Effettivamente è piuttosto facile sfottere Matteo Renzi - io lo faccio quasi tutti i giorni - basta aspettare qualche minuto e immancabilmente lui spara una stupidata, che qualcuno si incarica di amplificare e di diffondere.
Visto che io cerco di esercitare la memoria, mi rendo conto che la cosa comincia a essere preoccupante. Anche qualcun altro, tra i più vecchi di voi, probabilmente si ricorda che all'inizio con B. facevamo nello stesso modo: lo prendevamo in giro per come parlava, per gli errori, per le gaffes; lo abbiamo considerato un fenomeno naïf, una macchietta, alla stregua del cumenda sbruffone e ignorante dei film dei Vanzina. Nonostante tutto, dopo vent'anni - un tempo interminabile in politica - B., per quanto rimanga un personaggio improbabile, incomprensibile all'estero, è ancora lì, a condizionare la vita politica e istituzionale italiana. B. si presentava come l'homo novus e ha da subito scavalcato le istituzioni per rivolgersi direttamente ai cittadini, istituendo un rapporto tra lui e il "suo" popolo, senza intermediazioni di sorta, né istituzionali né di partito.
Il discorso con cui Renzi ha chiesto la fiducia al senato, al di là delle cose che ha detto, davvero poche - ma non è questo il punto - ha segnato un nuovo strappo istituzionale, forse ancora più grave, per quanto fatto con simpatia e con il sorriso sulle labbra. Renzi non solo ha parlato direttamente ai telespettatori, ma ha continuamente messo dei paletti, segnato delle distanze: da una parte lui e il "suo" popolo e dall'altra i senatori.
"Ve lo dico con franchezza, fin dall'inizio: vorrei essere l’ultimo presidente del Consiglio a chiedere la fiducia in quest'aula."; già questo esordio avrebbe dovuto farci capire che non sarebbe stato un discorso rituale. E poi, sempre rivolto ai senatori, ma con l'occhio alla telecamera: "Ci avete mai parlato con gli insegnanti? E con i padri, non voglio dire i babbi, che vanno a scuola a prendere i figli?", lasciando intendere che loro non ci hanno mai parlato, mentre lui lo fa tutti i giorni. E qui ha certamente segnato un punto, perché gran parte dei senatori non hanno davvero nessuna idea di come vivono le persone normali; non so se Renzi l'abbia davvero, comunque il messaggio è partito ed arrivato. Renzi, senza ipocrisie, ha lisciato il pelo all'antipolitica, ponendosi come l'alfiere dei cittadini contro il palazzo. "L’altro giorno parlavo con un mio amico che ha perso il lavoro. So che a voi non importa niente, ma a me sì.", è stata un'altra delle sue efficaci bordate contro la casta. Fino alla provocazione finale: "Dicevano che al Senato non vi divertivate. Invece vi vedo sereni. Vi garantisco che vi divertirete sempre di più. Ma mentre qualcuno si divertiva, dal 2008 il pil di questo Paese ha perso otto punti percentuali.".
Fa il simpatico Renzi, tiene le mani in tasca, ha l'aria sempre un po' scanzonata, ma una durezza simile contro le istituzioni, in un discorso di insediamento - il momento in cui il governo chiede la fiducia - non l'ha mai mostrata neppure B., che invece in queste occasioni cercava sempre di apparire uno statista, un politico tra i politici, per poi inveire, appena uscito dall'aula, contro il "teatrino della politica". Renzi le cose le ha dette in faccia, da subito ha voluto marcare la differenza, non ha blandito i senatori, li ha minacciati, ha usato il popolo televisivo contro di loro.
I vent'anni di B. evidentemente non sono passati invano. Renzi non ha più bisogno del partito, che ha sostituito con le primarie, in un rapporto diretto tra leader e militanti, che esclude qualsiasi forma di gruppo dirigente. E non a caso, alcuni giorni fa, Nardella, suo plenipotenziario a Firenze, ha lanciato l'idea che il Pd potrebbe cambiare nome e diventare semplicemente Democratici; del partito deve sparire anche il nome, e il ricordo. E non ha più bisogno del parlamento, e infatti propone una riforma costituzionale che elimina del tutto una delle due camere e una riforma elettorale ipermaggioritaria, per favorire la nascita di due "cose", una a destra e una a sinistra (si fa per dire), fortemente condizionate dai loro leader. Nella riforma di Renzi e Berlusconi il leader del partito che vince sarà il capo del governo e sceglierà i propri deputati dell'unica camera.
Ci riuscirà? Nel Pd c'è riuscito, visto che perfino la minoranza ha ormai legittimato l'uso delle primarie, suicidandosi. E potrebbe riuscire anche a fare la riforma costituzionale, perché i partiti sono ormai debolissimi, sono gusci vuoti. L'unico partito che ha provato a resistere più degli altri, tra mille contraddizioni, è stato proprio il Pd; Bersani nella prima intervista dopo la malattia ha rilanciato il ruolo del partito, ma è parso ormai il lamento di un vecchio sconfitto - per quanto con onore - dalla politica e dalla vita. A questo punto, dal momento che al giovane rottamatore è riuscita la scalata del Pd, anche quel flebilissimo baluardo è caduto: il Pd è diventato un partito personale, esattamente come gli altri.
Ed è altrettanto debole il parlamento, che si è affidato a Renzi, per la paura di un populismo incontrollabile, e che adesso si è scoperto inerme di fronte a queste provocazioni che pure vengono dalle sue fila. Per questo motivo io credo sia cominciato in questi giorni un ciclo molto lungo, anche al di là dei meriti di Renzi, che forse non sono molti - anche se non penso sia una "mezzasega" come dice Mauro Zani - ma soprattutto grazie alla debolezza e all'inanità dei suoi avversari. Di Zani invece, vi invito a leggere un lungo articolo, quasi un breve saggio, su Renzi, scritto alla fine di gennaio, che è illuminante per capire a che punto siamo arrivati.
Il problema è che, arrivati a questo punto, non c'è più freno a questa degenerazione leaderistica della politica, dal momento che anche il rappresentante del populismo peggiore è un leader che gioca tutte le sue forze nel rapporto diretto tra sé e il suo pubblico, virtuale e no, e non lascia alcun spazio alla crescita di altri nel movimento; se non sei come Grillo, se non la pensi come Grillo, se non urli come Grillo, sei espulso, senza tanti complimenti. Le prossime elezioni non saranno uno scontro tra partiti, tra coalizioni, ma ci sarà concesso di scegliere tra tre persone. E Renzi ha la possibilità di vincere - e bene - la partita, indipendentemente da quello che farà in questi anni di governo, che non sarà moltissimo, visto che lui è quello che è e vista anche la pochezza delle persone che compongono la sua squadra.
Come detto, siamo arrivati a Renzi per una somma di debolezze, ma anche per un disegno preciso. Chi mi legge con una qualche regolarità sa che giudizio io abbia sulla storia recente del nostro paese. Ci sono state delle forze - non mi piace molto l'espressione "poteri forti", anche se probabilmente rende bene - che in una prima fase hanno usato B. e il suo populismo arruffone ed eversivo per mantenere e consolidare il proprio potere. Chi faccia parte di questi poteri è ormai abbastanza chiaro: speculatori, nazionali e internazionali, banchieri, grandi burocrati, uomini che hanno costruito una rete occulta, che purtroppo nel nostro paese non è esente da contatti con la criminalità organizzata; sono le autorità finanziarie internazionali, quelle che hanno strangolato la Grecia e che adesso la stanno svendendo, pezzo a pezzo, a chi ha i soldi per comprarla (la comprano e la vendono tra di loro, alla faccia del libero mercato).
Quando B. è diventato incontrollabile, lo hanno scaricato e, con la determinante complicità di Napolitano, hanno fatto nascere il governo Monti che ha fatto - anche con i voti del Pd - una parte sostanziale del lavoro "sporco": l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, l'adozione del fiscal compact, il taglio delle pensioni, l'inizio dello smantellamento del welfare ancora rimasto. Letta doveva continuare su quella strada e lo ha fatto con impegno, anche se forse non con il necessario appeal mediatico. L'unico a immaginare una strada diversa è stato Bersani, anche se non ha avuto il coraggio sufficiente per andare fino in fondo e denunciare le trame del Quirinale; Napolitano infatti gli ha impedito di presentarsi in parlamento, per evitare il rischio che nascesse un governo "sgradito" ai poteri da cui il vecchio è ormai dipende. Oggi l'ex-segretario del Pd riconosce che "un governo come quello di
Letta io non ho voluto farlo"; mi spiace, caro Pier Luigi, ma adesso è troppo tardi.
Renzi continua sulla strada già tracciata, godendo di una simpatia e di un credito tra i cittadini, che né Monti né Letta hanno mai potuto raggiungere. Continuerà le "riforme" imposte dalla Bce, aggiungendo qualche centesimo di carità e una pacca sulla spalla ai povericristi che lascerà lungo la sua strada riformatrice. Concentrazione della ricchezza nelle mani di pochissimi e riduzione delle prerogative democratiche, come sappiamo, sono due cose che vanno di pari passo e abbiamo già visto come il nostro buon Matteo stia lavorando per ridurre la democrazia nel nostro paese: le sue scelte di politica economica andranno giocoforza nella stessa direzione, anche perché Draghi ha messo il fido Padoan a controllare i conti. Adesso finiranno il lavoro sulle pensioni, sui licenziamenti, sulla svendita del patrimonio pubblico.
Renzi è un'arma pericolosa nella mani di chi è intenzionato ad usarlo e lo useranno, anche più violentemente di quanto abbiano usato B.. Ed è per questo che io sono convinto che, al di là del folklore del personaggio, durerà.
Temo moriremo prima noi.
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta economia. Mostra tutti i post
mercoledì 26 febbraio 2014
giovedì 26 settembre 2013
Considerazioni libere (379): a proposito di modelli e di ricette...
In queste settimane Rai5 ha programmato un breve documentario della Bbc intitolato Food trail; se vi capita guardatelo. Sono quattro puntate di circa un'ora nelle quali un giovane agricoltore inglese, Jimmy Doherty, si interroga su come sia possibile dare da mangiare agli uomini del nostro pianeta, il cui numero è destinato a crescere, utilizzando un bene - il terreno agricolo - che tende invece a contrarsi. Doherty è un piccolo produttore che fa agricoltura sostenibile, ma in questo viaggio incontra soprattutto i grandi produttori di cibo. Jimmy non si fa troppe domande, non affronta in maniera sistematica temi come il land grabbing, o il consumo di enormi quantità di acqua o gli effetti dell'abuso dei pesticidi: sono tutti temi che rimangono sullo sfondo. Eppure credo che questo documentario sia utile per farsi un'idea di quello che succede nel mondo, su un tema centrale per lo sviluppo e per il futuro dell'umanità. Probabilmente sono cose che già sappiamo - a me è capitato di parlarne diverse volte in questo blog -, ma vederle sullo schermo fa un certo effetto: le immagini dell'esercito di quaranta enormi mietitrebbie che raccolgono il grano o delle batterie in cui sono allevati migliaia e migliaia di maiali nelle grandi fattorie degli Stati Uniti servono a farci riflettere. Non c'è più nulla di naturale in questa forma di agricoltura e di allevamento; così come è innaturale utilizzare enormi estensioni di terra africana e una quantità incredibile d'acqua per produrre in Kenya i fiori che vengono venduti sui mercati olandesi. C'è qualcosa in questa forma di sviluppo che evidentemente non funziona, anche quando porta vantaggi economici, che peraltro sono distribuiti in maniera molto diseguale. Comunque, anche se la ricchezza fosse più equamente ripartita, ci sarebbe qualcosa di malato in questo modo di produrre. Sono sempre più convinto che occorra partire da qui per far rinascere una speranza di cambiamento.
Negli ultimi trent'anni la globalizzazione si è sviluppata, seguendo due assi: il primo orizzontale, attraverso l'unificazione dei mercati; il secondo verticale, riunendo sotto il controllo del capitale finanziario e di pochissime persone la grande maggioranza delle attività economiche e produttive. Del primo effetto si è parlato molto, anche con toni enfatici e inutilmente ottimistici, sul secondo si è spesso sorvolato. Comunque l'effetto combinato di questi due fenomeni ha portato a quello che vediamo oggi: la concentrazione di un enorme potere economico in pochi grandissimi gruppi sovranazionali, che sono di fatto extra leges, la crescita delle diseguaglianze economiche all'interno di ogni singolo paese, la crisi ambientale che ha ormai toccato ogni parte del pianeta. Indipendentemente dalla crisi di questi ultimi anni - che comunque è un aspetto inevitabile di questi processi - l'umanità è destinata a soccombere, continuando a perseguire questo sistema di crescita senza regole. I teorici del finanzcapitalismo - la bella definizione è di Luciano Gallino - continuano a dirci che questo è il migliore dei mondi possibili, senza rendersi - e renderci - conto che ci stanno conducendo, a folle velocità, verso il baratro. Purtroppo il problema non è solo quello di sottrarre il volante a questi piloti sconsiderati, la soluzione non è quella di ridurre la velocità, ma è quella di cambiare radicalmente la direzione dell'auto. E su questo non c'è accordo, perché chi critica gli eccessi del finanzcapitalismo, non riesce a uscire dalle categorie che questo ha imposto.
Per passare alle vicende che ci toccano più da vicino e di cui tutti i giorni parliamo, più o meno coscientemente, è significativo vedere quali sono le diverse proposte per uscire dalla crisi. I teorici del liberismo sfrenato, quelli che siedono nei luoghi dove si decide davvero, ossia nelle istituzioni finanziarie internazionali, e soprattutto i grandi capitalisti, spiegano che l'unico modo per uscire dalla crisi è continuare a fare le stesse cose che ci hanno portato alla crisi; anzi, più velocemente e con maggiore determinazione. Le privatizzazioni sono state dannose? Bisogna privatizzare di più. Le liberalizzazioni hanno aumentato la povertà? Bisogna liberalizzare di più. So che qualcuno ritiene che il modo migliore per far passare la sbornia sia bere ancora; confesso che qualche volta - quando ero molto più giovane - mi è capitato di ubriacarmi e sinceramente ho usato altri metodi per farmela passare. Quello che succede in queste settimane in Grecia è l'esempio migliore di questo atteggiamento: i tecnici della troika stanno applicando a quel paese una cura da cavallo, che è destinata ad abbatterlo, utilizzando tutti quegli strumenti che sono stati gli elementi scatenanti della crisi. E la stessa cosa è già successa in decine di paesi, dall'Africa all'America centrale, con le conseguenze che sappiamo.
In Europa sta andando così e purtroppo le recenti elezioni in Germania lo hanno ulteriormente dimostrato. Merkel, con questa ultima, trionfante, vittoria, è riuscita ad assumere, ancora di più, la guida politica di un'Europa, che si costruisce intorno al compromesso tra i grandi gruppi economici e al loro dogma ultraliberista. La sconfitta del Spd è il frutto, scontato, della imbarazzante subalternità di questo partito, che ha votato praticamente tutte le leggi proposte dalla Cancelliera. E il fatto che anche lì nascerà un governo di "larghe intese", a trazione ultraliberista - come quello italiano - è la prova dell'inutilità dei partiti del centrosinistra tradizionale.
Naturalmente non ci sono solo gli ultraliberisti sfrenati, benché siano questi adesso a dettar legge. In Italia ad esempio sono loro al governo, attraverso i burattini che hanno messo al Quirinale e a palazzo Chigi. Purtroppo neppure i cosiddetti neokeynesiani hanno la forza teorica per uscire da questi rigidi paradigmi. I più radicali tra di loro chiedono al massimo un allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica dalla Bce, propongono di spostare un po' di risorse tra le voci di bilancio esistenti, magari un po' meno soldi per le armi e le grandi opere e un po' di più al welfare. Ma nessuno di loro mette in discussione questo sistema, nato dalla decisione, sostanzialmente anticostituzionale, di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e di accettare il fiscal compact. Per l'Italia questa scellerata decisione comporta il pagamento degli interessi sul debito per 80-90 miliardi di euro all'anno e, dal 2014, di un'ulteriore rata di 45-50 miliardi all'anno. E il problema - come ripeto spesso - non è purtroppo solo italiano; anzi. Obama, al di là di qualche generico impegno per incentivare la green economy, mai comunque veramente declinata in temi concreti, non ha ancora proposto nulla per uscire dalla crisi globale di questo modello di sviluppo. E dubito che lo farà.
In Italia, dove gli sciocchi sempre abbondano, si fanno proposte divertenti, fingendosi rivoluzionari. C'è chi propone di uscire dall'euro, sperando che la svalutazione della nuova lira possa far recuperare alle nostre aziende competitività sui mercati internazionali. E' una stupidata, infatti le pochissime aziende veramente in grado di competere hanno continuato a esportare, senza bisogno di questa misura; e inoltre il nostro problema è il crollo del mercato interno, perché sono calati in maniera drastica e drammatica i redditi da lavoro, oltre agli altri problemi endemici dell'economia italiana, a partire dal peso della criminalità organizzata. A proposito, in questi giorni il commesso viaggiatore di palazzo Chigi è andato negli Stati Uniti per invitare gli imprenditori di quel paese a investire in Italia: e non gli è venuto in mente che forse per imprenditori seri è un problema investire in un paese in cui le mafie controllano tanta parte del sistema produttivo? Non è un caso che la lotta alle mafie sia passata in secondo piano, visto che al governo c'è un partito che dalla mafia è ampiamente votato e quel partito è arrivato perfino a esprimere il ministro, siciliano, degli interni. Infine ci sono altri "spiriti allegri" che propongono di tornare al protezionismo. In genere chi pratica il protezionismo deve essere anche pronto a sostenerne le conseguenze, visto che gli altri paesi risponderanno alla stessa maniera: per un paese come il nostro, che dipende da molte importazioni irrinunciabili, sarebbe un disastro.
Se queste ricette non funzionano, bisogna evidentemente trovarne altre, partendo dall'assunto con cui avevo cominciato questa "considerazione". Questo modello di sviluppo che mette al centro unicamente la crescita non è più in grado di reggere, perché è il mondo in cui viviamo che non è più in grado di reggerlo. Non è solo una questione etica - come ci ricorda con parole profonde il papa - e questo ci dovrebbe bastare per decidere di cambiare un sistema che è causa di miseria per la maggioranza delle persone che vivono nel nostro pianeta, ma è una questione di sopravvivenza, per tutti.
In Italia, come è ormai evidente perfino a qualcuno degli elettori-complici del centrodestra, c'è una crisi profonda, a cui la politica non sa dare risposta. Gli unici investimenti pubblici - che pure sarebbero auspicabili - sono indirizzati alle grandi opere, ossia nell'ennesimo attacco all'ambiente, con ricadute minime sull'occupazione e il rischio altissimo di infiltrazioni criminali. Il tessuto produttivo esporta prevalentemente beni strumentali e di lusso, mentre quelli che gli economisti chiamano beni-salario - ossia alimentari, abbigliamento, apparecchi elettrici, automobili di bassa gamma - vengono prodotti all'estero o da aziende straniere o da aziende italiane che hanno delocalizzato. Per questo perseverare diabolicamente su questa strada - anche in un'impostazione compassionevole, come quella proposta da una parte del centrosinistra - non risolve il problema dell'altissimo tasso di disoccupazione e di scarsissima domanda interna. Uscendo da questi paradigmi, ormai consumati, programmi di riconversione produttiva, politiche di sostegno all'occupazione, tutela dei redditi da lavoro, salvaguardia del welfare, investimenti nell'educazione e nella ricerca non sono possibili senza ricorrere alla spesa pubblica; questo è un punto evidente, ma questi investimenti non possono più essere governati a livello centrale, altrimenti il rischio è quello di cadere nella logica del Tav. Questi investimenti devono essere governati a livello locale, con reale e radicale coinvolgimento delle popolazioni, attraverso innovativi strumenti di democrazia partecipata. Non è un caso che invece il finanzcapitalismo delegittimi ogni forma di democrazia, a partire dalle istanze locali; in Italia significativamente la prima vittima sacrificale della crisi è stato proprio il sistema delle autonomie locali, attraverso l'imposizione del patto di stiabilità interno, che ha di fatto "chiuso" i Comuni.
Ma ovviamente non è soltanto una questione di metodo, ma è fondamentale il merito delle questioni. Il potere finanziario che ha ormai assunto il controllo delle decisioni politiche ed economiche non accetta altri paradigmi, se non quello della crescita continua, che si misura su un dato strettamente quantitativo. E' la logica dei grandi agricoltori descritti dal documentario della Bbc: produrre sempre di più, con sempre maggiori guadagni. E rinunciano perfino ad ascoltare altre proposte, che pure ci sono, si rifiutano di utilizzare risorse intellettuali che su questi temi hanno fatto proposte, i saperi diffusi, le buone pratiche. Paradossalmente è proprio l'impossibilità di andare avanti in questa direzione a suggerire la possibile l'alternativa, l'unica possibile. Dal momento che questa crescita distrugge l'ambiente, bisogna pensare a uno sviluppo che faccia l'opposto, e quindi partire proprio da questo valore. Le proposte ci sono e anche i nomi per raccontarle: alcuni la chiamano decrescita, altri conversione ecologica, altri ancora economia dei beni comuni; in fondo si gira sempre attorno allo stesso tema, ossia alla necessità di tenere insieme equa redistribuzione delle risorse e salvaguardia dell'equilibrio ambientale, perché non può esistere l'una senza l'altra. Accettando questa idea, si potrebbe perfino cominciare a cambiare.
Negli ultimi trent'anni la globalizzazione si è sviluppata, seguendo due assi: il primo orizzontale, attraverso l'unificazione dei mercati; il secondo verticale, riunendo sotto il controllo del capitale finanziario e di pochissime persone la grande maggioranza delle attività economiche e produttive. Del primo effetto si è parlato molto, anche con toni enfatici e inutilmente ottimistici, sul secondo si è spesso sorvolato. Comunque l'effetto combinato di questi due fenomeni ha portato a quello che vediamo oggi: la concentrazione di un enorme potere economico in pochi grandissimi gruppi sovranazionali, che sono di fatto extra leges, la crescita delle diseguaglianze economiche all'interno di ogni singolo paese, la crisi ambientale che ha ormai toccato ogni parte del pianeta. Indipendentemente dalla crisi di questi ultimi anni - che comunque è un aspetto inevitabile di questi processi - l'umanità è destinata a soccombere, continuando a perseguire questo sistema di crescita senza regole. I teorici del finanzcapitalismo - la bella definizione è di Luciano Gallino - continuano a dirci che questo è il migliore dei mondi possibili, senza rendersi - e renderci - conto che ci stanno conducendo, a folle velocità, verso il baratro. Purtroppo il problema non è solo quello di sottrarre il volante a questi piloti sconsiderati, la soluzione non è quella di ridurre la velocità, ma è quella di cambiare radicalmente la direzione dell'auto. E su questo non c'è accordo, perché chi critica gli eccessi del finanzcapitalismo, non riesce a uscire dalle categorie che questo ha imposto.
Per passare alle vicende che ci toccano più da vicino e di cui tutti i giorni parliamo, più o meno coscientemente, è significativo vedere quali sono le diverse proposte per uscire dalla crisi. I teorici del liberismo sfrenato, quelli che siedono nei luoghi dove si decide davvero, ossia nelle istituzioni finanziarie internazionali, e soprattutto i grandi capitalisti, spiegano che l'unico modo per uscire dalla crisi è continuare a fare le stesse cose che ci hanno portato alla crisi; anzi, più velocemente e con maggiore determinazione. Le privatizzazioni sono state dannose? Bisogna privatizzare di più. Le liberalizzazioni hanno aumentato la povertà? Bisogna liberalizzare di più. So che qualcuno ritiene che il modo migliore per far passare la sbornia sia bere ancora; confesso che qualche volta - quando ero molto più giovane - mi è capitato di ubriacarmi e sinceramente ho usato altri metodi per farmela passare. Quello che succede in queste settimane in Grecia è l'esempio migliore di questo atteggiamento: i tecnici della troika stanno applicando a quel paese una cura da cavallo, che è destinata ad abbatterlo, utilizzando tutti quegli strumenti che sono stati gli elementi scatenanti della crisi. E la stessa cosa è già successa in decine di paesi, dall'Africa all'America centrale, con le conseguenze che sappiamo.
In Europa sta andando così e purtroppo le recenti elezioni in Germania lo hanno ulteriormente dimostrato. Merkel, con questa ultima, trionfante, vittoria, è riuscita ad assumere, ancora di più, la guida politica di un'Europa, che si costruisce intorno al compromesso tra i grandi gruppi economici e al loro dogma ultraliberista. La sconfitta del Spd è il frutto, scontato, della imbarazzante subalternità di questo partito, che ha votato praticamente tutte le leggi proposte dalla Cancelliera. E il fatto che anche lì nascerà un governo di "larghe intese", a trazione ultraliberista - come quello italiano - è la prova dell'inutilità dei partiti del centrosinistra tradizionale.
Naturalmente non ci sono solo gli ultraliberisti sfrenati, benché siano questi adesso a dettar legge. In Italia ad esempio sono loro al governo, attraverso i burattini che hanno messo al Quirinale e a palazzo Chigi. Purtroppo neppure i cosiddetti neokeynesiani hanno la forza teorica per uscire da questi rigidi paradigmi. I più radicali tra di loro chiedono al massimo un allentamento dei vincoli imposti alla spesa pubblica dalla Bce, propongono di spostare un po' di risorse tra le voci di bilancio esistenti, magari un po' meno soldi per le armi e le grandi opere e un po' di più al welfare. Ma nessuno di loro mette in discussione questo sistema, nato dalla decisione, sostanzialmente anticostituzionale, di mettere il pareggio di bilancio in Costituzione e di accettare il fiscal compact. Per l'Italia questa scellerata decisione comporta il pagamento degli interessi sul debito per 80-90 miliardi di euro all'anno e, dal 2014, di un'ulteriore rata di 45-50 miliardi all'anno. E il problema - come ripeto spesso - non è purtroppo solo italiano; anzi. Obama, al di là di qualche generico impegno per incentivare la green economy, mai comunque veramente declinata in temi concreti, non ha ancora proposto nulla per uscire dalla crisi globale di questo modello di sviluppo. E dubito che lo farà.
In Italia, dove gli sciocchi sempre abbondano, si fanno proposte divertenti, fingendosi rivoluzionari. C'è chi propone di uscire dall'euro, sperando che la svalutazione della nuova lira possa far recuperare alle nostre aziende competitività sui mercati internazionali. E' una stupidata, infatti le pochissime aziende veramente in grado di competere hanno continuato a esportare, senza bisogno di questa misura; e inoltre il nostro problema è il crollo del mercato interno, perché sono calati in maniera drastica e drammatica i redditi da lavoro, oltre agli altri problemi endemici dell'economia italiana, a partire dal peso della criminalità organizzata. A proposito, in questi giorni il commesso viaggiatore di palazzo Chigi è andato negli Stati Uniti per invitare gli imprenditori di quel paese a investire in Italia: e non gli è venuto in mente che forse per imprenditori seri è un problema investire in un paese in cui le mafie controllano tanta parte del sistema produttivo? Non è un caso che la lotta alle mafie sia passata in secondo piano, visto che al governo c'è un partito che dalla mafia è ampiamente votato e quel partito è arrivato perfino a esprimere il ministro, siciliano, degli interni. Infine ci sono altri "spiriti allegri" che propongono di tornare al protezionismo. In genere chi pratica il protezionismo deve essere anche pronto a sostenerne le conseguenze, visto che gli altri paesi risponderanno alla stessa maniera: per un paese come il nostro, che dipende da molte importazioni irrinunciabili, sarebbe un disastro.
Se queste ricette non funzionano, bisogna evidentemente trovarne altre, partendo dall'assunto con cui avevo cominciato questa "considerazione". Questo modello di sviluppo che mette al centro unicamente la crescita non è più in grado di reggere, perché è il mondo in cui viviamo che non è più in grado di reggerlo. Non è solo una questione etica - come ci ricorda con parole profonde il papa - e questo ci dovrebbe bastare per decidere di cambiare un sistema che è causa di miseria per la maggioranza delle persone che vivono nel nostro pianeta, ma è una questione di sopravvivenza, per tutti.
In Italia, come è ormai evidente perfino a qualcuno degli elettori-complici del centrodestra, c'è una crisi profonda, a cui la politica non sa dare risposta. Gli unici investimenti pubblici - che pure sarebbero auspicabili - sono indirizzati alle grandi opere, ossia nell'ennesimo attacco all'ambiente, con ricadute minime sull'occupazione e il rischio altissimo di infiltrazioni criminali. Il tessuto produttivo esporta prevalentemente beni strumentali e di lusso, mentre quelli che gli economisti chiamano beni-salario - ossia alimentari, abbigliamento, apparecchi elettrici, automobili di bassa gamma - vengono prodotti all'estero o da aziende straniere o da aziende italiane che hanno delocalizzato. Per questo perseverare diabolicamente su questa strada - anche in un'impostazione compassionevole, come quella proposta da una parte del centrosinistra - non risolve il problema dell'altissimo tasso di disoccupazione e di scarsissima domanda interna. Uscendo da questi paradigmi, ormai consumati, programmi di riconversione produttiva, politiche di sostegno all'occupazione, tutela dei redditi da lavoro, salvaguardia del welfare, investimenti nell'educazione e nella ricerca non sono possibili senza ricorrere alla spesa pubblica; questo è un punto evidente, ma questi investimenti non possono più essere governati a livello centrale, altrimenti il rischio è quello di cadere nella logica del Tav. Questi investimenti devono essere governati a livello locale, con reale e radicale coinvolgimento delle popolazioni, attraverso innovativi strumenti di democrazia partecipata. Non è un caso che invece il finanzcapitalismo delegittimi ogni forma di democrazia, a partire dalle istanze locali; in Italia significativamente la prima vittima sacrificale della crisi è stato proprio il sistema delle autonomie locali, attraverso l'imposizione del patto di stiabilità interno, che ha di fatto "chiuso" i Comuni.
Ma ovviamente non è soltanto una questione di metodo, ma è fondamentale il merito delle questioni. Il potere finanziario che ha ormai assunto il controllo delle decisioni politiche ed economiche non accetta altri paradigmi, se non quello della crescita continua, che si misura su un dato strettamente quantitativo. E' la logica dei grandi agricoltori descritti dal documentario della Bbc: produrre sempre di più, con sempre maggiori guadagni. E rinunciano perfino ad ascoltare altre proposte, che pure ci sono, si rifiutano di utilizzare risorse intellettuali che su questi temi hanno fatto proposte, i saperi diffusi, le buone pratiche. Paradossalmente è proprio l'impossibilità di andare avanti in questa direzione a suggerire la possibile l'alternativa, l'unica possibile. Dal momento che questa crescita distrugge l'ambiente, bisogna pensare a uno sviluppo che faccia l'opposto, e quindi partire proprio da questo valore. Le proposte ci sono e anche i nomi per raccontarle: alcuni la chiamano decrescita, altri conversione ecologica, altri ancora economia dei beni comuni; in fondo si gira sempre attorno allo stesso tema, ossia alla necessità di tenere insieme equa redistribuzione delle risorse e salvaguardia dell'equilibrio ambientale, perché non può esistere l'una senza l'altra. Accettando questa idea, si potrebbe perfino cominciare a cambiare.
venerdì 26 luglio 2013
Considerazioni libere (373): a proposito di scandalo kazako...
Giustamente in questi giorni la nostra attenzione è stata rivolta alla maniera vergognosa e indegna in cui il sedicente governo italiano ha gestito, su ordine di quello kazako, l'arresto e l'espulsione della moglie e della figlia di un esponente dell'opposizione di quella apparentemente lontana repubblica asiatica, nata dalle ceneri dell'Unione sovietica. Non torno sull'argomento, su cui ho già avuto occasione di fare qualche breve commento su facebook: i penosi farfugliamenti del ministro dell'interno, l'imbarazzato silenzio del ministro degli esteri - solitamente loquace quando c'è da difendere i diritti delle donne - la difesa di entrambi da parte dell'anziano caudillo del Quirinale, nel nome della "sacra" governabilità, bastano da soli a commentare questo triste episodio della nostra storia recente, che - sappiamo bene - non sarà l'ultimo. Sottolineo un'interessante lettura "femminista" del caso fatta oggi da Ida Dominijanni, nell'editoriale di Internazionale; ne riporto un breve passo.
Le cose infatti bisogna cominciare a chiamarle con il loro nome: il Kazakistan è una dittatura. Punto. Nursultan Nazarbayev guida, con modi decisamente autoritari, quel paese, fin dalla sua indipendenza, nell'ottobre del 1990, come prima lo governava, con toni ugualmente autoritari, come segretario del Partito e quindi rappresentante del regime comunista: di fatto per il popolo kazako l'89 è passato invano. Nel 1994, quando, a seguito di forti contestazioni delle opposizioni, la Corte costituzionale decise di invalidare le elezioni nelle quali aveva vinto, grazie a dei brogli, il partito del presidente, Nazarbayev sciolse il parlamento e si attribuì per decreto il potere legislativo; la successiva "nuova" costituzione ampliò i già ampi poteri del presidente e un referendum ha prorogato il mandato presidenziale fino al 2022; considerato che il presidente è nato nel 1940, il "nuovo" mandato è quasi a vita, anche se Napolitano insegna che è proprio superati gli ottant'anni che si comincia ad assaporare la gioia del potere, facendo di tutto - lecito ed illecito - per rimanerci.
La fortuna di Nazarbayev, oltre alla longevità e alla buona salute, è la ricchezza petrolifera del suo paese. Il petrolio ha reso Nazarbayev un interlocutore affidabile per tutte le cancellerie europee, in particolare per i governi di centrosinistra. L'ex presidente del consiglio italiano Prodi, l'ex cancelliere austriaco Gusenbauer, l'ex presidente polacco Kwaśniewski fanno tutti parte di un comitato, l'International advisory board, istituito da Nazarbayev; Tony Blair è consulente del presidente kazako, un incarico che gli richiede un certo impegno, visto che riceve, secondo quanto riferito dalla stampa britannica, 9 milioni di euro all'anno. I buoni rapporti che Nazarbayev intrattiene con tutte queste persone altolocate ha permesso all'Europa, vincendo la concorrenza russa e cinese, di poter sfruttare il giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli ultimi dieci anni, con un potenziale enorme, ancora da quantificare esattamente. E la "nostra" Eni in questo affare fa la parte del leone, dal momento che guida il consorzio incaricato dell'esplorazione e dello sfruttamento. Nell'ottobre del 2007 il presidente del consiglio e il ministro per il commercio con l'estero italiani, allora rispettivamente Prodi e Bonino - vedi le coincidenze a volte - hanno guidato una delegazione di duecento imprenditori italiani con l'obiettivo di rendere sempre più stretti i rapporti tra i due paesi. Italia, Kazakistan; una faccia, una razza. Di cosa sia la faccia è facile indovinare.
Il giacimento di Kashagan si trova vicino al delta del fiume Ural, la frontiera geografica tra Europa e Asia; si tratta di un'isola, nella parte settentrionale del Mar Caspio: il petrolio si trova nel mare là sotto. I rischi ambientali e sociali legati a questo progetto sono altissimi, come da anni cercano di far sapere associazioni internazionali e, naturalmente inascoltati, alcuni cittadini di quel territorio. Attualmente non ci sono tecnologie abbastanza avanzate per garantire la sostenibilità dell'estrazione del petrolio, in particolare nella parte collegata alle emissioni di solfati; il problema non è solo un'ipotesi di scuola, ma una realtà già presente in quel territorio, perché da dieci anni è in funzione, a circa duecento chilometri da lì, sempre in territorio kazako, il giacimento di Tengiz, con danni molto gravi per la salute di quella popolazione. A Tengiz ci fu un primo incidente già nel luglio del 1985: morì un operaio e centinaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case, dal momento che il pozzo continuò a bruciare per oltre un anno. A causa delle esalazioni di zolfo nel corso degli anni alcuni paesi sono stati sfollati nella periferia di Atyrau, la città più vicina a Kashagan; secondo i medici locali c'è il rischio che questa stessa città, che è diventata una "capitale del petrolio", debba essere evacuata, quando cominceranno le estrazioni nel grande giacimento marino. Atyrau, fino ad ora una remota città sul Caspio, in pochi anni ha decuplicato la popolazione e ha un collegamento aereo giornaliero con Amsterdam. Dal momento che ci vivono molti uomini d'affari e molti tecnici occidentali dipendenti delle compagnie petrolifere, il costo della vita è salito alle stelle, senza naturalmente che ciò abbia avuto un beneficio sulla popolazione locale, i cui salari non sono stati adeguati. Il 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, senza accesso ai servizi di base e nella maggior parte dei casi senza energia per cucinare e riscaldarsi: nella capitale del petrolio i poveri continuano a usare il carbone.
Nazarbayev riesce comunque a tenere sotto controllo la situazione. Nel 2010 i lavoratori della KazMunaiGas e della Ersai Caspian Contractor, una società di cui è proprietaria anche Eni, nella città di Zhanaozen hanno scioperato per sei mesi, per chiedere aumenti salariali e per denunciare le loro pessime condizioni di lavoro; in vista delle elezioni del gennaio 2011 la reazione della polizia ha stroncato queste proteste. Ci sono stati dieci morti durante gli scontri tra la polizia e i lavoratori del petrolio in sciopero. Come credo sia evidente anche da queste note - che ho raccolto velocemente in rete e che potete controllare - lo scandalo legato alla vicenda di Ablyazov, personaggio per cui non ho nessuna simpatia e che probabilmente sarebbe perfino peggiore e più corrotto di chi vuol sostituire - ne abbiamo viste di situazioni come queste purtroppo, in particolare in quei paesi - impallidisce di fronte a queste vicende. I governi occidentali sanno benissimo che in Kazakistan il settore petrolifero è considerato una questione di priorità nazionale e che quindi le libertà di stampa e di espressione in merito alle questioni legate al petrolio sono nulle. Lo "scandalo kazako" non riguarda la storia di queste due donne, a cui comunque deve andare la nostra solidarietà - quantomeno per essere incappate nella nostra polizia, a cui fa ancora difetto un'acquisita e autentica sensibilità democratica, nonostante la buona volontà di tanti agenti e di tanti dirigenti, spesso donne, che ci lavorano - ma riguarda la confusione tra la politica estera italiana e gli interessi - legittimi, ma privati - di un'azienda come Eni, una multinazionale come le altre, forse peggiore delle altre, perché abituata a "lavorare" in Italia. Alla politica estera - ripassi un po' signora Bonino - dovrebbero interessare i vincoli internazionali nel rispetto dei diritti umani, nella cooperazione allo sviluppo e nella protezione dell'ambiente, cose di cui non c'è traccia nei rapporti tra Italia e Kazakistan. Figuratevi quindi se le autorità kazake si fanno problema di dettar legge nel nostro ministero dell'interno: sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e lo sanno benissimo. Noi, come al solito, ci siamo arresi, in nome della governabilità o degli interessi nazionali o di chissà cos'altro.
L'Italia ha di fatto consentito l'espulsione di una donna in quanto moglie, dando per scontato, in barba alla titolarità individuale dei diritti fondamentali, che il destino di Alma Shalabayeva si giocasse di riflesso a quello del marito.Per amore di sintesi i mezzi di informazione hanno cominciato a parlare di "scandalo kazako"; per una volta concordo sull'uso di questo termine, ma non sono affatto d'accordo sull'oggetto. Il vero scandalo non si è consumato qualche settimana fa tra una villetta di Casal Palocco, le segrete stanze dell'ambasciata kazaka e gli uffici di anonimi e incompetenti passacarte della burocrazia italiana; il vero "scandalo kazako" si consuma da anni, perché è da molto tempo che il nostro paese considera quella dittatura asiatica come un partner privilegiato, dal punto di vista politico ed economico.
Le cose infatti bisogna cominciare a chiamarle con il loro nome: il Kazakistan è una dittatura. Punto. Nursultan Nazarbayev guida, con modi decisamente autoritari, quel paese, fin dalla sua indipendenza, nell'ottobre del 1990, come prima lo governava, con toni ugualmente autoritari, come segretario del Partito e quindi rappresentante del regime comunista: di fatto per il popolo kazako l'89 è passato invano. Nel 1994, quando, a seguito di forti contestazioni delle opposizioni, la Corte costituzionale decise di invalidare le elezioni nelle quali aveva vinto, grazie a dei brogli, il partito del presidente, Nazarbayev sciolse il parlamento e si attribuì per decreto il potere legislativo; la successiva "nuova" costituzione ampliò i già ampi poteri del presidente e un referendum ha prorogato il mandato presidenziale fino al 2022; considerato che il presidente è nato nel 1940, il "nuovo" mandato è quasi a vita, anche se Napolitano insegna che è proprio superati gli ottant'anni che si comincia ad assaporare la gioia del potere, facendo di tutto - lecito ed illecito - per rimanerci.
La fortuna di Nazarbayev, oltre alla longevità e alla buona salute, è la ricchezza petrolifera del suo paese. Il petrolio ha reso Nazarbayev un interlocutore affidabile per tutte le cancellerie europee, in particolare per i governi di centrosinistra. L'ex presidente del consiglio italiano Prodi, l'ex cancelliere austriaco Gusenbauer, l'ex presidente polacco Kwaśniewski fanno tutti parte di un comitato, l'International advisory board, istituito da Nazarbayev; Tony Blair è consulente del presidente kazako, un incarico che gli richiede un certo impegno, visto che riceve, secondo quanto riferito dalla stampa britannica, 9 milioni di euro all'anno. I buoni rapporti che Nazarbayev intrattiene con tutte queste persone altolocate ha permesso all'Europa, vincendo la concorrenza russa e cinese, di poter sfruttare il giacimento di Kashagan, il più grande scoperto negli ultimi dieci anni, con un potenziale enorme, ancora da quantificare esattamente. E la "nostra" Eni in questo affare fa la parte del leone, dal momento che guida il consorzio incaricato dell'esplorazione e dello sfruttamento. Nell'ottobre del 2007 il presidente del consiglio e il ministro per il commercio con l'estero italiani, allora rispettivamente Prodi e Bonino - vedi le coincidenze a volte - hanno guidato una delegazione di duecento imprenditori italiani con l'obiettivo di rendere sempre più stretti i rapporti tra i due paesi. Italia, Kazakistan; una faccia, una razza. Di cosa sia la faccia è facile indovinare.
Il giacimento di Kashagan si trova vicino al delta del fiume Ural, la frontiera geografica tra Europa e Asia; si tratta di un'isola, nella parte settentrionale del Mar Caspio: il petrolio si trova nel mare là sotto. I rischi ambientali e sociali legati a questo progetto sono altissimi, come da anni cercano di far sapere associazioni internazionali e, naturalmente inascoltati, alcuni cittadini di quel territorio. Attualmente non ci sono tecnologie abbastanza avanzate per garantire la sostenibilità dell'estrazione del petrolio, in particolare nella parte collegata alle emissioni di solfati; il problema non è solo un'ipotesi di scuola, ma una realtà già presente in quel territorio, perché da dieci anni è in funzione, a circa duecento chilometri da lì, sempre in territorio kazako, il giacimento di Tengiz, con danni molto gravi per la salute di quella popolazione. A Tengiz ci fu un primo incidente già nel luglio del 1985: morì un operaio e centinaia di persone furono costrette a lasciare le proprie case, dal momento che il pozzo continuò a bruciare per oltre un anno. A causa delle esalazioni di zolfo nel corso degli anni alcuni paesi sono stati sfollati nella periferia di Atyrau, la città più vicina a Kashagan; secondo i medici locali c'è il rischio che questa stessa città, che è diventata una "capitale del petrolio", debba essere evacuata, quando cominceranno le estrazioni nel grande giacimento marino. Atyrau, fino ad ora una remota città sul Caspio, in pochi anni ha decuplicato la popolazione e ha un collegamento aereo giornaliero con Amsterdam. Dal momento che ci vivono molti uomini d'affari e molti tecnici occidentali dipendenti delle compagnie petrolifere, il costo della vita è salito alle stelle, senza naturalmente che ciò abbia avuto un beneficio sulla popolazione locale, i cui salari non sono stati adeguati. Il 90% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, senza accesso ai servizi di base e nella maggior parte dei casi senza energia per cucinare e riscaldarsi: nella capitale del petrolio i poveri continuano a usare il carbone.
Nazarbayev riesce comunque a tenere sotto controllo la situazione. Nel 2010 i lavoratori della KazMunaiGas e della Ersai Caspian Contractor, una società di cui è proprietaria anche Eni, nella città di Zhanaozen hanno scioperato per sei mesi, per chiedere aumenti salariali e per denunciare le loro pessime condizioni di lavoro; in vista delle elezioni del gennaio 2011 la reazione della polizia ha stroncato queste proteste. Ci sono stati dieci morti durante gli scontri tra la polizia e i lavoratori del petrolio in sciopero. Come credo sia evidente anche da queste note - che ho raccolto velocemente in rete e che potete controllare - lo scandalo legato alla vicenda di Ablyazov, personaggio per cui non ho nessuna simpatia e che probabilmente sarebbe perfino peggiore e più corrotto di chi vuol sostituire - ne abbiamo viste di situazioni come queste purtroppo, in particolare in quei paesi - impallidisce di fronte a queste vicende. I governi occidentali sanno benissimo che in Kazakistan il settore petrolifero è considerato una questione di priorità nazionale e che quindi le libertà di stampa e di espressione in merito alle questioni legate al petrolio sono nulle. Lo "scandalo kazako" non riguarda la storia di queste due donne, a cui comunque deve andare la nostra solidarietà - quantomeno per essere incappate nella nostra polizia, a cui fa ancora difetto un'acquisita e autentica sensibilità democratica, nonostante la buona volontà di tanti agenti e di tanti dirigenti, spesso donne, che ci lavorano - ma riguarda la confusione tra la politica estera italiana e gli interessi - legittimi, ma privati - di un'azienda come Eni, una multinazionale come le altre, forse peggiore delle altre, perché abituata a "lavorare" in Italia. Alla politica estera - ripassi un po' signora Bonino - dovrebbero interessare i vincoli internazionali nel rispetto dei diritti umani, nella cooperazione allo sviluppo e nella protezione dell'ambiente, cose di cui non c'è traccia nei rapporti tra Italia e Kazakistan. Figuratevi quindi se le autorità kazake si fanno problema di dettar legge nel nostro ministero dell'interno: sono loro che hanno il coltello dalla parte del manico e lo sanno benissimo. Noi, come al solito, ci siamo arresi, in nome della governabilità o degli interessi nazionali o di chissà cos'altro.
venerdì 28 giugno 2013
Considerazioni libere (370): a proposito di miliardi che mancano...
A leggere le cronache di questi giorni pare che le sorti nostre e del nostro paese dipendano da due semplici voci di bilancio: l'Imu sulla prima casa e l'aumento di un punto di Iva. Secondo quelli che di mestiere fanno i conti ciascuno di questi due punti equivarrebbe a circa 4 miliardi di euro. Quindi, ammesso che i loro conti siano esatti - e non diventino marchesi nei meandri del bilancio dello stato - con soli 8 miliardi si aggiusterebbe tutto: niente aumento dell'Iva, niente Imu sulla prima casa e finalmente i ristoranti ritornerebbero pieni, come quando c'era lui. Forse questi benedetti 8 miliardi sono importanti per la vita del secondo governo Napolitano, ma visto che a me di questo governo e della sua durata non importa nulla - anzi, prima si chiude questa farsa, meglio è per tutti - credo sarebbe meglio dare un'occhiata ai numeri "veri", ossia a quelli che incidono davvero sulle nostre vite e che sono, purtroppo, un po' più alti di queste mance. Mentre siamo tutti qui a discutere di questi 8 miliardi, mi pare che nessuno voglia ricordare che ogni anno il nostro stato deve riuscire a pagare 80-90 miliardi di interessi a coloro che - e sono in genere banche e istituti finanziari - detengono il nostro debito pubblico. Dall'anno prossimo - e per vent'anni - a questi 80-90 miliardi ne dovremo aggiungere, ogni anno, altri 45-50, per riportare, appunto in vent'anni, il debito pubblico al 60% del pil. Questa autentica mannaia è stata approvata dal parlamento delle larghe intese - in sordina e praticamente senza dibattito - durante i mesi del primo governo Napolitano, ed è stata chiamata con un eufemismo - naturalmente in inglese, perché fa più tecnico - fiscal compact. Si tratta della "tempesta perfetta": a causa della crisi - che ogni anno sarà più grave, proprio a causa di questi provvedimenti - il pil è destinato a calare e quindi il debito a crescere, per cui l'obiettivo di riportare il debito al 60% del pil si allontanerà, anno dopo anno. E' quello che sta succedendo in Grecia e che succederà tra pochissimo anche in Italia, "commissariata" di fatto dalle stesse autorità finanziarie internazionali che agiscono nel paese ellenico.
Siamo destinati a morire di questa cura? A questo punto mi pare di sì; anche perché nell'ex-Pd ha definitivamente vinto la componente non di sinistra - su cui ha ormai messo cappello il "blairiano" Renzi - e perché l'eversore di destra, che tendenzialmente sarebbe contrario all'operazione, è ostaggio dei propri problemi giudiziari e quindi entrambi i partiti sono succubi della minoritaria componente di Napolitano, che, pur avendo sonoramente perso le elezioni, continua a tenere banco. Gli "europei", per essere certi che né l'eversore né un'improbabile rediviva sinistra di governo decidano di cambiare le carte in tavola, hanno poi stravolto - con un vero e proprio colpo di mano - la Costituzione, introducendo l'obbligo del pareggio di bilancio. A questo punto per trovare, ogni anno, i 125-140 miliardi di euro necessari per pagare il nostro debito sarà necessario da un lato introdurre nuove tasse, magari indirette - come l'Iva - che colpiscono tutti allo stesso modo (o il malefico aumento della marca da bollo, che costringe noi poveri ufficiali d'anagrafe a taglieggiare i cittadini, pretendendo 16 euro per un misero foglio di carta), e facendone pagare sempre di più a chi già le paga, e dall'altro lato tagliare senza pietà sulla spesa pubblica, ossia sanità e pensioni, scuola e ricerca, salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico. Come accadeva a Cirene, prima che arrivasse san Giorgio, il drago ha sempre bisogno di sacrifici umani, perché - come ci dicono i nostri governanti - a questo "non c'è alternativa". E ormai ci siamo abituati a questo ritornello e pensiamo davvero che l'alternativa non sia possibile. Magari qualcuno spera che arriverà un altro san Giorgio, ma nell'attesa qualcosa dovremmo pur tentare, almeno dicendo, tutte le volte che ne avremo la possibilità - e saranno sempre meno - che non siamo d'accordo e che non lo stanno facendo in nostro nome. Corriamo il rischio di assuefarci a un meccanismo economico che contemporaneamente distrugge senza tregua il tessuto produttivo e mina le istituzioni democratiche. Guardate quello che sta succedendo: da un lato chiudono le imprese, si perdono posti di lavoro, le persone che sanno e che sanno fare vanno in altri paesi, e dall'altro lato diminuisce il ruolo del parlamento, vengono di fatto chiusi i comuni, si ascoltano sempre meno gli elettori, che a loro volta, tendono a disertare le urne. E' una spirale a cui dobbiamo opporci, trovando il modo di fare "resistenza".
Di fronte a una situazione del genere però bisogna pensare a interventi radicali, il maquillage non può più bastare. Ci sono cose che andrebbero fatte, e subito. Va bene rinunciare all'acquisto degli F-35; naturalmente questo significa ripensare completamente alla nostra politica estera e alle missioni militari, perché - come si dice nelle nostre campagne - non si può andare a messa e stare a casa. Va bene rinunciare alle grandi opere, dai sogni irrealizzabili - per i quali però abbiamo già speso troppi soldi - come il ponte sullo stretto ai progetti realizzabili, ma inutili, come la Tav. Va bene tagliare le centomila pensioni oltre i 90mila euro: vorrebbe dire risparmiare 13 miliardi all'anno, basterebbero ampiamente per Imu e Iva. Va bene recuperare davvero l'evasione fiscale. Guido Viale ha calcolato che l'attuale debito pubblico "è meno della somma dell'evasione fiscale e degli interessi sul debito degli ultimi 20-25 anni: e in gran parte, probabilmente, i beneficiari sono gli stessi". Questo è il programma, già scritto, di un futuribile governo dell'alternativa, di un governo davvero di sinistra.
Siamo al punto però che neppure questo programma può essere sufficiente. Bisogna ristrutturare il debito, ossia decidere - insieme a tutti gli altri paesi che sono nella nostra stessa situazione - che questo debito non può essere pagato, nei tempi e nelle forme imposte dalla autorità internazionali. Quindi o paghiamo meno interessi e in più tempo oppure falliamo e non paghiamo nulla. E, insieme alla ristrutturazione del debito, occorre una riconversione che metta al centro l'obiettivo della sostenibilità. Cito ancora una volta Guido Viale:
Siamo destinati a morire di questa cura? A questo punto mi pare di sì; anche perché nell'ex-Pd ha definitivamente vinto la componente non di sinistra - su cui ha ormai messo cappello il "blairiano" Renzi - e perché l'eversore di destra, che tendenzialmente sarebbe contrario all'operazione, è ostaggio dei propri problemi giudiziari e quindi entrambi i partiti sono succubi della minoritaria componente di Napolitano, che, pur avendo sonoramente perso le elezioni, continua a tenere banco. Gli "europei", per essere certi che né l'eversore né un'improbabile rediviva sinistra di governo decidano di cambiare le carte in tavola, hanno poi stravolto - con un vero e proprio colpo di mano - la Costituzione, introducendo l'obbligo del pareggio di bilancio. A questo punto per trovare, ogni anno, i 125-140 miliardi di euro necessari per pagare il nostro debito sarà necessario da un lato introdurre nuove tasse, magari indirette - come l'Iva - che colpiscono tutti allo stesso modo (o il malefico aumento della marca da bollo, che costringe noi poveri ufficiali d'anagrafe a taglieggiare i cittadini, pretendendo 16 euro per un misero foglio di carta), e facendone pagare sempre di più a chi già le paga, e dall'altro lato tagliare senza pietà sulla spesa pubblica, ossia sanità e pensioni, scuola e ricerca, salvaguardia del territorio e del patrimonio artistico. Come accadeva a Cirene, prima che arrivasse san Giorgio, il drago ha sempre bisogno di sacrifici umani, perché - come ci dicono i nostri governanti - a questo "non c'è alternativa". E ormai ci siamo abituati a questo ritornello e pensiamo davvero che l'alternativa non sia possibile. Magari qualcuno spera che arriverà un altro san Giorgio, ma nell'attesa qualcosa dovremmo pur tentare, almeno dicendo, tutte le volte che ne avremo la possibilità - e saranno sempre meno - che non siamo d'accordo e che non lo stanno facendo in nostro nome. Corriamo il rischio di assuefarci a un meccanismo economico che contemporaneamente distrugge senza tregua il tessuto produttivo e mina le istituzioni democratiche. Guardate quello che sta succedendo: da un lato chiudono le imprese, si perdono posti di lavoro, le persone che sanno e che sanno fare vanno in altri paesi, e dall'altro lato diminuisce il ruolo del parlamento, vengono di fatto chiusi i comuni, si ascoltano sempre meno gli elettori, che a loro volta, tendono a disertare le urne. E' una spirale a cui dobbiamo opporci, trovando il modo di fare "resistenza".
Di fronte a una situazione del genere però bisogna pensare a interventi radicali, il maquillage non può più bastare. Ci sono cose che andrebbero fatte, e subito. Va bene rinunciare all'acquisto degli F-35; naturalmente questo significa ripensare completamente alla nostra politica estera e alle missioni militari, perché - come si dice nelle nostre campagne - non si può andare a messa e stare a casa. Va bene rinunciare alle grandi opere, dai sogni irrealizzabili - per i quali però abbiamo già speso troppi soldi - come il ponte sullo stretto ai progetti realizzabili, ma inutili, come la Tav. Va bene tagliare le centomila pensioni oltre i 90mila euro: vorrebbe dire risparmiare 13 miliardi all'anno, basterebbero ampiamente per Imu e Iva. Va bene recuperare davvero l'evasione fiscale. Guido Viale ha calcolato che l'attuale debito pubblico "è meno della somma dell'evasione fiscale e degli interessi sul debito degli ultimi 20-25 anni: e in gran parte, probabilmente, i beneficiari sono gli stessi". Questo è il programma, già scritto, di un futuribile governo dell'alternativa, di un governo davvero di sinistra.
Siamo al punto però che neppure questo programma può essere sufficiente. Bisogna ristrutturare il debito, ossia decidere - insieme a tutti gli altri paesi che sono nella nostra stessa situazione - che questo debito non può essere pagato, nei tempi e nelle forme imposte dalla autorità internazionali. Quindi o paghiamo meno interessi e in più tempo oppure falliamo e non paghiamo nulla. E, insieme alla ristrutturazione del debito, occorre una riconversione che metta al centro l'obiettivo della sostenibilità. Cito ancora una volta Guido Viale:
Tutto ciò richiede produzioni e consumi ecologici e processi che esigono decentramento e ridimensionamento degli impianti, la loro differenziazione in base alle caratteristiche del territorio, la partecipazione ai processi decisionali di maestranze, cittadinanza attiva e governi locali e, soprattutto, riterritorializzazione (cioè rilocalizzazioni): attraverso accordi diretti tra produttori e consumatori o utilizzatori che non annullano certo le funzioni del mercato, ma che le regolano e lo sottraggono, senza cadere nel protezionismo, a quella competitività selvaggia e globalizzata che è solo una corsa verso il sempre peggio.E' una strada possibile, difficile, ma che potrebbe portarci fuori dalla catastrofe: l'unico modo per uccidere alla fine il drago.
lunedì 10 giugno 2013
Considerazioni libere (367): a proposito della riduzione dell'orario di lavoro...
Non so voi, ma io ho l'impressione che Keynes sia molto più citato - non so quanto a proposito - che effettivamente conosciuto: da alcuni è sventolato come una bandiera e da altri rifiutato, come un uomo di un passato ormai superato e da non rimpiangere. Personalmente non ho particolari competenze in campo economico - anzi per me è una disciplina decisamente oscura - e vorrei saperne e capirne di più, visto il ruolo che l'economia gioca ormai nelle nostre vite. Provando a cercare in rete i testi più noti dell'economista di Cambridge ho trovato alcuni estratti di un suo articolo intitolato Prospettive economiche per i nostri nipoti, che è la trascrizione di una conferenza tenuta a Madrid nel 1930. Ecco un passaggio su cui mi sembra utile riflettere.
Nella sua lunga e gloriosa storia il movimento operaio europeo ha lottato in maniera costante per la riduzione dell'orario di lavoro. Nelle rivoluzioni europee del 1848, ad esempio in Gran Bretagna e in Francia, l'obiettivo era quello delle "10 ore"; nel Regno Unito le Trade unions riuscirono a imporre proprio in quell'anno questo limite, almeno per il lavoro dei bambini, mentre al di là della Manica uno dei primi provvedimenti del governo controrivoluzionario di Cavaignac fu quello di riportare la giornata lavorativa a 12 ore. Nel 1890 la Seconda Internazionale impose la parola d'ordine delle "8 ore", un risultato che si raggiunse soltanto nel periodo tra le due guerre - in Italia la legge fu varata del 1923 - proprio quando Keynes faceva le riflessioni da cui sono partito. Da allora di fatto la situazione è rimasta sostanzialmente immutata, nonostante la tecnologia sia progredita in maniera imprevedibile. Soltanto in Francia, quando capo del governo era il socialista Jospin, è stata varata una legge per la riduzione del lavoro settimanale da 40 a 35 ore. Contro quella legge si è scatenata una battaglia ideologica molto dura, di cui sono stati protagonisti gli industriali francesi e i grandi mezzi di informazione; la pesantissima sconfitta di Jospin alle presidenziali del 2002, arrivato terzo dietro il fascista Le Pen, è stata una battuta di arresto anche per questa legge, che in questi anni è stata superata di fatto, o attraverso delle trattative aziendali o con l'utilizzo degli straordinari. Quella legge è ormai mal tollerata dalla sinistra riformista francese, che non è certo più disposta a battersi per la sua applicazione né tantomeno viene presa da modello dagli altri partiti della sinistra di governo in Europa: troppo poco moderna, troppo di sinistra. In Germania, alla Volkwagen e in qualche altra industria automobilistica, c'è stato un accordo per le 36 ore settimanali, ma ovviamente non si è trattato di una battaglia fatta propria dalla sinistra e soprattutto è stato un accordo legato a quel preciso settore industriale, finalizzato a risolvere un problema di produzione in una fase delicata del mercato automobilistico. In sostanza è passato circa un secolo, ma l'orario di lavoro - dove è regolamentato e quindi escludendo gran parte del pianeta - non è certo quello incautamente profetizzato da Keynes, ma soprattutto è rimasto quello di quegli anni, anche se la produttività, come l'economista aveva in questo caso giustamente previsto, è enormemente aumentata, con la riduzione dell'energia umana impiegata per unità di prodotto. Questo incredibile aumento di produttività ha alimentato i profitti e le rendite, visto che la quota destinata ai salari nel pil è scesa in tutti i paesi occidentali in questi ultimi vent'anni: in sostanza il nostro lavoro produce più ricchezza, ma di questa godono solo alcuni e certamente non noi. L'impoverimento da un lato e la necessità di mantenere comunque costante la domanda ha comportato la crescita del debito e qui siamo alla crisi di questi anni, di cui non vediamo purtroppo la fine.
E se cominciassimo a lavorare meno? Che impatto avrebbe la riduzione dell'orario di lavoro, naturalmente a salario invariato, sull'occupazione? Io non so rispondere in maniera precisa a questa domanda, ma credo sarebbe una strada da tentare. Io vorrei che il nuovo partito di sinistra a cui spero dovremo cominciare a pensare - specialmente in Italia dopo il suicidio dell'ex-Pd e l'incapacità di altre sigle di porsi all'altezza di questo compito - provasse a ipotizzare questo tema. O che almeno ci provasse il sindacato, spero quello in cui io milito. La questione non è tanto quella racchiusa nello slogan "lavorare meno, lavorare tutti": questa può essere la soluzione transitoria per una crisi aziendale, durante la quale per non lasciare a casa qualche lavoratore tutti gli altri possono accettare dei sacrifici, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro. Ridurre in maniera generalizzata l'orario di lavoro, almeno per equiparare il settore privato a quello pubblico, potrebbe favorire l'assunzione di nuove persone, che in questo modo riuscirebbero a entrare in un mondo che adesso è loro precluso. Tutto invece sta andando nella direzione opposta. Il primo governo Napolitano ha fatto una riforma del mercato del lavoro tutta tesa ad allungare i tempi del lavoro, ad esempio aumentando ulteriormente l'età in cui le persone possono andare in pensione. Inoltre le aziende chiedono interventi per tassare meno gli straordinari e si è cercato di far lavorare più ore una parte dei dipendenti pubblici, in particolare quelli della scuola. E se invece defiscalizzassimo la riduzione dell'orario di lavoro? Anche coloro che sostengono la necessità di tornare al pensiero di Keynes dicono che occorre creare nuovo lavoro, il che è possibile solo grazie all'intervento diretto dello stato, come è avvenuto negli Stati Uniti durante la presidenza Roosvelt o nei paesi europei dopo la seconda guerra mondiale. Certo questo è importante - e Keynes diceva che questa doveva essere la soluzione praticabile nel tempo più breve - ma questo da solo non risolve il problema di fondo, ossia che serve sempre meno tempo e meno energie per fare qualsiasi cosa.
C'è poi un'altra riflessione: cosa ci è servito questo progresso se non riesce a liberare gli uomini dal tempo del lavoro e dalla fatica? Se non ci permette di avere più tempo per studiare, per stare con la nostre famiglie, per divertirci o semplicemente per riposare? Che senso ha questo progresso se non riesce a distribuire in maniera equa il lavoro e la ricchezza?
Diceva Keynes in quella stessa conferenza del 1930, mentre l'Europa si preparava alla guerra:
I miglioramenti tecnici nei settori manifatturiero e dei trasporti sono proceduti negli ultimi dieci anni con tassi molto superiori a quelli registrati precedentemente nella storia. […] Nel giro di pochissimi anni, intendo dire nell'arco della nostra vita, potremmo essere in grado di compiere tutte le operazioni dei settori agricolo, minerario, manifatturiero con un quarto dell'energia umana che eravamo abituati a impegnarvi. Per il momento, la rapidità stessa di questa evoluzione ci mette a disagio e ci propone problemi di difficile soluzione. I paesi che non sono all'avanguardia del progresso ne risentono in misura relativa. Noi, invece, siamo colpiti da una nuova malattia di cui alcuni lettori possono non conoscere ancora il nome, ma di cui sentiranno molto parlare nei prossimi anni: vale a dire la disoccupazione tecnologica. Il che significa che la disoccupazione dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera.Se questo ragionamento valeva per il decennio tra il 1920 e il 1930, cosa dovremmo dire adesso, dopo la rivoluzione informatica? Keynes leggeva questo progresso come una dinamica positiva della storia dell'uomo, tanto da immaginare che dopo un secolo gli uomini avrebbero lavorato molto meno di quanto avveniva nella sua epoca: soltanto "turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici". E' passato ormai quasi un secolo dalla conferenza di Madrid e, con tutta evidenza, siamo ancora piuttosto lontani da quell'obiettivo, nonostante gli attuali progressi della scienza e della tecnologia sarebbero apparsi a Keynes come un racconto di fantascienza. Seguendo il ragionamento di Keynes, potremmo pensare che la disoccupazione non sia una sorta di calamità - come troppe volte siamo portati a pensare o meglio come ci fanno pensare - ma un elemento imprescindibile dello sviluppo economico capitalistico. Ossia non è soltanto colpa della crisi - che certo ci ha messo del suo - se adesso c'è un livello così alto di disoccupazione, specialmente giovanile, ma si tratta di un elemento inevitabile dei processi economici come si sono sviluppati fino ad ora. Vedete chiaramente che accettare questa tesi cambia in maniera radicale la prospettiva con cui possiamo affrontare un tema fondamentale come quello del lavoro e specialmente della sua mancanza.
Nella sua lunga e gloriosa storia il movimento operaio europeo ha lottato in maniera costante per la riduzione dell'orario di lavoro. Nelle rivoluzioni europee del 1848, ad esempio in Gran Bretagna e in Francia, l'obiettivo era quello delle "10 ore"; nel Regno Unito le Trade unions riuscirono a imporre proprio in quell'anno questo limite, almeno per il lavoro dei bambini, mentre al di là della Manica uno dei primi provvedimenti del governo controrivoluzionario di Cavaignac fu quello di riportare la giornata lavorativa a 12 ore. Nel 1890 la Seconda Internazionale impose la parola d'ordine delle "8 ore", un risultato che si raggiunse soltanto nel periodo tra le due guerre - in Italia la legge fu varata del 1923 - proprio quando Keynes faceva le riflessioni da cui sono partito. Da allora di fatto la situazione è rimasta sostanzialmente immutata, nonostante la tecnologia sia progredita in maniera imprevedibile. Soltanto in Francia, quando capo del governo era il socialista Jospin, è stata varata una legge per la riduzione del lavoro settimanale da 40 a 35 ore. Contro quella legge si è scatenata una battaglia ideologica molto dura, di cui sono stati protagonisti gli industriali francesi e i grandi mezzi di informazione; la pesantissima sconfitta di Jospin alle presidenziali del 2002, arrivato terzo dietro il fascista Le Pen, è stata una battuta di arresto anche per questa legge, che in questi anni è stata superata di fatto, o attraverso delle trattative aziendali o con l'utilizzo degli straordinari. Quella legge è ormai mal tollerata dalla sinistra riformista francese, che non è certo più disposta a battersi per la sua applicazione né tantomeno viene presa da modello dagli altri partiti della sinistra di governo in Europa: troppo poco moderna, troppo di sinistra. In Germania, alla Volkwagen e in qualche altra industria automobilistica, c'è stato un accordo per le 36 ore settimanali, ma ovviamente non si è trattato di una battaglia fatta propria dalla sinistra e soprattutto è stato un accordo legato a quel preciso settore industriale, finalizzato a risolvere un problema di produzione in una fase delicata del mercato automobilistico. In sostanza è passato circa un secolo, ma l'orario di lavoro - dove è regolamentato e quindi escludendo gran parte del pianeta - non è certo quello incautamente profetizzato da Keynes, ma soprattutto è rimasto quello di quegli anni, anche se la produttività, come l'economista aveva in questo caso giustamente previsto, è enormemente aumentata, con la riduzione dell'energia umana impiegata per unità di prodotto. Questo incredibile aumento di produttività ha alimentato i profitti e le rendite, visto che la quota destinata ai salari nel pil è scesa in tutti i paesi occidentali in questi ultimi vent'anni: in sostanza il nostro lavoro produce più ricchezza, ma di questa godono solo alcuni e certamente non noi. L'impoverimento da un lato e la necessità di mantenere comunque costante la domanda ha comportato la crescita del debito e qui siamo alla crisi di questi anni, di cui non vediamo purtroppo la fine.
E se cominciassimo a lavorare meno? Che impatto avrebbe la riduzione dell'orario di lavoro, naturalmente a salario invariato, sull'occupazione? Io non so rispondere in maniera precisa a questa domanda, ma credo sarebbe una strada da tentare. Io vorrei che il nuovo partito di sinistra a cui spero dovremo cominciare a pensare - specialmente in Italia dopo il suicidio dell'ex-Pd e l'incapacità di altre sigle di porsi all'altezza di questo compito - provasse a ipotizzare questo tema. O che almeno ci provasse il sindacato, spero quello in cui io milito. La questione non è tanto quella racchiusa nello slogan "lavorare meno, lavorare tutti": questa può essere la soluzione transitoria per una crisi aziendale, durante la quale per non lasciare a casa qualche lavoratore tutti gli altri possono accettare dei sacrifici, a partire dalla riduzione dell'orario di lavoro. Ridurre in maniera generalizzata l'orario di lavoro, almeno per equiparare il settore privato a quello pubblico, potrebbe favorire l'assunzione di nuove persone, che in questo modo riuscirebbero a entrare in un mondo che adesso è loro precluso. Tutto invece sta andando nella direzione opposta. Il primo governo Napolitano ha fatto una riforma del mercato del lavoro tutta tesa ad allungare i tempi del lavoro, ad esempio aumentando ulteriormente l'età in cui le persone possono andare in pensione. Inoltre le aziende chiedono interventi per tassare meno gli straordinari e si è cercato di far lavorare più ore una parte dei dipendenti pubblici, in particolare quelli della scuola. E se invece defiscalizzassimo la riduzione dell'orario di lavoro? Anche coloro che sostengono la necessità di tornare al pensiero di Keynes dicono che occorre creare nuovo lavoro, il che è possibile solo grazie all'intervento diretto dello stato, come è avvenuto negli Stati Uniti durante la presidenza Roosvelt o nei paesi europei dopo la seconda guerra mondiale. Certo questo è importante - e Keynes diceva che questa doveva essere la soluzione praticabile nel tempo più breve - ma questo da solo non risolve il problema di fondo, ossia che serve sempre meno tempo e meno energie per fare qualsiasi cosa.
C'è poi un'altra riflessione: cosa ci è servito questo progresso se non riesce a liberare gli uomini dal tempo del lavoro e dalla fatica? Se non ci permette di avere più tempo per studiare, per stare con la nostre famiglie, per divertirci o semplicemente per riposare? Che senso ha questo progresso se non riesce a distribuire in maniera equa il lavoro e la ricchezza?
Diceva Keynes in quella stessa conferenza del 1930, mentre l'Europa si preparava alla guerra:
Dovremo avere il coraggio di assegnare alla motivazione "denaro" il suo vero valore. L'amore per il denaro come possesso, e distinto dall'amore per il denaro come mezzo per godere i piaceri della vita, sarà riconosciuto per quello che è: una passione morbosa, un po' ripugnante, una di quelle propensioni a metà criminali e a metà patologiche che di solito si consegnano con un brivido allo specialista di malattie mentali. [...] Naturalmente continueranno a esistere molte persone dotate di attivismo e di senso dell'impegno intensi e insoddisfatti, che perseguiranno ciecamente la ricchezza a meno che non riescano a trovarvi un sostituto plausibile. Ma non saremo più tenuti all'obbligo di lodarli e di incoraggiarli perché sapremo penetrare, più a fondo di quanto sia lecito oggi, il significato vero di questo "impegno" di cui la natura ha dotato in varia misura quasi tutti noi.Keynes pensava, sbagliando, che la crescita della ricchezza sarebbe stata equa, perché questo aumento avrebbe inevitabilmente reso "sempre più vaste [...] le categorie e i gruppi di persone che in pratica non conoscono i problemi della necessità economica". Non è andata così, anzi sta andando tutto nella direzione opposta perché la crescita del benessere si concentra in una fascia sempre più ridotta di persone. E' qui il nodo che va spezzato, evidentemente rifiutando la logica del mercato - la logica anche di Keynes - che è in sé incapace di redistruibuire la ricchezza. Questo è un compito che dobbiamo assumerci noi.
sabato 1 giugno 2013
Considerazioni libere (365): a proposito della nazionalizzazione dell'Ilva...
In quest'epoca della grande pacificazione, in cui tutti dobbiamo stare allegri, visto "che il nostro piangere fa male al re, fa male al ricco e al cardinale", in cui è abolita, per decreto presidenziale, la contestazione sociale, nessuno ha più colpa di nulla. E' emblematica la vicenda dell'Ilva: quella fabbrica sembra spuntata lì, a Taranto, come un fungo e altrettanto all'improvviso ci siamo accorti che provoca la morte di chi ci lavora e di chi ci vive accanto, che sono poi le stesse persone. Solo un'informazione complice è riuscita a costruire la favola della contrapposizione tra lavoratori e cittadini, come se si trattasse di due corpi estranei, ciascuno portatore di un diritto, quello al lavoro e quello alla salute, contrapposti tra di loro e tra i quali è necessario scegliere. L'ho già ricordato in un'altra "considerazione", ma non mi sembra inutile sottolinearlo ancora una volta: quell'acciaieria è nata lì nel 1961, quasi una generazione fa.
Per venire alla storia più recente, la famiglia Riva ha comprato l'allora Italsider di Taranto, circa vent'anni fa, per pochi miliardi di lire - ossia milioni, in euro - con il ringraziamento del governo e il plauso del paese, visto che ci liberava di un "ferrovecchio". In questi vent'anni i Riva hanno gestito quella fabbrica secondo una logica ottocentesca, tanto da avere due condanne per discriminazione; ne avrebbero meritate di più, se la magistratura avesse avuto più coraggio e non avesse avuto paura di disturbare il manovratore. A quelli che sbraitano adesso contro la magistratura politicizzata, dovremmo ricordare che in Italia ci sono stati davvero i giudici che hanno sempre tenuto la parte delle classi dirigenti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Comunque, per tornare al caso di Taranto, il bilancio "sociale" dell'Ilva, anche per questo disprezzo dei Riva per le regole, conta alcune centinaia di operai morti sul lavoro; inoltre le emissioni di polvere e di gas hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti tra gli abitanti della città, ossia tra i familiari degli stessi lavoratori. Il bilancio finanziario della famiglia ha tutti altri numeri, i profitti si calcolano in miliardi di lire e questa volta anche di euro; molti di questi soldi sono stati dirottati verso compiacenti paradisi fiscali, per poi essere "rimpatriati", esentasse, grazie alla scudo fiscale di Tremonti. La famiglia Riva ha sfruttato al massimo quei lavoratori e quegli impianti, senza fare investimenti, se non quelli strettamente necessari per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, quando non sarebbero più stati redditizi. Questi "campioni" del capitalismo italiano sono attualmente arrestati o latitanti; eppure con questi personaggi, seppur attraverso dei prestanome - come il prefetto Ferrante, già candidato del centrosinistra a Milano - il governo italiano sta negoziando la soluzione del "caso Ilva". Forse, se vent'anni fa la mafia avesse avviato le trattative con lo stato, minacciando di lasciare senza lavoro migliaia di manovalanza mafiosa, si sarebbe svolto tutto alla luce del sole: il caso dei Riva non è molto diverso. Quindi le responsabilità ci sono e chi è responsabile deve pagare. Accettando queste premesse, la soluzione dei problemi dell'Ilva diventa fin semplice: si nazionalizza l'azienda e si usano i soldi sequestrati alla famiglia Riva per fare il risanamento ambientale e per riconvertire in maniera ecocompatibile la produzione di acciaio, che rimane un elemento indispensabile per l'economia del nostro paese. Naturalmente non sarà questa la soluzione, perché è con tutta evidenza contraria al pensiero ultraliberista che è egemone nelle nostre istituzioni e che guida le scelte politiche delle autorità finanziarie internazionali che hanno commissariato di fatto il governo italiano.
Credo poi sia utile sottolineare un altro punto: il caso Ilva non è un'eccezione, giustificata dal fatto che i Riva sono i delinquenti che sono. Tutte le privatizzazioni italiane degli anni Novanta hanno avuto un andamento sostanzialmente analogo. La parte dell'Italisider ceduta a Lucchini è in via di fallimento. Del manifatturiero dell'Iri, rimane solo Fincantieri, che vive unicamente delle commesse militari e ha liquidato tutto il settore civile; peraltro dei vertici di questa azienda si parla soprattutto per le indagini giudiziarie a loro carico. Telecom ha svenduto pezzi del proprio patrimonio industriale e di ricerca. Le tre banche di interesse nazionale - Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma - una volta privatizzate, sono state tra le maggiori responsabili della crisi del nostro paese, anche perché hanno investito molto e male, e sono ora le maggiori detentrici di titoli di stato, per cui devono essere "salvate", pena il fallimento del paese. Le privatizzazioni sono un danno tout court? O il problema è che in Italia non le sappiamo fare? Su questo tema si dibatte da tempo, senza venirne a capo, anzi continuando a svendere il patrimonio pubblico, in sordina, senza fare troppo clamore, nello stesso modo in cui lo si è fatto negli anni Novanta.
Siccome l'appetito vien mangiando e il "finanzcapitalismo" - come la pianta carnivora della Piccola bottega degli orrori - ha sempre bisogno di nuovo "sangue", il nuovo oggetto del desiderio sono diventate le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali. Il meccanismo messo in piedi da questi "predoni" è piuttosto semplice. I "loro" governi hanno imposto l'adozione del patto di stabilità interno, che di fatto ha tolto ogni potere alle amministrazioni locali; i Comuni non hanno più accesso al credito, anche perché la Cassa depositi e prestiti - creata proprio per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali - è stata anch'essa privatizzata. L'unico modo per i sindaci di riuscire a gestire un po' di risorse - visto che anche l'Imu è stata loro tolta - è quello di svendere le partecipazioni dei loro Comuni nelle ex-municipalizzate, trasformate da tempo in società per azioni. Curioso è il "nuovo" ruolo della Cassa depositi e prestiti, che ora finanzia di fatto la privatizzazione di queste aziende, concedendo prestiti per favorire la loro concentrazione e l'ingresso in Borsa. Questo passaggio sottrae definitivamente il controllo di queste aziende alle amministrazioni locali; infatti per renderle redditizie e quindi appetibili nel mercato azionario, bisogna alzare le tariffe a carico degli utenti. Quindi noi paghiamo di più e chi compra ci guadagna di più, in un sistema di redistribuzione della ricchezza dai più poveri ai più ricchi. In sostanza questi fanno i liberisti con il culo degli altri; il nostro.
Come sta succedendo in Grecia, il governo delle "larghe intese" è stato messo lì essenzialmente con questo compito, svendere quel che rimane del patrimonio pubblico. In Italia in fondo non sarà neppure troppo difficile, perché quello che c'era prima non è assolutamente da rimpiangere. Per tornare al caso dell'Ilva, da cui sono partito, la gestione statale dell'Italsider era al livello - molto basso - di quella dell'Ilva dei Riva; e per molti cittadini la gestione pubblica delle ex-municipalizzate non è certo sinonimo di efficienza, nonostante se ne comprenda l'utilità e il significato profondo, come è avvenuto nel caso del referendum per l'acqua pubblica, che peraltro viene sempre più disatteso dalle nostre amministrazioni, qualunque sia il loro colore politico. La battaglia per la rinazionalizzazione dell'Ilva deve essere accompagnata dalla richiesta di una legge che preveda il controllo dal basso della gestione di queste società; in questo controllo devono avere parte attiva i lavoratori e i cittadini. Non aspettiamoci che questo controllo lo facciano altri: non ne sono capaci e soprattutto non lo vogliono fare. Ecco, se vogliamo davvero provare a far rinascere la sinistra in Italia, potremmo partire da una proposta così: mi pare sufficientemente rivoluzionaria.
Per venire alla storia più recente, la famiglia Riva ha comprato l'allora Italsider di Taranto, circa vent'anni fa, per pochi miliardi di lire - ossia milioni, in euro - con il ringraziamento del governo e il plauso del paese, visto che ci liberava di un "ferrovecchio". In questi vent'anni i Riva hanno gestito quella fabbrica secondo una logica ottocentesca, tanto da avere due condanne per discriminazione; ne avrebbero meritate di più, se la magistratura avesse avuto più coraggio e non avesse avuto paura di disturbare il manovratore. A quelli che sbraitano adesso contro la magistratura politicizzata, dovremmo ricordare che in Italia ci sono stati davvero i giudici che hanno sempre tenuto la parte delle classi dirigenti, al di là di ogni ragionevole dubbio. Comunque, per tornare al caso di Taranto, il bilancio "sociale" dell'Ilva, anche per questo disprezzo dei Riva per le regole, conta alcune centinaia di operai morti sul lavoro; inoltre le emissioni di polvere e di gas hanno provocato migliaia di malattie e centinaia di morti tra gli abitanti della città, ossia tra i familiari degli stessi lavoratori. Il bilancio finanziario della famiglia ha tutti altri numeri, i profitti si calcolano in miliardi di lire e questa volta anche di euro; molti di questi soldi sono stati dirottati verso compiacenti paradisi fiscali, per poi essere "rimpatriati", esentasse, grazie alla scudo fiscale di Tremonti. La famiglia Riva ha sfruttato al massimo quei lavoratori e quegli impianti, senza fare investimenti, se non quelli strettamente necessari per tenerli in funzione, mettendo in conto di abbandonarli, quando non sarebbero più stati redditizi. Questi "campioni" del capitalismo italiano sono attualmente arrestati o latitanti; eppure con questi personaggi, seppur attraverso dei prestanome - come il prefetto Ferrante, già candidato del centrosinistra a Milano - il governo italiano sta negoziando la soluzione del "caso Ilva". Forse, se vent'anni fa la mafia avesse avviato le trattative con lo stato, minacciando di lasciare senza lavoro migliaia di manovalanza mafiosa, si sarebbe svolto tutto alla luce del sole: il caso dei Riva non è molto diverso. Quindi le responsabilità ci sono e chi è responsabile deve pagare. Accettando queste premesse, la soluzione dei problemi dell'Ilva diventa fin semplice: si nazionalizza l'azienda e si usano i soldi sequestrati alla famiglia Riva per fare il risanamento ambientale e per riconvertire in maniera ecocompatibile la produzione di acciaio, che rimane un elemento indispensabile per l'economia del nostro paese. Naturalmente non sarà questa la soluzione, perché è con tutta evidenza contraria al pensiero ultraliberista che è egemone nelle nostre istituzioni e che guida le scelte politiche delle autorità finanziarie internazionali che hanno commissariato di fatto il governo italiano.
Credo poi sia utile sottolineare un altro punto: il caso Ilva non è un'eccezione, giustificata dal fatto che i Riva sono i delinquenti che sono. Tutte le privatizzazioni italiane degli anni Novanta hanno avuto un andamento sostanzialmente analogo. La parte dell'Italisider ceduta a Lucchini è in via di fallimento. Del manifatturiero dell'Iri, rimane solo Fincantieri, che vive unicamente delle commesse militari e ha liquidato tutto il settore civile; peraltro dei vertici di questa azienda si parla soprattutto per le indagini giudiziarie a loro carico. Telecom ha svenduto pezzi del proprio patrimonio industriale e di ricerca. Le tre banche di interesse nazionale - Banca Commerciale Italiana, Credito Italiano e Banco di Roma - una volta privatizzate, sono state tra le maggiori responsabili della crisi del nostro paese, anche perché hanno investito molto e male, e sono ora le maggiori detentrici di titoli di stato, per cui devono essere "salvate", pena il fallimento del paese. Le privatizzazioni sono un danno tout court? O il problema è che in Italia non le sappiamo fare? Su questo tema si dibatte da tempo, senza venirne a capo, anzi continuando a svendere il patrimonio pubblico, in sordina, senza fare troppo clamore, nello stesso modo in cui lo si è fatto negli anni Novanta.
Siccome l'appetito vien mangiando e il "finanzcapitalismo" - come la pianta carnivora della Piccola bottega degli orrori - ha sempre bisogno di nuovo "sangue", il nuovo oggetto del desiderio sono diventate le aziende che gestiscono i servizi pubblici locali. Il meccanismo messo in piedi da questi "predoni" è piuttosto semplice. I "loro" governi hanno imposto l'adozione del patto di stabilità interno, che di fatto ha tolto ogni potere alle amministrazioni locali; i Comuni non hanno più accesso al credito, anche perché la Cassa depositi e prestiti - creata proprio per finanziare a tassi agevolati gli investimenti degli enti locali - è stata anch'essa privatizzata. L'unico modo per i sindaci di riuscire a gestire un po' di risorse - visto che anche l'Imu è stata loro tolta - è quello di svendere le partecipazioni dei loro Comuni nelle ex-municipalizzate, trasformate da tempo in società per azioni. Curioso è il "nuovo" ruolo della Cassa depositi e prestiti, che ora finanzia di fatto la privatizzazione di queste aziende, concedendo prestiti per favorire la loro concentrazione e l'ingresso in Borsa. Questo passaggio sottrae definitivamente il controllo di queste aziende alle amministrazioni locali; infatti per renderle redditizie e quindi appetibili nel mercato azionario, bisogna alzare le tariffe a carico degli utenti. Quindi noi paghiamo di più e chi compra ci guadagna di più, in un sistema di redistribuzione della ricchezza dai più poveri ai più ricchi. In sostanza questi fanno i liberisti con il culo degli altri; il nostro.
Come sta succedendo in Grecia, il governo delle "larghe intese" è stato messo lì essenzialmente con questo compito, svendere quel che rimane del patrimonio pubblico. In Italia in fondo non sarà neppure troppo difficile, perché quello che c'era prima non è assolutamente da rimpiangere. Per tornare al caso dell'Ilva, da cui sono partito, la gestione statale dell'Italsider era al livello - molto basso - di quella dell'Ilva dei Riva; e per molti cittadini la gestione pubblica delle ex-municipalizzate non è certo sinonimo di efficienza, nonostante se ne comprenda l'utilità e il significato profondo, come è avvenuto nel caso del referendum per l'acqua pubblica, che peraltro viene sempre più disatteso dalle nostre amministrazioni, qualunque sia il loro colore politico. La battaglia per la rinazionalizzazione dell'Ilva deve essere accompagnata dalla richiesta di una legge che preveda il controllo dal basso della gestione di queste società; in questo controllo devono avere parte attiva i lavoratori e i cittadini. Non aspettiamoci che questo controllo lo facciano altri: non ne sono capaci e soprattutto non lo vogliono fare. Ecco, se vogliamo davvero provare a far rinascere la sinistra in Italia, potremmo partire da una proposta così: mi pare sufficientemente rivoluzionaria.
sabato 4 maggio 2013
Considerazioni libere (360): a proposito dei greci (e anche di noi)...
Il fatto che non si parli più della Grecia non significa che i problemi di quel paese siano risolti: tutt'altro. E' naturale che "loro" non parlino volentieri di quel paese, così come un medico tende a non vantarsi di un paziente che, nonostante tutte le medicine che gli sono state somministrate, continua ostinatamente ad aggravarsi; anzi in questo caso sono proprio le cure di questo medico presuntuoso e arrogante a portare alla morte il paziente. La cosa non è molto rassicurante, tanto più sapendo che lo stesso medico ha in cura anche noi. Per ora la Grecia serve ai governi di centrodestra dell'Italia e
della Spagna per poter dichiarare di essere i penultimi nelle classifiche della crisi. Ci dicono infatti i nostri governanti e i loro prezzolati corifei: "certo la disoccupazione è alta, ma mai come in Grecia, certo lo spread è
alto, ma mai come in Grecia", e così noi dovremmo stare tranquilli. In questo modo si rassicura un paese che invece è
condotto diritto al precipizio: i greci hanno avuto soltanto la sfortuna
di caderci per primi. Però anche noi "sinistri sparsi" - o "esodati della politica", per usare una bella espressione di Marco Revelli - abbiamo delle responsabilità in questo oblio della situazione greca: ci siamo così avvitati nel dibattito intorno alle cose italiane, che ci siamo dimenticati di quello che succede in quel paese vicino, i cui abitanti stanno oggettivamente peggio di noi, anche se tra poco tempo li raggiungeremo.
Cercando nella rete però qualche notizia si trova. Io ne ho raccolte alcune e ve le riporto, cercando di offrirvi un'istantanea di quello che succede in quel paese a noi così vicino e caro.
Forse avete visto anche voi le immagini della distribuzione di cibo in piazza Syntagma da parte di Alba dorata; mi ha colpito la massa di persone in fila per avere un sacchetto di patate, una confezione di sei uova e un pezzo di pane dolce per la festa della Pasqua ortodossa. La miseria evidentemente fa paura e ti fa accettare anche l'umiliazione di dover esibire un documento, perché quel poco cibo era riservato soltanto a chi poteva dimostrare di essere un "vero" greco, escludendo quindi gli stranieri. La notizia ha avuto una qualche eco perché il sindaco di Atene ha avuto il coraggio di vietare quella manifestazione fascista e ha trovato dei poliziotti disponibili a far sgombrare la piazza; soprattutto fa meraviglia questa seconda cosa, visto che ormai i fascisti di Alba dorata sono maggioranza all'interno delle forze dell'ordine greche. Un parlamentare di quel partito ha in seguito minacciato il sindaco, entrando armato nel municipio di Atene. Al punto in cui sono arrivate le cose in Grecia, l'intervento del sindaco, pur animato da buone intenzioni, finisce per favorire Alba dorata, perché la gente continua ad avere fame e alle prossime elezioni si ricorderà di chi ha dato loro un pezzo di pane. In Italia non c'è ancora un movimento fascista di quelle dimensioni, ma questa vicenda dovrebbe un po' farci riflettere. Poco prima di diventare ministro, il presidente dell'Istat Giovannini ha spiegato che in Italia circa il 20% del pil è prodotto dall'economia non osservata, ossia da "attività legali prodotte in modo amministrativamente non corretto". Poi naturalmente c'è la criminalità organizzata che, secondo stime probabilmente prudenti - e comunque ovviamente difficili da controllare - produce da sola un altro 20% di pil, costituendo di fatto la prima attività economica del nostro paese. Quindi in Italia, se non ci sono le file di persone davanti ai camioncini di un qualche partito populista è anche "merito" della criminalità organizzata e delle attività illegali, che in qualche modo assicurano un reddito, per quanto ridotto, a una bella percentuale di nostri concittadini. Ovviamente questo welfare mafioso non è a buon mercato, ma la miseria appunto fa paura, a ogni latitudine. Forse non è un caso che in questa crisi politica - molto simile a quella vissuta vent'anni fa dal nostro paese - la mafia abbia mantenuto un profilo molto basso, a differenza appunto con quello che è successo in quel delicato passaggio storico, quando intervenne in maniera molto pesante nel dibattito politico, con gli omicidi, con le stragi e con le trattative. Questa volta la criminalità organizzata ha preferito il silenzio, perché probabilmente questa è la strategia a lungo periodo vincente. Peraltro io ho trovato grave che nel lungo ed enciclopedico discorso programmatico di Letta, dove hanno trovato spazio i temi più disparati, la lotta alla criminalità organizzata sia stata citata una volta sola, inserita in maniera superficiale, in un inciso, con un po' meno enfasi della lotta contro l'obesità. Come se qualcuno fosse preoccupato che la fine della criminalità organizzata faccia finire anche il sistema di welfare da essa organizzato, rendendo ancora più evidente la crisi italiana. Se così fosse perfino il tema della trattativa del '92 finirebbe per essere superato dagli eventi.
Torniamo in Grecia. Per chi vuol fare affari questo è un momento davvero propizio. Nel "monopoli" organizzato dalla troika con i beni dei cittadini greci i prezzi sono particolarmente vantaggiosi: la società petrolifera costa mezzo miliardo di euro, l'aeroporto di Atene 700 milioni, tutti gli aeroporti regionali - hanno fatto un "pacchetto" per rendere più allettante l'offerta - 400 milioni, la lotteria di Stato 550 milioni. L'emiro del Qatar si è comprato l'arcipelago delle Echinadi - vicino a Itaca - per poco più di 8 milioni. I tecnici del Fondo monetario internazionale, che hanno l'incarico di spiegare ai loro colleghi greci come si fa a "valorizzare" il patrimonio pubblico, hanno insistito affinché gli scavi archeologici, le foreste e tutti gli altri beni naturali e demaniali fossero inventariati, per il momento con un valore simbolico. Tutti escludono che si possa vendere il Partenone. Per ora. Anche perché prima dei ruderi ci sono cose su cui si può guadagnare, da subito. Il governo greco ha bandito la gara per la vendita del 51% della società che gestisce il servizio idrico a Salonicco, sperando di ricavarne 80 milioni di euro. Dal momento che ogni anno questa società ne incassa circa 20 milioni, questa vendita pare un affare, a cui sono interessati i due colossi francesi del settore, Suez e Veolia, che infatti hanno già incontrato i ministri greci, accompagnati dal presidente Hollande. Eldorado Gold è il nome evocativo che ha scelto una società canadese per acquistare un terreno demaniale nella penisola calcidica per 11 milioni di euro, proprio per avviare l'estrazione dell'oro. La popolazione ha protestato perché le attività inquinanti della miniera a cielo aperto avranno forti ripercussioni per l'ambiente e per le attività turistiche della zona. Non c'è stato spazio per il dialogo e infatti il governo ha inviato una squadra speciale di polizia da Atene per reprimere le proteste; in rete si trovano le testimonianze delle persone ferite durante una manifestazione del gennaio scorso. I conti però sembrano non tornare, infatti l'agenzia governativa incaricata di eseguire tutte queste vendite stima di incassare 7 miliardi di euro; una cifra considerevole, ma irrilevante di fronte ai 270 miliardi del debito greco. Credo che anche ai più ingenui e a quelli in buona fede nasca a questo punto il sospetto che gli interessi in gioco siano altri. Anche in questo caso forse noi italiani dovremmo cominciare a fare attenzione: appena si accorgeranno che anche noi potremmo avere qualcosa di bello da vendere, si faranno vivi. In questa ottica la battaglia sui beni pubblici, portata avanti tra gli altri da Stefano Rodotà, diventa un po' meno velleitaria e fuori dal tempo, come qualcuno vuol farci credere, non casualmente, in questi giorni. E, per inciso, in queste condizioni e di fronte a questi famelici appettiti, sarebbe stato utile avere come presidente della Repubblica un uomo come Rodotà e non uno come Napolitano, succube di qualsiasi stormir di fronda che venga da Francoforte e da Washington.
Ammalarsi in Grecia è diventato un problema piuttosto serio, perché il servizio sanitario non è più gratuito e garantito a tutti e negli ospedali ormai scarseggiano le medicine, anche perché le multinazionali del settore, come Roche e Novartis, le forniscono solo se c'è il pagamento anticipato. Il terzo aggiustamento strutturale dettato dalla troika e ratificato dalle autorità greche ormai commissariate - anche questo, non so perché, mi ricorda qualcosa - prevede una riduzione delle spese sanitarie del 20% e altri tagli per 13 miliardi di euro. Come è evidente siamo sempre lontani dalla quota di 270 miliardi. Nessuna di queste misure è in grado di sanare la situazione; in queste condizioni il fallimento è non solo inevitabile, ma di fatto è già avvenuto. Il sospetto - ma gli indizi sono ormai tanti da diventare una prova - è che si aspetti a dichiarare il fallimento, perché prima i grandi investitori internazionali vogliono comprarsi, a prezzi stracciati, le infrastrutture, le società pubbliche e i beni comuni, che possono essere valorizzati. Il tema a questo punto non è solo rinegoziare il debito - come sta continuando a fare il governo Samaras, insaponando la corda a cui verrà alla fine impiccato - ma cancellarlo. E farlo prima che la Grecia sia completamente spolpata. Naturalmente dire che il debito è illegale e quindi rifiutarsi di pagarlo sarebbe come dire che il re è nudo ed è considerato un atto da terroristi, da sovversivi, da pazzi anarchici. Eppure a questo punto è la sola soluzione per salvare la Grecia e, tra qualche mese, l'Italia. Fortunatamente per "loro" in Italia - come in Grecia - il pericolo è scongiurato. Il governo è saldamente in mano alle forze del centrodestra e i cosiddetti partiti del centrosinistra - il Pasok e l'ex-Pd - sono chiamati al compito della mosca cocchiera. Anche per questo della Grecia abbiamo bisogno di parlare ancora.
Cercando nella rete però qualche notizia si trova. Io ne ho raccolte alcune e ve le riporto, cercando di offrirvi un'istantanea di quello che succede in quel paese a noi così vicino e caro.
Forse avete visto anche voi le immagini della distribuzione di cibo in piazza Syntagma da parte di Alba dorata; mi ha colpito la massa di persone in fila per avere un sacchetto di patate, una confezione di sei uova e un pezzo di pane dolce per la festa della Pasqua ortodossa. La miseria evidentemente fa paura e ti fa accettare anche l'umiliazione di dover esibire un documento, perché quel poco cibo era riservato soltanto a chi poteva dimostrare di essere un "vero" greco, escludendo quindi gli stranieri. La notizia ha avuto una qualche eco perché il sindaco di Atene ha avuto il coraggio di vietare quella manifestazione fascista e ha trovato dei poliziotti disponibili a far sgombrare la piazza; soprattutto fa meraviglia questa seconda cosa, visto che ormai i fascisti di Alba dorata sono maggioranza all'interno delle forze dell'ordine greche. Un parlamentare di quel partito ha in seguito minacciato il sindaco, entrando armato nel municipio di Atene. Al punto in cui sono arrivate le cose in Grecia, l'intervento del sindaco, pur animato da buone intenzioni, finisce per favorire Alba dorata, perché la gente continua ad avere fame e alle prossime elezioni si ricorderà di chi ha dato loro un pezzo di pane. In Italia non c'è ancora un movimento fascista di quelle dimensioni, ma questa vicenda dovrebbe un po' farci riflettere. Poco prima di diventare ministro, il presidente dell'Istat Giovannini ha spiegato che in Italia circa il 20% del pil è prodotto dall'economia non osservata, ossia da "attività legali prodotte in modo amministrativamente non corretto". Poi naturalmente c'è la criminalità organizzata che, secondo stime probabilmente prudenti - e comunque ovviamente difficili da controllare - produce da sola un altro 20% di pil, costituendo di fatto la prima attività economica del nostro paese. Quindi in Italia, se non ci sono le file di persone davanti ai camioncini di un qualche partito populista è anche "merito" della criminalità organizzata e delle attività illegali, che in qualche modo assicurano un reddito, per quanto ridotto, a una bella percentuale di nostri concittadini. Ovviamente questo welfare mafioso non è a buon mercato, ma la miseria appunto fa paura, a ogni latitudine. Forse non è un caso che in questa crisi politica - molto simile a quella vissuta vent'anni fa dal nostro paese - la mafia abbia mantenuto un profilo molto basso, a differenza appunto con quello che è successo in quel delicato passaggio storico, quando intervenne in maniera molto pesante nel dibattito politico, con gli omicidi, con le stragi e con le trattative. Questa volta la criminalità organizzata ha preferito il silenzio, perché probabilmente questa è la strategia a lungo periodo vincente. Peraltro io ho trovato grave che nel lungo ed enciclopedico discorso programmatico di Letta, dove hanno trovato spazio i temi più disparati, la lotta alla criminalità organizzata sia stata citata una volta sola, inserita in maniera superficiale, in un inciso, con un po' meno enfasi della lotta contro l'obesità. Come se qualcuno fosse preoccupato che la fine della criminalità organizzata faccia finire anche il sistema di welfare da essa organizzato, rendendo ancora più evidente la crisi italiana. Se così fosse perfino il tema della trattativa del '92 finirebbe per essere superato dagli eventi.
Torniamo in Grecia. Per chi vuol fare affari questo è un momento davvero propizio. Nel "monopoli" organizzato dalla troika con i beni dei cittadini greci i prezzi sono particolarmente vantaggiosi: la società petrolifera costa mezzo miliardo di euro, l'aeroporto di Atene 700 milioni, tutti gli aeroporti regionali - hanno fatto un "pacchetto" per rendere più allettante l'offerta - 400 milioni, la lotteria di Stato 550 milioni. L'emiro del Qatar si è comprato l'arcipelago delle Echinadi - vicino a Itaca - per poco più di 8 milioni. I tecnici del Fondo monetario internazionale, che hanno l'incarico di spiegare ai loro colleghi greci come si fa a "valorizzare" il patrimonio pubblico, hanno insistito affinché gli scavi archeologici, le foreste e tutti gli altri beni naturali e demaniali fossero inventariati, per il momento con un valore simbolico. Tutti escludono che si possa vendere il Partenone. Per ora. Anche perché prima dei ruderi ci sono cose su cui si può guadagnare, da subito. Il governo greco ha bandito la gara per la vendita del 51% della società che gestisce il servizio idrico a Salonicco, sperando di ricavarne 80 milioni di euro. Dal momento che ogni anno questa società ne incassa circa 20 milioni, questa vendita pare un affare, a cui sono interessati i due colossi francesi del settore, Suez e Veolia, che infatti hanno già incontrato i ministri greci, accompagnati dal presidente Hollande. Eldorado Gold è il nome evocativo che ha scelto una società canadese per acquistare un terreno demaniale nella penisola calcidica per 11 milioni di euro, proprio per avviare l'estrazione dell'oro. La popolazione ha protestato perché le attività inquinanti della miniera a cielo aperto avranno forti ripercussioni per l'ambiente e per le attività turistiche della zona. Non c'è stato spazio per il dialogo e infatti il governo ha inviato una squadra speciale di polizia da Atene per reprimere le proteste; in rete si trovano le testimonianze delle persone ferite durante una manifestazione del gennaio scorso. I conti però sembrano non tornare, infatti l'agenzia governativa incaricata di eseguire tutte queste vendite stima di incassare 7 miliardi di euro; una cifra considerevole, ma irrilevante di fronte ai 270 miliardi del debito greco. Credo che anche ai più ingenui e a quelli in buona fede nasca a questo punto il sospetto che gli interessi in gioco siano altri. Anche in questo caso forse noi italiani dovremmo cominciare a fare attenzione: appena si accorgeranno che anche noi potremmo avere qualcosa di bello da vendere, si faranno vivi. In questa ottica la battaglia sui beni pubblici, portata avanti tra gli altri da Stefano Rodotà, diventa un po' meno velleitaria e fuori dal tempo, come qualcuno vuol farci credere, non casualmente, in questi giorni. E, per inciso, in queste condizioni e di fronte a questi famelici appettiti, sarebbe stato utile avere come presidente della Repubblica un uomo come Rodotà e non uno come Napolitano, succube di qualsiasi stormir di fronda che venga da Francoforte e da Washington.
Ammalarsi in Grecia è diventato un problema piuttosto serio, perché il servizio sanitario non è più gratuito e garantito a tutti e negli ospedali ormai scarseggiano le medicine, anche perché le multinazionali del settore, come Roche e Novartis, le forniscono solo se c'è il pagamento anticipato. Il terzo aggiustamento strutturale dettato dalla troika e ratificato dalle autorità greche ormai commissariate - anche questo, non so perché, mi ricorda qualcosa - prevede una riduzione delle spese sanitarie del 20% e altri tagli per 13 miliardi di euro. Come è evidente siamo sempre lontani dalla quota di 270 miliardi. Nessuna di queste misure è in grado di sanare la situazione; in queste condizioni il fallimento è non solo inevitabile, ma di fatto è già avvenuto. Il sospetto - ma gli indizi sono ormai tanti da diventare una prova - è che si aspetti a dichiarare il fallimento, perché prima i grandi investitori internazionali vogliono comprarsi, a prezzi stracciati, le infrastrutture, le società pubbliche e i beni comuni, che possono essere valorizzati. Il tema a questo punto non è solo rinegoziare il debito - come sta continuando a fare il governo Samaras, insaponando la corda a cui verrà alla fine impiccato - ma cancellarlo. E farlo prima che la Grecia sia completamente spolpata. Naturalmente dire che il debito è illegale e quindi rifiutarsi di pagarlo sarebbe come dire che il re è nudo ed è considerato un atto da terroristi, da sovversivi, da pazzi anarchici. Eppure a questo punto è la sola soluzione per salvare la Grecia e, tra qualche mese, l'Italia. Fortunatamente per "loro" in Italia - come in Grecia - il pericolo è scongiurato. Il governo è saldamente in mano alle forze del centrodestra e i cosiddetti partiti del centrosinistra - il Pasok e l'ex-Pd - sono chiamati al compito della mosca cocchiera. Anche per questo della Grecia abbiamo bisogno di parlare ancora.
mercoledì 20 marzo 2013
Considerazioni libere (348): a proposito di padelle e di braci...
In queste ultime settimane quello che è successo in Italia mi ha colpevolmente distratto da quello che succede nel mondo: effettivamente dovremmo tutti ricordare che le dichiarazioni di Grillo non esauriscono da sole la politica mondiale.
Come certo ricorderete, il 17 dicembre del 2010 il giovane commerciante Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo del governatorato di Sidi Bouzid: il suo fu un atto di protesta - certamente esasperato e non proporzionale alla causa, ma comunque disperato - contro la decisione delle autorità di sequestrargli la merce. Quel gesto ebbe delle conseguenze imprevedibili, dando l'avvio a quel movimento che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Di questo tema ho parlato molto nel corso di questi anni, perché credo sia un fatto molto rilevante - se non il più rilevante - della nostra storia recente. La vittoria più clamorosa di quelle proteste fu la fine del regime di Ben Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto; questo esito ha generato la falsa impressione che queste proteste avessero un carattere eminentemente politico e che i giovani fossero scesi in piazza per rivendicare diritti politici e democrazia. Questo è vero solo in parte. Io ho sempre sostenuto che la vera miccia di quelle proteste fossero la povertà disperata di quei popoli e l'impossibilità per quella massa di giovani di avere una qualche prospettiva per il loro futuro. Di conseguenza credo che la nostra - ossia dei paesi occidentali - inadeguatezza nel rispondere alla domanda di sviluppo che veniva da quelle piazze sia stata la nostra sconfitta più grave, il segno della nostra incapacità di rispondere a quelle legittime domande di futuro. Penso anche che la sinistra europea, che si è smarrita - e non si è ancora ritrovata - nel dibattito tra rigore e sviluppo, abbia perso un'occasione per riflettere su stessa e soprattutto di gettare un ponte verso quei popoli. Non è un caso che la politica in quei paesi si sia radicalizzata a favore di partiti che sostengono forme più o meno spinte di islamismo; noi non abbiamo saputo offrire altri modelli, non abbiamo capito che le "primavere arabe" erano soprattutto figlie della crisi, come la protesta degli indignados in Spagna o il movimento Occupy Wall street negli Stati Uniti. Lo stesso voto italiano è sintomo di un malessere economico prima che politico.
Anzi, noi occidentali siamo andati in quei paesi mostrando la nostra faccia peggiore. Giustamente, un pezzo - anche se purtroppo minoritario - della sinistra europea denuncia l'inefficacia delle risposte contro la crisi che vengono dalle autorità finanziarie internazionali - in Grecia, come in Spagna, adesso nella povera Cipro, tra poco in Italia - ma lo stesso sta avvenendo ad esempio in Tunisia, senza che la cosa desti particolare scandalo. Nel novembre dell'anno scorso il governo tunisino ha concordato dei prestiti per 700 milioni di dollari con alcuni grandi finanziatori; la parte del leone l'ha fatta, come al solito, la Banca mondiale che ha erogato un prestito di 500 milioni di dollari. Per rassicurare la Banca mondiale sul fatto che questo debito verrà ripagato, il ministro Bettaieb ha dichiarato che il governo del suo paese ha già richiesto un prestito di circa 2 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale sul bilancio 2014; in sostanza si contrae un debito più alto per dare le necessarie garanzie che se ne pagherà uno minore, in una spirale perversa che fa alzare i tassi di interesse, anche perché le agenzie di rating "indipendenti" danno al paese giudizi severamente negativi.
Il Fondo monetario internazionale naturalmente ha vincolato il suo "prestito di garanzia" all'adozione delle cosiddette "riforme strutturali": la ricetta è nota, basta fare copia-e-incolla e cambiare il nome del paese nelle slide. Il Fmi chiede di ridurre drasticamente i sussidi statali utilizzati dal governo per calmierare i cosiddetti "prodotti sensibili": generi alimentari, medicinali, carburanti; si tratta di circa il 5% del pil del paese. Naturalmente è facile prevedere che in particolare la crescita dei prezzi dei carburanti provocherà un aumento generalizzato dei prezzi. Chiede poi di aumentare l'Iva e in generale di spostare il carico dalla tassazione diretta a quella indiretta: è la linea di Tremonti prima e di Monti dopo. Nel pacchetto ci sono poi liberalizzazioni e privatizzazioni; anche in questo caso la ricetta è nota e sappiamo anche chi solitamente beneficia di queste "svendite". Il Fondo chiede infine di aumentare le tasse per le società che esportano e di favorire le importazioni, eliminando i dazi doganali in entrata; queste misure sono destinate a uccidere nella culla la nascente economia tunisina, che finirebbe per diventare l'ennesimo mercato per le industrie dei paesi più forti o più capaci di delocalizzare. L'insieme di queste "riforme" provocherà l'aumento della disoccupazione, la diminuzione dei salari e la crescita dei prezzi: il tutto ovviamente a spese delle fasce più deboli della popolazione. E' un piano a suo modo perfetto: la Tunisia in questo modo è destinata a essere sempre più dipendente dai prestiti dei paesi occidentali, che per continuare a erogare denaro chiederanno di avere sempre più voce in capitolo nella politica del paese, operando scelte che perpetuino il debito stesso. E' successo già troppe volte: lo schema è perfettamente rodato.
Non è un caso che il Fmi spinga sulle autorità tunisine per accelerare la firma di questo oneroso contratto, togliendo di fatto la competenza della decisione all'Assemblea nazionale costituente, per concludere tutta la partita con l'attuale governo, già dimissionario. Come avviene in Europa - e lo abbiamo sperimentato nel nostro paese - politiche economiche ultraliberiste vanno di pari passo e si sostengono a vicenda con riforme politiche che diminuiscono gli ambiti democratici.
Le cose da fare sono altre. Il gruppo di blogger che ha dato vita alla piattaforma Nawaat ha elencato alcuni punti su cui intervenire. Li riporto in maniera succinta.
Come certo ricorderete, il 17 dicembre del 2010 il giovane commerciante Mohamed Bouazizi si diede fuoco davanti al palazzo del governatorato di Sidi Bouzid: il suo fu un atto di protesta - certamente esasperato e non proporzionale alla causa, ma comunque disperato - contro la decisione delle autorità di sequestrargli la merce. Quel gesto ebbe delle conseguenze imprevedibili, dando l'avvio a quel movimento che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Di questo tema ho parlato molto nel corso di questi anni, perché credo sia un fatto molto rilevante - se non il più rilevante - della nostra storia recente. La vittoria più clamorosa di quelle proteste fu la fine del regime di Ben Alì in Tunisia e di Mubarak in Egitto; questo esito ha generato la falsa impressione che queste proteste avessero un carattere eminentemente politico e che i giovani fossero scesi in piazza per rivendicare diritti politici e democrazia. Questo è vero solo in parte. Io ho sempre sostenuto che la vera miccia di quelle proteste fossero la povertà disperata di quei popoli e l'impossibilità per quella massa di giovani di avere una qualche prospettiva per il loro futuro. Di conseguenza credo che la nostra - ossia dei paesi occidentali - inadeguatezza nel rispondere alla domanda di sviluppo che veniva da quelle piazze sia stata la nostra sconfitta più grave, il segno della nostra incapacità di rispondere a quelle legittime domande di futuro. Penso anche che la sinistra europea, che si è smarrita - e non si è ancora ritrovata - nel dibattito tra rigore e sviluppo, abbia perso un'occasione per riflettere su stessa e soprattutto di gettare un ponte verso quei popoli. Non è un caso che la politica in quei paesi si sia radicalizzata a favore di partiti che sostengono forme più o meno spinte di islamismo; noi non abbiamo saputo offrire altri modelli, non abbiamo capito che le "primavere arabe" erano soprattutto figlie della crisi, come la protesta degli indignados in Spagna o il movimento Occupy Wall street negli Stati Uniti. Lo stesso voto italiano è sintomo di un malessere economico prima che politico.
Anzi, noi occidentali siamo andati in quei paesi mostrando la nostra faccia peggiore. Giustamente, un pezzo - anche se purtroppo minoritario - della sinistra europea denuncia l'inefficacia delle risposte contro la crisi che vengono dalle autorità finanziarie internazionali - in Grecia, come in Spagna, adesso nella povera Cipro, tra poco in Italia - ma lo stesso sta avvenendo ad esempio in Tunisia, senza che la cosa desti particolare scandalo. Nel novembre dell'anno scorso il governo tunisino ha concordato dei prestiti per 700 milioni di dollari con alcuni grandi finanziatori; la parte del leone l'ha fatta, come al solito, la Banca mondiale che ha erogato un prestito di 500 milioni di dollari. Per rassicurare la Banca mondiale sul fatto che questo debito verrà ripagato, il ministro Bettaieb ha dichiarato che il governo del suo paese ha già richiesto un prestito di circa 2 miliardi di dollari al Fondo monetario internazionale sul bilancio 2014; in sostanza si contrae un debito più alto per dare le necessarie garanzie che se ne pagherà uno minore, in una spirale perversa che fa alzare i tassi di interesse, anche perché le agenzie di rating "indipendenti" danno al paese giudizi severamente negativi.
Il Fondo monetario internazionale naturalmente ha vincolato il suo "prestito di garanzia" all'adozione delle cosiddette "riforme strutturali": la ricetta è nota, basta fare copia-e-incolla e cambiare il nome del paese nelle slide. Il Fmi chiede di ridurre drasticamente i sussidi statali utilizzati dal governo per calmierare i cosiddetti "prodotti sensibili": generi alimentari, medicinali, carburanti; si tratta di circa il 5% del pil del paese. Naturalmente è facile prevedere che in particolare la crescita dei prezzi dei carburanti provocherà un aumento generalizzato dei prezzi. Chiede poi di aumentare l'Iva e in generale di spostare il carico dalla tassazione diretta a quella indiretta: è la linea di Tremonti prima e di Monti dopo. Nel pacchetto ci sono poi liberalizzazioni e privatizzazioni; anche in questo caso la ricetta è nota e sappiamo anche chi solitamente beneficia di queste "svendite". Il Fondo chiede infine di aumentare le tasse per le società che esportano e di favorire le importazioni, eliminando i dazi doganali in entrata; queste misure sono destinate a uccidere nella culla la nascente economia tunisina, che finirebbe per diventare l'ennesimo mercato per le industrie dei paesi più forti o più capaci di delocalizzare. L'insieme di queste "riforme" provocherà l'aumento della disoccupazione, la diminuzione dei salari e la crescita dei prezzi: il tutto ovviamente a spese delle fasce più deboli della popolazione. E' un piano a suo modo perfetto: la Tunisia in questo modo è destinata a essere sempre più dipendente dai prestiti dei paesi occidentali, che per continuare a erogare denaro chiederanno di avere sempre più voce in capitolo nella politica del paese, operando scelte che perpetuino il debito stesso. E' successo già troppe volte: lo schema è perfettamente rodato.
Non è un caso che il Fmi spinga sulle autorità tunisine per accelerare la firma di questo oneroso contratto, togliendo di fatto la competenza della decisione all'Assemblea nazionale costituente, per concludere tutta la partita con l'attuale governo, già dimissionario. Come avviene in Europa - e lo abbiamo sperimentato nel nostro paese - politiche economiche ultraliberiste vanno di pari passo e si sostengono a vicenda con riforme politiche che diminuiscono gli ambiti democratici.
Le cose da fare sono altre. Il gruppo di blogger che ha dato vita alla piattaforma Nawaat ha elencato alcuni punti su cui intervenire. Li riporto in maniera succinta.
Come è evidente si tratta di punti che, pur non essendo rivoluzionari, finirebbero per danneggiare gli interessi occidentali in Tunisia e per questo non vengono neppure presi in considerazione dal Fondo monetario. Le "ricette" di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale rischiano seriamente di compromettere quel minimo di riforme che i tunisini sono riusciti a introdurre, dopo la fine del regime. Tra dieci anni la condizione dei commercianti ambulanti, come Mohamed Bouazizi, rischia di essere ben più grave di quella patita sotto il regime di Ben Alì e, a quel punto, sarà stata tutta colpa "nostra". Sarà difficile chiedere ai tunisini, come agli egiziani, come a tutti gli altri, di stare calmi e di essere alleati fedeli di un occidente che li ha sfruttati e le cui cure sono state peggiori della malattia.
- Valutare le istituzioni pubbliche e rafforzare il controllo sul loro budget di spesa, dal momento che queste assorbono il 75% degli introiti statali.
- Introdurre strumenti di controllo riguardanti le sovra-fatturazioni nell'import e le sotto-fatturazioni nell'export.
- Lottare contro l'evasione fiscale e fare accertamenti approfonditi per gli uomini di affari sospettati di corruzione e associati al clan Ben Alì.
- Adottare misure di trasparenza nella spesa e nella gestione delle casse statali, incluse le gare d'appalto nazionali e internazionali e il fatturato energetico.
- Lottare contro la corruzione, in aumento secondo studi nazionali e internazionali recenti.
- Fare accertamenti seri per ritrovare il denaro preso in prestito durante il regime di Ben Alì, con lo scopo di tracciare la destinazione dei fondi sottratti all'epoca e di recuperarne una parte.
- Creare nuovi accordi di commercio con l'Africa per ridurre la dipendenza dall'Europa - che adesso rappresenta l'80% del commercio estero del paese - e per ammorbidire l'impatto della crisi economica.
- Rafforzare la sicurezza per dare nuova forza al settore turistico.
- Ricapitalizzare le banche pubbliche, individuando i prestiti mai ripagati dai compagni di affari dell'ex dittatore.
martedì 29 gennaio 2013
Considerazioni libere (334): a proposito di finanza e di lavoro...
Ammetto che il dibattito politico-giornalistico di questi giorni sul Monte dei Paschi di Siena non mi sta particolarmente coinvolgendo: ho l'impressione che sia l'ennesima "arma di distrazione di massa", ossia un modo per non farci parlare di altri problemi. Meglio che l'opinione pubblica continui a parlare dell'Imu, meglio che continui a parlare di Mps, la cosa importante è continuare a non parlare del lavoro, di quello che c'è, precario e sottopagato, e di quello che con non c'è, e soprattutto non bisogna mai mettere in una qualche relazione le parole "lavoro" e "diritti". Comunque dell'ultimo caso non mi appassionano in particolare il balletto delle accuse, visto che ognuno dei tre schieramenti cerca di scaricare le responsabilità su gli altri due, e i toni sempre più enfatici di questa discussione; credo ad esempio che Bersani potesse risparmiarsi quel "li sbraniamo", mi pare che il segretario del Pd sia più a suo agio con le metafore contadine, come quella - finora insuperata - del tacchino sul tetto. Eppure la vicenda Mps è molto istruttiva e avrebbe potuto essere l'occasione per affrontare - almeno dalle parti della sinistra, a cui questo tema dovrebbe competere per statuto - una riflessione sull'economia italiana, e non solo italiana. Partiamo da un dato: il valore dei derivati sui mercati finanziari sta salendo costantemente - nonostante la crisi, provocata proprio da questi prodotti finanziari - ed è arrivato a superare di nove volte il pil mondiale. Con queste proporzioni - lo ripeto, nove a uno - è naturale che la finanza "malata" continui a inquinare l'economia reale. Molte volte ho già denunciato un sistema che produce ricchezza in gran parte attraverso il denaro, lo scambio del denaro, gli interessi sul denaro, le scommesse sul denaro e che di conseguenza poco si interessa delle cose prodotte, ossia della ricchezza che nasce dal lavoro. In una società se non c'è lavoro non può esserci benessere: sembra una regola elementare, quasi lapalissiana, eppure è in gran parte dimenticata.
Passando dal globale al locale, o meglio al municipale, è molto significativo quello che è successo in questi anni a Siena, e per qualche verso anche istruttivo. Il Monte dei Paschi è una realtà bancaria molto particolare, legata a filo doppio alla città in cui quell'istituto è nato, cresciuto e prosperato. Proprio perché il Monte è una realtà ecumenicamente cittadina, tutti, da sinistra a destra, hanno condiviso le sorti di quell'istituto: tutti i partiti dell'arco costituzionale della prima repubblica - a differenza del sistema delle casse rurali, feudo rigorosamente democristiano - tutti i partiti della seconda repubblica, la massoneria, la curia senese, i professionisti e gli industriali, l'università. E proprio per questo è significativo che in quel micro-laboratorio, in quello specchio dell'Italia, di un'Italia ricca, di un'Italia provinciale che funziona, che produce, che sa fare rete - da molte altre parti di questo paese non è così - non si sia levata per tempo una voce critica su quello che stava succedendo. D'altra parte era difficile che succedesse, che qualcuno si alzasse in piedi per dire che forse la strada era sbagliata, perché l'ultraliberismo è progressivamente diventato mainstreaming, come dicono quelli che parlano bene, o l'ideologia del pensiero unico, come continuiamo a dire noi vecchi "sinistri". L'idea che il mercato sia un'entità positiva - la sola positiva - che ha in sé la forza di correggere i propri errori è stata la base dell'ideologia reaganiana degli anni Ottanta ed è ancora oggi la tesi di fondo che anima un appuntamento come quello di Davos e soprattutto che influenza coloro che prendono le decisioni, chi guida le autorità finanziarie internazionali, da Draghi a Lagarde, e Trichet e Strauss Kahn prima di loro.
Come sia riuscita questa idea a permeare in maniera così pervasiva la sinistra europea è un tema su cui si dovranno esercitare gli storici, per ora dobbiamo accettare questo dato di fatto. Negli anni in cui tutti - faccio ammenda perché in quegli anni anch'io ho contribuito, nel mio piccolissimo, a questa deriva - ragionavamo della cosiddetta "terza via", in cui veniva prospettato il superamento della divisione novecentesca tra destra e sinistra, in cui si diceva che il centrosinistra avrebbe dovuto trovare il modo di coniugare i propri valori tradizionali con quelli del mercato, come potevano i compagni di Siena immaginare uno schema diverso. La banca cresceva e tutti erano contenti, perché gli unici numeri a cui si badava - e si bada purtroppo - sono gli utili finanziari. Progressivamente il Monte è diventata una banca tra le banche, né migliore né peggiore delle altre, e come le altre ha utilizzato tutti i sistemi per accrescere il proprio patrimonio. Nessuno si è più posto il problema se questi mezzi fossero più o meno leciti, perché il pensiero imperante spiegava - e spiega - che tutti i sistemi sono leciti, pur di ottenere il risultato. E anche adesso mi pare che si accusi Mussari non tanto di aver utilizzato i derivati, ma di averlo fatto male. Mussari si è dimesso perché, per imperizia o per eccesso di ambizione, si è fatto scoprire e molti suoi colleghi di questo lo accusano, non di un sistema che anch'essi quotidianamente utilizzano, su cui lucrano e che permette loro di ottenere ricchi dividendi e stipendi stratosferici. Naturalmente una banca per sua natura non produce "cose", ma dovrebbe avere come obiettivo di far crescere la ricchezza "reale", favorendo chi produce e chi lavora, prestando loro denaro; temo che questo obiettivo non sia tra le priorità di una banca, qualsiasi essa sia. Su questo dovremmo cominciare a interrogarci, al di là di qualche sparata propagandistica sui banchieri che sono tutti ladri o sulla banche da nazionalizzare.
In questi giorni la Cgil ha presentato il suo Piano del lavoro. E' un documento importante, ricco di spunti, a volte un po' involuto - perché il "sindacalese" ha fatto forse più danni del "politichese" - con qualche mancanza - ad esempio si dovrebbe ragionare di più, anche con i numeri, su qual è il giusto e degno stipendio - ma comunque è fondamentale che ci sia. Da qui dobbiamo partire adesso per una riflessione compiuta su questo tema. Ci sono proposte, ci sono numeri e tabelle, non è riassumibile in slogan o in tweet e quindi la sua presentazione non è riuscita a diventare una notizia. I giornalisti inviati alla conferenza programmatica si sono limitati a fare un po' di colore sugli interventi di campagna elettorale dei politici presenti, stilando una sorta di classifica su chi è più o meno vicino alle posizioni del sindacato di Susanna Camusso. Il problema, al di là della difficile comunicabilità del testo, è che per molti questo approccio è spiazzante, praticamente impossibile da recepire, perché, al di là delle singole proposte, il documento dice che il re è nudo, che non è più possibile accettare la logica ineluttabile del capitalismo e dei mercati; questo è per molti una cosa incomprensibile, è una cosa, ad esempio, che il Pd non riesce più - e temo non voglia - fare.
Sul lavoro e su qualcosa che si produce grazie al lavoro, in questi giorni c'è stata un'altra notizia, che non ha goduto di particolare attenzione, come invece avrebbe meritato. Per fortuna ne ha parlato Adriano Sofri, in uno dei suoi molti articoli, mai banali, sulla situazione di Taranto. La notizia è che all'Ilva, nonostante la produzione di acciaio si mantenga poco al di sotto di quanto previsto dall'Aia - ossia sui 7 milioni di tonnellate rispetto a 8 - i dati dell'inquinamento sono sotto controllo: da settembre dell'anno scorso non ci sono più stati superamenti nelle emissioni di pm10. Il merito di questo risultato è il rispetto delle regole. Infatti da quando l'azienda è diretta dai custodi nominati dal tribunale e non più dai manager dell'Ilva si rispettano le regole di produzione e questo comporta una decisa diminuzione dell'inquinamento. Questo risultato non dipende da quanto si produce, ma da come lo si fa: infatti nel 2009, quando la produzione è stata dimezzata, arrivando a 4,5 milioni di tonnellate, non c'è stata una significativa dimunizione delle emissioni delle polveri inquinanti, perché non si cambiarono i metodi di produzione. Nell'articolo di Sofri uno degli operai fa un esempio che chiarisce molto bene la situazione:
Passando dal globale al locale, o meglio al municipale, è molto significativo quello che è successo in questi anni a Siena, e per qualche verso anche istruttivo. Il Monte dei Paschi è una realtà bancaria molto particolare, legata a filo doppio alla città in cui quell'istituto è nato, cresciuto e prosperato. Proprio perché il Monte è una realtà ecumenicamente cittadina, tutti, da sinistra a destra, hanno condiviso le sorti di quell'istituto: tutti i partiti dell'arco costituzionale della prima repubblica - a differenza del sistema delle casse rurali, feudo rigorosamente democristiano - tutti i partiti della seconda repubblica, la massoneria, la curia senese, i professionisti e gli industriali, l'università. E proprio per questo è significativo che in quel micro-laboratorio, in quello specchio dell'Italia, di un'Italia ricca, di un'Italia provinciale che funziona, che produce, che sa fare rete - da molte altre parti di questo paese non è così - non si sia levata per tempo una voce critica su quello che stava succedendo. D'altra parte era difficile che succedesse, che qualcuno si alzasse in piedi per dire che forse la strada era sbagliata, perché l'ultraliberismo è progressivamente diventato mainstreaming, come dicono quelli che parlano bene, o l'ideologia del pensiero unico, come continuiamo a dire noi vecchi "sinistri". L'idea che il mercato sia un'entità positiva - la sola positiva - che ha in sé la forza di correggere i propri errori è stata la base dell'ideologia reaganiana degli anni Ottanta ed è ancora oggi la tesi di fondo che anima un appuntamento come quello di Davos e soprattutto che influenza coloro che prendono le decisioni, chi guida le autorità finanziarie internazionali, da Draghi a Lagarde, e Trichet e Strauss Kahn prima di loro.
Come sia riuscita questa idea a permeare in maniera così pervasiva la sinistra europea è un tema su cui si dovranno esercitare gli storici, per ora dobbiamo accettare questo dato di fatto. Negli anni in cui tutti - faccio ammenda perché in quegli anni anch'io ho contribuito, nel mio piccolissimo, a questa deriva - ragionavamo della cosiddetta "terza via", in cui veniva prospettato il superamento della divisione novecentesca tra destra e sinistra, in cui si diceva che il centrosinistra avrebbe dovuto trovare il modo di coniugare i propri valori tradizionali con quelli del mercato, come potevano i compagni di Siena immaginare uno schema diverso. La banca cresceva e tutti erano contenti, perché gli unici numeri a cui si badava - e si bada purtroppo - sono gli utili finanziari. Progressivamente il Monte è diventata una banca tra le banche, né migliore né peggiore delle altre, e come le altre ha utilizzato tutti i sistemi per accrescere il proprio patrimonio. Nessuno si è più posto il problema se questi mezzi fossero più o meno leciti, perché il pensiero imperante spiegava - e spiega - che tutti i sistemi sono leciti, pur di ottenere il risultato. E anche adesso mi pare che si accusi Mussari non tanto di aver utilizzato i derivati, ma di averlo fatto male. Mussari si è dimesso perché, per imperizia o per eccesso di ambizione, si è fatto scoprire e molti suoi colleghi di questo lo accusano, non di un sistema che anch'essi quotidianamente utilizzano, su cui lucrano e che permette loro di ottenere ricchi dividendi e stipendi stratosferici. Naturalmente una banca per sua natura non produce "cose", ma dovrebbe avere come obiettivo di far crescere la ricchezza "reale", favorendo chi produce e chi lavora, prestando loro denaro; temo che questo obiettivo non sia tra le priorità di una banca, qualsiasi essa sia. Su questo dovremmo cominciare a interrogarci, al di là di qualche sparata propagandistica sui banchieri che sono tutti ladri o sulla banche da nazionalizzare.
In questi giorni la Cgil ha presentato il suo Piano del lavoro. E' un documento importante, ricco di spunti, a volte un po' involuto - perché il "sindacalese" ha fatto forse più danni del "politichese" - con qualche mancanza - ad esempio si dovrebbe ragionare di più, anche con i numeri, su qual è il giusto e degno stipendio - ma comunque è fondamentale che ci sia. Da qui dobbiamo partire adesso per una riflessione compiuta su questo tema. Ci sono proposte, ci sono numeri e tabelle, non è riassumibile in slogan o in tweet e quindi la sua presentazione non è riuscita a diventare una notizia. I giornalisti inviati alla conferenza programmatica si sono limitati a fare un po' di colore sugli interventi di campagna elettorale dei politici presenti, stilando una sorta di classifica su chi è più o meno vicino alle posizioni del sindacato di Susanna Camusso. Il problema, al di là della difficile comunicabilità del testo, è che per molti questo approccio è spiazzante, praticamente impossibile da recepire, perché, al di là delle singole proposte, il documento dice che il re è nudo, che non è più possibile accettare la logica ineluttabile del capitalismo e dei mercati; questo è per molti una cosa incomprensibile, è una cosa, ad esempio, che il Pd non riesce più - e temo non voglia - fare.
Sul lavoro e su qualcosa che si produce grazie al lavoro, in questi giorni c'è stata un'altra notizia, che non ha goduto di particolare attenzione, come invece avrebbe meritato. Per fortuna ne ha parlato Adriano Sofri, in uno dei suoi molti articoli, mai banali, sulla situazione di Taranto. La notizia è che all'Ilva, nonostante la produzione di acciaio si mantenga poco al di sotto di quanto previsto dall'Aia - ossia sui 7 milioni di tonnellate rispetto a 8 - i dati dell'inquinamento sono sotto controllo: da settembre dell'anno scorso non ci sono più stati superamenti nelle emissioni di pm10. Il merito di questo risultato è il rispetto delle regole. Infatti da quando l'azienda è diretta dai custodi nominati dal tribunale e non più dai manager dell'Ilva si rispettano le regole di produzione e questo comporta una decisa diminuzione dell'inquinamento. Questo risultato non dipende da quanto si produce, ma da come lo si fa: infatti nel 2009, quando la produzione è stata dimezzata, arrivando a 4,5 milioni di tonnellate, non c'è stata una significativa dimunizione delle emissioni delle polveri inquinanti, perché non si cambiarono i metodi di produzione. Nell'articolo di Sofri uno degli operai fa un esempio che chiarisce molto bene la situazione:
Mettiamo che per svuotare un convertitore siano prescritti 4 minuti e tu lo faccia in 30 secondi. Immagina di versare birra in un bicchiere: se la versi velocemente, la schiuma cresce e finisce fuori. L'acciaio non è diverso dalla birra, a parte le conseguenze.Questi dati dimostrano che non è un'utopia coniugare produzione e rispetto della salute e che non è necessario mettere i lavoratori dell'Ilva e le loro famiglie di fronte a una scelta netta: o il lavoro o la salute. Come ha rilevato lo stesso direttore dell'Arpa pugliese questa notizia - una buona notizia, finalmente - non è piaciuta ovviamente ai Riva, perché mette ancora più in luce le loro responsabilità, ma non è piaciuta neppure a chi ideologicamente pensa che l'acciaieria debba chiudere, senza se e senza ma. I custodi, per mancanza di tempo e soprattutto di risorse, non sono riusciti neppure ad avviare i grandi lavori strutturali - che pure rimangono necessari - come la copertura della cokeria, ma i dati dimostrano che basta rispettare le regole che ci sono e che gli industriali non vogliono accettare, perché una produzione più veloce significa un maggior guadagno per loro, a scapito della salute dei lavoratori e dei cittadini, che è un costo sociale di cui naturalmente non vogliono farsi carico. Come nella vicenda del Monte dei Paschi - per questo ho voluto mettere insieme queste due notizie - siamo di fronte a un esempio "normale" di ultraliberismo e non a un fenomeno patologico, come qualche commentatore interessato vorrebbe farci credere. Ancora una volta è da qui che dobbiamo partire, dal radicale e rivoluzionario cambiamento di questo stato di cose.
sabato 12 gennaio 2013
Considerazioni libere (331): a proprosito di debiti da pagare...
Come ho scritto più volte, temo che il prossimo governo sarà "montiano", indipendentemente da come andranno le elezioni. A tutt'oggi mi pare che ci siano solo due esiti possibili: o un governo Bersani (con un presidente della Repubblica "montiano"), se vincesse il Pd sia alla Camera che al Senato, o un governo Monti (con un presidente della Repubblica del Pd di "rito montiano") se il Pd vincesse solo alla Camera. Scenari evidentemente non entusiasmanti, ma comunque meno tragici di una situazione in cui dovesse rientrare in gioco la destra populista e lepenista guidata da B.: il pericolo non è ancora scongiurato - temo - perché c'è un'Italia che ha paura del nuovo e che preferirebbe ancora rifugiarsi nella conservazione sociale assicurata da questa destra antieuropea, razzista e omofoba.
Al di là dei nomi, il prossimo governo sarà "montiano", perché così è stato deciso a larga maggioranza nella fase finale di questa legislatura, che ha avuto davvero un carattere costituente. A partire dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014 entrerà in vigore il nuovo art. 81 della Costituzione, che impone il vincolo del pareggio di bilancio e l'impossibilità di contrarre debiti. Inoltre il parlamento ha ratificato il cosiddetto trattato sulla stabilità fiscale, imposto al nostro paese dalle autorità finanziarie internazionali e in particolare dalla Bce di Mario Draghi, in cambio dell'acquisto dei nostri titoli di stato e quindi della messa sotto controllo del debito pubblico, ossia il meccanismo che ha permesso a Monti di fingere di aver ridotto lo spread. L'art. 4 del trattato prescrive che "quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore del 60% [...] tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all'anno". Questo trattato è già in vigore, ma in base a un precedente regolamento del Consiglio, l'inizio della riduzione del debito comincerà soltanto nel 2015. Con queste premesse è chiaro su quale linea si dovrà muovere il prossimo governo.Facciamo due conti: il pil è circa 1.650 miliardi, per cui il 60% è intorno a 1.000 miliardi. Il nostro debito è poco più del doppio di questa cifra, miliardo più, miliardo meno. Quindi per far scendere il debito all'obiettivo del 60% del pil lo si dovrebbe ridurre di 50 miliardi l'anno per venti anni. L'obiettivo è forse raggiungibile, a patto di spingere nella miseria tre quarti della popolazione italiana e di assicurare la povertà ad almeno due generazioni. Come è evidente a ciascuno di noi che tiene i conti della propria famiglia e magari ha un mutuo, per ripagare un debito a lunga scadenza in rate annuali è necessaria una condizione: il debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, ogni anno - e per tutti gli anni previsti dal contratto di mutuo - deve avere delle entrate sufficienti per coprire ciascuna delle rate del debito. Nel caso dell'Italia questa condizione essenziale non esiste. Anche perché il debito non smette di crescere: al tasso medio del 4% gli interessi aumentano di circa 80 miliardi l'anno, in una spirale di cui è difficile vedere la fine.
Naturalmente gli apprendisti stregoni dell'ultraliberismo spiegano che non c'è nulla di cui preoccuparsi. Nella stessa agenda Monti è scritto che il raggiungimento di un discreto avanzo primario ha già permesso di ridurre la spesa degli interessi di 5 miliardi. L'ulteriore riduzione dello spread, la dismissione di grosse quote di patrimonio dello stato, la drastica riduzione della spesa pubblica garantiranno la tenuta dei conti. E naturalmente non mancano gli astrologhi di corte pronti a prevedere che alla fine del 2013 arriverà la crescita. Al di là di queste fauste previsioni, la crescita non ci sarà, la vendita di beni pubblici sarà un flop (o almeno favorirà soltanto gli "amici degli amici" che potranno comprare a prezzi stracciati quello che il governo metterà in vendita) e quindi si dovrà continuare a tagliare, colpendo prima le fasce più deboli della società e quindi il ceto medio. In questo caso non occorre fare previsioni, basta vedere quello che sta già succedendo in Grecia, dove questo percorso "virtuoso" è cominciato da qualche anno.
Una famiglia in cui le uscite sono sistematicamente maggiori delle entrate è destinata a non sopravvivere, un'azienda nelle stesse condizioni fallisce, uno stato deve trovare una soluzione diversa. Bisognerebbe partire da una tesi alternativamente opposta a quella che sta alla base dell'agenda Monti: il nostro paese non è in grado di pagare un debito così alto.
A livello internazionale qualcuno comincia a pensarci, perfino in uno dei templi della finanza internazionale, il Fmi. Negli Stati Uniti il capitolo 11 del diritto fallimentare di quel paese prevede un meccanismo di bancarotta ordinata per gli enti locali nell'ambito del sistema federale. Il problema, sollevato dal Fondo monetario, è che manca un diritto fallimentare internazionale. Sul modello degli Stati Uniti bisognerebbe creare uno strumento attraverso cui il paese insolvente possa azionare in maniera unilaterale una qualche forma di moratoria e convocare tutti i creditori, pubblici e privati, per rinegoziare il debito.
A dire il vero nel caso dell'Italia la soluzione potrebbe essere anche più semplice. La Bce ha prestato, in tempi diversi - ad esempio tra novembre 2011 e febbraio 2012 - migliaia di miliardi alle banche a un tasso favorevolissimo dell'1%. E queste ultime comprano i titoli del debito dagli stati, con interessi tripli o quadrupli. A questo punto è un meccanismo che deve essere interrotto: occorre abrogare l'art. 123 del trattato che vieta alla Bce di prestare denaro direttamente agli Stati. Se la Bce prestasse i 1.000 milairdi che ci mancano a un interesse dell'1% si potrebbe cominciare a rimettere in sesto i conti pubblici; questo naturalmente provocherebbe una forte diminuzione di guadagni per le banche, ma probabilmente questo non dovrebbe essere una priorità per il governo di un paese sull'orlo del fallimento.
Naturalmente in campagna elettorale è più facile parlare di Imu, è più facile promettere di ridurla o di rimodularla o di toglierla del tutto, ma sarebbe molto più interessante per noi capire cosa propongono i partiti su questo tema cruciale del debito. Il resto è maquillage.
Al di là dei nomi, il prossimo governo sarà "montiano", perché così è stato deciso a larga maggioranza nella fase finale di questa legislatura, che ha avuto davvero un carattere costituente. A partire dall'esercizio finanziario relativo all'anno 2014 entrerà in vigore il nuovo art. 81 della Costituzione, che impone il vincolo del pareggio di bilancio e l'impossibilità di contrarre debiti. Inoltre il parlamento ha ratificato il cosiddetto trattato sulla stabilità fiscale, imposto al nostro paese dalle autorità finanziarie internazionali e in particolare dalla Bce di Mario Draghi, in cambio dell'acquisto dei nostri titoli di stato e quindi della messa sotto controllo del debito pubblico, ossia il meccanismo che ha permesso a Monti di fingere di aver ridotto lo spread. L'art. 4 del trattato prescrive che "quando il rapporto tra il debito pubblico e il prodotto interno lordo di una parte contraente supera il valore del 60% [...] tale parte contraente opera una riduzione a un ritmo medio di un ventesimo all'anno". Questo trattato è già in vigore, ma in base a un precedente regolamento del Consiglio, l'inizio della riduzione del debito comincerà soltanto nel 2015. Con queste premesse è chiaro su quale linea si dovrà muovere il prossimo governo.Facciamo due conti: il pil è circa 1.650 miliardi, per cui il 60% è intorno a 1.000 miliardi. Il nostro debito è poco più del doppio di questa cifra, miliardo più, miliardo meno. Quindi per far scendere il debito all'obiettivo del 60% del pil lo si dovrebbe ridurre di 50 miliardi l'anno per venti anni. L'obiettivo è forse raggiungibile, a patto di spingere nella miseria tre quarti della popolazione italiana e di assicurare la povertà ad almeno due generazioni. Come è evidente a ciascuno di noi che tiene i conti della propria famiglia e magari ha un mutuo, per ripagare un debito a lunga scadenza in rate annuali è necessaria una condizione: il debitore, al netto di quanto spende per il proprio sostentamento, ogni anno - e per tutti gli anni previsti dal contratto di mutuo - deve avere delle entrate sufficienti per coprire ciascuna delle rate del debito. Nel caso dell'Italia questa condizione essenziale non esiste. Anche perché il debito non smette di crescere: al tasso medio del 4% gli interessi aumentano di circa 80 miliardi l'anno, in una spirale di cui è difficile vedere la fine.
Naturalmente gli apprendisti stregoni dell'ultraliberismo spiegano che non c'è nulla di cui preoccuparsi. Nella stessa agenda Monti è scritto che il raggiungimento di un discreto avanzo primario ha già permesso di ridurre la spesa degli interessi di 5 miliardi. L'ulteriore riduzione dello spread, la dismissione di grosse quote di patrimonio dello stato, la drastica riduzione della spesa pubblica garantiranno la tenuta dei conti. E naturalmente non mancano gli astrologhi di corte pronti a prevedere che alla fine del 2013 arriverà la crescita. Al di là di queste fauste previsioni, la crescita non ci sarà, la vendita di beni pubblici sarà un flop (o almeno favorirà soltanto gli "amici degli amici" che potranno comprare a prezzi stracciati quello che il governo metterà in vendita) e quindi si dovrà continuare a tagliare, colpendo prima le fasce più deboli della società e quindi il ceto medio. In questo caso non occorre fare previsioni, basta vedere quello che sta già succedendo in Grecia, dove questo percorso "virtuoso" è cominciato da qualche anno.
Una famiglia in cui le uscite sono sistematicamente maggiori delle entrate è destinata a non sopravvivere, un'azienda nelle stesse condizioni fallisce, uno stato deve trovare una soluzione diversa. Bisognerebbe partire da una tesi alternativamente opposta a quella che sta alla base dell'agenda Monti: il nostro paese non è in grado di pagare un debito così alto.
A livello internazionale qualcuno comincia a pensarci, perfino in uno dei templi della finanza internazionale, il Fmi. Negli Stati Uniti il capitolo 11 del diritto fallimentare di quel paese prevede un meccanismo di bancarotta ordinata per gli enti locali nell'ambito del sistema federale. Il problema, sollevato dal Fondo monetario, è che manca un diritto fallimentare internazionale. Sul modello degli Stati Uniti bisognerebbe creare uno strumento attraverso cui il paese insolvente possa azionare in maniera unilaterale una qualche forma di moratoria e convocare tutti i creditori, pubblici e privati, per rinegoziare il debito.
A dire il vero nel caso dell'Italia la soluzione potrebbe essere anche più semplice. La Bce ha prestato, in tempi diversi - ad esempio tra novembre 2011 e febbraio 2012 - migliaia di miliardi alle banche a un tasso favorevolissimo dell'1%. E queste ultime comprano i titoli del debito dagli stati, con interessi tripli o quadrupli. A questo punto è un meccanismo che deve essere interrotto: occorre abrogare l'art. 123 del trattato che vieta alla Bce di prestare denaro direttamente agli Stati. Se la Bce prestasse i 1.000 milairdi che ci mancano a un interesse dell'1% si potrebbe cominciare a rimettere in sesto i conti pubblici; questo naturalmente provocherebbe una forte diminuzione di guadagni per le banche, ma probabilmente questo non dovrebbe essere una priorità per il governo di un paese sull'orlo del fallimento.
Naturalmente in campagna elettorale è più facile parlare di Imu, è più facile promettere di ridurla o di rimodularla o di toglierla del tutto, ma sarebbe molto più interessante per noi capire cosa propongono i partiti su questo tema cruciale del debito. Il resto è maquillage.
domenica 4 novembre 2012
Considerazioni libere (318): a proposito di una diversa politica del lavoro...
Un tedesco su tre non lavora; i disoccupati in Germania sono 18 milioni, il 34% della popolazione attiva. Evidentemente non si tratta di una notizia di attualità, dal momento che il tasso di disoccupazione in quel paese ha raggiunto a ottobre di quest'anno il 6,9%, preoccupando comunque il governo di Berlino. Questi dati drammatici si riferiscono al 1932, l'anno in cui il partito nazional-socialista vinse le elezioni; dopo sette anni, poco prima di invadere la Polonia, Adolf Hitler poteva constatare compiaciuto che il tasso di disoccupazione in Germania era stato praticamente azzerato. Secondo gli ultimi dati pubblicati il tasso di disoccupazione nella zona euro supera l'11%, trascinato da Grecia, Spagna, Italia meridionale, paesi in cui ormai una persona su quattro non lavora. Sono passati ottant'anni dalla vittoria elettorale di Hitler e la storia non si ripete - anche se dovrebbero far riflettere il successo di un partito apertamente nazista in Grecia e l'astensione di un elettore su due alle elezioni siciliane - ma certamente il problema della disoccupazione, in tutta la sua drammaticità, dovrebbe essere la questione centrale del dibattito politico, non solo per le sue possibili ricadute sulle democrazia. Ecco un tema su cui poter dire "qualcosa di sinistra".
Come ci ha insegnato la storia europea del primo novecento e come ci mostrano le cronache di questi giorni, la disoccupazione di massa è uno scandalo perché è capace di scardinare - e potenzialmente di sovvertire - oltre che le vite delle persone e delle loro famiglie, le strutture economiche e sociali di un intero paese. Senza la possibilità di un lavoro stabile e retribuito in maniera dignitosa le persone mature e anziane non riescono più a garantire la propria indipendenza personale, mentre i giovani non riescono neppure a raggiungerla, tutti perdono la possibilità di accedere per sé e per i propri figli a una vita migliore; senza il lavoro si perde il futuro non solo delle persone, ma dell'intera comunità. Gli economisti calcolano che nel nostro paese avere quasi tre milioni di disoccupati comporta una riduzione del pil potenziale dell'ordine di 70-80 miliardi l'anno, perché i disoccupati non solo non lavorano, ma soprattutto perché se sono giovani non imparano neppure a farlo e se erano già entrati nel mondo del lavoro rischiano di veder logorate le loro capacità professionali, che sono tanto più difficili da recuperare, quanto più è lungo il periodo di inattività. Al di là della retorica dei suicidi - il cui numero viene in maniera oscena sopravvalutato o sottovalutato a seconda delle convenienze politiche - la disoccupazione di massa è un dramma e francamente questo governo non ha la cultura politica per affrontare questi temi. I rimedi proposti, dalla riduzione del cuneo fiscale alle facilitazioni per creare nuove imprese, dagli sgravi di imposta per chi assume giovani alla semplificazione delle procedure per l'avvio di cantieri e grandi opere, non affrontano davvero il tema: si tratta di pannicelli caldi che non curano la malattia. E' comprensibile che un governo di questo tipo, con questo orizzonte culturale, non assuma il tema del lavoro come centrale; meno comprensibile che questo tema non sia al centro dell'azione politica di un partito che si definisce riformista. Per questo in Italia abbiamo bisogno vitale di un partito che metta al centro il tema del lavoro.
Mi pare ormai abbastanza evidente che le ricette di austerità imposte dai teorici del neoliberismo, più o meno esasperato, non abbiano finora contribuito né a far crescere l'occupazione né a fermare la crescita della disoccupazione. Occorre un approccio completamente diverso: occorre che sia lo stato a creare direttamente occupazione. Su questo tema c'è un'elaborazione teorica molto vivace, anche se non in Europa, e queste teorie vanno sotto il nome di "lavoro garantito" o job guarantee. A essere sinceri per l'Italia questo approccio non è esattamente rivoluzionario, dal momento che l'art. 4 della nostra Costituzione - uno dei meno attuati nella storia repubblicana - dice che "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Intendiamoci bene, per sgomberare il campo da una delle più consuete - e banali - critiche a questo approccio teorico: né la Costituzione né la teoria del lavoro garantito significano che deve esistere una garanzia per uno specifico posto di lavoro, ma che viene garantito a tutti un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito.
Mi pare ormai abbastanza evidente che le ricette di austerità imposte dai teorici del neoliberismo, più o meno esasperato, non abbiano finora contribuito né a far crescere l'occupazione né a fermare la crescita della disoccupazione. Occorre un approccio completamente diverso: occorre che sia lo stato a creare direttamente occupazione. Su questo tema c'è un'elaborazione teorica molto vivace, anche se non in Europa, e queste teorie vanno sotto il nome di "lavoro garantito" o job guarantee. A essere sinceri per l'Italia questo approccio non è esattamente rivoluzionario, dal momento che l'art. 4 della nostra Costituzione - uno dei meno attuati nella storia repubblicana - dice che "la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto". Intendiamoci bene, per sgomberare il campo da una delle più consuete - e banali - critiche a questo approccio teorico: né la Costituzione né la teoria del lavoro garantito significano che deve esistere una garanzia per uno specifico posto di lavoro, ma che viene garantito a tutti un posto di lavoro dignitoso e ragionevolmente retribuito.
Secondo la teoria del lavoro garantito il lavoro deve essere accessibile a tutti coloro che, essendo disoccupati, sono in grado di lavorare; per fare questo è necessario creare da un lato un'agenzia centrale che definisca le regole di assunzione - è realistico pensare che all'inizio debbano essere assunti coloro che da più tempo sono disoccupati e coloro che hanno più bisogno - e i livelli di retribuzione, e dall'altro lato far nascere le imprese che assumano direttamente questi lavoratori, formandoli quando necessario, oppure dei centri di servizi o delle agenzie locali che possano assegnare questi lavoratori a imprese private; in questo secondo caso i centri di servizi e le agenzie locali devono tutelare i lavoratori assunti dai privati, gestendo anche la successiva fase di passaggio del dipendente dal pubblico al privato. Tutti questi lavoratori devono essere utilizzati in progetti di immediata e rilevante utilità collettiva: si può dare la preferenza a settori che richiedono un minor bisogno di capitali, dai beni culturali ai servizi alla persona, oppure partire dal recupero dei centri storici, dalla ristrutturazione di scuole e di ospedali, dalla tutela del territorio. Come vedete per l'Italia questo tipo di approccio servirebbe per intervenire in situazioni su cui c'è enorme necessità.
La prima obiezione che si fa a uno schema del genere è che sono necessarie risorse finanziarie molto ingenti; è verissimo naturalmente. Il problema però è che un'ipotesi del genere non viene neppure presa in considerazione dalle attuali forze politiche e dai teorici del pensiero unico e quindi è impossibile studiarne la fattibilità e i costi. Si tratta evidentemente di fare delle scelte, di gestire delle priorità. Ci sono teorici che, pur non accettando assolutamente l'idea dell'assunzione pubblica - vista come una sorta di tappa intermedia verso il socialismo - dicono che sono necessari forti investimenti pubblici in infrastrutture e una politica di sussidi e di aiuti economici per i poveri e per i disoccupati: questa opzione è parimenti molto costosa e non garantisce in sé la diminuzione della disoccupazione. Poi ci sono gli studiosi che sostengono l'introduzione del salario minimo garantito, come alternativa alla creazione dei posti di lavoro pubblico; secondo loro se diamo alle persone un salario minimo, queste possono scegliere di lavorare e quale lavoro fare. Si tratta di una libertà solo apparente: se non ci sono posti di lavoro, la loro possibilità di scelta è un'arma spuntata. Il disoccupato ha bisogno di un posto di lavoro, non di un salario minimo teorico in un lavoro che non c'è: lavoro garantito e salario minimo possono coesistere, ma questa è già un'altra prospettiva. Altri economisti che si oppongono al lavoro garantito dicono che la disoccupazione si combatte con il solo stimolo alla domanda: se il governo spende abbastanza - e comunque anche in questo caso servono molte risorse - per incentivare la domanda, viene creato un numero sufficiente di posti di lavoro in modo tale che tutti quelli che ne vorranno uno, l'avranno. Questa teoria ha un difetto, perché anche i più entusiasti devono ammettere che non saranno proprio tutti, ma che comunque il tasso di disoccupazione involontaria sarà ridotto in maniera sufficiente: ovviamente sufficiente per chi ottiene il posto di lavoro. Questa teoria ha un fondo di darwinismo sociale: quelli che non ottengono un posto di lavoro non se lo sono meritato; andrà meglio per loro la prossima volta. Un'altra obiezione è che il lavoro garantito crea lavori a bassa retribuzione che non utilizzano tutte le competenze dei lavoratori. Forse, ma sicuramente la disoccupazione non sviluppa le competenze dei lavoratori. Il lavoro garantito crea posti di lavoro per chi li vuole e forma i lavoratori sul campo; naturalmente se il lavoratore si qualifica al punto da poter fare un lavoro migliore, con una retribuzione più alta, può uscire dal sistema del lavoro garantito per entrare nel mercato del lavoro vero e proprio. C'è un motivo tutto italiano per avversare il lavoro garantito e - devo ammettere - rischia di essere il più convincente di tutti: nel paese delle partecipazioni statali, dell'inefficienza delle istituzioni, della corruzione imperante, un progetto di questo genere sembra destinato al fallimento. Ammetto che su questo non so bene come controbattere: forse siamo davvero troppo italiani perfino per sperimentare una cosa rivoluzionaria come il lavoro garantito. Oppure questo schema può servirci finalmente per affrontare mali consolidati del nostro paese, con una generale assunzione di responsabilità, da parte delle forze politiche, dei sindacati, delle imprese, dei cittadini, superando schemi ormai consolidati e sclerotizzati: non può esistere una sorta di "via italiana" al lavoro garantito; l'esperimento fallirebbe prima ancora di cominciare.
C'è infine un'obiezione politica alla teoria del lavoro garantito, particolarmente sviluppata negli Stati Uniti: questo sistema sarebbe intrinsecamente autoritario e porterebbe al socialismo, perché sarebbe lo stato a determinare cosa produrre, con che costi e quindi a definire i prezzi. Se si parte dalla prospettiva che lavorare è un diritto umano, la nostra società, che non garantisce tale diritto, viola i diritti umani e quindi una soluzione che sia in grado di risolvere in maniera radicale questo problema è comunque un passo avanti nella crescita democratica di un paese. Poi la storia - come ho detto - ci insegna che è avvenuto il contrario: è la mancanza del lavoro che ha portato alla fine delle democrazie. Infine - e questo mi sembra l'argomento più solido - credo che un popolo in cui tutti abbiano la possibilità di lavorare sia più consapevole dei propri diritti, ma anche dei propri doveri, più attento a cosa succede nella propria comunità e nel proprio paese. A me piacerebbe che un partito di sinistra si confrontasse su un tema come il lavoro garantito, penso sarebbe una prospettiva per cui varrebbe la pena tornare a combattere e a far politica.
Iscriviti a:
Post (Atom)
