sabato 31 marzo 2018

Verba volant (504): uovo...

Uovo, sost. m.

E' nato prima l'uovo o la gallina? Gli antichi non avrebbero avuto dubbi in proposito e avrebbero risposto - dalla Polinesia all'Egitto, dalla costa occidentale dell'America del sud al mar Baltico, dal golfo di Guinea all'India, dalla Cina alla Grecia - che è nato prima l'uovo. Gli antropologi hanno chiamato questo archetipo cosmogonico l'uovo cosmico.
I popoli che abitavano quella terra che si sarebbe chiamata Grecia, secoli prima dei tempi cantati da Omero, credevano che dal caos fosse sorta una dea che, non trovando dove poggiare i piedi, separò il cielo dal mare. Mentre danzava sulle onde la dea plasmò il vento e creò un serpente. Acceso di desiderio, il serpente avvolse le membra della dea, che si trasformò in una colomba e depose un uovo. Quando l'uovo si schiuse, ne uscirono il sole e la luna, le stelle e i pianeti, la terra con tutta la sua vegetazione e infine tutti gli esseri viventi, uomo compreso. Questo è ciò che raccontavano quei popoli antichi che i greci chiamarono pelasgi, ma questi elementi, la dea primigenia e l'uovo, ritornano in tanti altri racconti mitici, in ogni parte del mondo. Era il tempo in cui comandavano le donne, perché da loro nasce la vita, e in cui l'attività fecondatrice degli uomini non era tenuta in gran conto: se ne poteva anche fare a meno, come insegnava la storia della dea. Non durò molto questo tempo, i maschi cominciarono a raccontare un'altra storia, ossia che all'inizio c'erano due divinità, Urano e Gea, il cielo e la terra, e che dalla loro unione nacque ogni cosa e ogni essere vivente. Poi Urano fu evirato dal proprio figlio Crono, e questi a sua volta fu spodestato dal proprio figlio Zeus: ormai era tutta una questione tra maschi, tra chi ce l'aveva più lungo. Nell'antica Grecia rimase traccia di quel culto antichissimo, del tempo in cui le donne avevano la meglio sugli uomini, ma erano riti misterici, per iniziati, tollerati e temuti dalle autorità, ma comunque confinati fuori dallo spazio pubblico delle città. Quella dea e quell'uovo potevano ancora essere celebrati, ma in segreto e senza far troppo clamore, perché i maschi non gradivano ricordare quel tempo.
E così l'uovo sparì. Riappariva ogni tanto, riuscendo a eludere la vigile censura degli uomini. Forse la più celebre di queste apparizioni è la Pala di Brera di Piero della Francesca. Si tratta apparentemente di una quadro dall'impianto molto classico, che rispetta i canoni della sacra conversazione: al centro la Madonna col bambino, a lato sei santi e quattro angeli e in basso il donatore Federico da Montefeltro; ma in alto, proprio sopra la Madonna, c'è un piccolo uovo appeso in una calotta semicircolare a forma di conchiglia.
A dire la verità quell'uovo misterioso fa capolino spesso nelle nostre vite, ma nascosto. La rappresentazione grafica più comune dell'uovo cosmico è lo zero, l'essenza femminile da cui scaturiscono tutti i numeri, il numero che è non è un numero ed è allo stesso tempo tutti i numeri, il numero che Leonardo Fibonacci riuscì a portare nella cultura occidentale, dopo aver scoperto la successione presente in natura nei fiori, negli alveari delle api e nelle conchiglie.
E poi ci sono le uova di cioccolato che ci scambiamo durante le festività pasquali e in cui da bambini trovavamo brutte sorprese, o almeno ci sembravano brutte perché non erano i regali che speravamo di trovare, e quindi quelle sorprese erano destinate a deludere le nostre troppo alte aspettative. Forse perché non conoscevano la storia dell'uovo, ma evidentemente è una storia che ancora non ci vogliono raccontare.

mercoledì 28 marzo 2018

Verba volant (503): bus...

Bus, sost. m.

Questa è una delle mie storie etimologiche preferite e non vedevo l'ora di trovare un pretesto per raccontarvela. Nel 1825 Stanislas Baudry trasformò un vecchio mulino ad acqua, che si trovava nei sobborghi di Nantes, facendolo azionare da una potente macchina a vapore. Poco dopo l'intraprendente uomo d'affari, che non voleva sprecare tutta l'acqua calda che serviva per far funzionare il mulino, si rese conto che si potevano aprire lì accanto dei bagni pubblici, dove i cittadini di Nantes avrebbero potuto trovare in qualunque giorno e a qualunque ora acqua bollente. Gli affari però non andavano come egli sperava, perché il mulino e i bagni erano troppo lontani dal centro; allora decise di organizzare un servizio di trasporto: acquistò una vettura a cavalli che ogni giorno, a orari regolari, portava gratuitamente i cittadini di Nantes dal centro della città ai suoi bagni di Richebourg. I concittadini di Baudry apprezzarono molto questa vettura, che però non usavano solo per andare ai bagni, ma semplicemente per spostarsi da una parte all'altra della città. Quando era in centro questa vettura era ferma davanti alla cappelleria di un artigiano che si chiamava Omnès, che, giocando con il proprio cognome e le declinazioni del termine latino omnis, aveva fatto realizzare una grande insegna su cui era scritto Omnes omnibus, letteralmente tutto per tutti; e così quando i cittadini di Nantes volevano prendere la vettura di Baudry cominciarono a dire "je vais à l'omnibus". Baudry, vedendo la situazione, capì che poteva guadagnarci e così, ottenuta l'autorizzazione municipale, istituì il primo servizio di trasporto pubblico della città. Fu un successo, tanto che nel 1828 fondò l'Entreprise générale des omnibus de Paris che, in pochi anni poteva contare già su 89 vetture, 200 impiegati e 800 cavalli. Il figlio di Stanislas aprì analoghe società a Lione e a Bordeaux. Era nato il trasporto pubblico ed era nata la parola bus, forma abbreviata di omnibus, che dall'inglese è arrivata in italiano. Quando incontro Roberto Fico sul bus questa storia gliela voglio proprio raccontare.
Ovviamente a me fa piacere che i nostri rappresentanti utilizzino il trasporto pubblico, così come sono contento che accompagnino i figli a scuola - pubblica naturalmente - che vadano a comprare i comodini all'Ikea, che passino i giorni di vacanza al bagno Miramare, insomma che facciano le cose che facciamo più o meno tutti noi. Naturalmente hanno anche il diritto di non subire la nostra maleducazione, hanno il diritto di non essere importunati per un selfie, e hanno lo stesso diritto alla "non rottura dei coglioni" le persone che lavorano con loro, ad esempio quelle che ne garantiscono la sicurezza.
Ma credo soprattutto che i nostri rappresentanti quando utilizzano i mezzi pubblici abbiano anche un dovere, quello di guardarsi intorno, quello di provare a capire come vivono e di cosa hanno bisogno quelle altre persone che usano quello stesso bus. E' anche un nostro dovere. Perché anche noi, quasi sempre, appena saliamo sulla carrozza di un treno o sull'autobus, prendiamo in mano lo smartphone e il tablet e ci estraiamo dagli altri oppure cominciamo a telefonare e, se siamo educati, parliamo delle nostre faccende a bassa voce, oppure più spesso costringiamo tutti gli altri ad ascoltare le nostre beghe familiari o i nostri problemi al lavoro. Poi arriva la nostra fermata e scendiamo; e gli altri continuano la loro vita.
A me non interessa tanto che mezzi di trasporto usino per andare al lavoro i nostri rappresentanti - anche se preferirei che non ci prendessero per il culo, facendo i "democratici" i primi giorni mostrandoci le loro foto in autobus o in bicicletta, per poi dimenticarsene i giorni successivi - ma credo sia più importante che riescano a capire cosa significa vivere con un solo stipendio e il mutuo o dover accudire i propri genitori anziani o vivere da sola, dovendo mantenere i figli. E per conoscere come vivono le persone non basta andare al lavoro in autobus - anche se aiuta - occorre avere una sensibilità, occorre avere voglia di sapere cosa succede intorno a noi, occorre essere consapevoli. E vi assicuro che è estremamente più difficile fare questo che sottoporsi ogni mattina e ogni sera allo strazio di un regionale di Trenitalia.

lunedì 26 marzo 2018

Verba volant (502): falco...

Falco, sost. m.

Ci sono parole - non molte a dire la verità - che hanno una precisa data di nascita. Non sappiamo quando i nostri antichi progenitori hanno cominciato a usare la parola falco per indicare quel grande rapace dal becco adunco e potente, ma possiamo ipotizzare sia avvenuto in quei decenni in cui l'impero romano si trasformava nell'Europa medievale, sotto la spinta dei popoli che chiamiamo barbari e infatti alcuni etimologisti pensano che questa parola sia passata dal latino al germanico, mentre altri che abbia fatto il cammino opposto.
Sappiamo invece con maggior precisione che nel 1962 i giornalisti americani hanno cominciato a usare questa parola con un significato che noi spesso ancora utilizziamo: furono loro a dividere i politici in hawks e doves, falchi e colombe, ossia tra quelli che, di fronte a determinate scelte politiche e militari, sostenevano una linea dura e intransigente, senza escludere l'uso della forza, e quelli che invece preferivano una via più conciliante. Anzi possiamo dire anche il mese in cui è nato questo significato: era ottobre, quando Washington fu costretta a confrontarsi con la cosiddetta crisi dei missili di Cuba.
I servizi segreti americani avevano scoperto che sull'isola caraibica l'Unione Sovietica stava installando delle postazioni missilistiche, rendendo quindi molto più vulnerabile il territorio statunitense. Il mondo non fu mai così vicino alla guerra, o almeno così allora sembrò a tanti. I falchi dell'amministrazione Kennedy chiedevano l'invasione di Cuba e la distruzione delle batterie missilistiche, pur consapevoli che questo avrebbe innescato una guerra dagli esiti imprevedibili. Le colombe riuscirono a bloccare entrambe le opzioni e così il presidente lanciò un duro ultimatum all'Unione Sovietica, chiedendo l'immediato smantellamento dei missili, mentre si completava il blocco navale dell'isola. I falchi di Mosca risposero inviando nuove navi verso Cuba, ma infine Nikita Chruščёv, dando ascolto alle colombe sovietiche, ordinò di togliere i missili dall'isola, ottenendo in cambio l'impegno statunitense a non organizzare una nuova invasione per abbattere Fidel Castro. Quella volta vinsero le colombe, o almeno è così che ce l'hanno raccontata. E forse Kennedy fu ucciso solo un anno dopo la crisi di Cuba proprio perché si era rifiutato di ordinare la guerra. Il mondo si sentiva in guerra. Nell'aprile del 1963 Giovanni XXIII pubblicò l'enciclica Pacem in terris e in quello stesso anno Stanley Kubrick dirigeva Dr. Strangelove or How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb: il mondo sapeva che la guerra era un'opzione possibile, che i falchi avrebbero potuto avere la meglio sulle colombe.
Certo allora il mondo era diviso in due blocchi, gli Stati Uniti da una parte e l'Unione Sovietica dall'altra, due potenze in competizione sul piano militare, ma anche in quello sportivo e scientifico: nel '61 i sovietici mandarono il primo uomo nello spazio e nel '69 gli astronauti degli Stati Uniti raggiunsero la luna. Probabilmente la divisione vera era quella tra falchi e colombe. In fondo gli interessi e gli obiettivi veri dei falchi, al di là della retorica dell'una e dell'altra parte, erano gli stessi in entrambi gli schieramenti. Ma nel cielo, insieme ai falchi, volavano anche le colombe. E non è che queste fossero sempre così pacifiche; a volte erano davvero pericolose e letali.
In questi giorni ci dicono che il presidente Trump si è attorniato di falchi, le nomine quasi contemporanee di Mike Pompeo e di John Bolton rispettivamente a segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale, ossia i due ruoli chiave della politica estera dell'amministrazione, vanno certamente in questa direzione. Ma mi pare che la situazione sia peggiore dei tempi che ho raccontato - che pure erano per molti aspetti terribili - non solo perché non volano più le colombe, ma soprattutto perché manca del tutto la politica. Trump e i suoi falchi non hanno più l'ambizione di governare il mondo, ma sanno che il potere risiede in altri luoghi e a loro spetta soltanto eseguire gli ordini.
Questi falchi presunti sono ormai come quei volatili che, sempre chiusi in gabbia, vengono condotti fuori dai loro padroni solo in occasione di una battuta di caccia. Quando il falconiere decide, toglie loro il cappuccio, con cui fino allora li aveva tenuti al riparo di ogni stimolo, e li lancia all'attacco. I falchi eseguono il loro compito e poi ritornano sulle braccia del loro padrone, in attesa della magra ricompensa. E vengono di nuovo rinchiusi fino a quando comincerà una nuova battuta di caccia.
Per questo noi prede dobbiamo avere paura dei falconieri; e magari cercare di abbatterli. 

giovedì 22 marzo 2018

Verba volant (501): spia...

Spia, sost. f. 

"Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù", recita un'antica filastrocca che abbiamo imparato da bambini. Non si fa la spia. Eppure tutti noi da ragazzini - e forse anche dopo, quando siamo cresciuti - abbiamo sognato di fare la spia. In tanti hanno immaginato di essere come James Bond, per poter guidare l'Aston Martin "truccata" da Q e naturalmente per le bondgirls. Personalmente avrei voluto essere George Smiley. Difficile immaginare due persone più diverse, eppure immagino che Smiley e Bond si siano incontrati diverse volte nei lunghi corridoi del MI6, ognuno di loro sa chi è l'altro, suppongo si salutino, magari qualche volta si sono scambiati le loro opinioni su delle situazioni particolarmente complesse oppure si sono incrociati all'ufficio personale, dove entrambi dovevano consegnare dei moduli per una malattia, ma quasi certamente non si sono frequentati fuori dal lavoro. 
A noi italiani tocca comunque avere dei modelli di altri paesi, visto che le "nostre" spie sono per lo più personaggi da tenere alla larga, quando va bene corrotti faccendieri, per tacere di quelli che hanno messo le bombe, da piazza Fontana alla stazione di Bologna, di quelli che hanno ucciso Pasolini e Moro e tanti altri: insomma la lunga lista di crimini che dobbiamo imputare ai servizi segreti italiani.
Gli antichi aedi raccontavano che Odisseo, dopo essersi travestito da mendicante, riuscì ad entrare a Troia. Il suo obiettivo era scoprire dove fosse custodito il Palladio, perché i greci avevano saputo che la città assediata non sarebbe caduta fino a quando quella statua della dea Atena fosse stata all'interno delle mura. Elena, nonostante il travestimento, riconobbe il re di Itaca, ma preferì tacere e così Odisseo, probabilmente la prima spia della letteratura mondiale, riuscì a scoprire dove i troiani tenevano quel simulacro così prezioso. La notte successiva, insieme a Diomede, tornò in città e trafugò la statua. E sappiamo poi cosa è successo.
In qualche modo è rassicurante sapere che ci sono ancora le spie - e ci sono ancora le guerre di spie - anche se sono passati secoli dalla guerra di Troia e anche se il mondo è molto diverso da quello in cui operavano Smiley e Bond. Le guerre sono diverse, qualcuno immagina che possano esserci conflitti senza soldati, dove moriranno solo vittime civili, perché la tecnologia potrà sostituire gli uomini in questa funzione primaria di ogni società. Naturalmente continuano - e continueranno - a esserci le guerre dove muoiono anche i soldati insieme ai civili, anzi le forze del capitale faranno in modo che ci siano sempre paesi in cui combattano gli eserciti, perché così potranno vendere loro le armi, ma ci saranno paesi che potranno illudersi che i loro figli - e le loro figlie - non dovranno più combattere, perché lo faranno al loro posto droni e robot. Ovviamente la tecnologia renderà diverso anche il lavoro delle spie - lo ha già reso diverso, passando da Odisseo a Bond - ma evidentemente le spie serviranno sempre, perché servirà sempre un uomo - o una donna - capace di guardare e di capire. Il verbo spiare - da cui spia - deriva, attraverso l'antico germanico - una lingua a cui, non a caso forse, dobbiamo diversi termini legati alla guerra - dal latino specere, che significa guardare. La spia quindi è prima di tutto uno che guarda; ovviamente non basta guardare - quello siamo capaci più o meno tutti - bisogna anche sapere dove guardare e capire quello che si è guardato. E le macchine, per quanto potenti, non potranno mai sostituire gli uomini in questo compito, anche perché le macchine non potranno mai commettere gli stessi errori degli uomini.
Ovviamente mi piacerebbe che ci fosse un mondo senza guerre e quindi senza spie, ma siccome si tratta di un'opzione impossibile, preferisco sapere che a fare la spia c'è uno come Smiley, che guarda il mondo dietro le sue spesse lenti da miope.

mercoledì 21 marzo 2018

Verba volant (500): dato...

Dato, sost. m.

Mark Zuckerberg sa tante cose su di me. Sa che ho un pessimo carattere e che amo moltissimo mia moglie; sa che sono comunista e sa per chi ho votato alle ultime elezioni (e a quelle prima); sa che sono ateo. Ma francamente credo che di tutte queste informazioni gli importi assai poco. Forse gli interessa di più sapere che quando vado in vacanza prediligo i piccoli paesi in riva a un lago, che spendo di più per il cibo che per i vestiti, che la mia serata ideale è stare in casa, sul divano, insieme a mia moglie, a guardare un bel telefilm poliziesco. E lui tutto questo lo sa. Come sa quali film preferisco e quale musica mi piace di più. Queste informazioni gli sono utili perché gli servono per vendere i miei dati a chi vuole farmi comprare un qualche prodotto. Poi devo anche dire che l'algoritmo che governa i miei dati - e quelli di altri due miliardi di persone - non sempre funziona, visto che mi ritrovo nella bacheca un'offerta vantaggiosa per delle scarpe - e solo Zaira sa gli sforzi che deve fare per convincermi a comprarne un paio nuovo - oppure una pubblicità di un candidato del pd (mi sono incazzato quando mi è arrivata e quasi stavo per togliermi da Facebook). 
Mark sa tutte queste cose su di me perché io gliele dico. Praticamente tutti i giorni, da quasi dieci anni, gli racconto cosa faccio e cosa penso e lui si ricorda tutto, anche le cose che io ho dimenticato, anche le cose che preferirei dimenticare (in dieci anni ho scritto la mia quota parte di cose stupide). Abbiamo fatto un patto io e Mark: lui mi mette a disposizione a gratis questo strumento, attraverso cui io posso informarmi, conoscere persone, diffondere le mie idee e le cose che scrivo, perfino fare un po' di politica - una malattia che ho contratto in gioventù e di cui soffro ancora - e io gli permetto di usare - e di vendere naturalmente - tutto quello che vuole su di me. Mi rendo conto che ho fatto un patto con un capitalista della peggior specie, ma accetto anche questa contraddizione, perché cerco di usarla a mio vantaggio. Non so quanto Mark ci abbia guadagnato da me in questi dieci anni, ma francamente a me sembra di non averci rimesso. E quindi mi va bene così.
Dato deriva dal latino datus, il participio passato del verbo dare. Il dato è - secondo la definizione del Pianigiani - "la condizione o quantità nota o, come dir si voglia, data e ammessa come vera per servir di mezzo a risolvere un problema matematico; e similmente il fatto che al filosofo si dà come certo, perché ragionandovi sopra ne ricavi le sue teoriche". Poi i filosofi hanno questa particolare capacità di tirar fuori teorie bislacche anche da dati veri e semplici, ma questa è un'altra storia.
Pianigiani ovviamente non conosceva i big data e non poteva immaginare che sarebbero diventati le cause di conflitti, molto reali, o gli oggetti di commerci, leciti e illeciti. In questa era tecnologica noi abbiamo riscoperto il valore etimologico di questa parola: il dato è qualcosa che noi diamo. E una volta che lo abbiamo dato, lo dobbiamo considerare perso, non possiamo sapere che uso ne verrà fatto. Anzi dobbiamo presumere che verrà usato male.
Non c'è rimedio; neppure andarsene da Facebook è un rimedio e comunque non capisco perché io dovrei rinunciare al mio "guadagno" di poter scrivere e di avere un pubblico potenziale di due miliardi di persone. L'unica soluzione è, ancora una volta, la nostra intelligenza, il nostro spirito critico. Nessuno ci costringe a "dare", se lo facciamo è perché vogliamo farlo. Ma quando diamo qualcosa, dobbiamo essere consapevoli di quello che diamo, per poi non pentircene in un secondo tempo. Anzi dobbiamo essere orgogliosi di quello che diamo, delle nostre idee, delle nostre passioni, dei nostri amori, di tutto quello che condividiamo con il mondo, dobbiamo pensare che potrebbero essere utili a qualcuno, che potrebbero perfino contribuire a migliorarlo questo mondo che ci fa così schifo. Non rinunciamo a dire quello che vogliamo dire solo perché qualcuno potrebbe "vendere" quelle nostre idee o perfino vendere noi stessi. Noi continuiamo a essere padroni di noi stessi, se vogliamo, possiamo essere più forti di qualsiasi condizionamento commerciale o propagandistico. Noi siamo i nostri dati, noi siamo quello che diamo.       

martedì 20 marzo 2018

Verba volant (499): innocente...

Innocente, agg. m. e f.

Invece di ascoltare tante parole vuote, inutilmente retoriche e per lo più false, che ci vengono propinate in questi giorni su quello che è successo quarant'anni fa nel nostro paese, credo che sarebbe molto più utile - per noi che c'eravamo e soprattutto per quelli che non c'erano - leggere le lettere che Aldo Moro scrisse dalla prigionia in quei drammatici cinquantacinque giorni. Anche la storia di quelle lettere merita di essere conosciuta: come furono scritte, come furono consegnate, come furono nascoste, come furono fatte ritrovare. E come furono lette in quei giorni, come furono fatte conoscere all'opinione pubblica, come divennero oggetto di discussione a sostegno di tesi contrapposte. Attorno a quelle lettere si è scatenata una ridda di ipotesi e di congetture; naturalmente anche questa vicenda è storiograficamente importante, ma sono più importanti le lettere in sé, per come furono scritte e per cosa c'è scritto, perché quelle lettere ci raccontano l'uomo che la ha scritte e allo stesso tempo un'epoca che molti non conoscono, per evidenti ragioni anagrafiche, e che noi "vecchi" abbiamo dimenticato.
Rileggendo in questi giorni quelle lettere ho pensato prima di tutto a come sono incredibilmente lontani quegli anni. Un uomo che sta per morire, che sa che sta per morire, decide di scrivere e con quelle lettere fa tutto quello che gli è possibile fare, anche tentare di salvare la propria vita, per quanto si renda conto che sia un'impresa disperata e forse vana. In un'età come la nostra in cui sembra che ci siamo dimenticati di come si scrive, che la comunicazione tra le persone passa anche attraverso la parola scritta, quelle lettere sono davvero fuori del tempo.
E fuori dal tempo ci appare Moro, che, pur in quelle condizioni, non dimentica quelle che chiama le "cose pratiche": in una delle prime lettere alla moglie scrive "Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C'è da ritirare una camicia in lavanderia." E nelle lettere non mancano mai la preoccupazione per i figli, per i conti da pagare, per le spese di casa. In un'altra lettera alla moglie la esorta a fare il vaccino contro l'influenza e le chiede di pensare alla tomba di Torrita, perché "almeno nell'immediato c'è il rischio di sicurezza". E' così piccolo borghese quell'uomo che sta per morire e che dice alla moglie di ricordarsi sempre di chiudere il gas. C'è un abisso antropologico tra quel mondo e il nostro: eppure sono passati quarant'anni, un'inezia. Suona antica la prosa di Moro, che pure nella fretta e nelle condizioni disagiate in cui scriveva, non perde quel certo suo stile, perché così era l'uomo.
E poi quelle lettere sono armi, sono strumenti di lotta nelle mani di Moro, che cerca con quelle lettere di continuare la propria battaglia politica. Non è morto innocente Aldo Moro. Questo aggettivo ha un'etimologia controversa, può significare sia colui che non nuoce sia colui che non sa. Nessuna di queste due espressioni si adatta al presidente della Dc. Aldo Moro sapeva benissimo cosa gli stava succedendo, era assolutamente consapevole dello scontro che stava avvenendo e anche che lui ne sarebbe stato la vittima. Nella sua prima lettera esclusivamente "politica", quella indirizzata al ministro degli interni Francesco Cossiga, scrive che il suo processo si sta facendo sempre più "stringente". Ma chiude quella stessa lettera ricordando a Cossiga e agli uomini del suo partito che sono "impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose". E qui Moro comincia a minacciare, e lo farà con sempre più determinazione man mano che passano i giorni e soprattutto quando capisce che la sua morte è già stata decisa.
Moro non è innocente perché egli era parte integrante di quel potere che lo ucciderà. In qualche misura Moro è vittima di una sorta di guerra civile che si combatté in questo paese, senza che nessuno l'avesse mai dichiarata. Moro ha la colpa per i suoi nemici di essere un traditore, di aver deciso di usare la propria intelligenza e il proprio potere non contro i "nemici", ma contro i suoi "amici". E per questo fu ucciso, e quella morte segnò uno spartiacque profondo nella storia del paese. E l'Italia non si risolleverà più, è rimasta cadavere in quella Renault 4 rossa, perché allora, uccidendo Moro, vinsero loro.
Aldo Moro chiude una delle sue ultime lettere, indirizzata al segretario della Dc Benigno Zaccagnini con queste durissime parole: "Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito." Sono le parole di uomo che non è innocente, ma di un uomo che ancora combatte, di un uomo che conosce quelli che lo stanno lo stanno uccidendo. Ma sono anche le parole di un uomo sconfitto, perché comunque quel funerale ci sarà, perché quelli che avevano ucciso Moro parteciperanno a quelle esequie farsesche, di fronte a una bara vuota per volontà della famiglia. Sono le parole di un uomo sconfitto perché, nonostante queste parole, Moro non diventerà mai "un punto irriducibile di contestazione e di alternativa", ma verrà in qualche modo assimilato a quel potere contro cui aveva combattuto e che lo avrebbe ucciso, diventando una sorta di santino, buono per tutte le occasioni. Anche per questo è utile che leggiamo le lettere, per capire cosa avrebbe potuto essere e non è stato.

mercoledì 14 marzo 2018

Verba volant (498): buca...

Buca, sost. f.

Ci sono buche nelle strade di Roma? Immagino di sì, perché ce ne sono nelle strade di tutte le città, piccole e grandi, del nostro paese. Ci sono più buche nelle strade di Roma rispetto a quelle che ci sono nelle altre città? Non so, ma certamente a Roma abitano più giornalisti e più rompicoglioni - a volte le due categorie possono anche coincidere - che nelle altre città. E siccome non ci frega nulla del bene comune, ma a ciascuno di noi importa solo della buca che abbiamo davanti a casa nostra, il fatto che tanti giornalisti abitino nella capitale fa sì che a Roma sembra ci siano più buche che in qualsiasi altra città d'Italia. Peraltro avviene qualcosa di simile anche nelle nostre città: ci sono più buche nelle vie dove abitano il farmacista, la barista, il corrispondente della gazzetta locale, oppure in quelle dove abitano i cittadini che telefonano ogni giorno in Comune per dire che ci sono le buche. Ci sono più buche nelle strade di Roma da quando c'è Virginia Raggi? Non so, ma sarei tentato di dire di no, semplicemente ci sono più notizie sulle buche, perché i giornalisti a servizio degli avversari del partito della Raggi credono che questo sia un argomento per indebolirlo: peraltro si tratta di una strategia che non si è rivelata particolarmente efficace, come hanno dimostrato le recenti elezioni.
Le buche sono un problema? Certo, a Roma come in in tutte le altre città, piccole e grandi. E se fosse un problema risolvibile basterebbe eleggere un bravo sindaco. Ma evidentemente non è neppure questa la soluzione possibile, perché anche dove ci sono sindaci bravi ci sono le buche.
Ci sono le buche perché in genere le strade sono fatte male, perché gli enti proprietari delle strade hanno sempre meno soldi per farle. Hanno meno soldi e meno poteri i Comuni, che pure sono i proprietari di tante strade, e non parliamo delle Province che, pur avendo ricevuto in carico molte strade grazie al bizzarro federalismo italiano, sono state successivamente quasi abolite. Poi quando qualche ente trova i soldi per fare una strada per lo più non ha i tecnici competenti per seguirne l'esecuzione e di questo si approfittano i privati che fanno male quello che dovrebbero bene, facendoselo pagare a carissimo prezzo. E quando gli enti hanno i tecnici competenti hanno di fronte così tante regole inutili - vedi alla voce Cantone - da spingerli a fare il loro lavoro meno bene di come sarebbero capaci. Poi non parliamo dei casi in cui i tecnici sono ladri e capaci e di quelli, più frequenti dei precedenti e più dannosi, in cui sono ladri e incapaci. Stante così le cose è difficile che una strada venga realizzata come Dio comanda. E una strada fatta male si romperà prima.
Poi c'è la manutenzione. Gli stradini comunali sono una razza in via di estinzione, sono ormai più rari dei panda e comunque quei pochi che ci sono non sono così tutelati come quei simpatici plantigradi. Ci hanno spiegato che non era economico che i Comuni gestissero direttamente la manutenzione stradale con il proprio personale e così questo servizio - come ogni altra manutenzione - è stata affidata ai privati, magari con un bel contratto di global service. Fare manutenzione significa letteralmente far sì che una cosa non si rompa e i cantonieri avevano tra l'altro anche questo compito. I privati di un global service invece non hanno interesse che una strada non si rompa, anzi - dal momento che vengono pagati a intervento - hanno interesse che ci siano più buche, che loro, più o meno prontamente, andranno a richiudere. Anche ammesso che i privati che curano la chiusura delle buche stradali lavorino bene - ma anche in questo caso vale il discorso fatto prima per gli appalti di costruzione delle strade - è proprio il concetto stesso a essere perverso: bisogna far guadagnare i privati e quindi bisogna che ci siano le buche. Per altro - e non è un aspetto secondario - tutti questi guadagni vanno ai padroni delle aziende, perché i lavoratori vengono pagati pochissimo - anzi i guadagni sono così alti proprio perché i lavoratori vengono pagati così poco - e i lavoratori che sono pagati poco in genere lavorano male, anche perché spesso non sanno fare quel lavoro per cui vengono assunti; ma questo non interessa ai loro padroni, il cui unico scopo non è chiudere le buche, ma i bilanci in attivo.
Ci sono troppe persone che lucrano sulle buche per pensare che un sindaco possa risolvere il problema. Avete voluto la buca? Adesso cadeteci dentro.

lunedì 12 marzo 2018

Verba volant (497): appello...

Appello, sost. m.

L'appello al senso di responsabilità rischia di diventare una sorta di topos letterario, come l'esaltazione delle virtù della donna amata nella poesia dei trovatori. Oggi si è esercitato Mattarella e sappiamo che nei prossimi giorni si susseguiranno gli inviti, le prese di posizione accorate, le richieste più o meno ultimative, rivolte alle forze politiche affinché queste mettano da parte i propri interessi a favore del bene del paese.
Chissà come è nata questa bizzarra idea di democrazia secondo la quale gli eletti dovrebbero essere migliori dei loro elettori, i rappresentanti dovrebbero essere più responsabili dei rappresentati?
Quante volte ciascuno di noi nel nostro ambiente di lavoro, dovendo scegliere tra il proprio interesse - anche una cosa piccola, come un permesso - e quello generale dell'azienda ha preferito il secondo? No, non voglio che mi rispondiate, so che sareste costretti a mentire, so che tutti rispondereste che avete rinunciato a tante cose per il bene dell'azienda, o magari per aiutare un vostro collega. Balle. Se una volta l'avete davvero fatto, ve ne siete subito pentiti e siete tornati a fare quello che fanno tutti, ossia gli affari propri.
Quante volte avete rinunciato a qualcosa sapendo che quella vostra rinuncia sarebbe andata a vantaggio degli altri? Anche qui non siete obbligati a rispondere. Ovviamente non vale quando questa rinuncia è andata a vantaggio di un vostro familiare o di qualcuno che poi sarebbe stato nella condizione di dovervi fare un favore ancora più grande.
Quelli che eleggiamo sono egoisti, ipocriti, gretti, perché noi siamo così. Così come non possiamo sperare che nasca una società non più maschilista, dal momento che ciascuno di noi lo è. Mettere insieme tanti vizi non significa fare una virtù, al di là di quello che fingiamo, al di là di come amiamo rappresentarci.
E allora perché mai una forza politica - che è fatta da persone come noi - dovrebbe comportarsi diversamente da noi? Perché dovrebbe rinunciare a un beneficio certo per sé, a favore di qualcosa che c'è il rischio concreto che potrebbe favorire i propri avversari. E' verosimile che non nascerà un governo a seguito di queste elezioni perché nessuna delle forze politiche, sia quelle che hanno vinto sia quelle che hanno perso, hanno interesse a farlo nascere. Anche se poi le forze politiche non esistono, mentre esistono quelli che noi abbiamo eletto e immagino che ciascuno di loro ci penserà due volte prima di segare il ramo su cui si sta per sedere comodamente e su cui potrebbe stare per ben cinque anni. Se un governo nascerà è perché l'istinto di conservazione del migliaio di persone che abbiamo eletto - e delle loro famiglie - sarà più forte dei calcoli delle forze politiche.
E per favore non facciamo quelli che ci scandalizziamo. Non firmiamo appelli invocando di volta in volta il loro senso di responsabilità o il vincolo di mandato, non chiediamo loro di far nascere un governo o di non farlo nascere: noi non siamo meglio di loro. Anzi. 
     

sabato 10 marzo 2018

Verba volant (496): dazio...

Dazio, sost. m.

Mio nonno Vincenzo è stato l'ultimo daziere comunale di Granarolo. Nel 1972 - erano gli anni del centrosinistra - con l'introduzione dell'Iva venne abolita la riscossione del dazio, ossia la tassa sulle merci che entravano nel territorio comunale. Mio nonno lavorò ancora alcuni anni, continuando a occuparsi dei tributi comunali. A Bologna, come nelle altre città, vennero chiusi i caselli daziari: non ci passo da tempo, ma credo sia ancora in piedi quello all'incrocio tra via Mattei e via Bassa dei sassi, che serviva per le merci che arrivavano da Castenaso. Di quell'età rimangono in tanti nostri paesi i piccoli edifici che ospitavano le pese pubbliche. Ogni commerciante che riceveva la merce sottoposta al dazio doveva avvisare il daziere, che poneva un sigillo, in alcuni casi un piombino chiuso su uno spago, in altri un timbro circolare di colore fucsia. E poi riscuoteva una tassa, che andava ovviamente a caricare il prezzo di vendita. Il daziere inoltre poteva sanzionare chi non metteva il dazio o chi lo faceva in maniera irregolare: non si trattava di un compito facile, spesso non molto gratificante, perché il daziere non era particolarmente amato in paese, specialmente quando era severo, come mio nonno.
E' curiosa l'etimologia di questa parola, perché, derivando dal latino datium, indica una tassa pagata spontaneamente, a differenza dell'imposta che - come dice la parola - è qualcosa a cui il cittadino è sottoposto contro la sua volontà. Sappiamo bene che anche il dazio è imposto: un commerciante vorrebbe volentieri non pagarlo. E tentava di non pagarlo. Come avrebbe tentato successivamente di evadere l'Iva.
Questa parola sta tornando di moda, visto che il presidente degli Stati Uniti, sfidando molti suoi consiglieri economici, ha deciso di imporre un dazio del 25% sull'acciaio e del 10% sull'alluminio, con l'obiettivo di favorire l'industria del suo paese e quindi di creare nuova occupazione. Curioso che un esponente del finanzcapitalismo come Trump abbia deciso una cosa del genere, che in qualche modo contravviene l'unica regola riconosciuta dal capitalismo, ossia che non ci devono essere regole. E per questo molti esponenti del suo partito - ma anche dei democratici - sono insorti contro questa decisione: i dazi devono essere aboliti perché solo il mercato deve avere il compito di imporre i prezzi. E' qualcosa da cui lo stato deve star fuori.
Ovviamente Trump non è diventato comunista; e neppure socialdemocratico. Deve semplicemente pagare la sua cambiale ai grandi gruppi industriali che gli hanno finanziato la campagna elettorale e soprattutto deve gettare un po' di fumo negli occhi agli elettori, che lo hanno votato con la speranza che quel politico così "irregolare", così populista diremmo in Europa, avrebbe finalmente fatto qualcosa per difendere l'industria statunitense. Quello che scopriranno a proprie spese gli operai americani è che gli effetti positivi dei dazi - che ci saranno nel breve periodo - andranno a tutto vantaggio dei padroni delle fabbriche che in questa fase, grazie ai dazi, guadagneranno di più. E quando invece i dazi si riveleranno dannosi, perché ovviamente anche gli altri paesi li imporranno come forma di ritorsione, provocando una diminuzione delle esportazioni degli Stati Uniti, saranno ancora gli operai a pagarne le conseguenze. Ma per quel tempo i padroni avranno già trovato un "nuovo" Trump e il ciclo ricomincerà, facendo aumentare i guadagni dei ricchi e impoverendo ancora di più quelli che sono già poveri.
E Trump? Farà la figura dello scemo, per non pagar dazio.     

venerdì 9 marzo 2018

Verba volant (495): modulo...

Modulo, sost. m.

Francamente solo i politici e i giornalisti possono stupirsi del fatto che alcune persone in questi giorni si siano rivolte agli uffici pubblici o ai caf per chiedere i moduli per presentare la richiesta del reddito di cittadinanza: evidentemente non siete abituati a parlare con la "ggente". 
Visto che nella mia famiglia abbiamo una qualche esperienza del tema, vorrei dirvi che in tutte queste settimane, in maniera ricorrente - anche qui nell'Emilia già rossa, svegliatasi leghista il 5 marzo - ogni volta che in televisione si parlava a sproposito del tema, è capitato di dover dire a delle persone, che evidentemente credono troppo a quello che voi dite e scrivete, che in Italia non c'è il reddito di cittadinanza. Così come alcuni mesi fa abbiamo dovuto dire che - purtroppo - non c'è ancora lo ius soli, che sembrava cosa fatta, a sentire qualcuno. Poi ci sono quelli che si fidano di noi, perché sanno che li aiutiamo, quando possiamo, a compilare un modulo o a districarsi nel ginepraio di leggi e di norme, in cui noi stessi spesso ci avviluppiamo, e credono a noi quando diciamo che quello che avete detto in televisione non è vero, ma ce ne sono anche molte altre che invece credono solo a voi e quindi ci insultano perché non gli diamo il reddito di cittadinanza o la prebenda di turno, che quelli in televisione hanno detto che si può già chiedere. Anche perché voi nelle stesse trasmissioni dite che noi dipendenti pubblici siamo tutti coglioni, nella migliore delle ipotesi.
Capisco che adesso fa colore raccontare questa storia delle persone che si rivolgono agli uffici per chiedere il reddito di cittadinanza, perché così potete fare un po' di polemica spicciola, quella in cui siete i massimi esperti, però dovreste capire anche la responsabilità che avete quando promettete o raccontate qualcosa, perché c'è qualcuno così disperato da credervi, o con così poche risorse da pensare che tutto quello che viene detto in televisione sia vero. Avete una responsabilità, che per lo più non meritate, che però prima o poi dovrete rendervi conto di avere.  
Così come dovrete rendervi conto che a fronte dei tanti disperati che neppure vengono negli uffici pubblici o nei caf per capire quali siano i loro diritti, ci sono tanti "disperati professionali" - per lo più italiani, perché in questo noi siamo maestri e non abbiamo nulla da imparare - che invece trasformano questi diritti sacrosanti in sinecure. E anche in questo siete i loro modelli, perché fanno in piccolo quello che voi fate su una scala solo più grande. Basta solo riempire un modulo.

giovedì 8 marzo 2018

Verba volant (494): mimosa...

Mimosa, sost. f.

Noi chiamiamo, non del tutto correttamente, mimosa l'acacia dealbata, una pianta pioniera dai classici fiori gialli molto delicati, che le donne dell'Udi, in particolare la deputata comunista Teresa Mattei, una delle "madri costituenti", vollero come simbolo della Giornata internazionale della donna. Longo le chiese di valutare la violetta, come avevano scelto le compagne francesi, ma Teresa Mattei spiegò che la mimosa era un fiore più povero e molto diffuso nelle nostre campagne. Erano probabilmente esemplari di acacia dealbata anche gli "orribili fiori gialli inquieti" che Margherita aveva in mano quando il Maestro la vide per la prima volta sulla Tverskaja. L'etimologista Otorino Pianigiani spiega che probabilmente il termine mimosa deriva da mimo perché la più nota di queste piante, la mimosa pudica, ha la caratteristica di contrarsi una volta toccata, come se fosse dotata di sentimenti, come se imitasse - e mimesis significa appunto imitazione - la capacità degli esseri umani di sentire.
Oggi la mimosa è il fiore della nostra ipocrisia. Tornando a casa dal lavoro ne compriamo un mazzetto dall'ambulante che di solito vende i fazzoletti o da quello che ci vuole lavare i vetri dell'auto - e che l'8 marzo si convertono in improvvisati venditori di questi fiori gialli. Oppure, se siamo proprio taccagni, ne abbiamo preso di nascosto un mazzetto al lavoro, tanto qualcuno rimane sempre dal pacco che la direzione manda per le nostre colleghe. Oppure ce l'hanno dato al supermercato, dove ci siamo fermati a comprare i surgelati, perché l'8 marzo cuciniamo noi, visto che le donne escono tra di loro. E così la povera mimosa movimenta questa economia di sussistenza, per ristoratori, cantanti di pianobar, ambulanti, venditori di surgelati, puttane magari, perché visto che le donne faranno molto tardi... Tanto le puttane non festeggiano l'8 marzo, e comunque possiamo portare anche a loro un mazzetto di mimose. Non ci costa nulla. E poi domani è già il 9 marzo.

mercoledì 7 marzo 2018

Considerazioni libere (423): a proposito di un voto più ideologico di quanto si creda...

E se fossero tornati i partiti? Provando ad analizzare il voto dello scorso 4 marzo mi sono fatto questa domanda, perché questo alla fine mi sembra il dato numericamente più eclatante di queste elezioni: sono state sconfitte le due forze politiche - il pd e Forza Italia - che in maniera più decisa si sono identificate con i loro capi, tanto da non esistere senza di loro e da avere come unica ideologia quello che pensano e dicono renzi e Berlusconi, e invece hanno vinto due partiti, il cui sistema ideologico in qualche modo prescinde dalle persone chiamate a rappresentarli. La Lega addirittura è diventato il più "vecchio" partito italiano, l'unico tra le forze politiche presenti in parlamento che può risalire fino alla cosiddetta prima repubblica, seppure alla sua fase terminale, che la stessa Lega ha contribuito in maniera determinante ad accelerare.
Lega e M5s, seppur in maniera molto diversa, garantiscono alle persone un profilo identitario preciso: se voti loro sai cosa voti. E non voti una persona, che può cambiare idea, lasciandoti spiazzato. Ed entrambi hanno una ideologia altrettanto definita, per quanto entrambi i partiti - e specialmente i pentastellati - rifuggano questa parola come la peste. Anzi l'ideologia del M5s è proprio quella di non essere né di destra né di sinistra, che in sé è una formula che non significa nulla, eppure ha un grande appeal, perché viene dopo uno sciagurato ventennio in cui è cresciuta una sorta di ideologia del maggioritario, destra contro sinistra, di qua contro di là. Visto che nessuna delle due parti ha saputo risolvere i problemi delle persone e che alla fine questa distinzione è sembrata più apparente che reale, il primo che ha avuto la capacità di dire che il re è nudo, che questo maggioritario non era niente altro che una farsa, ha avuto i consensi che abbiamo visto. E su questo ha creato un partito.
Il paradosso è che quelli che capiscono ci hanno spiegato che i partiti erano morti, erano strutture inutili nel momento in cui un leader aveva modo, grazie agli strumenti della comunicazione moderna, di avere un rapporto diretto con gli elettori, senza la necessità di passare quel corpo intermedio come strumento di collegamento, dialogo e scambio. Probabilmente è vero che adesso i partiti svolgono una funzione diversa rispetto a quella che abbiamo conosciuto noi, che in quei vecchi partiti siamo nati e cresciuti, ma queste elezioni ci dicono che i cittadini hanno bisogno di partiti come sistemi di valori, hanno bisogno di ideologie, e si sono stancati di votare per persone, per leader che appaiono o superati o inadeguati.
Le risposte offerte da Lega e M5s sono semplici? Certamente, anzi sono sempliciste, perché tendono a ridurre la complessità del mondo a pochi slogan. Le risposte offerte da Lega e M5s sono sbagliate? Per me sì, ovviamente e in qualche caso sono anche pericolose per la tenuta democratica del paese. Però sono comprensibili e in qualche modo coerenti. 
Per il cittadino che ha paura del futuro, che vede di avere sempre meno risorse e opportunità, che si chiede di chi è la responsabilità di tutto questo, è facile credere che la colpa sia degli "altri", e la Lega gli dice che è così - gli ha sempre detto che è così - e quindi voterà per quel partito, perché è l'unica risposta in campo. Oppure vota M5s perché loro non hanno colpe.
Alle persone che hanno paura noi non possiamo dire che è colpa degli "altri", ma non possiamo neppure dire che lo loro paura è stupida. Occorre trovare un'altra risposta, possibilmente semplice. Essere un partito è anche questo: offrire un'identità semplice nella complessità del mondo. Chi ci riesce vince, chi non ci riesce è destinato a sparire.
   

venerdì 2 marzo 2018

"Horror pleni" di Gillo Dorfles

La moltiplicazione inarrestabile degli oggetti, delle informazioni, delle sollecitazioni sensoriali fa sì che l’uomo d’oggi si trovi in una situazione del tutto diversa da quella, non di secoli, ma anche solo di una cinquantina di anni fa. Horror pleni significa estendere il concetto di ripulsa, di rifiuto, di orrore appunto, alla situazione di cui sopra: proprio come contrapposizione a quell’opposto concetto dell’horror vacui con il quale ci si è spesso riferiti all’attività di antiche popolazioni preistoriche, i cui graffiti nelle caverne e sulle pareti rocciose avevano, a quanto pare, tra le altre anche la funzione di vincere e sconfiggere l’horror vacui, ossia quel senso di sgomento che offriva l’assenza d’ogni segno e di ogni traccia umana. Se è accettabile, comunque, l’ipotesi che l’uomo dell’antichità più remota fosse posto di fronte a una situazione del tutto opposta a quella odierna, quella cioè di un immenso spazio-tempo da colmare, è altrettanto vero che l’uomo d’oggi è talmente lontano da una simile situazione da non poterla quasi immaginare, sicché il suo atteggiamento attuale dovrebbe essere (anche se spesso non lo è) quello di odio, timore, rifiuto di questa sovrabbondanza appunto di troppe immagini, troppi oggetti, troppo “rumore”. Ecco perché è più che comprensibile il verificarsi di tante recenti osservazioni e considerazioni - da parte di filosofi, sociologi, antropologi - contro la vertiginosa corsa alla ripetitività delle immagini, alla eccessiva velocità, all’inarrestabile marea di suoni, di rumori, che rendono ogni giorno più intollerabile la società nella quale viviamo. E soprattutto non è limitata a questi temi parcellari la vera ragione del fenomeno cui intendo alludere e che, invece, è molto più generalizzato e ha radici molto più profonde. Oggi, sotto l’etichetta di horror pleni vorrei procedere oltre: intendo, infatti, partire da un concetto che mi sembra non sia stato sufficientemente indagato, quello appunto del rifiuto del “troppo pieno”, del “troppo rumore” (non solo nel senso del brusio e del frastuono, ma anche nel senso usato dalla Teoria dell’informazione: rumore come opposto di informazione e dunque confusione di ogni messaggio). Gli esempi sono sotto i nostri occhi (e le nostre orecchie): basta affacciarsi alle finestre nella casa d’una nostra città, percorrere in macchina un’autostrada, osservare i muri delle metropoli e, prima di tutto, guardare e ascoltare lo spettacolo quotidiano della tv. Le nostre capacità percettive e mnestiche sono certo grandissime, ma hanno un limite. Inoltre sono destinate a ottundersi per l’eccesso di stimolazioni cui sono sottoposte. D’altro canto solo attraverso la pluralità degli stimoli - auditivi o visivi, nel caso degli spot televisivi e delle pubblicità stradali, ecc. - si ottiene una sufficiente sollecitazione, sempre con il sacrificio di quella pausa che, invece, dovrebbe accompagnare ogni fruizione estetica. Ci troviamo così di fronte a un colossale “inquinamento immaginifico”: l’eccesso di stimolazioni visive e auditive dovute ai giornali, fumetti, filmati, televisione, ma anche alla segnaletica del traffico, alle scritte luminose, ecc… ha fatto sì che non resti più nulla di libero da segni, segnali, indici. L’ipertrofia segnica ha raggiunto un parossismo per cui avvertiamo (o meglio dovremmo avvertire) sempre di più la necessità d’una pausa immaginifica. L’unica speranza è quando ci si presenta - inattesa e benvenuta - la tanto osteggiata pausa, quando finalmente ritroviamo un autore contemporaneo (musicista o poeta) che ci pone di fronte a qualche tentativo di ripristinare l’intervallo perduto, vincendo dunque l’horror pleni che pochi avvertono e che tutti invece dovrebbero temere. Questo mi sembra, davvero, uno dei pochi aspetti positivi che costituiscono il primo germe di una controffensiva alla nostra “civiltà del rumore”. Ecco, insomma, come il nostro auspicio d’un avvento generalizzato dell’horror pleni vuol essere e significare soprattutto la speranza e l’incoraggiamento all’uomo (alla donna) d’oggi di affermare la propria autonoma individualità, ristabilendo tra sé e il prossimo, tra la propria epoca e la successiva, tra le azioni quotidiane e le creazioni artistiche quella pausa, quel between, senza il quale l’umanità rischia di precipitare nell’orrore d’un “pieno” non più frammentabile e dominabile, e di divenire totalmente succube del “troppo pieno” e dell’eccessivo “rumore”.