venerdì 31 luglio 2020

Verba volant (777): spogliarello...

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Spogliarello, sost. m.

Alle sorelle Hovick è successa una cosa decisamente strana. Sulla loro vita sono state scritte molte storie, alcune inventate, come succede spesso in questi casi, ma per lo più vere, perché quelle due donne hanno vissuto una vita che merita davvero di essere raccontata. Eppure ormai i personaggi che sono stati creati da queste storie sono più famosi di loro, in qualche modo quei personaggi sono diventati più reali di loro: potenza dei racconti.

Rose Louise è nata a Seattle l'8 gennaio del 1911, mentre Ellen June l'8 novembre 1912 a Vancouver. Adesso siamo abbastanza certi di queste due date, anche se quando erano bambine e adolescenti sono circolati molti altri certificati di nascita, tanto che loro stesse, da adulte, non erano più sicure di quali fossero quelli veri. La madre infatti ne usava diversi, a seconda delle necessità. Se le due sorelle dovevano essere più piccole per godere della riduzione dei biglietti nei loro frequenti viaggi in treno in giro per gli Stati Uniti, c'erano le carte che lo dimostravano, mentre se era necessario eludere le norme che vietavano il lavoro minorile c'erano altri documenti che dichiaravano che Louise e June erano più grandi di quello che effettivamente erano.
Sono i ruggenti anni venti, è l'età del jazz, e la loro madre - Rose Evangeline Thompson, nata nel 1890 a Wahpeton nel North Dakota, da una famiglia di origine tedesca - decide molto presto che quelle due bambine possono diventare famose: sono carine, si somigliano parecchio, sanno cantare e sanno ballare abbastanza bene da mettere insieme alcuni numeri per gli spettacoli del vaudeville. E Rose sa che i bambini prodigio funzionano sempre. A dire la verità Louise è meno brava della sorella minore sia a cantare che a ballare, ma insieme i loro numeri funzionano e le due bambine hanno un certo successo nei teatri della costa nordoccidentale. Rose pensa che con un po' di fortuna riuscirà a portarle anche a Broadway. Il padre, di origini norvegesi, che fa diversi lavori nella redazione del Seattle Times, non è d'accordo, pensa che le sue figlie debbano continuare a fare le bambine: presto i due divorziano. Anche il secondo marito, un commesso viaggiatore, pensa che Rose esageri con quelle bambine, e allora la donna divorzia anche da lui. Rose è determinata e non vuole accanto a sé qualcuno che la fermi. Adesso sono solo loro tre e, grazie al talento di June, riescono a sbancare il lunario nei teatri di provincia. Rose riesce a portare le figlie a Hollywood e June appare anche in qualcuna delle comiche con i bambini che Hal Roach sforna a getto continuo. In Italia le conosciamo con il titolo Simpatiche canaglie.

June però nel dicembre del 1928, quando compie sedici anni, decide di farla finita con quella madre dispotica, conosce un ragazzo, Bobby Reed, che lavora come loro nel vaudeville, e scappa con lui. La polizia trova i ragazzi e Rose, mentre sono ancora dentro il commissariato, tenta di uccidere Bobby, ma fortunatamente per lui si dimentica di togliere la sicura alla pistola. June e Bobby si sposano e quindi adesso Rose e la figlia più grande rimangono da sole.

Senza la sorella minore Louise non sa bene cosa fare, continua a fare i suoi numeri musicali, ma con sempre meno successo. E comunque il sogno di sfondare nel mondo dello spettacolo è solo di sua madre: fosse per lei tornerebbe volentieri a casa. La leggenda vuole che quella sera la spallina sia caduta accidentalmente. Comunque sia il pubblico in sala ha molto apprezzato quella giovane donna che tentava maldestramente di coprirsi e che è rimasta nuda sul palcoscenico. Quella sera è nata Gipsy Rose Lee, la più famosa artista di strep tease dell'America degli anni Trenta, quando la crisi ha costretto a chiudere alcuni grandi teatri di Broadway, ma, visto che la gente ha comunque voglia di divertirsi, hanno un gran successo i locali come quelli dei fratelli Minsky, dove si beve di contrabbando e si guardano delle belle ragazze fare quei loro "spettacoli". La polizia prova a chiudere quei locali, anche perché il sindaco Fiorello La Guardia ha avviato una campagna di moralizzazione della vita pubblica della sua città, e Gipsy viene arrestata diverse volte nel corso di quelle retate, ma, come dirà qualche anno dopo Irving Berlin there's no business like show business, e così quegli spettacoli continuano e Gipsy ne diventa l'acclamata vedette. Louise adesso è soddisfatta, anche perché, come sua sorella prima di lei, ha trovato la forza di sbarazzarsi dell'asfissiante presenza di sua madre.
Hollywood naturalmente prova a sfruttare la popolarità di Gipsy Rose Lee: tra il 1937 e il '38 gli studios le fanno fare ben cinque film, ma nessuno di questi ha il successo sperato. Anche perché Gipsy non è proprio capace di recitare. Le sue doti artistiche sembrano limitarsi alla capacità con cui in scena riesce a spogliarsi, con un misto di eleganza, di malizia e di incredibile senso dell'umorismo. In questo Gipsy è davvero unica.

Fuggiti da Rose, June e Bobby tentano la fortuna nelle maratone di ballo, un fenomeno che ha un certo successo nell'America della grande depressione. Sono tante le coppie di disperati senza lavoro che accettano di partecipare a quelle estenuanti prove di resistenza, allettati sia dal premio in denaro per la coppia capace di arrivare fino alla fine sia dalla possibilità di avere un posto in cui dormire, seppur per poco, e da mangiare, anche se durante la gara, per un periodo di tempo piuttosto lungo, visto che una maratona può durare anche più di quaranta giorni. Nel 1969 Sidney Pollack ha fatto un bel film sulle maratone, con un'intensa Jane Fonda, Non si uccidono così anche i cavalli?, basato sul romanzo del 1935 di Horace McCoy, uno che quel mondo ai margini lo ha conosciuto bene.
Presto i due ragazzi divorziano, June rimarrà sempre grata a Bobby per averle data l'occasione di andarsene, ma non l'ha mai davvero amato.
Finalmente anche per lei arriva l'occasione sperata. È una brava ballerina e nel 1936 June Havoc, come si fa ormai chiamare, modificando un po' il cognome di famiglia, viene scritturata per uno spettacolo a Broadway, del compositore di origini magiare Sigmund Romberg. Si fa notare in alcuni spettacoli e finalmente nel '40 arriva la grande occasione: è Gladys in Pal Joey, il nuovo musical di Rodgers e Hart. Non è la protagonista, ma quello spettacolo è il grande successo di quell'anno, grazie anche all'interpretazione del debuttante Gene Kelly, e June con la sua grazia fa la sua parte. Per questo musical Rodgers e Hart scrivono una canzone, intitolata Zip, che è un chiaro omaggio all'"arte" di Gipsy. Vale la pena di rivedere questo brano interpretato da Rita Hayworth che ovviamente non si toglie nulla se non i lunghi guanti bianchi, nel film tratto dal musical nel 1957.
Come sempre succede Hollywood guarda con attenzione a quello che capita a Braodway e Gene Kelly viene subito chiamato dagli studios. E anche June. Ottiene diversi ruoli, anche se mai da protagonista, in una decina di film di successo, lavorando a fianco di grandi attrici come Claudette Colbert e Rosalind Russell. Continua anche a recitare nei musical di Broadway, nel 1944 è chiamata a sostituire Ethel Merman in Sadie Thompson, da un racconto di William Somerset Maugham, che è stato anche il soggetto di un film muto del 1928 con Gloria Swanson.
Sono gli anni d'oro di June che nel 1947 recita, insieme a Gregory Peck in Barriera invisibile - come viene tradotto in italiano Gentleman's Agreement - che ottiene l'Oscar per il miglior film, insieme a quello per la regia a Elia Kazan. Nel film Peck è un giornalista che si finge ebreo per scrivere un articolo sull'antisemitismo e prova sulla sua pelle cosa significa essere guardato con altri occhi da tutti quelli che gli stanno intorno, familiari, colleghi, amici, anche la sua fidata segretaria, interpretata appunto da June.

Louise è consapevole che la carriera di Gipsy è per sua natura effimera e così comincia a scrivere: la sua passione sono i thriller e naturalmente il suo primo romanzo, pubblicato nel 1941, The G-String Murders, è dedicato al mondo che conosce meglio, quello del burlesque. Due anni dopo ne verrà tratto un film, Lady of burlesque, che in Italia sarà tradotto Le stelle hanno paura, con una splendida Barbara Stanwyck, una delle grandi regine di Hollywood, che ha cominciato anche lei come ballerina negli spettacoli di Ziegfeld.

Naturalmente Rose non è sparita dalla vita delle figlie, tanto più che ormai entrambe hanno avuto successo. E le figlie pagano pur che stia lontana da loro. Rose con i loro soldi ha acquistato una grande casa in West End Avenue a Manhattan, che ha trasformato in una pensione per sole donne. Il suo nome ritorna sui giornali quando una delle ospiti - qualcuno dice una sua amante - viene trovata uccisa: Rose è comunque scagionata da ogni accusa, anche se le circostanze di quella morte non saranno mai chiarite.

Quando Rose muore, nel 1954, Louise pensa di raccontare la loro storia, visto che la madre non potrà più querelarla. Nel 1957 pubblica la sua autobiografia Gipsy: A Memoir, in cui racconta la sua infanzia difficile, insieme alla sorella e a quella madre ossessionata dalla gloria, poi gli anni del successo nel mondo del burlesque e si interrompe con lei che parte per Hollywood. Sappiamo che quella non è stata un'esperienza fortunata, ma Louise sta costruendo la propria leggenda, una cosa in cui si dimostrerà brava almeno quanto era brava a spogliarsi. June non è contenta di come la sorella l'ha descritta nel libro, ma decide di permettere che venga comunque pubblicato.
Tra i tanti che hanno letto quel libro Ethel Merman, con il fiuto della grande attrice, capisce subito che può diventare un musical e naturalmente ne vuole essere la protagonista. Ethel è la grande regina di Broadway, la protagonista dei migliori musical di Cole Porter e Irving Berlin, ma adesso ha bisogno di nuovi ruoli, più adatti alla sua età e al suo temperamento.
Per il progetto si ricostituisce il gruppo che ha appena lavorato a West Side Story: Jerome Robbins sarà il regista e il coreografo, Arthur Laurents scriverà il libretto e Stephen Sondheim le canzoni, questa volta musiche e parole. Ma Ethel vuole che non sia un compositore sconosciuto a scrivere le sue canzoni. Berlin e Porter non sono interessati, accetta invece l'inglese Jule Styne, che è uno dei grandi compositori di Hollywood. È Sondheim adesso che si tira indietro, non gli basta scrivere solo i testi, ma Oscar Hammerstein lo convince ad accettare quel lavoro. Nasce così Gipsy: A Musical Fable, uno dei più grandi successi di Broadway. E uno dei più grandi musical di sempre, grazie al personaggio di Rose, così intenso, una sorta di Lear dell'America del jazz e della grande depressione. Il personaggio di Rose diventa il cavallo di battaglia di tante grandissime dopo Ethel Merman: Angela Lansbury, Tyne Daly, Bernadette Peters  - che, giovanissima, è stata anche nel cast della prima edizione - Patti LuPone.
Nel 1962 Mervyn LeRoy dirige il film, in cui recitano Rosalind Russell e Natalie Wood, che, a differenza di quello che è successo in West Side Story, questa volta canta con la propria voce. Invece la voce di Rosalind non basta, nonostante qualche anno prima sia stata spettacolare la sua interpretazione in Wonderful Town: la deve "aiutare" il contralto Lisa Kirk. Naturalmente Ethel Merman avrebbe voluto partecipare al film, ma i diritti vengono acquistati dal produttore Frederick Brisson, che è anche marito di Rosalind. La donna che inventò lo streap-tease, come conosciamo in Italia quel film, nonostante il carisma e la bravura delle due attrici, non riesce a ripetere il successo del musical né a eguagliarne l'emozione.

Anche June decide di scrivere la propria autobiografia, che pubblica nel 1959 con il titolo Early Havoc. In quei giorni sta recitando in teatro con Julie Harris che ha già vinto due Tony - di cui uno per la sua interpretazione di Sally Bowles in I am a Camera, da cui sarà tratto il musical Cabaret e ne vincerà in tutto cinque nel corso della sua carriera, come Angela Lansbury. Julie rimane molto colpita dai capitoli in cui June racconta la sua esperienza nelle maratone e la spinge a scriverne un'opera teatrale. Nasce così Marathon 33. Si tratta di un'opera complessa che richiede trentaquattro attori. Lee Strasberg la usa per i seminari dell'Actors Studio. June spera di metterlo in scena in una vera sala da ballo, ma poi riesce a debuttare a Broadway. Julie Harris è una delle interpreti mentre June ne cura anche la regia. Sarà nominata per il Tony, la prima donna a ricevere una nomination per la regia.

Louise muore a Los Angeles il 26 aprile 1970. Per diversi anni conduce un suo talk show televisivo, ma soprattutto cura la sua collezione di dipinti: possiede quadri di Mirò, di Picasso, di Chagall e di molti altri artisti. Gipsy ha davvero grande gusto.

June muore il 28 marzo 2010 a Stamford, nel Connecticut. Ha avuto una lunga carriera. Tanti piccoli ruoli in televisione. La sua amica Angela Lansbury le offre di partecipare a due episodi di Murder, she wrote. Ma soprattutto scrive per il teatro, anche un musical, e dirige sia i suoi lavori che quelli degli autori che ama. Nel 1970 allestisce una fortunata edizione dell'Opera da tre soldi. Scrive il seguito della sua autobiografia, intitolata More Havoc. A metà degli anni Settanta acquista un deposito ferroviario abbandonato e altri edifici su otto acri di terra a Wilton, nel Connecticut, chiamati Cannon Crossing. Li restaura e realizza un grande insediamento urbano a prezzi popolare, e ricco di piccoli negozi di artigianato, gallerie d'arte, luoghi dedicati alla vita sociale.

Il rapporto tra Louise e June rimarrà sempre piuttosto complicato, fatto di tentativi di riavvicinamento e liti improvvise. In fondo le sorelle Hovick hanno in comune solo il difficile rapporto con la madre.
Anzi c'è un'altra cosa che le unisce: la politica.
Sostengono entrambe, nel 1952, la sfortunata campagna elettorale di Adlai Stevenson, la più disastrosa sconfitta del partito democratico.
Nel 1947 June, con Myrna Loy, John Huston e William Wyler, fonda il Comitato per il primo Emendamento per sostenere i cosiddetti Hollywood Ten, ossia i dieci tra registi e sceneggiatori denunciati per oltraggio al Congresso e inseriti nella "lista nera" per essersi rifiutati di rispondere alle domande sul loro presunto coinvolgimento con il Partito Comunista. Il 27 ottobre di quell'anno, insieme a Humphrey Borgart, Lauren Bacall e altri attori si presenta al Campidoglio per inscenare una protesta: chiedono di essere ammessi alle audizioni dei loro colleghi incriminati. Naturalmente anche June finisce nella lista. Dove c'è anche Louise. Negli stessi anni in cui Gipsy si esibisce di notte con tanto successo negli spettacoli di streap tease, di giorno Louise sostiene con passione la Repubblica spagnola, manda soldi in quel paese, partecipa a incontri del Fronte unito, fa comizi per sostenere la causa antifascista.
Forse non saranno mai sorelle Louise e June, ma sono certamente compagne.

giovedì 23 luglio 2020

Verba volant (776): tenacia...

Tenacia, sost. m.

Nella storia del cinema ci sono alcuni attori il cui nome finisce per essere indissolubilmente legato a quello di un personaggio che hanno interpretato. Per questo Olivia de Havilland sarà per sempre miss Melania.
Dalla sua casa vicino al Bois de Boulogne sa che i coccodrilli dei giornali sono già pronti con titoli come "La morte di Melania". Olivia è una donna intelligente e ha accettato questo da tempo. Probabilmente l'ha anche voluto, dal momento che quando tutte le attrici della sua generazione si sono fatte avanti per avere il ruolo di Rossella, lei ha tenacemente voluto la parte di Melania. E non è stato facile, perché Jack Warner, che aveva Olivia sotto contratto, non la voleva "cedere" a Selznick, ma l'attrice ha trovato un'alleata nella moglie del produttore, un'ammiratrice del romanzo di Margaret Mitchell, che voleva che quel film fosse perfetto. E sapeva che Olivia sarebbe stata la miglior Melania possibile. E aveva assolutamente ragione. Perché Olivia ha la stessa determinazione di Melania, lo stesso coraggio.
E credo anche che Olivia abbia capito che era giusto che l'Oscar per la miglior attrice non protagonista venisse assegnato non a lei, ma a Hattie McDaniel. Ha probabilmente condiviso quella decisione che premiava non solo una brava attrice, ma dava un riconoscimento a una parte così importante dello spettacolo, e della società, di quello che stava per diventare il suo nuovo paese. Semmai la sconfitta che proprio non ha sopportato è stata quella del '42, quando per quella stessa categoria erano in lizza sia lei, per il film La porta d'oro, che sua sorella Joan Fontaine, per Il sospetto di Alfred Hitchcock. Essere superata dalla sorella minore è stata una cosa che non ha accettato. E, nonostante qualche tardivo tentativo di riappacificazione, i rapporti tra le due sorelle, che erano anche due star, è sempre stato pessimo.

La vita di Olivia è in qualche modo la trama di un film. È nata il 1 luglio 1916 a Tokyo, figlia di due inglesi, un avvocato specializzato in brevetti e un'attrice teatrale. Tre anni dopo Lilian convince Walter a tornare nel loro paese, per curare le bambine cagionevoli a causa del clima giapponese. Il vero motivo è che Lilian spera che, tornando in Inghilterra, il marito dimentichi l'altra famiglia, quella giapponese, che questo novello Pinkerton mantiene. Comincia il viaggio, la cui prima tappa è San Francisco. Olivia ha la tonsillite, sembra che il caldo della California le faccia bene, pensano di fermarsi lì per un po', ma Walter torna in Giappone e così Lilian decide che lei e le bambine non proseguiranno il loro viaggio verso l'Inghilterra, trasferendosi a Saratoga.
Olivia è una brava studentessa, ed eccelle negli spettacoli organizzati dalla scuola. C'è una foto in cui a diciassette anni interpreta Alice in una recita della compagnia dei Saratoga Community Players: gli occhi sono già quelli della star. Ma quando al liceo le viene affidato il ruolo di Elizabeth in una riduzione teatrale di Orgoglio e pregiudizio, il patrigno le impone di lasciare lo spettacolo: quello non è un "mestiere" che si confà a una ragazza di buona famiglia. A Olivia non interessa fare l'attrice, ma non vuole deludere le sue compagne e chi l'ha scelta per quel ruolo, soprattutto non vuole che qualcun altro pretenda di decidere per lei: e quindi va via di casa.
Poi si iscrive al college, perché vuole diventare un'insegnante di letteratura inglese, ma accetta anche la parte di Puck nel Sogno di una notte di mezza estate che i suoi amici di Saratoga stanno allestendo nell'estate del 1934. Anche il grande regista austriaco Max Reinhardt è in California in quegli stessi mesi: è uno dei tanti artisti che, fuggiti dall'Europa fascista, faranno grande il teatro e il cinema americani. Anche lui sta allestendo il Sogno e una sua collaboratrice nota Olivia, a cui viene assegnato il ruolo di Ermia nel secondo cast. Ma la titolare è costretta a rinunciare e quella ragazza inglese trapiantata a Saratoga illumina con la sua interpretazione lo spettacolo. Quando la Warner affida a Reinhardt e a William Dieterle la regia del film tratto dalla commedia di Shakespeare, non ci sono dubbi sulla scelta dell'attrice che dovrà interpretare Ermia: Olivia de Havilland è messa sotto contratto con uno stipendio di 200 dollari a settimana. Quel film lancia altri due giovani attori destinati a grande fortuna nell'età d'oro di Hollywood: James Cagney è Bottom, mentre Puck è interpretato da Mickey Rooney. Dieterle racconta che Olivia gli chiede continuamente informazioni sugli aspetti tecnici della fotografia, sulle luci, sulle tecniche di registrazione. Alla fine delle riprese l'autodidatta Olivia, che non ha mai seguito un corso di recitazione, è già esperta nel sapere come muoversi per avere la migliore illuminazione possibile.
Olivia è una promessa e per la Warner un investimento che si rivela particolarmente redditizio: è l'eroina perfetta da affiancare a Errol Flynn. Insieme reciteranno in otto film, tra cui Capitan Blood e La leggenda di Robin Hood. E in entrambi questi film il "cattivo" è il grande Basil Rathborne. La coppia funziona: lui spavaldo e generoso, lei bella e coraggiosa. Sia Arabella che lady Mariam sono donne che sanno benissimo cosa vogliono, tenaci, disposte a lottare: un ruolo che piace a Olivia, anche se la Warner crede che lei, con quei grandi occhi scuri e quell'aria dolce, debba essere piuttosto il tipo dell'ingenua, quella che aspetta l'eroe che risolve tutto. Olivia però non è dello stesso parere.

La sezione 2855 del Codice civile della California sanciva la possibilità di stipulare contratti in cui il datore di lavoro poteva inserire una clausola che prevedeva un diritto esclusivo sulle prestazioni dell'altro contraente, per un massimo di due anni. Naturalmente questa clausola veniva particolarmente applicata nell'industria cinematografica. Gli studios la imponevano sia agli attori emergenti che alle grandi star: mentre erano sotto contratto con loro non potevano lavorare con la concorrenza. Nel 1931, grazie a un efficace lavoro di lobby, hanno fatto in modo di portare il limite a sette anni, rafforzando così il proprio potere su tutti quelli che lavoravano nel mondo del cinema. Negli anni successivi gli avvocati delle grandi case di produzione sono poi riusciti a far passare un'interpretazione di questa norma  secondo cui i sette anni dovevano essere calcolati solo sui giorni di lavoro effettivo, su quelli in cui gli attori giravano. In pratica se tra un film e l'altro passava anche un anno di tempo, quel periodo non veniva conteggiato per raggiungere i sette anni, eppure in quei dodici mesi un attore non poteva lavorare per un'altra casa di produzione. E in questo modo il contratto di esclusiva poteva durare ben più dei sette anni previsti.
Questa norma impediva a Olivia di lavorare perché la Warner Brothers con cui era sotto contratto dal 5 maggio 1936 continuava a proporle parti di cui si era stancata: Jack Warner preferiva non farla lavorare piuttosto che lasciarla andare in un altro dei grandi studios, non voleva ripetere quello che era successo con Via col vento.
Ma, come abbiamo visto, Olivia non è una donna che è disposta a subire quello che altri vogliono decidere per lei. Il 23 agosto 1943 decide di intentare una causa contro la Warner sostenendo che, essendo trascorsi ormai sette anni, era libera di trovare un altro ingaggio. La causa dura più di un anno, possiamo supporre che Warner e i suoi colleghi abbiano cercato di influenzare il collegio dei giudici, ma l'8 dicembre 1944 il giudice Clemente Lawrence e i suoi due colleghi stabiliscono che i sette anni devono essere calcolati secondo il senso comune, ossia come facciamo tutti noi, con tutti i giorni del calendario, compresi soprattutto i giorni in cui un attore non viene chiamato a lavorare. Quella sentenza è passata alla storia del diritto del lavoro come legge De Havilland, anche se il cancelliere, che evidentemente non era un appassionato di cinema, ha scritto nella sentenza De Haviland, sbagliando il cognome dell'attrice.
La legge De Havilland è stata una grande vittoria per gli artisti contro gli studios, che ha dato a loro maggior libertà. Nonostante i tentativi di Jack Warner di fare terra bruciata attorno a Olivia, l'attrice ottiene un nuovo contratto con la Paramount. Comincia una nuova fase della sua carriera, in cui può scegliere i film e dimostrare quello che vale.
Nella seconda metà degli anni Quaranta dimostra tutto il suo valore in alcuni film di cui è l'assoluta protagonista. È la donna che diventa madre senza essere sposata ed è costretta a dare in adozione il proprio figlio, lottando tutta la vita contro questa ingiustizia, nel film di Mitchell Leinsen A ciascuno il suo destino; un ruolo per cui vince finalmente l'Oscar. Interpreta le due gemelle, la "buona" e la "cattiva", nel classico noir Lo specchio scuro di Robert Siodmak. È una donna ricoverata in un ospedale psichiatrico senza saperne la ragione e senza ricordare nulla della propria identità in La fossa dei serpenti di Anatole Litvak, un film che ha avuto un forte impatto, grazie anche all'interpretazione così realistica di Olivia, e che ha spinto diversi stati americani a modificare la propria legislazione sui manicomi. E per questo film ha avuto la Coppa Volpi al Festival di Venezia. Ottiene il suo secondo Oscar con la sua interpretazione nel film L'ereditiera di William Wyler, in cui è una donna corteggiata per i suoi soldi da un giovane approfittatore, che nel film è Montgomery Clift, e in conflitto con il padre, il grande attore inglese Ralph Richardson, che la mortifica in ogni occasione per difendere quella stessa eredità. Olivia de Havilland ormai non è più la ragazza ingenua che aspetta il principe azzurro. Né l'eroina dei film in costume con Errol Flynn, è un'attrice che dimostra che una donna può lottare, può uccidere persino, e alla fine può vincere. Da sola.
Fa una bella carriera Olivia, che torna anche al teatro - interpreta un'altra forte eroina shakespeariana, Giulietta - e si prende anche la soddisfazione di vincere un Golden globe per la sua apparizione in una serie televisiva nel ruolo della madre di Nicola II.
Non vuole essere una star, non vuole accettare la comodità di un cliché che le avrebbe assicurato certamente una fama maggiore di quella che ha avuto, vuole interpretare una donna diversa da quella che gli studios preferiscono raccontare. E spesso ancora il cinema, non solo americano, racconta. Perché Olivia non è solo miss Melania.

lunedì 13 luglio 2020

Verba volant (775): tuono...

Tuono
, sost. m.

Edward Kennedy Ellington è un "ragazzo del '99". E' nato a Washington, in una famiglia nera; orgogliosamente nera. Suo padre e sua madre ricordano bene che i loro genitori sono stati schiavi, ma ormai la loro è una famiglia della borghesia nera della capitale federale. Il padre ha un buon lavoro: è il maggiordomo di uno dei medici più importanti della città e occasionalmente viene chiamato anche alla Casa Bianca, durante la presidenza di Warren G. Harding. Naturalmente sanno che l'America è un paese profondamente razzista, che Edward sarà discriminato per il colore della sua pelle, ma possono ancora sperare che le cose cambieranno. In meglio. Suonano entrambi il pianoforte - James ama molto l'opera - e così anche al figlio viene insegnato a suonare il piano. A Edward il pianoforte piace - e gli piace la musica classica che sente in casa - ma gli piace anche di più come suonano il piano nelle sale di biliardo del West End: gli piace il ragtime, gli piace quello che sta per essere chiamato jazz. 
Quel ragazzo è sempre elegante, a volte un po' affettato, per questo gli amici cominciano a chiamarlo Duke, il Duca. Edward è un artista, è bravo a disegnare, a comporre manifesti, è quello il suo lavoro, ma quando un cliente va da lui per commissionargli una locandina per una festa da ballo, Edward prima di tutto gli chiede se ha già trovato qualcuno per suonare e comunque si propone di farlo lui, a un prezzo stracciato, locandina compresa. Un'offerta che molti accettano, anche perché quel ragazzo è proprio bravo a suonare il piano, è bravo a far ballare la gente. 

Nella metà degli anni Cinquanta Duke Ellington è ancora il re del jazz, ma i tempi sono molto cambiati da quando la sua orchestra suonava tutte le sere al Cotton Club. Le grandi orchestre degli anni Trenta e Quaranta, l'età dello swing, non esistono più. Resiste soltanto quella del Duca, perché nessuno come lui sa condurre una grande orchestra, trovare i musicisti migliori e farli suonare come non hanno mai suonato in vita loro. Sono ormai pochi quelli che suonano con lui dall'inizio, molti hanno ormai una loro orchestra, ma la sua capacità di valorizzare i musicisti non è mai venuta meno. 
Il mondo però è cambiato ed è cambiato il jazz e molti principi aspettano che il vecchio Lear si faccia da parte. Edward Kennedy Ellington però è ancora capace di fare le sue magie, è un duca spodestato che è diventato un potente mago, e nel 1957 vuole dire al mondo che il jazz, il "suo" jazz, è ancora una musica capace di raccontare storie. E dove si trovano le storie più belle? Ovviamente nelle tragedie e nelle commedie del Bardo di Startford on Avon. Allora Duke e Billy Strayhorn cominciano a "rispolverare" il loro Shakespeare.
Ho già dedicato una delle mie storie a Billy. Dal 1938 al 1967 Strayhorn è l'alter ego di Duke Ellington. Questi due artisti, pur così diversi per temperamento e carattere, sono in perfetta simbiosi, ciascuno di loro può terminare di scrivere quello che ha cominciato a comporre l'altro. E nessuno avrebbe colto la differenza. Per molti anni il suo ruolo non è stato abbastanza riconosciuto e certamente Billy ne soffriva. Per un paio d'anni, dal '53 al '55, ha smesso di lavorare con l'orchestra di Duke, ha smesso di curarne gli arrangiamenti, ha smesso di comporre canzoni, ma poi decide di ritornare - anche perché Duke accetta che tutto quello che pubblicheranno da quel momento sarà "firmato" da entrambi, indipendentemente da chi lo ha effettivamente composto - e insieme scrivono Such Sweet Thunder, una jazz suite di dodici pezzi dedicati a Shakespeare. Ma nonostante l'impegno di Duke nessuno parlerà di Billy, non sarà mai menzionato nelle recensioni, neppure quando muore per un cancro ed Ellington pubblica uno dei suoi album migliori intitolato ...and his mother called him Bill.
L'occasione per scrivere questa suite così originale è loro offerta da uno spettacolo che l'orchestra di Duke Ellington fa nel '56 allo Shakespeare Festival della cittadina di Statford nell'Ontario, dove da soli tre anni alcuni appassionati hanno cominciato ad allestire questa rassegna, grazie anche alla disponibilità di alcuni grandi attori, come Alec Guiness che nella prima edizione del '53 mette in scena Riccardo III e Tutto è bene quello che finisce bene senza richiedere alcun cachet. Ellington e Strayhorn decidono di rimanere al festival per un'intera settimana, dopo il concerto, incontrano studiosi del Bardo, parlano e si confrontano con loro. Billy ama moltissimo le sue opere teatrali, le cita di continuo, qualcuno nell'orchestra lo chiama Shakespeare, e anche nella biblioteca di Duke c'è un'edizione consumata e molto sottolineata. Ormai la decisione è presa: l'anno successivo torneranno al Festival con una loro suite dedicata a Shakespeare.
L'invito al Festival di Stratford di un musicista della generazione di Duke Ellington sembra rafforzare l'idea che quella musica non sia più moderna, come lo era stata negli anni Trenta e Quaranta, ma sia diventata in qualche modo un classico, soprattutto sia entrata di diritto nella cultura "alta", esattamente come le opere di Shakespeare. Ellington accetta questa legittimazione, ovviamente ne è compiaciuto, ma vuol far capire che l'analogia non è solo superficiale, o una mera occasione. Nella nota che accompagna il programma dello spettacolo, lo stesso Ellington spiega che né la sua musica né Shakespeare devono essere appannaggio solo di un'élite culturale. Sono passati poco più di vent'anni: negli anni Trenta lo swing, di cui Ellington è senz'altro uno dei massimi esponenti, è la musica moderna, quella che, superando le pesantissime divisioni razziali, raggiungeva tutto il pubblico, diventando la musica americana, cosa che prima non esisteva. Ed erano i neri che avevano dato la musica a quel paese che pure li discriminava.
Nel programma di Such Sweet Thunder Ellington spiega che non serve nessuna conoscenza speciale, perché
che si tratti di Shakespeare o del jazz, l'unica cosa che conta è l'effetto emotivo sull'ascoltatore.
Il potere del jazz, come quello di Shakespeare, è quello di superare barriere e confini, è quello di diventare democratico, in senso etimologico. Ellington con questa suite, come con tutti i lavori successivi, di questa seconda parte della sua carriera, vuole creare una musica con il prestigio dei classici e l'immediatezza inclusiva della cultura popolare.
E Such Sweet Thunder è ancora capace di coinvolgerci, di ammaliarci, di tenerci stretti nelle spire del serpente di Cleopatra che domina la scrittura di Half the Fun
Ellington e Strayhorn costruiscono la loro suite come una serie di ritratti di personaggi shakespeariani, che termina con un ritratto dello stesso Shakespeare: è essenzialmente una suite di assoli, in cui i grandi musicisti che compongono la sua orchestra hanno modo di dimostrare tutto il loro talento. L'immagine di Shakespeare come creatore di grandi personaggi si accorda perfettamente con i metodi compositivi di Ellington e di Strayhorn, che usano il suono distintivo dei singoli membri dell'orchestra come punto di partenza per le loro composizioni.
La suite inizia e termina con due personaggi neri, Otello e Cleopatra, di cui Ellington e Strayhorn mettono in risalto la capacità seduttiva. Il primo brano - che si intitola come l'album - è il racconto del Moro delle proprie gesta, è la storia con cui ha sedotto Desdemona, una storia che sembra svolgersi in una giungla e non è casuale la citazione alla jungle music che ha caratterizzato la musica di Ellington ai tempi del Cotton Club.
Ed è una suite in cui le donne, i personaggi femminili di Shakespeare si prendono tutta la scena. Già nel titolo, come in Lady Mac - un coinvolgente valzer in cui la tragica morte della regina di Scozia è solo accennata alla fine, ma di cui Ellington e Strayhorn preferiscono raccontare il perturbante fascino ragtime - e in Sonnet for Sister Kate - un blues in cui Caterina Minola emerge con tutta la sua indomabile forza. E anche Antonio sparisce di fronte alla forza di Cleopatra, lo stesso che succede a Romeo in The Star-Crossed Lovers. E Giulietta è il sax contralto di Johnny Hodges, che è con Ellington dai tempi del Cotton Club, ha tentato di fondare una propria orchestra all'inizio degli anni Cinquanta, ma ha deciso di tornare proprio quando sta per nascere questo disco, di cui è indubbiamente uno dei protagonisti. E curiosamente il dramma scozzese ritorna anche in The Telecasters, dedicato alle streghe.
Ellington e Strayhorn si dividono il lavoro. Il primo compone i quattro sonetti, seguendo in maniera esatta la struttura utilizzata da Shakespeare: quattordici linee di dieci battute ciascuna in pentametro giambico, disposte in tre quartine e con un distico di chiusura. Gli studiosi hanno notato che Ellington ha seguito anche il ritmo delle linee poetiche, mantenendo tutte le rime. E infatti i testi di uno qualsiasi dei sonetti di Shakespeare possono essere sovrapposti alle melodie di Ellington senza che sia necessaria alcuna modifica. 
Mentre insieme hanno composto Such Sweet Thunder, sicuramente Billy ha scritto da solo il brano su Cleopatra, il delizioso Up and Down, Up and Down, I Will Lead Them, in cui Puck fa correre gli amanti per il bosco fatato e Madness in Great Ones, il brano dedicato ad Amleto. E in questo piccolo capolavoro che tiene insieme il jazz e Stravinskij, Billy credo voglia raccontarci anche qualcosa dei suoi drammi: discriminato nel suo paese perché nero, discriminato nella sua comunità perché omosessuale, senza un riconoscimento pubblico del lavoro che è tutta la sua vita. 

Teseo e Ippolita entrano nella foresta intorno ad Atene. Prima di accorgersi dei quattro giovani che giacciono addormentati in una radura, parlano del latrare dei cani. Ippolita racconta di aver partecipato a una battuta di caccia all'orso nei boschi di Creta con Ercole e Cadmo. E ricorda la muta dei loro cani spartani.
I never heard / So musical a discord, such sweet thunder.
Ellington e Strayhorn si divertono a scegliere questo verso per dare il titolo alla loro suite. Quante volte i critici colti - e bianchi - hanno etichettato in maniera denigratoria la musica dei neri, quante volte hanno definito la musica jazz un'accozzaglia di suoni, senza alcuna armonia. Eppure quel tuono, che ha scosso nel profondo la cultura del Novecento, può anche essere dolce, un aggettivo spesso applicato allo stile di Shakespeare. 
Ed è proprio grazie a quel tuono così dolce che Desdemona si innamora di Otello.

venerdì 3 luglio 2020

Verba volant (774): corte...


Corte, sost. f.

È domenica il 27 gennaio del 1901. A Milano muore Giuseppe Verdi. In quello stesso giorno, in una grande corte della campagna parmense lungo gli argini del Po, poco distante da dove ottantotto anni prima è nato il Maestro, nascono due bambini, Olmo Dalcò e Alfredo Berlinghieri. State tranquilli, non voglio raccontarvi Novecento: già qualcuno mi accusa di essere prolisso e di scrivere post troppo lunghi, e poi è meglio che il film di Bertolucci lo vediate da soli, senza qualcuno che ve lo spieghi.
Invece vi voglio raccontare cosa sia una corte, dal momento che si tratta di una tipologia architettonica abitativa che è presente solo in questa parte della pianura padana. Anch'io, che pure sono nato e cresciuto in campagna, soltanto a un centinaio di chilometri da qui, non la conoscevo, se non attraverso i film - oltre a Novecento c'è lo splendido L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi - perché nel bolognese ci sono case coloniche in cui normalmente abitava una sola famiglia di contadini, per quanto numerosa e stratificata nelle generazioni.
La corte - o cascina, come molti la chiamano, ma in Toscana la cascina è una casa semplice, per una sola famiglia - è un complesso di edifici che si sviluppa in forma quadrangolare intorno a un grande cortile: alcuni di questi edifici sono utilizzati come abitazioni, mentre gli altri sono stalle, fienili, magazzini, ricoveri per attrezzi. Nelle corti molto grandi ci può essere anche una chiesa e un'osteria, perché le corti sono in genere lontane dai paesi e un tempo muoversi per questa pianura, attraverso le nebbie, non era affatto agevole: meglio stare dove si è al sicuro. Per lo più si accede alla corte da un unico portone e quindi queste strutture assumono un po' l'aspetto di fortificazioni che spuntano in mezzo alla pianura. Naturalmente cambiano le dimensioni, ci sono corti in cui abitavano cinque o sei famiglie e altre, specialmente nelle aree più vicine al Po, che potevano arrivare a ospitarne anche venti. E ovviamente non erano le piccole famiglie a cui siamo ormai abituati. Quasi mai il proprietario abitava nella corte, ma ci viveva il fittavolo, in una casa che naturalmente si distingueva da quelle dove vivevano tutti gli altri contadini. Questo sistema sociale prima che urbanistico è il modo che gli uomini che vivevano secoli fa questa parte della pianura, tanto ricca quanto potenzialmente pericolosa a causa della presenza del Po e dei suoi affluenti, hanno sviluppato per renderla il più produttiva possibile. La ricchezza della nostra pianura nasce anche dalle corti e, proprio come ci spiegano i film di Olmi e Bertolucci, anche la solidarietà e le lotte sociali così forti in queste terre nascono nella vita, spesso molto dura, di queste comunità. Anche chi di voi è nato in città è in qualche modo figlio di queste corti.
Lo spunto di queste riflessioni è stata una felice idea degli amici che organizzano il Teatro di Ragazzola. Ragazzola è una piccola frazione di un comune di nemmeno tremila abitanti che si chiama Roccabianca. E in questo sperduto angolo della pianura ci sono due teatri e una ricca stagione, che può rivaleggiare con quelle delle grandi città. Naturalmente anche il Teatro di Ragazzola ha dovuto fermarsi per la "peste", ma appena è stato possibile, ha deciso di riprendere, organizzando due spettacoli all'aperto nella Corte Le Giare, che è esattamente una corte come ho descritto sopra.  
Osservando quei vecchi edifici ho pensato che anche i miei nonni, Carmelo e Sofia, Vincenzo e Lalla,  sono nati all'inizio del Novecento, più o meno coetanei di Olmo e di Alfredo. Non è passato molto tempo, ma né i nipoti di Olmo né quelli di Alfredo vivono più in quella corte. Sono probabilmente la prima generazione da secoli a non essere nata laggiù. Così come io sono della prima generazione della mia famiglia a essere nato in un ospedale e non a casa, a essermi laureato, a non aver dovuto lavorare in campagna per vivere.
Probabilmente il pronipote di Alfredo vive a Milano, in un appartamento di qualche grattacielo di lusso, mentre il pronipote di Olmo abita in una villetta a schiera a Fontanellato o a Busseto. Il pronipote di Alfredo non è più il proprietario della terra o meglio è il presidente della società che possiede quella grande azienda agricola e anche dell'immobiliare che invece controlla quel complesso di edifici, perché è stato fiscalmente più vantaggioso dividere le due cose. Mentre il pronipote di Olmo continua a lavorare per l'azienda come agronomo. Ha studiato, si è laureato, applica in azienda tutte le tecnologie per renderla più produttiva.
E chi vive nella corte? Quando siamo arrivati a "teatro", oltre agli amici di Ragazzola e a quelli della Protezione civile che hanno verificato che non avessimo la febbre e che tutto si svolgesse in maniera ordinata e regolare, ci hanno accolto due signore indiane con i loro coloratissimi abiti tradizionali e dei bambini che correvano con sicurezza nel cortile, incuriositi dai preparativi per gli spettacoli.
Perché i contadini continuano a vivere nella corte, come un secolo fa, ma adesso sono indiani, si chiamano Singh e Kaur, sono arrivati dall'altra parte del mondo, da una terra che Olmo e Alfredo potevano solo immaginare. E vivono lì con le loro famiglie. I loro figli si muovono con la sicurezza di Olmo e Alfredo, giocando a nascondino in quel labirinto di edifici adesso per lo più disabitati o inutilizzati. Perché adesso basta una famiglia, al massimo due. I ricoveri degli attrezzi sono vuoti, perché i mezzi meccanici, i grandi trattori, sono fuori, al riparo delle grandi tettoie. Le stalle sono sempre piene, perché gli indiani sono ottimi allevatori: sono loro che producono molto del latte che poi diventa il parmigiano-reggiano o il grana padano - a seconda della riva del Po su cui viene prodotto - due dei simboli della cucina italiana nel mondo. E probabilmente quelle bambine e quei bambini non saranno contadini come i loro genitori. Stanno studiando, il loro futuro, come è successo a quelli della mia generazione, sarà da un'altra parte.
Non voglio trarre una conclusione politica da questa storia, che tiene insieme la bandiera rossa di Novecento e la speranza che possiamo leggere negli occhi di quelle bambine e di quei bambini. Anche se voi naturalmente potete farlo. Mi piace pensare a questo angolo nebbioso di pianura, un "mondo piccolo", come diceva un altro nato quaggiù, che però tiene insieme tutto questo.