mercoledì 21 marzo 2018

Verba volant (500): dato...

Dato, sost. m.

Mark Zuckerberg sa tante cose su di me. Sa che ho un pessimo carattere e che amo moltissimo mia moglie; sa che sono comunista e sa per chi ho votato alle ultime elezioni (e a quelle prima); sa che sono ateo. Ma francamente credo che di tutte queste informazioni gli importi assai poco. Forse gli interessa di più sapere che quando vado in vacanza prediligo i piccoli paesi in riva a un lago, che spendo di più per il cibo che per i vestiti, che la mia serata ideale è stare in casa, sul divano, insieme a mia moglie, a guardare un bel telefilm poliziesco. E lui tutto questo lo sa. Come sa quali film preferisco e quale musica mi piace di più. Queste informazioni gli sono utili perché gli servono per vendere i miei dati a chi vuole farmi comprare un qualche prodotto. Poi devo anche dire che l'algoritmo che governa i miei dati - e quelli di altri due miliardi di persone - non sempre funziona, visto che mi ritrovo nella bacheca un'offerta vantaggiosa per delle scarpe - e solo Zaira sa gli sforzi che deve fare per convincermi a comprarne un paio nuovo - oppure una pubblicità di un candidato del pd (mi sono incazzato quando mi è arrivata e quasi stavo per togliermi da Facebook). 
Mark sa tutte queste cose su di me perché io gliele dico. Praticamente tutti i giorni, da quasi dieci anni, gli racconto cosa faccio e cosa penso e lui si ricorda tutto, anche le cose che io ho dimenticato, anche le cose che preferirei dimenticare (in dieci anni ho scritto la mia quota parte di cose stupide). Abbiamo fatto un patto io e Mark: lui mi mette a disposizione a gratis questo strumento, attraverso cui io posso informarmi, conoscere persone, diffondere le mie idee e le cose che scrivo, perfino fare un po' di politica - una malattia che ho contratto in gioventù e di cui soffro ancora - e io gli permetto di usare - e di vendere naturalmente - tutto quello che vuole su di me. Mi rendo conto che ho fatto un patto con un capitalista della peggior specie, ma accetto anche questa contraddizione, perché cerco di usarla a mio vantaggio. Non so quanto Mark ci abbia guadagnato da me in questi dieci anni, ma francamente a me sembra di non averci rimesso. E quindi mi va bene così.
Dato deriva dal latino datus, il participio passato del verbo dare. Il dato è - secondo la definizione del Pianigiani - "la condizione o quantità nota o, come dir si voglia, data e ammessa come vera per servir di mezzo a risolvere un problema matematico; e similmente il fatto che al filosofo si dà come certo, perché ragionandovi sopra ne ricavi le sue teoriche". Poi i filosofi hanno questa particolare capacità di tirar fuori teorie bislacche anche da dati veri e semplici, ma questa è un'altra storia.
Pianigiani ovviamente non conosceva i big data e non poteva immaginare che sarebbero diventati le cause di conflitti, molto reali, o gli oggetti di commerci, leciti e illeciti. In questa era tecnologica noi abbiamo riscoperto il valore etimologico di questa parola: il dato è qualcosa che noi diamo. E una volta che lo abbiamo dato, lo dobbiamo considerare perso, non possiamo sapere che uso ne verrà fatto. Anzi dobbiamo presumere che verrà usato male.
Non c'è rimedio; neppure andarsene da Facebook è un rimedio e comunque non capisco perché io dovrei rinunciare al mio "guadagno" di poter scrivere e di avere un pubblico potenziale di due miliardi di persone. L'unica soluzione è, ancora una volta, la nostra intelligenza, il nostro spirito critico. Nessuno ci costringe a "dare", se lo facciamo è perché vogliamo farlo. Ma quando diamo qualcosa, dobbiamo essere consapevoli di quello che diamo, per poi non pentircene in un secondo tempo. Anzi dobbiamo essere orgogliosi di quello che diamo, delle nostre idee, delle nostre passioni, dei nostri amori, di tutto quello che condividiamo con il mondo, dobbiamo pensare che potrebbero essere utili a qualcuno, che potrebbero perfino contribuire a migliorarlo questo mondo che ci fa così schifo. Non rinunciamo a dire quello che vogliamo dire solo perché qualcuno potrebbe "vendere" quelle nostre idee o perfino vendere noi stessi. Noi continuiamo a essere padroni di noi stessi, se vogliamo, possiamo essere più forti di qualsiasi condizionamento commerciale o propagandistico. Noi siamo i nostri dati, noi siamo quello che diamo.       

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