Costa
Signori! Poche e franche parole, non perché manchino gli argomenti, ma perché tengo anch'io conto delle condizioni della Camera, e capisco che in questi momenti ognuno di noi deve sforzarsi più che possa di esser breve.
Fin da quando nel maggio del 1885 si discusse la politica coloniale del governo (dico del governo, perché fu incominciata e continuata all'insaputa del Parlamento, ed il Parlamento non fu chiamato se non a mettere la sabbia su ciò che si era fatto), fin d'allora, io ed alcuni amici, riconoscendo che l'Italia, l'Italia vera, l'Italia che lavora e che produce, lungi dal desiderare una politica coloniale, voleva invece rivolte tutte le sue attività al suo miglioramento agricolo ed industriale, al suo progresso morale e politico; fin da allora, dico, noi presentammo un ordine del giorno in cui, opponendoci a tutte le velleità di spedizioni africane, che ci hanno dato i bei frutti che ora vediamo, proponevamo il richiamo delle truppe nostre dall'Africa.
Ora, di fronte all'avvenimento doloroso di cui diede un pallido cenno due giorni fa l'onorevole presidente del consiglio, e per cui il cuor nostro sanguina come il vostro, di fronte a questo doloroso avvenimento, il nostro grido è lo stesso di due anni fa. Noi vi diciamo oggi, come allora: cessate da queste imprese pazze o criminose; richiamate le nostre truppe dall'Africa. E non ci lasciamo impressionare dalle frasi altisonanti di onore della bandiera, di prestigio militare, o che so io: tutta questa roba qui (oh! oh!) è di quella che si adopera sempre per far passare la merce molte volte avariata. (rumori a destra; sì, sì, all'estrema sinistra)
Io non ho bisogno infatti di insegnarvi la storia; voi la sapete quanto o più di me, e sapete quante volte questi argomenti siano stati adoperati per fini più o meno ignobili.
La patria? Ma dove la vediamo noi nelle imprese africane? E la bandiera? La bandiera della patria la vedo sui campi di battaglia per la libertà e per la indipendenza, la vedo nelle imprese civili che fanno risalire sempre più la nazione verso le altezze dell'ideale; non la vedo, non la posso vedere nell'impresa africana.
E l'onore della bandiera?
Non è da questa parte che si deve render conto dell'onore della bandiera e del prestigio militare, ma dalla parte di coloro che siedono al governo o che il governo sostennero e sostengono; e davvero mal si invoca l'onore della bandiera quando, incominciando da Lissa e Custoza, questo onore è stato trascinato nel fango sino a Saati. (vive proteste a sinistra, al centro e a destra)
Presidente
Onorevole Costa, io non posso tollerare una simile affermazione; se la nostra bandiera è stata qualche volta sfortunata è stata però sempre onorata. (vivi applausi da tutte le parti della Camera) Ascolti la voce del patriottismo, onorevole Costa! (bene!)
Costa
È appunto per patriottismo ben inteso che io parlo, giacché non credo che sia patriottico il perseverare nell'impresa d'Africa. (vive proteste a destra)
Presidente
Onorevole Costa, ella può esprimere la sua opinione, ma non offendere i sentimenti degli altri.
Costa
Credo che quei signori non abbiano il diritto di pretendere che io abbia sentimenti diversi da quelli che ho. (rumori a destra).
Noi siamo altrettanto patrioti quanto loro...
Voci a destra. No! No!
Voci a sinistra. Sì! Sì!
Costa
...e patrioti nel vero senso della parola. Giacché gli è appunto perché amiamo il nostro paese (denegazioni a destra) che non lo vogliamo vedere impegnato in imprese pazze o criminose (vive proteste a destra e al centro) dove, a quel che dite voi stessi, si può perdere anche l'onore...
Presidente
Ella, onorevole Costa, può dire imprese avventurose non mai criminose. Del resto il patriottismo non è il monopolio di nessuno, ed io non dubito che esso sia sentimento comune a tutta la Camera (approvazioni)
Costa
Onorevole presidente, se quei signori avessero verso di me la stessa tolleranza che io ho verso di loro, creda bene che non si verificherebbe ciò ch'ella deplora... (rumori)
Presidente
Continui, onorevole Costa, continui il suo discorso.
Costa
Risponderò ad un'altra obiezione che mi si fa, e che è la più grave, inquantoché non viene solamente da quei banchi, ma viene altresì dai banchi dell'opposizione e pur troppo, mi duole il notarlo, anche da alcuni miei amici dell'estrema sinistra.
Si dice: infine in Africa ci siamo e bisogna restarci. Noi non possiamo, dopo una sconfitta, andarcene via con le pive nel sacco! Ora, signori miei, io capirei questo ragionamento, quando uno qualunque di voi potesse venirmi a dire che quando avremo accordato questi cinque milioni e mandato nuovi soldati in Africa, saremo sicuri di vendicare l'onore d'Italia e di ritornare gloriosi e trionfanti.
Ma io vi domando, o signori che sedete al banco dei ministri, a voi onorevole Genala, che sbagliate di un miliardo (commenti), a voi onorevole Di Robilant, che confondete quattro predoni con un esercito agguerrito, potete darci voi questa sicurezza che, quando avremo votato i cinque milioni, saprete rivendicare l'onore d'Italia? (bene! all'estrema sinistra) No, o signori, voi non mi potete dare questa sicurezza: ed io alla mia volta, non vi darò un centesimo! (rumori e risa ironiche)
Sì, lo capisco, siamo pochi noi quassù; il nostro ordine del giorno è firmato da quattro soli, lo capisco; ma siate certi, signori miei, che molto probabilmente, per non dirvi sicuramente, il nostro ordine del giorno avrà maggiore eco nel paese che le vostre pazzie africane, e tutte le vostre frasi di patriottismo. (oh! oh!; vivi rumori a destra)
Presidente
Onorevole Costa, ella non deve chiamare frasi le manifestazioni di un sentimento che è nell'animo di tutti i suoi colleghi. (bene!)
Costa
Ho finito. Il nostro ordine del giorno è tanto chiaro, che non credo abbia bisogno di ulteriore svolgimento.
Noi siamo convinti che esso corrisponda ai sentimenti della grande maggioranza del popolo italiano che lavora e produce, e che vi dà, alla fine, e gli uomini e il danaro...
Voce al centro. Lo rappresentiamo tutti!
Costa
E, conchiudendo, mi riferirò ad una frase pronunciata ieri l'altro dall'onorevole Baccarini, il quale in questo ordine d'idee è molto dissenziente da me. Egli disse che l'impresa africana è una impresa non nobile; or bene, noi, francamente, per una impresa non nobile, non ci sentiamo di dare né un uomo, né un soldo.
Richiamate le milizie dall'Africa (rumori) e vi apriremo tutti i crediti che chiederete, ma per continuare nelle pazzie africane, noi non vi daremo, ripeto, né un uomo, né un soldo.
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sabato 27 febbraio 2016
lunedì 31 agosto 2015
Verba volant (109): giusto...
Giusto, agg.
In questi giorni Benjamin Netanyahu ha detto che la guerra di Israele contro Hamas è giusta. Da un certo punto di vista mi auguro che sia sincero, che ci creda davvero, perché se avesse scatenato quel conflitto solo per ragioni politiche o economiche o peggio elettorali, sarebbe il segno che non c’è limite alla malvagità umana. Ma per un altro verso spero stia mentendo, che sappia anche lui che quella guerra non è giusta, in questo caso infatti sarebbe probabilmente più facile fare la pace. Con un malvagio che si muove solo in base al proprio interesse, al proprio tornaconto, è più semplice trovare un accordo che con un onesto fanatico. Comunque sia, anche per Hamas la guerra contro Israele è giusta, anzi è addirittura santa. In fondo, da sempre, ognuno pensa che la propria guerra sia giusta.
Noi facciamo fatica ormai a considerare giusta una guerra, qualsiasi guerra; probabilmente anche chi è più vicino alle posizioni di Israele, chi giustifica le scelte di quel governo, in base al diritto di quel popolo di difendersi e di tutelare la propria sicurezza, non è disposto a sottoscrivere con la stessa enfasi le parole di Netanyahu.
Per la nostra sensibilità la guerra è ingiusta, sempre, anche perché abbiamo avuto la fortuna di nascere e di crescere in paesi che da decenni non conoscono un conflitto. E noi personalmente non abbiamo conosciuto la guerra, un’esperienza che invece ha toccato, drammaticamente e profondamente, i nostri genitori, i nostri nonni prima di loro e tutti i nostri avi. Noi siamo la prima generazione senza guerra.
Eppure anche noi siamo stati educati nel mito di una guerra giusta, che effettivamente è stata tale. La seconda Guerra mondiale è stata combattuta contro i fascismi e noi abbiamo imparato a credere nella bontà di quel conflitto, sia vedendo i film americani sia ascoltando le storie dei partigiani. Io non ho alcun dubbio che quella guerra sia stata giusta, non so se avrei avuto allora il coraggio di combatterla, ma quella era una guerra che bisognava fare. L’ultima guerra di cui si può dire questo.
La nostra Repubblica nasce da quella guerra, la nostra Costituzione - per cui in questi giorni siamo preoccupati e che vorremmo difendere contro gli attacchi scomposti ed eversivi che le arrivano da tante parti - è nata da quella guerra. Eppure in quella stessa Costituzione si dice che l’Italia “ripudia” la guerra. Questo verbo non è stato scelto a caso dai Padri - e dalle Madri - Costituenti: nella nostra lingua è più forte di rifiutare o condannare. C’è una sorta di contraddizione etimologica nell’art. 11, perché nel verbo ripudiare c’è la radice del termine latino pes, pedis, intendendo quindi che la cosa ripudiata è allontanata, respinta con i piedi, con un calcio. Si deve usare una parola che ha una radice di violenza, anche fisica, per indicare il nostro rifiuto totale della violenza della guerra.
Non è facile spiegare come siamo arrivati fin qui, come siamo arrivati alla scelta di quel verbo ripudiare, come siamo arrivati in sostanza all’idea che la guerra non può essere mai giusta. Non bastano a giustificare questo mutamento gli orrori del conflitto, il numero delle vittime, anche civili, la tragedia della Shoa, che pure è un elemento che ha inciso in maniera profonda nelle nostre coscienze.
Anche durante la prima Guerra mondiale le vittime civili raggiunsero un numero incalcolabile, le “nuove” armi provocarono morti e distruzioni fino ad allora impensabili - la Grande guerra è stato un conflitto completamente diverso da quelli dei secoli passati - eppure pochi anni dopo la prima c’è stata la seconda Guerra mondiale, perché l’orrore non è stato sufficiente e, a parte i sogni di alcuni utopisti, la pace non è riuscita a diventare un valore.
C’è una battuta illuminante scritta da Karl Kraus ne Gli ultimi giorni dell’umanità.
Quando uno dei suoi personaggi, l’Ottimista, comincia a dire
Tra l’altro questo richiama alla storia etimologica di questo aggettivo, in cui si riconosce la radice indoeuropea yu, che significa appunto legare; è la stessa ad esempio che si ritrova nella parola giogo. Perché lo jus, la giustizia, è ciò che unisce gli uomini. E la guerra è ciò che li divide.
prima pubblicazione 30 luglio 2014
In questi giorni Benjamin Netanyahu ha detto che la guerra di Israele contro Hamas è giusta. Da un certo punto di vista mi auguro che sia sincero, che ci creda davvero, perché se avesse scatenato quel conflitto solo per ragioni politiche o economiche o peggio elettorali, sarebbe il segno che non c’è limite alla malvagità umana. Ma per un altro verso spero stia mentendo, che sappia anche lui che quella guerra non è giusta, in questo caso infatti sarebbe probabilmente più facile fare la pace. Con un malvagio che si muove solo in base al proprio interesse, al proprio tornaconto, è più semplice trovare un accordo che con un onesto fanatico. Comunque sia, anche per Hamas la guerra contro Israele è giusta, anzi è addirittura santa. In fondo, da sempre, ognuno pensa che la propria guerra sia giusta.
Noi facciamo fatica ormai a considerare giusta una guerra, qualsiasi guerra; probabilmente anche chi è più vicino alle posizioni di Israele, chi giustifica le scelte di quel governo, in base al diritto di quel popolo di difendersi e di tutelare la propria sicurezza, non è disposto a sottoscrivere con la stessa enfasi le parole di Netanyahu.
Per la nostra sensibilità la guerra è ingiusta, sempre, anche perché abbiamo avuto la fortuna di nascere e di crescere in paesi che da decenni non conoscono un conflitto. E noi personalmente non abbiamo conosciuto la guerra, un’esperienza che invece ha toccato, drammaticamente e profondamente, i nostri genitori, i nostri nonni prima di loro e tutti i nostri avi. Noi siamo la prima generazione senza guerra.
Eppure anche noi siamo stati educati nel mito di una guerra giusta, che effettivamente è stata tale. La seconda Guerra mondiale è stata combattuta contro i fascismi e noi abbiamo imparato a credere nella bontà di quel conflitto, sia vedendo i film americani sia ascoltando le storie dei partigiani. Io non ho alcun dubbio che quella guerra sia stata giusta, non so se avrei avuto allora il coraggio di combatterla, ma quella era una guerra che bisognava fare. L’ultima guerra di cui si può dire questo.
La nostra Repubblica nasce da quella guerra, la nostra Costituzione - per cui in questi giorni siamo preoccupati e che vorremmo difendere contro gli attacchi scomposti ed eversivi che le arrivano da tante parti - è nata da quella guerra. Eppure in quella stessa Costituzione si dice che l’Italia “ripudia” la guerra. Questo verbo non è stato scelto a caso dai Padri - e dalle Madri - Costituenti: nella nostra lingua è più forte di rifiutare o condannare. C’è una sorta di contraddizione etimologica nell’art. 11, perché nel verbo ripudiare c’è la radice del termine latino pes, pedis, intendendo quindi che la cosa ripudiata è allontanata, respinta con i piedi, con un calcio. Si deve usare una parola che ha una radice di violenza, anche fisica, per indicare il nostro rifiuto totale della violenza della guerra.
Non è facile spiegare come siamo arrivati fin qui, come siamo arrivati alla scelta di quel verbo ripudiare, come siamo arrivati in sostanza all’idea che la guerra non può essere mai giusta. Non bastano a giustificare questo mutamento gli orrori del conflitto, il numero delle vittime, anche civili, la tragedia della Shoa, che pure è un elemento che ha inciso in maniera profonda nelle nostre coscienze.
Anche durante la prima Guerra mondiale le vittime civili raggiunsero un numero incalcolabile, le “nuove” armi provocarono morti e distruzioni fino ad allora impensabili - la Grande guerra è stato un conflitto completamente diverso da quelli dei secoli passati - eppure pochi anni dopo la prima c’è stata la seconda Guerra mondiale, perché l’orrore non è stato sufficiente e, a parte i sogni di alcuni utopisti, la pace non è riuscita a diventare un valore.
C’è una battuta illuminante scritta da Karl Kraus ne Gli ultimi giorni dell’umanità.
Quando uno dei suoi personaggi, l’Ottimista, comincia a dire
I popoli impareranno dalla guerra…il Criticone lo interrompe:
… a non dimenticare di farla di nuovo.Alla fine della seconda Guerra mondiale le cose sono cambiate. Io credo fondamentalmente per una ragione. Perché quella guerra, giusta - santa, se mai una ce n’è stata una da meritarsi un tale aggettivo - è stata conclusa con qualcosa di profondamente ingiusto, le bombe su Hiroshima e Nagasaki. Quei due ordigni hanno dimostrato, una volte per tutte, che il sostantivo guerra e l’aggettivo giusta non possono più essere legati.
Tra l’altro questo richiama alla storia etimologica di questo aggettivo, in cui si riconosce la radice indoeuropea yu, che significa appunto legare; è la stessa ad esempio che si ritrova nella parola giogo. Perché lo jus, la giustizia, è ciò che unisce gli uomini. E la guerra è ciò che li divide.
prima pubblicazione 30 luglio 2014
domenica 24 maggio 2015
Verba volant (187): bandiera...
Bandiera, sost. f.
So che le idee di quei sindaci sono molto distanti dalle mie, che il loro intento è provocatoriamente polemico e soprattutto che non condividiamo le ragioni di fondo per cui faremmo alla fine la stessa scelta, ma francamente trovo assennata e molto condivisibile la presa di posizione di quelle amministrazioni comunali che hanno deciso di non esporre la bandiera italiana il 24 maggio - limitandosi a lasciarla a mezz'asta, per ricordare i morti di quel sanguinoso conflitto - senza esaltare l'inizio di una guerra di cui non c'è davvero nulla che valga la pena di essere celebrato.
Sono passati esattamente cent'anni dal giorno in cui l'Italia decise di far partire, dal Forte Verena sull'altopiano di Asiago, il primo colpo di cannone verso le fortezze austriache che si trovavano sulla Piana di Vezzena, dando così il via alle operazioni militari che si sarebbero concluse quasi quattro anni dopo, con oltre un milione di morti. Non c'è nulla da festeggiare, non è più il tempo di lanciarsi in tirate retoriche di sapore patriottardo, di citare il Piave marmorante e altre stupidate del genere. Fu una guerra sbagliata, a cui l'Italia non avrebbe mai dovuto partecipare e che fu condotta con un misto pericoloso di dilettantismo e di arroganza; una guerra che l'Italia ha vinto, solo perché hanno perso gli altri. Possiamo soltanto - ed è doveroso naturalmente - commemorare i caduti, senza appunto gli orpelli della propaganda nazionalista, e cercare di capire cosa è successo davvero cent'anni fa. Sperando che la storia possa insegnarci qualcosa.
Quella guerra è stata devastante per il nostro paese, così come per il resto dell'Europa. I morti sono stati più di 15 milioni, secondo le stime più prudenti, anche se la cifra dovrebbe essere molto più alta, aggiungendo tutti quelli che sono morti per altre cause, comunque provocate e favorite dalla guerra, come l'epidemia di spagnola scoppiata a partire dal '17. In Italia quella guerra è stata voluta dalla monarchia, dagli alti gradi dell'esercito, dai grandi capitalisti, dalle classi dirigenti più retrive e conservatrici, compresa ovviamente la chiesa cattolica - in sostanza dalla parte peggiore di questo paese - per manifestare un inutile e fallace orgoglio nazionalista, per soddisfare un tronfio militarismo, ma soprattutto per colpire il più duramente possibile le classi più povere del paese. E siccome quel conflitto non riuscì - come tutti costoro avrebbero voluto - a spezzare le nascenti energie del socialismo e del movimento operaio, anzi in qualche modo le rafforzò, grazie a quello che era successo in Russia, grazie all'esempio della Rivoluzione d'ottobre, quelle stesse forze alcuni anni dopo avrebbero delegato il compito di finire l'opera alle squadre di Mussolini, senza rendersi conto delle conseguenze. Il regime fascista è la logica conseguenza di quella guerra, delle vere ragioni che spinsero tutta l'Europa a quella carneficina.
C'è una riflessione lucidissima di Antonio Gramsci, scritta nel '21, che racconta bene cosa è stato quel conflitto, chi l'ha voluto e chi ne ha tratto vantaggio e che fa capire quello che è accaduto negli anni successivi, perché la terribile stagione dei totalitarismi fascisti deriva da quella guerra. Quel conflitto è stato in Europa - e in Italia - una delle fasi dello scontro delle forze della reazione contro quelle del progresso, della guerra di classe che queste forze hanno dichiarato contro gli strati più poveri della società, guerra di classe dei ricchi contro i poveri che è continuata in tutto questo secolo e che continua ancora, purtroppo, anzi adesso in maniera più violenta e sfrenata che mai.
Poi quando i potenti decidono - per i loro motivi inconfessabili, per difendere i propri interessi e per arricchirsi - di cominciare una guerra, trovano sempre dei servi capaci di giustificare quel conflitto, di ammantarlo di nobili ideali, di convincere i popoli che quella guerra viene fatta nell'interesse di tutti. E capaci di "inventarsi" un nemico. Allora erano gli austriaci e ci dissero che avremmo dovuto combattere per Trento e Trieste, poi sarebbero state la perfida Albione e le altre "democrazie plutocratiche e reazionarie", poi i comunisti, gli integralisti islamici, i marziani e così via, passando di nemico in nemico. Mentre il nostro vero nemico è sempre quello: il capitale.
La Grande guerra è stata per tutta l'Europa - e per l'Italia in particolare - una strage, pagata a caro prezzo da migliaia di contadini e di operai strappati dalle loro terre e dalle loro case per combattere nelle trincee. E' stata il primo grande crimine contro l'umanità, per questo credo sia un grave errore sventolare una bandiera che finisce soltanto per nascondere, dietro una retorica di maniera, questa verità.
E se dobbiamo trovare una pagina che racconti davvero la partecipazione dell'Italia in quel conflitto, che rappresenti il nostro paese, non dovremmo ricordare né il Piave né il bollettino di Diaz, ma Caporetto. La stupidità e l'incompetenza degli alti comandi dell'esercito, l'atteggiamento sprezzante con cui questi mandarono al macello i loro soldati, i tanti disertori e renitenti uccisi dai plotoni di esecuzione perché si rifiutavano di avanzare o perché cercavano giustamente di lasciare quel fronte: ecco la pagina di storia che racconta meglio l'Italia, perché in fondo siamo sempre lì, a un'eterna Caporetto, per colpa dell'arroganza e dell'incapacità delle nostre classi dirigenti. Il vero pericolo per tanti giovani italiani non erano i nemici che si trovavano di fronte, ma i capi che erano alle loro spalle. E la storia purtroppo si è ripetuta troppe volte: quante altre volte in questo paese i cittadini non hanno potuto aver fiducia nelle istituzioni, che li hanno usati, ingannati, traditi.
Quindi ammainiamo le bandiere, evitiamo di sventolarle stupidamente e senza capire che vergogne nascondono. Quei morti meritano il nostro ricordo, ma soprattutto ci chiedono di non abbandonare la lotta, di continuare a combattere per la nostra libertà e per i nostri diritti, e per la pace, contro quelli che, facendoci combattere per difendere i loro interessi, ci tolgono libertà e diritti.
So che le idee di quei sindaci sono molto distanti dalle mie, che il loro intento è provocatoriamente polemico e soprattutto che non condividiamo le ragioni di fondo per cui faremmo alla fine la stessa scelta, ma francamente trovo assennata e molto condivisibile la presa di posizione di quelle amministrazioni comunali che hanno deciso di non esporre la bandiera italiana il 24 maggio - limitandosi a lasciarla a mezz'asta, per ricordare i morti di quel sanguinoso conflitto - senza esaltare l'inizio di una guerra di cui non c'è davvero nulla che valga la pena di essere celebrato.
Sono passati esattamente cent'anni dal giorno in cui l'Italia decise di far partire, dal Forte Verena sull'altopiano di Asiago, il primo colpo di cannone verso le fortezze austriache che si trovavano sulla Piana di Vezzena, dando così il via alle operazioni militari che si sarebbero concluse quasi quattro anni dopo, con oltre un milione di morti. Non c'è nulla da festeggiare, non è più il tempo di lanciarsi in tirate retoriche di sapore patriottardo, di citare il Piave marmorante e altre stupidate del genere. Fu una guerra sbagliata, a cui l'Italia non avrebbe mai dovuto partecipare e che fu condotta con un misto pericoloso di dilettantismo e di arroganza; una guerra che l'Italia ha vinto, solo perché hanno perso gli altri. Possiamo soltanto - ed è doveroso naturalmente - commemorare i caduti, senza appunto gli orpelli della propaganda nazionalista, e cercare di capire cosa è successo davvero cent'anni fa. Sperando che la storia possa insegnarci qualcosa.
Quella guerra è stata devastante per il nostro paese, così come per il resto dell'Europa. I morti sono stati più di 15 milioni, secondo le stime più prudenti, anche se la cifra dovrebbe essere molto più alta, aggiungendo tutti quelli che sono morti per altre cause, comunque provocate e favorite dalla guerra, come l'epidemia di spagnola scoppiata a partire dal '17. In Italia quella guerra è stata voluta dalla monarchia, dagli alti gradi dell'esercito, dai grandi capitalisti, dalle classi dirigenti più retrive e conservatrici, compresa ovviamente la chiesa cattolica - in sostanza dalla parte peggiore di questo paese - per manifestare un inutile e fallace orgoglio nazionalista, per soddisfare un tronfio militarismo, ma soprattutto per colpire il più duramente possibile le classi più povere del paese. E siccome quel conflitto non riuscì - come tutti costoro avrebbero voluto - a spezzare le nascenti energie del socialismo e del movimento operaio, anzi in qualche modo le rafforzò, grazie a quello che era successo in Russia, grazie all'esempio della Rivoluzione d'ottobre, quelle stesse forze alcuni anni dopo avrebbero delegato il compito di finire l'opera alle squadre di Mussolini, senza rendersi conto delle conseguenze. Il regime fascista è la logica conseguenza di quella guerra, delle vere ragioni che spinsero tutta l'Europa a quella carneficina.
C'è una riflessione lucidissima di Antonio Gramsci, scritta nel '21, che racconta bene cosa è stato quel conflitto, chi l'ha voluto e chi ne ha tratto vantaggio e che fa capire quello che è accaduto negli anni successivi, perché la terribile stagione dei totalitarismi fascisti deriva da quella guerra. Quel conflitto è stato in Europa - e in Italia - una delle fasi dello scontro delle forze della reazione contro quelle del progresso, della guerra di classe che queste forze hanno dichiarato contro gli strati più poveri della società, guerra di classe dei ricchi contro i poveri che è continuata in tutto questo secolo e che continua ancora, purtroppo, anzi adesso in maniera più violenta e sfrenata che mai.
Poi quando i potenti decidono - per i loro motivi inconfessabili, per difendere i propri interessi e per arricchirsi - di cominciare una guerra, trovano sempre dei servi capaci di giustificare quel conflitto, di ammantarlo di nobili ideali, di convincere i popoli che quella guerra viene fatta nell'interesse di tutti. E capaci di "inventarsi" un nemico. Allora erano gli austriaci e ci dissero che avremmo dovuto combattere per Trento e Trieste, poi sarebbero state la perfida Albione e le altre "democrazie plutocratiche e reazionarie", poi i comunisti, gli integralisti islamici, i marziani e così via, passando di nemico in nemico. Mentre il nostro vero nemico è sempre quello: il capitale.
La Grande guerra è stata per tutta l'Europa - e per l'Italia in particolare - una strage, pagata a caro prezzo da migliaia di contadini e di operai strappati dalle loro terre e dalle loro case per combattere nelle trincee. E' stata il primo grande crimine contro l'umanità, per questo credo sia un grave errore sventolare una bandiera che finisce soltanto per nascondere, dietro una retorica di maniera, questa verità.
E se dobbiamo trovare una pagina che racconti davvero la partecipazione dell'Italia in quel conflitto, che rappresenti il nostro paese, non dovremmo ricordare né il Piave né il bollettino di Diaz, ma Caporetto. La stupidità e l'incompetenza degli alti comandi dell'esercito, l'atteggiamento sprezzante con cui questi mandarono al macello i loro soldati, i tanti disertori e renitenti uccisi dai plotoni di esecuzione perché si rifiutavano di avanzare o perché cercavano giustamente di lasciare quel fronte: ecco la pagina di storia che racconta meglio l'Italia, perché in fondo siamo sempre lì, a un'eterna Caporetto, per colpa dell'arroganza e dell'incapacità delle nostre classi dirigenti. Il vero pericolo per tanti giovani italiani non erano i nemici che si trovavano di fronte, ma i capi che erano alle loro spalle. E la storia purtroppo si è ripetuta troppe volte: quante altre volte in questo paese i cittadini non hanno potuto aver fiducia nelle istituzioni, che li hanno usati, ingannati, traditi.
Quindi ammainiamo le bandiere, evitiamo di sventolarle stupidamente e senza capire che vergogne nascondono. Quei morti meritano il nostro ricordo, ma soprattutto ci chiedono di non abbandonare la lotta, di continuare a combattere per la nostra libertà e per i nostri diritti, e per la pace, contro quelli che, facendoci combattere per difendere i loro interessi, ci tolgono libertà e diritti.
lunedì 22 dicembre 2014
Verba volant (152): tregua...
Tregua, sost. f.
Questa parola è arrivata all'italiano dal mondo dei barbari - che forse così barbari non erano; infatti deriva dall'antico tedesco triva, in cui possiamo ritrovare una radice che in tutte le lingue del nord Europa indica fiducia, promessa, come ad esempio nell'inglese true. Infatti per sospendere le ostilità, anche solo per pochi minuti, per il tempo necessario per recuperare i cadaveri dei propri commilitoni o per permettere il soccorso dei feriti, occorre fidarsi, occorre essere certi che il nemico, che fino a pochi minuti prima ti avrebbe ucciso, ora - proprio perché c'è una tregua - non lo farà. E lui deve riporre in te la stessa fiducia.
Tra qualche giorno probabilmente ricorderemo l'anniversario di quell'episodio passato alla storia come tregua di Natale, ossia una serie di "cessate il fuoco", non ufficiali, avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 in varie zone del fronte occidentale della prima guerra mondiale, durante la quale i soldati inglesi e tedeschi, che solo da alcuni mesi si stavano scontrando gli uni contro gli altri, non solo smisero di combattere, ma fraternizzarono, scambiandosi piccoli regali, mangiando insieme, giocando una partita di pallone e facendosi fotografare in gruppo, come dimostra la foto che apparve qualche giorno dopo, non senza imbarazzo e sconfiggendo la censura belligerante, sulla prima pagina del Daily mirror. Negli anni successivi gli alti comandi di entrambi gli schieramenti impedirono che l'episodio si ripetesse e comunque la durezza dei combattimenti frenò gli stessi soldati a cercare un momento di solidarietà, anche solo di un giorno, con nemici contro cui combattevano, tutti i giorni, con tanto accanimento. In particolare dopo la battaglia della Somme fu complicato anche accordarsi sulle tregue per recuperare morti e feriti; la fiducia ormai era svanita in quelle trincee. La tregua di Natale, per quanto irregolare dal punto di vista formale, si inserì comunque in un contesto bellico che aveva ancora delle regole, conosciute e riconosciute.
Il Novecento è stato un secolo di conflitti internazionali, le due guerre mondiali e la cosiddetta Guerra fredda, con tutti i suoi conflitti locali, dalla Corea al Vietnam. Tutti questi conflitti si sono aperti e chiusi, per ognuno di essi possiamo dire chi ha vinto e chi ha perso. La Guerra fredda non è finita del tutto, anche se uno dei due belligeranti - quello che ha perso - ormai non esiste più. Pochi giorni fa abbiamo assistito al penultimo atto di quel conflitto, con la decisione di Obama di riaprire le relazioni diplomatiche con Cuba e le sue dichiarazioni sull'inefficacia del bloqueo, che però rimane ancora in vigore, visto che difficilmente i repubblicani che controllano il parlamento accetteranno di toglierlo, con il rischio di perdere i voti della potente comunità di origini cubane. Comunque sia, almeno dal punto di vista formale, la dichiarazione del presidente degli Stati Uniti ha chiuso un'era.
Rimane, a ricordarci che c'è stata la Guerra fredda, la vicenda delle due Coree. In quel territorio non si combatte dal 1953, anche se non è mai stata stipulata nessuna pace, perché nessuno dei due contendenti accetta di riconoscere la vittoria dell'altro; c'è una tregua, che dura ormai da sessant'anni. In qualche modo i coreani hanno imparato a fidarsi gli uni degli altri - almeno a convivere - nonostante quello che dicono gli uffici della propaganda di entrambi i governi.
Il nuovo millennio, insieme alle conseguenze delle guerre del secolo passato - così ad esempio, il conflitto tra ebrei e palestinesi per il controllo del territorio ad ovest del Giordano risale a poco meno di un secolo fa, alla mancata risoluzione di quel problema nelle more della pace che chiuse la prima guerra mondiale - ci sta offrendo una guerra di tipo nuovo, che non capiamo, perché non vediamo esattamente quando queste guerre "nuove" cominciano, non sappiamo con precisione chi c'è da una parte e chi dall'altra e soprattutto non riusciamo mai a capire quando finiscono, perché non c'è mai nessuno che vince, e di conseguenza nessuno che perde.
Evidentemente una guerra c'è, perché ogni giorno muoiono gli uomini - e le donne - che la stanno combattendo e perché soprattutto muoiono dei civili: gli studenti della scuola di Peshawar sono solo gli ultimi, almeno per ora.
Non sappiamo molto di più. Il nostro paese è in guerra? Formalmente no, anche perché la Costituzione lo vieta, eppure ci sono nostri soldati dove si sta combattendo e soprattutto ciascuno di noi è il potenziale bersaglio di un attentato terrorista. Cento anni fa era più semplice: c'era il fronte e due trincee contrapposte. Adesso il fronte è ogni città, ogni palazzo, ogni scuola, come ha dimostrato anche l'episodio successo a Sidney pochi giorni fa. Gli Stati Uniti sono in guerra? Credo che una parte dei cittadini di quel paese creda di sì e un'altra parte creda di no; dopo Pearl Harbour gli americani sapevano di essere in guerra, magari potevano essere contrari, ma oggi non sanno neppure se lo sono. Noi combattiamo in Iraq e in Afghanistan, eppure i governi di quei paesi sono nostri alleati. E, a proposito di alleanze, Assad è nostro alleato o nostro nemico?
Ho l'impressione che qualcuno, in mancanza d'altri riferimenti politici e geografici, cerchi di dire che questa è la guerra tra noi e il mondo musulmano. A parte il fatto che io faccio una gran fatica a definire "noi" - se c'è una guerra di religione, io che sono ateo da che parte sto? e un americano musulmano? - mi pare che anche il cosiddetto mondo musulmano non sia quel monolite che i nuovi "crociati" vogliono farci intendere. Il mondo è diventato troppo complesso per ridurlo alle semplificazioni di queste persone, che non brillano certo né per intelligenza né per originalità.
Personalmente, da vecchio marxista, preferisco spiegare questi conflitti utilizzando categorie economiche e l'idea di lotta di classe, anche se probabilmente neppure questo concetto basta da solo a spiegare la complessità di questi tempi. Anche perché i conflitti di classe sono trasversali ai paesi e alle culture e non esiste ancora una tale trasversalità nel nostro fronte, quello degli sfruttati; questo è per noi un grosso problema, anche perché i ricchi e i padroni sono alleati, qualunque sia il loro paese e la loro religione. Ma questa è un'altra storia, che mi porta fuori dalla definizione di oggi.
Gli Stati Uniti, l'Europa, l'Italia la guerra la stanno facendo e non facendo contemporaneamente, una cosa che contrasta con la logica, prima ancora che con la politica. La conseguenza è che una guerra così non si vince e non si perde. Già morire in guerra non è auspicabile, ma morire in una guerra che non c'è suona perfino paradossale. E naturalmente se non c'è guerra, non può esserci una tregua, nemmeno per Natale. I nostri vecchi si riferivano alla seconda guerra mondiale chiamandola l'ultima guerra; era un dato cronologico e soprattutto una speranza. Questa guerra, che stiamo vivendo noi e i nostri figli, potrebbe anch'essa essere definita l'ultima guerra, ma perché non sembra destinata a finire.
martedì 24 giugno 2014
Verba volant (100): pace...
Pace, sost. f.
E’ interessante confrontare le parole con cui nell'antichità i Greci e i Romani indicavano quella che noi chiamiamo pace, ossia l'assenza di guerre e di conflitti. Curiosamente il vocabolario Treccani definisce la pace anche come
Tornando alla storia etimologica di questa parola, il termine greco eirene deriva dal verbo eiro, che significa intrecciare, disporre in una serie, collegare. I Greci - un popolo che non ha mai conosciuto davvero la pace, ma è sempre stato tormentato da conflitti, tra e dentro le città, ed è sempre stato in guerra con popoli confinanti più forti - immaginavano quindi la pace come la ricerca di un equilibrio, di un ordine. Proprio perché l'obiettivo era così ambizioso, la pace divenne per quei popoli difficile da raggiungere, una sorta di chimera; e non è un caso che quando la pace fu finalmente raggiunta, la storia greca praticamente è finita ed è cominciata quella romana. La parola latina pax, pacis ha la stessa radice pak- o pag- che troviamo in pactum, ossia patto. I Romani, più pratici e realisti dei loro "cugini" dell'Egeo, sapevano che la pace è qualcosa di possibile, che si può ottenere, se si è capaci di combattere prima e di accordarsi poi, ossia attraverso le arti della politica e della guerra.
I Greci non avrebbero probabilmente mai coniato l’adagio
L’8 giugno scorso papa Francesco ha ospitato nei giardini del Vaticano i presidenti israeliano e palestinese e ha chiesto a loro e ai loro popoli di trovare il
C’è però una differenza profonda e riguarda proprio il giudizio sulla pace e sulla guerra. L’Europa del 1914 andò con baldanza e con una sorta di incosciente soddisfazione verso la guerra, perché alla guerra erano ancora associati valori positivi, come appunto il coraggio e l’eroismo. Certo agirono fortissimi gli interessi economici delle grandi industrie che volevano la guerra - e l’ottennero - e i giornali e i propagandisti erano servi allora come lo sono adesso, ma tante persone, di tutti i ceti, pensavano sinceramente che la guerra fosse una buona soluzione, anche ai propri problemi personali, alle proprie difficoltà economiche.Non è stato così naturalmente. Anzi proprio le due guerre mondiali, con quel numero incalcolabile di morti, con la distruzione provocata dalle “nuove” armi - dai gas ai bombardieri, fino alla bomba atomica - con il coinvolgimento massiccio e senza precedenti dei civili, hanno segnato uno spartiacque nella storia dell’umanità.
La guerra naturalmente c’è ancora, ci sono i potenti che hanno interesse a farla, ci sono i giornali e i propagandisti che la sostengono, ma le persone sanno che non è la soluzione dei loro problemi. Per questo papa Francesco può usare un’espressione che un secolo fa sarebbe stata un ossimoro, perché i neutralisti erano considerati vigliacchi, non buoni per il re e neppure per la regina. In questi cento anni il giudizio su guerra e pace si è ribaltato e credo sia uno dei progressi più importanti del nostro tempo.
E come dovrà essere la pace a Gerusalemme? Dovrà essere necessariamente un patto tra nemici che hanno passato una vita a combattersi e dovrà anche essere un ordine, un equilibrio, che faccia nascere qualcosa di nuovo,mescolando elementi diversi.
Non bastano più le tregue - che pure sono importanti, perché servono a lenire le ferite - che non sono altro che parentesi in attesa del prossimo bombardamento, del prossimo conflitto. Sinceramente credo che a questo punto serva davvero un coraggio nuovo che purtroppo non ha avuto neppure il papa, quando ha chiesto agli israeliani e ai palestinesi di rimettersi attorno a un tavolo per discutere dell’opzione “due popoli, due stati“. A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio sostegno del loro paese - hanno lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del ’67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l’interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula “due popoli, due stati“, perché non c’è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D’altra anche i leaders palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto “due popoli, due stati“, visto che loro stessi si sono ormai organizzati in “due stati”, si sono abituati a vivere in enclaves: da una parte Gaza e dall’altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato qualcuno dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto“politicamente corretta” e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Questa soluzione è figlia di una visione antica. Se anche arrivassimo alla soluzione “due popoli, due stati“, il giorno successivo comincerebbe una nuova guerra. Per questo occorre trovare una soluzione nuova, che non sia solo pax, ma anche eirene; o meglio che sia insieme pax ed eirene. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella “due popoli, due stati“, anche se probabilmente più difficile da realizzare, una soluzione che richiede più coraggio e più fantasia: ebrei e palestinesi devono vivere in quell’unico paese insieme, come un unico popolo.
La soluzione per quelle persone a cui dovremmo tutti noi democratici e progressisti, cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è “un popolo, uno stato“. Dovremmo iniziare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - si fanno forte di un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l’unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, quale miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto.
La pace è rivoluzionaria.
E’ interessante confrontare le parole con cui nell'antichità i Greci e i Romani indicavano quella che noi chiamiamo pace, ossia l'assenza di guerre e di conflitti. Curiosamente il vocabolario Treccani definisce la pace anche come
la condizione di normalità di rapporti.Personalmente non sono così ottimista come il mio anonimo e autorevole collega e penso anzi che il conflitto sia un elemento "normale" nei rapporti tra le persone; ma, a onor del vero, credo anche che sia piuttosto difficile dire cosa sia la normalità, specialmente a proposito dei rapporti umani.
Tornando alla storia etimologica di questa parola, il termine greco eirene deriva dal verbo eiro, che significa intrecciare, disporre in una serie, collegare. I Greci - un popolo che non ha mai conosciuto davvero la pace, ma è sempre stato tormentato da conflitti, tra e dentro le città, ed è sempre stato in guerra con popoli confinanti più forti - immaginavano quindi la pace come la ricerca di un equilibrio, di un ordine. Proprio perché l'obiettivo era così ambizioso, la pace divenne per quei popoli difficile da raggiungere, una sorta di chimera; e non è un caso che quando la pace fu finalmente raggiunta, la storia greca praticamente è finita ed è cominciata quella romana. La parola latina pax, pacis ha la stessa radice pak- o pag- che troviamo in pactum, ossia patto. I Romani, più pratici e realisti dei loro "cugini" dell'Egeo, sapevano che la pace è qualcosa di possibile, che si può ottenere, se si è capaci di combattere prima e di accordarsi poi, ossia attraverso le arti della politica e della guerra.
I Greci non avrebbero probabilmente mai coniato l’adagio
si vis pacem para bellumche fu invece un principio basilare della politica di Roma antica.
L’8 giugno scorso papa Francesco ha ospitato nei giardini del Vaticano i presidenti israeliano e palestinese e ha chiesto a loro e ai loro popoli di trovare il
coraggio di fare la pace.In questi giorni ai giovani maturandi è stato chiesto di analizzare le differenze tra l’Europa del 1914 e quella attuale. Certo sono molte ed evidenti, perché questo secolo per fortuna non è passato invano; ma ci sono anche tante analogie, perché certi caratteri originari della storia dei diversi paesi europei non sono venuti meno all’improvviso; il conflitto in Ucraina sembra uscito da uno scenario geopolitico di un secolo fa, solo per fare un esempio.
C’è però una differenza profonda e riguarda proprio il giudizio sulla pace e sulla guerra. L’Europa del 1914 andò con baldanza e con una sorta di incosciente soddisfazione verso la guerra, perché alla guerra erano ancora associati valori positivi, come appunto il coraggio e l’eroismo. Certo agirono fortissimi gli interessi economici delle grandi industrie che volevano la guerra - e l’ottennero - e i giornali e i propagandisti erano servi allora come lo sono adesso, ma tante persone, di tutti i ceti, pensavano sinceramente che la guerra fosse una buona soluzione, anche ai propri problemi personali, alle proprie difficoltà economiche.Non è stato così naturalmente. Anzi proprio le due guerre mondiali, con quel numero incalcolabile di morti, con la distruzione provocata dalle “nuove” armi - dai gas ai bombardieri, fino alla bomba atomica - con il coinvolgimento massiccio e senza precedenti dei civili, hanno segnato uno spartiacque nella storia dell’umanità.
La guerra naturalmente c’è ancora, ci sono i potenti che hanno interesse a farla, ci sono i giornali e i propagandisti che la sostengono, ma le persone sanno che non è la soluzione dei loro problemi. Per questo papa Francesco può usare un’espressione che un secolo fa sarebbe stata un ossimoro, perché i neutralisti erano considerati vigliacchi, non buoni per il re e neppure per la regina. In questi cento anni il giudizio su guerra e pace si è ribaltato e credo sia uno dei progressi più importanti del nostro tempo.
E come dovrà essere la pace a Gerusalemme? Dovrà essere necessariamente un patto tra nemici che hanno passato una vita a combattersi e dovrà anche essere un ordine, un equilibrio, che faccia nascere qualcosa di nuovo,mescolando elementi diversi.
Non bastano più le tregue - che pure sono importanti, perché servono a lenire le ferite - che non sono altro che parentesi in attesa del prossimo bombardamento, del prossimo conflitto. Sinceramente credo che a questo punto serva davvero un coraggio nuovo che purtroppo non ha avuto neppure il papa, quando ha chiesto agli israeliani e ai palestinesi di rimettersi attorno a un tavolo per discutere dell’opzione “due popoli, due stati“. A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio sostegno del loro paese - hanno lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del ’67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l’interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula “due popoli, due stati“, perché non c’è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D’altra anche i leaders palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto “due popoli, due stati“, visto che loro stessi si sono ormai organizzati in “due stati”, si sono abituati a vivere in enclaves: da una parte Gaza e dall’altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato qualcuno dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto“politicamente corretta” e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Questa soluzione è figlia di una visione antica. Se anche arrivassimo alla soluzione “due popoli, due stati“, il giorno successivo comincerebbe una nuova guerra. Per questo occorre trovare una soluzione nuova, che non sia solo pax, ma anche eirene; o meglio che sia insieme pax ed eirene. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella “due popoli, due stati“, anche se probabilmente più difficile da realizzare, una soluzione che richiede più coraggio e più fantasia: ebrei e palestinesi devono vivere in quell’unico paese insieme, come un unico popolo.
La soluzione per quelle persone a cui dovremmo tutti noi democratici e progressisti, cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è “un popolo, uno stato“. Dovremmo iniziare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - si fanno forte di un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l’unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, quale miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto.
La pace è rivoluzionaria.
martedì 3 settembre 2013
Considerazioni libere (376): a proposito di una guerra che sta per scoppiare...
Non sono andato a cercare le mie vecchie "considerazioni", ma la memoria è ancora sufficientemente buona per citarmi, senza incorrere in errori grossolani. Due anni fa pensavo - e l'ho scritto da qualche parte - che i governi occidentali dovessero intervenire, in qualche modo, contro il regime di Assad. C'era l'entusiamo delle "primavere", erano stati deposti Ben Ali e Mubarak, il regime di Gheddafi aveva i giorni contati, nonostante la resistenza del dittatore e dei suoi familiari, insomma c'era un certo ottimismo e sembrava che molto dovesse cambiare e molto è effettivamente cambiato, nonostante quello che è successo nelle ultime settimane. Anche i siriani cominciarono a scendere in piazza. Fu chiaro fin da subito che quelle manifestazioni avevano un carattere un po' diverso da quelle che avevamo visto negli altri paesi arabi, motivi politici e religiosi si intrecciavano più strettamente - e pericolosamente - di quanto avveniva altrove con le rivendicazioni economiche e sociali; e le prospettive di un cambio di regime erano già fonte di preoccupazione, eppure a me sembrava che in quel preciso momento, in quelle circostanze storiche, fosse utile eliminare il giovane Assad. Pensavo fosse sufficiente un'azione mirata, in "stile" israeliano, bastava decapitare il regime, un po' come si era fatto in Libia, magari evitando con maggiore attenzione le vittime civili, anche se in queste cose è difficile essere chirurgici. D'altra parte à la guerre comme à la guerre. E poi immaginavo che i governi occidentali volessero impedire che Assad parlasse, visto che anche lui - ben più di Gheddafi - era stato coccolato dai leader che contano. Fanno sorridere quelli che adesso fanno le verginelle perché è spuntata la foto della cena tra Assad e Kerry, con relative consorti; il giovane dittatore e la sua splendida moglie erano considerati interlocutori affidabili, anche perché educati nei migliori college inglesi.
Come è noto, allora si decise di non decidere, sperando che la situazione sarebbe rimasta sotto controllo e che se la sarebbero risolta i siriani, in qualche modo. O meglio si finse di non decidere, perché i governi occidentali cominciarono, più o meno direttamente, a finanziare l'opposizione. In questo sostegno si sono distinti i paesi arabi del Golfo, in testa l'Arabia Saudita, a cui gli Stati Uniti delegano volentieri questi compiti. Da tempo i nostri governi fanno finta che l'Arabia Saudita sia un paese "normale", anche se non è vero; si tratta della peggiore dittatura della regione, tanto più pericolosa perché estremamente ricca. Il paese a cui gli Stati Uniti delegano la loro politica mediorientale è una monarchia assoluta e feudale al cui confronto l'Inghilterra di Giorgio III della fine del Settecento parrebbe un paese schiettamente democratico. L'Arabia Saudita è più o meno come la Corea del nord - dinastia regnante e beghe di corte incluse - l'unica differenza è che è molto ricca e, come noto, a quelli molto ricchi si perdonano vizi che non accettiamo da chi ha le pezze al culo. Gli Stati Uniti e l'Europa a questa famiglia di dittatori ha affidato il controllo di un'area così delicata e se ne vedono purtroppo le conseguenze. In questi due anni gli stati del Golfo hanno finanziato le ali più estreme e fanatiche del jihadismo siriano, come hanno fatto ovunque ne abbiano avuto la possibilità e l'opportunità, essendo quei paesi i maggiori finanziatori di al-Qaeda ed Hamas, solo per citare due movimenti che - come noto - contribuiscono non poco alla pace mondiale.
Anche per responsabilità occidentale quindi, in Siria adesso è completamente cambiata la prospettiva. Credo sia necessario partire dai numeri: ci sono stati 100mila morti, oltre 4 milioni di sfollati e 2 milioni e mezzo di profughi. Adriano Sofri ha spiegato in modo ineccepibile cosa è diventato adesso, trascorsi più di due anni, quel conflitto: una guerra civile.
Personalmente credo che sia impossibile scegliere di schierarsi da una parte o dall'altra. Io non sto dalla parte degli Assad e anzi voglio stare con chi vuole rovesciare quella famiglia: purtroppo non sono riusciti a farlo perché quel regime non solo è armato dalla Russia dell'amico Putin, ma anche perché Israele (e quindi gli Stati Uniti) preferisce avere ai suoi confini dei nemici che si combattono tra di loro. In Siria e, di conseguenza in Libano, si gioca una partita molto complicata tra Arabia Saudita, Iran e Turchia. Naturalmente non sto neppure dalla parte di chi vuole sostituire quel regime con uno nuovo, islamico e fanatico - i due termini non sono sinonimi naturalmente, se non per i profeti di crociata, dell'una e dell'altra parte - ben armato, anche con armi chimiche, gentilimente offerte dai governi occidentali. Per antica abitudine e per inveterata posizione politica, sto dalla parte delle siriane e dei siriani che non vogliono un regime e che vorrebbero poter immaginare un futuro diverso per i propri figli. Francamente se una bomba "intelligente" eliminasse, magari con un colpo solo, Assad e i suoi famigli e i nuovi dittatori che si preparano a prenderne il posto, sarei estremamente soddisfatto; non ci spero perché le bombe sono stupide quanto le persone che le fanno scoppiare. Esclusa questa opzione irrealizzabile, credo però che bisognerebbe intervenire, per salvare quel popolo da una guerra che si combatte già. Capisco chi esclude del tutto ogni forma di intervento, apprezzo le loro posizioni filosofiche e religiose, però là si combatte, senza regole, e ne stanno facendo le spese persone che non c'entrano. Bisogna trovare un modo per salvare quelle persone dalla guerra che c'è già e non farne un'altra; questo naturalmente implica dei rischi, assolutamente maggiori della guerra "pulita" che gli Stati Uniti e la Francia stanno per cominciare. Dalle mie parti si dice: non si può andare a messa e stare a casa. E' così anche in questo caso, se ci importa davvero di quel popolo, allora dobbiamo intervenire, con truppe di terra e con tutto ciò che sarà necessario, dobbiamo limitare il conflitto, se e come sarà possibile, dobbiamo portare le famiglie fuori dalle città, dobbiamo combattere, quando saremo costretti, e lo saremo, visto che le due parti in lotta non staranno ferme mentre questa forza di polizia internazionale - o come la vogliamo chiamare - sarà nel loro paese. Se invece si deciderà semplicemente di bombardare questo o quell'obiettivo, allora sarebbe meglio tornarsene a casa e dire, senza ipocrisie, che di quei "beduini" non ci importa nulla. Che si ammazzino tra loro; è una posizione politica anche questa, forse un po' rozza, ma con una logica. Evitiamo, per favore, le ipocrisie, specialmente quelle "umanitarie".
Naturalmente se decidessimo di intervenire, dovremmo anche essere consapevoli che questo intervento, da solo, non sarà sufficiente. Per cominciare ad affrontare il problema, occorre capire qual è stata la vera molla che ha scatenato le "primavere" e che mantiene viva la rivolta in Siria: quei popoli non si battono tanto per valori democratici che non hanno mai conosciuto e di cui hanno un'idea vaga, ma perché sono disperati, perché hanno fame. In paesi come quelli, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è formata da giovani che vivono con economie di sussistenza e senza alcuna prospettiva per il futuro, le rivolte sono inevitabili, contro quei regimi che hanno tolto loro la libertà, ma soprattutto contro un sistema che nega lo sviluppo e rifiuta di redistribuire le ricchezze così ingiustamente sperequate. In quei paesi dove è scoppiata la "primavera", ma anche in Siria, nonostante pare sia già in corso la controrivoluzione - e in Egitto è così, visto che sono tornati al potere i militari, come quando c'era Mubarak - la cosa fondamentale è che sono nate o stanno nascendo organizzazioni eterogenee, attraverso cui una società civile in embrione comincia a esprimere i suoi interessi e le sue posizioni, al di fuori delle istituzioni politiche e religiose; è un processo in corso. C'è un affrancamento di quei popoli. L'incapacità dei governi degli Stati Uniti e della Russia, ma anche di potenze vecchie e nuove come Europa e Cina, di influenzare in qualche modo quello che avviene in Siria è la conseguenza dell'incapacità storica di tutti questi attori di creare modelli di sviluppo che coinvolgano davvero i popoli mediorientali e non solo l'élite politica ed economica di quei paesi. Al di là dell'intervento necessario di questi giorni, nelle forme che io auspico e che temo si realizzerà in maniera opposta, l'Occidente dovrebbe accettare il fatto che quei popoli devono avere il diritto che la loro storia non si decida più in altri luogi - come è successo nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot o come è successo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione delle sfere di influenza tra Usa e Urss. Finora la storia della Siria è sempre dipesa da decisioni di altri, forse questa rivolta ci dice che noi non possiamo più decidere per loro.
Ci prepariamo a sparare nel buio, invece sarebbe ora di accendere la luce.
post scriptum
Naturalmente è giusto continunare a considerare l'uso di armi chimiche un crimine, qualcosa che viola le "regole" della guerra. Bisognerebbe riflettere però che nel frattempo queste regole sono cambiate, e molto, ad esempio da quando l'Italia usò il gas nella guerra di Etiopia. Negli ultimi anni si sono combattute alcune guerre con caratteristiche del tutto differenti da quelle del passato: c'è un incredibile squilibrio tra le forze in campo (altrimenti non scoppierebbero neppure) e quindi si sa già chi vincerà. In queste guerre inoltre si combatte con armi "intelligenti", ossia in grado di uccidere i nemici in armi e i civili, senza alcun rischio per chi attacca; le "regole" della guerra, grazie alla tecnologia, sono completamente cambiate, perché i rischi di una parte, quella attaccante e vincitrice, sono significativamente annullati e pesano tutti su quella attaccata e perdente. In questo quadro credo andrebbe fatta una riflessione su quali siano veramente le violazioni delle regole o meglio andrebbero riscritte le regole.
Come è noto, allora si decise di non decidere, sperando che la situazione sarebbe rimasta sotto controllo e che se la sarebbero risolta i siriani, in qualche modo. O meglio si finse di non decidere, perché i governi occidentali cominciarono, più o meno direttamente, a finanziare l'opposizione. In questo sostegno si sono distinti i paesi arabi del Golfo, in testa l'Arabia Saudita, a cui gli Stati Uniti delegano volentieri questi compiti. Da tempo i nostri governi fanno finta che l'Arabia Saudita sia un paese "normale", anche se non è vero; si tratta della peggiore dittatura della regione, tanto più pericolosa perché estremamente ricca. Il paese a cui gli Stati Uniti delegano la loro politica mediorientale è una monarchia assoluta e feudale al cui confronto l'Inghilterra di Giorgio III della fine del Settecento parrebbe un paese schiettamente democratico. L'Arabia Saudita è più o meno come la Corea del nord - dinastia regnante e beghe di corte incluse - l'unica differenza è che è molto ricca e, come noto, a quelli molto ricchi si perdonano vizi che non accettiamo da chi ha le pezze al culo. Gli Stati Uniti e l'Europa a questa famiglia di dittatori ha affidato il controllo di un'area così delicata e se ne vedono purtroppo le conseguenze. In questi due anni gli stati del Golfo hanno finanziato le ali più estreme e fanatiche del jihadismo siriano, come hanno fatto ovunque ne abbiano avuto la possibilità e l'opportunità, essendo quei paesi i maggiori finanziatori di al-Qaeda ed Hamas, solo per citare due movimenti che - come noto - contribuiscono non poco alla pace mondiale.
Anche per responsabilità occidentale quindi, in Siria adesso è completamente cambiata la prospettiva. Credo sia necessario partire dai numeri: ci sono stati 100mila morti, oltre 4 milioni di sfollati e 2 milioni e mezzo di profughi. Adriano Sofri ha spiegato in modo ineccepibile cosa è diventato adesso, trascorsi più di due anni, quel conflitto: una guerra civile.
Nella guerra civile viene giuridicamente, e definitivamente, superato il confine della sovranità nazionale, anche per chi non lo volesse creder umanamente, cioè moralmente, superato dalla brutalità del sovrano contro i suoi sudditi o una loro parte. Perché la guerra civile delegittima il sovrano senza legittimare il ribelle, come nelle sognate insurrezioni contro una tirannide, che mettono il popolo da una parte e la corte dall'altra. Nella guerra civile svanisce l'autorità, nemmeno quel dualismo di potere che un tempo si vagheggiava come una tappa verso un potere nuovo; e gli uni e gli altri - e le ulteriori divisioni dentro altri e uni - non sanno se non odiare e distruggere.Arrivati a questo punto, naturalmente è impossibile rimanere indifferenti su quello che succede in Siria, indipendentemente dall'uso o meno delle armi chimiche - su questo punto specifico ho scritto giorni fa una breve riflessione, che metto in nota a questa "considerazione" - è da tempo, a essere onesti, che è impossibile rimanere indifferenti, perché i civili non sono morti tutti l'altro ieri, ma muoiono da anni. Proprio perché c'è questa guerra civile è altrettanto difficile avere una posizione netta e personalmente tendo a sospettare quelli che hanno le idee troppo chiare su una vicenda di questo genere. La guerra, almeno come pare la stiano pensando Obama e Hollande - che è riuscito a prendere il posto di Blair, alla destra del presidente statunitense - fatta "dall’esterno", senza rischi, con attacchi dal cielo e dal mare, magari con i droni, causerebbe molte più vittime di quelle calcolate fino ad ora e non risolverebbe il problema centrale: comunque andranno le cose, la Siria rimarrà stretta tra il jihadismo sunnita, radicalizzatosi dopo il colpo di stato in Egitto e finanziato dal petrolio saudita, e il fondamentalismo sciita degli iraniani.
Personalmente credo che sia impossibile scegliere di schierarsi da una parte o dall'altra. Io non sto dalla parte degli Assad e anzi voglio stare con chi vuole rovesciare quella famiglia: purtroppo non sono riusciti a farlo perché quel regime non solo è armato dalla Russia dell'amico Putin, ma anche perché Israele (e quindi gli Stati Uniti) preferisce avere ai suoi confini dei nemici che si combattono tra di loro. In Siria e, di conseguenza in Libano, si gioca una partita molto complicata tra Arabia Saudita, Iran e Turchia. Naturalmente non sto neppure dalla parte di chi vuole sostituire quel regime con uno nuovo, islamico e fanatico - i due termini non sono sinonimi naturalmente, se non per i profeti di crociata, dell'una e dell'altra parte - ben armato, anche con armi chimiche, gentilimente offerte dai governi occidentali. Per antica abitudine e per inveterata posizione politica, sto dalla parte delle siriane e dei siriani che non vogliono un regime e che vorrebbero poter immaginare un futuro diverso per i propri figli. Francamente se una bomba "intelligente" eliminasse, magari con un colpo solo, Assad e i suoi famigli e i nuovi dittatori che si preparano a prenderne il posto, sarei estremamente soddisfatto; non ci spero perché le bombe sono stupide quanto le persone che le fanno scoppiare. Esclusa questa opzione irrealizzabile, credo però che bisognerebbe intervenire, per salvare quel popolo da una guerra che si combatte già. Capisco chi esclude del tutto ogni forma di intervento, apprezzo le loro posizioni filosofiche e religiose, però là si combatte, senza regole, e ne stanno facendo le spese persone che non c'entrano. Bisogna trovare un modo per salvare quelle persone dalla guerra che c'è già e non farne un'altra; questo naturalmente implica dei rischi, assolutamente maggiori della guerra "pulita" che gli Stati Uniti e la Francia stanno per cominciare. Dalle mie parti si dice: non si può andare a messa e stare a casa. E' così anche in questo caso, se ci importa davvero di quel popolo, allora dobbiamo intervenire, con truppe di terra e con tutto ciò che sarà necessario, dobbiamo limitare il conflitto, se e come sarà possibile, dobbiamo portare le famiglie fuori dalle città, dobbiamo combattere, quando saremo costretti, e lo saremo, visto che le due parti in lotta non staranno ferme mentre questa forza di polizia internazionale - o come la vogliamo chiamare - sarà nel loro paese. Se invece si deciderà semplicemente di bombardare questo o quell'obiettivo, allora sarebbe meglio tornarsene a casa e dire, senza ipocrisie, che di quei "beduini" non ci importa nulla. Che si ammazzino tra loro; è una posizione politica anche questa, forse un po' rozza, ma con una logica. Evitiamo, per favore, le ipocrisie, specialmente quelle "umanitarie".
Naturalmente se decidessimo di intervenire, dovremmo anche essere consapevoli che questo intervento, da solo, non sarà sufficiente. Per cominciare ad affrontare il problema, occorre capire qual è stata la vera molla che ha scatenato le "primavere" e che mantiene viva la rivolta in Siria: quei popoli non si battono tanto per valori democratici che non hanno mai conosciuto e di cui hanno un'idea vaga, ma perché sono disperati, perché hanno fame. In paesi come quelli, in cui la stragrande maggioranza della popolazione è formata da giovani che vivono con economie di sussistenza e senza alcuna prospettiva per il futuro, le rivolte sono inevitabili, contro quei regimi che hanno tolto loro la libertà, ma soprattutto contro un sistema che nega lo sviluppo e rifiuta di redistribuire le ricchezze così ingiustamente sperequate. In quei paesi dove è scoppiata la "primavera", ma anche in Siria, nonostante pare sia già in corso la controrivoluzione - e in Egitto è così, visto che sono tornati al potere i militari, come quando c'era Mubarak - la cosa fondamentale è che sono nate o stanno nascendo organizzazioni eterogenee, attraverso cui una società civile in embrione comincia a esprimere i suoi interessi e le sue posizioni, al di fuori delle istituzioni politiche e religiose; è un processo in corso. C'è un affrancamento di quei popoli. L'incapacità dei governi degli Stati Uniti e della Russia, ma anche di potenze vecchie e nuove come Europa e Cina, di influenzare in qualche modo quello che avviene in Siria è la conseguenza dell'incapacità storica di tutti questi attori di creare modelli di sviluppo che coinvolgano davvero i popoli mediorientali e non solo l'élite politica ed economica di quei paesi. Al di là dell'intervento necessario di questi giorni, nelle forme che io auspico e che temo si realizzerà in maniera opposta, l'Occidente dovrebbe accettare il fatto che quei popoli devono avere il diritto che la loro storia non si decida più in altri luogi - come è successo nel 1916 con l'accordo Sykes-Picot o come è successo dopo la seconda guerra mondiale con la creazione delle sfere di influenza tra Usa e Urss. Finora la storia della Siria è sempre dipesa da decisioni di altri, forse questa rivolta ci dice che noi non possiamo più decidere per loro.
Ci prepariamo a sparare nel buio, invece sarebbe ora di accendere la luce.
post scriptum
Naturalmente è giusto continunare a considerare l'uso di armi chimiche un crimine, qualcosa che viola le "regole" della guerra. Bisognerebbe riflettere però che nel frattempo queste regole sono cambiate, e molto, ad esempio da quando l'Italia usò il gas nella guerra di Etiopia. Negli ultimi anni si sono combattute alcune guerre con caratteristiche del tutto differenti da quelle del passato: c'è un incredibile squilibrio tra le forze in campo (altrimenti non scoppierebbero neppure) e quindi si sa già chi vincerà. In queste guerre inoltre si combatte con armi "intelligenti", ossia in grado di uccidere i nemici in armi e i civili, senza alcun rischio per chi attacca; le "regole" della guerra, grazie alla tecnologia, sono completamente cambiate, perché i rischi di una parte, quella attaccante e vincitrice, sono significativamente annullati e pesano tutti su quella attaccata e perdente. In questo quadro credo andrebbe fatta una riflessione su quali siano veramente le violazioni delle regole o meglio andrebbero riscritte le regole.
lunedì 11 febbraio 2013
Considerazioni libere (337): a proposito di una vittoria...
Pare che la guerra in Mali - contrariamente a quello che avevo scritto in un'altra mia "considerazione" - sia finita: una guerra veloce e vittoriosa. Bene, meno si combatte meglio è; credo però che la parte più difficile cominci adesso. Hollande il "liberatore" ha potuto camminare per le strade di Timbuctù, accolto da una folla festante e da manifestazioni che - a essere sinceri - avevano un certo non so che di regime. Adesso che finalmente un po' di polvere si è posata, è possibile vedere meglio l'orizzonte e credo che sia doverosa qualche altra riflessione su questo conflitto.
Oliver Roy, in un articolo nell'ultimo numero di Internazionale - di cui sono debitore per queste riflessioni - spiega che una delle conseguenze più devastanti della cosiddetta "dottrina Bush" è stata quella di considerare allo stesso modo, ossia come nemici da sconfiggere, costi quel che costi, movimenti politici diversi tra di loro. Per gli Stati Uniti di Bush erano "terroristi islamici" al-Qaeda naturalmente - e in questo caso la definizione è esatta - ma anche - e qui la questione si complica - Hamas, che è un partito nazionalista prima che islamico, movimenti locali che vogliono instaurare la sharia, come i talebani afghani, e infine anche movimenti genericamente islamisti, che pongono rivendicazioni di carattere etnico e nazionalista. Per qualche fondamentalista della destra cristiana i "nostri" nemici sono i musulmani tout court, ma questi per nostra fortuna sono una minoranza, anche se non così esigua come potremmo sperare. Considerare tutti questi movimenti come terroristi semplifica troppo e ha fatto commettere molti errori. Trattare con i terroristi è sbagliato - oltre che essere molto complicato, perché è difficile trovare l'interlocutore con cui avviare dei negoziati - mentre con tutti gli altri è sempre possibile avviare delle trattative, anzi è doveroso farlo prima di cominciare un conflitto. Il fatto di aver considerato tutti terroristi allo stesso modo ha portato ai conflitti di questi anni, dall'Afghanistan all'Iraq, con i risultati che abbiamo visto. Uno dei meriti di Obama è stato quello di accettare la complessità del mondo, che Bush e la destra conservatrice avevano irrimediabilmente appiattito nella dicotomia buoni/cattivi, come nei film con i cow-boys e gli indiani. E di conseguenza il governo degli Stati Uniti ha deciso di ritirare il proprio esercito dall'Afghanistan e dall'Iraq, per andare a uccidere - preferibilmente con i droni - i terroristi o quelli che si presume lo siano, in qualunque parte del mondo essi si trovino e qualunque sia la loro nazionalità. Naturalmente questo nuovo "metodo" apre una serie di problemi di natura giuridica e politica molto complessi, ma ha un'indubbia efficacia militare, come ha dimostrato l'uccisione di Osama bin Laden.
Purtroppo questa confusione semantica è apparsa con tutta evidenza in Mali, dove la Francia, più o meno convintamente sostenuta dagli altri paesi europei, è intervenuta con due obiettivi precisi: combattere i "terroristi islamici" e ristabilire l'integrità territoriale di quel paese. Il problema però è che questi due obiettivi sono in parziale contraddizione tra di loro, perché l'integrità del Mali non è minacciata direttamente dal terrorismo islamico, ossia dai gruppi che fanno riferimento diretto alla rete di al-Qaeda. L'integrità del Mali è minacciata dalle rivendicazioni - in parte legittime - dei tuareg che vivono nel nord del paese, che ritengono da molti anni di non essere sufficientemente considerati dal governo centrale, che è espressione da sempre della maggioranza dei neri africani, che vivono prevalentemente nel sud. Si tratta di un problema che risale almeno a trent'anni fa, alla fine del regime coloniale e che interessa anche altri paesi del Sahel, dove convivono con difficoltà gruppi etnici differenti. In una "considerazione" del dicembre 2009 ho parlato della situazione della Mauritania, dove c'è un conflitto etnico sicuramente più acceso, anche se a parti invertite rispetto a quello del Mali: in qual paese è la popolazione di origine nordafricana, discendente dai nomadi, a tenere in condizione di vera e propria schiavitù la popolazione nera africana.
Effettivamente nel nord del Mali, insieme ai tuareg, c'erano dei terroristi islamici collegati ad al-Qaeda, che avevano approfittato di quel conflitto per stabilire nuove basi e ovviamente per cercare nuovi sostegni: i terroristi, a ogni latitudine, cercano situazioni come queste e cercano di infiltrarsi dove ci sono tensioni e focolai di malcontento. Sono stranieri, nomadi del terrorismo, capaci di spostarsi in pochissimo tempo da un paese all'altro. La drammatica vicenda dell'attacco alla raffineria di In Amenas in Algeria ha dimostrato ancora una volta l'estraneità di questi gruppi a quella realtà: si trattava quasi esclusivamente di stranieri, in alcuni casi di convertiti. In seguito al fulmineo intervento francese i jihadisti più radicali, i terroristi veri - quelli con cui non si possono instaurare trattative - sono immediatamente fuggiti, come hanno fatto in altri paesi - Afghanistan compreso - lasciando sul campo i tuareg. In Afghanistan siamo caduti nella trappola, fuggiti i terroristi, abbiamo continuato a combattere contro i talebani, che, proprio a causa della violenza dell'attacco occidentale, sono diventati ancora più ostili e ancora più radicali: in questo modo abbiamo fatto un favore all'islamismo terrorista, che ha guadagnato nuove leve. Probabilmente non è stato soltanto l'attacco francese a spingere gli uomini di al-Qaeda a lasciare quella regione, ma anche una certa ostilità di quelle popolazioni, che, pur essendo di religione musulmana, non condividono l'estremismo puritano, ad esempio nei confronti delle donne, dei jihadisti. Questo è un ulteriore indizio per farci capire che il mondo islamico è complesso, con molti variabili e in continua evoluzione, impossibile da etichettare in una definizione unica, così come sarebbe assai riduttivo pensare che i precetti della chiesa cattolica rappresentino il sentire comune di tutti gli italiani, tutti i francesi, tutti gli spagnoli, tutti i bavaresi, solo perché sono popoli "cattolici". Ora, affinché questa evoluzione non faccia dei passi indietro e soprattutto per non dare nuovo credito alle tesi jihadiste tra la popolazione del nord del Mali - insomma per non cadere nuovamente nella trappola - bisogna avviare un negoziato serio con i tuareg, per accogliere una parte delle loro rivendicazioni. Come ho scritto nella mia precedente "considerazione" sarebbe necessario ripensare anche allo sviluppo di quei paesi, che le nostre aziende sfruttano, anche corrompendo i loro governi, come emerge dalle recenti inchieste giudiziarie sulle attività africane dell'Eni. In questo modo la politica potrà tornare a essere protagonista e anche l'uso delle armi, che in questo caso ha avuto un esito positivo, non sarà stato vano o peggio controproducente.
Oliver Roy, in un articolo nell'ultimo numero di Internazionale - di cui sono debitore per queste riflessioni - spiega che una delle conseguenze più devastanti della cosiddetta "dottrina Bush" è stata quella di considerare allo stesso modo, ossia come nemici da sconfiggere, costi quel che costi, movimenti politici diversi tra di loro. Per gli Stati Uniti di Bush erano "terroristi islamici" al-Qaeda naturalmente - e in questo caso la definizione è esatta - ma anche - e qui la questione si complica - Hamas, che è un partito nazionalista prima che islamico, movimenti locali che vogliono instaurare la sharia, come i talebani afghani, e infine anche movimenti genericamente islamisti, che pongono rivendicazioni di carattere etnico e nazionalista. Per qualche fondamentalista della destra cristiana i "nostri" nemici sono i musulmani tout court, ma questi per nostra fortuna sono una minoranza, anche se non così esigua come potremmo sperare. Considerare tutti questi movimenti come terroristi semplifica troppo e ha fatto commettere molti errori. Trattare con i terroristi è sbagliato - oltre che essere molto complicato, perché è difficile trovare l'interlocutore con cui avviare dei negoziati - mentre con tutti gli altri è sempre possibile avviare delle trattative, anzi è doveroso farlo prima di cominciare un conflitto. Il fatto di aver considerato tutti terroristi allo stesso modo ha portato ai conflitti di questi anni, dall'Afghanistan all'Iraq, con i risultati che abbiamo visto. Uno dei meriti di Obama è stato quello di accettare la complessità del mondo, che Bush e la destra conservatrice avevano irrimediabilmente appiattito nella dicotomia buoni/cattivi, come nei film con i cow-boys e gli indiani. E di conseguenza il governo degli Stati Uniti ha deciso di ritirare il proprio esercito dall'Afghanistan e dall'Iraq, per andare a uccidere - preferibilmente con i droni - i terroristi o quelli che si presume lo siano, in qualunque parte del mondo essi si trovino e qualunque sia la loro nazionalità. Naturalmente questo nuovo "metodo" apre una serie di problemi di natura giuridica e politica molto complessi, ma ha un'indubbia efficacia militare, come ha dimostrato l'uccisione di Osama bin Laden.
Purtroppo questa confusione semantica è apparsa con tutta evidenza in Mali, dove la Francia, più o meno convintamente sostenuta dagli altri paesi europei, è intervenuta con due obiettivi precisi: combattere i "terroristi islamici" e ristabilire l'integrità territoriale di quel paese. Il problema però è che questi due obiettivi sono in parziale contraddizione tra di loro, perché l'integrità del Mali non è minacciata direttamente dal terrorismo islamico, ossia dai gruppi che fanno riferimento diretto alla rete di al-Qaeda. L'integrità del Mali è minacciata dalle rivendicazioni - in parte legittime - dei tuareg che vivono nel nord del paese, che ritengono da molti anni di non essere sufficientemente considerati dal governo centrale, che è espressione da sempre della maggioranza dei neri africani, che vivono prevalentemente nel sud. Si tratta di un problema che risale almeno a trent'anni fa, alla fine del regime coloniale e che interessa anche altri paesi del Sahel, dove convivono con difficoltà gruppi etnici differenti. In una "considerazione" del dicembre 2009 ho parlato della situazione della Mauritania, dove c'è un conflitto etnico sicuramente più acceso, anche se a parti invertite rispetto a quello del Mali: in qual paese è la popolazione di origine nordafricana, discendente dai nomadi, a tenere in condizione di vera e propria schiavitù la popolazione nera africana.
Effettivamente nel nord del Mali, insieme ai tuareg, c'erano dei terroristi islamici collegati ad al-Qaeda, che avevano approfittato di quel conflitto per stabilire nuove basi e ovviamente per cercare nuovi sostegni: i terroristi, a ogni latitudine, cercano situazioni come queste e cercano di infiltrarsi dove ci sono tensioni e focolai di malcontento. Sono stranieri, nomadi del terrorismo, capaci di spostarsi in pochissimo tempo da un paese all'altro. La drammatica vicenda dell'attacco alla raffineria di In Amenas in Algeria ha dimostrato ancora una volta l'estraneità di questi gruppi a quella realtà: si trattava quasi esclusivamente di stranieri, in alcuni casi di convertiti. In seguito al fulmineo intervento francese i jihadisti più radicali, i terroristi veri - quelli con cui non si possono instaurare trattative - sono immediatamente fuggiti, come hanno fatto in altri paesi - Afghanistan compreso - lasciando sul campo i tuareg. In Afghanistan siamo caduti nella trappola, fuggiti i terroristi, abbiamo continuato a combattere contro i talebani, che, proprio a causa della violenza dell'attacco occidentale, sono diventati ancora più ostili e ancora più radicali: in questo modo abbiamo fatto un favore all'islamismo terrorista, che ha guadagnato nuove leve. Probabilmente non è stato soltanto l'attacco francese a spingere gli uomini di al-Qaeda a lasciare quella regione, ma anche una certa ostilità di quelle popolazioni, che, pur essendo di religione musulmana, non condividono l'estremismo puritano, ad esempio nei confronti delle donne, dei jihadisti. Questo è un ulteriore indizio per farci capire che il mondo islamico è complesso, con molti variabili e in continua evoluzione, impossibile da etichettare in una definizione unica, così come sarebbe assai riduttivo pensare che i precetti della chiesa cattolica rappresentino il sentire comune di tutti gli italiani, tutti i francesi, tutti gli spagnoli, tutti i bavaresi, solo perché sono popoli "cattolici". Ora, affinché questa evoluzione non faccia dei passi indietro e soprattutto per non dare nuovo credito alle tesi jihadiste tra la popolazione del nord del Mali - insomma per non cadere nuovamente nella trappola - bisogna avviare un negoziato serio con i tuareg, per accogliere una parte delle loro rivendicazioni. Come ho scritto nella mia precedente "considerazione" sarebbe necessario ripensare anche allo sviluppo di quei paesi, che le nostre aziende sfruttano, anche corrompendo i loro governi, come emerge dalle recenti inchieste giudiziarie sulle attività africane dell'Eni. In questo modo la politica potrà tornare a essere protagonista e anche l'uso delle armi, che in questo caso ha avuto un esito positivo, non sarà stato vano o peggio controproducente.
mercoledì 23 gennaio 2013
Considerazioni libere (333): a proposito di una sconfitta...
Evidentemente i "nostri" governi non sono ancora riusciti a elaborare una strategia di risoluzione delle controversie internazionali che prescinda dall'utilizzo delle forze armate. Sarebbe interessante capire se questa elaborazione - di cui si trovano gli spunti più nobili nei discorsi di Wilson all'indomani della fine della prima guerra mondiale e nell'art. 11 della nostra Carta costituzionale - sia davvero mai cominciata. Buon ultimo, anche il presidente socialista Hollande ha iniziato la "sua" guerra, in Mali, dopo aver assicurato in più occasioni che la Francia non sarebbe più stata coinvolta in conflitti regionali. Naturalmente ci sono buone e perfino nobili ragioni per giustificare questo nuovo conflitto africano, i cui esiti sono ancora incerti e di cui sono molto dubbie le prospettive: i "ribelli" che stanno cercando di prendere il potere in quello stato africano sono integralisti islamici, alleati di al-Qaeda, che cercano di estendere la loro influenza in tutto il Sahel.
Al di là di questi nobili motivi, ci sono poi le ragioni dettate dalla Realpolitik - le ragioni politicamente comprensibili, anche se non sempre possibili da esplicitare - che hanno spinto il governo francese all'intervento. Il Mali è una ex-colonia di Parigi e un totale disinteresse francese per questo conflitto avrebbe rappresentato - al di là delle reali intenzioni di quel governo - una sorta di disimpegno totale verso tutta l'Africa francofona, dove peraltro la Cina è già molto più influente dal punto di vista economico e commerciale di quanto lo sia la ex potenza colonizzatrice. Poi dal confinante Niger arriva l'uranio che fa funzionare le centrali nucleari francesi e quindi una vittoria jihadista in Mali metterebbe in serio pericolo queste forniture strategiche. Inoltre, a ogni latitudine, un conflitto contro un nemico esterno è sempre una mossa dalle inevitabili ripercussioni di politica interna: forse a Parigi qualcuno ha pensato che questa guerra fosse uno strumento adatto per risvegliare l'attaccamento del paese verso la presidenza, specialmente da parte di quel settore più conservatore del paese che ha diversi motivi per non amare un uomo come Hollande, "colpevole" di voler sancire per legge le famiglie omosessuali.
Hollande naturalmente ci ha spiegato che questa guerra è un nuovo capitolo del confronto globale tra l'occidente e l'integralismo islamico e sulla base di questo assunto anche gli altri governi europei hanno timidamente seguito l'irruente alleato. Anche il nostro governo ha promesso di fare la propria parte, senza un preventivo confronto con il parlamento; ma a questo andazzo ormai ci dovremo sempre più abituare. C'è il rischio effettivamente che il Mali diventi una nuova Somalia, in un'area ben più strategica e ricca rispetto al Corno d'Africa. Certo proprio l'esperienza somala dovrebbe insegnarci qualcosa: l'intervento statunitense, così carico di buone intenzioni - erano gli anni del democratico e "globalizzante" Clinton - ha di fatto peggiorato la situazione in quello sfortunato paese. Adesso la Somalia, nonostante l'intervento internazionale, anzi proprio a causa di quell'intervento, è un paese senza un governo e una qualsivoglia struttura amministrativa, in cui comandano i signori della guerra e in cui sono molto attivi i movimenti jihadisti, che hanno lì basi e campi di addestramento. La popolazione è stremata da anni di guerre, con tutto quel che ne consegue in termini di distruzioni e carestie; anche per le organizzazioni umanitarie la Somalia è ormai "perduta". Ovviamente non è facile parlare della situazione in Somalia, senza citare le pesantissime responsabilità dei governi occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, ma anche nostre, e quindi su questo argomento in Italia si preferisce sorvolare, dimenticare, far finta di niente: le sconfitte bruciano sempre. Comunque per avere un'idea di quello che è oggi la Somalia, basta leggere quello che è scritto nel sito Viaggiaresicuri, al netto del linguaggio burocratico e asettico dei tecnici della Farnesina.
Questo ennesimo intervento occidentale, al di là dei risultati militari che in una prima fase potrebbero anche essere dei successi - vista la sproporzione delle forze in campo - è destinato a far crescere in maniera inevitabile il movimento jihadista. Non ci vuole la sfera di cristallo: è successa la stessa cosa dopo ogni conflitto di questa natura, in Africa come in Medio oriente. I profughi di questa nuova guerra sono già stimati tra i 150 e i 200mila, anche se mancano cifre ufficiali e sono molti di più quelli che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi saranno costretti a lasciare i loro campi e le loro case; il turismo, che è una voce importante dell'economia maliana e degli altri paesi dell'area, subirà gravi danni da questa guerra, danneggiando ulteriormente, nel lungo periodo, un'economia già fragile. Tra questi nuovi poveri, tra le persone che hanno perso e perderanno ogni speranza è molto più semplice per gli esponenti dei movimenti più radicali trovare donne e uomini, spesso giovani e giovanissimi, disposti a tutto. Questi movimenti godono dell'appoggio politico e finanziario di stati potenti, come l'Arabia saudita - e anche su questo prima o poi dovremmo fare una riflessione su come scegliamo i nostri alleati - e quindi dispongono di risorse molto ingenti, che diventano di fatto l'unica forma di welfare per quelle comunità. In ogni parte del mondo il fanatismo si nutre della miseria e dell'ignoranza. Inoltre tutti questi interventi occidentali, pur con tutti i migliori obiettivi, finiscono sempre e comunque per favorire dei regimi - in Mali il governo "legittimo" sostenuto da Parigi è nato a seguito di un recentissimo colpo di stato - che si caratterizzano per una gestione autoritaria e antisociale del potere, per un elevato livello di corruzione, per l'accaparramento delle ricchezze dei loro paesi; è chiaro come tutto questo e la frustrazione di veder ancora una volta premiati i peggiori possa diventare terreno fertile per l'estremismo. Osservate una cartina del Mali - ne è pubblicata una nell'ultimo numero di Internazionale - praticamente tutto il paese - in particolare al nord, dove la guerra è scoppiata - è diviso in zone i cui diritti di esplorazione sono in mano a multinazionali occidentali, tra cui ovviamente anche la "nostra" Eni. Se ai giovani non si danno prospettive e se per loro l'Occidente è rappresentato da leader corrotti e antidemocratici e da grandi aziende che sfruttano le loro terre e che portano via le loro ricchezze, sarà difficile far crescere in loro uno spirito di collaborazione con noi.
E' una spirale che bisogna avere il coraggio di fermare, per non continuare ad alimentare un movimento integralista islamico che, al di là delle intenzioni, siano noi stessi i primi a sostenere. Anche in Mali occorre fermezza attraverso il dialogo politico. In quel paese c'è una moltitudine di gruppi che si trovano a condividere uno stesso territorio, alcuni dei quali - come i tuareg, che non sono mai stati inclini al fondamentalismo islamico - sono portatori di rivendicazioni legittime, dopo secoli in cui sono stati quasi sempre pacifici. Bisogna partire da queste rivendicazioni, cercare di rispondere ai problemi posti da questi popoli per togliere linfa alle formazioni terroristiche, che hanno tutto l'interesse a fomentare ogni tipo di revanscismo etnico. La prima vittima di questo conflitto è ancora una volta la popolazione, espropriata del diritto di decidere liberamente e autonomamente del proprio futuro, vittima a un tempo della violenza jihadista e degli attacchi - più o meno "intelligenti" - delle truppe occidentali.
Uno dei temi che manca in questa campagna elettorale - sono molti purtroppo - è la politica estera; questo nuovo conflitto sarebbe stata una buona occasione, ma mi pare che prevalga una certa tendenza a mettere la polvere sotto il tappeto. Non basta qualche velleitaria alzata di scudi e neppure il tardivo ripensamento bersaniano sull'incremento delle spese militari. Non è neppure questo in fondo il problema, è che servirebbe una diversa politica estera - o una politica estera tout court, vista la latitanza di questi anni - imperniata su alcuni principi chiari: agire in maniera preventiva per la stabilizzazione dei paesi del sud del mondo, investire sugli aiuti allo sviluppo, favorendo in particolare i progetti che riguardano le donne, sostenere i governi democratici e chi si batte per la democrazia e i diritti in quei paesi dove ci sono regimi autoritari, smettere di esportare armi, in particolare in qui paesi in cui non si rispettano i diritti umani, costruire forme di sviluppo alternativo, che non prevedano lo sfruttamento di altri paesi per garantire la crescita dei nostri. In Mali non stiamo seguendo questi principi e quindi questa guerra sarà l'ennesima sconfitta.
Al di là di questi nobili motivi, ci sono poi le ragioni dettate dalla Realpolitik - le ragioni politicamente comprensibili, anche se non sempre possibili da esplicitare - che hanno spinto il governo francese all'intervento. Il Mali è una ex-colonia di Parigi e un totale disinteresse francese per questo conflitto avrebbe rappresentato - al di là delle reali intenzioni di quel governo - una sorta di disimpegno totale verso tutta l'Africa francofona, dove peraltro la Cina è già molto più influente dal punto di vista economico e commerciale di quanto lo sia la ex potenza colonizzatrice. Poi dal confinante Niger arriva l'uranio che fa funzionare le centrali nucleari francesi e quindi una vittoria jihadista in Mali metterebbe in serio pericolo queste forniture strategiche. Inoltre, a ogni latitudine, un conflitto contro un nemico esterno è sempre una mossa dalle inevitabili ripercussioni di politica interna: forse a Parigi qualcuno ha pensato che questa guerra fosse uno strumento adatto per risvegliare l'attaccamento del paese verso la presidenza, specialmente da parte di quel settore più conservatore del paese che ha diversi motivi per non amare un uomo come Hollande, "colpevole" di voler sancire per legge le famiglie omosessuali.
Hollande naturalmente ci ha spiegato che questa guerra è un nuovo capitolo del confronto globale tra l'occidente e l'integralismo islamico e sulla base di questo assunto anche gli altri governi europei hanno timidamente seguito l'irruente alleato. Anche il nostro governo ha promesso di fare la propria parte, senza un preventivo confronto con il parlamento; ma a questo andazzo ormai ci dovremo sempre più abituare. C'è il rischio effettivamente che il Mali diventi una nuova Somalia, in un'area ben più strategica e ricca rispetto al Corno d'Africa. Certo proprio l'esperienza somala dovrebbe insegnarci qualcosa: l'intervento statunitense, così carico di buone intenzioni - erano gli anni del democratico e "globalizzante" Clinton - ha di fatto peggiorato la situazione in quello sfortunato paese. Adesso la Somalia, nonostante l'intervento internazionale, anzi proprio a causa di quell'intervento, è un paese senza un governo e una qualsivoglia struttura amministrativa, in cui comandano i signori della guerra e in cui sono molto attivi i movimenti jihadisti, che hanno lì basi e campi di addestramento. La popolazione è stremata da anni di guerre, con tutto quel che ne consegue in termini di distruzioni e carestie; anche per le organizzazioni umanitarie la Somalia è ormai "perduta". Ovviamente non è facile parlare della situazione in Somalia, senza citare le pesantissime responsabilità dei governi occidentali, soprattutto degli Stati Uniti, ma anche nostre, e quindi su questo argomento in Italia si preferisce sorvolare, dimenticare, far finta di niente: le sconfitte bruciano sempre. Comunque per avere un'idea di quello che è oggi la Somalia, basta leggere quello che è scritto nel sito Viaggiaresicuri, al netto del linguaggio burocratico e asettico dei tecnici della Farnesina.
Questo ennesimo intervento occidentale, al di là dei risultati militari che in una prima fase potrebbero anche essere dei successi - vista la sproporzione delle forze in campo - è destinato a far crescere in maniera inevitabile il movimento jihadista. Non ci vuole la sfera di cristallo: è successa la stessa cosa dopo ogni conflitto di questa natura, in Africa come in Medio oriente. I profughi di questa nuova guerra sono già stimati tra i 150 e i 200mila, anche se mancano cifre ufficiali e sono molti di più quelli che nelle prossime settimane e nei prossimi mesi saranno costretti a lasciare i loro campi e le loro case; il turismo, che è una voce importante dell'economia maliana e degli altri paesi dell'area, subirà gravi danni da questa guerra, danneggiando ulteriormente, nel lungo periodo, un'economia già fragile. Tra questi nuovi poveri, tra le persone che hanno perso e perderanno ogni speranza è molto più semplice per gli esponenti dei movimenti più radicali trovare donne e uomini, spesso giovani e giovanissimi, disposti a tutto. Questi movimenti godono dell'appoggio politico e finanziario di stati potenti, come l'Arabia saudita - e anche su questo prima o poi dovremmo fare una riflessione su come scegliamo i nostri alleati - e quindi dispongono di risorse molto ingenti, che diventano di fatto l'unica forma di welfare per quelle comunità. In ogni parte del mondo il fanatismo si nutre della miseria e dell'ignoranza. Inoltre tutti questi interventi occidentali, pur con tutti i migliori obiettivi, finiscono sempre e comunque per favorire dei regimi - in Mali il governo "legittimo" sostenuto da Parigi è nato a seguito di un recentissimo colpo di stato - che si caratterizzano per una gestione autoritaria e antisociale del potere, per un elevato livello di corruzione, per l'accaparramento delle ricchezze dei loro paesi; è chiaro come tutto questo e la frustrazione di veder ancora una volta premiati i peggiori possa diventare terreno fertile per l'estremismo. Osservate una cartina del Mali - ne è pubblicata una nell'ultimo numero di Internazionale - praticamente tutto il paese - in particolare al nord, dove la guerra è scoppiata - è diviso in zone i cui diritti di esplorazione sono in mano a multinazionali occidentali, tra cui ovviamente anche la "nostra" Eni. Se ai giovani non si danno prospettive e se per loro l'Occidente è rappresentato da leader corrotti e antidemocratici e da grandi aziende che sfruttano le loro terre e che portano via le loro ricchezze, sarà difficile far crescere in loro uno spirito di collaborazione con noi.
E' una spirale che bisogna avere il coraggio di fermare, per non continuare ad alimentare un movimento integralista islamico che, al di là delle intenzioni, siano noi stessi i primi a sostenere. Anche in Mali occorre fermezza attraverso il dialogo politico. In quel paese c'è una moltitudine di gruppi che si trovano a condividere uno stesso territorio, alcuni dei quali - come i tuareg, che non sono mai stati inclini al fondamentalismo islamico - sono portatori di rivendicazioni legittime, dopo secoli in cui sono stati quasi sempre pacifici. Bisogna partire da queste rivendicazioni, cercare di rispondere ai problemi posti da questi popoli per togliere linfa alle formazioni terroristiche, che hanno tutto l'interesse a fomentare ogni tipo di revanscismo etnico. La prima vittima di questo conflitto è ancora una volta la popolazione, espropriata del diritto di decidere liberamente e autonomamente del proprio futuro, vittima a un tempo della violenza jihadista e degli attacchi - più o meno "intelligenti" - delle truppe occidentali.
Uno dei temi che manca in questa campagna elettorale - sono molti purtroppo - è la politica estera; questo nuovo conflitto sarebbe stata una buona occasione, ma mi pare che prevalga una certa tendenza a mettere la polvere sotto il tappeto. Non basta qualche velleitaria alzata di scudi e neppure il tardivo ripensamento bersaniano sull'incremento delle spese militari. Non è neppure questo in fondo il problema, è che servirebbe una diversa politica estera - o una politica estera tout court, vista la latitanza di questi anni - imperniata su alcuni principi chiari: agire in maniera preventiva per la stabilizzazione dei paesi del sud del mondo, investire sugli aiuti allo sviluppo, favorendo in particolare i progetti che riguardano le donne, sostenere i governi democratici e chi si batte per la democrazia e i diritti in quei paesi dove ci sono regimi autoritari, smettere di esportare armi, in particolare in qui paesi in cui non si rispettano i diritti umani, costruire forme di sviluppo alternativo, che non prevedano lo sfruttamento di altri paesi per garantire la crescita dei nostri. In Mali non stiamo seguendo questi principi e quindi questa guerra sarà l'ennesima sconfitta.
mercoledì 21 novembre 2012
Considerazioni libere (321): a proposito di una possibile pace...
Francamente speravo che la cosiddetta primavera araba, con la sua spinta potenzialmente rivoluzionaria, sarebbe potuta essere un aiuto alla risoluzione del problema palestinese, almeno per due ordini di ragioni. Prima di tutto pensavo che spostare l'attenzione da quel conflitto avrebbe permesso a quelli che sono seriamente impegnati per costruire la pace di lavorare meglio, perché in genere queste trattative si conducono meglio se non sono continuamente sotto l'occhio dei riflettori; pensavo poi che fino a quando la questione palestinese fosse rimasta al centro del dibattito politico mediorientale e soprattutto fosse continuata a essere il parafulmine per ogni altro problema - quante volte abbiamo sentito ripetere "questo aspetto potrà essere risolto solo quando lo sarà anche la questione palestinese", con l'obiettivo di rimandare anche la soluzione di quella singola questione - fino ad allora insomma, sarebbe stato più difficile trovare un accordo. Mi era sembrato che le varie "primavere" si fossero messe in moto indipendentemente da quell'annosa questione, quasi a prescinderne, a differenza di quello che era avvenuto negli anni precedenti, quando ogni sollevazione di piazza del mondo arabo metteva sempre al centro la rivendicazione dello stato di Palestina, con i conseguenti attacchi ad Israele; il fatto di non vedere bruciare in piazza né le bandiere degli Stati Uniti né quelle di Israele mi era parso un segnale incoraggiante in questa direzione. Il secondo motivo di ottimismo era legato alla caratteristica peculiare di quelle rivolte, l'elemento unificante, pur in un quadro molto diversificato: la volontà dei giovani manifestanti di affrancarsi dai loro vecchi leader, che erano legati agli schemi del passato e fautori di un rigido status quo. E bisogna ammettere che i capi palestinesi negli ultimi anni sono stati dei veri campioni di questo conservatorismo: si tratta di un gruppo dirigente chiuso nei propri privilegi e sempre più lontano dai bisogni e dalle aspettative del loro popolo. La reazione, ugualmente miope, di Netanyahu e di Abu Mazen di condanna delle rivolte di piazza Tahir e la loro comune solidarietà al regime di Mubarak aveva dato maggior solidità alla mia convinzione.
Evidentemente nessuna di queste condizioni si è verificata in questo modo, visto che in questi giorni guardiamo con il fiato sospeso a quello che succede a Gaza, contro cui il governo Netanyau ha sferrato una ritorsione significativamente più dura dell'attacco che ha colpito le città israeliane, compresa Tel Aviv. Forse ci sarà una tregua, speriamo ci sia, ma sarà solo una parentesi in attesa del prossimo bombardamento. A questo punto suona anacronistico e ipocrita il consueto appello delle Nazioni Unite e dei governi occidentali - a proposito Tony Blair ha ancora un qualche incarico diplomatico? se sì, sarà meglio richiamarlo a casa, visti i risultati - affinché israeliani e palestinesi si rimettano attorno a un tavolo per discutere dell'opzione "due popoli, due stati". A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri, ma rimane la nostra foglia di fico, all'indomani di un attacco, da qualsiasi parte provenga. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio accordo del paese - ha lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del '67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l'interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula "due popoli, due stati", perché non c'è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero e malridotto da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D'altra anche i palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto "due popoli, due stati", visto che loro stessi si sono ormai organizzati in "due stati", si sono abituati a vivere come enclaves: da una parte Gaza e dall'altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato o Fatah o Hamas dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto "politicamente corretta" e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Se anche arrivassimo alla soluzione "due popoli, due stati", il giorno successivo comincerebbe una guerra, ben più drammatica di quella che funestò gli appena nati India e Pakistan, all'indomani dell'indipendenza dalla Gran Bretagna. Penso che, come succede tutte le volte che ogni altra strada sembra preclusa, occorra fare la mossa del cavallo, anche se forse questa volta bisognerebbe proprio cominciare a giocare un nuovo gioco, con nuove regole. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella "due popoli, due stati", anche se probabilmente perfino più difficile da realizzare: ebrei e palestinesi devono vivere in quell'unico paese insieme, come stanno facendo bianchi e neri in Sudafrica o cattolici e protestanti in Irlanda del nord. La soluzione per quelle donne e quelle donne a cui dovremmo tutti noi democratici cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è "un popolo, uno stato". Fare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - hanno un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l'unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, qual miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto. E poi, ogni tanto, le rivoluzioni si riescono anche a fare.
Evidentemente nessuna di queste condizioni si è verificata in questo modo, visto che in questi giorni guardiamo con il fiato sospeso a quello che succede a Gaza, contro cui il governo Netanyau ha sferrato una ritorsione significativamente più dura dell'attacco che ha colpito le città israeliane, compresa Tel Aviv. Forse ci sarà una tregua, speriamo ci sia, ma sarà solo una parentesi in attesa del prossimo bombardamento. A questo punto suona anacronistico e ipocrita il consueto appello delle Nazioni Unite e dei governi occidentali - a proposito Tony Blair ha ancora un qualche incarico diplomatico? se sì, sarà meglio richiamarlo a casa, visti i risultati - affinché israeliani e palestinesi si rimettano attorno a un tavolo per discutere dell'opzione "due popoli, due stati". A questa soluzione evidentemente non credono più né gli uni né gli altri, ma rimane la nostra foglia di fico, all'indomani di un attacco, da qualsiasi parte provenga. In questi anni i governi di Gerusalemme - con un ampio accordo del paese - ha lavorato in maniera metodica ed efficace affinché fosse impossibile anche solo pensare di tornare ai confini del '67: la politica degli insediamenti e delle colonie e la gestione delle risorse naturali, specialmente delle acque, ha segnato l'interruzione de facto del processo di pace basato sulla formula "due popoli, due stati", perché non c'è più un territorio su cui pensare di costruire il futuro stato palestinese o sarebbe così povero e malridotto da costringerlo in una posizione di sudditanza di fronte al suo ben più potente vicino. D'altra anche i palestinesi hanno ormai abbandonato il progetto "due popoli, due stati", visto che loro stessi si sono ormai organizzati in "due stati", si sono abituati a vivere come enclaves: da una parte Gaza e dall'altra i territori della Cisgiordania; se diventassero davvero un unico stato o Fatah o Hamas dovrebbe rinunciare al proprio piccolo pezzo di potere e ai loro - non troppo piccoli in questo caso - affari, dal momento che gli altri stati arabi mandano moltissime risorse economiche a queste fragilissime strutture.
Sono sempre più convinto che alla lunga questa soluzione, per quanto "politicamente corretta" e apparentemente giusta, finisca per essere irrealizzabile e comunque incapace di risolvere davvero il problema. Se anche arrivassimo alla soluzione "due popoli, due stati", il giorno successivo comincerebbe una guerra, ben più drammatica di quella che funestò gli appena nati India e Pakistan, all'indomani dell'indipendenza dalla Gran Bretagna. Penso che, come succede tutte le volte che ogni altra strada sembra preclusa, occorra fare la mossa del cavallo, anche se forse questa volta bisognerebbe proprio cominciare a giocare un nuovo gioco, con nuove regole. Io immagino una soluzione perfino più semplice di quella "due popoli, due stati", anche se probabilmente perfino più difficile da realizzare: ebrei e palestinesi devono vivere in quell'unico paese insieme, come stanno facendo bianchi e neri in Sudafrica o cattolici e protestanti in Irlanda del nord. La soluzione per quelle donne e quelle donne a cui dovremmo tutti noi democratici cominciare a pensare - e lottare affinché si realizzi - è "un popolo, uno stato". Fare una grande campagna per raggiungere finalmente questo obiettivo. Coloro che sostengono Israele - sia quelli che lo fanno acriticamente sia quelli che lo fanno ponendosi dei dubbi - hanno un argomento difficilmente oppugnabile: quel paese va difeso perché è l'unica democrazia della regione. Proprio perché questo è vero, qual miglior occasione di questa per espandere la democrazia? Pensate cosa succederebbe se ci fosse questo unico stato democratico, piccolo, ma dalla storia così significativa, in quella regione? Credo proprio che dovremmo cominciare a una pensare a una soluzione rivoluzionaria, perché le mezze misure rischiano di portarci a un punto morto. E poi, ogni tanto, le rivoluzioni si riescono anche a fare.
domenica 14 ottobre 2012
Considerazioni libere (312): a proposito di una storia complicata...
Chi legge con una qualche regolarità questo blog sa che spesso provo a capire quello che succede ai nostri giorni attraverso quello che è successo negli anni passati e chi mi segue su Twitter e su Facebook sa anche che ho una discreta attenzione, a volte un po' maniacale, per gli anniversari, specialmente quelli che altrimenti sfuggirebbero alle celebrazioni correnti. E comunque sulla scelta degli anniversari da ricordare rivendico la mia faziosità politica e le mie passioni letterarie e artistiche. Questa settimana ho volutamente evitato di menzionare un anniversario di cui si è molto parlato, spesso in maniera piuttosto banale a dire la verità: l'11 ottobre 1962 - cinquant'anni fa - si apriva il Concilio Vaticano II. Giornali e televisioni si sono ampiamente diffusi a parlare del celeberrimo "discorso alla luna" di Giovanni XXIII, trascurando il ben più significativo discorso di apertura del concilio in cui il papa tracciava il senso di quell'appuntamento destinato a cambiare la chiesa: naturalmente per i pigri giornalisti italiani era molto più semplice ripetere le frasi fatte attorno alla "carezza del papa". Comunque di questo non voglio occuparmi - meglio dovrei dire non posso - perché da persona che guarda dal di fuori, partendo da una posizione di radicale agnosticismo, mi è impossibile prendere posizioni su temi che non conosco, come ad esempio quanto ancora ci sia da sviluppare di quello che è stato scritto nei documenti conciliari: lascio ad altri il tema, ansioso di capire meglio.
Mi interessa invece un altro aspetto. Tra le altre cose dette in questi giorni, si è ripetuto spesso che si apriva allora un periodo di speranza di pace, di cui erano protagonisti, insieme al papa della Pacem in terris, il presidente degli Stati Uniti Kennedy e il segretario del Pcus Krusciov. Effettivamente questa tesi non è solo frutto della pigrizia dei giornalisti, ma è un tema ricorrente nelle storiografia e condiviso nella memoria storica diffusa: però è anche un mito che ci siamo costruiti in questi cinquant'anni. Certo Kennedy e Krusciov ebbero la capacità e la forza di fermare la guerra che stava per scoppiare a causa della crisi dei missili di Cuba - a proposito proprio il 14 ottobre 1962 un U2 statunitense riuscì ad avere la prova fotografica della costruzione di una postazione per gli SS-4 sovietici nell'isola caraibica - ma, per onestà di resoconto, bisogna dire che furono proprio quei due leader a spingere i loro paesi a un passo dalla guerra nucleare. Perché la storia è sempre molto più complessa di come siamo tentati a volte di semplificarla. Il merito storico di Krusciov di aver condotto l'Unione Sovietica fuori dagli anni della dittatura di Stalin non può cancellare il fatto che fu lo stesso Krusciov a volere la costruzione del Muro di Berlino e che, appunto, portò il suo paese e il mondo a un passo dalla guerra, a causa della decisione di installare batterie di missili a Cuba. Allo stesso modo, il mito di Kennedy e la tragedia della sua morte non possono farci dimenticare la sua durezza in questa vicenda e il fatto che fu quell'amato presidente a far cominciare la guerra in Vietnam. Sarebbe stato necessario "Tricky Dick" Nixon a chiudere quel conflitto. Forse ci sarebbe piaciuto di più che Nixon l'avesse cominciata e Kennedy finita, ma non è così.
Faccio questa "considerazione" perché troppo spesso siamo abituati a dare giudizi netti - io lo faccio spesso anche qui - e facciamo fatica a inquadrare le vicende in un quadro più complesso. A sentire le voci che arrivano da L'Avana e da Miami - e comunque tenendo conto delle leggi di natura - tra non molto tempo ci divideremo sul giudizio da dare al defunto Fidel Castro. Per alcuni sarà soltanto il dittatore che ha costretto Cuba a un duro regime comunista, per altri il campione della lotta contro le dittature fasciste dell'America latina. Mentre è stato l'uno e l'altro. Qualcosa di simile sta avvenendo sul giudizio in merito alla decisione di assegnare il Nobel per la pace all'Unione europea. Io da subito mi sono iscritto tra coloro che ha guardato con scetticismo a questa decisione, che francamente mi è parsa poco opportuna proprio quando abbiamo ricordato - in pochi purtroppo - che vent'anni fa è cominciato nel cuore dell'Europa, e anche per responsabilità dirette e indirette della Comunità europea, il più lungo assedio nella storia bellica moderna, quello di Sarajevo, che sarebbe finito quasi quattro anni dopo. Certo gli anniversari possono essere tirati dalla parte che si vuole, perché c'è quasi sempre un anniversario adatto e quest'anno è il cinquantesimo anniversario del discorso che De Gaulle rivolse in tedesco ai giovani tedeschi a Ludwigsburg. Il conflitto tra Francia e Germania è stato il motivo dominante della storia europea dalla metà dell'Ottocento fino al 1945 e certamente il fatto che da allora questi due paesi non si combattano più e anzi abbiano instaurato un sistema di cooperazione istituzionale è un segnale importante, tale da meritare il Nobel. Naturalmente sarebbe anche necessario dire che il conflitto tra quei due paesi è cessato, perché dopo il 1945 il mondo è radicalmente cambiato e l'Europa è diventata impotente di fronte al crescere delle due nuove superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. In fondo sono stati questi due paesi a garantire i sessant'anni di pace che celebra oggi il Nobel. E forse ci sarebbero anche altre ragioni per giustificare questo premio: la fine del lungo conflitto tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del nord e la fine del terrorismo separatista in Spagna. E anche la capacità con cui la cosiddetta Europa occidentale, spinta soprattutto dalla Germania che aveva un interesse diretto, ha saputo rispondere alla fine dei regimi comunisti nella cosiddetta Europa orientale; anche se l'allora Comunità Europea non ha svolto nessun ruolo positivo nel contribuire alla caduta di quei regimi, ha semplicemente reagito, e anche con qualche ritardo, a fenomeni storici che avvenivano oltrecortina.
C'è spesso un disegno politico, più o meno esplicito, che sta dietro le assegnazioni dei Nobel per la pace, a volte tali disegni si possono condividere, altri no. Io ho condiviso - e molto - le scelte degli ultimi due anni: Liu Xiaobo nel 2010, Ellen Johnson Sirleaf, Tawakkul Karman e Leymah Gbowee nel 2011. Mi pare che l'idea che sta dietro la decisione di quest'anno sia quella di "giustificare" il ruolo che l'Europa sta giocando nella sovranità di alcuni paesi, la Grecia soprattutto, e poi gli altri dell'area mediterranea, tra cui naturalmente l'Italia. Temo però ci sia una confusione: il commissariamento diretto della Grecia e indiretto dell'Italia non ha come protagonista l'Unione Europea, ma la Bce e, se mi permettete, c'è una bella differenza. Per questo, per quel poco che vale la mia opinione, io non sono soddisfatto di questo premio, perché serve a mascherare, con una retorica dai toni suadenti e per molti aspetti condivisibili, una storia che porterà alla fine del sogno europeista che è stato alla base della nascita delle istituzioni europee che sono diventate sempre più in questi ultimi anni gusci vuoti. Può sembrare un paradosso, ma proprio chi crede nell'Europa oggi temo senta sempre più come propria avversaria questa Europa, che altro non è che il mascheramento di una tecnocrazia con un preciso disegno antidemocratico e iperliberista, ma di questo ho già parlato.
Ultima notazione: suona stridente - almeno per me lo è - che questa celebrazione dell'Europa avvenga proprio nel momento in cui in Grecia, un paese che per molte ragioni è lo specchio della storia migliore e peggiore di questo continente, rinasca e si stia facendo sempre più forte, più baldanzoso, più sfrontato, un movimento di tipo fascista, un fenomeno assolutamente di origine e di cultura europea, per stroncare il quale alcuni europei lungimiranti avevano immaginato sessant'anni fa gli Stati Uniti d'Europa.
Mi interessa invece un altro aspetto. Tra le altre cose dette in questi giorni, si è ripetuto spesso che si apriva allora un periodo di speranza di pace, di cui erano protagonisti, insieme al papa della Pacem in terris, il presidente degli Stati Uniti Kennedy e il segretario del Pcus Krusciov. Effettivamente questa tesi non è solo frutto della pigrizia dei giornalisti, ma è un tema ricorrente nelle storiografia e condiviso nella memoria storica diffusa: però è anche un mito che ci siamo costruiti in questi cinquant'anni. Certo Kennedy e Krusciov ebbero la capacità e la forza di fermare la guerra che stava per scoppiare a causa della crisi dei missili di Cuba - a proposito proprio il 14 ottobre 1962 un U2 statunitense riuscì ad avere la prova fotografica della costruzione di una postazione per gli SS-4 sovietici nell'isola caraibica - ma, per onestà di resoconto, bisogna dire che furono proprio quei due leader a spingere i loro paesi a un passo dalla guerra nucleare. Perché la storia è sempre molto più complessa di come siamo tentati a volte di semplificarla. Il merito storico di Krusciov di aver condotto l'Unione Sovietica fuori dagli anni della dittatura di Stalin non può cancellare il fatto che fu lo stesso Krusciov a volere la costruzione del Muro di Berlino e che, appunto, portò il suo paese e il mondo a un passo dalla guerra, a causa della decisione di installare batterie di missili a Cuba. Allo stesso modo, il mito di Kennedy e la tragedia della sua morte non possono farci dimenticare la sua durezza in questa vicenda e il fatto che fu quell'amato presidente a far cominciare la guerra in Vietnam. Sarebbe stato necessario "Tricky Dick" Nixon a chiudere quel conflitto. Forse ci sarebbe piaciuto di più che Nixon l'avesse cominciata e Kennedy finita, ma non è così.
Faccio questa "considerazione" perché troppo spesso siamo abituati a dare giudizi netti - io lo faccio spesso anche qui - e facciamo fatica a inquadrare le vicende in un quadro più complesso. A sentire le voci che arrivano da L'Avana e da Miami - e comunque tenendo conto delle leggi di natura - tra non molto tempo ci divideremo sul giudizio da dare al defunto Fidel Castro. Per alcuni sarà soltanto il dittatore che ha costretto Cuba a un duro regime comunista, per altri il campione della lotta contro le dittature fasciste dell'America latina. Mentre è stato l'uno e l'altro. Qualcosa di simile sta avvenendo sul giudizio in merito alla decisione di assegnare il Nobel per la pace all'Unione europea. Io da subito mi sono iscritto tra coloro che ha guardato con scetticismo a questa decisione, che francamente mi è parsa poco opportuna proprio quando abbiamo ricordato - in pochi purtroppo - che vent'anni fa è cominciato nel cuore dell'Europa, e anche per responsabilità dirette e indirette della Comunità europea, il più lungo assedio nella storia bellica moderna, quello di Sarajevo, che sarebbe finito quasi quattro anni dopo. Certo gli anniversari possono essere tirati dalla parte che si vuole, perché c'è quasi sempre un anniversario adatto e quest'anno è il cinquantesimo anniversario del discorso che De Gaulle rivolse in tedesco ai giovani tedeschi a Ludwigsburg. Il conflitto tra Francia e Germania è stato il motivo dominante della storia europea dalla metà dell'Ottocento fino al 1945 e certamente il fatto che da allora questi due paesi non si combattano più e anzi abbiano instaurato un sistema di cooperazione istituzionale è un segnale importante, tale da meritare il Nobel. Naturalmente sarebbe anche necessario dire che il conflitto tra quei due paesi è cessato, perché dopo il 1945 il mondo è radicalmente cambiato e l'Europa è diventata impotente di fronte al crescere delle due nuove superpotenze, Stati Uniti e Unione Sovietica. In fondo sono stati questi due paesi a garantire i sessant'anni di pace che celebra oggi il Nobel. E forse ci sarebbero anche altre ragioni per giustificare questo premio: la fine del lungo conflitto tra cattolici e protestanti nell'Irlanda del nord e la fine del terrorismo separatista in Spagna. E anche la capacità con cui la cosiddetta Europa occidentale, spinta soprattutto dalla Germania che aveva un interesse diretto, ha saputo rispondere alla fine dei regimi comunisti nella cosiddetta Europa orientale; anche se l'allora Comunità Europea non ha svolto nessun ruolo positivo nel contribuire alla caduta di quei regimi, ha semplicemente reagito, e anche con qualche ritardo, a fenomeni storici che avvenivano oltrecortina.
C'è spesso un disegno politico, più o meno esplicito, che sta dietro le assegnazioni dei Nobel per la pace, a volte tali disegni si possono condividere, altri no. Io ho condiviso - e molto - le scelte degli ultimi due anni: Liu Xiaobo nel 2010, Ellen Johnson Sirleaf, Tawakkul Karman e Leymah Gbowee nel 2011. Mi pare che l'idea che sta dietro la decisione di quest'anno sia quella di "giustificare" il ruolo che l'Europa sta giocando nella sovranità di alcuni paesi, la Grecia soprattutto, e poi gli altri dell'area mediterranea, tra cui naturalmente l'Italia. Temo però ci sia una confusione: il commissariamento diretto della Grecia e indiretto dell'Italia non ha come protagonista l'Unione Europea, ma la Bce e, se mi permettete, c'è una bella differenza. Per questo, per quel poco che vale la mia opinione, io non sono soddisfatto di questo premio, perché serve a mascherare, con una retorica dai toni suadenti e per molti aspetti condivisibili, una storia che porterà alla fine del sogno europeista che è stato alla base della nascita delle istituzioni europee che sono diventate sempre più in questi ultimi anni gusci vuoti. Può sembrare un paradosso, ma proprio chi crede nell'Europa oggi temo senta sempre più come propria avversaria questa Europa, che altro non è che il mascheramento di una tecnocrazia con un preciso disegno antidemocratico e iperliberista, ma di questo ho già parlato.
Ultima notazione: suona stridente - almeno per me lo è - che questa celebrazione dell'Europa avvenga proprio nel momento in cui in Grecia, un paese che per molte ragioni è lo specchio della storia migliore e peggiore di questo continente, rinasca e si stia facendo sempre più forte, più baldanzoso, più sfrontato, un movimento di tipo fascista, un fenomeno assolutamente di origine e di cultura europea, per stroncare il quale alcuni europei lungimiranti avevano immaginato sessant'anni fa gli Stati Uniti d'Europa.
sabato 15 settembre 2012
Considerazioni libere (307): a proposito di una guerra che potrebbe scoppiare...
Nel 1914, almeno secondo il mio libro di testo delle scuole medie, l'omicidio dell'arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo fu la miccia che fece scoppiare la prima guerra mondiale. Non fu così: francamente alla corte di Vienna non importava molto di quel principe che si era fissato di sposare la donna che aveva scelto lui e non quella che era stata scelta per lui e che quindi non poteva garantire la discendenza della dinastia asburgica. Vi consiglio di leggere Gli ultimi giorni dell'umanità di Karl Kraus, un'opera teatrale praticamente non rappresentabile - tentò l'impresa molti anni fa Ronconi a Torino - per la sua epica lunghezza: viene descritto come la società austriaca fosse ormai pronta per la guerra e che l'episodio di Sarajevo fu il pretesto da tempo atteso. L'opera di Kraus è interessante perché ci fa vedere, con la vivacità della testimonianza diretta, che la guerra era un avvenimento atteso, auspicato, quasi agognato, non solo - e comprensibilmente - dalle élite politiche, militari ed economiche del paese, ossia da coloro che avevano solo da guadagnarci, ma da larghissimi strati della popolazione, ossia quelli che la guerra l'avrebbero fatta davvero e che invece avevano tutto da perderci. E lo stesso avvenne in tutti gli altri paesi europei; come hanno sottolineato gli storici più attenti di quel periodo - a partire da Benedetto Croce - la guerra finì per essere inevitabile perché l'idea della guerra si era ormai diffusa, quasi in maniera endemica, tra i popoli europei. In Italia ad esempio l'adesione all'idea intervista fu animata da un fermento culturale e artistico che ha lasciato un'eredità importante e da un forte idealismo: la bandiera del ritorno all'Italia di Trento e Trieste non fu soltanto un felice espediente retorico, di stampo patriottardo, sfruttato dalle classe dirigenti, ma fu un sentimento diffuso e sinceramente sentito da tanti italiani.
Scusate se l'ho presa un po' alla lontana, ma ciclicamente negli ultimi anni, almeno a partire dal 2001, un clima favorevole alla guerra, simile a quello vissuto dall'Europa all'inizio del secolo scorso, si è affermato anche nel nostro mondo. Dopo l'attentato alle Torri gemelle fu facile per le classi dirigenti degli Stati Uniti portare quel paese - in cui storicamente tende a prevalere, nel profondo, uno spirito isolazionista - verso la catastrofe dell'Afghanistan prima e dell'Iraq dopo. Sinceramente temo che qualcosa di simile stia succedendo anche adesso. Quello che è successo in questi ultimi giorni tra l'Egitto e la Libia, che è successo in questo venerdì in praticamente tutti i paesi dell'Africa settentrionale e del Medio oriente e quello che succederà - temo - nei prossimi giorni non è il frutto di una ribellione spontanea, ma il risultato di una pianificazione molto astuta. I giorni non sono scelti a caso: è l'anniversario dell'11 settembre, c'è la visita di Benedetto XVI in Libano, tra pochi giorni sarà il trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila, tra poche settimane si voterà per il presidente degli Stati Uniti e la storia di Carter è ben nota, non solo ai media occidentali: evidentemente ce n'è abbastanza per dar fuoco alle polveri. Non so se chi ha pianificato tutto questo ha pensato anche di uccidere l'ambasciatore Stevens, forse no, perché non credo sia facile immaginare che un diplomatico così importante sia praticamente indifeso il giorno dopo l'11 settembre: temo sia stato, dal loro punto di vista, un incredibile colpo di fortuna.
Le anime peggiori dell'integralismo sono in movimento, alcune probabilmente - di parte islamista - sapevano che qualcosa sarebbe successo ed erano pronte, molte altre - occidentali e islamiche - erano semplicemente in sonno e l'attentato di Bengasi è stata la scintilla che le ha messe in moto. Era prevedibile la reazione di Romney, che spera di incassare i dividendi dell'operazione pianificata dall'altra parte del mondo - come successe a Reagan nell'autunno del '74 - così come era prevedibile la reazione della destra conservatrice di tutto il mondo, che ha fatto della paura dei musulmani uno dei propri punti di forza e uno dei più efficaci spunti ideologici. Per l'Italia basta dare un 'occhiata ai giornali "lepenisti" o ai titoli degli editoriali di Magdi Allam. Francamente non mi aspettavo nulla di meno da tutti costoro.
Poi ci sono persone insospettabili schierate a favore della guerra: nella mia bacheca di Facebook mi è capitato di leggere il commento di una persona - che si definisce atea e socialista - in cui sostiene la superiorità della nostra Civiltà (naturalmente la maiuscola è sua), rispetto alla loro; quando ho provato a spiegargli che quell'idea, oltre a essere sbagliata, è pericolosa, è arrivato a citare come prove della sua teoria Aristofane e Plauto, capaci di ironizzare e di prendersi gioco di qualunque cosa, mentre nell'islam non ci sarebbe questa capacità ironica e umoristica. Al di là di queste idiozie, che pure vengono da una persona con cui condividevo molte idee - e che quindi mi preoccupano perché sono il segno che l'idea della distinzione tra "noi" e "loro" ha fatto grandi passi in avanti - la cosa che mi ha lasciato più perplesso e che mi ha fatto molto temere è la timidezza con cui noi abbiamo difeso le ragioni del dialogo. Prendo sempre come riferimento il gruppo dei miei "amici" su Facebook, che naturalmente - a parte alcuni casi sporadici - è fatto per lo più da persone che la pensano in maniera simile a me. L'11 settembre in tanti - e anch'io l'ho fatto - hanno ricordato il colpo di stato in Cile e l'uccisione di Salvador Allende, alcuni hanno perfino ricordato solo quello e non l'"altro" 11 settembre; in questi giorni questo pubblico, che pure non ha problemi a schierarsi su fatti accaduti quasi quarant'anni fa, è stato in gran parte zitto sui fatti successi a Bengasi e su quello che sta succedendo in Medio oriente. Non pretendo che la mia bacheca sia lo specchio sociologico di una parte del popolo della sinistra, ma questo fatto mi è sembrato comunque significativo. La stessa timidezza ho colto in molti esponenti politici e in tanti intellettuali, i cui discorsi di questi giorni sono generici e di maniera. Per non parlare del dibattito a sinistra tutto imperniato sul fondamentale tema delle primarie.
Al di là degli estremisti schierati lancia in resta, mi fa paura questa timidezza e mi fa paura il prevalere della realpolitik, che ho sentito emergere in troppi commenti. Qualcuno dice che in fondo quando c'erano Mubarak, Ben Alì, perfino Gheddafi, nessun ambasciatore occidentale è mai stato ucciso e il primo corollario di questa tesi è che, a questo punto, è meglio evitare inutili rischi in Siria e tenersi l'"usato sicuro" Assad. Io su questo punto non riesco proprio a convincermi, in Egitto, in Tunisia, in Libia, in Yemen prima della "primavera araba" c'erano delle dittature e io continuo a pensare, parafrasando un generale statunitense, che "l'unico dittatore buono è il dittatore morto" o almeno imprigionato, per non turbare troppo i maniaci del politically correct. Personalmente ho sempre considerato una pericolosa illusione l'idea che la fine di quei regimi avrebbe significato il sorgere di società democratiche perfettamente funzionanti: non è avvenuto neppure in Europa, quando sono nate le democrazie parlamentari. Alla guerra si può arrivare per il prevalere dell'estremismo fanatico - da noi e da loro, non ci sono troppe differenze - ma anche per un eccessivo realismo. Io temo che qualcuno pensi che dalla crisi si potrebbe uscire definitivamente soltanto con una guerra; è già successo, negli Stati Uniti, al di là dell'indubbio valore politico e sociale che ebbe il new deal per ricostruire un paese logorato dalla crisi del '29, fu la seconda guerra mondiale a far uscire quel paese dal periodo più tragico della loro storia. Adesso non sarebbe così, ma temo che qualcuno pensi che l'esperimento potrebbe essere tentato.
Tanto più la situazione è difficile quanto più abbiamo bisogno di parlare ai timidi e ai realisti - con i fanatici è inutile parlare, non sono abituati ad ascoltare. Non diamo per persa la carica rivoluzionaria che c'è stata e c'è ancora in quel fenomeno complesso che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Io pensavo allora - e lo penso tanto più ora - che noi non abbiamo capito del tutto cosa c'era dietro quel movimento: non c'era un "terzo stato", una classe media che non si accontenta più delle proprie ricchezze e aspira ad assumere un ruolo nella vita politica del proprio paese; la "primavera araba" non è la rivoluzione francese. La "primavera araba" è la rivolta di una plebe, di un sottoproletariato - trovate voi il termine che più si addice alle vostre categorie politiche - di persone povere che non ce la fanno più e che trovano insopportabili le differenze di ricchezza tra loro e i pochissimi ricchi dei loro paesi e i tanti "ricchi" - a loro appariamo così anche noi che non ci riteniamo tali - che vedono nell'occidente. Le folle arabe che hanno riempito le piazze delle loro città chiedevano prima di tutto pane e poi anche democrazia, anche perché avevano visto che le dittature avevano peggiorato le loro condizioni economiche, in balia di una classe sempre più ristretta di privilegiati. Noi siamo intervenuti per assicurare loro la democrazia - e abbiamo fatto bene, lo ripeto - ma non abbiamo fatto nulla per assicurare a quelle masse di giovani la possibilità di un futuro diverso.
Scusate se l'ho presa un po' alla lontana, ma ciclicamente negli ultimi anni, almeno a partire dal 2001, un clima favorevole alla guerra, simile a quello vissuto dall'Europa all'inizio del secolo scorso, si è affermato anche nel nostro mondo. Dopo l'attentato alle Torri gemelle fu facile per le classi dirigenti degli Stati Uniti portare quel paese - in cui storicamente tende a prevalere, nel profondo, uno spirito isolazionista - verso la catastrofe dell'Afghanistan prima e dell'Iraq dopo. Sinceramente temo che qualcosa di simile stia succedendo anche adesso. Quello che è successo in questi ultimi giorni tra l'Egitto e la Libia, che è successo in questo venerdì in praticamente tutti i paesi dell'Africa settentrionale e del Medio oriente e quello che succederà - temo - nei prossimi giorni non è il frutto di una ribellione spontanea, ma il risultato di una pianificazione molto astuta. I giorni non sono scelti a caso: è l'anniversario dell'11 settembre, c'è la visita di Benedetto XVI in Libano, tra pochi giorni sarà il trentesimo anniversario del massacro di Sabra e Chatila, tra poche settimane si voterà per il presidente degli Stati Uniti e la storia di Carter è ben nota, non solo ai media occidentali: evidentemente ce n'è abbastanza per dar fuoco alle polveri. Non so se chi ha pianificato tutto questo ha pensato anche di uccidere l'ambasciatore Stevens, forse no, perché non credo sia facile immaginare che un diplomatico così importante sia praticamente indifeso il giorno dopo l'11 settembre: temo sia stato, dal loro punto di vista, un incredibile colpo di fortuna.
Le anime peggiori dell'integralismo sono in movimento, alcune probabilmente - di parte islamista - sapevano che qualcosa sarebbe successo ed erano pronte, molte altre - occidentali e islamiche - erano semplicemente in sonno e l'attentato di Bengasi è stata la scintilla che le ha messe in moto. Era prevedibile la reazione di Romney, che spera di incassare i dividendi dell'operazione pianificata dall'altra parte del mondo - come successe a Reagan nell'autunno del '74 - così come era prevedibile la reazione della destra conservatrice di tutto il mondo, che ha fatto della paura dei musulmani uno dei propri punti di forza e uno dei più efficaci spunti ideologici. Per l'Italia basta dare un 'occhiata ai giornali "lepenisti" o ai titoli degli editoriali di Magdi Allam. Francamente non mi aspettavo nulla di meno da tutti costoro.
Poi ci sono persone insospettabili schierate a favore della guerra: nella mia bacheca di Facebook mi è capitato di leggere il commento di una persona - che si definisce atea e socialista - in cui sostiene la superiorità della nostra Civiltà (naturalmente la maiuscola è sua), rispetto alla loro; quando ho provato a spiegargli che quell'idea, oltre a essere sbagliata, è pericolosa, è arrivato a citare come prove della sua teoria Aristofane e Plauto, capaci di ironizzare e di prendersi gioco di qualunque cosa, mentre nell'islam non ci sarebbe questa capacità ironica e umoristica. Al di là di queste idiozie, che pure vengono da una persona con cui condividevo molte idee - e che quindi mi preoccupano perché sono il segno che l'idea della distinzione tra "noi" e "loro" ha fatto grandi passi in avanti - la cosa che mi ha lasciato più perplesso e che mi ha fatto molto temere è la timidezza con cui noi abbiamo difeso le ragioni del dialogo. Prendo sempre come riferimento il gruppo dei miei "amici" su Facebook, che naturalmente - a parte alcuni casi sporadici - è fatto per lo più da persone che la pensano in maniera simile a me. L'11 settembre in tanti - e anch'io l'ho fatto - hanno ricordato il colpo di stato in Cile e l'uccisione di Salvador Allende, alcuni hanno perfino ricordato solo quello e non l'"altro" 11 settembre; in questi giorni questo pubblico, che pure non ha problemi a schierarsi su fatti accaduti quasi quarant'anni fa, è stato in gran parte zitto sui fatti successi a Bengasi e su quello che sta succedendo in Medio oriente. Non pretendo che la mia bacheca sia lo specchio sociologico di una parte del popolo della sinistra, ma questo fatto mi è sembrato comunque significativo. La stessa timidezza ho colto in molti esponenti politici e in tanti intellettuali, i cui discorsi di questi giorni sono generici e di maniera. Per non parlare del dibattito a sinistra tutto imperniato sul fondamentale tema delle primarie.
Al di là degli estremisti schierati lancia in resta, mi fa paura questa timidezza e mi fa paura il prevalere della realpolitik, che ho sentito emergere in troppi commenti. Qualcuno dice che in fondo quando c'erano Mubarak, Ben Alì, perfino Gheddafi, nessun ambasciatore occidentale è mai stato ucciso e il primo corollario di questa tesi è che, a questo punto, è meglio evitare inutili rischi in Siria e tenersi l'"usato sicuro" Assad. Io su questo punto non riesco proprio a convincermi, in Egitto, in Tunisia, in Libia, in Yemen prima della "primavera araba" c'erano delle dittature e io continuo a pensare, parafrasando un generale statunitense, che "l'unico dittatore buono è il dittatore morto" o almeno imprigionato, per non turbare troppo i maniaci del politically correct. Personalmente ho sempre considerato una pericolosa illusione l'idea che la fine di quei regimi avrebbe significato il sorgere di società democratiche perfettamente funzionanti: non è avvenuto neppure in Europa, quando sono nate le democrazie parlamentari. Alla guerra si può arrivare per il prevalere dell'estremismo fanatico - da noi e da loro, non ci sono troppe differenze - ma anche per un eccessivo realismo. Io temo che qualcuno pensi che dalla crisi si potrebbe uscire definitivamente soltanto con una guerra; è già successo, negli Stati Uniti, al di là dell'indubbio valore politico e sociale che ebbe il new deal per ricostruire un paese logorato dalla crisi del '29, fu la seconda guerra mondiale a far uscire quel paese dal periodo più tragico della loro storia. Adesso non sarebbe così, ma temo che qualcuno pensi che l'esperimento potrebbe essere tentato.
Tanto più la situazione è difficile quanto più abbiamo bisogno di parlare ai timidi e ai realisti - con i fanatici è inutile parlare, non sono abituati ad ascoltare. Non diamo per persa la carica rivoluzionaria che c'è stata e c'è ancora in quel fenomeno complesso che ci siamo abituati a chiamare "primavera araba". Io pensavo allora - e lo penso tanto più ora - che noi non abbiamo capito del tutto cosa c'era dietro quel movimento: non c'era un "terzo stato", una classe media che non si accontenta più delle proprie ricchezze e aspira ad assumere un ruolo nella vita politica del proprio paese; la "primavera araba" non è la rivoluzione francese. La "primavera araba" è la rivolta di una plebe, di un sottoproletariato - trovate voi il termine che più si addice alle vostre categorie politiche - di persone povere che non ce la fanno più e che trovano insopportabili le differenze di ricchezza tra loro e i pochissimi ricchi dei loro paesi e i tanti "ricchi" - a loro appariamo così anche noi che non ci riteniamo tali - che vedono nell'occidente. Le folle arabe che hanno riempito le piazze delle loro città chiedevano prima di tutto pane e poi anche democrazia, anche perché avevano visto che le dittature avevano peggiorato le loro condizioni economiche, in balia di una classe sempre più ristretta di privilegiati. Noi siamo intervenuti per assicurare loro la democrazia - e abbiamo fatto bene, lo ripeto - ma non abbiamo fatto nulla per assicurare a quelle masse di giovani la possibilità di un futuro diverso.
lunedì 9 luglio 2012
"Manifesto per il disarmo nucleare" di Bertrand Russell ed Albert Einstein
Londra, 9 luglio 1955
In considerazione del fatto che in ogni futura guerra mondiale verrebbero certamente impiegate armi nucleari e che tali armi mettono in pericolo la continuazione stessa dell'esistenza dell'umanità, noi rivolgiamo un pressante appello ai governi di tutto il mondo affinché si rendano conto e riconoscano pubblicamente che i loro obiettivi non possono essere perseguiti mediante una guerra mondiale e li invitiamo, di conseguenza, a cercare mezzi pacifici per la soluzione di tutte le questioni controverse fra loro. Nella tragica situazione cui l'umanità si trova di fronte noi riteniamo che gli scienziati debbano riunirsi in conferenza per accertare i pericoli determinati dallo sviluppo delle armi di distruzione di massa e per discutere con una risoluzione nello spirito del progetto annesso. Parliamo in questa occasione non come membri di questa o quella Nazione, Continente o Fede, ma come esseri umani, membri della razza umana, la continuazione dell'esistenza della quale è ora in pericolo. Il mondo è pieno di conflitti e, al di sopra di tutti i conflitti minori, c'è la lotta titanica tra il comunismo e l'anticomunismo. Quasi ognuno che abbia una coscienza politica ha preso fermamente posizione in una o più di tali questioni, ma noi vi chiediamo, se potete, di mettere in disparte tali sentimenti e di considerarvi solo come membri di una specie biologica che ha avuto una storia importante e della quale nessuno di noi li può desiderare la scomparsa. Cercheremo di non dire nemmeno una parola che possa fare appello a un gruppo piuttosto che a un altro. Tutti ugualmente sono in pericolo e se questo pericolo è compreso vi è la speranza che possa essere collettivamente scongiurato. Dobbiamo imparare a pensare in una nuova maniera: dobbiamo imparare a chiederci non quali passi possono essere compiuti per dare la vittoria militare al gruppo che preferiamo, perché non vi sono più tali passi; la domanda che dobbiamo rivolgerci è: "quali passi possono essere compiuti per impedire una competizione militare in cui l'esito sarebbe disastroso per tutte le parti?". L'opinione pubblica e anche molte persone in posizione autorevole non si sono rese conto di quali sarebbero le conseguenze di una guerra con armi nucleari. L'opinione pubblica ancora pensa in termini di distruzione di città. Si sa che le nuove bombe sono più potenti delle vecchie e che mentre una bomba atomica ha potuto distruggere Hiroshima, una bomba all'idrogeno potrebbe distruggere le città più grandi come Londra, New York e Mosca. È fuori di dubbio che in una guerra con bombe all'idrogeno le grandi città sarebbero distrutte; ma questo è solo uno dei minori disastri cui si andrebbe incontro. Anche se tutta la popolazione di Londra, New York e Mosca venisse sterminata, il mondo potrebbe nel giro di alcuni secoli riprendersi dal colpo; ma noi ora sappiamo, specialmente dopo l'esperimento di Bikini, che le bombe nucleari possono gradatamente diffondere la distruzione su un'area molto più ampia di quanto non si supponesse. È stato dichiarato da fonte molto autorevole che ora è possibile costruire una bomba 2.500 volte più potente di quella che distrusse Hiroshima. Una bomba all'idrogeno che esploda vicino al suolo o sott'acqua invia particelle radioattive negli strati superiori dell'aria. Queste particelle si abbassano gradatamente e raggiungono la superficie della terra sotto forma di una polvere o pioggia mortale. Nessuno sa quale grandezza di diffusione possano raggiungere queste letali particelle radioattive, ma le maggiori autorità sono unanimi nel ritenere che una guerra con bombe all'idrogeno potrebbe molto probabilmente porre fine alla razza umana. Si teme che lei, qualora venissero impiegate molte bombe all'idrogeno, vi sarebbe una morte universale, immediata solo per una minoranza mentre per la maggioranza sarebbe riservata una lenta tortura di malattie e disintegrazione. Molti ammonimenti sono stati formulati da personalità eminenti della scienza e da autorità della strategia militare. Nessuno di essi dirà che i peggiori risultati sono certi: ciò che essi dicono è che questi risultati sono possibili e che nessuno può essere sicuro che essi non si verificheranno. Non abbiamo ancora constatato che le vedute degli esperti in materia dipendano in qualsiasi modo dalle loro opinioni politiche e dai loro pregiudizi. Esse dipendono solo, per quanto hanno rivelato le nostre ricerche, dall'estensione delle conoscenze particolari del singolo. Abbiamo riscontrato che coloro che più sanno sono i più pessimisti. Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra? È arduo affrontare questa alternativa poiché è così difficile abolire la guerra. L'abolizione della guerra chiederà spiacevoli limitazioni della sovranità nazionale, ma ciò che forse più che ogni altro elemento ostacola la comprensione della situazione è il fatto che il termine "umanità" appare vago ed astratto, gli uomini stentano a rendersi conto che il pericolo è per loro, per i loro figli e loro nipoti e non solo per una generica e vaga umanità. È difficile far sì che gli uomini si rendano conto che sono loro individualmente ed i loro cari in pericolo imminente di una tragica fine. E così sperano che forse si possa consentire che le guerre continuino purché siano vietate le armi moderne. Questa speranza è illusoria. Per quanto possano essere raggiunti accordi in tempo di pace per non usare le bombe all'idrogeno, questi accordi non saranno più considerati vincolanti in tempo di guerra ed entrambe le parti si dedicheranno a fabbricare bombe all'idrogeno non appena scoppiata una guerra, perché se una delle parti fabbricasse le bombe e l'altra no, la parte che le ha fabbricate risulterebbe inevitabilmente vittoriosa. Sebbene un accordo per la rinuncia alle armi nucleari nel quadro di una riduzione generale degli armamenti non costituirebbe una soluzione definitiva, essa servirebbe ad alcuni importanti scopi. In primo luogo ogni accordo fra Est e Ovest è vantaggioso in quanto tende a diminuire la tensione internazionale. In secondo luogo l'abolizione delle armi termonucleari se ognuna delle parti fosse convinta della buona fede dell'altra, diminuirebbe il timore di un attacco improvviso del tipo di Pearl Harbour che attualmente tiene entrambe le parti in uno stato di apprensione nervosa. Saluteremo perciò con soddisfazione un tale accordo, anche se solo come un primo passo. La maggior parte di noi non è di sentimenti neutrali, ma come esseri umani dobbiamo ricordare che perché le questioni fra Est e Ovest siano decise in modo da dare qualche soddisfazione a qualcuno, comunista o anticomunista, asiatico, europeo o americano, bianco o nero, tali questioni non devono essere decise con la guerra. Desideriamo che ciò sia ben compreso sia in oriente che in occidente. Se vogliamo, possiamo avere davanti a noi un continuo progresso in benessere, conoscenze e saggezza. Vogliamo invece scegliere la morte perché non siamo capaci di dimenticare le nostre controversie? Noi rivolgiamo un appello come esseri umani ad esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se sarete capaci di farlo vi è aperta la via di un nuovo Paradiso, altrimenti è davanti a voi il rischio della morte universale.
venerdì 6 gennaio 2012
Considerazioni libere (266): a proposito di una previsione avverata...
Il fatto che le truppe degli Stati Uniti si siano sostanzialmente ritirate dall'Iraq – anche se rimane il contingente di 200 uomini destinato a garantire la sicurezza dell'ambasciata a Baghdad – non deve farci dimenticare che in quel paese si continua a morire: sono oltre 70 le persone uccise in questi ultimi giorni, ossia da poco prima di Natale, quando si è completato il ritiro delle truppe americane. Visto il bilancio di questi nove anni di guerra è chiaro cosa ha spinto Obama ad accelerare il ritiro, in vista delle prossime elezioni presidenziali: 800 miliardi di dollari spesi, più di un milione di donne e uomini impegnati nella missione, 4.500 soldati statunitensi morti. Visto che facciamo un bilancio, ci sarebbe anche da ricordare il numero dei civili iracheni rimasti uccisi nel conflitto, un numero che probabilmente non conosceremo mai; sono 115mila, secondo le stime ufficiali americane, ma molto probabilmente sono molto più numerose. Forse ricordate che alcuni anni fa, nel giugno del 2006, la rivista britannica The Lancet stimò in 600mila le vittime civili del conflitto fino a quel mese. Ma cosa succederà adesso in Iraq?
Nonostante una certa indispensabile – e anche comprensibile – retorica statunitense e al di là del fatto che per due volte, dopo la fine della dittatura, gli iracheni sono stati chiamati alle urne, il sistema politico iracheno assomiglia, più che a una democrazia, a una dittatura di partiti di ispirazione religiosa, che si spartiscono il potere su base settaria ed etnica. Inoltre questo potere viene amministrato attraverso un calibrato sistema di clientele e di corruzione; l’Iraq figura al 175° posto, su 182 paesi nella classifica della corruzione stilata da Transparency International.
L'Iraq rimane un vaso ci coccio – e anche il più fragile – tra vasi di ferro, soprattutto Turchia e Iran. Per ora sono in vantaggio gli iraniani, grazie soprattutto alla miope decisione americana di favorire a tutti i costi gli sciiti, a danno dei sunniti, che sostenevano Saddam. Il regime iraniano ha forti legami con gran parte dell'establishment sciita, a partire dal premier iracheno Nouri al-Maliki, ha finanziato direttamente diversi movimenti religiosi e politici, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare, noto come “esercito del Mahdi”, molto attivo in quest'ultima fase, inoltre fa pressioni sul clero iracheno affinché venga nominato a capo del Consiglio religioso sciita l’ayatollah conservatore Hashemi Shahroudi. Ai turchi invece rimane l'appoggio dei curdi del nord del paese. Poi c'è l'Arabia Saudita che potrebbe decidere di scendere in campo per difendere la maggioranza sunnita. E' chiaro che la situazione rimane estremamente complessa e l'Iraq potrebbe diventare, già nei prossimi mesi, il campo di battaglia, anche per interposta persona, tra queste tre potenze regionali, con in mezzo – sempre più in pericolo – il popolo iracheno che vive in uno stato di guerra ormai da decenni.
Quando però parliamo dell'Iraq non possiamo dimenticare un elemento essenziale, senza il quale è impossibile capire cosa succederà in quel paese: le riserve irachene di petrolio ammontano a 143 miliardi di barili, ossia il 12% delle riserve mondiali: Nel 2010, pur in una situazione ancora politicamente complessa, l'Iraq ha prodotto 2,7 milioni di barili, provenienti dai 28 grandi giacimenti che si trovano nel nord e nel sud del paese, le zone a influenza curda e sciita. Le grandi compagnie occidentali, cinesi e russe si sono già spartite questi giacimenti e stanno sfruttando a piene mani il petrolio iracheno, mentre il popolo di quel paese non ne ricava alcun vantaggio. Per saperne di più su questo tema vi consiglio di leggere il dossier Il saccheggio dell’Iraq. Un guerra per le risorse, preparato da Un ponte per... e pubblicato sul sito Osservatorio Iraq.
Questo è il dramma dell'Iraq: un territorio potenzialmente ricchissimo, la culla della civiltà – ricordate la Mesopotamia in cui nacque la scrittura? – un popolo schiacciato tra gli interessi delle grandi multinazionali, le strategie politiche delle cancellerie, la corruzione di leader senza scrupoli. Per questo abbiamo detto che la guerra in Iraq era un errore, purtroppo tutte le previsioni si sono rivelate esatte.
Nonostante una certa indispensabile – e anche comprensibile – retorica statunitense e al di là del fatto che per due volte, dopo la fine della dittatura, gli iracheni sono stati chiamati alle urne, il sistema politico iracheno assomiglia, più che a una democrazia, a una dittatura di partiti di ispirazione religiosa, che si spartiscono il potere su base settaria ed etnica. Inoltre questo potere viene amministrato attraverso un calibrato sistema di clientele e di corruzione; l’Iraq figura al 175° posto, su 182 paesi nella classifica della corruzione stilata da Transparency International.
L'Iraq rimane un vaso ci coccio – e anche il più fragile – tra vasi di ferro, soprattutto Turchia e Iran. Per ora sono in vantaggio gli iraniani, grazie soprattutto alla miope decisione americana di favorire a tutti i costi gli sciiti, a danno dei sunniti, che sostenevano Saddam. Il regime iraniano ha forti legami con gran parte dell'establishment sciita, a partire dal premier iracheno Nouri al-Maliki, ha finanziato direttamente diversi movimenti religiosi e politici, tra cui quello di Moqtada al-Sadr, leader del gruppo paramilitare, noto come “esercito del Mahdi”, molto attivo in quest'ultima fase, inoltre fa pressioni sul clero iracheno affinché venga nominato a capo del Consiglio religioso sciita l’ayatollah conservatore Hashemi Shahroudi. Ai turchi invece rimane l'appoggio dei curdi del nord del paese. Poi c'è l'Arabia Saudita che potrebbe decidere di scendere in campo per difendere la maggioranza sunnita. E' chiaro che la situazione rimane estremamente complessa e l'Iraq potrebbe diventare, già nei prossimi mesi, il campo di battaglia, anche per interposta persona, tra queste tre potenze regionali, con in mezzo – sempre più in pericolo – il popolo iracheno che vive in uno stato di guerra ormai da decenni.
Quando però parliamo dell'Iraq non possiamo dimenticare un elemento essenziale, senza il quale è impossibile capire cosa succederà in quel paese: le riserve irachene di petrolio ammontano a 143 miliardi di barili, ossia il 12% delle riserve mondiali: Nel 2010, pur in una situazione ancora politicamente complessa, l'Iraq ha prodotto 2,7 milioni di barili, provenienti dai 28 grandi giacimenti che si trovano nel nord e nel sud del paese, le zone a influenza curda e sciita. Le grandi compagnie occidentali, cinesi e russe si sono già spartite questi giacimenti e stanno sfruttando a piene mani il petrolio iracheno, mentre il popolo di quel paese non ne ricava alcun vantaggio. Per saperne di più su questo tema vi consiglio di leggere il dossier Il saccheggio dell’Iraq. Un guerra per le risorse, preparato da Un ponte per... e pubblicato sul sito Osservatorio Iraq.
Questo è il dramma dell'Iraq: un territorio potenzialmente ricchissimo, la culla della civiltà – ricordate la Mesopotamia in cui nacque la scrittura? – un popolo schiacciato tra gli interessi delle grandi multinazionali, le strategie politiche delle cancellerie, la corruzione di leader senza scrupoli. Per questo abbiamo detto che la guerra in Iraq era un errore, purtroppo tutte le previsioni si sono rivelate esatte.
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