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giovedì 6 febbraio 2020

Verba volant (752): gabbare...

Gabbare, v. tr.

9 febbraio 1893: giovedì grasso. Milano si prepara alla prima della stagione di Carnevale e Quaresima della Scala. In città c'è un clima di febbrile attesa. In cartellone c'è la nuova opera di Giuseppe Verdi. L'ultima opera di Giuseppe Verdi. Naturalmente nessuno dice apertamente che l'ottantenne compositore di Busseto non riuscirà più a scrivere un'altra opera dopo questo Falstaff, ma è quello che tutti pensano. E anche Verdi sa che questo è il suo ultimo lavoro, in un certo senso il suo estremo lascito al mondo del teatro che ha tanto amato. Già finire Falstaff non è stato facile, non tanto per i problemi di salute - tutto sommato sta bene per un uomo della sua età, la tempra è quella forte di un contadino emiliano - quanto per il morale. In quei mesi ha dovuto partecipare a troppi funerali: tutti gli amici di una vita lo stanno progressivamente lasciando.
Grazie a questa curiosità morbosa, la prima di Falstaff è diventata un evento: i biglietti costano trenta volte più del consueto. Eppure tutta Milano è in fila per entrare alla Scala. Da Torino è arrivata la principessa Bonaparte, moglie di Amedeo di Savoia, per il governo è presente il ministro della pubblica istruzione Ferdinando Martini, il professor Carducci è in platea.

Trent'anni prima il ventunenne Arrigo Boito scrive un'ode provocatoria che comincia con questi versi
Alla salute dell'Arte Italiana!
Perché la scappi fuora un momentino
dalla cerchia del vecchio e del cretino
giovane e sana.
Non fa nomi l'impertinente poeta, ma, visto che è anche un musicista e ha l'ambizione di scrivere opere, il suo obiettivo polemico è naturalmente il Maestro Verdi, che in quell'anno ha già scritto ventidue delle sue ventisei opere ed è una star in tutta Europa. Comunque, al di là di quello che Boito scrive o non scrive nei suoi versi, Verdi è convinto di essere il bersaglio di quello strale e non dimentica quelle parole, quando, quasi vent'anni dopo, Boito, che non è più un giovane bohemienne - o scapigliato, come si dice in Italia - gli propone un suo libretto basato sull'Otello di Shakespeare. Non vuole neppure vedere quel giovane arrogante.
Servono tutta la diplomazia di Tito e Giulio Ricordi e la pazienza di Giuseppina Strepponi per convincere Verdi a incontrare Boito. L'incontro però va bene. Verdi ama le opere di Shakespeare, perché ama il teatro e nessuno come il Bardo sa raccontare le donne e gli uomini sulla scena e quel Boito è davvero bravo a trasformare in un libretto un dramma dell'inglese. E così nasce l'Otello, che viene rappresentato a Milano il 5 febbraio 1887, con un enorme successo: Verdi pensa sia il modo giusto per chiudere la sua lunga carriera.
Ma quel Mefistofele di Boito tenta il vecchio Maestro con un nuovo libretto, basato sulla commedia Le allegre comari di Windsor e su alcune scene dei due drammi dedicati a Enrico IV. Verdi resiste: non vuole cominciare una nuova opera. E una commedia per di più. Ormai è troppo vecchio.
Però che sfida sarebbe.
Il 9 luglio 1889 Arrigo Boito gli scrive
C'è un solo modo di finir meglio che coll'Otello ed è quello di finire vittoriosamente col Falstaff. Dopo aver fatto risuonare tutte le grida e i lamenti del cuore umano finire con uno scoppio immenso d'ilarità! C'è da far strabiliare!
Ma non è questa lettera che convince Verdi: ha già deciso, accetta la sfida.
Caro Boito, Amen; e così sia!... Non pensiamo pel momento agli ostacoli, all'età, alle malattie!
E si mette al lavoro. Che seguirà con la consueta tenacia. Come ha sempre fatto, nonostante gli costi sempre più fatica, dirige tutte le prove, perché vuole che Falstaff sia messo in scena come dice lui.

Quella sera di carnevale il pubblico sembra impazzito dall'entusiasmo. Il Maestro Verdi esce tre volte dopo il primo atto, sei dopo il secondo e sette alla fine. La folla che è rimasta fuori dalla Scala accompagna la carrozza che riporta il compositore e sua moglie Giuseppina al Grand Hotel et de Milan. Verdi esce diverse volte al balcone della sua suite per salutare quella folla che cresce ogni momento.
Certamente Verdi è contento di quell'entusiasmo, che è prima di tutto un segno di stima nei suoi confronti, per tutto quello che ha fatto in tanti anni di carriera. Eppure non può non pensare che forse tutti quegli applausi servono al pubblico per esorcizzare la storia che lui e Boito hanno messo in scena quella sera. Quando Falstaff e il resto della compagnia cantano "Tutti gabbati!" non si riferiscono solo a quello che è appena successo sul palco, ma guardano in faccia gli spettatori, ministri e generali, poeti e professori, accademici e musicisti, nobili e ricchi. Il vecchio Verdi, il senatore Verdi, il padre della patria Verdi, saluta il suo pubblico con un ghigno anarchico: avete poco da ridire - sembra dire - perché tutti siamo gabbati.

Certo Falstaff è una commedia, ma il suo protagonista non è un personaggio farsesco. Falstaff è un contemporaneo di Don Chisciotte e, come lui, è una sorta di "reduce" del medioevo in un mondo che è ormai definitivamente cambiato: di entrambi ridiamo perché si ostinano a vivere in maniera anacronistica come cavalieri in una società dominata dai borghesi. Eppure amiamo il cavaliere dalla triste figura perché si aggrappa con pazza ostinazione alla sua idea di onore e all'amore puro per la sua Dulcinea. Invece finiamo per detestare Falstaff che, in uno dei suoi interventi più crudi, dice che a lui l'onore non interessa, e chiede con cattiveria ai suoi due servi infedeli (così diversi da Sancho Panza):
Può l'onore riempirvi la pancia?
E nonostante parli sempre d'amore, Falstaff non è capace di provarlo, a lui interessano le donne solo se hanno denari. E naturalmente non ha la grandezza tragica di Don Giovanni che non si pente neppure di fronte ai diavoli e sfida apertamente la morte. Falstaff sotto la quercia di Herne piagnucola e chiede perdono.
Falstaff è il meschino che non conosce grandezza. È qualcuno che conosciamo bene, perché noi siamo così. Ridiamo di fronte alla sua sconfitta, ma anche noi siamo spaventati, perché sappiamo di essere molto più simili a lui che a Don Chisciotte. O siamo come Ford o come il dottor Cajus o come Bardolfo. Il nostro destino è quello di essere gabbati. Non illudetevi - dice Verdi - non rimpiangete il mondo vecchio: non era migliore. E non sperate nel mondo nuovo: non sarà migliore. Vivete la vostra mediocrità, qui e ora. Per questo, nonostante le risate, Falstaff non è una commedia, ma forse una delle più terribili tragedie di Verdi.
E chissà se il Maestro ha pensato che stava per chiudere la sua storia teatrale con una commedia in cui i gabbati sono gli uomini, mentre le donne riescono a ottenere quello che vogliono. Verdi ha spesso raccontato la storia di grandi donne che fanno impallidire i loro uomini - come Violetta con Alfredo, Gilda con il Duca, Aida con Radames - ma alla fine muoiono tutte. In Falstaff invece le donne vincono. E si godono i frutti della loro vittoria. Finisce rivoluzionario il vecchio Verdi.

Anche il giovane compositore toscano Giacomo Puccini ha voluto assistere al Falstaff. Ascolta quelle note del vecchio maestro, che potrebbe essere suo padre, e ne coglie tutta la modernità. Rimane sbalordito. Si chiede se lui a ottant'anni, a metà del prossimo secolo, sarà mai capace di scrivere una musica così nuova.

E mentre Falstaff canta "Tutto nel mondo è burla", Verdi guarda il suo "complice" in quell'avventura e ricordando quei versi di trent'anni prima, che non ha mai del tutto dimenticato, pensa:
Allora, caro Boito, chi è il vero scapigliato?



domenica 13 ottobre 2019

Storie (XIII). "Il regalo di Verdi..."

Nino sa che parlano di lui, ma non capisce quello che si stanno dicendo i due soldati austriaci che lo trascinano con poca grazia all'interno del cassero di porta Galliera. Adesso è in una stanza male illuminata e ha di fronte un ufficiale. "Ragazzo, perché vuoi entrare a Bologna proprio stasera? E cosa tieni in quel sacco?" Per fortuna l'austriaco parla italiano, anzi Nino riconosce lo stesso accento di quando parla il signor Piave, che va spesso a Busseto. Il ragazzo tira fuori il biglietto che il Maestro gli ha dato il giorno prima, proprio in vista di un'evenienza simile. L'espressione dell'ufficiale cambia mentre legge quelle poche righe e Nino sa perché: tutti conoscono il Maestro. "A Venezia ho visto il Nabucco e l'Attila, il tuo padrone scrive della grande musica. Puoi andare, ma fa' attenzione. Sono giorni complicati qui a Bologna".
Nino lo ha già capito. È già venuto a Bologna, anche se non ha mai fatto quel viaggio da solo. La prima volta è stato cinque anni prima, quando suo padre ha accompagnato il Maestro che doveva incontrare Rossini, e se l'è portato dietro. Poi Nino è venuto altre volte, sempre con suo padre, sempre a portare un regalo del Maestro a Rossini. Ma in queste settimane suo padre sta male e così il Maestro ha affidato a lui il compito di portare il regalo. Le altre volte è sempre entrato da porta San Felice, dalla via Emilia. Ma stasera è chiusa. I soldati austriaci gli hanno fatto capire che tutte le porte sono state chiuse: si può entrare a Bologna solo da porta Galliera. E se non avesse trovato quell'ufficiale amante dell'opera non sarebbe entrato neppure da lì.
Ormai è troppo tardi e buio per presentarsi a casa di Rossini. Nino si ferma alla prima locanda che incontra. Così può sistemare il cavallo, mangiare e dormire. Alla locanda finalmente capisce cosa sta succedendo. I piemontesi stanno perdendo la guerra e le truppe austriache hanno attraversato il Po per ristabilire l'ordine anche a Bologna, da cui sono partiti duemila volontari per combattere insieme ai piemontesi contro gli austriaci. Sembra che in un'osteria alcuni bolognesi abbiano picchiato un ufficiale austriaco e adesso il generale Welden ha portato in città settemila uomini. Hanno sistemato i cannoni sulla Montagnola e hanno chiuso tutte le porte. Il grosso dell'esercito è accampato fuori, ma se i bolognesi non consegneranno con le buone quelli che hanno picchiato l'austriaco, entreranno loro con le cattive. Qualche giorno prima a Sermide hanno ucciso diversi uomini e raso al suolo quasi tutte le case, perché quei valorosi non si volevano arrendere. E adesso vogliono fare lo stesso a Bologna.
Nino pensa che, appena consegnato il regalo, dovrà trovare il modo di uscire in fretta dalla città. Se non fosse così stanco dal viaggio probabilmente non avrebbe dormito, agitato com'è. Si lega il prezioso pacco alla mano, per svegliarsi se qualcuno tenta di rubarglielo.
Appena fa luce, si alza, controlla il sacco, si sistema alla meglio ed esce. Andrà a piedi, tornerà dopo a prendere il cavallo. Il problema è che lui sa la strada entrando da porta San Felice. È facile, bisogna andare sempre diritto, passi la grande piazza, passi le due torri e poco dopo c'è il palazzo di Rossini. Da lì non sa che strada prendere. La città è deserta, le botteghe sono chiuse, si sente solo il rumore di truppe che si stanno muovendo. Gira, provando a capire dove debba andare, all'altezza di via Malcontenti un cane gli si avvicina, lo fiuta e comincia a seguirlo. Prova a chiedere a un paio di persone che incrocia per strada dove sia la casa di Rossini, ma nessuno lo sa. "Strano, se uno viene a Busseto, tutti ti dicono qual è la casa di Verdi". Finalmente lui e il cane arrivano vicino alla grande piazza, è piena di austriaci. Adesso Nino vede le torri e sa dove deve andare. Fa caldo, ma d'altra parte siamo all'inizio di agosto. Per  fortuna ci sono i portici, proprio come a Busseto. E così puoi camminare all'ombra. A Nino piacciono i portici.
Ecco il palazzo, è facile da riconoscere, perché ci sono tutto intorno delle grandi scritte in latino. Nino prova a bussare, anche se vede che è tutto chiuso. "Forestiero, smettila di far rumore, non ti darà il tiro nessuno". Dalla casa di fronte è uscita una ragazza. "Rossini è partito in fretta e furia una settimana fa con tutti i suoi servitori. Sono andati a Firenze, lì la situazione è più calma. E non ci sono gli austriaci". "E io adesso che faccio?", Nino si mette a sedere sul primo scalino della porta del palazzo di Rossini, con le mani nei capelli, mentre il cane gli si mette accanto, continuando ad annusare. "Intanto alzati e vieni a mangiare qualcosa". La ragazza lo prende per mano e gli fa un largo sorriso. "E il cane è tuo?"
Nino si accorge solo adesso di quanto sia bella quella ragazza. Neppure a Busseto ha mai visto degli occhi così. Sono fermi sotto l'androne, mentre mangia il pane che la ragazza gli ha offerto, Nino le spiega perché è venuto a Bologna, per portare a Rossini un regalo di Verdi. Lei non sa chi sia Verdi, ma sa che Rossini è un gran musicista, anche se in città è più noto per i suoi pranzi. "Delle volte la sua cuoca mi chiede di accompagnarla quando va a fare la spesa e lui le fa comprare ogni ben di dio". Sarà il vino, sarà il sorriso della ragazza, Nino sta dimenticando perché è lì e non si preoccupa più di non aver trovato in casa Rossini. Anzi, è proprio contento.
Arriva di corsa un ragazzino. "Gilda, Gilda, presto, dobbiamo andare tutti in piazza davanti alla Montagnola. Gli austriaci hanno lasciato piazza Maggiore, ma certo stanno preparando qualcosa". La ragazza non fa in tempo a ringraziarlo, che è già corso via per chiamare altre persone. Va in casa ed esce con un vecchio fucile. "Devo andare". "Ma tu sei una donna". "Ci sono momenti in cui anche le donne devono combattere". "Posso venire con te?".
E così dopo pochi minuti Nino si ritrova nella grande piazza del mercato. Tutti quelli che non ha visto in strada sembra si siano radunati lì. Le donne sono tante. Ci sono anche tanti ragazzini. Le armi sono poche e a Nino sembrano piuttosto vecchie. Tutti guardano verso la Montagnola, verso i cannoni degli austriaci. Gilda ha presentato Nino a un gruppo di persone che abitano nella zona di porta Ravegnana. "È un patriota anche lui". Nino non è sicuro di essere un patriota, certo non gli piacciono gli austriaci, e poi se Gilda è una patriota, lo vuol essere anche lui.
La giornata passa in un clima di attesa. E di paura. Nino ascolta le storie di quello che è successo nel mantovano, delle case distrutte, dei raccolti bruciati. Nino è un contadino, per lui non c'è maggior peccato che distruggere il cibo. Non si capisce cosa vogliono fare gli austriaci, però bisogna vigilare.
Decidono che una parte di loro rimarrà in piazza. Gilda si offre volontaria, anche Nino decide di rimanere. Anche il cane rimane lì, è dalla mattina che sta vicino a Nino. Viene acceso qualche fuoco per illuminare la piazza. Qualcuno porta delle pagnotte di pane. Nino all'improvviso si ricorda della sacca che si porta dietro da due giorni: il regalo di Verdi. Tira fuori la spalla cotta che il Maestro fa preparare a Carlo, il suo norcino di fiducia. È una specialità e a Rossini piace moltissimo. Il ragazzo chiede un coltello a uno dei suoi nuovi compagni e comincia a tagliare, come ha visto fare a casa. "Questa è roba delle mie parti, non ce l'avete a Bologna". Comincia con dei piccoli pezzi, perché sono in tanti che adesso si sono avvicinati a lui e a Gilda. Finalmente anche il cane riceve il premio per aver seguito il ragazzo. "Ecco tenete, questa spalla ve la manda il Maestro Giuseppe Verdi di Busseto". È la sera del 7 agosto 1848.

martedì 10 dicembre 2013

Verba volant (26): prima...

Prima, sost. f. 

Grammaticalmente prima sarebbe un aggettivo singolare femminile, ma - come succede in alcuni casi nella nostra bella lingua - si sostantiva, per l'elisione del termine a cui si riferisce, che in questo caso è rappresentazione.
E la prima in Italia è, per antonomasia, quella della Scala, il giorno di sant'Ambrogio, il 7 dicembre.
Quest'anno non poteva non esserci un omaggio al Maestro Verdi ed è stata scelta un'opera che più opera non si può: La traviata.
La prima della Scala è da sempre un evento mondano, un appuntamento esclusivo per il bel mondo, ma la televisione ha come democratizzato questa serata, concedendo anche a noi poveri di vedere e ascoltare uno spettacolo unico.
Così sabato pomeriggio, fatto il presepio e sistemati gli addobbi, ci siamo sintonizzati su Rai5 per assistere all’opera del Cigno di Busseto. Ovviamente con il tablet a portata di mano, per commentare - a caldo - virtuosismi o cedimenti degli interpreti. Devo dire che ci sono state anche diverse occasioni per farlo, perché il giovane regista russo ha fatto alcune scelte francamente discutibili, che gli hanno meritato i fischi del pubblico in sala e il dileggio sulla rete. Il loggione reale e quello virtuale si sono scatenati.
Si potrebbe perfino fare un discorso serio su fedeltà all’originale e libertà degli interpreti, ma forse i lettori non melomani si fermerebbero qui nella lettura di questa voce del mio dizionario. In casa nostra è Zaira l’appassionata e l’esperta di melodramma, è lei che mi spiega cosa succede - o cosa dovrebbe succedere - anche se non sono sempre sicuro di riuscire a capirlo. Infatti ho immaginato un’interpretazione del dramma verdiano non proprio ortodossa. E questa oggi voglio raccontarvi.
Vediamo la storia, in estrema sintesi.
La protagonista è Violetta Valery, una donna bellissima, desiderata, che vive facendo la mantenuta. Il suo tenore di vita è molto alto, anche se la crisi si avvicina in maniera minacciosa; altre mantenute hanno già dovuto abbandonare. Il suo protettore è un personaggio poco simpatico, il ricchissimo barone Douphol, un tipo laido, non molto alto, che ha fatto fortuna in maniera oscura; famoso come organizzatore di cene eleganti, sta però perdendo lo smalto degli anni migliori. E infatti irrompe in scena il giovane Alfredo Germont, che confessa tutto il suo amore a Violetta. Certo Alfredo è un poveraccio, è un tipo buffo - gran parlantina, ma poca sostanza - gli piace atteggiarsi, indossa spesso un giubbotto di pelle, come l’eroe di un romanzo d’appendice di quando era ragazzo. Nonostante tutto, Violetta si innamora, ha voglia di una vita tranquilla, senza i gendarmi alle porte, senza i cortigiani del barone, e sogna una vecchiaia serena accanto al suo Alfredo. Qui finisce il primo atto, con Violetta stretta tra l’amore per Alfredo e il suo passato:
Sempre libera degg’io folleggiar di gioia in gioia
E infatti il secondo atto si apre sulla vita in campagna di Violetta ed Alfredo: lui che non capisce mai quello che succede e lei che invece regge la casa e soprattutto paga i conti, vendendo le ricchezze accumulate in una vita. Finalmente Alfredo si rende conto che le finanze domestiche sono allo stremo e cerca, per la prima volta in vita sua, di guadagnare qualcosa. Approfitta di questa assenza Giorgio Germont, il padre di Alfredo, per parlare finalmente con Violetta. Il vecchio Germont è il cattivo della storia, è un vecchio notabile di provincia, un tempo è stato uomo di idee radicali - per quanto già allora un migliorista - ma ora è diventato uno strenuo difensore dell’ordine costituito. Il vecchio Germont usa parole melliflue, è un grande manipolatore e convince Violetta a lasciare Alfredo; lo vuole l’Europa, egli dice, bisogna fare i sacrifici, perché ce lo chiede la Germania, ripete a una Violetta che ormai non ne può più, avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità, conclude, nonostante Violetta gli faccia vedere che finora i conti li ha sempre pagati tutti lei, compresa l’imposta sul valore aggiunto. Stremata, Violetta si fa convincere da questo vecchio ipocrita. Violetta torna a essere la mantenuta di sempre, il barone - uno che anche quando sembra spacciato, torna sempre in sella - la riprende con sé. Alfredo continua a non capire; e riesce anche a fare parecchie cazzate. E finisce anche il secondo atto.
La crisi avanza, nostante fuori sia carnevale. E Violetta muore. Nel terzo atto sostanzialmente succede solo questo, ma nell’opera ci mettono moltissimo tempo a morire e il Maestro Verdi, che nelle morti è insuperabile, riesce tranquillamente a riempire un atto intero.
Ecco io l’ho capita così.
Buona la prima.