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giovedì 3 marzo 2016

Verba volant (88): ultra...

Ultra, sost. m.

Questa parola ha una storia curiosa, che merita di essere raccontata.
Deriva naturalmente dalla preposizione latina ultra, che significa oltre. Nella Francia della Rivoluzione dell'89 ha cominciato ad indicare, come abbrevazione di ultrarévolutionnaire, chi spingeva all'eccesso la propria ideologia e, di conseguenza in quegli anni in cui pensiero ed azione andavano di pari passo, la propria prassi politica. In seguito, durante la Restaurazione, ha indicato - in questo caso come abbreviazione di ultraroyaliste - i partigiani intransigenti della monarchia assoluta, avversari della Carta costituzionale concessa da Luigi XVIII nel 1814. Dopo un periodo di oblio, la parola è tornata in auge, sempre in Francia, nel secondo dopoguerra, quando, almeno a partire dal 1950, è stata usata per indicare i nazionalisti intransigenti e oltranzisti, che si opponevano alla decolonializzazione dell'Algeria. Ultra insomma ha sempre avuto un significato squisitamente politico.
Nella lingua italiana, dove è ormai invalso l’uso di accentarne l’ultima lettera, questa parola è passata ad indicare il tifoso fanatico di una squadra di calcio, spesso appartenente a gruppi organizzati, quelli che in Gran Bretagna e nell’Europa continentale sono conosciuti come hooligans. Anzi sono stati proprio questi gruppi ad usare per primi questa parola per indicare se stessi. Secondo alcuni studiosi i primi a usare il termine furono, agli inizi degli anni Settanta, i tifosi della Roma, organizzati nel Commando Ultrà Curva Sud; anche se naturalmente il tifo violento e organizzato c’era già prima che gli ultras cominciassero a chiamarsi così.
Ho deciso di scrivere questa definizione domenica mattina, leggendo i resoconti - ovviamente pomposamente sdegnati - della finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina. I fatti sono noti, come è ormai nota l’immagine di Genny ‘a carogna, uomo della camorra, pregiudicato e capo della tifoseria del Napoli, il quale, dietro alle sollecitazioni dei dirigenti della propria squadra e verosimilmente delle stesse forze dell’ordine, ha permesso che la partita cominciasse, nonostante alcuni tifosi napoletani fossero stati aggrediti prima del match. Davanti alle facce impotenti dei massimi vertici dello sport nazionale e dei rappresentanti delle istituzioni, Genny ‘a carogna ha “concesso” l’autorizzazione a giocare, bloccando le proteste dei suoi uomini in curva.
C’è effettivamente stata la “trattativa” tra il signor ‘a carogna e i rappresentanti della Questura? Verosilmente sì, nonostante le imbarazzate smentite del questore di Roma, visto che il capo ultra, oltre ad essere un pregiudicato - ma, d’altra parte, che volete che sia di questi tempi - indossava una maglietta con la scritta Speziale libero. Speziale è il criminale che ha ucciso sette anni fa l’ispettore capo Filippo Raciti, nel corso di una partita di calcio a Catania; Genny e quelli come lui chiedono da tempo la liberazione del loro compare. La reazione composta, ma molto dura, della vedova Raciti e il malessere tra gli stessi poliziotti, ha costretto il questore di Roma e i suoi indegni pari a smentire se stessi.
In un paese in cui le riforme istituzionali vengono fatte con un pregiudicato e in cui è stata avviata, ai massimi livelli, una trattativa tra lo stato e i capi della criminalità organizzata, figuratevi se un figuro come il questore di Roma non chiedeva a Genny ‘a carogna di garantire l’ordine pubblico alla stadio Olimpico, per fare bella figura con il premier seduto in prima fila.
E’ verosimile che la trattativa sia avvenuta, perché avviene sostanzialmente tutte le domeniche, in tutti gli stadi italiani. Le squadre danno soldi - spesso molti soldi - ai gruppi del tifo organizzato, per garantirsi il loro appoggio e la loro“protezione”; le forze dell’ordine chiudono qualche occhio nel controllo agli accessi degli stadi e gli ultras si “impegnano” a non esagerare, a non farci scappare il morto. Non sempre ci riescono, ma è su questo equilibrio, pericoloso, che si regge troppo spesso la connivenza tra squadre e ultras, con la benevola complicità dello stato. Si fa in modo che non succedano problemi alle città, masi lasciano gli stadi alla mercé del tifo violento. La trattativa sabato sera è avvenuta perché i vertici del calcio, le autorità del Viminale e quelli come Genny ‘a carogna si conoscono da tempo, “lavorano” insieme tutte le domeniche e sanno come aiutarsi gli uni con gli altri. Quindi bando alle ipocrisie di chi oggi dice di volere la tolleranza zero verso questi criminali.
Ovviamente mantenere in piedi la rete del tifo violento e organizzato è utile anche per molti altri motivi e per interessi difficili da confessare. Gli ultras possono essere utili in molte occasioni sia alla criminalità organizzata sia a pezzi dello stato. Quando serve qualcuno che meni in piazza, quando serve qualcuno che crei disordini, basta allungare qualche soldo e si trova subito chi si mette sempre a disposizione. Servono dei facinorosi per ingrossare le fila di un movimento di protesta, come è avvenuto con i forconi? Basta chiedere alla carogna. Serve qualcuno per dare la caccia ai neri a Rosarno? ‘A carogna te li fornisce, in questo probabilmente perfino gratuitamente. Ai vertici della polizia servono un po’ di teppisti per organizzare disordini in piazza a Roma, magari in concomitanza con qualche altra manifestazione a loro sgradita? Arrivano anche quelli, vestiti di nero e con le mazze. Quei “lavoretti” che un tempo i fascisti facevano per lo stato adesso li fanno gli ultras, che hanno anche meno pretese e pensano meno.
Questa è la vera trattativa che avviene da anni tra lo stato e i violenti del crimine organizzato; forse siamo davvero troppo oltre.

scritto il 4 gennaio 2014

martedì 26 agosto 2014

Verba volant (113): sponsor...

Sponsor, sost. m.

Le parole fanno giri strani, come hanno già avuto modo di verificare i lettori più attenti di Verba volant. Questa è una parola inglese, presa pari pari dal latino, e arrivata così in italiano; sponsor ha la stessa storia etimologica di media, ma almeno non soffre della nostra maldestra pronuncia: anche gli anglofili più accaniti non riescono a storpiarla. In latino sponsor significa garante, mallevadore, e nei testi cristiani indica il padrino di battesimo; l’etimologia è la stessa del verbo sposare, ossia deriva dal latino spondere, che significa assumere un impegno.
Come certamente sapete, proprio in questi giorni è stato scelto il nuovo commissario tecnico della nazionale italiana di calcio, un tema che ha appassionato gli italiani sotto l’ombrellone molto di più della controriforma istituzionale di Renzi. Non entro nel merito della scelta tecnica: il calcio è uno di quegli argomenti su cui, quando si prende una posizione, si scatenano dibattiti infuocati, con il rischio di attirarsi anatemi e strali e in particolare la Juventus - e tutto quello che le ruota intorno, nel bene e nel male - è oggetto di feroci polemiche, a confronto delle quali le discussioni dei primi concili cristiani sulla transustanziazione sono bazzecole.
Chiedo quindi clemenza ai miei lettori di fede juventina. Devo dire che mi pare bizzarro che sia stato scelto per guidare la nazionale un tecnico che ha subito una pesante squalifica in un delicato processo sportivo, ma Conte si è sempre proclamato innocente e, come si sa, Conte è un uomo d’onore. Quindi facciamo finta che vada tutto bene e continuiamo pure a tifare per la nostra squadra, anche se una parte di noi ha dovuto smettere, da almeno vent’anni, di urlare“forza Italia” quando c’è la partita della nazionale.
Mi interessa di più un altro aspetto della questione. La Federcalcio ha annunciato che lo stipendio di Conte sarà pagato in parte dagli sponsor. La cosa dovrebbe tranquillizzare i cittadini, in questi tempi di spending review e soprattutto evitare altre polemiche. Non preoccupatevi, pare ci voglia dire il presidente Tavecchio - e anche Tavecchio, si sa, è un uomo d’onore - non sprecheremo i vostri soldi in questi tempi di crisi. Ringraziamo quindi gli sponsor che sborsano i loro soldini per permettere a noi di sperare tra quattro anni di vincere il campionato del mondo.
Credo però che sarebbe bene mettere in chiaro che non si tratta di beneficenza; alla fine quei soldi li pagheremo comunque noi, acquistando una maglietta o un paio di scarpe. Certo, qualcuno obietterà, c’è una bella differenza tra risorse pubbliche che dovremmo mettere fuori tutti noi, con le nostre tasse, indipendentemente dal nostro interesse per il calcio, e soldi che ciascuno di noi può decidere o meno di spendere, acquistando questo o quel prodotto. Apparentemente è vero, anche se non è proprio così lineare. Spesso questi bisogni ci vengono indotti, perché non abbiamo veramente bisogno di quella maglietta o di quel paio di scarpe, ma veniamo convinti che siano qualcosa di indispensabile, di irrinunciabile. E proprio perché li sentiamo come indispensabili siamo disponibili a spendere di più, in modo da pagare la nostra quota dello stipendio di Conte.
Allora probabilmente il problema non è quello di capire dove trovare i soldi per pagare lo stipendio del commissario tecnico, ma capire se quello stipendio è adeguato. So qual è l’obiezione di Tavecchio e di quelli che sostengono questa operazione: senza uno stipendio adeguato, ossia molto alto - scandalosamente alto - è impossibile trovare un tecnico molto bravo, dal momento che quelli bravi - o presunti tali - possono sperare di essere ingaggiati da squadre di club con ingaggi di questo livello, appunto scandalosamente alti. Vero, ma allora forse il problema è quello di darsi delle regole e di decidere delle priorità. È una priorità del paese, ossia pubblica, avere alla guida della nazionale uno dei tecnici più pagati del mondo? Francamente credo di no, ma immagino che anche su questo alcuni di voi potrebbero dissentire.
Poi c’è un altro piccolo problema. Chi ci garantisce del “garante”? Ossia chi garantisce che le scelte del commissario tecnico, pagato in parte degli sponsor, non saranno in qualche modo influenzate dallo stesso sponsor? Magari Conte - se non fosse un uomo d’onore - potrebbe avere un occhio di riguardo per quei giocatori che indossano abitualmente le stesse magliette e le stesse scarpe dell’azienda che gli dà una parte del suo stipendio. E così noi saremmo spinti a desiderare sempre più quelle scarpe, dal momento che verrebbero indossate da tutti i nostri idoli.
Il solito obiettore - che oggi evidentemente fa gli straordinari - adesso potrebbe criticarmi: proprio tu che consideri poco importante la nazionale di calcio, tanto da non volerci investire per uno stipendio adeguato, adesso ti preoccupi che venga scelto questo o quel giocatore, non badando alla qualità, ma alla marca delle sue scarpe? Effettivamente me ne importa poco, ma è la logica che mi preoccupa.
Infatti gli sponsor ormai non si limitano a pagare soltanto parte dello stipendio - poi ci diranno quanta parte, spero - del commissario tecnico della nazionale, ma intervengono in molti altri campi, che solitamente sarebbero di competenza dello stato. Gli sponsor intervengono in campi che il pubblico considera orami residuali, la cultura, la ricerca scientifica, l’educazione. Infatti, non essendoci più soldi pubblici per queste cose poco importanti, agli sponsor si chiede di restaurare un’opera artistica, di conservare un’area archeologica, di mettere in scena uno spettacolo di musica classica, di finanziare la ricerca sulla cura di una certa malattia, di sostenere le spese per un corso di laurea e così via.
Al di là del fatto che io potrei anche essere contento di acquistare, spendendo qualcosina di più, quel pacco di biscotti lì - e non quello più economico - per sostenere chi sostiene il Regio di Parma, anche in questo caso chi ci garantisce? Forse in questo caso specifico, non dovrei preoccuparmi troppo, perché so che Rosita è una gallina d’onore e so che, pur amando alla follia Puccini, non impedirà che venga rappresentato il Maestro Verdi. Ma in altri casi non sono così tranquillo. Ad esempio, chi mi garantisce che la ricerca scientifica sostenuta da una casa farmaceutica non si fermerà un attimo prima di arrivare a un risultato che potrebbe danneggiare quell’azienda? E chi mi garantisce che in quel corso di laurea sostenuto da un’importante azienda dell’informatica si studieranno ancora i programmi open source?
Domande a cui è difficile rispondere. Per fortuna che c’è il calcio a distrarci un po’.

martedì 15 luglio 2014

Verba volant (105): sconfitta...

Sconfitta, sost. f.

Immagino che tra cinquanta o sessant’anni i bambini brasiliani che, lo scorso 8 luglio, hanno assistito con sgomento alla sconfitta umiliante della loro nazionale ricorderanno quella giornata, quella partita e anche quell’incredibile 7-1, con un misto di tenerezza e di nostalgia. Il tempo lenisce le ferite - specialmente queste superficiali - e ciascuno di noi è sempre indulgente con i ricordi della propria infanzia e della propria adolescenza. Pensate che quelli della mia generazione guardano già con nostalgia agli anni ’80, un periodo davvero piuttosto brutto, che ha probabilmente l’unico merito di averci visto ragazzine e ragazzini.
E poi gli dei del football hanno una particolare predilezione per quella terra lontana e tra qualche anno la Seleção tornerà a vincere e solleverà di nuovo, per la sesta volta, l’ambito trofeo.
Ovviamente, tra cinquanta o sessant’anni anche i bambini tedeschi proveranno la stessa allegra nostalgia, riguardando i filmati della cavalcata nibelungica dei loro eroi, perché certi sentimenti sono uguali in tutti gli emisferi. Però quella partita sarà ricordata sempre come la sconfitta del Brasile e non come la vittoria della Germania.
C’è, come ovvio, una ragione oggettiva: certamente i tedeschi sono stati bravissimi, ma una semifinale del campionato del mondo può finire con un simile passivo solo se una squadra smette di giocare e i brasiliani l’altra sera hanno semplicemente smesso di giocare a calcio, limitandosi a guardare la palla che entrava impietosamente - e ripetutamente - nella loro rete.
C’è però una ragione più profonda che attiene alla natura umana.
In quella sconfitta c’è stato qualcosa di epico e nell’epica tendiamo sempre aprendere le parti per quelli che perdono. Nel drammatico duello che conclude l’Iliade soffriamo per Ettore, ci dispiace vederlo cadere, vorremmo scendere anche noi dalle porte Scee, schierarci al suo fianco, e urliamo con Andromaca quando Achille, accecato dall’odio, infierisce sul suo cadavere, forandogli i piedi e trascinandolo nella polvere, attaccato al suo cocchio.
Quando i brasiliani si sono fermati, i tedeschi sono rimasti dapprima interdetti, poi non hanno resistito alla tentazione di fare gol - e d’altra parte chi di noi non avrebbe voluto scrivere il proprio nome nella storia di quella partita? - fino a quando Mesut Özil, quando era già lanciato a rete, ha deciso di sbagliare l’ottavo gol, ricordando a se stesso, ai suoi compagni e anche noi impotenti spettatori, la lezione dei suoi antichissimi avi troiani.
Il greco Omero sa che la sua storia non può finire così, perché altrimenti noi saremmo solo dalla parte dei nemici troiani; non possiamo amare né l’arrogante Agamennone né il furbo Odisseo, ma il poeta fa in modo che amiamo proprio l’iracondo Achille. Alla fine noi soffriamo con lui perché sappiamo che il suo destino è segnato: Achille morirà dopo la morte di Ettore e quindi Achille, uccidendo il comandante troiano, decide la sua stessa morte.
E l’Iliade si conclude finalmente con l’incontro tra l’eroe e il vecchio re Priamo che, senza scorta, si reca nel campo acheo per chiedere il corpo del figlio e quindi il grande poema della guerra si chiude in questo modo, con l’incontro di due grandi sconfitti.

martedì 11 febbraio 2014

Verba volant (61): sport...

Sport, sost. m.

Sport è una parola inglese diventata così comune nel nostro vocabolario da essere ormai considerata, a pieno titolo, italiana. E’ successo lo stesso alla parola bar e non credo sia un caso che praticamente in ogni paese italiano, dal Piemonte alla Sicilia, ci sia un Bar sport. La parola sport ha resistito addirittura all'italianizzazione fascista, che colpì invece la parola bar, sostituita da mescita. Ad esempio nel 1928 fu edita la rivista mensile Lo sport fascista.
I singoli sport furono invece regolarmente italianizzati: il football divenne calcio, il rugby giuoco della volata, l’hockey palla a rotelle. Ricordo il presidente Pertini che, in'intervista di qualche mese dopo, dichiarò che si era molto preoccupato quando, durante la finale dei mondiali dell'82, Cabrini sbagliò il penalty. Per quelli della sua generazione il calcio era ancora un gioco che si declinava in inglese.
Anche se la parola è inglese, la sua etimologia risale comunque al latino. Si tratta infatti della forma aferetica dell’antico disport, che risale a sua volta al francese desport, che significa divertimento, e che in italiano è arrivato nella forma diporto. La parola francese antica desport deriva dal latino deportare, che significa portarsi lontano, allontanarsi, in quanto per praticare le attività fisiche era spesso necessario uscire dalle mura cittadine, noi diremmo andare fuori porta.
Teoricamente quindi sport e divertimento da un punto di vista etimologico hanno la stessa radice e hanno un significato affine. Certamente noi da casa ci divertiamo a guardare le gare olimpiche, ci piace tifare a favore dei nostri beniamini e spesso - anche se è poco sportivo - contro i loro avversari. Che si divertano gli sportivi che in questi giorni si sono radunati a Sochi per i XXII Giochi olimpici invernali mi permetto di nutrire qualche dubbio. Si tratta di professionisti dello sport, che fanno un lavoro e che devono farlo al meglio. Per alcuni di loro questo è l’appuntamento della vita, il coronamento di anni di sacrifici.
Immagino poi lo stress degli atleti russi da cui Putin si aspetta risultati mirabolanti. Probabilmente nessuno corre il rischio di essere deportato in Siberia in caso di sconfitta, anche se è meglio non sfidare troppo le ire dello zar. Peraltro è nota la passione dei dittatori per lo sport, che lo usano per celebrare il proprio potere: le olimpiadi di Berlino del 1933 rappresentano un caso eclatante, che Putin si sforza di eguagliare. Ma se quelle olimpiadi furono ricordate anche per le realizzazioni trionfali dell’architetto Albert Speer, queste lo saranno per i bagni con due cessi.
In questi giorni si è parlato dei giochi olimpici più per la politica che per lo sport. La cosa in fondo non deve stupirci. Era così anche nell’antica Grecia, quando i giochi olimpici rappresentavano un momento di tregua dai conflitti endemici tra le città di quella regione e l’occasione per scambi di ambascerie e per negoziati, più o meno formali.
Francamente non è che a Merkel stiano particolarmente a cuore i diritti degli omosessuali in Russia, così come poco le importa dei diritti umani in Ucraina, ma ha utilizzato queste olimpiadi per lanciare un segnale alla Russia e a Puntin. Le aziende tedesche, per ora, possono fare a meno di un’alleanza strategica con quel paese o meglio è la Russia ad avere più bisogno della Germania, e quindi Merkel si è potuta togliere il lusso di non essere presente alla cerimonia di inaugurazione. L’Eni invece ha bisogno del gas russo e quindi il ministro degli esteri italiano Scaroni ha intimato a Letta di partecipare, facendo buon viso a cattivo gioco.
Lo sport è, come dicevo, da sempre anche un’occasione per parlare d’altro, per allontanarsi in senso etimologico. Cicerone, nel quinto libro delle Tusculanae disputationes, racconta che Pitagora definiva in questo modo i filosofi.
Leonte, stupito della novità del nome, chiese chi mai fossero i filosofi e quale differenza tra loro e gli altri; Pitagora allora rispose che, secondo il suo modo di vedere, c’era un’analogia tra vita degli uomini e quel tipo di fiere che si tengono con grandissimo apparato di giochi davanti a un pubbli­co che accorre da tutta la Grecia. Infatti, come là c’è chi cerca di ottenere la gloria e la celebrità della corona con l’allenamento atletico, e chi vi giunge con l’intento di fare buoni affari comprando e vendendo, ma c’è anche una categoria di persone, ed è di gran lunga la più nobile, che non cerca né il plauso nè il lucro, ma vi si reca solo per vedere e osservare attentamente ciò che succede e come succede […] questi si chiamano amanti della sapienza, cioè filosofi.
Come vedete, gli antichi conoscevano già tutto, compresa l’invadenza degli sponsor.

lunedì 2 dicembre 2013

Verba volant (21): salto...

Salto, sost. m.

Cosa sia un salto lo sapete tutti. Spesso per tirare avanti dobbiamo fare i salti mortali, ci è capitato di fare un salto in centro o di fare quattro salti tra amici. E forse i più furbi tra di voi hanno fatto il salto della quaglia.
Io però voglio raccontarvi una piccola storia di sport, da cui spero di ricavare una morale.
Quando Richard Douglas Fosbury, detto Dick, nella seconda metà degli anni Sessanta cominciò ad allenarsi nel salto in alto, tutti gli atleti usavano lo stile ventrale; in questa tecnica il busto è rivolto verso il basso e rimane quasi parallelo all’asticella. Il più grande campione di salto in alto con questa tecnica fu il sovietico Valerij Brumel’, che vinse la medaglia d’oro nelle Olimpiadi di Tokyo del ’64, con il record olimpico di 2,18 metri. La corsa di Valerij era molto elegante, tanto che si meritò il soprannome di Lord Brummel.
Gli allenatori degli Stati Uniti andarono in Unione sovietica per cercare di capire qual era il segreto di Brumel’. Se Dick Fosbury avesse continuato a fare come facevano tutti gli altri probabilmente sarebbe diventato un buon saltatore, forse avrebbe anche vinto molte gare, però non sarebbe entrato nella storia. Così, nel campus dell’università dell’Oregon non continuò ad allenarsi come facevano tutti, ma cambiò modo di saltare.
Aggiunse una rotazione al salto, in modo da avere la schiena rivolta all’asticella. Con quel salto “strano” Dick Fosbury vinse la medaglia d’oro alle Olimpiadi di Città del Messico, con il nuovo record olimpico di 2,24 metri. Da allora, anche se con qualche iniziale resistenza, tutti i saltatori in alto adottarono lo stile Fosbury.
Forse non è un caso che Fosbury rivoluzionò il salto in alto proprio in quelle storiche olimpiadi, di cui ci rimane l’immagine del podio dei 200 metri maschili, con i pugni chiusi di Tommie Smith e John Carlos.
Ci capita spesso di provare a fare una cosa a cui teniamo, tentando sempre la stessa strada. A volte riusciamo, molte volte no. Ecco dovremmo imparare a pensare che le cose si possono cambiare.

sabato 11 agosto 2012

Considerazioni libere (299): a proposito di retorica e di sport...

La vicenda è nota: durante le olimpiadi le autorità sportive internazionali hanno segnalato il caso di un atleta italiano, già campione olimpico, risultato positivo ai controlli antidoping; il giovane che, colto in flagrante, ha ammesso la sua colpa, è stato sospeso dalle gare. Si tratta di una brutta vicenda, che merita qualche riflessione in più - non solo di carattere sportivo - perché non è soltanto la storia di un giovane debole, ma racconta qualcosa del nostro paese, dove è sempre così difficile capire dove stanno le responsabilità.
Il giovane pratica - a questo punto praticava - uno sport "minore" come la marcia. In Italia si definisce "minore" ogni sport che non sia il calcio. Per verificarlo basta sfogliare uno qualsiasi dei tre quotidiani sportivi pubblicati nel nostro paese: una ventina di pagine dedicate al calcio contro le due - quando va bene - dedicate agli altri sport. Questa sproporzione aumenta se si prendono in considerazione soltanto i servizi televisivi. Gli sport "minori" escono da questo cono d'ombra ogni quattro anni, in occasione delle olimpiadi: questa è ormai la vera "tregua olimpica". Nei giorni delle olimpiadi i giornalisti sportivi italiani ripassano velocemente le regole degli altri sport, raccolgono informazioni e tabellini e si fingono esperti; in televisione poi si recuperano "vecchie glorie" di quegli stessi sport, affidando a loro i cosiddetti commenti tecnici. Poi, visto che ogni quattro anni si scopre che in qualcuno di questi sport l'Italia può vantare campioni da medaglia - che si allenano in silenzio e con costanza - scatta l'orgoglio nazionale per questi sportivi, solitamente ignorati. I giornalisti importanti, quelli che di solito scrivono nelle prime pagine, perfino i direttori, si esercitano in panegirici su questi atleti, facendo sempre notare quanto le loro gesta debbano essere da esempio per i giovani, sottintendendo - da perfetti farisei - un giudizio negativo sul calcio e sui ricchi calciatori. I politici di tutti gli schieramenti vibrano di orgoglio nazionalista, vedendo il tricolore salire sull'asta più alta, accompagnato dalle note dell'inno di Mameli. I burocrati che comandano sullo sport nazionale approfittano di una medaglia in più o in meno per definire le loro gerarchie all'interno del Coni e delle federazioni, con bizantinismi simili a quelli del potere cinese. Poi, spento il braciere olimpico, tutto tace fino alle prossime olimpiadi, specialmente le promesse di sostenere e finanziare questi sport "minori".
Alex Schwazer era uno di questi sportivi "a gettoni". Anzi no, Schwazer era diventato - forse suo malgrado - anche un personaggio minore del "circo". Intanto perché è un italiano atipico, di confine, della più significativa e potente minoranza del nostro paese, un giovane che, nell'esibire il tricolore, sembrava ricucire una frattura sempre presente tra "loro" che non si sentono italiani e "noi" che non li consideriamo tali. Poi Alex era - spero sia ancora - fidanzato con un'altra campionessa di uno sport "minore": la loro storia d'amore era perfetta e serviva, di volta in volta, a spiegare i loro successi o le loro sconfitte. Alex era talmente perfetto da diventare - e non lo sarà più - il testimonial di una nota multinazionale dolciaria. Temo anche che il "circo" voglia recuperare Alex e spero che lui resista: il dopato pentito e piangente sarebbe l'ospite ideale di ogni reality.
Con questa "considerazione" non ho nessuna intenzione di assolvere Schwazer: ha commesso un errore molto grave, era consapevole di farlo ed è giusto che paghi. Francamente non mi sembra giusto che paghi solo lui. La marcia è certamente uno sport individuale, ma nessun atleta, tanto più se è un campione olimpico, raggiunge certi risultati da solo. Nessuno di quelli che lavoravano con lui si è mai accorto di nulla? Nessuno ha notato che, nonostante gli allenamenti, non si sentiva sicuro di sé e delle proprie prestazioni? Non hanno capito la sua fragilità? Nessuno ha notato dei risultati altalenanti o troppo regolari? Immagino che un atleta come Schwazer sia seguito da un'equipe di medici; gli dicevano soltanto quanti snack al cioccolato doveva mangiare? Io non sono un esperto, ma sinceramente mi pare che in questa storia ci siano o complicità o incompetenze e davvero non so cosa sia peggio, pensando che queste persone dovranno allenare altri giovani. All'indomani della scoperta - poi non ho visto la televisione per alcuni giorni - ho sentito un'intervista, piuttosto disgustosa, del presidente della Fidal, la cui unica preoccupazione evidente era quella che qualcuno approfitti di questa storia per toglierlo di lì. Se davvero la federazione volesse combattere il doping farebbe propri controlli, ma non mi pare che questa sia una sua priorità.
Ripeto non ho simpatia per Schwazer e condanno quello che ha fatto, ma mi disturba la retorica cresciuta intorno al caso. Schwazer è stato additato di volta in volta come il traditore dello spirito olimpico, il traditore della fiducia che l'Italia ha riposto in lui, il traditore dei sani valori dello sport. Balle. A nessuno di quelli che scrive, a partire dai vertici della politica sportiva, importa un fico secco dello spirito olimpico e dei sani valori dello sport, quanto all'Italia, Schwazer le ha dato esattamente quello che ne ha ricevuto.
Disturbano i toni roboanti della retorica antidoping nell'atletica e negli altri sport, tanto più perché sono fatti negli stessi giornali - e a volte dagli stessi giornalisti - che usano parole concilianti con i calciatori e le squadre che hanno truccato gli ultimi campionati italiani di calcio. Schwazer è un traditore, un infame, mentre Conte - che con la richiesta di patteggiamento ha ammesso l'illecito sportivo - è l'allenatore di una delle squadre più importanti d'Italia e l'ospite coccolato di tutte le trasmissioni sportive. D'altra parte di atletica non si parlerà più per quattro anni, mentre di calcio e con il calcio ci campano tantissime persone. Va bene così, ormai il mondo abbiamo rinunciato a cambiarlo, almeno rispamiateci le lacrime.

domenica 8 luglio 2012

Considerazioni libere (290): a proposito di calcio (e non solo)...

Nei giorni scorsi, durante i campionati europei di calcio, sui giornali e tra i commentatori televisivi si sono sprecate le metafore per marcare le analogie tra il nostro paese e la nazionale. All'inizio del campionato le deludenti prove della squadra azzurra sono state viste come lo specchio di un paese con una guida incerta e ormai incapace di affrontare la crisi, nonostante il proprio brillante passato. Il pomeriggio precedente Italia-Irlanda, quando i più pensavano che la nostra squadra sarebbe stata eliminata per colpa del "biscotto" tra Spagna e Croazia - immaginavamo infatti che gli altri avrebbero fatto a noi quello che noi sicuramente avremmo fatto a loro (vero capitan Buffon?) - sono stati scritti decine di editoriali in cui si diceva che l'Italia-paese, come l'Italia-squadra, era ormai fuori dall'Europa, dandone la colpa al precedente governo - uno qualsiasi dal III Rumor a oggi - perché in Italia è sempre colpa di qualcuno prima di noi. Poi, visto che gli spagnoli hanno giocato come sanno fare, quei bei articoli sono stati cestinati. E' così arrivata la vittoria con l'Inghilterra e le penne hanno ricominciato a mettersi in moto: l'Italia, anche se all'ultimo minuto, ce la può fare, con il coraggio - e un po' di incoscienza - alla Pirlo insomma. E poi è arrivata l'ora di Italia-Germania, partita giocata contemporaneamente a Bruxelles e a Varsavia, e la retorica patriottarda si è scatenata, portando sugli altari i due super-Mario, che qualche giorno prima erano un affamatore del popolo, inventore di sempre nuove tasse, e un negro viziato, incapace di metterla dentro. L'avventura europea si è infine conclusa con la figuraccia di Kiev, ma la squadra, comunque inaspettatamente seconda, è stata benedetta dal presidente (la "p" minuscola non è un errore), con la spiegazione che l'Italia potrà farcela, proprio come hanno fatto gli azzurri, con unità e gioco di squadra: quindi tenetevi Monti, pagate e ringraziate. Con buona pace della retorica quirinalizia, le analogie tra la società e il calcio invece sono davvero tante, ma non sono sempre commendevoli.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato su Il Sole-24 ore un articolo interessante di Gianni Dragoni sui conti del calcio; vi invito a leggerlo, perché fornisce dati precisi e in qualche modo illuminanti. Ne riporto un breve brano, per parlare del dato che mi ha colpito di più.
Nell'ultima stagione sportiva, secondo i bilanci al 30 giugno 2011, la perdita netta aggregata delle squadre di serie A, serie B e della Pro di prima e seconda divisione è stata di 428 milioni di euro, in aumento di quasi 81 milioni (+23,2%) rispetto alla stagione precedente. Un dato preoccupante, perché la perdita nella stagione precedente era rimasta pressoché stabile, solo sette milioni in più rispetto ai 340 milioni dell'esercizio chiuso al 30 giugno 2009.
In sostanza su un giro di affari complessivo di 2.477 milioni c'è stata una perdita di 428 milioni, pari al 17,2%. I dati sono molto chiari. Non restano molte spiegazioni: o gli imprenditori del calcio sono tutti incapaci e accettano di rimetterci o sono dei veri sportivi e mettono tutti i loro risparmi nel gioco che amano o questi conti non sono veri e le società di calcio servono per produrre utili in nero alle imprese. Per analogia con quello che avviene nel resto del paese, io tenderei a credere a questa terza ipotesi.
Sempre a proposito di quello che succede intorno al calcio voglio raccontarvi quello che è capitato due anni fa al Bologna FC, squadra a cui sono legato - come potete immaginare - da antico tifo adolescenziale. La squadra era stata acquistata da un noto costruttore bolognese, con lo scopo, non troppo celato, di costruire il nuovo stadio, con annessi e connessi. Quando si è accorto che questa opportunità diventava sempre più incerta, ha legittimamente messo in vendita il club. Nell'estate 2010 è comparso un imprenditore da fuori città, dicendo di avere i soldi: le carte sono state firmate ed è diventato il nuovo proprietario della squadra. Si è messo immediatamente all'opera per preparare il nuovo campionato, ha venduto qualche giocatore, ne ha acquistati altri, ha incassato i soldi degli abbonamenti, ma dopo pochi mesi ha smesso di pagare gli stipendi, perché in cassa non c'era più un soldo. A questo punto ha candidamente ammesso di non avere un euro e di non averci messo nulla; non aveva ovviamente neppure liquidato il precedente proprietario, che fino ad allora non aveva detto nulla per paura di fare la figura del fesso. Alla fine alcuni altri imprenditori hanno comprato il club, mettendoci questa volta soldi veri. Il nostro eroe se n'è tornato nella sua città con un po' di euro, concessi come buona uscita dai nuovi proprietari. Questa vicenda ha avuto una qualche notorietà perché ha riguardato la squadra di calcio di una grande città, nobile anche se decaduta - la squadra e la città - ma non si tratta di un caso isolato. Se avete fatto un mutuo per acquistare la casa o per aprire una piccola attività sapete che trafila si fa per ottenerlo e quante garanzie siano necessarie. Per grandi operazioni finanziarie, quelle che se falliscono rischiano di far fallire la banca, queste garanzie non vengono richieste, basta la parola, magari di un amico, o di un amico dell'amico.
C'è un'altra analogia importante tra il sistema-calcio e il sistema-paese: il totale disinteresse verso il bene comune, quando va a scapito del proprio interesse individuale. Prandelli lo ha detto con molta chiarezza: in Italia gli interessi delle squadre di Lega prevalgono sempre sul contributo che ciascuna di esse dovrebbe dare al movimento nel suo insieme, a partire dalla nazionale. La definizione del calendario della serie A, in cui non viene lasciato un minimo spazio per l'attività della nazionale, è un indizio fin troppo evidente che, nonostante la retorica di facciata - altro aspetto che il calcio condivide con la società nel suo complesso - le decisioni sono sempre dettate dagli interessi economici. Lascio a voi immaginare in quali altri campi avviene: non voglio allungare troppo questa "considerazione", abusando della vostra pazienza.
Ultima analogia è la capacità di autoassolversi: in Italia, come detto, la colpa è sempre di qualcun altro, al limite del destino cinico e baro. Ricordate le parole di Buffon prima di partire? E poi c'è la capacità italiana di assolvere tutti i peccati, a patto che i peccatori siano più forti di noi. Non so se vi ricordate, è passato molto tempo. Prima che gli azzurri partissero per la Polonia è scoppiato l'ennesimo scandalo scommesse. Se ne parlò a profusione, furono spese parole di fiera riprovazione, si aprì un dibattito a cui partecipò autorevolmente anche il professor Monti; di quelle parole si è spenta l'eco al primo gol dell'Italia e sono state sepolte all'indomani della storica vittoria sulla Germania nel "derby dello spread", riconsegnando al mondo del calcio una verginità che temo perderà assai presto.
Anch'io, immodestamente come il presidente dalla "p" minuscola, non so più se parlo del calcio o del paese: l'Italia non ce la farà.

sabato 26 giugno 2010

Considerazioni libere (134): a proposito di nazionale...

Non mi pare il caso di dire che lo scarso - usiamo un eufemismo, per carità di patria - risultato della nazionale italiana di calcio sia lo specchio della condizione di crisi in cui si trova il nostro paese. Il calcio rimane comunque uno sport, in cui le occasioni e i colpi di fortuna - e naturalmente quelli di sfortuna - hanno un peso molto forte: se il guardialinee non si fosse accorto del quasi impercettibile fuorigioco di Quagliarella, adesso saremmo qui a raccontare una storia diversa. Ma la prova regina che non c'è una stretta relazione tra lo stato del paese e le sorti della nazionale è la vittoria dell'Italia di Lippi nel mondiale del 2006: allora l'Italia-paese faceva schifo praticamente come oggi.
Sgombrato il campo da questo sociologismo da quattro soldi, ci sono però alcuni aspetti della sconfitta della nazionale che descrivono abbastanza bene quello che avviene nel nostro paese. La sconfitta della nazionale è frutto certamente dell'incapacità dei quei calciatori di gestire l'indubbia pressione che un appuntamento internazionale di quel livello porta con sé e dell'incapacità del commissario tecnico di capire cosa stava succedendo nelle teste dei suoi giocatori. Però sarebbe ingeneroso dire che le responsabilità sono soltanto queste. Eppure in Italia funziona così: si individua un responsabile e gli si butta la croce addosso e intanto gli altri aspettano che passi la bufera.
La crisi della nazionale la conseguenza logica di una serie di incapacità a livello dirigenziale: la Figc è debolissima e in balìa di decisioni che vengono prese in altre sedi, non c'è nessun investimento sui centri giovanili federali, non c'è nessuna programmazione seria riguardante le nazionali giovanili che dovrebbero essere i naturali vivai per la nazionale maggiore. Nonostante tutto questo Abete rimarrà al suo posto, certamente consigliato dal suo immarcescibile predecessore e mentore Franco Carraro. Nel calcio attuale la nazionale è una parentesi, perché tutto il rilevantissimo interesse economico è concentrato sul super-campionato che giocano una dozzina di squadre a livello europeo: lì ci sono i soldi, lì ci sono le persone che decidono. Ovviamente nessuno - o ben pochi, specialmente tra i cosiddetti addetti ai lavori - ha interesse a disturbare il munifico manovratore e quindi si va avanti così. D'altra parte nessuno ha provato a criticare Marchionne e nessuno criticherà i padroni delle grandi squadre.

giovedì 20 maggio 2010

Considerazioni libere (114): a proposito di olimpiadi...

A proposito della decisione di Roma e di Venezia di candidarsi per le olimpiadi del 2020 e della successiva scelta del Coni di presentare al Cio la capitale come unica candidata italiana, francamente mi è sembrato paradossale che tutti coloro che sono intervenuti nel dibattito si siano schierati per l'una o l'altra città, con argomenti più o meno condivisibili, con accenti più o meno campanilistici, ma che nessuno abbia sollevato questioni sull'opportunità di una candidatura italiana, a prescindere dalla città.
A parte i casi virtuosi di Genova e di Torino, che hanno saputo utilizzare bene due importanti manifestazioni come l'Expo del '92 e le recenti olimpiadi invernali, la tradizione italiana dei cosiddetti "grandi eventi" non mi pare che sia a nostro favore. Italia '90 non è stato certo un esempio di capacità amministrativa: sono state spese risorse ingentissime per costruire impianti ampiamente sottoutilizzati e non sono state completate molte delle opere infrastrutturali previste per quell'evento. A quello che si legge, la Figc sta cercando il modo di ritirarsi con onore dalla corsa per l'assegnazione dei campionati europei di calcio del 2016, per evitare una certa bocciatura, che certo non gioverebbe all'immagine del paese. Nonostante uno sbandierato impegno bipartisan e nonostante il centrodestra sia al governo nel Comune, nella Provincia e nella Regione e abbia nominato a capo dell'evento un ex-ministro dalla fama di manager, i lavori per l'Expo 2015 sono in grande ritardo; come spesso succede le uniche cose che si stanno realizzando sono gli insediamenti residenziali e commerciali privati, che hanno visto in questa manifestazione una grande opportunità di investimento, a scapito dell'interesse generale. Il fatto poi che i funzionari "esperti" nella realizzazione delle opere per i "grandi eventi" siano praticamente tutti in carcere non è certo il miglior viatico per la nostra candidatura: le irregolarità negli appalti e gli alti costi delle opere in relazione ai mondiali di nuoto sono a tutt'oggi oggetto di indagine.
Evidentamente non ci ha insegnato nulla l'esperienza della Grecia, che sta pagando, insieme a una corruzione sociale diffusa e all'inefficienza del settore pubblico - due elementi che accomunano i nostri paesi - anche i debiti fatti per ospitare le olimpiadi del 2004. Ho stima di due amministratori come Cacciari e Galan che per primi hanno sostenuto la candidatura ddi Venezia e credo che abbiano fatto delle valutazioni corrette; ho molta meno stima degli amministratori di Roma, di centrodestra e di centrosinistra, che dovrebbero preoccuparsi di far funzionare la città, di curare la manutenzione, piuttosto che immaginarsi come i promotori di nuovi grandi eventi. Nonostante la stima per la candidatura di Venezia, continuo a pensare che il nostro paese abbia bisogno di altro, ad esempio un grande piano per mettere in sicurezza gli edifici scolastici oppure interventi per l'assetto idrogeologico, che è sempre più fragile. Le risorse sono davvero poche, abbiamo proprio bisogno di un'olimpiade?