domenica 23 settembre 2018

Verba volant (572): autunno...

Autunno, sost. m.

E' sempre interessare vedere come nascono e crescono le parole. Nel termine autumnus è facile riconoscere la stessa radice del participio passato di augere, che significa aumentare, arricchire. Quando è nata questa parola, in un mondo legato al succedersi delle stagioni e ai ritmi della natura, l'autunno era la stagione della ricchezza, il momento in cui gli uomini godevano dei frutti della terra. L'autunno era una "bella stagione". Per noi invece è l'estate il momento culminante dell'anno e l'autunno è un momento di declino e infatti questa parola è spesso usata come una metafora per descrivere il decadimento, la vecchiaia, la fine inesorabile. Non amiamo l'autunno, che al massimo ci ispira canzoni di struggente malinconia.
Non amiamo l'autunno perché non amiamo neppure invecchiare. Se ci pensate è un curioso paradosso: la nostra società sta rapidamente invecchiando, cresce ogni anno l'età media, viviamo di più e spesso, grazie ai progressi della medicina, anche meglio. Siamo una società decisamente vecchia, eppure fingiamo di essere giovani. Facciamo di tutto per fingere quello che non siamo, ci vestiamo e ci trucchiamo per sembrare diversi, ci sottoponiamo a terapie e interventi chirurgici, i nostri discorsi sono pieni di retorica giovanilistica, noi maschi - anche in questo ci facciamo riconoscere - cerchiamo compagne giovanissime, siamo una società di finti giovani, che tenta in ogni modo di esorcizzare l'autunno.
E proprio questo nostro fingerci giovani, questo alterare artificiosamente la natura, finisce anche per danneggiare quelli che davvero sono giovani, perché prendiamo il loro posto, non li facciamo crescere, spesso li sfruttiamo, nutrendoci della loro vitalità. Non sappiamo più riconoscere che l'autunno è l'età della ricchezza, proprio perché precede l'inverno e quindi anche la morte, e siamo così invidiosi della primavera che la rubiamo a chi avrebbe il diritto di goderne. 

venerdì 21 settembre 2018

Άρνηση - "Rifiuto" di Georgos Seferis

Georgos Seferis morì ad Atene il 20 settembre 1971. I suoi funerali, due giorni dopo, divennero una grande manifestazione contro la dittatura dei Colonnelli. Le donne e gli uomini di Atene, mentre accompagnavano la salma del loro grande poeta intonavano questa canzone, intitolata Άρνηση - Rifiuto - che Seferis aveva scritto molti anni prima per Mikis Theodorakis e che divenne, da poesia d'amore che era, l'inno della resistenza greca contro la dittatura fascista. I Colonnelli ovviamente vietarono la canzone, ma le sue parole continuarono a risuonare nelle menti e nei cuori dei greci. Perché la poesia è più forte di qualsiasi regime. 

Στο περιγιάλι το κρυφό
κι άσπρο σαν περιστέρι
διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.
Διψάσαμε το μεσημέρι
μα το νερό γλυφό.

Πάνω στην άμμο την ξανθή
γράψαμε τ' όνομά της
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.
Ωραία που φύσηξε ο μπάτης
και σβήστηκε η γραφή.

Με τι καρδιά, με τι πνοή,
τι πόθους και τι πάθος
πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.
Πήραμε τη ζωή μας· λάθος!
κι αλλάξαμε ζωή.

Sulla spiaggia nascosta
e bianca come una colomba
avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.
Avevamo sete a mezzogiorno
ma l'acqua era salmastra.

Sopra la sabbia bionda
scrivemmo il suo nome.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.
Splendido! Ché soffiò la brezza
e la scritta si cancellò.

Con che cuore, con che respiro
- che speranze e che cori -
afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.
Afferrammo la nostra vita: errore!
e cambiammo vita.

giovedì 20 settembre 2018

Verba volant (571): breccia...

Breccia, sost. f.

C'è stato un tempo, molto lontano a dire il vero, che il 20 settembre era festa nazionale. Oggi ne abbiamo persa memoria, se non fosse che in tutte le nostre città, piccole e grandi, c'è una via o una piazza - spesso in posizione centrale o comunque di rango - dedicata a questa data. Il 20 settembre 1870 il regno d'Italia festeggiava la presa di Roma, ossia la conquista di quella che sarebbe diventata la capitale del regno, fino ad allora sotto il governo temporale del papa. Da quel giorno e per quasi sessant'anni formalmente l'Italia e la chiesa cattolica rimasero in una condizione se non di conflitto armato - i papi non avevano certo la forza né la volontà di riprendersi il loro regno - di apparente ostilità. Decidere che il 20 settembre sarebbe stata festa era un segno evidente di questa sorta di belligeranza propagandistica da parte del nuovo stato unitario, così come il diffondersi della toponomastica dedicata al XX settembre o la decisione di erigere a Campo de' fiori una statua al "martire" Giordano Bruno. Un'assoluta ipocrisia, visto che gli uomini che vollero quella statua sarebbero stati i primi a voler ardere un genio ribelle così ostile a ogni potere.
Fu ben chiaro, abbastanza presto, che si trattava di un contrasto di facciata. La chiesa mantenne, accanto al suo piccolo stato all'interno delle mura leonine, i suoi privilegi in Italia e soprattutto continuò a essere un potente attore politico, della reazione, a fianco dell'esercito, dei grandi latifondisti, degli industriali e dei banchieri, perfino dei palazzinari che stavano costruendo la "nuova" Roma umbertina. I preti benedissero prima i cannoni di Bava Beccaris e poi quelli diretti sulle trincee della prima guerra mondiale, perché quei cannoni garantivano i loro privilegi e il loro potere. E naturalmente benedissero le colonne fasciste che marciavano verso Roma, come avevano benedetto le squadracce che picchiavano i comunisti, che bruciavano le camere del lavoro e le sedi dei giornali della sinistra. E il fascismo ripagò questa benevolenza chiudendo formalmente la breccia aperta il 20 settembre 1870, ma che era ormai chiusa da tempo, se mai era stata aperta, al di là della retorica del vecchio Pio IX. I patti lateranensi rappresentavano, se ce ne fosse ulteriore bisogno, che il fascismo non era un movimento eversivo, ma uno strumento, a volte indocile, ma per lo più assolutamente remissivo, nelle mani dei padroni, che non avevano certo voglia di continuare a far finta di tenere il broncio alla chiesa, quando questa era anch'essa uno strumento utilissimo nella guerra di classe.
"Roma è italiana" titolavano con enfasi patriottarda i giornali italiani dei giorni successivi. Lo era sempre stata, o forse sarebbe stato meglio dire che era l'Italia a essere diventata romana, anche se i "nuovi" governanti sabaudi non avevano bisogno di respirare l'aria dei sette colli per assumerne i vizi peggiori: erano tutti andati nelle scuole dei preti.  

mercoledì 19 settembre 2018

Verba volant (570): vino...

Vino, sost. m.

I greci antichi hanno fatto molte concessioni ai loro dei, che potevano essere fedifraghi, invidiosi, vendicativi, irosi. I greci non pretendevano che i loro dei fossero migliori di loro, anzi a volte preferivano fossero peggiori di loro. Eppure quegli dei, a cui è consentito fare tante cose, che sono così umani, non mangiano e bevono le stesse cose che mangiano e bevono gli uomini. Gli dei e le dee quando sedevano nei loro banchetti mangiavano ambrosia e bevevano nettare. Non sappiamo ovviamente cosa fossero questi due prodotti, non lo sapevano neppure i greci, tanto che a volte il nettare è descritto come qualcosa che si mangia e l'ambrosia come qualcosa che si beve. Naturalmente anche gli dei possono mangiare il pane e bere il vino, ma per farlo devono diventare uomini.
Bere vino è evidentemente un privilegio che non è concesso agli dei. Odisseo nei sette anni in cui rimase nell'isola di Ogigia, "prigioniero" di Calipso, poté fare l'amore con la dea, ma volle sempre mangiare e bere solo cibi "umani" - e ovviamente il vino di quell'isola del Mediterraneo, che doveva essere buonissimo - perché se avesse toccato l'ambrosia e il nettare che Calipso tentava di offrirgli non sarebbe più potuto tornare a Itaca.
E così quando i greci dovettero creare un dio per il vino ne crearono uno strano, irregolare, dalla sessualità e dalla natura estremamente incerte. Dioniso non era affatto la paciosa divinità che vediamo in tanti quadri, un uomo maturo, alticcio, seduto su una botte, con in testa una corona di foglie di vite. Era un dio lunare e misterioso, nato con le corna e le chiome fatte di serpenti, capace di trasformarsi in serpente, leone e toro. Era il dio capra: quando i cristiani vollero dare un'immagine al diavolo pensarono a Dioniso. Era un dio molto giovane, dai tratti efebici, cresciuto in mezzo alle donne e che per questo sembrava una ragazza. Ma soprattutto è un dio guerriero, capace di essere crudele, che impone il suo culto e la coltivazione della vite con la forza delle armi; Dioniso è un dio viaggiatore, raggiunge l'Africa, l'Asia, arriva fino in India, percorre tutta la Grecia, lasciandosi dietro una scia di vittime, ma donando anche la vite. Fu l'unico che si conquistò il suo posto nel concilio degli dei, un posto che gli venne ceduto dalla mite Estia, ma che il dio aveva ottenuto viaggiando per il mondo allora conosciuto e combattendo.
Dioniso aveva un seguito di donne, di sacerdotesse, le Menadi, che gli uomini temevano forse più dello stesso dio. Le accusavano di essere invasate, pazze, le consideravano streghe: quello che fanno sempre i maschi, in ogni latitudine e in ogni epoca, quando temono la forza delle donne, specialmente delle donne che sanno dimostrare la loro indipendenza. Dioniso era il dio della luna e quindi delle donne, destinato a essere sconfitto da Apollo, il dio del sole e dei maschi.
Ma Dioniso riuscì a sopravvivere, perché dai canti in suo onore nacque la tragedia - etimologicamente il canto del capro - e quindi divenne anche il dio del teatro, della finzione, della rappresentazione, un'altra cosa in qualche modo "irregolare" nella società in cui comandano i maschi. E naturalmente sopravvive nel vino, che evidentemente è donna, qualcosa che i maschi non riescono del tutto a capire e a controllare. Qualcosa da cui siamo continuamente inebriati.   

lunedì 17 settembre 2018

Verba volant (569): miss...

Miss, sost. f.

Chiara ha l'età per essere mia figlia, anzi sono io che sono abbastanza vecchio da poter essere suo padre. Immagino che sarei fiero della sua bellezza, del fatto che - anche se per me rimarrebbe sempre una bambina - è già bella come una donna; temo sarei uno di quei padri che riempiono la propria bacheca su Facebook di foto della figlia.
Poi sarei anche un padre preoccupato, probabilmente così preoccupato da diventare rompicoglioni. Sarei preoccupato proprio perché è bella, perché vedo che nella nostra società una persona - e specialmente una donna, una giovane donna - viene valutata solo in merito a quanto lunghe siano le sue gambe o prosperosi i suoi seni. Perché vedo che per lei ci sono pochissime - o meglio quasi nessuna - opportunità di affermarsi, di far valere la propria intelligenza, la propria determinazione, le proprie capacità, al di là della sua bellezza. Probabilmente vorrei che se ne andasse il prima possibile dall'Italia, non perché consideri gli altri paesi dei paradisi, ma perché il nostro fa davvero schifo.
Tra i molti auguri che avrei fatto a mia figlia non ci sarebbe certo stato quello di partecipare a un concorso di bellezza, di diventare una miss. Poi immagino anche che, una volta che lei avesse deciso, non l'avrei ostacolata.
Quel concorso in fondo è un gioco, o almeno così dovrebbe essere considerato, una cosa poco seria, una cosa da raccontare un giorno ai figli e ai nipoti. Quel concorso non mi piace - e per questo non avrei voluto che Chiara partecipasse - non perché le fa sfilare in costume da bagno, non perché alimenta un vouyerismo morboso; ovviamente sono cose che non mi piacciono - per nessuna, figurarsi per mia figlia - ma confido che lei sia abbastanza intelligente e forte da tenere lontani questi figuri. No, questo concorso - come tutti i mille concorsi che si svolgono nel nostro paese - non mi piace perché alimenta l'idea perversa che sia il solo mezzo attraverso cui si possa raggiungere il successo e soprattutto che il successo sia l'unico obiettivo a cui può ambire una giovane donna.
Io avrei voluto insegnarle - e se non ci sono riuscito è evidentemente colpa mia - che nella vita ci sono cose più importanti e che sta a lei scoprirle e realizzarle. Le avrei voluto insegnare che si può anche avere successo, che si può diventare famosi, ma che per farlo occorre studiare e lavorare, che non basta mettersi lì e sbattere gli occhi e far vedere le cosce. Immagino sarebbe stato complicato, visto che è quello che vedono ogni giorno i nostri figli, quello che gli insegnano. Basta esserci, nel posto giusto al momento giusto e magari con la persona giusta, e ovviamente si può fare di tutto per esserci, anche cedere a lusinghe o ricatti. Per questo alla fine la sua bellezza finisce per preoccuparmi.
Ah, quasi me ne dimenticavo, uno dei motivi per cui sono così fiero che Chiara sia mia figlia è perché è "storpia" e perché ha imparato a fare tutto con quella sua gamba "bionica" e perché va in giro a spiegare alle altre ragazze che si può fare, che si può fare tutto anche senza una gamba o un braccio. Per questo vincerà il concorso? Potrebbe essere. Ed è uno dei motivi per cui detesto questa società in cui stiamo facendo crescere lei e le sue coetanee, perché siamo arrivati al punto che vincere è così importante che qualcuno pensa che una persona farebbe di tutto per farlo, anche tagliarsi una gamba. In fondo - penserà qualcuno - Chiara è fortunata: non deve andare a letto con il Weinstein di turno, le manca una gamba. Io voglio che mia figlia non debba nemmeno pensare che questo è l'unico modo per una donna di emergere o perfino di lavorare e che consideri quella sua gamba "strana" per quello che è, non qualcosa da esibire, ma uno strumento che la fa vivere.
Non voglio che mia figlia diventi una miss, mi basta che sia una donna.

sabato 15 settembre 2018

Verba volant (568): euro...

Euro, sost. m.

Quando - e soprattutto perché - l'Europa è diventata un valore per noi di sinistra? Premetto - a scanso di equivoci - che io non sono sovranista. Non posso esserlo perché sono l'esatto contrario: sono internazionalista. Anzi sono internazionalista perché sono comunista e non si può essere comunisti e sovranisti allo stesso tempo.
Quando penso però alla mia storia politica - agli anni della mia "resistibile" carriera - ricordo l'enfasi che mettevo - che mettevamo più o meno tutti noi - sul tema dell'Europa: era nei nostri documenti congressuali, nei nostri discorsi, nel nostro sentire comune. Allora pensavamo - e mi sembra che molti lo pensino ancora oggi, non solo nel pd, ma anche nella composita galassia della "sinistra a sinistra del pd" - che essere di sinistra significasse essere a favore dell'integrazione europea e che lavorare per questo fine dovesse rappresentare un nostro obiettivo fondamentale. Sbagliavamo. Drammaticamente. E probabilmente questo è stato uno dei più gravi dei nostri errori.
Ovviamente io mi sento europeo, anzi mi sento europeo più di quanto mi senta italiano, perché sono nato e cresciuto nella cultura europea, e non potrò che essere tale, perché continuerò per sempre ad amare il teatro di Shakespeare e di Eduardo, la musica di Mozart e di Verdi, i quadri di Picasso e di Raffaello, i romanzi di Dostoevskij e di Calvino. Sono europeo perché la mia filosofia è quella greca. E altrettanto naturalmente sono contento che una lungimirante classe politica abbia deciso, alla fine del secondo conflitto mondiale, di creare dei meccanismi - attraverso il controllo comune delle materie prime che servono alla guerra, il carbone e l'acciaio - che rendessero sempre più difficile quello che era successo nei secoli precedenti, ossia lo scontro armato tra i paesi che, pur condividendo una cultura comune, avevano coltivato interessi economici e politici divergenti e spesso contrapposti. Occorre però anche dire che, al di là della capacità degli uomini che fecero l'Europa, la storia aveva deciso di andare da un'altra parte. Nella seconda metà del Novecento i paesi europei hanno smesso di essere potenze e il loro ruolo è stato preso da altre entità politiche e quindi i conflitti tra di essi sarebbero stati oggettivamente inutili e irrilevanti. E non si combatte mai una guerra inutile.
E allora perché, sostanzialmente tra la fine degli Ottanta e gli inizi dei Novanta - gli anni del nostro disorientamento, gli anni in cui abbiamo cominciato a morire - ci siamo aggrappati a questa idea dell'Europa? Credo per un motivo inconfessabile; e che infatti non abbiamo mai confessato. Teorizzavamo - e questo lo dicevamo in maniera esplicita - che l'Italia fosse un paese a maggioranza di destra, quasi naturaliter di destra, e quindi pensavamo che per vincere noi dovessimo progressivamente spostarci verso il centro, se non sposare tesi apertamente di destra. E questo accadde: diventammo un'altra cosa e vincemmo, e quindi ci convincemmo che stavamo facendo bene, che quella era la strada giusta. Invece avevamo vinto non perché eravamo diventati un'altra cosa, ma perché ci avevano fatto vincere, perché avevano capito che eravamo deboli, influenzabili, che saremmo stati a loro disposizione. Ma credo anche che pensassimo che il nostro paese fosse sostanzialmente irriformabile - un peccato esiziale per chi si professava riformista - che i condizionamenti interni e direi gli ostacoli etici prima che politici fossero troppo forti o comunque che noi fossimo troppo deboli per sconfiggerli. Ci convincemmo che in un contesto molto più ampio, che noi immaginavamo virtuoso, come quello europeo, la tara italiana, che era così preponderante se paragonata solo al nostro paese, sarebbe stata molto minore e finalmente affrontabile. E così cademmo nella loro trappola.
Qual è stata la funzione storica del governo Prodi? A cosa siamo davvero serviti noi che abbiamo fatto il centrosinistra? A portare l'Italia nell'euro. La destra non ci sarebbe riuscita - o almeno non ci sarebbe riuscita con la stessa facilità e la stessa rapidità con cui ci riuscimmo noi, perché noi avevamo una classe dirigente migliore e perché le persone che più avevano a temere di quel passaggio si fidavano di noi. A distanza di tanti anni dobbiamo riconoscere che è stata da parte loro un capolavoro politico: noi abbiamo fatto quello che loro non volevano e non avrebbero saputo fare, abbiamo consegnato il nostro paese a un potere fuori controllo e così ci siamo addossati ogni responsabilità.
E così adesso, dopo che hanno ricreato una destra fascista che fa paura, noi dobbiamo per forza di cose affidarci ancora una volta a loro. Tra Draghi e Orban chi scegliereste? Ovviamente Draghi, diranno subito i miei piccoli lettori. No, avete sbagliato. La soluzione per sconfiggere il fascismo non può essere quella di affidarsi a chi lo ha creato. E allo stesso modo non possiamo combattere il sovranismo solo affidandoci a un sovranismo a una dimensione più grande. Non si sconfigge il fascismo che sta tornando a essere forte in Europa affidandoci all'Europa del capitale. Provate a immaginare a qualcosa di diverso, provate a non essere schiavi di questa scelta, che sarà comunque per noi esiziale. 

giovedì 13 settembre 2018

"Chi ha orecchie..." di Guido Ceronetti

Chi ha orecchie in tenda
chi ha orecchie in tenda
Dice e ripete l'oscuro Giovanni
sgranando al porto le sue visioni
tra le grida dei friggitori
e le scannate angurie.
Io le orecchie le ho e in questa tenda
ci sto da molti anni.
Ma verrà mai qualcuno?
Una mano che getti una voce?
Che ci sia stato fin da principio
un errore di stampa?

domenica 9 settembre 2018

Verba volant (567): regolare...

Regolare, agg. m. e f.

Fino a qualche giorno fa non sapevo chi fosse Federico Pesci. Adesso ho imparato a conoscerlo. So che è uno che ha un paio d'anni meno di me, anche se si atteggia a fare il giovane. Non è certo l'unico, anzi è un problema di questa società, fatta di vecchi che si fingono ragazzi, in cui invecchiare è una cosa guardata con sospetto. Li conoscete anche voi, sono quelli che se ne vanno in giro esibendo le loro "fidanzate" di trenta o quaranta anni più giovani di loro, che fanno sport improbabili per tenersi in forma, che si "rifanno" tutto il rifattibile e che alimentano un settore molto specializzato dell'industria farmaceutica.
Questo Pesci poi è uno che ha fatto un po' di soldi vendendo vestiti, un bottegaio arricchito, e che si comporta come fosse molto ricco; anche questo è un vizio piuttosto comune, perché essere povero - o poco ricco - è una cosa volgare, una cosa che non si fa. Anche di questi ne conosciamo fin troppi: sono quelli che vivono al di sopra dei loro mezzi, che si indebitano pur di fare una vacanza "giusta" o di avere sempre l'ultimo modello di telefonino.
Pesci è uno di Parma, mi dicono conosciuto in città, ma d'altra parte Parma - nonostante quello che credono i parmigiani - è provincia e in provincia si conoscono un po' tutti. Ne ho conosciuti anch'io di quelli come Pesci - anche Bologna è molto provincia - sono quelli che a un tratto li vedi che sono invecchiati malissimo, che si sono persi, che magari continuano a fare gli spacconi al bar del quartiere, pur avendo le pezze al culo. Di uno come Federico Pesci non meriterebbe parlare se non avesse violentato una ragazza in una di queste notti di fine estate, insieme al suo pusher nigeriano. Suppongo che Pesci sia uno di quelli che "via i negri", a meno che non siano quelli che gli vendono la coca. E pensate ai commenti dei "bravi" parmigiani se l'aggressore fosse stato un "negro" e non uno di loro.
Uno dei problemi di queste brutte storie è che inevitabilmente finiscono per parlare solo i colpevoli, e mai le vittime. Anzi finiscono per diventare processi alle vittime. Gli imputati - e i loro avvocati - hanno l'opportunità di raccontarci ogni giorno le loro storie, comprese ovviamente le loro bugie. E noi finiamo per crederci. O peggio, smettiamo di ascoltare quel continuo cicaleccio. E così dimentichiamo anche le storie delle vittime.
Questa vicenda di Parma non fa eccezione. Secondo il racconto di Pesci la ragazza era consenziente, perché era una che lo faceva per soldi, perché aveva accettato di passare la notte con lui in cambio di settanta euro, perché aveva acconsentito anche a quei "giochetti", pare ispirati da un fortunato libro, che suppongo Pesci non abbia letto; non è avvezzo a questa pratica desueta, è uno che preferisce aspettare che esca il film. Naturalmente nessuna di queste cose può giustificare il fatto che una ragazza sia costretta ad andare in ospedale con lesioni così gravi in tante parti del corpo. La difesa calca continuamente su questo punto: "ma è stata pagata!".
In questi giorni abbiamo dovuto ascoltare parole davvero preoccupanti, perché qualcuno - temo perfino in buona fede - per difendere la ragazza, ha spiegato che la tesi di Pesci non regge, perché per settanta euro non puoi accettare di fare certe cose. Per mille euro sì? O per duemila? Su questo punto occorre essere netti: non esiste una tariffa che ti permette di fare male a una donna. E allo stesso modo non puoi pensare che sia possibile fare a una prostituta quello che non faresti mai alla tua fidanzata; peraltro Pesci è anche fidanzato, ma anche tradire la propria partner non è certo una colpa, anzi è un merito per quelli come lui.
Ha colpito molti l'atteggiamento che Pesci ha avuto quando i carabinieri sono andati ad arrestarlo. E' rimasto stupito, non riusciva a crederci, pare abbia detto "ma io sono regolare". Non so cosa esattamente significhi per lui questo aggettivo. La regola è propriamente l'asse di legno che serve a tirare le linee dritte e da qui è arrivato il significato figurato che tutti conosciamo. Quando ha detto "io sono regolare", non credo pensasse a una tecnica di difesa. Temo invece che Pesci non si renda proprio conto di quello che ha fatto e questo è in qualche modo ancora più grave. Perché Pesci è davvero "regolare". E' uno che crede di farla franca perché è ricco, perché è famoso, nel suo piccolo; e probabilmente fino a ora gli è andata bene, proprio perché qualcuno ha chiuso un occhio, perché qualche ragazza si è accontenta di un po' di soldi, perché lui era quello che era. Pesci è la regola? Per molti versi sì, purtroppo: Federico Pesci è quello che tanti sono e che tanti vorrebbero essere. Pesci è uno che si atteggia a essere un Briatore di provincia, un Vacchi alla parmigiana, uno di questi che occupano costantemente le cronache, uno da imitare.
Al di là di come andrà la vicenda giudiziaria - e in casi come questi la giustizia spesso non funziona - credo dovremmo essere preoccupati del fatto che le nostre figlie ogni giorno possano incontrare uno come Federico Pesci, possano perfino innamorarsene, che crescano in una società fatta di tanti Federico Pesci, magari meno sfrontati, meno incauti, magari meno stupidi, ma non per questo meno pericolosi. Dovremmo cominciare a lavorare affinché uno così non sia più la regola.

giovedì 6 settembre 2018

Verba volant (566): iena...

Iena, sost. f.

Non conosco Dino Giarrusso e non ho mai visto la trasmissione televisiva in cui so che ha lavorato: come persona non ho motivo di parlarne male - ma neppure bene, se è per quello. So che adesso si dedica alla politica e, visto che sostiene l'azione di questo governo, lo considero certamente un mio avversario.
Leggo che molti si sono scandalizzati per il fatto che il ministero dell'istruzione abbia assegnato a lui un incarico per "controllare" i concorsi universitari. Si tratta di un incarico politico? Va bene, per quale ragione uno che nella vita ha fatto una trasmissione televisiva non potrebbe svolgerlo?
Io sono uno di quelli che ha sempre aspramente criticato - per usare un eufemismo - Valeria Fedeli, per quello che ha fatto e non ha fatto come ministro, per il governo di cui faceva parte, semplicemente perché era del pd, ma non ho mai capito perché tanti - anche tra di voi, miei fedeli lettori - ce l'avessero con lei perché non era laureata. Per fare il ministro non serve una laurea, per fare politica non serve un'istruzione universitaria, ma bisogna avere delle idee, bisogna rappresentare delle persone, e bisogna avere la capacità e la voglia di mettere in pratica quelle idee e favore di quelle persone. Per fare politica bisogna fare delle scelte: un ministro dell'istruzione che dà forza alla scuola pubblica, anche se non sa scrivere, è per me un bravo ministro, mentre un professorone che dà soldi pubblici alle scuole dei preti è un cattivo ministro. Questa è la politica, e non si misura con la competenza.
Ho sempre trovato pericolosa l'idea secondo cui l'amministrazione della cosa pubblica debba essere appannaggio solo di chi ha studiato: è una concezione aristocratica e di destra. Giuseppe Bottazzi è diventato onorevole, anche se aveva solo la licenza elementare - e sappiamo presa in maniera piuttosto rocambolesca - eppure è stato un buon deputato - anche se ogni tanto sonnecchiava durante le lunghe sedute parlamentari - perché conosceva benissimo la terra e le persone che era stato chiamato a rappresentare. E' una storia, direte voi; no, perché io ne ho conosciute tante di persone così. Come ho conosciuto tecnici competenti che hanno fatto danni inenarrabili.
Il problema dell'incarico a Giarrusso - per cui anch'io sono molto arrabbiato - non è che lo abbiano affidato a lui, ma è proprio l'incarico in sé. In pratica questo governo di fronte a un problema che esiste - perché il modo in cui viene fatta la selezione dei docenti universitari è un problema in questo paese, un problema grave - non trova le soluzioni per risolverlo, ma chiede a qualcuno di raccogliere le delazioni. Il sottosegretario è stato di un estremo candore, dicendo che l'ufficio di Giarrusso sarà "il punto di riferimento privilegiato per tutti coloro che volessero aiutarci a difendere e diffondere una cultura di trasparenza e meritocrazia nel mondo accademico italiano. Chi meglio di una ex-Iena per farlo!".
Perché ovviamente è meglio non scardinare un sistema che in qualche modo funziona. Metti che domani sia io o sia mio figlio quello che deve vincere il concorso, passando avanti a quelli che se lo meriterebbero di più: non possiamo mica cambiare le regole. Intanto è importante che quello là che mi sta sul cazzo non vinca il concorso e poi vedremo. Allora chiamo le Iene - o il Gabibbo o decidete voi chi - e lo denuncio. Perché in questo paese le regole devono valere sempre per gli altri. E quindi -come avviene per gli appalti - si fa un sistema di regole complicatissime, spesso contraddittorie, proprio per favorire i disonesti, poi si costituisce un'autorità a cui fare la spia contro i nostri nemici. Cantone è una iena esattamente come Giarrusso, che si nutre delle carcasse, della carne marcia. Per questo in Italia preferiamo avere al governo delle iene, perché non fanno troppo le schizzinose quando ci vedono mangiare. 

domenica 2 settembre 2018

Verba volant (565): cazzo...

Cazzo, sost. m. 

Daniele Ricciarelli ovviamente sapeva benissimo su cosa stava lavorando, era consapevole che stava tradendo il suo maestro, intervenendo su una delle sue opere più grandi. Immagino che ne soffrisse, ma probabilmente pensava che era meglio che fosse un allievo, anzi che fosse proprio lui che era uno dei prediletti, piuttosto che un qualche altro pittore, a coprire le pudenda dei santi che Michelangelo aveva dipinto nel Giudizio universale, lasciandole alla vista del papa, dei cardinali, dei clerici e dei visitatori della Cappella sistina. Poi, siccome la memoria a volte è ingiusta e crudele, noi ricordiamo Ricciarelli per il soprannome di Braghettone e proprio per questo suo intervento censorio e non per le opere di ottima fattura, che pure troviamo nei musei di tutto il mondo. Forse i cardinali che imposero al Braghettone di "rivestire" le figure di Michelangelo non soffrirono per quell'azione, ma certamente sapevano quello che facevano e anzi proprio con il fatto che imposero quell'intervento su quell'affresco così celebre, di quell'autore così famoso, in un luogo simbolo della cristianità, ossia l'aula dove si eleggeva il papa, fecero capire che con quella censura non si poteva scherzare. La chiesa di Roma non voleva che fossero mostrati corpi nudi; potevi anche essere Michelangelo, ma non potevi dipingere un cazzo.
Gli etimologisti ci spiegano che questa parola è una forma contratta di capezzo - da cui anche capezzolo, un'altra parte del corpo, delle donne in questo caso, che i cardinali ordinarono di coprire - a sua volta derivata dal latino capitium, perché - come spiega con la solita acutezza il Pianigiani -
quasi dica piccolo capo nel senso di manico, a cui rassomiglia l'arnese di cui trattasi.
Prima di continuare, permettetemi una piccola curiosità etimologica. Una delle tante altre parole con cui si indica "l'arnese di cui trattasi" - che usiamo per essere più "eleganti" e non dire cazzo - deriva dal verbo latino pendere ed equivale quindi a coda. Non sappiamo allora se questa cosa qui, a cui noi maschi teniamo particolarmente, sia un capo o una coda. Ma passiamo oltre, che è meglio.
Sta per cominciare a Milano una mostra dedicata a Caravaggio e quelli che curano la comunicazione dell'evento hanno scelto tra le immagini con cui reclamizzarlo il San Giovanni battista, noto anche come Giovane con un montone. E proprio al centro del quadro c'è inequivocabilmente l'arnese di cui trattasi. Temendo, con ragione peraltro, le ire dei censori di Facebook, questi esperti hanno chiamato un moderno "braghettone", che ha pixelato - scusate l'orrido neologismo - il particolare di cui trattasi e quindi la foto è potuta uscire nei social, senza incappare in una qualche moralistica reprimenda. Quel cazzo nascosto non offendeva più la morale, ma certo la nostra intelligenza e il buon senso.
A differenza di Daniele da Volterra dubito che l'ignoto pixelatore abbia sofferto per quel suo intervento e quel che è peggio gli esperti non si sono resi conto di quel che facevano. L'obiettivo era aggirare la censura "feisbucchiana" e magari garantire un po' di pubblicità gratuita alla mostra, a cui anch'io evidentemente partecipo - e lo faccio con gioia: credo che una mostra, seppur mal organizzata, vada sempre promossa.
Ciascuno di noi ogni giorno è costretto a vedere cose ben più volgari e pornografiche dell'immagine di quel giovane. Per non parlare di quello che vedono i nostri figli. Su Facebook ogni giorno c'è una continua esposizione pornografica di idee e di valori. Ogni volta che ci fanno vedere in uno spot pubblicitario una donna, usando il suo corpo per venderci un'auto o un telefono, ogni volta che ci raccontano che una donna ha subito violenza perché ha indossato una gonna corta o è uscita da sola, ogni volta che una donna viene valutata solo per il suo aspetto, quella è pornografia, molto più dannosa di qualsiasi cazzo che ci possano mostrare, anche di quelli che non sono stati dipinti da Caravaggio.
Anzi, nella merda di società in cui viviamo, abbiamo un bisogno disperato di arte, di bellezza, che ci allontani dallo schifo in cui siamo immersi. Ci salveranno anche i cazzi di Michelangelo e di Caravaggio; e anche le braghe di Daniele da Volterra.

sabato 1 settembre 2018

Verba volant (564): archeologia...

Archeologia, sost. f.

Tra le diverse cose stupide lette e ascoltate nei giorni immediatamente successivi al disastro di Genova c'è stata certamente questa frase: come mai i ponti moderni crollano, mentre sono ancora in piedi quelli costruiti dai romani? Da nessuna parte noi usiamo dei ponti romani per attraversare un fiume. I pochissimi ponti dell'epoca romana che ancora esistono - e resistono - non vengono utilizzati da molto tempo, spesso da centinaia di anni, perché sono stati progressivamente sostituiti da opere costruite nei secoli successivi. Le costruzioni degli antichi - come quelle dei moderni - sono destinate a crollare, prima o poi: l'eternità non è di questo mondo.
E infatti le nostre città cambiano continuamente, perché le costruzioni crollano o devono essere demolite e al loro posto ne sorgono di nuove, che avranno lo stesso inesorabile destino. Gli antichi - proprio come i moderni - si sbagliavano a progettare oppure costruivano male. Anzi progettavano e costruivano - per ovvie ragioni - peggio dei moderni.
Avete mai notato che la basilica di san Pietro a Roma non ha il campanile? A dire la verità avrebbe dovuto averne due, bellissimi, a destra e a sinistra della facciata, progettati da Gian Lorenzo Bernini. I lavori vennero iniziati, ma mai finiti, perché quando la torre a sud stava per essere completata e fu issata la pesante campana, si svilupparono alla sua base delle crepe molto profonde, che rischiavano di danneggiare anche la facciata. Era colpa del progetto, come sostenevano i nemici di Bernini - tra cui il rivale Borromini, che avrebbe voluto avere quell'incarico così prestigioso - o la torre era stata costruita male e poteva essere sistemata, come diceva l'architetto? La commissione d'inchiesta disse che si trattava di un errore di costruzione, ma per ordine del papa, che non amava l'artista e soprattutto il suo predecessore che lo aveva scelto, la torre sud fu abbattuta - a spese del Bernini, tra le altre cose - e il cantiere di quella nord, appena cominciata, rapidamente chiuso.
La chiesa di san Giuseppe dei falegnami, costruita più o meno in quegli stessi anni in cui Bernini tentava l'impresa dei campanili, può subire dei crolli, visto anche che fu progettata da artigiani meno bravi e probabilmente costruita da operai meno specializzati di quelli impiegati dalla fabbrica di san Pietro. Riconoscere che un vecchio edificio può subire danni, accettare che sarà destinato prima o poi a essere distrutto, non significa però stare a guardare senza fare nulla, aspettando che crolli definitivamente.
Quella chiesa - abbiamo saputo ieri, quando il soffitto è crollato - è di proprietà del Vicariato di Roma, che ne ha anche la "custodia", mentre allo stato, attraverso la Soprintendenza ai beni archeologici, tocca la "tutela". Forse bisognerebbe mettersi d'accordo su cosa significhino esattamente queste parole, ossia dove finisce la custodia e comincia la tutela. Ci è parso di aver capito che la custodia consista nell'aprire la chiesa, si immagina dietro compenso, alle coppie di sposi che lì vogliono celebrare il loro giorno più bello, mentre la tutela consista nel fare i lavori di restauro. Qui mi pare ci sia un problema, perché se io cittadino pago per conservare quel monumento devo avere il diritto di entrarci e non dovrebbe esserci un privato che decide chi ci entra e chi no e soprattutto che ci guadagna da queste entrate. E inoltre mi pare che i lavori di restauro non siano stati molto efficaci.
Inoltre quella chiesa è costruita sopra il carcere mamertino, il più antico di Roma, dove furono imprigionati nemici, come Giugurta e Vercingetorige, oppositori politici, come Caio Gracco e i compagni di Catilina, e i primi diffusori del cristianesimo, tra cui - secondo la tradizione - Pietro e Paolo. Questo monumento - la cui struttura è ovviamente legata a quella della chiesa costruita sopra - è sotto la competenza del Parco del Colosseo, un ente diverso, per quanto sempre dipendente dal Ministero, dalla Soprintendenza. 
Forse questo sistema di tutele e di custodie andrebbe un po' semplificato. Perché quell'edificio - carcere e chiesa - è a tutti gli effetti una parte di una delle aree archeologiche più significative del mondo, ossia il foro romano, la "piazza" della più importante città del mondo antico.
E allora dobbiamo fare delle scelte. Mi rendo conto che è difficile stilare un elenco, ma ci sono luoghi a cui la collettività non può assolutamente rinunciare, che ha il dovere di preservare a qualsiasi costo. Tra l'altro - a differenza dei tempi di Bernini e Borromini, per non parlare di quelli ancora precedenti - ora ci sono le tecnologie per salvare i monumenti ben oltre il loro naturale periodo di deperimento. E questo lavoro deve essere a carico della collettività, ciascuno di noi deve pagare per salvare il foro romano, come Pompei, per permettere alle generazioni che verranno tra qualche secolo di continuare a sentirsi parte di una storia.     
A dispetto del significato etimologico di questo nome noi dovremmo cominciare a considerare l'archeologia come una scienza che si occupa del futuro. Perché i nostri figli avranno bisogno del foro romano.