lunedì 29 luglio 2019

Verba volant (693): newyorkese...

Newyorkese, agg. m. e f.

Possiamo immaginare lo stupore con cui nel 1898 i De Rosa guardano New York che si staglia di fronte a loro, alla fine del lungo viaggio che hanno cominciato dalla Calabria. Certamente non possono pensare che uno dei loro figli, il piccolo Eugenio che ha solo quattro anni, sarà uno degli uomini che farà diventare New York la capitale dei Roaring Twenties. Infatti Eugene - come viene in seguito chiamato - è il giovane architetto De Rosa che ha progettato i più importanti teatri della città nel momento del suo massimo fulgore, dal Vanderbilt all'Apollo, dal Lafayette al Klaw, compreso il Broadway Theatre, inaugurato il giorno di Natale del 1924. In quel grande teatro il 18 novembre 1928 viene proiettato in anteprima un breve cartone animato, in cui si racconta la storia di un topo scanzonato che, fingendosi il capitano, conduce un battello a vapore lungo un fiume, per far colpo sulla sua bella "topolina", e il 13 novembre 1940 viene presentato per la prima volta un film in cui quello stesso topo - un po' cresciuto, ma sempre pronto a mettersi nei guai - credendosi un mago, perde il controllo delle migliaia di scope che ha creato per farle lavorare al suo posto.
Il rispettabile giudice Curtis Arnoux Peters, che nel 1926 ha raggiunto l'apice della propria carriera con la nomina alla Corte suprema dello Stato di New York, immagina che suo figlio - che è nato nel gennaio del 1904 e porta il suo stesso nome - diventerà anche lui un uomo di legge: per questo lo ha mandato a studiare a Yale. Ma nella prestigiosa università il giovane si distingue soprattutto per l'umorismo delle sue vignette sulla rivista The Yale Record e perché suona il pianoforte, il banjo e la fisarmonica in una piccola orchestra jazz da lui fondata, The Yale collegians. Il suo destino non è evidentemente quello di seguire le orme paterne e così, quando nel 1925 Harold Ross e Jane Grant fondano The New Yorker, Peter Arno - come comincia a farsi chiamare - entra stabilmente nella redazione e per quella rivista disegna ben novantanove copertine e un gran numero di vignette, caratterizzandola con il suo umorismo sofisticato e l'eleganza delle sue illustrazioni. E nella redazione del New Yorker Peter incontra Lois Long, che con lo pseudonimo Lipstick firma le più celebri cronache della vita notturna della città che non dorme mai.
Anche Bartolomeo e Rosa Durante sono arrivati a New York dall'Italia, da Salerno per la precisione, e pensano che il loro figlio James Francis, che fa il chierichetto nella chiesa di san Malachia nel Lower East side, da grande farà il barbiere come il padre. Certo con quel naso non potrà mai entrare nel mondo dello spettacolo, anche se Jimmy ha imparato a suonare il pianoforte e ama il ragtime, la nuova musica dei neri. Fa tanta gavetta, suona nei night e nei locali di Manhattan, e alla fine riesce ad entrare nella Original New Orleans jazz band, l'orchestra di jazz più famosa di New York: è l'unico che non sia di New Orleans. In pochi anni diventa la Jimmy Durante jazz band. Gli anni Venti sono il periodo in cui quel giovane nato nel 1893 sfonda, nei vaudeville di New York e poi alla radio. Jimmy sa suonare e sa cantare e poi è terribilmente simpatico, gioca con le parole e con la musica: il pubblico lo adora. In una canzone del 1934 il naso di Jimmy Durante e i piedi di Fred Astaire entrano di diritto tra le cose top. Infine il suo inconfondibile profilo diventa familiare negli Stati Uniti grazie a quella "strana" radio che negli anni Cinquanta entra in tutte le case. Per Bartolomeo e Rosa il sogno americano si è realizzato: il loro figlio con quel grosso naso è diventato una star.
James Omar Cole, detto Jo, è uno dei pochi che ha fatto i soldi nella corsa all'oro del 1849, poi, per la sua capacità di fare affari e la sua assoluta mancanza di scrupoli - un valore nell'America della seconda metà dell'Ottocento come in quella di oggi - grazie al carbone e al legname è diventato l'uomo più ricco dell'Indiana. Vuole fare di suo nipote - nato nel 1891 - il figlio della "sua" Kate e di quel debole di Samuel Porter, il proprio erede; il ragazzo si chiama Cole proprio per segnare il legame con il nonno, visto che il cognome deve essere quello del padre. Pur che il ragazzo abbia buoni voti a scuola, il vecchio accetta che Kate insegni a Cole a suonare il pianoforte. Nel 1909 Cole viene iscritto a Yale e il nonno si assicura che studi con profitto, e il ragazzo obbedisce. Cole trova anche il tempo di cantare con il coro e soprattutto di comporre delle canzoni per gli spettacoli che gli studenti mettono in scena nel campus e un paio di inni per la squadra di football - che sono cantati ancora oggi durante le partite - ma il vecchio anche in questo caso abbozza: la passione per la musica alla fine gli passerà e, una volta che sarà diventato avvocato, potrà prendere in mano gli affari di famiglia. E' in questi anni che quel ragazzo dell'Indiana decide che New York sarà la "sua" città. Cole è attratto da New York coma una falena: il pomeriggio lascia il campus, prende il treno e arriva a Manhattan, frequenta i locali, cena nei migliori ristoranti, assiste agli spettacoli di Broadway, poi riprende il treno per essere al mattino puntuale a lezione. Cole, dopo essersi diplomato, segue ancora una volta le indicazioni del nonno e si iscrive nel 1913 alla facoltà di legge di Harvard, ma ben presto il decano della facoltà gli consiglia di trasferirsi al dipartimento di musica: nel mondo ci sono già abbastanza avvocati mediocri, meglio sperare in un grande musicista. Questa decisione viene tenuta segreta al nonno: il sogno americano di Jo Cole non si realizza.

E' l'8 dicembre 1930: debutta al Broadway Theatre, progettato da Eugene De Rosa, il musical The New Yorkers. Peter Arno ha scritto un soggetto, una satira elegante sulla vita della città e sui suoi tipi umani negli anni del jazz e del proibizionismo, dalle signore dell'alta società ai gangster, dagli artigiani alle prostitute. Al produttore Ray Goetz l'idea piace molto, gli sembra il modo giusto per far dimenticare ai suoi concittadini la Grande depressione. Goetz vuole creare un grande spettacolo, chiede a Cole Porter di scrivere le canzoni e scrittura Jimmy Durante come protagonista: l'attore accetta, ma a patto di poter comporre le "sue" cinque canzoni. Peter Arno disegna sia i costumi che le scene: New York deve apparire bella ed elegante come solo lui sa fare. E' un successo: è il musical che "crea" l'immagine di New York degli anni Venti e la consegna per sempre all'immaginario delle generazioni future.
Per The New Yorkers Cole Porter scrive uno dei suoi capolavori: Love for sale. Porter dimostra un coraggio notevole per un compositore all'inizio della carriera, scrive una musica avvolgente, quasi ipnotica, e un testo assolutamente esplicito. E' una prostituta che offre agli uomini quello che ha da vendere: amore, amore di ogni tipo, antico e nuovo. Una sola cosa i suoi clienti non possono aspettarsi da lei, l'amore vero. E prende in giro i poeti - e gli autori di canzoni - che parlano sempre dell'amore e credono di sapere cosa sia: lei conosce l'amore molto meglio di tutti loro.
E' Kathryn Crawford che nelle prime rappresentazioni canta Love for sale: di fronte a un ristorante di lusso di Manhattan attira i clienti, invitandoli a seguirla, salendo le scale. Kathryn è una giovane attrice che ha partecipato ad alcuni spettacoli sulla costa occidentale e ha ottenuto un contratto con la Universal. Ha già fatto diversi film, è un'attrice emergente, quando ha la possibilità di debuttare a Broadway nella parte della prostituta in The New Yorkers: la sua carriera può davvero sbocciare. Ma Kathryn è una ragazza bianca e il pubblico non accetta di vedere sul palcoscenico una giovane donna bianca che interpreta quella canzone così "di cattivo gusto", come scrivono i giornali. Goetz chiede a Porter e al regista di modificare la scena e Kathryn viene sostituita. Torna a Hollywood, ma la sua carriera non riuscirà più a decollare: farà qualche film, uno anche da protagonista, ma nulla di memorabile: nel '41 si ritirerà definitivamente.
Viene scritturata una cantante nera, Elisabeth Welch, e la scena viene portata ad Harlem, davanti al Cotton Club. Elisabeth è una giovane cantante mulatta nata nel New Jersey. Ha già lavorato a Broadway e a Parigi nella compagnia di Josephine Baker. Torna a New York per entrare nel cast di The New Yorkers, la sua interpretazione di Love for sale è magnifica e la sua carriera ha una svolta. Due anni dopo Cole Porter la invita a Londra per partecipare a Nymph errant, e rimarrà in questa città fino alla fine della guerra, diventando una delle regine del West End. Nella sua carriera sarà la prima interprete di classici come Stormy weather e As time goes by.
I benpensanti sono soddisfatti: non sono più costretti ad assistere allo "scandalo" di una prostituta bianca che si offre così esplicitamente, per di più rappresentata davanti a uno dei ristoranti che loro frequentano. Una "negra" può dire quelle cose ad Harlem. E non si rendono conto - i benpensanti in genere sono piuttosto stupidi - che in quella scelta degli autori - e di Porter in particolare - c'è una condanna ancora più forte della loro ipocrisia, per quanto nascosta sotto l'ironia, perché il Cotton Club è frequentato solo da bianchi e ovviamente sono bianchi i clienti delle prostitute nere che stanno davanti al locale. Quando Porter sceglie Elisabeth Welch per farle cantare Love for sale, dice al bel mondo di New York: il vostro razzismo, che ci ha impedito di rappresentare una prostituta bianca, non vi impedisce di andare con le puttane nere.
Le radio per anni non trasmetteranno Love for sale, anche quando Cole Porter sarà celebrato come uno dei più importanti e autorevoli autori di canzoni degli Stati Uniti. Però la canzone è talmente bella che diventa ugualmente un classico: tutte le grandi interpreti del jazz la vorranno cantare. E una di loro la farà per sempre la "sua" canzone.

Eleanora Fagan - che è nata a Philadelphia nel 1915 - arriva a New York all'inizio degli anni Venti e il suo destino è segnato. E' la figlia di Sadie Fagan, una ragazza nera che ha solo tredici anni quando partorisce la bambina; il padre, un suonatore di banjo poco più grande di lei, le abbandona per seguire la sua orchestra. La madre si trasferisce a New York dove fa la cameriera. Nel 1929, quando scoppia la grande crisi, Sadie ed Eleanora, che ha solo quattordici anni, diventano prostitute.
Eleanora conosce bene le scale che i ricchi cittadini bianchi di New York salgono per arrivare al bordello dove lei vende il suo amore, per cinque dollari. Dopo che ha finito il suo "lavoro", chiede alla tenutaria di poter pulire quelle scale, ottenendo in cambio il permesso di ascoltare dal fonografo del salotto i dischi di musica jazz. Nessuno di quegli uomini che lo comprano conosce il suo vero amore, quello che la farà diventare Billie Holiday.

Appetising young love for sale
If you want to buy my wares
follow me and climb the stairs
Love for sale

sabato 27 luglio 2019

Verba volant (692): mare...

Mare, sost. m.

Sapete che io amo la storia delle parole e soprattutto le storie che le parole raccontano. La parola mare ne racconta una particolarmente interessante.
L'etimologista senese Otorino Pianigiani nota che latini, germani, celti e slavi usano praticamente la stessa parola per indicare questa misteriosa distesa d'acqua salata che bagna le terre emerse. E' un caso piuttosto raro, che egli deriva dall'antichità di questa parola: evidentemente quegli uomini, quando erano un unico popolo intorno alle sponde del Ponto Eusino, quello che noi chiamiamo Mar Nero, prima di dividersi seguendo il corso dei grandi fiumi del continente europeo, hanno imparato a conoscere il mare e hanno scelto quella parola per indicarlo. L'etimologista tedesco Georg Curtius riconosce in questo termine un'antica radice indoeuropea che ritroviamo nel latino mors: in sostanza il mare è il luogo infecondo, in cui nulla può crescere. Noi ovviamente sappiamo che nel mare c'è una incredibile ricchezza di vita vegetale e animale - una vita che peraltro noi uomini mettiamo ogni giorno in pericolo - anzi sappiamo che la vita è nata nelle acque e che noi stessi, con tutte le nostre filosofie, siamo nati nell'acqua, ma verosimilmente per quei popoli antichi, millenni prima delle teorie sull'evoluzione di Charles Darwin e dei documentari di Jacques Cousteau, quella distesa di acqua era qualcosa che non produceva frutti e quindi qualcosa di morto.
Invece gli antichi greci hanno diversi nomi per chiamare il mare. Il più comune, quello che troviamo con maggior frequenza in Omero è θάλασσα - thalassa - probabilmente la più antica di tutte le parole greche per indicare quella apparentemente infinita distesa di acqua, di antica origine cretese, in cui non c'è traccia dell'idea di morte, di infecondità, ma la cui radice indica che quell'acqua, a differenza di quella delle sorgenti e dei fiumi, è salata. Poi ci sono due termini, πόντος - pontos - e πέλαγος - pelagos - che indicano rispettivamente il mare che si può attraversare e quello aperto, di cui non si conosce la fine. Queste due parole sono nate con tutta evidenza in un popolo che ha cominciato a navigare e che quindi definisce il mare in rapporto a se stesso.
Omero era un cantastorie che per aiutare la memoria - sia la sua che quella degli ascoltatori - utilizza frasi ricorrenti. Una delle più famose è οἶνοψ πόντος - oinops pontos - ossia il mare del colore del vino. Credo che solo a un greco potesse venire in mente questa analogia, così incredibilmente domestica, osservando il colore scuro del mare all'alba, quando i pescatori partivano per la loro fatica quotidiana, e lo stesso colore nel vino forte e carico che bevevano quegli stessi uomini al ritorno. 
E' come se in quei tempi lontanissimi, il tempo in cui gli uomini cominciarono a "costruire" le lingue, la distinzione fosse tra i popoli del mare, quelli che non ne avevano più paura, e quelli della terra, che invece temevano il mare e lo guardavano con timorosa venerazione.
In fondo credo siano ancora i due modi con cui ciascuno di noi guarda il mare. Zaira ed io lo amiamo entrambi e immaginiamo che quando saremo più vecchi concluderemo le nostre vite in una piccola città di mare, eppure c'è in noi - forse per un qualche marcatore genetico o più probabilmente per dove siamo nati e cresciuti - un diverso atteggiamento di fronte a esso. Lei è decisamente greca e io indiscutibilmente latino, lei considera il mare un elemento primigenio e ha con esso un'innata familiarità, mentre io, davanti a quella distesa senza fine, conservo il timore che si ha di fronte a una inconoscibile e distante divinità.
Immagino che tra le donne e gli uomini che ogni giorno cominciano un viaggio incredibilmente faticoso esistano gli stessi antitetici sentimenti. Benché abbiano qualcosa di ben più urgente a cui dover pensare, forse anche solo per un momento pensano a quella distesa che sta loro di fronte: per uno sarà mare, per un altro sarà θάλασσα. Eppure per troppi quel mare - comunque lo abbiano chiamato all'inizio del loro viaggio - ritorna a essere, non solo etimologicamente, il luogo della morte.

mercoledì 24 luglio 2019

Verba volant (691): uomo...

Uomo, sost. m.

Noi che amiamo il cinema dobbiamo essere grati a Rutger Hauer per molte sue interpretazioni, ma l'attore olandese si è ritagliato un posto nella storia dell'immaginario grazie a una sola scena - neppure quattro minuti - la morte del replicante Roy Batty alla fine di Blade Runner. Ma il vero motivo per cui dobbiamo ringraziare Hauer è che quel breve monologo, che in tanti ricordiamo a memoria, è stato in gran parte inventato da lui.
David Peoples, lo sceneggiatore del film, aveva scritto diverse versioni di quella scena, ma pare che nessuna fosse davvero convincente, almeno per Hauer, che così, al momento in cui venne girata, tagliando un testo che sarebbe dovuto essere nelle intenzioni di Ridley Scott un po' più lungo, recitò il monologo come noi lo abbiamo imparato a conoscere. Terminata la ripresa, dalla troupe partì un applauso liberatorio, mentre qualcuno cominciò a piangere. Erano stati testimoni della nascita di una leggenda: succede a pochi.
Rutger Hauer, pur riconoscendo che aveva trovato il testo di Peoples troppo lungo, con una certa modestia ammette soltanto di aver aggiunto
e tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia
ma la lettura della sceneggiatura originale non lascia spazio a dubbi. 
Anche 
è tempo di morire
è opera sua. E comunque tutto il "suo" testo è più efficace di quello di Peoples.

E cosa c'è di più umano di questa consapevolezza, per ironia della storia raccontata da un replicante? Nessuna filosofia ci dice - e certo non lo fa con questa icastica semplicità - che la nostra vita in fondo è tutta qui: nella capacità di accettare che a un certo punto - che per lo più non siamo noi a stabilire - dobbiamo morire e che la nostra vita, per quanto sia stata ricca di storie, è destinata a svanire insieme a noi.
A molti di noi non basta una vita per imparare questa elementare verità, a Roy Batty sono bastati meno di quattro anni. Noi inventiamo ogni sorta di filosofia per provare a convincerci che non è così, mentre il replicante costruito per combattere, che verosimilmente non ha mai letto un libro in vita sua, ha capito perfettamente quello che noi rifiutiamo di accettare. 
Noi che siamo mai stati - e che non ci staremo mai - in prossimità delle porte di Tannhäuser, non sapremo mai cosa ha visto davvero Roy Batty. Eppure deve essere stato qualcosa di incredibile per permettergli di raggiungere questa consapevolezza. O forse ci prende in giro - e il suo sguardo beffardo ne è un indizio - non serve aver provato mille esperienze. Basta guardarsi dentro. Lui ne ha viste di cose perché semplicemente ha fatto quello che noi facciamo di tutto per non fare mai, ha guardato dove noi - che siamo di solito così curiosi - non guardiamo mai: dentro di sé. E facendo questo esame con onestà non ha potuto che riconoscere questa drammatica verità.
Noi facciamo di tutto per dimenticarlo, ma la parola uomo deriva etimologicamente da humus, che significa terra. Noi siamo terra - che raramente dimostra una qualche improvvisa genialità, che talvolta riesce perfino a creare bellezza - ma pur sempre terra. Proviamo a ricordarcelo. 
I've seen things you people wouldn't believe, attack ships on fire off the shoulder of Orion, I watched c-beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate. All those moments will be lost in time, like tears in rain. Time to die.

martedì 23 luglio 2019

Verba volant (690): maga...

Maga, sost. f.

Dolce Acacallide,

sento che ormai la mia vita sta per finire. Ho affidato questo messaggio a una donna che mi ha servito fedelmente in questi anni e che ti prego di accogliere al tuo servizio con lavori non troppo gravosi, in ragione della sua età e dell'affetto che hai sempre avuto per me, seppur dalla tua lontana città. Forse lo leggerai dopo che ti è giunta la notizia della mia morte. Certe voci viaggiano veloci e poi io sono ormai diventata, mio malgrado, una donna famosa.
So che tu conosci già, nonostante tuo padre, la verità e questo mi basta. Questo messaggio non è certo rivolto al mondo, so che non mi crederebbero e che sarebbe considerato, se diffuso, come il patetico tentativo di una donna colpevole di fuggire dalle proprie responsabilità. Scrivo affinché tu possa raccontare alle tue figlie - ed esse possano fare lo stesso con le loro - la storia di questa loro antenata che gode di una così cattiva reputazione.
Ho letto i versi che quel vecchio cieco ha scritto su di me. Certo c'è del genio nella sua poesia, ma non dimentico che è stato pagato da tuo padre per scrivere quello che ha scritto contro Pasifae e contro di me. Comunque ho visto che le donne che egli descrive o sono sottomesse al padre e allo sposo o sono pericolose megere, sovvertitrici dell'ordine.
Sì, lo confesso, essere sottomessa a un uomo non è una cosa che si adatta alla mia natura. Non lo è mai stato. Credo che la mia colpa sia stata quella di non voler lottare: avrei dovuto farlo, se non per me, almeno per te, per Arianna, per Fedra, per le vostre figlie. Ma non sono mai stata una guerriera, tua madre lo è sempre stata più di me. Credo che per questo abbia voluto sposarsi. Io ho scelto di vivere nella mia piccola isola, di ritirarmi dal mondo, per studiare, per leggere. Sognavo di creare una grande biblioteca nella mia isola che, una volta morta, sarebbe stata a disposizione delle donne che avessero voluto continuare i miei studi.
Ma evidentemente il mondo non voleva che succedesse e così Eea è diventata una meta per ogni nobile sfaccendato della Grecia: volevano vedere questa donna. Che si era rifugiata così lontano, che si era nascosta agli occhi del mondo, o perché era brutta - e comunque il viaggio avrebbe avuto comunque senso, avrebbero potuto raccontare di aver visto una donna mostruosa, nelle loro storie sulle sfingi e le sirene - o perché era disponibile. E quando gli uomini sbarcavano ad Eea e vedevano che non ero un mostro, credevano che li stessi aspettando e si stupivano quando non volevo giacere con loro: avevano navigato tanti giorni e io non ero disposta a offrire loro nulla.
Odisseo era uno di questi, uno dei tanti. Quando arrivò, mi disse che ero fortunata che lui fosse arrivato fin lì, poi aggiunse che l'isola gli sembrava accogliente e che lui e i suoi uomini si sarebbero fermati lì per un po'. Disse che da quel momento avrebbe pensato lui a me, che potevo anche chiudere la mia attività e farlo solo con lui e con gli uomini che lui mi avrebbe portato. Tutte uomini stimati e ricchi, aggiunse con compiacimento, come per farmi un favore. Quando gli dissi che non volevo farlo né con lui né con i suoi amici, mi guardò con un'aria sorpresa: non capiva sinceramente cosa stessi dicendo. Capì soltanto dopo che gli feci bere una tazza di vino in cui avevo versato un veleno che bloccava i muscoli per alcune ore, ma non impediva all'uomo di ascoltare quello che gli stavo spiegando. Avevo dovuto già farlo molte altre volte. Per lo più bastava, con Odisseo fu necessario sguainare un coltello, fargli vedere quale parte di lui avrei tagliato se non se ne fosse andato.
Vidi che nei suoi occhi c'era un'aria cattiva e che me l'avrebbe fatta pagare. E così raccontò quella storia che il vecchio cieco ha fatto conoscere in giro per il mondo. Certo da allora nessuno è più venuto sulla mia isola, ma non era questo che volevo. Non volevo che il mondo avesse paura di me. E di voi. Mi dispiace che di questo abbiate fatto le spese voi, mia care nipoti. So cosa è successo a Medea e cosa è successo a voi, che avete dovuto anche pagare per essere le figlie di Pasifae, contro cui si è scagliata la violenza crudele di vostro padre.
A dire il vero, adesso che sto per lasciarvi, credo ci sia perfino una sottile ironia nella storia inventata da Odisseo e diffusa ai quattro angoli del mondo da Omero. Gli uomini che ho visto arrivare ad Eea erano peggio di animali, violenti come leoni, rabbiosi come cani, laidi come porci. Io, soprattutto nei primi tempi, ho provato a trasformali, ho cercato di renderli diversi da quella loro natura ferina. In qualcuno di loro immaginavo ci fosse davvero una persona. Euriloco per esempio mi piaceva, avrei voluto si fermasse con me, perché io non ho mai odiato gli uomini. Anzi.
Non ci sono mai riuscita. Ecco il mio unico e vero rimpianto: non sono mai riuscita a trasformare nessuno.

domenica 21 luglio 2019

Verba volant (689): luna...

Luna, sost. f.

Phúc quella notte non avrebbe dovuto essere lì, da solo. Eppure doveva essere lì. Suo padre - che non vedeva da anni, da quando il ragazzo si era unito al Fronte di liberazione - era morto da pochi giorni e sua madre stava davvero molto male: almeno lei doveva vedere il figlio prima di andarsene. Phúc si era fermato nella capanna di sua madre meno di un'ora, il tempo di salutarla e di mangiare una ciotola di riso. Gli parve irrispettoso mangiare, ma aveva davvero fame. Era troppo pericoloso rimanere di più: quelle misere capanne avevano occhi e orecchie. Non poteva assolutamente dormire lì: la mattina seguente sarebbero stati trovati morti sia lui che la madre. O meglio non sarebbero stati trovati affatto.
Ma anche muoversi nella giungla di notte sarebbe stato molto pericoloso. Vicino al fiume c'erano alcune pietre che sembravano formare una specie di capanna. Phúc controllò che non ci fossero animali, che non ci fossero uova di serpente - nel qual caso la madre sarebbe presto arrivata e sarebbe stata feroce. Si appoggiò alla parete di roccia, si mise il moschetto sulle ginocchia incrociate e cominciò ad aspettare. Non doveva assolutamente addormentarsi, ma non poteva neppure fare rumore. Doveva riuscire a concentrarsi su qualcosa che lo tenesse sveglio. 
All'improvviso apparve sulle acque quasi immobili del fiume il riflesso della luna. Phúc conosceva bene le fasi lunari, le aveva imparate perché la sua era una famiglia di contadini e perché durante la guerra era fondamentale sapere quanta luce ci fosse in cielo di notte. Quella notte la luna era quasi al primo quarto, una falce definita, limpida, appena increspata dal muoversi dell'acqua. Phúc aveva imparato così a calcolare il passare delle stagioni, non sapeva che giorno fosse, e non aveva neppure bisogno di saperlo né mentre coltivava il riso, né mentre aspettava di colpire gli americani. 
Che fatica non chiudere gli occhi. Gli venne un sorriso pensando a quanti sforzi faceva sua madre per farlo addormentare quando era un bambino. All'improvviso gli tornò in mente una vecchia favola, che sua madre gli aveva raccontato tante volte.
Un vecchio attraversa di notte un'intricata foresta, mentre in cielo risplende la luna piena. Incontra quattro animali, una scimmia, una lontra, uno sciacallo e un coniglio. Il viandante è stanco e chiede ai quattro animali di dargli qualcosa da mangiare. La scimmia si arrampica sugli alberi più alti e gli porta dei frutti bellissimi; la lontra si getta in acqua e cattura dei grossi pesci; lo sciacallo si infila in una casa e ruba per lui un pezzo di pane appena sfornato. Il coniglio non sa cosa fare, non sa arrampicarsi, non sa nuotare, non è abbastanza coraggioso e furbo per entrare in una casa, al massimo riesce a portare al vecchio qualche filo d'erba, dividendo con lui la sua magra cena. A quel punto il viandante rivela la sua vera identità: è un dio sceso sulla terra per osservare la vita delle creature che la abitano. Colpito dal gesto del coniglio decide di portarlo con sé, imprimendone l’immagine sulla luna. Phúc pensò che era diventato comunista anche ascoltando quella storia, perché i poveri devono sempre aiutarsi e dividere il poco che hanno.
Il ragazzo continuò a guardare il riflesso della luna sull'acqua. Doveva concentrarsi su quell'immagine se non voleva dormire. Chissà, forse un giorno i compagni russi arriveranno sulla luna, pensò. Ma chissà quando succederà: lui non vivrà abbastanza per vederlo.
Mentre pensava a tutte queste cose Phúc doveva spostarsi perché anche la luna si muoveva e dal fondo del suo nascondiglio non riusciva più a vederne il riflesso. Alla fine il ragazzo uscì e alzò gli occhi al cielo: lei era lì, come se lo stesse aspettando. Fece uno strano pensiero - o chissà forse fu un sogno durato appena un minuto. Immaginò che la luna fosse una giovane donna e che si fosse alla fine accorta che lui la stava osservando. La luna guarda Phúc e se ne innamora, poi, per una qualche magia, lo fa cadere in un sonno profondo e ogni notte torna lì, in quel riparo di fortuna, dove lui dorme, e lo accarezza e lo bacia, notte dopo notte.
Che strana storia sono andato a immaginarmi, pensò Phúc, mentre vedeva il mattino farsi largo faticosamente tra i rami della giungla. Aspettò ancora un po' e si mise in cammino. Era pronto a sparare se un qualche nemico lo avesse visto, ed era anche pronto a morire. Poteva succedere ogni giorno e ogni notte. Ma stranamente quella mattina sembrava che non fosse in giro nessuno. Avanzò per un bel pezzo senza vedere neppure le tracce di una pattuglia americana: come se quella mattina fossero tutti impegnati da qualche altra parte, se guardassero tutti da un'altra parte. 
Phúc non sapeva che giorno era, e non lo sapeva neppure la luna. Per lei era un giorno come un altro. Ma in quella lunga notte - e almeno per quella notte - lei aveva salvato Phúc e questo le bastava.

venerdì 19 luglio 2019

Verba volant (688): astronauta...

Astronauta, sost. m. e f.

Io sono assolutamente convinto che la terra sia una sfera, per quanto schiacciata ai poli - e che Elvis sia morto - ma non mi convincerete mai che Neil Armstrong sia stato il primo uomo a camminare sulla luna. Semmai dovremo cominciare a ricordare Eugene Cernan, che invece è sicuramente l'ultimo uomo a essere venuto via da quel satellite, così caro ai pastori erranti e agli autori di canzoni - come ho raccontato in un'altra definizione.
Non dico che gli americani non siano arrivati lassù, dico solo che il professor Barbenfouillis ci è arrivato prima di loro, e che Astolfo ancora prima. E Luciano di Samosata e Cyrano de Bergerac. E il barone di Münchhausen. Per tacere di Paperino che è stato su Marte. E chissà quanti altri hanno fatto quel viaggio: solo che non ce l'hanno raccontato. E pensare che noi ci facciamo un selfie - e lo facciamo vedere all'universo mondo - solo per dire che siamo andati al bar sotto casa.
Per nostra fortuna Ludovico Ariosto ci ha descritto nel dettaglio il viaggio di questo intraprendente e originale paladino, un inglese al servizio di re Carlo. E soprattutto ci ha raccontato quello che Astolfo ha visto nella stretta valle della luna dove viene raccolto - in maniera piuttosto misteriosa - tutto quanto viene perduto sulla terra. Di tutto questo gli astronauti delle missioni Apollo non ci hanno mai parlato.
A occupare quella valle ci sono la fama, che sulla terra viene divorata dal tempo come un tarlo, le preghiere ipocrite dei peccatori, le lacrime e i sospiri degli amanti, il tempo sprecato, i progetti irrealizzati, la smania di possedere cose inutili. Poi i grandi imperi del passato ora quasi del tutto dimenticati, e tutte le miserie che accompagnano il potere: i doni fatti ai potenti, sperandone un qualche tornaconto, i versi scritti per adularli e compiacerli, e naturalmente i favori concessi dagli uomini di potere ai loro protetti. E ancora i trattati politici e le congiure, le monete false, le elemosine lasciate dopo la morte. Poi la bellezza delle donne, che è la trappola con cui si catturano gli ingenui. Infine la cosa che lassù riempie più di tutte quella valle: il senno degli uomini.
Pensate nei mille anni che sono passati da quando Astolfo ha fatto il suo viaggio al piccolo passo di Armstrong quanto altra roba si sarà ammucchiata in quella stretta valle; immagino che i Seleniti avranno dovuto cominciare a usarne un'altra. Quante inutili poesie, quante arzigogolate e incomprensibili filosofie, quante eresie e quanti dogmi, ormai indistinguibili gli uni dalle altre, quante infondate certezze scientifiche e quanti indimostrabili teoremi. E poi tutte le nostre psicanalisi, le nostre mode, i nostri vuoti orgogli. E chissà se le cose inutili che scriviamo nei nostri blog vanno a finire sempre là? Credo che il cloud sia sulla luna.
Dobbiamo riconoscere che noi del Novecento abbiamo dato un contributo notevole alla crescita di quella enorme discarica. I Seleniti dovrebbero farci pagare una tassa, come fanno i Comuni per lo smaltimento di tutti i rifiuti che produciamo. Dovendo pagare magari staremo più attenti, cominceremmo a differenziare, se non a produrre meno stupidità: ma mi rendo conto che questo è un obiettivo al di sopra delle nostre possibilità. 
Sol la pazzia non v'è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.
Un altro che è stato sulla luna - prima ancora di Astolfo - è Qfwfq. E anche di lui per fortuna conosciamo la storia, grazie a Italo Calvino che ce l'ha raccontata.
C'è stato un tempo in cui la terra e la luna erano molto più vicine di quanto lo siano ora, tanto che
c'erano delle notti di plenilunio basso basso e d’altamarea alta alta che se la luna non si bagnava in mare ci mancava un pelo; diciamo: pochi metri.
In queste notti era normale per gli uomini salire sulla luna: bastava avvicinarsi con una piccola barca, accostare alla luna una scala e fare un piccolo balzo. Qfwfq c'è stato diverse volte, insieme a un suo cugino sordo, che dimostrava un legame molto forte con la luna, così intenso da non accorgersi che durante quei brevi, ma frequenti, tragitti in mare la moglie del capitano si era innamorata di lui. Se n'era invece accorto Qfwfq, dal momento che in quegli stessi viaggi si era segretamente innamorato della donna. Quel complicato poligono amoroso fu risolto in qualche modo dalla luna stessa, che, a causa dell'azione delle maree, cominciò ad allontanarsi dalla terra. L'ultima notte in cui fu ancora possibile saltare dalla terra alla luna, la moglie del capitano decise di rimanere per sempre sul satellite amato dal cugino sordo, così da essere finalmente desiderata da quello strano uomo stregato dalla luna.
Noi sappiamo che Astolfo quella prima volta che è andato sulla luna c'è rimasto davvero per il tempo strettamente necessario a compiere la propria missione, ossia recuperare il senno di Orlando. Ma, conoscendo un po' il soggetto, è credibile che abbia avuto il desiderio di tornarci, per la curiosità di vedere quella gran montagna di cose là raccolte. La luna è piccola - per quello che è strano che gli americani non si siano accorti dei vasi contenenti il senno, e loro ne hanno lasciato là davvero parecchio - è possibile che abbia sentito le note di un'arpa, suonata da una donna che stava guardando giù, verso la terra: credo che quella seconda volta Astolfo abbia incontrato la moglie del capitano. Si sono parlati? Penso di sì. Magari il paladino ha perso il senno per la donna. E se la moglie del capitano, vedendo Astolfo, avesse deciso di non essere più fedele al ricordo del cugino di Qfwfq? O forse semplicemente hanno riconosciuto l'uno nell'altra la propria solitudine e la propria fragilità: hanno visto cose quei due che noi umani non possiamo neanche immaginare.

mercoledì 17 luglio 2019

Verba volant (687): spazio...

Spazio, sost. m.

Sono passati già vent'anni da quel fatale lunedì 13 settembre 1999, quando la luna è uscita dall'orbita terrestre, a causa della violentissima esplosione del deposito di scorie nucleari che i governi del pianeta, per una volta tutti d'accordo, avevano deciso di ammassare sul satellite, illudendosi così di risolvere il problema, allontanandolo per sempre dalla terra.
La nostra vita è cambiata molto da allora. Me li ricordo bene quei giorni, era il primo anno in cui facevo il responsabile della Festa provinciale dell'Unità. A giugno avevamo perso il Comune di Bologna: era la prima volta che la città era amministrata da un sindaco non di sinistra. Tutte queste cose che allora mi sembravano così importanti svanirono di fronte a quello che successe quel giorno. Naturalmente la Festa fu chiusa. Ma già dopo poche settimane tutto sembrò ricominciare come prima, tornammo alla vita di tutti i giorni e io cominciai a lavorare alla campagna di tesseramento, in vista del congresso della Federazione che ci sarebbe stato in inverno per eleggere il nuovo segretario, per sostituire Mauro Zani che da Roma avevano nominato commissario: il nostro obiettivo era quello di riprenderci il Comune, dopo la parentesi di Guazzaloca.
Però non c'era più la luna. Le nostre notti diventarono completamente buie, ma pensavamo che in fondo non cambiava poi molto: bastava accendere un interruttore per avere la luce, anche di notte. Non ci furono più le maree; e sinceramente anche di questo non ci preoccupammo molto. E non ci diede pensiero neppure l'estinzione improvvisa di alcune specie animali che avevano bisogno della luce della luna per riprodursi. Certo la sparizione della grande barriera corallina fu oggetto di una qualche discussione, grazie anche all'impegno di David Attenborough, che però era considerato dai più come una sorta di Cassandra e quindi le sue continue denunce erano accolte al massimo con un'alzata di spalle. Io nel frattempo ho cambiato lavoro e città; e mi sono sposato con Zaira. La vita continuava, senza la luna.
In quei giorni in cui noi ci occupavamo delle nostre piccole beghe quotidiane, gli scienziati si impegnarono - ovviamente inascoltati - per spiegarci che era proprio perché c'era la luna che l'asse di rotazione della terra non era perpendicolare al suo piano orbitale, ma inclinato di circa 23 gradi e che proprio quell'inclinazione permetteva l'alternarsi delle stagioni. Ma a noi cosa importava? Avevamo gli impianti di riscaldamento e quelli per l'aria condizionata, trasformavamo già l'inverno in estate e l'estate in inverno. Sentivamo che qualcosa succedeva, che i cambi di temperatura erano più repentini, che passavamo da giorni di freddo intenso a giorni di caldo soffocante, ma non ci facevamo troppo caso. Anche i giorni sembravano accorciarsi, ma allora erano cambiamenti minimi.
Poi cominciarono le grandi carestie del 2007 e finalmente capimmo che stava succedendo qualcosa di grave. Noi apparentemente riuscivamo a vivere senza la luna, ma gli animali e soprattutto le piante non riuscirono ad adattarsi a quella circostanza straordinaria. In un primo momento pensammo che avremmo potuto intervenire, ma questo richiese un consumo di energia così elevato da ridurre al minimo le materie prime: il petrolio, come sapete, è finito nel '14 e il carbone finirà tra alcuni mesi. Abbiamo perfino ricominciato a usare in maniera massiccia l'energia nucleare e naturalmente adesso non sappiamo più come stoccare le scorie. A pensarci è un ironico paradosso: se adesso voi state leggendo queste mie riflessioni è grazie all'energia che ci ucciderà.
Alcuni scienziati hanno calcolato che se ci fosse ancora la luna oggi sulla terra saremmo più di sette miliardi e mezzo di persone, mentre oggi, senza la luna, siamo già meno di cinque miliardi. 
Noi - io e voi che leggete questo blog - siamo nati dalla parte "giusta" del mondo, resisteremo qualche decennio in più, qualcuno di noi morirà perfino di vecchiaia o per una malattia "normale", ma il nostro destino è segnato.
Mi capita spesso di uscire di notte - anche se ormai non ha più senso parlare di giorno e di notte - e guardo il cielo. Provo e pensare dove sarebbe la luna.
Ieri, mentre me ne stavo lì, solo nel buio, mi sono chiesto cosa sarà successo alle donne e agli uomini che vivevano nella base lunare Alpha.

Ammetto che il mio ricordo da vecchio possa essere condizionato dal fatto che noi adolescenti degli anni Ottanta ci eravamo invaghiti di Maya, rapiti dai suoi occhi e dalla sua capacità di trasformarsi in qualunque essere vivente. Spazio 1999 era una bella serie realizzata a metà degli anni Settanta nel Regno Unito, che non ha avuto una grande fortuna, certamente non paragonabile a quella di Star Trek.
I protagonisti erano Martin Landau e Barbara Bain, allora marito e moglie, che avevano lavorato insieme qualche anno prima in un'altra fortunata serie, Missione impossibile. Nonostante l'impegno produttivo notevole per una serie televisiva - gli autori degli effetti speciali erano gli stessi di 2001: Odissea nello spazio e che poi avrebbero lavorato in Alien e in Guerre stellari - Spazio 1999 fu interrotta dopo solo due stagioni. Barbara Bain non ebbe il successo che avrebbe meritato, mentre Landau conoscerà un'inaspettata carriera solo diversi anni più tardi, diventando uno dei "grandi vecchi" del cinema americano. Anche Catherine Schell - Maya - ha lavorato poco dopo questo film, avendo più successo come proprietaria di un piccolo albergo nella campagna della Loira.
La serie, nonostante la Rai avesse partecipato alla produzione - e infatti alcuni attori italiani furono coinvolti in ruoli minori - non ebbe una programmazione felice in Italia. Prima alcuni episodi furono montati insieme per fare un film, con la musiche di Ennio Morricone. La prima serie fu trasmessa nel '76, divisa in tre diversi periodi e tre diverse fasce orarie. Mentre la seconda - quella con Maya - fu trasmessa nel '79 e ogni episodio era diviso in due puntate, con la sigla finale degli Oliver Onions. E così noi vedemmo la prima stagione dopo la seconda, non capendo bene chi fosse il geniale professor Bergman.
Su Spazio 1999 ho scoperto questa curiosità che voglio condividere con voi e che mi sembra che da sola racconti un'epoca. L'episodio della prima serie L'ultimo tramonto è stato trasmesso dalla Rai nell'estate del '76, poi quella copia, l'unica disponibile, è andata perduta. Per l'edizione in dvd è stata utilizzata una registrazione su audiocassetta fornita da un telespettatore, che - nell'epoca non c'erano ancora i videoregistratori - aveva messo il microfono del registratore a nastro accanto al televisore. Mi rendo conto che per alcuni dei miei più giovani lettori sto usando termini incomprensibili, ma i più vecchi sanno di cosa sta parlando. Quella registrazione non copre i primi minuti dell'episodio, perché, a causa di uno sciopero dei giornalisti Rai, l'edizione del telegiornale che precedeva il telefilm fu più breve e quindi il telespettatore si sintonizzò a trasmissione iniziata. Erano i tempi in cui riuscivamo ad andare sulla luna, ma non a registrare un telefilm.

lunedì 15 luglio 2019

Verba volant (686): blu...

Blu, agg. m. e f.

A voler credere a Giacomo Leopardi gli uomini - in ogni tempo e a qualsiasi latitudine - hanno avuto l'abitudine di parlare con la luna. Nei secoli questo satellite ha raccolto le nostre speranze, le nostre paure, i nostri più intimi segreti. Poi la luna risponde - e magari canta con la bella voce di Lybbe Thigpen - a pochissimi fortunati, come Bear e gli amici della grande casa blu.
E anche noi continuiamo a cantare alla luna. Una delle canzoni più famose - e probabilmente la mia preferita - è Blue moon. Ed è una canzone che ha una storia che merita di essere raccontata, una di quelle vecchie storie di Hollywood che a me piacciono tanto.
Il musicista Richard Rodgers e il paroliere Lorenz Hart sono tra gli autori più prolifici della Broadway degli anni Venti, scrivono almeno due musical a stagione, ma la crisi del '29 e l'avvento del sonoro cambiano radicalmente le abitudini degli spettatori americani. E anche questi due newyorchesi di origine ebraica devono trasferirsi a Hollywood. Vengono messi sotto contratto dalla Metro-Goldwyn-Mayer che nel 1933 ha il progetto di realizzare un film, intitolato Hollywood Party, interpretato dai migliori artisti dello studio. Il film - peraltro non memorabile - ha una trama assolutamente esile, che serve soltanto da raccordo per una serie numeri isolati, più o meno riusciti: una specie di rivista nello stile Ziegfeld.
Rodgers e Hart scrivono una canzone per Jean Harlow, una preghiera con cui l'attrice dai capelli color platino chiede di diventare una star del cinema. Jean è già una star, un misto di ingenuità e di erotismo, che è diventata in pochi anni il sogno proibito degli americani. L'anno precedente Jean è stata l'involontaria protagonista di uno dei grandi scandali di Hollywood: a soli due mesi dal matrimonio con il produttore Paul Bern, di oltre vent'anni più vecchio di lei, questi viene ritrovato con un colpo di pistola alla nuca, e accanto un biglietto con la frase "avrai capito che l'altra notte è stata tutta una commedia". Jean è stata una splendida farfalla, fragile e in balia dei predatori, e con una vita altrettanta breve: morirà nel '37 a soli ventisei anni. Jean non ha mai cantato questa canzone - registrata con il titolo Prayer (Oh Lord, make me a movie star) - né è apparsa nel film.
Qualche mese dopo i produttori della Metro chiedono ai loro autori una canzone per i titoli di testa del film Manhattan melodrama. Il film è diretto da W.S. Van Dyke e interpretato da Clark Gable, William Powell e Myrna Loy. E' il primo film in cui Powell e Loy lavorano insieme: quello stesso anno e sempre diretti da Van Dyke, gireranno L'uomo ombra - da un romanzo di Dashiell Hammett - in cui interpretano Nick e Nora Charles, la coppia di investigatori più incredibilmente eleganti e snob del cinema. Manhattan melodrama non è un gran film, ma si è ritagliato un posto d'onore nella cronaca americana: John Dillinger, il più ricercato rapinatore di banche degli anni della Grande Depressione stava uscendo dal Biograph theatre di Chicago proprio dopo aver visto questo film, quando fu colpito a morte da cinque agenti del Fbi. La Metro usò questa notizia per pubblicizzare la pellicola: l'unica a protestare è stata Myrna Loy.
Ma torniamo alla canzone. A Rodgers piace la musica di Prayer e quindi chiede ad Hart di scrivere un nuovo testo, nasce così It's just that kind of play. Ai produttori del film non piace e non viene usata. Nel film c'è anche una scena che si svolge in un night-club, serve una canzone per creare l'ambientazione: la musica c'è già, e Hart scrive per la terza volta un testo. Nasce The bad in every man. Per cantarla viene scritturata la debuttante Shirley Ross, che ha cominciato la sua carriera proprio come cantante di night. Shirley sembrava una promessa, aveva una voce molto dolce, ma evidentemente non era destino, il suo nome non brillerà a Hollywood. La canzone piace ai produttori della Metro e viene inserita nel film, ma Jack Robbins, che per lo studio ha il compito di far fruttare i brani dei film, dice che quella canzone non può avere una vita commerciale: il titolo non funziona e serve un testo più romantico. Hart non vorrebbe proprio scrivere ancora un altro testo, ma alla fine si fa convincere, anche perché la musica di Rodgers è bella. Così nasce Blue moon.
Stavolta Hart ce l'ha fatta. Già dal titolo, che indica una cosa estremamente rara. In inglese infatti si chiama luna blu la terza luna piena nel caso in cui se ne abbiano quattro in una sola stagione, evento astronomico decisamente infrequente. E Lorenz scrive una struggente canzone d'amore, il ringraziamento alla luna per aver esaudito la preghiera di una persona innamorata. E forse sta pensando a se stesso, ringrazia la luna di avergli fatto incontrare Richard Rodgers, l'uomo che ha sempre amato senza mai avergli confessato nemmeno la propria omosessualità. Il suo amore saranno le sue canzoni.
Ad Hart Hollywood piace, o almeno è felice di vivere in una città in cui la sue scelte sessuali non sono certo accettate, ma almeno si possono esprimere, perché ci sono le "feste" di Cole Porter e di George Cukor, perché ci sono tanti ragazzi messicani pronti a prostituirsi. Invece Rodgers è un figlio di New York che soffre lontano dalla sua città. E poi il cinema non fa per loro. Tornano a Broadway e comincia una nuova stagione di successi, culminata nel 1940 con Pal Joey, che segna il debutto del giovane Gene Kelly, accanto a una veterana star del musical come Vivienne Segal. E per inciso il film del 1957 non funziona perché Rita Hayworth, anche se è bellissima, è più giovane di Sinatra.
E Blue moon? Stavolta Jack Robbins capisce che ha per le mani una miniera d'oro. Il 15 gennaio 1935 fa registrare la canzone a Connee Boswell e poi autorizza che sia usata come sigla del fortunato programma radiofonico Hollywood Hotel, in cui la giornalista Louella Parsons, una delle grandi "pettegole" della Mecca del cinema, racconta i vizi pubblici e le virtù private delle star.
Merita di essere ricordata anche Connee Boswell, probabilmente una delle più grandi cantanti jazz degli anni Trenta e Quaranta, almeno secondo il giudizio di una che se ne intendeva come Ella Fitzgerald. Connee, prima nel trio formato con le sorelle Martha ed Helvetia - le Boswell Sisters - poi da sola, incide moltissime canzoni destinate a diventare standard jazz. Connee è costretta - non si è mai saputo se per una forma molto grave di poliomielite o per una caduta quando era bambina - a cantare da seduta e per questo il suo destino è legato essenzialmente alla radio e ai dischi.
Intanto Blue moon diventa un "classico", la Metro la usa in almeno sette film, a cominciare da At the Circus dei fratelli Marx.
Lorenz Hart muore il 22 novembre 1943, a causa di una polmonite che colpisce un corpo fortemente indebolito dall'alcol; incapace di accettare la propria omosessualità, Lorenz comincia a bere, sparisce per giorni per rifugiarsi dai suoi "amici" in Messico, smette di scrivere canzoni e Rodgers dovrà cominciare un nuovo sodalizio artistico con Oscar Hammerstein II. Insieme scriveranno, tra gli altri, Oklahoma!, Annie get your gun, South PacificThe King and I e The Sound of music, vincendo ben trentacinque Tony durante la loro lunga carriera.
Tutti i grandi cantanti hanno inciso la loro versione di Blue moon. Io amo in particolare quella di Billie Holiday, la grande signora del jazz, perché Billie regala a questa canzone la sua personale nota di rimpianto. Anche Billie ringrazia la luna per qualcuno che le è sfuggito. Proprio come Lorenz Hart.
Noi che invece abbiamo la fortuna di ringraziare la luna per una persona che possiamo stringere, sentendo Blue moon sappiamo che bastava un attimo perché la storia andasse in tutta un'altra direzione.

You saw me standing alone
without a dream in my heart
without a love of my own.

sabato 13 luglio 2019

Verba volant (685): égalité...

Égalité, sost. f.
Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri.
Il socialista George Orwell quando scrisse La fattoria degli animali pensava con tutta evidenza alla rivoluzione russa, ma l'icastica aggiunta al settimo comandamento dell'animalismo potrebbe essere stata scritta tranquillamente negli anni della rivoluzione francese, visto che la Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, approvata solennemente dall'Assemblea nazionale il 26 agosto 1789, dovrebbe essere intitolata più propriamente Dichiarazione dei diritti del maschio e del cittadino.
E anche nella storiografia la rivoluzione francese sembra proprio un "gioco da maschi": Bailly, La Fayette, Mirabeau, Danton, Marat, Hebert, Saint-Just, Robespierre, tutti maschi. Le uniche due donne che in qualche modo emergono dalle cronache di quegli anni infuocati sono l'odiata regina, l'austriaca Maria Antonietta, passata alla storia per una frase che non ha mai pronunciato, e Charlotte Corday, che ha dato l'occasione a Jacques-Louis David di trasformare Marat nel più celebre martire della rivoluzione, di un cristo laico e repubblicano. Al massimo le donne nella rivoluzione potevano fare le "cattive".
Invece le donne c'erano, hanno scritto, hanno manifestato, hanno combattuto, insomma anche loro hanno fatto la rivoluzione. Proprio come hanno fatto i maschi. Solo che di loro non sappiamo praticamente nulla.
Claire Lacombe è nata il 4 marzo 1765 a Pamiers, una piccola città nel cuore dell'Occitania, l'antica terra dei catari. Suo padre Bernard era un commerciante ed era regolarmente sposato con la madre di Claire. Ma dal momento che la ragazza divenne un'attrice, già pochi anni dopo la rivoluzione lo scrittore de Lamartine disse che era la figlia naturale - una bastarda in sostanza - di una coppia di attori: una delle tante menzogne che sono state dette e scritte contro di lei.
Come attrice ha avuto un buon successo nei teatri della provincia, ma naturalmente era attratta da Parigi: era lì che avrebbe potuto diventare davvero famosa. Claire arriva nella capitale a ventisette anni, nel 1792, nel pieno del fermento rivoluzionario. Dato che è repubblicana si avvicina ai cordiglieri, allora guidati da Marat, anche se non può iscriversi ufficialmente al loro club perché è aperto solo ai maschi. Però Claire vuole fare comunque qualcosa e quindi partecipa, il 10 agosto di quello stesso anno, all'assalto delle Tuileries, combattendo insieme a un gruppo di volontari venuti da Marsiglia, intonando un canto di battaglia destinato a diventare assai celebre.
Nei mesi successivi Claire aderisce al movimento degli Arrabbiati, il gruppo più radicale della rivoluzione, che chiedeva l'introduzione di un calmiere e la fine della speculazione finanziaria che stava affamando il popolo. Gli Arrabbiati sono stati l'unico partito che ha promosso una sezione dedicata alle donne, la Società delle repubblicane rivoluzionarie, di cui Claire è diventata subito una delle leader più ascoltate.
In qualche modo era naturale che la partecipazione delle donne alla politica e il radicalizzarsi sui temi sociali andassero di pari passo: erano proprio le donne a essere più sensibili ai temi della miseria. Forse è anacronistico definire gli Arrabbiati come socialisti, ma certamente sono stati il gruppo che ha tentato di portare la rivoluzione su un altro livello. E questo è stato il motivo per cui i capi della rivoluzione - dai moderati come Bailly agli estremisti come Marat - li hanno sempre combattuti: erano tutti fieramente capitalisti, sostenitori della libertà del mercato. Ed erano tutti altrettanto fieramente maschilisti e il ruolo delle donne è stato certamente uno degli elementi che ha esacerbato l'ostilità dei altri partiti contro gli Arrabbiati.
Il 12 maggio 1793, Claire e le sue compagne chiedono il diritto di portare le armi per combattere nella guerra di Vandea. Il 2 giugno la giovane partecipa all'assedio della Convenzione, che determina l'arresto dei moderati girondini e l'inizio della repubblica giacobina. Claire però continua a lottare anche contro il Comitato di salute pubblica, ormai dominato da Robespierre. Il 5 settembre pronuncia un discorso in cui chiede l'epurazione del governo. Claire ha passato il segno, contro di lei i giacobini montano la falsa accusa di aver ospitato in casa sua dei nobili controrivoluzionari. Il 16 settembre viene arrestata, ma le accuse sono così infondate che la sera stessa viene rilasciata. Il 7 ottobre viene chiamata a difendersi alla Convenzione e qui pronuncia il suo ultimo discorso pubblico, in cui, ancora una volta, tiene insieme la lotta delle donne e il progresso della rivoluzione. 
I nostri diritti sono quelli del popolo, e se ci si opprime, noi opporremo resistenza all'oppressione.
E' troppo. Claire deve essere zittita. Alcune donne delle Halles - che pure erano sempre state sostenute e difese da Claire e dalle sue compagne - accusano le Repubblicane rivoluzionarie di averle costrette ad indossare il berretto frigio, un simbolo concesso solo ai maschi. Ci sono tafferugli alla Convenzione: la stessa Claire viene aggredita. Per il governo giacobino è un'ottima occasione per sistemare le cose una volta per tutte: la Società delle Repubblicane rivoluzionarie viene messa fuorilegge e tutti i club femminili vengono sciolti. Il 2 aprile 1794 Claire viene arrestata, ma non processata: non le si vuole offrire un pubblico davanti a cui difendersi. Sarà scarcerata il 20 agosto 1795, durante il governo del Direttorio, quando ormai la rivoluzione per cui aveva lottato con tanta passione e tenacia è finita. 
Claire lascia immediatamente Parigi e pare torni a fare l'attrice. Nel 1798 sappiamo che è stata di nuovo nella capitale, perché ha avuto una lite con la padrona di casa. Ha trentatré anni e di lei non ci sono più notizie. Un suo quasi coetaneo venuto dalla Corsica è già l'uomo forte del nuovo regime. 
Nei tumultuosi giorni che seguono il suo primo arresto, un deputato giacobino della Convenzione dice di lei
Mademoiselle Lacombe non aveva altro merito che un bell'aspetto. Non possedeva delle brillanti qualità, ma i suoi modi erano adatti alle masse.
In fondo - sembrano dire tutti - mademoiselle Lacombe è solo una donna, un'attrice per di più, cosa volete che capisca di politica? Solo un bel faccino, utile per prendere qualche voto, ma la politica deve continuare a essere un "gioco da maschi". Ma per sconfiggere questa idea serve una rivoluzione che non è ancora stata fatta.

giovedì 11 luglio 2019

Verba volant (684): ossa...

Ossa, sost. pl.

Era un bizzarro paese la Francia della seconda metà del Settecento: i filosofi erano considerati popstar. E di conseguenza la loro morte era un avvenimento pubblico.
Sono i primi giorni del 1778, l'ottantatreenne Voltaire decide di tornare a Parigi: è malato e sa che non vivrà ancora a lungo. Ha passato gran parte degli ultimi ventotto anni nel castello che si è costruito a Ferney, in una sorta di esilio autoimposto. Ferney è a pochi chilometri dal confine svizzero, e, in un tacito accordo tra le autorità francesi e il filosofo, pare godere di una sorta di extraterritorialità. A Ferney, in questo trentennio, Voltaire ha finanziato la costruzione di oltre cento case, di una scuola e di un ospedale, di un serbatoio d'acqua e della fontana pubblica; ha promosso la bonifica delle paludi e ha dato sussidi agli artigiani - specialmente orologiai e tessitori - affinché vi si trasferissero.
Prima di morire Voltaire vuole tornare a Parigi, per rivedere la sua città, ma soprattutto per definire con le autorità e la stessa corte i termini della sua morte. Il filosofo non vuole che il suo corpo sia disperso per l'opposizione delle gerarchie cattoliche a una sua degna sepoltura - quello che era successo alla sua amica e amante Adrianne Lecouvreur - e le autorità francesi vogliono evitare lo scandalo di un rifiuto di sepoltura dell'intellettuale più famoso d'Europa. Voltaire non vuole piegarsi a una pubblica ammissione di fede né le autorità ecclesiastiche possono accettare che il miscredente più famoso di Francia venga sepolto con tutti gli onori. Bisognerà comunque trovare un accordo, magari per una sepoltura a Ferney. E per questo all'inizio di febbraio Voltaire torna a Parigi, accolto trionfalmente dalla folla, che si accalca lungo la strada per salutare la sua carrozza e davanti al palazzo del marchese de Villette, che lo ospita, in quanto marito - proprio per volontà di Voltaire, incurante che il marchese sia un noto omosessuale - della figlia adottiva del filosofo Reine Philiberte de Varicourt.
Le condizioni di salute di Voltaire sembrano stabili, il filosofo riceve amici e discepoli. Il 30 marzo assiste a una rappresentazione della sua tragedia Irène, durante la quale il busto dell'autore viene portato sul palco e cinto di una corona. Il 7 aprile, insieme al suo caro amico Benjamin Franklin, aderisce alla loggia massonica delle Nove sorelle. Voltaire continua a scrivere come sempre, ma ben presto la sua salute si aggrava. Pare che per due volte padre Gauthier, della parrocchia di Saint-Sulpice, si rechi da lui per cercare di ottenerne una dichiarazione di fede cattolica. I preti vogliono quell'ammissione per usarla a fini propagandistici e naturalmente Voltaire, pur indebolito dalla malattia, lo sa bene e resiste.  
Il filosofo però non ottiene quello per cui si è recato a Parigi, non fa in tempo, anche per l'ostilità della corte che se ne sta a Versailles. La sera del 30 maggio Voltaire muore. A questo punto la situazione si complica: c'è da gestire il corpo, ma anche l'eredità - parecchio sostanziosa - del filosofo. Da un lato ci sono la figlia adottiva e il marito marchese, dall'altro ci sono i nipoti, tra cui spiccano Madame Denis - che è stata anche l'ultima amante di Voltaire - e un giovane prete, l'abate Mignot, parroco di Scellières. E intanto la folla continua a stazionare sotto il palazzo del marchese, ansiosa di vedere il grand'uomo. La morte di Voltaire viene tenuta segreta per due giorni. Nel frattempo il cadavere viene imbalsamato in maniera sommaria, vestito, caricato su una carrozza e condotto a Scellières, dove il nipote, nonostante il divieto dell'arcivescovo di Parigi, celebra una messa solenne e fa seppellire l'illustre zio. I medici che fanno l'autopsia di Voltaire ne asportano il cervello e il cuore, che vengono portati rispettivamente alla Biblioteca nazionale di Francia e alla Comédie Française, come una specie di reliquie laiche. Nel frattempo spuntano da ogni parte dichiarazioni di fede dettate da Voltaire in punto di morte, su cui si accendono vivaci discussioni: gli anticlericali le rifiutano come tentativi della chiesa di insozzare la memoria del filosofo, ma anche i cattolici più oltranzisti dicono che non bastano quelle poche parole a riparare i tanti peccati di chi ha scritto della chiesa "écrasez l'infâme".
Passano alcuni anni e scoppia la Rivoluzione, grazie anche agli scritti di Voltaire.
Il marchese de Villette, che ha rinunciato ai propri titoli, e ora è semplicemente Charles Villette, promuove un'azione legislativa per far tornare i resti di Voltaire a Parigi e anzi per seppellirlo in maniera solennemente laica nel Pantheon, ossia la chiesa in stile neoclassico dedicata a santa Genoveffa, completata con ironico tempismo proprio nel 1789 e che quindi il governo rivoluzionario ha trasformato in un mausoleo in cui dare sepoltura alle grandi personalità del paese. 
L'11 luglio 1791 Voltaire - o quello che ne rimane - torna definitivamente a Parigi. Pochi giorni prima è tornato a Parigi anche il re Luigi XVI, dopo aver tentato di fuggire dalla città e dal controllo del nuovo governo rivoluzionario. 
Il viaggio di Voltaire viene organizzato nei minimi particolari. I resti del filosofo, arrivati da Scellières, giungono dove un tempo sorgeva la Bastiglia e qui caricati su un carro trainato da quattro cavalli bianchi su cui campeggia il busto di Voltaire. Il corteo lambisce il Louvre, così che il re ormai umiliato dalla fuga possa vedere chi è davvero degno dell'onore dei cittadini della Francia, raggiunge il palazzo di Villette, dove il filosofo è morto e dove è costruito in tutta fretta un anfiteatro, dove siedono, tra gli altri, le sorelle Calas, ossia le figlie di Jean che, condannato a morte a seguito di un'accusa infondata, è stato successivamente riabilitato proprio grazie all'azione di Voltaire, alla pressione che, con i suoi scritti, ha fatto sull'opinione pubblica e sul re. Infine, prima di arrivare al Pantheon, il corteo, seguito da migliaia e migliaia di persone, si ferma al Théâtre de la Nation, per l'omaggio all'autore del Brutus. E finalmente le spoglie di Voltaire raggiungono il Pantheon, dove è sepolto fino a quel momento soltanto Mirabeau, il cui feretro sarà tolto quando verranno scoperti i suoi contatti segreti con il re. L'11 ottobre 1794 accanto ai resti di Voltaire saranno tumulati, con feroce e non voluta ironia, quelli di Rousseau, costringendo i due filosofi che non si erano mai amati in vita a stare accanto nella morte.
Passa anche la rivoluzione e i "nemici" di Voltaire chiedono a Napoleone di riesumarne il corpo e toglierlo dal Pantheon, ma l'imperatore, nonostante tutto un figlio della rivoluzione, non cederà mai. 
Passa anche Napoleone e nel 1821 Luigi XVIII ordina che il Pantheon sia nuovamente consacrato come chiesa di santa Genoveffa. Gli oltranzisti cattolici chiedono che il corpo di Voltaire venga rimosso, ma il re - con un inaspettato spirito volterriano - rifiuta, dicendo che il filosofo "è già punito abbastanza per il fatto di dover ascoltare la messa tutti i giorni". La Monarchia di Luglio fa tornare il Pantheon un tempio laico, poi la Seconda Repubblica lo fa consacrare di nuovo come chiesa e la Terza lo destina di nuovo - questa volta in maniera definitiva - come mausoleo per i grandi di Francia: Voltaire - nel frattempo Napoleone III ha disposto che il cuore gli sia ridato - rimane sempre lì, accanto a Rousseau, nonostante sorga tra i nemici dell'illuminismo la leggenda che le ossa dei due filosofi siano state nottetempo trafugate e gettate via. E' servita una commissione d'inchiesta scientifica per dissipare ogni dubbio.
Nonostante avrebbe preferito una tomba nella piccola città su cui il filosofo dell'illuminismo aveva "regnato" come un signore feudale, credo che Voltaire si sarebbe divertito di fronte alle piccole meschinità che hanno accompagnato le sue ossa. 
Se gli sparvieri hanno sempre avuto lo stesso carattere, perché volete che gli uomini abbiano mutato il proprio?
Voltaire era profondamente pessimista, perché non credeva che gli uomini potessero cambiare. Il filosofo della Rivoluzione non riusciva proprio a credere alle rivoluzioni.

martedì 9 luglio 2019

Verba volant (683): puma...

Puma, sost. m.

Parlare di Svicolone - o Snagglepuss come si chiama nella versione originale il personaggio creato alla fine degli anni Cinquanta da Joseph Barbera e William Hanna - vuol dire parlare della sua voce. O meglio, delle sue voci.
Svicolone - per comodità lo chiameremo sempre così, anche quando parleremo dei cartoni animati originali, non doppiati in italiano - è un puma antropomorfo di colore rosa. Visto che in Italia abbiamo poca dimestichezza con questi animali, lo abbiamo sempre considerato un leone. Gli piace essere elegante: indossa un colletto alto inamidato, i polsini e un cravattino stretto. Sogna di fare l'attore e ha una netta predilezione per Shakespeare. E' cortese e amichevole, ma le persone tendono a considerarlo un animale feroce e questo è in genere l'elemento che scatena le storie di cui è protagonista. Le sue frequentazioni con i classici del teatro gli permettono di avere un eloquio piuttosto colto e raffinato - non posso dire per i puma, ma certamente più di tanti umani.
Il successo di questo personaggio si deve in gran parte all'attore che gli ha dato la voce. Daws Butler è stato uno dei più importanti doppiatori di cartoni animati tra la metà degli anni Cinquanta e la fine dei Settanta. Per Hanna-Barbera Butler è stato la voce di Yoghi, Braccobaldo, Ernesto Sparalesto e Babalui - non era infrequente che interpretasse più personaggi nello stesso cartone - Wally Gator, Lupo de' Lupis, Barney Rubble. E naturalmente Svicolone.
Per caratterizzare questo nuovo personaggio Butler decide di imitare la voce di Bert Lahr, un noto attore comico, la cui interpretazione più famosa è stata quella del Leone codardo nel film del 1939 Il mago di Oz. Lahr, nato nel 1895 a New York, era cresciuto nel vaudeville, in cui aveva debuttato appena quindicenne, ma era poi velocemente arrivato ai palcoscenici di Broadway, era un ottimo comico e un buon cantante, e per questo partecipò a diversi musical e riuscì a ottenere la parte del Leone nel film di Fleming, che caratterizzò in maniera molto personale. Tornato al teatro, dopo questo grande successo, fu ingaggiato per nuovi ruoli comici e nel 1956 volle portare in scena, per la prima volta negli Stati Uniti, Aspettando Godot: Bert interpretava Estragon, mentre Vladimir era un altro celebre attore teatrale, Tom Ewett, che però noi ricordiamo per essere il marito di Quando la moglie è in vacanza, rapito - come tutti noi - da quella gonna sollevata dallo spostamento d'aria quando passa la metropolitana. Il dramma di Beckett fu un fiasco e lo spettacolo non arrivò neppure a Broadway. L'anno dopo, cambiato il regista e il coprotagonista - E.G. Marshall, il giurato n. 4 di Twelve angry men, sostituì Ewell - lo spettacolo arrivò finalmente a Broadway, ottenendo un buon successo, anche perché Lahr venne lasciato libero di dare il proprio tono al personaggio.
Nel 1961 la Kellogg "assume" Svicolone per fare pubblicità ai propri cereali. Ben Lahr fa causa a Daws Butler per avergli "rubato" la voce. Si arriva a un accordo e Bahr ottiene che alla fine dello spot compaia la scritta "la voce di Svicolone è di Daws Butler", facendolo diventare il primo doppiatore a ottenere questo credit in uno spot televisivo: in fondo un giusto riconoscimento per un attore di cui nessuno conosceva il volto e pochissimi il nome. Anche se tutti conoscevano le "sue" voci.     
L'accusa di Lahr era però ingiusta. Certo Butler aveva preso molti tratti della sua voce, ma non l'aveva pedissequamente imitato, non lo faceva mai. Aveva inventato la voce di Svicolone, calda, ben impostata, da attore classico, con un tono leggermente affettato, un vocabolario ricco e farcita di citazioni.
Svicolone spesso durante le sue avventure è costretto a scappare e qui Butler ha il colpo di genio: ogni volta quella fuga repentina viene annunciata con l'espressione
exit, stage left
che è la didascalia sui copioni per indicare che l'attore deve uscire a sinistra. Per lo più Svicolone esce a sinistra, ma ovviamente capita che debba scegliere anche l'altra direzione e l'espressione cambia di conseguenza. Come rendere tutto questo in italiano? I traduttori hanno un altro colpo di genio e la frase di fuga diventa
svicolo tutta a mancina.
Poi Renzo Palmer, chiamato a dare la voce a questo bizzarro puma rosa, inventa per il suo personaggio un accento bolognese. E' così che noi abbiamo conosciuto Svicolone.
Renzo Palmer è stato uno dei grandi artigiani dello spettacolo italiano: nato a Milano nel 1929, da metà degli anni Cinquanta fino a qualche mese prima di morire, ha fatto teatro e cinema, radio e televisione, per lo più senza essere il protagonista degli spettacoli, dei film, degli sceneggiati in cui ha lavorato, ma illuminandoli tutti con il proprio mestiere. Renzo Palmer non era un bello, non aveva il physique du role dell'eroe, ma era bravissimo a dare vita ai suoi personaggi, che sono quelli della vita vera. Renzo Palmer aveva la straordinaria capacità di raccontare l'uomo comune - e quindi noi spettatori - nelle nostre piccolezze e, più raramente, nei nostri eroismi. Ricordo la sua ultima apparizione in un film: ne La famiglia di Ettore Scola è Nicola, lo zio di Macerata, fascista, ottusamente orgoglioso di essere diventato il segretario del partito nella sua città, ma non riusciamo a volergli male, perché è nostro zio, lo conosciamo, è più stupido che cattivo. Poche battute, una manciata di inquadrature, ma noi, grazie a Palmer, sappiamo tutto di quell'uomo. Renzo Palmer ha fatto tanto doppiaggio, di film, ma anche di cartoni animati, e per quelli di Hanna-Barbera ha dato la propria voce - come Butler - a Braccobaldo e a Svicolone, e, proprio come il suo omologo americano, con la sua voce ha creato quel personaggio. Altri hanno successivamente doppiato - peggio di lui - il puma rosa con il suo intercalare perfino - even nell'originale di Butler - ma nessuno ha potuto togliergli l'accento, e quindi quel puma parlerà sempre con quell'inconfondibile esse bolognese.
Merita infine che sia raccontata l'ultima vita di Svicolone.
Nel 2018 lo scrittore e autore di fumetti Mark Russell e il disegnatore Mike Feehan hanno pubblicato sei albi dal titolo Exit, Stage Left !: The Snagglepuss Chronicles. Il protagonista è ancora un puma antropomorfo rosa, elegante e un po' snob, colto, che per vivere fa il drammaturgo nell'America degli anni Cinquanta. Ma Snagglepuss è anche omosessuale - avremmo dovuto già sospettarlo anche noi - e per questo finisce nel mirino del Comitato per le attività antiamericane. A seguito della delazione di Ernesto Sparalesto, che in questo modo riesce a fare carriera nel mondo dello spettacolo, celando la propria omosessualità, anche il suo amico romanziere Braccobaldo subisce la stessa accusa e per questo si suicida. Ma Snagglepuss non svicola, affronta le sue scelte politiche e personali.
A dire il vero neppure Svicolone è uno che fugge, ma uno che vuole evitare lo scontro. Di fronte alla stupidità preferisce andarsene il più in fretta possibile: non possiamo davvero dargli torto. Però se un suo amico ha bisogno, Svicolone c'è - e probabilmente Butler ha pensato anche a questo quando ha scelto la voce di Bahr, ossia la voce del Leone codardo che trova il coraggio per salvare i suoi amici. Poi Svicolone vive in un suo mondo, ma anche in questo caso probabilmente ha ragione lui. Forse è più vero il suo mondo, sopra il palcoscenico, dove la finzione è codificata, che le meschine e ipocrite recite del nostro cosiddetto mondo reale, dove fingiamo senza saperlo e per di più pretendiamo di dire la verità.
Forse non abbiamo mai capito Svicolone: quando svicola tutta a mancina, quando fugge dalla schifezza di questo mondo, non esce dal palco, ci sale.
Enter, stage left. 

sabato 6 luglio 2019

Verba volant (682): oceano...

Oceano, sost. m.

Credo sia una fortuna che Omero abbia consegnato le bozze dell'Iliade al suo editore senza rileggerle. Certo sono rimasti alcuni errori, ad esempio quello su Pilemene, re dei Paflagoni, che muore nel quinto libro, per poi ricomparire, vivo e vegeto, nel tredicesimo, o la lunga notte in cui Odisseo e Diomede scoprono e uccidono Dolone, una spia troiana, una notte che dura due libri e in cui il re di Itaca cena tre volte. Ma al di là di queste fastidiose incongruenze - su cui i filologi si sono accapigliati per secoli, non avendo evidentemente di meglio da fare - questa mancata rilettura ci permette di sbirciare in un mondo che Omero avrebbe voluto tenerci nascosto. O forse questi errori sono consapevoli e il poeta ha deciso che noi sapessimo quello che Esiodo non avrebbe mai voluto raccontarci.
Nel quattordicesimo libro, riferendosi a Oceano, Omero lo chiama θεῶν γένεσις, ossia l'origine degli dei, e γένεσις πάντεσσι, ovvero l'origine di tutto. Perché c'è stato un tempo in cui questa divinità antica e misteriosa era più potente di Zeus e degli dei dell'Olimpo. C'è stato un tempo in cui il dio dell'acqua regnava sul mondo.
Secondo queste antichissime storie all'origine di tutto c'erano appunto Oceano e Teti, il dio dell'acqua e la dea madre, nel cui nome c'è un'antica radice che significa prendersi cura. E Teti è solo uno dei tanti nomi con cui conosciamo la Grande madre, la divinità più importante del Mediterraneo per secoli, prima che il culto solare prendesse il sopravvento. Quindi all'inizio di tutto c'era una donna e c'era l'acqua, che aveva una potenza generatrice tale che alla donna bastava immergersi per dare alla luce delle nuove creature. All'inizio dei tempi si poteva generare senza i maschi e il loro "prezioso" seme. Adesso capite perché è una storia che non vogliono raccontarci.
Questa primigenia coppia divina generò le Oceanine, le dee dell'acqua che scorre nei fiumi e nel mare, e le Nefelai, le dee dell'acqua che cade dal cielo. Secondo queste storie Oceano era il fiume che scorreva agli estremi margini della terra, rifluendo in se stesso, in un circolo ininterrotto, che abbracciava tutte le terre conosciute e alimentava i fiumi, le sorgenti, e tutti i mari interni - compreso il Mediterraneo - che continuavano a scaturire dal suo corso vasto e potente.
Esiodo naturalmente tentò di ridimensionare il ruolo di questa divinità, tentò di spiegare che Oceano e Teti erano due Titani, che, pur non partecipando alla guerra contro gli dei dell'Olimpo, rappresentavano il vecchio ordine sconfitto. Ma mentre gli altri Titani potevano essere dimenticati, imprigionati nel Tartaro, Oceano e Teti erano troppo ingombranti, e i propagandisti della nuova religione dovevano farci i conti, e quindi spiegavano che, anche quando il mondo era già sotto il dominio di Zeus, Oceano poté rimanere al suo posto, oltre al quale si credeva si estendesse solo il buio.
Storie di donne forti, che sanno navigare, perché conoscono bene la forza delle acque e che si prendono cura degli altri, e che proprio per questo devono lottare contro il potere dei maschi, il cui mondo si riduce a quella cosa che hanno in mezzo alle gambe. A me ricorda qualcosa, una storia molto meno antica di quella raccontata da Omero.

Volete sapere che faccia aveva Oceano? La conoscete sicuramente - è una delle immagini più famose del mondo antico - anche se forse non sapete che si tratta proprio di un suo ritratto. Lo avete visto al cinema - ad esempio in Vacanze romane con quella splendida Oceanina che è Audrey Hepburn - e se siete stati a Roma quasi certamente non avete resistito alla tentazione di farvi una foto mentre mettete una mano dentro la sua bocca, ovviamente stando ben attenti a quello che dite in quel momento, perché sarà anche una leggenda, ma è sempre meglio non sfidare una leggenda.
Il mascherone di marmo che dalla fine del Quattrocento è conosciuto come la Bocca della verità, ma che verosimilmente ha questa funzione oracolare fin dall'undicesimo secolo, ai tempi dell'antica Roma era più prosaicamente un tombino, e la sua "bocca" serviva quindi a liberare le strade dall'acqua piovana e da altri liquidi meno commendevoli. E proprio perché quelle acque poi sarebbero tornate al fiume, parve naturale dare a quei tombini l'immagine del dio Oceano. Poi siccome i maschi ragionano appunto solo con "quello", a Oceano è toccato l'ingrato compito di scoprire spose infedeli.
Ma Oceano sa la verità sulle donne e sugli uomini, e si ricorda tutto di quei tempi tanto lontani: quindi state attenti quando mettete la mano lì dentro.

giovedì 4 luglio 2019

Verba volant (681): pensare...

Pensare, v. tr. e intr.

Chicago, una strada trafficata, piena di gente - e di musica - di un quartiere nero. Due bianchi, vestiti come due impresari delle pompe funebri, entrano al Soul food café e si siedono al bancone. La proprietaria li squadra, con l'aria di chi ha già visto molti tipi strani nel suo locale. Quello alto ordina pane bianco tostato, liscio, mentre quello più basso ordina quattro polli fritti. E una Coca.
Noi abbiamo scoperto così Aretha Franklin. E all'improvviso ci siamo trovati al cospetto di una regina, anche se indossa le ciabatte un grembiule stazzonato e un po' sporco.
E la regina ci ha ordinato di pensare. Ci ha detto, in maniera piuttosto spiccia, di pensare alle conseguenze delle nostre azioni. Noi maschi non lo facciamo spesso. Crediamo di poter prendere la nostra chitarra e di andare in giro per il mondo. E siamo anche bravi a inventarci dei buoni motivi per farlo: a volte diciamo perfino che "siamo in missione per conto di dio". Ma è meglio se non lo dite troppo forte di fronte alla regina, perché la figlia del reverendo Franklin non vuole che si bestemmi nel suo regno. Aretha ci dice di fare attenzione a quello che facciamo. E se adesso usciamo da quella porta non è detto che potremo tornare indietro
Ma dice anche un'altra cosa, questa volta rivolgendosi a un'altra parte dei suoi sudditi. E credo che questa sia la parte più importante del suo discorso. Ci dice: pensa, perché pensare ti rende libero - e soprattutto ti rende libera. Ripete ossessivamente queste due parole - think e freedom - finché non ci entrano nel cervello.
Aretha Franklin è una regina perché qualunque canzone decida di cantare quella diventa sua. Nel 1967 Aretha decide di prendere una canzone che Otis Reading ha scritto e portato al successo due anni prima, intitolata Respect, in cui si racconta di un uomo che chiede di essere rispettato dalla propria compagna. Cantata da Aretha quella stessa canzone diventa un inno di battaglia. Un inno per gli afroamericani che chiedono rispetto in una società in cui il razzismo è ancora molto forte, e un inno per le donne che chiedono rispetto in una società in cui il maschilismo è dominante. E Aretha è donna e afroamericana, quel grido risuona nella sua comunità e fuori, perché lei lotta contro due forme di discriminazione, una più forte dell'altra e che in qualche modo si alimentano.
E un anno dopo questo successo - Respect di Aretha surclasserà in tutte le classifiche la canzone di Otis Reading - la regina scrive Think. Perché non basta chiedere rispetto, bisogna anche guadagnarselo, e l'unico modo - ci dice Aretha - è quello di usare la propria mente.
E tu puoi andare in giro con i tuoi amici a far finta di aiutare dio, e puoi perfino tornare, ma fa' attenzione, perché lei ha cominciato a pensare. E non vuole smettere. Per noi maschi questa canzone vuole suonare indubbiamente minacciosa. Ma deve essere anche una speranza, perché il mondo evidentemente ha bisogno del pensiero delle donne - visto anche come l'abbiamo ridotto noi, con i nostri pensieri maschili - se vuole essere libero.
Let your mind go, let yourself be free

martedì 2 luglio 2019

Verba volant (680): orco...

Orco, sost. m. 

Sappiamo che Daniel Pennac, quando pensò al titolo per il fortunato romanzo che inizia il ciclo di Malaussène, aveva in mente quello di un'altra celebre opera, Au bonheur des dames, di Émile Zola. Credo però che al professor Pennac possa piacere il paradosso etimologico presente nel titolo dell'edizione italiana, ossia come è stato tradotto dalla bravissima Yasmina Mélaouah. Perché il termine italiano orco, derivando dal greco antico eirgo, significa propriamente un luogo chiuso, da cui, una volta entrati, non è più possibile fuggire. Così come l'orcio - l'etimologia è la stessa - è un recipiente che, per la sua particolare forma, impedisce a ciò che è contenuto di uscire. In sostanza orco è un antico sinonimo di inferno. E se poi pensiamo che forse questa parola deriva in italiano da Uragus, che è uno dei nomi più antichi con cui le genti italiche indicavano dio, capiamo che l'orco è qualcosa di più pauroso del mostro delle favole che per lo più viene sconfitto, o del proverbiale spauracchio per i bambini disubbidienti e che non vogliono dormire.
Premetto che da un po' ho smesso di leggere i giornali e da tempo immemore non seguo l'informazione in televisione e così la mia consapevolezza su quello che succede in Italia si limita alle notizie che riesco a raccogliere dai brevi notiziari radio che ascolto la mattina, da lunedì a venerdì, mentre mi lavo e mi vesto. E non leggo neppure le vostre bacheche, su cui so che spesso parlate dei fatti di cronaca. Per questo non so se sia stata usata la parola orco in riferimento a quello che è successo in provincia di Reggio Emilia - anche se conoscendo un po' la pigrizia pornografica dei giornalisti italiani, immagino non si siano fatti sfuggire l'occasione - parlo naturalmente dell'indagine che è stata chiamata - devo dire che il magistrato o il carabiniere che ha pensato questo nome ha centrato il punto come poche altre volte - "Angeli e demoni". Non so cosa è successo e non lo voglio neppure sapere - sinceramente non mi interessa - e quindi sia chiaro che, per rispetto, non parlo di questo. Aggiungo solo che mi fanno letteralmente ribrezzo quelli che usano questa storia per fare campagna elettorale.
Al netto di tutto questo, credo sia un grave errore affrontare questa vicenda - o storie analoghe che potranno capitare, come ne sono già capitate, ad esempio nella bassa modenese - attraverso la categoria dello stupore. Noi dobbiamo sapere che gli orchi esistono, non possiamo meravigliarci quando ne appare qualcuno sul nostro cammino. Noi dobbiamo accettare gli orchi e quindi insegnare alle nostre figlie e ai nostri figli - se ne abbiamo - che li potranno incontrare, prima o poi. Anzi che, visto il mondo in cui li abbiamo costretti a vivere, è quasi certo che li incontreranno. E forse a loro non andrà bene come a Malaussène. Ovviamente accettare non significa tollerare o giustificare. Semmai - ma so bene che questo non è il significato di questo verbo - dovremmo usare l'accetta con gli orchi, proprio come fanno gli eroi delle favole. 
Sia chiaro che per me accettare è solo una fase del combattere. E noi possiamo combattere solo ciò che conosciamo: quindi per combattere gli orchi dobbiamo prima di tutto accettare che esistono e provare a conoscerli. Non serve a nulla sbattere gli occhi e fare la faccia stupita. E l'unico modo che abbiamo per farlo è quello di accettare - e quindi di provare a conoscere - l'orco che è in noi. Oggettivamente è l'unico che abbiamo immediatamente a disposizione, senza essere mediato dalla fantasia di uno scrittore. Se vogliamo conoscere come è fatto davvero un orco, dobbiamo provare a guardare alla nostra cattiveria, a come si manifesta e alla fatica, più o meno grande, che facciamo per contenerla. Perché noi proviamo a tenerla ben chiusa, in modo che non possa uscire, e per lo più ci riusciamo. Il nostro cuore è un orcio che in genere funziona abbastanza bene. Però noi sappiamo che è lì e quindi provare a capire cosa la fa crescere - o al limite scatenare - è fondamentale. Non è affatto facile, credo sia anche doloroso, ma è indispensabile, se ad esempio facciamo un lavoro che ci carica di una responsabilità verso i più deboli, i più fragili.
Personalmente credo che il potere sia una forza capace di accendere la miccia dell'orco che è in noi e sappiamo che il potere si può esercitare in molti ambiti - non solo quello che noi non raggiungeremo mai, ossia quello di livello politico ed economico. In una relazione ti puoi trovare, per molte ragioni, magari non tutte dipendenti dalla tua volontà, a esercitare un potere, anche solo perché c'è un amico un po' fragile che ha bisogno di te e quell'aiuto che tu gli dai si trasforma in un potere. Poi c'è un potere che eserciti in famiglia, un potere che eserciti al lavoro, un potere che eserciti nel tempo libero. E spesso il potere è in una relazione a due. I dittatori più spietati non sono quelli che dominano le folle, ma quelli che hanno una sola vittima. 
So bene che ci sono ambiti in cui è necessario esercitare dei controlli, porre delle regole - credo che quello che è successo in provincia di Reggio Emilia sia certamente uno di questi, dove evidentemente quei controlli e quelle regole, che pur ci sono, non hanno funzionato, o hanno funzionato troppo tardi - ma è anche vero che chi ha in animo di diventare un orco, chi ha fatto quel passo, sa anche eludere i controlli, sa usare a proprio vantaggio le regole. Una cosa che abbiamo imparato è che nel mondo vero, a differenza di quello che avviene nelle favole in cui fai presto a capire che quello è l'orco, non è così facile capire: l'orco è qualcuno di cui hai bisogno, qualcuno che fino a ieri ti ha aiutato e che anzi sembra che anche adesso ti stia aiutando, mentre esercita contro di te la sua ferocia. E naturalmente l'orco che ti aiuta è molto pericoloso, perché tu hai bisogno di lui, e lui lo sa. 
E' vero che un orcio tende a non fare uscire il liquido che ci hai versato, ma c'è un limite fisico di quello che può contenere. Arriva al punto che esce, perché non c'è più spazio. E forse anche nell'orco avviene qualcosa del genere. Aiuta il primo della fila, ascolta i suoi guai, le sue lamentale, fa lo stesso con il secondo, con il terzo, con il quarto, con il quinto, poi all'improvviso arriva il sesto, che non si lamenta più di tutti gli altri, non è più insistente di tutti gli altri che lo hanno preceduto, ma ha avuto la sfortuna di essere arrivato dopo tutti gli altri e così tocca a lui pagare per tutti. Naturalmente non è una giustificazione, ma sappiamo che questo è un elemento che l'orco che è in noi non vuole capire, non vuole ascoltare. 
Ripeto io non voglio giustificare gli orchi - lo sanno fare benissimo da soli e anzi credo che dovremmo smettere di dare loro corda - ma vorrei solo che stessimo in guardia. Partendo da noi. Evitiamo almeno di aggiungere un altro orco alla lista.