Una studentessa alla Sorbona, nata a Venezia, che faceva la volontaria a favore dei
clochard; un tassista portoghese; una cameriera corsa; un violinista di
origina algerina; un ingegnere spagnolo esperto di energia nucleare; due
sorelle nate in Tunisia; un architetto nato in Marocco, professore alla
Scuola superiore di architettura; un musicista cileno, sposato con una
ragazza francese; un ingegnere belga; due
giovani rumeni che si erano sposati a Parigi e avevano messo in piedi
un'azienda di ascensori; un organizzatore di eventi musicali nato
nell'Essex. Apparentemente queste persone hanno poco in comune, se non il fatto che vivevano a Parigi il 13 novembre 2015 e in quella città sono stati uccisi.
Queste persone hanno in comune il fatto di essere l'Europa, l'Europa che esiste nei fatti, nelle vite reali di
tante e tanti europei; è l'Europa vera, di cui però non parliamo mai.
Perché c'è anche un'Europa rappresentata e sceneggiata nei palazzi di Francoforte
e di Bruxelles, un'Europa che non esiste e di cui purtroppo parliamo continuamente. La strage del 13 novembre 2015 è stata europea più che
francese, una strage le cui vittime sono cittadine e cittadini europei
che casualmente vivevano a Parigi. E quindi anche la nostra risposta, al di là degli
ipocriti che siedono nei cosiddetti "palazzi europei" - e che con
l'Europa non hanno nulla a che fare - deve essere europea, delle donne e
degli uomini di Europa, che sono spesso meglio di come vengono
rappresentati.
E deve essere delle donne e degli uomini del mondo, anche loro migliori di come vengono rappresentati.
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domenica 13 novembre 2016
domenica 26 giugno 2016
"Per un'Europa libera e unita. Progetto di un manifesto" di Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Ursula Hirschmann, Eugenio Colorni
La crisi della civiltà moderna
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:
1. Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell’odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo.
Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all’odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.
2. Si è affermato l’uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l’assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l’aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all’uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell’uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari.
D’altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l’intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l’esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l’apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d’impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.
3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell’imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell’interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell’oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e dell’uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz’altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l’Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell’opera di sopraffazione.
La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un’idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell’umanità in Spartiati ed Iloti.
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell’esercito sovietico, ed ha dato tempo all’America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l’imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l’imperialismo giapponese.
Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell’Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l’intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.
I compiti del dopo guerra. L'unità europea
La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d’accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell’equilibrio delle potenze nell’apparente immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin’ora e le esporrebbe all’assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d’Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
D’altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell’esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all’attuale anarchia. Ed il fatto che l’Inghilterra abbia accettato il principio dell’indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano l’appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa, la quale non può poggiare che sulle costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.
Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!
I compiti del dopo guerra. La riforma della società
Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:
a. non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;
b. le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio ecc.;
c. i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;
d. la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;
e. la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.
Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.
Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell’indipendenza della magistratura - che prenderà il posto dell’attuale - per l’applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l’opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:
a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull’ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;
b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l’ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C’è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz’altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un’anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all’opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell’interesse della classe governante.
La situazione rivoluzionaria. Vecchie e nuove correnti
La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all’anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un’assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.
Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell’ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare che la loro "vera" rivoluzione è ancora da venire - costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione. Esso non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell’attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.
La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l’uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettino:
1. Si è affermato l’eguale diritto a tutte le nazioni di organizzarsi in stati indipendenti. Ogni popolo, individuato nelle sue caratteristiche etniche geografiche linguistiche e storiche, doveva trovare nell’organismo statale, creato per proprio conto secondo la sua particolare concezione della vita politica, lo strumento per soddisfare nel modo migliore ai suoi bisogni, indipendentemente da ogni intervento estraneo.
L’ideologia dell’indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso; ha fatto superare i meschini campanilismi in un senso di più vasta solidarietà contro l’oppressione degli stranieri dominatori; ha eliminato molti degli inciampi che ostacolavano la circolazione degli uomini e delle merci; ha fatto estendere, dentro il territorio di ciascun nuovo stato, alle popolazioni più arretrate, le istituzioni e gli ordinamenti delle popolazioni più civili. Essa portava però in sé i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli Stati totalitari ed allo scatenarsi delle guerre mondiali.
La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini, che, pervenuti, grazie ad un lungo processo, ad una maggiore uniformità di costumi e di aspirazioni, trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana. È invece divenuta un’entità divina, un organismo che deve pensare solo alla propria esistenza ed al proprio sviluppo, senza in alcun modo curarsi del danno che gli altri possono risentirne. La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo "spazio vitale" territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti.
In conseguenza lo stato, da tutelatore della libertà dei cittadini, si è trasformato in padrone di sudditi, tenuti a servirlo con tutte le facoltà per rendere massima l’efficienza bellica. Anche nei periodi di pace, considerati come soste per la preparazione alle inevitabili guerre successive, la volontà dei ceti militari predomina ormai, in molti paesi, su quella dei ceti civili, rendendo sempre più difficile il funzionamento di ordinamenti politici liberi; la scuola, la scienza, la produzione, l’organismo amministrativo sono principalmente diretti ad aumentare il potenziale bellico; le madri vengono considerate come fattrici di soldati, ed in conseguenza premiate con gli stessi criteri con i quali alle mostre si premiano le bestie prolifiche; i bambini vengono educati fin dalla più tenera età al mestiere delle armi e dell’odio per gli stranieri; le libertà individuali si riducono a nulla dal momento che tutti sono militarizzati e continuamente chiamati a prestar servizio militare; le guerre a ripetizione costringono ad abbandonare la famiglia, l’impiego, gli averi ed a sacrificare la vita stessa per obiettivi di cui nessuno capisce veramente il valore, ed in poche giornate distruggono i risultati di decenni di sforzi compiuti per aumentare il benessere collettivo.
Gli stati totalitari sono quelli che hanno realizzato nel modo più coerente l’unificazione di tutte le forze, attuando il massimo di accentramento e di autarchia, e si sono perciò dimostrati gli organismi più adatti all’odierno ambiente internazionale. Basta che una nazione faccia un passo più avanti verso un più accentuato totalitarismo, perché sia seguita dalle altre nazioni, trascinate nello stesso solco dalla volontà di sopravvivere.
2. Si è affermato l’uguale diritto per i cittadini alla formazione della volontà dello stato. Questa doveva così risultare la sintesi delle mutevoli esigenze economiche e ideologiche di tutte le categorie sociali liberamente espresse. Tale organizzazione politica ha permesso di correggere, o almeno di attenuare, molte delle più stridenti ingiustizie ereditarie dai regimi passati. Ma la libertà di stampa e di associazione e la progressiva estensione del suffragio rendevano sempre più difficile la difesa dei vecchi privilegi mantenendo il sistema rappresentativo. I nullatenenti a poco a poco imparavano a servirsi di questi istrumenti per dare l’assalto ai diritti acquisiti dalle classi abbienti; le imposte speciali sui redditi non guadagnati e sulle successioni, le aliquote progressive sulle maggiori fortune, le esenzioni dei redditi minimi, e dei beni di prima necessità, la gratuità della scuola pubblica, l’aumento delle spese di assistenza e di previdenza sociale, le riforme agrarie, il controllo delle fabbriche minacciavano i ceti privilegiati nelle loro più fortificate cittadelle.
Anche i ceti privilegiati che avevano consentito all’uguaglianza dei diritti politici non potevano ammettere che le classi diseredate se ne valessero per cercare di realizzare quell’uguaglianza di fatto che avrebbe dato a tali diritti un contenuto concreto di effettiva libertà. Quando, dopo la fine della prima guerra mondiale, la minaccia divenne troppo forte, fu naturale che tali ceti applaudissero calorosamente ed appoggiassero le instaurazioni delle dittature che toglievano le armi legali di mano ai loro avversari.
D’altra parte la formazione di giganteschi complessi industriali e bancari e di sindacati riunenti sotto un’unica direzione interi eserciti di lavoratori, sindacati e complessi che premevano sul governo per ottenere la politica più rispondente ai loro particolari interessi, minacciava di dissolvere lo stato stesso in tante baronie economiche in acerba lotta tra loro.
Gli ordinamenti democratico liberali, divenendo lo strumento di cui questi gruppi si valevano per meglio sfruttare l’intera collettività, perdevano sempre più il loro prestigio, e così si diffondeva la convinzione che solamente lo stato totalitario, abolendo la libertà popolare, potesse in qualche modo risolvere i conflitti di interessi che le istituzioni politiche esistenti non riuscivano più a contenere.
Di fatto poi i regimi totalitari hanno consolidato in complesso la posizione delle varie categorie sociali nei punti volta a volta raggiunti, ed hanno precluso, col controllo poliziesco di tutta la vita dei cittadini e con la violenta eliminazione dei dissenzienti, ogni possibilità legale di correzione dello stato di cose vigente. Si è così assicurata l’esistenza del ceto assolutamente parassitario dei proprietari terrieri assenteisti, e dei redditieri che contribuiscono alla produzione sociale solo col tagliare le cedole dei loro titoli, dei ceti monopolistici e delle società a catena che sfruttano i consumatori e fanno volatilizzare i denari dei piccoli risparmiatori, dei plutocrati, che, nascosti dietro le quinte, tirano i fili degli uomini politici, per dirigere tutta la macchina dello stato a proprio esclusivo vantaggio, sotto l’apparenza del perseguimento dei superiori interessi nazionali. Sono conservate le colossali fortune di pochi e la miseria delle grandi masse, escluse dalle possibilità di godere i frutti delle moderna cultura. È salvato, nelle sue linee sostanziali, un regime economico in cui le risorse materiali e le forze di lavoro, che dovrebbero essere rivolte a soddisfare i bisogni fondamentali per lo sviluppo delle energie vitali umane, vengono invece indirizzate alla soddisfazione dei desideri più futili di coloro che sono in grado di pagare i prezzi più alti; un regime economico in cui, col diritto di successione, la potenza del denaro si perpetua nello stesso ceto, trasformandosi in un privilegio senza alcuna corrispondenza al valore sociale dei servizi effettivamente prestati, e il campo delle alternative ai proletari resta così ridotto che per vivere sono costretti a lasciarsi sfruttare da chi offra loro una qualsiasi possibilità d’impiego.
Per tenere immobilizzate e sottomesse le classi operaie, i sindacati sono stati trasformati, da liberi organismi di lotta, diretti da individui che godevano la fiducia degli associati, in organi di sorveglianza poliziesca, sotto la direzione di impiegati scelti dal gruppo governante e ad esso solo responsabili. Se qualche correzione viene fatta a un tale regime economico, è sempre solo dettata dalle esigenze del militarismo, che hanno confluito con le reazionarie aspirazioni dei ceti privilegiati nel far sorgere e consolidare gli stati totalitari.
3. Contro il dogmatismo autoritario si è affermato il valore permanente dello spirito critico. Tutto quello che veniva asserito doveva dare ragione di sì o scomparire. Alla metodicità di questo spregiudicato atteggiamento sono dovute le maggiori conquiste della nostra società in ogni campo.
Ma questa libertà spirituale non ha resistito alla crisi che ha fatto sorgere gli stati totalitari. Nuovi dogmi da accettare per fede o da accettare ipocritamente si stanno accampando in tutte le scienze. Quantunque nessuno sappia che cosa sia una razza e le più elementari nozioni storiche ne facciano risultare l’assurdità, si esige dai fisiologi di credere di mostrare e convincere che si appartiene ad una razza eletta, solo perché l’imperialismo ha bisogno di questo mito per esaltare nelle masse l’odio e l’orgoglio. I più evidenti concetti della scienza economica debbono essere considerati anatema per presentare la politica autarchica, gli scambi bilanciati e gli altri ferravecchi del mercantilismo, come straordinarie scoperte dei nostri tempi. A causa della interdipendenza economica di tutte le parti del mondo, spazio vitale per ogni popolo che voglia conservare il livello di vita corrispondente alla civiltà moderna, è tutto il globo; ma si è creata la pseudo scienza della geopolitica che vuol dimostrare la consistenza della teoria degli spazi vitali, per dare veste teorica alla volontà di sopraffazione dell’imperialismo. La storia viene falsificata nei suoi dati essenziali, nell’interesse della classe governante. Le biblioteche e le librerie vengono purificate di tutte le opere non considerate ortodosse. Le tenebre dell’oscurantismo di nuovo minacciano di soffocare lo spirito umano.
La stessa etica sociale della libertà e dell’uguaglianza è scalzata. Gli uomini non sono più considerati cittadini liberi, che si valgono dello stato per meglio raggiungere i loro fini collettivi. Sono servitori dello stato che stabilisce quali debbono essere i loro fini, e come volontà dello stato viene senz’altro assunta la volontà di coloro che detengono il potere. Gli uomini non sono più soggetti di diritto, ma gerarchicamente disposti, sono tenuti ad ubbidire senza discutere alle gerarchie superiori che culminano in un capo debitamente divinizzato. Il regime delle caste rinasce prepotente dalle sue stesse ceneri.
Questa reazionaria civiltà totalitaria, dopo aver trionfato in una serie di paesi, ha infine trovato nella Germania nazista la potenza che si è ritenuta capace di trarne le ultime conseguenze. Dopo una meticolosa preparazione, approfittando con audacia e senza scrupoli delle rivalità, degli egoismi, della stupidità altrui, trascinando al suo seguito altri stati vassalli europei - primo fra i quali l’Italia - alleandosi col Giappone che persegue fini identici in Asia essa si è lanciata nell’opera di sopraffazione.
La sua vittoria significherebbe il definitivo consolidamento del totalitarismo nel mondo. Tutte le sue caratteristiche sarebbero esasperate al massimo, e le forze progressive sarebbero condannate per lungo tempo ad una semplice opposizione negativa.
La tradizionale arroganza e intransigenza dei ceti militari tedeschi può già darci un’idea di quel che sarebbe il carattere del loro dominio dopo una guerra vittoriosa. I tedeschi vittoriosi potrebbero anche permettersi una lustra di generosità verso gli altri popoli europei, rispettare formalmente i loro territori e le loro istituzioni politiche, per governare così soddisfacendo lo stupido sentimento patriottico che guarda ai colori dei pali di confine ed alla nazionalità degli uomini politici che si presentano alla ribalta, invece che al rapporto delle forze ed al contenuto effettivo degli organismi dello stato. Comunque camuffata, la realtà sarebbe sempre la stessa: una rinnovata divisione dell’umanità in Spartiati ed Iloti.
Anche una soluzione di compromesso tra le parti ora in lotta significherebbe un ulteriore passo innanzi del totalitarismo, poiché tutti i paesi che fossero sfuggiti alla stretta della Germania sarebbero costretti ad accettare le sue stesse forme di organizzazione politica, per prepararsi adeguatamente alla ripresa della guerra.
Ma la Germania hitleriana, se ha potuto abbattere ad uno ad uno gli stati minori, con la sua azione ha costretto forze sempre più potenti a scendere in lizza. La coraggiosa combattività della Gran Bretagna, anche nel momento più critico in cui era rimasta sola a tener testa al nemico, ha fatto sì che i Tedeschi siano andati a cozzare contro la strenua resistenza dell’esercito sovietico, ed ha dato tempo all’America di avviare la mobilitazione delle sue sterminate forze produttive. E questa lotta contro l’imperialismo tedesco si è strettamente connessa con quella che il popolo cinese va conducendo contro l’imperialismo giapponese.
Immense masse di uomini e di ricchezze sono già schierate contro le potenze totalitarie. Le forze di queste potenze hanno raggiunto il loro culmine e non possono oramai che consumarsi progressivamente. Quelle avverse hanno invece già superato il momento della massima depressione e sono in ascesa. La guerra delle Nazioni Unite risveglia ogni giorno di più la volontà di liberazione anche nei paesi che avevano soggiaciuto alla violenza ed erano come smarriti per il colpo ricevuto, e persino risveglia tale volontà nei popoli delle potenze dell’Asse, i quali si accorgono di essere trascinati in una situazione disperata solo per soddisfare la brama di dominio dei loro padroni.
Il lento processo, grazie al quale enormi masse di uomini si lasciavano modellare passivamente dal nuovo regime, vi si adeguavano e contribuivano così a consolidarlo, è arrestato; si è invece iniziato il processo contrario. In questa immensa ondata, che lentamente si solleva, si ritrovano tutte le forze progressiste; e, le parti più illuminate delle classi lavoratrici che si erano lasciate distogliere, dal terrore e dalle lusinghe, nella loro aspirazione ad una superiore forma di vita; gli elementi più consapevoli dei ceti intellettuali, offesi dalla degradazione cui è sottoposta l’intelligenza; imprenditori, che sentendosi capaci di nuove iniziative, vorrebbero liberarsi dalle bardature burocratiche, e dalle autarchie nazionali, che impacciano ogni loro movimento; tutti coloro, infine, che, per un senso innato di dignità, non sanno piegar la spina dorsale nella umiliazione della servitù.
A tutte queste forze è oggi affidata la salvezza della nostra civiltà.
I compiti del dopo guerra. L'unità europea
La sconfitta della Germania non porterebbe automaticamente al riordinamento dell’Europa secondo il nostro ideale di civiltà.
Nel breve intenso periodo di crisi generale, in cui gli stati nazionali giaceranno fracassati al suolo, in cui le masse popolari attenderanno ansiose la parola nuova e saranno materia fusa, ardente, suscettibile di essere colata in forme nuove, capace di accogliere la guida di uomini seriamente internazionalisti, i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l’ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche, e si daranno ostinatamente a ricostruire i vecchi organismi statali. Ed è probabile che i dirigenti inglesi, magari d’accordo con quelli americani, tentino di spingere le cose in questo senso, per riprendere la politica dell’equilibrio delle potenze nell’apparente immediato interesse del loro impero.
Le forze conservatrici, cioè i dirigenti delle istituzioni fondamentali degli stati nazionali: i quadri superiori delle forze armate, culminanti là, dove ancora esistono, nelle monarchie; quei gruppi del capitalismo monopolista che hanno legato le sorti dei loro profitti a quelle degli stati; i grandi proprietari fondiari e le alte gerarchie ecclesiastiche, che solo da una stabile società conservatrice possono vedere assicurate le loro entrate parassitarie; ed al loro seguito tutto l’innumerevole stuolo di coloro che da essi dipendono o che son anche solo abbagliati dalla loro tradizionale potenza; tutte queste forze reazionarie, già fin da oggi, sentono che l’edificio scricchiola e cercano di salvarsi. Il crollo le priverebbe di colpo di tutte le garanzie che hanno avuto fin’ora e le esporrebbe all’assalto delle forze progressiste.
Ma essi hanno uomini e quadri abili ed adusati al comando, che si batteranno accanitamente per conservare la loro supremazia. Nel grave momento sapranno presentarsi ben camuffati. Si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere generale delle classi più povere. Già nel passato abbiamo visto come si siano insinuati dentro i movimenti popolari, e li abbiano paralizzati, deviati convertiti nel preciso contrario. Senza dubbio saranno la forza più pericolosa con cui si dovrà fare i conti.
Il punto sul quale essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Potranno così far presa sul sentimento popolare più diffuso, più offeso dai recenti movimenti, più facilmente adoperabile a scopi reazionari: il sentimento patriottico. In tal modo possono anche sperare di più facilmente confondere le idee degli avversari, dato che per le masse popolari l’unica esperienza politica finora acquisita è quella svolgentesi entro l’ambito nazionale, ed è perciò abbastanza facile convogliare, sia esse che i loro capi più miopi, sul terreno della ricostruzione degli stati abbattuti dalla bufera.
Se raggiungessero questo scopo avrebbero vinto. Fossero pure questi stati in apparenza largamente democratici o socialisti, il ritorno del potere nelle mani dei reazionari sarebbe solo questione di tempo. Risorgerebbero le gelosie nazionali e ciascuno stato di nuovo riporrebbe la soddisfazione delle proprie esigenze solo nella forza delle armi. Loro compito precipuo tornerebbe ad essere, a più o meno breve scadenza, quello di convertire i loro popoli in eserciti. I generali tornerebbero a comandare, i monopolisti ad approfittare delle autarchie, i corpi burocratici a gonfiarsi, i preti a tener docili le masse. Tutte le conquiste del primo momento si raggrinzerebbero in un nulla di fronte alla necessità di prepararsi nuovamente alla guerra.
Il problema che in primo luogo va risolto, e fallendo il quale qualsiasi altro progresso non è che apparenza, è la definitiva abolizione della divisione dell’Europa in stati nazionali sovrani. Il crollo della maggior parte degli stati del continente sotto il rullo compressore tedesco ha già accomunato la sorte dei popoli europei, che o tutti insieme soggiaceranno al dominio hitleriano, o tutti insieme entreranno, con la caduta di questo in una crisi rivoluzionaria in cui non si troveranno irrigiditi e distinti in solide strutture statali.
Gli spiriti sono giù ora molto meglio disposti che in passato ad una riorganizzazione federale dell’Europa. La dura esperienza ha aperto gli occhi anche a chi non voleva vedere ed ha fatto maturare molte circostanze favorevoli al nostro ideale.
Tutti gli uomini ragionevoli riconoscono ormai che non si può mantenere un equilibrio di stati europei indipendenti con la convivenza della Germania militarista a parità di condizioni con gli altri paesi, né si può spezzettare la Germania e tenerle il piede sul collo una volta che sia vinta. Alla prova, è apparso evidente che nessun paese d’Europa può restarsene da parte mentre gli altri si battono, a nulla valendo le dichiarazioni di neutralità e di patti di non aggressione. È ormai dimostrata la inutilità, anzi la dannosità di organismi, tipo della Società delle Nazioni, che pretendano di garantire un diritto internazionale senza una forza militare capace di imporre le sue decisioni e rispettando la sovranità assoluta degli stati partecipanti. Assurdo è risultato il principio del non intervento, secondo il quale ogni popolo dovrebbe essere lasciato libero di darsi il governo dispotico che meglio crede, quasi che la costituzione interna di ogni singolo stato non costituisse un interesse vitale per tutti gli altri paesi europei.
Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell’interno, questione balcanica, questione irlandese ecc., che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l’hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti fra le diverse provincie.
D’altra parte la fine del senso di sicurezza nella inattaccabilità della Gran Bretagna, che consigliava agli inglesi la "splendid isolation", la dissoluzione dell’esercito e della stessa repubblica francese, al primo serio urto delle forze tedesche — risultato che è da sperare abbia di molto smorzata la presunzione sciovinista della superiorità gallica — e specialmente la coscienza della gravità del pericolo corso di generale asservimento, sono tutte circostanze che favoriranno la costituzione di un regime federale che ponga fine all’attuale anarchia. Ed il fatto che l’Inghilterra abbia accettato il principio dell’indipendenza indiana, e la Francia abbia potenzialmente perduto col riconoscimento della sconfitta tutto il suo impero, rendono più agevole trovare anche una base di accordo per una sistemazione europea dei problemi coloniali.
A tutto ciò va infine aggiunta la scomparsa di alcune delle principali dinastie e la fragilità delle basi di quelle che sostengono le dinastie superstiti. Va tenuto conto, infatti, che le dinastie, considerando i diversi paesi come tradizionale appannaggio proprio, rappresentavano, con i poderosi interessi di cui erano l’appoggio, un serio ostacolo alla organizzazione razionale degli Stati Uniti d’Europa, la quale non può poggiare che sulle costituzioni repubblicane di tutti i paesi federati.
E quando, superando l’orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione di insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità, bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l’unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell’intero globo.
La linea di divisione fra i partiti progressisti e partiti reazionari cade perciò ormai, non lungo la linea formale della maggiore o minore democrazia, del maggiore o minore socialismo da istituire, ma lungo la sostanziale nuovissima linea che separa coloro che concepiscono come campo centrale della lotta quello antico, cioè la conquista e le forme del potere politico nazionale, e che faranno, sia pure involontariamente, il gioco delle forze reazionarie, lasciando che la lava incandescente delle passioni popolari torni a solidificarsi nel vecchio stampo e che risorgano le vecchie assurdità, e quelli che vedranno come compito centrale la creazione di un solido stato internazionale, che indirizzeranno verso questo scopo le forze popolari e, anche conquistato il potere nazionale, lo adopereranno in primissima linea come strumento per realizzare l’unità internazionale.
Con la propaganda e con l’azione, cercando di stabilire in tutti i modi accordi e legami tra i movimenti simili che nei vari paesi si vanno certamente formando, occorre fin d’ora gettare le fondamenta di un movimento che sappia mobilitare tutte le forze per far sorgere il nuovo organismo, che sarà la creazione più grandiosa e più innovatrice sorta da secoli in Europa; per costituire un largo stato federale, il quale disponga di una forza armata europea al posto degli eserciti nazionali, spazzi decisamente le autarchie economiche, spina dorsale dei regimi totalitari, abbia gli organi e i mezzi sufficienti per fare eseguire nei singoli stati federali le sue deliberazioni, dirette a mantenere un ordine comune, pur lasciando agli Stati stessi l’autonomia che consente una plastica articolazione e lo sviluppo della vita politica secondo le peculiari caratteristiche dei vari popoli.
Se ci sarà nei principali paesi europei un numero sufficiente di uomini che comprenderanno ciò, la vittoria sarà in breve nelle loro mani, perché la situazione e gli animi saranno favorevoli alla loro opera e di fronte avranno partiti e tendenze già tutti squalificati dalla disastrosa esperienza dell’ultimo ventennio. Poiché sarà l’ora di opere nuove, sarà anche l’ora di uomini nuovi, del movimento per l’Europa libera e unita!
I compiti del dopo guerra. La riforma della società
Un’Europa libera e unita è premessa necessaria del potenziamento della civiltà moderna, di cui l’era totalitaria rappresenta un arresto. La fine di questa era sarà riprendere immediatamente in pieno il processo storico contro la disuguaglianza ed i privilegi sociali. Tutte le vecchie istituzioni conservatrici che ne impedivano l’attuazione saranno crollanti o crollate, e questa loro crisi dovrà essere sfruttata con coraggio e decisione. La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la creazione per esse di condizioni più umane di vita.
La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita, e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista, ma, una volta realizzata a pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia, come è avvenuto in Russia.
Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma - come avviene per forze naturali - essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne siano vittime. Le gigantesche forze di progresso, che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica "routinière" per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni dei salari, e con gli altri provvedimenti del genere dello stachenovismo dell’U.R.S.S., col solo risultato di uno sgobbamento più diligente. Quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore possibilità di sviluppo ed impiego, e contemporaneamente vanno perfezionati e consolidati gli argini che le convogliano verso gli obiettivi di maggiore utilità per tutta la collettività.
La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa, caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.
Questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo e del burocraticismo nazionali. In essa possono trovare la loro liberazione tanto i lavoratori dei paesi capitalistici oppressi dal dominio dei ceti padronali, quanto i lavoratori dei paesi comunisti oppressi dalla tirannide burocratica. La soluzione razionale deve prendere il posto di quella irrazionale anche nella coscienza dei lavoratori. Volendo indicare in modo più particolareggiato il contenuto di questa direttiva, ed avvertendo che la convenienza e le modalità di ogni punto programmatico dovranno essere sempre giudicate in rapporto al presupposto oramai indispensabile dell’unità europea, mettiamo in rilievo i seguenti punti:
a. non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori (ad esempio le industrie elettriche); le imprese che si vogliono mantenere in vita per ragioni di interesse collettivo, ma che per reggersi hanno bisogno di dazi protettivi, sussidi, ordinazioni di favore ecc. (l’esempio più notevole di questo tipo di industrie sono in Italia ora le industrie siderurgiche); e le imprese che per la grandezza dei capitali investiti e il numero degli operai occupati, o per l’importanza del settore che dominano, possono ricattare gli organi dello stato imponendo la politica per loro più vantaggiosa (es. industrie minerarie, grandi istituti bancari, industrie degli armamenti). È questo il campo in cui si dovrà procedere senz’altro a nazionalizzazioni su scala vastissima, senza alcun riguardo per i diritti acquisiti;
b. le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l’azionariato operaio ecc.;
c. i giovani vanno assistiti con le provvidenze necessarie per ridurre al minimo le distanze fra le posizioni di partenza nella lotta per la vita. In particolare la scuola pubblica dovrà dare la possibilità effettiva di perseguire gli studi fino ai gradi superiori ai più idonei, invece che ai più ricchi; e dovrà preparare, in ogni branca di studi per l’avviamento ai diversi mestieri e alla diverse attività liberali e scientifiche, un numero di individui corrispondente alla domanda del mercato, in modo che le rimunerazioni medie risultino poi pressappoco eguali, per tutte le categorie professionali, qualunque possano essere le divergenze tra le rimunerazioni nell’interno di ciascuna categoria, a seconda delle diverse capacità individuali;
d. la potenzialità quasi senza limiti della produzione in massa dei generi di prima necessità con la tecnica moderna permette ormai di assicurare a tutti, con un costo sociale relativamente piccolo, il vitto, l’alloggio e il vestiario col minimo di conforto necessario per conservare la dignità umana. La solidarietà sociale verso coloro che riescono soccombenti nella lotta economica dovrà perciò manifestarsi non con le forme caritative, sempre avvilenti, e produttrici degli stessi mali alle cui conseguenze cercano di riparare, ma con una serie di provvidenze che garantiscano incondizionatamente a tutti, possano o non possano lavorare, un tenore di vita decente, senza ridurre lo stimolo al lavoro e al risparmio. Così nessuno sarà più costretto dalla miseria ad accettare contratti di lavoro iugulatori;
e. la liberazione delle classi lavoratrici può aver luogo solo realizzando le condizioni accennate nei punti precedenti: non lasciandole ricadere nella politica economica dei sindacati monopolistici, che trasportano semplicemente nel campo operaio i metodi sopraffattori caratteristici specialmente del grande capitale. I lavoratori debbono tornare a essere liberi di scegliere i fiduciari per trattare collettivamente le condizioni a cui intendono prestare la loro opera, e lo stato dovrà dare i mezzi giuridici per garantire l’osservanza dei patti conclusivi; ma tutte le tendenze monopolistiche potranno essere efficacemente combattute, una volta che saranno realizzate quelle trasformazioni sociali.
Questi sono i cambiamenti necessari per creare, intorno al nuovo ordine, un larghissimo strato di cittadini interessati al suo mantenimento e per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto e non solo formale per tutti, in quanto la massa dei cittadini avrà una indipendenza ed una conoscenza sufficiente per esercitare un efficace e continuo controllo sulla classe governante.
Sugli istituti costituzionali sarebbe superfluo soffermarci, poiché, non potendosi prevedere le condizioni in cui dovranno sorgere ed operare, non faremmo che ripetere quello che tutti già sanno sulla necessità di organi rappresentativi per la formazione delle leggi, dell’indipendenza della magistratura - che prenderà il posto dell’attuale - per l’applicazione imparziale delle leggi emanate, della libertà di stampa e di associazione, per illuminare l’opinione pubblica e dare a tutti i cittadini la possibilità di partecipare effettivamente alla vita dello stato. Su due sole questioni è necessario precisare meglio le idee, per la loro particolare importanza in questo momento nel nostro paese, sui rapporti dello stato con la chiesa e sul carattere della rappresentanza politica:
a. la Chiesa cattolica continua inflessibilmente a considerarsi unica società perfetta, a cui lo stato dovrebbe sottomettersi, fornendole le armi temporali per imporre il rispetto della sua ortodossia. Si presenta come naturale alleata di tutti i regimi reazionari, dei quali cerca di approfittare per ottenere esenzioni e privilegi, per ricostruire il suo patrimonio, per stendere di nuovo i suoi tentacoli sulla scuola e sull’ordinamento della famiglia. Il concordato con cui in Italia il Vaticano ha concluso l’alleanza col fascismo andrà senz’altro abolito, per affermare il carattere puramente laico dello stato, e per fissare in modo inequivocabile la supremazia dello stato sulla vita civile. Tutte le credenze religiose dovranno essere ugualmente rispettate, ma lo stato non dovrà più avere un bilancio dei culti, e dovrà riprendere la sua opera educatrice per lo sviluppo dello spirito critico;
b. la baracca di cartapesta che il fascismo ha costruito con l’ordinamento corporativo cadrà in frantumi, insieme alle altre parti dello stato totalitario. C’è chi ritiene che da questi rottami si potrà domani trarre il materiale per il nuovo ordine costituzionale. Noi non lo crediamo. Nello stato totalitario le Camere corporative sono la beffa, che corona il controllo poliziesco sui lavoratori. Se anche però le Camere corporative fossero la sincera espressione delle diverse categorie dei produttori, gli organi di rappresentanza delle diverse categorie professionali non potrebbero mai essere qualificati per trattare questioni di politica generale, e nelle questioni più propriamente economiche diverrebbero organi di sopraffazione delle categorie sindacalmente più potenti.
Ai sindacati spetteranno ampie funzioni di collaborazione con gli organi statali, incaricati di risolvere i problemi che più direttamente li riguardano, ma è senz’altro da escludere che ad essi vada affidata alcuna funzione legislativa, poiché risulterebbe un’anarchia feudale nella vita economica, concludentesi in un rinnovato dispotismo politico. Molti che si sono lasciati prendere ingenuamente dal mito del corporativismo potranno e dovranno essere attratti all’opera di rinnovamento, ma occorrerà che si rendano conto di quanto assurda sia la soluzione da loro confusamente sognata. Il corporativismo non può avere vita concreta che nella forma assunta dagli stati totalitari, per irreggimentare i lavoratori sotto funzionari che ne controllano ogni mossa nell’interesse della classe governante.
La situazione rivoluzionaria. Vecchie e nuove correnti
La caduta dei regimi totalitari significherà per interi popoli l’avvento della "libertà" sarà scomparso ogni freno ed automaticamente regneranno amplissime libertà di parola e di associazione.
Sarà il trionfo delle tendenze democratiche. Esse hanno innumerevoli sfumature che vanno da un liberalismo molto conservatore, fino al socialismo e all’anarchia. Credono nella "generazione spontanea" degli avvenimenti e delle istituzioni, nella bontà assoluta degli impulsi che vengono dal basso. Non vogliono forzare la mano alla "storia" al "popolo" al "proletariato" o come altro chiamano il loro dio. Auspicano la fine delle dittature immaginandola come la restituzione al popolo degli imprescrittibili diritti di autodeterminazione. Il coronamento dei loro sogni è un’assemblea costituente eletta col più esteso suffragio e col più scrupoloso rispetto degli elettori, la quale decida che costituzione il popolo debba darsi. Se il popolo è immaturo se ne darà una cattiva, ma correggerla si potrà solo mediante una costante opera di convinzione.
I democratici non rifuggono per principio dalla violenza, ma la vogliono adoperare solo quando la maggioranza sia convinta della sua indispensabilità, cioè propriamente quando non è più altro che un pressoché superfluo puntino da mettere sulla i. Sono perciò dirigenti adatti solo nelle epoche di ordinaria amministrazione, in cui un popolo è nel suo complesso convinto della bontà delle istituzioni fondamentali, che debbono essere ritoccate solo in aspetti relativamente secondari. Nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente. La pietosa impotenza dei democratici nelle rivoluzioni russa, tedesca, spagnola, sono tre dei più recenti esempi.
In tali situazioni, caduto il vecchio apparato statale, con le sue leggi e la sua amministrazione, pullulano immediatamente, con sembianza di vecchia legalità o sprezzandola, una quantità di assemblee e rappresentanze popolari in cui convergono e si agitano tutte le forze sociali progressiste. Il popolo ha sì alcuni bisogni fondamentali da soddisfare, ma non sa con precisione cosa volere e cosa fare. Mille campane suonano alle sue orecchie, con i suoi milioni di teste non riesce a raccapezzarsi, e si disgrega in una quantità di tendenze in lotta tra loro.
Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia, i democratici si sentono smarrirti non avendo dietro uno spontaneo consenso popolare, ma solo un torbido tumultuare di passioni; pensano che loro dovere sia di formare quel consenso, e si presentano come predicatori esortanti, laddove occorrono capi che guidino sapendo dove arrivare; perdono le occasioni favorevoli al consolidamento del nuovo regime, cercando di far funzionare subito organi che presuppongono una lunga preparazione e sono adatti ai periodi di relativa tranquillità; danno ai loro avversari armi di cui quelli poi si valgono per rovesciarli; rappresentano insomma, nelle loro mille tendenze, non già la volontà di rinnovamento, ma le confuse volontà regnanti in tutte le menti, che, paralizzandosi a vicenda, preparano il terreno propizio allo sviluppo della reazione. La metodologia politica democratica sarà un peso morto nella crisi rivoluzionaria.
Man mano che i democratici logorassero nelle loro logomachie la loro prima popolarità di assertori della libertà, mancando ogni seria rivoluzione politica e sociale, si andrebbero immancabilmente ricostituendo le istituzioni politiche pretotalitarie, e la lotta tornerebbe a svilupparsi secondo i vecchi schemi della contrapposizione delle classi.
Il principio secondo il quale la lotta di classe è il termine cui van ridotti tutti i problemi politici ha costituito la direttiva fondamentale, specialmente degli operai delle fabbriche, ed ha giovato a dare consistenza alla loro politica, finché non erano in questione le istituzioni fondamentali della società. Ma si converte in uno strumento di isolamento del proletariato, quando si imponga la necessità di trasformare l’intera organizzazione della società. Gli operai educati classisticamente non sanno allora vedere che le loro particolari rivendicazioni di classe, o di categoria, senza curarsi di come connetterle con gli interessi degli altri ceti, oppure aspirano alla unilaterale dittatura delle loro classe, per realizzare l’utopistica collettivizzazione di tutti gli strumenti materiali di produzione, indicata da una propaganda secolare come il rimedio sovrano di i loro mali. Questa politica non riesce a far presa su nessun altro strato fuorché sugli operai, i quali così privano le altre forze progressive del loro sostegno, e le lasciano cadere in balia della reazione, che abilmente le organizza per spezzare le reni allo stesso movimento proletario.
Delle varie tendenze proletarie, seguaci della politica classista e dell’ideale collettivista, i comunisti hanno riconosciuto la difficoltà di ottenere un seguito di forze sufficienti per vincere, e per ciò si sono - a differenza degli altri partiti popolari - trasformati in un movimento rigidamente disciplinato, che sfrutta quel che residua del mito russo per organizzare gli operai, ma non prende leggi da essi, e li utilizza nelle più disparate manovre.
Questo atteggiamento rende i comunisti, nelle crisi rivoluzionarie, più efficienti dei democratici; ma tenendo essi distinte quanto più possono le classi operaie dalle altre forze rivoluzionarie - col predicare che la loro "vera" rivoluzione è ancora da venire - costituiscono nei momenti decisivi un elemento settario che indebolisce il tutto. Inoltre la loro assidua dipendenza allo stato russo, che li ha ripetutamente adoperati senza scrupoli per il perseguimento della sua politica nazionale, impedisce loro di perseguire una politica con un minimo di continuità. Hanno sempre bisogno di nascondersi dietro un Karoly, un Blum, un Negrin, per andare poi fatalmente in rovina dietro i fantocci democratici adoperati, poiché il potere si consegue e si mantiene non semplicemente con la furberia, ma con la capacità di rispondere in modo organico e vitale alle necessità della società moderna. La loro scarsa consistenza si palesa invece senza possibilità di equivoci quando, venendo a mancare il camuffamento, fanno regolarmente mostra di un puro verbalismo estremista.
Se la lotta restasse domani ristretta nel tradizionale campo nazionale, sarebbe molto difficile sfuggire alle vecchie aporie. Gli stati nazionali hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilità i reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.
Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo non in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.
Larghissime masse restano ancora influenzate o influenzabili dalle vecchie tendenze democratiche e comuniste, perché non scorgono nessuna prospettiva di metodi e di obiettivi nuovi. Tali tendenze sono però formazioni politiche del passato; da tutti gli sviluppi storici recenti nulla hanno appreso, nulla dimenticato; incanalano le forze progressiste lungo strade che non possono serbare che delusioni e sconfitte; di fronte alle esigenze più profonde del domani costituiscono un ostacolo e debbono o radicalmente modificarsi o sparire.
Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che hanno saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà sapere collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, ed in genere con quanti cooperano alla disgregazione del totalitarismo, ma senza lasciarsi irretire dalla loro prassi politica.
Il partito rivoluzionario non può essere dilettantescamente improvvisato nel momento decisivo, ma deve sin da ora cominciare a formarsi almeno nel suo atteggiamento politico centrale, nei suoi quadri generali e nelle prime direttive d’azione. Esso non deve rappresentare una coalizione eterogenea di tendenze, riunite solo transitoriamente e negativamente, cioè per il loro passato antifascista e nella semplice del disgregamento del totalitarismo, pronte a disperdersi ciascuna per la sua strada una volta raggiunta quella caduta. Il partito rivoluzionario deve sapere invece che solo allora comincerà veramente la sua opera e deve perciò essere costituito di uomini che si trovino d’accordo sui principali problemi del futuro. Deve penetrare con la sua propaganda metodica ovunque ci siano degli oppressi dell’attuale regime, e, prendendo come punto di partenza quello volta volta sentito come il più doloroso dalle singole persone e classi, mostrare come esso si connetta con altri problemi e quale possa esserne la vera soluzione. Ma dalla schiera sempre crescente dei suoi simpatizzanti deve attingere e reclutare nell’organizzazione del partito solo coloro che abbiano fatto della rivoluzione europea lo scopo principale della loro vita, che disciplinatamente realizzino giorno per giorno il lavoro necessario, provvedano oculatamente alla sicurezza, continua ed efficacia di esso, anche nella situazione di più dura illegalità, e costituiscano così la solida rete che dia consistenza alla più labile sfera dei simpatizzanti.
Pur non trascurando nessuna occasione e nessun campo per seminare la sua parola, esso deve rivolgere la sua operosità in primissimo luogo a quegli ambienti che sono i più importanti come centri di diffusione di idee e come centri di reclutamento di uomini combattivi; anzitutto verso i due gruppi sociali più sensibili nella situazione odierna, e decisivi in quella di domani, vale a dire la classe operaia e i ceti intellettuali. La prima è quella che meno si è sottomessa alla ferula totalitaria, che sarà la più pronta a riorganizzare le proprie file. Gli intellettuali, particolarmente i più giovani, sono quelli che si sentono spiritualmente soffocare e disgustare dal regnante dispotismo. Man mano altri ceti saranno inevitabilmente attratti nel movimento generale.
Qualsiasi movimento che fallisca nel compito di alleanza di queste forze è condannato alla sterilità, poiché, se è movimento di soli intellettuali, sarà privo di quella forza di massa necessaria per travolgere le resistenze reazionarie, sarà diffidente e diffidato rispetto alla classe operaia; ed anche se animato da sentimenti democratici, sarà proclive a scivolare, di fronte alle difficoltà, sul terreno della reazione di tutte le altre classi contro gli operai, cioè verso una restaurazione.
Se poggerà solo sulla classe operaia sarà privo di quella chiarezza di pensiero che non può venire che dagli intellettuali, e che è necessaria per ben distinguere i nuovi compiti e le nuove vie: rimarrà prigioniero del vecchio classismo, vedrà nemici dappertutto, e sdrucciolerà sulla dottrinaria soluzione comunista.
Durante la crisi rivoluzionaria spetta a questo partito organizzare e dirigere le forze progressiste, utilizzando tutti quegli organi popolari che si formano spontaneamente come crogioli ardenti in cui vanno a mischiarsi le forze rivoluzionarie, non per emettere plebisciti, ma in attesa di essere guidate.
Esso attinge la visione e la sicurezza di quel che va fatto, non da una preventiva consacrazione da parte della ancora inesistente volontà popolare, ma nella sua coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato e attorno ad esso la nuova democrazia.
Non è da temere che un tale regime rivoluzionario debba necessariamente sbocciare in un nuovo dispotismo. Vi sbocca se è venuto modellando un tipo di società servile. Ma se il partito rivoluzionario andrà creando con polso fermo fin dai primissimi passi le condizioni per una vita libera, in cui tutti i cittadini possano veramente partecipare alla vita dello stato, la sua evoluzione sarà, anche se attraverso eventuali secondarie crisi politiche, nel senso di una progressiva comprensione ed accettazione da parte di tutti del nuovo ordine, e perciò nel senso di una crescente possibilità di funzionamento di istituzioni politiche libere.
Oggi è il momento in cui bisogna saper gettare via vecchi fardelli divenuti ingombranti, tenersi pronti al nuovo che sopraggiunge così diverso da tutto quello che si era immaginato, scartare gli inetti fra i vecchi e suscitare nuove energie tra i giovani. Oggi si cercano e si incontrano, cominciando a tessere la trama del futuro, coloro che hanno scorto i motivi dell’attuale crisi della civiltà europea, e che perciò raccolgono l’eredità di tutti i movimenti di elevazione dell’umanità, naufragati per incomprensione del fine da raggiungere o dei mezzi come raggiungerlo.
La via da percorrere non è facile né sicura, ma deve essere percorsa e lo sarà.
venerdì 17 giugno 2016
Verba volant (282): europea...
Europea, agg.
Di solito i dizionari quando definiscono un aggettivo presentano la sua declinazione al maschile singolare. Verba volant, essendo molto poco convenzionale, può permettersi di non rispettare questa regola e infatti ho deciso di usare la forma al femminile, perché questo aggettivo mi serve per raccontare Jo Cox.
Fino ad ora rischiamo di ricordare questa edizione dei campionati europei di calcio più per gli scontri delle bande di tifosi che precedono quasi ogni partita piuttosto che per le partite stesse. Mi sembra una metafora perfetta delle tenebre che sono calate sul nostro continente, sempre più vecchio, sempre più esausto, ormai moribondo. Sono giorni difficili per l'Europa, in cui molti di noi cittadini europei siamo chiamati a fare delle scelte che incideranno sul nostro futuro e probabilmente su quello della generazione dopo la nostra, eppure non c'è speranza, solo paura. Non c'è gioia, solo livore. Non c'è voglia di lottare, solo rabbia, impotente, vana, senza scopo. Quelle bande di giovani violenti ci raccontano molto di più di quello che vorremmo ammettere.
Come noto nel Regno Unito si gioca molto di quello che sarà l'Europa nei prossimi anni, perché - nonostante le rassicurazioni un po' patetiche del presidente-segretario - se quel paese uscisse dall'Unione le conseguenze sarebbero negative per tutti, anche per l'Italia, specialmente per l'Italia, che è così debole, così soggetta a forze che stanno fuori dal nostro paese. Io, come sapete, non amo questa Europa, non amo l'Europa del finanzcapitalismo, l'Europa delle larghe intese, l'Europa che si è consegnata a un pugno di multinazionali, eppure non riesco a pensare all'Europa - perfino a questa Europa, che non mi piace e contro cui combatto - senza il Regno Unito, anche se a volte quel paese ha pensato a se stesso senza di noi. L'Europa, prima di essere un'espressione geografica - come avrebbe detto il vecchio Metternich, uno che di Europa se ne intendeva - è la sua cultura e io sono europeo perché c'è stato Shakespeare - e anche perché ci sono stati i Beatles - e non riesco a immaginarmi senza la cultura di quel paese.
Nel Regno Unito si stanno evidentemente fronteggiando due paure, due visioni negative del futuro. Non c'è uno schieramento che agita la speranza, che lotta per un'idea di progresso. Non c'è uno schieramento che esprime gioia nel suo voto. Sia i sostenitori del remain che quelli del leave giocano sulla preoccupazione del futuro e chiunque vincerà il referendum ha comunque espunto dalla propria prospettiva questa speranza. Forse il tragico omicidio di Jo Cox sposterà il giudizio - e il voto - di quel po' di opinione pubblica sufficiente a mantenere il Regno Unito in Europa, perché quel gesto così odiosamente razzista ha spaventato molti. Vincerà comunque la paura: non più la paura del diverso che viene da fuori, ma la paura del diverso che è già all'interno della società. Comunque vincerà la paura, che non è quello che avrebbe voluto Jo, che ci piace ricordare con quel sorriso che sembra capace di scacciarla. E Jo evidentemente non aveva paura se girava tranquillamente tra i suoi elettori, per fare propaganda, ma anche per ascoltare le loro ragioni. Ma né il suo sorriso né la sua determinazione l'hanno salvata.
L'omicidio di quella giovane deputata laburista, per anni impegnata in associazioni umanitarie e per i diritti, specialmente delle donne, è il segno della sconfitta dell'intera società europea. Uccidere la Cox ha significato uccidere un barlume di speranza che ancora si trovava in uno degli schieramenti, l'idea che la battaglia a favore della permanenza del Regno Unito nell'Unione fosse anche la battaglia per una società diversa, più aperta, più solidale, capace di aprirsi al mondo.
E non è qualcosa che riguarda solo quel paese. Pensate a cosa è la campagna elettorale qui da noi, al livore che ci mettiamo. Io stesso ammetto di aver annunciato un voto senza speranza, un voto che mi lascia pieno di amarezze. E sinceramente ho visto poco gioia anche nelle grandi manifestazioni sindacali in Francia, che pure rappresentano il meglio che in questa fase c'è nel nostro continente, un segno che la lotta può continuare, che non tutto è perduto. Ma non c'è sorriso, c'è più rassegnazione, la stessa rassegnazione con cui io a Milano voterei il candidato proposto da Berlusconi e dalla Lega solo per fermare il disegno autoritario di renzi. E ho pensato di farlo perfino nella città in cui ho fatto politica per tanti anni, la città in cui ho imparato a essere quello che sono.
Viviamo in un'Europa che lotta senza speranza. Per questo l'omicidio di Jo Cox ci ha fatto così male, ci ha colpito così duramente. Perché era giovane, perché era una donna, perché era impegnata a migliorare la politica e la società, perché ci credeva. Se dovessi dare un volto all'Europa che vorrei - come ogni tanto i francesi scelgono che fattezze dare alla loro amata Marianne - sceglierei il sorriso di Jo Cox, europea.
mercoledì 23 marzo 2016
Considerazioni libere (409): a proposito di vittime e di colpevoli...
Ieri era il giorno della commozione, non potevamo far altro che stringerci, in qualche modo - ciascuno con la nostra sensibilità - intorno alle vittime. Oggi la commozione non deve bastarci più.
Nella notte del 18 marzo scorso l'Europa ha subito un attacco violento, uno dei più duri che abbia dovuto patire in questi anni, un attacco probabilmente mortale. I responsabili di questo vero e proprio attentato all'Europa sono Merkel, Hollande, Cameron, renzi e gli altri leader che hanno sottoscritto un accordo giuridicamente illegale e politicamente vergognoso con il governo di Erdogan. Con quel trattato l'Unione europea ha delegato la gestione dei profughi alla Turchia, un paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951: inviare dei profughi in un paese che non rispetta quell'accordo significa violare il diritto internazionale. I profughi saranno deportati in massa, senza che le loro richieste d'asilo siano valutate individualmente: anche in questo caso una violazione del diritto internazionale. Per fortuna in queste ore il governo greco sta facendo resistenza, proprio in nome delle regole del diritto che vuole siano comunque rispettate, ma temo che anche in questo caso l'Unione riuscirà ad accerchiare il governo Tsipras, con la minaccia che, se non si piegherà, i profughi saranno tutti a loro carico, un peso che evidentemente quel paese - già stretto dai tagliagola inviati da Draghi e da Lagarde - non può sopportare.
In base a questo accordo la Turchia si impegna ad accogliere i profughi che si trovano già ad Idomeni e negli altri campi in Grecia e soprattutto a impedire che nelle prossime settimane avvengano nuovi sbarchi in Europa attraverso l'Egeo. Da parte sua, l'Unione europea si impegna ad accogliere tanti profughi siriani - che ora si trovano in Turchia - quanti saranno forzatamente rimpatriati dalla Grecia - ma comunque non più di 72mila - e soprattutto a versare al regime turco sei miliardi di euro, in due rate. Al di là di generiche buone intenzioni, non ci sono garanzie che verranno rispettati i diritti dei rifugiati, non ci sono assicurazioni su come verranno scelti i 72mila siriani di cui il regime di Erdogan vuole liberarsi. I governi europei hanno consapevolmente e colpevolmente deciso di girare le spalle a questi poveri cristi, di gettare alle ortiche i più elementari principi di umanità e di solidarietà, di affidare a un sicario prezzolato - i cui metodi sono stati più volte denunciati - le vite di migliaia di donne e di uomini, la cui unica colpa è quella di essere poveri, di aver tentato di fuggire da una realtà spaventosa, dalle guerre di cui i governi occidentali sono responsabili, dai disastri ambientali provocati dalle multinazionali che finanziano quei governi. Quei profughi li hanno creati i governi occidentali e adesso pagano il regime turco perché elimini il problema.
Questi stessi personaggi, che si sono macchiati di questa infamia, oggi piangono le vittime di Bruxelles, come ieri hanno pianto le vittime di Parigi, si avvolgono nelle bandiere - che sono anche le nostre - cantano gli inni - che sono anche i nostri - sfoderano tutta la loro retorica, per condannare la strage di vittime innocenti nella capitale belga. Ci dicono che saranno loro a difendere la "nostra" civiltà, così duramente colpita, e che ci condurranno in questa guerra sanguinosa, ma necessaria. Ci spiegano che dovremo fare dei sacrifici, che dovremo rinunciare alla nostra libertà, per avere maggior sicurezza. Anch'io piango quei morti, anch'io voglio cantare quell'inno d'Europa, che è un pezzo importante della nostra identità - perché davvero mi sento più europeo che italiano - ma non voglio combattere con i terroristi di stato, con i governi che sono più pericolosi di quelli da cui dovrebbero, almeno formalmente, difenderci.
Questa consapevolezza non significa sottovalutare il pericolo che il terrorismo islamico rappresenta per noi e per le donne e gli uomini che lo subiscono, a differenza di noi, ogni singolo giorno, in quei paesi che, secondo la retorica guerresca dei nostri mezzi di informazione, dovrebbero essere nostri nemici, senza distinzioni. Non posso e non voglio considerare miei nemici le donne e gli uomini dell'Africa e del Medio oriente solo perché hanno un colore diverso dal mio o professano una religione diversa da quella che io ho conosciuto da bambino. E dobbiamo lavorare affinché loro non ci considerino nemici, anche se i governi - nostri e loro - fanno di tutto per convincerci del contrario.
I terroristi sono un pericolo reale, che dobbiamo temere, ma evidentemente gli strumenti utilizzati fino ad ora per contrastarli sono inefficaci, nonostante i governi ci rassicurino di essere capaci di difenderci. Fermare un folle che ha deciso di farsi saltare in aria in un aeroporto o in una stazione della metropolitana è impossibile, impedire un attacco suicida è come voler svuotare il mare con un cucchiaio. Per neutralizzare il terrorismo bisogna tagliare la testa del serpente, ma questa testa è quella degli emiri del Golfo, è quella della famiglia degli Saud, è quella dei signori del petrolio; la testa del serpente è ospite d'onore nelle cancellerie occidentali, è un alleato temuto e riverito e soprattutto è qualcuno con cui ogni giorno le compagnie internazionali fanno i loro affari. Troppo comodo incolpare un Salah Abdeslam qualsiasi e allo stesso tempo stringere le mani insanguinate di Mohammed ben Nayef, a cui Hollande ha dato la Legion d'onore. I governi occidentali non vogliono e non possono tagliare la testa del serpente, perché è la loro testa, e quindi gli attentati continueranno, il problema non è sapere se, ma solo quando e dove. Continueranno perché servono ai governi occidentali che - come è avvenuto in Francia - possono instaurare uno stato di emergenza perenne e servono a chi con il terrorismo conduce la propria lotta politica.
I terroristi hanno ucciso persone a caso, a Bruxelles come a Parigi, come ovunque, ma non hanno colpito dei bersagli a caso. Nei giorni scorsi hanno fatto esplodere una bomba in Turchia - uccidendo anche lì nostri fratelli innocenti, per cui non abbiamo alzato bandiere - perché gli emiri del Golfo persico considerano il regime di Erdogan come un loro nemico nella complicata scacchiera mediorientale e volevano dare un segnale forte proprio mentre l'Unione europea faceva affari con quel regime, sulla pelle dei profughi. Bruxelles è stata scelta perché è la città dell'Europa - e della Nato - e perché in questi mesi il governo di quel paese ha tentato di scendere a patti con il serpente: ma si tratta di un gioco pericoloso, in cui la sconfitta è quasi certa.
L'altra cosa da fare per eliminare il terrorismo è svuotare quei serbatoi di possibili esecutori di attentati che sono le grandi periferie delle nostre città. Ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi, di donne e di uomini, che facciamo vivere in brutti palazzi, che facciamo lavorare senza diritti, a cui facciamo frequentare scuole spesso inadeguate. Ci sono migliaia di persone che vedono ogni giorno la parte peggiore di quella che noi chiamano pomposamente la civiltà occidentale, che ogni giorno sfruttiamo, di cui ogni giorno compriamo i corpi e di cui vorremmo spezzare le anime. A queste persone chiediamo solidarietà dopo ogni attentato, ma ogni giorno vedono i nostri sguardi torvi e sospettosi quando li incrociamo nella metropolitana o sono davanti a noi in una fila. Chiediamo loro di aiutarci a sconfiggere i terroristi, ma poi votiamo per partiti razzisti che fanno campagna incitando l'odio contro di loro. Neghiamo loro i diritti e pretendiamo che conoscano solo i doveri, che noi per primi non rispettiamo. Noi ogni giorno ci facciamo odiare e poi non possiamo stupirci se qualcuno di questi giovani si sveglia una mattina e pensa che la soluzione sia uccidere qualcuno di noi.
I governi occidentali, le multinazionali che li sostengono e da cui prendono ordini, sono responsabili degli attentati di Bruxelles, come di quelli di Parigi, non solo perché fanno affari con il serpente, ma perché tengono in piedi questo sistema, dal momento che la paura garantisce il loro potere e il razzismo paga elettoralmente, perché le nostre società sono razziste, perché noi non siamo disposti a dividere il nostro con chi ha più bisogno, perché ci siamo convinti che il mio nemico sia Mohamed, mentre il vero nemico è il capitalista che sfrutta allo stesso modo Mohamed e me.
Per questo dobbiamo ribellarci alla guerra che vogliono farci combattere, dobbiamo ribellarci allo scontro di civiltà, e dobbiamo combattere contro chi guadagna da questa situazione, di qua e di là del Mediterraneo, a nord e a sud del mondo, e dobbiamo condurre questa lotta insieme a tutti gli oppressi, a tutti i poveri del mondo, perché un povero, qualunque sia il suo paese, ha un solo nemico, quello che lo sfrutta. Allora quando ti chiedono da che parte stai?, tu rispondi dalla parte delle vittime, degli ultimi, degli sfruttati; è la parte giusta.
Nella notte del 18 marzo scorso l'Europa ha subito un attacco violento, uno dei più duri che abbia dovuto patire in questi anni, un attacco probabilmente mortale. I responsabili di questo vero e proprio attentato all'Europa sono Merkel, Hollande, Cameron, renzi e gli altri leader che hanno sottoscritto un accordo giuridicamente illegale e politicamente vergognoso con il governo di Erdogan. Con quel trattato l'Unione europea ha delegato la gestione dei profughi alla Turchia, un paese che non ha ratificato la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951: inviare dei profughi in un paese che non rispetta quell'accordo significa violare il diritto internazionale. I profughi saranno deportati in massa, senza che le loro richieste d'asilo siano valutate individualmente: anche in questo caso una violazione del diritto internazionale. Per fortuna in queste ore il governo greco sta facendo resistenza, proprio in nome delle regole del diritto che vuole siano comunque rispettate, ma temo che anche in questo caso l'Unione riuscirà ad accerchiare il governo Tsipras, con la minaccia che, se non si piegherà, i profughi saranno tutti a loro carico, un peso che evidentemente quel paese - già stretto dai tagliagola inviati da Draghi e da Lagarde - non può sopportare.
In base a questo accordo la Turchia si impegna ad accogliere i profughi che si trovano già ad Idomeni e negli altri campi in Grecia e soprattutto a impedire che nelle prossime settimane avvengano nuovi sbarchi in Europa attraverso l'Egeo. Da parte sua, l'Unione europea si impegna ad accogliere tanti profughi siriani - che ora si trovano in Turchia - quanti saranno forzatamente rimpatriati dalla Grecia - ma comunque non più di 72mila - e soprattutto a versare al regime turco sei miliardi di euro, in due rate. Al di là di generiche buone intenzioni, non ci sono garanzie che verranno rispettati i diritti dei rifugiati, non ci sono assicurazioni su come verranno scelti i 72mila siriani di cui il regime di Erdogan vuole liberarsi. I governi europei hanno consapevolmente e colpevolmente deciso di girare le spalle a questi poveri cristi, di gettare alle ortiche i più elementari principi di umanità e di solidarietà, di affidare a un sicario prezzolato - i cui metodi sono stati più volte denunciati - le vite di migliaia di donne e di uomini, la cui unica colpa è quella di essere poveri, di aver tentato di fuggire da una realtà spaventosa, dalle guerre di cui i governi occidentali sono responsabili, dai disastri ambientali provocati dalle multinazionali che finanziano quei governi. Quei profughi li hanno creati i governi occidentali e adesso pagano il regime turco perché elimini il problema.
Questi stessi personaggi, che si sono macchiati di questa infamia, oggi piangono le vittime di Bruxelles, come ieri hanno pianto le vittime di Parigi, si avvolgono nelle bandiere - che sono anche le nostre - cantano gli inni - che sono anche i nostri - sfoderano tutta la loro retorica, per condannare la strage di vittime innocenti nella capitale belga. Ci dicono che saranno loro a difendere la "nostra" civiltà, così duramente colpita, e che ci condurranno in questa guerra sanguinosa, ma necessaria. Ci spiegano che dovremo fare dei sacrifici, che dovremo rinunciare alla nostra libertà, per avere maggior sicurezza. Anch'io piango quei morti, anch'io voglio cantare quell'inno d'Europa, che è un pezzo importante della nostra identità - perché davvero mi sento più europeo che italiano - ma non voglio combattere con i terroristi di stato, con i governi che sono più pericolosi di quelli da cui dovrebbero, almeno formalmente, difenderci.
Questa consapevolezza non significa sottovalutare il pericolo che il terrorismo islamico rappresenta per noi e per le donne e gli uomini che lo subiscono, a differenza di noi, ogni singolo giorno, in quei paesi che, secondo la retorica guerresca dei nostri mezzi di informazione, dovrebbero essere nostri nemici, senza distinzioni. Non posso e non voglio considerare miei nemici le donne e gli uomini dell'Africa e del Medio oriente solo perché hanno un colore diverso dal mio o professano una religione diversa da quella che io ho conosciuto da bambino. E dobbiamo lavorare affinché loro non ci considerino nemici, anche se i governi - nostri e loro - fanno di tutto per convincerci del contrario.
I terroristi sono un pericolo reale, che dobbiamo temere, ma evidentemente gli strumenti utilizzati fino ad ora per contrastarli sono inefficaci, nonostante i governi ci rassicurino di essere capaci di difenderci. Fermare un folle che ha deciso di farsi saltare in aria in un aeroporto o in una stazione della metropolitana è impossibile, impedire un attacco suicida è come voler svuotare il mare con un cucchiaio. Per neutralizzare il terrorismo bisogna tagliare la testa del serpente, ma questa testa è quella degli emiri del Golfo, è quella della famiglia degli Saud, è quella dei signori del petrolio; la testa del serpente è ospite d'onore nelle cancellerie occidentali, è un alleato temuto e riverito e soprattutto è qualcuno con cui ogni giorno le compagnie internazionali fanno i loro affari. Troppo comodo incolpare un Salah Abdeslam qualsiasi e allo stesso tempo stringere le mani insanguinate di Mohammed ben Nayef, a cui Hollande ha dato la Legion d'onore. I governi occidentali non vogliono e non possono tagliare la testa del serpente, perché è la loro testa, e quindi gli attentati continueranno, il problema non è sapere se, ma solo quando e dove. Continueranno perché servono ai governi occidentali che - come è avvenuto in Francia - possono instaurare uno stato di emergenza perenne e servono a chi con il terrorismo conduce la propria lotta politica.
I terroristi hanno ucciso persone a caso, a Bruxelles come a Parigi, come ovunque, ma non hanno colpito dei bersagli a caso. Nei giorni scorsi hanno fatto esplodere una bomba in Turchia - uccidendo anche lì nostri fratelli innocenti, per cui non abbiamo alzato bandiere - perché gli emiri del Golfo persico considerano il regime di Erdogan come un loro nemico nella complicata scacchiera mediorientale e volevano dare un segnale forte proprio mentre l'Unione europea faceva affari con quel regime, sulla pelle dei profughi. Bruxelles è stata scelta perché è la città dell'Europa - e della Nato - e perché in questi mesi il governo di quel paese ha tentato di scendere a patti con il serpente: ma si tratta di un gioco pericoloso, in cui la sconfitta è quasi certa.
L'altra cosa da fare per eliminare il terrorismo è svuotare quei serbatoi di possibili esecutori di attentati che sono le grandi periferie delle nostre città. Ci sono migliaia di ragazze e di ragazzi, di donne e di uomini, che facciamo vivere in brutti palazzi, che facciamo lavorare senza diritti, a cui facciamo frequentare scuole spesso inadeguate. Ci sono migliaia di persone che vedono ogni giorno la parte peggiore di quella che noi chiamano pomposamente la civiltà occidentale, che ogni giorno sfruttiamo, di cui ogni giorno compriamo i corpi e di cui vorremmo spezzare le anime. A queste persone chiediamo solidarietà dopo ogni attentato, ma ogni giorno vedono i nostri sguardi torvi e sospettosi quando li incrociamo nella metropolitana o sono davanti a noi in una fila. Chiediamo loro di aiutarci a sconfiggere i terroristi, ma poi votiamo per partiti razzisti che fanno campagna incitando l'odio contro di loro. Neghiamo loro i diritti e pretendiamo che conoscano solo i doveri, che noi per primi non rispettiamo. Noi ogni giorno ci facciamo odiare e poi non possiamo stupirci se qualcuno di questi giovani si sveglia una mattina e pensa che la soluzione sia uccidere qualcuno di noi.
I governi occidentali, le multinazionali che li sostengono e da cui prendono ordini, sono responsabili degli attentati di Bruxelles, come di quelli di Parigi, non solo perché fanno affari con il serpente, ma perché tengono in piedi questo sistema, dal momento che la paura garantisce il loro potere e il razzismo paga elettoralmente, perché le nostre società sono razziste, perché noi non siamo disposti a dividere il nostro con chi ha più bisogno, perché ci siamo convinti che il mio nemico sia Mohamed, mentre il vero nemico è il capitalista che sfrutta allo stesso modo Mohamed e me.
Per questo dobbiamo ribellarci alla guerra che vogliono farci combattere, dobbiamo ribellarci allo scontro di civiltà, e dobbiamo combattere contro chi guadagna da questa situazione, di qua e di là del Mediterraneo, a nord e a sud del mondo, e dobbiamo condurre questa lotta insieme a tutti gli oppressi, a tutti i poveri del mondo, perché un povero, qualunque sia il suo paese, ha un solo nemico, quello che lo sfrutta. Allora quando ti chiedono da che parte stai?, tu rispondi dalla parte delle vittime, degli ultimi, degli sfruttati; è la parte giusta.
mercoledì 8 luglio 2015
Considerazioni libere (403): a proposito di una vittoria difficile...
Abbiamo vinto, in maniera netta e inequivocabile; e non ci succedeva da tempo. Abbiamo festeggiato, forse con un po' troppa enfasi, ma - dovete scusarci - non ci siamo abituati. Adesso però è il momento di riflettere su cosa ha significato il successo del no nel referendum greco dello scorso 5 luglio, un risultato per molti aspetti storico. E le ragioni per essere preoccupati, nonostante tutto, sono molte.
In questa considerazione non voglio soffermarmi sugli aspetti più propriamente economici della crisi. Il governo greco in questi giorni è impegnato in una trattativa difficile. Le forze del capitale non si sono certo arrese e vorranno punire la Grecia per lo sgarro subito, ma credo che, alla fine e nonostante tutto, un accordo lo troveranno. Si preparano comunque giorni difficili per quel popolo, la loro lotta sarà dura e devono sentire tutta la nostra solidarietà. Non basta aver fatto il tifo la scorsa settimana, non basta aver gioito la notte del 5 luglio, dobbiamo continuare a seguire quello che avviene in Grecia, possibilmente sfuggendo alla controinformazione dei giornali e delle televisione di regime che ci raccontano una realtà distorta. E soprattutto dovremmo provare a fare come la Grecia; che è la cosa più difficile, specialmente qui in Italia.
E qui vengo al punto che mi interessa di più, ossia alle prospettive della sinistra a seguito di questo voto. E' vero che abbiamo vinto, che siamo riusciti a far passare, per la prima volta, un'opzione politica diversa rispetto all'imperante ideologia ultraliberista, che però è tutt'altro che sconfitta, anzi ha dimostrato, ancora una volta, una pervasività inquietante.
Un elemento che mi preoccupa - molto - è la sostanziale e totale adesione della maggior parte degli esponenti del Pse all'ideologia ultraliberista. In questa vicenda Jean-Claude Juncker e Martin Schulz, pur essendo i rappresentanti di due famiglie politiche formalmente contrapposte, hanno detto e fatto le stesse medesime cose. Anzi Schulz è quello dei due che ha usato i toni più minacciosi, che ha rinunciato da subito alle blandizie diplomatiche, dichiarando esplicitamente che il loro obiettivo era la caduta del governo Tsipras e la creazione di un esecutivo più malleabile, sostanzialmente prono ai voleri della Troika. In questa settimana era impossibile capire chi fosse del Ppe e chi del Pse. Rajoy e renzi sono intervenuti con la stessa virulenza contro il fronte del no, il primo comprensibilmente preoccupato per la crescita di Podemos - che certamente sarà galvanizzato da questo risultato - il secondo, che - purtroppo per noi - non ha questo pensiero, per puro servilismo; eppure Rajoy e renzi sono uno del Ppe e uno del Pse, ma sono ormai indistinguibili per scelte politiche e azione di governo.
Di fatto questo referendum ha segnato il suicidio politico dei socialisti europei, la loro resa di fronte alle forze del capitale. E anche chi - come me - in questi anni è sempre stato critico verso quel movimento e lo ha ritenuto inadeguato, non può essere contento di questa fine ingloriosa.
Pensate a quello che è successo in questi giorni: la piccola Grecia, che rappresenta il 2% del pil di tutta l'Unione europea, è riuscita a bloccare le forze del capitale, perché queste, per tracotanza, hanno costruito un sistema monetario che non prevede l'uscita dall'euro di uno dei paesi aderenti. L'uscita della Grecia dall'area euro e il conseguente ritorno alla dracma è stato il bluff usato in questi mesi dalle forze del capitale, che pure sapevano che questa opzione avrebbe causato più danni a loro che alla Grecia. La forza di Syriza è stata quella di denunciare questo bluff, di dire, come il bambino della fiaba, che il re è nudo. Pensate se questa presa di posizione fosse stata presa, mesi fa, dai paesi governati da esponenti del Pse - dalla Francia, dall'Italia, dalla Danimarca - non sarebbe servito il referendum greco, non sarebbe servito il sacrificio di quel popolo che, per difendere l'Unione, anche per noi, ha messo in pericolo i propri risparmi. Invece il Pse ha scelto il rigore, le privatizzazioni, la legislazione che limita i diritti dei lavoratori, l'aumento della tassazione indiretta e la diminuzione di quella diretta, in buona sostanza ha scelto di abbandonare a se stessi i poveri, i lavoratori, per difendere i ricchi, i privilegiati, ha deciso di allearsi con le forze del capitale, giustificando questa scelta nel nome della modernità.
Come ho scritto molte volte, di questa deriva portiamo la responsabilità tutti noi che abbiamo fatto politica in questi anni nel campo della cosiddetta sinistra riformista e fino a quando non rifletteremo, senza infingimenti, su questo nostro passato recente, che tiene avviluppato ancora tanti, non faremo passi in avanti. Il Pse è il morto che rischia di far annegare il vivo.
Poi c'è un'altra considerazione che riguarda proprio i cittadini greci. A quello che sappiamo la stragrande maggioranza dei giovani di quel paese ha votato no. Credo sia comprensibile, visto che proprio loro sono quelli che hanno subito più duramente gli effetti di questa crisi, che o non trovano lavoro - la disoccupazione giovanile supera il 60% - o, se lo trovano, è sottopagato e precario. Mi piacerebbe sperare che sia cresciuta tra quei giovani una forte consapevolezza di sinistra, ma temo non sia così. Soprattutto in questa generazione è penetrata a fondo l'ideologia ultraliberista, anche perché noi abbiamo offerto loro un pessimo esempio, in questi anni non abbiamo mai davvero rappresentato un modello alternativo per questi ragazzi.
I ragazzi greci sono così diversi dai loro coetanei italiani? Non credo. Tra i nostri giovani prevale la sfiducia nella politica, la difficoltà a riconoscere i valori della condivisione pubblica, l'idea che perseguire egoisticamente il proprio benessere sia un valore positivo. E' l'ideologia ultraliberista che ha ormai inculcato nei nostri ragazzi l'idea che ognun per sé, Dio per tutti. Questo egoismo, che si trova nei giovani, ma prevale nettamente anche tra i vecchi - basta osservare i comportamenti collettivi di gran parte dei nostri contemporanei - è la destra "interiorizzata", il capitalismo che ormai ha infettato i cervelli e inaridito i cuori, che si è diffuso come un cancro. Così ad esempio la difficoltà di condurre battaglie comuni, e il parallelo tentativo di trattare ognuno il proprio particulare, è uno dei motivi che indebolisce il movimento sindacale. Spero di sbagliarmi, ma credo che il voto dei giovani greci sia la reazione rabbiosa di una generazione con le pezze al culo, e non il prodromo di una rinnovata spinta di sinistra, del diffondersi dell'idea di partecipazione solidale.
Oggi fortunatamente in Grecia Syriza è riuscita a intercettare queste pulsioni, ma in altri paesi, dove la crisi non ha toccato così ferocemente la carne viva della persone, non è la sinistra a svolgere questo ruolo, ma la destra fascista, quella che vive e si rafforza esacerbando il conflitto tra gli ultimi e i penultimi, oppure la destra qualunquista, quella che dice che tutto va male, perché sono tutti uguali. E sempre nella storia, questi movimenti hanno fiancheggiato le forze del capitale, le hanno aiutate, sono state le loro naturali alleate.
Era importante vincere e Tsipras e i compagni di Syriza hanno fatto bene a usare tutti i mezzi per sconfiggere le forze del capitale, ma quanto di quel voto è frutto di un taglio decisamente nazionalista che il governo ha dato a questa consultazione, sfruttando anche il naturale risentimento antitedesco? Probabilmente molti hanno deciso di votare no spinti più dal desiderio di vendicarsi della Germania o dall'orgoglio greco che dall'adesione a un progetto politico così radicalmente di sinistra. Così come per noi è imbarazzante la compagnia delle persone con cui ci siamo ritrovati a festeggiare per l'esito del referendum: il nostro no non è quello della Lega, della Meloni, di Brunetta o di Grillo. In Italia abbiamo rischiato di rappresentare il no quasi solo come un'opzione della destra, della destra peggiore.
Francamente ho visto un po' troppo entusiasmo intorno al risultato del voto greco. L'euforia è giustificata, perché adesso sappiamo che le forze del capitale non sono imbattibili, perché le vediamo costrette a trattare con gli "impresentabili", con quelli senza cravatta, perché probabilmente adesso dovranno accettare di rinegoziare il debito; e tutto questo sarà un'iniezione di fiducia per i compagni di Podemos, per i compagni del Sinn Fein, per i tentativi che si stanno compiendo in Europa di costruire una sinistra nuova. Tra l'altro, morto il Pse, ossia il rappresentante della cosiddetta sinistra riformista, anche il senso della dicotomia tra sinistra riformista e sinistra radicale cade. Dal momento che la sinistra riformista non esiste più - o è una caricatura, come in Italia - la sinistra radicale deve anch'essa ridefinirsi, perché non basta più dire di essere a sinistra del Pse. A sinistra di niente non c'è posto per niente.
Mi pare che in Italia in particolare ci sia la tentazione di riunire tutta la sinistra, senza aggettivi, che si dia un'eccessiva enfasi alla necessità di stare tutti insieme. Capisco che sia importante, vista anche la nostra naturale tendenza a scinderci. Ma se è vero quello che ho detto prima, credo invece che qualche aggettivo occorra usarlo, altrimenti rischiamo che l'entusiasmo che si è creato intorno al pur importantissimo risultato del referendum greco venga vanificato nel lungo periodo. Come sapete io sono particolarmente affezionato all'aggettivo socialista, perché credo che questa parola possa esprimere ancora molta della sua potenzialità, possa spiegare il conflitto che c'è nel mondo - e lo abbiamo visto agire in questi giorni - tra le forze del capitale e quelle del lavoro. Una volta la chiamavano lotta di classe, altro termine che io voglio ricominciare a usare, perché spiega che si sta da una parte o dall'altra e che queste due parti sono destinate a scontrarsi. E infatti essere socialisti significa lottare per un'uguaglianza sostanziale, che è in antitesi alla concezione prettamente individualistica oggi così in auge; essere socialisti significa credere che esistano dei beni comuni da sottrarre al mercato, che la ricchezza debba essere redistribuita, che la piena occupazione e la dignità del lavoro possano porre dei limiti all'iniziativa privata, che il welfare debba essere universalistico.
Ad esempio credo sia significativo il fatto che una delle richieste della Troika su cui si è arenata la trattativa, sia stata quella di impedire al governo Tsipras di reintrodurre la contrattazione collettiva nazionale, abolita dai precedenti governi di destra. Dal momento che questa misura non ha incidenza sul debito che la Grecia è stata costretta ad accumulare, è chiaro che l'Unione europea ha condotto tutti i negoziati in questi mesi - e li sta conducendo oggi - con uno spirito violentemente ideologico, con l'obiettivo di cancellare i diritti conquistati dai lavoratori nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. E, guardando all'Italia, è altrettanto chiaro che il tanto decantato riformismo renziano, che ha prodotto - tra le altre castronerie - il jobs act, non è altro che la mera esecuzione di ordini che vengono dalle forze del capitale; anche per questo il risultato del referendum è stato così importante.
E' stato necessario, ma non sufficiente. E' stato necessario votare no, per fermare l'attacco del capitale, per guadagnare un po' di tempo, per prendere coraggio, ma non è sufficiente per costruire una vera alternativa socialista, che prospetti un sistema radicalmente diverso dei rapporti economici e sociali. Mi pare che i compagni greci ci stiano provando. Noi purtroppo no.
In questa considerazione non voglio soffermarmi sugli aspetti più propriamente economici della crisi. Il governo greco in questi giorni è impegnato in una trattativa difficile. Le forze del capitale non si sono certo arrese e vorranno punire la Grecia per lo sgarro subito, ma credo che, alla fine e nonostante tutto, un accordo lo troveranno. Si preparano comunque giorni difficili per quel popolo, la loro lotta sarà dura e devono sentire tutta la nostra solidarietà. Non basta aver fatto il tifo la scorsa settimana, non basta aver gioito la notte del 5 luglio, dobbiamo continuare a seguire quello che avviene in Grecia, possibilmente sfuggendo alla controinformazione dei giornali e delle televisione di regime che ci raccontano una realtà distorta. E soprattutto dovremmo provare a fare come la Grecia; che è la cosa più difficile, specialmente qui in Italia.
E qui vengo al punto che mi interessa di più, ossia alle prospettive della sinistra a seguito di questo voto. E' vero che abbiamo vinto, che siamo riusciti a far passare, per la prima volta, un'opzione politica diversa rispetto all'imperante ideologia ultraliberista, che però è tutt'altro che sconfitta, anzi ha dimostrato, ancora una volta, una pervasività inquietante.
Un elemento che mi preoccupa - molto - è la sostanziale e totale adesione della maggior parte degli esponenti del Pse all'ideologia ultraliberista. In questa vicenda Jean-Claude Juncker e Martin Schulz, pur essendo i rappresentanti di due famiglie politiche formalmente contrapposte, hanno detto e fatto le stesse medesime cose. Anzi Schulz è quello dei due che ha usato i toni più minacciosi, che ha rinunciato da subito alle blandizie diplomatiche, dichiarando esplicitamente che il loro obiettivo era la caduta del governo Tsipras e la creazione di un esecutivo più malleabile, sostanzialmente prono ai voleri della Troika. In questa settimana era impossibile capire chi fosse del Ppe e chi del Pse. Rajoy e renzi sono intervenuti con la stessa virulenza contro il fronte del no, il primo comprensibilmente preoccupato per la crescita di Podemos - che certamente sarà galvanizzato da questo risultato - il secondo, che - purtroppo per noi - non ha questo pensiero, per puro servilismo; eppure Rajoy e renzi sono uno del Ppe e uno del Pse, ma sono ormai indistinguibili per scelte politiche e azione di governo.
Di fatto questo referendum ha segnato il suicidio politico dei socialisti europei, la loro resa di fronte alle forze del capitale. E anche chi - come me - in questi anni è sempre stato critico verso quel movimento e lo ha ritenuto inadeguato, non può essere contento di questa fine ingloriosa.
Pensate a quello che è successo in questi giorni: la piccola Grecia, che rappresenta il 2% del pil di tutta l'Unione europea, è riuscita a bloccare le forze del capitale, perché queste, per tracotanza, hanno costruito un sistema monetario che non prevede l'uscita dall'euro di uno dei paesi aderenti. L'uscita della Grecia dall'area euro e il conseguente ritorno alla dracma è stato il bluff usato in questi mesi dalle forze del capitale, che pure sapevano che questa opzione avrebbe causato più danni a loro che alla Grecia. La forza di Syriza è stata quella di denunciare questo bluff, di dire, come il bambino della fiaba, che il re è nudo. Pensate se questa presa di posizione fosse stata presa, mesi fa, dai paesi governati da esponenti del Pse - dalla Francia, dall'Italia, dalla Danimarca - non sarebbe servito il referendum greco, non sarebbe servito il sacrificio di quel popolo che, per difendere l'Unione, anche per noi, ha messo in pericolo i propri risparmi. Invece il Pse ha scelto il rigore, le privatizzazioni, la legislazione che limita i diritti dei lavoratori, l'aumento della tassazione indiretta e la diminuzione di quella diretta, in buona sostanza ha scelto di abbandonare a se stessi i poveri, i lavoratori, per difendere i ricchi, i privilegiati, ha deciso di allearsi con le forze del capitale, giustificando questa scelta nel nome della modernità.
Come ho scritto molte volte, di questa deriva portiamo la responsabilità tutti noi che abbiamo fatto politica in questi anni nel campo della cosiddetta sinistra riformista e fino a quando non rifletteremo, senza infingimenti, su questo nostro passato recente, che tiene avviluppato ancora tanti, non faremo passi in avanti. Il Pse è il morto che rischia di far annegare il vivo.
Poi c'è un'altra considerazione che riguarda proprio i cittadini greci. A quello che sappiamo la stragrande maggioranza dei giovani di quel paese ha votato no. Credo sia comprensibile, visto che proprio loro sono quelli che hanno subito più duramente gli effetti di questa crisi, che o non trovano lavoro - la disoccupazione giovanile supera il 60% - o, se lo trovano, è sottopagato e precario. Mi piacerebbe sperare che sia cresciuta tra quei giovani una forte consapevolezza di sinistra, ma temo non sia così. Soprattutto in questa generazione è penetrata a fondo l'ideologia ultraliberista, anche perché noi abbiamo offerto loro un pessimo esempio, in questi anni non abbiamo mai davvero rappresentato un modello alternativo per questi ragazzi.
I ragazzi greci sono così diversi dai loro coetanei italiani? Non credo. Tra i nostri giovani prevale la sfiducia nella politica, la difficoltà a riconoscere i valori della condivisione pubblica, l'idea che perseguire egoisticamente il proprio benessere sia un valore positivo. E' l'ideologia ultraliberista che ha ormai inculcato nei nostri ragazzi l'idea che ognun per sé, Dio per tutti. Questo egoismo, che si trova nei giovani, ma prevale nettamente anche tra i vecchi - basta osservare i comportamenti collettivi di gran parte dei nostri contemporanei - è la destra "interiorizzata", il capitalismo che ormai ha infettato i cervelli e inaridito i cuori, che si è diffuso come un cancro. Così ad esempio la difficoltà di condurre battaglie comuni, e il parallelo tentativo di trattare ognuno il proprio particulare, è uno dei motivi che indebolisce il movimento sindacale. Spero di sbagliarmi, ma credo che il voto dei giovani greci sia la reazione rabbiosa di una generazione con le pezze al culo, e non il prodromo di una rinnovata spinta di sinistra, del diffondersi dell'idea di partecipazione solidale.
Oggi fortunatamente in Grecia Syriza è riuscita a intercettare queste pulsioni, ma in altri paesi, dove la crisi non ha toccato così ferocemente la carne viva della persone, non è la sinistra a svolgere questo ruolo, ma la destra fascista, quella che vive e si rafforza esacerbando il conflitto tra gli ultimi e i penultimi, oppure la destra qualunquista, quella che dice che tutto va male, perché sono tutti uguali. E sempre nella storia, questi movimenti hanno fiancheggiato le forze del capitale, le hanno aiutate, sono state le loro naturali alleate.
Era importante vincere e Tsipras e i compagni di Syriza hanno fatto bene a usare tutti i mezzi per sconfiggere le forze del capitale, ma quanto di quel voto è frutto di un taglio decisamente nazionalista che il governo ha dato a questa consultazione, sfruttando anche il naturale risentimento antitedesco? Probabilmente molti hanno deciso di votare no spinti più dal desiderio di vendicarsi della Germania o dall'orgoglio greco che dall'adesione a un progetto politico così radicalmente di sinistra. Così come per noi è imbarazzante la compagnia delle persone con cui ci siamo ritrovati a festeggiare per l'esito del referendum: il nostro no non è quello della Lega, della Meloni, di Brunetta o di Grillo. In Italia abbiamo rischiato di rappresentare il no quasi solo come un'opzione della destra, della destra peggiore.
Francamente ho visto un po' troppo entusiasmo intorno al risultato del voto greco. L'euforia è giustificata, perché adesso sappiamo che le forze del capitale non sono imbattibili, perché le vediamo costrette a trattare con gli "impresentabili", con quelli senza cravatta, perché probabilmente adesso dovranno accettare di rinegoziare il debito; e tutto questo sarà un'iniezione di fiducia per i compagni di Podemos, per i compagni del Sinn Fein, per i tentativi che si stanno compiendo in Europa di costruire una sinistra nuova. Tra l'altro, morto il Pse, ossia il rappresentante della cosiddetta sinistra riformista, anche il senso della dicotomia tra sinistra riformista e sinistra radicale cade. Dal momento che la sinistra riformista non esiste più - o è una caricatura, come in Italia - la sinistra radicale deve anch'essa ridefinirsi, perché non basta più dire di essere a sinistra del Pse. A sinistra di niente non c'è posto per niente.
Mi pare che in Italia in particolare ci sia la tentazione di riunire tutta la sinistra, senza aggettivi, che si dia un'eccessiva enfasi alla necessità di stare tutti insieme. Capisco che sia importante, vista anche la nostra naturale tendenza a scinderci. Ma se è vero quello che ho detto prima, credo invece che qualche aggettivo occorra usarlo, altrimenti rischiamo che l'entusiasmo che si è creato intorno al pur importantissimo risultato del referendum greco venga vanificato nel lungo periodo. Come sapete io sono particolarmente affezionato all'aggettivo socialista, perché credo che questa parola possa esprimere ancora molta della sua potenzialità, possa spiegare il conflitto che c'è nel mondo - e lo abbiamo visto agire in questi giorni - tra le forze del capitale e quelle del lavoro. Una volta la chiamavano lotta di classe, altro termine che io voglio ricominciare a usare, perché spiega che si sta da una parte o dall'altra e che queste due parti sono destinate a scontrarsi. E infatti essere socialisti significa lottare per un'uguaglianza sostanziale, che è in antitesi alla concezione prettamente individualistica oggi così in auge; essere socialisti significa credere che esistano dei beni comuni da sottrarre al mercato, che la ricchezza debba essere redistribuita, che la piena occupazione e la dignità del lavoro possano porre dei limiti all'iniziativa privata, che il welfare debba essere universalistico.
Ad esempio credo sia significativo il fatto che una delle richieste della Troika su cui si è arenata la trattativa, sia stata quella di impedire al governo Tsipras di reintrodurre la contrattazione collettiva nazionale, abolita dai precedenti governi di destra. Dal momento che questa misura non ha incidenza sul debito che la Grecia è stata costretta ad accumulare, è chiaro che l'Unione europea ha condotto tutti i negoziati in questi mesi - e li sta conducendo oggi - con uno spirito violentemente ideologico, con l'obiettivo di cancellare i diritti conquistati dai lavoratori nei decenni successivi alla fine della seconda guerra mondiale. E, guardando all'Italia, è altrettanto chiaro che il tanto decantato riformismo renziano, che ha prodotto - tra le altre castronerie - il jobs act, non è altro che la mera esecuzione di ordini che vengono dalle forze del capitale; anche per questo il risultato del referendum è stato così importante.
E' stato necessario, ma non sufficiente. E' stato necessario votare no, per fermare l'attacco del capitale, per guadagnare un po' di tempo, per prendere coraggio, ma non è sufficiente per costruire una vera alternativa socialista, che prospetti un sistema radicalmente diverso dei rapporti economici e sociali. Mi pare che i compagni greci ci stiano provando. Noi purtroppo no.
domenica 21 giugno 2015
Verba volant (196): radice...
Radice, sost. f.
Per diversi anni abbiamo ragionato e discusso sulle radici dell'Unione europea, ci siamo divisi, anche aspramente, su cosa mettere - e non mettere - nel preambolo di una futuribile Costituzione. Evidentemente questa discussione è stata vana, visto quello che sta succedendo in queste settimane. Quelle riflessioni si sono fermate sugli scogli di Ventimiglia, davanti a un vecchio posto di confine che ormai consideravamo abbandonato, di fronte al muro alzato in una notte dal governo ungherese sul confine serbo, nel mezzanino della stazione centrale di Milano, accanto ai turisti che arrivano in città per Expo; quella Costituzione è affondata nel mare di Lampedusa.
Io, da ateo, sono convinto che in quel testo avremmo dovuto citare le radici cristiane, perché è impossibile pensare l'Europa, la sua storia, la sua cultura, la sua civiltà, senza l'apporto di quella religione, anche se le chiese - specialmente quella cattolica - nella loro secolare azione politica, hanno quasi sempre rappresentato un freno violento allo sviluppo dei diritti alla persona e della democrazia. Così come avremmo dovuto richiamare l'eredità del mondo greco e romano, quella dell'illuminismo e della Rivoluzione francese e quella, per me altrettanto importante, del socialismo, nonostante i crimini che, nel nome di queste due rivoluzioni, sono stati commessi nel nostro continente e nell'intero pianeta. L'Europa è tutto questo, è figlia di questa complessità, di questa storia, anche dei conflitti legati inevitabilmente a queste vicende. Adesso però abbiamo perso il filo di quella storia e pare addirittura che non siamo più in grado di ricucire una tela irrimediabilmente strappata.
Non sappiamo ascoltare le parole del papa che, in forza degli elementi fondanti di quella religione, della carità di cui parla con accenti così forti Paolo di Tarso, in nome di quell'esule morto crocifisso, in cui dicono che il loro dio abbia voluto incarnarsi, chiede di aprire le porte delle nostre città a questi nuovi esuli, a questi poveri cristi, a queste famiglie che cercano di mettere in salvo i loro figli dai tanti Erode che ci sono nel mondo.
Per diversi anni abbiamo ragionato e discusso sulle radici dell'Unione europea, ci siamo divisi, anche aspramente, su cosa mettere - e non mettere - nel preambolo di una futuribile Costituzione. Evidentemente questa discussione è stata vana, visto quello che sta succedendo in queste settimane. Quelle riflessioni si sono fermate sugli scogli di Ventimiglia, davanti a un vecchio posto di confine che ormai consideravamo abbandonato, di fronte al muro alzato in una notte dal governo ungherese sul confine serbo, nel mezzanino della stazione centrale di Milano, accanto ai turisti che arrivano in città per Expo; quella Costituzione è affondata nel mare di Lampedusa.
Io, da ateo, sono convinto che in quel testo avremmo dovuto citare le radici cristiane, perché è impossibile pensare l'Europa, la sua storia, la sua cultura, la sua civiltà, senza l'apporto di quella religione, anche se le chiese - specialmente quella cattolica - nella loro secolare azione politica, hanno quasi sempre rappresentato un freno violento allo sviluppo dei diritti alla persona e della democrazia. Così come avremmo dovuto richiamare l'eredità del mondo greco e romano, quella dell'illuminismo e della Rivoluzione francese e quella, per me altrettanto importante, del socialismo, nonostante i crimini che, nel nome di queste due rivoluzioni, sono stati commessi nel nostro continente e nell'intero pianeta. L'Europa è tutto questo, è figlia di questa complessità, di questa storia, anche dei conflitti legati inevitabilmente a queste vicende. Adesso però abbiamo perso il filo di quella storia e pare addirittura che non siamo più in grado di ricucire una tela irrimediabilmente strappata.
Non sappiamo ascoltare le parole del papa che, in forza degli elementi fondanti di quella religione, della carità di cui parla con accenti così forti Paolo di Tarso, in nome di quell'esule morto crocifisso, in cui dicono che il loro dio abbia voluto incarnarsi, chiede di aprire le porte delle nostre città a questi nuovi esuli, a questi poveri cristi, a queste famiglie che cercano di mettere in salvo i loro figli dai tanti Erode che ci sono nel mondo.
Non siamo più capaci di capire il significato delle storie degli antichi. L'esule era sacro per i greci. Eschilo racconta che quando le figlie di Danao, fuggendo dal loro paese per non essere costrette a sposare contro la loro volontà i figli di Egitto, raggiungono Argo, il popolo di quella città, riunito in assemblea, decide, anche se questo provocherà la guerra, di proteggere quelle vergini:
Avrete qui la vostra casa, libere,
sicure da rapina e da saccheggio:
nessuno né straniero né del luogo
vi scaccerà: se ci sarà violenza,
chi non vi porti aiuto tra questi uomini
sia esule, senza legge e senza onore.
L'ho scritto in una delle prime definizioni di questo inconsueto vocabolario: in questa tragedia si trova la prima attestazione, seppur in perifrasi, del termine democrazia. Mi sembra significativo che la prima volta che un greco usa questa parola sia proprio quando vengono sanciti, nel modo più solenne possibile, i diritti degli esuli. Quante donne, nuove Danaidi, arrivano in Europa per sfuggire un mondo che non dà loro alcun diritto, che le costringe a sposarsi bambine con uomini che non hanno scelto?
Io credo che dovremmo bandire espressioni come "guerra di civiltà", l'Europa non è in guerra con il mondo musulmano, è quello che vogliono farci credere quelli che lucrano sul conflitto. I nostri veri nemici sono quelli da cui queste donne e questi uomini fuggono. La loro fuga è il segno che non vogliono piegarsi a una visione barbara di quella religione, ma quando noi li respingiamo facciamo il gioco dei fondamentalisti, ributtiamo quelle donne e quegli uomini nelle loro braccia: è come se dicessimo a quei popoli che è meglio che diventino tutti fondamentalisti. Se l'Europa non è più capace di mostrare il lato positivo della nostra cultura, non riesce a rendere evidente che la democrazia e i diritti sono un elemento positivo e di progresso, milioni di persone si rifugeranno nella falsa sicurezza delle loro religioni, nella grettezza dei fondamentalismi. Per questo non possiamo permetterci di sostenere i fondamentalisti, in casa nostra e in casa loro.
Io credo che dovremmo bandire espressioni come "guerra di civiltà", l'Europa non è in guerra con il mondo musulmano, è quello che vogliono farci credere quelli che lucrano sul conflitto. I nostri veri nemici sono quelli da cui queste donne e questi uomini fuggono. La loro fuga è il segno che non vogliono piegarsi a una visione barbara di quella religione, ma quando noi li respingiamo facciamo il gioco dei fondamentalisti, ributtiamo quelle donne e quegli uomini nelle loro braccia: è come se dicessimo a quei popoli che è meglio che diventino tutti fondamentalisti. Se l'Europa non è più capace di mostrare il lato positivo della nostra cultura, non riesce a rendere evidente che la democrazia e i diritti sono un elemento positivo e di progresso, milioni di persone si rifugeranno nella falsa sicurezza delle loro religioni, nella grettezza dei fondamentalismi. Per questo non possiamo permetterci di sostenere i fondamentalisti, in casa nostra e in casa loro.
Non sappiamo più leggere quello che è scritto nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino. Per chi, come me, si emoziona quando ascolta la Marsigliese, vedere il governo francese che tradisce quello spirito fa particolarmente male, perché la Francia è la patria dei diritti umani. E tanti profughi vogliono andare in quel paese anche in forza di questa storia. E non è vero che accogliendo i profughi rischiamo di favorire il Front national e le altre forze nazionaliste che basano la loro propaganda su questo tema. Anzi in questi giorni i governi europei, nella loro incapacità di affrontare un arrivo tutto sommato contenuto di migranti - centomila su cinquecento milioni di cittadini dell'Unione - sono i migliori alleati di questi professionisti della paura, di questi mestatori di odio; questi tentennamenti, queste incertezze, costituiscono un vantaggio per questi partiti, permettono loro di continuare a dire che i profughi sono un pericolo. Occorre togliere loro questa arma e l'unico modo per farlo è quello di organizzare un'accoglienza ordinata e solidale.
Da socialista mi vergogno che il movimento socialista europeo sia muto di fronte a tutto questo, che non riesca a dire una parola, a spiegare che questi disgraziati fuggono l'ingiustizia, fuggono la povertà, fuggono la fame, ed è nostro compito lottare contro l'ingiustizia, contro la povertà, contro la fame. I giovani di quei paesi si affacciano alla storia e chiedono un futuro diverso, un futuro più giusto; contro queste nuove generazioni si sono armati i terroristi e i loro alleati del capitale. Per questo noi socialisti dobbiamo considerare quei popoli in fuga nostri compagni di lotta, perché combattiamo dalla stessa parte, perché combattiamo gli stessi nemici. Il socialismo è internazionalista o non è. I socialisti che un secolo fa rinunciarono a questa idea per sostenere i governi borghesi che scatenarono la guerra furono travolti; così saremo travolti noi, per non avere saputo tendere la mano a questi compagni in difficoltà, per non aver saputo capire che la loro lotta è la nostra lotta.
Da socialista mi vergogno che il movimento socialista europeo sia muto di fronte a tutto questo, che non riesca a dire una parola, a spiegare che questi disgraziati fuggono l'ingiustizia, fuggono la povertà, fuggono la fame, ed è nostro compito lottare contro l'ingiustizia, contro la povertà, contro la fame. I giovani di quei paesi si affacciano alla storia e chiedono un futuro diverso, un futuro più giusto; contro queste nuove generazioni si sono armati i terroristi e i loro alleati del capitale. Per questo noi socialisti dobbiamo considerare quei popoli in fuga nostri compagni di lotta, perché combattiamo dalla stessa parte, perché combattiamo gli stessi nemici. Il socialismo è internazionalista o non è. I socialisti che un secolo fa rinunciarono a questa idea per sostenere i governi borghesi che scatenarono la guerra furono travolti; così saremo travolti noi, per non avere saputo tendere la mano a questi compagni in difficoltà, per non aver saputo capire che la loro lotta è la nostra lotta.
Tutte le radici si sono seccate e l'albero è destinato a cadere.
mercoledì 2 aprile 2014
Considerazioni libere (388): a proposito della smania di fare (e di disfare)...
E' un errore grave - e lo commettono in tanti purtroppo - considerare Renzi come una sorta di epigono di B., ossia pensare che il renzismo sia la continuazione del berlusconismo con altri mezzi. Certamente i due personaggi hanno molti tratti in comune, ma c'è una differenza sostanziale che credo non sia stata ancora valutata in maniera sufficiente e in tutta la sua portata. Proprio questa mancanza di analisi ci ha fatto commettere degli errori su Renzi e ce ne ha fatto sottovalutare il pericolo.
Per età, per convinzione profonda e anche per opportunismo politico, B. ha sempre rivendicato di essere un esponente di destra, anzi ha voluto essere - e lo è stato per molti anni - il capo di tutta la destra italiana, dai nostalgici del fascismo agli ultraliberisti, passando per il clericalismo vandeano. La sua capacità anzi è stata proprio quella di tenere insieme cose che in natura non starebbero insieme, portandole diverse volte alla vittoria elettorale. B. in sostanza è riuscito a fare quello che alla scuola elementare ci spiegano sia impossibile: sommare le mele con le pere. L'orizzonte politico di B. era quello novecentesco della distinzione tra destra e sinistra e infatti uno degli elementi della sua retorica è sempre stato un costante, orgoglioso e mai abiurato anticomunismo, che peraltro gli è stato necessario anche per raccogliere una parte significativa dell'eredità, non solo elettorale, dei socialisti italiani, che hanno sempre avuto un forte carattere anticomunista.
Naturalmente quel concetto aveva bisogno di essere aggiornato - anche perché nel frattempo i comunisti erano spariti - e il bersaglio polemico di B. sono diventati via via gli esponenti della vecchia politica, i burocrati italiani ed europei, i salotti buoni del capitalismo, i giornali, in buona sostanza - a fasi alterne e successive - tutto l'establishment, di cui pure lui era parte e che lo sosteneva. La sua abilità è stata quella di riuscire a etichettare di volta in volta tutti questi suoi avversari come comunisti. In questo bisogna dire che lo abbiamo aiutato parecchio anche noi: in questi vent'anni, mentre perdevamo via via l'anima, ci siamo aggrappati ai peggiori figuri, dai "capitani coraggiosi" di dalemiana memoria ai tecnocrati di rito montiano, e quindi è stato facile per gli aedi del berlusconismo sia sottolineare queste nostre sempre più evidenti contraddizioni sia additare i cosiddetti "poteri forti" come succubi dei comunisti.
Come ho già avuto modo di scrivere, B. è stata la fortunata invenzione della destra per coprire il vuoto che si era creato con lo sfaldamento dei partiti, soprattutto della Democrazia cristiana, che avevano garantito la stabilità del paese dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto avevano impedito qualsiasi avanzamento delle forze progressiste. Come alla fine degli anni Sessanta decisero di usare le bombe e le stragi, così, nel passaggio storico segnato dalla caduta del Muro di Berlino, usarono B., uno strumento meno cruento, ma non meno pericoloso. Tra l'altro B. ha permesso a questo mondo oscuro di riavviare un rapporto organico con la mafia, che si era interrotto con l'uscita di scena di Andreotti.
L'ex sindaco di Firenze ora sta svolgendo sostanzialmente lo stesso compito che quelle stesse forze di conservazione avevano prima assegnato all'imprenditore lombardo e poi avevano demandato ai tecnici. Ma Monti e Letta si sono rivelati assolutamente inadeguati all'incarico a loro assegnato, almeno in una prospettiva temporale medio-lunga. Certo hanno portato a casa dei risultati importanti: l'adesione dell'Italia al fiscal compact e il commissariamento di fatto della politica economica, la distruzione del sistema previdenziale, l'avvio del processo di privatizzazioni e, dal punto di vista politico, la fine dell'esperienza storica del maggior partito di centrosinistra in Italia. Dopo aver indotto al suicidio il Pd, grazie anche alle trame di Napolitano, il compito di questi killer dell'ultraliberismo era finito: ormai il lavoro sporco era stato fatto. Adesso serviva qualcuno che portasse il paese in una stagione diversa: e Renzi è perfetto per questo ruolo.
Renzi - o chi per lui, personalmente non credo che il giovane fiorentino sia così intelligente da averci pensato da solo o da essere pienamente consapevole del suo ruolo - però ci ha messo qualcosa di più e di più grave, secondo me. Ha scardinato del tutto lo schema destra/sinistra che utilizzava B. e così ha le mani molto più libere nel trovare nemici, interni ed esterni, a cui addossare la colpa delle mancate riforme. Fausto Anderlini, in sua bella analisi, ha parlato di peronismo ed effettivamente l'esempio del dittatore sudamericano è l'unico che in qualche modo può servire a spiegare questo fenomeno. Renzi però, a differenza di Peron, non può più essere battuto in quel campo di gioco - ossia lo scontro novecentesco tra destra e sinistra - semplicemente perché lui non ci gioca più, e si è anche portato via il pallone. Adesso noi, anche solo per sperare di opporci a Renzi - non oso dire di sconfiggerlo - dobbiamo accettare le sue regole, e quindi lui ovviamente parte molto favorito.
In queste poche settimane di governo Renzi ha già potuto indicare come propri nemici - e quindi come nemici dell'Italia - la Confindustria, la Cgil, i rigoristi del fiscal compact, i "professoroni" che hanno firmato un appello contro la sua proposta di riforma costituzionale e così via; ovviamente non c'è nessuna coerenza in questo elenco, ma Renzi non insegue una coerenza, impone la propria coerenza. Da una parte c'è Renzi, ossia il nuovo, il bello e il buono che verrà, e dall'altra parte ci sono tutti gli altri, senza distinzione di ruoli e di schieramenti, ossia il vecchio, il cattivo che ci portiamo dietro dal passato. In questo modo lui ha le mani assolutamente libere e l'unico discrimine che rimane in campo è quello tra il fare - questa è la parola chiave della sua ideologia nuovista - e l'immobilismo del passato. Non importa cosa il governo stia facendo, l'importante è che stia facendo qualcosa.
Adesso è anche più chiaro perché per Renzi era così indispensabile diventare capo del governo. La sua non era e non è una battaglia politica o culturale che poteva essere combattuta dal ruolo di segretario di partito, per quanto in questo ruolo fosse legittimato da un mandato ampio. Lui doveva assolutamente entrare nella "stanza dei bottoni", come avrebbe detto Nenni; questo non l'abbiamo capito subito e lui ci ha battuto in velocità. Ora, dal governo, essendo riuscito a far prevalere questa idea distorta della politica, Renzi è diventato invincibile, perché ha la possibilità di fare e nessuno lo può giudicare per il merito delle cose che fa, ma tutti lo possono applaudire solo perché fa.
Provate a parlare con uno dei tanti sacerdoti del renzismo che popolano la rete; io per fortuna li ho praticamente cancellati tutti dalla mia lista di amici. Quando si critica il "caro leader", la prima cosa che ti dicono è che però lui sta facendo, mentre noi non abbiamo mai fatto nulla. Emblematico è il caso delle riforme istituzionali. Effettivamente sono anni che si discute della necessità di superare il bicameralismo perfetto e non si è giunti a nessuna conclusione; Renzi ha fatto approvare al suo governo un disegno di legge costituzionale in cui non solo si modifica il bicameralismo perfetto, ma si abolisce tout court il Senato. E temo ci riuscirà, perché chi avrà il coraggio di opporsi a questa legge - come ha tentato, seppur tardivamente, il presidente Grasso - finisce immediatamente nella gogna dei vecchi. Renzi ha gioco facile adesso a dire che Grasso e chi vuole difendere il Senato vuole soltato difendere i propri provilegi e un popolo, stanco dei privilegi di una classe politica autoreferenziale, accetta di buon grado l'abolizione del Senato, anzi la vive come una propria vittoria, e sente Renzi come il campione della propria vendetta. Non a caso Renzi, per giustificare questa proposta, non parla del farraginoso meccanismo di formazione delle leggi, ma la pone tutta sul piano economico: i senatori costano - e costano tanto - quindi aboliamoli. Bravo. Grazie. Il sistema della autonomie locali è complesso, i livelli di decisione sono troppi e troppo confusi. E' vero, per questo servirebbe una riflessione e una semplificazione del sistema delle autonomie, ma questa è una discussione che non ha alcun appeal. Per questo Renzi la butta sui soldi: le Province costano - e costano tanto - quindi aboliamole. Bravo. Grazie.
Persone ben più preparate dal punto di vista costituzionale di me hanno spiegato perché abolire il Senato è un pericolo molto grave: si scardina un sistema che aveva una sua coerenza, togliendo dei pezzi in maniera incoerente. L'obiettivo di Renzi - naturalmente uso sempre il nome del presidente del Consiglio per semplicità, ma voglio sempre indicare chi sta dietro di lui, i poteri che lo sostengono e lo dirigono - è proprio quello di limitare la democrazia nel nostro paese, perché meno democrazia significa anche minori diritti sociali e maggiore diseguaglianza economica. Chi sta dietro a Renzi e al suo infelice partito ha questo scopo; credo sarebbe ora che lo capissero anche gli amici della sinistra che si ostinano a far loro da stampella, che credono ancora che ci sia qualcosa di riformabile in quel partito; penso ad esempio ai compagni di Sel che si dedicano a questo obiettivo con una perseveranza che sarebbe encomiabile, se non fosse ormai indice di ottusità. Il Pd dei renziani - e dei servi sciocchi che fanno la minoranza - non è riformabile e quindi è sbagliato, secondo me, continuare a tentare un'alleanza con loro.
Francamente non so se la lista Tsipras avrà un risultato incoraggiante e soprattutto non so se, da lì - nonostante i rancori, i sospetti, le divisioni - potrà nascere qualcosa di diverso, qualcosa che almeno ci permetta di resistere, di riordinare le fila, qualcosa che ci dia il tempo di pensare. Agire in fretta in questa fase ci potrebbe far commettere degli errori esiziali. Ricordate i vecchi film western? Attaccati dagli indiani, i pionieri mettevano i carri in circolo e cercavano di resistere, in attesa del provvidenziale arrivo del settimo cavalleggeri. Ora, noi dobbiamo mettere i carri in circolo e provare a resistere, anche se sappiamo che non verrà nessuno a trarci d'impaccio; anzi, i cavalleggeri, quando arriveranno, cominceranno a spararci addosso anche loro.
Per età, per convinzione profonda e anche per opportunismo politico, B. ha sempre rivendicato di essere un esponente di destra, anzi ha voluto essere - e lo è stato per molti anni - il capo di tutta la destra italiana, dai nostalgici del fascismo agli ultraliberisti, passando per il clericalismo vandeano. La sua capacità anzi è stata proprio quella di tenere insieme cose che in natura non starebbero insieme, portandole diverse volte alla vittoria elettorale. B. in sostanza è riuscito a fare quello che alla scuola elementare ci spiegano sia impossibile: sommare le mele con le pere. L'orizzonte politico di B. era quello novecentesco della distinzione tra destra e sinistra e infatti uno degli elementi della sua retorica è sempre stato un costante, orgoglioso e mai abiurato anticomunismo, che peraltro gli è stato necessario anche per raccogliere una parte significativa dell'eredità, non solo elettorale, dei socialisti italiani, che hanno sempre avuto un forte carattere anticomunista.
Naturalmente quel concetto aveva bisogno di essere aggiornato - anche perché nel frattempo i comunisti erano spariti - e il bersaglio polemico di B. sono diventati via via gli esponenti della vecchia politica, i burocrati italiani ed europei, i salotti buoni del capitalismo, i giornali, in buona sostanza - a fasi alterne e successive - tutto l'establishment, di cui pure lui era parte e che lo sosteneva. La sua abilità è stata quella di riuscire a etichettare di volta in volta tutti questi suoi avversari come comunisti. In questo bisogna dire che lo abbiamo aiutato parecchio anche noi: in questi vent'anni, mentre perdevamo via via l'anima, ci siamo aggrappati ai peggiori figuri, dai "capitani coraggiosi" di dalemiana memoria ai tecnocrati di rito montiano, e quindi è stato facile per gli aedi del berlusconismo sia sottolineare queste nostre sempre più evidenti contraddizioni sia additare i cosiddetti "poteri forti" come succubi dei comunisti.
Come ho già avuto modo di scrivere, B. è stata la fortunata invenzione della destra per coprire il vuoto che si era creato con lo sfaldamento dei partiti, soprattutto della Democrazia cristiana, che avevano garantito la stabilità del paese dalla fine della seconda guerra mondiale e soprattutto avevano impedito qualsiasi avanzamento delle forze progressiste. Come alla fine degli anni Sessanta decisero di usare le bombe e le stragi, così, nel passaggio storico segnato dalla caduta del Muro di Berlino, usarono B., uno strumento meno cruento, ma non meno pericoloso. Tra l'altro B. ha permesso a questo mondo oscuro di riavviare un rapporto organico con la mafia, che si era interrotto con l'uscita di scena di Andreotti.
L'ex sindaco di Firenze ora sta svolgendo sostanzialmente lo stesso compito che quelle stesse forze di conservazione avevano prima assegnato all'imprenditore lombardo e poi avevano demandato ai tecnici. Ma Monti e Letta si sono rivelati assolutamente inadeguati all'incarico a loro assegnato, almeno in una prospettiva temporale medio-lunga. Certo hanno portato a casa dei risultati importanti: l'adesione dell'Italia al fiscal compact e il commissariamento di fatto della politica economica, la distruzione del sistema previdenziale, l'avvio del processo di privatizzazioni e, dal punto di vista politico, la fine dell'esperienza storica del maggior partito di centrosinistra in Italia. Dopo aver indotto al suicidio il Pd, grazie anche alle trame di Napolitano, il compito di questi killer dell'ultraliberismo era finito: ormai il lavoro sporco era stato fatto. Adesso serviva qualcuno che portasse il paese in una stagione diversa: e Renzi è perfetto per questo ruolo.
Renzi - o chi per lui, personalmente non credo che il giovane fiorentino sia così intelligente da averci pensato da solo o da essere pienamente consapevole del suo ruolo - però ci ha messo qualcosa di più e di più grave, secondo me. Ha scardinato del tutto lo schema destra/sinistra che utilizzava B. e così ha le mani molto più libere nel trovare nemici, interni ed esterni, a cui addossare la colpa delle mancate riforme. Fausto Anderlini, in sua bella analisi, ha parlato di peronismo ed effettivamente l'esempio del dittatore sudamericano è l'unico che in qualche modo può servire a spiegare questo fenomeno. Renzi però, a differenza di Peron, non può più essere battuto in quel campo di gioco - ossia lo scontro novecentesco tra destra e sinistra - semplicemente perché lui non ci gioca più, e si è anche portato via il pallone. Adesso noi, anche solo per sperare di opporci a Renzi - non oso dire di sconfiggerlo - dobbiamo accettare le sue regole, e quindi lui ovviamente parte molto favorito.
In queste poche settimane di governo Renzi ha già potuto indicare come propri nemici - e quindi come nemici dell'Italia - la Confindustria, la Cgil, i rigoristi del fiscal compact, i "professoroni" che hanno firmato un appello contro la sua proposta di riforma costituzionale e così via; ovviamente non c'è nessuna coerenza in questo elenco, ma Renzi non insegue una coerenza, impone la propria coerenza. Da una parte c'è Renzi, ossia il nuovo, il bello e il buono che verrà, e dall'altra parte ci sono tutti gli altri, senza distinzione di ruoli e di schieramenti, ossia il vecchio, il cattivo che ci portiamo dietro dal passato. In questo modo lui ha le mani assolutamente libere e l'unico discrimine che rimane in campo è quello tra il fare - questa è la parola chiave della sua ideologia nuovista - e l'immobilismo del passato. Non importa cosa il governo stia facendo, l'importante è che stia facendo qualcosa.
Adesso è anche più chiaro perché per Renzi era così indispensabile diventare capo del governo. La sua non era e non è una battaglia politica o culturale che poteva essere combattuta dal ruolo di segretario di partito, per quanto in questo ruolo fosse legittimato da un mandato ampio. Lui doveva assolutamente entrare nella "stanza dei bottoni", come avrebbe detto Nenni; questo non l'abbiamo capito subito e lui ci ha battuto in velocità. Ora, dal governo, essendo riuscito a far prevalere questa idea distorta della politica, Renzi è diventato invincibile, perché ha la possibilità di fare e nessuno lo può giudicare per il merito delle cose che fa, ma tutti lo possono applaudire solo perché fa.
Provate a parlare con uno dei tanti sacerdoti del renzismo che popolano la rete; io per fortuna li ho praticamente cancellati tutti dalla mia lista di amici. Quando si critica il "caro leader", la prima cosa che ti dicono è che però lui sta facendo, mentre noi non abbiamo mai fatto nulla. Emblematico è il caso delle riforme istituzionali. Effettivamente sono anni che si discute della necessità di superare il bicameralismo perfetto e non si è giunti a nessuna conclusione; Renzi ha fatto approvare al suo governo un disegno di legge costituzionale in cui non solo si modifica il bicameralismo perfetto, ma si abolisce tout court il Senato. E temo ci riuscirà, perché chi avrà il coraggio di opporsi a questa legge - come ha tentato, seppur tardivamente, il presidente Grasso - finisce immediatamente nella gogna dei vecchi. Renzi ha gioco facile adesso a dire che Grasso e chi vuole difendere il Senato vuole soltato difendere i propri provilegi e un popolo, stanco dei privilegi di una classe politica autoreferenziale, accetta di buon grado l'abolizione del Senato, anzi la vive come una propria vittoria, e sente Renzi come il campione della propria vendetta. Non a caso Renzi, per giustificare questa proposta, non parla del farraginoso meccanismo di formazione delle leggi, ma la pone tutta sul piano economico: i senatori costano - e costano tanto - quindi aboliamoli. Bravo. Grazie. Il sistema della autonomie locali è complesso, i livelli di decisione sono troppi e troppo confusi. E' vero, per questo servirebbe una riflessione e una semplificazione del sistema delle autonomie, ma questa è una discussione che non ha alcun appeal. Per questo Renzi la butta sui soldi: le Province costano - e costano tanto - quindi aboliamole. Bravo. Grazie.
Persone ben più preparate dal punto di vista costituzionale di me hanno spiegato perché abolire il Senato è un pericolo molto grave: si scardina un sistema che aveva una sua coerenza, togliendo dei pezzi in maniera incoerente. L'obiettivo di Renzi - naturalmente uso sempre il nome del presidente del Consiglio per semplicità, ma voglio sempre indicare chi sta dietro di lui, i poteri che lo sostengono e lo dirigono - è proprio quello di limitare la democrazia nel nostro paese, perché meno democrazia significa anche minori diritti sociali e maggiore diseguaglianza economica. Chi sta dietro a Renzi e al suo infelice partito ha questo scopo; credo sarebbe ora che lo capissero anche gli amici della sinistra che si ostinano a far loro da stampella, che credono ancora che ci sia qualcosa di riformabile in quel partito; penso ad esempio ai compagni di Sel che si dedicano a questo obiettivo con una perseveranza che sarebbe encomiabile, se non fosse ormai indice di ottusità. Il Pd dei renziani - e dei servi sciocchi che fanno la minoranza - non è riformabile e quindi è sbagliato, secondo me, continuare a tentare un'alleanza con loro.
Francamente non so se la lista Tsipras avrà un risultato incoraggiante e soprattutto non so se, da lì - nonostante i rancori, i sospetti, le divisioni - potrà nascere qualcosa di diverso, qualcosa che almeno ci permetta di resistere, di riordinare le fila, qualcosa che ci dia il tempo di pensare. Agire in fretta in questa fase ci potrebbe far commettere degli errori esiziali. Ricordate i vecchi film western? Attaccati dagli indiani, i pionieri mettevano i carri in circolo e cercavano di resistere, in attesa del provvidenziale arrivo del settimo cavalleggeri. Ora, noi dobbiamo mettere i carri in circolo e provare a resistere, anche se sappiamo che non verrà nessuno a trarci d'impaccio; anzi, i cavalleggeri, quando arriveranno, cominceranno a spararci addosso anche loro.
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