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mercoledì 8 gennaio 2014

Verba volant (46): limite...

Limite, sost. m.

La parola latina limes, limitis, indicava prima di tutto la via traversa - limes o licmes ha la stessa radice lic che ritroviamo ad esempio nella parola obliquo - e di seguito è passata ad indicare la via che fa da confine. I Romani infatti chiamarono limiti le pietre che segnavano i confini; queste pietre erano sacre e non potevano essere rimosse o spostate, in quanto erano poste sotto la protezione della dea Limite. Chi spostava o ignorava i confini perciò violava una legge divina e contravveniva alle norme degli uomini.
Anche noi, quando superiamo un limite, infrangiamo una regola, commettiamo una colpa, più o meno grave. A volte per questa colpa siamo sanzionati, molto spesso riusciamo ad evitare la pena, anche se la colpa rimane.
Una serie di limiti ci sono imposti dalle leggi, in una scala che va dai limiti di velocità ai dieci comandamenti. Molti di questi limiti non sono espressi chiaramente, ma non per questo sono meno cogenti: si tratta delle leggi non scritte, di cui parla Sofocle nell’Antigone. Proprio in nome di queste leggi non scritte, ossia delle leggi della natura, la sfortunata figlia di Edipo e di Giocasta può ribellarsi al re Creonte e violare le regole imposte da lui, perché queste leggi sono eterne e divine, superiori alle leggi degli uomini.
Spesso i limiti ce li imponiamo noi stessi; anche in questo caso dobbiamo fare di tutto per non superarli. Nella pratica di tutti i giorni spesso siamo indulgenti con noi stessi e troviamo ogni scusa per giustificarci e autoassolverci.
Ho deciso di definire questa parola perché in queste ore mi è capitato di leggere diversi commenti sulla malattia di Pier Luigi Bersani che hanno oggettivamente superato il limite. In molti gli hanno augurato la morte.
A me è successo alcune volte di superare questo limite. Recentemente ho pubblicamente gioito per la morte di Margaret Thatcher, perché era una nemica di classe. E so che non mi sarà facile resistere alla tentazione di fare lo stesso quando succederà a Berlusconi e a Napolitano, ossia a due personaggi, con cui non solo ho una profonda divergenza politica, ma di cui non ho nessuna stima umana. In casi come questi sarebbe meglio il silenzio.
La rete ha certamente contribuito a spostare il senso del limite, ma credo sia un alibi pericoloso dare tutta la colpa alla rete. Su questo tema sono molto d’accordo con una cosa che ha detto Stefano Rodotà:
Quello che è illegale offline lo è online.
Certo la rete è qualcosa da maneggiare con cura. Ad esempio dobbiamo evitare una possibilità che pure la rete ci offre, ossia quella di restare anonimi: dobbiamo metterci la firma e la faccia, sempre. Questo ovviamente non ci permette di superare ogni limite - molti dei messaggi contro Bersani erano firmati - ma almeno ci dovrebbe rendere consapevoli che, se lo facciamo, possiamo pagarne le conseguenze.
Come ho detto io cerco di porre dei limiti a quello che scrivo. Non sempre ci riesco, lo ammetto, ma credo sia fondamentale farlo. Anche se uso politicamente la rete, pur sotto i velami di un dizionario. Considero questi spazi un’opportunità importante, anche perché, fuori di qui, non ne rimangono molti.
Proprio per questo credo sia necessario definire delle regole, e quindi dei limiti, al di là di quello che ci impongono le leggi sulla libertà di stampa e di espressione. E pur senza cadere nell’errore di porci castranti autocensure, non dobbiamo usare un linguaggio che inneggia alla violenza. In nessuna occasione e contro nessuno. Né possiamo sfruttare momenti come una malattia. Diceva Talete di Mileto, l’iniziatore della filosofia greca:
Evita di fare quello che rimprovereresti agli altri di fare.
Può sembrare banale, eppure questo è il limite che dovremmo rispettare.
Anzi, proprio perché noi siamo più deboli, abbiamo interesse che le regole ci siano e che vengano rispettate. Dentro e fuori la rete.

domenica 12 maggio 2013

Considerazioni libere (361): a proposito di stare in rete (e di come starci)...

Ho l'impressione che in questi giorni della rete si parli un po' a sproposito. A volte mi capita perfino di leggere Rete, con la "r" maiuscola, come se fosse una qualche entità soprannaturale. Io, pur usandola, non ne capisco molto e credo di essere in buona e folta compagnia. Proprio per questo provo a fare alcune riflessioni partendo da come uso io la rete e quindi tenete conto che potrebbero essere del tutto sbagliate; prendetele come mi vengono, con beneficio d'inventario.
La rete a me serve prima di tutto per essere informato o - sarebbe meglio dire - più e meglio informato. Certamente la rete è un grande aiuto e ti permette di accedere a fonti che difficilmente avresti potuto raggiungere in un altro modo, ma io - come credo molti di voi - cerco in rete solo quello che voglio trovare. Quando andavo sempre in edicola e avevo la possibilità - oltre che la necessità - di acquistare tutti i giorni più quotidiani, compravo sempre gli stessi giornali - ad esempio non ho mai comprato il Giornale, né quando era un vero quotidiano, né quando è diventato quello che è ora, ossia insana pornografia politica. Anche quando avevo meno soldi, ma facevo il pendolare e quindi avevo parecchio tempo libero, compravo sempre lo stesso giornale. Poi nei giornali che acquistavo, tendevo spesso a leggere certi articoli piuttosto che altri, così quando acquistavo il Corriere non leggevo mai gli editoriali di Ostellino, tanto sapevo cosa scriveva e sapevo già di non essere d'accordo con lui. Da quando vivo a Salsomaggiore ho smesso di acquistare un quotidiano, essenzialmente perché a me piace leggerlo la mattina e la mattina adesso non ho più tempo per farlo, perché fortunatamente lavoro a cinque minuti di distanza da dove vivo. Il pomeriggio e la sera, a seconda di quando finisco di lavorare, leggo le notizie e i commenti in rete, ma le mie scelte, nonostante il ventaglio delle possibilità sia incredibilmente più ampio di quando andavo in edicola ed estremamente più conveniente, non sono molto cambiate in questi anni. Continuano a esserci giornali e giornalisti che non leggo - e che non leggerò mai, da vecchio settario quale sono - e giornali e giornalisti che leggo con passione e interesse. Secondo lo stesso principio per cui non ho mai guardato i telegiornali delle reti Mediaset e ho ormai smesso da tempo di guardare quelli dei tre principali canali della Rai.
La rete mi ha permesso di fare una specie di mio "giornale ideale" - un po' come una volta c'era la selezione "resto del mondo", con i migliori calciatori di tutti gli altri paesi che giocavano contro una specifica nazionale - così leggo sempre Serra e Sofri da Repubblica, Franco dal Corriere, Sardo dall'Unità , Revelli e Viale dal Manifesto e così via. Poi consulto sempre Il Post, perché ci sono autori che mi piacciono e ha un taglio molto interessante, alternando notizie e approfondimenti di natura molto diversa; cerco di leggere il più regolarmente possibile alcuni altri siti, perché - come OsservatorioIraq - mi tengono informato su alcuni temi specifici. Poi capito spesso sul sito di Internazionale, l'unica rivista che comunque continuo a comprare anche in edicola. Infine leggo i blog di persone che stimo e con cui spesso sono d'accordo, come Mauro Zani e Corradino Mineo. Ora, se non ci fosse la rete questo non riuscirei mai a farlo, dovrei comprare molti quotidiani ogni giorno e comunque non potrei mai leggere i blog, ma non è la rete che ha cambiato o cambia le mie idee, quelle stanno lì e tendono a rimanere quelle o comunque cambiano - perché sono effettivamente cambiate in questi anni - per una mia evoluzione, legata anche alle letture che ho fatto e che faccio. In sostanza credo che la rete sia un'opportunità che sta a ciascuno di noi usare o non usare, usare bene o male; la rete è un mezzo - più potente di altri, senza dubbio - ma che non sostituisce in sé il messaggio. Provo a spiegare meglio questo concetto. L'accesso alla rete è diventato un elemento essenziale del progresso democratico, deve essere un diritto e giustamente Stefano Rodotà propone di inserirlo tra i diritti fondamentali della prima parte della nostra Costituzione. E' giusto e dobbiamo lottare affinché questo obiettivo sia raggiunto. Ma non facciamoci illusioni; anche in una società ideale in cui tutti abbiano accesso libero e gratuito alla rete, non è detto che ci sia maggiore trasparenza e soprattutto maggiore condivisione delle informazioni. Questa crescita di consapevolezza democratica e civile passa ancora attraverso l'educazione, la sua libertà e il suo pluralismo. E infatti non credo sia un caso che nella nostra società, in cui si restringono pericolosamente democrazia e diritti, chi è al potere faccia di tutto per smantellare la scuola pubblica e per favorire quella privata; ma questa è un'altra storia, su cui proverò a scrivere qualcosa in un'altra occasione.
Poi io - come altri - uso la rete anche in un altro modo, ci scrivo sopra o dentro, come preferite. Ho scoperto che in Italia siamo in quattro milioni ad avere un blog: è un numero interessante e significativo. Ora qualcuno potrebbe giustamente dire che in fondo i blog esistevano anche prima della rete e si chiamavano diari. Tutto sommato è giusto, anche se in questo caso il mezzo finisce per essere parte del messaggio. Anche prima della rete molte persone avevano un quaderno delle ricette, perfino mia madre e immagino anche le vostre. La rete ha offerto una possibilità in più: da un lato l'appagamento di una legittima vanità e dall'altro la curiosità di conoscere nuove cose. E qualcosa di simile avviene per tutti coloro che condividono, attraverso i loro blog, un hobby o una passione artistica. Anzi forse la rete ha offerto uno stimolo in più alla creazione artistica. Parlo ancora una volta di me: quasi sicuramente se non avessi avuto la possibilità di farli leggere a qualcun altro - oltre a mia moglie - probabilmente non avrei scritto i piccoli racconti che trovate qui. Naturalmente non se ne sentiva la mancanza e sono irrilevanti per la storia della letteratura italiana di questo secolo, ma nonostante tutto sono nati perché c'è la rete e vivono in rete. Credo che questo sia vero per creazioni artistiche di ben altra rilevanza e che invece avranno altro peso nella nostra cultura; e di questo dovremo ringraziare la rete.
Poi c'è la dimensione politica e questa, ovviamente, mi interessa di più. Io - e credo alcuni altri amici - uso questo strumento per continuare un impegno politico che in un'altra stagione mi ha visto partecipare attivamente e direttamente alla vita di un partito e, attraverso questo, delle istituzioni. Dal momento che un partito in cui militare non l'ho più, avrei dovuto smettere di partecipare, limitandomi al voto, nelle occasioni consentite. Oggettivamente la rete offre a una parte di cittadini alcune possibilità nuove, che probabilmente non abbiamo ancora del tutto capito. Riusciamo effettivamente a partecipare? In qualche modo sì. A patto di non credere alle scempiaggini sentite in questi ultimi giorni. Esiste il "popolo della Rete", di cui si favoleggia nei giornali? Ecco una cretinata spesso evocata, secondo alcuni sciocchi avrebbe avuto addirittura un ruolo nell'elezione del presidente della Repubblica, determinando la mancata elezione di Marini. Bersani - lo ricorderete - ha ordinato ai parlamentari del Pd di spegnere Twitter nelle successive elezioni, dimostrando davvero poca lucidità. Io in quei giorni ho scritto, molto, ovunque mi fosse possibile, su questo blog, su Twitter, su Facebook; ho mandato due mail a Bersani, ho mandato dei messaggi ad alcuni amici diventati deputati e senatori del Pd. Ho ottenuto qualcosa? Assolutamente no, visto che abbiamo raggiunto per me il peggior risultato possibile: la rielezione di quello che considero il più pericoloso e antidemocratico presidente della storia repubblicana, la nomina di un governo fantoccio, che risponde unicamente ai dettami delle autorità finanziarie internazionali, il ritorno sulla scena di un personaggio come B. e infine il suicidio dell'ex-Pd. Potevo stare zitto? Visti i risultati sì, ma almeno non possono dire che l'hanno fatto in mio nome e, se le mie riflessioni sono servite a far nascere un dubbio anche a una sola persona, non mi considero del tutto sconfitto. La rete serve a far esprimere pareri, a volte anche in maniera viscerale e poco ponderata, ma è più o meno lo stesso che avviene in una piazza. Anche in questo caso non c'è una differenza qualitativa, ma soltanto quantitativa.
Infine penso che sulla rete si possa organizzare quel minimo di resistenza che ci è ancora possibile. E infatti adesso, non a caso, da Napolitano in giù, hanno individuato nella rete il "nemico". Dicono che le nostre parole sono pericolose. La rete è uno spazio della democrazia e di conseguenza la vogliono limitare, così come in questi vent'anni hanno limitato il potere e il ruolo del parlamento, hanno depotenziato lo strumento referendario e sono riusciti a eliminare i partiti - a onor del vero, bisogna dire che i partiti, compreso il mio, hanno fatto di tutto per favorire questa distruzione. Poi cos'è diventato il mondo dell'informazione è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Proprio perché questo è l'ultimo ambito che ci è rimasto e visto che "loro" vogliono togliercelo, dobbiamo fare attenzione, non sprecare questa opportunità e soprattutto non cadere nelle provocazioni, nelle trappole che ci tenderanno sempre più spesso e in maniera sempre più subdola. Ad esempio dobbiamo evitare una possibilità che pure la rete ci offre, ossia quella di restare anonimi: dobbiamo metterci la firma e la faccia, sempre. Per me è essenziale e credo debba diventare una delle regole base di questa nuova resistenza. E pur senza cadere nell'errore di porci castranti autocensure, non dobbiamo usare un linguaggio che inneggia alla violenza. In nessuna occasione e contro nessuno, neppure contro quello che odiamo di più, non serve nemmeno che vi dica chi è. Anzi, su questo dobbiamo essere per primi noi resistenti a chiedere il rispetto delle regole; nei giorni scorsi Rodotà ha detto su questo punto alcune parole molto chiare, che faccio mie: "La rete non ha bisogno di una legge speciale, le regole ci sono già. Bisogna solo farle rispettare. C'è un vecchio detto che quello che è illegale offline lo è online". Noi, proprio perché siamo più deboli, abbiamo interesse che le regole ci siano e che vengano rispettate.
Ho già avuto occasione di scriverlo, ma lo voglio ripetere. Io non ho intenzione di abbassare i toni, così come non voglio partecipare a nessuna pacificazione. In una recente occasione solenne, nel ricordare le vittime del terrorismo, Napolitano ha condannato un uso delle parole che può alzare il lvello dello scontro politico; in sostanza il presidente non vuole che si disturbi il manovratore. Io continuerò a disturbarlo, nel mio piccolo, senza nessun timore e senza nessun rispetto per la sua età e la sua storia. Naturalmente per lui e per quelli come lui sarà una puntura di spillo, ma abbiamo il dovere da farlo.

giovedì 26 gennaio 2012

Considerazioni libere (267): a proposito di ricerche e censure...

Facciamo insieme un piccolo esperimento. Provate a cercare con Google un'immagine legata alla parola Tienanmen; le prime icone che compaiono sul vostro schermo sono la riproduzione di quella foto celebre che tutti abbiamo in mente: il ragazzo che fronteggia una colonna di carri armati nel giugno del 1989 sulla grande piazza della capitale cinese. Provate a fare la stessa ricerca con Baidu - è semplice, basta cliccare www.baidu.com e non farsi spaventare dai caratteri cinesi; è intuitivo capire dove è la sezione "immagini", visto che la home è organizzata in maniera molto simile a quella di Google - qui trovate una splendida miscellanea di foto della piazza e dei palazzi che la circondano, tante immagini di persone in vacanza e delle grandi manifestazioni promosse dal regime, ma nessuna riproduzione della foto dello studente che ebbe il coraggio di sfidare il potere del partito comunista. Questa prova la può fare ognuno di noi, anche se non conosce il cinese; chi invece conosce quella splendida e antica lingua può dirvi che attraverso Baidu è impossibile avere una qualche informazione di quello che è successo a Pechino più di vent'anni fa, un avvenimento che è entrato nella storia, oltre che nell'immaginario, del secolo scorso. Se fate la stessa ricerca su Baidu scrivendo Tienanmen con i caratteri cinesi, verrà fuori questa scritta: "In base alle leggi, ai regolamenti e alle politiche pertinenti, alcuni risultati di questa ricerca non sono mostrati"; naturalmente nulla sulle proteste degli studenti è ritenuto "pertinente" dalle autorità.
Google ha in tutto il mondo 425 milioni di utenti, ma Baidu ne ha già 400 e sono destinati a salire in maniera molto veloce - si prevede infatti che saranno almeno 750 milioni tra cinque anni. Google oltre ad essere il più importante motore di ricerca del mondo - anzi proprio per questo motivo - ha degli incassi che arrivano quasi a sette miliardi di dollari all'anno. Baidu, anch'essa quotata al Nasdaq, ha per ora incassi molto inferiori - circa mezzo miliardo di dollari all'anno - ma le previsioni sono rosee: a luglio dell'anno scorso la società ha annunciato un aumento del 95% dei profitti trimestrali, e questo ha fatto sì che nel 2011 le sue azioni siano cresciute del 65%, dopo essere più che raddoppiate nel 2010. Baidu non è un'azienda di stato - anzi è registrata alle isole Cayman - ma per lavorare e prosperare in Cina si è piegata all'ideologia del regime, divenendone un docile strumento.
Per tornare al nostro esempio, un giovane cinese che possiede un computer e ha l'accesso alla rete - e si trova quindi in una posizione di ipotetica parità con un suo coetaneo statunitense o europeo - non sa, a meno che la vicenda abbia coinvolto qualcuno della sua famiglia - ma in un paese di un miliardo e 300 milioni di abitanti la possibilità è piuttosto remota - cosa sia successo nel giugno del 1989 nel suo paese, non sa chi sia Liu Xiaobo né che abbia vinto il Nobel per la pace nel 2010 e così via. Quel giovane cinese sa tutto quello che gli è permesso di sapere dopo che la censura del regime ha deciso quello che è opportuno che egli sappia. Il governo cinese ha capito che la rete può essere molto pericolosa e infatti sono 50mila gli esperti di informatica che ogni giorno sorvegliano la rete. In realtà coloro che effettuano questa forma di controllo sono molti di più, perché ogni provider deve controllare quello che compare in rete prima ancora dell'intervento della polizia. E il controllo è tanto più meticoloso sugli scambi di messaggi all'interno del paese che sulle informazioni che vengono dall'estero: ogni regime teme e controlla i propri cittadini sempre più che i nemici all'esterno. Baidu non dà informazioni su quante siano le persone incaricate di svolgere questo controllo preventivo. Esiste però un sistema di selezione automatico che indirizza ogni messaggio in tre grandi gruppi: verde per i messaggi che non contengono nulla di "disarmonico", rosso per quelli che devono essere censurati, giallo per quelli in cui c'è un'ambiguità, che richiede l'intervento umano.
In questi mesi sono state condotte molte analisi sul ruolo che la rete e i social network hanno avuto nelle "primavere arabe" e nei movimenti di protesta, da Madrid a New York, da Santiago a Tel Aviv. Molti commentatori, spesso quelli che hanno meno dimestichezza con le nuove tecnologie, hanno esaltato il ruolo della rete, tanto da coniare espressioni come "le prime rivoluzioni informatiche". Personalmente penso che in molti casi questo ruolo sia stato enfatizzato; come ho scritto in una "considerazione" di circa un anno fa - la nr. 205 - "la voce della rivolta non è passata, o è passata solo in minima parte, sulla rete, la rivolta si è diffusa tra le persone, con il dialogo, il confronto, il passaparola". Allo stesso modo la forza delle persone riunite a Zuccotti park stava proprio nella parola, nel confronto diretto e continuo, nel guardarsi negli occhi, mentre le mani si alzavano per votare.
Si può essere ottimisti o pessimisti su quello che succederà in Cina, anche grazie alla rete. Sapete che io in genere tendo alla seconda opzione. Sulla voglia di libertà faccio volentieri un'eccezione, perché questo desiderio ha una forza incalcolabile che viene aumentata in maniera esponenziale dalla rete. E in questo caso il numero è un potente alleato della voglia di libertà: ogni giorno, ventiquattr'ore su ventiquattro, centinaia di migliaia di cinesi, più o meno giovani, sono davanti ai loro computer, chattano, si scambiano mail, fanno ricerche. In Cina ci sono 200 milioni di blogger che ogni giorno scrivono miliardi di parole. Controllare questa massa enorme di informazioni è impossibile anche per un regime potente come quello cinese e qualcosa è destinato fatalmente a sfuggire dalle maglie della censura. Così come qualche censore prima o poi comincerà a leggere quello che è proibito agli altri leggere e certe idee sono virus che quando cominciano a circolare sono inarrestabili. Nonostante questo ottimismo è però molto preoccupante pensare che forza di condizionamento ha questo strumento a cui noi diamo tanta importanza e a cui affidiamo le nostre riflessioni, i nostri pensieri, anche la nostra voglia di protesta, se non di ribellione, e - quando ci riusciamo - di proposta. Così come Baidu controlla quello che i cinesi possono o non possono sapere, cosa ci assicura che Google sia davvero così libero e democratico? Lo strumento ha caratteristiche analoghe e in linea teorica può essere usato allo stesso modo, se qualcuno decide che qualcosa non deve essere conosciuto basterebbe cancellarlo da Google per farlo finire nel dimenticatoio. Sinceramente non mi sento tanto più tranquillo di un cinese.

p.s. del 27 gennaio: cambiano alcune regole di Twitter; ecco un interessante articolo del Post.

sabato 5 febbraio 2011

Considerazioni libere (205): a proposito di internet e di povertà...

Questi giorni sono indubbiamente segnati da quello che sta succedendo nei paesi della costa meridionale del Mediterraneo e del Medio Oriente: la rivolta in Tunisia che ha costretto alla fuga il dittatore Ben Ali, le grandi manifestazioni che stanno aprendo una breccia sempre più larga nel regime di Mubarak e i cui esiti sono per ora imprevedibili, il diffondersi di moti di protesta nell'intera regione, dall'Algeria allo Yemen, dal Marocco al Libano; per non parlare della crisi delle cancellerie occidentali, che vedono crollare i propri, mal scelti, alleati. Ne ho già parlato nella "considerazione" nr. 198 e credo che ne parlerò ancora, perché queste rivolte segnano un passaggio storico estremamente importante.
Con una qualche enfasi, diversi commentatori hanno descritto queste rivolte come le prime dell'era tecnologica, una sorta di rivoluzioni 2.0. Ho letto, come immagino abbiate fatto voi, molti commenti che hanno descritto il ruolo dei blogger e il diffondersi delle parole d'ordine della rivolta attraverso Twitter e Facebook. Ho l'impressione che concentrarsi troppo su questo aspetto, ci distolga da alcuni altri concetti fondamentali.
Ricordo che poco più di due anni fa in tanti presentavano Obama come il primo presidente degli Stati Uniti eletto grazie alla rete. Certamente Obama, per età e per curiosità intellettuale, è il primo presidente americano che maneggia con disinvoltura questi strumenti e sicuramente chi ha lavorato - e lavora - insieme a lui sa usare bene le potenzialità della rete. Un po' di tempo fa ho scritto una "considerazione" sul tema - la nr. 32, per la precisione - e, come scrissi allora, continuo a venire aggiornato, almeno due o tre volte alla settimana, su quello che sta facendo l'amministrazione statunitense, molto meglio che la triste newsletter dei nostri governi, di destra e di sinistra. Nonostante tutto questo, ricordo però un lungo reportage di Time sulla campagna elettorale di Obama, in cui venivano descritti gli uffici dei volontari rione per rione, cittadina per cittadina, i volantinaggi per strada, il porta a porta, in sostanza tutti gli strumenti più old che si potesse immaginare. Il fatto di guardare a quegli avvenimenti da lontano e per lo più attraverso la rete, ci aveva fatto scambiare il mezzo per la sostanza e fatto dare un giudizio sbagliato.
Credo che alla fine scopriremo qualcosa del genere anche sugli avvenimenti di queste settimane. Ogni paese ha le proprie caratteristiche e quindi bisogna fare attenzione a non dare giudizi generici. La Tunisia ha un livello di istruzione più alto rispetto a quello dell'Egitto, comunque in questi due paesi il livello di analfabetismo raggiunge rispettivamente il 22 e il 33,6%. In Egitto almeno un terzo della popolazione è esclusa dalla rete perché non sa leggere e scrivere. Secondo i dati di giugno del 2010, in Egitto su una popolazione complessiva di 77 milioni di persone, ci sono 182.017 host, ossia di terminali collegato a una rete o più in particolare a internet: sono 2,4 per ogni 1.000 abitanti. Per altro l'Egitto è uno dei paesi africani - escluso il Sudafrica che fa storia a sé - in cui la rete è più diffusa. In paesi così poveri i livelli di accesso a internet e di utilizzo di social network è decisamente inferiore rispetto alle medie occidentali.
Questo non significa che questi strumenti non abbiano avuto un ruolo, ma diverso da quello che forse abbiamo immaginato. I social network e i blog sono stati utili per aggirare la censura e per tenerci informati, in tempo reale, su quello che accadeva in quei paesi e per questo c'è stato, in particolare in Egitto, il tentativo, in parte riuscito, di bloccare l'informazione attraverso questi canali, così come ci sono state le minacce verso i giornalisti occidentali e il tentativo di oscurare Al Jazeera. Ma la voce della rivolta non è passata, o è passata solo in minima parte, sulla rete, la rivolta si è diffusa tra le persone, con il dialogo, il confronto, il passaparola.
Io credo che, anche per colpa di come abbiamo letto questo aspetto "digitale" della rivolta, ci sia sfuggito un un punto fondamentale. Le rivolte in Algeria, in Tunisia, in Egitto sono scoppiate per la disperazione di milioni di persone che non sanno cosa mangiare. Naturalmente c'è anche un alto livello di consapevolezza politica - che pare stia crescendo, per fortuna - c'è il forte collante delle fede, ma è stata l'impossibilità di costruirsi un futuro a spingere tanti giovani alla ribellione. Facciamo sempre più fatica a leggere il mondo attraverso la categoria della povertà, della fame: solo perché qui, nel mondo occidentale, abbiamo sconfitto - apparentemente, come dovremmo sapere, se leggessimo con maggior attenzione quello che succede nelle nostre società - questo problema, non vuol dire che nel mondo questo problema non investa masse enormi. La crisi globale in Europa ha significato per molte persone la perdita del lavoro, per altri la perdita della casa, per moltissimi l'impossibilità di mantenere lo stesso tenore di vita, in paesi come l'Egitto ha significato - e significa - morire di fame. Sarà che il Novecento è finito e quindi la povertà non c'è più e c'è la rete che ha spinto troppi commentatori a leggere queste rivolte con una lente distorta. In Egitto il Novecento non è ancora cominciato.

lunedì 7 giugno 2010

Considerazioni libere (123): a proposito di Facebook...

Sarà che l'arrivo della stagione calda costringe i giornalisti delle varie rubriche - ormai diventate l'ossatura di ogni quotidiano, di ogni periodico e della televisione - a parlare quasi sempre delle stesse cose, sarà il fatto che Facebook è ormai diventato un fenomeno di massa, visto che tra qualche settimana dovrebbe raggiungere i 500 milioni di utenti attivi nel mondo, sarà che in questi ultimi giorni si è riaperta la questione sulla privacy degli utenti e gli amministratori del social network hanno attivato un sistema più semplice per decidere quali informazioni condividere e quali no, insomma sarà per tutto questo che non passa giorno senza che qualcuno, in televisione o sui giornali, dedichi una sua riflessione, più o meno critica, a Facebook. Molte di queste considerazioni sono piuttosto banali, ma su alcuni temi mi sembra utile approfondire un po'.
Io sono su Facebook dall'ottobre del 2008 e non mi sono stancato. Confesso di essere un utente attivo - anche troppo attivo, a sentire Zaira, che è anche lei su Facebook, ma è decisamente meno "maniaca" di me. Ho quasi 1.300 amici, ho attivato alcuni gruppi seri e qualche gruppo stupido, mi sto adoperando per riunire tutti i Billi che nel mondo si sono iscritti al social network, ho "postato" le mie foto, comprese quelle del matrimonio, faccio i giochi, mi iscrivo alle "cause", esprimo le mie preferenze su questo e quello, in una parola, come tanti, alterno cose serie e futilità. Ho ritrovato qualche vecchia conoscenza, ma soprattutto ne ho fatte di nuove, alcune persone davvero interessanti e che senza Facebook non avrei mai avuto occasione di conoscere. Facebook - insieme a questo blog, che ho iniziato più tardi, nel settembre del 2009, su suggerimento di Zaira - è ormai diventata la mia unica occasione di continuare a fare politica, a dire la mia opinione su diversi argomenti, di partecipare a dibattiti e discussioni. Facebook mi è indispensabile per dare una maggiore vetrina a quello che scrivo sul blog e quindi non posso ormai farne a meno. Questa premessa, per dichiarare da subito che il mio giudizio è quindi di un sostenitore del social network; ma non per questo non vedo quali siano i problemi.
C'è un tema che spesso ritorna tra coloro che criticano Facebook e più in generale la rete: il pericolo che può rappresentare per le bambine e i bambini. La questione è rilevante e non deve essere sottovalutata. Certo i nostri figli sono esposti attraverso la rete a molti potenziali pericoli, ma la rete - e Facebook in particolare - non possono diventare un alibi per nascondere l'incapacità educativa degli adulti. I bambini sono sempre stati in pericoli. In fondo Collodi mette in guardia i bambini - e i loro genitori - dai pericoli del mondo quando descrive Pinocchio irretito da Lucignolo e portato nel Paese dei balocchi; e non c'era certamente la rete. Nel mio paese, tra la fine degli anni settanta e gli ottanta, tanti ragazzi un po' più grandi di me si sono fatti trascinare nel dramma della droga, eppure non c'era la rete, anzi l'ambiente sembrava piuttosto protetto, nella sua chiusura provinciale.
Con questo non voglio dire che Facebook sia sicuro, tutt'altro, ci sono molte persone che, forti dell'anonimato, entrano con le peggiori intenzioni, voglio solo dire che serve attenzione da parte dei genitori e degli adulti, che bisogna essere educatori senza delegare ad altri questo compito. Nella nostra società invece sembra che la formazione sia una questione ininfluente, non ci sono investimenti nelle agenzie educative, i genitori sono spesso lasciati soli con compiti a cui non sono stati preparati, i mezzi di comunicazione lanciano messaggi e valori - o meglio disvalori - contro cui ci sono sempre meno anticorpi. Non è la rete che banalizza il corpo della donna e il sesso, la rete è solo uno degli strumenti attraverso cui la nostra società mercifica il corpo femminile. Non possiamo poi meravigliarci se vediamo nei profili di Facebook foto di ragazzine poco più che adolescenti vestite - o svestite - e truccate come le protagoniste dei video musicali - pare che non esistano ormai cantanti che non siano bellissime, con corpi statuari e intercambiabili nelle loro proporzioni sempre uguali. E non possiamo meravigliarci se per tanti ragazzini il rapporto con il sesso è mediato attraverso immagini per cui tutto è facile e a disposizione. Ovviamente in questo contesto è più facile per chi si vuole approfittare dell'ingenuità dei nostri figli trovare le forme in cui insinuarsi nelle loro vite. Ma ripeto non è la rete la causa, ne è solo uno degli strumenti, per quanto potente e pervasivo.
E lo stesso ragionamento vale per l'altra grande critica che si può fare a Facebook: il social network, attraverso le nostre foto, i nostri commenti, più o meno futili, i nostri "mi piace" è diventato il grande archivio delle nostre preferenze, che può essere sfruttato da chi vuole venderci questo piuttosto che quel prodotto. Anche qui si tratta di educazione e capacità di discernimento: possiamo essere bombardati da pubblicità mirate ed efficaci, ma se non vogliamo comprare un prodotto, possiamo semplicemente non farlo. Nulla ci obbliga davvero a comprare quella cosa piuttosto che l'altra, se non vogliamo farlo. Il problema anche in questo caso è che la società ci mostra modelli per cui la felicità nostra e della nostra famiglia passa attraverso l'accumulo di merci, è la società che ci considera sempre più consumatori piuttosto che cittadini. Facebook può amplificare e rendere ancora più pervasivo questo condizionamento, ma non è il responsabile, è chi vuole venderci quello di cui non abbiamo bisogno e di cui mai avremo bisogno che usa tutti i mezzi a disposizione per convicerci a farlo.
Personalmente penso che Facebook sia un elemento di democrazia in più, di consapevolezza in più, basta saperlo usare bene.

sabato 30 gennaio 2010

Considerazioni libere (66): a proposito di internet e di intelligenza...

La rivista statunitense, pubblicata solo on line, "Edge", che si occupa di scienza e di tecnologia, ha posto a scrittori, filosofi, scienziati, artisti, la domanda: "l'uso della rete ha cambiato il nostro modo di pensare?". Nel nr. 831 di "Internazionale" sono tradotte alcune delle risposte, che possono essere lette integralmente sul sito della rivista.
Sinceramente non ho le competenze per rispondere a questa domanda e probabilmente è una domanda a cui è impossibile dare una risposta, dal momento che la cosiddetta rivoluzione digitale è troppo recente per poter aver influito sulle caratteristiche della nostra specie. Eppure mi sembra molto stimolante e mi piacerebbe confrontarmi con i miei lettori su questo tema. Credo sia necessario partire dalle proprie esperienze - gran parte di quelli che hanno risposto su "Edge" hanno fatto così - per provare a tirar fuori qualche considerazione generale.
Io trascorro parecchio del mio tempo libero su internet: tengo aggiornato questo blog - che qualcuno ha perfino la pazienza di leggere -, ho amici con cui parlo e condivido idee attraverso Facebook, leggo i quotidiani on line, cerco informazioni su Wikipedia, ascolto musica grazie ad Accuradio, partecipo a un gioco di ruolo e così via. Mi dà ancora un certo senso di ebbrezza la possibilità di avere a disposizione una massa così incredibile di notizie, di foto, di video, di poter condividere qualcosa con persone che vivono in ogni parte del mondo. Sinceramente penso che senza la rete la mia vita sarebbe meno interessante: conoscerei meno persone, saprei meno cose, avrei meno opportunità.
Però non leggo meno libri. Leggo meno i giornali, ma più per un fattore economico - visto che devo cercare di risparmiare; li leggo comunque in maniera differente: le informazioni le ricevo generalmente dalla rete, ma i commenti, gli approfondimenti, le inchieste li leggo sulla carta. Guardo meno televisione, ma soprattutto perché ci sono sempre meno programmi interessanti da vedere.
Grazie a questo blog ho anche ricominciato a scrivere a mano, con la penna su un foglio di carta. Il desiderio di mantenerlo il più possibile aggiornato e l'impossibilità di essere davanti al computer quando ho qualcosa da raccontare - o perché sono fuori casa o perché non è il mio turno di utilizzo dello strumento - mi ha spinto a recuperare la manualità dello scrivere, che lavorando avevo perduto, perché scrivevo quasi esclusivamente al computer.
Certo navigare nella rete, porta a distrarsi, a passare in maniera non sempre logica da un argomento all'altro, a scartare, più o meno consciamente, i testi troppo lunghi, a evitare gli approfondimenti. Non so se questo influisce anche in qualche modo sull'intelligenza o sulle capacità di attenzione e di memoria; forse lo scopriremo tra qualche tempo. Ma certamente è una grande fonte di opportunità. Penso che se avessi un figlio non avrei timore a insegnargli a navigare.
C'è comunque un aspetto che mi preoccupa molto. Nonostante quanto dicono molti, internet è uno strumento molto meno democratico di un libro o di un giornale. O meglio, è molto democratico per coloro che ne usufruiscono, ma comporta anche un gran numero di persone che ne sono escluse. Per accedere alla rete non serve soltanto saper "leggere, scrivere e far di conto", ma occorre un computer, l'energia per alimentarlo e i cavi attraverso cui far passare il collegamento. Per troppe persone internet rischia di rimanere un miraggio.

giovedì 17 dicembre 2009

Considerazioni libere (46): a proposito della libertà di internet...

Nei giorni in cui in Italia si "scopre" la pericolosità di Facebook, con dichiarazioni francamente fuori luogo del Presidente del Senato, e si stanno studiando leggi per limitare in qualche modo l'uso della rete - speriamo che si continui soltanto a parlarne, senza far nulla, come è tipico del nostro paese - mi è sembrato utile cercare qualche notizia su quei paesi dove veramente esistono forme di censura sulla rete. Troppo immersi nelle farse italiane rischiamo troppo spesso di dimenticare le tragedie del mondo.
Reporters sans frontières, un'organizzazione internazionale che si batte per la difesa della libertà di stampa, e Amnesty International, in occasione della Giornata mondiale contro la cybercensura, che si è svolta lo scorso 12 marzo, hanno scritto ai direttori generali di Google, Yahoo! e della Microsoft, per chiedere loro di intervenire; la "complicità" dei maggiori motori di ricerca nella censura online, in alcuni casi, per esempio in Cina, "non si limita a causare la sparizione di informazioni relative ai diritti umani, al Dalai Lama, a Carta 08 o alla democrazia, ma queste parole vengono filtrate dalla rete, bloccando di fatto anche l’accesso a pagine internet di organizzazioni internazionali impegnate nella difesa dei diritti umani, come Rsf o Amnesty International". Queste importanti aziende, collaborando di fatto con le leggi nazionali di censura, contravvengono alla regolamentazione internazionale che protegge la libertà di espressione e alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo.
Reporters sans frontières inoltre ha pubblicato un rapporto intitolato I nemici di internet; queste, come altre informazioni, le potete trovare nel loro sito. In dieci paesi la censura informatica è normata e legalizzata; si tratta di Cina, Australia, Birmania,Vietnam, Corea del sud, Thailandia, Yemen, Zimbabwe, Turkmenistan, Uzbekistan. Colpisce che nell'elenco, oltre a paesi dove non ci sono istituzioni democratiche, ci siano due paesi come Australia e Corea del sud, che sono democrazie di tipo occidentale. Eppure proprio in Australia, sull'onda emotiva della guerra contro il terrorismo internazionale, è stata approvata una legge che impone a tutti i collegamenti internet un filtro, inoltre una speciale agenzia governativa è autorizzata a controllare e intercettare qualunque messaggio e-mail sospetto e ad avviare indagini sugli utilizzatori della rete, senza il permesso della magistratura; in Corea del sud è diffusa la pratica di ingaggiare da parte del governo degli internauti – ironicamente detti "i cinque centesimi" dal compenso per ogni commento pubblicato – per postare sui blog di discussione commenti filogovernativi.
Poi ci sono paesi, come Eritrea, Malesia e Bielorussia, in cui l’informatizzazione è ancora scarsa e perciò facilmente sottoposta a controlli governativi; paesi, come Corea del nord e Cuba, in cui la repressione informatica è solo uno degli aspetti di un controllo più generale sulla popolazione - per la situazione cubana basti pensare anche al recentissimo caso di minacce contro la blogger Yoani Sanchez; infine paesi in cui i governi si avvalgono di un carente codice penale per applicare un’arbitraria quanto feroce repressione nei confronti di coloro che "offendono o violano i principi della religione o le norme sociali", come Arabia Saudita, Iran, Siria, Egitto.
Reporters sans frontières denuncia una situazione in cui alcuni governi "hanno già trasformato le loro reti in intranet, impedendo che gli internauti accedano a informazioni considerate indesiderabili" e "hanno manifestato non solo la loro capacità di censurare l’informazione, ma anche di reprimere in maniera sistematica gli internauti scomodi". Attualmente sono 98 i cosiddetti cyberdissidenti incarcerati per motivi politici, di cui 63 soltanto in Cina.

mercoledì 25 novembre 2009

Considerazioni libere (32): a proposito di politica e di internet...

Alla fine di agosto dell'anno scorso mi sono iscritto alla mailing list dell'allora candidato alla presidenza degli Stati Uniti Barack Obama. Per tutta la durata della campagna elettorale ho ricevuto una mail al giorno, in cui mi si chiedeva di votare e di far votare; sono stato costantemente aggiornato sui movimenti del candidato, di sua moglie, di Joe Biden e sulle proposte del programma elettorale e naturalmente ogni mail si chiudeva con la richiesta di un contributo economico per finanziare la campagna. Ammetto che non sempre capivo quello che c'era scritto, ma comunque cercavo di tenere in esercizio il mio pessimo inglese.
Dopo che abbiamo vinto le elezioni - effettivamente a quel punto mi sentivo pienamente coinvolto nella campagna di Obama e quindi posso dire di averle vinto anch'io, almeno quelle - le mail sono regolarmente continuate. Mi hanno proposto di acquistare i gadget della vittoria - alcuni erano davvero di pessimo gusto - e anche il biglietto per assistere alla cerimonia del giuramento. Non ho acquistato i gadget e la cerimonia l'ho vista, come tutti voi, in televisione. Praticamente con la stessa regolarità - sono rari i giorni in cui non ricevo una mail - vengo informato di quello che fa il Presidente, ricevo i video dei suoi interventi più significativi, mi vengono spiegate le proposte di legge. Mi è stato chiesto di telefonare o scrivere ai deputati più ostili alla riforma sanitaria e di continuare a tenermi in contatto con i volontari della campagna. Continuano a chiedermi, alla fine di ogni mail, un contributo economico, non ho capito se per pagare i conti della campagna passata o in vista della prossima.
Non voglio entrare qui nel merito dei risultati del primo anno della presidenza di Obama, su quegli obiettivi che ritengo raggiunti e sulle inevitabili delusioni, che seguono in genere a grandi illusioni. Nel corso degli anni mi sono iscritto a diverse mailing list di candidati e in genere le comunicazioni si sono interrotte dopo i primi generici appelli al voto. Anche dove si è fatto meglio, penso alla comunicazione attraverso internet del candidato sindaco Sergio Cofferati - parlo in questo caso con qualche cognizione di causa, pur essendomi occupato di aspetti più legati all'hardware di quella bella campagna elettorale - la comunicazione si è bruscamente interrotta il giorno dopo le elezioni. E questo è stato, a mio avviso, una delle cause delle difficoltà che sono seguite - ma questa è, ancora una volta, un'altra storia. In genere in Italia i siti dei candidati rimangono penosamente fermi al giorno precedente le elezioni. Anche la comunicazione istituzionale - penso ad esempio alla newsletter settimanale della presidenza del consiglio - è spesso noiosa e comunque mai richiede un'azione attiva da parte del cittadino elettore.
Si è molto discusso sulla novità della campagna elettorale di Obama, sulla sua capacità di usare la rete. Poche settimane dopo le elezioni americane, ho letto un articolo di "Time" - e meglio me lo sono fatto leggere da Zaira - in cui si spiegava che la campagna elettorale di Obama non era stata fatta principalmente attraverso internet, come si favoleggiava qui in Italia, ma si era basata proprio sugli strumenti più tradizionali, i volantinaggi casa per casa, gli incontri, la rete dei volontari. Forse qualche nostro politico, anche della mia parte, dovrebbe capire che certo è importante il contenitore, ma è sempre più importante il contenuto.

martedì 24 novembre 2009

Considerazioni libere (31): a proposito della libertà di internet...

Vi racconto una piccola storia. Immaginate un tipo normale, che chiameremo Winston Smith: un tipo davvero nella media, proprio come me e voi - spero che non vi offenderete, cari lettori, se vi considero nella media. Comunque il nostro Winston ama la lettura e ha appena acquistato il lettore elettronico Kindle, il nuovo apparecchio che contiene libri, sca­ricabili via internet e leggibili tra­mite uno schermo delle dimensioni di un comune tascabile. Per arricchire la propria biblioteca elettronica Winston ha deciso di acquistare due opere, tra le più celebri, di George Orwell: "La fattoria degli animali" e "1984". Qualche giorno dopo però, dalla sede centrale di Amazon, la libreria on line più grande del mondo, si sono accorti di un errore: quei due libri non potevano essere venduti, perché Amazon non possiede i regolari diritti per la loro pubblicazione e la loro commercializzazione. A questo punto un funzionario zelante è "entrato" nel Kindle di Winston, ha cancellato i due libri e ha restituito i soldi sulla carta di credito dell'ignaro acquirente. Quando Winston ha riacceso il suo Kindle, proprio con il desiderio di rileggere Orwell, ma non ha ritrovato i suoi libri.
Questa storia, per quanto possa sembrare paradossale, è successa alcuni mesi fa a parecchi lettori statunitensi. Potete leggerla in diversi siti, anche italiani. Si è trattato certamente dell'errore di un funzionario della grande libreria, che ha fatto confusione nella selva di leggi che regolano il diritto d'autore nei diversi paesi in cui opera Amazon; a questo primo errore è seguita la mancanza di un altro funzionario, che si è dimenticato di avvisare preventivamente i clienti dell'operazione di "ripulitura". Tutti erano sicuramente in buona fede, ma eppure penso sia abbastanza preoccupante il fatto che qualcuno possa, con un semplice clic del proprio mouse, distruggere migliaia di libri.

Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.
George Orwell, 1984