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domenica 25 ottobre 2015

Considerazioni libere (406): a proposito di un anno che è passato invano...

Il 25 ottobre dell'anno scorso abbiamo riempito le strade di Roma. E' stata una bellissima manifestazione: c'eravamo, in tanti, in tantissimi, c'era la Cgil, tutta la Cgil, c'erano le nostre bandiere, c'era l'orgoglio della sinistra italiana e c'era la voglia di costruire un'opposizione, costruttiva, consapevole, entusiasta. Io sono uno di quelli che, grazie a quella manifestazione, è tornato in piazza, dopo tanti anni in cui non mi sentivo più a casa in una piazza. E come me erano tanti, ci siamo ritrovati, provenendo ciascuno da una strada diversa. Pensavamo di esserci ritrovati, finalmente, di aver ripreso un cammino insieme, che per troppo tempo avevamo interrotto. E' passato un anno, ma l'opposizione non è nata, né da quella piazza né da altre parti.
In un anno qualcosa in Europa è successo. Un anno fa non avremmo realisticamente creduto che la sinistra radicale avrebbe vinto le elezioni in Grecia - due volte - che due donne di sinistra sarebbero diventate sindaco di Madrid e di Barcellona, che uno come Jeremy Corbyn sarebbe diventato il leader del Labour, che i partiti della sinistra, uniti dopo quarant'anni, sarebbero stati in grado di offrire un governo diverso al Portogallo, un governo che non è ancora nato perché c'è stato un colpo di stato orchestrato dal presidente della Repubblica di quel paese (evidentemente Napolitano ha fatto scuola nella peggior destra europea).
In Italia non abbiamo neppure cominciato o, quando lo abbiamo fatto, con troppa timidezza. Leggo che tra le forze - per usare un eufemismo - che stanno a sinistra del pd si sta ragionando di dar vita a un soggetto comune, almeno a una sorta di coordinamento parlamentare, ma pare che la discussione sia tutta incentrata - e forse arenata - sull'opportunità o meno di fare delle alleanze locali con il pd nelle prossime elezioni amministrative di primavera. Con tutto il rispetto per le amministrazioni di quelle città, non possiamo pensare che la sinistra possa rinascere così, in un dibattito che coinvolge - quando va bene - soltanto un po' di ceto politico. Di fronte a una crisi che coinvolge la sinistra europea da almeno vent'anni e che riguarda temi fondanti, come l'identità, i valori, l'idea stessa di socialismo, non possiamo perdere tempo su un pugno di assessorati tra Milano, Bologna e Napoli. La nostra agenda, almeno per qualche anno, non può essere dettata dalle scadenze elettorali. Per noi l'unico appuntamento fondamentale nel 2016 dovrà essere il referendum sulla riforma costituzionale Gelli-Napolitano, a cui dovremo rispondere convintamente NO, convincendo la maggioranza degli italiani a bocciare questo vero e proprio attentato alla Costituzione. Per il resto dovremo occuparci di altre questioni, a partire dalla critica radicale al modello economico e politico in cui viviamo, in una prospettiva che io credo debba essere autenticamente rivoluzionaria.
Io sono uno di quelli che - forse ingenuamente - ha sperato che la Cgil saltasse il fosso, decidesse di diventare opposizione a questo governo, a questo regime. Evidentemente c'è una discussione all'interno dell'organizzazione, qualcuno pensa che sia possibile, qualcuno ha anche provato a mettere in fila alcune idee, alcune proposte, in un percorso che avrebbe coinvolto necessariamente lo stesso modo di essere sindacato, ma la maggioranza della Cgil pensa ad altro. Ha pensato ad altro nel corso di tutto questo anno, che abbiamo sostanzialmente perso, ha pensato che la cosiddetta minoranza pd avrebbe avuto il coraggio e ha investito su di loro in un'attesa che ormai rischia di essere vana e inconcludente come quella di Godot. Forse non manca intelligenza in qualcuno di quelli della minoranza - partire da Bersani - ma certamente fa loro difetto il coraggio, e un anno fa era già evidentissimo, dal modo in cui si erano ripetutamente piegati a una serie di atti incostituzionali portati avanti dalle maggiori cariche istituzionali del paese. Da uno come Bersani, che ha accettato, senza fiatare, tutto quello che lui stesso ha subito, quando gli fu impedito di presentarsi alle camere, pur avendo vinto le elezioni, non possiamo adesso sperare nulla. Anche perché loro hanno ormai fatto una scelta di campo e purtroppo non a sinistra, hanno scelto l'altra parte, hanno scelto il liberismo, hanno scelto i padroni, è una scelta legittima, ma non può essere la nostra. E spero non sia neppure quella della Cgil, che però non riesce ad affrancarsi da questa zavorra.
Personalmente in questo anno ho smesso di credere che la Cgil possa essere il motore di questo nuovo inizio. Con tanti compagni della Cgil certamente faremo quel cammino, certamente sosterremo battaglie importanti che il sindacato condurrà, a partire da quella per abolire la controriforma dello Statuto dei lavoratori, ma dobbiamo cominciare un percorso dal basso che purtroppo prescinde dalla Cgil che rischierebbe a questo punto di essere soltanto un elemento di freno.
Evidentemente sarà un percorso diverso da quello fatto dagli inglesi non solo perché non esiste un Corbyn italiano, ma soprattutto perché il pd ormai non è più scalabile, è in mano a renzi e ai suoi complici e con loro morirà. Né possiamo sperare, come è successo in Spagna e in Portogallo, in un'alleanza tra la sinistra radicale e quella moderata. In Italia, proprio perché la sinistra moderata non esiste più, anche il senso della definizione di sinistra radicale ha perso di senso. Personalmente continuo a pensare che per l'Italia l'unico modo di ricostruire la sinistra sia quello di ripartire da zero, da qualcosa di simile alle società di mutuo soccorso, alle leghe dei lavoratori, ovviamente alla luce di come il mondo è cambiato in questo secolo. Nella solidarietà tra gli ultimi, tra gli oppressi, tra i vinti della storia, rinascerà una storia diversa. Qualcuno di noi che era in piazza il 25 ottobre di un anno fa non avrà la fortuna di vedere questa storia nuova, ma non per questo bisogna smettere di lottare.

mercoledì 1 aprile 2015

Considerazioni libere (399): a proposito di sfide...

Maurizio Landini ha molti pregi, ma uno dei più importanti è la capacità di esprimersi in maniera chiara. Lo ha fatto sabato a Roma, nella bella e riuscita manifestazione della Fiom - in cui eravamo in migliaia - e lo ha fatto domenica, in un appuntamento dello Spi a Medicina - in provincia di Bologna - a cui Zaira ed io abbiamo avuto l'opportunità di partecipare. Proprio perché parla chiaro, solo un interprete fazioso e molto "disinvolto" può fargli dire cose che in queste settimane non ha mai detto. Landini non ha mai detto di volere fare un nuovo partito, l'ennesimo nuovo partito di sinistra destinato a racimolare l'1 o il 2%, né ha detto di voler fare il federatore della sinistra che c'è, come ha fatto - con un prevedibile insuccesso - Antonio Ingroia. Landini ha forse un'ambizione politica - del tutto legittima - ma adesso credo occorra stare sul merito delle cose che dice, che sono importanti.
Landini è partito, come molti di noi, da una constatazione. Al di là di quello che dice di essere, il governo renzi è il primo esecutivo che ha deciso di attuare in maniera integrale - anzi accentuandone i caratteri regressivi - il programma scritto da Confindustria. Questo governo non si propone di mediare tra interessi sociali contrapposti, ma ha semplicemente deciso di schierarsi con un unico blocco sociale, quello dei padroni. Noi chiamiamo questa cosa destra, renzi e i renziani la chiamano sinistra, ma è poco importante la disquisizione sui nomi, quello che conta sono le cose e questo governo è quello che ha abolito i punti fondanti dello Statuto dei lavoratori, cosa che non aveva fatto neppure un esecutivo dichiaratamente di destra, come quello guidato da Silvio Berlusconi. E' il governo che attua, con pedissequa puntualità, tutti i punti indicati nella lettera della Bce dell'agosto 2011, che neppure Monti - che pure era stato messo lì a quello scopo - era riuscito a completare. Infine è il governo che propone una serie di riforme istituzionali che stravolgono l'impianto della Costituzione, prevedendo un'inedita concentrazione di potere nelle mani di chi guida il governo, a scapito delle assemblee legislative, degli enti locali e degli organi di garanzia. So che ai miei amici piddini fa male sentirselo ripetere, ma si tratta, né più né meno, di quanto auspicato da Licio Gelli nel Piano di rinascita nazionale, un testo che voleva essere eversivo. 
Partendo da qui, Landini lancia delle sfide.
Sfida prima di tutto il sindacato, il suo sindacato, la Cgil. Se siamo arrivati a questo punto non possiamo dire che la colpa è tutta degli altri, che la colpa è di renzi o di Berlusconi o della "casta". In Italia non c'è stato un colpo di stato, non ci siamo ritrovati un governo così pericolo all'improvviso. C'è stata una transizione lunga che ha coinvolto il nostro paese come tutto il resto dell'Europa. In questa transizione è mancata una riflessione critica a sinistra, anzi noi di sinistra abbiamo teorizzato - e agito di conseguenza - l'adesione ai valori del liberismo, abbiamo pensato che dal governo, da raggiungere in qualunque modo, potessimo cambiare un sistema economico - che intanto diventava sempre più potente e spietato - e che invece ha cambiato noi, ci ha fagocitato.
Pensate a cosa è successo al sistema cooperativo, a come si è trasformato, a come è diventato permeabile alla criminalità, perdendo progressivamente tutti gli anticorpi. Ovviamente sapete cosa è diventato il pd, anche per colpa nostra, che pure in quel partito non ci siamo mai entrati, ma abbiamo contribuito a metterne le basi, attraverso l'ultima fase dei Ds.
E la Cgil non poteva rimanere immune da questa deriva. Troppi di noi, nei posti di lavoro, ci siamo scontrati con una Cgil che si è limitata a difendere qualche rendita di posizione, se non qualche vero e proprio privilegio, che non ha avuto la capacità di farsi interprete di bisogni nuovi. E abbiamo visto, nel paese, un sindacato incapace di difendere i "nuovi" lavoratori - le partire Iva, gli atipici, i precari - un sindacato che preferiva resistere nel proprio ridotto, mentre i diritti venivano via via erosi. Naturalmente so che la Cgil è molto altro e io sono fiero di essere iscritto a questo sindacato. Ma proprio perché credo nel valore di questo strumento, perché vedo quello che fanno ogni giorno sul territorio, penso che siamo stati deboli e adesso questa debolezza la stiamo scontando, e con gli interessi, visto che i padroni - e il governo loro complice - ci vogliono semplicemente distruggere. Landini parla di un sindacato diverso, in cui gli iscritti abbiano più ruolo, in cui i delegati possano scegliere i dirigenti e definire le scelte di fondo di quella organizzazione. Capisco che qualche collega di Landini storca il naso di fronte a queste proposte - lo ha fatto domenica Carla Cantone - ma adesso è il momento di mettersi in gioco. Perché altrimenti ne saremo travolti.
Poi Landini sfida la politica. Quando dice che il pd di renzi ha deciso di scegliere come proprio interlocutore l'altra parte, dice anche che c'è un vuoto, perché nessuno è rimasto a presidiare questa parte dello schieramento. In piazza a Roma c'erano persone che, se domani dovessero votare, non saprebbero per chi farlo. Domenica a Medicina ho incontrato vecchi compagni - che non vedevo da tempo e con cui ho condiviso splendidi anni di militanza - confessare con tristezza che si sono ritirati dalla politica: sono risorse che la sinistra non può perdere. Sempre domenica Cantone non è riuscita ad uscire dallo schema pernicioso - e per noi alla lunga mortale - del "meno peggio": ha detto in sostanza che visto che di là c'è Salvini, c'è il populismo lepenista, c'è il fascismo di Casa Pound, dobbiamo lavorare affinché il pd cambi. E' un'illusione naturalmente: il pd non cambierà, perché - al netto del malaffare che ormai permea tanta parte di quel partito - è ormai renziano nelle viscere, perché renzi non è una malattia da cui si può guarire, non è un tumore che può essere estirpato, renzi è l'evoluzione a cui ci hanno condotto questi trent'anni e non è più possibile tornare indietro.
Landini in sostanza dice: c'è un vuoto e quel vuoto dobbiamo essere capaci di riempirlo. La sfida che lancia alla politica è tutta qui, e non è un caso che in fondo, al di là di alcuni atteggiamenti un po' di maniera, pochi nella sinistra politica abbiano davvero sposato l'idea della coalizione sociale. Su questo punto sono d'accordo con Landini: la sinistra deve avere una rappresentanza politica. Ci vorrà tempo per farla nascere, ma dovrà nascere.
E qui veniamo all'ultima sfida, che in qualche modo Landini lancia a tutti noi, a chi crede in certi valori, a chi si sente, nonostante tutto, di sinistra. Non possiamo stare qui ad aspettare la prossima manifestazione, le prossime elezioni, perché intanto "loro" di là lavorano e ci tolgono sempre più spazio, ci stringono la corda intorno al collo. Intanto dobbiamo dire che ci siamo, che ci siamo accorti del loro gioco, che non ci possono più abbindolare con il trucco del "meno peggio", perché loro sono a tutti gli effetti il "peggio". Dobbiamo far crescere idee, dobbiamo contarci e raccontarci, dobbiamo manifestare anche per piccole cose, perché devono sapere che non ci arrenderemo facilmente. Devono avere paura di noi, della nostra reazione, della nostra capacità di mobilitarci, devono sapere che qualunque cosa facciano noi siamo pronti a criticarli, anche a sfotterli, a lanciare contro di loro una pernacchia, magari quando fanno la ruota e si fanno applaudire dalle loro claque organizzate e prezzolate. 
Ma al di là di questa resistenza, soprattutto dobbiamo fare in modo che le persone non si sentano sole. E' la riflessione di Landini che domenica mi ha colpito di più. Le persone si sentono sole, perché vengono lasciate sole nei loro bisogni, nelle loro povertà, nelle loro difficoltà, perché "loro" hanno bisogno che noi siamo così deboli. Uno dei sensi della coalizione sociale è proprio questo: l'impegno a non lasciare solo nessuno.
Come sapete il 30 marzo abbiamo festeggiato i cent'anni di un grande protagonista della sinistra italiana: Pietro Ingrao. Io ho cercato di ricordarlo pubblicando su questo blog parte di una sua riflessione, di un discorso che fece nel novembre del 1975 per l'apertura di una sessione della "scuola di partito" delle Frattocchie. Ingrao parlava allora di "socializzazione della politica", per dire che la politica deve entrare nelle cose, nella concretezza della vita delle persone. Forse, dopo quarant'anni, è necessario ripartire da qui, da questa idea di trasformazione radicale della società, per dare concretezza alla democrazia.

domenica 26 ottobre 2014

Considerazioni libere (392): a proposito di una grande manifestazione...

E' stato bello essere in piazza ieri. Come lo era stato il 23 marzo 2002.
Per chi - come me - ha avuto l'opportunità di partecipare a entrambe queste manifestazioni - le più grandi della sinistra in Italia dopo il funerale di Enrico Berlinguer - credo sia inevitabile cercare le analogie e le differenze.
Le prime sono molte ed evidenti. Entrambe sono state scatenate dalla proposta del governo - Berlusconi ieri e Renzi oggi - di abolire l'art. 18 dello Statuto dei lavoratori.
Tutte e due sono state numericamente imponenti e molto gioiose. Ovviamente eravamo di più in quella bella giornata di primavera del 2002, ma francamente credo che i numeri debbano essere letti anche nel contesto della situazione e quindi penso che in proporzione questa ultima manifestazione abbia rappresentato un successo ancora più grande. Dodici anni sono tanti, hanno cambiato nel profondo questo paese; soprattutto in questi dodici anni abbiamo assistito - quasi sempre impotenti, alcune volte purtroppo complici - alla delegittimazione delle forme di partecipazione democratica. E' calata la partecipazione al voto, sono di fatto spariti i partiti politici, hanno ristretto gli ambiti della democrazia, hanno costantemente attaccato il sindacato, presentandolo come una delle "caste" che ha danneggiato il paese. In questo clima riuscire a portare tantissime persone a Roma non è stato semplice e dobbiamo ringraziare il gruppo dirigente della Cgil per aver accettato questa sfida.
Ho avuto l'impressione anche che, nonostante tutto, la piazza fosse più gioiosa. In quella manifestazione ad esempio c'erano i toni lividi dell'antiberlusconismo, peraltro aizzati dallo stesso Berlusconi, c'era una cattiveria che ieri non visto. In questa piazza erano più i toni allegri, come quando ci si ritrova dopo uno scampato pericolo.
La grande manifestazione del 2002 - come certo ricorderete - ebbe un risultato politico immediato. Il governo ritirò sommessamente la proposta di abolire l'art. 18 e questo tema non è più stato nell'agenda politica italiana, almeno fino a quando il nostro paese non è stato commissariato dalla Troika e la riforma dello Statuto dei lavoratori è stata una delle condizioni imposte dalle autorità monetarie sovranazionali che, dall'autunno del 2011, governano di fatto il nostro paese, attraverso i loro prestanome al Quirinale e a Palazzo Chigi. E' stato anche per merito di quella manifestazione lontana se il governo Monti non ha avuto il coraggio di abolire del tutto l'art. 18, cosa che adesso è richiesta all'esecutivo guidato da Renzi.
Vista da un altro punto di vista e analizzando le vicende della sinistra italiana con un maggior respiro temporale, quella piazza ha rappresentato un insuccesso. Con quella grande manifestazione Cofferati dimostrò che era possibile una sinistra diversa da quella che stavamo costruendo, sempre più vicina al modello della cosiddetta "terza via", sempre più simile al Labour di Tony Blair, in sostanza sempre meno sinistra e sempre più piegata ai valori del liberismo e del capitalismo. Quella manifestazione fu rappresentata da una parte del gruppo dirigente dei Ds come il tentativo di Cofferati di "scalare" il partito, come il segno della sua ambizione politica - e non escludo che questa ambizione ci fu. Tanto che negli anni successivi ci fu un lavoro sistematico per depotenziare l'ex-segretario della Cgil fino ad arrivare al forzato "esilio" bolognese; e peraltro Cofferati non ebbe mai il coraggio di rompere questo assedio, accettò la candidatura a Bologna e poi si rifugiò a Bruxelles.
Ma al di là di queste vicende personali - che comunque servono a capire cosa è successo - tutte le scelte successive sono state fatte per "smontare" il potenziale di quella piazza. Cominciammo a virare sempre più destra, fino a quando la nave non è andata fuori controllo. Siamo stati sconfitti perché allora non scegliemmo il potenziale che c'era in quella piazza e preferimmo invece il dialogo con il mondo delle imprese e delle banche. Nella scelta che facemmo allora di far finta che quella manifestazione non ci fosse stata, perché "vecchia", perché non in linea con la modernità, ci sono le ragioni che ci hanno portato al suicidio della sinistra, alla nascita del Pd e infine alla degenerazione rappresentata da Renzi.
Veniamo adesso alla piazza di ieri. Certamente il fatto di essere andati in piazza e di essere stati così tanti non comporterà nessun effetto immediato. Chi ci governa - chi ci governa veramente - non si spaventerà per questa manifestazione e finalmente abolirà l'art. 18. Anzi probabilmente avranno una maggiore soddisfazione, perché - nel loro sadismo - sentiranno di incidere sulla carne viva del paese e non avranno la sensazione di fare un intervento necroscopico. Hanno bisogno di togliere l'art. 18, perché hanno bisogno di avere le mani libere, perché hanno bisogno di licenziare, come dimostra la vicenda delle acciaierie di Terni. Quindi non illudiamoci, il nostro viaggio a Roma non avrà un effetto immediato, almeno non quello da noi sperato. Sarà ininfluente nella decisione della minoranza Pd che voterà comunque la fiducia e non distoglierà un partito come Sel a continuare a fiancheggiare i renziani nelle elezioni locali. Sono lontani gli anni in cui in Italia c'era un governo eletto che - perfino quando era di destra - doveva fare i conti con gli elettori. A chi ci governa adesso, visto che nessuno li ha eletti, non importa nulla di cosa dice la piazza. In questo è stato un insuccesso. Ma lo sapevamo, temo.
Non credo invece sia stato un insuccesso per le prospettive che questa manifestazione disegna. Ieri ho visto in piazza tantissime persone che avevano bisogno di esserci, di trovarsi, di riconoscersi. In tantissimi ci siamo persi, ognuno dietro alle sue idee, qualcuno è perfino rimasto ostinatamente nel Pd, in molti è prevalsa l'idea di lasciare andare. Anche perché non avevamo più un "posto" in cui stare tutti.
Nonostante la retorica inclusiva di Renzi e dei renziadi, la Leopolda è un luogo che esclude: o con me o contro di me. La Leopolda è il luogo dove si ritrovano questi nuovi teorici del potere per il potere, purtroppo spesso molto giovani, che vivono la politica unicamente per il potere che ne possono ricavare. E quindi contano poco i valori e la storia, conta nulla il definirsi di destra o di sinistra, conta l'attualità, conta l'essere lì. Mi rendo conto che questa è probabilmente una generalizzazione che - come sempre le generalizzazioni - si scontra con una realtà che è anche più complessa, più articolata, che è stata capace anche di raccogliere entusiasmo sincero, voglia di fare, passione. Ma mi pare che queste pulsioni siano state messe velocemente in minoranza ed espunte come un corpo estraneo.
Noi in piazza ieri cercavamo un'identità, che evidentemente non riusciamo più a trovare in quel partito, che è impossibile trovare in quel partito - anche nonostante la buona volontà di qualcuno che ci rimane e di cui conosciamo la storia e le buone intenzioni - e che quindi abbiamo riversato nel sindacato che si è fatto partito, è diventato il luogo "caldo" della partecipazione della sinistra. La giornata di ieri credo rappresentarà qualcosa di importante per la sinistra italiana perché ha mostrato che in campo ci sono davvero due visioni alternative e chiaramente distinte di vedere il futuro di questo paese, a partire da come uscire dalla più grave crisi economica che abbia mai subito.
Poi, per un paradosso che è difficile da spiegare, entrambe queste visioni si dicono di sinistra, ma - come ho scritto da un'altra parte - non possiamo perdere tempo adesso a litigare sulla primogenitura o su chi ce l'ha più lungo. Io credo sia una prospettiva socialista, ma se questa parola fa paura o crea troppe discussioni, possiamo non usarla. L'unica cosa che non possiamo eliminare sono le idee, a quelle non possiamo proprio rinunciare: la difesa della democrazia rappresentativa, il considerare il lavoro come l'elemento fondante dell'economia, la difesa della funzione pubblica dello stato.
Questo è il compito che ieri oltre un milione di persone ha affidato alla Cgil e credo sia una responsabilità pesante per quell'organizzazione che deve considerare il 25 ottobre uno spartiacque della propria storia lunghissima e che ora è arrivata ad una svolta.
Ovviamente non possiamo delegare tutto all'organizzazione, noi abbiamo da fare il nostro dovere, ma credo sia più facile farlo, sapendo che non siamo da soli e che la nostra lotta si inserisce in una prospettiva più grande.

lunedì 22 settembre 2014

Verba volant (127): sindacato...

Sindacato, sost. m.

Sapete che a me piace partire dall'etimologia, perché questa aiuta molto a definire meglio una parola - Verba volant in fondo è pur sempre un dizionario, per quanto sui generis e assolutamente non convenzionale - ma in questo caso è essenziale, non tanto dal punto di vista lessicale, quanto da quello politico. Spero che sarà più chiaro alla fine, ma io penso che noi tutti dobbiamo riscoprire il senso di questa nostra organizzazione, anche a partire dal termine che la definisce.
Noi italiani abbiamo preso questa parola dal francese syndicat, che deriva da syndic, che significa prima di tutto rappresentante, procuratore; a sua volta questo termine deriva dal greco syndikos, che significa difensore, protettore. Nella definizione di democrazia vi ho già raccontato la storia delle Danaidi, le cinquanta figlie di Danao, che preferirono fuggire ad Argo piuttosto che sposare i cinquanta figli di Egitto: la vicenda è raccontata in maniera poetica nella tragedia di Eschilo Le supplici. Verso la fine della tragedia, quando l'ambasciatore di Egitto minaccia di attaccare Argo se le ragazze non saranno lasciate andare, di fronte al timore delle Danaidi, il re Pelasgo, portavoce dell'assemblea che aveva votato - alzando la mano - di proteggere le giovani, ad ogni costo, dopo aver cacciato l'ambasciatore, dice loro, per rassicurarle:
Difensore vostro sono io, e tutti i cittadini, il cui voto ora si compie. 
E difensore qui è proprio syndikos.
Non era detto che scegliessero proprio questa parola per indicare le organizzazioni dei lavoratori. In Gran Bretagna si chiamavano già trade unions - o solo unions - proprio per valorizzare questa idea di unità. L'ho ricordato nella definizione di unione: questa parola indica proprio l'azione di unire, ovvero il fatto di unirsi con altri. C'è uno sforzo dinamico in questa parola, il desiderio, e anche la fatica, di raggiungere un'unità. Anche questa era una bella parola, che ci avrebbe definito bene, ma evidentemente chi fece quella scelta - più o meno consciamente - preferì proprio sottolineare il fatto che il sindacato nasceva per difendere, per proteggere, i lavoratori. Questo ha fatto nella sua storia, continua a farlo - anche se forse meno bene - e questo deve continuare a fare. Perché altrimenti non esiste.
Come sapete, io sono preoccupato per l'attacco che il governo sta portando allo Statuto dei lavoratori e credo che su questo dovremo lottare con una determinazione feroce. Ma in fondo fa il suo mestiere: tutti i governi di destra del mondo tutelano gli interessi dei ricchi e dei padroni, a scapito di quelli dei poveri e dei lavoratori; e Renzi non fa eccezione. Quello che mi preoccupa molto - forse perfino di più - è che stiano riuscendo - e in gran parte ci sono già riusciti - a rappresentare il sindacato come un pezzo del "potere costituito", come corresponsabile della situazione in cui siamo.
Parlando con le persone è evidente che sono ormai passati alcuni concetti, molto pericolosi, velenosi: siete tutti uguali, ci dicono spesso, oppure cosa avete fatto fino adesso? - di cui c'è la variante dov'era il sindacato? detto da Renzi - o ancora siete responsabili di quello che succede. Chi mi legge con una qualche assiduità, sa che io non sono tenero con il sindacato, neppure con il mio - ossia la Cgil - mentre quegli altri due non li considero neppure più sindacati; credo che molte di queste critiche che sentiamo anche tra chi lavora siano giustificate. Per questo dobbiamo fare di tutto per invertire questa tendenza; mentre lottiamo per difendere l'art. 18 e lo Statuto dei lavoratori, dobbiamo anche lottare per difendere un'idea di sindacato. La nostra idea di sindacato.
Io non credo di essere uguale alla Cisl e alla Uil - e non voglio che la mia organizzazione lo sia - perché in questi anni hanno interpretato in modo radicalmente sbagliato il loro essere sindacato. So che non è sempre stato così, ma da parecchi anni queste due organizzazioni hanno smesso di fare il sindacato, e sono diventati due partiti politici, piccoli ma piuttosto influenti che, pur senza presentarsi alle elezioni, sono riusciti comunque ad ottenere posti di potere e prebende, più o meno lucrose. Io non voglio che la Cgil sia un partito, ma voglio che continui a tutelare i lavoratori.
La Cgil ha sbagliato spesso quando ha cercato l'unità a tutti i costi con questi due soggetti: è il classico caso del morto che trascina il vivo. So anch'io che l'unità è importante - è uno dei valori costitutivi delle unions - ma quello che conta è l'unità dei lavoratori, non l'unità degli apparati. E cercare l'unità delle sigle, ci farà perdere l'unità dei lavoratori: ed è questo su cui stanno puntando i padroni, perché lavoratori divisi sono più deboli. Sempre. Fondamentale adesso è lasciarli andare per la loro strada e spiegare che loro non sono più sindacati o lo sono in una maniera che a noi non piace. Fare uno sciopero insieme o firmare una trattativa insieme a loro, se ci farà perdere identità - come troppe volte è successo in questi anni, per salvaguardare il feticcio dell'unità - porterà solo danni alla Cgil.
Questo si porta dietro il problema di come rispondere a chi chiede: "cosa avete fatto fino adesso?" e quindi rispondere anche a Renzi. Spesso la Cgil non è stata adeguata, anche culturalmente, alle sfide che ha posto il cambiamento del mondo del lavoro. Troppo spesso abbiamo pensato che si giocasse ancora la stessa partita, sullo stesso campo e con le stesse regole, invece i padroni hanno cominciato a barare, hanno ignorato e stravolto il regolamento e, per essere sicuri di vincere, si sono comprati l'arbitro. Visto che la situazione è questa, non possiamo continuare a invocare il fuorigioco, sperando che l'arbitro fischi; visto che ormai abbiamo capito che non fischierà, dobbiamo o giocare molto più duro o smettere di giocare e portare il via il pallone. Fuor di metafora, di fromte alla lotta di classe, violenta e furibonda che hanno scatenato i padroni contro i lavoratori, noi non possiamo continuare a prenderle, dobbiamo anche noi lottare, con radicalità, senza aver paura di questa parola. Per onestà bisogna dire che questa non è una colpa della sola Cgil, ma di tutta la sinistra italiana ed europea. Anzi in qualche modo la Cgil ha perfino resistito, se pensiamo che il maggior partito del centrosinistra italiano è regredito fino al punto di eleggere come segretario uno come Renzi. Però adesso non basta più essere un po' meno peggio, anche perché ci vuole davvero poco per essere meno peggio del Pd.
Per questo è fondamentale recuperare il valore etimologico del sindacato, come ho detto all'inizio. Raccontare che il sindacato è quello che in mezzo alle difficoltà prova a tutelare i lavoratori più deboli; vi assicuro che lo fa ancora, spesso in un lavoro oscuro, perché è sempre più difficile tutelare lavoratori che anche in una stessa azienda hanno una miriade di contratti diversi, e quindi capita che provando ad aiutare uno rischi di fare un danno all'altro. Ed è anche difficile farlo, perché si parte dalla situazione di sfiducia che ho descritto prima, per questo c'è bisogno di riacquistare fiducia, anzi questa è una precondizione per tornare a essere un sindacato che fa il sindacato, ossia che tutela i lavoratori, partendo da quelli che sono più deboli, le donne, gli stranieri, i giovani.
Proprio come le Danaidi, che erano giovani donne immigrate che però hanno trovato una città che le ha protette. Oggi dovrebbero trovare il sindacato.

domenica 4 maggio 2014

Considerazioni libere (389): a proposito di uno sciopero e di una città...

Per lunedì 5 maggio i sindacati confederali - Cgil, Cisl e Uil - hanno proclamato una giornata di sciopero dei dipendenti del Comune di Parma. In sé non sarebbe neppure una notizia particolarmente rilevante, se non fosse che in quello stesso giorno comincia Cibus, la fiera più importante dell'agroalimentare italiano - un appuntamento particolarmente atteso per l'economia di questa città - e lo sciopero dei vigili urbani causerà notevoli disagi alla circolazione stradale. Se non ci fosse stato Cibus lo sciopero dei colleghi di Parma sarebbe passato sostanzialmente inosservato, se non per le famiglie che portano i bambini all'asilo nido e per quei pensionati che, cascasse il mondo, devono andare in un ufficio comunale proprio quel giorno lì, perché nel resto della settimana non hanno tempo.
Se lavorassi nel Comune di Parma, sicuramente non farei questo sciopero, che trovo sbagliato per molti motivi.
Da dipendente pubblico, e da iscritto alla Cgil, da tempo sostengo che lo sciopero sia per noi un'arma spuntata, poco efficace dal punto di vista politico e comunicativo e sostanzialmente inutile dal punto di vista sindacale, visto che, nonostante gli scioperi che abbiamo fatto - e a cui anch'io ho regolarmente partecipato, da buon iscritto, per quanto critico - il nostro contratto continua a non essere rinnovato da diversi anni. Il problema è che molte persone, i cittadini per cui lavoriamo e i nostri colleghi del settore privato, ci considerano non una risorsa, ma un peso, pensano che siamo, nella migliore delle ipotesi, dei passacarte inutili. Tanto è vero che tutti i governi che si sono succeduti in questi anni - di centrodestra e di centrosinistra - per rendersi popolari hanno parlato male di noi, certi di guadagnare consenso. E ovviamente non è da meno l'attuale governo di centrodestra, che ha messo tra le suo priorità la riforma della pubblica amministrazione.
I sindacati hanno indetto questo sciopero, perché lamentano una difficoltà di dialogo con l'attuale amministrazione e soprattutto la mancata definizione delle risorse da destinare a indennità e produttività. In sostanza mentre gli altri lavoratori lottano per conservare il posto di lavoro o perché non sia ridotto il loro stipendio - cosa ormai frequente, anche per aziende un tempo sane, anche in questo territorio, da sempre ricco - noi "pubblici", che abbiamo posto di lavoro e salario garantiti, lottiamo per le indennità: immagino sia difficile trovare la solidarietà degli altri su questa battaglia di civiltà.
Curiosamente poi questo sciopero viene proclamato contro un'amministrazione grillina, l'unica in Italia - o almeno la più importante - e io, pur essendo un notorio antipatizzante grillino, temo che questa sia la vera - e sola - ragione di questa forma di lotta. Non c'è modo di fare la controprova, ma penso che se il sindaco fosse del Pd questo sciopero non ci sarebbe stato. Da iscritto alla Cgil mi spiace molto che il mio sindacato si sia prestato a questo giochino, magari per tirare la volata a una sua autorevole ex segretaria in vista delle prossime primarie per la scelta del candidato sindaco del centrosinistra. Io sono uno che crede che il sindacato debba far politica - molto di più di quanto lo stia facendo oggi - ma non in questo modo. Bisogna che la Cgil - come sapete io gli altri due non li considero nemmeno, essendo ormai da tempo tristi "sindacati gialli" - sostenga i valori e i temi della sinistra, visto che non c'è più un partito di riferimento per questa vasta area politica.
Perché allora dobbiamo per forza dar addosso al sindaco di Parma? Questi tra l'altro ha accettato, grazie anche alla lotta e alla capacità di persuasione della Cgil, di introdurre la valutazione del reddito nel calcolo della Tasi: un segnale importante, uno dei pochissimi in Italia, che ci dovrebbe far capire che non ci troviamo di fronte a un "nemico" - a Parma li abbiamo avuti eccome i "nemici" nell'amministrazione comunale - ma a qualcuno con cui si può parlare, che tra l'altro ha qualche problema con i leader nazionali del suo movimento. Forse, se proprio la Cgil voleva fare "bassa" politica, sarebbe stato meglio dialogare con Pizzarotti, magari favorendo il suo distacco da Grillo. No, la Cgil vuole in tutti i modi favorire il Pd, perché evidentemente ha nostalgia di essere "cinghia di trasmissione" del partito. Un conto però è esserlo del Pci di Berlinguer e un altro del Pd del clown fiorentino: forse qualche compagno della Cgil di Parma non ha ancora capito bene la differenza tra le due situazioni.
Tra l'altro mi pare che i compagni della Funzione pubblica di Parma, nella loro foga antigrillesca, abbiano smarrito la capacità di individuare da dove arriva davvero il pericolo. Sono troppo deboli ora i sindaci - tutti i sindaci - sono troppo pochi i loro margini di manovra, per pretendere da loro, qualsivoglia sia il loro colore politico o il loro orientamento sindacale, una qualche azione positiva a favore di noi lavoratori. In questi ultimi anni abbiamo assistito - e Renzi ha già mostrato di accentuare questa tendenza - a una forte centralizzazione del potere verso il governo, tagliando fuori il parlamento e le autonomie locali. A sindaci che non contano più un c... cosa possiamo chiedere? E soprattutto perché lottiamo contro di loro, finendo poi per danneggiare i cittadini e le città in cui noi stessi viviamo?
I nostri veri avversari stanno a Roma - e forse ormai neppure lì, visto che il nostro governo è commissariato di fatto - se scioperiamo adesso perché Pizzarotti non ci concede le briciole delle indennità, cosa faremo quando Renzi e Draghi ci toglieranno un pezzo di stipendio o ci cominceranno a licenziare? In Grecia è già successo, i dipendenti pubblici sono stati individuati come il capro espiatorio dei problemi di quel paese e contro di loro la troika è andata con la mano pesante. Noi avremmo bisogno adesso di riannodare i fili tra noi e i cittadini, tra noi e i colleghi del privato, dovremmo spiegare cosa facciamo e che il nostro lavoro è importante per loro, serve a loro. Se non lo faremo adesso, quando "lorsignori" ci licenzieranno, non solo gli altri non ci aiuteranno, ma anzi li applaudiranno. Io spero che prima o poi - e spero il prima possibile - il mio sindacato capisca che abbiamo bisogno di prepararci a questa lotta, non di ottenere venti o trenta euro di indennità.