In queste ore, in cui leggiamo e ascoltiamo, fino alla noia, i commenti dei risultati elettorali, c'è una frase che mi ha colpito più di altre: la sconfitta mi appartiene. L'ha detto Roberto Giachetti, commentando l'esito del voto di Roma e l'ha detto, praticamente usando la stessa formula, il candidato della Lega a Varese. L'espressione ha perfino una sua qualche nobiltà retorica: il candidato sconfitto, con questa formula autoaccusatoria, sembra volersi far carico - unico e solo - degli errori che hanno portato appunto alla sconfitta. Temo non sia solo questo, purtroppo. Dietro questa frase c'è l'idea - diffusa, molto diffusa - che la politica non sia altro che lo scontro, più o meno muscolare, di due campioni, uno che vince e uno che necessariamente perde. E anche questi ultimi ballottaggi sono stati rappresentati come una sorta di rinnovata battaglia tra Orazi e Curiazi.
La politica è - o dovrebbe essere, o almeno a noi l'hanno insegnata così - un'altra cosa: impegno collettivo, condivisione di idee e di valori, sforzo comune, assunzione delle responsabilità da parte di tutti. In fondo i partiti rappresentavano anche questo, soprattutto questo: il luogo dove si faceva sintesi. E certo c'erano i leader - grandi leader - e c'erano i candidati, ma la responsabilità delle sconfitte - così come l'onere delle vittorie - era condiviso. Quando l'Italia era diversa, non credo che a nessun candidato sconfitto sarebbe venuta in mente una frase del genere - e non per schivare la propria parte, non piccola, di responsabilità - ma perché era quell'entità collettiva, il partito appunto, che aveva vinto o perso, e quindi la sconfitta - come la vittoria - non apparteneva al candidato, ma al partito. E infatti una delle funzioni fondamentali dei partiti era quella di selezionare e di scegliere i candidati. I meccanismi di questa selezione e di questa scelta non sempre erano trasparenti, non sempre erano lineari, non sempre erano giusti, ma comunque sia portava il livello della responsabilità dal singolo al collettivo. Sempre, in ogni occasione.
Se un giovane che non ha conosciuto quell'Italia lì mi chiedesse qual è la vera differenza tra quelle che ci siamo abituati a chiamare la prima e la seconda repubblica, direi che è proprio questa. In pochissimi anni, distrutti i partiti storici, la politica è diventata via via il campo di leader nazionali e locali sempre più autonomi, sempre più "padroni" delle sconfitte e delle vittorie.
Ci sono state precise scelte istituzionali che hanno portato a questo: l'introduzione dell'elezione diretta degli amministratori locali, dal sindaco al presidente della Regione, la scelta del maggioritario, la decisione di indicare il candidato alla presidenza del consiglio nella scheda elettorale e così via. Scelte a cui non ci siamo opposti, ma che anzi abbiamo auspicato e reso concrete, tagliando il ramo su cui eravamo seduti.
Poi ci sono state le scelte politiche che hanno accompagnato - e in qualche modo esasperato - questa tendenza a personalizzare la politica. La prima risposta, all'inizio degli anni Novanta, alla fine dei partiti della Costituente è stata la creazione di un partito inedito per la storia di questo paese, come Forza Italia, un partito personale, un partito in cui le candidature venivano assunte - quando non per ragioni clientelari o per le particolari "simpatie" del proprietario del partito - secondo criteri dettati dal marketing: quello veniva candidato perché più adatto a vincere. E quindi se non vinceva era lui il responsabile della sconfitta, la sconfitta era sua. Ecco dove è cominciato. Poi nel campo cosiddetto progressista è stata introdotta l'ideologia delle primarie, togliendo al partito l'ultimo potere rimasto, per consegnarlo a una sorta di ordalia dalle regole incerte, cambiate in funzione dell'obiettivo da raggiungere e del candidato da far emergere, e in cui spesso si sono inseriti interessi altri e diversi, pilotandone l'esito. Infine è nato un partito che ha rifiutato da subito di essere considerato tale - e anzi ha fatto di questo rifiuto di essere definito partito il suo principale tratto ideologico - e in cui le scelte dei candidati vengono fatte in maniera oscura, per usare un eufemismo. E in questa crisi sono nate in tutto il paese leadership locali, più o meno estese, a volte ereditarie, a volte legate in maniera clientelare ai partiti nazionali, a volte slegate e in contrapposizione a essi. L'esito di questa nuova tornata amministrativa è sintomatico di questa svolta: a Salerno è stato eletto l'erede politico del ras Vincenzo De Luca, a Benevento è stato eletto il redivivo Clemente Mastella, a Napoli ha vinto Luigi De Magistris, personaggi diversi, molto diversi tra di loro, eppure tutti il segno della crisi della politica dei partiti e dell'affermarsi di una personalizzazione molto spinta. Che spesso non va oltre la figura del leader. Emblematico il caso di Milano: Giuliano Pisapia è stato eletto cinque anni fa con un grande consenso, ha governato bene la città e probabilmente sarebbe stato rieletto, ma, una volta che ha deciso di non continuare la sua esperienza amministrativa, la lista da lui promossa ha avuto esiti ridicoli; e temo succederà qualcosa di simile a Napoli, quando De Magistris sarà costretto a lasciare, se non sorgerà intanto un'altra "stella" popolare come lui.
Il dramma è che è ormai impossibile tornare indietro, perché in questi quasi trent'anni è stata fatta una campagna sistematica contro i partiti, a favore della personalizzazione della politica. Quando un esponente del Movimento Cinque stelle ha provato a porre il problema e ha proposto una sorta di congresso costitutivo di quel soggetto politico, è stato isolato e poi espulso: la vicenda di Federico Pizzarotti è tutta qui, al di là delle altre considerazioni di facciata. Il dramma è che i partiti sarebbero il vero e unico strumento per ridare un potere ai cittadini, un potere sostanziale e reale, ma sono gli stessi cittadini che beneficerebbero di ciò a rifiutare questo strumento, a voler espungere perfino questa parola dal lessico politico, a disprezzare l'unico strumento che in qualche modo li potrebbe difendere dalle oligarchie, dalle scelte dettate da forze i cui interessi sono sempre in contrasto con quelli dei cittadini. Guardate come sono riusciti a trasformare il referendum di ottobre, che non è più il confronto tra due opzioni di riforma costituzionale, ma il plebiscito su una persona; quando - come spero - vinceremo il referendum, loro avranno comunque riportato una vittoria, perché noi ci saremo piegati alla loro logica, una logica antidemocratica e profondamente oligarchica.
Mi chiedo spesso come siamo arrivati a questo, se avremmo potuto fare qualcosa per fermare questo attacco così violento alla democrazia, il più violento della storia repubblica, ancora più violento di quello subito negli anni della strategia della tensione e delle stragi fasciste. Ricordo però che avvenne tutto in fretta, molto in fretta: nel 1990 quando io venni eletto per la prima volta in consiglio comunale a Granarolo, alle elezioni si erano presentati la Dc, il Pci e il Psi, ossia i tre partiti della Costituente, e dopo cinque anni, alla fine di quel mandato, nessuno dei tre partiti esisteva più. Allora non capimmo che qualcuno aveva voluto che sparissero, qualcuno che poi negli anni successivi avrebbe colmato il vuoto lasciato dalla mancanza dei partiti, qualcuno che ancora adesso sta tramando per diminuire gli ambiti democratici del paese, per rendere più deboli gli strumenti della democrazia rappresentativa, per far diventare la nostra repubblica un'altra cosa, anche attraverso le cosiddette riforme e anche attraverso la nostra accettazione di questo stato di cose sancita da un voto referendario. Per questo è così importante votare NO.
Fino a che non faremo i conti con questa storia, con gli errori che facemmo allora, e che per troppo tempo abbiamo fatto finta di non vedere, allora non riusciremo a ricostruire qualcosa di diverso, qualcosa di nuovo, qualcosa che potremo lasciare - non vergognandoci - a quelli che verranno dopo di noi.
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lunedì 20 giugno 2016
lunedì 7 settembre 2015
Considerazioni libere (404): a proposito del mio sostegno a Syriza...
Capisco che quelli del pd e i loro giornali, a partire da Repubblica, cerchino di presentare come un fallimento l'esperienza di governo di Tsipras in Grecia; fanno il loro gioco e, se serve, sono disposti a mentire, pur di sostenere la loro tesi. Syriza rappresenta quello che loro non sono più e che fanno finta di essere. Forse prima di Syriza qualcuno poteva ancora credere che il pd fosse un partito di centrosinistra, adesso questo imbroglio non è più possibile: e questo a loro rode parecchio. E ovviamente è altrettanto naturale che i padroni e i loro giornali, a partire dal Corriere, si affannino a dire che Tsipras è finito: fanno il loro mestiere e attaccano l'unica forza veramente di sinistra che sia riuscita fino ad ora a governare, pur con mille difficoltà, un paese dell'Unione europea.
Faccio invece più fatica a capire perché una parte di persone di sinistra, anche autorevoli, anche intellettualmente in buona fede, siano così certe che quell'esperienza sia finita e anzi ne siano contente, dal momento che hanno ormai bollato Tsipras come un traditore, come uno che ha rinunciato ai propri ideali, per far rimanere il proprio paese nell'area euro. Per spiegare questo paradosso, al di là dell'atavica incapacità di un pezzo rilevante della sinistra europea - e italiana in particolare - di riconoscere le ragioni della politica, in nome di una purezza ideologica al limite dell'onanismo, c'è qualcosa che attiene alla velocità dell'informazione, alla voracità con cui le idee si consumano, all'ansia di capire tutto e subito. La politica è un processo, spesso complicato, quasi mai lineare, che molto difficilmente raggiunge i risultati che si prefigge nello spazio di una notte. Ho l'impressione che tanti che hanno gioito per la vittoria elettorale di Syriza abbiano ingenuamente creduto che bastasse quel voto, o la vittoria successiva del referendum, per cambiare le cose, e che quel voto avrebbe magicamente cambiato la situazione greca ed europea. Purtroppo non funziona così: le elezioni non sono la partita finale di un torneo di calcio, in cui il vincitore alza la coppa, sotto lo sguardo attonito dello sconfitto. La politica è una cosa un po' più complicata, che richiede tempo - oltre che intelligenza - e ora pare manchino l'uno e l'altra.
Faccio invece più fatica a capire perché una parte di persone di sinistra, anche autorevoli, anche intellettualmente in buona fede, siano così certe che quell'esperienza sia finita e anzi ne siano contente, dal momento che hanno ormai bollato Tsipras come un traditore, come uno che ha rinunciato ai propri ideali, per far rimanere il proprio paese nell'area euro. Per spiegare questo paradosso, al di là dell'atavica incapacità di un pezzo rilevante della sinistra europea - e italiana in particolare - di riconoscere le ragioni della politica, in nome di una purezza ideologica al limite dell'onanismo, c'è qualcosa che attiene alla velocità dell'informazione, alla voracità con cui le idee si consumano, all'ansia di capire tutto e subito. La politica è un processo, spesso complicato, quasi mai lineare, che molto difficilmente raggiunge i risultati che si prefigge nello spazio di una notte. Ho l'impressione che tanti che hanno gioito per la vittoria elettorale di Syriza abbiano ingenuamente creduto che bastasse quel voto, o la vittoria successiva del referendum, per cambiare le cose, e che quel voto avrebbe magicamente cambiato la situazione greca ed europea. Purtroppo non funziona così: le elezioni non sono la partita finale di un torneo di calcio, in cui il vincitore alza la coppa, sotto lo sguardo attonito dello sconfitto. La politica è una cosa un po' più complicata, che richiede tempo - oltre che intelligenza - e ora pare manchino l'uno e l'altra.
Tsipras, e chi ha con lui condiviso le scelte dolorose dello scorso luglio, credo sia dovuto partire dall'analisi realistica dei rapporti di forza tra i soggetti in campo: e certamente la Grecia era - ed è - assai più debole dei propri avversari. Spero mi permetterete quella che può sembrare una digressione, ma che credo utile per capire le cose; almeno per come le ho capite io. Molti adesso ci spiegano che la decisione di Berlinguer e del Pci di avviare quel processo che si chiamò "compromesso storico" - e che portò alla nascita del governo della "non sfiducia" - sia stato un errore, il più grave di quel politico, più rimpianto che studiato. Non so se sia stato un errore, certamente in quella fase Berlinguer fu sconfitto, duramente sconfitto, ma io non me la sento di dire che sbagliò, perché quello era il contesto storico in cui quegli uomini erano chiamati a decidere. Gli avversari del Pci erano disposti a tutto - e non erano solo minacce, visto che uccisero Moro - e di fronte a un nemico così potente e così spietato non è facile reagire, con le sole armi della politica. Il nemico che si è trovato di fronte Tsipras non è meno spietato di quello che in quegli anni uccise Gregoris Lambrakis, Salvador Allende, Aldo Moro e tanti altri, che mise le bombe, uccidendo tante persone innocenti, a Milano, a Brescia, a Bologna. In quella notte a Bruxelles non sappiamo quali minacce gli sgherri del capitale abbiano fatto - implicitamente ed esplicitamente - a Tsipras e ai negoziatori greci, ma possiamo immaginare che nessuna opzione sia stata esclusa. Non possiamo dimenticare che in Grecia le forze del capitale controllano la teppaglia fascista di Alba dorata, che è ben ramificata all'interno delle forze dell'ordine; per ora li stanno tenendo al guinzaglio, ma evidentemente sono pronti a scatenarli. La Grecia come potrebbe sopportare uno scontro interno di queste dimensioni? Quale conseguenze avrebbe per un popolo già stremato dalla crisi economica? Tsipras ha avuto paura? Forse sì, ma credo ne avrebbero avuta anche quei "rivoluzionari" salottieri che discettano della crisi greca dietro le loro tastiere e con il culo ben al caldo. E per fortuna là c'era Tsipras e non c'erano loro.
Come avrete capito io non mi sono pentito di aver sostenuto Syriza e Tsipras in questi mesi e li sosterrò ancora, spero che vincano di nuovo le elezioni e che possa nascere un nuovo governo di sinistra in Grecia. Io credo che non sia finita quell'esperienza, ma anzi stia cominciando adesso la parte più interessante. Syriza ha due grandi meriti. Il primo, come ho detto, è di avere svelato il bluff del centrosinistra europeo. Il traditore non è Tsipras, i traditori sono Schultz, Hollande, i socialisti europei - non dico renzi, perché perfino un traditore ha una sua grandezza tragica, mentre al nostro è riservata la parte del buffone - i traditori sono quelli che hanno offerto i loro voti al capitale, in cambio di un'elemosina.
E la vittoria di Syriza è proprio quella che molti indicano come una sconfitta: l'aver riportato al voto i greci. Le forze del capitale stanno attaccando contemporaneamente la democrazia e le conquiste sociali del movimento operaio - lo vediamo bene in Italia, dove il governo ha abolito lo Statuto dei lavoratori e vuole cambiare le istituzioni in senso autoritario - e quindi la decisione di Tsipras di rimettere le decisioni fondamentali al popolo, con il referendum prima e con le prossime elezioni, è qualcosa di eversivo per chi non ama la democrazia. Ai suoi colleghi europei, a questi servi del capitale, Tsipras sta dando una lezione di dignità e di alta politica. Tsipras probabilmente avrebbe trovato una maggioranza parlamentare per continuare a governare la Grecia, sarebbe riuscito a raccattare i voti di qualche "responsabile" - come fa renzi con Verdini e i suoi complici - ma ha deciso di chiedere un nuovo mandato agli elettori. E' un rischio? Forse, ma se vincerà Syriza quel governo sarà ancora più forte, in una campagna d'autunno che si presenta difficilissima. Per la Grecia e per l'Europa.
A quelli che non sono mai contenti vorrei chiedere se pensano che sia meglio affrontare i prossimi mesi con un governo guidato da Alexis Tsipras o da un qualche tecnico prono alle decisioni della Bce. Io credo che i greci capiranno che, quando arriveranno i tecnici della Troika, sarà meglio che ad incontrarli ci siano gli uomini di Syriza piuttosto che quelli di Nuova democrazia. Nelle prossime settimane in Europa dovremo finalmente avviare un ragionamento sulla questione del debito, peraltro un tema che non sarebbe mai stato affrontato se non ci fosse stata la vittoria di Syriza e il referendum greco; e questa discussione a chi la vogliamo lasciare, solo alla Merkel e a Schauble? Io preferisco ci sia anche Tsipras a quel tavolo. I prossimi mesi saranno decisivi per la Grecia e per l'Europa, perché c'è finalmente una possibilità, dopo molti anni, di allargare il fronte dell'opposizione al finanzcapitalismo, attraverso una politica intelligente, pragmatica, efficace. Podemos può avere un risultato importante in Spagna, in Gran Bretagna Jeremy Corbin ha raccolto attorno a sé un movimento più vasto di quello che si poteva immaginare. In Europa una sinistra c'è e deve avere un punto di riferimento in Grecia: ne abbiamo bisogno tutti. Abbiamo bisogno di una sinistra che conosca la politica, ne capisca i tempi e le regole, che abbia il coraggio di affrontare la fatica e il rischio del governo, che non rinunci al dialogo con i cittadini. Finora Syriza ha saputo farlo, per questo io la voterei, per questo io spero possa nascere una sinistra così in Italia.
Come avrete capito io non mi sono pentito di aver sostenuto Syriza e Tsipras in questi mesi e li sosterrò ancora, spero che vincano di nuovo le elezioni e che possa nascere un nuovo governo di sinistra in Grecia. Io credo che non sia finita quell'esperienza, ma anzi stia cominciando adesso la parte più interessante. Syriza ha due grandi meriti. Il primo, come ho detto, è di avere svelato il bluff del centrosinistra europeo. Il traditore non è Tsipras, i traditori sono Schultz, Hollande, i socialisti europei - non dico renzi, perché perfino un traditore ha una sua grandezza tragica, mentre al nostro è riservata la parte del buffone - i traditori sono quelli che hanno offerto i loro voti al capitale, in cambio di un'elemosina.
E la vittoria di Syriza è proprio quella che molti indicano come una sconfitta: l'aver riportato al voto i greci. Le forze del capitale stanno attaccando contemporaneamente la democrazia e le conquiste sociali del movimento operaio - lo vediamo bene in Italia, dove il governo ha abolito lo Statuto dei lavoratori e vuole cambiare le istituzioni in senso autoritario - e quindi la decisione di Tsipras di rimettere le decisioni fondamentali al popolo, con il referendum prima e con le prossime elezioni, è qualcosa di eversivo per chi non ama la democrazia. Ai suoi colleghi europei, a questi servi del capitale, Tsipras sta dando una lezione di dignità e di alta politica. Tsipras probabilmente avrebbe trovato una maggioranza parlamentare per continuare a governare la Grecia, sarebbe riuscito a raccattare i voti di qualche "responsabile" - come fa renzi con Verdini e i suoi complici - ma ha deciso di chiedere un nuovo mandato agli elettori. E' un rischio? Forse, ma se vincerà Syriza quel governo sarà ancora più forte, in una campagna d'autunno che si presenta difficilissima. Per la Grecia e per l'Europa.
A quelli che non sono mai contenti vorrei chiedere se pensano che sia meglio affrontare i prossimi mesi con un governo guidato da Alexis Tsipras o da un qualche tecnico prono alle decisioni della Bce. Io credo che i greci capiranno che, quando arriveranno i tecnici della Troika, sarà meglio che ad incontrarli ci siano gli uomini di Syriza piuttosto che quelli di Nuova democrazia. Nelle prossime settimane in Europa dovremo finalmente avviare un ragionamento sulla questione del debito, peraltro un tema che non sarebbe mai stato affrontato se non ci fosse stata la vittoria di Syriza e il referendum greco; e questa discussione a chi la vogliamo lasciare, solo alla Merkel e a Schauble? Io preferisco ci sia anche Tsipras a quel tavolo. I prossimi mesi saranno decisivi per la Grecia e per l'Europa, perché c'è finalmente una possibilità, dopo molti anni, di allargare il fronte dell'opposizione al finanzcapitalismo, attraverso una politica intelligente, pragmatica, efficace. Podemos può avere un risultato importante in Spagna, in Gran Bretagna Jeremy Corbin ha raccolto attorno a sé un movimento più vasto di quello che si poteva immaginare. In Europa una sinistra c'è e deve avere un punto di riferimento in Grecia: ne abbiamo bisogno tutti. Abbiamo bisogno di una sinistra che conosca la politica, ne capisca i tempi e le regole, che abbia il coraggio di affrontare la fatica e il rischio del governo, che non rinunci al dialogo con i cittadini. Finora Syriza ha saputo farlo, per questo io la voterei, per questo io spero possa nascere una sinistra così in Italia.
martedì 21 gennaio 2014
Considerazioni libere (383): a proposito della nuova legge elettorale...
Quello che è successo negli ultimi giorni credo meriti una riflessione un po' più compiuta rispetto alle battute, anche se ammetto che è fin troppo semplice prendere in giro uno come Renzi. Lascio quindi per oggi le definizioni di Verba volant e metto in fila alcune riflessioni che ho fatto in questi giorni e che ho in parte pubblicato su faccialibro.
Al di là degli aspetti tecnici - su cui tornerò dopo - c'è soprattutto una cosa che mi ha disturbato nell'analisi che hanno fatto Renzi e i renziani a proposito della legge elettorale. Secondo me - e mi pare anche secondo altri - la porcata calderoniana deve essere criticata in sé, ossia a prescindere dal risultato, essenzialmente per due motivi: perché assicura a una minoranza elettorale la maggioranza parlamentare - siamo lontani anni luce dalla "legge truffa" di degasperiana memoria che assegnava il 65% dei seggi della Camera alla lista che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi - e perché non c'è alcuna forma di controllo e di scelta degli eletti da parte degli elettori, anche se non bastano le preferenze a far sì che un parlamento sia davvero democratico.
Comunque sia, Renzi ieri ha fatto capire in maniera abbastanza esplicita che l'attuale legge elettorale non deve essere cambiata perché anticostituzionale, ma perché non funziona, ossia perché - essendoci un diverso meccanismo di calcolo tra la Camera e il Senato - non assicura maggioranze omogenee e quindi la tanto auspicata governabilità. Per Renzi - e temo per molti altri nell'ex-Pd, compresi quelli della cosiddetta minoranza, il porcellum deve essere cambiato soltanto perché non li ha fatti vincere. Tanto è vero che il punto centrale della proposta del già sindaco di Firenze non è la riforma vera e propria della legge elettorale, ma la fine del bicameralismo perfetto e la trasformazione del Senato in un'altra cosa rispetto ad un'assemblea legislativa.
Nel merito della proposta sulla nuova legge elettorale - l'Italicum - non cambia sostanzialmente nulla rispetto alla legge vigente. Chi raggiunge, da solo o in coalizione, poco più di un terzo dei voti governerà da solo e i parlamentari saranno scelti - come ora - dai leader di partito; difficile trovare le trovare le differenze con il porcellum, anche per un campione di Aguzzate la vista della Settimana enigmistica. Renzi, che sarà pure folkloristico, ma è parecchio furbo, si è inventato la bufala del doppio turno, che non scatterà mai, perché è assai improbabile che una coalizione non raggiunga un terzo dei voti, un po' perché ormai esiste un sistema tripolare e soprattutto perché, alla bisogna, rinasceranno le coalizioni stile Unione - visto lo sbarramento dell'8% per chi non farà parte di una coalizione.
Quindi alle prossime elezioni si confronteranno, al netto del risultato di Grillo - che comunque non bisserà il successo delle ultime elezioni - una coalizione di cosiddetto centrosinistra, imperniata su Renzi, con lo scudiero-narratore Vendola e rimasugli vari del centro, e una di destra, da Casini ai fascisti, intorno a B., a cui si accoderà anche il povero Angelino, a cui non si può certo chiedere di fare il leone. Al di fuori rimarranno la nuova Lega lepenista e forse una sinistra radicale che speriamo non sia un'aborto politico come la lista Ingroia. Dato che la matematica non è un'opinione, una delle due coalizioni supererà di poco il quorum e governerà, da minoranza, il paese. Naturalmente non si terrà conto di quelli che - come me - non voteranno, perché gli assenti hanno sempre torto.
Per far digerire la mancanza delle preferenze poi sono state introdotte le liste "piccine picciò", in modo che i cittadini conoscano gli eletti: si tratta di una voglia di fico molto trasparente, che fa vedere cosa c'è sotto, e non è un bello spettacolo.
Personalmente, nel merito della questione, rimango affezionato alla proposta - che un tempo ricordo andava per la maggiore nel partito in cui militavo - del doppio turno di collegio, come in Francia. In questo modo, durante il primo turno - con spirito proporzionale - ci si conta e l'elettore può votare il partito e il candidato che gli piace di più, mentre nel secondo turno - con spirito maggioritario - si sceglie il partito e il candidato meno sgradito, per vincere e garantire la governabilità. Questo sistema ha poi il merito di radicare il parlamentare al territorio. Sono abbastanza vecchio per ricordarmi come ha funzionato la scelta dei candidati nei collegi, quando c'erano, e non sono così ipocrita da dire che non non ci fu una scelta che teneva conto di equilibri politici altri rispetto agli stessi collegi - a Bologna e in Emilia-Romagna lo vedemmo bene, visto quanti candidati dovemmo "ospitare" nei nostri collegi - eppure quel sistema era meglio di questo e permise di vincere, anche per la capacità di uno come Mauro Zani di scegliere persone adatte ai collegi. Questo però presuppone che i collegi - ossia il paese - bisogna conoscerli, e bene, e non so quanti di quelli che ci sono ora siano in grado di farlo. Servirebbe semplicemente un partito, ma dell'ex-Pd si possono dare molte definizioni, ma non certo chiamarlo partito.
Comunque, come vado dicendo da ormai un po' di tempo, francamente a questo punto non mi pare neppure troppo rilevante quale sia la nuova legge elettorale. Il problema vero infatti è la riforma costituzionale strisciante - e non dichiarata - fatta in questi anni per ridurre gli ambiti della democrazia, per annullare di fatto le prerogative del parlamento e delle autonomie locali, per delegittimare i partiti, che peraltro hanno fatto di tutto e di più per delegittimarsi. L'obiettivo - come dicono ormai senza infingimenti quelli delle autorità finanziarie internazionali - è modificare in maniera radicale le Costituzioni nate dopo la fine della seconda guerra mondiale, in senso autoritario. Il problema è la mancanza di democrazia, reale e sostanziale, che nessuna legge elettorale può ricostruire. Non c'è democrazia dove le decisioni popolari sono disattese, dove gli organi elettivi sono esautorati e dove è sistematicamente violata la Costituzione, ma soprattutto non c'è democrazia dove ci sono povertà e crisi; in Italia adesso chi prende le decisioni vuole che continui ad essere così.
Al di là degli aspetti tecnici - su cui tornerò dopo - c'è soprattutto una cosa che mi ha disturbato nell'analisi che hanno fatto Renzi e i renziani a proposito della legge elettorale. Secondo me - e mi pare anche secondo altri - la porcata calderoniana deve essere criticata in sé, ossia a prescindere dal risultato, essenzialmente per due motivi: perché assicura a una minoranza elettorale la maggioranza parlamentare - siamo lontani anni luce dalla "legge truffa" di degasperiana memoria che assegnava il 65% dei seggi della Camera alla lista che avesse raggiunto il 50% più uno dei voti validi - e perché non c'è alcuna forma di controllo e di scelta degli eletti da parte degli elettori, anche se non bastano le preferenze a far sì che un parlamento sia davvero democratico.
Comunque sia, Renzi ieri ha fatto capire in maniera abbastanza esplicita che l'attuale legge elettorale non deve essere cambiata perché anticostituzionale, ma perché non funziona, ossia perché - essendoci un diverso meccanismo di calcolo tra la Camera e il Senato - non assicura maggioranze omogenee e quindi la tanto auspicata governabilità. Per Renzi - e temo per molti altri nell'ex-Pd, compresi quelli della cosiddetta minoranza, il porcellum deve essere cambiato soltanto perché non li ha fatti vincere. Tanto è vero che il punto centrale della proposta del già sindaco di Firenze non è la riforma vera e propria della legge elettorale, ma la fine del bicameralismo perfetto e la trasformazione del Senato in un'altra cosa rispetto ad un'assemblea legislativa.
Nel merito della proposta sulla nuova legge elettorale - l'Italicum - non cambia sostanzialmente nulla rispetto alla legge vigente. Chi raggiunge, da solo o in coalizione, poco più di un terzo dei voti governerà da solo e i parlamentari saranno scelti - come ora - dai leader di partito; difficile trovare le trovare le differenze con il porcellum, anche per un campione di Aguzzate la vista della Settimana enigmistica. Renzi, che sarà pure folkloristico, ma è parecchio furbo, si è inventato la bufala del doppio turno, che non scatterà mai, perché è assai improbabile che una coalizione non raggiunga un terzo dei voti, un po' perché ormai esiste un sistema tripolare e soprattutto perché, alla bisogna, rinasceranno le coalizioni stile Unione - visto lo sbarramento dell'8% per chi non farà parte di una coalizione.
Quindi alle prossime elezioni si confronteranno, al netto del risultato di Grillo - che comunque non bisserà il successo delle ultime elezioni - una coalizione di cosiddetto centrosinistra, imperniata su Renzi, con lo scudiero-narratore Vendola e rimasugli vari del centro, e una di destra, da Casini ai fascisti, intorno a B., a cui si accoderà anche il povero Angelino, a cui non si può certo chiedere di fare il leone. Al di fuori rimarranno la nuova Lega lepenista e forse una sinistra radicale che speriamo non sia un'aborto politico come la lista Ingroia. Dato che la matematica non è un'opinione, una delle due coalizioni supererà di poco il quorum e governerà, da minoranza, il paese. Naturalmente non si terrà conto di quelli che - come me - non voteranno, perché gli assenti hanno sempre torto.
Per far digerire la mancanza delle preferenze poi sono state introdotte le liste "piccine picciò", in modo che i cittadini conoscano gli eletti: si tratta di una voglia di fico molto trasparente, che fa vedere cosa c'è sotto, e non è un bello spettacolo.
Personalmente, nel merito della questione, rimango affezionato alla proposta - che un tempo ricordo andava per la maggiore nel partito in cui militavo - del doppio turno di collegio, come in Francia. In questo modo, durante il primo turno - con spirito proporzionale - ci si conta e l'elettore può votare il partito e il candidato che gli piace di più, mentre nel secondo turno - con spirito maggioritario - si sceglie il partito e il candidato meno sgradito, per vincere e garantire la governabilità. Questo sistema ha poi il merito di radicare il parlamentare al territorio. Sono abbastanza vecchio per ricordarmi come ha funzionato la scelta dei candidati nei collegi, quando c'erano, e non sono così ipocrita da dire che non non ci fu una scelta che teneva conto di equilibri politici altri rispetto agli stessi collegi - a Bologna e in Emilia-Romagna lo vedemmo bene, visto quanti candidati dovemmo "ospitare" nei nostri collegi - eppure quel sistema era meglio di questo e permise di vincere, anche per la capacità di uno come Mauro Zani di scegliere persone adatte ai collegi. Questo però presuppone che i collegi - ossia il paese - bisogna conoscerli, e bene, e non so quanti di quelli che ci sono ora siano in grado di farlo. Servirebbe semplicemente un partito, ma dell'ex-Pd si possono dare molte definizioni, ma non certo chiamarlo partito.
Comunque, come vado dicendo da ormai un po' di tempo, francamente a questo punto non mi pare neppure troppo rilevante quale sia la nuova legge elettorale. Il problema vero infatti è la riforma costituzionale strisciante - e non dichiarata - fatta in questi anni per ridurre gli ambiti della democrazia, per annullare di fatto le prerogative del parlamento e delle autonomie locali, per delegittimare i partiti, che peraltro hanno fatto di tutto e di più per delegittimarsi. L'obiettivo - come dicono ormai senza infingimenti quelli delle autorità finanziarie internazionali - è modificare in maniera radicale le Costituzioni nate dopo la fine della seconda guerra mondiale, in senso autoritario. Il problema è la mancanza di democrazia, reale e sostanziale, che nessuna legge elettorale può ricostruire. Non c'è democrazia dove le decisioni popolari sono disattese, dove gli organi elettivi sono esautorati e dove è sistematicamente violata la Costituzione, ma soprattutto non c'è democrazia dove ci sono povertà e crisi; in Italia adesso chi prende le decisioni vuole che continui ad essere così.
domenica 16 giugno 2013
Considerazioni libere (368): a proposito di una mezza vittoria...
Marino ha vinto: viva Marino. La gioia di veder piangere lo sconfitto Alemanno - che vorrei tornasse nelle sedi sotterranee consone alla sua genia, ma che immagino troverà qualche più comodo incarico - non può far velo sul fatto che si è trattato di una mezza vittoria. Commento con qualche ritardo l'esito di questo turno di ballottaggio, perché oggettivamente credo che in questi giorni sia più importante quello che avviene in Turchia e che ho cercato di accompagnare in questo blog non con delle mie riflessioni - non sono ancora pronto - ma con le parole di alcuni poeti di quella terra, a cominciare dal grande Nazim Hikmet.
Per tornare all'Italia, dunque, da domenica scorsa le prime dieci città per numero di abitanti sono governate tutte da esponenti del centrosinistra; vado a memoria - e quindi potrei sbagliarmi - ma credo non sia mai successo nella storia di quella che ci siamo abituati a chiamare "seconda Repubblica", ossia quella stagione politica nata vent'anni fa, dopo la fine della "guerra fredda" e, di conseguenza, la fine o la trasformazione dei tre grandi partiti di massa della Costituente. Per altro uno degli elementi che caratterizzò la nascita della seconda Repubblica fu la tornata elettorale amministrativa in cui vennero alla ribalta molti nuovi sindaci, grazie alla legge elettorale che ne introduceva l'elezione diretta. A Milano venne eletto Marco Formentini, il primo leghista ad assumere un incarico istituzionale di quel livello, a Roma venne eletto il verde Francesco Rutelli - arrivato al ballottaggio con Gianfranco Fini, allora ancora segretario del Msi, anche in questo caso il primo di quel partito, fino a quel momento tenuto ai margini della vita politica, a raggiungere questo obiettivo - a Venezia venne eletto il filosofo Massimo Cacciari, a Palermo l'esponente della Rete Leoluca Orlando. Allora c'era nell'aria un certo ottimismo e sembrava che tutto dovesse cambiare in meglio - anche grazie a questo nuovo protagonismo delle città e dei loro rappresentanti - poi è cominciato il buio del lungo ventennio berlusconiano, di cui sconteremo gli effetti nefasti per ancora molto tempo. Quel rinnovamento sperato è mancato anche per colpa delle persone che l'avrebbero dovuto fare: non è normale che Orlando sia tornato a essere sindaco a Palerno, come Cacciari di Venezia: troppo spesso quei sindaci sono diventati piccoli sultani di provincia. Le elezioni politiche di febbraio e queste ultime amministrative hanno segnato invece la fine anche di questa ingloriosa seconda Repubblica. Non mi sembra di vedere in giro lo stesso ottimismo e lo stesso entusiasmo di vent'anni fa. Comprensibilmente, perché la stagione che sta per cominciare sappiamo già che sarà peggiore - se possibile - di quella che ci siamo lasciati alle spalle; non abbiamo neppure l'illusione, questa volta.
C'è un curioso paradosso nelle vicende di questi mesi. Il partito di B. - e il ragionamento vale anche per il suo fiacco satellite, la Lega di Roberto Maroni - è un partito che esiste - o che resiste - a livello nazionale, mentre è sparito a livello locale - emblematico è il caso di Treviso - invece il suo principale antagonista, che in questi anni ha cambiato nome alcune volte e ora si chiama Pd, non esiste più a livello nazionale - o meglio fatica moltissimo a resistere - mentre stravince a livello locale. Fa sorridere quindi il nuovo ex-segretario di quel partito che, dismesso per un giorno il tono funereo che lo contraddistingue, ha cominciato a fischiettare, forse convinto di aver vinto davvero le elezioni; se si accontentano di vincere così, perdendo milioni di voti, non hanno capito molto, e naturalmente domani possono essere di nuovo sconfitti, perché una vittoria di questo genere è fragile come un castello di carte. Evidentemente questo paradosso è il segno che il bipolarismo che è stato l'elemento caratterizzante di questi vent'anni è finito. Ed è finito male. La fine di questa stagione si è accompagnata con la crescita dell'astensione, oltre il livello di guardia, e con il fenomeno del Movimento Cinque stelle, destinato a ballare un solo giro per poi tornare a fare tappezzeria. Questa disillusione, raccolta nel non voto o dispersa nel voto a Grillo e ai suoi illusi adepti - spesso purtroppo per loro in buona fede - è tutta lì ed è destinata a crescere, a disposizione del prossimo movimento populista capace di smuoverla. Una parte di questi rancorosi - per fortuna sono in diminuzione, anche se molto lenta - aspetta il ritorno di B.; altri sono lì che aspettano un nuovo inizio fatto di insulti e volgarità - è una parte del voto leghista passato direttamente dal medio di Bossi ai vaffa grilleschi. Comunque tutti costoro, qualunque sia il loro sbocco, sono destinati a rimanere lì, in questa sorta di limbo elettorale. Anche perché nel frattempo, con una certa velocità e con forte determinazione, è nata la "terza Repubblica", che degli elettori non sa bene che farsene: anzi meno sono, meglio è. Il sacerdote di questo elitismo della politica è l'anziano ed eterno inquilino del Quirinale, attorniato da tutti i suoi saggi di corte. Bisogna fare le riforme istituzionali? Chiamiamo un gruppo di saggi. Bisogna fare delle proposte sull'economia e sul lavoro? Chiamiamo un altro gruppo di saggi, che peraltro sono sempre gli stessi, riciclati con nuovi titoli accademici. E' la repubblica della saggezza quirinalizia e della pacificazione nazionale, incarnata dal giovane Letta, nipote del vecchio Letta, ossia - per parafrasare una vecchia formula - la pacificazione in una sola famiglia.
Sarà molto difficile uscirne, quasi impossibile, perché noi italiani non abbiamo la capacità di arrabbiarci e di dimostrare che hanno avuto in questi giorni i greci e i turchi. Sbaglia quel personaggio di Mediterraneo che dice "italiani, greci, una faccia, una razza"; noi ci siamo ormai assuefatti a questo stato di cose, abbiamo accettato la svolta autoritaria che Napolitano e chi per lui ha ha voluto dare alla nostra Costituzione e che sarà sancita dalle prossime riforme costituzionali, fatte naturalmente dal solito gruppo di saggi pacificati. Una parte del centrosinistra di questo paese è perso nel dibattitto pre e post-congressuale dell'ex-Pd, una parte aspetta una palingenesi, magari affidandosi a qualche vecchio saggio - perché i saggi li abbiamo anche noi, naturalmente. Io, come sapete, ho grande rispetto per la figura, il pensiero e l'azione di Stefano Rodotà, ascolto con attenzione le sue parole e cerco di diffonderle, ma sinceramente credo sia un errore personalizzare - come mi pare che da qualche parte si voglia fare - su di lui la rinascita della sinistra in Italia; credo che lui per primo non voglia questa deriva personalistica, che finirebbe per cadere nell'errore che vogliamo combattere. La sinistra che vogliamo rifare - se ne avremo la capacità - dovrà essere plurale, o non sarà, e quindi non si può partire dal leader. Si deve partire dalle idee e dalla cose. Anche dalle battaglie, ce lo stanno insegnando le donne e gli uomini della Turchia che, partendo dalla difesa di un parco di Istanbul, provano a difendere un'idea di società e di cultura. Aspettiamo il nostro Gezi park.
Per tornare all'Italia, dunque, da domenica scorsa le prime dieci città per numero di abitanti sono governate tutte da esponenti del centrosinistra; vado a memoria - e quindi potrei sbagliarmi - ma credo non sia mai successo nella storia di quella che ci siamo abituati a chiamare "seconda Repubblica", ossia quella stagione politica nata vent'anni fa, dopo la fine della "guerra fredda" e, di conseguenza, la fine o la trasformazione dei tre grandi partiti di massa della Costituente. Per altro uno degli elementi che caratterizzò la nascita della seconda Repubblica fu la tornata elettorale amministrativa in cui vennero alla ribalta molti nuovi sindaci, grazie alla legge elettorale che ne introduceva l'elezione diretta. A Milano venne eletto Marco Formentini, il primo leghista ad assumere un incarico istituzionale di quel livello, a Roma venne eletto il verde Francesco Rutelli - arrivato al ballottaggio con Gianfranco Fini, allora ancora segretario del Msi, anche in questo caso il primo di quel partito, fino a quel momento tenuto ai margini della vita politica, a raggiungere questo obiettivo - a Venezia venne eletto il filosofo Massimo Cacciari, a Palermo l'esponente della Rete Leoluca Orlando. Allora c'era nell'aria un certo ottimismo e sembrava che tutto dovesse cambiare in meglio - anche grazie a questo nuovo protagonismo delle città e dei loro rappresentanti - poi è cominciato il buio del lungo ventennio berlusconiano, di cui sconteremo gli effetti nefasti per ancora molto tempo. Quel rinnovamento sperato è mancato anche per colpa delle persone che l'avrebbero dovuto fare: non è normale che Orlando sia tornato a essere sindaco a Palerno, come Cacciari di Venezia: troppo spesso quei sindaci sono diventati piccoli sultani di provincia. Le elezioni politiche di febbraio e queste ultime amministrative hanno segnato invece la fine anche di questa ingloriosa seconda Repubblica. Non mi sembra di vedere in giro lo stesso ottimismo e lo stesso entusiasmo di vent'anni fa. Comprensibilmente, perché la stagione che sta per cominciare sappiamo già che sarà peggiore - se possibile - di quella che ci siamo lasciati alle spalle; non abbiamo neppure l'illusione, questa volta.
C'è un curioso paradosso nelle vicende di questi mesi. Il partito di B. - e il ragionamento vale anche per il suo fiacco satellite, la Lega di Roberto Maroni - è un partito che esiste - o che resiste - a livello nazionale, mentre è sparito a livello locale - emblematico è il caso di Treviso - invece il suo principale antagonista, che in questi anni ha cambiato nome alcune volte e ora si chiama Pd, non esiste più a livello nazionale - o meglio fatica moltissimo a resistere - mentre stravince a livello locale. Fa sorridere quindi il nuovo ex-segretario di quel partito che, dismesso per un giorno il tono funereo che lo contraddistingue, ha cominciato a fischiettare, forse convinto di aver vinto davvero le elezioni; se si accontentano di vincere così, perdendo milioni di voti, non hanno capito molto, e naturalmente domani possono essere di nuovo sconfitti, perché una vittoria di questo genere è fragile come un castello di carte. Evidentemente questo paradosso è il segno che il bipolarismo che è stato l'elemento caratterizzante di questi vent'anni è finito. Ed è finito male. La fine di questa stagione si è accompagnata con la crescita dell'astensione, oltre il livello di guardia, e con il fenomeno del Movimento Cinque stelle, destinato a ballare un solo giro per poi tornare a fare tappezzeria. Questa disillusione, raccolta nel non voto o dispersa nel voto a Grillo e ai suoi illusi adepti - spesso purtroppo per loro in buona fede - è tutta lì ed è destinata a crescere, a disposizione del prossimo movimento populista capace di smuoverla. Una parte di questi rancorosi - per fortuna sono in diminuzione, anche se molto lenta - aspetta il ritorno di B.; altri sono lì che aspettano un nuovo inizio fatto di insulti e volgarità - è una parte del voto leghista passato direttamente dal medio di Bossi ai vaffa grilleschi. Comunque tutti costoro, qualunque sia il loro sbocco, sono destinati a rimanere lì, in questa sorta di limbo elettorale. Anche perché nel frattempo, con una certa velocità e con forte determinazione, è nata la "terza Repubblica", che degli elettori non sa bene che farsene: anzi meno sono, meglio è. Il sacerdote di questo elitismo della politica è l'anziano ed eterno inquilino del Quirinale, attorniato da tutti i suoi saggi di corte. Bisogna fare le riforme istituzionali? Chiamiamo un gruppo di saggi. Bisogna fare delle proposte sull'economia e sul lavoro? Chiamiamo un altro gruppo di saggi, che peraltro sono sempre gli stessi, riciclati con nuovi titoli accademici. E' la repubblica della saggezza quirinalizia e della pacificazione nazionale, incarnata dal giovane Letta, nipote del vecchio Letta, ossia - per parafrasare una vecchia formula - la pacificazione in una sola famiglia.
Sarà molto difficile uscirne, quasi impossibile, perché noi italiani non abbiamo la capacità di arrabbiarci e di dimostrare che hanno avuto in questi giorni i greci e i turchi. Sbaglia quel personaggio di Mediterraneo che dice "italiani, greci, una faccia, una razza"; noi ci siamo ormai assuefatti a questo stato di cose, abbiamo accettato la svolta autoritaria che Napolitano e chi per lui ha ha voluto dare alla nostra Costituzione e che sarà sancita dalle prossime riforme costituzionali, fatte naturalmente dal solito gruppo di saggi pacificati. Una parte del centrosinistra di questo paese è perso nel dibattitto pre e post-congressuale dell'ex-Pd, una parte aspetta una palingenesi, magari affidandosi a qualche vecchio saggio - perché i saggi li abbiamo anche noi, naturalmente. Io, come sapete, ho grande rispetto per la figura, il pensiero e l'azione di Stefano Rodotà, ascolto con attenzione le sue parole e cerco di diffonderle, ma sinceramente credo sia un errore personalizzare - come mi pare che da qualche parte si voglia fare - su di lui la rinascita della sinistra in Italia; credo che lui per primo non voglia questa deriva personalistica, che finirebbe per cadere nell'errore che vogliamo combattere. La sinistra che vogliamo rifare - se ne avremo la capacità - dovrà essere plurale, o non sarà, e quindi non si può partire dal leader. Si deve partire dalle idee e dalla cose. Anche dalle battaglie, ce lo stanno insegnando le donne e gli uomini della Turchia che, partendo dalla difesa di un parco di Istanbul, provano a difendere un'idea di società e di cultura. Aspettiamo il nostro Gezi park.
venerdì 31 maggio 2013
Considerazioni libere (364): a proposito del voto di qualche piccolo Comune italiano...
Lunedì scorso, tra i politici di prima e seconda fila e nella compagnia di giro dei giornalisti e degli opinionisti s'è levato un urlo di soddisfazione: Grillo è morto. Pensano che l'assedio sia finito, che il pericolo sia ormai scampato; si illudono naturalmente, ma oggettivamente in questi anni non hanno mai dato dimostrazione di grande lungimiranza.
Non era difficile prevedere che la "spinta propulsiva" del Movimento Cinque stelle si sarebbe presto arrestata e che, dopo l'inatteso picco del febbraio scorso, sarebbe cominciata l'inesorabile discesa; solo un cretino o Vito Crimi poteva credere che i voti avrebbero continuato a crescere. Anzi è stato proprio il loro successo nelle elezioni politiche a determinare la caduta rovinosa di questi giorni, per la nota legge secondo cui più sali, più male ti fai quando cadi. Gli elettori avevano dato a Grillo e ai suoi - forse in maniera avventata, ma d'altra parte la situazione era disperata - la possibilità di incidere davvero sulla vita politica e istituzionale di questo paese; però la possibilità era una e una soltanto. Quell'opportunità - come noto - è stata gettata al vento - per stupidità o per vigliaccheria, non so - e ora Grillo, i suoi consiglieri più o meno occulti, i giovani eletti - lasciati senza ordini, come dopo l'8 settembre, in una situazione che non capiscono - ne pagheranno le conseguenze. Purtroppo la pagheremo anche noi. Perché alla fine, tra poco tempo, li rimpiangeremo, non Grillo naturalmente - che anzi ci ha già ampiamente sfracellato i cosiddetti - ma gli eletti di quel partito, quando salterà fuori un nuovo movimento di protesta, molto più populista, molto meno idealista e velleitario, molto meno di sinistra, ma soprattutto molto meno rassicurante degli innocui giovani grillini. Quando avremo la nostra Alba dorata nelle strade e in parlamento penseremo che forse era meglio Grillo. Naturalmente la situazione in cui ci troviamo ora non è responsabilità solo della stupidità e della vigliaccheria di Grillo; personalmente penso che la colpa vada equamente spartita. Eguale responsabilità ce l'ha il fronte conservatore - guidato con piglio deciso da re Giorgio - che ha impedito in tutti i modi, più o meno leciti, che almeno una parte del Pd, quella sana, si alleasse con il Movimento Cinque stelle. E ora, almeno per quel che riguarda il Pd, il morto ha trascinato con sé il vivo e una parte sana in quel partito non esiste più.
Comunque, per tornare alla cronaca di questa settimana, molti pensano che la situazione sia normalizzata e sia finalmente tornato il bipolarismo, anche se non più quello aggressivo di questi ultimi vent'anni di "guerra civile a bassa intensità", ma il nuovo bipolarismo della pacificazione nazionale, quello secondo il quale B. è uno statista, Letta un politico di valore e Alfano è... come se fosse normale. Al di là della stima per la persona, mi ha fatto sorridere vedere in questi giorni il neosegretario del partito suicida andare in televisione per dichiarare la propria soddisfazione per il risultato delle amministrative. Come noto le percentuali a volte possono trarre un po' in inganno, è sempre meglio guardare ai numeri. Prendiamo Roma: nelle comunali del 2008 Rutelli prese 761mila voti, un risultato che gli garantì di andare al ballottaggio, in cui peraltro vinse Alemanno; nelle recentissime regionali Zingaretti ha preso 715mila voti, sostanzialmente tenendo rispetto al dato di cinque anni prima, pur in una situazione difficile per il centrosinistra; Marino ha stravinto il primo turno con 512mila voti, perdendone per strada circa uno su tre. Non mi pare un risultato incoraggiante, anche tenendo conto che il Pdl, ossia il principale alleato del Pd e pilastro di sostegno del governo Letta, ne ha perso uno su due. Peraltro il Pd ha vinto le elezioni comunali in questo piccolo borgo del Lazio schierando un candidato piuttosto eterodosso rispetto al gruppo dirigente di quello sfortunato partito, non foss'altro perché sostenitore dell'opzione Rodotà nelle concitate fasi dell'elezione del "nuovo" presidente della Repubblica. Non so cosa sia successo nelle altre parti d'Italia, né conosco i candidati che hanno vinto, ma, ad esempio nel mio Comune, ha ottenuto un risultato importante, andando al ballottaggio, il candidato del Pd che, per età e storia personale, poco c'entra con la tradizione di quel partito e sicuramente il risultato è molto più frutto del suo lavoro e della stima che è riuscito a conquistarsi di quanto sia la dote portata da un partito diviso e rissoso. Perfino il risultato del referendum di Bologna sulla prosecuzione del finanziamento alle scuole private dovrebbe far scattare qualche dubbio alle orecchie sorde dei dirigenti del partito mal nato. Il risultato non è stato un successo clamoroso del fronte di sinistra della città, che, in termini assoluti, ha tenuto i propri voti, ovviamente dimostrando una notevolissima capacità di mobilitazione; il dato eclatante è che questa mancanza di mobilitazione è mancata al Pd, che ha portato ai seggi poco più dei suoi quadri intermedi - segretari di sezione e consiglieri di quartiere - dimostrando inoltre un'incapacità organizzativa notevole. L'unico sollievo per Donini e Merola è che la chiesa bolognese sta altrettanto male, essendo riuscita a mobilitare soltanto i "suoi" quadri intermedi, ossia le suore.
Questa ottusità dei "pacificati" e dei rastrellatori di larghe intese potrebbe perfino essere un dato positivo per noi. Non si rendono nemmeno conto che noi esistiamo. E infatti Merola ha annunciato che non terrà in alcun conto del risultato del referendum, così come Letta continua a far finta di essere il capo del governo, aspettando i fogli da Francoforte. Magari abbiamo un po' più di tempo per organizzarci.
Non era difficile prevedere che la "spinta propulsiva" del Movimento Cinque stelle si sarebbe presto arrestata e che, dopo l'inatteso picco del febbraio scorso, sarebbe cominciata l'inesorabile discesa; solo un cretino o Vito Crimi poteva credere che i voti avrebbero continuato a crescere. Anzi è stato proprio il loro successo nelle elezioni politiche a determinare la caduta rovinosa di questi giorni, per la nota legge secondo cui più sali, più male ti fai quando cadi. Gli elettori avevano dato a Grillo e ai suoi - forse in maniera avventata, ma d'altra parte la situazione era disperata - la possibilità di incidere davvero sulla vita politica e istituzionale di questo paese; però la possibilità era una e una soltanto. Quell'opportunità - come noto - è stata gettata al vento - per stupidità o per vigliaccheria, non so - e ora Grillo, i suoi consiglieri più o meno occulti, i giovani eletti - lasciati senza ordini, come dopo l'8 settembre, in una situazione che non capiscono - ne pagheranno le conseguenze. Purtroppo la pagheremo anche noi. Perché alla fine, tra poco tempo, li rimpiangeremo, non Grillo naturalmente - che anzi ci ha già ampiamente sfracellato i cosiddetti - ma gli eletti di quel partito, quando salterà fuori un nuovo movimento di protesta, molto più populista, molto meno idealista e velleitario, molto meno di sinistra, ma soprattutto molto meno rassicurante degli innocui giovani grillini. Quando avremo la nostra Alba dorata nelle strade e in parlamento penseremo che forse era meglio Grillo. Naturalmente la situazione in cui ci troviamo ora non è responsabilità solo della stupidità e della vigliaccheria di Grillo; personalmente penso che la colpa vada equamente spartita. Eguale responsabilità ce l'ha il fronte conservatore - guidato con piglio deciso da re Giorgio - che ha impedito in tutti i modi, più o meno leciti, che almeno una parte del Pd, quella sana, si alleasse con il Movimento Cinque stelle. E ora, almeno per quel che riguarda il Pd, il morto ha trascinato con sé il vivo e una parte sana in quel partito non esiste più.
Comunque, per tornare alla cronaca di questa settimana, molti pensano che la situazione sia normalizzata e sia finalmente tornato il bipolarismo, anche se non più quello aggressivo di questi ultimi vent'anni di "guerra civile a bassa intensità", ma il nuovo bipolarismo della pacificazione nazionale, quello secondo il quale B. è uno statista, Letta un politico di valore e Alfano è... come se fosse normale. Al di là della stima per la persona, mi ha fatto sorridere vedere in questi giorni il neosegretario del partito suicida andare in televisione per dichiarare la propria soddisfazione per il risultato delle amministrative. Come noto le percentuali a volte possono trarre un po' in inganno, è sempre meglio guardare ai numeri. Prendiamo Roma: nelle comunali del 2008 Rutelli prese 761mila voti, un risultato che gli garantì di andare al ballottaggio, in cui peraltro vinse Alemanno; nelle recentissime regionali Zingaretti ha preso 715mila voti, sostanzialmente tenendo rispetto al dato di cinque anni prima, pur in una situazione difficile per il centrosinistra; Marino ha stravinto il primo turno con 512mila voti, perdendone per strada circa uno su tre. Non mi pare un risultato incoraggiante, anche tenendo conto che il Pdl, ossia il principale alleato del Pd e pilastro di sostegno del governo Letta, ne ha perso uno su due. Peraltro il Pd ha vinto le elezioni comunali in questo piccolo borgo del Lazio schierando un candidato piuttosto eterodosso rispetto al gruppo dirigente di quello sfortunato partito, non foss'altro perché sostenitore dell'opzione Rodotà nelle concitate fasi dell'elezione del "nuovo" presidente della Repubblica. Non so cosa sia successo nelle altre parti d'Italia, né conosco i candidati che hanno vinto, ma, ad esempio nel mio Comune, ha ottenuto un risultato importante, andando al ballottaggio, il candidato del Pd che, per età e storia personale, poco c'entra con la tradizione di quel partito e sicuramente il risultato è molto più frutto del suo lavoro e della stima che è riuscito a conquistarsi di quanto sia la dote portata da un partito diviso e rissoso. Perfino il risultato del referendum di Bologna sulla prosecuzione del finanziamento alle scuole private dovrebbe far scattare qualche dubbio alle orecchie sorde dei dirigenti del partito mal nato. Il risultato non è stato un successo clamoroso del fronte di sinistra della città, che, in termini assoluti, ha tenuto i propri voti, ovviamente dimostrando una notevolissima capacità di mobilitazione; il dato eclatante è che questa mancanza di mobilitazione è mancata al Pd, che ha portato ai seggi poco più dei suoi quadri intermedi - segretari di sezione e consiglieri di quartiere - dimostrando inoltre un'incapacità organizzativa notevole. L'unico sollievo per Donini e Merola è che la chiesa bolognese sta altrettanto male, essendo riuscita a mobilitare soltanto i "suoi" quadri intermedi, ossia le suore.
Questa ottusità dei "pacificati" e dei rastrellatori di larghe intese potrebbe perfino essere un dato positivo per noi. Non si rendono nemmeno conto che noi esistiamo. E infatti Merola ha annunciato che non terrà in alcun conto del risultato del referendum, così come Letta continua a far finta di essere il capo del governo, aspettando i fogli da Francoforte. Magari abbiamo un po' più di tempo per organizzarci.
mercoledì 24 aprile 2013
Considerazioni libere (358): a proposito di quello che possiamo e vogliamo fare...
Con la nascita del governo del "cardinal nepote" siamo arrivati alla fine di questa lunga e faticosa fase politica e istituzionale; in queste settimane io ho cercato di raccontarla, attraverso queste mie "considerazioni", naturalmente senza alcuna pretesa di oggettività, anzi con tutta la faziosità di cui sono stato capace. Approfitto per ringraziare quelli che hanno avuto la pazienza di sopportare le mie incursioni e i miei "tag", diventati un po' più frequenti. Proprio perché sono radicalmente di parte potete immaginare come mi senta e potete anche immaginare quello che penso. Marzullianamente mi sono fatto alcune domande, dandomi le risposte.
Come è andata?
In fondo la sintesi è piuttosto semplice: loro hanno vinto e noi abbiamo perso, anzi abbiamo perso male, e facendoci male. A essere sinceri loro sono oggettivamente più forti di noi: è come se il Bologna affrontasse il Barcellona; per quanto sia acceso il nostro tifo, dobbiamo riconoscere che siamo più "tristi" di loro, arrendendoci al loro stile e alla loro tecnica. Però - vale nel calcio come nella politica - la forza degli avversari non può mai essere utilizzata come un alibi per giocare male. Loro sono più forti essenzialmente per due ragioni: hanno un obiettivo preciso e su questo obiettivo riescono a raccogliersi tutti, anche quelli che potenzialmente potrebbero avere scopi diversi. Ad esempio in questa fase convulsa è stato chiarissimo nel rapporto tra loro e la parte più eversiva del centrodestra. Nel novembre del 2011 decisero che B. non era più in grado di rappresentare i loro interessi e quindi lo sfrattarono, senza tanti complimenti, da palazzo Chigi, per insediarvi il più affidabile Monti; ora, visto che B. continua ad avere - forse anche contro le loro previsioni - un ragguardevole consenso elettorale, hanno deciso di continuare a utilizzarlo, ricevendone in cambio appoggio e voti. Noi abbiamo partecipato alla gara - come di consueto - in ordine sparso. Prendiamo anche l'ultimo episodio: la mancata intesa tra Pd e Movimento Cinque stelle sul nome di Stefano Rodotà. Era naturale che una parte del Pd - quella che segue la logica loro e quindi che sta pienamente dalla parte dei nostri avversari - non accettasse di votare per un candidato con quella storia e soprattutto con quelle idee. A me questo non ha fatto neppure arrabbiare; io sapevo già - anche quando ho votato quel partito - che una parte di loro aveva idee completamente diverse dalle mie e ho accettato il rischio. Quello che mi ha fatto arrabbiare è che una parte dei nostri - nostri veri, non le quinte colonne, alla Letta e alla Renzi, tanto per non fare nomi - abbiano cominciato a fare gli schizzinosi su una possibile alleanza con il partito di Grillo, solo perché manca a loro un certificato di "purezza". E' un fenomeno ricorrente nella storia della sinistra mondiale e non credo che sia neppure necessario tornarci troppo sopra.
Abbiamo avuto durante la partita la possibilità di fare almeno un gol?
Io credo di sì, due volte. Naturalmente so bene che la storia non si fa con i se, ma credo che se Bersani avesse avuto alcune settimane fa la possibilità di presentarsi alle Camere con un "bel" governo e con alcune proposte programmatiche forti, il muro dei parlamentari grillini si sarebbe in parte crepato e ci sarebbe stata una possibilità per quello che abbiamo cominciato a chiamare il "governo del cambiamento". Non credo di essere poi il solo a pensarlo, dal momento che Napolitano ha fatto di tutto per impedire questa possibilità, indebolendo Bersani, dando a Grillo il tempo di compattare i suoi e offrendo un'alternativa possibile a tutti gli altri, con il miraggio della "larghe intese". La seconda possibilità è stata quando è nata, in maniera imprevista e oggettivamente casuale, la candidatura di Rodotà; sono convinto che lì loro abbiano avuto davvero paura, tanto da costringerli a utilizzare "l'arma fine di mondo", ossia Napolitano, che vedeva ormai per sé un ruolo meno esposto. A quel punto non hanno più avuto pietà e hanno cominciato a far gol a raffica. Credo che abbiano perfino esagerato, succede a volte a chi vuol strafare. Nell'ansia di distruggere noi, hanno ammazzato anche il Pd, che in fondo era un loro alleato piuttosto fedele, anche al netto di quelli di noi che ci erano rimasti dentro e di quelli, come me, ancora disposti a votarlo; diciamo che il Pd è una vittima del fuoco amico. Personalmente credo che in questa fase che si sta aprendo a loro facesse gioco un Pd più forte, capace comunque di assorbire una parte delle proteste dei cittadini; è il modo in cui lo hanno usato durante i mesi del governo Monti. Ora si dovranno inventare un nuovo partito di centrosinistra, e naturalmente è già a disposizione l'"utile idiota" di turno, momentaneamente parcheggiato in riva all'Arno. Certo una parte di noi "sinistri" non sarà più disponibile ad abboccare, ma credo che loro se ne facciano una ragione. Anche perché credo che ormai il "grillismo" sia un fenomeno in fase calante. Su questo punto provo a spiegarmi. Una parte di persone che hanno votato per i Cinque stelle venendo da destra e dalla Lega non lo faranno più, dopo che quel movimento ha sventolato la bandiera-Rodotà, e una parte di persone che lo hanno votato venendo da sinistra non lo rifaranno perché gli imputeranno, sbagliando, le colpe di questa disfatta. Quindi loro potranno serenamente continuare a governare, magari approfittando della paura del rafforzarsi di un movimento neofascista, che - come hanno fatto in Grecia - faranno sicuramente crescere anche qui. Anche questo è un triste ritorno per la storia recente del nostro paese.
E adesso cosa faranno loro?
Intanto si sono assicurati un bel vantaggio. Sono finalmente riusciti a trasformare il nostro paese in una repubblica presidenziale, un loro pallino fin dagli anni Settanta, come ben testimoniano le carte di Gelli, e riducendo drasticamente il ruolo del parlamento, che sarà chiamato a ratificare, a colpi di voti di fiducia, le ineluttabili scelte che il governo, in nome della responsabilità, sarà chiamato a prendere, seguendo le indicazioni di chi veramente tiene ormai le fila della politica italiana. Devo dire che a questa riforma un po' abbiamo contribuito anche noi, con l'enfasi che abbiamo dato al nome di Rodotà, quasi prefigurando una sorta di elezione diretta del presidente della Repubblica. A me quel pomeriggio non ha spaventato tanto la "marcia su Roma" di Grillo - peraltro enfatizzata e utilizzata dai mezzi di informazione come uno spauracchio per spaventare l'Italia timorata e benpensante - quanto questa deriva "presidenziale" che c'era nella nostra proposta. Adesso per loro sarà anche più semplice proporre la riforma della Costituzione, introducendo la figura di un presidente "forte"; ci accontenteranno, sapendo che tanto il presidente lo sceglieranno alla fine sempre loro, facendolo eleggere a noi tra i candidati dei due centrodestra - Alfano e Renzi, per capirsi, o quelli che saranno chiamati a rappresentare i due schieramenti del nostro amorfo bipolarismo. Tanto a loro interessa la sostanza, ossia le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la riduzione dei diritti dei lavoratori, la dissoluzione del welfare, ossia i punti su cui otterrà la fiducia dalla "nuova" maggioranza parlamentare il "nuovo" governo Letta, auspice il "nuovo" presidente Napolitano.
E noi?
Noi stiamo qui a prenderla nel culo, come il personaggio di Altan.
Sono demoralizzato?
Sicuramente. Poi io non ho ragioni per lamentarmi, sono una persona fortunata: io e mia moglie lavoriamo, guadagniamo non molto, ma è quello che ci basta e ce lo facciamo bastare, non abbiamo figli e quindi non abbiamo preoccupazioni per il nostro futuro immediato; sono perfino nella condizione psicologica per mandare tutti a quel paese. Poi so che non ci riesco, perché ho questo carattere qui e soprattutto perché ci sono ancora cose in cui credo.
Sono pentito di aver votato per il Pd?
Pentito no, ho creduto in quello che ho fatto e detto, certo sono arrabbiato perché adesso i "miei" parlamentari fanno con il mio voto quello che non avrei voluto che facessero; ma francamente anche se non li avessi votati non sarebbe cambiato nulla. Naturalmente a questo punto non ci casco più, non chiedetemi più di votare il meno peggio, non sono più disponibile a votare per un partito in cui ci sia anche una parte di loro. Agli amici che rimangono là, mando i miei saluti, sapendo che le nostre strade si dividono e che non li ritroverò per un bel pezzo. Dalle prossime elezioni o voto per un partito in cui mi ritrovo davvero, per quanto minoritario sia, o non voto; non voterò certo più l'ex-Pd, pur continuando a guardare cosa succederà da quelle parti. Per inciso non credo che a questo punto l'avventura di Barca sia destinata ad avere molto successo.
E allora cosa possiamo fare?
Prima di tutto io credo sia importante tenere accesa una luce. C'è stato un passaggio significativo nel discorso di Napolitano di oggi, dopo che ha dato l'incarico a Letta: ha chiesto ai mezzi di informazione di uniformarsi alla versione di regime e quindi di favorire le "larghe intese". A essere onesti non serve neppure questo richiamo presidenziale, ci pensano già loro a essere servi, non bisogna neppure chiederglielo; vedrete che nei prossimi giorni la crisi sparirà da giornali e televisioni, la gente non si suiciderà più e tutto andrà bene. Siccome non sarà così, abbiamo bisogno di raccontarlo e di aiutare le voci che proveranno in questi anni a resistere, raccontando una versione diversa. Io è quello che ho fatto finora con questo blog e con i miei interventi in rete e quindi continuerò a farlo. Immagino che molti non saranno d'accordo con me e non considerino quello attuale un regime. Io sì e quindi considero questa una forma - assolutamente non eroica, non particolarmente coraggiosa, ma comunque utile nel suo piccolo - di resistenza. Anche in vista del giorno di domani, in cui invece torneremo a celebrare la Resistenza, quella vera.
Come è andata?
In fondo la sintesi è piuttosto semplice: loro hanno vinto e noi abbiamo perso, anzi abbiamo perso male, e facendoci male. A essere sinceri loro sono oggettivamente più forti di noi: è come se il Bologna affrontasse il Barcellona; per quanto sia acceso il nostro tifo, dobbiamo riconoscere che siamo più "tristi" di loro, arrendendoci al loro stile e alla loro tecnica. Però - vale nel calcio come nella politica - la forza degli avversari non può mai essere utilizzata come un alibi per giocare male. Loro sono più forti essenzialmente per due ragioni: hanno un obiettivo preciso e su questo obiettivo riescono a raccogliersi tutti, anche quelli che potenzialmente potrebbero avere scopi diversi. Ad esempio in questa fase convulsa è stato chiarissimo nel rapporto tra loro e la parte più eversiva del centrodestra. Nel novembre del 2011 decisero che B. non era più in grado di rappresentare i loro interessi e quindi lo sfrattarono, senza tanti complimenti, da palazzo Chigi, per insediarvi il più affidabile Monti; ora, visto che B. continua ad avere - forse anche contro le loro previsioni - un ragguardevole consenso elettorale, hanno deciso di continuare a utilizzarlo, ricevendone in cambio appoggio e voti. Noi abbiamo partecipato alla gara - come di consueto - in ordine sparso. Prendiamo anche l'ultimo episodio: la mancata intesa tra Pd e Movimento Cinque stelle sul nome di Stefano Rodotà. Era naturale che una parte del Pd - quella che segue la logica loro e quindi che sta pienamente dalla parte dei nostri avversari - non accettasse di votare per un candidato con quella storia e soprattutto con quelle idee. A me questo non ha fatto neppure arrabbiare; io sapevo già - anche quando ho votato quel partito - che una parte di loro aveva idee completamente diverse dalle mie e ho accettato il rischio. Quello che mi ha fatto arrabbiare è che una parte dei nostri - nostri veri, non le quinte colonne, alla Letta e alla Renzi, tanto per non fare nomi - abbiano cominciato a fare gli schizzinosi su una possibile alleanza con il partito di Grillo, solo perché manca a loro un certificato di "purezza". E' un fenomeno ricorrente nella storia della sinistra mondiale e non credo che sia neppure necessario tornarci troppo sopra.
Abbiamo avuto durante la partita la possibilità di fare almeno un gol?
Io credo di sì, due volte. Naturalmente so bene che la storia non si fa con i se, ma credo che se Bersani avesse avuto alcune settimane fa la possibilità di presentarsi alle Camere con un "bel" governo e con alcune proposte programmatiche forti, il muro dei parlamentari grillini si sarebbe in parte crepato e ci sarebbe stata una possibilità per quello che abbiamo cominciato a chiamare il "governo del cambiamento". Non credo di essere poi il solo a pensarlo, dal momento che Napolitano ha fatto di tutto per impedire questa possibilità, indebolendo Bersani, dando a Grillo il tempo di compattare i suoi e offrendo un'alternativa possibile a tutti gli altri, con il miraggio della "larghe intese". La seconda possibilità è stata quando è nata, in maniera imprevista e oggettivamente casuale, la candidatura di Rodotà; sono convinto che lì loro abbiano avuto davvero paura, tanto da costringerli a utilizzare "l'arma fine di mondo", ossia Napolitano, che vedeva ormai per sé un ruolo meno esposto. A quel punto non hanno più avuto pietà e hanno cominciato a far gol a raffica. Credo che abbiano perfino esagerato, succede a volte a chi vuol strafare. Nell'ansia di distruggere noi, hanno ammazzato anche il Pd, che in fondo era un loro alleato piuttosto fedele, anche al netto di quelli di noi che ci erano rimasti dentro e di quelli, come me, ancora disposti a votarlo; diciamo che il Pd è una vittima del fuoco amico. Personalmente credo che in questa fase che si sta aprendo a loro facesse gioco un Pd più forte, capace comunque di assorbire una parte delle proteste dei cittadini; è il modo in cui lo hanno usato durante i mesi del governo Monti. Ora si dovranno inventare un nuovo partito di centrosinistra, e naturalmente è già a disposizione l'"utile idiota" di turno, momentaneamente parcheggiato in riva all'Arno. Certo una parte di noi "sinistri" non sarà più disponibile ad abboccare, ma credo che loro se ne facciano una ragione. Anche perché credo che ormai il "grillismo" sia un fenomeno in fase calante. Su questo punto provo a spiegarmi. Una parte di persone che hanno votato per i Cinque stelle venendo da destra e dalla Lega non lo faranno più, dopo che quel movimento ha sventolato la bandiera-Rodotà, e una parte di persone che lo hanno votato venendo da sinistra non lo rifaranno perché gli imputeranno, sbagliando, le colpe di questa disfatta. Quindi loro potranno serenamente continuare a governare, magari approfittando della paura del rafforzarsi di un movimento neofascista, che - come hanno fatto in Grecia - faranno sicuramente crescere anche qui. Anche questo è un triste ritorno per la storia recente del nostro paese.
E adesso cosa faranno loro?
Intanto si sono assicurati un bel vantaggio. Sono finalmente riusciti a trasformare il nostro paese in una repubblica presidenziale, un loro pallino fin dagli anni Settanta, come ben testimoniano le carte di Gelli, e riducendo drasticamente il ruolo del parlamento, che sarà chiamato a ratificare, a colpi di voti di fiducia, le ineluttabili scelte che il governo, in nome della responsabilità, sarà chiamato a prendere, seguendo le indicazioni di chi veramente tiene ormai le fila della politica italiana. Devo dire che a questa riforma un po' abbiamo contribuito anche noi, con l'enfasi che abbiamo dato al nome di Rodotà, quasi prefigurando una sorta di elezione diretta del presidente della Repubblica. A me quel pomeriggio non ha spaventato tanto la "marcia su Roma" di Grillo - peraltro enfatizzata e utilizzata dai mezzi di informazione come uno spauracchio per spaventare l'Italia timorata e benpensante - quanto questa deriva "presidenziale" che c'era nella nostra proposta. Adesso per loro sarà anche più semplice proporre la riforma della Costituzione, introducendo la figura di un presidente "forte"; ci accontenteranno, sapendo che tanto il presidente lo sceglieranno alla fine sempre loro, facendolo eleggere a noi tra i candidati dei due centrodestra - Alfano e Renzi, per capirsi, o quelli che saranno chiamati a rappresentare i due schieramenti del nostro amorfo bipolarismo. Tanto a loro interessa la sostanza, ossia le liberalizzazioni, le privatizzazioni, la riduzione dei diritti dei lavoratori, la dissoluzione del welfare, ossia i punti su cui otterrà la fiducia dalla "nuova" maggioranza parlamentare il "nuovo" governo Letta, auspice il "nuovo" presidente Napolitano.
E noi?
Noi stiamo qui a prenderla nel culo, come il personaggio di Altan.
Sono demoralizzato?
Sicuramente. Poi io non ho ragioni per lamentarmi, sono una persona fortunata: io e mia moglie lavoriamo, guadagniamo non molto, ma è quello che ci basta e ce lo facciamo bastare, non abbiamo figli e quindi non abbiamo preoccupazioni per il nostro futuro immediato; sono perfino nella condizione psicologica per mandare tutti a quel paese. Poi so che non ci riesco, perché ho questo carattere qui e soprattutto perché ci sono ancora cose in cui credo.
Sono pentito di aver votato per il Pd?
Pentito no, ho creduto in quello che ho fatto e detto, certo sono arrabbiato perché adesso i "miei" parlamentari fanno con il mio voto quello che non avrei voluto che facessero; ma francamente anche se non li avessi votati non sarebbe cambiato nulla. Naturalmente a questo punto non ci casco più, non chiedetemi più di votare il meno peggio, non sono più disponibile a votare per un partito in cui ci sia anche una parte di loro. Agli amici che rimangono là, mando i miei saluti, sapendo che le nostre strade si dividono e che non li ritroverò per un bel pezzo. Dalle prossime elezioni o voto per un partito in cui mi ritrovo davvero, per quanto minoritario sia, o non voto; non voterò certo più l'ex-Pd, pur continuando a guardare cosa succederà da quelle parti. Per inciso non credo che a questo punto l'avventura di Barca sia destinata ad avere molto successo.
E allora cosa possiamo fare?
Prima di tutto io credo sia importante tenere accesa una luce. C'è stato un passaggio significativo nel discorso di Napolitano di oggi, dopo che ha dato l'incarico a Letta: ha chiesto ai mezzi di informazione di uniformarsi alla versione di regime e quindi di favorire le "larghe intese". A essere onesti non serve neppure questo richiamo presidenziale, ci pensano già loro a essere servi, non bisogna neppure chiederglielo; vedrete che nei prossimi giorni la crisi sparirà da giornali e televisioni, la gente non si suiciderà più e tutto andrà bene. Siccome non sarà così, abbiamo bisogno di raccontarlo e di aiutare le voci che proveranno in questi anni a resistere, raccontando una versione diversa. Io è quello che ho fatto finora con questo blog e con i miei interventi in rete e quindi continuerò a farlo. Immagino che molti non saranno d'accordo con me e non considerino quello attuale un regime. Io sì e quindi considero questa una forma - assolutamente non eroica, non particolarmente coraggiosa, ma comunque utile nel suo piccolo - di resistenza. Anche in vista del giorno di domani, in cui invece torneremo a celebrare la Resistenza, quella vera.
sabato 20 aprile 2013
Considerazioni libere (357): a proposito di una prospettiva possibile...
Questa crisi, in queste forme e con questi tempi, oggettivamente non era né inevitabile né prevedibile; chi dice il contrario è in malafede ed è comunque ostile alla sinistra. Non era neppure auspicabile, se non ancora da chi da sempre e per sempre osteggia questa parte dello schieramento politico, la nostra parte. Però i segnali c'erano ed è stato un nostro errore non coglierli. Uso volutamente il noi, non per malriposta immodestia, ma perché mi sento in qualche modo parte dei responsabili e sarebbe facile adesso dire che "loro" hanno sbagliato tutto, "loro" se ne devono andare. Come sapete io non mi sono mai iscritto al Pd, l'ho spesso criticato, in alcune occasioni non l'ho votato, ma l'ho votato alle ultime elezioni, perché mi ero convinto - e nulla mi ha fatto cambiare idea - che anche il mio voto fosse utile, in questa particolare circostanza, in questo definito passaggio storico. Io sono un uomo di sinistra, rimango tale e per questo non posso essere contento se nel maggior partito del mio schieramento, quello per cui ho votato, succede quello che vediamo in questi giorni e in queste ore. Per questo ho scritto a caldo su Twitter, immediatamente dopo l'annuncio delle dimissioni di Bersani, che non voglio unirmi al coro dei detrattori. Mi piacerebbe dare una mano, tra i ricostruttori.
Fatta questa necessaria premessa, credo che il nostro primo errore sia stato quello di non aver capito - o di non aver capito fino in fondo - perché il Pd e i suoi alleati, nonostante le condizioni fossero favorevoli, anzi favorevolissime, hanno perso le elezioni. Secondo me i motivi sono sostanzialmente due e su questo davvero mi piacerebbe confrontarmi con voi. Il primo è essenzialmente politico: l'errore fondamentale del Pd è stato quello di permettere, nel novembre del 2011, la nascita del governo di Mario Monti, un governo profondamente di destra, che ha duramente acuito la crisi sociale ed economica di questo paese. Su questa questione sono intervenuto molte volte - fin troppe - e non voglio rimarcare un mio giudizio noto. Poi siccome il Pd è - nonostante le ironie di questi giorni - un partito serio, Bersani ha sostenuto con rigore, con disciplina e con responsabilità il governo, anche quando il centrodestra si è sfilato, riuscendo ad attribuire al Pd tutte le colpe di questo esecutivo, che - per inciso - in questo vuoto di potere continua a far danni e quindi sarebbe ora di mandare a casa. Il secondo motivo per cui abbiamo perso le elezioni è stata l'incapacità - e in questo caso sì c'è stata anche un po' di ostinazione - a lanciare messaggi verso quei cittadini che hanno votato per il Movimento Cinque stelle sull'onda dell'antipolitica. Io per più di cinque anni della mia vita ho fatto di lavoro il funzionario di partito, ho avuto la fortuna di conoscere centinaia di compagne e di compagni che hanno dedicato energia, intelligenza, tempo e denaro al partito, per cui quando sento certi discorsi di Grillo e dei suoi emuli o leggo certi commenti qualunquisti nelle rete mi prudono le mani, li vorrei mandare a quel paese, eppure capisco che il loro malessere è anche figlio di una nostra incapacità a far prevalere il bello della politica. Io so che Bersani ha ragione quando difende il finanziamento pubblico ai partiti, ma questa linea adesso è indifendibile, perché troppi abusi sono stati commessi, dagli altri soprattutto, lo so; ma adesso paghiamo anche le loro colpe. Non c'è nulla da fare. Capisco che affrontare questi due nodi sarebbe stato molto difficile per il Pd, probabilmente lacerante, perché il Pd è nato da un lato con l'ambizione di superare le forme tradizionali del riformismo italiano, quello socialista e quello cattolico, per creare un riformismo di tipo nuovo, e dall'altro lato con la prospettiva di fare un nuovo partito. Temo che nessuno dei due risultati sia stato raggiunto; a me pareva impossibile già allora e mi sono fatto da parte, altri che ne erano convinti ci hanno provato con passione, ma mi pare che alla fine il risultato di oggi ci dica che anche questo generoso cammino si è interrotto. Tanto che qualcuno, come Barca, ha già provato a immaginare qualche altra strada e penso che anche altri lo stiano facendo, in una direzione o nell'altra. Per me, nel mio piccolissimo, sapete che andrò dove si ricostruirà, se si ricostruirà, un partito di ispirazione socialista.
In questa "considerazione" non vorrei calcare troppo la mano su quello che è successo, sinceramente non ci aiuta. Ha fatto bene Bersani ad annunciare le sue dimissioni, credo dovrebbero farlo anche altri; in molti, in troppi, si sono mossi in maniera autonoma, o perché sinceramente non condividevano la linea o perché hanno approfittato delle condizioni del momento. Si potrebbe parlare della sospetta duttilità di Renzi e della sua velocità a cambiare posizione a seconda di dove tira il vento, come del silenzio pesante di D'Alema, che pure ha un suo disegno o alcuni immaginano abbia e forse non ce l'ha. Questa però è una discussione che non ci fa fare un passo avanti, perché non affronta il nodo, ossia chi siamo e cosa vogliamo fare. Non è una questione da poco, è più semplice dire che questo è str... e quello pure, ma è di questo che bisogna parlare oggi, già oggi.
In genere, quando arrivi davanti al sindaco o al prete e questo ti chiede se vuoi sposare proprio quella persona lì, dici di sì, non ci stai a pensare. Ho l'impressione che ai nostri parlamentari stia succedendo qualcosa di simile. Il momento è solenne, tutti ti stanno osservando, anche se pensano al pranzo o guardano l'orologio, perché hanno altro da fare, e tu non sai esattamente cosa rispondere: ti vuoi proprio sposare? e proprio con questa persona? Fuor di metafora, dopo quello che è successo in questi giorni, a questo punto scegliere Rodotà vuol dire fare una scelta che ci impegna - e impegna il Pd o quel che ne rimane - in una direzione abbastanza precisa. Vista la crisi politica e visto che in questi anni c'è stata una riforma costituzionale non scritta che ha spostato pesi e contrappesi istituzionali a favore della presidenza della Repubblica, la scelta di questi giorni non può essere neutra. Non lo era Marini, non lo era Prodi, non lo sarà Rodotà. Personalmente è la direzione che imboccherei, provando a far fare un po' di strada a questa legislatura, con un accordo tra un pezzo di Pd e il Movimento Cinque stelle. Se ci fossero i numeri, sarebbe un tentativo da fare. Un parte dell'Italia ce lo chiede. Se però sarà così, allora in tanti dovremo impegnarci a fare in modo che questa possibilità abbia le gambe per andare avanti, non basterà scrivere un messaggio su Facebook o andare in piazza con un megafono: ci sarà da lavorare, ventre a terra.
Fatta questa necessaria premessa, credo che il nostro primo errore sia stato quello di non aver capito - o di non aver capito fino in fondo - perché il Pd e i suoi alleati, nonostante le condizioni fossero favorevoli, anzi favorevolissime, hanno perso le elezioni. Secondo me i motivi sono sostanzialmente due e su questo davvero mi piacerebbe confrontarmi con voi. Il primo è essenzialmente politico: l'errore fondamentale del Pd è stato quello di permettere, nel novembre del 2011, la nascita del governo di Mario Monti, un governo profondamente di destra, che ha duramente acuito la crisi sociale ed economica di questo paese. Su questa questione sono intervenuto molte volte - fin troppe - e non voglio rimarcare un mio giudizio noto. Poi siccome il Pd è - nonostante le ironie di questi giorni - un partito serio, Bersani ha sostenuto con rigore, con disciplina e con responsabilità il governo, anche quando il centrodestra si è sfilato, riuscendo ad attribuire al Pd tutte le colpe di questo esecutivo, che - per inciso - in questo vuoto di potere continua a far danni e quindi sarebbe ora di mandare a casa. Il secondo motivo per cui abbiamo perso le elezioni è stata l'incapacità - e in questo caso sì c'è stata anche un po' di ostinazione - a lanciare messaggi verso quei cittadini che hanno votato per il Movimento Cinque stelle sull'onda dell'antipolitica. Io per più di cinque anni della mia vita ho fatto di lavoro il funzionario di partito, ho avuto la fortuna di conoscere centinaia di compagne e di compagni che hanno dedicato energia, intelligenza, tempo e denaro al partito, per cui quando sento certi discorsi di Grillo e dei suoi emuli o leggo certi commenti qualunquisti nelle rete mi prudono le mani, li vorrei mandare a quel paese, eppure capisco che il loro malessere è anche figlio di una nostra incapacità a far prevalere il bello della politica. Io so che Bersani ha ragione quando difende il finanziamento pubblico ai partiti, ma questa linea adesso è indifendibile, perché troppi abusi sono stati commessi, dagli altri soprattutto, lo so; ma adesso paghiamo anche le loro colpe. Non c'è nulla da fare. Capisco che affrontare questi due nodi sarebbe stato molto difficile per il Pd, probabilmente lacerante, perché il Pd è nato da un lato con l'ambizione di superare le forme tradizionali del riformismo italiano, quello socialista e quello cattolico, per creare un riformismo di tipo nuovo, e dall'altro lato con la prospettiva di fare un nuovo partito. Temo che nessuno dei due risultati sia stato raggiunto; a me pareva impossibile già allora e mi sono fatto da parte, altri che ne erano convinti ci hanno provato con passione, ma mi pare che alla fine il risultato di oggi ci dica che anche questo generoso cammino si è interrotto. Tanto che qualcuno, come Barca, ha già provato a immaginare qualche altra strada e penso che anche altri lo stiano facendo, in una direzione o nell'altra. Per me, nel mio piccolissimo, sapete che andrò dove si ricostruirà, se si ricostruirà, un partito di ispirazione socialista.
In questa "considerazione" non vorrei calcare troppo la mano su quello che è successo, sinceramente non ci aiuta. Ha fatto bene Bersani ad annunciare le sue dimissioni, credo dovrebbero farlo anche altri; in molti, in troppi, si sono mossi in maniera autonoma, o perché sinceramente non condividevano la linea o perché hanno approfittato delle condizioni del momento. Si potrebbe parlare della sospetta duttilità di Renzi e della sua velocità a cambiare posizione a seconda di dove tira il vento, come del silenzio pesante di D'Alema, che pure ha un suo disegno o alcuni immaginano abbia e forse non ce l'ha. Questa però è una discussione che non ci fa fare un passo avanti, perché non affronta il nodo, ossia chi siamo e cosa vogliamo fare. Non è una questione da poco, è più semplice dire che questo è str... e quello pure, ma è di questo che bisogna parlare oggi, già oggi.
In genere, quando arrivi davanti al sindaco o al prete e questo ti chiede se vuoi sposare proprio quella persona lì, dici di sì, non ci stai a pensare. Ho l'impressione che ai nostri parlamentari stia succedendo qualcosa di simile. Il momento è solenne, tutti ti stanno osservando, anche se pensano al pranzo o guardano l'orologio, perché hanno altro da fare, e tu non sai esattamente cosa rispondere: ti vuoi proprio sposare? e proprio con questa persona? Fuor di metafora, dopo quello che è successo in questi giorni, a questo punto scegliere Rodotà vuol dire fare una scelta che ci impegna - e impegna il Pd o quel che ne rimane - in una direzione abbastanza precisa. Vista la crisi politica e visto che in questi anni c'è stata una riforma costituzionale non scritta che ha spostato pesi e contrappesi istituzionali a favore della presidenza della Repubblica, la scelta di questi giorni non può essere neutra. Non lo era Marini, non lo era Prodi, non lo sarà Rodotà. Personalmente è la direzione che imboccherei, provando a far fare un po' di strada a questa legislatura, con un accordo tra un pezzo di Pd e il Movimento Cinque stelle. Se ci fossero i numeri, sarebbe un tentativo da fare. Un parte dell'Italia ce lo chiede. Se però sarà così, allora in tanti dovremo impegnarci a fare in modo che questa possibilità abbia le gambe per andare avanti, non basterà scrivere un messaggio su Facebook o andare in piazza con un megafono: ci sarà da lavorare, ventre a terra.
venerdì 19 aprile 2013
Considerazioni libere (356): a proposito di una cosa incomprensibile...
Quando Bersani ha annunciato - con enfasi malaugurante - che Franco Marini sarebbe stato il candidato di Pd, Pdl e Scelta civica per la presidenza della Repubblica la mia prima reazione è stata di sgomento; a dire la verità, ci è voluto un po' di tempo per riprendermi. Poi ho cercato di spiegare quello che in apparenza era per me incomprensibile.
C'è una spiegazione semplice e, in genere, le spiegazioni più semplici sono anche quelle giuste. Bersani, di fronte all'alternativa se tentare l'ignoto, accettando di votare il candidato - peraltro ottimo - proposto in maniera unilaterale, e non senza arroganza e malizia, dal Movimento Cinque stelle, oppure battere la strada già conosciuta, per quanto accidentata, dell'accordo con i partiti "tradizionali", ha preferito questa seconda soluzione, perché - come per lo scorpione del celebre apologo - questa è la sua natura. Questa soluzione sta tutta dentro un'ottica culturale che vede solo nei partiti i detentori della capacità di proposta politica; è la stessa idea di fondo che ha spinto Napolitano a fare un parallelo - che a molti è parso anacronistico - con quanto avvenuto in questo paese nel '76, quando però c'erano la Dc e il Pci. Certamente Marini - più di Rodotà - era l'uomo adatto, per storia e per formazione, per difendere questa impostazione politica e culturale. Questa è la spiegazione più semplice e probabilmente - ripeto - quella corretta. Ma non è la più convincente, almeno per me.
Sappiamo benissimo quello che è successo dopo che c'è stato l'annuncio della candidatura di Marini, ma proviamo per un momento a pensare cosa sarebbe successo se mercoledì sera al Capranica Bersani avesse annunciato che l'indomani il Pd avrebbe votato per Rodotà. B. avrebbe immediatamente scatenato i suoi uomini e i suoi giornali avrebbero cominciato una campagna di stampa terribile contro Rodotà; a questo probabilmente Bersani e il Pd avrebbero resistito, ma ci sarebbero state forti tensioni nel paese. Ma per Bersani sarebbe stato più difficile resistere alla campagna organizzata dai sostenitori delle "larghe intese", che sarebbe cominciata con altrettanta rapidità; l'editoriale del Corriere di giovedì, a firma di uno dei cerchiobottisti storici di via Solferino, avrebbe deplorato questa scelta del Pd, chiedendo di non escludere il terzo del paese rappresentato dal centrodestra. Questo eterogeneo partito, che abbiamo visto all'opera in questi mesi, guidato da Napolitano e da Monti, è debolissimo sul piano elettorale, ma molto forte su quello politico e avrebbe preso con rapidità le sue contromisure; Draghi avrebbe cominciato a svendere titoli di stato italiani, le agenzie di rating avrebbero ulteriormente declassato il paese e così via. All'annuncio di Bersani un pezzo del Pd avrebbe scatenato la rivolta, Fioroni avrebbe minacciato per l'ennesima volta di dimettersi e Renzi si sarebbe messo a capo di questa fronda, numericamente consistente, nel nome della responsabilità nazionale e della necessità di trovare un presidente di garanzia per il paese. Bersani sarebbe stato accusato di aver fatto l'accordo con Grillo soltanto per avere l'incarico di formare il governo, anteponendo il suo interesse a quello del paese. Se convenite con me su questa possibile evoluzione, proviamo allora a fare un'ulteriore ipotesi. Bersani, consapevole di questo possibile scenario, ha fatto quello che nessuno si aspettava da lui, anche perché fino al giorno prima aveva dichiarato la propria indisponibilità a fare un qualsiasi accordo di governo con B. e con i suoi; ha candidato Franco Marini, insieme a B., sapendo di mettere in gioco non solo la propria possibilità di diventare presidente del consiglio, ma la propria stessa reputazione, accettando perfino l'onta di essere chiamato traditore. Capisco che questa ipotesi può sembrare a qualcuno esageratamente letteraria - e infatti ha qualche richiamo borgesiano - ma delle due l'una: o Bersani è così stupido da non capire che il solo annuncio di un accordo tra Pd e Pdl avrebbe scatenato la rabbia degli elettori e degli eletti o ha fatto un calcolo, una scommessa molto rischiosa, che infatti ha perso, ma non solo per sua responsabilità. Bersani ci ha usati, ha usato la nostra ira, la nostra ferma volontà di non fare alcun accordo con il centrodestra; ha voluto dimostrare, drammatizzando la situazione, che la soluzione della "larghe intese" non era praticabile. E' andata davvero così? Non lo so, forse la spiegazione giusta è davvero la prima e questa seconda ipotesi è soltanto il frutto di una mia fantasia. Magari un giorno, quando gli sarà passata l'incazzatura, ce lo spiegherà lui cosa è successo in questi giorni convulsi.
Credo che neppure lui - e neppure un detrattore del Pd come me - si sarebbe immaginato quello che è successo in queste ultime ore, ossia l'implosione di quel partito. Lo ripeto, a scanso di equivoci: io, che pure ho scritto più volte che speravo - e spero - nella nascita di due nuovi partiti dalla fine dell'esperienza del Pd, non sono contento di questa situazione. Penso che inevitabilmente c'erano questioni che dovevano emergere, nodi da risolvere, problemi troppo a lungo rimandati; ma questo è stato il modo peggiore di farlo. A parte l'amicizia con tante persone che hanno fatto la scelta di stare in quel partito, io credo che senza una parte delle tantissime energie che ci sono nel Pd sia impossibile ricostruire in Italia una grande forza socialista; penso ai tanti volontari che ci sono ancora, ai moltissimi bravi amministratori locali, ai nuovi parlamentari, giovani e donne, che sono stati eletti a fine febbraio e che si sono ritrovati - immagino - a disagio in questa faccenda. Adesso il Pd ha paradossalmente qualche chance in più. Si è liberato - spero - di una generazione di "padri nobili". Deve però evitare di cadere nella trappola tesa da Renzi, che si è mosso in tutta questa partita davvero in maniera spregiudicata: dopo aver criticato Bersani per il suo immobilismo, per aver guardato con eccessivo slancio al Movimento Cinque stelle, si è buttato nella critica - con toni anche ingenerosi - verso Franco Marini, quando ha capito che da quella critica poteva trarne dei vantaggi personali. Questo è il modo peggiore di fare politica. Personalmente penso che i parlamentari del Pd che lo vorranno adesso abbiano la possibilità di rimettersi in connessione con una parte consistente del loro elettorato votando per Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica. Poi si comincerà a lavorare, lentamente, un passo dopo l'altro.
C'è una spiegazione semplice e, in genere, le spiegazioni più semplici sono anche quelle giuste. Bersani, di fronte all'alternativa se tentare l'ignoto, accettando di votare il candidato - peraltro ottimo - proposto in maniera unilaterale, e non senza arroganza e malizia, dal Movimento Cinque stelle, oppure battere la strada già conosciuta, per quanto accidentata, dell'accordo con i partiti "tradizionali", ha preferito questa seconda soluzione, perché - come per lo scorpione del celebre apologo - questa è la sua natura. Questa soluzione sta tutta dentro un'ottica culturale che vede solo nei partiti i detentori della capacità di proposta politica; è la stessa idea di fondo che ha spinto Napolitano a fare un parallelo - che a molti è parso anacronistico - con quanto avvenuto in questo paese nel '76, quando però c'erano la Dc e il Pci. Certamente Marini - più di Rodotà - era l'uomo adatto, per storia e per formazione, per difendere questa impostazione politica e culturale. Questa è la spiegazione più semplice e probabilmente - ripeto - quella corretta. Ma non è la più convincente, almeno per me.
Sappiamo benissimo quello che è successo dopo che c'è stato l'annuncio della candidatura di Marini, ma proviamo per un momento a pensare cosa sarebbe successo se mercoledì sera al Capranica Bersani avesse annunciato che l'indomani il Pd avrebbe votato per Rodotà. B. avrebbe immediatamente scatenato i suoi uomini e i suoi giornali avrebbero cominciato una campagna di stampa terribile contro Rodotà; a questo probabilmente Bersani e il Pd avrebbero resistito, ma ci sarebbero state forti tensioni nel paese. Ma per Bersani sarebbe stato più difficile resistere alla campagna organizzata dai sostenitori delle "larghe intese", che sarebbe cominciata con altrettanta rapidità; l'editoriale del Corriere di giovedì, a firma di uno dei cerchiobottisti storici di via Solferino, avrebbe deplorato questa scelta del Pd, chiedendo di non escludere il terzo del paese rappresentato dal centrodestra. Questo eterogeneo partito, che abbiamo visto all'opera in questi mesi, guidato da Napolitano e da Monti, è debolissimo sul piano elettorale, ma molto forte su quello politico e avrebbe preso con rapidità le sue contromisure; Draghi avrebbe cominciato a svendere titoli di stato italiani, le agenzie di rating avrebbero ulteriormente declassato il paese e così via. All'annuncio di Bersani un pezzo del Pd avrebbe scatenato la rivolta, Fioroni avrebbe minacciato per l'ennesima volta di dimettersi e Renzi si sarebbe messo a capo di questa fronda, numericamente consistente, nel nome della responsabilità nazionale e della necessità di trovare un presidente di garanzia per il paese. Bersani sarebbe stato accusato di aver fatto l'accordo con Grillo soltanto per avere l'incarico di formare il governo, anteponendo il suo interesse a quello del paese. Se convenite con me su questa possibile evoluzione, proviamo allora a fare un'ulteriore ipotesi. Bersani, consapevole di questo possibile scenario, ha fatto quello che nessuno si aspettava da lui, anche perché fino al giorno prima aveva dichiarato la propria indisponibilità a fare un qualsiasi accordo di governo con B. e con i suoi; ha candidato Franco Marini, insieme a B., sapendo di mettere in gioco non solo la propria possibilità di diventare presidente del consiglio, ma la propria stessa reputazione, accettando perfino l'onta di essere chiamato traditore. Capisco che questa ipotesi può sembrare a qualcuno esageratamente letteraria - e infatti ha qualche richiamo borgesiano - ma delle due l'una: o Bersani è così stupido da non capire che il solo annuncio di un accordo tra Pd e Pdl avrebbe scatenato la rabbia degli elettori e degli eletti o ha fatto un calcolo, una scommessa molto rischiosa, che infatti ha perso, ma non solo per sua responsabilità. Bersani ci ha usati, ha usato la nostra ira, la nostra ferma volontà di non fare alcun accordo con il centrodestra; ha voluto dimostrare, drammatizzando la situazione, che la soluzione della "larghe intese" non era praticabile. E' andata davvero così? Non lo so, forse la spiegazione giusta è davvero la prima e questa seconda ipotesi è soltanto il frutto di una mia fantasia. Magari un giorno, quando gli sarà passata l'incazzatura, ce lo spiegherà lui cosa è successo in questi giorni convulsi.
Credo che neppure lui - e neppure un detrattore del Pd come me - si sarebbe immaginato quello che è successo in queste ultime ore, ossia l'implosione di quel partito. Lo ripeto, a scanso di equivoci: io, che pure ho scritto più volte che speravo - e spero - nella nascita di due nuovi partiti dalla fine dell'esperienza del Pd, non sono contento di questa situazione. Penso che inevitabilmente c'erano questioni che dovevano emergere, nodi da risolvere, problemi troppo a lungo rimandati; ma questo è stato il modo peggiore di farlo. A parte l'amicizia con tante persone che hanno fatto la scelta di stare in quel partito, io credo che senza una parte delle tantissime energie che ci sono nel Pd sia impossibile ricostruire in Italia una grande forza socialista; penso ai tanti volontari che ci sono ancora, ai moltissimi bravi amministratori locali, ai nuovi parlamentari, giovani e donne, che sono stati eletti a fine febbraio e che si sono ritrovati - immagino - a disagio in questa faccenda. Adesso il Pd ha paradossalmente qualche chance in più. Si è liberato - spero - di una generazione di "padri nobili". Deve però evitare di cadere nella trappola tesa da Renzi, che si è mosso in tutta questa partita davvero in maniera spregiudicata: dopo aver criticato Bersani per il suo immobilismo, per aver guardato con eccessivo slancio al Movimento Cinque stelle, si è buttato nella critica - con toni anche ingenerosi - verso Franco Marini, quando ha capito che da quella critica poteva trarne dei vantaggi personali. Questo è il modo peggiore di fare politica. Personalmente penso che i parlamentari del Pd che lo vorranno adesso abbiano la possibilità di rimettersi in connessione con una parte consistente del loro elettorato votando per Stefano Rodotà alla presidenza della Repubblica. Poi si comincerà a lavorare, lentamente, un passo dopo l'altro.
domenica 14 aprile 2013
Considerazioni libere (355): a proposito del prossimo Presidente...
Ero incerto se scrivere anche oggi la mia "considerazione" domenicale, visto che giovedì scorso ho già pubblicato un post particolarmente "scorretto" contro tutti quelli che in questi giorni di attesa chiedono le larghe intese; e poi, in fondo, in questi sette giorni non è successo nulla di particolarmente rilevante. Almeno non è successo niente di rilevante per quel che riguarda il domani, ossia l'elezione del presidente della Repubblica, anche se è successo qualcosa di molto interessante per quello che succederà dopodomani. Ma visto che ci avviciniamo alla scadenza del 18 aprile, qualcosa la voglio dire comunque, il più brevemente possibile.
Partiamo da domani, è sempre meglio andare per ordine. L'unica vera novità di questi giorni - almeno per quanto ne sappiamo noi, al netto di legittimi e comprensibili incontri riservati - sono le "quirinarie" del Movimento Cinque stelle. Ora, al di là del nome infelice - propongo una moratoria di almeno un anno sui neologismi che finiscono in -ria - e del pasticcio informatico - vero o presunto, poco mi interessa - l'esito di queste consultazioni è stato significativo. I militanti di quel partito, quando possono esprimere la loro opinione, almeno in parte, rifiutano il primo dogma del grillo-casaleggismo, ossia che destra e sinistra non esistono più e che, a parte loro, tutti gli altri sono uguali. Saranno anche tutti uguali - sembrano dire gli elettori grillini - ma B. fa un po' più schifo degli altri; è già un buon punto di partenza. Tutte le dieci persone che hanno avuto più voti sono invisi a B., ai suoi giornali e ai suoi elettori; perfino Bonino, che pure culturalmente è più di destra che di sinistra, ha il difetto ai loro occhi di essere laica e difficilmente incasellabile nella loro ideologia veteroclericale. Di Prodi poi tutto si può dire tranne che sia un esponente della "nuova" politica, qualunque cosa questo voglia dire. Ho l'impressione che una parte significativa di quel mondo variegato e composito abbia voluto lanciare un segnale al Pd e all'Italia che si definisce di sinistra. Adesso sta al Pd - e anche a noi "sinistri" sparsi - raccogliere questo segnale, magari sospendendo l'irrisione quotidiana verso il Movimento Cinque stelle, i suoi eletti e i suoi elettori. E anche Bersani adesso si trova davati a un bivio: non credo possa non votare Rodotà solo perché lo hanno proposto quelli del Movimento Cinque stelle o perché non è gradito a B. e a Napolitano. Personalmente dei dieci nomi fatti dagli elettori Cinque stelle, sarei molto felice se venisse eletto Presidente Stefano Rodotà; sarei soddisfatto se lo fossero Imposimato, Prodi o Zagebrelsky; avrei rispetto se fosse scelta Bonino, che considero una candidata accettabile dell'altra parte. A parte Grillo, gli altri quattro sono bei nomi, rappresentanti di un'Italia migliore di quella con cui in genere abbiamo a che fare quotidianamente. Vedremo cosa succederà il 18 aprile. Il Pd ha l'onere della proposta, dal momento che ha una maggioranza tale da poter eleggere quasi da solo il prossimo presidente della Repubblica. Molti, a partire da Napolitano, spingono perché a B. sia assegnato una sorta di potere di veto. Come ovvio, spero che il Pd resista a queste sirene e decida invece di guardare all'altro pezzo d'Italia, quello che ha chiesto un cambiamento radicale. Finora Bersani ha detto di aver capito il messaggio delle elezioni, lo ha ripetuto anche nell'importante manifestazione di ieri; adesso è il momento di essere coerente con quello che ha detto. Con la consapevolezza che questo treno non passerà più.
Il cambiamento radicale sarà già evidente nella scelta del prossimo presidente della Repubblica, anche prima che nella formazione del governo. Al di là di chi sarà il prossimo Presidente, io vorrei non fosse come quello che l'ha preceduto, ossia che non sfrutti il proprio ruolo per imporre la propria visione politica. Cito Corradino Mineo che stamattina ho trovato illuminante: "ci vuole un presidente che tra forza del consenso e forza della legge, scelga la legge". In questi mesi purtroppo questo non è avvenuto. Se poi l'elezione di un presidente della Repubblica "diverso", espressione del Pd e non inviso al Movimento Cinque stelle, permetterà la nascita di un governo Bersani che abbia la possibilità di fare qualche vera riforma in campo economico e sociale, bene. Altrimenti questo Presidente si farà garante di un governo per cambiare la legge elettorale e ci farà tornare il prima possibile a votare, visto che anche ieri, in maniera molto autorevole, ci è stato ricordato che l'attuale legge elettorale è contraria allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. E, a quel punto, chi ha più filo tesserà.
Un accenno anche al dopodomani. Il Pd non uscirà da questa crisi come ci è entrato. Per me che non ho mai amato questo partito è naturalmente un bene, ma credo - senza polemica - lo sia anche per quelli che nel progetto del Pd ci hanno creduto. Barca ha fatto una scelta coraggiosa, decidendo di iscriversi adesso al Pd, anche ambiziosa, perché se avesse fondato il suo partitino, avrebbe riscosso le solite percentuali da prefisso telefonico. A questo punto anche a noi "sinistri" sparsi si pone un problema, se continuare a star fuori dal Pd o combattere dall'interno contro la deriva veltroniana e renziana, che Bersani ha solo rallentato, senza avere la forza di invertirne la direzione. Su questo è troppo presto, almeno per me, per prendere una decisione. Ho letto - anche se un po' troppo velocemente, ma la curiosità era molta - il documento presentato da Fabrizio Barca e nelle prossime settimane spero di riuscire a commentarlo in maniera un po' più articolata; in fondo è quello che chiede lo stesso Barca, ponendo una serie di interrogativi e soprattutto dicendo esplicitamente che si tratta di un testo aperto a contributi. Questi sono quindi appunti o titoli per la futura riflessione. Comunque vada a finire questa storia, è un contributo significativo, che mette il dito nella piaga su cos'è, o meglio su cosa non è, il Pd; per chi, come me, ha sempre criticato l'impostazione veltroniana del partito "leggero", si tratta di un passo avanti importante. Non mi aspetto un giudizio di plauso unanime dai dirigenti del Pd, se questo plauso ci fosse, sarebbe ipocrita e falso, perché questo testo è in molte parti un'accusa a come hanno costruito il Pd; la cosa peggiore che può succedere a Barca e alla sua riflessione è quella di essere utilizzati nello scontro tra Bersani e Renzi, sarebbe un ulteriore occasione sprecata. La parte sulla "forma-partito", che è la più rilevante, è molto interessante, ci abbiamo girato spesso intorno, fin dalla nascita del Pds, ma probabilmente non con questo approfondimento, negli ultimi anni poi il dibattito è stato accantonato perché si è preferita la forma "peggiore" di partito. L'Addendum mi ha deluso un po', mi sembra un po' troppo generico - certo meno generico dei supposti valori del Pd in cui ci possono stare un po' tutti, perfino Follini - ma forse qui c'è un limite nella cultura politica di Barca, che socialista non è e forse non lo vuole essere. Come sapete, io credo si debba ripartire da lì, ossia da come ci definiamo socialisti in questo inizio di secolo.
Partiamo da domani, è sempre meglio andare per ordine. L'unica vera novità di questi giorni - almeno per quanto ne sappiamo noi, al netto di legittimi e comprensibili incontri riservati - sono le "quirinarie" del Movimento Cinque stelle. Ora, al di là del nome infelice - propongo una moratoria di almeno un anno sui neologismi che finiscono in -ria - e del pasticcio informatico - vero o presunto, poco mi interessa - l'esito di queste consultazioni è stato significativo. I militanti di quel partito, quando possono esprimere la loro opinione, almeno in parte, rifiutano il primo dogma del grillo-casaleggismo, ossia che destra e sinistra non esistono più e che, a parte loro, tutti gli altri sono uguali. Saranno anche tutti uguali - sembrano dire gli elettori grillini - ma B. fa un po' più schifo degli altri; è già un buon punto di partenza. Tutte le dieci persone che hanno avuto più voti sono invisi a B., ai suoi giornali e ai suoi elettori; perfino Bonino, che pure culturalmente è più di destra che di sinistra, ha il difetto ai loro occhi di essere laica e difficilmente incasellabile nella loro ideologia veteroclericale. Di Prodi poi tutto si può dire tranne che sia un esponente della "nuova" politica, qualunque cosa questo voglia dire. Ho l'impressione che una parte significativa di quel mondo variegato e composito abbia voluto lanciare un segnale al Pd e all'Italia che si definisce di sinistra. Adesso sta al Pd - e anche a noi "sinistri" sparsi - raccogliere questo segnale, magari sospendendo l'irrisione quotidiana verso il Movimento Cinque stelle, i suoi eletti e i suoi elettori. E anche Bersani adesso si trova davati a un bivio: non credo possa non votare Rodotà solo perché lo hanno proposto quelli del Movimento Cinque stelle o perché non è gradito a B. e a Napolitano. Personalmente dei dieci nomi fatti dagli elettori Cinque stelle, sarei molto felice se venisse eletto Presidente Stefano Rodotà; sarei soddisfatto se lo fossero Imposimato, Prodi o Zagebrelsky; avrei rispetto se fosse scelta Bonino, che considero una candidata accettabile dell'altra parte. A parte Grillo, gli altri quattro sono bei nomi, rappresentanti di un'Italia migliore di quella con cui in genere abbiamo a che fare quotidianamente. Vedremo cosa succederà il 18 aprile. Il Pd ha l'onere della proposta, dal momento che ha una maggioranza tale da poter eleggere quasi da solo il prossimo presidente della Repubblica. Molti, a partire da Napolitano, spingono perché a B. sia assegnato una sorta di potere di veto. Come ovvio, spero che il Pd resista a queste sirene e decida invece di guardare all'altro pezzo d'Italia, quello che ha chiesto un cambiamento radicale. Finora Bersani ha detto di aver capito il messaggio delle elezioni, lo ha ripetuto anche nell'importante manifestazione di ieri; adesso è il momento di essere coerente con quello che ha detto. Con la consapevolezza che questo treno non passerà più.
Il cambiamento radicale sarà già evidente nella scelta del prossimo presidente della Repubblica, anche prima che nella formazione del governo. Al di là di chi sarà il prossimo Presidente, io vorrei non fosse come quello che l'ha preceduto, ossia che non sfrutti il proprio ruolo per imporre la propria visione politica. Cito Corradino Mineo che stamattina ho trovato illuminante: "ci vuole un presidente che tra forza del consenso e forza della legge, scelga la legge". In questi mesi purtroppo questo non è avvenuto. Se poi l'elezione di un presidente della Repubblica "diverso", espressione del Pd e non inviso al Movimento Cinque stelle, permetterà la nascita di un governo Bersani che abbia la possibilità di fare qualche vera riforma in campo economico e sociale, bene. Altrimenti questo Presidente si farà garante di un governo per cambiare la legge elettorale e ci farà tornare il prima possibile a votare, visto che anche ieri, in maniera molto autorevole, ci è stato ricordato che l'attuale legge elettorale è contraria allo spirito e alla lettera della nostra Costituzione. E, a quel punto, chi ha più filo tesserà.
Un accenno anche al dopodomani. Il Pd non uscirà da questa crisi come ci è entrato. Per me che non ho mai amato questo partito è naturalmente un bene, ma credo - senza polemica - lo sia anche per quelli che nel progetto del Pd ci hanno creduto. Barca ha fatto una scelta coraggiosa, decidendo di iscriversi adesso al Pd, anche ambiziosa, perché se avesse fondato il suo partitino, avrebbe riscosso le solite percentuali da prefisso telefonico. A questo punto anche a noi "sinistri" sparsi si pone un problema, se continuare a star fuori dal Pd o combattere dall'interno contro la deriva veltroniana e renziana, che Bersani ha solo rallentato, senza avere la forza di invertirne la direzione. Su questo è troppo presto, almeno per me, per prendere una decisione. Ho letto - anche se un po' troppo velocemente, ma la curiosità era molta - il documento presentato da Fabrizio Barca e nelle prossime settimane spero di riuscire a commentarlo in maniera un po' più articolata; in fondo è quello che chiede lo stesso Barca, ponendo una serie di interrogativi e soprattutto dicendo esplicitamente che si tratta di un testo aperto a contributi. Questi sono quindi appunti o titoli per la futura riflessione. Comunque vada a finire questa storia, è un contributo significativo, che mette il dito nella piaga su cos'è, o meglio su cosa non è, il Pd; per chi, come me, ha sempre criticato l'impostazione veltroniana del partito "leggero", si tratta di un passo avanti importante. Non mi aspetto un giudizio di plauso unanime dai dirigenti del Pd, se questo plauso ci fosse, sarebbe ipocrita e falso, perché questo testo è in molte parti un'accusa a come hanno costruito il Pd; la cosa peggiore che può succedere a Barca e alla sua riflessione è quella di essere utilizzati nello scontro tra Bersani e Renzi, sarebbe un ulteriore occasione sprecata. La parte sulla "forma-partito", che è la più rilevante, è molto interessante, ci abbiamo girato spesso intorno, fin dalla nascita del Pds, ma probabilmente non con questo approfondimento, negli ultimi anni poi il dibattito è stato accantonato perché si è preferita la forma "peggiore" di partito. L'Addendum mi ha deluso un po', mi sembra un po' troppo generico - certo meno generico dei supposti valori del Pd in cui ci possono stare un po' tutti, perfino Follini - ma forse qui c'è un limite nella cultura politica di Barca, che socialista non è e forse non lo vuole essere. Come sapete, io credo si debba ripartire da lì, ossia da come ci definiamo socialisti in questo inizio di secolo.
sabato 6 aprile 2013
Considerazioni libere (353): a proposito di surplace...
Non so quanti miei lettori siano appassionati di ciclismo, e in particolare di ciclismo su pista. Anche se non lo siete, magari vi sarà capitato di vedere una gara e in particolare quel momento in cui i ciclisti stanno fermi in equilibrio, ciascuno sulla propria bicicletta, in attesa del momento migliore per attaccare e sorprendere l'avversario; adesso i regolamenti vietano che l'utilizzo di questa tecnica, chiamata surplace, duri più di trenta secondi, ma fino a qualche anno fa questa era una tattica molto usata, che poteva durare diversi minuti - leggo su Wikipedia che il record è di un'ora e tre minuti. Personalmente ho sempre trovato quei momenti molto emozionanti, pieni di tensione. Mi pare che la politica italiana sia adesso proprio in un momento di surplace e spero che il mio corridore preferito, Bersani, riesca a beffare gli altri, a lanciarsi in pista e a scattare in avanti. Un bel modo per prendere di sorpresa gli altri sarebbe proporre per il Quirinale un nome "fuori" da quelli detti fino ad ora; io ho fatto, in maniera sommessa, una proposta: Elisabetta Tripodi, una donna del nostro sud, il sindaco di Rosarno, un impegno netto contro la 'ndrangheta.
Comunque, in momenti del genere non c'è molto da fare, bisogna soltanto aspettare e infatti in questa settimana non è sostanzialmente successo nulla di nuovo, almeno nulla di rilevante. E anche queste mie consuete riflessioni del fine settimana sono spigolature, in attesa dello scatto decisivo, che sappiamo avverrà solo dopo il 18 aprile. E' curioso come tutti i commentatori, mentendo più o meno consapevolmente, imputino questi lunghi giorni di impasse all'ostinazione di Bersani: questo la dice lunga sulla mancanza di libertà degli organi di informazione italiani, che ripetono tutti le stesse cose; in parte perché così chiedono i loro editori, diretti od occulti, e in parte perché, da sempre, è più facile seguire l'onda che contrastarla. Come è evidente siamo fermi soltanto a causa della volontà di Napolitano - questa sì ostinata e comprensibile soltanto nel quadro di una ovvia degenerazione senile - di non voler affidare l'incarico a Bersani; ma siccome i commentatori ripetono come un mantra che occorre avere rispetto per il capo dello stato, nessuno ha il coraggio di dire la verità, anche quelli che la capiscono. Naturalmente ci sono quelli a cui questa ostinazione senile fa gioco e sono quelli che lavorano per il governo Pd-Pdl, che quindi approfittano di questa opinione generale sulla presunta saggezza quirinalizia e sulla pigrizia dei giornalisti che ripetono la solita litania. Questi addirittura si spingono a ipotizzare un secondo mandato per Napolitano, che sarebbe davvero la rovina di questo paese. Devo constatare purtroppo che questa falsa opinione su Napolitano è così radicata che ha contagiato anche la stampa estera; ormai negli articoli dei giornali stranieri - almeno quelli che io posso leggere attraverso Internazionale - non manca mai il riferimento alla saggezza di Napolitano. Sono come le maschere della commedia dell'arte: Pantalone è avaro, Brighella furbo, Napolitano saggio.
Il quasi ex-presidente è talmente saggio che ha riunito attorno a sé una congrega di saggi suoi pari. Su questa boutade ormai si è tanto ironizzato che mi pare perfino inutile infierire. Tra qualche giorno, come è giusto, calerà il silenzio sui saggi. Personalmente mi dispiace per Valerio Onida, che persona saggia lo è davvero, e che, per malriposto spirito istituzionale, ha accettato di prender parte a questa pagliacciata, poi pentendosene in forma privata.
La settimana poi si è conclusa con la riunione a porte chiuse dei gruppi parlamentari del Movimento Cinque stelle. Cito questo episodio, in sé non particolarmente rilevante, per sottolineare ancora una volta la vacuità della stampa italiana. Che i quadri di un partito si riuniscano in occasione di passaggi importanti della vita politica e istituzionale non mi pare una cosa molto strana, eppure nelle cronache di ieri e negli articoli di oggi colpisce il livore dei giornalisti verso non tanto quell'appuntamento, ma per il fatto di esserne stati esclusi. Certo ci sono stati aspetti un po' naif, come la trasferta in pullman, con ritrovo presso il baretto di piazza del Popolo e si suppone la "simpatica dimostrazione di prodotti" durante il viaggio, ma mi pare troppo per costruirci servizi e articoli. Devo dire che a me piacciono le facce giovani, anche se un po' spaesate, dei parlamentari Cinque stelle: raccontano un'Italia certamente migliore delle facce livide di quelli del Pdl. Ora, come è noto, io non sono un particolare estimatore di Grillo e dei suoi metodi, ma una cosa davvero mi piace: aver spezzato quella connivenza malata che c'è tra i politici e la stampa. Ai giornalisti politici italiani non serve andare davanti a una sede di partito per sapere le ultime notizie, sono i politici che li chiamano - naturalmente ciascuno chiama i "propri" - per spiegare le proprie ragioni e soprattutto per alimentare quegli articoli che compaiono in tutti i giornali sotto la categoria "retroscena", una delle cose più abiette della stampa italiana. In sostanza la rabbia dei giornalisti davanti ai cancelli dell'agriturismo ieri non era provocata dalla sacrosanta difesa del diritto di cronaca, ma dal malumore per non poter accedere al buffet. Come spesso ripeto e come credo sia sempre giusto ricordare, se l'Italia ha una classe politica mediamente mediocre è perché è un paese mediamente mediocre; i giornalisti italiani non sfuggono a questa regola, anzi.
L'ultima riflessione della settimana riguarda il rinnovato attivismo di Matteo Renzi. La mia antipatia personale per l'uomo e il mio disaccordo politico sono altrettanto noti e probabilmente immaginate già quello che sto per scrivere. Devo ammettere però che in questi giorni ho letto con qualche disappunto gli insulti continui di cui è stato fatto oggetto Renzi, per cose assolutamente marginali, come la sua partecipazione ad Amici o il suo giubbotto di pelle. Ci sono molte ragioni politiche per criticare Matteo Renzi, talmente tante che non sarebbe necessario ricorrere agli insulti. Prima o poi dovremo fermarci un attimo e ragionare sul motivo per cui in Italia la polemica politica finisce sempre per trascendere e cadere nell'insulto gratuito.
Torniamo a Renzi. Al di là delle sue aspirazioni personali, lui rappresenta un'opzione politica radicalmente alternativa a quella di Bersani: era evidente prima delle primarie, in quell'occasione è stato ufficialmente sancito e poi, in maniera piuttosto ipocrita da entrambe le parti, queste differenze sono state tenute nascoste in campagna elettorale. Questa è una forma di ipocrisia piuttosto frequente in politica, che mi è capitato di praticare. Ora, per come l'hanno insegnato a Bersani, a me e a molti altri - ma evidentemente non a Renzi - questa forma di ipocrisia avrebbe dovuto continuare anche in questa fase delicata. Oggettivamente le dichiarazioni di Renzi hanno indebolito Bersani. Ha fatto bene o male? A questo punto non lo so, faccio anche fatica a dirlo, dal momento che io non aderisco al partito di Bersani e di Renzi e anzi ho detto in più occasioni che spero si sciolga, per ricostruire finalmente in Italia un partito socialista, in cui le persone come Renzi non ci siano. Probabilmente questo attivismo del sindaco di Firenze rende più vicina questa scadenza e quindi da un lato mi soddisfa, dall'altro spero che il tentativo di Bersani vada in porto e quindi occorre tutta la forza del Pd, compresa l'irrequieta corrente renziana. Peraltro vedo che l'irrequietezza non è solo di Renzi, ma parecchi esponenti del Pd amano in questi giorni fare dichiarazioni, che forse farebbero meglio a rimanere nei cassetti. Noto ad esempio un certo sospetto attivismo di Franceschini che appare molto di più adesso di quando era capogruppo; evidentemente le due mancate elezioni, a presidente della Camera e a capogruppo, non hanno fatto bene al suo equilibrio. A proposito trovo giusto un rimprovero che Renzi ha fatto a Bersani: i gruppi parlamentari del Pd sono pieni di belle facce, di persone giovani, di molte donne - anche le loro facce mi piacciono molto, come quelle dei grillini; dice, anche polemicamente Renzi, sono quasi tutti bersaniani, li riunisca di più. E' giusto, li coinvolga: i nuovi gruppi parlamentari sono molto più in sintonia con il paese di quella direzione, piena di personaggi "antichi" e costruita con una logica strettamente correntizia, che Bersani riunisce regolarmente e che altrettanto regolarmente Renzi diserta. Io preferirei sentire le dichiarazioni di Roberto Speranza che quelle di Franceschini.
Però è Franceschini che parla e quindi dobbiamo leggere bene le sue parole di oggi, significativamente consegnate al "Corrierone dello zar", organo del "montismo" più rigoroso. Franceschini disegna un quadro preciso per il post-18 aprile, certamente un quadro benedetto da Draghi, Lagarde e compagnia cantante. Al Quirinale una persona "non-ostile" a B., ossia una persona disposta a fermare i processi in corso, se necessario, o magari a concedere la grazia, se accadesse l'irreparabile; Bersani a palazzo Chigi con un esecutivo più tecnico che politico; un esponente del Pdl a capo della convenzione delle riforme, sempre che non si renda disponibile la presidenza del Senato. E poi la nuova legge elettorale, di impronta fortemente maggioritaria, visto che Franceschini e quelli che la pensano come lui, immaginano - credo giustamente - che il Movimento Cinque stelle abbia già conosciuto il suo apice elettorale e quindi sia rapidamente destinato a sgonfiarsi. Poi Renzi vincerà le primarie e tutto si sistemerà. Una buona soluzione? Per l'Italia non credo. Godiamoci allora questo momento di surplace, sempre sperando che lo scatto non sia quello previsto dai "responsabili" di destra e di sinistra.
p.s. C'è un'altra cosa su cui sono d'accordo con Renzi, anche se lui lo dice per fare un po' di sana e gratuita demagogia: a una famiglia come quella di Civitanova Marche - e purtroppo ce ne sono molte così, dove speriamo la disperazione non abbia la meglio - di tutto questo non frega assolutamente nulla. E' questo purtroppo che gli amici del Movimento Cinque stelle non riescono a capire.
Comunque, in momenti del genere non c'è molto da fare, bisogna soltanto aspettare e infatti in questa settimana non è sostanzialmente successo nulla di nuovo, almeno nulla di rilevante. E anche queste mie consuete riflessioni del fine settimana sono spigolature, in attesa dello scatto decisivo, che sappiamo avverrà solo dopo il 18 aprile. E' curioso come tutti i commentatori, mentendo più o meno consapevolmente, imputino questi lunghi giorni di impasse all'ostinazione di Bersani: questo la dice lunga sulla mancanza di libertà degli organi di informazione italiani, che ripetono tutti le stesse cose; in parte perché così chiedono i loro editori, diretti od occulti, e in parte perché, da sempre, è più facile seguire l'onda che contrastarla. Come è evidente siamo fermi soltanto a causa della volontà di Napolitano - questa sì ostinata e comprensibile soltanto nel quadro di una ovvia degenerazione senile - di non voler affidare l'incarico a Bersani; ma siccome i commentatori ripetono come un mantra che occorre avere rispetto per il capo dello stato, nessuno ha il coraggio di dire la verità, anche quelli che la capiscono. Naturalmente ci sono quelli a cui questa ostinazione senile fa gioco e sono quelli che lavorano per il governo Pd-Pdl, che quindi approfittano di questa opinione generale sulla presunta saggezza quirinalizia e sulla pigrizia dei giornalisti che ripetono la solita litania. Questi addirittura si spingono a ipotizzare un secondo mandato per Napolitano, che sarebbe davvero la rovina di questo paese. Devo constatare purtroppo che questa falsa opinione su Napolitano è così radicata che ha contagiato anche la stampa estera; ormai negli articoli dei giornali stranieri - almeno quelli che io posso leggere attraverso Internazionale - non manca mai il riferimento alla saggezza di Napolitano. Sono come le maschere della commedia dell'arte: Pantalone è avaro, Brighella furbo, Napolitano saggio.
Il quasi ex-presidente è talmente saggio che ha riunito attorno a sé una congrega di saggi suoi pari. Su questa boutade ormai si è tanto ironizzato che mi pare perfino inutile infierire. Tra qualche giorno, come è giusto, calerà il silenzio sui saggi. Personalmente mi dispiace per Valerio Onida, che persona saggia lo è davvero, e che, per malriposto spirito istituzionale, ha accettato di prender parte a questa pagliacciata, poi pentendosene in forma privata.
La settimana poi si è conclusa con la riunione a porte chiuse dei gruppi parlamentari del Movimento Cinque stelle. Cito questo episodio, in sé non particolarmente rilevante, per sottolineare ancora una volta la vacuità della stampa italiana. Che i quadri di un partito si riuniscano in occasione di passaggi importanti della vita politica e istituzionale non mi pare una cosa molto strana, eppure nelle cronache di ieri e negli articoli di oggi colpisce il livore dei giornalisti verso non tanto quell'appuntamento, ma per il fatto di esserne stati esclusi. Certo ci sono stati aspetti un po' naif, come la trasferta in pullman, con ritrovo presso il baretto di piazza del Popolo e si suppone la "simpatica dimostrazione di prodotti" durante il viaggio, ma mi pare troppo per costruirci servizi e articoli. Devo dire che a me piacciono le facce giovani, anche se un po' spaesate, dei parlamentari Cinque stelle: raccontano un'Italia certamente migliore delle facce livide di quelli del Pdl. Ora, come è noto, io non sono un particolare estimatore di Grillo e dei suoi metodi, ma una cosa davvero mi piace: aver spezzato quella connivenza malata che c'è tra i politici e la stampa. Ai giornalisti politici italiani non serve andare davanti a una sede di partito per sapere le ultime notizie, sono i politici che li chiamano - naturalmente ciascuno chiama i "propri" - per spiegare le proprie ragioni e soprattutto per alimentare quegli articoli che compaiono in tutti i giornali sotto la categoria "retroscena", una delle cose più abiette della stampa italiana. In sostanza la rabbia dei giornalisti davanti ai cancelli dell'agriturismo ieri non era provocata dalla sacrosanta difesa del diritto di cronaca, ma dal malumore per non poter accedere al buffet. Come spesso ripeto e come credo sia sempre giusto ricordare, se l'Italia ha una classe politica mediamente mediocre è perché è un paese mediamente mediocre; i giornalisti italiani non sfuggono a questa regola, anzi.
L'ultima riflessione della settimana riguarda il rinnovato attivismo di Matteo Renzi. La mia antipatia personale per l'uomo e il mio disaccordo politico sono altrettanto noti e probabilmente immaginate già quello che sto per scrivere. Devo ammettere però che in questi giorni ho letto con qualche disappunto gli insulti continui di cui è stato fatto oggetto Renzi, per cose assolutamente marginali, come la sua partecipazione ad Amici o il suo giubbotto di pelle. Ci sono molte ragioni politiche per criticare Matteo Renzi, talmente tante che non sarebbe necessario ricorrere agli insulti. Prima o poi dovremo fermarci un attimo e ragionare sul motivo per cui in Italia la polemica politica finisce sempre per trascendere e cadere nell'insulto gratuito.
Torniamo a Renzi. Al di là delle sue aspirazioni personali, lui rappresenta un'opzione politica radicalmente alternativa a quella di Bersani: era evidente prima delle primarie, in quell'occasione è stato ufficialmente sancito e poi, in maniera piuttosto ipocrita da entrambe le parti, queste differenze sono state tenute nascoste in campagna elettorale. Questa è una forma di ipocrisia piuttosto frequente in politica, che mi è capitato di praticare. Ora, per come l'hanno insegnato a Bersani, a me e a molti altri - ma evidentemente non a Renzi - questa forma di ipocrisia avrebbe dovuto continuare anche in questa fase delicata. Oggettivamente le dichiarazioni di Renzi hanno indebolito Bersani. Ha fatto bene o male? A questo punto non lo so, faccio anche fatica a dirlo, dal momento che io non aderisco al partito di Bersani e di Renzi e anzi ho detto in più occasioni che spero si sciolga, per ricostruire finalmente in Italia un partito socialista, in cui le persone come Renzi non ci siano. Probabilmente questo attivismo del sindaco di Firenze rende più vicina questa scadenza e quindi da un lato mi soddisfa, dall'altro spero che il tentativo di Bersani vada in porto e quindi occorre tutta la forza del Pd, compresa l'irrequieta corrente renziana. Peraltro vedo che l'irrequietezza non è solo di Renzi, ma parecchi esponenti del Pd amano in questi giorni fare dichiarazioni, che forse farebbero meglio a rimanere nei cassetti. Noto ad esempio un certo sospetto attivismo di Franceschini che appare molto di più adesso di quando era capogruppo; evidentemente le due mancate elezioni, a presidente della Camera e a capogruppo, non hanno fatto bene al suo equilibrio. A proposito trovo giusto un rimprovero che Renzi ha fatto a Bersani: i gruppi parlamentari del Pd sono pieni di belle facce, di persone giovani, di molte donne - anche le loro facce mi piacciono molto, come quelle dei grillini; dice, anche polemicamente Renzi, sono quasi tutti bersaniani, li riunisca di più. E' giusto, li coinvolga: i nuovi gruppi parlamentari sono molto più in sintonia con il paese di quella direzione, piena di personaggi "antichi" e costruita con una logica strettamente correntizia, che Bersani riunisce regolarmente e che altrettanto regolarmente Renzi diserta. Io preferirei sentire le dichiarazioni di Roberto Speranza che quelle di Franceschini.
Però è Franceschini che parla e quindi dobbiamo leggere bene le sue parole di oggi, significativamente consegnate al "Corrierone dello zar", organo del "montismo" più rigoroso. Franceschini disegna un quadro preciso per il post-18 aprile, certamente un quadro benedetto da Draghi, Lagarde e compagnia cantante. Al Quirinale una persona "non-ostile" a B., ossia una persona disposta a fermare i processi in corso, se necessario, o magari a concedere la grazia, se accadesse l'irreparabile; Bersani a palazzo Chigi con un esecutivo più tecnico che politico; un esponente del Pdl a capo della convenzione delle riforme, sempre che non si renda disponibile la presidenza del Senato. E poi la nuova legge elettorale, di impronta fortemente maggioritaria, visto che Franceschini e quelli che la pensano come lui, immaginano - credo giustamente - che il Movimento Cinque stelle abbia già conosciuto il suo apice elettorale e quindi sia rapidamente destinato a sgonfiarsi. Poi Renzi vincerà le primarie e tutto si sistemerà. Una buona soluzione? Per l'Italia non credo. Godiamoci allora questo momento di surplace, sempre sperando che lo scatto non sia quello previsto dai "responsabili" di destra e di sinistra.
p.s. C'è un'altra cosa su cui sono d'accordo con Renzi, anche se lui lo dice per fare un po' di sana e gratuita demagogia: a una famiglia come quella di Civitanova Marche - e purtroppo ce ne sono molte così, dove speriamo la disperazione non abbia la meglio - di tutto questo non frega assolutamente nulla. E' questo purtroppo che gli amici del Movimento Cinque stelle non riescono a capire.
sabato 30 marzo 2013
Considerazioni libere (352): a proposito di una pausa di quindici giorni...
Pazienza, amici e compagni, ci vuole pazienza. Sopportiamo dal 16 novembre 2011 questo governo indecente - per tacere di quello che l'ha preceduto - e non saranno certamente questi ulteriori quindici giorni - che ci vengono imposti dall'ostinazione senile del quasi ex-presidente della Repubblica - a provocare o ad aggravare la crisi dell'Italia. Oggi è successa una cosa importante e quindi anticipo di un giorno - anche per santificare in maniera consona le feste pasquali - la riflessione che, da quando ci sono state le elezioni, scrivo regolarmente ogni domenica.
Giovedì scorso Napolitano, continuando a interpretare in maniera quantomeno disinvolta il proprio ruolo istituzionale, ha detto di no - senza un valido motivo - alla legittima richiesta di Bersani di presentare in parlamento un programma e una squadra di governo. Probabilmente il tentativo di Bersani sarebbe stato fallimentare, ma avrebbe chiarito in maniera ancora più netta le responsabilità delle diverse forze politiche in questa nuova crisi. Napolitano ha sperato di riuscire nuovamente a ripetere il "miracolo" del novembre 2011, ma troppa acqua è passata sotto i ponti, troppe cose sono cambiate e soprattutto quel "miracolo" è stato pesantemente bocciato dagli elettori. Oggi, seppur con colpevole ritardo, Napolitano si è ritirato dall'agone politico, inventandosi il bizantinismo delle due commissioni di saggi. Teniamoci dunque Monti ancora per qualche settimana: non farà più danni di quelli che ha già fatto. E speriamo che questo parlamento riesca ad eleggere un Presidente della Repubblica che ci possa stupire. Bersani ha dimostrato di saperlo fare per l'elezione dei presidenti della Camera e del Senato: facciamolo lavorare, dunque, dal momento che - se una parte del Pd non si mette di traverso - ha i numeri per farlo, senza tener conto di quello che dicono B. e i suoi servi sciocchi. Poi, eletto il nuovo Presidente, si vedrà cosa fare: in casi come questi bisogna saper andare avanti alla giornata o alla mezza giornata. Se questi ulteriori quindici giorni e l'elezione di un "sorprendente" Presidente della Repubblica avranno fatto riflettere qualcuno che in questi giorni ha esercitato poco questa virtù, forse si potrebbe perfino far cominciare davvero questa anomala legislatura, altrimenti si potrà tornare serenamente a votare.
Questo è il punto su cui oggi vorrei soffermarmi. Sinceramente non capisco l'isterismo che coglie tutti i "benpensanti" - che sono in malafede - ma anche molti amici e compagni del centrosinistra - che invece sono certamente in buonafede - all'idea di nuove, immediate, elezioni politiche, anche nel mese di giugno. Anche sfruttando questa "paura" delle elezioni, Napolitano e i suoi sodali europei sono riusciti nel novembre del 2011 a imporci il governo Monti. Per inciso Draghi e le autorità finanziarie internazionali pare che abbiano un particolare timore di questo per loro inusuale strumento democratico, dal momento che nel giro di una notte costrinsero il premier greco Papandreu a dimettersi, soltanto perché aveva proposto di far votare ai greci un referendum sulle politiche europee "a favore" del loro paese. Giova ripetere a lorsignori e anche a tutti noi che le elezioni in un sistema democratico non sono un elemento patologico, ma un fatto normale, anzi ne costituiscono il momento essenziale, visto che sono il modo in cui i cittadini esprimono il proprio giudizio politico e le proprie idee.
I cittadini italiani, noi insomma, con le elezioni di fine di febbraio abbiamo detto la nostra e il risultato è stato molto chiaro: i due principali partiti che hanno caratterizzato il bipolarismo italiano hanno perso rispettivamente tre e sei milioni di voti, mentre un nuovo partito è nato - quintuplicando i propri voti - con un risultato sorprendente e inatteso per gli esponenti di quello stesso partito. E allo stesso tempo, non per caso è nato morto il partito del rigore europeo, sostenuto da Monti e da Napolitano. Quindi, al netto del quarto di italiani che ha deciso di non andare a votare, gli elettori si sono divisi in maniera piuttosto uniforme in tre schieramenti: centrosinistra, centrodestra e Movimento Cinque stelle. Secondo un mito diffuso la causa di questa frammentazione tripolare sarebbe la legge elettorale escogitata da quel fine costituzionalista di Calderoli. Naturalmente non è così. La legge elettorale non determina mai il quadro politico, ma lo fotografa, più o meno fedelmente. Di fronte a questa situazione politica, a questa divisione che c'è nel paese, non è detto che un sistema elettorale diverso, ad esempio il doppio turno di collegio - quello che personalmente preferisco - avrebbe disegnato un parlamento con una maggioranza certa; anzi ci sono alcuni studi che dicono che il parlamento sarebbe probabilmente frammentato allo stesso modo. Quindi la necessità di cambiare la legge elettorale - che pure andrà cambiata - adesso viene usata come un alibi per chi ha paura di tornare a votare e come scusa da chi non vorrebbe mai farci votare.
Gli isterici - sia quelli in malafede che quelli in buona fede - dicono che votare a giugno sarebbe inutile, perché non ci sarebbero sostanziali novità, e aggiungono che quindi non vale la pena di perdere altro tempo e altro denaro per organizzare nuove elezioni. Fatto salvo che la democrazia ha dei costi e che non possono essere considerati sprecati i soldi spesi per le elezioni, probabilmente hanno ragione loro e le elezioni di giugno ci consegnerebbero un parlamento altrettanto diviso di quello nato con le elezioni di febbraio, ma forse si potrebbe anche determinare una situazione diversa. Credo bisognerebbe avere più fiducia nell'intelligenza dei cittadini. In queste settimane qualcosa è successo e credo che le cose dette e fatte - e quelle non dette e non fatte - avrebbero un peso nelle prossime elezioni. Ad esempio io credo che una parte degli elettori del Movimento Cinque stelle siano rimasti delusi dal fatto che i loro rappresentanti quando ne hanno avuto la concreta possibilità abbiano rinunciato a far sentire il peso dei loro voti. Tra chi ha gioito per l'elezione di Boldrini e di Grasso, tra chi ha riconosciuto nei loro discorsi un'aria nuova, pulita, ci sono stati molti elettori del Movimento Cinque stelle; pensate cosa succederebbe se fosse candidato al Quirinale un nome di quel genere lì? Sto facendo un ragionamento astratto? Probabilmente sì, ma francamente mi sembra più astratto quello di chi dice che nulla cambierebbe. Guardate, dal mio punto di vista potrebbero perfino esserci dei rischi. L'inesorabile declino di Monti potrebbe favorire il centrodestra. Oppure nei prossimi giorni potrebbe implodere il Pd; ad esempio se, con un colpo di mano o con affrettate primarie, Renzi sostituisse Bersani a capo della coalizione di centrosinistra, io smetterei di votare Pd. Io sono uno e probabilmente il mio voto non sarà così decisivo per le sorti di questo paese, ma forse da questa parte dello schieramento qualcosa è destinato a cambiare. Comunque vada, è la democrazia, baby.
Lo dico ora per allora. Quando ci sarà un nuovo Presidente della Repubblica la possibilità di tornare immediatamente a votare non sarà un esito scontato. Tutt'altro: si scatenerà contro questa eventualità l'inferno; le agenzie di rating faranno scendere il giudizio sul debito a "triplaZ", Draghi farà volare lo spread, svendendo i nostri titoli di stato, i giornali dedicheranno ogni loro singolo editoriale a raccontare la crisi. Il Pd può e potrà legittimamente dire di avere già dimostrato senso di responsabilità, tentando tutte le strade possibili per la formazione di un nuovo governo. Tutte tranne una: la riedizione di quella che ci siamo abituati a chiamare "strana maggioraanza", travestita da grossekoalition politica o da governo tecnico. E non può ripetere questa esperienza per due solidissime ragioni: primo, il governo Monti è stato fallimentare e, secondo, è stato bocciato dagli elettori. A questo punto occorrerà chiedere ai cittadini di giudicare le scelte compiute e quelle da compiere. Bisognerà mettere sul piatto la parola d'ordine che Bersani ha ripetuto allo sfinimento in questi giorni, ossia che "responsabilità è cambiamento" e chiedere agli elettori del Movimento Cinque stelle cosa vogliono fare: se continuare a sostenere un movimento che rinuncia alle proprie responsabilità di governo o se immaginare che i loro voti possano essere determinanti per questo cambiamento. Ad ogni modo la soluzione vera per uscire da questa crisi politica è aumentare gli spazi della democrazia, non diminuirli.
Giovedì scorso Napolitano, continuando a interpretare in maniera quantomeno disinvolta il proprio ruolo istituzionale, ha detto di no - senza un valido motivo - alla legittima richiesta di Bersani di presentare in parlamento un programma e una squadra di governo. Probabilmente il tentativo di Bersani sarebbe stato fallimentare, ma avrebbe chiarito in maniera ancora più netta le responsabilità delle diverse forze politiche in questa nuova crisi. Napolitano ha sperato di riuscire nuovamente a ripetere il "miracolo" del novembre 2011, ma troppa acqua è passata sotto i ponti, troppe cose sono cambiate e soprattutto quel "miracolo" è stato pesantemente bocciato dagli elettori. Oggi, seppur con colpevole ritardo, Napolitano si è ritirato dall'agone politico, inventandosi il bizantinismo delle due commissioni di saggi. Teniamoci dunque Monti ancora per qualche settimana: non farà più danni di quelli che ha già fatto. E speriamo che questo parlamento riesca ad eleggere un Presidente della Repubblica che ci possa stupire. Bersani ha dimostrato di saperlo fare per l'elezione dei presidenti della Camera e del Senato: facciamolo lavorare, dunque, dal momento che - se una parte del Pd non si mette di traverso - ha i numeri per farlo, senza tener conto di quello che dicono B. e i suoi servi sciocchi. Poi, eletto il nuovo Presidente, si vedrà cosa fare: in casi come questi bisogna saper andare avanti alla giornata o alla mezza giornata. Se questi ulteriori quindici giorni e l'elezione di un "sorprendente" Presidente della Repubblica avranno fatto riflettere qualcuno che in questi giorni ha esercitato poco questa virtù, forse si potrebbe perfino far cominciare davvero questa anomala legislatura, altrimenti si potrà tornare serenamente a votare.
Questo è il punto su cui oggi vorrei soffermarmi. Sinceramente non capisco l'isterismo che coglie tutti i "benpensanti" - che sono in malafede - ma anche molti amici e compagni del centrosinistra - che invece sono certamente in buonafede - all'idea di nuove, immediate, elezioni politiche, anche nel mese di giugno. Anche sfruttando questa "paura" delle elezioni, Napolitano e i suoi sodali europei sono riusciti nel novembre del 2011 a imporci il governo Monti. Per inciso Draghi e le autorità finanziarie internazionali pare che abbiano un particolare timore di questo per loro inusuale strumento democratico, dal momento che nel giro di una notte costrinsero il premier greco Papandreu a dimettersi, soltanto perché aveva proposto di far votare ai greci un referendum sulle politiche europee "a favore" del loro paese. Giova ripetere a lorsignori e anche a tutti noi che le elezioni in un sistema democratico non sono un elemento patologico, ma un fatto normale, anzi ne costituiscono il momento essenziale, visto che sono il modo in cui i cittadini esprimono il proprio giudizio politico e le proprie idee.
I cittadini italiani, noi insomma, con le elezioni di fine di febbraio abbiamo detto la nostra e il risultato è stato molto chiaro: i due principali partiti che hanno caratterizzato il bipolarismo italiano hanno perso rispettivamente tre e sei milioni di voti, mentre un nuovo partito è nato - quintuplicando i propri voti - con un risultato sorprendente e inatteso per gli esponenti di quello stesso partito. E allo stesso tempo, non per caso è nato morto il partito del rigore europeo, sostenuto da Monti e da Napolitano. Quindi, al netto del quarto di italiani che ha deciso di non andare a votare, gli elettori si sono divisi in maniera piuttosto uniforme in tre schieramenti: centrosinistra, centrodestra e Movimento Cinque stelle. Secondo un mito diffuso la causa di questa frammentazione tripolare sarebbe la legge elettorale escogitata da quel fine costituzionalista di Calderoli. Naturalmente non è così. La legge elettorale non determina mai il quadro politico, ma lo fotografa, più o meno fedelmente. Di fronte a questa situazione politica, a questa divisione che c'è nel paese, non è detto che un sistema elettorale diverso, ad esempio il doppio turno di collegio - quello che personalmente preferisco - avrebbe disegnato un parlamento con una maggioranza certa; anzi ci sono alcuni studi che dicono che il parlamento sarebbe probabilmente frammentato allo stesso modo. Quindi la necessità di cambiare la legge elettorale - che pure andrà cambiata - adesso viene usata come un alibi per chi ha paura di tornare a votare e come scusa da chi non vorrebbe mai farci votare.
Gli isterici - sia quelli in malafede che quelli in buona fede - dicono che votare a giugno sarebbe inutile, perché non ci sarebbero sostanziali novità, e aggiungono che quindi non vale la pena di perdere altro tempo e altro denaro per organizzare nuove elezioni. Fatto salvo che la democrazia ha dei costi e che non possono essere considerati sprecati i soldi spesi per le elezioni, probabilmente hanno ragione loro e le elezioni di giugno ci consegnerebbero un parlamento altrettanto diviso di quello nato con le elezioni di febbraio, ma forse si potrebbe anche determinare una situazione diversa. Credo bisognerebbe avere più fiducia nell'intelligenza dei cittadini. In queste settimane qualcosa è successo e credo che le cose dette e fatte - e quelle non dette e non fatte - avrebbero un peso nelle prossime elezioni. Ad esempio io credo che una parte degli elettori del Movimento Cinque stelle siano rimasti delusi dal fatto che i loro rappresentanti quando ne hanno avuto la concreta possibilità abbiano rinunciato a far sentire il peso dei loro voti. Tra chi ha gioito per l'elezione di Boldrini e di Grasso, tra chi ha riconosciuto nei loro discorsi un'aria nuova, pulita, ci sono stati molti elettori del Movimento Cinque stelle; pensate cosa succederebbe se fosse candidato al Quirinale un nome di quel genere lì? Sto facendo un ragionamento astratto? Probabilmente sì, ma francamente mi sembra più astratto quello di chi dice che nulla cambierebbe. Guardate, dal mio punto di vista potrebbero perfino esserci dei rischi. L'inesorabile declino di Monti potrebbe favorire il centrodestra. Oppure nei prossimi giorni potrebbe implodere il Pd; ad esempio se, con un colpo di mano o con affrettate primarie, Renzi sostituisse Bersani a capo della coalizione di centrosinistra, io smetterei di votare Pd. Io sono uno e probabilmente il mio voto non sarà così decisivo per le sorti di questo paese, ma forse da questa parte dello schieramento qualcosa è destinato a cambiare. Comunque vada, è la democrazia, baby.
Lo dico ora per allora. Quando ci sarà un nuovo Presidente della Repubblica la possibilità di tornare immediatamente a votare non sarà un esito scontato. Tutt'altro: si scatenerà contro questa eventualità l'inferno; le agenzie di rating faranno scendere il giudizio sul debito a "triplaZ", Draghi farà volare lo spread, svendendo i nostri titoli di stato, i giornali dedicheranno ogni loro singolo editoriale a raccontare la crisi. Il Pd può e potrà legittimamente dire di avere già dimostrato senso di responsabilità, tentando tutte le strade possibili per la formazione di un nuovo governo. Tutte tranne una: la riedizione di quella che ci siamo abituati a chiamare "strana maggioraanza", travestita da grossekoalition politica o da governo tecnico. E non può ripetere questa esperienza per due solidissime ragioni: primo, il governo Monti è stato fallimentare e, secondo, è stato bocciato dagli elettori. A questo punto occorrerà chiedere ai cittadini di giudicare le scelte compiute e quelle da compiere. Bisognerà mettere sul piatto la parola d'ordine che Bersani ha ripetuto allo sfinimento in questi giorni, ossia che "responsabilità è cambiamento" e chiedere agli elettori del Movimento Cinque stelle cosa vogliono fare: se continuare a sostenere un movimento che rinuncia alle proprie responsabilità di governo o se immaginare che i loro voti possano essere determinanti per questo cambiamento. Ad ogni modo la soluzione vera per uscire da questa crisi politica è aumentare gli spazi della democrazia, non diminuirli.
venerdì 29 marzo 2013
Considerazioni libere (351): ancora a proposito del mio voto...
Ieri sera, ho scritto - un'altra volta - a Bersani.
Caro Bersani,
ti ho scritto in campagna elettorale per spiegarti perché, nonostante le tante cose che ci dividono, ho deciso di votare per te e per il Pd. Francamente dopo quello che è successo in questi giorni sono ancora più convinto di aver fatto bene, perché tu hai saputo dimostrare senso di responsabilità e senso delle istituzioni. Purtroppo una tale responsabilità non ho letto in chi questa responsabilità dovrebbe averla per l'alta carica che ricopre e in tanti del Pd, che hanno vissuto questi momenti difficile, pensando già al dopo. Da compagno, permettimi di esprimerti la mia solidarietà umana, prima ancora che politica. La partita è ancora più difficile, ma non credo sia del tutto perduta. Spero che saprai resistere alle richieste di responsabilità "pelosa" che ti arriveranno da ogni parte, autorevolmente da chi siede ancora per qualche giorno al Quirinale, da tanti nel Pd, dalla solita compagnia cantante di quelli che hanno la ricetta giusta per ogni situazione. Io, se dovessi decidere io, non voterei mai la fiducia al "nuovo" governo - che puzza già di vecchio - eleggerei un Presidente della Repubblica, davvero garante delle istituzioni, e andrei a votare, con questa legge elettorale. Ogni altra soluzione sarebbe un pasticcio; anche la proposta di modificare la legge elettorale è un trucco, tanto si troverà sempre un'emergenza per non farci votare. Per fortuna non sarò io a decidere, ma sarai tu e spero lo farai con più calma e più ponderazione. Ti ripeto però quello che ti ho scritto l'altra volta: hai diritto ad usare anche il mio voto, ma fallo bene. E' importante per l'Italia.
Con stima e solidarietà
domenica 24 marzo 2013
Considerazioni libere (349): a proposito di un tentativo che spero abbia successo...
Torno sul tema della rappresentanza. Tra le cose successe in queste settimane - e di cui non si è quasi parlato - c'è la sparizione dell'Italia dei valori. Personalmente non faccio un dramma per la fine di questo partito, sostanzialmente inutile, e per l'assenza dai teleschermi del suo folkloristico leader. Anzi credo sia un dato positivo: l'Italia dei valori era un partito che solo per l'opportunismo del suo fondatore, uomo culturalmente di destra, si era ritrovato nel centrosinistra, finendo perfino a rappresentarne l'ala più estrema. Di Pietro con la sinistra non c'entra nulla, quasi quanto non ha rapporti con la grammatica italiana. Comunque, al di là di questo giudizio - che ammetto possa essere giudicato lievemente settario - la fine di questo partito, che è arrivato a sfiorare l'8%, permette di fare qualche riflessione interessante. Questo partito oggi inesistente esprime i sindaci delle due città più grandi del Mezzogiorno, una pattuglia di eurodeputati, alcuni assessori regionali, numerosi assessori provinciali e comunali, un buon numero di consiglieri. Ora, al di là delle figure di Orlando e De Magistris - che fanno storia a sé e si inquadrano nelle peculiari vicende politiche delle loro città - tutti gli altri chi rappresentano? Nessuno, naturalmente. Rappresentano se stessi, a volte sono bravi e onesti amministratori, a volte no. Non è un caso che i gruppi di quel partito abbiano contato negli anni passati il maggior numero di voltagabbana, dal più costoso De Gregorio ai più economici Razzi e Scilipoti. Il problema è che gli eletti di quel partito non rappresentavano nessuno neppure quando il loro partito esisteva. Certo c'erano gli elettori, a volte anche in misura consistente, ma non c'era quella che una volta avremmo chiamato una "base". Nel suo piccolo Rifondazione comunista quella base continua ad averla e Ferrero quando parla sa che rappresenta quelle persone lì, sparse in giro per l'Italia, che tengono aperte, con fatica, le sparute sezioni, si incontrano, parlano di politica, hanno delle idee e cercano di tenerle vive. Nell'Italia dei valori questa cosa non c'è mai stata e probabilmente non poteva neppure esserci, visto il modo estemporaneo in cui era nato quel partito. Ho preso questo esempio perché particolarmente eclatante, ma un discorso analogo può essere fatto per molti altri partiti o ex-partiti italiani. Qualcuno si ricorda ancora come si chiamavano i partiti, fondati tra rulli di tamburi e squilli di tromba, solo poco tempo fa da Rutelli e da Fini? Se lo ricordate siete malati o siete Rutelli e Fini.
Questo tema della rappresentanza è particolarmente importante oggi perché un partito così è diventato, dall'oggi al domani, il secondo partito italiano e la sua forza parlamentare è tale da essere determinante per la formazione del prossimo governo e probabilmente per il proseguimento di questa legislatura appena nata. In sostanza se Di Pietro non rappresentava nessuno potevamo anche fregarcene, ma abbiamo bisogno di capire quali sono le persone che rappresenta Grillo. Sono convinto che Grillo per primo non lo sappia e questa è la cosa più grave di tutte. In questi giorni leggo in rete e sui giornali dei giudizi ingenerosi sui neodeputati e neosenatori del Mivimento Cinque stelle: quelli che "ci capiscono" li accusano di essere troppi giovani, troppo inesperti, perfino di non sapere come si mettono le posate sul tavolo. E' naturale che sia così, sono appena arrivati. Questo è un argomento che non regge: per altro se siamo ridotti con le pezze al culo è proprio per precisa responsabilità di quelli che "ci capiscono", di quelli che sanno mettere a posto le posate. Mi rendo conto che il paragone può sembrare irrispettoso: ma quanti Costituenti avevano già fatto parte della Camera prima che questa fosse sciolta dal regime fascista? Pochissimi e per ovvie ragioni. I Costituenti erano tutti "nuovi" eppure seppero scrivere la nostra Costituzione, giustamente ricordata come una delle più belle del mondo. Il problema quindi non è l'inesperienza, ma l'incapacità di rappresentare coloro che li hanno eletti. Naturalmente i Costituenti sapevano benissimo chi rappresentavano.
C'è poi un'altra critica che davvero è irricevibile; sempre quelli che "ci capiscono" deplorano il fatto che gli eletti del Movimento Cinque stelle abbiano dichiarato di volersi attenere scrupolosamente a quanto deciso a maggioranza dal loro gruppo, anche quando non sono d'accordo. Li critichiamo perché non fanno come Razzi e Scilipoti? Diamo loro proprio un bel modello. Ricordo peraltro che giustamente Bersani ha voluto inserire nella Carta d'intenti della coalizione di centrosinistra - è quella cosa che voi che siete andati alle primarie avete firmato, senza leggerla - questo impegno preciso: i deputati e i senatori devono "vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta". Ricordate Turigliatto e tutto quello che gli abbiamo detto, in modo non sempre pacato, qualche tempo fa?
Ora, sgombrato il campo da queste sciocchezze, deputati e senatori del Movimento Cinque stelle sono stati eletti con un mandato preciso: non sostenere mai un governo formato dai "vecchi" partiti e, caso mai, votare a favore di quei provvedimenti che fossero anche nel loro programma. Prima del voto, i più ottimisti di voi pensavano che avrebbe vinto Bersani e che sarebbe nato un governo Pd, io - che mi colloco ovviamente tra i pessimisti - pensavo che sarebbe nato un governo Monti-Bersani, sostanzialmente la prosecuzione del governo Napolitano-Monti, temperato dalla clemenza dello "smacchiatore di giaguari". Nessuno che legge questo blog pensava che vincesse il centrodestra, anche perché immagino che nessuno di loro lo legga, e la cosa naturalmente mi fa piacere. Questa opzione "pessimistica" era peraltro quella autorevolmente sostenuta dal presidente Napolitano, persona che non stimo, ma che indubbiamente di politica ne capisce assai. Figurarsi se Grillo o Casaleggio - che di politica ne capiscono assai meno - potevano immaginare un altro scenario.
Però ci siamo sbagliati tutti ed è successo quello che nessuno aveva previsto. E qui purtroppo si vedono i limiti del Movimento Cinque stelle, che non sa più come comportarsi e ripete a pappagallo gli slogan preparati prima. E questo è essenzialmente un problema di rappresentanza. Bersani ha capito di avere perso le elezioni, ma è riuscito anche ad ascoltare quello che dice - seppur confusamente, magari in maniera rozza - la sua base e soprattutto quello che dice una parte responsabile del paese, anche da sinistra, ad esempio la Cgil; Bersani questi canali li ha, non per merito suo, ma perché un partito è fatto così, anche un partito un po' "sgarrupato" come il Pd e che era nato con l'obiettivo di essere "leggero". Questi canali li ha anche B., naturalmente con la "sua" Italia, l'Italia peggiore, quella che lui rappresenta perfettamente. Anche Napolitano ha capito di aver perso le elezioni, la cosa ovviamente gli rode, anche perché aveva già venduto la pelle dell'orso e aveva promesso a Draghi e all'Europa che avrebbe lasciato un "nuovo" governo Monti; e anche lui sente cosa gli dicono i "suoi" elettori. Quello che proprio non riesce ad attivare questo canale di comunicazione mi pare sia Grillo, che infatti ha deciso di non cambiare strategia, nonostante tutto sia cambiato e tutti gli altri lo abbiano fatto. Lo dico senza polemica, non basta la rete per capire quello che succede nel paese; la rete serve - e infatti i partiti che non sanno muoversi dentro di essa rinuniciano a capire una parte di italiani - ma non è esaustiva.
Forse pensa che facendo così, ci guadagnerà ancora al prossimo giro. Naturalmente mi posso sbagliare, ma credo di no; anzi temo di no. A me sinceramente dispiace se alle prossime elezioni il Movimento Cinque stelle diminuirà in maniera consistente il proprio elettorato. Penso che questa occasione ci sia offerta adesso e solo adesso: negli ultimi vent'anni - ossia da quando è cominciata questa lugubre era berlusconiana - le forze del rinnovamento, delle riforme, non hanno mai avuto una tale forza elettorale e parlamentare. Gettarla al vento è un peccato mortale, anche perché una condizione del genere non si ripeterà. Una parte di quell'elettorato, se si renderà conto che neppure il Movimento Cinque stelle, è in grado - e soprattutto ha la volontà - di cambiare in maniera radicale questo paese, si chiuderà di nuovo in se stessa, tornerà nell'astensione o, peggio, darà il proprio voto a nuovi, e stavolta più pericolosi, demagoghi. E questa è un'occasione importante, anche per il Pd, che ha finalmente la possibilità di dimostrare che, almeno in una sua parte, ha ancora voglia di radicalità. Per questo, in questi giorni di passione, abbiamo bisogno di sperare che il tentativo di Bersani vada in porto.
Questo tema della rappresentanza è particolarmente importante oggi perché un partito così è diventato, dall'oggi al domani, il secondo partito italiano e la sua forza parlamentare è tale da essere determinante per la formazione del prossimo governo e probabilmente per il proseguimento di questa legislatura appena nata. In sostanza se Di Pietro non rappresentava nessuno potevamo anche fregarcene, ma abbiamo bisogno di capire quali sono le persone che rappresenta Grillo. Sono convinto che Grillo per primo non lo sappia e questa è la cosa più grave di tutte. In questi giorni leggo in rete e sui giornali dei giudizi ingenerosi sui neodeputati e neosenatori del Mivimento Cinque stelle: quelli che "ci capiscono" li accusano di essere troppi giovani, troppo inesperti, perfino di non sapere come si mettono le posate sul tavolo. E' naturale che sia così, sono appena arrivati. Questo è un argomento che non regge: per altro se siamo ridotti con le pezze al culo è proprio per precisa responsabilità di quelli che "ci capiscono", di quelli che sanno mettere a posto le posate. Mi rendo conto che il paragone può sembrare irrispettoso: ma quanti Costituenti avevano già fatto parte della Camera prima che questa fosse sciolta dal regime fascista? Pochissimi e per ovvie ragioni. I Costituenti erano tutti "nuovi" eppure seppero scrivere la nostra Costituzione, giustamente ricordata come una delle più belle del mondo. Il problema quindi non è l'inesperienza, ma l'incapacità di rappresentare coloro che li hanno eletti. Naturalmente i Costituenti sapevano benissimo chi rappresentavano.
C'è poi un'altra critica che davvero è irricevibile; sempre quelli che "ci capiscono" deplorano il fatto che gli eletti del Movimento Cinque stelle abbiano dichiarato di volersi attenere scrupolosamente a quanto deciso a maggioranza dal loro gruppo, anche quando non sono d'accordo. Li critichiamo perché non fanno come Razzi e Scilipoti? Diamo loro proprio un bel modello. Ricordo peraltro che giustamente Bersani ha voluto inserire nella Carta d'intenti della coalizione di centrosinistra - è quella cosa che voi che siete andati alle primarie avete firmato, senza leggerla - questo impegno preciso: i deputati e i senatori devono "vincolare la risoluzione di controversie relative a singoli atti o provvedimenti rilevanti a una votazione a maggioranza qualificata dei gruppi parlamentari convocati in seduta congiunta". Ricordate Turigliatto e tutto quello che gli abbiamo detto, in modo non sempre pacato, qualche tempo fa?
Ora, sgombrato il campo da queste sciocchezze, deputati e senatori del Movimento Cinque stelle sono stati eletti con un mandato preciso: non sostenere mai un governo formato dai "vecchi" partiti e, caso mai, votare a favore di quei provvedimenti che fossero anche nel loro programma. Prima del voto, i più ottimisti di voi pensavano che avrebbe vinto Bersani e che sarebbe nato un governo Pd, io - che mi colloco ovviamente tra i pessimisti - pensavo che sarebbe nato un governo Monti-Bersani, sostanzialmente la prosecuzione del governo Napolitano-Monti, temperato dalla clemenza dello "smacchiatore di giaguari". Nessuno che legge questo blog pensava che vincesse il centrodestra, anche perché immagino che nessuno di loro lo legga, e la cosa naturalmente mi fa piacere. Questa opzione "pessimistica" era peraltro quella autorevolmente sostenuta dal presidente Napolitano, persona che non stimo, ma che indubbiamente di politica ne capisce assai. Figurarsi se Grillo o Casaleggio - che di politica ne capiscono assai meno - potevano immaginare un altro scenario.
Però ci siamo sbagliati tutti ed è successo quello che nessuno aveva previsto. E qui purtroppo si vedono i limiti del Movimento Cinque stelle, che non sa più come comportarsi e ripete a pappagallo gli slogan preparati prima. E questo è essenzialmente un problema di rappresentanza. Bersani ha capito di avere perso le elezioni, ma è riuscito anche ad ascoltare quello che dice - seppur confusamente, magari in maniera rozza - la sua base e soprattutto quello che dice una parte responsabile del paese, anche da sinistra, ad esempio la Cgil; Bersani questi canali li ha, non per merito suo, ma perché un partito è fatto così, anche un partito un po' "sgarrupato" come il Pd e che era nato con l'obiettivo di essere "leggero". Questi canali li ha anche B., naturalmente con la "sua" Italia, l'Italia peggiore, quella che lui rappresenta perfettamente. Anche Napolitano ha capito di aver perso le elezioni, la cosa ovviamente gli rode, anche perché aveva già venduto la pelle dell'orso e aveva promesso a Draghi e all'Europa che avrebbe lasciato un "nuovo" governo Monti; e anche lui sente cosa gli dicono i "suoi" elettori. Quello che proprio non riesce ad attivare questo canale di comunicazione mi pare sia Grillo, che infatti ha deciso di non cambiare strategia, nonostante tutto sia cambiato e tutti gli altri lo abbiano fatto. Lo dico senza polemica, non basta la rete per capire quello che succede nel paese; la rete serve - e infatti i partiti che non sanno muoversi dentro di essa rinuniciano a capire una parte di italiani - ma non è esaustiva.
Forse pensa che facendo così, ci guadagnerà ancora al prossimo giro. Naturalmente mi posso sbagliare, ma credo di no; anzi temo di no. A me sinceramente dispiace se alle prossime elezioni il Movimento Cinque stelle diminuirà in maniera consistente il proprio elettorato. Penso che questa occasione ci sia offerta adesso e solo adesso: negli ultimi vent'anni - ossia da quando è cominciata questa lugubre era berlusconiana - le forze del rinnovamento, delle riforme, non hanno mai avuto una tale forza elettorale e parlamentare. Gettarla al vento è un peccato mortale, anche perché una condizione del genere non si ripeterà. Una parte di quell'elettorato, se si renderà conto che neppure il Movimento Cinque stelle, è in grado - e soprattutto ha la volontà - di cambiare in maniera radicale questo paese, si chiuderà di nuovo in se stessa, tornerà nell'astensione o, peggio, darà il proprio voto a nuovi, e stavolta più pericolosi, demagoghi. E questa è un'occasione importante, anche per il Pd, che ha finalmente la possibilità di dimostrare che, almeno in una sua parte, ha ancora voglia di radicalità. Per questo, in questi giorni di passione, abbiamo bisogno di sperare che il tentativo di Bersani vada in porto.
domenica 17 marzo 2013
Considerazioni libere (347): a proposito di cambiamento e di trasparenza...
E' passata un'altra settimana - anche dalla mia ultima "considerazione" sulla situazione politica. Non invano. Laura Boldrini e Piero Grasso sono i nuovi Presidenti della Camera e del Senato. Ieri è stata una giornata emozionante, uno di quei giorni capaci di rendermi politicamente felice, e non mi succedeva da tempo. Perché ai vertici del nostro parlamento ci sono due persone degne di questo incarico, che hanno voluto ricordare nei loro discorsi di insediamento le pagine più alte della nostra storia: la Resistenza e la Costituente. E perché hanno saputo dire cose di sinistra, pur in discorsi che necessariamente devono avere anche la capacità di rappresentare tutte le forze politiche. Le parole alte di Laura Boldrini sulle persone che sono morte nel Mediterraneo nel tentativo disperato di fuggire dai loro paesi rappresentano da sole un tratto di netta distinzione da chi l'ha preceduta su quello scranno: l'esponente di un partito ex-fascista, autore di una pessima legge contro l'immigrazione. Il fatto che Fini non sieda più in parlamento è una delle buone notizie di questa legislatura. Allo stesso modo per la presidenza del Senato si sono scontrati due siciliani: uno che ha combattuto tutta la sua vita contro la mafia e uno che è stato eletto anche con i voti della mafia.
E qui arriviamo ai due punti politici emersi ieri: la capacità di Bersani di uscire dall'angolo in cui era stato messo anche da una parte del suo partito e la difficoltà del Movimento Cinque stelle di essere una forza politica determinante per la vita democratica e istituzionale del nostro paese.
Parto da questo secondo punto, che è comunque il più rilevante. Una parte dei senatori del Movimento Cinque stelle ha votato per Piero Grasso, nonostante il loro guru - anche se adesso vedo che si fa chiamare portavoce - avesse detto ai "suoi" senatori di non votare per nessuno dei candidati dei vecchi partiti. Immagino che per un senatore siciliano fosse impossibile seguire questa bizzarra indicazione di voto, non solo perché contraria alla propria coscienza, ma anche perché politicamente suicida. Gli elettori siciliani del Movimento Cinque stelle, che ovviamente i loro eletti conoscono assai meglio di Grillo, sarebbero giustamente insorti se i loro rappresentanti avessero consentito, seppur indirettamente, l'elezione di Schifani. Guardate, non c'è nulla di particolarmente originale in questa cosa: in un partito politico funziona così. C'è un rapporto costante tra rappresentati e rappresentanti, in una direzione e nell'altra. Ci vorrà qualche tempo perché lo imparino; probabilmente - a leggere le dichiarazioni di oggi - gli eletti lo impareranno più in fretta di quanto non lo farà il loro portavoce.
E qui vorrei fare un appello agli amici del Pd e ai compagni "sinistri" sparsi. In queste ore mi capita di leggere in rete giudizi sprezzanti verso Grillo e verso tutto quel Movimento. Abbassiamo i toni, per favore. Faccio questa riflessione non perché credo possa mai nascere un governo Bersani sostenuto da una parte o da tutto il Movimento Cinque stelle, ma perché è interesse anche nostro, in questa fase complicata della nostra democrazia, che tutte quelle energie che si sono mosse, seppur confusamente, intorno a Grillo, partecipino pienamente alla vita istituzionale del nostro paese. Una parte degli elettori che hanno votato per il Movimento Cinque stelle sono nostri compagni, persone di sinistra, con cui potremo fare domani un pezzo di strada insieme; certo se cominciamo a dir loro che sono cretini, o in malafede, forse sarà difficile perfino cominciarlo questo cammino. Negli altri paesi europei il voto di protesta - definiamolo genericamente "anticasta" - si è rivolto sempre all'estrema destra; in Italia no, ma se fallisce il tentativo del Movimento Cinque stelle - indipendentemente da quello che possa dire Grillo - di diventare un partito vero, questo rischio rimane.
Personalmente io - che pure non ho votato per il Movimento Cinque stelle, per le ragioni che conoscete - sono grato a chi lo ha fatto. Se non avessero ottenuto questo risultato, probabilmente oggi Anna Finocchiaro e Dario Franceschini sarebbero i Presidenti delle due Camere. Intendiamoci: sarebbe stato comunque un balzo in avanti rispetto alla lugubre accoppiata Schifani-Fini, ma non avrebbe raccolto quell'entusiasmo e quell'ottimismo - perfino a volte un po' esagerato e sopra tono - che leggiamo tra ieri e oggi in rete.
E qui torno al primo punto. Almeno per quel che riguarda la necessità di promuovere una generazione nuova di persone Bersani ha colto nel segno. Tutti giustamente lodiamo il fatto che ieri abbia fatto la "mossa del cavallo", ma bisogna anche riconoscergli il fatto che queste due persone erano state convinte un paio di mesi fa a lasciare i propri incarichi per diventare rispettivamente deputata e senatore. Lo ha detto ieri Grasso: aveva lasciato la magistratura immaginando di avere un ruolo diretto rispetto alle sue competenze professionali e mai si sarebbe aspettato di fare il Presidente del Senato, comunque lui era lì, a disposizione, e questo è oggettivamente merito del Pd. Sapete, io in genere non sono tenero verso questo partito, ma credo che questo riconoscimento gli vada dato.
Adesso cominciano altre due partite altrettanto delicate: quella del governo e quella della Presidenza della Repubblica. Forse sarebbe stato meglio che questa avesse preceduto quella. Ma in fondo il 15 aprile non è poi così lontano e in questo caso c'è un vantaggio: il candidato - o la candidata - non deve essere trovata tra un numero ristretto di persone, come i deputati e i senatori. C'è ampia possibilità di scelta.
C'è un'altra cosa positiva che il Movimento Cinque stelle sta portando in politica. La loro ossessione verso gli accordi sottobanco, la loro retorica iperdemocratica - e, ora lo vediamo, anche il desiderio di controllo che il guru, che sta lontano, vuole avere sui "suoi" eletti - sta introducendo alcune novità. Vogliono fare tutti gli incontri via streaming - sarà curioso se lo faranno anche per le consultazioni al Quirinale; al di là del folklore questa trasparenza taglia le gambe - o almeno rende più difficile il lavoro - a chi invece di questi accordi ha fatto uno stile politico. E già si è visto che, al di là della irrilevanza dei numeri, la pattuglia montiana è rimasta spiazzata dal fatto che non ci sono state "trattative". Credo che su questa chiarezza di proposte il Pd - o almeno un pezzo del Pd, quello che adesso è chiamato a guidarlo - possa avere un quaalche vantaggio.
E qui arriviamo ai due punti politici emersi ieri: la capacità di Bersani di uscire dall'angolo in cui era stato messo anche da una parte del suo partito e la difficoltà del Movimento Cinque stelle di essere una forza politica determinante per la vita democratica e istituzionale del nostro paese.
Parto da questo secondo punto, che è comunque il più rilevante. Una parte dei senatori del Movimento Cinque stelle ha votato per Piero Grasso, nonostante il loro guru - anche se adesso vedo che si fa chiamare portavoce - avesse detto ai "suoi" senatori di non votare per nessuno dei candidati dei vecchi partiti. Immagino che per un senatore siciliano fosse impossibile seguire questa bizzarra indicazione di voto, non solo perché contraria alla propria coscienza, ma anche perché politicamente suicida. Gli elettori siciliani del Movimento Cinque stelle, che ovviamente i loro eletti conoscono assai meglio di Grillo, sarebbero giustamente insorti se i loro rappresentanti avessero consentito, seppur indirettamente, l'elezione di Schifani. Guardate, non c'è nulla di particolarmente originale in questa cosa: in un partito politico funziona così. C'è un rapporto costante tra rappresentati e rappresentanti, in una direzione e nell'altra. Ci vorrà qualche tempo perché lo imparino; probabilmente - a leggere le dichiarazioni di oggi - gli eletti lo impareranno più in fretta di quanto non lo farà il loro portavoce.
E qui vorrei fare un appello agli amici del Pd e ai compagni "sinistri" sparsi. In queste ore mi capita di leggere in rete giudizi sprezzanti verso Grillo e verso tutto quel Movimento. Abbassiamo i toni, per favore. Faccio questa riflessione non perché credo possa mai nascere un governo Bersani sostenuto da una parte o da tutto il Movimento Cinque stelle, ma perché è interesse anche nostro, in questa fase complicata della nostra democrazia, che tutte quelle energie che si sono mosse, seppur confusamente, intorno a Grillo, partecipino pienamente alla vita istituzionale del nostro paese. Una parte degli elettori che hanno votato per il Movimento Cinque stelle sono nostri compagni, persone di sinistra, con cui potremo fare domani un pezzo di strada insieme; certo se cominciamo a dir loro che sono cretini, o in malafede, forse sarà difficile perfino cominciarlo questo cammino. Negli altri paesi europei il voto di protesta - definiamolo genericamente "anticasta" - si è rivolto sempre all'estrema destra; in Italia no, ma se fallisce il tentativo del Movimento Cinque stelle - indipendentemente da quello che possa dire Grillo - di diventare un partito vero, questo rischio rimane.
Personalmente io - che pure non ho votato per il Movimento Cinque stelle, per le ragioni che conoscete - sono grato a chi lo ha fatto. Se non avessero ottenuto questo risultato, probabilmente oggi Anna Finocchiaro e Dario Franceschini sarebbero i Presidenti delle due Camere. Intendiamoci: sarebbe stato comunque un balzo in avanti rispetto alla lugubre accoppiata Schifani-Fini, ma non avrebbe raccolto quell'entusiasmo e quell'ottimismo - perfino a volte un po' esagerato e sopra tono - che leggiamo tra ieri e oggi in rete.
E qui torno al primo punto. Almeno per quel che riguarda la necessità di promuovere una generazione nuova di persone Bersani ha colto nel segno. Tutti giustamente lodiamo il fatto che ieri abbia fatto la "mossa del cavallo", ma bisogna anche riconoscergli il fatto che queste due persone erano state convinte un paio di mesi fa a lasciare i propri incarichi per diventare rispettivamente deputata e senatore. Lo ha detto ieri Grasso: aveva lasciato la magistratura immaginando di avere un ruolo diretto rispetto alle sue competenze professionali e mai si sarebbe aspettato di fare il Presidente del Senato, comunque lui era lì, a disposizione, e questo è oggettivamente merito del Pd. Sapete, io in genere non sono tenero verso questo partito, ma credo che questo riconoscimento gli vada dato.
Adesso cominciano altre due partite altrettanto delicate: quella del governo e quella della Presidenza della Repubblica. Forse sarebbe stato meglio che questa avesse preceduto quella. Ma in fondo il 15 aprile non è poi così lontano e in questo caso c'è un vantaggio: il candidato - o la candidata - non deve essere trovata tra un numero ristretto di persone, come i deputati e i senatori. C'è ampia possibilità di scelta.
C'è un'altra cosa positiva che il Movimento Cinque stelle sta portando in politica. La loro ossessione verso gli accordi sottobanco, la loro retorica iperdemocratica - e, ora lo vediamo, anche il desiderio di controllo che il guru, che sta lontano, vuole avere sui "suoi" eletti - sta introducendo alcune novità. Vogliono fare tutti gli incontri via streaming - sarà curioso se lo faranno anche per le consultazioni al Quirinale; al di là del folklore questa trasparenza taglia le gambe - o almeno rende più difficile il lavoro - a chi invece di questi accordi ha fatto uno stile politico. E già si è visto che, al di là della irrilevanza dei numeri, la pattuglia montiana è rimasta spiazzata dal fatto che non ci sono state "trattative". Credo che su questa chiarezza di proposte il Pd - o almeno un pezzo del Pd, quello che adesso è chiamato a guidarlo - possa avere un quaalche vantaggio.
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