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giovedì 14 marzo 2013

Considerazioni libere (346): a proposito di un papa nuovo...

Come noto, non sono perfettamente a mio agio nell'argomento: come dice il proverbio "scherza con i fanti...", ma d'altra parte il governo ancora non c'è. Comunque, visto che mi sono già dedicato all'abdicazione del papa che c'era prima - spero rileggerete quella "considerazione" di un mese fa - provo a scrivere qualche riflessione anche sull'elezione di questo nuovo papa, che i cardinali sono andati a pescare "quasi alla fine del mondo".
Prima di tutto credo sia necessario rispetto. E poi bisogna prendere l'abitudine - molto laica - di pensare prima di parlare. Già ieri sera, a poche ore dalla proclamazione, ho visto in rete due foto che ritraggono un prelato - si suppone argentino - a fianco del dittatore Videla; chi ha messo in giro quelle foto - e anche quelli che in maniera troppo automatica e frettolosa le hanno condivise - hanno riconosciuto in quei preti Jorge Mario Bergoglio. In entrambi i casi il buon senso e una veloce consultazione di Wikipedia sarebbero stati sufficienti per far capire che nessuno dei preti in quelle foto è l'attuale papa. Detto questo, con altrettanta fermezza bisogna ricordare quanto sia stata terribile la dittatura di Videla e dei suoi colleghi militari in Argentina e che quel regime per troppo tempo ha goduto dell'appoggio diretto e del sostegno politico della chiesa cattolica, sia del clero argentino sia del Vaticano, di Paolo VI prima e di Giovanni Paolo II dopo. Dato a Cesare quel che è di Cesare, bisogna poi saper distinguere le responsabilità delle istituzioni e quelle dei singoli. Sinceramente credo sia difficile trovare adesso in Argentina uno che in quei tempi era un prete e si opponeva al regime: quelli così li hanno ammazzati, tutti. Non conosco abbastanza la biografia del nuovo papa per dire se in quella stagione era soltanto uno che si barcamenava in un mare in tempesta o se ha avuto responsabilità maggiori, perché aderiva con convinzione alle idee allora dominanti. Forse lo spiegherà lui stesso, vista la franchezza che ha già dimostrato in queste prime ore di pontificato. Certamente a Bergoglio va il merito, quando era arcivescovo di Buenos Aires, di aver chiesto perdono per i crimini di cui la chiesa argentina è stata complice - e in alcuni casi protagonista - durante il regime militare. Credo che non sia stato semplice, perché il dramma era ancora recente e tante persone coinvolte, tra i colpevoli come tra le vittime, ancora vive; forse è stato più facile per Wojtyla chiedere perdono per aver condannato Galileo, un gesto che è stato acriticamente lodato dall'opinione pubblica. Per chiudere questa riflessione voglio tornare a un episodio della storia italiana. Nel 1931 Mussolini impose ai professori universitari di giurare fedeltà alla monarchia e al regime fascista, pena la decadenza dalla cattedra. Come noto, furono pochissimi i professori che si rifiutarono e giustamente i loro nomi sono scolpiti nella storia d'Italia. Però tra chi giurò ci sono grandi nomi della cultura e della scienza italiana, e persone che - e a loro dobbiamo essere assolutamente grati - ricordiamo come padri della nostra Costituzione e della nostra democrazia. Il contributo alla storia dell'Italia democratica di molti di loro fu altrettanto determinante di quelli che rifiutarono, perché furono i maestri di una generazione di nuovi antifascisti.
Questo discorso per dire che non possiamo pretendere - soprattutto noi atei, noi laici - che il papa sia come noi o come noi lo vorremmo. Sempre ieri sera ho letto il commento di qualche compagno che ha ricordato le parole dure del cardinale Bergoglio contro i matrimoni gay. Cosa vi aspettavate da un cardinale della chiesa cattolica argentina? Se avesse sostenuto i matrimoni tra le persone omosessuali o il sacerdozio femminile dubito fortemente che sarebbe diventato arcivescovo e poi cardinale e poi papa. Allora smettiamola di giudicare il papa, sia per quello che ha detto e che ha fatto sia per quello che dirà e che farà, secondo i "nostri" criteri di giudizio. Io credo di capire il dramma di una persona omosessuale che crede e quindi si sente esclusa dalla comunità dei fedeli, ma sinceramente è un tema su cui, da non credente, non voglio entrare. Se la chiesa accoglie gli omosessuali sono contento per quelli di loro che credono, ma non è che io divento cattolico; continuerei serenamente a non credere. Su questo, come sugli altri temi di cui si discute, devono decidere i cattolici, devono decidere quelli che fanno parte di quella comunità. Io però da cittadino difendo con altrettanto vigore il principio che tutti gli uomini sono uguali e che quindi tutti hanno gli stessi diritti, compreso quello di avere una famiglia, e quindi nessun prete, nessun rabbino, nessun imam può pretendere che le convinzioni legittime della sua religione diventino quelle dello stato.
Guardando dall'esterno quel mondo complesso che è la chiesa, intesa nel senso più largo possibile, mi pare che l'elezione di questo papa sia un segnale importante. Come ho scritto nell'altra "considerazione", quando una cosa impensabile smette di essere tale significa che anche altre cose impensabili possono diventare possibili. E infatti nessuno ieri si aspettava l'elezione di questo papa, il primo gesuita, il primo sudamericano, il primo a chiamarsi Francesco. Probabilmente il merito storico di Ratzinger non è solo quello di aver abdicato e quindi di aver dato una concretezza "umana" alla funzione papale, ma anche quello di aver contribuito a creare un collegio cardinalizio capace di eleggere un uomo così diverso da lui, come Bergoglio. Nonostante il segreto della Sistina, pare proprio che otto anni fa il cardinale di Buenos Aires avesse già una possibilità più che teorica di diventare papa, ma allora non aveva abbastanza voti. Ho letto che in questi otto anni il collegio cardinalizio è cambiato circa per metà ed evidetemente questa volta la maggioranza richiesta c'è stata. Dal momento che i cardinali li sceglie il papa, qualcosa vorrà dire. Chi crede pensa che ci sia l'azione dello Spirito santo, io - come sapete - allo Spirito santo non ci credo, ma certamente c'è stato un cammino in questi otto anni, che ha portato alla scelta di ieri sera.
Mi hanno colpito molte cose, alcune mi sembra che abbiano un significato più profondo di quello che lascia intendere una prima lettura del messaggio del nuovo papa. Al di là della scelta del nome, ovviamente evocativo, il nuovo pontefice ha sempre riferito a se stesso il solo titolo di vescovo di Roma; non ha ringraziato perché lo hanno eletto papa di tutto il mondo, ma appunto vescovo di Roma. Forse è un modo per dire che quella funzione deve essere ripensata. Il chiedere ai fedeli di pregare per lui è stata una sorta di investitura popolare, anche in questo gesto probabilmente c'è un significato teologico e filosofico più profondo, su cui davvero non voglio addentrarmi. Lascio il tema a chi ne capisce più di me. La cosa importante, anche per noi che della chiesa siamo fuori, è che il solo comparire di quest'uomo sul balcone ha scatenato in quel mondo una grande energia, un entusiasmo, che certaamente era latente e che aspettava una miccia per esplodere. Un po' li invidio, penso che anche in politica servirebbe qualcosa del genere, un'idea nuova capace di catalizzare un tale entusiasmo. Un po' c'era riuscito Obama.
L'elezione del papa polacco, sicuramente al di là delle aspettative di chi lo aveva votato, e anche al di là della sua successiva azione - che pure fu significativa - fu il segno di un cambiamento profondo, che richiese molti anni. Forse l'elezione di un papa sudamericano, di un papa che conosce meglio di altri le differenze tra il nord e il sud del mondo e anche le differenze che ci sono all'interno di ogni società, potrebbe essere un segno che certe idee e certi modelli sociali sono arrivati ormai a fine corsa. Forse, su questo tema, con papa Francesco faremo un pezzo di cammino insieme.

domenica 17 febbraio 2013

Considerazioni libere (338): a proposito di una cosa impensabile...

Affronto il tema con una certa cautela, perché - come sanno i miei consueti lettori - sono ateo e penso che, se, come laici, pretendiamo giustamente che le religioni non influeinzino le decisioni politiche e le basi costituzionali della nostra comunità, allo stesso modo sia sbagliato che proprio noi che non crediamo ci mettiamo a discettare su questioni teologiche e dottrinali. Il rispetto verso chi sinceramente crede passa anche attraverso questa sospensione di giudizio. Eppure l'abdicazione di Benedetto XVI è stato un evento così fragoroso che è praticamente impossibile da eludere e interroga anche noi che non siamo cattolici.
In generale non mi piace scrivere una "considerazione" subito dopo che è successo qualcosa, cerco di evitare le reazioni immediate, a caldo, e trovo più opportuno aspettare qualche giorno, per poterci riflettere meglio. Devo dire che in questo particolarissimo caso la prima impressione che ho avuto lunedì mattina, appena ho saputo la notizia, è quella stessa che ho ancora in questi giorni. Le dimissioni del papa, pur giuridicamente e canonicamente previste, erano impensabili fino a lunedì mattina. La scelta di Giovanni Paolo II di non lasciare il pontificato, pur essendoci evidenti ragioni, che avrebbero reso questa decisione comprensibile, ragionevole e forse anche auspicabile, aveva indubbiamente ribadito un elemento per così dire intrinseco a quel ministero: si smette di fare il papa solo quando si muore. Così era sempre stato e pareva che così sarebbe sempre stato. Per inciso anche l'unico precedente storico di dimissioni papali, quelle date da Celestino V, furono vissute come una ferita, tanto da far meritare la condanna da parte di Dante ai due protagonisti della vicenda, il papa dimissionario e quello che quelle dimissioni provocò, salendo a sua volta al soglio di Pietro. Naturalmente solo l'insipienza dei giornalisti italiani - quelli attuali naturalmente, non i gazzettieri del Trecento - poteva ricollegare questi due episodi, dedicando particolareggiati articoli al povero Pietro da Morrone. Ecco se Dante scrivesse oggi la Commedia dovrebbe dedicare un intero girone solo ai giornalisti pigri, che si limitano a ripetere quello che viene scritto e detto dagli altri. Dalle dimissioni di Celestino V a oggi sono passati - non invano - solo 719 anni e un paragone tra i due episodi mi pare alquanto azzardato.
Al di là di questi anacronistici precedenti storici, da lunedì le dimissioni del papa sono non solo teoricamente possibili, ma anche storicamente e concretamente pensabili. E quando una cosa impensabile smette di essere tale significa che anche altre cose impensabili possono diventare possibili. Mi è venuto in mente quello che è successo in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale. Per secoli quel popolo aveva considerato il proprio imperatore come un dio. Immagino che effetto ebbe per chi credeva alla discendenza divina del mikado sentire per radio la "dichiarazione della natura umana dell'imperatore", fatta dallo sconfitto Hirohito, costretto a ciò dal vincitore MacArthur. Da quel giorno qualcosa è irrimediabilmente cambiato nella storia del Giappone; credo in meglio. Io credo che le dimissioni di Benedetto XVI siano destinate a cambiare in maniera profonda la chiesa cattolica. In questi giorni ho letto - come voi immagino - molte interpretazioni della decisione di Joseph Ratzinger, alcune francamente fantasiose, altre più plausibili. Naturalmente si sono scatenati i "retroscenisti" in servizio permanente ed effettivo; anche per costoro servirebbe un apposito girone infernale. Sinceramente credo che l'indagine delle cause, delle motivazioni che hanno spinto il papa a prendere questa decisione, a questo punto sia piuttosto inutile. Adesso la cosa più interessante e utile è provare a studiarne le conseguenze. Io credo che sarebbe sottovalutare gravemente l'intelligenza di Ratzinger pensare che non si sia reso conto di fare un gesto impensabile, dalle conseguenze imprevedibili. Che l'abbia fatto perché si considera sconfitto o perché voglia dare una scossa al corpo della chiesa lo sa lui e su questo dobbiamo rispettarlo.
Penso anche che noi non credenti, noi atei, potremo fare qualcosa di utile per accompagnare questo percorso, che in qualche modo coinvolge anche noi, dal momento che la religione cattolica è un elemento fondante - non il solo, naturalmente, ma certo uno di quelli importanti - della nostra cultura. Forse non faremo un gran servizio a questo cambiamento se cominceremo da subito a criticare il nuovo papa. Siamo realisti: non è che tra un anno l'omosessualità non sarà più considerata un peccato e le donne potranno diventare sacerdoti. Se ci aspettiamo questo possiamo anche cominciare a pensare ad altro. Se misureremo la velocità del cambiamento soltanto con il nostro metro di giudizio - che peraltro non è detto che sia quello giusto - non solo non riusciremo a capire quello che davvero si muove all'interno della chiesa - che non è un monolite, ma una struttura molto complessa, fatta di elementi molti diversi tra di loro - ma forse rischieremo perfino di danneggiare i progressi, perché le forze che inevitabilmente tenderanno a chiudersi nella difesa del vecchio, vedranno in queste ingerenze secolari un motivo in più per osteggiare le novità in cammino. Proviamo allora a guardare a quello che succede nella chiesa con occhi non velati dalla polemica. Tra l'altro questo cambiamento si svolgerà a livello mondiale, globale, e probabilmente la nostra visione "illuminista" europea non è neppure la più adatta a percepire cambiamenti che si svolgeranno secondo categorie non rigorosamente figlie della nostra cultura. Qualcosa del genere sta succedendo, pur mutando gli ambiti e i temi, nella nostra sostanziale incapacità di capire in che modo si sta evolvendo il mondo arabo, tra la spinta delle "primavere" e la reazione di un sentimento religioso che vede i pericoli nel "progresso" occidentale. L'ho scritto tempo fa per commentare una tragica vicenda; io naturalmente condanno il padre musulmano che è arrivato a uccidere la figlia perché voleva essere "occidentale", ma non posso neppure difendere il "modello occidentale", che valuta la donna soltanto per il suo aspetto esteriore e per quanto sia capace di mostrarsi "disponibile" verso gli uomini, che possono decidere la sua carriera e la sua affermazione professionale. Naturalmente penso che una chiesa diversa, meno europea, meno conservatrice, meno ossessivamente concentrata sui temi della morale sessuale, finalmente aperta al protagonismo delle donne sarebbe una ricchezza per tutti, per chi crede come per chi non crede. Deve essere però una chiesa che ci aiuta a cambiare dalla fondamenta una società che non ci piace, che sta crescendo senza valori, senza un'etica. I temi su cui incontrarci sono molti, dal riconoscimento della dignità della donna al rispetto per altri, dalla critica a uno sviluppo basato dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo alla difesa della natura come risorsa per il nostro futuro. Mi pare che questa chiesa, la chiesa che Joseph Ratzinger lascerà il prossimo 28 febbraio, non sia in grado di contribuere in maniera efficace a questo cambiamento delle coscienze, anzi temo che la sua rigidità e il suo conservatorismo su troppi temi sia un alibi per chi non vuole cambiare. Per questo voglio avere qualche speranza nella chiesa che ci sarà.

sabato 9 febbraio 2013

Considerazioni libere (336): a proposito della memoria di Eluana...

Il 9 febbraio 2009 moriva Eluana Englaro, o forse dovrei dire moriva definitivamente, perché era dal 18 gennaio 1992 - diciassette anni prima - che Eluana viveva in stato vegetativo, senza la possibilità di comunicare o di interagire in alcun modo con l'ambiente che la circondava. Eluana non si è mai svegliata dopo quel tragico incidente e nessuno di noi saprà mai cosa c'è stato nel suo cervello e nella sua anima in quei lunghissimi diciassette anni.  O se qualcosa c'è effettivamente stato. Di fronte a questo mistero dobbiamo avere la modestia e il coraggio di tacere. Modestia e coraggio di cui abbiamo abbondantemente fatto difetto in quell'inverno.
Per scrivere questa breve "considerazione" ho dovuto controllare le date e mi sono reso conto, per la prima volta, che Eluana era nata nel 1970: era una nostra coetanea, mia e di Zaira, che siamo nati in quello stesso anno. Questa notizia mi ha particolarmente colpito - in fondo potrebbe essere una semplice curiosità, poco cambiava se fosse nata nel '69 o nel '71 - proprio perché in quei mesi non l'avevo colta, probabilmente non l'avevo proprio sentita. In quei mesi all'opinione pubblica importava assai poco di Eluana, della ragazza in carne e ossa a cui era successo quell'incidente e la cui mente viaggiava in un terreno per noi assolutamente insondabile. Eluana era diventata, suo malgrado, un simbolo, un argomento dello scontro politico, un vessillo da agitare nelle piazze, in un senso e nell'altro. Sul corpo e sulla mente di Eluana si è agitata una battaglia ideologica e una morbosità mediatica di cui fortunatamente la ragazza non ha colto lo squallore. A quattro anni da quell'anniversario la memoria di Eluana merita prima di tutto silenzio. Per chi crede, Eluana adesso riposa in pace, per chi - come me - non crede, la sua breve storia su questa terra è finita ed Eluana continua a vivere soltanto nel ricordo delle persone che le hanno voluto bene.
Mi preoccupa però che in questi quattro anni nel nostro paese non sia stato fatto nessun passo per affrontare con maggiore serenità un nuovo "caso Englaro". Se domani una persona si trovasse nuovamente in quelle condizioni patologiche e i suoi familiari si trovassero di fronte a una scelta come quella che ha dovuto assumere Beppino Englaro, ricomincerebbero allo stesso modo le manifestazioni pro e contro, i giornalisti si apposterebbero nuovamente come avvoltoi davanti all'ospedale, i commentatori ricomincerebbero la loro commedia da compagnia di giro, la politica si dividerebbe in favorevoli e contrari. Forse quelle settimane non erano le più adatte ad affrontare il tema, visto il carico emotivo che quella vicenda comprensibilmente si portava dietro, ma dopo che Eluana è morta per la seconda volta, in un paese civile sarebbe dovuto ricominciare un dibattito su questo tema. Questa discussione non c'è stata ed Eluana adesso gode solo del silenzio, ma è come se fosse morta una terza volta, perché il problema che la sua storia ci chiedeva di risolvere non lo abbiamo neppure affrontato.
Il problema lo dovremo affrontare ancora, perché le conquiste della medicina ci porteranno nuovamente a casi come questi, nel paradosso che proprio le nuove scoperte scientifiche ci mettono di fronte a nuovi dubbi, fanno emergere nuove fragilità. Personalmente, se mi succedesse mai una cosa del genere, vorrei che una decisione così complessa non fosse lasciata né ai medici né ai magistrati, ossia a persone che non mi conoscono e che non mi amano. Vorrei che una decisione - qualunque decisione - del genere la prendesse la persona con cui ho deciso di condividere la mia vita e che mi conosce più e meglio degli altri. E che io conosco. Spererei anche che chi prende questa decisione non fosse lasciata sola di fronte a una decisione così complessa. E penso anche che di fronte a una scelta di questo tipo molte convinzioni ideologiche finirebbero per sgretolarsi: credo ad esempio che se fossi io, ateo e laico, a dover decidere, rimanderei il più possibile il momento in cui staccare la spina. Naturalmente so bene che ci sono casi in cui può succedere che la persona a cui accade una cosa del genere non abbia un compagno o una compagna, non abbia dei genitori, non abbia delle persone che possano affrontare in maniera serena e consapevole questa scelta. In questi casi - che sono comunque e fortunatamente molto meno - allora dovrà essere lo stato a decidere, ma si tratta appunto di casi residuali rispetto a una condizione di normalità.
Dateci la possibilità di decidere, fateci esprimere una scelta adesso che possiamo farla; le persone sono molto più mature di come a volte le rappresentiamo, specialmente quando si affrontano questioni di questo genere.

martedì 18 dicembre 2012

Considerazioni libere (326): a proposito di concorsi...

Ho partecipato ai miei primi concorsi pubblici tra il '97 e il '98, subito dopo aver finito l'università. Gli altri partecipanti erano più o meno miei coetanei; io forse contribuivo ad alzare un po' la media, visto che mi ero laureato con "comodo". Nell'estate del '99 - quindi a 29 anni, avendo davanti anni molto produttivi - avrei potuto iniziare a lavorare in un Comune, ma rifiutai perché intanto avevo cominciato a fare un altro mestiere. Sono tornato a fare concorsi tra il 2009 e il 2010, più di dieci anni dopo le mie prime esperienze concorsuali. Con mia sorpresa, mi sono ritrovato ancora una volta tra coetanei, una masnada di "ex-giovani", in genere sposati, molti già con prole; anzi in questa nuova tornata ero tra i meno "vecchi" del gruppo. Ho ricominciato a lavorare in un Comune nel 2011; certamente a poco più di 40 anni sono ancora giovane e, grazie alle riforme del sistema previdenziale che si sono via via succedute, per me e per quelli della mia generazione l'orizzonte della pensione si è progressivamente allontanato - se non è già decisamente sfumato - eppure penso di essere, rispetto a dieci anni fa, un po' meno capace di apprendere cose nuove, in un momento in cui nella pubblica amministrazione questo è un elemento essenziale. L'esperienza è certamente importante, così come quella capacità di smussare gli angoli che si acquista con il passare degli anni, ma penso che lo sia altrettanto la freschezza dell'apprendimento e anche una certa irruenza e il desiderio di cambiare le cose che sono più tipiche di un giovane.
Al di là di queste note personali, in quei mesi di concorsi mi ha colpito questo brusco alzarsi dell'età media, che ho interpretato come un elemento negativo, il segnale che la crisi si stava estendendo e stava colpendo sempre più duramente la mia generazione. Mi ha colpito anche il fatto che molti, come me, erano disposti a spostarsi parecchio pur di riuscire a lavorare e naturalmente questo spostamento è tanto più un sacrificio se si ha una famiglia. Un altro segnale della crisi incombente, oltre all'età media dei partecipanti, è stato anche notare i titoli di studio dei concorrenti: nell'autunno del 2010, a Firenze, per un posto di categoria B, ci ritrovammo in tantissimi ed eravamo quasi tutti laureati.
Ho ripensato a questa mia esperienza e a queste personalissime constatazioni empiriche, leggendo che l'età media delle persone che hanno partecipato al concorso della scuola è 38 anni. Al di là di quello che avviene in questi giorni nel panorama politico - che francamente non presenta molte novità - credo che questo concorso sia il fatto più importante di questi giorni in Italia. Spesso ci sentiamo ripetere discorsi altisonanti sull'importanza della scuola: è certamente vero, purtroppo a queste dichiarazioni di principio non seguono i fatti. Gli articoli dei principali organi di informazione trattano del concorso della scuola come di un fenomeno di colore. Oggi ad esempio leggo sul Corriere che ha partecipato anche la moglie di Renzi, superando la prova selettiva; francamente non me ne importa nulla. Così come mi paiono poco rilevanti gli immancabili servizi su calciatori e miss che fanno l'esame di maturità.
Io non amo molto la retorica giovanilistica, non mi iscrivo al partito dei "rottamatori" - peraltro questa retorica si accompagna spesso al persistere della peggior gerontocrazia - ma penso che questo stato di fatto faccia perdere almeno dieci anni alla nostra società. Non sarebbe meglio che nella scuola e nella pubblica amministrazione ci fosse un'iniezione massiccia di persone di 30 anni piuttosto che di 40, come sta avvenendo ora? Perdere questi dieci anni di energia, di competenze, di gioventù non dovrebbe essere considerato uno scandalo da tutti? Poi so bene che questo concorso serve anche a dare una soluzione - lo speriamo vivamente - a una parte di quelle persone che da anni lavorano già nella scuola e che sono precari, ma credo comunque che una riflessione su questo tema andrebbe fatta. Pensate solo alla consuetudine con le nuove tecnologie: noi, anche se ci siamo adattati al nuovo mondo delle rete, non possiamo certo essere considerati dei "nativi digitali". I nostri figli, quelli che adesso cominciano la scuola, lo sono e sarebbe meglio che lo fossero anche i loro insegnanti, o almeno una parte di loro. Una riflessione sulla scuola deve partire prima di tutto dalla sua risorsa più importante, ossia gli insegnanti, ma mi pare che questo tema non sia all'ordine del giorno.
C'è poi un altro tema su cui mi piacerebbe che si aprisse un confronto. Capisco che per selezionare tante persone sia necessario trovare qualche sistema efficace e rapido e devo ammettere che sono rimasto piacevolmente stupito che il ministero sia riuscito a mettere in piedi un sistema come questo che sembra quasi quello di un normale paese occidentale. Ma siamo sicuri che i quiz siano il sistema giusto per selezionare i futuri insegnanti? Io non ne sono affatto sicuro. Certo chi risponde correttamente a cinquanta domande in cinquanta minuti dimostra una serie di qualità notevoli, una mente elastica, una capacità di cogliere al volo una questione, una certa trasversalità di competenze, una buona memoria, ma siamo certi che tutto questo basti a farne un insegnante capace? Naturalmente non esiste una ricetta del buon insegnante. Sappiamo che alcune persone che già insegnano non sono riuscite a superare questa prima fase. Un terzo dei partecipanti non è riuscito a passare: sono tutti inadatti all'insegnamento? O è il sistema incapace di selezionare le persone giuste? Francamente non lo so, ma temo che non lo sappiano molti altri.

domenica 7 ottobre 2012

Considerazioni libere (311): a proposito di 20mila nostri concittadini...

Io non ho nessuna simpatia per Franco Fiorito, come non ho nessuna simpatia per quelli come lui, che vengono dal Movimento sociale, da Fini all'ultimo fascistello di provincia: che sia andato in carcere mi fa anche piacere. Detto questo, Fiorito non è un elemento di folclore, non è una Minetti o un Calearo o qualche altra delle invenzioni di una politica ormai sbandata. Fiorito è stato sindaco di Anagni, consigliere provinciale e per due volte è stato eletto in consiglio regionale, la seconda volta con quasi 27mila preferenze. Il problema non è Fiorito, ma le 27mila persone che, entrate nella cabina elettorale, hanno scritto sulla loro scheda il nome Fiorito; su questo credo bisognerebbe cominciare a riflettere. Mettiamoci pure una fetta di fascisti irriducibili, gente della sua risma, visto che Fiorito ha chiuso la sua esperienza come sindaco, facendo affiggere nel palazzo comunale due targhe: una per ricordare la marcia su Roma e una per celebrare la cittadinanza onoraria al duce. Questi però non arrivano a 27mila, con questi non si arriva in consiglio regionale. Diciamo che sono 7mila, teniamoci larghi: gli altri 20mila voti da dove arrivano? Provo a immaginare. Ci saranno certamente i suoi fornitori di generi alimentari: un cliente del genere, con un tale appetito, è meglio tenerselo caro e sperare che possa continuare ad avere uno stipendio adeguato alla sua atavica fame. Poi ci sono quelli che grazie a lui sono stati assunti in qualche azienda pubblica e quelli che da lui sono stati raccomandati per qualche prebenda; tra i 20mila immagino ci siano anche quelli che lui ha aiutato a trovare un posto all'ospedale o a cui ha reso meno lunga l'attesa per una tac. E poi ci sono quelli a cui ha permesso di costruire, saltando complicate pastoie burocratiche, dei condomini ad Anagni e anche quelli che in quelle case sono andati ad abitare. E non dimentichiamo quegli imprenditori che hanno potuto costruire i loro nuovi capannoni in aree vincolate, senza sottostare ai pareri delle varie autorità di controllo, e gli operai che hanno lavorato - e lavorano - in quelle fabbriche. Naturalmente devono essere aggiunti tutti i loro familiari, anch'essi in qualche modo beneficiati da Fiorito, e quelli che, votandolo, hanno sperato in un futuro beneficio. Penso che in questo modo ci avviciniamo ai 20mila "complici" di Fiorito. Chi ha lo ha votato sapeva benissimo per chi votava, e naturalmente quegli stessi elettori, vedendo un servizio sugli sprechi della "casta" in televisione, erano i primi a protestare, a lamentarsi, a dire che questo andazzo doveva cambiare. Lo stesso Fiorito - lo ha detto lui - era uno di quelli che vent'anni fa - era il 30 aprile del '93 - lanciava monetine contro Craxi davanti al Raphaël.
Fiorito per quei 20mila non era il pingue politico intrallazzatore e naif che ci presentano adesso i mezzi di informazione, ma un elemento fondamentale del welfare della provincia di Frosinone. E, per inciso, forse sarebbe utile rileggere anche qualche articolo o qualche intervista compiacente che quegli stessi organi di informazione adesso indignati fecero un tempo allo stesso Fiorito, quando era il potente e munifico capogruppo del Pdl alla regione Lazio. Naturalmente di Fiorito in Italia ce ne sono molti, moltissimi si trovano nel sud - ma non mancano anche nel nord, non pensiamo di esserne immuni - moltissimi sono nel centrodestra, ma purtroppo non mancano neppure nel centrosinistra. Anzi nel centrosinistra riescono anche a emergere di più, visto che il sistema delle primarie, in determinate circostanze, favorisce chi ha maggiori e più estese clientele; nel centrodestra, dove le primarie non ci sono, le bande nuove devono farsi spazio spodestando quelle vecchie e infatti il cosiddetto "caso Fiorito" è nato proprio così, per le lotte senza quartiere interne al Pdl; se avessero trovato un accordo, come era avvenuto negli anni passati, Renata Polverini sarebbe ancora la "podestà" del Lazio. Naturalmente nelle regioni in cui il controllo del territorio è in mano alle organizzazioni criminali, il condizionamento su chi deve o chi non deve essere votato è legato a queste particolari vicende, con tutto quello che questo significa.
Vedo che il "caso Fiorito" ha fatto nascere tutta una serie di proposte per limitare il finanziamento dei gruppi consiliari delle regioni, per ridurre gli stipendi e i relativi vitalizi ai consiglieri regionali, per diminuire il numero dei consiglieri. Tutte proposte sensate che arrivano in ritardo e che rimarranno lettera morta, come è avvenuto tutte le altre volte, quando si è annunciato che sarebbero stati tagliati i cosiddetti costi della politica, per placare una plebe che sembrava diventata insofferente. La questione però, come ho cercato di dire prima, non è limitata a Fiorito e a quelli come lui che scorrazzano nella nostra penisola, ma coinvolge le migliaia di persone - imprenditori, costruttori, faccendieri - che ci guadagnano molto con questi sistemi e i milioni di persone - temo che il numero sia molto alto - a cui questo sistema permette di campare, più o meno dignitosamente. Se per molti poter accedere alle strutture sanitarie pubbliche è una specie di lotteria è naturale rivolgersi a chi può risolvere, in qualche modo, questa situazione, se votare una persona piuttosto che un'altra significa avere una casa o un posto di lavoro è naturale che si voti uno, indipendentemente dalle proprie convinzioni. Si facciano pure le norme per limitare i costi della politica, ma fino a quando sarà questo lo stato di cose nel nostro paese si cercherà un modo, qualsiasi modo, per risolverlo, e quando lo si cerca alla fine lo si trova.

venerdì 7 settembre 2012

Considerazioni libere (303): a proposito di corsi e ricorsi...

Due giorni fa Debora Billi ha provocatoriamente cominciato un piccolo gioco su Facebook e Twitter, chiedendo ai suoi interlocutori: "cosa facevate di ignobile vent'anni fa?". Per inciso, Debora - che non è mia parente - è l'autrice di due blog molto interessanti, Petrolio e Crisis - che spero visiterete e leggerete - su temi, come potete immaginare dai titoli, non banali; Debora è anche piuttosto schierata, e anche questo potete immaginarlo, visto che le faccio questa - non richiesta - pubblicità. Lei, che è la prima a fare outing, dicendo "applaudivo per strada al passaggio di Veltroni", ha cominciato questo gioco per ironizzare sui dirigenti del Pd che cercano le "cose ignobili" fatte da Grillo nel 1992, quando era "soltanto" un comico che probabilmente non immaginava cosa avrebbe fatto vent'anni dopo. Al di là del gioco - tutti abbiamo commesso degli errori di gioventù - il tema è interessante, perché noi, tutti noi, questi vent'anni li abbiamo in qualche modo passati e anche metabolizzati, ma non li abbiamo davvero capiti fino in fondo. Soprattutto non abbiamo fatto i conti con quel passaggio storico; è come quando si nasconde la polvere sotto il tappeto, può andare bene per una sera, ma alla fine lo sporco è destinato a tornare fuori. Questa estate il dibattito politico è ruotato principalmente intorno alle telefonate del presidente Napolitano intercettate dalla procura di Palermo e, a pensarci bene, tutto nasce da allora, dalla trattativa tra la mafia - o almeno una parte dello mafia - e lo stato - o almeno una parte dello stato - che si svolse proprio vent'anni fa, tra il '92 e il '93.
Io alle vicende di quei lunghi mesi, a cavallo tra il '92 e il '93, ho già dedicato due "considerazioni", la nr. 272 e la nr. 291, che spero andrete a rileggere. Scusate anzi qualche ripetizione, ma ci sono concetti che mi pare importante ribadire. Torno sull'argomento perché è fondamentale riflettere sulla storia, recente o passata che sia. In questo blog provo a farlo spesso.
Un'Italia stanca, disillusa, stremata dalla crisi economica, soffocata da un'illegalità diffusa e ostaggio in tante sue regioni di una potente criminalità organizzata, con una classe dirigente che ha perso ogni forma di autorevolezza e istituzioni che sono sempre più lontane dai cittadini: queste parole descrivono il paese di oggi o quello di vent'anni fa? Così era il paese nel '92 e così è ancora oggi purtroppo, peggiorato perché venti anni in più pesano, nella vita di una persona come in quella di un paese. E pesano tanto di più se in questi vent'anni non è successo nulla.
Quel biennio della storia italiana ha segnato la fine di una lunga stagione politica, tanto che molti cominciarono a usare l'espressione "fine della prima repubblica"; allora a sinistra pensavamo che non fosse così e che quell'espressione fosse usata in maniera impropria, ma ci sbagliavamo. Avevano ragione loro e la "seconda repubblica", che è sorta su quelle macerie, in questi vent'anni non ha risolto nessuno dei problemi posti allora dalla fine di quell'equilibrio politico nato al termine della seconda guerra mondiale e sopravvissuto a prove difficili, come la "strategia della tensione" e l'attacco del terrorismo. Il biennio '92-'93 ha segnato la fine dei partiti e credo sia questo, dal punto di vista strettamente politico, il segno più tangibile e più gravido di conseguenze di quegli anni. Dopo il '93 è stato di fatto impossibile ricostruire una democrazia dei partiti, come avevamo conosciuto nei decenni precedenti, con i suoi pregi e con i suoi difetti. Nel campo del centrodestra, a parte l'esperienza decisamente minoritaria dell'Udc - di cui parlerò dopo - si sono affermati soltanto partiti personali legati a una figura carismatica: alcuni, come Forza Italia e Lega nord, hanno avuto fortuna e sono riusciti a intercettare il consenso di molti elettori, altri sono abortiti praticamente ancor prima di nascere, come Futuro e libertà. Naturalmente un partito basato unicamente su un leader è destinato a sparire quando questi, per qualche ragione, scompare; in questi casi basta avere pazienza: laddove non arriva la politica, arrivano certamente le leggi biologiche. E infatti la Lega non esiste più, dopo che è finita la stagione di Bossi; e allo stesso modo è destinata a finire l'esperienza di Forza Italia, nonostante il tentativo - vero accanimento terapeutico - di tenere in vita B., che forse a questo punto preferirebbe egli stesso ritirarsi in una delle dacie messe a disposizione dall'amico Putin. Nel campo del centrodestra forse soltanto l'Udc ha provato a mantenere viva l'idea di partito, pur cedendo spesso alla tentazione di diventare una sorta di "lista Casini"; si tratta però di un partito dalla struttura debolissima, che in gran parte d'Italia è poco più radicato di quanto lo fosse il Pli negli anni '70 e che deve la sua consistenza elettorale essenzialmente ai rapporti clientelari di alcuni "padrini" locali e infatti i risultati elettorali più importanti li ottiene nella Sicilia, dove l'Udc è Cuffaro e gli amici degli amici di Cuffaro.
Anche nel campo del centrosinistra abbiamo assistito in questi anni alla nascita di partiti che sono di fatto appendici dei loro leader. Per diversi anni l'Italia dei valori si è chiamata anche Lista Di Pietro, denunciando il suo limite culturale, prima ancora che politico; limite reso ancora più evidente dall'incapacità di costituire un personale politico mediamente accettabile, visto che l'Italia dei valori è stata una delle formazioni preferite da voltagabbana e manigoldi della peggior risma, come il rubicondo De Gregorio. Sel, nonostante i buoni propositi, non è molto di più della lista personale di Nichi Vendola, come è apparso evidente nella vicenda Ilva. L'unica forza politica che in questi vent'anni ha tentato di rivendicare la propria ascendenza alla forma partito della "prima repubblica" sono stati i Ds, riuscendoci in maniera confusa, perché le spinte al suo interno erano assolutamente divergenti. Io sono uno di quelli che, quando ne ha avuto l'opportunità, ha lavorato in questa prospettiva e confesso che in questo mi sono sentito sconfitto: nel corso degli anni, nonostante gli sforzi di molti di noi, siamo sempre stati meno partito. Per inciso vale per l'ultima fase di vita dei Ds e per il Pd il ragionamento fatto prima per l'Udc: in molte regioni è sempre più l'insieme dei comitati elettorali di notabili locali. Il Pd comunque nasce proprio dall'idea di non essere un partito tradizionale e paradossalmente riunisce tutti quelli che nella "prima repubblica" hanno militato in partiti, segnatamente il Pci e la Dc, e che allora si consideravano avversari. Temo che da questo paradosso, come dalla volontà che da questo discende di voler rinunciare a essere una forza di sinistra, nasca l'incapacità di quel partito di essere un'alternativa credibile per il governo del paese e non solo, come avviene oggi, il meno peggio dell'offerta politica. E non mancano all'interno del Pd fenomeni che vanno nella direzione di un'ulteriore caduta verso forme di partito personale: Matteo Renzi con la sua retorica "nuovista" sta perfettamente in questo alveo. Lui non vorrebbe che lo inserissi tra i partiti di sinistra e probabilmente mi insulterebbe se leggesse questo blog, visto che la sua dialettica fatica a superare un certo spirito da fescennino e che la sua capacità ironica è un po' appannata, ma certamente il "partito" di Grillo è un movimento in cui il fascino personale del leader oscura ogni altro elemento.
Detto questo, dalla crisi della politica si esce attraverso la buona politica e non con formule più o meno magiche. Nel '92 molti pensavano che il cambiamento della legge elettorale in senso maggioritario sarebbe stato un elemento palingenetico, che avrebbe trasformato in meglio la politica italiana. Non è stato così, perché non è la legge elettorale in sé che migliora l'offerta politica o che ridona autorevolezza a chi l'ha perduta. Una cattiva legge elettorale, come quella che c'è adesso, può contribuire a peggiorare la situazione, ma non illudiamoci che quando questa cambierà migliorerà l'offerta politica. Non è avvenuto nel '92 e non avverrà nella prossima primavera. La legge elettorale è uno strumento che l'opinione pubblica italiana ha caricato nel corso degli anni di poteri salvifici. Non è così e temo che ce ne accorgeremo presto, ancora una volta. Un altro mito del '92 era quello delle riforme costituzionali, altro tema che ci siamo portati dietro per tutti questi vent'anni. Devo dire però che in questo campo qualcosa è avvenuto: le istituzioni di oggi non sono le stesse del '92, o meglio cominciarono a cambiare proprio allora. In questi due decenni è cambiata la "costituzione materiale" e infatti oggi il presidente della repubblica svolge un ruolo politico che non era immaginabile diciamo venticinque anni fa e che certo è lontano dallo spirito della Costituzione. E proprio perché fa direttamente politica subisce gli attacchi dei suoi avversari, come qualsiasi altro leader politico; in Italia poi si gioca spesso "sporco" e Napolitano adesso ne sta subendo le conseguenze, visto che tutti i giornali "lepenisti" hanno cominciato il cannoneggiamento contro il Quirinale. E, al di là della specifica vicenda di questi giorni, quanto sono cresciuti il ruolo attivo del potere esecutivo e l'influenza di quello giudiziario tanto sono diminuiti potere e influenza di quello legislativo.
Alla luce di quello che ho provato di spiegare, spero concorderete con me sull'idea che dalla crisi del biennio '92-'93 siamo usciti con meno democrazia. Da questa crisi, da questo passaggio, usciremo - temo - con margini ancora ridotti, anche perché la "stanza dei bottoni", quella che cercava Nenni quando nacque il centrosinistra, non è più a Roma, ma è a Francoforte nella sede della Bce e in quel posto segreto - l'unico segreto davvero inviolato, non c'è riuscito neppure quel "diavolo" di Assange - dove si riunisce la troika. Sarà sempre più difficile per "noi" schiacciare quel bottone.

venerdì 3 agosto 2012

Considerazioni libere (298): a proposito di polemiche e di informazioni (e anche di polpette)...

Non sono uno sportivo, non lo sono mai stato, non sono sufficientemente atletico e non ho spirito agonistico. Ma siccome ho ormai una certa età, ho deciso di tenermi in forma e quasi tutte le mattine faccio un piccolo giro a piedi sulle colline di Salsomaggiore. Naturalmente non tutte le mattine sono uguali, alcune mi sento meglio, la camminata procede spedita e arrivo a casa senza essere troppo stanco, mentre altre impiego più tempo e faccio più fatica. Se una di queste ultime mattine un giornalista della Gazzetta di Parma, appostato davanti alla porta di casa, mi chiedesse le ragioni del ritardo, gli risponderei nervoso, gli ricorderei comunque che la mattina precedente avevo fatto lo stesso percorso in meno tempo e alla fine probabilmente accuserei della mia scarsa prestazione il fatto che la sera prima avevo mangiato le polpette con i peperoni, con una conseguente cattiva digestione. A questo punto il solerte giornalista intervisterebbe Zaira, responsabile della preparazione delle polpette, e lei, seccata di essere stata svegliata così all'improvviso, direbbe che forse non le avevo digerite perché ne avevo mangiate due razioni e si aprirebbe quindi una polemica dagli esiti imprevedibili; io nell'intervista potrei ricordare le polpette di mia madre, che Zaira invece ha sempre trovato indigeribili e così via. Dato che nessun giornalista segue le mie gesta atletiche, io arrivo a casa, sveglio Zaira, lei mi chiede come è andata, io bofonchio qualcosa, lei capisce che non è andata bene e non mi chiede più niente, poi facciamo colazione e tutto procede normalmente. Al di là del fatto che digerisco benissimo la cucina di Zaira, penso che avrete capito il motivo per cui ho scritto questo breve apologo.
Non ho una particolare simpatia per Federica Pellegrini e per Filippo Magnini, ne apprezzo le indubbie capacità atletiche, sono contento quando vincono, ma ho l'impressione che si siano fatti un po' prendere la mano dai loro personaggi. Detto questo, credo che un atleta che partecipa alle olimpiadi abbia una certa carica nervosa, tanto più se è un campione da cui ci si aspettano risultati di un certo livello; se poi questi risultati non arrivano, alla fatica si somma la rabbia. Se si fa una domanda a questa persona appena è uscita dalla piscina è abbastanza naturale che le sue parole non siano meditate, per usare un eufemismo. Immagino che se i giornalisti avessero intervistato Magnini due ore dopo la fine della gara le sue parole sarebbero state più ragionate e probabilmente la polemica, se fosse comunque nata, sarebbe stata un po' più costruttiva. Magari avremmo potuto parlare del fatto che mentre in altri paesi il movimento sportivo nasce nelle scuole e nelle università, in Italia gli atleti degli sport "normali" devono appoggiarsi alle forze armate; ci saremmo chiesti come mai nel corso di questi dieci anni non siamo riusciti ad "allevare" nuotatori in grado di sostituire - anche se non con gli stessi invidiabili risultati - i campioni che oggi faticano, per forza di cose, a tenere il passo. Invece tutto il dibattito di questi giorni, amplificato dai mezzi di informazione, è fatto di recriminazioni, pettegolezzi, reciproche accuse: questa discussione non serve nell'immediato a rendere più sereno il clima della squadra italiano di nuoto né servirà a capire come in futuro dare nuova spinta a questo sport. Serve unicamente a dare nuova popolarità extrasportiva ai due protagonisti, ormai pronti a intraprendere la carriera dei reality show.
Al di là di quello che è successo a Londra, che dopo tutto non è molto importante, credo che questa vicenda sia il segno di cosa è diventata l'informazione nel nostro paese. E' davvero necessario raccogliere ogni minima dichiarazione di Federica Pellegrini? E' necessario raccogliere ogni minima dichiarazione di una serie di politici che in ogni luogo vadano sono inseguiti da almeno una decina di giornalisti? Se il fantomatico cronista della Gazzetta mi seguisse ogni giorno e chiedesse continuamente la mia opinione su ogni argomento, anche su quelli di cui non so nulla, finirei per dire una montagna di stupidate. Succede la stessa cosa a Bersani, ad Alfano e a tutti gli altri: non possono avere cose intelligenti da dire ogni dieci minuti; qualcuno fatica a dire una cosa intelligente ogni due giorni, ma questo è un altro problema. E allora perché dobbiamo subire questa pioggia di dichiarazioni, in cui per lo più tutti questi intervistati si citano addosso l'uno con l'altro? E' giornalismo questo? Io credo di no, eppure adesso gran parte dell'informazione è fatta così. Ti danno perfino l'impressione di farti entrare nel vivo delle cose, ma alla fine non è così; sappiamo meno cose, anche se siamo ingozzati di informazioni. Non ci sono analisi, non ci sono approfondimenti, perché queste cose costano fatica, bisogna studiare, capire, confrontare; è molto più facile mettere il microfono davanti alla bocca di X e sperare che quello dica che Y è uno stronzo. Allora sicuramente Y dirà che il vero stronzo è X e così si possono scrivere alcune decine di articoli e confezionare altrettanti servizi televisivi, tra cui quello immancabile in cui si deplora lo scadimento dei costumi. Infatti nella vicenda di Pellegrini e di Magnini le migliori penne si sono esercitate proprio su questo tema, ossia sull'inopportunità di rilasciare dichiarazioni di quel genere. Siete davvero di un'ipocrisia farisaica: siete stati voi, con il vostro pressapochismo, a provocare le dichiarazioni che ora condannate.
Poi, come è noto, la stupidità è contagiosa e la rete è un terreno fantastico per diffondere ogni tipo di stupidaggini. Così le persone che prima si limitavano a fare dei commenti idioti al bar, avendo al massimo un'audience di dieci persone - che peraltro li ascoltavano con sufficienza perché sapevano benissimo di ascoltare un idiota - ora hanno la possibilità di diffondere le loro idiozie in rete e i soliti pigri e incapaci che scrivono sui giornali e parlano in televisione danno voce a queste stupidate, spacciandole come la voce dell'opinione pubblica. Alcuni teorizzano perfino che sia un esercizio di democrazia: no, sono sempre le stesse stupidate dette nei bar e che lì avrebbero dovuto rimanere. La rete ha contribuito non poco allo scadimento dell'informazione, anche se come al solito il problema non è nel mezzo in sé, ma nell'incapacità di chi lo usa. Quante volte vi è capitato di leggere su un sito una breve di cronaca e poi leggere quello che dovrebbe essere un approfondimento, in cui si ripetono alla lettera le stesse cose dette nel lancio precedente, senza aggiungere nulla? Sono state aggiunte solo delle parole, ma nessuna informazione. La velocità dell'informazione è un altro di quei terreni su cui si misura l'ignoranza di chi fa questo mestiere. Non è necessario essere i primi a dare una notizia, se poi quella notizia non è vera. In Italia ancora si discute se Tito Stagno diede in anticipo di qualche minuto la notizia dell'allunaggio; forse sì, ma stiamo parlando di un avvenimento unico - unico davvero - e comunque l'allunaggio ci fu. E' proprio necessario essere i primi a mettere sul proprio sito la fotografia dell'attentatore di Burgas, anche se fosse stato lui?
Mi rendo conto che quando si critica l'informazione il terreno è scivoloso, perché ci sono quelli sempre pronti ad approfittarne. In questi giorni autorevoli esponenti politici hanno sostenuto che la crisi è responsabilità dei giornali che l'hanno raccontata e ci ricordiamo ancora che qualcuno diceva che la mafia esisteva perché c'erano artisti e giornalisti che la raccontavano. La crisi e la mafia esistono per conto loro e per fortuna che ci sono giornalisti che ne parlano, in maniera non omologata. Purtroppo c'è tanta informazione - la maggioranza - sciatta, fatta male, che non cerca la notizia, ma solo la polemica. Uno dei motivi della crisi italiana - e non tra i secondari - è proprio questo modo di fare informazione che, quando va bene è inutile, ma che il più delle volte è dannoso. Ci sarebbe poi da aprire un capitolo sull'incapacità di scrivere in corretto italiano dei giornalisti, ma francamente questa mi pare ormai una battaglia perduta.

mercoledì 25 luglio 2012

Considerazioni libere (293): a proposito di matrimoni e di diritti...

Voi però lo sapete, e io so che lo sapete, che cosa sfidate, ci saranno cento milioni di persone che si sentiranno disgustate, offese, provocate da voi due e dovrete conviverci. Magari ogni giorno, per il resto delle vostre vite. Potrete cercare di ignorarne l'esistenza o potrete sentire pietà per loro e per i loro pregiudizi, la loro bigotteria, il loro odio cieco e le loro stupide paure. Ma quando sarà necessario dovrete saper tenervi stretti e mandare al diavolo questa gente. Chiunque potrebbe farne un dannato caso del vostro matrimonio. Gli argomenti sono così ovvi che nessuno deve sforzarsi di cercarli. Ma siete due persone meravigliose, a cui è capitato di innamorarsi. E adesso io credo che, non importa qualunque obiezione possa fare un bastardo contro la vostra intenzione di sposarvi, solo una cosa ci sarebbe di peggio: se sapendo ciò che voi due siete, sapendo quello che avete, sapendo ciò che provate... non vi sposaste.
Penso che queste potrebbero essere le parole che un padre - o una madre - rivolgerebbe al proprio figlio omosessuale e al suo compagno - o alla propria figlia e alla sua compagna, naturalmente - nel momento dell'annuncio del loro desiderio e della loro decisione di sposarsi; sono le parole di chi vuol bene al proprio figlio e, proprio perché gli vuole bene, non vuole nascondergli la verità, per quanto dura. Uno dei vantaggi di essere adulti - e un genitore dovrebbe esserlo - è quello di sapere che il mondo non è il luogo che sogniamo da ragazzi, ma è molto peggiore, pieno di bastardi, di gente stupida e con molti pregiudizi. I miei lettori amanti del cinema sanno però che queste parole sono rivolte a una ragazza e a un ragazzo che hanno deciso di sposarsi e mi perdoneranno se ho fatto qualche lieve omissione e una piccola forzatura nella traduzione per  adattare il testo alla circostanza che ho immaginato. E' il celebre finale di Indovina chi viene a cena?: qui trovate l'intera scena nella splendida interpretazione di Spencer Tracy. Era il 1967 - meno di cinquant'anni fa, meno di una generazione - eppure il matrimonio tra due persone dalla "diversa pigmentazione" negli Stati Uniti era considerato un reato in diciassette stati e uno scandalo negli altri trentatré. Il mondo è cambiato, anche se meno velocemente di quello che avremmo sperato, e - anche grazie al cinema - non è più reato in nessuno degli Stati dell'Unione ed è uno scandalo per molti meno stupidi, che pure ci sono, a tutti i livelli della società. Ho fatto questa lunga citazione per dire che le ragioni del cuore sono sempre più avanti di quelle della ragione: al di là di quello che sentivano le persone che si amavano, c'era un'America migliore che sapeva che c'erano diritti su cui non si poteva discutere, e uno di questi diritti è l'uguaglianza delle persone, al di là del colore della loro pelle.
Nella mia precedente "considerazione" - tra l'altro vi ringrazio per l'attenzione che in tanti le avete dedicato (soprattutto lettrici a dire il vero, anche se avrei preferito una maggiore riflessione da parte dei lettori) - ho citato incidentalmente il tema delle unioni tra persone omosessuali. E' un tema importante che merita di essere approfondito. Partendo da una premessa fondamentale: il tema dei diritti delle persone omosessuali è una questione importante, a prescindere. Mi pare che in questi giorni troppe persone a sinistra abbiano discusso di questo argomento per parlare d'altro: le polemiche interne al Pd, le future e futuribili alleanze del centrosinistra, il destino del governo Monti e dell'alleanza che lo sostiene; con tutto il rispetto per questi temi, su cui pure sapete che io esercito spesso la mia polemica, nessuno di questi è così vitale da essere messo in ombra da un Casini o da una Bindi qualsiasi. Sulla questione è intervenuto con spirito oggettivo e molta precisione Stefano Rodotà. Cito un passo di un suo articolo di alcuni giorni fa.
Aveva cominciato il Trattato di Maastricht, vincolante per l'Italia, introducendo il divieto di discriminazioni basate sulle tendenze sessuali. La Carta dei diritti fondamentali dell'Unione europea, che ha lo stesso valore giuridico dei trattati, ha poi aggiunto una innovazione che muta profondamente il quadro istituzionale. Nel suo articolo 9 stabilisce che «il diritto di sposarsi e di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l’esercizio». La distinzione tra "il diritto di sposarsi" e quello "di costituire una famiglia" è stata introdotta per legittimare il ricorso a modelli diversi per disciplinare i rapporti tra le persone che decidono di condividere la propria vita. E la novità dalla Carta diventa ancor più evidente se si fa un confronto con l'articolo 12 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo del 1950: «uomini e donne hanno diritto di sposarsi e di costituire una famiglia secondo le leggi nazionali che disciplinano l'esercizio di tale diritto». Confrontando questo articolo con quello della Carta, si colgono differenze sostanziali. Nella Carta scompare il riferimento ad "uomini e donne". Non si parla di un unico "diritto di sposarsi e di costituire una famiglia", ma si riconoscono due diritti distinti, quello di sposarsi e quello di costituire una famiglia. Due categorie che hanno analoga rilevanza giuridica, e dunque medesima dignità: non è più possibile sostenere che esiste un principio riconosciuto – quello del tradizionale matrimonio tra eterosessuali – ed una eccezione (eventualmente) tollerata – quella delle unioni distinte dal matrimonio, riguardanti persone di sesso diverso o dello stesso sesso. Ma il punto essenziale è la cancellazione del requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio, sia per gli altri modelli di famiglia.
E' curioso come in Italia l'Europa venga invocata soltanto quando dice le cose che fanno comodo a chi comanda e quindi va bene cambiare in fretta e furia la Costituzione per introdurre l'obbligo del pareggio di bilancio, va bene ratificare - con la stessa fretta e la stessa furia - il trattato che prevede il cosiddetto fiscal compact e che condizionerà di fatto la nostra politica economica nei prossimi venti anni, a prescindere da chi vincerà le prossime elezioni. Sta avvenendo in Europa quello che avvenne negli anni Settanta in America latina, quando gli Stati Uniti esportarono con estrema energia - per usare un eufemismo, ne sanno qualcosa i cileni - le dottrine economiche ultraliberiste di Milton Friedman e della Scuola di Chicago, ma non fecero nulla per la diffusione delle leggi sui diritti civili e delle idee di progresso, idee che pure circolavano negli Stati Uniti, per cui erano stati uccisi Robert Kennedy e Marin Luther King e che animavano una parte importante della cultura di quel grande paese.
Allora proviamo ad ascoltare l'Europa anche in questa occasione invece di prestar orecchio soltanto a quello che dice quel club di uomini anziani che si riunisce ogni giorno all'interno delle Mura leonine. Se accettiamo l'idea che tutte le persone hanno gli stessi diritti - spero che su questo non ci sia qualcuno, a parte Giovanardi, che pensi seriamente di fare obiezioni - ne discende che tutti hanno, tra gli altri, il diritto di costituire una propria famiglia, come dicono i principi europei citati da Rodotà.
In questa nostra battaglia dobbiamo evitare degli errori, che a volte sono stati compiuti. Il tema del diritto delle persone omosessuali di costituire una famiglia non è qualcosa che interessa esclusivamente le persone omosessuali, ma è qualcosa che coinvolge tutti, a partire dagli eterosessuali. Questo anche per rispondere a una obiezione che in questi giorni sento crescere: "con tutti i problemi che ci sono in Italia, dobbiamo proprio occuparci di una questione che interessa una così esigua minoranza?". Prima di tutto non interessa una minoranza, ma coinvolge appunto tutti noi, perché il tema dei diritti di una minoranza è importante prima di tutto per la maggioranza. E poi in un tempo in cui tendono a restringersi così velocemente gli ambiti democratici, una battaglia, una grande battaglia sociale, per far crescere i diritti serve davvero a tutti, a prescindere dal fatto che siamo etero od omosessuali e dal fatto che ci vogliamo sposare o no. Proprio perché è un tema fondamentale, questa questione non dovrebbe diventare la bandiera di un singolo partito - anche se è singolare che un partito del centrosinistra non se ne faccia alfiere, ma questo ormai è l'ennesimo segno dell'allontanamento del Pd dalla sinistra - e dovrebbe perfino non essere vincolata alla scontro tra destra e sinistra. In Germania i liberali sono ultraliberisti - molto più di quella luterana della Merkel - ma riconoscono a pieno i diritti delle coppie omosessuali; molta destra in Europa è omofoba - come la destra italiana, da Casini a Maroni, da Rutelli al gran puttaniere - ma non è obbligatorio che la destra lo sia, anzi. la sinistra in Europa non lo è, spero che prima o poi succeda la stessa cosa anche in Italia. Al di là delle idee che ciascuno di noi ha, che possono anche essere molto diverse, per me questa è una battaglia di civiltà, su cui non è più tempo di perdersi in mediazioni. Temo che su questo le mediazioni ci facciano perdere tempo, perché ci fanno arrovellare su battaglie di retroguardia, come è avvenuto qualche tempo fa sui Dico. Il tempo di cambiare è arrivato.
Voglio chiudere questa "considerazione" con alcune parole di Adriano Sofri, che, come spesso avviene, rispecchiano le mie idee e le sanno esprimere meglio di come le saprei dire io.
Sono pieno di affetto e di nostalgia per tante cose che sono finite nel corso della mia lunga vita, o stanno finendo – sto finendo anch’io. Sapessi come mi fa tremare un mondo di figli unici per legge o per avarizia, in cui non si abbiano più sorelle e fratelli. Ad alcune cattive cose nuove mi opporrò fino all’ultimo. Non me la sento di considerare una cattiva cosa nuova il coraggio col quale persone che hanno vocazioni e scelte sessuali così differenti dalle mie rivendicano di realizzare desideri così simili ai miei. Non me la sento di ostacolare quei loro desideri. Che si tratti del suggello solenne e allegro del matrimonio, e più ancora di dare a una bambina o a un bambino la vita migliore possibile.
p.s. alcuni giorni dopo che ho scritto questa "considerazione", ho letto questo discorso di David Cameron, un politico che non voterei mai naturalmente, ma che dice cose su questo tema che andrebbero lette proprio da chi crede nel matrimonio...
Lo dico non solo perché credo nell’eguaglianza ma perché credo appassionatamente nel matrimonio. Credo che il matrimonio sia un grande istituto: penso che aiuti le persone a prendersi responsabilità e impegni, a dire che si prenderanno cura e vorranno bene a qualcuno. Penso aiuti le persone a mettere da parte l’egoismo e pensarsi come unione, insieme all’altro. Il matrimonio mi appassiona molto e penso che se funziona per gli eterosessuali come me, dovrebbe funzionare per tutti: per questo dovremmo avere i matrimoni gay e per questo li introdurremo.

giovedì 19 luglio 2012

Considerazioni libere (292): a proposito di come vengono raccontate le donne...

Non so cosa succeda negli altri paesi, ma sicuramente in Italia non riusciamo a parlare di donne senza fare riferimenti, più o meno espliciti, più o meno volgari, al sesso. E non parlo delle cosiddette chiacchiere da bar, ad esempio quando ci si ritrova tra uomini e si millantano le conquiste degli anni ormai passati, ma mi riferisco proprio ai discorsi pubblici, agli articoli dei giornali, alle dichiarazioni rilasciate in televisione, insomma alle parole che riempiono la nostra sfera pubblica. Pensate a quello che è stato detto nei giorni scorsi in riferimento a due persone molto diverse tra di loro, come Nicole Minetti e Rosy Bindi, che però, ciascuna a modo suo, fa notizia.
Purtroppo per lei, il caso della Minetti è esemplare della condizione delle donne in Italia. Come è ormai noto, Nicole Minetti è una giovane donna che si è concessa a un uomo anziano dal "culo flaccido", ricevendone in cambio alcuni notevoli benefici, proporzionali alla ricchezza e al potere di questo personaggio. La storia in sé non è particolarmente originale: sono cose che sono successe e che succederanno, almeno finché esisteranno vecchi con quella sgradevole caratteristica. La novità - direi quasi eversiva - di questo caso è che tra i benefici concessi alla giovane c'è stata la carica di consigliere regionale della Lombardia, facendo diventare quella vicenda privata una questione pubblica. In altri tempi queste transazioni si risolvevano in maniera più discreta, attraverso denaro o regali, o al massimo con un'assunzione in un posto defilato nell'azienda di famiglia. La donna in questione, al di là dei problemi con la propria coscienza, doveva vedersela solo con la maldicenza di un numero ristretto di persone, quella gente che - per dirla con il poeta - "dà buoni consigli, se non può più dare cattivo esempio". La povera Nicole invece se la deve vedere con la maldicenza - e l'invidia - di un intero paese. E in maniera altrettanto discreta si chiudevano questi rapporti. In questo caso invece si è fatto tutto in pubblico, compreso l'irrituale "licenziamento" della consigliera, demandato al fedele Angelino, lesto maggiordomo del principale. Io non sono cattolico e quindi penso che nessuno in questa storia abbia commesso un qualche genere di peccato, ma, anche ammettendo che qualche peccato sia stato compiuto, i peccati - come noto - si fanno e non si dicono. Concordo con voi che può essere un atteggiamento ipocrita, ma ci sono momenti in cui l'ipocrisia serve al vivere civile; almeno io ne ho nostalgia. Nessuno di voi - almeno quelli con un po' di buon senso - ha mai detto durante il pranzo di Natale cosa pensate davvero dei vostri parenti: è la stessa forma di "sana" ipocrisia, che ci permette di convivere in maniera decente con persone che detestiamo. Ho da sempre un giudizio negativo verso gli uomini che vanno a prostitute, come verso quelli che esibiscono le loro amanti come trofei, ma trovo ancora più preoccupante che siamo arrivati al punto che questa esibizione sia così plateale, sfacciata, volgare; lo considero un segno di grave scadimento etico, prima di tutto nei riguardi delle donne, che sono l'oggetto di questo mercimonio. La cosa che mi ha ancora più infastidito è stato leggere, su grandi quotidiani nazionali - non sul Vernacoliere - titoli a tutta pagina come "Trombata la Minetti", in cui si insiste gravemente sul gioco di parole tra il significato, già di per sé poco elegante, del verbo usato ormai sistematicamente per indicare i politici che non ce l'hanno fatta, e il suo significato per così dire "tecnico". Se poi vi prendete la briga di fare un piccolo giro nella rete, ad esempio in un social diffuso come Facebook, dove pure qualche forma di controllo c'è, le volgarità si sprecano e sono tutte naturalmente a sfondo sessuale; io la rete la uso e non sono di quelli che dicono "ci sono volgarità nella rete, chiudiamo la rete", è una stupidata, ci sono volgarità nella rete perché il nostro mondo è volgare, il nostro modo quotidiano di parlare è volgare, i giornali che leggiamo sono volgari, la televisione che guardiamo è volgare. Sarebbe curioso se la rete, che per di più gode di una qualche forma di anonimato - come il becero che nella folla poteva urlare il suo insulto, certo di passare inosservato in mezzo alla massa - non rispecchiasse il mondo che c'è fuori. Un mondo che sempre più non mi piace, a cui non mi voglio adeguare: invecchiare offre almeno questo vantaggio. E - ahi noi - la vicenda della Minetti non è ancora conclusa: leggo che una delle possibili contropartite per ottenere le sue dimissioni sarebbe la possibilità di condurre un programma televisivo. Capite che siamo all'apoteosi degenerativa di un modo di pensare e di vivere: al confronto la cena di Trimalcione ci appare davvero come una "cena elegante", sempre per citare un noto puttaniere italiano.
Alla Bindi è successa più o meno la stessa cosa, quando è incappata nel tema scivoloso del riconoscimento delle famiglie formate da persone dello stesso sesso. Non entro qui nel merito della vicenda, lo hanno fatto molto bene altri in questi giorni, a me interessa il contorno. Ora io non sono mai stato un sostenitore di Rosy Bindi, anche quando lei era di moda nello stesso mondo di sinistra che ora la dileggia. Uno dei motivi - ovviamente non il solo - perché non sono entrato e non entrerò nel Pd è perché è entrata e ci resta Rosy Bindi, con cui io sono politicamente incompatibile. Ovviamente è un problema mio e non certo della Bindi né degli amici del Pd, che l'hanno legittimamente eletta presidente del loro partito. Della Bindi mi spaventa il fatto che sia una persona dall'adamantino rigore etico e dalle convinzioni filosofiche e religiose molto nette: in una persona così l'integralismo è sempre in agguato, tanto più pericoloso perché ammantato di buoni sentimenti. Bindi - come succede alle persone come lei - vive in un proprio mondo ideale, che è ovviamente molto diverso da quello che c'è realmente là fuori e su cui chi fa politica dovrebbe esercitarsi, magari sbagliando. Per questi motivi da una persona come la Bindi io non mi aspetto arrivi una proposta sulle famiglie delle persone dello stesso sesso e mi stupisco quando qualcuno pensa il contrario. Ora io non sono d'accordo con Bindi, la critico, usando argomenti su cui voi potete dissentire, su cui certamente lei dissentirebbe - perché è convinta di essere una perfetta democratica - ma non mi verrebbe mai in mente di collegare le sue idee alle sue scelte personali e sessuali, come invece è successo nei giorni scorsi. Sono state volgari - come di consueto - le parole di Grillo - che si sta specializzando nel genere, come il Bossi dei giorni migliori - e sono volgari molte delle battute che circolano, ancora una volta, nella rete. A nessuno sarebbe venuto in mente di fare le stesse battute su Fioroni, se fosse stato lui a presiedere quella seduta e a prendere quella decisione, perché Fioroni è un uomo.
Quando c'è un problema culturale tutti noi portiamo una parte di responsabilità. A molti di noi è capitato di pensare - e di dire - che una nostra collega di lavoro che ci ha risposto male lo ha fatto perché era in "quei" giorni o perché non aveva avuto adeguate soddisfazioni la sera precedente. No, la risposta è molto più semplice: quella collega ci ha risposto male perché è una stronza, così come lo è un nostro collega maschio o anche un nostro collega omosessuale. Il sesso non c'entra. Se ci pensate di casi come questi ce ne sono di più di quanti ci piaccia ammettere. Le teste, come si sa, sono difficile da cambiare; però bisognerebbe provarci.

domenica 8 luglio 2012

Considerazioni libere (290): a proposito di calcio (e non solo)...

Nei giorni scorsi, durante i campionati europei di calcio, sui giornali e tra i commentatori televisivi si sono sprecate le metafore per marcare le analogie tra il nostro paese e la nazionale. All'inizio del campionato le deludenti prove della squadra azzurra sono state viste come lo specchio di un paese con una guida incerta e ormai incapace di affrontare la crisi, nonostante il proprio brillante passato. Il pomeriggio precedente Italia-Irlanda, quando i più pensavano che la nostra squadra sarebbe stata eliminata per colpa del "biscotto" tra Spagna e Croazia - immaginavamo infatti che gli altri avrebbero fatto a noi quello che noi sicuramente avremmo fatto a loro (vero capitan Buffon?) - sono stati scritti decine di editoriali in cui si diceva che l'Italia-paese, come l'Italia-squadra, era ormai fuori dall'Europa, dandone la colpa al precedente governo - uno qualsiasi dal III Rumor a oggi - perché in Italia è sempre colpa di qualcuno prima di noi. Poi, visto che gli spagnoli hanno giocato come sanno fare, quei bei articoli sono stati cestinati. E' così arrivata la vittoria con l'Inghilterra e le penne hanno ricominciato a mettersi in moto: l'Italia, anche se all'ultimo minuto, ce la può fare, con il coraggio - e un po' di incoscienza - alla Pirlo insomma. E poi è arrivata l'ora di Italia-Germania, partita giocata contemporaneamente a Bruxelles e a Varsavia, e la retorica patriottarda si è scatenata, portando sugli altari i due super-Mario, che qualche giorno prima erano un affamatore del popolo, inventore di sempre nuove tasse, e un negro viziato, incapace di metterla dentro. L'avventura europea si è infine conclusa con la figuraccia di Kiev, ma la squadra, comunque inaspettatamente seconda, è stata benedetta dal presidente (la "p" minuscola non è un errore), con la spiegazione che l'Italia potrà farcela, proprio come hanno fatto gli azzurri, con unità e gioco di squadra: quindi tenetevi Monti, pagate e ringraziate. Con buona pace della retorica quirinalizia, le analogie tra la società e il calcio invece sono davvero tante, ma non sono sempre commendevoli.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato su Il Sole-24 ore un articolo interessante di Gianni Dragoni sui conti del calcio; vi invito a leggerlo, perché fornisce dati precisi e in qualche modo illuminanti. Ne riporto un breve brano, per parlare del dato che mi ha colpito di più.
Nell'ultima stagione sportiva, secondo i bilanci al 30 giugno 2011, la perdita netta aggregata delle squadre di serie A, serie B e della Pro di prima e seconda divisione è stata di 428 milioni di euro, in aumento di quasi 81 milioni (+23,2%) rispetto alla stagione precedente. Un dato preoccupante, perché la perdita nella stagione precedente era rimasta pressoché stabile, solo sette milioni in più rispetto ai 340 milioni dell'esercizio chiuso al 30 giugno 2009.
In sostanza su un giro di affari complessivo di 2.477 milioni c'è stata una perdita di 428 milioni, pari al 17,2%. I dati sono molto chiari. Non restano molte spiegazioni: o gli imprenditori del calcio sono tutti incapaci e accettano di rimetterci o sono dei veri sportivi e mettono tutti i loro risparmi nel gioco che amano o questi conti non sono veri e le società di calcio servono per produrre utili in nero alle imprese. Per analogia con quello che avviene nel resto del paese, io tenderei a credere a questa terza ipotesi.
Sempre a proposito di quello che succede intorno al calcio voglio raccontarvi quello che è capitato due anni fa al Bologna FC, squadra a cui sono legato - come potete immaginare - da antico tifo adolescenziale. La squadra era stata acquistata da un noto costruttore bolognese, con lo scopo, non troppo celato, di costruire il nuovo stadio, con annessi e connessi. Quando si è accorto che questa opportunità diventava sempre più incerta, ha legittimamente messo in vendita il club. Nell'estate 2010 è comparso un imprenditore da fuori città, dicendo di avere i soldi: le carte sono state firmate ed è diventato il nuovo proprietario della squadra. Si è messo immediatamente all'opera per preparare il nuovo campionato, ha venduto qualche giocatore, ne ha acquistati altri, ha incassato i soldi degli abbonamenti, ma dopo pochi mesi ha smesso di pagare gli stipendi, perché in cassa non c'era più un soldo. A questo punto ha candidamente ammesso di non avere un euro e di non averci messo nulla; non aveva ovviamente neppure liquidato il precedente proprietario, che fino ad allora non aveva detto nulla per paura di fare la figura del fesso. Alla fine alcuni altri imprenditori hanno comprato il club, mettendoci questa volta soldi veri. Il nostro eroe se n'è tornato nella sua città con un po' di euro, concessi come buona uscita dai nuovi proprietari. Questa vicenda ha avuto una qualche notorietà perché ha riguardato la squadra di calcio di una grande città, nobile anche se decaduta - la squadra e la città - ma non si tratta di un caso isolato. Se avete fatto un mutuo per acquistare la casa o per aprire una piccola attività sapete che trafila si fa per ottenerlo e quante garanzie siano necessarie. Per grandi operazioni finanziarie, quelle che se falliscono rischiano di far fallire la banca, queste garanzie non vengono richieste, basta la parola, magari di un amico, o di un amico dell'amico.
C'è un'altra analogia importante tra il sistema-calcio e il sistema-paese: il totale disinteresse verso il bene comune, quando va a scapito del proprio interesse individuale. Prandelli lo ha detto con molta chiarezza: in Italia gli interessi delle squadre di Lega prevalgono sempre sul contributo che ciascuna di esse dovrebbe dare al movimento nel suo insieme, a partire dalla nazionale. La definizione del calendario della serie A, in cui non viene lasciato un minimo spazio per l'attività della nazionale, è un indizio fin troppo evidente che, nonostante la retorica di facciata - altro aspetto che il calcio condivide con la società nel suo complesso - le decisioni sono sempre dettate dagli interessi economici. Lascio a voi immaginare in quali altri campi avviene: non voglio allungare troppo questa "considerazione", abusando della vostra pazienza.
Ultima analogia è la capacità di autoassolversi: in Italia, come detto, la colpa è sempre di qualcun altro, al limite del destino cinico e baro. Ricordate le parole di Buffon prima di partire? E poi c'è la capacità italiana di assolvere tutti i peccati, a patto che i peccatori siano più forti di noi. Non so se vi ricordate, è passato molto tempo. Prima che gli azzurri partissero per la Polonia è scoppiato l'ennesimo scandalo scommesse. Se ne parlò a profusione, furono spese parole di fiera riprovazione, si aprì un dibattito a cui partecipò autorevolmente anche il professor Monti; di quelle parole si è spenta l'eco al primo gol dell'Italia e sono state sepolte all'indomani della storica vittoria sulla Germania nel "derby dello spread", riconsegnando al mondo del calcio una verginità che temo perderà assai presto.
Anch'io, immodestamente come il presidente dalla "p" minuscola, non so più se parlo del calcio o del paese: l'Italia non ce la farà.

mercoledì 14 dicembre 2011

Considerazioni libere (263): a proposito di pazzi e di sani...

Sono momenti drammatici per il nostro paese: quello che è successo in pochi giorni tra Torino e Firenze racconta una società debole, che ha perso troppi punti di riferimento, una società smarrita che cede ai propri impulsi più profondi, che non riesce a controllare la propria violenza. Lo so che c'è la crisi, che ci sono ogni giorno novità che richiedono adeguati approfondimenti, ma credo sia un delitto non parlare di quello che è successo; oggi, a pochissimi giorni dagli omicidi di piazza Dalmazia, la notizia è già relegata nelle pagine di cronaca e di Torino non si parla più, nemmeno una riga - di zingari e di folli la nostra società non parla mai volentieri. Eppure la crisi economica e le violenze di questi giorni non sono argomenti slegati, sono le facce di una stessa medaglia.
Ancora prima di provare a capire, di provare a farmi e farvi delle domande su quello che è successo, c'è una riflessione che voglio fare. In questi anni ci siamo abituati a scaricare su altri le nostre colpe, in particolare su una classe politica incapace e autoreferenziale, abbiamo mitizzato una presunta "società civile" che sarebbe migliore di chi è stato chiamato a guidarla; certo i nostri rappresentanti hanno molti difetti - e io su questo blog ne ho parlato spesso - ma credo sia altrettanto onesto dire che, come spiega appunto il termine, sono persone che ci rappresentano, nel bene - non molto - e nel male - decisamente di più. I fatti di Torino e di Firenze non permettono scappatoie autoassolutorie, ma ci mettono davanti alle nostre responsabilità individuali e collettive, anche quelle che preferiamo considerare come isolati casi di follia. Per questo credo che l'episodio di Torino sia più grave di quello di Firenze, pur nel rispetto per le due persone, Samb Modou e Diop Mor, che in questa città sono morte e per quelle che si trovano ancora in gravi condizioni all'ospedale. Mi rendo conto che è difficile fare una graduatoria nel male, soprattutto quando tocca questi livelli di insensatezza, ma da qualche punto dobbiamo pur partire. E certamente il numero delle persone coinvolte è un elemento importante e nel capoluogo piemontese sono molte le persone che hanno "perso la testa".
A Torino c'è prima di tutto il fallimento pedagogico di una famiglia, di quella famiglia, che ha fatto della verginità violata un tabu tale da costringere una ragazza a mentire e che ha inculcato nei propri figli un pregiudizio così forte contro gli zingari. Su questa ossessione per la verginità - peraltro in un mondo in cui il sesso viene sbandierato, ostentato, sfruttato - e più in generale sull'incapacità di affrontare il tema dell'educazione sessuale dei giovani dovrebbero interrogarsi non solo quei due genitori, ma tutte quelle agenzie educative - compresa naturalmente la chiesa cattolica - che del sesso fanno il loro principale campo di interventismo etico. Per inciso, sarei poi curioso di sapere che conseguenze ci saranno per quel ginecologo che si prestava a quel controllo mensile - dietro compenso naturalmente - uno che dovrebbe essere deferito al proprio ordine, se questo non fosse troppo impegnato a difendere i propri interessi di casta; ma da qui rischiamo davvero di esulare troppo dal discorso iniziale. Naturalmente le responsabilità sono personali e la ragazza e suo fratello hanno commesso un grave errore, di cui spero prima o poi si renderanno conto. Trovare altre colpe non è un pretesto per assolverli, tutt'altro. Ma, per come la vedo io, i genitori hanno colpe maggiori delle loro, perché hanno prima di tutto responsabilità maggiori che derivano dal loro ruolo di educatori, ruolo che con tutta evidenza non sono stati in grado di assolvere, visto il bel risultato.
Poi ci sono le colpe dei "giustizieri", di quelli che hanno deciso che era arrivato il momento di farsi giustizia da soli, di risolvere una volta per tutte il problema degli zingari, cacciandoli dal loro territorio, dalla loro "piccola patria". Anche in questo caso cercare di capire non vuol dire assolvere. Non c'è giustificazione che tenga per quelle persone che si sono dirette armate verso il campo nomadi e lo hanno incendiato, però non è neppure sufficiente esprimere una condanna generica, per quanto vibrante, e poi dimenticare il giorno successivo quello che è successo in quella periferia. Ciascuno di noi porta un pezzo di responsabilità, più o meno grande, di quello che è successo a Torino. Quante volte ci è capitato di controllare il portafoglio o di stringere più forte la borsa quando uno zingaro ci è passato accanto? A me succede regolarmente, direi che è praticamente istintivo o meglio cerco di illudermi che sia un riflesso condizionato, mentre è frutto di un pregiudizio ben radicato. Quante volte abbiamo reagito con fastidio allo zingaro che ci tende la mano chiedendo l'elemosina? Poi magari razionalizziamo, spieghiamo a noi stessi che facciamo bene a non dare loro neppure un centesimo, perché sono parte di un racket che sfrutta il loro accattonaggio, immaginando un cattivo mr. Peachum che li invia in ogni angolo di strada. Se ciascuno di noi non fa i conti con i propri pregiudizi, non è molto credibile quando cerca di trovare argomenti contro quelli degli altri.
Poi ci sono riflessioni che sembrano ormai espunte dalle categorie attraverso cui cerchiamo di interpretare il mondo. Le persone che hanno deciso di assaltare e incendiare un campo rom per vendicare l'offesa fatta a qualcuno del loro gruppo vivono in un contesto sociale e culturale che presenta gravi problemi, degradato si sarebbe detto una volta. Quelle persone vivono in brutte periferie e la bruttezza del loro territorio è sentita con maggior evidenza in parallelo alla rinascita e alla riqualificazione del centro storico o di altre aree della città; vivono in periferie dove non c'è una rete efficiente di servizi; hanno una bassa scolarità e quando vanno a scuola frequentano brutti edifici con insegnanti spesso demotivati e stanchi; soffrono molto più di altri la crisi economica e la fine di un modello industriale consolidato come quello torinese. Pensate come può essere stridente continuare a sentir dire quanto è migliorata Torino, quanto è più bella, quanto è più moderna, quando si è ai margini o addirittura esclusi e non si è goduto neppure un po' di questo miglioramento, di questa bellezza, di questa modernità. Per chi è rimasto indietro la crisi ha anche questo, non secondario, impatto psicologico. La crisi non si misura soltanto dallo spread tra titoli di stato, ma anche da queste condizioni di vita, da questo spread civile, economico, culturale tra chi ha di più, sempre di più, e chi ha di meno, sempre di meno.
Giustamente Time ha messo in copertina nell'ultimo numero del 2011, quella tradizionalmente dedicata all'uomo dell'anno, "the protester", ossia l'uomo e la donna che manifestano, che protestano, che occupano. Abbiamo subito pensato alla "primavera araba", agli indignados di Madrid, ai ragazzi di OccupyWallstreet e di Mosca, ma tra coloro che protestano ci sono anche gli ultrà torinesi che hanno tentato di incendiare il campo rom della Continassa, così come i giovani di Tottenham e delle periferie inglesi. Naturalmente questi non ci piacciono, ma con loro e con i problemi che esprimono dobbiamo fare i conti. In una "considerazione" del 2010 ho scritto:
Per spiegare i fatti di Rosarno si è preferito utilizzare le categorie etniche piuttosto che quelle sociali: a mio avviso, non si è trattato di uno scontro tra bianchi e neri, tra italiani e stranieri, ma di uno scontro tra quelli che un tempo avremmo chiamato proletari e sottoproletari, oppure - per usare espressioni che Adriano Sofri utilizza nel saggio contenuto nel volume Sinistra senza sinistra, edito da Feltrinelli nell'ottobre 2008 - tra i "penultimi" e gli "ultimi". Può sembrare un paradosso, ma proprio quando l'economia è diventata l'elemento centrale delle nostre vite - molto più della politica - è venuta a mancare quell'idea di divisione in classi della società che serve a spiegarne le dinamiche.
L'economia continua a dominare le nostre vite e i "penultimi", in questo caso i "bravi cittadini" di Torino, pronti a scendere in strada per vendicare l'onore di quella ragazza stuprata, stanno per diventare loro stessi gli "ultimi" e di essere trattati dai nuovi "penultimi" che verranno nello stesso modo in cui loro stanno trattando ora gli zingari. Ci si può arrendere a questo destino, oppure si può cercare di invertire un cammino che sembra già segnato. Fare la morale rischia di servire a poco, può forse salvarci la coscienza, ma non migliora la condizione di tutte quelle persone, degli zingari e di chi ha cercato di bruciare il loro campo. Costruire belle case in periferie, investire sulla scuola e sui servizi, garantire stipendi degni a chi fa lavori normali è l'unico mezzo per rispondere alle domande sociali che vengono dagli zingari e da chi li vuole cacciare, bruciare, uccidere.
Naturalmente non voglio tralasciare quello che è successo a Firenze. Certo chi ha commesso quel delitto è un uomo disturbato, un pazzo, una persona che ha varcato un limite che fortunatamente la quasi totalità di tutti coloro che professano apertamente tesi razziste e xenofobe non varcano. Ma il fatto che siano in tanti che, magari protetti dall'anonimato delle rete, danno quotidianamente sfogo ad argomenti di questo tenore, il fatto che persone che hanno ruoli pubblici possano impunemente dire cose molte simili a quelle sostenute da Gianluca Casseri deve farci riflettere. Anche qui non basta dire che gli uomini sono tutti uguali indipendentemente dal colore della pelle; tutti noi sperimentiamo ogni giorno che questa uguaglianza non esiste, perché un povero non è uguale a un ricco, non ha le stesse opportunità, non può sperare che i suoi figli abbiano un futuro migliore. Casseri ha ucciso i due cittadini italiani nati in Senegal non perché era povero, ma perché era un razzista, un razzista convinto e coerente, e su questo non c'è molto da fare, magari si potrebbe fare qualcosa di più per prevenire, visto che lo stesso Casseri pubblicava le sue tesi farneticanti, non le nascondeva in oscure conventicole di adepti. Mi preoccupa il fatto - e credo dovrebbe preoccupare la nostra società - che molti di quelli che hanno scritto commenti contro i senegalesi e a favore di Casseri sui social network sono ignoranti, profondamente poveri di valori. Forse al razzismo non c'è rimedio, ma all'ignoranza c'è; abbiamo da tempo scoperto come si cura, il problema è la volontà di debellarla.

venerdì 24 giugno 2011

Considerazioni libere (240): a proposito di associazioni segrete e di oscure conventicole...

Della loggia massonica P2 conosciamo almeno due documenti importanti. C'è prima di tutto la lista degli affiliati: si tratta di 932 nomi, tra cui c'erano quarantaquattro parlamentari, tre ministri del governo allora in carica, un segretario di partito, i vertici dei servizi segreti militare e civile, dodici generali dei carabinieri, cinque generali della guardia di finanza, ventidue generali dell'esercito, quattro dell'aeronautica militare, otto ammiragli, un gran numero di magistrati e di funzionari pubblici, ventisette giornalisti e dieci dirigenti Rai. Poi c'è il cosiddetto Piano di rinascita democratica, una sorta di programma dell'organizzazizone segreta, le cui linee guida prevedevano, se non un vero e proprio regime dittatoriale - come quello instaurato dai Colonnelli in Grecia - sicuramente una svolta decisamente autoritaria, con la messa in mora di molti principi della Costituzione repubblicana.
Nonostante il lavoro meritorio di alcuni magistrati e di una parte della commissione parlamentare d'inchiesta, in particolare della sua presidente, Tina Anselmi, sono ancora molte le cose che non si conoscono della P2; non sappiamo quale era l'effettivo ruolo di Licio Gelli e se c'era, sopra di lui, un livello di controllo e di "governo" della loggia mai emerso, non sappiamo quale fu il peso dell'amministrazione statunitense nel sostenere e nel finanziare questa organizzazione, soprattutto non sappiamo esattamente come la P2 influì sulla vita politica e istituzionale del nostro paese tra la fine degli anni Sessanta e gli inizi degli Ottanta. Sarebbe importante leggere alcuni dei libri che sono stati scritti su questa storia, come Trame atlantiche. Storia della loggia massonica segreta P2 di Sergio Flamigni, per molti anni parlamentare del Pci e tra i più profondi conoscitori delle trame oscure di questo paese. La storia della P2 è comunque una storia tragica, perché intrecciata più o meno strettamente, con stragi e delitti, da Aldo Moro agli ignari viaggiatori della stazione di Bologna, per ricordare soltanto due episodi della nostra storia recente, in cui la loggia segreta ha avuto un ruolo, ancora da capire fino in fondo.
Di quella che i giornali in questi giorni hanno ribattezzato, con poca fantasia, P4 non sappiamo ancora molto. Pare non ci sia una lista così nutrita di persone: i "soci" di questo club - affiliati mi pare troppo, visto il livello - sono tre, al massimo quattro, per quanto questi pochi possano dire di conoscere molte altre persone: Bisignani, l'uomo al centro di questa nuova rete, è stato definito da uno dei suoi più autorevoli "amici", Gianni Letta, "amico di tutti", anzi pare proprio che la sua professione sia essere "uomo di relazioni". Sicuramente non c'è un testo analogo al Piano di rinascita democratica. Visto però che siamo nell'epoca delle comunicazioni via telefono cellulare, sempre e comunque, della P4 conosciamo centinaia e centinaia di pagine di intercettazioni che in questi giorni leggiamo nei giornali. E ne esce un ritratto del paese desolante.
Non so se nelle intercettazioni ci sono gli estremi per condannare qualcuno, se si tratti solo di un legittimo lavoro di lobby o ci siano dei reati, ma certo tutti quelli che che ci compaiono dovrebbero vergognarsi per la magra figura che ci fanno. C'è il nobile Montezemolo, il modello dello spirito bipartisan della "nuova Italia", che telefona a Bisignani per chiedere che questi interceda presso il direttore generale affinché faccia lavorare la casa di produzione della sua ex fidanzata. Al centro delle trame della P2 c'era il controllo del Corriere della sera, mentre i novelli cospiratori della P4 pare che aspirino al controllo di Dagospia. Gran parte delle telefonate sono piene di pettegolezzi, maldicenze, piccole beghe da comari di provincia. Uno dei presunti capi della P4, l'ex magistrato napoletano Papa è solito regalare alla sue "amiche" orologi "nudi", senza scatola. E via elencando, basta prendere un qualsiasi giornale - tranne ovviamente gli house organ di B. - per farsi un'idea di questa Italia meschina e piccina, delle piccole raccomandazioni, delle prebende da quattro soldi, delle minacce e delle blandizie da millantatori.
Dice Marx: "la storia si ripete sempre due volte: la prima volta in tragedia la seconda in farsa"; ecco ora siamo chiaramente alla seconda fase. Con questa "considerazione" non voglio certo rivalutare la P2, una delle pagine più nere della nostra storia repubblicana. Probabilmente se avessimo potuto ascoltare gli arcani conversari degli affiliati avremmo ascoltato anche in quel caso i tentativi di trovare un posto di lavoro per un figlio, un'amante, un cognato, mascherati dai propositi di salvare l'Italia dal comunismo e di mantere il paese nell'area atlantica. Né voglio sottovalutare il peso e il ruolo di questa nuova associazione di ribaldi - che però non vorrei etichettare come P4. Il fatto che un uomo come Bisignani abbia un tale potere nelle proprie mani la dice lunga sulla debolezza della nostra classe politica e imprenditoriale. Personalmente mi pare che nelle intercettazioni i reati ci siano e fa bene la magistratura a proseguire le indagini. Ma c'è soprattutto lo squallore di una classe dirigente che non trova neppure giustificazione alla propria avidità, all'affannosa ricerca di un privilegio per sé e per i propri familiari. Certamente nessuno della P4 immagina un golpe, è sufficiente piazzare la propria "favorita" in un reality show.

giovedì 23 giugno 2011

Considerazioni libere (239): a proposito di pubblicità...

Un po' meno di un anno fa - il 2 settembre del 2010, nella "considerazione" n. 158, per la precisione - ho parlato della volgarità di uno spot di una grande azienda di telefonia mobile, in cui si indugiava, con insistita morbosità, sul corpo di Belen Rodriguez, appena uscita da una piscina. Nei mesi successivi c'è stata una campagna, probabilmente alimentata dalla stessa azienda, per denunciare il cattivo gusto di tutta una serie di spot, gli ultimi della serie, il cui unico elemento narrativo era ormai l'ossessivo mostrarsi della stessa Belen. Come ho scritto allora, io non ho nulla contro questa ragazza, che anzi dimostra nelle interviste una certa intelligenza e sagacità.
Credo appunto che gli stessi creativi - usiamo pure questa parola che si usa il più delle volte, come in questo caso, a sproposito - assoldati dalla Tim, abbiamo prima realizzato quei brutti messaggi pubblicitari e in seguito, accortisi che ormai i due testimonial, insieme all'incolpevole Belen c'era anche il povero De Sica, avevano esaurito il proprio compito - avevano esaurito la propria "spinta propulsiva", diciamo così, con un'espressione d'altri tempi - abbiano deciso che quegli stessi spot da loro ideati erano diventati volgari. La regola è sempre quella: parlatene pure male, l'importante è che se ne parli. Anzi hanno impostato una nuova campagna promozionale ingaggiando una nuova bellissima ragazza, la modella Bianca Balti, vestendola di tutto punto, per interpretare monna Lisa e un'improbabile dama dell'ermellino accanto al Leonardo di Neri Marcorè. Gli spot sono abbastanza divertenti e quindi tutto è a posto madama la marchesa: salvo il fatturato e salva la dignità della donna, ormai non più prigioneria soltanto della propria bellezza. La nuova campagna promozionale è stata preceduta e accompagnata da una serie di interviste con la stessa Balti, in cui importanti firme del giornalismo italiano si sperticavano in lodi per il nuovo corso scelto dalla Tim. Anche in questo nulla contro la Balti, anch'essa ragazza intelligente e capace.
Tutto bene fino a quando è durato l'inverno. Da alcuni giorni, con l'arrivo dell'estate, i soliti creativi si sono resi conto che avere sotto contratto una bellezza come Bianca Balti e non sfrutturla doveva sembrare un peccato mortale. E infatti sono comparsi lungo le strade delle nostre città cartelli pubblicitari in cui la giovane, smessi i castigati panni di monna Lisa, indossa un meno leonardesco bikini. L'immagine è sempre quella: una bella e giovane donna che serve a promuovere un prodotto. Francamente non mi pare che i "nuovi" creativi della Tim abbiano fatto un grande sforzo.

p.s. neppure i creativi incaricati di "inventare" la campagna della prossima Festa dell'Unità di Roma hanno fatto un grande sforzo: due belle gambe, scoperte dal vento del cambiamento...

sabato 4 giugno 2011

Considerazioni libere (236): a proposito di "invisibili"...

In queste ultime settimane è apparsa su quotidiani e riviste a tiratura nazionale la pubblicità di una delle più importanti cooperative di Bologna, un'azienda di 16mila dipendenti che opera nel campo della manutenzione e della pulizia, quello che ora si chiama facility management. Lo slogan è efficace e piuttosto semplice: "La miglior manutenzione è quella che non si fa notare". Anche le immagini sono immediate. Io ne ho viste due - non so se ce sono altre - nella prima c'è un giardiniere impegnato a tagliare una siepe in un parco pubblico, mentre nella seconda un'inserviente è impegnata a pulire il corridoio di un ospedale, portando una di quelle macchine industriali che si usano appunto per gli interventi di pulizia e sanificazione nei grandi spazi. In entrambe le foto l'effetto grafico è quello di far "scomparire" le due persone e i relativi macchinari, lasciando riconoscibili soltanto i contorni; le due persone diventano trasparenti, come il Mr. Cellophane di una celebre canzone del musical Chicago. Immagino che l'intenzione degli ideatori della campagna e soprattutto dei dirigenti della cooperativa non fosse quella di "nascondere" le persone che fanno quei lavori - anzi so di tante importanti iniziative promosse da quella realtà cooperativa a favore dei propri soci e dipendenti, molti dei quali stranieri - eppure devo dire che questa campagna mi ha fatto riflettere.
Quanti sono i lavoratori "invisibili" che ogni giorno incontriamo? Sono molti, moltissimi. Facendo il pendolare e alzandomi molto presto la mattina, ne incontro diversi. Ci sono quelli che puliscono la stazione, c'è quello che porta con il furgone i giornali all'edicola, c'è quello che inforna le brioches al bar prima che apra. Molti di loro sono stranieri. Se ci pensate molti ne incontrate anche voi, tutti i giorni.
E quanti sono i nostri "colleghi invisibili"? Sono meno, ma alcuni ci sono. Alcuni giorni della settimana, mentre esco dal municipio, alla fine del mio turno di lavoro, incontro una persona che sta per cominciare il suo turno di lavoro, la signora che pulisce i nostri uffici. Non so quali siano i suoi orari, probabilmente ci sono giorni in cui entra più tardi, perché non la incontro, non so a che ora smette, non so quale sia il suo stipendio. Non so neppure se pulisca solo gli uffici comunali o sia impegnata anche da altre parti. Praticamente di tutte le altre persone che lavorano in municipio, anche quelli che lavorano nelle altre sedi, conosco gli orari, di alcuni conosco il livello e quindi più o meno conosco lo stipendio. Con tutti gli altri mi considero collega e credo che gli altri mi considerino tale - seppur assunto da pochi mesi - lavoriamo nello stesso ente, abbiamo gli stessi problemi, se è il caso ci riuniamo in assemblea e protestiamo insieme. La signora delle pulizie - non so come si chiama, mentre conosco più o meno i nomi di tutti gli altri colleghi - lavora con noi, lavora per noi e per i cittadini, è a tutti gli effetti una nostra collega di lavoro, eppure c'è qualcosa che la rende "invisibile". Immagino sia assunta da una qualche cooperativa o comunque da un'azienda che ha vinto l'appalto per le pulizie negli uffici comunali, immagino anche che sia in regola, perché sicuramente tra le clausole imposte in sede di gara d'appalto c'è quella di avere tutto il personale in regola dal punto di vista contrattutale, retributivo e contributivo; eppure i problemi di questa "collega invisibile" continuano a rimanermi oscuri, ma immagino ne abbia. Immagino che anche lei, come noi, abbia dovuto subire i tagli alle spese del Comune, penso che in meno ore debba pulire gli stessi metri quadri di uffici: gli effetti del "patto di stabilità" sono gli stessi per noi e per lei, eppure lei non ha partecipato alla nostra assemblea, immagino che non abbia fatto sciopero. In questi sei mesi è cambiata la "collega" che fa le pulizie, non so per quale ragione, probabilmente una rotazione. Entrambe sono donne di origine straniera. Credo che se ci riflettete un minuto anche a voi venga in mente di avere un qualche "collega invisibile".
Potenza della pubblicità, che fa fare queste digressioni.
Mi pare che si apra un ampio campo di riflessioni se continuiamo ad avventurarci in questa direzione. C'è il tema della divisione e della parcellizzazione del mondo del lavoro, della sua de-specializzazione. Nell'inverno dello scorso anno, quando io e mia moglie, insieme a molti altri lavoratori, siamo rimasti coinvolti nella vicenda Omega-Eutelia-Phonemedia - una serie di aziende, tra cui diversi call center in tutta Italia, fatte fallire deliberatamente dai loro proprietari - abbiamo deciso di manifestare nelle piazze coprendoci il volto con delle maschere bianche, neutre, tutte uguali, per denunciare anche in quel caso la nostra "invisibilità" di lavoratori precari davanti alla crisi e soprattutto in un mercato del lavoro sempre più senza regole. C'è la questione delle lavoratrici e dei lavoratori stranieri: donne e uomini che sfuggono alle statistiche, alle rilevazioni e quindi anche alle analisi. Conosciamo pochissimo dei consumi e dei circuiti dei cittadini extracomunitari che vivono in Italia e che si sono relativamente stabilizzati; li incontriamo spesso negli hard discount, nei bar delle periferie, muovono un mercato i cui contorni sono quasi sempre fuori dalle indagini economiche.
Su questo tema, credo ci sia grande spazio per l'iniziativa politica della sinistra e anche per l'azione del sindacato. Gli "invisibili" hanno bisogno di essere rappresentati, ci devono essere soggetti che difendano i loro diritti, che li tutelino nel mercato del lavoro. Tutti noi abbiamo il compito, apparentemente più semplice, ma non meno importante, di farli essere un po' meno "invisibili".