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venerdì 21 ottobre 2011

"Bandiera" di Giovanni Giudici


Adesso è un sogno
dentro un sogno Fu nel ‘33 o ‘31
Forse all’infuori di me
Non si ricorda più nessuno -
Di quella nave mi ha narrato
Uno che è morto sotterrato
Anzi dissotterrato
E poi sotterrato ancora
Del quale sparito è il volto
E persa la sua parola -
E dell’ignoto comunista
A bordo del tempo fascista
Con grande urgenza comandato
Un sabato sera a aggiustare
Un guasto nella torretta
Per la rivista navale -
Ed egli con sé aveva preso
Una bandiera rosso acceso
Un ingegnoso elettricista
Che in prigione poi fu mandato
Un macchinista serio e assorto
Che mai non aveva scherzato -
E al posto del tricolore
Legò quel rosso del cuore
La notte intera lavorò
Con solerzia, con diligenza
Sul fare del giorno sbarcò
Senza la minima impazienza -
Spiando da un molo o scogliera
L’ora dell’alzabandiera
Nella mattina di festa
Sul golfo di sole e vento
Col mare che trasaliva
All’inaudito avvenimento -
Issò bandiera rossa a riva
Il regio incrociatore Trento
Scrivo d’un sogno dentro un sogno
Memoria d’una memoria
Uomo bandiera e nave
Inghiottiti dalla storia -
Dei quali mi fu raccontato
Nel luogo dove son nato

venerdì 17 giugno 2011

"Descrizione della mia morte" di Giovanni Giudici


Poiché era ormai una questione di ore
Ed era nuova legge che la morte non desse ingombro,
Era arrivato l’avviso di presentarmi
Al luogo direttamente dove mi avrebbero interrato.
L’avvenimento era importante ma non grave.
Così che fu mia moglie a dirmi lei stessa: prepàrati.

Ero il bambino che si accompagna dal dentista
E che si esorta: sii uomo, non è niente.
Perciò conforme al modello mi apparecchiai virilmente,
Con un vestito decente, lo sguardo atteggiato a sereno,
Appena un po’ deglutendo nel domandare: c’è altro?
Ero io come sono ma un po’ più grigio un po’ più alto.

Andammo a piedi sul posto che non era
Quello che normalmente penso che dovrà essere,
Ma nel paese vicino al mio paese
Su due terrazze di costa guardanti a ponente.
C’era un bel sole non caldo, poca gente,
L’ufficio di una signora che sembrava già aspettarmi.

Ci fece accomodare, sorrise un po’ burocratica,
Disse: prego di là – dove la cassa era pronta,
Deposta a terra su un fianco, di sontuosissimo legno,
E nel suo vano in penombra io misurai la mia altezza.
Pensai per un legno così chi mai l’avrebbe pagato,
Forse in segno di stima la mia Città o lo Stato.

Di quel legno rossiccio era anche l’apparecchio
Da incorporarsi alla cassa che avrebbe dovuto finirmi.
Sarà meno d’un attimo – mi assicurò la signora.
Mia moglie stava attenta come chi fa un acquisto.
Era una specie di garrota o altro patibolo.
Mi avrebbe rotto il collo sul crac della chiusura.

Sapevo che ero obbligato a non avere paura.
E allora dopo il prezzo trovai la scusa dei capelli
Domandando se mi avrebbero rasato
Come uno che vidi operato inutilmente.
La donna scosse la testa: non sarà niente,
Non è un problema, non faccia il bambino.

Forse perché piangevo. Ma a quel punto dissi: basta,
Paghi chi deve, io chiedo scusa del disturbo.
Uscii dal luogo e ridiscesi nella strada,
Che importa anche se era questione solo di ore.
C’era un bel sole, volevo vivere la mia morte.
Morire la mia vita non era naturale.

venerdì 10 giugno 2011

"Compagno, qualche volta" di Giovanni Giudici


Compagno, tu sei senza nome
cambi ogni istante viso
ti trovo sempre nuovo al mio sorriso
nella folla di corsa
sotto il sole di giugno
ma sempre mi saluti chiuso il pugno.

Hai spesso una faccia dura d’operaio
o di contadino assolato. Qualche volta sei un vecchio soldato
qualche volta spettrale
un viso emaciato
compagno - un viso d’intellettuale

Qualche volta
- e non m’accorgo che sei una ragazza
compagno - un fiocco rosso a corsa pazza
nella folla travolta.

mercoledì 8 giugno 2011

"Cambia ditta" di Giovanni Giudici


Non puoi cambiarti, ma almeno cambia ditta,
Il posto di lavoro è più che una metà
(Inutilmente resisti) della tua anima:
E quante cose per te cambieranno!

Avranno altri volti e strade le tue mattine,
T’illuderai quasi di aver cambiato città,
Di avere davanti una vita. Un nuovo gergo
Imparerai nelle file dei nuovi conservi:

Ti ci vorranno due mesi per scoprirlo banale.
E poi nuovi padroni, nuove regioni dei tuoi nervi
In evidenza agli uffici del personale,
Nuovi prodotti e una nuova misura

Di quel che è bene e male ― ed infine te stesso
Di cui tutti diranno che sei nuovo.
Annuncerai ai lontani la tua novità:
"Questa mia è per dirti che adesso mi trovo…"

mercoledì 25 maggio 2011

"Alcuni" di Giovanni Giudici


Alcuni inseguono tutta la vita
uno scopo – il disegno di un meccanismo
un seme particolare di grano un incrocio di canarini
l’attuazione di un piano la costruzione di una casa.

Alcuni in abitazioni private o in asili
psichiatrici ritentano solitari di carte
o calcoli di moto perpetuo o altre
più improbabili imprese come rivoluzioni.

Essi sono uomini o donne derisi
o tutt’al più gentilmente commiserati
sia perché l’ambizione che li muove si giudica eccessiva
sia perché appare futile l’obiettivo.

Ma io voglio dire che al confronto
non c’è impresa spaziale né invenzione
pari all’attento studio di costoro che sacrificano
alla cosa impossibile ogni raggiungibile piacere.

Essi hanno parenti amici e figli madri e padri
mogli e mariti hanno maestri e direttori di coscienza
che accampano più esperienza
e che li esortano alla quotidiana concretezza.

Essi come ognuno di noi hanno persone e cose
di cui la presenza stessa ha forza più delle parole
e gli argomenti risultano inoppugnabili
quando gli dicono – pensa a quel che fai.

Non c’è dubbio – i persuasori sono nel giusto
perché è senza conforto lo stato di questi ostinati
e agitato è il loro sonno scarsa la salute del corpo
e non hanno alleata la minima probabilità.

Non è il loro coraggio coraggio di giocatore
o rischio calcolato di trafficante
e nemmeno intuito di stratega o di capo politico
o di chirurgo all’unica estrema occasione.

Essi non hanno con sé la tradizione di una fede
anzi tradiscono a volte
sovvertono la morale fomentano il disordine
in se stessi perduti prima di ogni salvezza.

E non possono indicarti il nome di qualcuno
perché non ha fama chi è nella vera ignominia
né superbia di martirio né la gloria di un emblema
ma grazie ad essi ha un senso la specie uomo.

Pensando di loro ti scrivo queste parole
oggi che dirci insieme è dire nessuna speranza
sbarrati da ogni saggezza sbarrati dalla storia
ormai più di passato che di futuro nutribili.

E chiamandoti a un futuro di penuria
io chiedo la tua insania perché la mia abbia forza
perché si possa dire che è una cosa reale
quella che due distinte persone vedono identica.

E tutto questo è ancora poco al confronto
del nulla di chi insegue un solitario ideale.
Essere umani può anche significare rassegnarsi.
Ma essere più umani è persistere a darsi.