tasse dirette ricavate dal cacao e le risorse, inconffessabili e inconfessate, ottenute da queste grande aziende, hanno rappresentato il fondamento essenziale della propria stabilità politica. Tra dicembre e gennaio Ouattara, forte dell'appoggio internazionale, in quanto vincitore legittimo delle elezioni, ha chiesto ai grandi grossisti di sospendere l'esportazione delle fave di cacao e ha minacciato che avrebbe tolto loro le licenze, una volta entrato nel palazzo presidenziale, se non avessero obbedito. I quattro grandi esportatori, in parte perché avevano forti legami con Gbagbo e pensavano potesse vincere e soprattutto perché non volevano perdere l'intero raccolto della stagione, hanno continuato a vendere il cacao ivoriano in Europa. E naturalmente le grandi multinazionali continuavano a comprarlo. Il 18 gennaio però è entrata in gioco l'Unione Europea che, minacciando sanzioni, ha impedito alle navi europee di attraccare nei porti ivoriani. Così sono rimaste bloccate in Africa 400mila tonnellate di fave di cacao, facendo schizzare il prezzo di questa materia prima nelle principali piazze finanziare internazionali. A questo punto la situazione era insostenibile, sia per le grandi aziende dell'industria alimentare sia per il trust degli esportatori, e questi ultimi hanno deciso di staccare la spina al regime ivoriano, di abbandonare Gbagbo e di cambiare velocemente cavallo. le forze di Ouattara, ferme da settimane, hanno cominciato a guadagnare terreno, conquistando le aree dove viene coltivato il cacao e occupando il porto di San Pedro, snodo del mercato e base delle grandi aziende del cacao. L'Onu ha sbrigativamente approvato una risoluzione contro Gbagbo, che ha permesso al governo francese di intervenire contro l'ormai ex presidente, che nel frattempo ha commesso un errore che si è rivelato fatale: ha minacciato la nazionalizzazione dell'intera filiera del mercato delle fave di cacao, sostituendosi ai grossisti traditori. Intendiamoci: che Gbagbo sia stato deposto è una soluzione positiva, perché la sua decisione di scatenare un conflitto civile ha causato migliaia di vittime, ma non illudiamoci che Ouattara cambi le cose in maniera radicale. E' facile immaginare quanto abbiano pesato sulle decisioni internazionali le azioni e le reazioni del trust del mercato del cacao, nonostante il loro ruolo non sia ai emerso, e quanto peseranno ancora.
Bisogna ricordare che, nonostante il mercato del cacao sia molto fiorente, i coltivatori delle fave di cacao sono molto poveri. La Costa d'Avorio è la seconda economia dell'Africa occidentale, ma nella classifica del Pil pro capite è agli ultimi posti. I grandi grossisti pagano ai contadini meno della metà di quanto incassano dalle industrie alimentari; poi ci sono le tasse "ufficiali", che i coltivatori devono pagare al governo e le tasse "non ufficiali", sotto forma di tangenti da pagare alla polizia per superare i tanti posti di blocco di cui sono disseminate le strade ivoriane dalle grandi foreste fino ai porti del sud. Grazie alla complicità dei vari governi, i grandi grossisti sono diventati di fatto i veri regolatori del mercato, decidono i prezzi di acquisto e determinano anche le quantità, in modo che è impossibile per i contadini pianificare i guadagni per gli anni successivi. I piccoli coltivatori, che hanno bisogno di soldi per comprare le medicine o per pagare le rette scolastiche dei figli, accettano le condizioni imposte dai grossisti, pur essendo consapevoli di essere sfruttati. Le aziende inoltre scaricano sui coltivatori le oscillazioni del mercato, senza fare alcun investimento nel paese. Sono state costituite una quarantina di cooperative di produttori, ma gli intermediari dei grandi grossisti battono palmo a palmo i villaggi per trattare con i singoli coltivatori, che sono ovviamente più deboli quando sono divisi. E' chiaro quindi che la situazione non cambierà molto, in Costa d'Avorio, chiunque sia il presidente, fino a quando rimarrà questo vero e proprio sfruttamento.
Ricordiamolo quando mangiamo il cioccolato e anche quando leggiamo i giornali.

mercoledì 9 marzo 2011

Considerazioni libere (213): a proposito di petrolio...

In questi giorni in cui assistiamo impotenti al rincaro del prezzo della benzina e del gasolio, credo sia un utile esercizio leggere una tabella sulle esportazioni di petrolio nel mondo.
C'è un dato che balza immediatamente agli occhi. Tra i paesi che esportano più di un milione di barili al giorno soltanto due, la Norvegia (1,8 milioni) e il Canada (1,5) sono stati con un sistema democratico maturo. Si può forse aggiungere a questi due il Messico (1,3), che però ha una struttura molto fragile, come dimostra l'incapacità delle istituzioni di quel paese di combattere i grandi trafficanti di droga. Tolti questi tre paesi i maggiori produttori ed esportatori di petrolio sono stati con governi più o meno autoritari, comunque lontani dai canoni delle democrazie occidentali: Arabia Saudita (6,4), Russia (5,4), Iran (2,2), Nigeria (2,1), Emirati Arabi Uniti (2,0), Iraq (1,9), Angola (1,8), Kuwait (1,4), Kazakistan (1,4), Algeria (1,3), Venezuela (1,3), Libia (1,2).
Di fronte a questi dati deve stupire fino a un certo punto la crisi di queste settimane, legate alle rivolte in atto in Tunisia, in Egitto e in Libia e a quelle temute in altri paesi, forse la stessa Arabia Saudita. Rispetto alla prima grande crisi del petrolio, l'embargo del 1973 - che costrinse gli italiani a rinunciare alle auto nelle domeniche dell'austerity - il mercato del cosiddetto oro nero è molto più globalizzato e non è rimasto concentrato nei soli paesi arabi, riuniti nel cartello dell'Opec. Ma quella crisi e quelle successive, che si sono succedute sempre più frequentemente, non ci sono servite a usare meno petrolio, hanno soltanto spinto gli investitori internazionali a comprarlo in un maggior numero di paesi. Secondo i dati dell'Agenzia internazionale per l'energia nel 2010 la domanda di petrolio è aumentata di 2,7 milioni di barili al giorno e nel 2011 è destinata a crescere di altri 1,7 milioni. La globalizzazione del mercato non ha portato maggior sicurezza perché da un lato i venditori, come ho detto prima, sono comunque paesi senza un controllo democratico e con un altissimo livello di corruzione e dall'altro i compratori sono grandi multinazionali sempre più slegate dagli interessi dei governi a cui solo teoricamente dovrebbero rispondere. Per dirla in un altro modo: da una parte i corruttori e dall'altra quelli disposti a farsi corrompere.
Provo allora a fare un ragionamento puramente e strettamente utilitaristico, da cultore della realpolitik, come fossi un sergioromano qualsiasi; non voglio che qualcuno mi accusi di essere un utopista - è successo e probabilmente succederà ancora - e voglio evitare tesi del tipo che è immorale finanziare regimi che negano i diritti umani dei loro cittadini. Questi sono discorsi da "anime belle", da gente che non capisce niente della politica. Lasciando da parte la morale, vorrei che qualcuno di quelli furbi e intelligenti, di quelli che capiscono tutto insomma, ci spiegasse che convenienza c'è a continuare a dipendere per la nostra energia da personaggi equivoci - e forse comunisti - come Chavez, da ex-agenti del Kgb come Putin, da folclorici capi tribali come Gheddafi o da un vecchissimo satrapo come re Abdullah. E' davvero conveniente continuare a investire sul petrolio dal momento che questa risorsa non solo è destinata a finire, ma da qui al momento in cui l'ultima goccia sarà estratta e le scorte planetarie si esauriranno, è gestita da simili governi, magari con il rischio che questi siano persino rovesciati da giovani rivoluzionari, nonostante l'appoggio incondizionato delle multinazionali occidentali e dei governi quali loro mosche cocchiere? Non sarebbe più utile - lo ripeto più utile, non più giusto - provare a investire su un diverso modello di sviluppo, basato su fonti di energie rinnovabili? Aspetto qualche risposta, anche se suppongo che nessuno di quelli che capiscono legga il mio piccolo blog. Personalmente penso che cominciare a pensare a un mondo che faccia a meno del petrolio sarebbe più utile, più economicamente vantaggioso; e sarebbe perfino più giusto, ma questo non ditelo troppo forte.

venerdì 28 gennaio 2011

Considerazioni libere (201): a proposito di legname...

Ho dedicato parecchie di queste mie "considerazioni" al tema dello sfruttamento delle risorse ai danni dei paesi più poveri del mondo. C'è un aspetto che mi colpisce sempre. Leggendo le notizie economiche di un qualsiasi giornale o ascoltando un telegiornale pare che lo sviluppo economico mondiale sia tutto concentrato sulla finanzia e l'alta tecnologia. Se invece si ha la pazienza di analizzare con attenzione i dati e di soprattutto di cercare quelle notizie che i media non considerano tali, si scopre una "materialità" della ricchezza, che definirei antica, in cui domina lo sfruttamento di alcuni beni primari: la terra, l'acqua, il legno.
Ho già avuto modo di raccontare - nella "considerazione" nr. 91, per la precisione - che le grandi multinazionali occidentali e arabe si stanno spartendo le terre africane per sfruttarne la ricca produzione agricola. Ho dedicato molte "considerazioni" al tema dell'acqua. E' notizia di queste giorni che si sta ormai prosciugando il Giordano , di cui la Bibbia esalta la ricchezza di acqua e la capacità di portare fertilità.
Grandi aree di foresta stanno sparendo in Africa per alimentare il traffico di legname. Il Madagascar , grazie alle sue particolari caratteristiche geografiche e climatiche, presenta un ecosistema unico al mondo, che deve essere preservato e tutelato. Dopo alcuni anni di relativa stabilità politica, in cui si sono registrati dei progressi nella protezione di questo patrimonio forestale unico, dal 2009 il paese africano è oggetto di violenti scontri politici. Chi ha guadagnato dall'instabilità sono i contrabbandieri di legnami pregiati: nel 2010 sono spariti 20mila ettari di foresta , con l'abbattimento di oltre centomila alberi ad alto fusto. C'è chi vende e naturalmente c'è anche chi compra, in particolar modo la Cina, che sta investendo moltissime risorse in Africa e si ritagliando un ruolo di grande influenza nel continente. Andry Rajoelina, salito al potere in Madagascar con un colpo di stato, al di là di qualche generico impegno, farà poco per fermare il traffico di legname, per non scontentare i cinesi e non rinunciare a queste risorse.
I contrabbandieri di legname sono molto attivi anche in Somalia. In questo sfortunato paese questo traffico è gestito dalla milizia al Shabaab, vicina ad al Qaida. I miliziani gestiscono l'abbattimento delle foreste, la combustione del legname per ricavarne carbone e la vendita di quest'ultimo attraverso il porto di Kisimayo. In questo caso i compratori sono l'Arabia Saudita e i paesi del Golfo. La mancanza da troppi anni di un governo - anche per la responsabilità occidentale, e italiana - ha impedito qualsiasi tutela del patrimonio naturale somalo; l'abbattimento sfrenato degli alberi è una delle cause della siccità che sta mettendo in ginocchio l'agricoltura di quel paese. L'attività dei contrabbandieri del legno è più pericolosa e carica di conseguenze di quella dei pirati, contro la quale c'è stata una mobilitazione politica e militare internazionale. Nel frattempo tanti fanno affari con la legna.

venerdì 7 gennaio 2011

Considerazioni libere (194): a proposito di chi decide e di chi subisce le decisioni...

Nel giugno scorso la Shell ha inaugurato nella regione di Gbaran-Ubie, nel delta del Niger, un grande impianto "integrato" per la produzione di petrolio e gas naturale; l'impianto entrerà a pieno regime nei prossimi mesi e sarà in grado di estrarre e raffinare un miliardo di metri cubi di metano al giorno, un quarto dell'intera produzione nigeriana. Questa è sicuramente una buona notizia per i nostri paesi, sempre più affamati di energia.
Sicuramente non è una buona notizia per chi vive vicino all'impianto, a Koroama. In questo paese manca l'acqua da sei mesi, perché il fiume è stato completamente dragato; da giugno l'impianto lavora ininterrottamente e non è mai diminuito il livello dei cattivi odori sprigionati dalle fiamme, e presumibilmente i livelli di inquinanti liberati nell'aria; Koroama è attraversata da due grandi oleodotti, anche se uno studio di sostenibilità ambientale del governo nigeriano ne vietava la costruzione. La Shell aveva preso l'impegno con le comunità locali di assicurare la fornitura di acqua potabile, di ridurre progressivamente le emissioni di gas, di sistemare i danni provocati dai lavori. Questi impegni, nonostante le proteste dei cittadini di Koroama - specialmente le donne, in prima fila nella battaglia - sono rimasti lettera morta, così come la promessa di assumere 300 persone: la Shell ha portato da fuori tecnici e operai.
La Nigeria è il maggior produttore africano di petrolio e l'ottavo nel mondo: l'8% del petrolio utilizzato negli Stati Uniti arriva dal delta del Niger. Tra i dispacci diplomatici pubblicati in queste settimane da Wikileaks ci sono anche quelli che descrivono i rapporti tra il governo statunitense e la compagnia petrolifera. "Il governo [nigeriano] si è dimenticato che la Shell ha uomini in tutti i ministeri più importanti e che di conseguenza ha accesso a tutto quello che viene fatto all'interno di questi ministeri", ha detto, senza mezzi termini, il vicepresidente della Shell per l'Africa subsahariana all'ambasciatore americano. In altri documenti si legge che tra Shell e Dipartimento di Stato c'è un "normale" scambio di informazioni di intelligence: la compagnia rivela i nomi dei politici nigeriani sospettati di avere rapporti con la guerriglia, mentre il governo degli Usa offre informazioni sulle attività dei guerriglieri che potrebbero danneggiare la Shell.
Di fatto il governo nigeriano è semi-indipendente, si trova sotto una forma di protettorato, non definito da nessun trattato internazionale, ma assicurato dalle ferre leggi degli interessi economici. In Nigeria non comandano gli Usa, ma la Shell e quindi il livello di controllo democratico si allontana enormente dalla possibilità di intervento dei cittadini. Potremmo ancora sperare di incidere sui comportamenti dei nostri rappresentanti, per quanto difficile, ma è ormai impossibile incidere sulle decisioni di azionisti che non conosciamo e che sono ben più potenti dei governi che noi eleggiamo. Almeno noi beneficiamo del metano. All'ultimo gradino ci sono gli africani, per cui la ricchezza di pochi e le nostre comodità rappresentano soltanto siccità, inquinamento, povertà.

lunedì 6 dicembre 2010

Considerazioni libere (186): a proposito di uomini e di città...

Mentre non sappiamo cosa succederà il prossimo 14 dicembre in Italia, potrebbe sembrare un paradosso pensare a cosa succederà in Africa tra 40 anni.
Per fortuna qualcuno ci sta pensando, anche se probabilmente questi studi sono destinati a rimanere nei cassetti di qualche agenzia internazionale. Un-Habitat è il Programma delle Nazioni Unite per gli insediamenti umani: è nato nel 1978, ha sede a Nairobi, in Kenya, e attualmente è diretto dalla tanzaniana Anna Tibaijuka. Secondo un recente rapporto di Un-Habitat, da qui al 2050 la popolazione dell'Africa aumenterà di circa un miliardo. Già questo dato da solo dovrebbe far riflettere, ma a preoccupare ulteriormente è la distribuzione della popolazione africana: nel 2050 il numero degli abitanti delle grande aree metropolitane è destinato a salire fino a 1,3 miliardi. Stando alle attuali proiezioni Ougadougou, la capitale del Burkina Faso, passerebbe dagli attuali 1,9 milioni di abitanti a 3,4 milioni già nel 2020, tra soli dieci anni. Niamey, in Niger, Kampala, in Uganda, Dar-el-Salaam, in Tanzania, avranno un livello di crescita vicino al 60%, mentre Lagos, in Nigeria, Kinshahsa, nella Repubblica Democratica del Congo, Luanda, in Angola, cresceranno tra il 40 e il 50%.
Oltre alla crescita della popolazione, secondo gli esperti delle Nazioni Unite, assisteremo al progressivo trasferimento di popolazione dalle campagne alla città. Ho già avuto modo di raccontare in alcune altre "considerazioni" come si sta trasformando il territorio africano: la costruzione di grandi dighe per la produzione di energia elettrica costringe ogni anno migliaia e migliaia di contadini a lasciare le loro terre, che vengono o sommerse dalle acque dei bacini o private dei loro naturali corsi d'acqua; così ad esempio il lago Ciad, al centro del continente, si sta rapidamente restringendo. Le compagnie dei paesi occidentali e di quelli arabi acquistano enormi quantità di terre per avviare coltivazioni intensive (leggete la "considerazione" nr. 91). Non è inutile ricordare che sia l'energia elettrica sia i prodotti coltivati sono destinati solo in minima parte al mercato africano, ma serviranno allo sviluppo dei nostri paesi. Intanto l'Africa viene progressivamente impoverita: in agosto del 2010, anche per rendere fertili i grandi latifondi e sostenere le coltivazioni cosiddette water-intensive, sono finite le risorse naturali che la terra può fornire e reintegrare nel corso di dodici mesi.
Per molti africani l'unica possibilità sarà quella di trasferirsi nelle enormi periferie delle città, dove già ora c'è una povertà incredibile, con tutti i rischi di carattere sanitario e sociale che sono facilmente immaginabili. Il rapporto di Un-Habitat descrive l'Africa del 2050 come "un oceano di miseria con isole di benessere".
Questi problemi sono i nostri problemi, non soltanto perché fatalmente molte di queste persone saranno costrette a fuggire dai loro paesi e cercare una qualche forma di sopravvivenza nei nostri paesi. E' un problema nostro perché questo pianeta non è più in grado di reggere questi livelli di sviluppo, e quando si arriverà al collasso, non sarà molto differente vivere a Roma, a Milano o a Ougadougou.
Se vogliamo immaginare l'Africa come a una speranza, bisogna che mettiamo al riparo lo spazio riproduttivo, arginiamo la conquista della terra, difendiamo la sovranità alimentare e le economie locali.
Voglio concludere citando un programma "rivoluzionario".
Una trasformazione rivoluzionaria può essere avviata nelle condizioni attuali solo se sa affrontare i problemi nuovi posti all’occidente dal moto di liberazione dei popoli del Terzo mondo. E ciò, secondo noi comunisti, comporta per l’occidente, e soprattutto per il nostro paese, due conseguenze fondamentali: aprirsi ad una piena comprensione delle ragioni di sviluppo e di giustizia di questi paesi e instaurare con essi una politica di cooperazione su basi di uguaglianza; abbandonare l’illusione che sia possibile perpetuare un tipo di sviluppo fondato su quella artificiosa espansione dei consumi individuali che è fonte di sprechi, di parassitismi, di privilegi, di dissipazione delle risorse, di dissesto finanziario.
Ecco perché una politica di austerità, di rigore, di guerra allo spreco è divenuta una necessità irrecusabile da parte di tutti ed è, al tempo stesso, la leva su cui premere per far avanzare la battaglia per trasformare la società nelle sue strutture e nelle sue idee di base.
Una politica di austerità non è una politica di tendenziale livellamento verso l’indigenza, ne deve essere perseguita con lo scopo di garantire la semplice sopravvivenza di un sistema economico e sociale entrato in crisi. Una politica di austerità, invece, deve avere come scopo – ed è per questo che essa può, deve essere fatta propria dal movimento operaio – quello di instaurare giustizia, efficienza, ordine, e, aggiungo, una moralità nuova.
Concepita in questo modo, una politica di austerità, anche se comporta (e di necessità, per la sua stessa natura) certe rinunce e certi sacrifici, acquista al tempo stesso significato rinnovatore e diviene, in effetti, un atto liberatorio per grandi masse, soggette a vecchie sudditanze e a intollerabili emarginazioni, crea nuove solidarietà, e potendo cosi ricevere consensi crescenti diventa un ampio moto democratico, al servizio di un’opera di trasformazione sociale.

Questo lo diceva nel 1977 Enrico Berlinguer.

martedì 27 luglio 2010

Considerazioni libere (146): a proposito di risorse per la cultura....

Mi sembra utile far conoscere ai miei sparuti lettori - che sempre caldamente ringrazio per la loro attenzione e la loro benevolenza - alcuni dati che Carla Moreni ha illustrato in un suo interessante articolo apparso sull'inserto culturale de Il Sole 24 ore di domenica scorsa.
Da alcuni anni il 65% del pubblico del Rossini Opera Festival - che si tiene a fine estate a Pesaro da 31 anni - è fatto di stranieri. Sempre al Rof dei 120 giornalisti accreditati, 70 sono stranieri, da tutte le parti del mondo.
Gli organizzatori del Festival Verdi di Parma hanno destinato quattromila biglietti, circa un quarto del totale, a operatori turistici stranieri: sono già stati tutti venduti attraverso pacchetti turistici che prevedono soggiorni brevi nel nostro paese. Si calcola che l'indotto generato da questi visitatori sia di circa 12 milioni di euro, per un festival che costa la metà.
Si tratta evidentemente di appuntamenti importanti, con interpreti e allestimenti di grande livello, e non si può pensare di ripetere esperienze come queste in tutto il nostro paese, eppure questi numeri ci dovrebbero far riflettere sulle grandi potenzialità di questo settore del nostro panorama culturale. So bene che ci sono in giro per l'Italia enti lirici che sprecano risorse da decenni, so bene che in troppi casi gli orchestrali godono di privilegi e di rendite di posizione francamente ingiustificabili, eppure la soluzione non può essere quella proposta dal ministro Bondi - e di tanti altri suoi predecessori e, temo, successori - di tagliare in maniera indiscriminata le risorse da destinare al teatro musicale italiano. La soluzione non può neppure essere di lasciare tutto come è adesso - come sperano in troppi, che in questi anni ci hanno guadagnato, al di là dei loro meriti - pena la fine di tante esperienze importanti e di una tradizione importante, che è profondamente italiana.
Dire che la cultura può essere una delle principali risorse del nostro paese è stato detto così tante volte da suonare fin banale: il problema è che nessuno ci crede davvero. Dovrebbe essere un caposaldo del programma di governo di qualsiasi forza politica, ma invece...

giovedì 8 luglio 2010

Considerazioni libere (138): a proposito di affari sporchi...

In una mia "considerazione" di un po' di tempo fa (la nr. 84, per la precisione), ho raccontato di quello che sta succedendo in Birmania, del tentativo della giunta militare al potere di "controllare" le prossime elezioni e dei modi con cui i militari stanno rubando le ricchezze del paese, spesso con l'interessata complicità delle multinazionali occidentali.
Sul tema degli affari della giunta birmana è uscito in questi giorni il rapporto della ong americano-thailandese EarthRights International. Nel rapporto si spiega che dal 1998 la compagnia petrolifera Myanma Oil and Gas Enterprise, controllata dalla giunta, è socia di tre importanti compagnie petrolifere - la francese Total, la statunitense Chevron e la thailandese Pttep - per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale Yadana. La ong ha calcolato che questa attività abbia fruttato più di nove miliardi di dollari, metà dei quali finiti nelle tasche dei generali, in conti off-shore aperti presso due importanti banche di Singapore, la Overseas Chinese Banking Corporation e il DBS Group, che però ufficialmente negano ogni coinvolgimento con il regime birmano.
Secondo le informazioni della EarthRights International, nella regione del Tenasserim, dove si trovano il giacimento e il gasdotto, sarebbero dislocati almeno quattordici battaglioni dell'esercito birmano, a cui Chevron e Total hanno delegato la propria sicurezza. Questo compito è esercitato con il pugno di ferro. A febbraio stati assassinati due membri dell'etnia mon nel villaggio di Ahlersakan nell'area del gasdotto; queste due uccisioni sarebbero parte di una campagna di "esecuzioni mirate", effettuate dal battaglione 282, che ha proprio il compito di garantire la sicurezza del personale delle compagnie petrolifere e del gasdotto.
In quest'area del paese vivono circa cinquantamila persone che - sempre secondo l'ong - sarebbero sottoposte a una sorta di coscrizione obbligatoria non retribuita per effettuare i lavori necessari per lo sfruttamento del giacimento di gas naturale.
In troppi guadagnano grazie al regime birmano e al controllo che esso esercita su quel popolo.

venerdì 18 giugno 2010

Considerazioni libere (130): a proposito di energie pulite...

Nella homepage di Enel si legge: "Insieme possiamo costruire il futuro sul coraggio e la responsabilità". Questo slogan - quasi un messaggio elettorale - campeggia su una foto in cui si vede una famiglia - a prima vista "regolare": padre, madre e bambino/a - andare in bicicletta attraverso un prato verdissimo, dietro a una batteria di pannelli fotovoltaici. Ci sono un insieme di messaggi positivi: l'energia alternativa, il trasporto compatibile, la tutela dell'ambiente. E' legittimo che Enel cerchi di presentarsi al meglio ai suoi clienti italiani e naturalmente ai suoi piccoli e grandi azionisti, ma sarebbe utile sapere che immagine hanno di Enel dall'altra parte del mondo, precisamente in Patagonia.
Nel 2009 infatti Enel per 11 miliardi di dollari ha acquisito la società spagnola Endesa e con essa il progetto Hidroaysen: cinque centrali idroelettriche, per 2,75 Mw di potenza installata, due nel fiume Baker e tre nel fiume Pascua, e 2.300 chilometri di linee di trasmissione necessarie a trasportare la corrente dalla XI regione, in Patagonia, nel profondo sud del Cile, alla capitale Santiago. Il Baker e il Pascua sono definiti dai geografi due fiumi “ancestrali”, perché da milioni di anni le loro acque partono dalle Ande per poi sfociare nell’Oceano Pacifico. Si tratta di un ambiente naturale unico al mondo, di grande interesse naturalistico. Le cinque dighe determineranno la formazione di altrettanti bacini artificiali che avranno conseguenze rovinose sulle risorse agricole dalle quali dipendono le popolazioni locali, oltre a destabilizzare il delicato ecosistema della regione. Sono a rischio parecchie specie di animali, ma soprattutto tantissime foreste, che sarà necessario abbattere per costruire gli elettrodotti; infatti insieme a Enel si stanno interessando al progetto due giganti cileni della carta, il gruppo Matte e l’Angelini.
Prudenza vorrebbe che si facessero studi attenti sull'impatto della costruzione di queste dighe su quel territorio, che per altro è soggetto a terremoti, come ha mostrato anche il recente sisma che ha colpito il Cile. Eppure il progetto non si ferma, dal momento che gli interessi in ballo sono altissimi. I costi dovrebbero raggiungere i 7 miliardi di dollari, per 12 anni di lavori, ma gli utili sono calcolati tra 1,2 e 1,4 miliardi di dollari all'anno: quindi il progetto Hidroaysen è in grado di coprire in poco tempo i costi, per poi garantire fortissimi guadagni negli anni successivi. Come abbiamo già visto in progetti simili, i benefici di queste opere non sono destinati a ricadere sulla popolazione: l'85% dell'energia prodotta sarebbe utilizzata da alcune industrie intorno a Santiago e dalle industrie minerarie del nord del paese.
L'Enel ha il diritto di fare queste opere, dal momento che acquistando Endesa ha anche acquisito il diritto di utilizzo dei fiumi. Infatti all'epoca della dittatura di Pinochet, il governo cileno, dal momento che la costituzione vieta che lo stato gestisca qualunque tipo di attività economica, ha privatizzato l'acqua e negli anni Endesa è diventata di fatto proprietaria dell'80% dell'acqua del Cile e in particolare del 96% dell'acqua della Patagonia cilena.
Uno dei più attivi a sostenere questa causa è il vescovo di Aysén Luis Infanti de la Mora - nato a Udine, ma che da 35 anni vive in Cile - autore di un libro dal significativo titolo "Dacci oggi la nostra acqua quotidiana". Il vescovo Infanti ha partecipato lo scorso 29 aprile all'assemblea degli azionisti di Enel, a nome di associazioni e delle comunità locali, chiedendo non solo la sospensione del progetto, ma anche la restituzione ai cileni delle concessioni delle acque. Enel ha ribadito che il progetto è nell'interesse prima di tutto del Cile e quindi prevede di andare avanti.
Sicuramente Hidroaysen sarà un grande affare per Enel, non so quanto lo sarà per i cileni.

p.s. nel sito di Enel non ho trovato notizie del progetto Hidroaysen.

giovedì 20 maggio 2010

Considerazioni libere (114): a proposito di olimpiadi...

A proposito della decisione di Roma e di Venezia di candidarsi per le olimpiadi del 2020 e della successiva scelta del Coni di presentare al Cio la capitale come unica candidata italiana, francamente mi è sembrato paradossale che tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito si siano schierati per l'una o l'altra città, con argomenti più o meno condivisibili, con accenti più o meno campanilistici, ma che nessuno abbia sollevato questioni sull'opportunità di una candidatura italiana, a prescindere dalla città.
A parte i casi virtuosi di Genova e di Torino, che hanno saputo utilizzare bene due importanti manifestazioni come l'Expo del '92 e le recenti olimpiadi invernali, la tradizione italiana dei cosiddetti "grandi eventi" non mi pare che sia a nostro favore. Italia '90 non è stato certo un esempio di capacità amministrativa: sono state spese risorse ingentissime per costruire impianti ampiamente sottoutilizzati e non sono state completate molte delle opere infrastrutturali previste per quell'evento. A quello che si legge, la Figc sta cercando il modo di ritirarsi con onore dalla corsa per l'assegnazione dei campionati europei di calcio del 2016, per evitare una certa bocciatura, che certo non gioverebbe all'immagine del paese. Nonostante uno sbandierato impegno bipartisan e nonostante il centrodestra sia al governo nel Comune, nella Provincia e nella Regione e abbia nominato a capo dell'evento un ex-ministro dalla fama di manager, i lavori per l'Expo 2015 sono in grande ritardo; come spesso succede le uniche cose che si stanno realizzando sono gli insediamenti residenziali e commerciali privati, che hanno visto in questa manifestazione una grande opportunità di investimento, a scapito dell'interesse generale. Il fatto poi che i funzionari "esperti" nella realizzazione delle opere per i "grandi eventi" siano praticamente tutti in carcere non è certo il miglior viatico per la nostra candidatura: le irregolarità negli appalti e gli alti costi delle opere in relazione ai mondiali di nuoto sono a tutt'oggi oggetto di indagine.
Evidentamente non ci ha insegnato nulla l'esperienza della Grecia, che sta pagando, insieme a una corruzione sociale diffusa e all'inefficienza del settore pubblico - due elementi che accomunano i nostri paesi - anche i debiti fatti per ospitare le olimpiadi del 2004. Ho stima di due amministratori come Cacciari e Galan che per primi hanno sostenuto la candidatura ddi Venezia e credo che abbiano fatto delle valutazioni corrette; ho molta meno stima degli amministratori di Roma, di centrodestra e di centrosinistra, che dovrebbero preoccuparsi di far funzionare la città, di curare la manutenzione, piuttosto che immaginarsi come i promotori di nuovi grandi eventi. Nonostante la stima per la candidatura di Venezia, continuo a pensare che il nostro paese abbia bisogno di altro, ad esempio un grande piano per mettere in sicurezza gli edifici scolastici oppure interventi per l'assetto idrogeologico, che è sempre più fragile. Le risorse sono davvero poche, abbiamo proprio bisogno di un'olimpiade?