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mercoledì 1 aprile 2015

Considerazioni libere (399): a proposito di sfide...

Maurizio Landini ha molti pregi, ma uno dei più importanti è la capacità di esprimersi in maniera chiara. Lo ha fatto sabato a Roma, nella bella e riuscita manifestazione della Fiom - in cui eravamo in migliaia - e lo ha fatto domenica, in un appuntamento dello Spi a Medicina - in provincia di Bologna - a cui Zaira ed io abbiamo avuto l'opportunità di partecipare. Proprio perché parla chiaro, solo un interprete fazioso e molto "disinvolto" può fargli dire cose che in queste settimane non ha mai detto. Landini non ha mai detto di volere fare un nuovo partito, l'ennesimo nuovo partito di sinistra destinato a racimolare l'1 o il 2%, né ha detto di voler fare il federatore della sinistra che c'è, come ha fatto - con un prevedibile insuccesso - Antonio Ingroia. Landini ha forse un'ambizione politica - del tutto legittima - ma adesso credo occorra stare sul merito delle cose che dice, che sono importanti.
Landini è partito, come molti di noi, da una constatazione. Al di là di quello che dice di essere, il governo renzi è il primo esecutivo che ha deciso di attuare in maniera integrale - anzi accentuandone i caratteri regressivi - il programma scritto da Confindustria. Questo governo non si propone di mediare tra interessi sociali contrapposti, ma ha semplicemente deciso di schierarsi con un unico blocco sociale, quello dei padroni. Noi chiamiamo questa cosa destra, renzi e i renziani la chiamano sinistra, ma è poco importante la disquisizione sui nomi, quello che conta sono le cose e questo governo è quello che ha abolito i punti fondanti dello Statuto dei lavoratori, cosa che non aveva fatto neppure un esecutivo dichiaratamente di destra, come quello guidato da Silvio Berlusconi. E' il governo che attua, con pedissequa puntualità, tutti i punti indicati nella lettera della Bce dell'agosto 2011, che neppure Monti - che pure era stato messo lì a quello scopo - era riuscito a completare. Infine è il governo che propone una serie di riforme istituzionali che stravolgono l'impianto della Costituzione, prevedendo un'inedita concentrazione di potere nelle mani di chi guida il governo, a scapito delle assemblee legislative, degli enti locali e degli organi di garanzia. So che ai miei amici piddini fa male sentirselo ripetere, ma si tratta, né più né meno, di quanto auspicato da Licio Gelli nel Piano di rinascita nazionale, un testo che voleva essere eversivo. 
Partendo da qui, Landini lancia delle sfide.
Sfida prima di tutto il sindacato, il suo sindacato, la Cgil. Se siamo arrivati a questo punto non possiamo dire che la colpa è tutta degli altri, che la colpa è di renzi o di Berlusconi o della "casta". In Italia non c'è stato un colpo di stato, non ci siamo ritrovati un governo così pericolo all'improvviso. C'è stata una transizione lunga che ha coinvolto il nostro paese come tutto il resto dell'Europa. In questa transizione è mancata una riflessione critica a sinistra, anzi noi di sinistra abbiamo teorizzato - e agito di conseguenza - l'adesione ai valori del liberismo, abbiamo pensato che dal governo, da raggiungere in qualunque modo, potessimo cambiare un sistema economico - che intanto diventava sempre più potente e spietato - e che invece ha cambiato noi, ci ha fagocitato.
Pensate a cosa è successo al sistema cooperativo, a come si è trasformato, a come è diventato permeabile alla criminalità, perdendo progressivamente tutti gli anticorpi. Ovviamente sapete cosa è diventato il pd, anche per colpa nostra, che pure in quel partito non ci siamo mai entrati, ma abbiamo contribuito a metterne le basi, attraverso l'ultima fase dei Ds.
E la Cgil non poteva rimanere immune da questa deriva. Troppi di noi, nei posti di lavoro, ci siamo scontrati con una Cgil che si è limitata a difendere qualche rendita di posizione, se non qualche vero e proprio privilegio, che non ha avuto la capacità di farsi interprete di bisogni nuovi. E abbiamo visto, nel paese, un sindacato incapace di difendere i "nuovi" lavoratori - le partire Iva, gli atipici, i precari - un sindacato che preferiva resistere nel proprio ridotto, mentre i diritti venivano via via erosi. Naturalmente so che la Cgil è molto altro e io sono fiero di essere iscritto a questo sindacato. Ma proprio perché credo nel valore di questo strumento, perché vedo quello che fanno ogni giorno sul territorio, penso che siamo stati deboli e adesso questa debolezza la stiamo scontando, e con gli interessi, visto che i padroni - e il governo loro complice - ci vogliono semplicemente distruggere. Landini parla di un sindacato diverso, in cui gli iscritti abbiano più ruolo, in cui i delegati possano scegliere i dirigenti e definire le scelte di fondo di quella organizzazione. Capisco che qualche collega di Landini storca il naso di fronte a queste proposte - lo ha fatto domenica Carla Cantone - ma adesso è il momento di mettersi in gioco. Perché altrimenti ne saremo travolti.
Poi Landini sfida la politica. Quando dice che il pd di renzi ha deciso di scegliere come proprio interlocutore l'altra parte, dice anche che c'è un vuoto, perché nessuno è rimasto a presidiare questa parte dello schieramento. In piazza a Roma c'erano persone che, se domani dovessero votare, non saprebbero per chi farlo. Domenica a Medicina ho incontrato vecchi compagni - che non vedevo da tempo e con cui ho condiviso splendidi anni di militanza - confessare con tristezza che si sono ritirati dalla politica: sono risorse che la sinistra non può perdere. Sempre domenica Cantone non è riuscita ad uscire dallo schema pernicioso - e per noi alla lunga mortale - del "meno peggio": ha detto in sostanza che visto che di là c'è Salvini, c'è il populismo lepenista, c'è il fascismo di Casa Pound, dobbiamo lavorare affinché il pd cambi. E' un'illusione naturalmente: il pd non cambierà, perché - al netto del malaffare che ormai permea tanta parte di quel partito - è ormai renziano nelle viscere, perché renzi non è una malattia da cui si può guarire, non è un tumore che può essere estirpato, renzi è l'evoluzione a cui ci hanno condotto questi trent'anni e non è più possibile tornare indietro.
Landini in sostanza dice: c'è un vuoto e quel vuoto dobbiamo essere capaci di riempirlo. La sfida che lancia alla politica è tutta qui, e non è un caso che in fondo, al di là di alcuni atteggiamenti un po' di maniera, pochi nella sinistra politica abbiano davvero sposato l'idea della coalizione sociale. Su questo punto sono d'accordo con Landini: la sinistra deve avere una rappresentanza politica. Ci vorrà tempo per farla nascere, ma dovrà nascere.
E qui veniamo all'ultima sfida, che in qualche modo Landini lancia a tutti noi, a chi crede in certi valori, a chi si sente, nonostante tutto, di sinistra. Non possiamo stare qui ad aspettare la prossima manifestazione, le prossime elezioni, perché intanto "loro" di là lavorano e ci tolgono sempre più spazio, ci stringono la corda intorno al collo. Intanto dobbiamo dire che ci siamo, che ci siamo accorti del loro gioco, che non ci possono più abbindolare con il trucco del "meno peggio", perché loro sono a tutti gli effetti il "peggio". Dobbiamo far crescere idee, dobbiamo contarci e raccontarci, dobbiamo manifestare anche per piccole cose, perché devono sapere che non ci arrenderemo facilmente. Devono avere paura di noi, della nostra reazione, della nostra capacità di mobilitarci, devono sapere che qualunque cosa facciano noi siamo pronti a criticarli, anche a sfotterli, a lanciare contro di loro una pernacchia, magari quando fanno la ruota e si fanno applaudire dalle loro claque organizzate e prezzolate. 
Ma al di là di questa resistenza, soprattutto dobbiamo fare in modo che le persone non si sentano sole. E' la riflessione di Landini che domenica mi ha colpito di più. Le persone si sentono sole, perché vengono lasciate sole nei loro bisogni, nelle loro povertà, nelle loro difficoltà, perché "loro" hanno bisogno che noi siamo così deboli. Uno dei sensi della coalizione sociale è proprio questo: l'impegno a non lasciare solo nessuno.
Come sapete il 30 marzo abbiamo festeggiato i cent'anni di un grande protagonista della sinistra italiana: Pietro Ingrao. Io ho cercato di ricordarlo pubblicando su questo blog parte di una sua riflessione, di un discorso che fece nel novembre del 1975 per l'apertura di una sessione della "scuola di partito" delle Frattocchie. Ingrao parlava allora di "socializzazione della politica", per dire che la politica deve entrare nelle cose, nella concretezza della vita delle persone. Forse, dopo quarant'anni, è necessario ripartire da qui, da questa idea di trasformazione radicale della società, per dare concretezza alla democrazia.

giovedì 19 marzo 2015

Considerazioni libere (398): a proposito della ricostruizione della sinistra...

So che dell'argomento ho appena scritto, ma francamente mi sembra la novità più rilevante da molto tempo nel campo travagliato della sinistra italiana. Io sostengo la proposta di Maurizio Landini e della Fiom di costituire quella che ormai abbiamo cominciato a chiamare coalizione sociale, parteciperò alla manifestazione di sabato 28 marzo a Roma e farò, nel mio piccolissimo, quello che posso per sostenere questa proposta politica, cercando di valorizzarne il carattere di originalità, sperando che non diventi l'ennesimo esperimento concluso male, l'ennesima occasione di rimpianti e recriminazioni.
Come ho scritto, credo che ci troviamo di fronte ad un'emergenza democratica e sociale: la risposta deve essere di conseguenza. I lavoratori sono sotto attacco, in un modo e con una violenza a cui non eravamo abituati; a questa situazione dobbiamo reagire, con la politica, in forme inedite, perché l'attacco è inedito, e radicali e rivoluzionarie - non spaventatevi di questa parola - perché l'attacco che stiamo subendo è di carattere eversivo.
Come sapete, sono politicamente un residuato del secolo scorso e di fronte a una proposta nata in questa modo, con queste caratteristiche, mi rimangono parecchi dubbi sul metodo. C'è in particolare questa accentuazione sul nome di Maurizio Landini che fatico ad accettare, perché per me un progetto politico deve partire dalle idee e dai valori, da un gruppo dirigente diffuso, da un radicamento ampio sul territorio, prima che da un leader, per quanto capace e carismatico, come si sta dimostrando in questa fase il segretario della Fiom. Che ci piaccia o no - a me non piace ovviamente - la nostra società è dominata dai media e quindi, nonostante tutti i nostri dubbi, tutti i nostri distinguo intellettualoidi, in Italia abbiamo bisogno di una persona come Alexis Tsipras, come Pablo Iglesias, abbiamo bisogno di un leader nuovo, che abbia un'impronta popolare e che sia capace di stare in televisione in maniera efficace. Landini ha queste caratteristiche e in più rispetto a quei due leader ha un legame forte - più forte del loro - con il mondo del lavoro salariato, con la fabbrica. Come ho scritto più volte, uno dei risultati più evidenti di questi decenni di incontrastato dominio dell'ideologia ultraliberista è stato la distruzione dei corpi intermedi, trasformando la politica in un rapporto diretto tra leader e popolo. Non abbiamo tempo di costruire adesso dei nuovi corpi intermedi; è una cosa che dovremmo fare - assolutamente - ma adesso siamo in guerra e dobbiamo combattere, con le armi che ci hanno messo a disposizione, anche se non siamo stati abituati ad usarle.
Certo nessuno può mettere in dubbio che Landini sia di sinistra e che la coalizione sociale nasca robustamente a sinistra - altrimenti molti di noi non sarebbero qui - eppure deve essere capace di parlare anche ad un mondo in cui questa identificazione identitaria non ha alcun senso. Anche questo può non piacerci - a me non piace - ma c'è una generazione a cui non importa nulla di sapere se sei di destra o di sinistra, anche perché nella sua vita non ha mai potuto apprezzare - nei comportamenti e nell'azione politica - una distinzione reale tra queste due categorie. Se vogliamo recuperare una parte del voto che in questi anni ha trovato casa nel Movimento Cinque stelle e soprattutto parlare a una parte significativa di chi si è naturalmente astenuto, non serve sventolare un drappo rosso - che scalda i nostri cuori, ma non i loro - ma bisogna saper usare un linguaggio diverso, in cui deve trovare spazio anche una qualche forma di populismo. Molti di noi non ne sono capaci - non ci hanno insegnato così - ma Landini mi pare lo sia. E quindi va bene così.
Un'altra cosa su cui non dovremmo perdere tempo - mentre vedo che ne perdiamo parecchio nei nostri dibattiti, spesso futili, per quanto interessanti - è la distinzione e la contrapposizione tra coalizione sociale e soggetto politico. La cosa importante adesso è aggregare le persone che lavorano nella società su alcuni temi, come ha ricordato in questi giorni Stefano Rodotà:
tutela dei diritti sociali, partecipazione, riconoscimento dei nuovi diritti civili, considerazione dei beni in relazione alla loro essenzialità per la soddisfazione di bisogni sociali e culturali, rafforzamento dei legami sociali attraverso la pratica della solidarietà, necessità di agire nella dimensione sovranazionale e internazionale in maniera coerente con queste indicazioni.
E naturalmente il grande tema del lavoro - e dei lavori - su cui il sindacato sta già svolgendo un'azione importante. Ed è abbastanza naturale che la nostra azione sia partita da lì, anche perché è proprio contro il lavoro - privato e pubblico - che l'azione del governo è più violenta ed eversiva, in particolare nel rapporto tra democrazia e lavoro, come è stato sancito in maniera altissima dall'art. 1 della Costituzione.
Torno sul punto che ritengo fondamentale, anche perché vorrei rispondere alle compagne e ai compagni che hanno ancora dubbi, che non vogliono fare un ulteriore passo verso la coalizione sociale, che trovano più motivi per ritrarsi e dissentire che per unirsi alla lotta. Ci sono parole - sinistra, socialismo, comunismo - che non parlano più alle persone, che non dicono nulla, che lasciano - quando va bene - indifferenti, ci sono strumenti, come i partiti e i sindacati, su cui non c'è più alcuna fiducia e che anzi vengono genericamente indicati, senza alcuna distinzione, tra i responsabili della crisi. Per molti di noi queste parole hanno un significato, questi strumenti devono continuare ad esistere, però dobbiamo accettare che per tanti non è così. Quindi smettiamo di parlare di sinistra, della sinistra che c'era, di quella che dovrebbe esserci, di quella che ciascuno di noi legittimamente vorrebbe e sogna, e partiamo dalla concretezza dei temi, dalle cose da fare e dalle persone, in carne ed ossa, che le fanno. Troveremo molte persone che nel nostro paese, nelle zone più difficili, nelle periferie - come le chiama il papa - reali e metaforiche, fanno delle cose. Per gli altri. Non sappiamo questi se votano e come votano. E' qualcosa di cui dovremo occuparci dopo, senza farci prendere dalla fretta, senza voler per forza cercare di essere pronti per questa o quella prova elettorale. Adesso non è la cosa più importante.
Adesso la cosa importante è ricostruire l'alfabeto primario della sinistra, proprio a partire dalle cose, riconoscere che aiutare una persona, in qualsiasi modo lo si faccia, è un gesto di sinistra; che lottare per affermare un diritto, negato o non riconosciuto, è un gesto di sinistra; che difendere un bene comune, che qualcuno vuole sottrarre alla collettività, è un gesto di sinistra; che fare una battaglia contro la mercificazione del lavoro, per ridare dignità al lavoro, è un gesto di sinistra. Bisogna ricostruire questo lessico, a partire dai concetti di solidarietà, di giustizia, di etica del lavoro, di legalità, di responsabilità civica. E dobbiamo ricordarci che questi trent'anni hanno pesato in maniera drammatica non tanto sulla politica quanto su questa dimensione che vorrei dire pre-politica, che è stata come annientata, in nomi di valori del tutto opposti.
Spero che la Cgil, la maggioranza della Cgil, che i rappresentanti di quei partiti che in qualche modo presidiano quest'area, se ne rendano conto, partecipando a questo lavoro di base, di educazione ai valori; altrimenti saremo travolti. Tutti. Dovremo farlo, senza fretta, ma con determinazione, partendo dalle energie che ci sono: questo per me è il senso autentico della coalizione sociale. Per questo il progetto non è in conflitto con il sindacato, ma anzi lo aiuta e ne rafforza l'azione; ad esempio allo stato attuale, con questo livello di consapevolezza politica e sociale, il referendum per abrogare il jobs act sarebbe destinato alla sconfitta. Per questo il progetto non è in conflitto con la politica, ma ne costituisce un elemento vivificante.
Prima di tutto ridiamo dignità ai nostri valori, ridiamo senso alle parole. Anche guardandoci negli occhi, in piazza e nei luoghi di lavoro, e imparando a riconoscerci.

giovedì 12 marzo 2015

Considerazioni libere (397): a proposito di coalizione sociale...

Quello che sta succedendo in questi giorni nel nostro paese rende sempre più necessaria e urgente la creazione, tra noi di sinistra, di una coalizione sociale, ampia e resistente. Uso questo aggettivo non a caso, perché credo occorra trovare tra di noi uno spirito di collaborazione tra diversi, che fino ad ora è evidentemente mancato e ci ha resi deboli, in balia di una forza che, diventata egemone culturalmente prima che politicamente, ci sta lentamente fagocitando.
Il partito di governo è sempre più forte e sempre più arrogante. In questo momento non esiste alcuna alternativa politica possibile al blocco di potere che si è aggregato intorno al pd renziano. I piccoli partiti della sinistra radicale, oltre a essere divisi da suggestioni ideologiche a questo punto incomprensibili - che spesso nascondono antipatie personali e rancori, ancora più incomprensibili - sono in alcuni casi tentati dal rapporto con il monolite renziano, nell'illusione, per loro mortale, di riuscire a spostarne il baricentro politico, che rimane invece ormai saldamente ancorato a destra. Mi dispiace doverlo dire ancora una volta, ma la parabola di Vendola è ormai finita, visto anche che è al termine la sua esperienza amministrativa, che ha avuto qualche luce, ma troppe ombre.
A destra l'unica prospettiva possibile - e l'unica che viene mantenuta in vita dal sistema dei media, finanziati da quegli stessi poteri che finanziano il pd - è quella della Lega, a cui presto o tardi si unirà anche quel che rimane del populismo berlusconiano. Renzi ha interesse ad avere come unico interlocutore ed avversario una destra impresentabile e credo lo vedremo presto alle elezioni regionali in Veneto: la radicalizzazione lepenista della Lega, il suo abbraccio con i cascami del fascismo italiano, l'uscita di amministratori moderati di centrodestra come Tosi, favoriscono il pd anche in quella regione finora ostile, perfino con una candidata impresentabile come Alessandra Moretti.
Poi c'è Grillo, la cui forza politica, per quanto non irrilevante, rimane ai margini, finendo comunque per costituire un puntello per l'egemonia renziana. Se le alternative sono Salvini o Grillo, Renzi diviene un candidato accettabile perfino per un pezzo - grande, troppo grande - della sinistra. In questo è evidente la forza del pd di Renzi, non tanto nella capacità di attrarre una parte di ceto politico - Migliore e la Giannini sono le maschere farsesche di quel trasformismo che è così tipico nel nostro paese.
Non illudiamoci poi che nasca una qualche resistenza dentro al pd: al di là di qualche dichiarazione, forse di qualche uscita che avverrà nei prossimi mesi, non è da lì che rinascerà un barlume di sinistra in Italia. Anche perché il pd è figlio - per quanto degenere e degenerato - dei Ds, è figlio nostro, della nostra incapacità di elaborare una risposta politica di sinistra all'affermazione sfrontata e violenta dell'ideologia ultraliberista. Noi, con le nostre "terze vie", con i nostri ragionamenti capziosi sul riformismo, con la nostra incessante ricerca del centro, e soprattutto con una pratica di governo, nazionale e locale, che non ha dato un segno forte, ma ha semplicemente scimmiottato le politiche di destra, siamo i responsabili della nascita di Renzi. E quindi suonano un po' patetiche - al di là della simpatia personale che io continuo ad avere per l'uomo - certe riflessioni di Bersani. Noi - e non Renzi - siamo quelli che abbiamo finanziato le scuole paritarie, che abbiamo introdotto una miriade di contratti atipici, che abbiamo privatizzato tanti beni pubblici e la lista potrebbe continuare; mi fermo per carità di patria. Scusate, ci siamo sbagliati. Adesso proviamo a ripartire, anche forti di quegli errori.
Il segno della forza di questo disegno egemonico - di cui Renzi è soltanto la punta dell'iceberg, la faccia presentabile e manovrabile, da spendere in campagna elettorale - è in due provvedimenti con cui il governo in questi giorni - e significativamente uno dopo l'altro, uno insieme all'altro - ha voluto rendere evidente il proprio disegno "riformatore", come lo chiamano loro: la pesante modifica dello Statuto dei lavoratori, con la cancellazione dell'art. 18 e l'introduzione del demansionamento, e la riforma costituzionale - peraltro votata dalla sola maggioranza - con l'abolizione del senato, lo spostamento del potere sull'esecutivo e la riscrittura di quasi tutta la seconda parte della Costituzione. Questi due provvedimenti, anche nel loro carattere simbolico, svelano il carattere autoritario e di destra di questa maggioranza, a cui si accompagna una retorica genericamente rivolta alla coesione sociale, tesa a impedire il conflitto, a presentare la lotta sociale come un male in sé.
E non a caso adesso il nuovo bersaglio di questa forza egemonica, dopo aver annientato il maggior partito del centrosinistra, è la Cgil, ossia l'ultimo corpo sociale intermedio rimasto nel paese. Per un potere autoritario e populista i corpi intermedi sono un intralcio, perché ha bisogno di entrare in una relazione emozionale con il popolo, senza passaggi intermedi. E quando non funziona l'incantesimo ci si può sempre rivolgere ai cacicchi di turno, ai vari De Luca sparsi per la provincia italiana, ai sempiterni gestori di clientele. Lo so che la Cgil ha delle responsabilità per quello che è successo, sono parte delle responsabilità di cui parlavo prima, quelle che abbiamo anche noi, però non possiamo fare l'errore di accodarci a quelli che sputano su questo sindacato - sugli altri due sputiamo pure, non meritano di più - ne abbiamo bisogno adesso e ne avremo bisogno dopo. Senza la Cgil, pur con tutti i suoi limiti - e magari un po' meglio di quella con cui ci confrontiamo adesso, un po' più consapevole del suo ruolo politico e sociale in questa fase di emergenza, un po' meno attenta a certi equilibri politici e più attenta ai bisogni degli ultimi della società, un po' più di lotta e un po' meno di governo, come si diceva con un antico slogan - non nascerà la coalizione sociale.
Questo governo ha chiaramente scelto da che parte stare, senza infingimenti: dalla parte di Confindustria, dei padroni, delle rendite, di cui ha sposato il programma, in parte andando perfino oltre i loro desiderata - un po' come successe negli anni Venti con  il fascismo - e garantendo a queste forze tutti i vantaggi legati alle privatizzazioni e alle liberalizzazioni. Perché purtroppo il capitalismo italiano non è solo feroce ed avido, come quello degli altri paesi, è anche disonesto, arruffone, sempre pronto a legarsi alla criminalità. E adesso è vincente, e senza freni.
Spero di aver chiarito che si tratta di una situazione di emergenza, un'emergenza a un tempo democratica e sociale, a cui dobbiamo rispondere in maniera decisa, con risposte di emergenza. Prima di tutto rinunciando alle primogeniture, agli esami dei quarti di nobiltà di sinistra dei nostri interlocutori. Se hai fame, prima di chiederti di partecipare alla coalizione sociale, dovrei provare a offrirti un pasto, se sei malato, prima di chiederti di votare per la sinistra, dovrei provare a curarti. Noi non abbiamo ancora le pezze al culo come la Grecia - anche perché nelle regioni più povere del Mezzogiorno la criminalità organizzata sostituisce lo stato nella gestione del welfare - ma ci arriveremo e, se ci arriveremo avendo già l'idea di costruire una rete solidale di mense, di ambulatori, di servizi di aiuto per i bambini, per gli anziani soli, per i più deboli, la rinascita di una sinistra sociale sarà un po' meno difficile. E partirà da lì o non ripartirà.
Visto che loro ci attaccano sui fondamentali, ossia su democrazia e lavoro, noi dobbiamo resistere su questi stessi fondamentali, riscoprendo i valori fondanti di una sinistra che deve essere critica in maniera spietata degli attuali rapporti sociali e deve avere l'ambizione rivoluzionaria di trasformarli. In maniera radicale e non violenta.
Un compagno ha richiamato giustamente un pensiero di Antonio Gramsci che faccio mio:
Mi sono convinto che anche quando tutto è perduto, bisogna mettersi tranquillamente all'opera ricominciando dall'inizio.
Adesso tutto è perduto e noi non siamo tranquilli, siamo esasperati, siamo arrabbiati - e dobbiamo continuare ad esserlo - e per questo dobbiamo ricominciare dall'inizio, da una coalizione sociale che affondi nel territorio, avendo come valori la Costituzione, il lavoro, l'uguaglianza, la solidarietà.