martedì 20 marzo 2018

Verba volant (499): innocente...

Innocente, agg. m. e f.

Invece di ascoltare tante parole vuote, inutilmente retoriche e per lo più false, che ci vengono propinate in questi giorni su quello che è successo quarant'anni fa nel nostro paese, credo che sarebbe molto più utile - per noi che c'eravamo e soprattutto per quelli che non c'erano - leggere le lettere che Aldo Moro scrisse dalla prigionia in quei drammatici cinquantacinque giorni. Anche la storia di quelle lettere merita di essere conosciuta: come furono scritte, come furono consegnate, come furono nascoste, come furono fatte ritrovare. E come furono lette in quei giorni, come furono fatte conoscere all'opinione pubblica, come divennero oggetto di discussione a sostegno di tesi contrapposte. Attorno a quelle lettere si è scatenata una ridda di ipotesi e di congetture; naturalmente anche questa vicenda è storiograficamente importante, ma sono più importanti le lettere in sé, per come furono scritte e per cosa c'è scritto, perché quelle lettere ci raccontano l'uomo che la ha scritte e allo stesso tempo un'epoca che molti non conoscono, per evidenti ragioni anagrafiche, e che noi "vecchi" abbiamo dimenticato.
Rileggendo in questi giorni quelle lettere ho pensato prima di tutto a come sono incredibilmente lontani quegli anni. Un uomo che sta per morire, che sa che sta per morire, decide di scrivere e con quelle lettere fa tutto quello che gli è possibile fare, anche tentare di salvare la propria vita, per quanto si renda conto che sia un'impresa disperata e forse vana. In un'età come la nostra in cui sembra che ci siamo dimenticati di come si scrive, che la comunicazione tra le persone passa anche attraverso la parola scritta, quelle lettere sono davvero fuori del tempo.
E fuori dal tempo ci appare Moro, che, pur in quelle condizioni, non dimentica quelle che chiama le "cose pratiche": in una delle prime lettere alla moglie scrive "Ho lasciato lo stipendio al solito posto. C'è da ritirare una camicia in lavanderia." E nelle lettere non mancano mai la preoccupazione per i figli, per i conti da pagare, per le spese di casa. In un'altra lettera alla moglie la esorta a fare il vaccino contro l'influenza e le chiede di pensare alla tomba di Torrita, perché "almeno nell'immediato c'è il rischio di sicurezza". E' così piccolo borghese quell'uomo che sta per morire e che dice alla moglie di ricordarsi sempre di chiudere il gas. C'è un abisso antropologico tra quel mondo e il nostro: eppure sono passati quarant'anni, un'inezia. Suona antica la prosa di Moro, che pure nella fretta e nelle condizioni disagiate in cui scriveva, non perde quel certo suo stile, perché così era l'uomo.
E poi quelle lettere sono armi, sono strumenti di lotta nelle mani di Moro, che cerca con quelle lettere di continuare la propria battaglia politica. Non è morto innocente Aldo Moro. Questo aggettivo ha un'etimologia controversa, può significare sia colui che non nuoce sia colui che non sa. Nessuna di queste due espressioni si adatta al presidente della Dc. Aldo Moro sapeva benissimo cosa gli stava succedendo, era assolutamente consapevole dello scontro che stava avvenendo e anche che lui ne sarebbe stato la vittima. Nella sua prima lettera esclusivamente "politica", quella indirizzata al ministro degli interni Francesco Cossiga, scrive che il suo processo si sta facendo sempre più "stringente". Ma chiude quella stessa lettera ricordando a Cossiga e agli uomini del suo partito che sono "impantanati in un doloroso episodio, dal quale potrebbero dipendere molte cose". E qui Moro comincia a minacciare, e lo farà con sempre più determinazione man mano che passano i giorni e soprattutto quando capisce che la sua morte è già stata decisa.
Moro non è innocente perché egli era parte integrante di quel potere che lo ucciderà. In qualche misura Moro è vittima di una sorta di guerra civile che si combatté in questo paese, senza che nessuno l'avesse mai dichiarata. Moro ha la colpa per i suoi nemici di essere un traditore, di aver deciso di usare la propria intelligenza e il proprio potere non contro i "nemici", ma contro i suoi "amici". E per questo fu ucciso, e quella morte segnò uno spartiacque profondo nella storia del paese. E l'Italia non si risolleverà più, è rimasta cadavere in quella Renault 4 rossa, perché allora, uccidendo Moro, vinsero loro.
Aldo Moro chiude una delle sue ultime lettere, indirizzata al segretario della Dc Benigno Zaccagnini con queste durissime parole: "Non creda la Dc di avere chiuso il suo problema, liquidando Moro. Io ci sarò ancora come un punto irriducibile di contestazione e di alternativa, per impedire che della Dc si faccia quello che se ne fa oggi. Per questa ragione, per una evidente incompatibilità, chiedo che ai miei funerali non partecipino né Autorità dello Stato, né uomini di partito." Sono le parole di uomo che non è innocente, ma di un uomo che ancora combatte, di un uomo che conosce quelli che lo stanno lo stanno uccidendo. Ma sono anche le parole di un uomo sconfitto, perché comunque quel funerale ci sarà, perché quelli che avevano ucciso Moro parteciperanno a quelle esequie farsesche, di fronte a una bara vuota per volontà della famiglia. Sono le parole di un uomo sconfitto perché, nonostante queste parole, Moro non diventerà mai "un punto irriducibile di contestazione e di alternativa", ma verrà in qualche modo assimilato a quel potere contro cui aveva combattuto e che lo avrebbe ucciso, diventando una sorta di santino, buono per tutte le occasioni. Anche per questo è utile che leggiamo le lettere, per capire cosa avrebbe potuto essere e non è stato.

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